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silvano fausti

MATTEO IL VANGELO DELLA COMUNIT

INTRODUZIONE

La Sacra Scrittura come uno spartito, la cui musica esiste solo dove e come eseguita. Chi cerca di leggerla, interpretarla e attualizzarla, ne letto, interpretato e attualizzato. Infatti la parola di Dio viva ed efficace, scruta i sentimenti e i pensieri del cuore, e tutto nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,12s). Il vangelo racconta quanto Ges dice o fa per qualcuno. Quel qualcuno il lettore stesso, chiamato a fare in prima persona lesperienza di ci che narrato: la Parola fa quello che dice, per chi laccoglie con fede (cf 1Ts 2,13). Linteresse al racconto pu essere a tre diversi livelli. Pu essere rivolto al testo, per vedere come esattamente , qual la sua storia, la sua struttura, il suo stile, ecc. un passo previo. Chi per si ferma qui come uno che vuol mangiare la parola pane invece del pane. Non sazia molto! Pu essere anche rivolto a cosa dice il testo : qual il suo messaggio, come capirlo e vivere oggi, ecc. un secondo gradino, anche questo necessario, ma non sufficiente. Chi si ferma qui come un figlio che mangia del pane senza sapere che viene dai genitori. Neppure questo sfama. Pu essere infine rivolto al Signore : oltre al testo e a ci che dice, si attenti a colui che dice quel testo. Tutta la Scrittura una lettera che il Padre ha inviato a ciascuno dei suoi figli; dietro ogni parola c chi parla, e il suo dirsi un darsi. Chi raggiunge questo terzo livello, ha trovato ci di cui ha fame. Il vangelo di Matteo , nella sua forma attuale - la tradizione parla di un Matteo ebraico, a noi ignoto - nato probabilmente in ambiente palestinese o siriano (Antiochia di Siria?) circa lanno 80. Scritto in buon greco da un giudeo ellenistico, mostra come Ges, il Figlio di Dio morto e risorto, sia il compimento della promessa di Dio fatta ad Israele. attribuito fin dallinizio a

Matteo, chiamato ad essere discepolo mentre stava seduto al banco delle imposte (Mt 9,9; 10,3; Lc 5,27; Mc 2,14 lo chiama Levi). Escludendo i due capitoli iniziali, Matteo usa per lo pi lo stesso materiale di Marco e Luca, riportando parole e azioni compiute da Ges nel breve periodo che va dal suo battesimo alla sua pasqua. La sua particolarit aver organizzato il tutto secondo i vari argomenti, condensandolo in cinque grandi discorsi seguiti da altrettante parti narrative che li illustrano. Il discorso sul monte (cc.5-7) contiene la Parola del Figlio ai fratelli; il discorso della missione (c.10) la porta a tutti gli uomini, cominciando da Israele; il discorso in parabole (c.13) mostra come essa agisce nel mondo; il discorso sulla comunit (c.18) fa vedere come si realizza nella quotidianit dello stare insieme; il discorso escatologico (cc.24-25) infine la presenta come il criterio di valutazione sulluomo e la sua storia. I cc. 26-28, che raccontano la morte e risurrezione del Signore, ne sono il compimento. Matteo considerato il vangelo della comunit : centrato sulla parola del Figlio che ci rende figli del Padre facendoci fratelli tra di noi. La fraternit la realizzazione del nostro essere figli: nel rapporto con laltro viviamo quello con lAltro. Anche per questo stato il pi letto nella Chiesa. Oggi, in unepoca in cui lo stare insieme si fatto problematico, torna di particolare attualit. In genere lattenzione si concentra proprio su ci di cui si avverte la mancanza.

Questo libro vuol essere un manuale per la lectio del vangelo di Matteo. Come nei precedenti commenti a Marco e a Luca, di ogni singolo passo, dopo una traduzione letterale del testo, si espone il messaggio nel contesto ; seguono una lettura del testo e indicazioni per pregare il testo (vedi il metodo subito dopo lintroduzione); concludono dei testi utili per lapprofondimento. Come si vede, al centro sta il testo, che non solo un pretesto, ma un modo specifico in cui il Signore mi parla e io lo ascolto.

Il lavoro che offriamo il frutto di una lectio continua settimanale, tenuta in questi anni nella chiesa di S. Fedele (Milano), insieme a Filippo Clerici, con il quale lho preparata ed eseguita. Un vivo ringraziamento a lui, dopo che a Dio, come pure a quanti con la loro partecipazione attiva hanno stimolato e arricchito la comprensione del vangelo. Un grazie anche a E. DAuria per la battitura del manoscritto, a F. Montagna per il controllo delle citazioni, a B. Schiralli e M. Galli per la correzione delle bozze. Spero vivamente che questo lavoro sia utile per conoscere di pi il Signore e servire meglio i fratelli, in attesa del suo ritorno.

Festa di s. Giuseppe 19.3.1998.

METODO PER PREGARE IL TESTO a. Entro in preghiera pacificandomi con un momento di silenzio respirando lentamente pensando che incontrer il Signore chiedendo perdono delle offese fatte e perdonando di cuore le offese ricevute mettendomi alla presenza di Dio faccio un segno di croce per lo spazio di un Pater guardo come Dio mi guarda faccio un gesto di riverenza inizio la preghiera in ginocchio o come pi mi aiuta nel nome di Ges chiedo al Padre lo Spirito Santo perch il mio desiderio e la mia volont la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo. b. Mi raccolgo immaginando il luogo in cui si svolge la scena da considerare. c. Chiedo al Signore ci che voglio sar il dono che quel brano di Vangelo mi vuol fare: corrisponde a quanto Ges fa o dice in quel racconto. d. Medito e/o contemplo la scena leggendo il testo lentamente, punto per punto sapendo che dietro ogni parola c' il Signore che parla a me usando la memoria per ricordare l'intelligenza per capire e applicare alla mia vita la volont per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare. NB. non avr fretta: non occorre far tutto importante sentire e gustare interiormente sosto dove e finch trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione avr riverenza pi grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore. e. Concludo con un colloquio col Signore, da amico ad amico su ci che ho meditato finisco con un Padre nostro esco lentamente dalla preghiera. NB. Dopo aver chiedendomi: pregato, rifletter brevemente su come andata,

se ho osservato il metodo se andata male, perch quale frutto o quali mozioni spirituali ho avuto.

1. GENESI DI GES CRISTO 1,1-17 1,1 Libro della genesi di Ges Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo: Abramo gener Isacco, Isacco gener Giacobbe, Giacobbe gener Giuda e i suoi fratelli, Giuda gener Fares e Zara da Tamar, Fares gener Esrom, Esrom gener Aram, Aram gener Aminadab, Aminadab gener Naasson, Naasson gener Salmon, Salmon gener Booz da Racab, Booz gener Obed da Rut, Obed gener Iesse, Iesse gener il re Davide. Davide gener Salomone, da quella che era stata di Uria, Salomone gener Roboamo, Roboamo gener Abia, Abia gener Asf, Asf gener Giosafat, Giosafat gener Ioram, Ioram gener Ozia, Ozia gener Ioatam, Ioatam gener Ezechia, Ezechia gener Manasse, Manasse gener Amos, Amos gener Giosia, Giosia gener Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione di Babilonia. Dopo la deportazione di Babilonia, Ieconia gener Salatiel, Salatiel gener Zorobabele, Zorobabele gener Abiud, Abiud gener Eliacim, Eliacim gener Azor, Azor gener Sadoc, Sadoc gener Achim, Achim gener Eliud, Eliud gener Eleazar, Eleazar gener Mattan, Mattan gener Giacobbe, Giacobbe gener Giuseppe,
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lo sposo di Maria, attraverso la quale fu generato Ges, chiamato Cristo. 17 Tutte dunque le generazioni: da Abramo a Davide quattordici generazioni, da Davide fino alla deportazione di Babilonia quattordici generazioni, e dalla deportazione di Babilonia fino a Cristo quattordici generazioni.

1. Messaggio nel contesto Libro della genesi di Ges Cristo il titolo del vangelo di Matteo, che ci racconta la nascita nel tempo del Figlio eterno del Padre che si fa nostro fratello. Ges visto come la nuova genesi delluomo, principio e fine del mondo creato da Dio. Dopo la genealogia, i primi due capitoli sono una introduzione di tipo narrativo. Si tratta di racconti teologici, tipici della letteratura ebraica, che spiegano dei testi biblici con narrazioni edificanti ( midrashim haggadici). Matteo qui per non commenta un testo biblico con episodi della vita di Ges, ma la vita di Ges con testi biblici e altro materiale. Si tratta di racconti cristologici. Il primo capitolo presenta lorigine di Ges, insieme umana e divina: figlio di Davide secondo la carne ( vv. 1-17) e Figlio di Dio secondo lo Spirito ( vv. 1825). Attraverso i discendenti di Abramo, Dio entra nella storia delluomo e luomo nella storia di Dio. Il prototipo del credente Giuseppe, lo sposo di Maria, da cui riceve il Figlio di Dio come proprio figlio ( vv. 18-25). Il secondo capitolo prospetta la vicenda futura di Ges: accolto dai lontani e non dai vicini (2,1-12), ripercorre il destino del popolo, che scende nella schiavit dEgitto e ascende alla terra dei padri ( 2,13-23). Nel Nazoreo si compie quanto i profeti hanno detto ( 2,23). In questi primi due capitoli, per ben 5 volte su un totale di 11, Matteo parla del compimento delle Scritture (1,22s; 2,5s.15s.17s.23). Ges visto come il
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punto darrivo del disegno divino, colui del quale tutta la Scrittura parla. Tenendo lo sguardo puntato su ci che lui ha fatto e detto, la storia dIsraele rivisitata allindietro - come fa il gambero - e colta nel suo mistero profondo. Il materiale comune agli altri evangeli, che Matteo ha a disposizione per costruire questi racconti, costituito, oltre che dalle citazioni bibliche, dalle genealogie, dai nomi dei genitori di Ges, dalla sua ascendenza davidica, dalla fede nella sua divinit, dalla concezione verginale per opera dello Spirito Santo, dalla sua nascita ai tempi di Erode e dalla sua permanenza a Nazareth. Il resto del materiale suo, non attestato da altre tradizioni. Che il tono dei racconti sia quello di un midrash n comporta n pregiudica lattendibilit dei fatti - da verificare di volta in volta. Limportante per Matteo interpretare la Scrittura alla luce di Ges e del suo Spirito. Questo primo brano una lista di nomi, divisi in tre periodi, che vanno da Abramo a Ges: la carne del Figlio di Dio passa attraverso coloro che lhanno preceduto. Di ognuno si dice due volte generare, una volta come figlio e laltra come padre. Lo schema costante si interrompe con Giuseppe, per aprire alla sorpresa di ci che capita attraverso Maria (v. 16). Del primo patriarca, Abramo, non si dice chi lha generato, e dellultimo, Ges, non si dice n chi lo genera n chi a sua volta egli genera. Si allude al mistero iniziale del Padre, e a quello finale del Figlio. La deportazione di Babilonia ha particolare spicco (vv. 12.17a.17b), cos pure la menzione dei fratelli (vv. 2.11) - Ges venuto a ricostruire la fraternit disfatta e dispersa nellesilio! Colpisce inoltre lintroduzione di quattro donne (vv. 3.5a.5b.6), anticipo della quinta, Maria, di cui si parler nel racconto seguente. La ripetizione ossessiva del generare con la sola variazione di nomi provoca una tensione, quasi lattesa della novit promessa nel primo versetto, che interrompa la catena e dia senso al tutto. Il che avviene in Ges, presentato come il dunque: le generazioni da Abramo a Ges sono tre volte quattordici,

ossia sei volte sette. Con lui, primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29), la storia della promessa raggiunge sette volte sette, la perfezione. Per noi questa interminabile lista di nomi pu risultare arida. Ma ogni persona un volto unico e irripetibile, un gioco di passioni e azioni, con uno strano destino di libert. Ogni nome ha valore assoluto, come il Nome da cui viene e verso cui va. Pu essere ignoto a noi; ma sempre vive nella memoria di Dio e pulsa nelle vene del discendente. Luomo fa la storia e la storia fa luomo: il nome, relazione con lAltro e gli altri, non si perde mai. Allinizio sono nominati Davide e Abramo, depositari della promessa: tutto il generare sotto il segno di una particolare benedizione divina. La storia cessa di essere leterno ritorno dellidentico, il serpente che si morde la coda, Kronos che divora i suoi figli. Da tragico dominio del fato, diventa libero dialogo tra uomo e Dio, con un principio, uno svolgimento e un fine. La parola scambiata tra i due fa nascere una novit che costituisce il senso della creazione: il dono reciproco di s tra Creatore e creatura. La vicenda umana diventa storia di salvezza, realizzazione di Dio nelluomo e delluomo in Dio, dramma dove i due sono i protagonisti, e il resto lo scenario interessato, che assiste alla decisione del proprio destino. In questi primi versetti si mostra lappartenenza di Ges alla carne di Israele. Il Signore la sposa cos com, con la sua gloria e le sue miserie, facendo passare attraverso di essa il cammino della salvezza. Ges Cristo, compimento della storia di Israele, il Figlio di Dio che, assumendo la carne di peccato, opera la salvezza di ogni carne. Caro salutis cardo (la carne cardine della salvezza), e quod non est assumptum, non est redemptum (ci che non assunto non redento), sono le due affermazioni della Chiesa antica che fondano ogni teologia cristiana. La Chiesa ha in Israele la sua radice santa e nel Figlio il frutto che contiene ogni benedizione.

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2. Lettura del testo 1,1. Libro della genesi. Matteo sta scrivendo un libro, come quelli dellAT , che narra la genesi del mondo nuovo. Questo libro il vangelo, che ricorda e racconta la storia di Ges. Ges. Significa Dio-salva. Salver il popolo dai suoi peccati (v. 21). Il nome indica lidentit di una persona nella sua vocazione e nella sua missione: dice come chiamata dagli altri e come interagisce con essi. Cristo. In greco, significa unto, come Messia in ebraico: il re, che veniva consacrato con lunzione. Quando Israele voleva farsi un re per essere come tutti i popoli, la cosa dispiacque a Dio (1Sam 8,6-22). costante la critica dei profeti contro la monarchia (Gdc 9,7-15!): ricordano che lunico re Dio, e non c dio o re in terra che lo rappresenti. Non bisogna farsi nessuna immagine n di lui n delluomo, perch lunica immagine di Dio luomo libero, suo figlio che ne ascolta la parola. Di quasi ogni re si dice nella Bibbia: Fece peggio di tutti i suoi padri. Parallelamente alla critica antimonarchica, c lattesa del re promesso da Dio, il Messia, che avrebbe liberato il popolo da ogni schiavit e oppressione (2Sam 7,1-17). figlio di Davide. In quanto figlio di Davide, il Cristo latteso. Ma Israele non produce n possiede il suo Messia: viene da lui, ma anche per lui un dono (cf 2Sam 7,11). figlio di Abramo . In quanto figlio di Abramo, il Cristo anche il dono inatteso per tutte le genti. Abramo, pagano e primo depositario della promessa, colui nel quale sar benedetto ogni figlio di Adamo (Gen 12,3). Abramo la controfigura di Adamo: luno, per la sua disobbedienza, condusse lumanit dal giardino al deserto e al diluvio; laltro, per la sua obbedienza, destinatario della promessa di una terra e di una discendenza. La genealogia che segue illuminata dalla duplice promessa a Davide e ad Abramo, inquieta attesa di un compimento.
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v. 2 Abramo gener Isacco, Isacco gener Giacobbe. Sono i tre padri di Israele. Mancano le quattro madri: Sara, Rebecca, Lia e Rachele - tutte sterili, tranne Lia, la non desiderata! Sono sostituite da quattro straniere, che entrano avventurosamente nella storia di Israele - prototipo di ogni storia (quattro numero di totalit) che si imparenta con Israele e la sua salvezza. v. 3 Tamar. unaramea. Fingendosi prostituta, costrinse il suocero Giuda a renderla madre - lei, vedova trascurata di due suoi figli e senza discendenza. Il primo marito, Er, era odioso agli occhi del Signore. Il secondo, Onan, fece cosa non gradita al Signore. Ambedue morirono e Giuda, invece di darle il terzo figlio, la mand via per paura che anche questo morisse (Gen 38,1-30). La storia di salvezza si intreccia con i lutti, le cattiverie e le astuzie delluomo. Nessuna vicenda, per quanto oscura e ingarbugliata, estranea al sangue del Messia. Dio non schizzinoso! Ama questa umanit, non una migliore. Perch sua! v. 4 Racab. Pure lei pagana, cananea, prostituta di Gerico, ospit gli esploratori clandestini della terra promessa (Gs 2,1-21). Entra nella storia dIsraele come prima salvata della terra. Le prostitute ci precedono nel regno (21,31)! v. 5 Rut. una straniera, moabita. Anche se giovane e vedova, lascia la sua casa per condividere la sorte della suocera ebrea. Il libro di Rut ne racconta la storia gentile, piena di spirito universalistico e di fiducia nella provvidenza. v. 6 quella che era stata la moglie di Uria . Uria un generale hittita di Davide, ucciso da lui che ne desiderava la moglie (2Sam 11-12; Sal 51). la storia fosca di un adulterio con omicidio, consumato con dissimulazione, tradimento, vigliaccheria e ogni sorta di inganno contro un suddito fedele fino alla fine. Lazione divina passa attraverso il gioco della storia cos com, estranea e perversa, farcita dinganni, lussurie, incesti, prostituzioni, slealt, menzogne, adulteri e omicidi.
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La prima serie di nomi parte da Abramo, che crede alla promessa, e si chiude con Davide, al quale fu promesso il Messia, passando attraverso la schiavit e la liberazione dellEgitto, lingresso nella terra e il suo possesso. lepoca doro della storia del popolo di Dio. v. 11 la deportazione di Babilonia . La seconda serie di quattordici generazioni, tutta di re, per lo pi infedeli allalleanza, si chiude con lo sradicamento dalla terra. una storia di potenti e prepotenti, sordi alla denuncia dei profeti. Da qui lesilio, dispersione dei figli che non hanno vissuto la fraternit. v. 16 Giuseppe, lo sposo di Maria . Giuseppe, lo sposo di Maria, non genera Ges. Il Figlio da accogliere: il dono che il Padre gli fa attraverso Maria. Qui il generare, che tutto al maschile, si interrompe per lasciar posto al femminile, possibilit del divino. La vicenda di Giuseppe, ultimo anello della genealogia, quella di tutti: non fa il Figlio della promessa, ma si apre a riceverlo dalla sua sposa, come vedremo nel brano seguente. attraverso la quale fu generato . Ges generato (passivo divino!): si sottolinea che, attraverso Maria, colui che genera Dio stesso. Tutto il fare delluomo attesa dellaccadere di Dio. Non pu essere che cos, perch ogni generare parte da lui e porta a lui. Diversamente sarebbe una monotona catena di nomi destinati alla vacuit del nulla. Ges. Ogni nome della lista nominato come generato e generante: riceve dal progenitore la sua identit che trasmette al figlio, arricchita dalla propria. Solo di Abramo e di Ges, il primo e lultimo della serie, non si dice rispettivamente chi lo genera e chi genera. Il primo, che per fede abbandona padre e terra, ha come Padre Dio; lultimo, che il Figlio unigenito, creato come uomo ed increato come Dio, compie ogni paternit e racchiude ogni filialit. Il generare aperto allindietro e in avanti al mistero di Dio. Maria il grembo che laccoglie.
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v. 17 tutte le generazioni dunque, ecc. Ges la pienezza di vita: il dunque di ogni generazione. Lautore scandisce la storia in tre serie di quattordici generazioni ciascuna. Dei paralleli rabbinici possono far supporre che si paragoni la storia di Israele a quella della luna, testimone in cielo della propria infedelt che sempre la fa scomparire, e della fedelt di Dio, il sole che sempre la ravviva (cf Sal 89,38), con due emicicli di 14 giorni. Come la luna, cos anche il popolo, nato dalla fede di Abramo, cresce nel suo pieno fulgore fino a Davide (primo emiciclo), per decrescere fino a scomparire nellesilio (secondo emiciclo) e ritrovare la sua pienezza definitiva in Cristo (terzo emiciclo), che il punto darrivo, il dunque previsto e promesso da Dio. Oltre a ci, tre volte quattordici uguale a sei volte sette. Sette il numero di Dio, la perfezione, sei quello delluomo, imperfetto e chiamato a raggiungere il suo riposo nel sette. La storia umana solo sei volte sette, perfezione mancata e fallita; diventa sette volte sette, perfezione raggiunta, con Ges, il Figlio che d inizio alla nuova generazione di fratelli. Il numero indica razionalit, ordine. La storia non lasciata al caso: ha una sua scansione e una sua finalit, che tutta da comprendere. Se uno osserva bene, per fare il numero indicato da Matteo mancano due generazioni, una allinizio e laltra alla fine; completa solo la generazione perduta, quella dellesilio! Non certo un errore di conto. La genealogia, necessariamente inconclusa, indica verso i due nomi che mancano: quello di Dio e quello di ciascuno di noi. Dio per fede padre di Abramo, e ciascuno di noi, accogliendo Ges, diventa figlio di Dio (Gv 1,12). Il generare umano ha come radice il Padre e come frutto il Figlio. La storia un inno alla vita, trasmessa da padre in figlio, che riceve dal Padre la sua paternit e dal Figlio la sua filialit, nellunica vita che il loro amore reciproco, lo Spirito Santo. Lavventura umana, con cornice cosmica, il realizzarsi della paternit di Dio che tutto in tutti (1Cor 15,28), il corpo del Figlio, pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose (Ef 1,23).
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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come suggerito a p. 5 b. mi raccolgo immaginando tutte le generazioni del mondo, che hanno il Padre come principio e il Figlio come fine, chiamate in lui a diventare suo corpo mediante la fede di Abramo e di Giuseppe c. chiedo ci che voglio: capire il mistero divino nella storia d. recito ogni nome, come una litania: una persona come me, che riceve e trasmette il mistero di Dio da notare : il libro della genesi Ges Cristo gener Abramo, Davide Tamar, Racab, Rut, la moglie di Uria la deportazione in Babilonia Giuseppe, lo sposo di Maria, attraverso la quale fu generato Ges.

4. Testi utili: Gen 49,2.8-10; Sal 72; 89; Gdc 9,7ss; 1 Sam 8; 2 Sam 7; Gen 12,1-9; 38,1-3; Gs 2,1ss; 6,17.22-25; 2 Sam 11-12.

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2. NON TEMERE DI PRENDERE CON TE MARIA 1,18-25 1,18 Ora la genesi di Ges Cristo cos era: essendo sua madre Maria fidanzata a Giuseppe, prima che si mettessero insieme si trov incinta per opera dello Spirito Santo. Ora Giuseppe, suo sposo, poich era giusto e non voleva ripudiarla, decise di dimetterla di nascosto. Ora, mentre lui stava rimuginando queste cose, ecco un angelo del Signore gli apparve in sogno dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, la tua sposa. Infatti ci che in lei generato dallo Spirito Santo. Ora partorir un figlio e lo chiamerai di nome Ges: lui infatti salver il suo popolo dai suoi peccati. Ora tutto questo avvenne perch si adempisse quanto detto dal Signore per mezzo del profeta, che dice: Ecco la vergine concepir e generer un figlio, e lo chiameranno di nome Emmanuele, che significa: Dio-con-noi. Ora Giuseppe, risvegliato dal sonno, fece quanto ordin a lui langelo del Signore, e accolse la sua donna; e non la conobbe finch gener il figlio e lo chiam di nome Ges.

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1. Messaggio nel contesto


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Non temere di prendere con te Maria, dice langelo a Giuseppe. Da lei infatti ricever Ges, il Figlio generato dallo Spirito, il Dio con noi. Questo racconto risponde con chiarezza alle due domande che apre il brano precedente: chi il Padre di Ges, e come Giuseppe entra nella sua parentela? Il Cristo il Figlio stesso di Dio, generato per opera dello Spirito e nato dalla vergine Maria; Giuseppe, prototipo del credente, diventa suo consanguineo sposando Maria. In lui vediamo i dubbi e le resistenze delluomo ad aprirsi a ci che ben pi grande di lui, anche se per questo fatto. La fede nella Parola stabilisce la parentela tra noi e Dio. Per essa, come Giuseppe, accogliamo colui che ha il potere di farci figli (Gv 1,12). Tutto lasciato alla nostra responsabilit, alla nostra capacit di rispondere alla parola di Dio: questa il suo angelo, ascoltarlo e di rispondergli. Il brano precedente dice come Dio entra nella nostra storia, questo come noi entriamo nella sua: lui assume la nostra carne cos com, noi assumiamo lui cos come si offre in Maria. Giuseppe discendente di Davide a cui Dio promise il Messia. Ma colui che promette, sempre si com-promette, e ci che promette alla fine se stesso, com-promesso in ogni sua promessa. Il figlio di Davide sar non solo il Messia promesso, ma lo stesso Signore che promette. Il Figlio non nasce da noi: viene dallo Spirito, perch Dio Spirito. Giuseppe pensa di farsi indietro per discrezione e indegnit ( vv. 18-19). Ma incoraggiato dallangelo a prendere la Madre e il Figlio. Deve dare il nome a colui che non suo: altro, lAltro stesso, che attende il suo s per essere suo figlio, il Dio-con-lui, colui che salva lui e ogni generare dalla solitudine del non-essere (vv.20-23) . Giuseppe presentato dora innanzi come colui che ascolta ed esegue la Parola (vv.24-25). Ges il Figlio di Dio, generato nelleternit dal Padre nello Spirito, e nato nel tempo dalla carne di Maria, per opera dello stesso Spirito.
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che ci offre la possibilit di accoglierlo, di

La Chiesa, come Giuseppe il sognatore, realizza il sogno di Dio: in silenzio adorante, attraverso la fede accoglie il dono del Figlio.

2. Lettura del testo 1,18 Ora la genesi di Ges Cristo. La genealogia precedente quella di Giuseppe. Come diventa la stessa di Ges, che Figlio di Dio? Dio non pu essere fatto dalluomo: pu solo essere accolto! Giuseppe (in ebraico = Dio-aggiunga) entra nella genesi del Figlio di Dio attraverso latto di fede che accetta laggiunta di Dio, donata in Maria, lumile figlia di Sion. Egli figura di ogni uomo che, troppo grande per bastare a se stesso( Pascal), si tiene aperto al suo mistero - e il suo mistero Dio stesso. Si pu aspettare allinfinito il Messia; ma inutilmente. Infatti gi venuto, e aspetta solo che ci sia uno disposto a riceverlo. Il dono gi fatto, per Israele e per i pagani: questa lottica di Matteo. La questione come accoglierlo. Il racconto fatto per il lettore, perch avvenga a lui ci che avvenuto a Giuseppe. Langelo per noi il testo stesso, che ricorda la sua esperienza perch diventi anche la nostra. cos era. La genesi di Ges cos era: fu, e sar, come viene narrato qui. essendo sua madre fidanzata . Ogni uomo, come Giuseppe, ha come fidanzata Maria, madre del Figlio. Sta a lui accoglierla, con fidanza in lei e in ci che di lei la Parola gli comunica. Dicendo s a lei, dice s al dono di Dio. Maria la prima credente: in lei la Parola si fatta carne. Chi sposa lei, accoglie il Figlio, che per la potenza dello Spirito in lei generato dal Padre. Entrando in comunione con lei, accetta Dio stesso, che attraverso lei entrato nellumanit. Non si pu accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di chi lha gi accolto. Solo l, nel vero Israele, luomo trova la carne del Signore e il Signore che si dona ad ogni carne.
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a Giuseppe. Giuseppe, come detto, significa: Dio-aggiunga! il nome segreto di ogni uomo, finito che desidera allinfinito, anzi lInfinito - aperto a ci che lo trascende e solo pu colmarlo. Luomo fatto per tale aggiunta divina: Ci hai fatti per te, Signore, ed inquieto il nostro cuore fino a quando non riposa in te (S. Agostino). prima che si mettessero insieme. Si sottolinea che Giuseppe non centra con la nascita di Ges. Non lui, ma Dio stesso lo gener attraverso Maria. Giuseppe accoglie il Figlio accogliendo lei. si trov incinta. Luca 1,26-38 racconta come; Matteo dice semplicemente che si trov incinta. la sorpresa pi sconcertante e splendida, umanamente non programmabile, che possa avere una creatura: concepire linconcepibile, il suo Creatore. per opera dello Spirito Santo. Spirito significa vita, Santo di Dio. La vita di Dio lamore reciproco tra Padre e Figlio. Maria non sterile come le matriarche di Israele. La sua verginit, confessata incapacit di produrre il dono, puro desiderio di accoglierlo. Il desiderio non produce nulla, ma pu accogliere tutto: quel vuoto assoluto che solo capace di contenere il dono assoluto, lAssoluto come dono. v. 19 Giuseppe, suo sposo. Luomo fatto per sposare colei che gli trasmette il dono di Dio. poich era giusto e non voleva, ecc. Giuseppe, sapendo che il dono non gli spetta, tentato di ritrarsi. Ogni giusto, come ogni religione, giustamente rifiuta il vangelo, perch non oggetto di merito. Ma falsa umilt rifiutare ci che non ci spetta di diritto. Lamore non mai meritato; diversamente meretricio. Per questo sempre umile: si sa immeritato, dono dellaltro. decise di dimetterla di nascosto . Per rispetto, non per sospetto, Giuseppe decide di ripudiare Maria. Davanti al mistero di Dio si sottrae. Ma non vuole esporla a un rifiuto pubblico, come fosse adultera.
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v. 20 mentre stava rimuginando (cf 9,4; 12,25). Giuseppe non sa che fare; non soddisfatto della sua scappatoia. Rimugina, dormendo un sonno inquieto. un angelo del Signore gli apparve in sogno . Quando luomo dice: Ora basta (1Re 19,4ss), Dio fa i suoi doni (cf Sal 127,2). Nel sonno lui incontr Giacobbe, il patriarca fuggiasco (Gen 28,10ss), e raggiunse Elia, il primo profeta, anche lui in fuga (1Re 19,1ss). Nel sonno di suo Figlio raggiunger ogni uomo che dorme. I sogni interessano giustamente gli psicologi: uno agisce in base a ci che ha dentro. Nella veglia ci si difende, censurando ci che non si vuole. Nel sonno invece esce tutto in libert. Il giusto, che ha il cuore puro, ha i sogni stessi di Dio: la sua parola parla nel sonno delle altre parole, il suo angelo si rivela nel silenzio dellascolto. Il pericolo dar credito a sogni che sono semplici bisogni. Ma la parola di Dio, se entra nel cuore, risveglia nel profondo quel sogno segreto, che lo stesso di Dio. Giuseppe, figlio di Davide. Lerede della promessa chiamato dalla Parola ad accogliere il dono, con atto supremo di decisione e di libert. non temere. Le prime parole delluomo a Dio sono: Ho avuto paura (Gen 3,10). Per questo Non temere la prima parola che il Signore rivolge alluomo quando si manifesta. La paura, principio di ogni fuga, il contrario della fede. di prendere con te Maria. Maria media a tutti il dono di Dio. In questi primi due capitoli il Figlio sempre presentato con sua madre. Chi rifiuta la Madre, rifiuta il Figlio. La prima eresia - sempre costante!- il docetismo, che ritiene irrilevante la mediazione storica. Staccare Ges da Maria, da Israele, dalla Chiesa, dai fratelli, rifiutare la sua carne, salvezza di ogni carne. Il cristianesimo diventa ideologia, gnosi, che ha nulla a che fare con il Cristo crocifisso, rivelazione di Dio e liberazione delluomo. Chi dice: Cristo s, ma

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Israele no; Cristo s, ma Chiesa no; Cristo s, e mondo no, rifiuta Cristo stesso che si mischiato in un destino unico con Israele, Chiesa e mondo. La storia non qualcosa di passato che non c pi; come le radici per lalbero: gli danno linfa e gli permettono di innalzarsi al cielo senza crollare al primo vento. ci che in lei generato dallo Spirito Santo. Ci che in Maria viene da Dio: sposandone la madre, accogli il Figlio. v. 21 partorir un figlio e lo chiamerai . Maria lo partorisce; tu gli dai il nome, entri in relazione con lui e lui con te. Questa la dignit sublime delluomo: chiamare per nome il Nome, essere suo interlocutore, parlare con lui da amico ad amico. Ges. Significa Dio-salva. il nome di Dio, la sua realt per chi lo chiama. Chiunque invocher il nome del Signore, sar salvato (At 2,21). In nessun altro nome c salvezza (At 4,12), perch il nome dal quale ogni nome prende vita. Pu essere invocato da chiunque, per quanto perduto: Diosalva. salver il suo popolo dai suoi peccati . Tutti mi conosceranno, dal pi piccolo al pi grande, perch io perdoner le loro iniquit e non mi ricorder pi del loro peccato(Ger 31,34). Chiamiamo Dio per nome proprio in quanto perduti che vengono salvati. Dio amore senza limiti: lo conosciamo come tale solo nel perdono. v. 22 questo avvenne perch si adempisse, ecc. La storia di Ges vista in continuit con quella di Israele, come compimento della promessa a lui fatta. v. 23 la vergine concepir, ecc. citazione da Is 7,14, dove al re promesso un figlio, garanzia della fedelt di Dio. un segno che il re non osa chiedere, e che Dio invece vuol dargli. Quanti altri segni invece chiediamo, che lui non ci vuol dare! Emmanuele, che significa Dio-con-noi . Ges il Dio-che-salva perch il Dio-con-noi. E se Dio con noi e per noi, chi sar contro di noi? (cf Rm
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8,32ss). Con significa relazione, intimit, unione, consolazione, gioia, forza, scambio. Lui sempre con noi, in nostra compagnia (28,20), fino a quando anche noi saremo sempre in compagnia di Ges (cf 1Ts 4,17). Con lui, il Figlio, noi siamo finalmente noi stessi. v. 24 Giuseppe, risvegliato dal sonno. Il sonno di Giuseppe, per la parola che il Signore gli rivolge, diventa un risveglio, una risurrezione. fece, ecc. Giuseppe ascolta e fa la Parola - quella che viene non dalle sue paure, ma da Dio. il nuovo Adamo, che ascolta il Signore. Si risveglia dagli incubi della menzogna antica, e si ritrova davanti la sua sposa, e con essa il Figlio stesso di Dio, sua vita. accolse. Giuseppe apre il cuore e la mano per ricevere il dono. Fa il contrario di Adamo, che la chiuse per rapirlo. v. 25 non la conobbe, ecc. Si sottolinea la nascita verginale. Ges, nato da donna secondo la carne, figlio di Dio secondo lo Spirito, perch ogni carne riceva la figliolanza di Dio (cf Gal 4,5; Rm 1,3s). e lo chiam di nome Ges . Il capitolo inizia e termina con il Nome: Ges. E ci dice chi : il Cristo, latteso figlio di Davide, punto darrivo della promessa, linatteso discendente di Abramo, benedizione per tutte le genti, il Dio-chesalva, il Dio-con-noi, il Figlio, il dono di Dio, Dio stesso come dono, che riceviamo attraverso Maria.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come suggerito a p. 5 b. mi raccolgo immaginando la perplessit e il sonno di Giuseppe c. chiedo ci che voglio: non temere di prendere il dono di Dio in Maria d. contemplo la scena, immedesimandomi in Giuseppe da notare: Maria si trov incinta per opera dello Spirito Santo Giuseppe, suo fidanzato, cosa pensa e perch il sonno di Giuseppe e il suo sogno le parole dellangelo a lui il nome di Ges, Dio-salva Emmanuele, Dio-con-noi. cosa fa Giuseppe.
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4. Testi utili: Is 62,1-5; Sal 89; 72; 127; 2Sam 7,4-16; Is 7,10-14; Ger 23,5-8; 1 Re 19,1ss; Gen 37,1ss; 40,1ss; 41,1ss; Lc 1,26-38; Mt 12,46-50.

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3. DOVE IL RE DEI GIUDEI CHE FU PARTORITO? (2,1-12) 2,1 Nato Ges in Bethlem di Giudea nei giorni del re Erode, ecco dei Magi dalloriente arrivare a Gerusalemme, dicendo: Dove il re dei giudei, che fu partorito? Vedemmo infatti sorgere la sua stella, e venimmo per adorare lui. Avendo udito, il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui; e, riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro dove il Cristo nasce. Ora quelli gli dissero: In Bethlem di Giudea. Cos infatti scritto per mezzo del Profeta: E tu Bethlem, terra di Giuda, per niente sei il minimo tra i capoluoghi di Giuda. Da te infatti uscir un capo, colui che pascer il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati di nascosto i Magi, investig con cura da loro sul tempo dellapparizione della stella, e, inviatili a Bethlem, disse: Andate ed esplorate con cura circa il bambino; e quando lavrete trovato, notificatemelo, perch anchio venga ad adorare lui. Ora essi, udito il re, partirono; ed ecco la stella, che avevano visto sorgere, li precedeva finch giunse e si ferm sopra dove si trovava il bambino. Ora, vedendo la stella, gioirono di gioia grande assai. E, entrati nella casa, videro
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il bambino con Maria sua madre, e, prostrati, adorarono lui; e, aperti i loro tesori, offrirono a lui doni, oro e incenso e mirra. Ammoniti in sogno di non tornare da Erode, per altra via si ritirarono nella loro regione.

1. Messaggio nel contesto Dove il re dei giudei, che fu partorito?, chiedono i Magi. Giuseppe, ebreo, fidanzato di Maria, con laiuto della Parola dellangelo, sa dove il Messia; deve solo riconoscere e accogliere il dono. I pagani invece, e tra questi anche noi, rappresentati dai Magi, devono fare un cammino, guidati dalla stella, per giungere a Gerusalemme, e l informarsi dove nato il Signore. In Giuseppe vediamo il cammino di fede dellIsraelita, nei Magi quello del pagano. Trovare e incontrare il Dio-con-noi, colui che ci salva dai nostri fallimenti, il desiderio di ogni uomo. Il cap. 1 parla delle origini di Ges e di come Israele lo accoglie; il cap. 2 parla del suo futuro e di come tutti lo incontrano. Anche lui far un cammino, lo stesso del suo popolo: la discesa in Egitto con la sho degli innocenti e lascesa con il ritorno alla terra. Il Nazoreo, nella sua discesa e ascesa, nella sua uccisione e risurrezione, realizzer ogni promessa di Dio al suo popolo. La passione-glorificazione il tema di questo capitolo. La storia dei Magi ha sempre colpito la piet popolare. Sono diventati re, su suggerimento di Is 60,3 e del Sal 72,10s. Il loro numero nella nostra tradizione diventato tre, secondo i doni che offrirono. Rappresentano Sem, Cam e Jafet, i figli di No, tutta lumanit, primizia della Chiesa. Le loro reliquie si trovano a Kln in Germania, pregiato bottino che il Barbarossa sottrasse nel 1164 alla chiesa di S. Eustorgio prima di distruggere Milano. I loro nomi
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divennero Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, che in certe regioni, allinizio dellanno nuovo, si scrivono sulle porte a protezione di uomini e bestie. La loro fortuna legata al fatto che noi, venuti alla fede dal paganesimo, ci identifichiamo con loro. I temi principali del racconto sono due: la sapienza che guida alla rivelazione e la rivelazione che manifesta a tutti il Messia di Israele, luce per le genti. Il brano traccia il percorso per incontrarlo. Essendo gi nato, si tratta di scoprire dove lo si pu trovare. Il Salvatore innanzitutto presente nella stella, che raffigura la sapienza, principio di ogni ricerca. Questa porta a Gerusalemme: la sapienza apre alla rivelazione - e il Salvatore presente nella Scrittura , che fa conoscere in che direzione cercarlo. Seguendo le sue indicazioni, la stella riappare con luce nuova: la ragione illuminata dalla rivelazione, e conosce chi cerca. La gioia del cuore infine indica con precisione dove lui si trova. l che lo si adora e gli si apre il proprio tesoro - e il Signore presente nell adorazione (= portarealla-bocca), nel bacio di comunione con lui, e nel tesoro di chi dona come lui si donato. In questo scambio damore reciproco, Dio finalmente tutto in tutti (1Cor 15,28). Il cammino si compie nella scoperta del luogo dove generato il re, e il re nasce dove si compie questo cammino. La prima parola che Dio disse ad Adamo : Dove sei? (Gen 3,9), perch anche lui gli chiedesse a sua volta: Dove sei?, e i due si potessero incontrare. Il dove delluomo Dio, perch il dove del Dio-con-noi luomo. In questo racconto si presenta il natale dellanima ( Meister Eckhart ): la nascita del credente in Dio e di Dio nel credente. una generazione graduale, in cinque momenti: il con-siderare (stare-con-le-stelle) dellintelligenza che apre a de-siderare e seguire la propria stella, la Scrittura che svela colui che desideriamo, la gioia del cuore che mostra dove lui , ladorazione e infine il dono di s a colui che gi si donato.
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Anche se noi sappiamo il luogo materiale dove nato, non basta. Dobbiamo fare in prima persona litinerario dei Magi, con la fatica di un cammino notturno pieno di fascino e di paure, di desideri e di dubbi, di speranze e di incertezze, sotto la guida di una mobile stella che appare e scompare. Diversamente siamo come Erode, che vuole ucciderlo, o come gli scribi e i sacerdoti - il cui sapere serve a dare indicazioni a chi lo uccide. S. Agostino dice: Lanima pi presente dove ama che nel corpo che anima. Quello dei Magi il cammino dellamore che, attraverso la ricerca dellintelligenza e della rivelazione, la gioia e ladorazione, giunge al dono di s. In questo gesto noi nasciamo in lui e lui in noi. Il suo dove diventa il nostro dove! Nel brano c una divisione drammatica che ognuno si ritrova dentro: giocarsi o non giocarsi nel seguire i desideri profondi del cuore? Il lontano cerca e interroga, e cos trova e dona con gioia; il vicino sa dove il Signore, ma non lo cerca, interroga la Scrittura, ma non se ne lascia interrogare, e cos cercher di ucciderlo. Alluomo sono possibili due azioni: luccisione o la donazione di s. Ambedue saranno assunte nella storia della salvezza. Proprio il rifiuto, che lo porter sullalbero della croce, far compiere al Figlio che adoriamo il cammino del dono di s che ci salva. Ges il re dei giudei, il Cristo, luce per le genti, nato per tutti in Bethlem di Giudea. La luce della ragione e della rivelazione porta a lui lumanit, che in lui trova la propria vita. La Chiesa, oltre che da giudei, fatta anche da pagani che, come i Magi, fanno il cammino di ricerca fino a trovarlo, baciarlo e aprire a lui il loro tesoro.

2. Lettura del testo 2,1 Nato Ges. Il-Dio-che-salva c gi. Matteo descrive come trovare dove nasce, perch il suo natale sia anche il mio.

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in Bethlem. la citt di Davide. Luca racconta anche come, a causa del censimento, nasca a Bethlem (Lc 2,1ss). nei giorni di Erode . Erode il grande, re dispotico e dissoluto. Aveva ricostruito sontuosamente il tempio, ma era odiato dal popolo come straniero e vassallo dei romani. il re di Giudea, della terra che possiede; non re dei giudei, delle persone che vi abitano. Loro re il Cristo, che libera! dei Magi. Mago denota un appartenente alla casta sacerdotale di Persia. Pi tardi, nellellenismo, designa teologi, filosofi e scienziati orientali, come anche astrologi, stregoni e ciarlatani. La linea di demarcazione tra queste categorie di persone non mai chiara! Sofocle ed Euripide li intendono in senso negativo. Filone chiama mago Balaam, il profeta pagano che viene dalloriente (Nm 23,7, LXX) e annuncia la stella che sorger su Israele (Nm 24,17). Gli ebrei hanno sempre avuto unallergia contro il magico, cos comune presso gli altri popoli. Anche se va tornando di moda, rappresenta una regressione pericolosa. Come la scienza sottrae alla magia le energie materiali e le mette al nostro servizio delluomo, cos la fede le sottrae il bene e il male e lo consegna alla nostra responsabilit. Uno purtroppo pu conservare la mentalit infantile anche in uno solo dei due ambiti, dimenticando che il magico si fa sempre tragico! Cristo visto come la luce, la Parola che pone fine al tragico della storia, per affidarla alla libert delluomo. In questo racconto i Magi sono visti in termini positivi. Non sono dei maghi, ma dei sapienti che seguono le indicazioni della stella. Guardare le stelle, stupirsi davanti allimmensit del cielo e cercare di comprenderlo, scrutarne il ritmo e larmonia, linizio del sapere umano. Il cielo regola la terra: ne scandisce il succedersi delle stagioni, dei mesi, dei giorni e delle ore, ne determina il lavoro e il riposo, le semine e i raccolti, il separarsi e il ritrovarsi, il far lutto e il far festa. Misurare il tempo la scienza prima delluomo, cosciente che il tempo a lui disponibile limitato. I Magi non si accontentano di
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osservare le stelle nel loro apparire, permanere e scomparire: per loro la scienza non solo losservazione di ci che c, ma anche il chiedersi che cosa significa. Loriente lorigine del sole e della sapienza, della natura e della cultura. Tutto ci che Dio ha fatto, anche loriente, trova in Gerusalemme la sua sorgente (Sal 87). v. 2 dove. la domanda che guida a cercare e porta a trovare. Luomo definito dal tempo e dallo spazio, dal quando e dal dove. Il tempo la vita; lo spazio la delimita dal resto. Il quando non un problema: lunico quando sempre e solo ora - il resto non c pi o non ancora. Il problema aperto resta quello del dove. Per questo luomo pellegrino, in cerca del suo dove, che lo fa essere quello che e sentire a casa sua. Dove nato il Signore, che devo e desidero trovare ora? La sapienza, riflesso della luce increata, guida i Magi a Gerusalemme: l il centro del popolo depositario della promessa e della Scrittura. La ragione, nel cercare salvezza, si apre alla rivelazione, l dove essa data. in Israele che si trova il Cristo, per tutti e per sempre. Perdere questa radice, perdere il frutto. La prima tentazione aprirsi a Dio, ma negando la storia in cui si rivela e agisce, riducendo il tutto a ideologia e simbolo, senza il suo contenuto. ci che fanno i vari illuminismi e moralismi antichi e recenti, come, ad esempio, New age. Chi non riconosce Ges nella carne, non ha lo Spirito di Dio (1Gv 4,2s); semplicemente ingannato. Sganciarsi da Israele, antico e nuovo, da Maria e dalla Chiesa, perdere il vangelo: la carne del Dio-con noi. La salvezza viene dai giudei (Gv 4,22); una persona e ha un nome: Ges (1,25). il re dei giudei. C Erode, re di Giudea, e Ges, re dei giudei. Il primo tiene in mano tutti; il secondo si mette nelle mani di tutti. Quegli sar persecutore, e questi perseguitato - alla fine giudicato, schernito e crocifisso, sempre come re. Come in Giudea, cos in ogni angolo della terra, ci sono due modi opposti di
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essere re: uno potente che opprime, laltro umile, che salva (Mt 20,24-28). I due stanno tra loro come tenebre e luce. I Magi cercano il re dei giudei, non il re di Giudea. A casa loro potevano trovare di meglio - anzi di peggio! Il re il modello di uomo, limmagine di Dio. Quale re e quale uomo, quale Dio e quale salvezza cerchiamo? la sua stella. Ognuno ha una stella, che con lui nasce e si spegne, pensavano gli antichi. Il nostro nome infatti in cielo, in Dio! Ai tempi di Ges ci fu una congiunzione tra Giove e Saturno - stella del sabato, festa dei giudei. Inoltre apparve la cometa di Halley. Qualunque sia stato il segno, si tratta di una stella teologica. Probabilmente Matteo, che scrive per giudeo-cristiani, pensa alla stella vista dal pagano Balaam (Nm 24,17). Se la scienza misura ci che visibile, la sapienza ne cerca la verit invisibile, e non si appaga fino a quando giunge ad aprirsi al senso ultimo: Ogni pensiero non decapitato fiorisce nella trascendenza( Adorno). La stella, luce nella notte, la ragione umana, che, mai soddisfatta di ci che sa e aperta a ci che ignora, guida luomo verso una verit sempre pi grande. La Sapienza conduce anche i pagani (cf At 17,26s) nel loro esodo, come luce di stella nella notte (Sap 10,17). vedemmo/venimmo . Non basta vedere. Bisogna muoversi e compiere un impegnativo percorso di ricerca, senza mai barattare la verit con le proprie certezze. Chi, come Erode e gli scribi, sta nel palazzo dei propri interessi o nella citt delle sue persuasioni - anche giuste! - non incontra la verit. Anzi, la distrugge, ovunque sia. Larrivo dei Magi a Gerusalemme richiama Is 60,1-5 (cf Sal 72,10-15). per adorare lui. Adorare il desiderio che muove ogni cammino fin dal principio, il fine di ogni capire e fare. Adorare portare-alla-bocca, baciare, in comunione di amore e di respiro. Quanto qui i Magi fanno, faranno alla fine anche gli apostoli (28,17).
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v. 3 avendo udito, il re Erode fu turbato . Erode e tutta Gerusalemme ascoltano la domanda e la ricerca dei popoli che a loro si rivolgono. Il turbamento generale la sorpresa di chi deve decidere quale re vuole: se Erode, uguale a quello che hanno tutti, oppure quello che Dio ha promesso. v. 4 sommi sacerdoti e scribi del popolo . Lautorit politica convoca quella religiosa e intellettuale per sapere dove nasce questo re. v. 5 in Bethlem (Mi 5,1). Costoro hanno la risposta esatta. Muovono gli occhi sulle Scritture, ma queste non muovono i loro piedi verso il Signore. Sanno la verit, ma ne stanno lontani. Quante volte il sapere serve per difendersi da ci che si sa! Dovrebbero uscire per andare incontro al Signore. Chi non esce per incontrarlo, con il suo conoscere si fa complice di chi uccide. v. 6 il minimo . Il pi piccolo, il minimo, il criterio della scelta di Dio, opposto a quella di Erode e di ogni uomo. Il tsim-tsum per gli ebrei la caratteristica di Dio che si restringe per lasciare spazio e vita a tutti. Dio sceglie Israele come suo popolo perch il pi piccolo tra i popoli (Dt 7,7). Cos sceglie come re Davide, il pi piccolo tra i suoi fratelli (1 Sam 16,11). Dio sceglie le cose che non sono per ridurre a nulla quelle che sono (1Cor 1,28). Per questo nessuno dei potenti e dei sapienti di questo mondo pu riconoscerlo (1Cor 2,8). Per trovare dove il Signore, bisogna guardare nella direzione in cui lui . E lui, il pi piccolo tra i fratelli (cf 25,40.45), tra i piccoli. La ragione fa cercare il Salvatore, la rivelazione dice dove trovarlo: la prima dice che c, la seconda chi - dando alla prima nuovi criteri di valutazione, gli stessi di Dio. Per questo a Gerusalemme la stella scompare - la ragione per un po si oscura davanti alla rivelazione, come le stelle davanti al sole -, ma poi riappare con indicazioni pi precise. v. 7 Erode, chiamati di nascosto i Magi, investig con cura, ecc. Il re di Giudea nemico del re dei giudei. Utilizza per i suoi piani sia la scienza indifferente degli scribi che la sapienza impegnata dei Magi. Di tutto si serve il male, soprattutto del bene! Pu sempre considerare a suo servizio gli
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indifferenti, e fare degli impegnati i suoi alleati pi pericolosi, perch inconsapevoli. Un sapere che non ama, sempre anticristico; ma anche un amore che non oculato si fa strumento di satana (cf Pietro in 16,21-23). Comunque il Signore resta lunico Signore della storia, e tutto alla fine esegue il suo disegno di amore ( cf Rm 8,28; At 4,27s; Ap 17,17). v. 8 inviandoli . Erode fa dei Magi i suoi emissari, in buona fede. esplorate con cura, ecc. Li vuol coinvolgere nelle sue trame, senza che se ne accorgano. v. 9 ecco la stella. La stella li aveva condotti a Gerusalemme. Ma qui non finisce la ragione; nella rivelazione conosce il dove trovare chi cerca, e scopre la madre e il bambino. v. 10 gioirono di gioia grande assai. Dio amore; la gioia il suo profumo , segno della Presenza. Dove c lui, c gioia; la tristezza segno della sua assenza. Essa comunicata a chiunque ama, a chi scopre il tesoro (13,44), a chi incontra il Vivente (28,8s). La gioia del cuore indica dove sta colui che cerchi: dentro di te. Colui che gi era presente nel cammino come desiderio e tensione, nella gioia del cuore si offre come appagamento e distensione. Qui finalmente entri in casa, e trova il Re! v. 11 videro il bambino . Il bambino da vedere. Dov il bambino, se non nel cuore di chi lo ama, lo ascolta e ne gioisce? e sua madre . Il bambino lo trovi se entri nella casa, ed sempre insieme a sua madre. La madre il cuore di chi gi prima lha accolto e generato, e diventa il nostro stesso cuore che gli d la sua carne. Il Figlio lo trovi in Israele, in Maria, nella Chiesa, nei fratelli, in te stesso se lo ami e lo ascolti! prostrati, adorarono lui. Si arresta il cammino esteriore; con ladorazione comincia quello interiore. Tre volte si dice adorare (vv. 2.8.11). aperti i loro tesori. Il tesoro in Matteo il cuore delluomo: dove il tuo tesoro, l il tuo cuore (6,21; cf 12,35; 13,52; 19,21).

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oro, incenso e mirra . I Magi aprono il loro cuore e offrono ci che contiene. Loro, ricchezza visibile, rappresenta ci che uno ha; lincenso, invisibile come Dio, rappresenta ci che uno desidera; la mirra, unguento che cura le ferite e preserva dalla corruzione, rappresenta ci che uno . La regalit, la divinit, la mortalit propria della creatura, tutto ci che luomo ha, ma soprattutto ci che desidera e ci che gli manca, il suo tesoro. Apre a Dio i suoi averi, i suoi desideri e le sue penurie. E Dio entra nel suo tesoro. Qui il dove il Figlio generato dal Padre. La carne del nostro cuore gli madre. Dando ci che sono, i Magi ricevono colui che , e diventano essi stessi simili a lui. Dio nasce nelluomo, e luomo in Dio. Qui si compie il cammino. v. 12 ammoniti in sogno. Anche i Magi, come Giuseppe, ricevono in sogno il messaggio di Dio. Il sogno di Dio influisce sulla storia pi del potere di ogni potente, e lo beffa. si ritirarono nella loro regione. Tornano doverano partiti. Ma per altra via: non pi quella di chi cerca uno che non conosce, ma quella di chi ha trovato colui che cerca. Infatti non sono pi quelli di prima; hanno trovato dove nato il re. Il dove di Dio il cuore delluomo, e il dove delluomo il cuore di Dio. Si ritirarono da anacoreti - dice il testo greco - nella loro stessa terra. Hanno con s ormai un nuovo cielo e una nuova terra, seme che porteranno ovunque andranno.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come suggerito a p. 5 b. mi raccolgo immaginando il cammino dei Magi: da oriente a Gerusalemme, da qui a Bethlem c. chiedo ci che voglio: trovare il dove generato il Signore, e chiedo laiuto di Maria d. traendone frutto, ripercorro il cammino dei Magi da notare: la stella: i desideri che muovono la ricerca della ragione larrivo a Gerusalemme: la ragione che porta alla fede le indicazioni degli scribi: la Scrittura che d nuova luce alla ragione Bethlem, da te uscir il capo latteggiamento di Erode, sacerdoti e scribi
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la gioia grande nella casa videro il bambino con Maria sua madre adorarono lui offrirono a lui i doni si ritirarono.

4. Testi utili: Is 60,1-6; Sal 72; 87; At 17,24-29; Rm 1,18-23; Sap 13,1-9.

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4. NAZOREO SAR CHIAMATO 2,13-23 2,13 Ora, ritiratisi essi, ecco un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe, dicendo: Risvegliati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta l finch te lo dico. Erode infatti sta cercando il bambino per ucciderlo. Egli, risvegliatosi, prese il bambino e sua madre nella notte, e si ritir in Egitto. Ed era l sino alla fine di Erode, perch si compisse quanto fu detto dal Signore per mezzo del profeta che dice: DallEgitto chiamai mio figlio. Allora Erode, vedendosi beffato dai Magi, si adir molto, e mand ad uccidere tutti i bambini di Bethlem e di tutti i suoi dintorni, dai due anni in gi, secondo il tempo su cui si era informato dai Magi. Allora si comp quanto fu detto per mezzo del profeta Geremia che dice: Una voce fu udita in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele sta piangendo i suoi figli, e non voleva essere consolata, perch non sono pi. Ora, finito Erode, ecco un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe in Egitto, dicendo: Risvegliati, prendi il bambino e sua madre e va in terra dIsraele. Sono morti infatti quelli che cercavano la vita del bambino. Ora egli, risvegliatosi, prese il bambino e sua madre, ed entr in terra dIsraele. Ora, udito che Archelao regnava nella Giudea
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al posto del padre Erode, temette di andare l. Ammonito in sogno, si ritir nelle parti della Galilea; e, venuto, fece casa in una citt detta Nazareth. In questo modo si comp ci che fu detto dai profeti: Nazoreo sar chiamato.

1. Messaggio nel contesto Il Nazoreo, come sar chiamato Ges, il compimento di quanto fu detto per mezzo dei profeti. Accolto da Giuseppe e dai Magi (2,1-12), rifiutato dai sapienti e dai potenti, egli rivive la storia del suo popolo: attraverso lEgitto e lesilio - con luccisione degli innocenti, anticipo della sua - torna alla terra promessa. Cos compie puntualmente quanto scritto. In questo brano si presenta la storia di Ges come un viaggio. il viaggio del Figlio, che incontra i fratelli perduti, ripercorrendo la stessa via. Il racconto diviso in tre quadri: la discesa/risalita dallEgitto (vv. 13-15), la sho degli innocenti (vv. 16-18) e il ritorno alla terra (vv.19-23). Ogni quadro termina con una citazione biblica, che interpreta il fatto alla luce della Parola: la storia di Israele profezia di Ges. Lui, che scende e risale dallEgitto, il Figlio che realizza il nuovo esodo definitivo (Os 11,1). La sho degli innocenti, preludio di quella del Giusto, vista come il male supremo dellesilio (Ger 31,15). LEgitto e lesilio sono la duplice esperienza di schiavit, causata luna dal peccato altrui e laltra da quello proprio: da ambedue libera il Nazoreo, che il dunque della promessa (1,17). Da Nazareth, nella Galilea dei pagani, sar luce per ogni uomo che dimora nelle tenebre e nellombra di morte (4,15s). Il Nazoreo , allo stesso modo del popolo dIsraele, il Figlio liberato dalla mano dEgitto e lesule che ritorna alla terra. Il male, sia subto che fatto questultimo ci dispiace di meno, ma lunico vero male! -, non vanifica la

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promessa di Dio. Anzi, la realizza nel Giusto che non lo fa e lo porta su di s, compiendo ogni giustizia (cf 3,15). Il brano rappresenta in sintesi il dramma di Israele e di tutti. Da una parte c il re e dallaltra il bambino: il buono perseguitato dal malvagio, il bene perdente, il male sempre pi forte. Ma alla fine vince linnocente, proprio con il suo sangue. La storia, da vittoria dei potenti e massacro degli innocenti, diventa la storia del Figlio prediletto, che salva i fratelli che lhanno venduto (cf Gen 50,20). Le macchinazioni del male, alla fine, senza saperlo eseguono ci che la sua mano e la sua volont aveva preordinato che avvenisse (At 4,28; Ap 17,17). Dio Dio della storia: pur rispettando la nostra libert, onora divinamente anche la sua! Ges il Figlio, totalmente solidale con il destino dei suoi fratelli. La Chiesa, in e con lui, compie il suo stesso cammino nella storia.

2. Lettura del testo 2,13 Ora, ritiratisi essi. Viene ripreso il tema anacoretico del ritiro (cf v. 12). un angelo del Signore appare in sogno . Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sognatore: nella profondit del suo cuore puro, vede Dio (cf 5,8). Il sogno a noi sembra irreale; invece il principio di ogni realt. Uno, anche se non lo sa, realizza sempre i suoi sogni. Ma sono quelli di un cuore puro o impuro? I sogni di Dio alla fine sempre si compiono, anche se a noi sembrano impossibili (Sal 126,1; At 12,9; Lc 24,11.37). risvegliati, ecc. Langelo dice la Parola che ci risveglia alla vita con il sogno di Dio. Giuseppe non risponde alla Parola con parole, ma con la carne. La risposta lui stesso, che la esegue alla lettera (vedi v. 14; vv. 20-21; cf 1,2124): le d corpo offrendole il suo corpo. Questo lamore coi fatti e nella verit (1Gv 3,18), il culto gradito a Dio (Rm 12,1). Obbedire ( ob-audire) significa

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ascoltare stando davanti, rivolto allaltro. Chi obbedisce come il Figlio, uguale al Padre perch ascolta e fa la sua parola. il bambino e sua madre . Maria nominata allinizio come la sposa di Giuseppe (1,18); poi si parla del bambino e sua madre (vv. 11.13.14.20.21), anteponendo sempre il bambino. Maria, Israele e la Chiesa non sono il centro: portano al centro, che lui! Ma sia lui che la madre sono affidati alle mani di Giuseppe, prototipo dei credenti. fuggi in Egitto . Il re dei giudei fugge in Egitto a causa del re di Giudea - come Giuseppe fugg in Egitto per linvidia dei suoi fratelli. Erode sta cercando. Erode figura del Faraone allinterno di Israele, della Chiesa e di ciascuno di noi. Nella nostra paganit, come c la ricerca dei Magi per adorare il Signore, cos c la ricerca di Erode, che, come il Faraone, uccider i figli. Ges, miracolosamente salvato come Mos, entra in Egitto per compiere il nuovo esodo. v. 14 risvegliato, prese il bambino e sua madre nella notte . Nella notte, Giuseppe risvegliato, ed esegue la parola di Dio. si ritir. Vivr in Egitto da forestiero (cf vv. 12.13), solidale con la solitudine di tutti gli oppressi, suoi fratelli. v. 15 sino alla fine di Erode. Erode, come il Faraone, finisce; il Figlio, come Israele, ne vede la fine. Dio dallalto ride sui potenti e le loro trame (Sal 2,4). perch si compisse. La sua fuga obbligata non la fine, ma il compimento del disegno di Dio. Il male ne un esecutore: ha scavato la fossa nella quale cade (Sal 7,16). dallEgitto chiamai mio figlio (Os 11,1). Luscita dallEgitto vista come la nascita del Figlio dal ventre oscuro della schiavit. Osea, qui citato, parla del nuovo esodo da un Egitto ancora pi duro: il ritorno da Babilonia. Segner linizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo, che fiorir nel deserto (Os 2,16): la sposa adultera torna allamore della sua giovinezza.

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v. 16 si adir molto. limpotenza del potente beffato dal riso di Dio (Sal 2,4). Invece di tremare, si adira. Ma invano. mand ad uccidere tutti i bambini . Erode, come il Faraone, uccide i figli di Israele. I bambini (in greco significa anche servi) di Bethlem rappresentano il sangue di tutti i giusti, da Abele a Zaccaria (Lc 11,51), dal primo allultimo innocente di ogni sho. Prefigurano il sangue del Servo, il Figlio che salver i fratelli. Il destino dei giusti - e dei peccatori - lo stesso dellunico Giusto che si fatto per noi peccato (2Cor 5,21). v. 17 si comp. la profezia di Geremia sullesilio (Gen 31,15). v. 18 una voce fu udita in Rama, ecc. il grido di Rachele, sepolta in Rama, presso Bethlem, che vede sfilare davanti a s i suoi discendenti deportati a Babilonia. Lesilio conseguenza del peccato proprio. Non si tratta, come in Egitto, di giusti che ingiustamente soffrono, ma di ingiusti che giustamente soffrono. Questa per non la giustizia di Dio: il figlio esiliato compianto, come dalla madre Rachele, cos anche dal Padre. Dio piange per lesilio delluomo. In Geremia lesilio il luogo della liberazione definitiva: colui che ci ama di amore eterno dice di non piangere perch ci riedificher, ci perdoner, far con noi unalleanza eterna, e cos tutti conosceremo il Signore (Ger 31,3s.16.31-34). Nelluscita dallEgitto mor il potente ingiusto; nelluscita dallesilio morir il Giusto, e lOnnipotente stringer con noi unalleanza nuova. perch non sono pi. Lesilio la morte del Figlio: linfedelt lo riduce a non essere pi. Io-Sono, nel suo amore, lo ricondurr allesistenza; ma non pi con segni di potenza, come in Egitto, ma con limpotenza della croce, prefigurata nella sho dei bambini-servi. Il cammino del Figlio passa attraverso la solidariet coi fratelli nella loro oppressione e nel loro peccato, fino alla maledizione del loro non-essere-pi, facendosi lui stesso abbandono, maledizione e peccato (27,46; Gal 3,13; 2Cor

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5,21), perch ogni abbandono non sia pi abbandonato, neanche labbandono di Dio. La croce sar vicinanza di Dio a ogni abbandonato da Dio (27,46). v. 19 finito Erode (v. 15). Erode finisce; il disegno di Dio dura in eterno, e ingloba qualunque azione, per malvagia che sia. un angelo del Signore, ecc. la terza volta che il Signore parla a Giuseppe in sogno. Il sonno delluomo dove Dio massimamente si rivela: la sua parola definitiva sar il sonno stesso del Figlio delluomo, la parola della croce (1Cor 1,18). v. 20s risvegliati, prendi il bambino e sua madre, ecc. Per la terza volta Giuseppe colui che puntualmente esegue la Parola. v. 22 udito che Archelao, ecc. Entrato nella terra, rimane aperto al sogno di Dio. semplice come una colomba, ma astuto come un serpente (10,16). si ritir. Il quarto sogno lo porta al ritiro ultimo, dove il Nazoreo prende casa e nome nella terra! Le quattro tappe del suo ascoltare/fare sono le stesse di ogni uomo: prendere in sposa Maria, la madre del Figlio di Dio e chiamarlo per nome (1,24s), compiere con loro sia lentrata che luscita dallEgitto e dallesilio - il cammino dalla croce alla risurrezione -, sino a far casa nella terra, e qui, infine, vivere con discernimento. si comp ci che fu detto dai profeti: Nazoreo sar chiamato. Nessun profeta ha questa espressione. Matteo lo sa bene. E sa di dire la verit. Non dice infatti: Ci che fu detto dal profeta bens Ci che fu detto dai profeti. Tutta la Bibbia, da Mos a Giovanni Battista, ha profetato di lui, il Figlio generato prima di ogni creatura, nel quale, attraverso il quale e per il quale tutto stato fatto (cf Col 1,15-17). Ges, chiamato dai giudei il Nazoreo, che viene da Nazareth, colui di cui tutto parla e che tutto definitivamente dice (Gv 1,18). Ges, presentato in questi due capitoli come il Cristo, il discendente di Davide, il Figlio generato da Dio in forza dello Spirito Santo, il Dio-con-noi, colui che salva il popolo dai peccati, colui che ripercorre la storia umana per

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farla uscire dalla tenebre della schiavit (Egitto) e della morte (esilio), attraverso il suo essere figlio, bambino/servo. Matteo, partendo da Ges e guardando lui, rilegge la storia passata, e vede come veramente Dio compie in lui ogni sua parola, senza lasciarne andare a vuoto neppure una sola (1Sam 3,19). Il termine Nazoreo ha assonanza con Gdc 13,5.7, in cui Sansone chiamato Nazir, che significa consacrato, e che i LXX traducono Naziraos. Ha pure assonanza con Is 11,1, in cui si parla di Neser il germoglio che spunta dal tronco di Jesse. Sono assonanze sulle quali lautore ebreo pu giocare. Non solo perch scrive senza vocali, ma soprattutto per ci che sa di Ges. Ci che conta che il Nazoreo - qui associato da Matteo a Nazareth - il dunque della storia di Dio e delluomo. Questo suo ritiro nellumile quotidianit il mistero stesso del Dio-con-noi, che rende divina ogni quotidianit - ogni riposo e fatica, ogni gioia e dolore, ogni amore e timore, ogni lavoro e frutto delluomo.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il cammino da Bethlem allEgitto e dallEgitto a Nazareth c. chiedo ci che voglio: accogliere il Nazoreo come il tutto della mia vita: in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9), in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3) d. traendone frutto, contemplo le varie scene: la discesa in Egitto, la sho dei bimbi/servi, lascesa alla terra, la casa a Nazareth da notare: i sogni di Giuseppe: cosa dicono e come li esegue la fuga in Egitto dallEgitto ho chiamato mio figlio mand ad uccidere tutti i bambini il pianto di Rachele per i suoi figli che non sono pi (lesilio) Nazoreo sar chiamato il mistero della quotidianit di Nazareth.

4. Testi utili: Sir 3,2-6; Sal 128; 1Gv 1,5-2,2; Sal 124; Sal 2; Os 11,1ss.

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5. IO VI BATTEZZO CON ACQUA PER LA CONVERSIONE 3,1-12 3,1 2 3 Ora in quei giorni compare Giovanni il Battista, proclamando nel deserto della Giudea, dicendo: Convertitevi, poich qui il regno dei cieli. Egli infatti colui che fu detto per mezzo del profeta Isaia che dice: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, fate diritti i suoi sentieri. Ora lui, Giovanni, aveva il suo vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno alla sua vita, e suo cibo erano locuste e miele selvatico. Allora usciva verso di lui Gerusalemme e tutta la Giudea e tutta la regione attorno al Giordano, ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Ora, vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Progenie di vipere! Chi vi ha suggerito di sfuggire allira imminente? Fate dunque frutto degno della conversione e non crediate di dire tra voi: Abramo abbiamo per padre. Vi dico infatti che Dio pu da queste pietre suscitare figli ad Abramo. Ora gi la scure posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa frutto buono tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me pi forte di me, e io non sono degno di portargli i sandali. Lui vi battezzer in Spirito Santo e fuoco.
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Il suo ventilabro ha in mano e pulir la sua aia: e raccoglier il suo grano nel granaio, ma la pula brucer con fuoco inestinguibile.

1 messaggio nel contesto Io vi battezzo con acqua per la conversione, dice Giovanni a quelli che vanno da lui. lultimo profeta, lElia che deve tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore (17,12s; cf Ml 3,23s). Solo passando per lacqua - il caos primordiale, il diluvio e la morte dove ci ha condotto il peccato - riceveremo il fuoco dello Spirito, la vita nuova dei figli di Dio. Giovanni prepara ad accogliere il Signore che viene. I profeti in Israele mantengono viva la promessa. Non solo richiamano allobbedienza, ma, soprattutto, impediscono che la religiosit si riduca a sola legge, senza cuore, senza uomo ed infine senza Dio. Dietro la Parola, c colui che parla. Non c solo unidea da capire o un ordine da eseguire, ma da stabilire comunione con colui che nella sua parola comunica se stesso. Per questo il profeta chiama a guardare in alto (Os 11,7), a levare lo sguardo dalle cose alla mano e al volto di chi le porge. Dimenticare questo cadere nel feticismo: ci si innamora dellanello e si dimentica il fidanzato. Il pericolo di una religione della Parola ridurre questa a feticcio, come nelle varie forme di fondamentalismo, dottrinarismo e legalismo. Con la Scrittura si pu fare ci che i pagani fanno con gli altri doni di Dio: dimenticare il rimando a lui. Al pollo interessa il becchime, non chi glielo d, se non nella misura in cui glielo d. Che la Scrittura non sia il della nostra religiosit, invece che lincontro con il Signore! Luomo si distingue dallanimale per la sua lettura simbolica della realt. Giovanni il profeta che sta sulla soglia tra il passato e il futuro. Per lui la promessa non la tomba, ma il grembo della novit. Icona dellAT che passa
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al suo compimento, lElia che deve venire (Ml 3,23), che anzi gi venuto, anche se non riconosciuto, anticipando il destino di colui che vuol far riconoscere (17,10-13). Punto darrivo della paziente fatica di Dio durata millenni, il Battista luomo pronto ad accogliere, oltre ogni promessa, il Signore che ha promesso. Non solo lasceta o il mistico che incontra Dio nella solitudine del deserto: lapostolo, che vuol aprire tutti ad accogliere colui che sempre viene, e attende solo di essere accolto. Precedendo cronologicamente il Signore di un passo, spiritualmente lo segue. Lui la voce che lo proclama - e il Signore la sua parola. La figura del Battista suscit molta impressione. Qualcuno lo riteneva il Messia (Gv 1,19s). Marco lo presenta come langelo di Ml 3,1s, che prelude la venuta del Signore (Mc 1,2). Qui Matteo lo presenta come colui che annuncia la fine dellesilio (3,3; Is 40,3). Egli, come Elia, luomo davanti a Dio, pronto allincontro. Come tutti i profeti, denuncia il peccato e annuncia il perdono. Ma, rispetto a loro, ha una coscienza nuova. Sa che arriva colui che ha promesso. Questi ci battezzer, invece che nellacqua della morte, nel fuoco del suo amore. Il Battista rappresenta la rottura del limite ultimo delluomo: desiderio che si apre al desiderato che viene, porta che si spalanca al Signore che bussa. Questo testo si legge durante lavvento. Tutta la nostra vita attesa di colui che avvento: noi tendiamo a lui, perch lui viene a noi. Il brano si articola in tre parti: lapparire di Giovanni nel deserto che annuncia la venuta del regno e la fine dellesilio (vv. 1-6), il suo appello alla conversione (vv. 7-10), lannuncio del Messia che viene col fuoco del suo Spirito (vv. 1112). Ges il Figlio che il Padre manda ai fratelli per ricondurli dallesilio a casa. colui che deve venire. E viene per chi lo attende, come il Battista. La Chiesa, seguendo il suo esempio, entra nella promessa di Dio.

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2. Lettura del testo 3,1 Ora, in quei giorni . il primo inizio con queste parole. La liturgia ogni volta che legge il vangelo, comincia cos: In quel tempo, ecc. . Quei giorni, o quel tempo, di cui il vangelo racconta, sono i giorni e il tempo in cui si immerge chi ascolta. La lettura lo attualizza: lo rende attualmente presente a ci che accade, perch accada anche a lui. Lascolto introduce nelloggi eterno di Dio: fa rivivere in prima persona ci che narrato. Affrettiamoci dunque a entrare in questoggi di Dio (Eb 4,11). compare Giovanni il Battista . Giovanni significa grazia-di-Dio; Battista, diventato quasi il suo cognome, significa battezzatore. Lui battezza, ossia immerge luomo nella sua verit, perch possa aprirsi alla verit di Dio. proclamando. Non un predicatore. banditore di una notizia, la notizia decisiva della storia: la fine dellesilio e larrivo del regno. E proclama le condizioni per accoglierlo. nel deserto. Il deserto, posto tra lEgitto e la terra, per Israele il luogo del gi e non-ancora: gi fuori della schiavit, non ancora nella libert. il luogo del cammino e del dubbio, dellascolto e della ribellione, della fiducia e della caduta. Nel deserto non c nulla, e si va verso il tutto. La solitudine mette ognuno davanti a s, agli altri e allAltro, senza via di scampo. L fu data la Parola e la manna, lacqua ed il cibo, che formarono il popolo di Dio. Israele, una volta passato, ricorda il deserto come il tempo del fidanzamento, in cui Dio e popolo si parlavano. E attende un nuovo deserto, un rifiorire del primo amore (Os 2,16ss). della Giudea. il deserto tra Gerusalemme e Gerico. Il Battista mandato al popolo dIsraele, primo destinatario della promessa, in cui saranno benedette tutte le stirpi della terra (Gen 12,3). v. 2 convertitevi . il centro della predicazione profetica. Dio-salva! Bisogna con-vertirsi a lui, e non per-vertirsi in altre direzioni. Luomo, che fin dal principio fugge da Dio, chiamato a invertire il cammino, il suo modo di
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pensare e di agire. La conversione pi difficile quella religiosa: cambiare il modo di pensare Dio e di rapportarsi a lui, volgersi dalla nostre idee su di lui - i nostri idoli! - a lui come si rivela: Guardate a lui e sarete raggianti (Sal 34,6). La conversione mettere al centro Dio e non il proprio io o le proprie immagini di Dio. ristabilire lordine della creazione. perch qui il regno dei cieli (cf 4,17!). il motivo della conversione. Il regno di Dio Dio stesso che regna e libera luomo da ogni schiavit, rendendolo a sua immagine e somiglianza. Ci per cui Dio Dio la sua libert. E vuol comunicarla alluomo, facendolo suo figlio nel Figlio. colui che fu detto per mezzo del profeta Isaia (Is 40,3). Giovanni visto come il compimento della profezia che annuncia la fine dellesilio e il ritorno alla terra. Lesilio lesperienza fallimentare del popolo di Dio. I profeti hanno sempre inutilmente cercato di spiegarne la causa, prima e dopo che avvenisse - prima perch non avvenisse, e dopo perch fosse possibile il ritorno. A differenza della schiavit dEgitto, lesilio il risultato di una storia di infedelt, consumate a partire dal primo re - voluto contro il volere di Dio (1Sam 8,1ss) fino allultimo, con qualche rarissima eccezione. Se la liberazione dallEgitto un atto di potenza contro i potenti, luscita dallesilio un atto di perdono, possibile nei confronti di chi riconosce il proprio peccato. Il ritorno alla terra, come il ritorno allEden, possibile se si ritorna a Dio, che sempre perdona. voce di uno che grida . Giovanni la voce, Ges la Parola. Non pu esserci luno senza laltro: senza voce la parola non pu esprimersi, senza parola la voce semplice suono insensato. preparate la via del Signore, ecc. Il profeta proclama il ritorno da Babilonia a Gerusalemme, dallesilio alla patria, dalla dispersione alla riunione. Questo annuncio suscita il desiderio del dono impossibile che il Signore sta per fare. Lo scarto tra la nostra realt di male e la verit della promessa il luogo del desiderio, che muove alla conversione e al cammino.

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fate diritti i suoi sentieri. un cammino diritto, sul quale si intrecciano i sentieri tortuosi delle nostre fughe. Ormai devono cessare! v. 4 Giovanni, aveva il suo vestito di peli di cammello, ecc . Giovanni porta il vestito di Elia, padre dei profeti (2Re 1,8). Richiama le tuniche di pelle che Dio aveva fatto ai nostri progenitori (Gen 3,21), in attesa di rivestirci del suo Figlio stesso (Gal 3,27, Rm 13,14; Ef 4,24; Col 3,10), che rester nudo per noi sulla croce (27,35). I suoi fianchi sono cinti, pronti per lesodo (Es 12,11; cf Lc 12,35). Suo nutrimento sono locuste e miele selvatico, cibi del deserto, dove il popolo visse di quanto usciva dalla bocca di Dio (Dt 8,3). La cavalletta commestibile, chiamata ofiomaco (= che combatte il serpente), simbolo della Parola, vittoriosa sulla menzogna del serpente che uccise luomo. Anche il miele richiama la Parola, pi dolce del miele al palato (Sal 19,11; 119,103). Giovanni luomo nuovo, profeta rivestito di Cristo, che della Parola fa il suo cibo. v. 5 usciva verso di lui, ecc. C un nuovo esodo, da Gerusalemme e dalla Giudea verso il deserto. Anche chi crede di essere in patria deve uscire dai luoghi sacri e dalle proprie immagini di Dio, per incontrare lui stesso che ci viene incontro nella carne di Ges. v. 6 erano battezzati. Limmersione nellacqua riconoscere che la nostra vita finisce; e finisce male, perch siamo peccatori! Nel battesimo

riconosciamo la nostra creaturalit e la nostra peccaminosit, per aprirci al dono di Dio. confessando i loro peccati. Riconoscere il peccato lunica condizione per accettare quel perdono che da sempre presso Dio. v. 7 progenie di vipere, ecc. Non siamo figli di Dio, ma del serpente. Prestiamo orecchio non alla parola del Padre della luce che d vita, ma a quella del padre della menzogna, che uccide.

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Non basta andare dal Battista - e neanche ricevere i sacramenti cristiani -, se il cuore non convertito. lira imminente. Lira di Dio non mai contro di noi, ma contro il nostro male, perch ci fa male. Quando Dio si adira, luomo salvo. Con essa egli opera il suo giudizio: la fine del male ed il trionfo del bene, la morte del peccato e la vita del peccatore. v. 8 fate dunque frutto (7,15ss). il frutto dello Spirito (Gal 5,22): la vita nuova di Dio, in contrapposizione alle opere vecchie della carne (cf Gal 5,1921). v. 9 Abramo abbiamo per padre. Non conta la paternit carnale. Figli di Abramo sono quelli che, come lui, ascoltano la parola di Dio, ed entrano nella sua benedizione mediante la fede (Gal 3,14). C una falsa sicurezza data dallappartenenza carnale al popolo di Dio, che alimenta solo stolte presunzioni (cf Ger 7!). pietre/figli. In ebraico c un gioco di parole abanim/banim. A Dio tutto possibile: suscitare figli dalle pietre, cambiarci il cuore di pietra in un cuore di figli (Ez 36,26). v. 10 gi la scure, ecc. il giudizio di Dio. Lalbero il popolo. Non fa il frutto del regno, perch non vive da figlio e da fratello (7,15-20). Per questo sar tagliato e non rester di lui n radice n germoglio (Ml 3,19). v. 11 io vi battezzo con acqua. Il Battista non d la vita. Come tutti i profeti fa riconoscere la morte perch ci si volga alla vita. colui che viene. Il Signore colui che viene. Ma non pu arrivare se non dopo il Battista: solo il nostro desiderio gli apre la porta. non sono degno, ecc. Giovanni si ritiene meno di un servo che porta i sandali! v. 12 vi battezzer in Spirito Santo e fuoco, ecc. Ges ci immerger non nellacqua, simbolo di morte, bens nello Spirito, nella vita di Dio. Lo Spirito Santo il fuoco del suo amore che tutto purifica, illumina e vivifica. Nulla di ci che non vivificato dallamore rimane. Ma tutto da esso vivificato.
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il ventilabro. Il nostro giudizio fatto col setaccio: trattiene la crusca e lascia uscire il grano. Quello di Dio fatto col ventilabro: trattiene il bene e disperde il male. Convertirsi accettare su di noi il giudizio suo invece del nostro. E il suo giudizio sar la croce, dove brucia ogni nostro male e ci d la sua vita.

3 Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Giovanni nel deserto e sulle rive del Giordano c. chiedo ci che voglio: convertirmi al giudizio di Dio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: convertitevi, perch il regno di Dio qui voce di uno che grida il luogo, il vestito e il cibo di Giovanni il battesimo in acqua e quello in Spirito Santo e fuoco.

4. Testi utili: Is 11,1-10; Sal 72; 51; Is 40,1 ss; Ml 3,1ss; Ez 36,22-36; 37,114.

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6. QUESTI IL FIGLIO MIO, LAMATO, NEL QUALE MI SONO COMPIACIUTO 3,13-17 3 13 Allora compare Ges dalla Galilea al Giordano davanti a Giovanni per essere battezzato da lui. Ora Giovanni lo impediva, dicendo: Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me? Ora, rispondendo, Ges gli disse: Lascia per ora, poich cos conviene a noi che compiamo ogni giustizia. Allora lo lasci. Ora, battezzato, Ges subito sal dallacqua; ed ecco si aprirono (a lui) i cieli, e vide lo Spirito di Dio scendere come colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dai cieli che dice: Questi il Figlio mio, lamato, nel quale mi sono compiaciuto!

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1. Messaggio nel contesto Questi il Figlio mio, lamato, nel quale mi sono compiaciuto : il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. la prima volta che parla, confermando Ges come il Figlio. La seconda volta aggiunger per noi: Ascoltate lui (17,7). E non dir pi niente. Ges, Verbo unico del Padre, con ci che fa e dice rivela quel Dio che nessuno mai ha conosciuto (Gv 1,18). Il battesimo la scelta fondamentale, che Ges condurr avanti tutta la vita. il Figlio che, conoscendo lamore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratello: si

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mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realt, solidale con loro in un amore pi grande della morte. necessario per il Figlio farsi fratello. Il brano una miniatura che contiene tutto il vangelo e rivela il mistero pi profondo di Dio: la Trinit, come Amore tra Padre e Figlio, offerto da questo a tutti i fratelli. Ges in fila con i peccatori la presentazione prima del Dio-con-noi. E come pu essere diversamente, se vuole essere con noi? Limmagine che Dio d di se stesso esattamente lopposto di quella che ogni uomo, religioso o meno, ha di lui - e per questo lo fugge, lo serve o lo nega. Questa scena del Giordano richiama il Calvario: l si immerger nella morte come qui nelle acque, l si squarcer il velo del tempio come qui il cielo, l dar a tutti lo Spirito che qui riceve, l si rivolger al Padre che qui lo chiama, l sar riconosciuto Figlio dal fratello pi lontano come qui dal Padre (27,5154). Tutta lesistenza terrena di Ges, rivelazione corporea di Dio, contenuta tra queste due scene e ne la spiegazione. Il testo ha quindi valore programmatico: il nucleo da cui germina il resto, che su di esso si struttura e si sviluppa. Il battesimo il seme che cresce fino a diventare lalbero della croce. La scelta di Cristo anche quella del cristiano, chiamato a immergersi nel Figlio, ed essere, con lui e come lui, uguale al Padre. Dio dalleternit ha pensato come presentarsi alluomo fuggitivo. Per trentanni a Nazareth ha considerato la cosa pi da vicino. E non ha trovato che questo modo, il pi adeguato ai nostri bisogni e alla sua natura. Il battesimo di Ges la porta di ingresso alla rivelazione cristiana, che ci introduce nella casa di Dio. Non lui tutto una porta spalancata alluomo? Il battesimo la vocazione di Ges: riceve il nome di Figlio dal Padre. Ma anche la sua missione: il suo essere di Figlio lo porta a farsi fratello. La scena introdotta da una discussione tra Ges e Giovanni ( vv. 13-15): scandaloso che il pi forte sia battezzato dal pi debole, che linnocente e il
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giusto si metta dalla parte dei peccatori. Poi ci si presenta Ges che si immerge ed esce dallacqua (v. 16a), il cielo che si apre e lo Spirito che scende (v. 16b), e infine la voce del Padre che si compiace della scelta del Figlio ( v. 17). Il Figlio si fatto con noi e per noi maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), perch noi partecipassimo alla benedizione della sua vita. Non si vergognato di chiamarci suoi fratelli (Eb 2,11), per ricondurci nellamore suo reciproco con il Padre, dimora e vita di tutto ci che . In questo suo immergersi, in cui si fa solidale con noi nel nostro limite, il Signore ristabilisce comunione l dove anche noi desolidarizziamo da noi stessi. Ges nel battesimo si rivela Figlio di Dio, e rivela chi Dio: Padre suo e vuol essere Padre nostro. La Chiesa la comunit dei figli che, battezzata in Ges, ha il suo stesso Spirito di amore verso il Padre e i fratelli. Il battezzato battezzato nel battesimo di Ges, immerso nel suo immergersi in noi.

2. Lettura del testo 3,13 Allora compare Ges dalla Galilea, ecc. linizio del suo ministero. Ges compare al Giordano: lo incontra solo chi ha accolto lappello del Battista e si fa battezzare confessando i propri peccati (v. 6). Perch viene anche lui? Che peccato ha il Santo? Nessuno! E per questo porta il peccato di tutti! Se peccare abbandonare il Signore, labbandono lo sente non chi abbandona, ma chi abbandonato. Il male portato da chi ama e non lo fa. Ges, il Giusto, lAgnello di Dio, che porta su di s il peccato del mondo, dir Giovanni vedendolo venire (Gv 1,29). Nel Giordano, sulla soglia della terra promessa, tutti riversano i loro peccati: come un fiume di impurit che separa dalla terra promessa. In esso si immerge il Giusto, e compie il giudizio di Dio. Noi lasciamo nellacqua le nostre
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lordure, uscendone purificati; lui vi si immerge, uscendone carico della nostra immondezza. Questa scelta di Ges, che si mette in fila coi peccatori e si immerge nel nostro male, rivela Dio come simpatia piena per ogni sua creatura. la rivelazione di un Dio santo, diverso da quello che tutti accettano o negano, e che si manifester sulla croce. v. 14 Giovanni lo impediva. Il Battista riconosce la superiorit di Ges. Non vuole battezzarlo perch vuole il suo battesimo. Ignora che il suo battesimo viene proprio dal suo battezzarsi in noi. Noi siamo battezzati nella sua solidariet con noi, nella sua morte (Rm 6,3). Se lui, il Giusto, non muore per noi peccatori, noi moriamo la nostra morte da soli: ci immergiamo nellacqua, ma non riceviamo lo Spirito. Se lui invece si immerge e muore con noi, noi non siamo pi soli: sia che vegliamo sia che dormiamo, siamo sempre con lui (1Ts 5,10), che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (Gal 2,20). io ho bisogno di essere battezzato da te. Giovanni sbaglia. Noi non abbiamo bisogno di essere battezzati da Ges, ma in Ges che si battezza con noi - lui non battezzava, precisa Giovanni (Gv 4,2)! necessario che lui si battezzi nella nostra morte, perch in essa noi non affoghiamo pi nel nostro peccato, ma veniamo alla luce del suo amore. Bisogna che il Figlio delluomo riceva da noi il nostro battesimo (16,21), perch ogni uomo nel proprio battesimo incontri lui, Signore della vita. Ha scelto di venire nel gorgo del nostro abisso, perch il fuoco del suo Spirito creatore entri nellacqua della nostra morte e ci risusciti. v. 15 lascia per ora. Ges chiede a me, come a Giovanni, che non gli impedisca di entrare nella mia morte. Diversamente non pu darmi la sua vita, proprio l dove ne ho bisogno! cos conviene a noi . Cos conviene a noi, a te e a me, dice Ges. Conviene a te che io mi immerga nella tua solitudine e ti sia vicino; e conviene a me, perch diversamente non sarei lEmmanuele, il Dio amore. Ci che per te
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conveniente, per me necessario! In questo modo, non in altro, sei salvato. Tu avresti fatto diversamente. Questo modo invece ho scelto io, perch lunico che conviene a me, lEmmanuele, per essere-con-te, e a te, perch tu sia con me. compiamo ogni giustizia . Cos sia io che tu compiamo ogni giustizia. Nel fatto che io, il Figlio, sono solidale con i fratelli, tutti si riconoscono figli. La giustizia ci che Dio vuole. E Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati mediante la conoscenza della loro verit di figli nel Figlio (cf 1Tm 2,4). LUnigenito, che conosce la volont del Padre, viene sulle rive del Giordano per comunicarla a tutti e diventare il primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29). Mentre tu sei qui per riconoscere il tuo limite e il tuo male, io sono qui per farti riconoscere il Padre mio e tuo nel mio amore di fratello. allora lo lasci. Chi ti ha fatto senza di te, non pu salvarti senza di te (S. Agostino). necessario il tuo permesso. Perch lui libert e non pu non rispettare la tua libert, che ti rende simile a lui. v. 16 battezzato. La sua immersione nelle acque della nostra morte per lui il passaggio obbligato per rivelarsi il Figlio. Ges subito sal. Il suo immergersi anche il suo emergere: il suo essere appeso anche il suo innalzamento. Proprio elevato sulla croce, si fa conoscere a tutti come Io-Sono, JHWH (Gv 8,28). ecco si aprirono (a lui) i cieli . Nella sua morte si squarcer il velo del tempio (27,51). Dio non pi nascosto; il cielo, prima chiuso, si aperto. Si compie il desiderio del profeta: Se tu squarciassi i cieli e scendessi!(Is 63,19). lo Spirito di Dio. Dove c solidariet, il cielo in terra, il Figlio tra i fratelli! Lo Spirito che ora scende su di lui, sar consegnato a noi nella sua umanit a tutti donata sulla croce (27,50). come colomba. Luccello, che si libra nellaria, simbolo divino. La colomba sul Giordano ricorda lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2): il battezzarsi del Figlio nel nostro abisso un nuovo
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atto creatore. Richiama anche la fine del diluvio (Gen 8,11s): il battesimo di Ges una creazione nuova che porta la pace definitiva - una vita al di l e al di sopra di ogni male, che non sar pi distrutta (Gen 8,21; 9,8-17). Allude pure allEsodo: Dio, come aquila potente, port il suo popolo oltre le acque del mar Rosso (Es 19,4); ora, come mite colomba, lo porta alla libert del Figlio. La colomba anche simbolo di Israele: Giona (= colomba), che ora conosce lo Spirito di misericordia del suo Signore. Ed infine la sposa del Cantico dei cantici, il popolo che risponde allamore del suo Signore per lui (Ct 2,14.16), quellamore che la colomba ininterrottamente tuba! Questo Spirito, che da sempre la vita di Dio, ora finalmente tra noi nel Figlio che si fa fratello di tutti. v. 17 una voce. Dio non ha volto; non bisogna farsi immagini di lui, come pure delluomo. Perch lui voce, che esprime la Parola, e il suo volto il Figlio, che la realizza. Se ascoltiamo lui (17,5), anche noi diventiamo come lui. Questi. Il Figlio questi, e non un altro - come il serpente aveva suggerito ad Adamo e a ogni uomo dopo di lui. il Figlio mio, lamato . Il Figlio il volto stesso del Padre: chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9). la sua parola, perfettamente ascoltata, fatta carne. Lespressione rimanda al Sal 2,7, che parla dellintronizzazione regale. Ges re, uomo ideale e ideale di ogni uomo, perch come Dio - amore che si fa servo di tutti. Lespressione, presa con ci che segue, richiama Is 42,1ss, il primo Canto del Servo: lui re e ci libera in quanto il Servo. La parola amato, o prediletto, allude al sacrificio del figlio Isacco (Gen 22,2). Proprio nella morte del Figlio si rivela sulla terra Dio e la sua regalit di servizio per ogni uomo. nel quale mi sono compiaciuto. Il Padre conferma la scelta di Ges, dicendo: Bravo! Sei mio figlio, uguale a me: fai ci che a me piace fare. Anche Adamo voleva essere uguale a Dio; ma non conosceva ci che a Dio piace.

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Il Padre in tutto il vangelo parla solo due volte: qui e nella trasfigurazione. Qui per confermare il Figlio nella sua scelta di servo; l per rivelare a noi la gloria di questo Figlio, perch lo ascoltiamo e diventiamo anche noi come lui. Se noi accettiamo che lui si battezzi con noi e ci battezziamo in lui, siamo trasfigurati in lui. Il battesimo la nostra nascita alla vita del Figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo sulle rive del Giordano, dove tutti, e anche Ges, si fanno battezzare c. chiedo ci che voglio: la scelta e lo Spirito del Figlio d. traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno da notare : Ges in fila coi peccatori al Giordano la protesta del Battista la risposta di Ges cos conviene a noi che compiamo ogni giustizia Ges battezzato sal dallacqua si aprirono i cieli lo Spirito di Dio scendere come colomba la voce del Padre questi il Figlio mio lamato nel quale mi sono compiaciuto. 4. Testi utili: Is 42,1ss; Sal 2; Gen 1,1ss; Gen 8-9; Gen 22,1ss; Gal 4,4-7; Rm 8,15-17.

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7. VATTENE, SATANA! 4,1-11 4,1 2 3 Allora Ges fu portato su nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. E, fattosi avanti, il tentatore gli disse: Se sei Figlio di Dio, di che queste pietre diventino pane. Ora egli rispondendo disse: Sta scritto: Non di solo pane vivr luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Allora lo prende il diavolo con s nella citt santa, e lo pone sul pinnacolo del tempio, e gli dice: Se sei Figlio di Dio, gettati gi; scritto infatti: Ai suoi angeli ha comandato per te, e nelle mani ti sorreggeranno, perch non urti contro un sasso il tuo piede. Gli parl Ges: Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo. Ancora lo prende il diavolo con s su un monte alto assai, e gli mostra tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli dice: Tutto questo dar a te, se prostrato mi adorerai! Allora gli dice Ges: Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore Dio tuo adorerai, e a lui solo presterai culto!
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Allora lo lasci il diavolo; ed ecco: angeli si avvicinarono e lo servivano.

1. Messaggio nel contesto Vattene, satana!, dice Ges a chi gli prospetta un modo di essere figlio che sia diverso da quello di farsi fratello. Luomo ha la vita, ma non la vita. Come mantenerla, salvandola dalla minaccia costante della morte, il movente di ogni suo pensare e fare. Lerrore originario fu quello di volerla possedere invece di riceverla in dono. Luomo relazione con cose, con persone e con Dio, che rispettivamente gli assicurano la vita animale, umana e spirituale. Questi sono gli ambiti della tentazione, con possibilit di vittoria o di caduta, secondo che siano vissuti con lo Spirito del Figlio che tutto riceve in dono e dona, o con quello del vecchio Adamo, che tutto vuol rapire. Nelle tre tentazioni si presenta, in modo articolato, il peccato di Adamo, che lo stesso di Israele, della Chiesa e di ciascuno di noi: rubare ci che donato. Dio dono: il possesso rappresenta lantidio, principio di decreazione, origine di tutti i mali. Le tentazioni di Ges corrispondono alle tre concupiscenze (1Gv 2,16) e ai tre aspetti seducenti del frutto proibito (Gen 3,6): il possesso delle cose buono da mangiare, perch garantisce la vita animale; il possesso delle persone bello da vedere, perch garantisce la vita umana; il possesso di Dio desiderabile per essere autosufficienti in tutto. Gli idoli dellavere, del potere e dellapparire sono la struttura stessa del mondo: la sua nullit nullificante, alla quale Dio risponde rispettivamente con il dare e servire in amore e umilt. Ges ha compiuto la scelta del Figlio: la solidariet con i fratelli. Ora c uno scontro tra due vie di salvezza: la sua, che porta a unirsi agli altri, e quella diabolica, che porta a distinguersi da loro mediante la ricchezza, lonore e larroganza. La via di Dio, che amore e condivisione, opposta a quella di
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satana, che egoismo e divisione. unopposizione interna che attraversa il cuore di ogni uomo. importante notare che le tentazioni si presentano come proposte per conseguire meglio lobiettivo: mostrare che Ges il Figlio di Dio. Il male sempre a fin di bene. Ma non basta agire a fine di bene: i mezzi devono essere della stessa natura del fine - altrimenti lo distruggono. La distinzione tra la strategia di satana e quella di Cristo sintetizzata magistralmente da S. Ignazio di Loyola, quando presenta la prima come brama di ricchezze, di onore e di orgoglio, la seconda come desiderio di povert, umiliazione e umilt. Ges rifiuta i messianismi correnti della sua e di ogni epoca. Sono i tre idoli che dominano luomo, proiezione dei suoi bisogni: lidolatria delle cose, con un messianismo economico che trasforma in pane le pietre, lidolatria di Dio, con un messianismo miracolistico che vuol disporre di Dio stesso, e lidolatria del potere, con un messianismo politico che vuol dominare tutti. Le cose, le persone e Dio sono i tre bisogni vitali: luomo pu soddisfarli in modo diabolico o filiale, rubando o ricevendo, possedendo o condividendo. Le tentazioni sono le ovviet del pensare umano. Ges le supera obbedendo alla Parola: il Figlio che, a differenza di Adamo, ascolta la Parola del Padre. Questo brano ci svela come noi ci perdiamo nellillusione di salvarci, e ci rivela come il Signore ci salva in modo divinamente diverso dalle nostre attese. Ges fu tentato come profeta, come sacerdote e come re, intendendo rispettivamente la salvezza in modo materialistico, la comunione con Dio in modo miracolistico, la libert in modo padronale. Sono le tentazioni di sempre: scambiare salvezza con salute, Dio con le sue (o meglio nostre)

prestazioni/sensazioni, laltro con il nostro potere su di lui.

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Ges smaschera satana e gli dice: Vattene!. In Pietro, che gli prospetter implicitamente le stesse cose, riconoscer lo stesso volto, e lo chiamer: Satana. Ma non gli dir: Vattene, bens: Va dietro di me (16,23). Le tentazioni non sono solo un incidente iniziale, quasi un biglietto di ingresso. Sono la lotta che Ges continuer tutta la vita, nella fatica di vivere il proprio limite, anche quello estremo, da figlio e non da padrone. Ges il Figlio: tutto riceve dal Padre e tutto d ai fratelli. Il suo rapporto con le cose non di rapina, ma di dono - fino al dono di s, quando si far pane per tutti in obbedienza alla Parola del Padre -; il suo rapporto con Dio non la volont di usarlo a proprio vantaggio, ma la fiducia in lui; il suo rapporto con gli altri non dominare, ma servire, fino a farsi il Servo. La Chiesa ha le stesse tentazioni di Ges. La mancanza di discernimento il suo peccato peggiore: pur amando Ges, non pensa e non agisce come lui, come fece anche Pietro (16,23!). Deve sempre stare attenta a non considerare mezzo, addirittura privilegiato, ci che lui scart come tentazione.

2. Lettura del testo 4,1 Ges fu portato su nel deserto . Lo Spirito ricevuto nel battesimo lo porta non in un luogo privilegiato, bens nel deserto montagnoso che sta sopra il Giordano. Nel deserto si trov Adamo dopo il peccato e Israele dopo luscita dallEgitto: il luogo invivibile, della prova e della caduta. L Dio ci rieduca allascolto, per ricondurci alla terra. Il Figlio, dopo il battesimo, portato nel deserto per incontrare i fratelli disobbedienti e ingiusti che in esso si sono perduti. per essere tentato. Lo Spirito non fa evitare, bens affrontare la prova: Figlio, se ti presenti a servire il Signore, preparati alla tentazione (Sir 2,1). Compiuta la scelta buona, c la difficolt di portarla avanti. Le tentazioni non esistono finch si fa il male. Vengono quando ci si ribella ad esso, e con violenza proporzionale allimpegno. Fu facile per il Signore liberare Israele
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dallEgitto e dalle mani del Faraone; gli sar pi difficile liberarlo dallEgitto e dal Faraone che in lui stesso. Non gli basteranno quarantanni di paziente lavoro. Il nemico lo si incontra faccia a faccia nel deserto, nella solitudine di quando ci si oppone a lui. Fino a quando si con altri, si pu sempre pensare che linferno sia laltro. Quando si da soli, si vede il nemico in se stessi. In greco tentare (peirzo) viene da pero (da cui punta), che significa attraversare, passare oltre. Cos si fa esperienza, si diventa periti o esperti, a meno di perire: c infatti sempre il pericolo di unaporia, che impedisce il guado. Tutte queste parole italiane hanno la stessa radice greca, comune a peirzo. Le tentazioni sono anche chiamate paidea, educazione: laddestramento alla vita filiale, la purificazione della fede (Gc 1,2s; 1 Pt 1,6), la prova che siamo figli e non bastardi (Eb 12,8). Per questo le tribolazioni, invece di abbatterci, ci danno gioia (cf 5,11; At 5,41; Gc 1,2; 1Pt 1,6). Paolo si vanta di esse (Rm 5,3-5), sapendo che producono la speranza contro ogni speranza (Rm 4,18), la sola che non delude. Noi pensiamo che, se non ci fossero, tutto andrebbe meglio. Ma un inganno! Non sono che lopposizione del male al quale ci opponiamo! dal diavolo . Diavolo (vv. 1.5.8.11) in greco significa divisore: colui che ci divide da Dio e ci lascia soli. chiamato anche il tentatore (v. 3): tenta di farci cadere. chiamato pure satana (v. 10), laccusatore: una volta che siamo caduti, ci accusa implacabilmente inchiodandoci alla nostra colpa. v. 2 dopo aver digiunato. Considerare il cibo come vita causa di bulimia nel caso di assunzione, di anoressia nel caso di rifiuto. Ma questo digiuno delirio di onnipotenza - volont di controllo sulla vita; quello di Ges invece riconoscimento che la vita dono, e viene non dal cibo, bens dal Padre. Il digiuno associato alla preghiera e allo studio della Tor , proprio perch la vita la comunione con Dio e la sua parola. Il digiuno religioso sempre
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simbolico: non dieta o controllo sul cibo, ma segno che si riconosce Dio come vita, e ogni cibo come suo dono. quaranta giorni. un richiamo ai quaranta giorni di Mos sul Monte e di Elia in cammino verso lOreb (Es 34,8; Dt 9,9.18; 1Re 19,1-8). Il numero allude anche agli anni di Israele nel deserto: una vita! Tutta la vita deserto, zona di mezzo tra il gi ed il non ancora. quaranta notti. Anche nel Ramadan si digiuna quaranta giorni; di notte per si mangia. ebbe fame. Il punto dattacco della tentazione la fame, il bisogno. Ci sono varie fami: di vita animale, garantita dal cibo, di identit personale, garantita da Dio, e di riconoscimento sociale, garantito dagli altri. v. 3 se sei figlio di Dio. La tentazione viene quando cerchi il bene, e in due forme diverse: togliendoti la voglia di cercarlo o, come qui, facendotelo cercare in modo sbagliato. La prima del principiante, che dice: Il bene non per me, non ce la faccio, difficile, noioso, brutto, impossibile, ecc.. Ne esce contento chi lotta con coraggio. La seconda dei perfetti, che vi cascano con facilit tanto maggiore quanto maggiore la buona volont e scarso il discernimento. Le tentazioni hanno sempre lapparenza del bene: Se sei Figlio di Dio! quanto Ges venuto a provare. Il male peggiore fatto per i fini migliori. Per questo gli amici di Dio nuocciono al suo regno pi di qualunque nemico! A chi ha buona volont, il nemico ne aggiunge ancora di pi, togliendogli per lintelligenza evangelica, in modo che faccia tanto nuocendo molto. A chi invece ha discernimento, il nemico istilla sfiducia, in modo che faccia possibilmente niente, magari inoculando negli altri il suo stesso veleno. I credenti intelligenti cadono nella seconda tentazione, quelli volenterosi nella prima. grave usare a fin di bene ci che Ges rifiut come male. Quale uomo di Chiesa, se ne avesse i mezzi, non farebbe ci che satana propone?
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Ges fu non compreso e abbandonato da giudei e da romani, da nemici e da amici - passati e presenti, e cos sar anche in futuro - solo perch ebbe la forza di deludere le nostre attese di salvezza, dichiarandole sataniche. pietre/pane. la tentazione del messianismo economico: soddisfare il bisogno primo di ogni animale, considerare il pane come assoluto e il resto a suo servizio. quello che facciamo quando poniamo leconomico come principio di organizzazione della vita personale e sociale. In questa prospettiva la salvezza la salute mia e tutto ci che la pu garantire. Il mio corpo il mio dio, il resto funzionale a questo. Le paure, le lotte, le ingiustizie e le oppressioni nel mondo nascono da questa assolutizzazione del proprio benessere fisico, senza sapere che questo non il fine, bens un mezzo che ha un fine e una fine. La brama di ricchezza, che dovrebbe esserne garanzia, vera idolatria (Ef 5,5), radice di tutti i mali (1Tm 6,10). sta scritto. Alla prospettiva ovvia e naturale delluomo, Ges risponde con la prospettiva di Dio: Sta scritto. Rifarsi alla sua parola lunica possibilit per superare la tentazione. Spesso diciamo: Va bene la parola di Dio, ma siamo concreti!, come se Dio e la sua parola fossero pie illusioni. non di solo pane vivr luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3; cf Es 16,2-9). Richiama la prima tentazione di Israele nel deserto: il bisogno di pane, al quale Dio rispose con la manna. anche la prima tentazione delluomo, che consiste nel porre la falsa alternativa tra pane e Parola, materia e Spirito, uomo e Dio. Questo capita quando si fa delle proprie fami lassoluto. Lassoluto non la vita materiale, ma il modo con cui la vivo. Se ascolto la parola del Padre, vivo da figlio e da fratello. Questo assicura gi ora il pane quotidiano a tutti e la vita eterna di cui segno. Lateismo nasce dallimmagine di un Dio antagonista delluomo e della sua libert. Purtroppo presentato spesso cos. Ma stoltezza: come pensare la sorgente in opposizione al rubinetto che ne eroga lacqua!
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v. 5 sul pinnacolo del tempio, ecc. la tentazione centrale: un messianismo che risponda alle attese religiose, garantendo il possesso di Dio con segni visibili (Gott mit uns). La sete del religioso unansia di sicurezza che fa ricercare i segni della benevolenza di Dio. Ma questa porta al culto idolatrico di Dio e alla perversione della fede: si cercano i doni invece del Donatore, si pretende di essere ascoltati da lui invece di ascoltarlo, si vuole che lui faccia ci che piace a noi invece di fare noi ci che piace a lui. Su questa via non si arriver mai al Signore. Non conoscer mai lamore dei genitori chi ne cerca sempre conferme; al massimo giunger a sacrificare se stesso per loro, come conferma del suo. Superata la prima tentazione, quando riconosco che il pane da Dio, viene la seconda: cerco di garantirmi lui, per avere ogni pane. Senza sapere che il pane il suo stesso amore gratuito. v. 6 scritto, ecc. (Sal 91,11ss). Ges ha manifestato fiducia nel Padre e nella sua parola (v. 4). Ora il diavolo, facendosi sottile teologo, cita a proposito il Sal 91: Ges si fida davvero della parola del Padre, e questa merita fiducia? Si butti dal pinnacolo! Il Padre ha promesso assistenza, e cos tutti sapranno che lui il Figlio, che si fida del Padre! Se non lo fa, non ha fiducia in lui, e allora non suo figlio. Quale persona religiosa non lo farebbe, se fosse sicura di riuscire? Dov linganno? v. 7 sta scritto anche. Non si pu isolare un aspetto della Parola da un altro: una eresia, con cui scelgo ci che Dio dovrebbe fare a mio vantaggio, dimenticando che la fede altro: innanzitutto ascoltare e amare lui in s, non per ci che d a me. I doni sono segno del suo amore; pretenderli, significa non credere al suo amore. A chi li pretende non sono dati (16,4); chi ama non li richiede e ne scopre in abbondanza.

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non tenterai il Signore Dio tuo (Dt 6,16; Es 17,1-7). Ges risponde richiamando lepisodio di Massa: la tentazione dellacqua (Es 17,1-7). la caduta nella diffidenza: chi non ha fiducia, ha fame insaziabile di conferme. La vita religiosa spesso pretesa e attesa di approvazione da parte di Dio. Gli diciamo sempre: Ascoltaci, o Signore!, invece di chiedergli: Fa che ti ascoltiamo, o Signore! Implicitamente pensiamo che lui non ci voglia bene e non voglia il nostro bene. Cerchiamo in tutti i modi di ingraziarcelo, di piegarlo a noi, di comperarlo. Povero Dio, che amore! Questo il peccato pi grave contro di lui, cosa dura ai suoi orecchi (cf Ml 3,13-15). Dio non va tentato: non deve ascoltarci - da sempre ci ascolta!-, ma deve essere ascoltato da noi. La sua parola ci data perch noi, e non lui, obbediamo ad essa. v. 8 tutti i regni del mondo e la loro gloria. Il Messia deve dominare da mare a mare (Sal 2,6.8; 72,8; 110,1s); a lui stato dato ogni potere, in cielo e sulla terra (28,16-20). Ma tutti i regni e i re di questo mondo sono il capovolgimento grottesco di Dio e del suo regno. Tolgono la libert invece di darla, cercano il dominio invece del servizio, gonfiano di vanagloria invece di riflettere la Gloria. v. 9 tutto questo dar a te se prostrato mi adorerai. Il potere concesso a chi adora satana, a chi lo ritiene come valore assoluto. Vorremmo che il Messia fosse il garante divino del potere delluomo sulluomo. Ma Dio non conferma il nostro male. Preferisce liberarcene. Il potere il vero idolo, lalternativa unica a Dio - il dio di questo mondo. Ges sar re, ma sulla croce. L si riveler come libert assoluta, mettendo la vita a servizio di tutti, senza dominare nessuno. v. 10 vattene, satana. Pietro sar chiamato satana, perch attende un Messia di questo tipo, e non il crocifisso (16,23). Quanti cristi satanici che rispondono ai nostri deliri di potenza! La croce la distanza infinita che Dio ha posto tra se stesso e ogni nostra immagine religiosa di lui (Bonhoeffer).
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Il potere di satana sul mondo si far sempre pi forte. Cristo lo vincer sulla croce. La stessa Chiesa, sua sposa, lo vincer quando sar disposta a condividere la sorte del suo con-sorte. il Signore Dio tuo adorerai. Ges risponde con Dt 6,13 (cf Es 32,1s), in cui si richiama il vitello doro. Qui c la vera alternativa: tra ci che e ci che appare, ma non . Lidolo grande, affascinante e tremendo - tutto doro, ma coi piedi di argilla (cf Dn 2,31-33) - spazzato via dal sassolino della debolezza di Dio. v. 11 lo lasci il diavolo. Questa di Ges la vittoria definitiva, anticipo della nostra. Tutti, come siamo caduti nella sconfitta di Adamo, siamo vincitori nel suo trionfo. (gli) angeli si avvicinarono e lo servivano . Gli angeli sono al servizio di Dio; ora anche del Figlio delluomo. Infatti la sua obbedienza di Figlio lo restituisce alla sua condizione divina. Marco parla anche di fiere (Mc 1,13). Bestie selvagge in noi sono le fami, i bisogni, gli impulsi. Se li viviamo in modo filiale, anche con esse possiamo convivere in una pace paradisiaca: sono al nostro servizio, come messaggeri di Dio. Il creato torna alla sua purezza originaria, prima della caduta. Se invece li viviamo secondo i suggerimenti di satana, allora diventano la grande bestia, suo emissario (Ap 13,1ss), che vuol divorarci. La stessa realt di limite pu essere luogo di pace e servizio divino se vissuta filialmente, di guerra e morte se vissuta in altro modo.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il deserto dove Ges si trova c. chiedo ci che voglio: discernere le suggestioni del nemico a fin di bene d. traendone frutto, considero Ges portato nel deserto e le tre diverse tentazioni da notare : fu portato su nel deserto dallo Spirito diavolo (= divisore), tentatore, satana (= accusatore)
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se sei Figlio di Dio/sta scritto pietre/pane/parola il diavolo cita le Scritture a proposito sta scritto/sta scritto anche non tenterai il Signore Dio tuo tutti i regni del mondo e la loro gloria vattene, satana adorerai solo il Signore gli angeli lo servivano.

4. Testi utili: Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 51; 91; Sir 2; Es 16,2ss (Dt 8,3); Es 17,1-7 (Dt 6,16); Es 32,1ss (Dt 6,13).

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8. IL REGNO DEI CIELI QUI. 4,12-17 4,12 Ora, avendo sentito che Giovanni era stato consegnato, Ges si ritir in Galilea. 13 E, lasciata Nazar, venne a dimorare a Cafarnao marittima, nei confini di Zabulon e Neftali, 14 perch si compisse quanto fu detto attraverso il profeta Isaia che dice: 15 Terra di Zabulon e di Neftali, via del mare oltre il Giordano, Galilea delle genti, 16 il popolo che sedeva nelle tenebre, vide una luce grande, e su quelli che sedevano in regione e ombra di morte, una luce si levata per loro. 17 Da allora cominci Ges a proclamare e a dire: Convertitevi, perch il regno dei cieli qui.

1. Messaggio nel contesto Il regno dei cieli qui, suona il proclama di Ges. Vinto satana, arriva il regno. C una contrapposizione tra i regni prospettati dal nemico e quello voluto dal Signore: la stessa che c tra cielo e terra, tra uomo e Dio. I regni della terra sono quelli di Adamo, che pone come principio di vita le proprie paure - e le realizza -; il regno dei cieli Ges, che ha come principio il Padre di tutti e la sua parola. Il brano segna il passaggio tra lattivit del Precursore e quella del Messia. Dopo il ritiro nel deserto e larresto del Battista, Ges torna in Galilea; non va per al suo paese, bens a Cafarnao. Linizio del suo ministero visto come il sorgere del sole, aurora del giorno nuovo. Nel v. 12 si dice che Giovanni era stato consegnato: anticipa e prefigura il destino del suo Signore. profeta non solo con la parola, ma anche con la vita.
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Ges si ritira dalla Giudea in Galilea per non fare subito la stessa fine, e da l cominciare il suo ministero che lo porter a Gerusalemme. Nel v. 13 Ges va a Cafarnao, che diventa la sua seconda patria. Importante centro sul lago, via di comunicazione, pi adatta per il suo ministero. Nei vv. 14-16, Matteo risponde allobiezione di chi sa che il Messia viene da Giuda (cf 2,6), mostrando che la sua fuga tattica compimento della profezia di Isaia, che aveva previsto il sorgere della luce proprio nella Galilea dei pagani. Il regno visto come luce che vince le tenebre e la morte. Il v. 17 il proclama di Ges, identico a quello del Battista. Ci che prima era preparazione, ora diventa realizzazione. La conversione la porta dingresso nel regno, al di l di ogni appartenenza religiosa. Il seguito del vangelo, attraverso i fatti e i detti di Ges, mostrer il cammino della vita nuova del regno. Ges la luce promessa a Israele e, per mezzo di lui, a tutti gli uomini. In lui si realizza il passaggio dalla nostra notte al giorno di Dio, dalla morte alla vita, dai vari regni della terra che uccidono, allunico regno dei cieli che fa vivere. La Chiesa ha in Israele la sua radice santa (Rm 9-11; Sal 87). Linserimento in essa non viene da appartenenze di carne, ma dalla conversione al Signore (cf 3,7-10).

2. Lettura del testo 4,12 Giovanni era stato consegnato . Giovanni non arrestato. La sua testimonianza non si ferma; anzi, arriva a destinazione diventando martirio. Infatti consegnato, come Ges. Questa parola indica sia lazione degli uomini, che consegnano il Figlio delluomo, sia quella del Padre che lo consegna a noi, sia quella di Ges che si consegna nella mani dei fratelli come in quelle del Padre. Grande la maest di Dio: assume la nostra azione negativa per volgerla in positivo! Rispettando la nostra libert di fare il male, senza aggiungervi altro, realizza in essa la sua libert di donarsi. Con lo stesso
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atto con cui noi gli togliamo la vita, lui ci d la sua vita: nel nostro furto, lui si dona! Per questo la storia ha comunque ormai un esito positivo (Rm 8,28). Con la sua fine, Giovanni non finito, ma raggiunge il suo fine: diventa testimone con la vita di ci che prima aveva detto con la parola. Il martire non muore, ma ucciso; cos ricorda anche con la sua morte che ci per cui vive vale la vita. Il Cristo preceduto, e sar seguito, da un nugolo di testimoni della fede (Eb 12,1). Ges si ritir in Galilea . Ges passa dal deserto di Giuda alla Galilea. L comincia il suo ministero, che terminer a Gerusalemme. La consegna del Battista ne segna linizio: quel regno che si realizzer sulla croce, si compie e si diffonde con la persecuzione (cf At 8,4; 11,19; 14,1s). v. 13 lasciata Nazar . Cos Matteo chiama Nazareth. il luogo dove il Nazoreo finora ha trascorso la sua vita. Ci torner (13,53-58). venne a dimorare a Cafarnao marittima . Cafarnao, sulle rive del lago di Galilea, chiamato mare, il centro dellattivit di Ges prima della crisi galilaica. Si trova in un luogo fertile e piano, ricco di villaggi, il pi piccolo dei quali conta 15.000 abitanti - dice Giuseppe Flavio, con evidente esagerazione campanilistica! La citt diventa la seconda patria di Ges, dove raccoglie i suoi discepoli e dimora fino al suo viaggio a Gerusalemme (19,1). confini di Zabulon e Neftali. Sono i due figli di Giacobbe insediati in quella regione. Qui nacque il moto messianicoo degli Zeloti, in gran parte galilei. Galileo era diventato sinonimo di sovversivo. v. 14 perch si compisse quanto fu detto attraverso il profeta Isaia (Is 8,239,1). Lo spostamento di Ges, fatto per ragioni prudenziali, risponde a un disegno provvidenziale (cf 2,22s). Ci che poteva sembrare fuga,

compimento della profezia di Isaia, che aveva parlato della liberazione di questa terra, occupata da Tiglat-Pileser III nellanno 733. Quanto allora avvenne, profezia di quanto si compie con il ministero di Ges.

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v. 15 Galilea delle genti . Le genti sono i pagani. La Galilea, luogo di commercio e di incrocio tra popoli, fuori dallortodossia della Giudea e dal controllo del Tempio, zona di confine, piena di pagani, fa da ponte naturale tra Israele e il resto del mondo. il luogo ideale di diffusione della fede messianica che dai Giudei si rivolge a tutti. La Galilea ha per Matteo, giudeo-cristiano, lo stesso valore teologico che ha il cammino verso Gerusalemme per Luca, cristiano di origine pagana: il giudeo si volge alle genti, le genti alla Giudea (cf Sal 87; Is 2,1-5), perch la salvezza per tutti. v. 16 il popolo che sedeva nelle tenebre, ecc. Nella profezia di Isaia si parla di galilei sotto loppressione della schiavit. Diventano figura di tutti i figli di Adamo, ebrei e non, che, con o senza legge, sono schiavi del male, privi della gloria di Dio (Rm 3,23). A tutti donata la luce! Le tenebre sono il caos primordiale dal quale Dio cre il cosmo con la sua parola, sono loscurit dEgitto dal quale Dio fece venire alla luce della libert il suo popolo. Il male ha fatto regredire la creazione verso le tenebre; ora la parola di Ges la riporta alla vita. una luce grande. Il ministero di Ges chiamato luce, principio della creazione. La sua venuta il giorno di Dio, previsto dai profeti, che pone fine alla notte del mondo. Anche i pagani hanno visto la luce della sua stella (2,2), che li ha messi in cammino verso Gerusalemme. Come la tenebra simbolo del male e della morte, cos la luce simbolo del bene e della vita. La luce grande, e si leva nel cuore delle tenebre. La lotta tra luce e tenebre il duello verit/menzogna, libert/schiavit, vita/morte, che interpreta il dramma di Ges, luce del mondo (Gv 8,12). Come le sentinelle il mattino, cos luomo desidera la luce (Sal 130,6). v. 17 cominci Ges a proclamare e a dire. Ges non fa prediche morali e non d spiegazioni filosofico-teologiche. Proclama pubblicamente, e dice a
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ciascuno in privato, un fatto atteso da sempre: venuto il giorno di Dio, di cui il Battista stato, con gli altri profeti, la stella del mattino (2Pt 1,19). convertitevi . Convertirsi, volgersi alla luce, aprire gli occhi, ormai lunica condizione per entrare nel giorno che gi c. un cambio di mente e di cuore, di occhi e di vita. Sentinella, quanto resta della notte?, chiediamo con ansia (Is 21,11). Resta ormai solo il tempo del nostro svegliarci dal sonno (cf Rm 13,11). Convertimi, e io sar convertito (cf Ger 31,18). La grande opera di Dio convertirci a lui. Da sempre lui rivolto a noi: attende solo che noi ci volgiamo a lui. latto massimo della nostra libert. perch. La conversione non un gesto irrazionale. Ha un perch: il dono di s che Dio ci fa. il regno dei cieli qui. Se Dio regna sulla terra, comincia la libert delluomo. Il regno, prima atteso e ora presente in Ges, quello del Padre, in cui viviamo da figli e da fratelli. La parola regno racchiude ogni desiderio delluomo, anzi la promessa di Dio, che supera ogni fama (Sal 138,2). In genere noi viviamo nei ricordi del passato o nella speranza del futuro, nel gi che non c pi o nel non-ancora che ancora non c. Ges ci richiama a vivere ora, il tempo tra il gi e il non-ancora: lunico che c, il solo in cui incontriamo colui che . Infatti ci che desideriamo qui, non altrove. Basta che ci convertiamo, cambiando direzione ai nostri occhi e ai nostri piedi.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando la Galilea e Cafarnao, sul lago, dove Ges inizia il suo ministero c. chiedo ci che voglio: volgermi, qui e ora, a Ges e alla sua parola d. traendone frutto, medito sul testo da notare: la consegna di Giovanni Battista Ges lascia Nazareth e va a Cafarnao il ministero di Ges come luce nelle tenebre convertitevi
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il regno dei cieli qui. 4. Testi utili: Is 8,23b-9,3; Sal 27; At 4,24-30; Sap 1-5; Ap 5; Sal 87; Is 2,2-5; Rm 9-11; Gv 1,1-18; Rm 13,11-14.

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9. VENITE QUI, DIETRO DI ME 4,18-25 4,18Ora, camminando sulla riva del mare di Galilea, vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea, suo fratello, gettare il giacchio nel mare; erano infatti pescatori. 19 E dice loro: Venite dietro di me, e vi far pescatori di uomini! 20 Ora essi, subito, lasciate le reti, seguirono lui. 21 E, andato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, nella barca con Zebedeo, loro padre, a rassettare le loro reti, e li chiam. 22 Ora essi, subito, lasciata la barca e il loro padre, seguirono lui. 23 E girava per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando levangelo del regno e curando ogni malattia e ogni infermit del popolo. 24 E usc la sua fama per tutta la Siria, e portarono a lui tutti i malati, oppressi da molteplici malattie e tormenti, e indemoniati e lunatici e paralitici, e li cur. 25 E lo seguirono numerose folle dalla Galilea e dalla Decapoli, da Gerusalemme e dalla Giudea e da oltre il Giordano.

1. Messaggio nel contesto Venite dietro di me! linvito personale di Ges. Il cristianesimo la risposta a questa sua proposta. Seguire lui significa convertirsi, volgersi al
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Dio-con-noi, entrare nel regno dei cieli, che gi qui: lui. Si segue lui per diventare come lui, figli e fratelli, che vivono il regno del Padre. La fede cristiana non innanzitutto una dottrina o una pratica: relazione personale con Ges, il mio Signore, che amo perch lui per primo mi ama. Lamore per lui, che si esprime inorecchi che ascoltano, occhi che guardano, piedi che seguono, mani che toccano, fiuto che sente, bocca che assapora e cuore che canta, il centro del cristianesimo. Maledetto luomo che confida nelluomo ( Ger 17,5). Luomo pu seguire solo Dio e la sua parola, che la via. Seguiamo Ges perch Dio, Parola fatta carne. Il cammino del Figlio delluomo tra gli uomini come lordito attorno al quale cresce la trama del cammino dei fratelli, che, pur errando qua e l, lo seguono. La prima azione di Ges una vocazione. Anche la creazione una vocazione, una chiamata dal nulla. Il suo chiamarmi per nome il mio stesso esistere nella mia verit: il mio io il mio nome detto da Dio! Conoscere come lui mi chiama raggiungere la mia identit. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una luce grande (v. 16). Come al principio Dio disse, e dal caos fu la luce, cos il Signore dice il mio nome, e io vengo alla luce e sono luce: sono figlio! La chiamata a coppie di fratelli, perch il Figlio chiama alla fraternit; e sono due le chiamate, perch due il principio di molti. Oltre la prima, ce n sempre unaltra, fatta a ciascuno di noi. I discepoli diventeranno pescatori di uomini, come Ges, il Figlio, che pesca i fratelli dallabisso delle loro perdizioni (vv. 23-24). Pescati da lui, diventano come lui: figli che si fanno fratelli di tutti i perduti. A loro, immediatamente dopo la chiamata, confidato il discorso sul monte, dove rivelata lidentit loro e del Padre. Capiranno meglio la loro chiamata quando, a loro volta, saranno inviati per la pesca (c. 10).

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Le due scene di chiamata (vv. 18-20.21-22) sono gemelle. I diversi dettagli delluna chiariscono quelli dellaltra. Ne esce un quadro unico: Ges cammina, vede, chiama dei pescatori per unaltra pesca, e questi lasciano reti, barca e padre, e seguono lui. Sono gli elementi di ogni vocazione, che comincia con i piedi di Ges che cammina per venirci incontro e termina coi nostri che camminano dietro di lui per seguirlo. Il principio il vedere e chiamare suo, che ci fa lasciare tutto e seguire lui, per essere con lui e come lui. I vv. 23-25 ci presentano Ges che pesca gli uomini. Il tema verr ripreso in 9,35, alla fine del discorso sul monte e dei miracoli: il suo dire e fare pesca gli uomini dalla morte, restituendoli alla vita. Lo stile del racconto solenne, stilizzato. una scena ideale, quasi un distillato che contiene lessenza di ogni chiamata. Ges la parola del Padre, il Figlio, che ci guida nel cammino verso la libert, come la nube luminosa che condusse il popolo dallEgitto alla terra. La Chiesa trova la propria identit e rilevanza nel seguire il Signore Ges.

2. Lettura del testo 4,18 Camminando . Ges, seduto quando insegna con la Parola, cammina quando insegna con la vita. Lui la Parola e la via: va ascoltato e seguito, come la nube che guida il popolo verso la terra promessa (Nm 9,15-23). I discepoli sono chiamati a fare il suo stesso cammino, luminoso per chi va verso la libert e oscuro per gli altri (Es 14,20). il passaggio dalle tenebre alla luce (4,16), il venire alla luce delluomo nuovo. Tutto il vangelo racconta questa nascita, che un esodo dalla condizione di schiavo a quella di figlio. sulla riva del mare . Lacqua richiama sia la Genesi che lEsodo, la creazione nuova e la liberazione.

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vide. Locchio va dove porta il cuore e porta al cuore ci verso cui va. Locchio di Dio, il suo vedermi, il mio stesso esistere. Io sono in quanto visto e amato da lui: il mio io lamore che lui ha per me. Come mi vede Dio? Ges dice di ciascuno di noi al Padre: Li hai amati come hai amato me (Gv 17,23). Vedere come lui mi vede, conoscere come sono da lui conosciuto, felicit senza fine (1Cor 13,12; 1Gv 3,2). Sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perch mi ama (Is 43,4) di amore eterno (Ger 31,3). Sono un prodigio per lui che mi pi madre di mia madre (cf Sal 139,13s). Lui amore folle per luomo ( Kabasilas), innamorato della sua creatura (Caterina da Siena). Arriva a dirmi: Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba, e: Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo (Ct 6,5; 4,9). Capire la sua passione per me - mi ha amato e ha dato se stesso per me, dice Paolo (Gal 2,20) - capire chi lui, amore assoluto per me, e chi sono io, infinitamente amato da lui. due fratelli. Quattro volte esce la parola fratello. La mia chiamata alla fraternit, perch sono figlio. In relazione al fratello realizzo il nome datomi dal Padre: ricevo il mio nome segreto ed esisto come figlio. Simone chiamato Pietro . Il primo chiamato sar anche il primo degli apostoli (10,2). Pietro in aramaico Kepha, significa pietra - ma anche testa dura. Simone, duro di cervice e di cuore, sar il primo a fare esperienza della durezza di Dio, che la sua tenerezza e fedelt indefettibili. Su questa esperienza, da Pietro sempre ricordata per s e per tutti, il Signore edificher la sua Chiesa (16,17ss; cf Lc 22,31). Andrea, suo fratello . Secondo Giovanni (1,40s) Andrea che conduce Pietro da Ges. Ma la chiamata sempre personale e diretta, anche se laccedere a lui mediato da un altro. gettare il giacchio. una piccola rete che si getta attorno a forma di cerchio e si chiude sul fondo come una nassa, nella speranza di pescare qualcosa. la rete pi modesta e laboriosa da usare.
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La chiamata avviene nella quotidianit, per quanto profana (pescare) o estranea (contare soldi, cf 9,9) o addirittura avversa a Ges (cf At 9,1ss, la chiamata di Paolo). Nulla resiste alla voce di Dio. Infatti egli svela la nostra verit pi profonda. E non ci toglie la libert: anzi la libera da ogni inautenticit. v. 19 dice loro . Nel racconto della creazione (Gen 1,1ss) Dio dice e poi vede. Nella ri-creazione prima vede, e poi dice. La parola manifesta allorecchio ci che il suo sguardo gi ha fatto vedere al cuore. venite dietro di me . una proposta, personale e diretta, ad andargli vicino e seguirlo. Ges la Parola stessa, il Figlio di Dio. Seguendolo, divento anchio ci che lui : figlio. Ges non un maestro che il discepolo si sceglie. il Signore stesso, che ci sceglie per essere con lui. La sua parola, come un seme, genera secondo la sua specie: a quanti laccolgono ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). vi far pescatori di uomini . Pescare un pesce ucciderlo; pescare un uomo toglierlo dallabisso, farlo vivere. I discepoli, pescati alla vita dal Figlio, realizzano la loro filialit nel pescare i fratelli. v. 20 essi, subito . Si sottolinea la subitaneit della risposta (cf v. 22). Ogni decisione avviene solo quando si decide. Questo istante, come ogni inizio, conoscer arresti, infedelt e contraddizioni. Eppure la storia personale di ciascuno confermer che quellistante stato decisivo per cogliere il proprio nome. Quando uno sente il proprio nome, anche lanimale, subito si volge a chi lo chiama. lasciate le reti . Lasciano tutto, anche i mezzi di lavoro, dai quali, per quanto modesti, traggono sostentamento. Lo fanno non con tristezza, ma con la gioia di chi ha trovato il tesoro (13,44). Non privazione, ma scelta di ci che pi di tutto sta a cuore (Fil 3,7).

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Decidere un tagliare via tante possibilit, per realizzarne una che d pi gioia. Pu costare; ma fatto con gioia e per la gioia, se da Dio. La tristezza fa prendere solo decisioni negative (19,12). La peggiore tra queste restare nellindecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilit - nel delirio donnipotenza che porta ad amara impotenza. La gioia previa la forza per decidere (13,44; Ne 8,9s); la gioia conseguente la conferma che la scelta stata buona. La firma di Dio circa la bont di una scelta la consolazione, prima e, soprattutto, dopo. Il prezzo pu anche essere alto: si lascia tutto! Ma perch si riceve infinitamente di pi. seguirono lui. Seguire lui, il Figlio, la realizzazione delluomo: cessa la fuga da Dio e inizia il ritorno. Il tempo del verbo greco (aoristo) indica linizio dellazione: il principio di un cammino. Si segue chi si ama e si diventa chi si ama! Sono stato conquistato da Cristo Ges, per questo corro anchio per conquistarlo, dice Paolo (Fil 3,12). La fede essere innamorato di Ges, come lui lo di me, per vivere come lui, anzi di lui, nella reciprocit damore: Non sono pi io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Lui per me e io per lui (Ct 2,16; 6,3). v. 21s andato oltre, vide altri due fratelli, ecc. La scena ripete la precedente, con qualche variazione. Ogni chiamata successiva sostanzialmente uguale alla prima, con le sue peculiarit. Qui si parla anche di barca, di padre, di reti (e di garzoni, Mc 1,20). I due fratelli lasciano il padre e il patrimonio - la madre delladulto! - perch hanno trovato il Padre e il tesoro. v. 23 girava per tutta la Galilea (9,35). Ges itinerante, il Figlio in pesca dei suoi fratelli, il modello dellapostolo - il pastore che cerca la pecora smarrita. Per i quattro pescatori di uomini comincia lapprendistato della nuova pesca. Il ministero di Ges inizia in Galilea e poi si espander per tutte le strade del mondo (28,19s).

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insegnando. Lui la Parola fatta carne: ci che fa e dice la verit del Figlio, che il vangelo racconta anche a noi. proclamando. Ges bandisce la buona notizia del regno. Nei cc. 5-7 dir cos, nei cc. 8-9 ci far vedere come lo realizza. curando. La sua parola la cura fondamentale per i nostri mali: ci dice e ci dona di vivere da figli e fratelli. v. 24 malati, oppressi, ecc. I mali delluomo sono esterni ed interni. Il primo, origine degli altri lignoranza della verit sua e di Dio. Tutta lattivit di Ges un esorcismo, parola di verit che vince in lui lo spirito di menzogna. I miracoli sono la conferma esterna e visibile della guarigione interna. v. 25 lo seguirono numerose folle. Sono lanticipo della grande folla dei discepoli, quanti saranno chiamati allascolto della Parola, esposta nei cc. 5-7. La chiamata delle due prime coppie di fratelli si amplia, in prospettiva, a tutta la Palestina, per estendersi alla fine del Vangelo a tutti i popoli. Gli uomini saranno pescati dallacqua e battezzati nello Spirito (28,19).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi sulla riva del mare di Galilea c. chiedo ci che voglio: non essere cieco al suo sguardo, non essere sordo alla sua voce, sentire il mio nome dalla sua bocca d. traendone gusto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno da notare: il mare Ges cammina vede chiama venite qui dietro di me vi far pescatori di uomini subito lasciare reti, barca, padre seguire lui Ges che insegna e cura.

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4. Testi utili: Sal 23; Sal 119: sostituendo con Ges il termine Parola o sinonimi di ogni versetto; Nm 9,15-23; Is 43,1-7; Mt 13,44-45; Ef 1,3-14; Col 1,12-20; Fil 3,1-15.

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10. BEATI I POVERI 5,1-10 5,1 Ora, viste le folle, sal sul monte e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 E, aperta la sua bocca, insegnava loro dicendo: 3 Beati i poveri in spirito, perch di essi il regno dei cieli. 4 Beati gli afflitti, perch saranno consolati. 5 Beati i miti, perch erediteranno la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perch saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore, perch vedranno Dio. 9 Beati i pacificatori, perch saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati a causa della giustizia, perch di essi il regno dei cieli. 1. Messaggio nel contesto Beati, dice Ges di quelli che noi consideriamo infelici. Per noi beato il ricco, il potente e lonorato: vale chi ha, pu e conta. Per Ges beato il povero, lumile e il disprezzato: vale chi non ha, non pu e non conta. un capovolgimento radicale di valori, senza possibilit di fraintendimento: o ci sbagliamo noi, o si sbaglia lui! Per lui sono benedetti quelli che riteniamo maledetti; maledetti quelli che noi riteniamo benedetti. Linizio del discorso della montagna, che si estende per tre capitoli ( cc. 5-7), costituisce il manifesto, la magna charta del regno: dice chi sono i suoi cittadini, qual la loro condizione. I criteri con i quali Dio giudica e agisce sono esattamente lopposto dei nostri. Regno di Dio e regno delluomo si oppongono come due modi contrari di valutare e di vivere. Sono due modi

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opposti di essere: quello di Ges, Figlio del Padre e fratello di tutti, e quello di chi, senza Padre e senza fratelli, si fatto da s contro tutti. Possiamo usare sette chiavi di lettura per entrare nel mistero di questo testo. La prima cristologica. Queste parole sono unautobiografia di Ges: rivelano il suo volto di Figlio di Dio. La seconda teologica. Manifestano chi Dio: suo Padre, uguale a lui. La terza antropologica. Mostrano il volto delluomo realizzato, del figlio a immagine del Padre. La quarta soteriologica . Ci salvano dallinautenticit, dalla menzogna, dal fallimento. La quinta ecclesiologica. Fanno vedere i lineamenti della comunit dei figli che vivono da fratelli. La sesta escatologica. Rivelano la verit della realt: il giudizio di Dio, il fine stesso del mondo. La settima morale (non moralistica). Ci chiamano a fare secondo ci che siamo, a vivere la nostra identit. Il discorso sul monte una catechesi battesimale, un breviario di vita cristiana: la regola di vita del Figlio. Ma non una nuova legge, pi impossibile dellantica. il cuore nuovo, promesso dai profeti. Infatti quanto Ges qui afferma quanto lui vive, e con la sua carne comunica ad ogni carne. Le sue parole non sono legge, ma vangelo; non sono esigenze nobili e difficili, ma il dono sublime e bello che ci offre, facendosi nostro fratello. Senza il dono del suo Spirito, le beatitudini sono unideologia sublime, tanto pi disperante quanto pi sublime. Ges non solo dice: d a noi ci che dice. Linclusione 4,23 = 9,35 fa del discorso sul monte e dei dieci prodigi (nove miracoli e un esorcismo) successivi ununit. La parola dei cc. 5-7 ha il potere di farci uomini nuovi: come si racconta nei cc. 8-9, ci purifica la vita, ci d la fede, ci rende atti a servire, ci

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libera dalla paura, dal male, dal peccato, dalla malattia e dalla morte, ci fa capaci di vedere e annunciare il regno di Dio. Le parole di Ges sono la medicina ai nostri mali, la verit che guarisce il cuore dalla menzogna che sta alla loro origine. Il discorso sul monte un indicativo che si fa imperativo. Il Figlio ci d di essere ci che siamo: figli; dobbiamo quindi diventare fratelli. Luomo non ha altro dovere che diventare ci che . importante innanzitutto cogliere la bellezza di questo discorso, che ci ridona nel Figlio il vero volto nostro e del Padre. Queste parole non sono rivolte solo ai discepoli, o addirittura a quelli pi volonterosi. Sono per ogni uomo che cerca la propria verit; gli restituiscono la sua realt, al di l di ogni apparenza. Sono quindi la salvezza di questo mondo, il pieno sviluppo delle sue potenzialit. Ges, crocifisso e risorto, la realizzazione delle beatitudini. In quanto crocifisso ne compie la prima parte - povero, afflitto, mite, affamato, assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore, perseguitato -; in quanto risorto ne compie la seconda - il regno suo, consolato, eredita la terra, saziato, trova misericordia, vede Dio, Figlio di Dio. Le beatitudini sono la carta didentit del Figlio. La Chiesa fatta da coloro che ascoltano le beatitudini e, con la forza dello Spirito, fanno di Ges la loro vita e la loro regola di vita.

2. Lettura del testo 5,1 Viste le folle . Il discorso destinato alle folle, allumanit oppressa dal male che accorre a lui dai quattro punti cardinali (4,23ss). Le parole che seguono sono la terapia che li fa uomini nuovi, con la stessa sapienza del Figlio. sal sul monte . Dio sul Sinai rivel la Parola. Qui si manifesta il Figlio, prototipo di ogni fratello, Parola perfettamente compiuta.
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messosi a sedere . Ges cammina quando insegna con la vita (cf 4,18); siede quando dice la Parola che spiega la sua vita. gli si avvicinarono i suoi discepoli . Sullo sfondo c la folla anonima. Discepolo colui che impara: gli si fa vicino per ascoltarlo e seguirlo. v. 2 aperta la sua bocca . Apre la bocca per rivelarci se stesso, Verbo eterno del Padre. Ges colui che dice e che detto, colui che parla e la Parola stessa. insegnava. Il verbo, allimperfetto, indica unazione non finita: lui di continuo ci istruisce, e noi siamo da lui istruiti. Lessenza del discepolo (= colui che impara) essere imparato dal maestro. v. 3 beati. Per otto volte pi una (v. 11) Ges ripete il ritornello, perch si imprima in noi il giudizio di Dio, cos diverso dal nostro. Le sue parole hanno una carica eversiva unica: capovolgono il mondo e i suoi principi. Ges si congratula con gli svantaggiati, perch hanno il grande vantaggio: Dio per loro, con loro, uno di loro! La radice della beatitudine, ovviamente, non lo star male, ma la giustizia di Dio, che non d a ciascuno il suo, ma secondo il bisogno, privilegiando chi ha di meno. Le beatitudini non devono essere un alibi alla nostra ingiustizia: se i poveri sono beati, lascino in pace i ricchi! Anzi, scardinano la radice dellingiustizia, che viene dal fatto che noi consideriamo beato chi ricco, possiede e domina. Se questo il nostro criterio di valori, chiaro che commettiamo ingiustizie. Solo se lo capovolgiamo, c un mondo buono e bello. i poveri. In greco non scritto: povero, che indica uno che ha poco e con pena, a differenza del ricco, che ha tanto e senza fatica. scritto: pitocco, che indica uno che si nasconde, indigente, mendicante. Il pitocco non ha niente, neanche la dignit di un volto da salvare: vive di dono. La povert da noi associata a colpa o a minor valore. NellAT la ricchezza s dono di Dio, ma la povert colpa del ricco, che ruba o non condivide col fratello.
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in spirito. Lespressione per noi strana. Si tratta degli anawim ruah di Qumram, i piegati nello spirito, gli umili, quelli che hanno il cuore del povero - in contrapposizione agli orgogliosi, di dura cervice. Il povero necessariamente umile: vive di ci che laltro gli d. Questa la condizione del Figlio, che tutto riceve dal Padre, anche lessere se stesso. Ognuno di noi ci che ha ricevuto (1Cor 4,7). La povert il vuoto che tutto riceve: quella assoluta riceve lAssoluto. La povert in spirito lumilt, caratteristica prima dellamore. La comprende chi ha gli stessi sentimenti che furono in Cristo Ges (cf Fil 2,5-11). Dio essenzialmente povero. Non possiede nulla: tutto dellaltro. Il suo stesso essere essere del Figlio, se il Padre; essere del Padre, se il Figlio; essere del Padre e del Figlio, se lo Spirito. perch. Il motivo della beatitudine non la povert, ma il perch che ne consegue: Dio al povero fa i suoi doni, anzi dona se stesso. La povert la condizione per accoglierlo. . La prima e lultima beatitudine sono al presente, le altre al futuro. Il regno di Dio gi dei poveri e dei perseguitati (v. 10). Ma rimane la tensione verso un futuro diverso. Il dono non abolisce il cammino della storia: la cambia dandole una meta, che il futuro rende evidente. La pianta viene dal seme che stato deposto. Nessuno si illuda: ognuno raccoglier ci che ha seminato (Gal 6,7); e chi semina nel pianto, mieter con giubilo (Sal 126,5). Contro ogni tentazione trionfalistica e millenaristica, il regno , al presente, sempre del povero e del perseguitato. il regno dei cieli. Il regno di Dio Dio stesso che regna. Dio Padre: il suo regno il Figlio che nella fraternit realizza la sua filialit. v. 4 beati gli afflitti . Il povero afflitto: a lui va male. Infatti piove sempre sul bagnato. Lafflizione una tristezza con pianto, un traboccare allesterno di unincontenibile pena interna.

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saranno consolati. Il presente di afflizione ha un futuro diverso (cf Is 61,1ss). Consolazione indica la gioia del mondo nuovo, in cui non ci sar pi il male. Esso c ancora, ma non pi la parola definitiva: si pu e si deve sperare e agire contro di esso. Il futuro non la santificazione del presente. Ges, piangente su Gerusalemme e oppresso nellorto, ha affrontato la croce guardando alla gloria che gli era posta innanzi, e ora siede alla destra di Dio. Guardando a lui e, soprattutto, seguendo lui, non ci scoraggiamo (Eb 12,2). Anzi: abbondiamo di consolazione in ogni tribolazione (2Cor 1,5). Il risus paschalis pervade ormai la nostra esistenza. Il suo destino anche il nostro; per questo le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovr essere rivelata in noi (Rm 8,18) v. 5 beati i miti. Mite chi non fa valere i propri diritti e cede piuttosto che adirarsi. il contrario di chi ha la mentalit vincente: non aggredisce, non ha grinta, non vuole dominare, non sopraff nessuno. Chi ama sempre mite. Il povero costretto ad esserlo. Il comportamento modifica il sentimento! erediteranno la terra (Sal 37,11). La terra, che fornisce da vivere, simbolo dello Spirito, che vita. La terra promessa la promessa dello Spirito. Chi ha lo spirito padronale la perde; chi ha lo spirito del povero, ne ha leredit: figlio, uguale al Padre, con il suo medesimo amore verso i fratelli. Mite Mos (Nm 12,3), colui che porta il regno (Zc 9,9), Ges (11,29; 21,5). Se i regni della terra appartengono ai furbi e ai prepotenti, che anno della volpe e del leone (Machiavelli), il regno dei cieli appartiene ai semplice e ai miti. v. 6 beati quelli che hanno fame e sete di giustizia (Sal 107,5.8s). Fame e sete sono bisogno di vita - e la vita la giustizia, la volont di Dio, il suo amore per tutti. Beato chi ha fame e sete di vivere sulla terra il suo amore di Padre che nei cieli. saranno saziati. La saziet pienezza di vita. Ges, che compie ogni giustizia facendosi solidale coi fratelli perduti (3,15), il Figlio, pieno della vita stessa
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del Padre (3,15-17). Da lui, fatto pane, anche noi prendiamo forza e saziet filiali. v. 7 beati i misericordiosi . Sono coloro il cui cuore si lascia toccare dal male altrui come fosse proprio. La misericordia la forma fondamentale dellamore: passione che si fa com-passione. troveranno misericordia . Il misericordioso trova Dio stesso, che

misericordia, e se stesso, figlio suo, misericordioso come il Padre (Lc 6,36; cf Mt 5,48). lunica beatitudine dove uno trova nel futuro ci che gi ora ha! v. 8 beati i puri di cuore (Sal 24,4; 73,1). Il cuore, centro della persona, contiene luomo nascosto (1 Pt 3,4): il Figlio, che per la fede abita nel nostro cuore (Ef 3,17). Chi ha il cuore puro, non ottenebrato da tanti desideri e paure, lo trova. vedranno Dio. Il cuore puro un occhio trasparente che vede Dio. E lo vede in tutte le cose, perch lo ha dentro e lo proietta su tutto. La purezza di cuore si ottiene con la retta intenzione: chi in tutto cerca solo Dio, trova lui, che tutto in tutti (1Cor 15,28). v. 9 beati i pacificatori . Fare pace tra gli uomini significa renderli fratelli. saranno chiamati figli di Dio . Rendere fratelli lopera del Padre e di chi gi figlio. v. 10 beati i perseguitati a causa della giustizia (1Pt 3,14; 2,19). Chi ama il Padre e i fratelli, si scontra con il male: trova ostilit e persecuzione, in s e fuori di s. La pace non mai pacifica: costa la croce del pacificatore (cf Ef 2,13s) - come a Ges, cos ai suoi discepoli, che ritengono una dignit lessere disprezzati come lui (At 5,41). di essi il regno dei cieli . Il regno dei cieli, qui sulla terra, permane sotto il segno della croce. La vita del discepolo sotto il vessillo della croce, luogo dincontro tra lingiustizia delluomo e la giustizia di Dio, amore per tutti gli ingiusti. necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di

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Dio (At 14,22). Noi pensiamo che le contrariet lo ostacolino. Ma la nostra la vittoria dellAgnello, vittorioso proprio perch immolato.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte sul quale Ges parla alle folle c. chiedo ci che voglio; capire il mistero del Signore che pensa il contrario di me e perch d. sosto su ogni parola, ne vedo la bellezza e considero come Ges lha vissuta.

4. Testi utili: Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146; 126; Is 55; Sap 3-5; Lc 1,46-55.

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11. BEATI SIETE, QUANDO VI INSULTERANNO 5,11-16 5,11 Beati siete, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male contro di voi, (mentendo), per causa mia. Gioite e danzate perch la vostra ricompensa grande nei cieli; cos infatti perseguitarono i profeti prima di voi. Voi siete il sale della terra; ma qualora il sale sia scipito, con che cosa lo si saler? A nientaltro vale, che ad essere gettato fuori e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Non pu restare nascosta una citt posta su un monte; n si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere e risplende per tutti quelli di casa. Cos risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perch vedano le vostre opere belle e glorifichino il Padre vostro che nei cieli.

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1. Messaggio nel contesto Beati siete, dice Ges rivolgendosi personalmente a quelli che hanno udito le precedenti otto beatitudini, dette in modo impersonale. Quelli che lo ascoltano, diventano un voi rispetto a lui che parla: il voi della Chiesa, destinataria della nona, perfetta beatitudine. I vv. 11-12 sono uno sviluppo della precedente beatitudine sui perseguitati per la giustizia (v. 10). Questa persecuzione fa nascere il voi della Chiesa, in tutto simile al proprio maestro, battezzata nel suo stesso battesimo. Il v. 13

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proclama lidentit dei discepoli perseguitati: sono sale della terra, che hanno lo stesso sapore di Cristo. I vv. 14-16 ne dichiarano la rilevanza: sono luce del mondo, citt posta sul monte, lucerna accesa sul lucerniere. I discepoli nelle difficolt, invece di abbattersi, si sentono identificati con il loro Signore: con gioia vivono la beatitudine di essere con lui e come lui. La croce li rende conformi a lui, con il suo stesso amore per il Padre e i fratelli. Li fa sale della terra: d ad Adamo, che terra, il suo sapore, la sua identit di figlio. E questa si fa rilevanza, luce del mondo, che conquista anche gli altri con la sua bellezza. Levangelizzazione avviene attraverso la testimonianza di chi compie in s quello che ancora manca alla passione del Figlio in favore dei fratelli (Col 1,24) - e manca sempre solo ancora la mia passione. La testimonianza insieme sale, nascosto ma ben percepibile, e luce, palese e visibile, che fa godere a tutti la gloria di Dio. Ges, Sapienza di Dio, il Figlio che d la vita per i fratelli. Per questo sale e luce: fa sentire e vedere loro che Dio il Padre comune. La Chiesa il voi che ha ascoltato le beatitudini e ha lo stesso sapore di Cristo. Partecipa del suo destino di passione in quanto sale della terra e di gloria in quanto luce del mondo - senza dimenticare che luce solo in quanto sale.

2. Lettura del testo 5,11 Beati siete. Ora Ges si rivolge a chi si lasciato generare dallascolto della Parola. il voi dei fratelli, che gli somigliano in ci che ha di pi proprio: il suo amore di Giusto, crocifisso per gli ingiusti. quando vi insulteranno . La prima forma di persecuzione la pi grave: perdere la faccia. La spada uccide il corpo; linsulto la dignit di persona. Il disonore non a caso si associa spesso al suicidio. Qui invece segno di grandissima dignit: siamo stimati degni di essere come il Signore, che ha
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perso la faccia e la vita per noi. Per questo gli apostoli, dopo aver per la prima volta sperimentato la fustigazione, uscirono dal sinedrio lieti per lonore di essere stati disonorati a causa del suo nome (At 5,41) quanto ha capito bene S. Ignazio di Loyola: a chi desidera la libert evangelica fa chiedere, a parit di gloria di Dio, piuttosto che ricchezza, povert con Cristo povero, piuttosto che onori, umiliazioni con Cristo umiliato, e desiderio di essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio ed accorto secondo il giudizio del mondo, e questo solo per imitare e somigliare pi strettamente a Cristo nostro Signore (Esercizi spirituali n. 167). Non che uno ami gli insulti - non bisogna darne occasione alcuna (Costituzioni S. I. , n. 101) -, ma se uno ama Cristo, desidera rivestire la sua livrea (ivi, n. 102), essere con lui e come lui. vi perseguiteranno . La persecuzione, che intacca lintegrit della vita, genera il discepolo a immagine del Maestro: capace di dare la vita (cf Gv 15,18-16,4). Per Paolo la credenziale del suo essere apostolo (2Cor 11,16-12,10). Le prove sono la prova che siamo figli (Eb 12,8), causa di perfetta letizia (Gc 1,2), di gioia piena (1 Pt 1,6), di consolazione in ogni tribolazione (2Cor 1,1-7). diranno ogni male contro di voi . La diffamazione un insulto pubblicamente diffuso: la cattiva fama, lessere annoverato tra i malfattori (Lc 22,37), che toglie nome e onorabilit. mentendo. Non bisogna dare motivo di biasimo, perch nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo (1Pt 3,16). Linsulto e la maldicenza devono essere non giusti: solo allora sono testimonianza del Giusto. Per questo una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato?(1Pt 2,19s). Se, come il malfattore in croce, soffriamo perch ingiusti, possiamo sempre dire che ci giusto, e riconoscere cos la vicinanza del Giusto che

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ingiustamente l per offrirci il regno (Lc 23,41). Anche la sofferenza ingiusta e meritata - e come tale riconosciuta - unisce alla grazia del Giusto sofferente. v. 12 gioite e danzate . La beatitudine diviene gioia interna che si esprime in danza esterna: fa saltare di gioia. la vostra ricompensa grande nei cieli. Ci aggiudicata la grande ricompensa, la pi grande che ci sia: nei cieli - in Dio! - siamo generati figli, a immagine del Figlio. cos infatti perseguitarono i profeti prima di voi. Non siamo soli, ma in buona compagnia: innanzi tutto con Ges, e poi con il nugolo di testimoni che ci hanno preceduto (Eb 12,1). v. 13 voi siete il sale. Il sale d sapore e preserva dalla corruzione; inoltre simbolo di sapienza, amicizia e disponibilit al sacrificio. La comunit sale quando ha il sapore delle beatitudini. Esse ci danno il nostro sapere e sapore (sapere = avere il sapore), ci preservano dalla corruzione, ci danno sapienza, capacit di amicizia, disponibilit a pagarne i costi: sono la nostra identit di figli del Padre. della terra. La nostra identit sale della terra: d senso non solo alla nostra esistenza personale, ma a quella di ogni uomo. La vita filiale e fraterna per tutti il sapore stesso della vita. Se uno non figlio e fratello di nessuno, semplicemente non . ma qualora il sale sia scipito . facile perdere il sapore di Cristo, che saper dar la vita in amore e umilt. Per il dilagare delliniquit, lamore di molti si raffredder (24,12). Il seme della Parola che ci fa figli pu non attecchire, pu essiccare appena attecchito, pu essere soffocato dopo essere cresciuto (13,18-22). La sapienza mondana non quella della croce. In ciascuno di noi grande la lotta tra la sapienza dellamore e quella dellegoismo. a nientaltro vale, ecc. Il discepolo che non ha il sapore di Cristo non vale nulla, e non serve a nessuno.

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v. 14 voi siete la luce . Chi sa di Cristo, luce: lidentit rilevanza. La luce il principio della creazione (Gen 1,3). Ges visto da Matteo come il sorgere di una grande luce su quanti abitano nelle tenebre e nellombra di morte (4,12-17). In lui siamo illuminati, veniamo alla luce della nostra realt, nasciamo come figli. E chi illuminato, a sua volta fa luce agli altri. del mondo. Ci che d sapore alla terra, illumina il mondo, facendone vedere la bellezza. La parola mondo (in greco: ksmos) significa ordine, struttura, bellezza. Nel NT ha una connotazione negativa. Infatti questo mondo strutturato sulla brama di avere, di potere e di apparire (1Gv 2,16), con il suo ingannevole fascino che lo fa sembrare buono, bello, e desiderabile (Gen 3,6). La vita filiale fa cadere linganno, e gli rid la verit del suo splendore. una citt. La comunit una citt, la citt santa, il luogo in cui si vivono le relazioni in modo divino e paradisiaco, non diabolico e infernale. posta su un monte. La citt santa sulla cima dei monti, come il tempio del Signore, che essa (Is 2,2). Tutti la vedono e dicono: Venite, saliamo sul monte del Signore, perch ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri (Is 2,3). Noi dobbiamo cercare non la rilevanza, bens lidentit. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia, e, bruciando, illumina. Lidentit non pu restare nascosta, anche se non fa nulla per farsi vedere: il sale non pu non salare, e la luce non illuminare. Il problema non salare o illuminare, ma essere sale e luce. Chi cerca la rilevanza invece dellidentit, come la rana che si gonfia per diventare bue. Nessuno d ci che non ha: ci che sei parla pi forte di quello che dici. v. 15 n si accende una lucerna . In realt noi non siamo luce, ma lucerna. La lucerna un semplice vaso di terracotta, con uno stoppino fuligginoso che emerge dallolio. Solo se accesa, fa luce. Cos anche noi facciamo luce solo se siamo accesi di Cristo, dal fuoco del suo amore.

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sotto il moggio/sopra il lucerniere . Si mette la lampada sotto il moggio per spegnerla. Quante volte spegniamo la luce sotto il moggio dei nostri opportunismi. La lampada invece va messa sul lucerniere. Per Ges il lucerniere fu la croce: il massimo del suo nascondimento fu la sua piena rivelazione. quelli di casa. I fratelli si accorgono del fuoco che in me, se c, e ne sono aiutati a vivere la loro fede. v. 16 davanti agli uomini, perch vedano, ecc. Ges dir subito dopo di non agire davanti agli uomini (6,1) per avere gloria da loro. Qui dice che le nostre opere buone edificano i fratelli, che nella nostra vita fraterna avvertono il profumo di Cristo (2Cor 2,14) e glorificano Dio.

3. Preghiera del testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges sul monte, con i discepoli che lo ascoltano c. chiedo ci che voglio: essere libero da ogni ricerca di ricchezza, di onore e di gloria d. medito su ogni parola e vedo come Ges lha vissuta.

4. Passi utili: Is 58,7-10; Sal 112; 1; 1Cor 1,16-2,15; Fil 2; 1 Pt 2,21-25.

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12. NON VENNI PER ABOLIRE, MA PER COMPIERE 5,17-20 5,17 Non pensiate che sia venuto per abolire la legge o i profeti: non venni per abolire, ma per compiere. Amen vi dico: finch non sia passato il cielo e la terra, neppure un solo iota o una sola virgola passer dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredir uno solo di questi comandi, anche minimi, e insegner cos agli uomini, minimo sar chiamato nel regno dei cieli. Chi invece far e insegner, costui grande sar chiamato nel regno dei cieli. Perci vi dico: se la vostra giustizia non sar eccessiva, pi degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

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1. Messaggio nel contesto Non venni per abolire, ma per compiere la legge e i profeti, dice Ges. La legge infatti buona: comanda ci che fa crescere la vita e vieta ci che la diminuisce. I profeti, a loro volta, richiamano ad essa, denunciandone le trasgressioni e promettendo un cuore nuovo e uno Spirito nuovo, che ci faccia finalmente camminare nella via di Dio. Ma la legge non salva nessuno. Luomo, dopo il peccato, per imperizia e inganno, ritiene male il bene e bene il male. Quando se ne accorge, ha gi sbagliato, e, cercando di giustificarsi, sbaglia ulteriormente. La trasgressione diviene infine unabitudine, quasi un imperativo, una coazione a fare ci che

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vietato e a vietarsi ci che comandato: la schiavit del vizio, tanto difficile quanto importante da ammettere. Paradossalmente la legge, con i suoi divieti e comandi, permette al peccato di esprimere la sua potenzialit negativa, indicandogli cosa fare per articolarsi in peccati. La legge, in s buona, per le trasgressioni (Gal 3,19): serve in ultima analisi a stuzzicare lappetito del peccato e far uscire il veleno che c in noi. La legge insieme provoca, accusa e punisce la peccaminosit, che comunque c, fungendo da carceriere, pedagogo e tutore delluomo. Posta a tutela della vita, a causa del peccato non d che morte. Ges venuto a liberarci dalla schiavit della legge non abolendola - sarebbe stravolgere il bene in male e viceversa - bens compiendola, e in modo superiore, divino. Infatti dietro la legge, che vieta ci che sa di morte, c il Signore che d la vita e risuscita dai morti; dietro la parola che condanna la trasgressione, c il Padre che perdona il trasgressore. Ges il primo che vive lamore. La sua giustizia non quella degli scribi e dei farisei: quella eccessiva del Figlio, uguale a quella del Padre, che fa entrare nel regno. Ges non la fine, bens il fine della legge e dei profeti: non labolizione, ma il compimento. Vive infatti la parola data a Mos e richiamata dai Profeti: il Figlio che compie la volont del Padre. La Chiesa non annuncia la legge, ma il vangelo. Mos infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni citt, poich viene letto ogni sabato nelle sinagoghe (At 15,21). Essa annuncia la buona notizia della giustizia eccessiva del Figlio, che ama come il Padre. Non per questo trasgredisce la legge. Lamore infatti non fa male a nessuno: pieno compimento della legge lamore (Rm 13,10).

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2. Lettura del testo 5,17 Non venni per abolire la legge o i profeti . La legge propone il bene e condanna il male. I profeti richiamano alla sua osservanza e alla conversione al Signore, che sempre perdona. ma per compiere. Nessuno fa il bene, neppure uno (Sal 14): tutti, credenti e non credenti, siamo peccatori, privi della gloria di Dio (Rm 3,23). La Parola, mai ascoltata da Adamo in poi, rimase inadempiuta. Ges il primo che compie ogni giustizia (3,15). Per questo il Padre dice di ascoltarlo (17,5): il Verbo fatto carne, venuto tra gli uomini per dare corpo alla legge e ai profeti, che senza di lui restano parola vuota, promessa inevasa. Le antitesi che seguiranno non saranno contro la legge, ma il suo compimento. v. 18 neppure un solo iota o una sola virgola passer dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Ges compie la volont del Padreamando i fratelli. Lamore non trascura neanche il minimo dettaglio, che un altro riterrebbe trascurabile. Manifesta anzi la propria grandezza nelle attenzioni minime. Chi non ama vede le norme come impossibili da osservare o come occasione per trasgredire. Chi ama compie liberamente tutto, ma non in forza della legge, bens dellamore. v. 19 chi dunque trasgredir, ecc. Il grado di partecipazione al regno proporzionale alla capacit di assolvere quei debiti che solo lamore conosce. Non si tratta di precettistica o piccineria mentale: il valore di una persona, la sua finezza e magnanimit, fare e insegnare ci che lamore detta. v. 20 se la vostra giustizia non sar eccessiva, pi degli scribi e dei farisei. Gli scribi insegnano la giustizia della legge; i farisei la fanno. Ges dice che per entrare nel regno non basta conoscere ed eseguire la legge. necessaria una giustizia che ecceda i limiti della legge: quella del Padre, che ama, perdona e salva gratuitamente i suoi figli. una giustizia eccessiva, perch lamore che la muove non conosce misura.
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non entrerete nel regno dei cieli . Il regno dei cieli quello di Dio Padre: vi entrano i figli - quelli che amano gli altri come fratelli, al di l di ogni bont o qualit. Se la nostra salvezza consiste nellessere perfetti come Dio (v. 48), la sua perfezione quella del Padre che ama tutti.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges sul monte che parla c. chiedo ci che voglio: accogliere la giustizia eccessiva, pieno compimento della legge d. prendo il Sal 119, sostituendo in ogni versetto il termine parola (o legge, precetto e sinonimi) con Ges, Parola eterna di Dio fatta carne. una bellissima contemplazione su Ges, compimento della legge, rivelazione piena di Dio.

4. Testi utili: Dt 4,1.5-9; Sal 147b; 119; Ef 1,3-14; Col 1,12-20; Fil 3,1-15.

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13. IO PER VI DICO 5,21-48 5,21Udiste che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avr ucciso sar sottoposto a giudizio. 22 Io per vi dico: Chiunque si adira con il suo fratello, sar sottoposto a giudizio; e chi dir a suo fratello: stupido! sar sottoposto al sinedrio; e chi gli dir: pazzo! sar sottoposto alla Geenna del fuoco. 23 Se dunque presenti il tuo dono allaltare e l ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, 24 lascia l il tuo dono allaltare e va prima a conciliarti con tuo fratello e poi va a presentare il tuo dono. 25 Sii daccordo col tuo contendente subito, fin che sei con lui nel cammino, perch il tuo contendente non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu sia gettato in carcere. 26 Amen ti dico: non uscirai di l finch non restituisci lultimo spicciolo. 27 Udiste che fu detto: Non fare adulterio. 28 Io per vi dico: Chiunque guarda una donna per desiderarla, gi ha fatto adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo via da te; ti conviene infatti che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via da te; ti conviene infatti che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo se ne vada nella Geenna.
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31 Ora fu detto: Chi ripudia sua moglie le dia latto di allontanamento. 32 Io per vi dico: Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone ad adulterio, e chi sposa una ripudiata fa adulterio. 33 Inoltre udiste che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi col Signore i tuoi giuramenti. 34 Io per vi dico: Non giurare affatto n sul cielo, perch il trono di Dio, 35 n sulla terra, perch sgabello dei suoi piedi, n su Gerusalemme, perch la citt del grande sovrano. 36 Non giurare neppure sulla tua testa, perch non puoi un solo capello far bianco o nero. 37 Sia la vostra parola: s, s! no, no! Ci che eccede questo, viene dal maligno. 38 Udiste che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39 Io per vi dico: Non opporti al malvagio; anzi, se uno ti colpisce la guancia destra, tu porgigli anche laltra; 40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio e toglierti la tunica, lascia anche il mantello; 41 e se uno ti angarier per un miglio, va con lui per due. 42 A chi ti chiede da, e a chi vuole da te un prestito non volgere le spalle. 43 Udiste che fu detto: Amerai il tuo prossimo
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e odierai il tuo nemico. 44 Io per vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quanti vi perseguitano, 45 perch diventiate figli del Padre vostro nei cieli, che il suo sole leva su cattivi e buoni, e pioggia d su giusti e ingiusti. 46 Infatti se amate quanti vi amano, che ricompensa avete? Non fanno cos anche i pubblicani? 47 E se salutate solo i vostri fratelli, cosa fate di pi? Non fanno cos anche i pagani? 48 Siate dunque voi perfetti come il Padre vostro celeste perfetto!

1. Messaggio nel contesto Io per vi dico, dice Ges dichiarando la giustizia eccessiva del Figlio che fa entrare nel regno del Padre (v. 20). Questa sezione, introdotta dal brano precedente, ci spiega in che modo Ges compie tutta la legge. Norma del nostro agire diventare come il Padre (v. 48). Sii ci che sei: sei figlio, sii dunque figlio, uguale al Padre che ama tutti. Il discorso sulla montagna rivede, a questa luce, le nostre relazioni coi fratelli (vv. 21-48). Seguir lesposizione dei tre pilastri del mondo - lelemosina, la preghiera e il digiuno ( 6,1-18) -, e una sezione di lunghezza pari a questa, che esamina la nostra relazione con il Padre ( 6,19-7,11), per terminare con il comando dellamore, sintesi della legge e dei profeti (7,12), che fa da inclusione a tutto il discorso (5,17). Questo brano strutturato su sei antitesi: fu detto/io per vi dico. In realt non sono antitesi: Ges non propone una legge diversa, come appare chiaro dal v. 17: Non sono venuto ad abolire, ma a compiere la legge e i profeti. La legge non nuova, ma antica. Il compimento per nuovo: nessuno mai lha

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proposta e osservata in questo modo, che quello del Figlio. Principio della sua giustizia infatti lamore del Padre. Ges parla con autorit pari a colui che diede le Dieci Parole. Io per vi dico non contraddice quanto stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ci che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana. Ma ci che dice non unimposizione legalistica, ancor pi severa della precedente, che giudica non solo le azioni, ma addirittura le intenzioni. invece la buona notizia di ci che Dio opera in noi mediante queste stesse parole, che hanno lautorit di compiere ci per cui sono mandate. Vanno quindi intese non come un codice di leggi bellissime ma disumane, divinamente impossibili, bens come rivelazione e dono della vita stessa di Dio per noi. Alla luce del regno del Padre, proclamato nelle beatitudini, si rivedono ora i rapporti con gli altri e con lAltro. Le due tavole del decalogo vengono rivisitate con il cuore nuovo del Figlio. Voi, che avete la sapienza delle beatitudini, siete sale della terra e luce del mondo proprio perch vivete con gli altri da fratelli, che conoscono il Padre comune. I vv. 21-26 riguardano il rispetto dellaltro nella sua vita. Non basta non ucciderlo: anche lira, linsulto e il disprezzo sono forme di uccisione (vv. 2122). Laccordo fraterno cos importante che la riconciliazione ha la precedenza su ogni culto religioso (vv. 23-24); il non accordo con il fratello la condanna di non essere figlio (vv. 25-26). I vv. 27-30 riguardano il rispetto dellaltro nel suo bene fondamentale: la sua relazione di coppia che lo realizza come persona, a immagine di Dio. Non c solo ladulterio del corpo, ma anche quello del cuore (vv. 27-28). Bisogna essere decisi nel recidere ci che induce al male (vv. 29-30) I vv. 31-32 riguardano il divorzio, concesso dalla legge mosaica; Ges riporta lunione uomo/donna al suo statuto originario (cf 19,3-9).
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I vv. 33-37 riguardano il giuramento e la parola, forma fondamentale di relazione umana, che media e d senso a ogni altra: il parlare della bocca sia trasparenza di quanto c nel cuore. I vv. 38-42 riguardano la giustizia vendicativa: la legge del taglione sostituita da quella della misericordia, che sola vince il male e riscatta chi lo fa. I vv. 43-47 riguardano lamore del prossimo (= fratello), che va esteso anche al nemico. Solo chi fa cos figlio di Dio, perch Dio fa cos. Il v. 48 il versetto centrale ( Kelal), onnicomprensivo, che conclude tutto: come la cima pi alta da cui si gode tutto il panorama. Ci dice di essere perfetti come il Padre, perch siamo figli: lessenza del vangelo, ci che Ges venuto a parteciparci. Come si vede, letica naturale di sua natura soprannaturale: la natura delluomo essere come Dio. Ges qui dice ci che nel seguito del vangelo puntualmente realizza. La Chiesa fatta da uomini peccatori, come tutti. Per si sanno figli del Padre, e cercano di essere fratelli di tutti, con e come Ges, il Primogenito.

2. Lettura del testo 5,21 Udiste. Israele la religione dellascolto e del dialogo tra Dio e uomo. fu detto. Il passivo per non dire il Nome. YHWH parla: luomo ascolta, e diventa la parola a cui risponde. non uccidere. la quinta delle Dieci Parole (Es 20,13; Dt 5,17). Fondamento minimo di ogni relazione il lasciar vivere laltro. v. 22 io per vi dico . Non unantitesi, ma un completamento: luccisione fisica viene da unuccisione interna dellaltro - dallira, dal disprezzo, dal rompere con lui la fraternit. chiunque si adira col proprio fratello, ecc . Lira omicidio del cuore, moto interiore contro laltro, che suppongo contro di me. Laltro lestraneo, il nemico, nei confronti del quale mi difendo e attacco. Ma, negando la
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fraternit, uccido la mia identit di figlio. Per questo lira delluomo non compie la giustizia di Dio (cf Gc 1,20 ). stupido. Il disprezzo luccisione interiore, che permette quella esteriore. Lavversario va ritenuto inferiore. Le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, come fosse non uomo. Solo allora possibile ucciderlo! La stima che devo aggiudicare allaltro la stessa di Dio, che non ha esitato a dare la sua vita per lui. pazzo. Forse ha una connotazione religiosa, e significa empio. Il nemico, oltre che disprezzato, va anche demonizzato, come fosse il male. Cos diventa bene eliminarlo! Ges per tre volte parla dellaltro come fratello: negargli la fraternit perdere la propria filialit. Geenna (= valle dellInnon). In questa valle, fuori le mura di Gerusalemme, cera una volta un altare al dio Moloch, dove si sacrificavano vittime umane. Gli ebrei lo avevano dissacrato bruciandovi le immondizie. Chi non considera laltro come fratello, ha sacrificato la propria vita di figlio e la butta nellimmondizia. v. 23 se dunque presenti il tuo dono sullaltare, ecc . Prima di rivolgerti al Padre, devi non solo perdonare il fratello contro il quale hai qualcosa, ma addirittura riconciliarti con il fratello che ha qualcosa contro di te, anche se tu hai nulla contro di lui. Non puoi celebrare la paternit, se prima non cerchi di ristabilire la fraternit. v. 24 va prima a riconciliarti col fratello. Se non ti riconcili con il fratello che ha qualcosa contro di te, sei in colpa tu, anche se hai nulla contro di lui. Non puoi dire che hai ragione o non ti importa. Il non essere daccordo gi il male; e se non ti importa di lui, hai gi ucciso lui come fratello e te stesso come figlio. v. 25 sii daccordo con il tuo contendente subito. Laltro sempre colui che sta-contro, lavversario. Perch ha un bene che tu non hai e vuoi rapirglielo, o
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perch non ha ci che vorresti da lui, o perch ti prende ci che tu vorresti prendere a lui, laltro comunque il tuo contendente: accampa su di te gli stessi diritti che tu accampi su di lui. In questa contesa devi affrettarti a ristabilire laccordo, pena il tuo essere condannato come non figlio. fin che sei con lui nel cammino . La vita un cammino di riconciliazione con laltro: ha come meta la tua verit di figlio nel tuo vivere da fratello. Se non fai cos, perdi tempo e vita; fallisci il senso della tua esistenza. perch non ti consegni al giudice, ecc. Non importa se hai torto o ragione: se non vai daccordo con il fratello, non sei figlio. Con la tua vita scrivi la sentenza che alla fine il giudice legger. Ges te la legge gi ora, perch cambi ci che stai scrivendo! v. 26 non uscirai di l, ecc. Se non passi dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, perdi la vita di figlio del Padre (cf 18,21-35).

v. 27 non fare adulterio ( Es 20,14; Dt 5,18). Il comando rivolto al maschio, dei cui beni la donna fa parte. Ladulterio un furto nei confronti del padre, se la donna nubile, del marito se sposata (siamo in una cultura maschilista! Giustamente vale anche il reciproco). Ma il matrimonio, anche nellAT , ben pi di questo: appartenenza mutua tra femmina e maschio, che fa dei due una carne sola, a immagine di Dio. Gli sposi sono luno dellaltra e viceversa, nel dono reciproco di amore. Rompere questunione dimezzare la persona, infrangere limmagine di Dio che comunione damore (Gen 1,27; 2,22ss). Si dice che lamore di coppia in fedelt e stabilit una conquista di civilt. Il maschio, come ogni animale, naturalmente concupisce ogni donna per diffondere la specie; e la donna, a sua volta, concupisce il maschio migliore per selezionarla. Lamore monogamico possibile dove, al di l della specie, lindividuo concepito come valore assoluto e unico, perch in relazione allAssoluto, e lappartenenza reciproca nel dono damore vista come realizzazione dellimmagine di Dio.
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adulterio nel suo cuore. Locchio che desidera per possedere gi adulterio. Ges sposta lattenzione dallocchio al cuore. Locchio cattura e mette nel cuore ci che interessa; e al cuore interessa ci che locchio cattura e gli mette dentro. Una fedelt che non sia dellocchio e del cuore un sepolcro imbiancato. v. 29s se il tuo occhio ecc. Locchio per desiderare e la mano per prendere sono allorigine di ogni bene e di ogni male, non solo delladulterio. Perch locchio e la mano non siano per la morte, bisogna de-cidere (= tagliare) ci che non porta alla vita. Gli antichi conoscevano la necessit di una custodia dei sensi (la scimmia con sei mani!), indispensabile per la custodia del cuore. Se il cuore di chi ama un giardino cintato, pieno di delizie (Ct 4,12), un cuore non custodito un giardino senza recinto e devastato: se ne pasce ogni animale selvatico (Sal 80,14).

v. 31s chi ripudia, ecc. Si tratta del divorzio, fallimento di ununione. La legge suppone il male, e pone rimedio al peggio. Ges invece propone il vangelo, la buona notizia della vittoria sul male e della possibilit del meglio. Il diritto di divorzio, nella cultura maschilista, spettava alluomo. Mos stabil delle regole per tutelare la donna dallarbitrio del maschio (Dt 24,1). Ai tempi di Ges causa sufficiente di divorzio poteva essere o solo ladulterio (Shammai), o qualunque motivo, anche il pi futile, che potesse rivelare una mancanza damore da parte della donna ( Hillel). Lindissolubilit che Ges propone comprensibile, come il resto del discorso, non come legge, ma come dono del cuore nuovo: in quanto amati con fedelt e senza condizioni, possiamo amare con lo stesso amore con cui siamo amati. Il fallimento della relazione maschio/femmina il fallimento della verit profonda delluomo, che lo rende simile a Dio: la capacit di amore.
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Come educare allamore, come mantenerlo e farlo crescere - se non cresce, cala! - il grande problema pastorale. Di fatto molti matrimoni falliscono. Ma erano veri matrimoni nel Signore? E che fare con i risposati, che hanno costruito ununione stabile con responsabilit, e desiderano far parte della comunit? Ci vuole discernimento per salvare non solo i principi giusti, ma soprattutto gli uomini, che sono sempre peccatori e perdonati. Una volta la legge teneva insieme la coppia, anche se si odiava a sangue. La formazione, laccompagnamento, la comprensione e il discernimento possono fare oggi ci che nessuna legge in grado di fare, restituendo il matrimonio alla sua purezza originaria di libero dono damore. Guai al pastore dal cuore duro, legalista e punitivo, che ignora la misericordia e spegne il lucignolo fumigante. Deve discernere, qui e ora, cosa pi aiuta il fratello debole a crescere nella fede e nellamore. Chi crede di sapere i principi, non per questo ha imparato come bisogna usarli (cf 1Cor 8,11). v. 32 chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, ecc . In greco c pornea , che pu significare sia prostituzione che adulterio. In questo caso Ges sarebbe dellopinione del rigorista Shammai, e non avrebbe senso dire: Io per vi dico . pi probabile che si tratti di unioni tra consanguinei, usuali nellantichit e illegittime per gli ebrei (cf Lv 18,16-18; anche in 1Cor 5,1 lincesto chiamato pornea ). Il ripudio non adulterio. Adulterio cambiare partner. Ma la separazione, se non per breve tempo e motivi precisi (1Cor 7,5), occasione di adulterio: espone ad adulterio. Non si pu infatti imporre la verginit a chi non stata concessa in dono. chi sposa una ripudiata, fa adulterio . Lottica sempre maschilista. Ma vale anche al femminile.

v. 33 non spergiurare, ma adempi col Signore i tuoi giuramenti . Giurare chiamare Dio a testimone della propria veridicit. Spergiurare in ebraico :
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Giurare in-vano, giurare nel nulla, invece che in Dio (Lv 19,12; Es 20,7). peccato perch si chiama colui-che- a testimone di ci che-non-. I giuramenti e le promesse in nome di Dio vanno mantenuti per non disonorare chi si chiamato a testimone (Nm 30,3; Dt 23,22; Sal 50,14). v. 34 non giurare affatto . Ges vieta di giurare, perch la parola deve essere di per s vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente falsa, mezzo di dominio e di divisione. n sul cielo. Cielo sostituisce il Nome: il trono della gloria. v. 35 n sulla terra, perch sgabello dei suoi piedi . Va rispettata la terra come il cielo! n su Gerusalemme. la dimora di Dio. v. 36 n sulla tua testa . Non tua, ma di Dio. Su nulla si pu giurare: qualunque giuramento tu faccia, chiami in causa Dio. Lui infatti lessere di tutto ci che . E non va mai chiamato in causa, perch se spergiuri, ne profani il nome, se dici la verit, lui gi presente in ogni parola vera, senza alcun giuramento. v. 37 sia la vostra parola. Il nostro parlare non chiami a testimone Dio, ma testimoni Dio. Sia come il suo: sempre vero, trasparenza del cuore. s, s! no, no! Il nostro parlare sia s se s, no se no. In mezzo ci pu essere solo il non so - ma non come furbizia o pigrizia, bens come impegno di ricerca della verit o silenzio di carit. Non dobbiamo fare come lo stolto, che ha il cuore sulla bocca, ma come il saggio, che ha la bocca sul cuore (Sir 21,26). Cosa sarebbero i nostri rapporti interpersonali, familiari, comunitari, sociali, politici se la nostra parola fosse cos? Il mondo diventerebbe un paradiso. La lingua come un timone: governa la barca. come una scintilla: fa divampare un grande incendio (Gc 3,5). Pu condurre in porto, oltre ogni burrasca; pu anche distruggere ci che gi nel porto. Ne uccide pi la lingua che la spada

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(Pr 18,21; Sir 28,13-26; 37,17s). Se uno non manca nel parlare, un uomo perfetto (Gc 3,2). Ges prende occasione dal divieto di spergiurare per dire di non giurare affatto e per restituire alla parola il suo valore. La menzogna del serpente port la morte nel mondo, la parola di Dio riporta la vita. La parola, ascoltata e detta, il principio della vita delluomo: con essa capisce, interpreta e trasforma la realt. Se comunicativa, vera e liberante, divina: ci unisce ai fratelli e ci fa figli di Dio. Se possessiva, menzognera e intesa a catturare, diabolica: ci divide dagli altri e ci relega nelle tenebre della solitudine. I mass-media tendono a usarla come trappola per

accalappiare intelletto e volont. Il suo uso perverso il male peggiore, proprio perch tende a togliere la capacit di intendere e di volere, la libert. ci che eccede questo, viene dal maligno . Il maligno menzogna. La menzogna ha bisogno di molte parole, per confondere e persuadere. Limbroglione sempre un abile comunicatore, che cerca di aver in mano laltro dicendo il minimo di s, possibilmente niente. La politica poi da sempre larte dove il s diventa no e viceversa, secondo il proprio vantaggio. Inoltre nel moltiplicarsi le parole perdono il loro significato e sono ridotte a fragore assordante e assurdo, senza senso. La parola, origine di ogni bene se s al s e no al no, principio di ogni male se no al s e s al no. Dio, infinito, tutto e solo s (2Cor 1,19); luomo, finito, conosce anche il no, ed vero quando s al s e no al no. Ad ogni parola deve precedere e seguire il silenzio: la capacit di silenzio ci ridar vita?

v. 38 occhio per occhio e dente per dente (Es 21,24; Lv 24,20; Gen 9,6). la legge del taglione, comune nellantichit come limitazione della vendetta selvaggia del pi forte (cf Gen 4,23) e ristabilimento di una certa parit. Si
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suppone il male, e si cerca di contenerlo con il terrore di una pena corrispondente, o addirittura maggiore (cf Gen 4,15). A noi sembra una forma di giustizia arretrata; ma se guardiamo come trattato un ladro di polli e uno che ha rubato miliardi, vediamo che, per certi aspetti, ancor oggi avveniristica! Ma non risolve il male: semplicemente lo raddoppia, nella speranza, per lo pi vana, che ci serva da deterrente. Infatti aiuta il male a farsi pi furbo e prepotente. v. 39 io per vi dico. Ges si pone in unottica diversa, quella della giustizia eccessiva del Padre. Solo questa vince il male. Sullo sfondo c la croce del Figlio delluomo che si carica del male dei fratelli (8,17; 26,67; Is 53,1ss), e cos compie ogni giustizia (3,15). Ges propone e dona la nuova economia dellamore, che vince quella dellegoismo. Seguono cinque esempi, che sono anche cinque regole con cui si mostra come vincere il male con il bene (Rm 12,21). non opporti al malvagio . La prima regola per vincere il male opporsi al male e non al malvagio. Il male fa male innanzitutto a chi lo fa, e non va restituito. Il malvagio, prima vittima del male, un mio fratello, che va amato con pi cuore. In genere mi oppongo a lui perch mio concorrente: amo il male e odio chi lo fa come mio antagonista. Il mio odio verso di lui fa da spia alla mia connivenza col male; il mio amore verso di lui fa da spia alla mia libert da esso. Ges ama i peccatori perch odia il peccato; io odio i peccatori perch amo il peccato. I peccatori per lui sono oggetto di compassione, per me di detestazione. La mia antipatia per il peccatore svela la mia simpatia per il peccato, la mia dissociazione dal malvagio la mia partecipazione al male. Solo un cuore puro ama con tenerezza il peccatore. Ha quella com-passione che vince il male stesso: invece di restituirlo raddoppiandolo, ha la forza di farsene carico, di patire-con laltro, come lAgnello di Dio che porta e toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).
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se uno ti colpisce la guancia destra, tu porgigli anche laltra . Se la prima regola per vincere il male non restituirlo, la seconda la disponibilit a portarne il doppio pur di non raddoppiarlo. La tolleranza cristiana non indifferenza verso il male, ma forza di tollerare (= portare) su di s il male dellaltro: portanza, capacit di portare i pesi gli uni degli altri, adempimento della legge di Cristo (Gal 6,2). v. 40 a chi ti vuol chiamare in giudizio e toglierti la tunica, lascia anche il mantello. (cf Es 22,25s; Dt 24,13). La terza regola per vincere il male rinunciare al tuo diritto, cosciente del tuo dovere di figlio, quello di non opporti al fratello. Piuttosto che rivendicare senza amore la tua tunica, sii disposto a rinunciare anche al mantello. La nudit del Figlio sulla croce fu la vittoria contro la rapacit di Adamo. v. 41 se uno ti angarier per un miglio, va con lui per due . La quarta regola riguarda le angherie. Langarius il messo del re, che ha il diritto di requisire chiunque per portare i suoi pesi. Ogni uomo figlio di Dio, il gran re, ed tu hai il dovere di aiutarlo a portare i suoi pesi. I bisogni dellaltro son tuoi doveri. E se uno ti costringe a fare uno, fa per lui due. v. 42 a chi chiede, da, ecc. La quinta regola la disponibilit a dare, vittoria sul prendere . Il prendere per possedere principio di ogni male distrugge la creazione che dono di amore. Il dare principio di comunione. La comunione tra tutti viene proprio dal Corpo del Figlio, dato per noi. v. 43 amerai il tuo prossimo . Il tuo prossimo, superlativo di vicino, la tua famiglia, il tuo popolo, la tua stessa carne. Lamore, si dice, spontaneo. Nella Bibbia, pi realisticamente, un comando divino. Perch legoismo pi spontaneo dellamore, e, spesso, chiamato amore ci che in realt egoismo: il proprio bisogno dellaltro. Amare laltro non ridurlo a cibo del proprio appetito!

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raro lamore

gratuito, con cui uno accoglie laltro cos com. Tutti ne

abbiamo bisogno - chi non amato e accolto da nessuno non esiste!- per amare noi stessi e amare a nostra volta come siamo amati. odierai il tuo nemico. Odiare il nemico un fatto comune, ben attestato anche nella Bibbia. Qumram ne fa un ordine esplicito. La solidariet umana, necessaria per la sopravvivenza, spesso solidariet contro, comune anche tra i delinquenti: cane non mangia cane. Nella stessa Bibbia lenta la comprensione dellamore di Dio per tutti. Gi implicito nel libro della Genesi, dove Dio creatore di tutti e Abramo, di origine pagana, sar benedizione per tutti, lamore di Dio per il nemico diviene il tema dominante nel libro di Giona. Quando si legge la Bibbia, bisogna tener presente che Dio parla un linguaggio umano. C unevoluzione nella rivelazione: dal Dio forte e tremendo, comune a tutti i popoli, si giunge progressivamente al Dio clemente e misericordioso, longanime e di grande amore che si lascia impietosire (Gn 4,2). Nellepoca messianica le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci (Is 2,4). Allora anche il lupo dimorer con lagnello, e la saggezza del Signore riempir il paese come le acque riempiono il mare (Is 11,6-9). Con Ges giunto questo tempo. v. 44 amate i vostri nemici. I nemici ci sono. Chi dicesse: Non ho nemici, non ha ancora aperto gli occhi. Con la ragione si pu concludere che bene amare il nemico e forse anche farne una legge. Ma nessuna legge o imperativo categorico in grado di far amare alcuno, tanto meno il nemico. Al massimo pu generare ulteriori sensi di colpa. Lamore del nemico lessenza del cristianesimo. Amare il nemico vuol dire aver conosciuto Dio nello Spirito. Dio infatti non ha nemici, ma solo figli, che per me sono fratelli da amare.
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Come tutti gli imperativi di Ges, non si tratta di oneri impossibili, ma di doni liberanti. Chi non ama il nemico, non ha ancora lo Spirito del Signore, che proprio qui rivela linfinit e gratuit del suo amore (Rm 5,6-11). Una religione che non arriva a questo, ha ancora molta strada da fare per capire Dio! Le guerre sante, chi le vuole se non il nemico? Bisogna dire con chiarezza e forza, che chi uccide in nome di Dio (o per una causa buona) doppiamente criminale: contro luomo e contro Dio (o contro la causa buona), anche se a prima vista non pare. Un dio che ordina di uccidere, certamente satanico anche se al povero Dio abbiamo potuto attribuire ogni perversit, almeno fino alla sua morte in croce, che liquida ogni immagine perversa su di lui. Lamore del nemico indice della libert dal male. Se amo la torta, odio il fratello che lha mangiata. Se amo il fratello, mi dispiace per lui, soprattutto se so che avvelenata. Lamore del nemico sa distinguere tra bene e male. Solo non fa lerrore di dividere tra buoni e cattivi, e sa operare la verit nella carit (Ef 4,15). pregate per quanti vi perseguitano . Il Figlio non invoca la vendetta su quanti lo uccidono: fa suo il perdono del Padre (Lc 23,34). Cos rivela chi lui: il Figlio, uguale al Padre. I martiri cristiani non danno la vita per la causa contro i cattivi che li uccidono, ma per i fratelli che li uccidono: non invocano per loro giustizia, ma grazia (cf At 7,60). v. 45 perch diventiate figli del Padre . Diventa quel che sei limperativo etico. Ora amando i nemici e pregando per i persecutori, divento ci che sono: figlio del Padre. Se non amo il nemico, sono nemico di Dio - non mi considero suo figlio, e non posso dire Padre nostro. il suo sole leva su cattivi e buoni, ecc. Dio non taglia la luce e lacqua a chi non paga la bolletta. Il suo sole e la sua pioggia, il suo amore e la sua misericordia sono per tutti, perch tutti riconosce come figli, in attesa che qualcuno lo riconosca come Padre accettando gli altri come fratelli.

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v. 46 se amate quanti vi amano, ecc. Lamore o gratuito o non . Lamore non gratuito si chiama meretricio: interesse non dellaltro, ma di quanto laltro pu dare. che ricompensa avete? Luca, invece di ricompensa, adopera il termine grazia (Lc 6,32 ss). Matteo non usa mai questo termine, per altro implicito nel suo nome (Matteo = dono di Dio). La ricompensa connessa con losservanza della legge. Allosservanza della legge nuova, segue la

ricompensa nuova: lessere come il Padre, che amore gratuito e assoluto. non fanno cos anche i pubblicani? Amare con interesse affare di tutti, anche dei peccatori. E riduce lamore a prostituzione! Lamore del nemico invece rivelazione evidente dellamore incondizionato, di Dio. v. 47 se salutate solo i vostri fratelli, ecc. Il saluto Shalom, augurio di pace e benedizione. Solo se per tutti, conosco il Padre di tutti.

v. 48 dunque. Il discorso sul monte una catena di montagne. Questo versetto il punto darrivo pi alto, la vetta panoramica da cui si vede tutto. Matteo usa volentieri dei versetti sintetici che chiudono quanto detto e aprono quanto si dir. siate voi. Limperativo etico, per non essere assurdo, scaturisce da un indicativo: sii quel che davvero sei! Ma chi luomo? figlio di Dio, chiamato a diventare come lui. Letica naturale soprannaturale. Pu sembrare una contraddizione, ma la condizione eccentrica propria di un essere finito che aperto allInfinito. perfetti. Significa compiuto, che non manca di nulla. Siate santi perch io sono santo (Lv 11,44.45; 17,1; 19,21) il principio della legge. Luomo a immagine di Dio: se stesso solo se come lui, il Santo. La santit un attributo esclusivo di Dio: solo lui Dio, santo, altro da ogni altro. La sua alterit ci nota attraverso Ges: quella del Padre, che ama giusti e peccatori. Sulla croce, dove tutto sar compiuto (Gv 19,30) e lui sar
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riconosciuto come il Figlio (27,54), vediamo la santit del Padre, della quale lui realizzazione perfetta. Questa santit non separa dal mondo e dal peccatore, ma si fa com-passione che si compromette in ogni situazione, misericordia che entra in ogni miseria. Luca traduce questo versetto di Matteo cos: Diventate misericordiosi come il Padre vostro misericordioso (Lc 6,36) - dove misericordioso rende una parola ebraica che significa uterino, materno . La caratteristica di Dio Padre il suo essere Madre! Il cristianesimo non una religione della legge, ma della libert: della libert di amare come si amati. In essa si compie ogni giustizia. Chi ama libero e non fa male a nessuno. Chi fa il male, ancora schiavo della legge che trasgredisce. La misericordia pi purificante di ogni santit che divide giusti e ingiusti: la santit bruciante della croce, la santit altra, dellAltro, che incontriamo in ogni altro, nemico compreso!

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte delle beatitudini c. chiedo ci che voglio: diventare perfetto come il Padre; chiedo in particolare di comprendere e vivere quanto Ges dice sulla nuova giustizia del Figlio d. Medito su ogni parola di Ges; vedendo come lui lha vissuta e la vive nei miei confronti.

4. Testi utili: Sir 15,15-20; Sal 119; Lv 19,1-2.17-18; Sal 103; Ez 18,21-28; Sal 130; Dt 26,16-19; Os 11,1-9; Gn 4,1ss; Lc 6,27-36; Lc 15; Rm 5,6-11; 8,3139.

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14. QUANDO TU FAI LELEMOSINA 6,1-4 6,1 Attenti a non fare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro; altrimenti non avete ricompensa presso il Padre vostro che nei cieli. Quando dunque fai lelemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere glorificati dagli uomini. Amen, vi dico: ricevono gi la loro ricompensa. Quando tu fai lelemosina, non sappia la tua sinistra ci che fa la tua destra; perch la tua elemosina sia segreta, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti restituir.

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1. Messaggio nel contesto Quando tu fai lelemosina, dice Ges, non sappia la tua sinistra ci che fa la tua destra. Lelemosina, come ogni pratica religiosa, va fatta nel segreto, davanti a Dio; non in pubblico, per ricevere gloria dagli uomini. Lelemosina, con la preghiera e il digiuno (Tb 12,8), sono i tre pilastri della religione: definiscono il nostro rapporto con gli altri, con lAltro e con le cose. Queste tre relazioni costituiscono la nostra esistenza: in esse viviamo o meno la nostra verit di figli, compiamo o meno la giustizia di Dio. Qualunque nostra azione pu essere fatta in due modi opposti: per autocompiacerci, avere lode e riconoscimento dagli uomini, oppure per piacere a colui che da sempre ci loda e riconosce come figli. Uno vive o muore dello sguardo altrui. Chi non visto da nessuno, non esiste. Luomo bisogno di riconoscimento: la sua identit come laltro lo vede. Da qui lophtalmodoula (Ef 6,6), la schiavit degli occhi che lo rende
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servo dello sguardo altrui, della vana-gloria. Solo chi sa di essere figlio di Dio, amato infinitamente - il mio essere il suo vedermi e amarmi! -, libero dalla vanagloria: ha la vera gloria. La fede conoscere questa gloria. Per questo non pu credere in Dio chi cerca la gloria degli uomini (Gv 5,44). Le opere, anche quelle per s buone, sono buone per me solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umilt; diversamente, se fatte davanti agli uomini, per autoaffermazione e vanit, sono cattive. Dopo aver detto di essere perfetti come il Padre (5,48), Ges ci fa entrare nel segreto del suo cuore di Figlio. La sua relazione con il Padre la sorgente del suo essere e agire, della giustizia eccessiva che apre la porta del regno (5,17.20). Ci che qui si dice per lelemosina, verr ripetuto anche per la preghiera e il digiuno. In ogni opera buona sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri, non ne avr mai abbastanza; rester sempre schiavo e del giudizio altrui e del mio tentativo di dare una buona immagine di me; avr il culto-dellimmagine (= idolatria) del mio io invece che della realt di Dio. Se lo cerco nellAltro, allora ritrovo la mia realt in colui che mi ama di amore eterno, ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, addirittura un prodigio (Ger 31,3; Is 43,4; Sal 139,14). Dio ama ciascuno come figlio, come il Figlio. Li hai amati come hai amato me (Gv 17,23), dice Ges al Padre di ciascuno di noi. La mia gloria - il peso della mia persona - questo riconoscimento del Padre. Esso mi rende gi ora contento di me e di lui, capace di amare come sono amato. Ges il Figlio, splendore della gloria del Padre, impronta della sua sostanza (Eb 1,3). Il suo essere tutto davanti al Padre. La Chiesa fatta di figli, che sanno come il Padre li ama: questa la loro grande dignit. Non hanno normalmente bisogno di comprare o mendicare autostima da altre fonti!
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2. Lettura del testo 6,1 Attenti a non fare, ecc. Noi facciamo grande attenzione al contrario: agiamo solo se visti ed approvati. Anche chi si nasconde, per farsi notare. la vostra giustizia (cf 5,6). La giustizia la volont di Dio. Essa si concretizza nellelemosina, nella preghiera e nel digiuno, in un corretto rapporto con i fratelli, con il Padre e con le cose. davanti agli uomini, ecc. Luomo sempre davanti agli occhi, di faccia a qualcuno. Desidera compiacere, perch come visto: locchio dellaltro il suo primo specchio ( importante che sia buono!). A noi scegliere davanti a che occhi stare: se a quelli degli altri, o a quelli di Dio. non avete ricompensa presso il Padre vostro. Luomo immagine e somiglianza di Dio. Se sta davanti a lui, riceve la propria realt: se stesso, libero da ogni schiavit. Tanto uno quanto ai tuoi occhi, e nulla di pi, diceva S. Francesco (Imitazione di Cristo, III,50,37). La sua ricompensa presso il Padre la propria verit di figlio. Se invece sta davanti a un altro uomo, come uno specchio davanti a un altro specchio: si riflettono allinfinito la propria vacuit, o se si vuole, le proprie cornici, i propri limiti. v. 2 quando dunque fai lelemosina, ecc. Fare lelemosina, dare del proprio a chi non ha, non unopera supererogatoria di bont, ma dovere di giustizia: chi figlio, anche fratello. Nessuno pu dire di amare Dio che non vede, se non ama il fratello che vede (1Gv 4,20). Il Figlio ci riconoscer davanti al Padre se noi lavremo riconosciuto nei fratelli pi piccoli (25,31ss). La solidariet col povero, sia quello vicino - lemarginato, lanziano, lextracomunitario -, sia quello lontano - il Sud del mondo -, da vedere in termini di giustizia. Chi d al povero fa un prestito a Dio (Pr 19,17). Nella Bibbia la terra e quanto contiene di Dio (Sal 24), dono del Padre ai figli. Se condividiamo da fratelli, viviamo sulla terra. Se ci comportiamo da
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padroni, inizia lesilio - la terra da giardino si fa deserto, da paradiso inferno. Questo il messaggio dei profeti, per i quali lo stesso culto religioso un abominio, se fa da copertura allingiustizia (Is 1,13s). La prima comunit cristiana vista da Luca come Israele quando entr nella terra promessa: non c nessun bisognoso, ognuno d quello che pu e riceve secondo la sua necessit (At 2,42-48; 4,32-35). Addirittura si vende la terra, perch la vera eredit lo Spirito Santo, lamore che fa vivere da figli e fratelli. Cos si realizza la benedizione promessa ad Abramo e in lui a tutti gli uomini (Gen 12,2s). Nella tradizione biblica i beni del mondo sono destinati al bene comune. La solidariet garantisce non solo la vita materiale, ma anche quella spirituale, che lamore fraterno. E deve essere mondiale (= cattolica), non di categoria, di nazione, di chiesa. Senza tale fraternit sar sempre pi impossibile la vita sulla terra. Fede e giustizia, paternit di Dio e fraternit tra gli uomini sono come lo Spirito e il corpo del cristianesimo. Non c luno senza laltro. Senza fede nella paternit, la fraternit ideologia vuota; senza giustizia e fraternit, la fede nel Padre mistificazione. Nel rapporto con laltro si gioca quello con lAltro, da cui ogni alterit prende nome. In uneconomia di sussistenza lelemosina, la condivisione del cibo, garantiva una certa giustizia quotidiana. Le pi grandi differenze, che inevitabilmente avvenivano col tempo, in Israele venivano spianate con lanno giubilare, in cui si condonava ogni debito e si ridistribuiva la terra (Lv 25). Ogni cinquantanni si doveva ristabilire leguaglianza originaria. Lelemosina in Israele fioriva da una solidariet di fatto, che anche a livello di legge garantiva il ristabilimento della giustizia. Oggi da noi un cardo spinoso che spunta nel deserto

dellingiustizia, come alibi a una vera solidariet. Non si pu andare avanti cos!

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non suonare la tromba davanti a te. In tutte le Opere Pie c una quadreria con limmagine dei benefattori. Se il bene non fosse pubblicizzato con trombe, lapidi o immagini, chi lo farebbe? Chi farebbe un servizio allaltro, se nessuno, neanche linteressato, si accorgesse? Il far bella figura non il principio delle nostre buone azioni? come fanno gli ipocriti. una parola molto usata da Matteo. Lipocrita un attore, una maschera: il capocoro. La vita una sceneggiata, dove ognuno litiga con laltro per primeggiare. Non un bel vedere n un bel vivere. Emerge sempre il peggiore, il pi violento e senza scrupoli - o il pi tragicamente ridicolo. Lapparire tende ad essere lanima di tutto: esiste solo ci che appare, e ci che appare non esiste affatto! Si ha spesso limpressione di una fiera delle vanit. per essere glorificati dagli uomini. Il fine del mio agire il riconoscimento dellaltro, che si fa mio tiranno. I complessi di superiorit/inferiorit, le angosce e le prepotenze - su di s o sugli altri - derivano dal non sentirsi accettati, per cui si fa di tutto per dare una buona immagine di s, pur di essere accettati. amen, vi dico, ecc. Uno trova quanto cerca. Chi cerca di apparire, ha lapparenza come ricompensa. v. 3 quando tu fai lelemosina, non sappia la tua sinistra, ecc. Modo paradossale per dire di non cercare riconoscimento da nessuno, neanche da te stesso. v. 4 la tua elemosina sia segreta, e il Padre tuo, che vede nel segreto. Il segreto, la parte pi intima che nessuno vede, il tuo cuore, dove tu sempre sei davanti a Dio e Dio davanti a te. L Dio ti Padre e tu gli sei Figlio. L il suo vederti e amarti il tuo essere te stesso; e il tuo vederti l ti fa diventare ci che sei. ti restituir. Nel segreto il Padre ti restituisce alla tua realt di figlio. Restituire si dice di un debito: Dio, essendo Padre, con noi in debito della nostra filialit.
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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da cui Ges parla c. chiedo ci che voglio: agire non per essere visti dagli uomini, ma solo davanti a Dio d. traendone frutto, medito sul testo da notare : agli occhi degli uomini / agli occhi di Dio essere ammirato suonare le trombe essere glorificato fare lelemosina non sappia la sinistra ci che fa la destra il Padre tuo che vede nel segreto.

4. Testi utili: Sal 51; 41; 146; Gl 2,12-18; Lv 25,1ss; Is 1,10-20; Lc 12,33s; 16,9-15.19-31; At 2,42-48; 4,32-35.

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15. QUANDO PREGHI 6,5-8 6,5 E quando pregate, non siate come gli ipocriti, che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, per apparire agli uomini; amen, vi dico: hanno la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua dispensa e, chiusa a chiave la tua porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che guarda nel segreto, ti restituir. Ora, pregando, non blaterate come i pagani; credono infatti di essere esauditi per le loro molte parole. Non siate dunque simili a loro: sa infatti il Padre vostro di quali cose avete bisogno prima che voi chiediate.

1. Messaggio nel contesto Quando preghi, volgiti al Padre tuo nel segreto, dice Ges. Il brano insegna come pregare (v. 6) e come non pregare, per essere notato dagli uomini ( v. 5) o da Dio stesso (vv. 7-8). Ma cos la preghiera, da Ges ritenuta ovvia e naturale? latto fondamentale con cui riconosco il mio principio come mio fine;

latto razionale pi alto, con il quale, esplorati i miei confini, conosco me e lAltro da cui vengo, accetto me come dono dellAltro e lAltro come amore per me. Pregare essere me stesso, finito e aperto allInfinito. Nessun animale mai si inginocchia per pregare, chiedendosi della propria origine e della propria destinazione, interrogandosi sul perch di questa breve vita. un atto

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umano, e solo umano. Pu quindi anche essere disumano, maldestro o falsificato, e quindi giustamente rifiutato, anche se con sofferenza e nostalgia. Pregare stare davanti a Dio, di cui sono immagine e somiglianza. Davanti a lui sono ci che sono; lontano da lui non sono ci che sono - sono lontano da me. Non un optional per anime devote: la salvezza delluomo come uomo, che riceve la propria identit. Non chiudersi in s, guardando il proprio ombelico o i propri fantasmi interiori: quellaprirsi allAltro che mi fa essere me stesso. Pregare non parlare di Dio, ma parlare con lui; non leggere un menu di cibi squisiti, ma mangiare. Senza preghiera la fede ideologia vuota, lazione distrazione delluomo e distruzione della realt. Pregare dialogare: rispondo tu a colui che dice il mio nome; esco dal mio guscio, per realizzarmi nel dono allAltro; dimentico me per ri-cordare, averenel-cuore lui. Pregare gioire di Dio che amo. Lui diventa la mia vita: vivo, in pienezza sempre maggiore, di lui, che presenza, dialogo, amore, dono, perdono. Tutto questo appare chiaramente nella Bibbia attraverso lesperienza degli amici di Dio. I concetti di persona, libert, fraternit e giustizia, sono entrati nella cultura occidentale dalla tradizione biblica, grazie a chi ha fatto esperienza di aver la dignit di essere interlocutore di Dio. La preghiera non autentica, fatta per apparire davanti agli uomini o a Dio, falsifica lesistenza. La preghiera autentica il respiro della vita. Per questo necessario pregare sempre (1Ts 5,17; cf Lc 18,1ss), in ogni tempo (Ef 6,18) e in ogni luogo (1Tm 2,8), perch sempre ed ovunque si esprima a livello di coscienza e libert ci che siamo nella realt. La preghiera va fatta con insistenza (7,7-11 e par), con fede (21,22 e par), nel nome di Ges (18,19s; Gv. 14,13; 15,16; 16,24.26), con familiarit filiale (v. 8).

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Noi non sappiamo cosa chiedere (Rm 8,2): lo Spirito prega in noi (Rm 8,26.15; Gal 4,6). La preghiera, unione con il Padre nel Figlio, anche solidariet con i fratelli, intercessione dellunico Giusto che salva tutti (cf Gen 18,16-33); lotta in cui si vince il male (Es 17,8-15; Rm 15,30; Col 4,12), si riceve il proprio nome (Gen 32,23ss) e Dio stesso riceve il suo vero nome: Abb (Mc 14,36 e par). La preghiera svolgere davanti a Dio la propria realt (cf 1Re 19,10-18): ottiene tutto (7,7), perch fa volere ci che Dio vuole dare, e solo allora pu dare: il suo Spirito (Lc 11,13). Per questo la preghiera ci trasforma: il dono dello Spirito ci fa figli a immagine di Ges, ci fa vivere la sua stessa vita e portare lo stesso frutto (cf Gal 5,22). Ci incorpora a lui, dandoci come principio vitale il suo amore reciproco col Padre (cf 11,25-27). Cos il nostro essere, pensare e agire diventano divini. La preghiera il principio teomorfico - che ci trasforma in Dio. Credere in Dio senza pregare solo fede demoniaca (cf Gc 2,19). Conoscerlo e non sperimentarlo la pena del danno, lessenza dellinferno. La preghiera non fare qualcosa: quel far niente, quel riposo sabbatico che ci concede di essere fatti dal Signore e ci fa abitare la terra (cf Is 58,13s). Gli empi, al contrario, sono sempre inquieti, come un mare agitato che di continuo tira su melma e fango (Is 57,20s). Ges il Figlio, il cui essere essere davanti al Padre nellunico respiro di amore. La Chiesa la comunit dei fratelli di Ges: uniti a lui, vivono il suo stesso Spirito, origine e frutto sempre pi grande della preghiera.

2. Lettura del testo 6,5 E quando pregate, non siate come gli ipocriti. Lipocrita cerca se stesso. Chi cerca il proprio io, non trova Dio. Solo chi si svuota di s, si riempie di lui.
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Lipocrita si serve di tutto, anche di Dio, per apparire davanti agli uomini. Ma, c unipocrisia ancor pi profonda: voler apparire davanti a lui. Nella preghiera non siamo protagonisti. lui che agisce. Per questo si passa attraverso aridit dolorose che spogliano da ogni pretesa. Dio resiste ai superbi (Gc 4,6; 1Pt 5,5) e ricolma di grazia gli umili, come Maria. La preghiera dellumile penetra le nubi (Sir 35,17) e il suo cuore il tempio dove Dio fissa il suo occhio e la sua dimora (cf Is 57,15; 66,1s). amano pregare. Lipocrita ama pregare. Ovviamente davanti agli altri, agli angoli delle piazze, come si usa in Medio Oriente. per apparire agli uomini . Questa preghiera una epifania dellio, non di Dio. Invece di stare davanti a lui e rifletterne la gloria, si sta davanti agli uomini per riflettere con compiacenza il rimando della buona immagine di s.

Normalmente anche in Dio, si cerca ancora il proprio io! v. 6 tu invece quando preghi. Lammonimento negativo al plurale perch tutti ci caschiamo: Quando pregate, non siate come gli ipocriti.

Lammonimento positivo al singolare, perch almeno tu, quando preghi, esca da questo errore, che fai tu e non un altro. entra nella tua dispensa. La dispensa una stanza interna senza finestre, dove si tengono i viveri. C in me un luogo interno, isolato dallesterno, da dove attingo la mia vita (vedi la stanza superiore di Mc 14,14s). Sembra buio, ma la sorgente stessa della luce: la mia finestra su Dio, da cui scaturisce il mio io. L io sono me stesso, e Dio pi me di quanto lo sia io. In quel luogo segreto io sono ci che sono, perch davanti a Io-sono; l attingo quanto serve per vivere, anzi la sorgente stessa della vita. La preghiera fatta in questa dispensa, o cantina, o cella vinaria, che il fondo o locchio dellanima, lapice o la punta dello Spirito - dicono i mistici dove io sono me stesso, in comunione con Dio e con tutti, presente alla Presenza che tutto fa essere.

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In questa dispensa ricevo la manna nascosta e il segreto del nome mio e di Dio (Ap 2,17; 3,12). Qui sono figlio; e lo Spirito, con gemiti ineffabili, nel grande silenzio della notte luminosa, grida: Abb, Padre (Rm 8,15; Gal 4,6). Questa la Parola, che rivela il Padre e il Figlio nello Spirito. Detta da noi nel Figlio, ci introduce in seno alla Trinit: riporta il mondo in Dio portando Dio nel mondo. Questa dispensa, in cui si prega, il nostro cuore, dove sta luomo nascosto del cuore (1Pt 3,4a), luomo interiore, il Cristo, che per la fede dimora nei nostri cuori (Ef 3,16s). chiusa a chiave la tua porta . Bisogna chiudere a chiave la porta, dopo esservi entrati. Ci si entra con lamore per Ges, che sta alla porta e bussa, perch gli apriamo e ceniamo con lui e lui con noi (Ap 3,20). Il chiavistello dalla nostra parte: beato chi gli apre, entra, chiude e resta l, facendo del suo dimorare in lui la propria dimora. Noi entriamo e usciamo di continuo, senza mai fermarci. Per aprire bisogna entrare in se stessi - normalmente siamo fuori di noi stessi, strattonati qua e l dalle molte occupazioni, come Marta (Lc 10,41). Una volta dentro, bisogna chiudere fuori le mille voci che ci disturbano. nel segreto. La preghiera al Padre nel segreto: il segreto il Figlio stesso, luomo nascosto del cuore in uno Spirito incorruttibile, mite ed esicasta (cf 1Pt 3,4ab), proprio di chi pienamente amato e amante. il Padre tuo che guarda nel segreto . Il suo occhio sempre dove il suo tesoro: suo Figlio. La preghiera non un fare, ma un sostare sotto questo sguardo - un vedere come Dio mi vede, eternamente amato dal Padre nel Figlio. ti restituir . La ricompensa di chi non cerca ricompensa la restituzione che il Padre gli fa di se stesso, rendendolo figlio, colmo della sua Gloria, perch vuoto di vanagloria. v. 7 pregando, non blaterate. Non bisogna moltiplicare le parole, con un blabla che comunica niente - se non la paura di comunicare.
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Uno pu ripetere, ritmando sul respiro e sul battito del cuore, una sola sillaba, e andare in estasi e avere visioni. Uno pu anche dire: Ohm, e vibrare in tutto il corpo. Queste tecniche possono servire per avere sensazioni interiori e provare benessere o pazzia. Ma non hanno a che vedere con la preghiera. La ricerca del proprio io non ricerca di Dio. Pu approdare al vuoto, a un inebetimento soddisfatto di s, a una falsa illuminazione, che la distruzione dellio vero. Lio infatti relazione, e si realizza nellamore. La preghiera dialogo e alterit, parlare e piacere allAltro; non monologo e inseit, parlare e piacere a s. Il ripetere parole pu anche essere una forma di magia o un fatigare deos, uno stancare la divinit per estorcere ci che vogliamo, un farci notare da lui, credendo di essere per lui insignificanti. come i pagani. Questa la preghiera pagana, propria di chi cerca di farsi buono Dio perch lo ignora. per essere esauditi. Normalmente noi vogliamo essere ascoltati da Dio. In realt siamo noi che dobbiamo ascoltare lui. Desideriamo che lui ci dia qualche favore che ci interessa, e ci disinteressiamo di lui. la massima offesa a lui, che ci ama - cosa dura ai suoi orecchi (cf Ml 3,13-15). v. 8 il Padre vostro sa. Dio Padre e sa. In quanto Dio, vede e pu; in quanto Padre, provvede. Sono io a non sapere ci di cui ho bisogno. Me lo insegner Ges con la preghiera del Padre nostro. Tuttavia gli faccio le mie richieste, sapendo per che, al di l di ci che chiedo, limportante che mi rivolgo a lui. Il bambino, anche se chiede cose inutili o addirittura dannose, sempre si rivolge alla madre, non a un estraneo. Questo rivolgersi a lui con fiducia la sostanza della preghiera, sempre gradita al suo cuore.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte dal quale Ges parla
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c. chiedo ci che voglio: pregare nel segreto d. traendone frutto, medito sul testo da notare : pregare per apparire davanti agli uomini entra nella tua dispensa chiudi a chiave la tua porta prega il Padre tuo nel segreto ti restituir pregando non blaterate il Padre vostro sa.

4. Testi utili: Gen 18,16-33; Es 17,8-15; 1 Re 19,10-18; Gen 32,23-33; Mc 14,32-42.

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16. COS DUNQUE PREGATE VOI 6,9-15 6,9 Cos dunque pregate voi: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volont, come in cielo, cos in terra. Il nostro pane quotidiano dacci oggi, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori, e fa che non cadiamo in tentazione, ma liberaci dal maligno. Infatti se avrete rimesso agli uomini le loro cadute, rimetter anche a voi il Padre vostro celeste; ma se voi non avrete rimesso agli uomini, neppure il Padre vostro celeste rimetter le vostre cadute.

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1. Messaggio nel contesto Cos dunque pregate voi, limperativo del Signore. Fermiamoci sulle singole parole di questa introduzione di Ges alla sua preghiera.. Cos. Questo tipo di preghiera in contrapposizione alla precedente. Non sto davanti agli uomini, ma nella dispensa, davanti al Padre. Non moltiplico le parole per farmi ascoltare da Dio e piegarlo ai miei desideri, ma ascolto del Padre e volont che si realizzino i suoi desideri su di me, suo figlio. La preghiera una ginnastica del desiderio (Agostino). Il desiderio la facolt pi alta delluomo: produce niente, ma accoglie tutto. Tutto ci che c - e Dio tutto! -, non da fare, ma da accogliere. Desiderare non velleitarismo: volere veramente il dono dellaltro e laltro come dono, con una volont che si fa attesa, mai pretesa.

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Dunque. Il Padre nostro il dunque: la preghiera davanti al Padre che contiene ogni altra. costituita da sette domande poste allimperativo. il modo della volont, e riguarda unazione libera. Vogliamo che il Padre ci dia ci che lui ci vuol dare. Limperativo nasce da un indicativo: Dio Padre, sia dunque per noi Padre! Lui vuole e noi vogliamo che sia cos, per noi, per me e per tutti. Le prime tre domande (vv. 9-10) riguardano il bisogno che noi qui in terra abbiamo del Padre celeste; le altre quattro ( vv. 11-13) il bisogno che abbiamo dei suoi doni per vivere il suo dono. Segue unaggiunta sul perdono ( vv. 1415): la fraternit sacramento della paternit, il perdono al fratello luogo del dono del Padre. pregate voi. un imperativo presente rafforzato dal pronome. Prescrive di continuare unazione: la preghiera e sia presente e continua, come la vita, che, se si arresta, muore. Se Ges non lavesse ordinato, non avremmo osato pregare in questo modo, ordinando al Padre di darci ci di cui abbiamo bisogno. Ma proprio cos riconosciamo il nostro bisogno, e ci impegniamo a volere ci che ordiniamo. Esprimiamo i suoi desideri, che sono come un comando interiore dello Spirito che in noi grida la necessit damore che in Dio: avvenga in noi ci che da sempre in lui. Necessariamente Dio santifica il suo nome, regna, fa la sua volont, d il pane e il perdono, ci salva nella tentazione e ci libera dal maligno. Questa sua necessit diventa nostra mediante lo Spirito, che ci fa chiedere e volere ci che lui non pu non dare. Il Padre nostro la preghiera di Ges, il Figlio, che ci fa essere ci che siamo: uguali a lui, figli nel Figlio, che si rivolgono al Padre con il suo stesso Spirito. Esiste in due redazioni: questa e quella di Luca (Lc 11,2-4). In Marco le richieste del Padre Nostro si trovano sparse nel vangelo, particolarmente nella

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scena del Getsemani (Mc 14,32-42) In Giovanni il cap. 17 pu essere considerato un Padre nostro ampliato. Questa preghiera, pur nella sua novit, ha profonde radici ebraiche nel Qaddish e nel Shemoneh Eshreh. Ges il Figlio venuto a comunicarci il suo Spirito, la sua relazione damore col Padre. La Chiesa la comunit dei fratelli che nel Figlio conosce il Padre e lo ama a nome di tutti.

2. Lettura del testo 6,9 Padre. In aramaico si dice: Abb. il grido dello Spirito che Dio ha mandato nei nostri cuori, la prova che non solo siamo chiamati, ma siamo realmente figli (Gal 4,6; Rm 8,16; 1Gv 3,1). Abb non significa padre, ma pap, termine affettuoso e familiare. il primo balbettio dellinfante verso il padre, che lo fa trasalire di gioia. Questa parola esprime lesperienza fondamentale delluomo nuovo, che in Cristo Ges si sente figlio di Dio, erede dei suoi beni e della sua stessa vita - lamore reciproco tra Padre e Figlio che tutto e tutti abbraccia. Il battesimo ci immerge in Ges: con lui, in lui e come lui ci rivolgiamo al Padre con la parola affettuosa: Abb! NellAT padre poco usato per indicare Dio, e sottolinea il suo ruolo di creatore, conservatore e restauratore della vita (cf Dt 32,6; 2Sam 7,14; Sap 14,3; Sir 23,1-4; 51,10; Is 63,16; 64,7; Ger 31,9). Nei vangeli Dio chiamato padre 5 volte in Mc, 17 in Lc, 45 in Mt e 118 in Gv. La preghiera cristiana dire tu, chiamando per nome colui che per primo ha detto il mio nome chiamandomi allesistenza. Dicendo a Dio: pap, dico s alla verit sua e mia. In Ges, nel suo stesso Spirito, conosco Dio come padre mio e me come figlio suo, e partecipo al dialogo damore tra Padre e Figlio, che la loro vita. La mia esistenza non dal nulla e per il nulla, ma dallamore
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e per lamore del Padre. Volgendomi a lui, continuamente attingo da lui me stesso e lui stesso. nostro. Il Padre di Ges diventa nostro - di noi con lui e tra di noi. La paternit di Dio fonda la fraternit: il noi degli uomini include sempre il Figlio. che sei nei cieli. Dio vicinanza e familiarit, tenerezza e protezione, ma sta nei cieli: altro, grande, splendido. Se Dio mio pap, mio pap Dio, non un idolo. Il cielo in Mt ricorre spesso per indicare la trascendenza, la divinit. La paternit del cielo (Iuppiter = Dio Padre) comune a molte religioni. Quello che un appellativo comune, per i cristiani il nome personale di Dio nella relazione sua con me e mia con lui. Maternit/paternit sono esperienze primordiali in cui si iscrive la conoscenza di Dio come principio personale di vita, amore e libert. Lopinione che uno avr di Dio fortemente condizionata dai suoi genitori; e sar alla fine quella che uno ha di s. La carne di Ges, il Figlio che si fa fratello di tutti con un amore senza condizioni, liquida ogni cattiva immagine che di lui ci siamo fatti. sia santificato il tuo nome . Il nome la persona in relazione allaltro che lo chiama; la santit lalterit, la diversit. La persona di Dio sia veramente altra da ogni altra: sia riconosciuta da me e da tutti nel suo amore. La santit del nome di Dio riconosciuta quando noi, suoi figli, diventiamo perfetti come il Padre (5,48), capaci di amare i fratelli senza condizioni (5,44s); quando in ogni altro riconosciamo lui, lAltro. v. 10 venga il tuo regno . Il regno del Padre la fraternit tra i figli. il regno dello Spirito, il cui frutto amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bont, fedelt, mitezza e libert (Gal 5,22). Realizzazione di ogni promessa di Dio e di ogni desiderio delluomo, la fine di ogni schiavit, egoismo, tristezza, guerra, inquietudine, malevolenza, infedelt, durezza, schiavit.

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Il regno non di questo mondo (Gv. 18,36): in questo mondo, come i discepoli stessi, ma si presenta con caratteristiche opposte a quelle del mondo (Gv 17,11.15s). La venuta del regno sulla terra santifica il nome di Dio: la vita fraterna rende noto a il suo nome di Padre. sia fatta la tua volont . Lespressione volont di Dio ricorre 6 volte in Mt, 1 in Mc e 4 in Lc. La volont di Dio, che Padre, la fraternit tra di noi, che compie ogni giustizia (3,15). La volont la facolt di volere il bene, di amare: lo Spirito del Padre, lo stesso del Figlio. Ges compie pienamente la volont del Padre nel Getsemani (26,39.42), decidendo di dare la vita per i fratelli. come in cielo, cos in terra. Lamore che in cielo tra Padre e Figlio, sia in terra tra gli uomini, e cos siano fratelli fra di loro. In questo modo si compie la volont del Padre, viene il suo regno, santificato il suo nome, e tutti possiamo dire: Abb. Lespressione in terra conclude la prima parte della preghiera e segna il passaggio alla seconda, in cui il cielo scende sulla terra come pane e perdono, vita filiale e fraterna. v. 11 il pane. Il pane vita. Ma non di solo pane vive luomo. Il suo primo pane la Parola (Dt 8,3), e precisamente la parola Abb. Questa parola, fatta fiorire dallo Spirito sulla nostra bocca, ci fa esistere nella nostra realt di figli e di fratelli. Il pane di vita, Parola del Padre fatta carne, il grande dono: in esso, prefigurato nella manna e in ogni altro dono, Dio ci fa dono di se stesso nel Figlio. Anche il pane materiale, come ogni altra cosa necessaria o utile per vivere, sacramento di vita se preso come dono, rendendo grazie al Padre e condividendolo coi fratelli; invece causa di morte, se preso come rapina. La vita si mantiene tale se eucarestia (= ringraziamento), partecipazione al corpo del Figlio dato per noi.
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nostro. Il pane non mio, ma nostro. Se non condiviso coi fratelli, non pane del Padre della vita: lidolo che ci avvelena lesistenza, dividendoci da lui, tra noi e da noi stessi. Lunica volta in cui Ges dice di se stesso: mio, del suo corpo dato per voi. Mio realmente solo ci che dono. quotidiano. In greco c epiosion, che significa sostanziale, necessario se deriva da epiousa, futuro se deriva da epiinai, disponibile se da epienai, per questo giorno, quotidiano se da ep tn ousan (hemran). allusione alla manna, data ogni giorno solo per un giorno, per insegnare che non laccumulo a garantirla, ma la fiducia nel Padre. Il pane solo per oggi, ma disponibile ogni giorno; fino al giorno senza fine, di cui questo pane la certezza. In ogni briciola, in ogni frammento di vita, vivo lamore del Padre che dona e quello dei fratelli con cui condivido - e questo il pane sostanziale. dacci. Chiedo il dono non solo per me, ma per noi, per i fratelli, perch il pane del Padre che mi fa figlio. oggi. Il pane , come la manna, testimone quotidiano della fedelt di Dio. La vita sempre e solo oggi. Non pu essere accumulata! Se respiro oggi laria di domani, scoppio; se la trattengo, muoio. v. 12 rimetti . In greco mandar via, allontanare. I nostri debiti, che ci stanno addosso come peso gravoso che impedisce di vivere, sono allontanati da noi. Il Padre padre perch dona e perdona. Il perdono il pane quotidiano dello Spirito. Lamore vive di dono e di perdono: se nel bene dono, nel male cresce in per-dono (= super-dono). a noi. Chiedo il perdono non solo per me, ma anche per i fratelli. Diversamente non raggiungo la fonte del perdono, che lamore del Padre per tutti. i nostri debiti. Il termine traduce una parola ebraica che significa debito o peccato. A Dio noi dobbiamo tutto ci che abbiamo e siamo: tutto ricevuto da lui (1Cor 4,7). Ma non un debito da restituire; sarebbe un suicidio!
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invece un dono da accogliere e da vivere con gratitudine. Il peccato considerare la vita come debito e non come dono. La salvezza passare dalla logica del debito e della colpa a quella del peccato e del perdono. come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori. Si suppone che, quando preghiamo il Padre, ci siamo gi riconciliati con i fratelli (vv. 14s; 18,21-35). Se non perdono il fratello, non sono figlio! Perdonare il fratello non un dono che a lui faccio, ma che da lui ricevo: perdonando, ricevo lo Spirito del Padre. Per questo perdonare un miracolo pi grande che resuscitare un morto: nascere alla vita immortale. v. 13 fa che non cadiamo in tentazione . Dio non tenta e non induce in tentazione (Gc 1,13); invece colui che d la forza di non cadere (26,41). Le tentazioni fanno parte del nostro cammino. Dio non ce ne preserva; ma in esse ci aiuta perch, invece che luogo di sconfitta, diventino luogo di vittoria - o di perdono se cadiamo. ma liberaci dal maligno . Il maligno (26 volte in Mt, 2 in Mc, 13 in Lc) colui che ci vuol dominare. Ha come alleate le nostre passioni e il nostro disordine, con cui ci tenta perch cadiamo nelle sue mani, e vi restiamo. Lopera di Dio strapparci da esse e impedire che vi ricadiamo. Il pane e il perdono che chiediamo al Padre hanno il potere di preservarci nella tentazione e di liberarci dal maligno. vv. 14s ma se voi non avrete rimesso, ecc. (cf 18,21-35). Queste parole, poste a conclusione, sono una verifica per vedere se ho pregato in verit. Se non ho perdonato al fratello, non riconosco Dio come Padre, e non accetto il suo perdono per me! Giusto non chi non pecca - tutti pecchiamo - ma chi perdona come il Padre. Il perdono del fratello visto con enfasi come il luogo in cui riconosco davvero Dio come Padre (vedi Lc 15,11-32). Se non perdono, ho pregato con falsit, senza lo Spirito del Padre e del Figlio.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo unendomi al Figlio, rivolgendomi al Padre con il suo amore c. gli chiedo ci che voglio: chiedo e voglio con tutto il cuore tutto ci che Ges mi ha insegnato a chiedere e a volere con questa preghiera: il dono del suo Spirito di figlio d. prego lentamente, sul ritmo del respiro, ogni singola parola, sostando su essa finch trovo pace.

4. Testi utili: Is 55,10-11; Sal 34; 103; 139; Os 11,1-9; Gal 4,1-7; Rm 8,1439.

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17. QUANDO DIGIUNI, PROFUMATI IL CAPO 6,16-18 6,16 Ora, quando digiunate, non siate come gli ipocriti, dal volto tetro. Infatti si sfigurano il volto per figurare agli uomini come digiunatori. Amen vi dico: hanno gi la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati il capo e lavati il volto, perch non figuri agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo, che nel segreto; e il Padre tuo, che guarda nel segreto, ti restituir.

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2. Messaggio nel contesto Quando digiuni, profumati il capo, dice Ges. Lelemosina e la preghiera, scaturite dal cuore del Figlio davanti al Padre, compiono la giustizia eccessiva nei confronti dellaltro e dellAltro. Il digiuno a sua volta la compie nei propri confronti: fa accettare se stessi come figli e il proprio limite come principio di vita. Digiunare il contrario di mangiare, vivere. segno sia di lutto che di conversione. spesso associato alla preghiera e allo studio della Tor (Dt 8,3). Se la saziet ottunde, la fame aguzza lingegno: quella volontaria poi fa capire che non di solo pane vive luomo. Il digiuno obbligatorio il giorno dellespiazione, in cui proibito mangiare, bere, lavarsi, profumarsi, calzare i sandali e avere rapporti sessuali ( Mishna). Oltre al digiuno pubblico, prescritto, ci sono quelli privati, di devozione. Il fariseo al tempio, di cui parla Ges nella parabola, digiuna ben due volta la settimana (Lc 18,12). Le opere supererogatorie procurano fama di persona
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pia. Ognuno cerca di primeggiare, scegliendo lambito dove meglio riesce. Non importa se la religione o lo sport, larte o leconomia, la pace o la guerra, la politica o la malavita: tutto serve per essere qualcuno davanti agli altri. Lapparire agli occhi degli uomini il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio. A Ges chiederanno perch i suoi discepoli non digiunano (9,14 s). Risponder che il tempo delle nozze, del banchetto messianicoo, della pienezza di vita che Dio ha promesso. Ma anche loro conoscono un digiuno, che solo davanti al Padre. Come in tutte le opere, Ges guarda lintenzione. Il cuore del Figlio puro, e vede Dio (5,8), perch lui solo cerca. Lipocrita cerca la propria reputazione, e in tutto trova il proprio io. Stare davanti agli uomini o al Padre, lalternativa del nostro modo di essere e di agire: anche in Dio, si pu cercare ancora il proprio io (Lc 18,11)! Il digiuno, come ogni opera buona, pu essere esibizione davanti agli uomini, persino davanti a Dio - imbiancatura di un cuore orgoglioso, possessivo e padronale, pieno di morte. quanto dicevano i profeti, proponendo un altro digiuno, gradito a Dio: operare con giustizia e dividere i propri beni coi poveri (Is 58,1ss). Ges ha digiunato nel deserto. Anche per lui la fame stato luogo di tentazione. La Chiesa occidentale ha ora attenuato la pratica del digiuno. In una societ ridotta a bocca che tutto divora, a tubo digerente che tutto assimila, il digiuno riacquista la sua attualit. E c anche un digiuno della mente e del cuore, dellorecchio e dellocchio.

2. Lettura del testo

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6,16 Ora, quando digiunate. Mangiare alimentare la vita, digiunare perderla. Il digiuno ha molti aspetti: riguarda le relazioni con laltro, con lAltro, con le cose e con se stessi. Nei confronti dellaltro, il digiuno quella limitazione di vita che la sua presenza impone - limite che, dove accolto, diviene principio di relazione, comunicazione e comunione. Nei confronti dellAltro, il digiuno come la preghiera del corpo: accettazione simbolica che la propria vita non lassoluto, e tanto meno il cibo che la mantiene, ma Dio stesso e la sua parola. Nei confronti delle cose, il digiuno un correttivo necessario alla brama di possederle: ci possono essere o non essere, e vanno vissute come relazione allAltro e agli altri, e non come feticcio. Nei confronti di se stessi, il digiuno porta a un corretto rapporto con la propria vita e la propria morte: si accetta quello che c come dono di Dio, e lo stesso limite come comunione con lui, principio e fine di tutto. Il digiuno inoltre necessario per raggiungere la sobriet, che consiste nel servirsi delle cose tanto quanto sono utili per amare Dio e il prossimo. Ci che non utile a tale scopo, serve a odiare e morire. Nella nostra societ consumistica, che riduce la persona a imbuto che tutto ingurgita attraverso i cinque canali dei sensi, il digiuno ha un particolare valore. Oltre la sobriet nel cibo, c quella nellodorare, gustare, toccare, udire, vedere, e, soprattutto, nel fantasticare - la fantasia il senso virtuale che sostituisce ogni altro. I sensi sono gole voraci, insaziabilmente aperte verso ogni oggetto. Allanimale servono per la conservazione della specie e dellindividuo, e sono regolati dallistinto; alluomo, che di specie divina, servono per entrare in comunione con laltro; e non sono regolati dallistinto. Sono fame infinita, che si sazia solo trovando il cibo per cui sono fatti - laltro e lAltro. Ledonismo nega questa funzione, riducendo il senso a consumo di sensazioni: sente solo se stesso. Il digiuno dei sensi lantidoto, che
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restituisce loro la propria funzione. Non tocco e non gusto tutto, non ascolto e non vedo tutto - mosso dal semplice desiderio di riempirmi di sensazioni. Scelgo di toccare, gustare, ascoltare e vedere nella misura in cui ci mi aiuta ad amare laltro. Oltre la sobriet dei sensi c anche quella, pi difficile, della mente e del cuore, per non cadere nellestetismo e nel narcisismo - frutto di un intelletto e di una volont che, invece di aprirsi allaltro, si chiudono in se stessi. Anche, e soprattutto, queste facolt superiori sono per laltro. Per questo non cerco di capire e volere tutto, ma solo ci che mi apre allalterit. Luomo o impara a essere signore dei suoi sensi e delle sue facolt, ordinandoli al fine, o schiavo del loro appetito. Lo stimolo del piacere di ogni tipo, come una droga, lo depossessa della libert, portandolo a fare ci per cui non fatto e che, in fondo, neanche vuole, e che comunque non lo sazia mai. Una societ consumistica, con grande capacit di suggestione, porta a compimento la schiavit del piacere apparente, presentando come buono, bello e desiderabile, ci che in realt non lo (Gen 3,6). Il digiuno, inteso a raggiungere la sobriet in tutti i campi, ci libera dallidolo del piacere apparente, che promette saziet, ma alimenta solo fame; e ci permette di usare tutto senza esserne usati. Il digiuno pu anche farsi delirio di onnipotenza distruttiva, come

nellanoressia. Bulimia e anoressia nascondono lo stesso volto oscuro: lassolutizzazione del cibo e del corpo. (Ma c anche una bulimia e anoressia intellettuale e spirituale). Anoressia e bulimia tendono a coincidere nelle diete ipocaloriche, in cui uno mangiando non mangia, e pu riempirsi allinfinito di niente! Carne senza proteine, latte senza panna, dolce senza zucchero, pasta senza amido - dove limportante lessere sempre pi senza, puro apparire sono i nuovi idoli, che rendono simili a loro quelli che li adorano (Sal 115,8). Tanta fame fame non di pane, ma di vita; non di cibo, ma di affetto. Uno vive dellamore che riceve, della parola che gli comunica laltro. Una societ
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senza amore e senza parola, senza madre e senza padre, sar sempre pi anoressica e bulimica. Luomo un sacco vuoto senza fondo: niente lo pu riempire, se non la capacit di leggere lInfinito presente in ogni cosa finita. Il digiuno per dieta, se non necessario alla salute, ancora segno dellassolutizzazione del proprio corpo, e porta a deviazioni. non siate come gli ipocriti. Ogni azione buona pu essere stravolta nel suo contrario dalla ricerca del proprio io. dal volto tetro. Il viso e locchio, invece di diffondere la luce del cuore, comunicano oscurit e tristezza. si sfigurano il volto per figurare. Ci si sfigura per figurare, ci si nasconde per farsi vedere, ci si oscura per apparire! Lintento che gli altri notino che stiamo facendo una cosa buona e ci apprezzino! hanno gi la loro ricompensa. Ottengono ci che vogliono: una bella immagine di s davanti agli altri. v. 17 tu, invece, quando digiuni, profumati il capo, ecc. Nel digiuno ci si cosparge il capo di cenere, non di profumo - la cenere segno di morte e il profumo di vita. Inoltre non ci si lava, perch lavarsi rigenerarsi. Ges ordina al discepolo un digiuno che profumo di vita e rigenerazione. v.18 perch non figuri agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo. Davanti agli uomini ricevo limmagine, lidolo del mio io; davanti a Dio ricevo il mio essere me stesso, a sua immagine. Il digiuno davanti a lui mi fa riconoscere suo figlio, che tutto riceve da lui, anche me stesso e addirittura lui stesso. Il mio digiuno definitivo - la mia morte - sar il saziarmi pienamente della sua presenza. Gi fin dora, grazie a questo digiuno, sono libero di camminare verso quella felicit alla quale sento di essere destinato. Perch ho detto a Dio: Sei tu il mio Signore!(Sal 16,2). il Padre tuo, che guarda nel segreto, ti restituir. Il Padre mi restituir la mia realt, che lui stesso, a immagine del quale sono fatto.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nel mio digiuno ultimo c. chiedo ci che voglio: capire cos la vita e tutto ci che contiene: non sono idoli, ma doni di Dio da vivere con libert e gratitudine di figli d. traendone frutto, medito sul testo da notare : significato del cibo e del digiuno come vivere i miei bisogni e i miei limiti, il mio bisogno di vita e la mia morte consumismo ed edonismo: faccio ci che mi piace sobriet dei sensi, della mente e del cuore.

4. Testi utili: Sal 16; 103; 51; Is 58; Mt 9,10-17.

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18. NON POTETE ESSERE SERVI DI DIO E DI MAMMONA 6,19-24 6,19 20 21 22 23 Non tesorizzate per voi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine fanno scomparire e dove i ladri scassinano e rubano; tesorizzate invece per voi tesori nel cielo, dove n tignola n ruggine fanno scomparire e dove i ladri non scassinano n rubano. Infatti dove il tuo tesoro, l sar anche il tuo cuore. La lucerna del corpo locchio; se dunque il tuo occhio puro, tutto il tuo corpo sar luminoso; ma se il tuo occhio malato, tutto il tuo corpo sar tenebroso. Se dunque la luce che in te tenebra, quanto grande la tenebra! Nessuno pu essere servo di due padroni: infatti o odier luno e amer laltro, o luno preferir e laltro disprezzer. Non potete essere servi di Dio e di mammona.

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1. Messaggio nel contesto Non potete essere servi di Dio e di mammona, dice Ges. I nostri rapporti con le cose devono essere da figli di Dio: lui il nostro tesoro, e le cose non sono feticci da adorare, ma doni del suo amore. Luomo sempre di qualcuno. Lappartenenza, in molte lingue, si esprime col genitivo: la relazione, che genera e fa esistere. Questa relazione unica: non si possono avere due padri o due madri. Cos Ges dice che la nostra vita o dipende da Dio, e allora siamo suoi figli, o dipende da mammona, e allora siamo suoi schiavi. Inizia in questo brano la conclusione del corpo del discorso della montagna, che culmina con il comando dellamore, sintesi della legge e dei profeti (7,12). La sezione, molto articolata, unita da un filo conduttore: la paternit di Dio. Questa da vivere in rapporto alle cose come libert dallaccumulo quando ci

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sono e dallansia quando non ci sono ( 6,9-24.25-34), e in rapporto alle persone come accoglienza e amore fraterno ( 7,1-12). Lo Spirito filiale informa sia le opere religiose (elemosina, preghiera, digiuno) sia il rapporto quotidiano con le cose e le persone. Chi non si sa figlio di Dio e fa dipendere la sua vita dalle cose, accumula tesori sulla terra; il suo occhio malato, perso dietro lidolo, schiavo di mammona. Chi si sa figlio, invece, accumula tesori in cielo; il suo occhio puro e in tutto vede colui che lo ama e che vuol amare. La fede in Dio si gioca concretamente nel rapporto con le creature, che pu essere filiale e fraterno, oppure padronale e diabolico (cf Lc 12,13-34; 16,1-13). Ges, il Figlio di Dio, il tesoro in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). La Chiesa ha scoperto il tesoro, e, con gioia, si disfa di tutto per ottenerlo (13,44ss). Vive ogni cosa come eucaristia: dono ricevuto dal Padre e condiviso con i fratelli.

2. Lettura del testo 6,19 Non tesorizzate per voi tesori sulla terra. Luomo non la vita: lha ricevuta e deve alimentarla. Pensa di mantenerla accumulando beni, senza accorgersi che cos la immola per procurarsi ci che dovrebbe garantirla. Infatti chi fa delle cose il suo dio, le stacca dalla loro sorgente, che Dio, e dal loro fine, che la condivisione fraterna. La brama di possedere ateismo pratico, origine di tutti i mali (1Tm 6,10), vera idolatria (Ef 5,5). Nega il valore di ogni realt: il dono. Tesorizzare in contraddizione con la richiesta: Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il pane non pi dono del Padre, ma sostituto del Padre. dove tignola e ruggine fanno scomparire. I beni in natura, cibo e vestito, col tempo saranno divorati dalla tignola - e lo stesso corpo dai vermi. I beni in

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metallo perdono il loro splendore. Ci che serve per vivere, muore; ci che giova per apparire, scompare. dove i ladri scassinano e rubano. Ci che accumulato, furto al Padre e ai fratelli; presto o tardi, verr sottratto a chi lha rubato. O il dono resta tale e si fa principio di dono, o diventa furto e principio di furto. Accumulare tesori non solo non garantisce la vita animale, ma fa anche perdere la vita di figlio e di fratello. v. 20 tesorizzate invece per voi tesori nel cielo. Accumula tesori eterni colui che riceve ringraziando e usa condividendo. In questo modo i beni del mondo alimentano non solo la vita materiale che perisce, ma anche quella spirituale: sono strumenti per entrare in comunione con il Padre e con i fratelli. La dimora eterna, il vero tesoro, si gioca qui nel tempo con luso corretto dei beni, dei quali bisogna essere non stolti possidenti, ma amministratori sapienti (cf Lc 12,13ss; 16,1-13). dove n tignola n ruggine fanno scomparire. Il cibo, se accumulato, si corrompe, come la manna; se condiviso con i fratelli, seme di immortalit. Il danaro e loro stesso, in cui si ripone la fiducia, si offuscano, se non prima, almeno quando si chiuderanno gli occhi. Lamore del Padre e per i fratelli invece accende nelluomo la gloria eterna di Dio. Non loro che ha, ma quello che d lo rende figlio, splendore del Padre. dove i ladri non scassinano n rubano. Il dono resti sempre tale - e, chi ne derubato, non lo richieda indietro (Lc 6,30). Cos diventa figlio del Padre, che tutto dona e perdona. In questo modo il suo tesoro non sar mai rubato: rester sempre dono, anche per chi lo fa oggetto di furto. v. 21 dove il tuo tesoro, l sar anche il tuo cuore. Una persona abita pi dove col cuore che con il corpo. Se ami le cose che periscono, sei nella perdizione. Se ami Dio che vita, dimori in Dio e nella vita. v. 22 lucerna del corpo locchio. Locchio non semplicemente la finestra attraverso cui entra ci che fuori. anche lucerna: la luce che nel cuore,
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esce da esso e si proietta sulla realt. Uno vede con la luce del suo cuore, con lamore che lo illumina. se dunque il tuo occhio puro, tutto il tuo corpo sar luminoso. Il modo di guardare, valutare, pensare, sentire, camminare e fare dipende dallocchio e dal cuore, che rende luminosa o oscura non solo la persona, ma anche la realt che la circonda. E ce ne accorgiamo subito! Addirittura, vedendo un cane, capisci subito che tipo di persona il suo padrone! v. 23 se il tuo occhio malato, tutto il tuo corpo sar tenebroso. C un occhio malato e cattivo - il malocchio! - che diffonde tenebra. Se il cuore/occhio puro riflette la luce di Dio e porta il frutto dello Spirito (cf Gal 5,22), il cuore/occhio malato, al contrario, moltiplica le opere della carne (cf Gal 5,19-21). se dunque la luce che in te tenebra, quanto grande la tenebra! Chi diffonde tenebra invece di luce, quanto buio deve avere nel cuore! La luce, principio della creazione e della vita, esce dalla bocca di Dio, che dice: Sia la luce e la luce fu (Gen 1,3). La tenebra la bocca del nulla, che tutto mangia e seppellisce nella morte. v. 24 nessuno pu essere servo di due padroni, ecc. Nessuno pu cavalcare due cavalli. Noi ostinatamente cerchiamo di mettere insieme Dio e lidolo, zoppicando da due parti (1Re 18,21). Dio tollera di essere anche ignorato, ma non di essere secondo: non sarebbe Dio! Qualunque idolo gli metti davanti, cade e si frantuma come Dagon dinanzi allarca (1Sam 5,2ss). O Dio o lidolo: lalternativa radicale, la scelta tra ci che d la vita o la distrugge. Al bivio non si possono seguire due vie. Bisogna decidere se seguire Dio o gli idoli (Gs 24,14ss). Se il tuo fine Dio, diventi come lui; se lidolo, diventi come lidolo, che ha volto oscuro, bocca muta, occhio spento, orecchio sordo, naso insensibile, mano chiusa, piede paralizzato, gola serrata e senza suono. Il fabbricatore di idoli, diventa come loro (Sal 115,4-8). Invece di essere

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figlio del Dio vivente, diventa una statua morta e fredda: monumento funebre, maschera mortuaria di se stesso! Sulla fronte porteremo il numero 666, il marchio della bestia (Ap 13,16-18), o il nome del Signore (Ap 22,4)? Attenti al pericolo di servire lidolo, senza accorgersene, per ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana durante tutta la vita, con il culto diretto nel lavoro per produrlo e quello indiretto nel riposo per consumarlo e riprodurlo! mammona. In ebraico : maamun, che ha la stessa radice di emun (fede): qualcosa in cui si confida, la sostanza su cui si fonda lesistenza. La mia vita si fonda nel credere in Dio o sui vari titoli di credito?

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte delle beatitudini dove il Signore parla c. chiedo ci che voglio: scegliere il Signore come mio tesoro d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non tesorizzare sulla terra tignola, ruggine, ladri dove il tuo tesoro, l sar anche il tuo cuore locchio lampada del tuo corpo occhio puro/occhio malato luce/tenebra nessuno pu essere servo di due padroni o Dio o mammona. 4. Testi utili: Sal 49; Sal 115; Sal 16; 23; Gs 24,14-28; Lc 12,13-21; 16,1-13.

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19. NON PREOCCUPATEVI 6,25-34 6,25 Per questo vi dico: Non preoccupatevi per la vostra vita cosa mangerete (o cosa berrete), n per il vostro corpo cosa vestirete. Non forse la vita pi del cibo, e il corpo pi del vestito? Osservate gli uccelli del cielo: non seminano, n mietono, n raccolgono nei depositi; e il Padre vostro celeste li nutre. Voi forse non contate pi di loro? Ora chi di voi, preoccupandosi, pu aggiungere una spanna alla sua et? E per il vestito, perch vi preoccupate? Imparate come crescono i gigli del campo: non faticano n filano. Ora io vi dico che neppure Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno solo di loro! Ora se lerba del campo, che oggi e domani gettata nel forno, Dio cos riveste, non molto di pi voi, o gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: che mangeremo? o che berremo? o che vestiremo? Infatti tutte queste cose i pagani ricercano. Sa infatti il Padre vostro celeste che avete bisogno di tutto quanto questo. Ora cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
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e tutte queste cose vi saranno aggiunte. Ora dunque non preoccupatevi del domani, perch il domani si preoccuper di s! Basta al giorno la sua pena!

1. Messaggio nel contesto Non preoccupatevi, il ritornello che Ges ripete sei volte. Porre la vita nelle mani del Padre significa essere liberi dallaffanno. Ci che ne garantisce il mantenimento lui, che, come la d, cos la alimenta. Lansia della previdenza cede il posto alla fiducia nella provvidenza. Ges non dice di non lavorare; dice di non fare del lavoro lidolo che toglie il respiro: Il lavoro da fare, la preoccupazione da levare ( S. Girolamo ). S. Ignazio da Loyola consiglia di agire come se tutto dipendesse da noi, sapendo per che tutto dipende da Dio. un atteggiamento che toglie lansia - tutto dipende da Dio!-, e mette in libero gioco le nostre capacit - tutto dipende da noi! Il fatto che tutto sia dono non alibi allimpegno, ma antidoto alla preoccupazione. A differenza dellanimale, luomo non nasce vestito, n trova direttamente nella natura il cibo. Deve necessariamente lavorare. Ma non deve fare dei suoi bisogni il suo assoluto. chiamato a soddisfarli da figlio, collaborando col Padre e condividendo con i fratelli. Il cibo e il vestito, se non diventano lidolo, sono il mezzo che mette in comunione con Dio e con gli uomini. La pre-occupazione assorbe energie utili per loccupazione stessa, e toglie vita invece di mantenerla. Essa ci assale quando le cose da mezzo diventano fine; allora, invece di servirci, ci asservono, invece di comunicarci la vita filiale e fraterna, la uccidono. La nostra fede in concreto riposta o nel Padre che tutto dona, o nellidolo che tutto esige. Ges il Figlio che tutto riceve dal Padre e spezza coi fratelli: la sua esistenza amore ricevuto e dato.

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La Chiesa vive allo stesso modo: libera dallansia di vita, che paura di morte - e spesso paura di vivere e ansia di morire -, cerca in tutto il regno del Padre e la sua giustizia. Invece di tanti ansiolitici (lattivismo, fin che regge, il pi usuale!), ha come medicina la fiducia nel Padre.

2. Lettura del testo 6,25 Non preoccupatevi . Preoccuparsi privarsi del presente, unico tempo che c, per proiettarsi nel futuro, che ancora non c. La preoccupazione ci svuota di tutto e ci riempie di vuoto. Il presente dono di Dio, da godere in pienezza; il futuro, come loggi, sar dono suo, ma solo domani, a suo tempo! La manna, data quotidianamente, faceva vermi per chi laccumulava (Es 16,17-20). metafora della vita: ogni giorno fluisce come dono, e si arresta quando trattenuta. Accumularla, o addirittura possederla in proprio, il peccato di Adamo. In greco preoccuparsi merimno, che indica la cura, la pena, laffanno. Ha la stessa radice di mros (parte, eredit), di mora (sorte, destino). Sono termini imparentati con memoria e morte. Principio di preoccupazione proprio la memoria della morte, che ognuno ricorda come sua eredit, sua sorte. Laffanno prende chi, venuto dal nulla e votato al nulla, si sente destinato alla morte. Unico suo assillo costante rimandare questo increscioso ritorno. Se uno sa che viene da Dio e torna a lui, il presente diventa gioia, anticipo di ci che sar anche domani e sempre: comunione con il Padre e i fratelli. Laffanno - categoria fondamentale della nostra cultura, con numerosi sinonimi peggiorativi!- esce sei volte in questo brano. Sei il numero delluomo che si chiude in se stesso, senza aprirsi al settimo giorno, a Dio, suo principio e suo fine. per la vostra vita cosa mangerete (o cosa berrete). Cibo e bevanda la alimentano, ma non sono la vita, e neppure la garantiscono. I ricchi hanno pi
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cibo che vita, anzi laccorciano con lo stress e lobesit. Il nutrimento solo mezzo, per di pi temporaneo, per vivere; se ne faccio il fine, mi distrugge. n per il vostro corpo cosa vestirete . Il vestito, oltre e pi che per difendersi dallambiente, serve per essere visti. il corpo artificiale, da presentare agli altri: dichiara a quale categoria appartieni e quali relazioni puoi avere. La nudit adamitica, che cera prima del peccato, possibile nellintimit damore. Il vestito garantisce la vita sociale come il cibo quella animale. il messaggio che, volente o nolente, mandi allaltro: rende noto ci che vuoi, devi, o puoi manifestare di te. tipico il disagio di chi in sogno si sente nudo a un ricevimento! Senza vestito uno non pu presentarsi in pubblico, se non per pazzia o provocazione (qual la differenza?). v. 26 osservate gli uccelli del cielo. Per il cibo Ges dice di osservare gli uccelli del cielo, che non compiono i cosiddetti lavori maschili, quali arare, seminare, mietere e raccogliere. Ricorda che il cibo non dipende innanzitutto dal lavoro nostro, ma da quello di Dio, al quale siamo chiamati a collaborare. il Padre vostro li nutre (Gb 38,41; Sal 147,9). Il Padre, che vostro e non loro, nutre anche loro. La sua tenerezza si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). Se provvede il cibo ai piccoli del corvo che gridano a lui (Sal 147,9), come non si preoccuper di suo figlio? Dio al lavoro non solo nel dare, ma anche nel mantenere la vita: d il seme al seminatore, ma anche la pioggia al seme, perch dia pane da mangiare (Is 55,10). Lui, amante della vita (Sap 11,26), desidera solo che i suoi figli gioiscano della sua stessa gioia. voi forse non contate pi di loro? Chi si preoccupa e accumula tanto, in realt si stima poco: meno di un uccello! v. 27 chi di voi, preoccupandosi, pu aggiungere una spanna alla sua et? Lo stesso termine indica in greco sia et che statura. Chi pu, preoccupandosi, aumentare di un solo palmo la sua et o la sua statura, vivere un po di pi o
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essere un po pi alto? La preoccupazione, invece che allungare rattrappisce il corpo e accorcia la vita! v. 28 per il vestito perch vi preoccupate? Imparate come crescono i gigli del campo, ecc. Faticare e tessere il lavoro della donna, che fatica per tessere il corpo e per rivestirlo. I fiori hanno una veste che cresce con loro e li ricopre di splendore. La loro bellezza serve a descrivere la magnificenza e la gloria dello Sposo (Ct 2,1.16; 4,5; 6,2). v 29 ora io vi dico che neppure Salomone. Salomone, noto per la sua magnificenza, non comparabile come splendore a un solo giglio. v. 30 ora se lerba del campo che oggi e domani gettata nel forno, ecc. Se Dio fa cos con lerba del campo, che al mattino germoglia e alla sera dissecca (Sal 90,6), ed usata per accendere il forno e cuocere il pane, quanto pi si preoccuper di rivestire noi, suoi figli. o gente di poca fede. la definizione del discepolo, che si fida poco del suo Signore (8,26; 14,31; 16,8; 17,20). Per questo prega, con il padre del sordomuto: Credo, ma vieni in aiuto alla mia incredulit (cf Mc 9,24), e dice con gli apostoli: Aumenta la nostra fede (Lc 17,5). Il discepolo crede e insieme sempre non crede. La fede non stabile: un dono, che cessa quando lo si vuol possedere, come la manna che marcisce quando accumulata. La vera fede non si fida di s e della propria certezza, ma di lui e della sua fedelt continua. v. 31 non preoccupatevi dunque dicendo: che mangeremo, ecc. Non bisogna pre-occuparsi per cibo, bevanda e vestito, che pure costituiscono

loccupazione normale del lavoro. v. 32 infatti tutte queste cose i pagani ricercano . Il pagano non crede che Dio suo padre, e deve pensare a se stesso. Suo fine non la comunione col Padre e con i fratelli, ma le cose da procurarsi col suo lavoro.

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sa il Padre vostro celeste che avete bisogno di tutto quanto questo. Il Dio che sta nei cieli (= onnipotente) onnisciente ed Padre: pu, sa e vuole fare tutto quanto ci serve. vero che, a differenza degli uccelli e dei gigli del campo, dobbiamo anche lavorare. Il giardino da coltivare, oltre che da custodire (Gen 2,15); dopo il peccato, il sudore della fronte condisce il nostro pane (Gen 3,19). Ma il solo che sazia lamore del Padre, dato nel sonno ai suoi figli (Sal 127,2). v. 33 cercate. Non dice: preoccupatevi o: ricercate, come i pagani. Dice solo: cercate. E si cerca ci che gi dato. prima. C una priorit nel cercare. il regno di Dio e la sua giustizia. Questo dobbiamo cercare innanzi tutto e in tutto: il regno di Dio e la sua giustizia, lamore verso il Padre e verso i fratelli. e tutte queste cose vi saranno aggiunte. Ci di cui ci preoccupiamo, come fosse il fine, unaggiunta data a chi vive da figlio e da fratello. Se facciamo cos, nessuno sar privo del necessario e nessuno immoler la vita ai suoi bisogni; tutti saremo liberi, e, nel soddisfare i bisogni che abbiamo, soddisferemo il bisogno che siamo di filialit e fraternit. La nostra stessa vita materiale sar culto spirituale gradito a Dio (cf Rm 12,1). v. 34 non preoccupatevi del domani. La pre-occupazione del domani forza sottratta alloccupazione di oggi. Possiamo vivere solo il momento presente, non quello dopo. il domani si preoccuper di s. Anche il domani avr le sue preoccupazioni. Ma se non te ne carichi gi ora, sperimenterai che sai portare quelle di oggi. E cos sar anche domani, se non penserai a quelle di dopodomani. unillusione risolvere oggi i problemi di domani: se sono di domani, oggi sono certo insolubili. basta al giorno la sua pena. Ogni giorno ha la sua dose di fatica, sopportabile in quel giorno, senza aggiungere quella del giorno dopo. Ci che rende impossibile vivere qui e ora lansia del dopo. Il male di domani sempre
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insopportabile, soprattutto perch ancora non c. Normalmente sprechiamo il novanta per cento delle energie nel cercare di evitare ci che comunque avviene e che poi scopriamo essere un bene! Dio, come la manna quotidiana, ci d ogni giorno la forza per i pesi di quel giorno, perch impariamo a vivere di fiducia. La vita un dono. Non si pu possederla n accumularla. La sorgente d sempre acqua nuova. Invece di scavare cisterne screpolate, che non tengono acqua (Ger 2,13), possiamo sempre attingere ogni giorno con gioia al Padre, sorgente di vita sempre nuova (cf Is 12,3).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che parla sul monte c. chiedo ci che voglio: trasformare le mie ansie e paure in fiducia e coraggio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non pre-occupatevi per la vita, cosa mangerete per il corpo cosa vestirete osservate gli uccelli del cielo imparate come crescono i gigli del campo gente di poca fede come fanno i pagani cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia basta al giorno la sua pena.

4. Testi utili: Sal 62; Is 9,14-15; Sal 33; 107; 117; 127; 136; 147; Sap 1,1215; 11,23-12,1; Lc 12,22-31.

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20. NON GIUDICATE 7,1-6 7,1 2 3 Smettetela di giudicare per non essere giudicati; poich con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati, e con il metro con cui misurate, sar misurato a voi. Perch guardi la pagliuzza nellocchio del tuo fratello, e non consideri la trave che nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio! ed ecco la trave nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima dal tuo occhio la trave, e allora vedrai per togliere la pagliuzza dallocchio del tuo fratello. Non date ci che santo ai cani, n gettate perle davanti ai porci, perch non le calpestino coi loro piedi e si voltino a sbranarvi.

1. Messaggio nel contesto Smettetela di giudicare! lordine che Ges ci d per vivere nel rapporto coi fratelli la paternit di Dio. Non devo giudicare per due motivi. Primo, perch il mio giudizio condiziona negativamente laltro; secondo, perch il mio giudizio sullaltro si rivolge contro di me. Il mio giudizio pre-giudica laltro e giudica me stesso: laltro tende a diventare come io lo vedo, e io sono come vedo laltro. Positivamente sono chiamato a stimare laltro come figlio di Dio e mio fratello. La mia disistima nei suoi confronti grave per lui e per me: nega a lui la fraternit mia, e a me la filialit divina. Dopo aver visto come si vive la giustizia eccessiva del Figlio uguale al Padre nelle opere religiose ( 6,1-18), nelluso dei beni ( 6,19-34), ora vediamo
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come la si vive in relazione allaltro ( 7,1-6). Il principio di tutto la preghiera, comunione col Padre che concede ogni bene ( 7,7-11), in particolare quel bene sommo, che fare allaltro ci che voglio che laltro faccia a me ( 7,12). Laltro altro, diverso ed estraneo. Intruso e concorrente, invasore e nemico, lo misuro, valuto e giudico: Ci che ha in pi - laltro semplicemente un di pi rispetto a me! - oggetto di invidia e rapina; ci che ha in meno, motivo di disprezzo, ansa per averlo in mano. Dallaltro mi difendo per conservare la mia differenza; se possibile, lo attacco per impadronirmi della sua. Cerco la superiorit per non cadere in inferiorit, il dominio per non essere dominato. Ogni uomo diventa lupo per laltro, animato da spirito di rivalit, rissa, inimicizia, sopraffazione e voracit. latteggiamento di Adamo nei confronti di Dio, lo stesso che abbiamo nei confronti del padre, il primo altro, e di ogni altro da me. In realt il volto dellaltro quello dellAltro: nel rapporto con lui, vivo quello con lAltro, e viceversa. Le ultime battute del discorso sul monte richiamano ci di cui gi si parlato in 5,21-48 e di cui si parler nel c. 18 I vv. 1-2 vietano di giudicare: il mio giudizio cattivo sullaltro contro me stesso. Non giudicare significa essere come il Padre, che accetta

incondizionatamente il figlio. Giudicare significa non essergli figlio. Il mio giudizio buono o cattivo sullaltro la misura del mio essere figlio o meno del Padre. Anzi, il giudizio futuro che Dio dar su di me non sar altro che il

giudizio presente che io do sul fratello. Dio lo lascia scrivere a me; lui alla fine semplicemente legger ci che io ho scritto. I vv. 3-5 esortano a giudicare me stesso invece dellaltro. Uno vede laltro con il suo occhio, con il suo cuore: laltro colui che rispecchia me stesso. Se lo vedo male, perch il mio cuore cattivo. La critica verso laltro autocritica inconsapevole: il piccolo male che vedo in lui spia del grande che in me.
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Il v. 6 mostra come il non giudicare non tolga il discernimento. Ne anzi il presupposto. Se non giudico tra buoni e cattivi e vedo in me il male, posso discernere ci che opportuno fare nei confronti dellaltro. Ges porta sulla terra lo stesso giudizio di Dio: piuttosto di giudicare e condannare i fratelli, si fa giudicare e condannare da loro; li stima tanto da dare la vita per coloro che gliela tolgono! La croce il suo giudizio sul mondo: misericordia assoluta per tutti. La Chiesa chiamata a conoscere e vivere, sia allinterno che allesterno, la sua stessa simpatia illimitata per ogni alterit. Sempre tentata di compiere il giudizio delluomo, che un massacro dellaltro,cerca di mantenere il giudizio di Dio, che salvezza per tutti.

2. Lettura del testo 7,1 Smettetela di giudicare. un imperativo presente. Ges ordina di non continuare a giudicare. Suppone che giudichiamo, e vuole che smettiamo di farlo. Ci che spontaneamente facciamo dentro di noi, quando vediamo un altro, misurarlo col nostro metro. Quando parliamo con lui, invece di ascoltarlo, filtriamo ci che dice con i nostri pregiudizi. Quando poi parliamo di lui ad altri, lo sport preferito il tiro al bersaglio. Conversare in genere non altro che giudicare in contumacia. Giudicare (in greco krnein) significa separare, setacciando o vagliando. Il nostro giudizio sullaltro fatto con il setaccio: tratteniamo ci che da buttare e lasciamo cadere ci che da trattenere. Lasciamo perdere il bene e ricordiamo il male, crocifiggendo laltro al palo dei suoi errori. Il giudizio di Dio invece fatto con il vaglio: trattiene il bene e lascia perdere il resto. Il suo giudizio la sua croce: porta su di s il nostro male come proprio e restituisce a noi il suo bene come nostro. Il vento del suo Spirito disperde il nostro male e trattiene la stima e lamore infinito che lui ha per noi. Ogni mio giudizio sullaltro corto: non vede nellaltro ci che vede Dio.
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Luomo vive o muore del giudizio altrui. Uno come visto: locchio buono una porta di luce che accoglie e fa vivere, locchio cattivo una lama di ferro che penetra e uccide. Dio, bont infinita, con il suo occhio che tutto vede buono, porta allesistenza ogni cosa (cf Gen 1). Se giudico, mi arrogo il ruolo di Dio, e compio il grande peccato di mettere il mio io al posto di Dio. Se giudico il fratello, giudico la legge, e non sono pi uno che la osserva, ma che la giudica. Ora uno solo il legislatore e il giudice, colui che pu salvare e rovinare; e chi sono io da farmi giudice del mio prossimo (Gc 4,11s)? Il mio giudizio contro il fratello sempre un mio male: con esso, infatti, condanno Dio che ha detto di non giudicare. Il Signore ha detto di non giudicare perch lui non giudica, ma giustifica. Lui amore infinito per tutti e il suo giudizio il contrario del mio: ogni uomo ai suoi occhi riveste il valore dellamore che ha per lui. Noi abbiamo lo stesso giudizio di Dio, se rivaleggiamo nello stimarci a vicenda (Rm 12,10), ritenendo laltro superiore a noi stessi (Fil 2,3). Ognuno vede con il suo occhio: anzi, nellocchio dellaltro vede la propria immagine riflessa. Dio vede luomo molto buono (Gen 1,31), perch lui buono e vede in noi la sua stessa bont. Non bisogna giudicare nessuno, neanche se stessi (1Cor 4,3). Chi giudica non conosce Dio, e non ama n s n altri! Chi non giudica come Dio: amore verso tutti. per non essere giudicati. Il giudizio, come un boomerang, ricade su chi lo lancia. Ogni mio giudizio contro laltro, contro di me! Se non stimo laltro come fratello, non stimo me come figlio di colui che ama me e laltro come figli. Se giudico il fratello, mi condanno come non-figlio: usurpo il posto del Padre e deturpo il suo giudizio. Non devo giudicare, non solo per non sbagliare. Anche se ho ragione, comunque il mio giudizio sbagliato, perch distrugge la vita filiale e fraterna. Chi non giudica, salva laltro come fratello e se stesso come figlio.
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v. 2 poich con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati. Dio mi giudica come voglio io: mi rispetta e lascia ogni libert - anche quella di scrivere il mio giudizio. Ed quello che pronuncio sullaltro! Se lo condanno, condanno Dio che giustifica tutti e condanno me come contrario a lui. con il metro con cui misurate, sar misurato a voi. In questa vita Dio mi lascia decidere il metro con cui voglio essere misurato: con il suo o con il mio? Se accetto il suo, scelgo lui e la sua misericordia per me e per laltro. Se lo rifiuto, scelgo la condanna. Lui rimane per sempre con il suo giudizio: la sua croce in favore di tutti, anche di quelli che lo rifiutano. v. 3 pagliuzza/trave. Il mio giudicare un piccolo difetto dellaltro - una pagliuzza nel suo occhio - conficca nel mio una trave. Con una trave nellocchio, sono morto! Se giudico il fratello, ho gi ucciso la mia verit di figlio. Posso e devo giudicare azioni e situazioni, ma solo per quello che mi riguardano; mai le persone e le intenzioni. Posso anche accusare il peccato, se proprio doveroso per me e necessario per laltro; sempre per devo scusare il peccatore. Il mio giudizio su una persona sempre pi grave del suo peccato, qualunque esso sia: giudicare opporsi a Dio. v. 4 come potrai dire a tuo fratello: lascia che tolga, ecc. Come posso correggere laltro se sono morto? Da che pulpito viene la predica? Chi conosce se stesso, non giudica nessuno! Considera se stesso uguale a tutti i malfattori, e considera tutti come se stesso: oggetto dellinfinita misericordia di Dio! v. 5 ipocrita! Togli prima dal tuo occhio la trave, ecc. Prima di fare una osservazione a qualcuno, bene che mi ricordi queste parole di Ges. Per togliere allaltro la pagliuzza, devo essere io senza trave. Diversamente non lo correggo, ma lo fisso nel suo male: la mia offesa costringe lui allautodifesa. Se voglio correggere il fratello - gran cosa la correzione fraterna (cf 18,15ss)! 160

devo

innanzitutto

accettarlo

incondizionatamente,

come

anchio

sono

accettato. Solo allora la correzione fraterna, e pu essere efficace. Altrimenti semplice condanna mia e altrui (cf 18,21-35). Alla critica devo sostituire lautocritica. Non quella a buon mercato, con la soddisfazione di essere intelligente e umile; ma quella che viene dalla conoscenza sofferta del mio male e mi mette sotto il giudizio di Dio, con la sua stessa tolleranza verso i miei simili, che sono proprio simili a me! La coscienza del proprio male un dono mistico, presupposto di ogni cammino spirituale: rende solidali con i fratelli e con il Padre, che tutti ama e perdona. v. 6 non date ci che santo ai cani, ecc. Ci che santo, le perle, sono i doni di cui vive la comunit: il Pane e la Parola. C una disciplina dellarcano che serve a introdurre nel mistero. Cani e porci per gli ebrei sono i pagani. Questi devono essere preparati a ricevere i doni. La proposta della verit deve essere graduale. Puntare la luce negli occhi non fa vedere, anzi accieca! Lamore non giudica, ma non manca di discernimento. La carit deve essere discreta: discerne le situazioni, le azioni e le reazioni per vedere cosa qui e ora pi aiuta il fratello. Buttare addosso la verit, senza preparare ad accoglierla, porta al plagio di chi laccoglie e allindurimento di chi non laccoglie. Fare cos non rispetto n per la verit n per laltro! Gli spots, gli slogans, la propaganda e i mezzi sottili di persuasione sono sempre nocivi, soprattutto se applicati cose vere.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da cui parla Ges c. chiedo ci che voglio: voglio e chiedo di smettere di giudicare gli altri, e di tener sempre ben presenti i miei peccati d. traendone frutto, medito sul testo da notare: smettetela di giudicare con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati guardi la pagliuzza nellocchio del tuo fratello
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non consideri la trave che nel tuo occhio non date ci che santo ai cani. 4. Testi utili: Sal 130; 50; Mt 18,1ss; Lc 6,36-42.

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21. CHIEDETE 7,7-12 7,7 8 9 10 11 Chiedete e vi sar dato, cercate e troverete, bussate e vi sar aperto. Infatti chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sar aperto. O quale uomo c tra voi che, al figlio che chiede un pane, dar una pietra? O se gli chieder un pesce, gli dar una serpe? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto pi il Padre vostro che nei cieli dar cose buone a coloro che gli chiedono. Tutto quanto dunque volete che gli uomini facciano a voi, cos anche voi fatelo a loro: questa infatti la legge e i profeti.

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1. Messaggio nel contesto Chiedete con la certezza di ottenere, dice Ges, e vi sar sicuramente dato. Questa esortazione sulla preghiera incastonata tra il non giudicare e la regola doro sullamore. Il contesto mostra la cosa da chiedere, che Dio certamente d: la capacit di non giudicare e di amare laltro. Questo il dono del Padre che ci fa figli: il dono del suo Spirito (Lc 11,13). In contesto analogo, nel discorso sulla comunit, troviamo un altro detto di Ges sullinfallibilit della preghiera (18,19), posto tra laccettazione

incondizionata dellaltro, che rende possibile la correzione fraterna (18,12-18), e la parabola sullamore che si esprime nel perdonare sempre e di cuore (18,21ss).

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Nella preghiera la sua vita diventa nostra vita. Lunica condizione per riceverla volerla e chiederla; volerla perch nessuno pu darmi ci che non voglio ricevere, chiederla perch nessun dono pu essere preteso! Se non otteniamo, perch o non vogliamo, o non chiediamo bene, o vogliamo ci che non bene. In sintesi S. Agostino dice che non otteniamo perch chiediamo mali, vel male, vel mala, ossia con il cuore cattivo, o senza fiducia e umilt, o cose cattive. S. Giacomo dice: Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sar data. La domandi per con fede, senza esitare, perch chi esita somiglia allonda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha lanimo oscillante e instabile in tutte le sue azioni (Gc 1,5-8). E aggiunge: Non avete perch non chiedete; chiedete e non ottenete perch chiedete male, per spendere per i vostri piaceri (Gc 4,2s). La preghiera infallibile se chiediamo ci che conforme alla volont di Dio, con una fiducia che tutto desidera e nulla ritiene impossibile, con una umilt che nulla pretende e tutto attende. La preghiera essenzialmente chiedere, cercare e bussare. Ma non un importunare Dio per estorcergli ci che vogliamo. invece latteggiamento del figlio: sa che il Padre d e sa cosa vuol dargli - e questo lui stesso vuole e chiede. Chiediamo non per forzare la sua mano, ma per aprire la nostra al suo dono, sempre a disposizione di chi lo desidera. Il mio chiedere, come lunica misura del suo dare, lunica misura del mio ricevere la mia stessa realt. Per questo importante chiedere e desiderare: nella misura del mio desiderio, io sono me stesso - dono di colui che in tutto ha potere di fare molto pi di quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20).

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I vv. 3-8 dicono di chiedere, cercare e bussare. I vv. 9-11 illustrano linfallibilit della preghiera con la parabola del padre. Il v. 12 il punto di arrivo del discorso sul monte, la regola doro. Ges il primo che ha fatto agli altri ci che ognuno vuole che gli altri facciano a lui: il Figlio che ama incondizionatamente come ognuno desidera essere amato. Questo scaturisce dalla sua unione col Padre, dal quale riceve tutto, anche se stesso. La Chiesa fatta da coloro che, in lui, sono come lui: figli uniti al Padre e donati ai fratelli.

2. Lettura del testo 7,7 Chiedete. un imperativo presente. Bisogna continuare a chiedere, senza mai stancarsi (cf Lc 18,1). Non perch Dio non doni, ma perch del dono infinito ognuno riceve in proporzione al suo desiderio. Chiedere dilatare il desiderio - e la vita spirituale una palestra del desiderio (S. Agostino). Non si dice cosa chiedere, perch da chiedere tutto, anzi il Tutto. Dio non vuole che freniamo o spegniamo i desideri: ci ordina di aprirli allinfinito. Luomo diventa ci che desidera; se desidera Dio, diventa come lui. Si chiede ci che non si pu avere se non come dono dellaltro. Infatti chiediamo lAltro stesso che si dona: luomo richiesta di Dio, e Dio dono per luomo. e vi sar dato. Non si dice chi dona e cosa donato: Dio che ci dona la sua e la nostra verit - il suo esserci Padre nel nostro essergli figli e diventare fratelli tra noi. cercate e troverete. Si cerca ci che nascosto. Limpressione nella preghiera che Dio sia nascosto. Ma ovunque, perch lessere di ogni cosa. Chi lo cerca in tutte le cose, trova lui, che tutto in tutti (1Cor 15,28). bussate e vi sar aperto. Si bussa a una porta chiusa. Dietro c la sala del banchetto (7,13; 25,10), nella quale si entra ora con la preghiera e il
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perdono. Dopo inutile bussare: resta chiusa (cf 25,1-12). Questa porta quella della dispensa, la profondit del nostro cuore (6,6), dove lui sta e da dove noi siamo fuori, ricacciati dalle nostre paure. Bussiamo al nostro cuore fin che entriamo, pronti per lincontro. Chiedere, cercare e bussare sono tre parole che esprimono la preghiera: si chiede con desiderio al Padre, si cerca con amore lui, si bussa per incontrarlo. Il nostro bisogno si fa domanda, il nostro smarrimento ricerca, il muro del nostro oblio cade al persistente ricordo di lui. La preghiera un chiedere per vincere la sfiducia, un cercare per trovare quanto il peccato ci ha nascosto, un bussare per superare ci che ci separa dalla vita. v. 8 poich chiunque chiede riceve, ecc. Al chiedere donato il ricevere, al cercare il trovare, al bussare lessere aperto. Per questo Ges ci ordina uninsistenza al di l di ogni resistenza. v. 9 quale uomo c tra voi, che al figlio che gli chiede un pane, ecc. Spesso abbiamo la sensazione di avere pietre invece di pane (cf 4,3!). Dio sembra duro dorecchio! Ma, se tarda ad esaudirci nelle cose buone, solo per darci la cosa migliore: una fiducia sempre pi grande in lui. Noi abbiamo cuori di pietra (pietra e figlio in ebraico si scrivono con le stesse consonanti). Il dono che lui vuol farci trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di figli, attraverso la fiducia in lui. Nella preghiera esce la nostra ostilit verso Dio, che consideriamo nemico. E lui, che ci sembra pietra, alla fine scopriamo che pane. v. 10 se gli chieder un pesce, gli dar una serpe. Nella preghiera noi, figli del serpente (3,7), otteniamo il pesce, il Figlio che vive nellabisso e muore sulla terra per darci vita. Ma, prima di ricevere questo dono, escono dal cuore i nostri serpenti velenosi. Chi prega scopre in s il male del mondo, e lo scarica su colui che porta su di s il peccato del mondo (Gv 1,29). v. 11 se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare doni buoni ai vostri figli. Non lui, ma noi siamo cattivi! Eppure nei confronti dei nostri figli brilla in noi
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un raggio indelebile della bont del Padre: desideriamo dare loro con gratuit ci di cui hanno bisogno. quanto pi il Padre vostro che nei cieli dar cose buone. A maggior ragione Dio, che perfetto nella sua maternit/paternit, dar cose buone ai suoi figli. Queste cose buone sono da Luca sostituite con Spirito Santo (Lc 11,13), la cosa buona per eccellenza, la vita stessa di Dio, il suo amore. Dio non vuole e non pu donarci meno di se stesso. Anche nel minimo dono il donatore si dona. La preghiera dunque ci trasforma in figli: il nostro s che accoglie ci che la Parola promette. Solo alla luce della preghiera, che ci d il cuore nuovo, si pu comprendere il discorso della montagna. Non una legge nuova, ancor pi esigente dellantica. invece il vangelo, la buona notizia di ci che Dio ci vuol dare, perch noi lo possiamo desiderare e ottenere. Tra il dire e il fare c di mezzo il pregare, che il mare senza fine del desiderare. Questo realizza in noi ogni sua promessa. a coloro che gli chiedono . Si ripete alla fine la parola dellinizio: il chiedere la capacit di contenere il dono. v. 12 tutto quanto dunque volete che gli uomini facciano a voi, cos anche voi fatelo a loro. un versetto panoramico che esplicita 5,48: in questo modo diventiamo figli, perfetti come il Padre, che amore per tutti. Lamore si esprime nel fare. Legoista fa per s e pretende che gli altri facciano per lui: pone il proprio io al centro di tutto, come un buco nero che tutto fagocita. Chi ama fa per laltro, che ha posto al centro di s - come il sole, che diffonde luce e vita. Io so bene quali sono le mie attese, i miei diritti sullaltro! Amare capovolgere le proprie attese in attenzioni verso laltro, i propri diritti in doveri verso di lui. Per chi ama i bisogni dellamato diventano suoi impegni.

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Questo versetto inverte la tendenza egoistica di porre s al centro di tutto. Luomo gi al centro di Dio. Diventa come lui se, come lui, pone al proprio centro gli altri. questa infatti la legge e i profeti. Ges venuto a compiere la legge e i profeti (5,17; cf Rm 13,8-10). Lui stesso, che ha portato i nostri pesi sulla croce, ha adempiuto tutta la legge ed diventato il canone (cf Gal 3,13; 6,2.14), la regola doro. Infatti ci lascia come testamento di amarci come lui ci ha amati (Gv 13,34; cf 1Gv 4,10s). Chi fa come lui, diventa figlio: vive lamore, legge di libert (Gc 2,12).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da dove Ges parla c. chiedo ci che voglio: saper chiedere, cercare e bussare con fiducia, senza stancarmi d. traendone frutto, medito sul testo da notare: chiedere/essere dato-ricevere cercare/trovare bussare/essere aperto cosa fa un padre con i figli? pane/pietre pesce/serpe fa agli altri ci che vuoi che gli altri facciano a te.

4. Testi utili: sulla preghiera Lc 11,9-13; 18,1-8; Mt 18,19s; Gc 1,5-8; 4,2s. Sulla regola doro: Gal 6,2; Rm 13,8-10; 1Cor 13,1ss; 1Gv 3,11-4,21; Lc 6,2738.

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22. ENTRATE PER LA PORTA STRETTA 7,13-20 7,13 Entrate per la porta stretta; perch larga la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano! Guardatevi dai falsi profeti, quelli che vengono a voi in vesti di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Cos ogni albero buono fa frutti belli, e ogni albero guasto fa frutti cattivi. Non pu un albero buono fare frutti cattivi; n un albero guasto fare frutti belli. Ogni albero che non fa frutto bello tagliato e gettato nel fuoco. Dunque dai loro frutti li riconoscerete.

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1. Messaggio nel contesto Entrate per la porta stretta, dice Ges. Dopo il v. 12 - vetta da cui si gode il panorama di tutta la catena di monti sui quali la legge e i profeti ci vogliono condurre -, Ges conclude dichiarando limportanza di quanto ha detto: la porta dingresso al regno, la via che conduce alla vita, il frutto bello dellalbero buono. Il brano si articola in due quadri con metafore suggestive: porta/via, albero/frutto.

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La parola di Ges la porta stretta che ci fa entrare nella vita filiale e fraterna, la via angusta che ci conduce alla vita piena ( vv. 13-14). Quanti la conoscono e non la praticano sono falsi profeti. Per loro la dissonanza tra il dire e il fare non dolorosa incoerenza da cui uscire, ma strategia di vita. Le loro azioni li rivelano, come il frutto mostra la qualit dellalbero ( vv. 15-20). Molte sono le porte, ma una sola quella di casa; tante le vie per perdersi, ma una sola quella che porta alla meta; mille gli alberi, ma uno solo d il frutto di vita. Come Mos (Dt 30,15-20), Ges ci pone davanti al bivio: ci apre la via della benedizione e della vita, perch abbandoniamo quella della maledizione e della morte. Abbiamo finalmente la possibilit di scegliere la nostra verit: oltre il male che gi conosciamo e facciamo - e che la legge denuncia - c il bene che in lui possiamo finalmente conoscere e fare. Il brano richiama il Salmo 1, che presenta la via beata del giusto e quella perduta del peccatore, paragonati rispettivamente a un albero ricco di frutti in riva al fiume, e alla pula dispersa dal vento. Fare o meno queste parole, per luomo realizzare o perdere se stesso. Ges il Figlio, porta daccesso alla comunione con il Padre e i fratelli, via che conduce a una felicit sempre maggiore, albero che porta il dolce frutto, maturo e pieno, dellamore. La Chiesa la comunit dei figli e dei fratelli che ascoltano la parola che lui per primo ha fatto e detto.

2. Lettura del testo 7,13 Entrate per la porta . La porta il luogo dove il muro di separazione lascia il varco alla comunione: lumanit di Ges, che realizza la Parola, la porta (Gv 10,7), lapertura tra luomo e Dio, dove Dio entra nella casa delluomo e luomo nella casa di Dio. Essendo insieme Dio e uomo, Ges la porta che Dio trova nellumanit e che lumanit trova in Dio.
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stretta. Ges dice cos non per scoraggiare, ma per esortare allimpegno. Dopo il peccato, facile fare il male, difficile fare il bene. Il male largo allinizio, poi si fa angusto e stringe fino ad uccidere; il bene stretto allinizio, ma poi si allarga sempre di pi allamore e alla vita. La porta sembra stretta a causa dellinganno che fa apparire buono, bello e desiderabile ci che cattivo, brutto e detestabile, e viceversa (Gen 3,6). Questa porta in realt linfinita ampiezza, lunghezza, altezza e profondit dellamore di Cristo per noi (cf Ef 3,18): il suo costato aperto sulla croce (Gv 19,34ss). larga la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione. Ogni altra porta e via, che non sia lamore del Padre e dei fratelli, conduce alla perdizione. Non basta pensare: abbiamo la sana dottrina, Dio con noi! Noi siamo con lui solo se viviamo la misericordia. Alla porta qui si associa la via, che indica il modo concreto di vivere. La porta larga e la via spaziosa, in termini laici consiste nel fare quello che piace, senza guardare se edifica o demolisce laltro; in termini religiosi consiste nel fondarsi sulla propria giustizia, oppure accontentarsi di pratiche esteriori o di ricerche del sensazionale e del prodigioso. C una religiosit che non passa attraverso il cuore del Figlio, la conoscenza del suo amore, la sua carne crocifissa. la via delle tecniche religiose, sganciate dalla misericordia ricevuta e donata; ma anche quella delle varie ideologie che prendono il messaggio biblico staccandolo, dalla persona di Ges e dalla Chiesa, separandolo dalla storia e dalla carne, riducendolo a idea morale - a legge tanto sublime quanto vuota. molti sono quelli che entrano per essa. Molti, troppi entrano per questa porta o prendono questa via, che soddisfa solo il loro egoismo materiale e spirituale. v. 14 quanto stretta la porta, ecc. Luomo, accecato dallegoismo, trova stretta la porta della salvezza, pieno di difficolt il suo cammino.

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pochi quelli che la trovano. La trovano quelli che cercano innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia (6,33). Ma se Dio ci vuole salvare tutti, perch larga la porta della perdizione e stretta quella della salvezza? In realt vero il contrario! Il nemico, ottimo comunicatore come tutti gli imbroglioni, ci fa apparire bene il male e male il bene, bello il brutto e brutto il bello, desiderabile lindesiderabile e indesiderabile il desiderabile; ci fa apparire Dio stesso come esigente e cattivo, perch non ci affidiamo a lui. Il Signore sulla croce ristabilisce la verit: fa vedere quanto male il male che facciamo, al di l di ogni illusione, e quanto infinito il bene che lui ci vuole. v. 15 guardatevi dai falsi profeti. Nel contesto non sono quelli che dicono cose sbagliate, ma quelli che non fanno ci che dicono. tipico di Matteo insistere sulla coerenza: il fare rivela il cuore. quelli che vengono a voi in vesti di pecora. Parlano come il Cristo, ma non fanno come lui. Ges dice di loro: fate ci che dicono, ma non ci che fanno (23,3). dentro sono lupi rapaci. Sono sepolcri imbiancati: linterno non come lesterno (23,25-27). Ma non per semplice incoerenza, bens per ipocrisia. Hanno la bocca, ma non il cuore del Figlio. Sono pronti ad accettare il suo messaggio, ma non amano e non seguono lui, il Signore. Quindi non entrano attraverso di lui, che la porta dellamore per il Padre e i fratelli. I lupi rapaci uccidono lAgnello. v. 16 dai loro frutti li riconoscerete (v. 20) . I frutti sono la giustizia eccessiva di cui si parlato nel discorso sul monte: le azioni di una vita filiale e fraterna. si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi? Luva richiama Israele, vigna di Dio, il cui frutto losservanza della Parola (cf Is 5,1-7; Sal 80). Il fico, gustoso e dolce, che porta frutto in ogni stagione, segno della perennit

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dellamore, compimento della legge. Sono i frutti che germogliano dal cuore nuovo, in qualunque stagione, propizia o avversa (cf 21,18-22!). v. 17 ogni albero buono fa frutti belli, ecc. Lalbero, che si innalza dalla terra al cielo e conosce le varie stagioni, figura delluomo. Per s sempre molto bello e buono (Gen 1,31): immagine di Dio. Ma pu essere malato, guasto e imputridito, senza linfa vitale, senza amore. Allora fa frutti cattivi. Lalbero buono per eccellenza la croce, da cui pende il frutto maturo e dolce dellamore di Dio e delluomo. Inseriti in lui, albero della vita, anche noi diamo il suo frutto (cf Gv 15,1-17). Lalbero secco germoglia perch lalbero verde seccato al posto suo (cf Lc 23,31; Ez 17,24). v. 18 non pu un albero buono fare frutti cattivi, ecc. La bont o meno del frutto non dipende dalla buona volont, ma dalla qualit dellalbero. Una vite non si sforzer di fare uva: la fa spontaneamente. Un rovo, per quanto si sforzi, non far mai uva! Potr comunque coronare di spine il suo Signore (27,29). v. 19 ogni albero che non fa frutto bello tagliato, ecc. Spini e rovi devono essere tagliati e bruciati nel fuoco damore del Crocefisso, legno verde che subisce la sorte di quello secco! v. 20 dai loro frutti li riconoscerete. Il fare la Parola rivela se il cuore quello del Figlio oppure no. Io di che legno sono? Che frutto faccio? Se mi scopro spina o rovo, non mi resta che vedermi conficcato sul capo di Cristo, il Figlio crocifisso dal mio male. il mio modo di inserirmi in lui, albero buono, che dalla croce mi d il suo Spirito (27,50).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da cui il Signore parla c. chiedo ci che voglio: entrare per la porta stretta, fare la sua parola, avere il suo Spirito d. traendone frutto, medito sul testo
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da notare: porta stretta/larga via angusta/spaziosa vita/perdizione falsi profeti dai loro frutti li riconoscerete quali sono i miei frutti.

4. Testi utili: Sal 1; Dt 30,15-20; Is 5,1-7; Mt 3,7-12; 25,31-45.

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23. CHIUNQUE ASCOLTA QUESTE MIE PAROLE E LE FA 7.21-29 7,21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrer nel regno dei cieli, ma chi fa la volont del Padre mio che nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore! Non abbiamo profetato nel tuo nome, cacciato i demoni nel tuo nome e fatto molti miracoli nel tuo nome? E allora dir a loro: Mai vi conobbi! Allontanatevi da me, operatori di iniquit! Chiunque dunque ascolta queste mie parole e le fa, sar simile a un uomo saggio che edific la sua casa sulla pietra. E scese la pioggia e vennero i fiumi e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e non cadde perch fondata sulla pietra. E chiunque ascolta queste mie parole e non le fa, sar simile a un uomo stolto, che costru la sua casa sulla sabbia. E scese la pioggia e vennero i fiumi e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e cadde, e fu la sua caduta grande. E avvenne che, avendo Ges compiuto queste parole, furono colpite le folle dal suo insegnamento. Stava infatti insegnando loro come uno che ha potere, e non come i loro scribi.

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1. Messaggio nel contesto Chiunque ascolta queste mie parole e le fa, dice Ges, compie la volont del Padre mio: edifica qui in terra la sua dimora eterna, costruita su quella stabile roccia che Dio stesso. Chi invece le ascolta e non le fa - Matteo si rivolge a credenti, che ascoltano ma non sempre fanno -, per quanto faccia cose buone, non fa la volont di Dio: costruisce sulla sabbia del proprio io la rovina di se stesso. In continuit con il brano precedente, si conclude il discorso sul monte dichiarando la sua importanza per il destino delluomo. Sono due metafore sul giudizio (vv. 21-23.24-27), visto prima da parte del Signore che ci riconosce o misconosce, poi da parte nostra, che realizziamo salvezza o rovina. Il giudizio sulla nostra vita di credenti lasciato non allarbitrio di Dio, ma alla nostra libert di fare o meno la sua parola. Matteo si trova davanti una comunit carismatica, ricca di fede ed entusiasmo: adora il Signore, nel suo nome fa profezie, miracoli ed esorcismi. Ma questo non basta. Infatti, senza lamore, tutto nulla (cf 1Cor 13,1-3). E lamore , innanzitutto, fare ci che piace dellamato. La comunit di Matteo, piena di doni anche straordinari, rischia di trascurare il quotidiano fare la volont del Padre, amando e servendo i fratelli nelle piccole cose di ogni giorno. Nel primo quadro ( vv. 21-23) Ges dice che si possono compiere opere religiose - celebrare la liturgia, fare profezie, esorcismi e miracoli - senza il cuore del Figlio. Si pu agire nel nome del Signore, ma ancora per amore del proprio io, senza lamore del Padre e dei fratelli. In quel giorno ognuno mieter ci che ha seminato (Gal 6,7). Se avr seminato amore, sar riconosciuto; altrimenti sar bollato come operatore di iniquit, che non ha agito secondo la legge dellamore. Nel secondo quadro ( vv. 24-27) si ribadisce la stessa cosa con una prospettiva inversa. Se prima si guardava al cammino dalla meta, ora si
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guarda alla meta dal cammino: la casa che noi ora costruiamo resister o meno in quel giorno secondo che avremo fatto o meno queste parole. Chi le fa come un uomo saggio che costruisce sulla roccia. Chi non le fa uno stolto che costruisce sulla sabbia. Ad ambedue capitano le stesse avversit, ma con risultato diverso: la casa delluno permane, quella dellaltro cade. Il saggio costruisce nel tempo la dimora eterna, che resiste a ogni avversit; lo stolto invece si costruisce la propria rovina, che gli crolla addosso. La conclusione (vv. 28-29) sottolinea lo stupore delle folle per il suo insegnamento: la sua parola non solo spiega, come gli scribi, ma ha lautorit di Dio stesso. Ges il primo ascoltatore e facitore della Parola: la Parola fatta carne. La Chiesa ascolta e fa la sua parola, continuando nella propria storia lincarnazione del Figlio.

2. Lettura del testo 7,21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore! lacclamazione liturgica, espressione della fede che riconosce in Ges il Signore. entrer nel regno dei cieli. Non basta la fede e la celebrazione liturgica. La fede anche vita quotidiana - la liturgia si celebra nel nostro corpo (cf Rm 12,1s). Anche i demoni credono, ma tremano (Gc 2,19). Una fede e una preghiera che non fiorisce in vita concreta, non giova a nulla: morta (Gc 2,24.26). Ges non rimprovera la semplice incoerenza, che sempre ci sar finch viviamo - e sar luogo di umilt, fiducia e conversione costante! Rimprovera invece lautosufficienza di chi si ritiene a posto e dice: Signore, Signore!, senza che in realt Ges sia il Signore della sua vita. Richiama Geremia, che parla contro chi si ritiene salvo dicendo: Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore questo!, riponendo in esso la propria fiducia, senza convertirsi dalle proprie azioni malvagie (Ger 7,3s). La
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fiducia nel Signore non deve fare da paravento alliniquit n la sua misericordia da pretesto alla dissolutezza (Gd 4; Rm 2,4). ma chi fa la volont del Padre mio. Ges chiama Dio: Padre mio, perch il Figlio che fa la sua volont e la manifesta a noi, in attesa che noi possiamo dire: Padre nostro. v. 22 molti mi diranno in quel giorno . il giorno del Signore, dellincontro con lui, verso il quale va luniverso e la sua storia. non abbiamo profetato nel tuo nome, ecc. Neanche le profezie, gli esorcismi e i miracoli fanno entrare nel suo regno. Posso operare nel suo nome cose buone per gli altri, come gli esorcisti di Efeso, ma senza che questo giovi alla mia salvezza (cf At 19,11ss). Ci che mi salva non fare miracoli, ma fare la volont del Padre, che amare i fratelli. v. 23 mai vi conobbi! Allontanatevi da me, operatori di iniquit (Sal 6,9). Il Figlio non riconosce quelli che non vivono da fratelli. Sono operatori di iniquit: sono dei senza legge, che ignorano nel loro operare la legge dellamore. La fede, la speranza e gli altri doni alla fine cessano; rimane solo lamore, che non ha fine (1Cor 13,8ss). Perch Dio amore, e solo chi ama dimora in Dio e Dio in lui (1Gv 4,16). v. 24 chiunque dunque ascolta queste mie parole e le fa. Il dunque ascoltare queste parole di Ges e farle. Lascolto il presupposto per il fare. Uno infatti agisce secondo la parola che ha dentro. sar simile a un uomo saggio . Saggio chi edifica sulle parole di Ges, Sapienza del Padre. edific la sua casa sulla pietra. La casa non semplicemente la tana dove luomo si ripara: luogo di relazioni, intimit, familiarit e amore, dove ci si realizza a immagine di Dio. La pietra Dio, stabile come roccia. La differenza tra sapienza e stoltezza sta nel fare le parole del Signore o le proprie, nello scegliere come fondamento del proprio agire quella roccia che Dio, o la sabbia dei propri idoli.
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v. 25 scese la pioggia e vennero i fiumi, ecc. Le difficolt, le acque travolgenti e le bufere della vita, fino alla strettoia finale della morte, non possono spegnere lamore (Ct 8,7.6). Questo la dimora eterna di Dio, del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, aperto da Ges a tutti i fratelli. Alla dogana della morte nulla passa di ci che hai: sei ricco solo dellamore che hai dato. Questo il tesoro nel cielo che puoi accumulare sulla terra, che nulla pu consumare e nessuno rapire. v. 26 chiunque ascolta queste mie parole e non le fa. La contrapposizione non sullascoltare, ma sul fare! La differenza tra i credenti sta non nella fede, ma nellamore, non nellortodossia, ma nellortoprassi. Non perch non sia importante la Parola, ma perch un dire che non anche un fare menzognero. Matteo si rivolge a credenti, che hanno fede e conoscono la Parola. Sarebbe errato affermare - come spesso si fa - che per lui non conta la fede, ma solo i fatti! Leresia prima staccare il dire dal fare, il pensiero dalla realt: nega la carne della fede, e diventa un dire e pensare il nulla, un privare la verit dalla sua realt. sar simile a un uomo stolto. La sapienza/stoltezza si definisce dal fare/non fare le parole di Ges. edific sulla sabbia. Chi non fa le parole di Ges, fa altre parole. Invece di costruire su Dio, costruisce sugli idoli, i suoi piccoli di del momento. La sua esistenza inaffidabile, costruita sulla sabbia. v. 27 e scese la pioggia e vennero i fiumi, ecc. Se uno non ha edificato su Dio, crolla davanti alle difficolt. La sua vita si sfascia come una ruota i cui raggi non sono uniti al mozzo. fu la sua caduta grande. Chi non costruisce sullamore, viene sepolto proprio da ci che ha costruito per vivere.

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v. 28 avendo Ges compiuto queste parole. Con il termine compiere, finire si concludono i cinque discorsi di Ges in Matteo (11,1; 13,53; 19,1; 26,1). Lui compie la parola che dice. furono colpite le folle dal suo insegnamento . Il suo insegnamento colpisce: stupisce, tocca e muove il cuore, lo apre a meraviglia e ne fa uscire la verit nascosta, quella del Figlio. Le sue parole non cadono a vuoto, perch la sua parola di Figlio incontra nel nostro cuore la nostra verit di figli. v. 29 stava insegnando loro come uno che ha potere. La sua parola ha lautorit, il potere stesso di Dio, che opera ci per cui lha mandata (Is 55,11). e non come i loro scribi. Gli scribi semplicemente spiegano la Parola.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte sul quale Ges parla c. chiedo ci che voglio: fare queste sue parole che ho udito sul monte d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non chi dice: Signore, Signore! entrer nel regno nel tuo nome abbiamo profetato, cacciato demoni, fatto miracoli mai vi conobbi luomo saggio: ascolta e fa queste parole luomo stolto: ascolta e non fa casa sulla roccia/casa sulla sabbia piogge, fiumi e venti: esito diverso. 4. Testi utili: Sal 31; Dt 11,18-28; Sal 1; Is 55,1ss; Ger 7,1ss; Sap 1-5.

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24. SE VUOI PUOI MONDARMI VOGLIO! SII MONDATO! 8,1-4 8,1 2 Sceso lui dal monte, lo seguirono molte folle. Ed ecco un lebbroso, venuto avanti, lo adora dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi! E tesa la mano, lo tocc dicendo: Voglio! Sii mondato! E subito fu mondata la sua lebbra. E gli dice Ges: Guarda di non dirlo a nessuno; ma va e mostrati al sacerdote e presenta il dono che ordin Mos in testimonianza per loro .

1. Messaggio nel contesto Se vuoi, puoi mondarmi, la richiesta del lebbroso; Voglio! Sii mondato, la risposta di Ges. I cc 5-7 riferiscono ci che la Parola dice; i cc 8-9 ci che essa d: rif luomo nuovo, a immagine del Figlio, vittorioso su ogni male, sulla malattia e sulla stessa morte. Ges fa quello che dice: Verbo del Padre, nel quale, attraverso il quale e per il quale tutto creato e ricreato, la Parola che dice. Lascolto di lui ci guarisce dalla morte e ci rigenera figli. Il discorso sul monte e i prodigii

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formano un tuttuno, incorniciato dallattivit guaritrice di Ges (4,23=9,35): i prodigi sono frutto dellascolto della Parola, che fa nuove tutte le cose. E sono dieci (nove miracoli pi un esorcismo), numero di totalit, per dodici persone! I cc 8-9 costituscono una treccia di vari filoni. Dei due principali il primo racconta la storia di Ges, che fa il bene e riceve il male; il secondo quello della fede e della mancanza di fede in lui. Lo stile del racconto di Matteo, rispetto agli altri sinottici, pi sobrio ed essenziale, con lintento di evidenziare gli aspetti teologici. Nella prima parte, inquadrata in una giornata ( 8,1-17), si dice in sintesi cosa opera la parola di Ges: compie il miracolo di farci figli. Il miracolo un segno che ha un significato - dove limportante proprio questo. Quello del lebbroso mondato segno del dono della vita nuova del Figlio che ha vinto la morte ( 8,1-4); quello del servo del centurione guarito segno della fede nella sua parola, sorgente della vita nuova ( 8,5-13); quello della suocera di Pietro, che serve, segno del contenuto di questa vita nuova: amare e servire come Ges il Servo ( 8,14-17). Chi legge i miracoli fermandosi al segno come lo stolto che, se gli indichi la luna, ti guarda la punta del dito. Noi ci siamo allontanati da Dio. Ci siamo volti verso gli idoli e siamo diventati come loro: vacuit di vita, con il corpo segnato dalla morte (= lebbra) e le varie membra - piedi, occhi, mani, bocca, orecchi ecc. - che ne sono infette e servono solo a diffonderla (cf Sal 115,4-8). Non pu essere che cos, e consideriamo questa situazione come normale. I miracoli ci presentano quellimpossibile a cui nel nostro profondo da sempre aspiriamo. Il racconto ci fa da specchio, e serve a liberare in noi il desiderio della nostra verit: ci mostra che il bene, per cui siamo fatti, possibile, reale e donato. Ges come Mos scende dal monte. Ma non pi con una parola da osservare - gi trasgredita prima di essere data -, ma come Parola compiuta: il Figlio, perfetto come il Padre (5,48), che fa grazia ai fratelli. Quanto ha detto non legge, ma vangelo. Se la legge denuncia e condanna il peccato - o addirittura
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fa venire la lebbra, come a Maria che invidia il fratello Mos (Nm 12,1-10) -, la parola di Ges un fiume di acqua viva: chi si immerge e si battezza in essa, ne esce purificato, mondo dalla lebbra, dal peccato e dalla morte, con la carne fresca di un bambino (2Re 5,14). Guarire dalla lebbra azione esclusiva di Dio, padrone della vita e della morte (2Re 5,7): Ges, con la Parola appena detta sul monte, rigenera a vita. il Signore! Questo primo miracolo contiene gli altri, che ne saranno specificazione e articolazione: il passaggio battesimale, la risurrezione alla condizione di figli operata dalla Parola. Il lebbroso guarito figura di ogni uomo che accorre da Ges per ricevere il dono di una vita finalmente libera dalla morte. Tutti morti a causa del peccato, privi della gloria di Dio (Rm 3,23), siamo gratuitamente vivificati dalla sua grazia. C stretta connessione tra miracolo, parola e tocco. Luomo trasformato dalla parola che gli tocca il cuore. I miracoli defatalizzano la storia e la sdemonizzano, facendo brillare davanti ai nostri occhi la libert alla quale aspiriamo. Ci ripresentano luomo vivo, a immagine di Dio, restituito alla sua dignit. Ges stato prefigurato in Mos. Per mezzo di questi fu data la legge, per mezzo suo la grazia della verit, dalla cui pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia (Gv 1,16s). La Chiesa nasce dallimmersione (= battesimo) in lui e nella sua parola. Unita a lui, diventa come lui, partecipe del suo Spirito di Figlio.

2. Lettura del testo 8,1 Sceso lui dal monte. Ges scende dal monte, come Mos. Non per dare al popolo le Dieci Parole che lo condannano, ma le dieci azioni che lo salvano. la Parola stessa, perfettamente compiuta, che scende per dare la vita a tutti e per sempre ( dodici sono i miracolati, come le trib dIsraele e i mesi dellanno!).
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lo seguirono molte folle. Sono coloro che sul monte hanno ascoltato la Parola. linizio della Chiesa, che, insieme al Figlio, scende con lui verso i fratelli, per portare la stessa vita che hanno ricevuta. v. 2 ecco un lebbroso. Il lebbroso limpuro per eccellenza, escluso dalle relazioni. Nella sua carne, progressivamente mangiata dal morbo, visibile la condizione cosciente di ciascuno: da quando si nasce, la vita lunica malattia incurabile, anzi mortale. Il lebbroso il morto civile e religioso, che non pu aver parte con gli altri, per non infettarli (Lv 13,45). Solo dopo la guarigione, accuratamente costatata dai sacerdoti, pu essere riammesso al consorzio umano. Morto ambulante, rappresenta quanto la legge, che per la vita, esclude: la visibilizzazione del male che essa denuncia. venuto avanti. Limpuro si presenta davanti al puro, senza alcuna mediazione (cf invece Nm 12,11s, dove Aronne intercede per Maria presso Mos, che pure il pi mansueto di ogni uomo che sulla terra). Titolo daccesso al Santo la nostra impurit. lo adora. Ladorazione di Ges principio e fine del vangelo di Matteo, che inizia con ladorazione dei Magi e termina con quella dei discepoli (2,2.11; 28,17). Adorare significa portare alla bocca, baciare. Si adora loggetto del desiderio. E il desiderio fondamentale delluomo Dio, pienezza di vita. Signore. Ges il Signore. Infatti pu dare la vita: stende la mano e monda dalla morte. se vuoi, puoi mondarmi . Luomo tante cose vuole e non pu - e altre pu e non vuole. Solo in Dio volere potere. E il suo volere dare la vita. Sono forse Dio per dare la morte o la vita? (2Re 5,7), dice Eliseo a chi pretende che liberi Naman dalla lebbra. Il lebbroso vuole guarire. Ma impossibile. Per questo lo chiede al Signore. Ma non lo pretende: lo attende dalla sua libera volont.

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v. 3 tesa la mano. La mano tesa indica lintervento di Dio per salvare luomo. Egli aspetta solo di essere richiesto: dono che attende la mano che lo accolga. tocc. Il Signore tocca lintoccabile. Dio Dio proprio per la sua misericordia (Os 11,9; Gn 4,15), che tocca la nostra miseria - questa la sua santit. Dio non legge che vieta il male e divide buoni da cattivi. Non neanche la coscienza che rimprovera. invece madre e padre, vicino a ogni bisogno del figlio. Il tatto il senso che implica maggior vicinanza e comunione. Toccare gesto fondamentale di reciproca conoscenza e scambio. Ma, come si tocca laltro solo nel proprio limite, cos tocchiamo Dio non nella nostra bont, ma nella nostra miseria: tutti lo conosciamo, dal pi piccolo al pi grande, nel perdono dei nostri peccati (Ger 31,34). La fede toccare, o, meglio, essere toccati da Ges. Ma, se lui ti tocca, anche tu lo tocchi. Oltre il tocco esteriore, c quello interiore, molto pi forte e sensibile. Ci che ti tocca dentro, ti cambia lesistenza. Il Signore con la sua parola ti tocca il cuore e te lo rif nuovo. voglio. Da sempre il Signore vuole: aspetta solo che anche noi vogliamo. Vuoi guarire? domanda Ges al paralitico (Gv 5,6). Noi non vogliamo, per paura che sia impossibile o che lui non voglia. Arriviamo addirittura a ritenere che il male sia lunica realt. I miracoli mostrano che Dio pu e vuole darci ci che non abbiamo e neppure osiamo sperare. Il racconto ci apre alla meraviglia e libera i nostri desideri perch chiediamo ci che lui ci vuol dare: la nostra realt di figli suoi. sii mondato! Con la sua parola il Signore cre luniverso. Ora lo ricrea simile a s. subito fu mondata la sua lebbra. La lebbra - di qualunque tipo, compresa la morte - non pi immonda: non esclude dalla vita. Non insidia pi col suo veleno la nostra esistenza, perch comunione con lui, sorgente di vita.
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Il tocco interiore della sua parola ci libera dalla morte: ci guarisce e ci fa figli e fratelli. un processo che dura tutta la vita e si compie nella morte. Quando la lebbra ha fatto il suo corso, allora non c pi. Ma gi ora la morte non pi immonda: il nostro limite assoluto comunione con lAssoluto. Dov, o morte, la tua vittoria? Dov, o morte, il tuo pungiglione? Lascolto della Parola ci libera dal suo veleno, che il peccato (1Cor 15,55ss), nella certezza che, sia che vegliamo sia che dormiamo, siamo in comunione con lui (1Ts 5,10). Non siamo pi schiavi della paura della morte che domina la vita (Eb 2,15). v. 4 non dirlo a nessuno. traccia del segreto messianico che avvolge la vita di Ges. In Marco, vangelo del catecumeno, dominante: sottolinea che non si pu conoscere il Signore prima della croce. In Matteo, che si rivolge a credenti, sottolinea solo lordine che segue: non fare altro, se non andare subito dai sacerdoti! mostrati al sacerdote (Lv 13,49; 14,2-32; 17,14). Ges invia il lebbroso guarito a compiere ci che la legge prescrive in riconoscimento del dono ricevuto. In Matteo non c polemica con la legge, ma compimento di essa. in testimonianza per loro. Il lebbroso testimonia ai sacerdoti che c uno che pu dare quella vita che la legge solo pu dire. Se nel racconto dei miracoli si giunge progressivamente alla separazione tra Israele e Chiesa, tuttavia la Chiesa ha sempre in Israele la sua radice santa. Se in Matteo c una polemica, essa da leggere alla luce del tentativo della

comunit giudeo-cristiana di definirsi, sapendo che viene da Israele. La figlia non pu essere contro la madre, ma neanche pu identificarsi con essa. Purtroppo noi, Chiesa delle genti, abbiamo ripetuto nei confronti di Israele lo stesso peccato di Adamo contro Dio: considerandolo antagonista fino alla morte, gli abbiamo rubato il dono che lui ci ha offerto. Dopo lolocausto siamo chiamati a rivedere il nostro rapporto con Israele.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b mi raccolgo immaginando il monte dal quale Ges scende c. chiedo ci che voglio: essere liberato dalla paura della morte e dallegoismo che ne deriva d. contemplo la scena, immedesimandomi nel lebbroso: vedo, dico, ascolto e tocco ci che lui ha visto, detto, udito e toccato.

4. Testi utili: Sal 146; Lv 13; Ger 31,31-34; Eb 2,14s.

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25. TROVAI TALE FEDE 8,5-13 8,5 6 Entrato lui in Cafarnao, gli venne incontro un centurione, supplicandolo e dicendo. Signore, il mio servo giace in casa paralizzato, terribilmente tormentato. Gli dice: Verr io e lo curer(?) E, rispondendo, il centurione disse: Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; ma solo di una parola e sar guarito il mio servo. Anchio infatti sono un uomo sotto potere, e ho soldati sotto di me; e dico a questo: va, e va, e a un altro: vieni, e viene, e al mio schiavo: fa questo, e lo fa. Ora, udito, Ges, si meravigli, e disse a quelli che lo seguivano: Amen, vi dico: presso nessuno in Israele trovai tale fede! Ora vi dico: molti dalloriente e dalloccidente verranno e si sederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori; l sar il pianto e lo stridore di denti. E Ges disse al centurione: Va! Come hai creduto, avvenga a te! E fu guarito il servo in quella stessa ora.

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1. Messaggio nel contesto


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Presso nessuno in Israele trovai tale fede. Ges costata che solo un pagano crede senza esitazione al potere della Parola (cf 27,54). E si stupisce! Di due cose il Signore si meraviglia: della nostra fede (v. 10; 27,54) e della nostra mancanza di fede (Mc 6,6). Ambedue sono per lui qualcosa di inedito, con il carattere del meraviglioso o del mostruoso. La nostra libert lo sorprende: pone infatti qualcosa di imprevedibile, nuovo anche per lui. Dio non ce la toglie mai, neanche quando contro di lui e contro di noi - il che per lui peggio. il dono pi bello del creato, che rende la creatura simile al suo Creatore. Radicalmente la libert si esprime nella fede o nella sfiducia, nel nostro acconsentire o meno alla comunione con lui. Siamo al secondo dei dieci prodigi. Il primo rivela il risultato ultimo della sua parola: guarire la nostra vita dalla lebbra che la avvelena di morte. Questo secondo ne rivela la sorgente prima: il nostro credere ad essa. I miracoli sono dei segni naturali che hanno un significato spirituale. Il segno importante, anzi necessario, come le lettere dellalfabeto per scrivere; ma ci che conta leggere cosa scritto. Noi, feticisticamente, diamo importanza pi ai miracoli che al loro significato: siamo attaccati al vantaggio materiale immediato che ne abbiamo. Ma i miracoli, visti in questo modo, non hanno grande valore. Non cambiano la realt, se non momentaneamente: chi guarito torner ad ammalarsi, chi risuscitato torner a morire di nuovo come non bastasse la crudelt di vivere e morire una volta! Ci che vale non il segno, che transitorio e pu anche essere piccolo, ma il significato, che grande ed eterno. Questo in genere espresso da una parola di Ges che, mentre guarisce il corpo, spiega ci che questa guarigione significa. Il miracolo quindi un segno visibile di cui bisogna leggere il significato, invisibile. Questa capacit di lettura simbolica distingue luomo dallanimale. Una rosa rossa per una capra semplicemente qualcosa da mangiare; per una donna significa il cuore di chi gliela dona. Il miracolo pu essere letto a vari livelli.
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A una prima lettura un portento, qualcosa di insolito che richiama lattenzione e fa pensare a un intervento di Dio. un irrompere del soprannaturale nel naturale, segno del divino che si manifesta nella storia. A una seconda lettura segno del mondo nuovo, raggio anticipato del sole della risurrezione. Ogni miracolo significa un aspetto della nostra

trasformazione a sua immagine: Ges sana i nostri piedi per camminare come lui, le nostre mani per accoglierlo, i nostri sensi per ascoltarlo, vederlo, odorarlo, toccarlo e gustarlo. A una terza lettura segno dellamore di Dio che interviene in nostro favore. Egli non insensibile al nostro male, perch ci padre/madre. A una quarta lettura il miracolo segno della nostra fiducia: Dio per noi, e tutto vuol donarci, anche se stesso. Aspetta solo che noi lo chiediamo con fede. Questa alla fine il vero miracolo, che ci porta ad accogliere i doni di Dio, e Dio stesso come dono. Essa ci guarisce dalla diffidenza di Adamo. A una quinta lettura, pi profonda, propria di chi illuminato, ogni creatura, anche minima e insignificante, vista come segno dellamore infinito del Creatore. Il presente miracolo tematizza la fede nella Parola, che permette al Signore di agire in noi. Questo centurione, pagano come Abramo, il padre dei credenti, figura della Chiesa, che, a distanza di spazio e di tempo, per la fede nella parola di Ges detta sul monte, ne sperimenta la forza trasfigurante. Sia per Israele che per gli altri, il credere alla promessa di Dio che viene accreditato a giustizia (Gen 15,6) e rende figli di Abramo, eredi della promessa (cf Gal 3,29). Il miracolo preceduto da un dialogo che illustra le caratteristiche della fede. Essa coscienza del male che non cede n alla delusione dellimpotenza n allillusione dellonnipotenza; umilt che non si deprime, ma anzi si apre allimpossibile.

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Ges, oltre che lodare la fede del pagano, rimprovera chi ha ridotto la fede di Abramo a semplice bandiera, a talismano di salvezza, a feticcio in cui porre la propria sicurezza, senza aprire il cuore a Dio. Lincredulit di Israele - o, meglio, di parte di esso - profezia permanente per la Chiesa. Non basta appartenere ad essa per entrare nel banchetto (cf 13,47-50). Se stato reciso lolivo, a maggior ragione sar reciso lolivastro innestato, se non porta il frutto della fede (Rm 11,16-24). Ges la Parola di Dio viva ed efficace (Eb 4,12). Per questo le sue parole sul monte hanno lautorit (7,29) di operare quello che dicono. La Chiesa discendenza di Abramo mediante la fede (Gal 3,14.29). Essa costituita innanzitutto da giudei e poi da pagani, da quanti credono nella Parola.

2. Lettura del testo 8,5 Entrato lui in Cafarnao. il luogo dove ha iniziato la sua attivit (4,12). gli venne incontro un centurione. un ufficiale subalterno che comanda la guarnigione che presidia Cafarnao, citt di confine. pagano di origine (v. 10). Come il pagano Abramo, entra nella storia della salvezza per la sua fede. v. 6 dicendo: Signore. Non solo un titolo di cortesia (cf v. 8). Ges il Signore, la cui parola ha lautorit di Dio. La fede, prima che in ogni nostro atto, sta nel credere allefficacia della sua parola in nostro favore. Chi crede questo, accetta che Dio suo padre. quanto fece Abramo, a differenza di Adamo. il mio servo giace in casa paralizzato. Non specificata la malattia, comunque dolorosa con febbre, che costringe a immobilit (cf Lc 7,2; Gv 4,7.52). v. 7 verr io e lo curer (?). La risposta pu significare sia disponibilit sia diniego, se letta in forma interrogativa. Pu infatti anche significare: io, che sono giudeo, devo venire in casa di un pagano (cf anche 15,21-28)? La
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risposta di Ges alla nostra preghiera sempre insieme affermativa e negativa: dalla nostra fede dipende che sia luna o laltra. v. 8 Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto. Sono le parole che ripetiamo prima di ricevere il suo Corpo. Lumilt la prima caratteristica del nostro rapporto con Dio: il centurione sa di ricevere per dono e non per merito. Qualunque titolo di merito distruggerebbe il dono - e Dio stesso che dono. ma solo di una parola, e sar guarito il mio servo. La falsa umilt di chi spera solo in s, davanti allimpossibile si fa rassegnazione o disperazione. La vera umilt invece, davanti al proprio limite, si fa fiducia, e spera tutto da Dio, come il figlio dalla madre. La fede sempre sulla parola dellaltro. v. 9 anchio infatti sono un uomo sotto potere, e ho soldati sotto di me, ecc. Il centurione si rif alla sua esperienza di ufficiale subalterno, che alla parola obbedisce e con essa comanda: ha unesperienza passiva ed attiva del suo potere. Quella di Dio viva ed efficace, pi penetrante di una spada a doppio taglio (Eb 4,12): come un soldato che esegue la volont del suo comandante, come uno schiavo che esegue gli ordini del suo padrone. Non pu essere senza effetto (Is 55,11). v. 10 si meravigli. La fede stupisce il Signore stesso: che luomo creda la bella sorpresa per lui! Grande cosa la nostra libert di dirgli di s, invece di no. disse a quelli che lo seguivano . Ai discepoli, tutti ebrei, propone come modello la fede di questo pagano. La fede sempre di uno che si ritiene estraneo. Il religioso alla fine sempre tentato di fidarsi della propria giustizia pi che della benevolenza di Dio, della propria bont pi che della sua grazia (vedi Lc 18,9ss). amen, vi dico. Ges parla con autorit divina. presso nessuno in Israele trovai tale fede! La fede del pagano Abramo, padre di Israele, si ritrova in questo estraneo pi che nei suoi figli. un rimprovero,
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comune nei profeti, alla presunzione di chi pensa sempre di avere un credito con Dio. Lestraneo invece sa che tutto grazia e dono. v. 11 molti dalloriente e dalloccidente verranno e si sederanno con Abramo, ecc. Il regno dei cieli quello del Padre. Vi entrano solo i figli - quanti, come Abramo, hanno fiducia nella sua parola. La fede estende a tutte le famiglie della terra la benedizione promessa al patriarca (Gen 12,3; Gal 3,8). La fiducia nel Padre ci salva perch ci rende figli. v. 12 figli del regno. Qui si intende quelli che in Abramo hanno ricevuto la promessa, ma, come Adamo, rapinarono il dono. Sono quelli che lultimo dei profeti, sulla scia dei suoi predecessori, chiama: Figli del serpente (3,7). Sono quelli dei quali Ges dice: Mai vi conobbi, perch dicono: Signore, Signore!, ma non fanno la sua volont (7,22s). Guai a intendere, come spesso si fatto, queste e simili affermazioni del vangelo in senso antisemitico. La denuncia dei profeti, come quella di Ges e di Paolo, mossa da amore (Lc 13,35s; 19,41 ss; 23,27ss; Rm 9,1-3), ed solo in vista della misericordia (Rm 11,32). Per altro si tratta di una profezia dellinfedelt della stessa Chiesa. saranno gettati nelle tenebre esteriori. Chi non crede nellamore del Padre/madre, non ancora venuto alla luce come figlio. ancora nelle tenebre esteriori, fuori di s e dalla propria verit. l sar il pianto e lo stridore di denti . In questa tenebra vi pianto invece che gioia, stridore di denti invece che sorriso: tristezza e rabbia di una vita fallita. Meglio non essere nati che vivere male! Grande il potere della nostra libert: decide per la vita o per la morte! v. 13 come hai creduto, avvenga a te! Maria disse: Avvenga a me secondo la tua parola (Lc 1,38). Al centurione, come lei prototipo del credente, il Signore pu dire altrettanto: avvenga secondo la tua parola. La volont del Signore e del credente diventano una sola per la fede. La creatura entra

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liberamente in dialogo col suo Creatore, nellunica parola e nellunico amore. Nella storia tutto avviene secondo la fede del credente nella Parola. fu guarito il servo in quella stessa ora. La fede lora in cui si passa dalle tenebre alla luce: la guarigione del centurione stesso, che da schiavo diventa figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che entra in Cafarnao c. chiedo ci che voglio: il dono della fede nella parola di Ges d. traendone frutto, medito sul testo da notare: gli venne incontro un centurione la sua umilt: Signore non sono degno, ecc. Ges si meraviglia della sua fede nella Parola gli estranei sederanno con i Patriarchi i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori come hai creduto, avvenga a te.

4. Testi utili: Sal 119; Is 55; Gal 3,6-14.23-29; Gv 4; Lc 15,1ss; Rm 11,1ss.

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26. EGLI PRESE SU DI S LE NOSTRE INFERMIT 8,14-17 8,14 15 E, venuto Ges nella casa di Pietro, vide la sua suocera a letto con febbre; e tocc la sua mano, e la lasci la febbre e fu risvegliata, e serviva lui. Ora, venuta la sera, portarono a lui molti indemoniati, e scacci gli spiriti con la Parola e cur tutti i malati; perch si adempisse ci che fu detto per mezzo del profeta Isaia che dice: Egli prese su di s le nostre infermit e port su di s le malattie.

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1. Messaggio nel contesto Egli prese su di s le nostre infermit. Con queste parole del quarto canto del Servo (Is 53,4), Matteo interpreta lattivit terapeutica di Ges. I miracoli sono segno della potenza di Dio. Ma la sua potenza la debolezza della misericordia: la sua impotenza di crocifisso la forza che rif il mondo nuovo! Sorgente del suo agire il suo com-patire - e la compassione uccide. Ogni azione che non nasce da qui non libera luomo: solo esercizio di potere su di lui. Il brano si articola in tre parti: la guarigione della suocera di Pietro che lo serve (v. 14s), un sommario dellattivit di Ges che di sera guarisce tutti ( v. 16) e linterpretazione della sua attivit come compimento della profezia sul Servo (v. 17). Il primo miracolo, quello del lebbroso, segno della vita nuova che Ges porta; il secondo, quello del centurione, segno della fede, che laccoglie;

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questo terzo, con il sommario che segue, mostra lorigine e il fine dei miracoli: il servizio del Servo che ci rende capaci di servire. Il tema quello del servizio, espressione concreta dellamore, principio e fine dellattivit di Ges. Lui il Servo che ci serve caricando su di s il nostro male; e noi a nostra volta, serviti da lui come la suocera di Pietro, diventiamo come lui, capaci di servire: Amatevi come io vi ho amati (Gv 13,34) il comando nuovo di Ges. Il dono dello Spirito del Figlio ci dona di fare agli altri ci che vorremmo che gli altri facessero a noi. Questa la legge e i profeti (7,12). In questo breve testo si dice il principio, il mezzo e il fine dellazione di Dio per noi: il principio lui stesso, che amore, compassione e servizio; il fine farci come lui, capaci di servire; il mezzo il servizio di Ges. Il servizio quindi principio, mezzo e fine di ogni miracolo, che ci rende simili a lui, liberi di servire e amare. Questo il mondo nuovo che Ges porta. Ges, il Figlio uguale al Padre, venuto a liberare la nostra capacit di amare e servire con il servizio della sua croce, dove tutto compiuto (Gv 19,30). La Chiesa raffigurata dalla suocera di Pietro: serve perch servita, ama perch amata. Si lascia lavare i piedi da Ges, e cos ha parte con lui (Gv 13,8).

2. Lettura del testo 8,14 Venuto Ges nella casa di Pietro. Siamo a Cafarnao, dove Ges venne ad abitare fin dallinizio (4,13). Rester il punto di riferimento del suo ministero, fino al viaggio ultimo verso Gerusalemme (19,1). La casa, dove si vive da figli e da fratelli, immagine della Chiesa. In essa noi siamo come la suocera di Pietro: immobilizzati dalla febbre, incapaci di servire gli altri e bisognosi di essere serviti. vide. Liniziativa di Ges, che vede la necessit e interviene. Il Signore vede e provvede.
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la sua suocera. Pietro era sposato. Accanto a Paolo, che ha scelto il celibato per il regno (1Cor 7,1.7s; cf Mt 19,12), c pure chi sposato, e testimonia il regno nel matrimonio, con quellamore e quella fedelt che era al principio, nel disegno di Dio (19,4). a letto con febbre. Ci sono molte febbri che tengono a letto e servono a farsi servire. Nella casa di Pietro, come pure per strada, si litiga sempre su chi il pi grande, su chi deve dominare (cf 18,1ss; 20,20ss; cf Mc 9,33-37). Tutti siamo peccatori, privi della gloria di Dio (Rm 3,23): nessuno sa amare e servire gratuitamente, tutti vogliamo essere gratuitamente amati e serviti. v. 15 e tocc la sua mano. Tocc il lebbroso per dargli la vita nuova. Ora con la propria mano tocca la mano di lei per comunicarle la sua capacit di servire. La mano significa lazione: con essa luomo pu afferrare e divorare, oppure prendere in dono, lavorare e donare. Luso che ne fa lo abbrutisce o lo rende come Dio. Molti non distinguono la mano da una mandibola o da un artiglio. e la lasci la febbre. Toccare entrare in comunione, scambiare calore ed energia. Al suo tocco si spegne la nostra febbre, guariamo dal nostro egoismo e diventiamo capaci di servire. La sua mano, che la stessa del Padre (Gv 10,28.29), diventa la nostra, e la nostra diventa la sua, che, inchiodata sulla croce, porter la nostra febbre. e fu risvegliata . la stessa parola che si usa per indicare che Ges risuscita. In lei avviene il risveglio dalla morte dellegoismo alla libert nel servizio. passato lincubo della notte e viene la luce: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perch amiamo i fratelli (1Gv 3,14). e serviva lui. Servire non semplice segno di guarigione. Neppure , come dice qualcuno, azione tipicamente femminile. In Atti 6,1ss si scelgono sette uomini che servono delle donne! Ges stesso si definisce come colui che serve (Lc 22,27), ed esorta colui che vuol diventare grande a farsi servo, e chi vuol essere primo ad essere schiavo, perch il Figlio delluomo non venuto

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per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini (20,26ss). Servire infatti - opposto ad asservire - espressione concreta dellamore, che si realizza non tanto con le parole, quanto con i fatti e in verit (1Gv 3,18). Servire la qualit pi profonda di quel Dio che amore (1Gv 4,18). Ges, lavando i piedi, rivela la Gloria, la sua essenza di Figlio uguale al Padre (Gv 13,1ss). Dio non padrone, ma servo delle sue creature - come una madre a servizio dei suoi figli. La croce, dove il Signore pone la sua vita a servizio di tutti, la distanza infinita tra Dio e tutti gli idoli: a differenza di loro che esigono la vita e danno la morte, lui serve e d la vita. Per questo il simbolo del messianismo di Ges lasinello, umile animale da servizio (21,1ss). Nella casa di Pietro solo una persona per ora guarita. Non Pietro n alcuno degli altri apostoli, cos importanti. una donna, malata, vecchia e suocera! Sar seguita dalla schiera di quanti faranno la sua stessa esperienza, imparando a stare nella casa come colui che serve. Questa donna la prima opera compiuta, perfetta, che il Signore fa: lumanit nuova, prototipo a immagine del Figlio/Servo, che gli altri sono chiamati a imitare. La suocera di Pietro il nostro modello. lei, e quanti sono come lei, che porta avanti nella Chiesa e nel mondo la storia della salvezza. Ci che conta agli occhi di Dio non il forte, lo stimato e il sapiente, ma il debole, il disprezzato e lo stolto. A lui tocca il privilegio di essere ultimo come il suo Signore: costretto a servire, come lui. Dio realizza il suo regno servendosi di ci che nulla per ridurre a nulla le cose che sono (1Cor 1,28). Il povero serve, come il suo Signore; gli altri sono ancora a letto con la febbre - e pi sono potenti, pi forte la febbre che scalda il loro cervello. Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi, dice Ges (28,20). con noi nei poveri, che sempre avremo con noi (26,11). E ogni cosa che
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facciamo a uno dei pi piccoli, lavremo fatta a lui (25,40). Per questo si dice che la suocera serviva lui: ogni nostro servizio allaltro fatto al Signore, che con lui si identifica. v. 16 venuta la sera. Si spegne la luce ed inizia la notte, tempo sottratto allazione, destinato alla passione. Venuta la sera, simbolo della morte (27,57; 26,20; cf 14,15.23), luomo non fa pi nulla: tocca il suo limite, la sua notte. portarono a lui molti indemoniati; e scacci gli spiriti con la Parola, ecc. Anche Ges conosce la sera e la notte, quando si far buio a mezzogiorno (27,45). Ma, invece della fine, sar il principio della sua attivit: sar lentrata di lui, luce del mondo (cf 4,16), in tutte le nostre tenebre. E allora ci sar la Parola - la parola della croce. Se durante il giorno della sua vita Ges fece qualche esorcismo e miracolo, nella sera della sua morte visit tutti i perduti e si prese cura di loro. v. 17 perch si adempisse ci che fu detto, ecc. Ges, che con la sua notte guarisce le nostre notti, il compimento della promessa: il Servo di Dio che con la sua com-passione guarisce le nostre ferite. prese su di s le nostre infermit (cf Is 53,4ss). Lessere malfermi, caduchi e mortali, tutto ci che in noi c di debole, fragile e inaccettabile, lui sulla croce lo prende su di s. il dono che noi facciamo a lui, che in cambio ci dona se stesso. Come dal Padre prende la propria vita, cos da noi prende la nostra morte. Nella sua debolezza sulla croce ogni debolezza accolta nella forza di Dio. port su di s le malattie . Chi ama porta il male dellamato. E il Signore tutto e solo amore. Portare, in greco bastzo da cui la parola italiana il basto, lazione dellasino, il somaro che porta la soma. Ges che muore in croce porta su di s il peso dei nostri mali. Insieme allagnello, lasino uno dei primi simboli di Cristo - vedi il crocifisso con la testa dasino nelle Catacombe.

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Le nostre infermit e malattie diventano il luogo di comunione con lui, che con la sua croce si prende cura di noi. Si fa nostro servo perch noi otteniamo la sua libert, che servire per amore (cf Gal 5,13).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nella casa di Pietro c. chiedo ci che voglio: guarire dalla febbre dellegoismo per amare e servire d. traendone frutto, medito sul testo da notare: la suocera la febbre Ges tocca la sua mano fu risvegliata serviva la sera prese su di s le nostre infermit. 4. Testi utili: Sal 147,1-11; Gal 5,13s; Mt 20,20-28; 1Cor 1,18-31; Is 53,1ss; Mt 21,1-11.

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27. SEGUIR TE SEGUI ME 8,18-22 8,18 19 Ora, vedendo Ges folla attorno a s, ordin di passare allaltra riva. E, avvicinatosi, uno scriba gli disse: Maestro, seguir te ovunque tu vada! E gli dice Ges: Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi; ma il Figlio delluomo non ha dove posare il capo! Ora un altro dei (suoi) discepoli gli disse: Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre! Ora Ges gli dice: Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti!

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1. Messaggio nel contesto Seguir te, dice uno scriba a Ges; Seguimi, dice Ges a un discepolo. Le due scene fanno vedere la differenza tra lo scriba e il discepolo. Il primo si mette liberamente a scuola del maestro che lui stesso sceglie per imparare la Parola da seguire, e diventare a sua volta maestro; il secondo chiamato direttamente da Ges a seguire lui. Ges non il maestro, ma la Parola stessa, il Signore, che viene prima di tutto. Ci che per lo scriba Dio e la sua legge, per il discepolo Ges e il suo cammino: lunico tesoro, lunico affetto della vita.

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Matteo uno scriba diventato discepolo: ha trovato la novit assoluta, il tesoro, la perla preziosa, e con gioia vende tutto per entrarne in possesso (13,52.44-46). Il tema del brano seguire Ges. I tre miracoli precedenti ci mostrano ci che in noi opera la sua parola. Tutto questo si realizza nel seguire lui: la fede nella sua Parola ci libera dalla lebbra e ci rende capaci di fare il suo stesso cammino di servizio ai fratelli. Solo chi lo segue giunge allaltra riva, porta a compimento la traversata che tutti dobbiamo fare. Diversamente naufraga. A questo punto il lettore chiamato a sbilanciarsi doppiamente. Da scriba chiamato a diventare discepolo, investendo tutto in colui che non solo il maestro, ma il Signore. E, diventato discepolo, chiamato a superare ogni velleitarismo, amando lui, con tutto il cuore, con tutta lanima e con tutta la mente (22, 37s; Dt 6,4s). Questa la vita (Dt 30,20), il dono che lui fa al suo discepolo. Ges il Signore. La Chiesa lo riconosce come unico bene e lo vive come suo primo e unico amore.

2. Lettura del testo 8,18 Vedendo Ges folla attorno a s, ordin di passare allaltra riva. Ges comanda di passare allaltra riva. Si rivolge a tutta la folla o solo ai discepoli? Passare allaltra riva, vincendo il mare che inghiotte ( vv. 23-27), il male che devasta (vv. 28-34), il peccato che paralizza ( 9,1-8), la malattia e la morte che domina sovrana ( 9,18-26), il desiderio-destino di ogni uomo. Per questo si cerca maestri o signori tra quanti gli promettono aiuto in questa traversata proibitiva, anzi impossibile. v. 19 uno scriba gli disse: Maestro. Non ancora discepolo di Ges. Questi per lui un maestro, non la Parola stessa, il Signore (v. 21) da seguire.
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seguir te. Lo scriba si sceglie lui il maestro da seguire, per imparare la Parola e diventare a sua volta maestro. Ges invece dice: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv. 15,16), e: Uno solo il vostro maestro (23,8). Lui il Signore, che si legato a noi e ci ha scelti perch ci ama di amore eterno (Dt 7,7s; Ger 31,3). ovunque tu vada. Il discepolo segue il maestro: la comunanza di vita insegna pi di ogni parola. Ma questo scriba ignora dove Ges va, perch non sa da dove viene. Ignora che il Figlio che viene dal Padre e a lui fa ritorno. v. 20 le volpi hanno tane, gli uccelli del cielo nidi. Tana e nido sono il luogo da cui ciascuno viene. Sono immagini della madre - casa, vita, cibo, sicurezza, ricchezza e appagamento. Eppure chi non lascia la madre, non degno di me (10,37): non ancora nato. il Figlio delluomo non ha dove posare il capo. Ges non ha tesori sulla terra: dove il suo tesoro, l anche il suo cuore (6,19.21). Fuori da ogni tana e nido, povero e libero. La povert, facendoci riporre ogni fiducia nel Padre, ci genera suoi figli. Solo se la povert nostra madre, Dio nostro Padre: la vita non dipende dalle cose, ma da lui. La libert dalle cose e dal piacere che procurano il primo dono che Ges fa al suo discepolo: lo fa uscire dalla madre, lo fa venire alla luce come figlio del Padre, come uomo libero. Il Figlio delluomo Ges che ha sofferto, morto, risorto e torner per il giudizio. La sua povert, che lo fa figlio che tutto riceve dal Padre, allora come adesso il suo giudizio sul mondo; e rimane il criterio per riconoscerlo come salvatore presente nella storia: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli pi piccoli, lavete fatto a me! (25,40). Nel povero siamo giudicati e salvati! v. 21 un altro dei (suoi) discepoli. Se la scena precedente segna il passaggio tra lo scriba e il discepolo, questa mostra come essere discepoli autentici.

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gli disse: Signore. Per il discepolo Ges non solo il maestro (v. 19), ma il Signore. Non ha alcun bene al di sopra di lui (Sal 16,2). Come Paolo, stato conquistato da lui (Fil 3,12), fino a dire che lui la sua vita (Fil 1,21; cf Gal 2,20) permettimi prima di andare a seppellire mio padre . Anche chi ha capito che Ges il Signore, ha resistenze che vengono dal cuore, affetti che vengono prima di lui. Ma il Signore non pu essere secondo a nessuno: non sarebbe pi il Signore. Ci che viene prima di lui, praticamente il tuo Signore. Come la madre, raffigurata dalle tane e dal nido, rappresenta i beni che garantiscono la vita e costituiscono il mondo del piacere, cos il padre rappresenta la prima delle relazioni libere che garantiscono la vita umana e costituiscono il mondo del dovere. Come bisogna essere liberi dalla madre per nascere alla vita biologica, cos bisogna essere liberi dal padre per nascere alla vita adulta. Ogni cosa e relazione, ogni piacere e dovere che si pone come assoluto, prima di Dio, ci toglie la libert. Solo lamore per il Signore sopra tutto ci rende liberi davanti al resto; solo lassoluto ci ab-solve, ci scioglie-da tutto perch tutto relativizza. Il discepolo quindi esce dalla madre (tana, nido, piacere) e dal padre (relazione, realizzazione, dovere), per nascere come uomo libero, figlio di Dio. v. 22 Ges gli dice: seguimi! Seguire lui non pretesa e volont mia, ma chiamata e dono suo per me. E la chiamata e il dono di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29), radicati nel suo amore forte e fedele in eterno (Sal 117,2). lascia i morti seppellire i loro morti. Sono i vivi che seppelliscono i morti! Ma chi pone un affetto prima del Signore, gi morto: manca dellaltra sua parte, che lo fa vivere. Ogni sua relazione avr sempre il sapore della morte. Pur con il colore della pietas, la sua vita non sar che un seppellire morti.

3. Pregare il testo
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a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges sul lago, che comanda di compiere la traversata c. chiedo ci che voglio: la libert dalle cose e dalle persone, perch Ges sia il mio affetto primo, il mio Signore d. traendone frutto, medito sul testo da notare: passare allaltra riva maestro, seguir te il Figlio delluomo non ha dove posare il capo Signore, permettimi prima segui me lascia i morti seppellire i morti 4. Testi utili: Sal 16; 23; Dt 6,4ss; 30,15-20; Mt 13,44-46; Fil 3,1ss; Gal 2,20.

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28. PERCH SIETE PAUROSI, O VOI DI POCA FEDE 8,23-27 8,23 24 E, salito lui sulla barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco un moto grande ci fu sul mare, s che la barca era ricoperta dalle onde; ma egli dormiva. E, avvicinatisi, lo risvegliarono dicendo: Signore, salva! Siamo perduti! E dice loro: Perch siete paurosi, o voi di poca fede? Allora, risvegliatosi, minacci i venti e il mare, e vi fu grande bonaccia. Ora gli uomini si meravigliarono, dicendo: Da dove costui, che anche i venti e il mare a lui obbediscono?

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1. Messaggio nel contesto Perch siete paurosi, o voi di poca fede!, dice Ges ai discepoli che lavevano seguito nella traversata. Paura e fiducia sono due sentimenti opposti che si contendono il cuore delluomo. La prima lo blocca, la seconda lo fa camminare. Crescendo luna, cala laltra e viceversa. Sta a noi favorire la fiducia e tenere a bada la paura. Questa viene dalla coscienza del limite e conta su ci che noi possiamo, quella viene dalla conoscenza che Dio ci Padre e conta su ci che lui pu. I discepoli lo hanno seguito, ma non sanno ancora che devono posare il capo anche sul mare in tempesta. Non il padre che bisogna seppellire, ma le proprie paure. Diversamente non si giunge allaltra riva. La traversata di Ges con i suoi discepoli immagine dellesistenza umana. La barca la comunit, dove lui sta con noi. Deve passare difficolt, burrasche
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e tempeste. Prima o dopo tutti andiamo a fondo. lunica certezza. Numerosi anticipi ce la richiamano, se per caso la dimenticassimo. Le situazioni limite, come evidenziano la pochezza, cos stimolano la crescita della fede. I momenti di crisi - fino a quella crisi ultima - sono il luogo stesso della fede. Diversamente non serve per vivere una vita libera dalla paura della morte, la cui vista, come una Gorgone, ci pietrifica. Una fede che non si misura con la morte, non passa per la verit delluomo che humus (terra), ed incapace di dare senso positivo al suo essere al mondo. La morte resterebbe il tiranno che la governa. Se si vuol giungere allaltra riva, va sdemonizzato il mare, labisso e la stessa morte. quanto fa il Signore che dorme e si sveglia, che muore e risorge, per rompere definitivamente il muro che separa la nostra realt di morte dal suo desiderio di vita. Il racconto una scena battesimale. quel battesimo che si compie nellarco di tutta la nostra storia personale e comunitaria, e ci immerge (= battezza) sempre pi nel Signore, fino a quando, alla fine, ci fa entrare, con lui che dorme, nella sua stessa morte per uscirne con la sua stessa vita (cf Rm 6,111). Ges colui al quale il vento ed il mare obbediscono. Lui ha dormito con noi e si risvegliato per noi. Il suo sonno la fiducia di chi posa il capo in seno al Padre. Per questa sua fede si risveglia nella potenza di Dio, dominatore del mare. Anche noi possiamo avere fiducia in lui: il Signore che salva. Ma non dalla morte - sarebbe unillusione, perch sappiamo di essere mortali!- bens nella morte, offrendoci il risveglio a una vita nuova che va oltre la stessa morte. La Chiesa la comunit di coloro che sono battezzati nella sua morte, per aver parte alla sua medesima vita (cf Rm 6,3-11). Lo seguono e sono con lui sulla stessa barca: sia che veglino sia che dormano, vivono ormai sempre con il Signore (1Ts 5,10).
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2. Lettura del testo 8,23 Salito lui sulla barca. Non una, bens la barca, dove Ges sta con i suoi discepoli. Pezzo di legno che sta sullabisso e lo attraversa portato dallacqua, la barca il luogo della vita salvata. immagine della Chiesa, nata dal legno della croce, dove Ges per lei e con lei ha dormito e si risvegliato. La croce il legno con cui lui stesso ha compiuto, in solidariet con tutti e una volta per tutte, la traversata dalla morte alla vita - desiderio impossibile e ineliminabile di ogni uomo. lo seguirono i suoi discepoli. I discepoli ora vedono dove lui posa il capo: si abbandona al Padre della vita oltre la stessa morte. Anche la folla sulla riva chiamata a passare allaltra riva (v. 18). Siamo transeunti: la vita un passaggio. I discepoli sono i primi che lo compiono: con lui, che dorme e si risveglia, entrano ed escono dallabisso a tutti comune. Imparano ad aver fede nelle traversie della vita, vincendo le tempeste della paura della morte. Sono i primi che, pescati dal Figlio, sono chiamati a diventare, come lui, pescatori di uomini (4,19). v. 24 un moto grande ci fu sul mare. Uno scuotimento alza labisso contro di loro. Cos sar anche quando Ges sar ghermito e poi restituito vittorioso dal sepolcro (27,54; 28,2). Il mare, simbolo della morte, si leva per inghiottire tutto e tutti - come sar alla fine del mondo (24,7). ci che temiamo. Sappiamo che avverr, anche se ignoriamo il quando. Tutto ci che noi facciamo non che un tentativo - immane ed inutile come la fatica di Sisifo per uscire da questa situazione: la cultura una macchina dimmortalit , il cui motore la coscienza del limite e la protesta contro di esso. la barca era ricoperta dalle onde. La barca invasa dai flutti, preda della morte. Davanti a questa non c persona o comunit che tenga.

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ma egli dormiva. Il suo latteggiamento del bimbo in braccio a sua madre (Sal 131), che gli permette di abbandonarsi e sperare anche nelle difficolt estreme, ora e sempre. Il sonno simbolo della morte. Non ha paura dellabisso. Sua madre la fiducia nel Padre della vita: vive il limite assoluto come comunione con lAssoluto, la fine come ricongiungimento col principio. v. 25 avvicinatisi lo risvegliarono. Ges ha dormito del nostro sonno di creature limitate per farsi vicino a noi. Il nostro farci vicini a lui segna il suo risveglio per noi, ed principio della nostra salvezza. Nel suo sonno ha vinto la nostra morte, e nel suo risveglio ci comunica la sua vittoria. Signore, salva! Signore-salva il nome di Ges (Dio-salva), con il quale langelo ordin a Giuseppe di chiamare il Dio-con-noi (1,21.23). Il nostro farci vicini a lui invocarlo come Signore - e chiunque avr invocato il nome del Signore, sar salvo (At 2,21). Per essere salvati, nessun altro nome stato dato agli uomini se non quello di Dio-salva, Ges (At 4,12). siamo perduti! Dopo il nome di Ges, ecco quello dei discepoli: siamo perduti! Essi sperimentano la perdizione comune a ogni creatura che, come non era, sempre sotto la minaccia del non esserci. Ma sulla barca siamo con il Figlio, che fin dal principio e sempre sar. Egli venuto a condividere il nostro sonno perch noi potessimo godere del suo riposo, a gustare della nostra morte per saziarci della sua vita. La perdizione lunico luogo dove ha senso parlare di salvezza. v. 26 perch siete paurosi? Davanti alla morte tutti abbiamo paura. E la paura di morire cresce fino a farsi paura di vivere. o voi di poca fede. quasi il soprannome dei discepoli (cf 6,30; 14,31; 16,8; 17,20). La fede vittoria sulla paura della morte: permette di accoglierla come luogo di comunione con la sorgente della vita. Pur paurosi e di poca fede, i discepoli hanno nel Signore quella fede che li fa rivolgere a lui. Non bisogna spegnere il lucignolo fumigante (12,20 = Is
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42,3). di grande valore anche quella poca fede che esce nelle situazioni limite. Nel bisogno, il figlio si rivolge naturalmente alla mamma - e luomo a Dio, non ad altri. Anche i vecchi invocano la mamma prima di morire. La fiducia in chi d la vita esce proprio quando la si perde. Luomo coscienza di morte, anche se per lo pi rimossa. Essa pone a tutti, in modo radicale, il problema della fede. Fin che viviamo e ci sentiamo forti, fede e non fede sono in noi sempre mischiate, come loro e la pietra. Le tribolazioni - anticipo della tribolazione finale - trebbiano (tribolare e trebbiare sono parole imparentate), macinano e purificano la nostra fede, per renderla come loro puro (cf 1Pt 1,6ss). Per questo Paolo si vanta delle tribolazioni, sapendo che frantumano le speranze fasulle e lasciano alla fine quellunica speranza che non delude (cf Rm 5,3-5). Una fede che trascura la realt della morte, non serve n per vivere n per morire. Avrebbe nulla da dire sullesistenza umana, condannata ad essere per la morte. allora, risvegliatosi. Dal testo sembra che Ges abbia parlato prima di svegliarsi. Ed vero! Infatti la sua parola di vita la parola della croce (1Cor 1,18), la sua morte per noi minacci i venti e il mare. Ges, che ha dormito e si risvegliato, placa la tempesta dei discepoli e di ciascuno di noi. Dov, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15,55 = Is 25,8). La morte non pi vissuta come minaccia della vita. Il mio limite non il luogo del contatto con laltro possibilit di relazione, comunicazione e amore? Il mio limite assoluto non il nulla di me, ma il contatto con colui che da sempre mi ama e mi dona la sua vita. Ges minaccia i venti ed il mare come i demoni. Molti spiriti di menzogna agitano lo spettro della morte. Ges sdemonizza la vita e la morte. Questa perde il suo pungiglione, il peccato (1Cor 15,56), la sfiducia che impedisce di riconoscerci figli.
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e vi fu grande bonaccia. la grande calma che viene dalle ferite di Cristo quella pace e gioia che nessuno pu rapire (Gv. 16,23), e mi permette di dormire in comunione con lui che morto e risorto per me. il dono del suo Spirito. Nella sua forza posso affrontare la traversata, sicuro di arrivare nel porto. Il battesimo mi immerge in Cristo morto e risorto, e mi d la sua stessa serenit di figlio in braccio a sua madre. Ogni difficolt e angustia mi introduce sempre pi a fondo nella fede in lui. v. 27 gli uomini si meravigliarono . Ci sorprendono questi uomini che spuntano inattesi dal mare tempestoso e placato. Non solo i discepoli, ma anche gli altri sono colti da meraviglia. Per tutti e per sempre il mare placato. La testa del Figlio gi venuta alla luce. Il resto del corpo sta nascendo, attraverso il travaglio della storia. La sofferenza presente non pi sotto la maledizione della morte, ma sotto il segno della creazione nuova che sta nascendo. I gemiti del tempo presente sono le doglie del parto (cf Rm 8,1830). Lultimo nostro giorno sar il dies natalis, il nascere alla nostra verit di figli di Dio. per nascere che si nati! da dove costui? Non viene da nessuna parte a noi nota. Viene dallignoto, dal sonno: emerge addirittura dalla morte quale Signore della vita,

primogenito di coloro che risuscitano dai morti, primo di una numerosa schiera di fratelli (Col 1,18; Rm 8,29). Lui sa da dove viene e dove va: il Figlio che viene dal Padre e va verso i fratelli. Lui, che ha potere sui venti e sul mare, sulla vita e sulla morte, con noi sulla nostra stessa barca, e dorme per dare anche a noi la fiducia del risveglio. La sua vicinanza sicura. Accostarsi a lui risvegliare la nostra fede e sentire la sua pace. Questo latteggiamento del Figlio, che compie la traversata, ormai non pi dominato dalla paura della morte.
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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando la barca in mezzo al mare in tempesta c. chiedo ci che voglio: la fede nel Signore che per me ha dormito e si svegliato d. contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno da notare: Ges in barca coi discepoli la tempesta che ricopre la barca Ges dorme Signore, salva! siamo perduti perch siete paurosi? o gente di poca fede Ges risvegliato minacci i venti e il mare ci fu grande bonaccia da dove costui?

4. Testi utili: Sal 107; 131; Gn 2,3-10; Sap 2,1ss; Eb 2,14s; Rm 6,1-11; 8,1830; 1Cor 15,54-58; Mt 14,22-33. 29. ANDATE 8,28-34 8,28 E venuto lui allaltra riva, nel territorio dei Gadareni, gli vennero incontro due indemoniati uscendo dai sepolcri, tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco gridarono dicendo: Che tra noi e te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci? Ora cera lontano da loro una mandria di molti porci al pascolo. Ora i demoni lo supplicavano dicendo: Se ci scacci, mandaci nella mandria di porci. E disse loro: Andate! Ed essi, usciti, andarono nei porci,
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ed ecco si gett tutta la mandria gi dal dirupo nel mare, e morirono nelle acque. Ora i mandriani fuggirono, e, andati in citt, raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Ed ecco tutta la citt usc per venire incontro a Ges, e vedendolo lo supplicarono di andarsene dai loro confini.

1. Messaggio nel contesto Andate!, dice Ges ai demoni, che entrano nei porci e finiscono nellabisso. il primo esorcismo di Matteo. Appena sedata la tempesta che spaventa i discepoli, Ges vince la radice stessa della paura: riduce allimpotenza colui che della morte ha il potere, cio il diavolo, e libera cos quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavit per tutta la vita (Eb 2,14s). Il Signore che dorme e si risveglia quieta il mare: placa il terrore della morte e fa finire nellabisso colui che ne turba le acque. Diavolo significa divisore: con la menzogna divide luomo dalla sua verit di figlio e di fratello. Gli indemoniati sono posseduti, non padroni di s, in bala del nemico: dimorano nei sepolcri e terrorizzano i passanti. Anche se non assatanati, pure noi siamo posseduti dallignoranza della verit, divisi dalla realt, estranei a tutto e a tutti. Lesorcismo ci restituisce a noi stessi, alla nostra libert. Gli esorcismi sono parte essenziale dellattivit di Ges. Il male non pi fatale: abbiamo la possibilit, quindi la responsabilit, di vincerlo. Sempre saremo esposti ad esso e ne avremo paura. Ma un conto averla, un altro esserne avuti; un conto essere vulnerabili, un altro essere feriti o addirittura uccisi. Il brano ci presenta prima lincontro di Ges con gli indemoniati ( vv. 28-29), poi la richiesta dei demoni e il loro precipitare nel mare ( vv. 30-32) e infine lannuncio dei mandriani con la reazione dei Gadareni ( vv. 33-34).
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Lesorcismo compiuto mediante la Parola: la semplice verit sbugiarda la menzogna. Se lincredulit ci fa figli del padre della menzogna, omicida fin dal principio (Gv 8,44) - per sua invidia entrata la morte nel mondo (Sap 2,24) -, la fede nella Parola ci fa figli del Padre della vita. Nella misura in cui abbiamo fede, non siamo schiavi della paura. La nostra poca fede comunque sempre insidiata dallincredulit. Lesorcismo una lotta tra diffidenza e fiducia, che dura tutta lesistenza; si concluder alla fine, quando necessariamente ci affideremo al Padre della vita. Ges, nel suo dormire e risvegliarsi, la Parola che vince la menzogna, la luce che sconfigge le tenebre, la fiducia nel Padre che toglie la paura della morte e ci offre unesistenza libera, filiale e fraterna. La Chiesa prosegue la stessa lotta. Il nemico, seppure in fuga, ancora attivo. Solo alla fine sar precipitato nel mare.

2. Lettura del testo 8,28 Venuto lui allaltra riva, nel territorio dei Gadareni . un territorio pagano della Decapoli. Dove non si conosce Dio, particolarmente visibile lazione del nemico. Ges porta anche l la vittoria compiuta nel suo sonno/risveglio. gli vennero incontro . Il male non solo non pu vincere, ma neanche fuggire. Corre incontro al Signore, come le farfalle notturne alla fiamma. La sua presenza stana dal sepolcro gli indemoniati. due. Matteo reduplica volentieri i personaggi (cf i due ciechi di 9,27ss; i due ciechi di 20,30ss). Due il principio di molti: il secondo indemoniato e il secondo cieco colui che legge, chiamato a identificarsi col primo e fare la sua stessa esperienza. Lesorcismo - come la guarigione della vista, che la fede per tutti. indemoniati. Sono posseduti dal diavolo, il divisore, che li separa dallAltro, da s e dagli altri. Il demonio chiamato solitamente spirito impuro.
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Impuro ci che sa di morte; spirito significa respiro, vita. Spirito impuro significa una vita di morte, il contrario dello Spirito Santo, che la vita di Dio. Lo spirito impuro agisce instillando nellintelligenza una cattiva opinione su Dio e nel cuore la sfiducia verso di lui. Come pu vivere uno che considera antagonista e cattivo il proprio principio e fine? uscendo dai sepolcri. In greco sepolcro si dice mnemeon, che ha la stessa radice di memoria e morte. La menzogna ci fa abitare nella memoria di morte per tutta la vita. Il vangelo ce ne fa uscire, dandoci la memoria di vita - il ricordo del Signore che ha dormito e si svegliato con noi e per noi. Luomo, unico animale cosciente di morire, angosciato dalla sua fine; a meno che sappia che, proprio in essa, entra in comunione con il suo stesso principio. tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada . Chi sta nella morte dannoso a s e agli altri. La strada, che tutti porta al sepolcro, diventata pericolosa, cos che nessuno, tranne il Signore della vita, pu passare indenne. v. 29 ecco gridarono . un grido di terrore che vuol terrorizzare. Il male davanti al bene si evidenzia come tale. Prima poteva sembrare normale. che tra noi e te, Figlio di Dio? Non c nulla in comune tra menzogna e verit: dove c luna, laltra scompare. La prima reazione davanti alla Parola di dolorosa estraneit, come quella dellocchio che si apre al sole. una tortura: non per me! Eppure il sole per locchio come la musica per lorecchio! Gli uomini si chiedevano: Da dove mai costui? (v. 27). I demoni lo sanno: il Figlio di Dio! Essi credono, ma tremano (Gc 2,19). La fede infatti non solo sapere chi lui, ma affidarsi a lui. Vedere il cibo e non mangiarlo il supplizio di Tantalo: la pena del danno, privazione di ci che sazia la mia fame! Ma pu non affidarsi al Signore chi lo conosce? Pu la volont, fatta per amare, non acconsentire a ci che lintelligenza le fa vedere come bene? Non possibile, eppure reale! La nostra libert infatti schiava, prima della menzogna che accieca lintelligenza, poi dellabitudine al male che blocca la
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volont. Il Signore venuto a liberare la nostra libert, a farci aprire gli occhi della mente e del cuore, che, dilatati nella notte, si chiudono alla luce. sei venuto qui prima del tempo per tormentarci? La vittoria definitiva sul male sar alla fine del mondo - come alla fine della nostra esistenza, che ne lanticipo personale. Ma con la venuta di Ges il tempo gi compiuto (Mc 1,15): finisce il regno di satana e inizia quello di Dio (4,17). Per i demoni il tempo finito prima della fine del tempo: gi ora la fede in Ges ci d la vittoria su di loro. La presenza del bene avvertita con tormento dal male - e dal malato stesso, che gli presta voce. Il male infatti tende a identificarsi col suo ospite, che diventa indemoniato, paralitico e cieco, di modo che avverte il bene come minaccia. Il Signore separa il malato dal suo tumore, il peccatore dal suo peccato, per restituirlo alla sua integrit. v. 30 cera lontano da loro una mandria di molti porci . I porci, per gli ebrei, sono animali immondi, dimora pi opportuna per lo spirito impuro che non luomo, fatto per lo Spirito di Dio. Ma chi non si considera figlio,

necessariamente ha lo spirito di morte - e non c da meravigliarsi se si abbrutisce. v. 31 i demoni lo supplicavano . Il demonio un vinto che supplica il vincitore. Il potere delle tenebre, davanti alla luce, nullo! se ci scacci, mandaci nella mandria di porci . Il demonio, con il suo spirito di diffidenza, lascia libero luomo, che torna ad essere figlio di Dio. Per, prima di finire nellabisso nel quale voleva sommergerci, rimane ancora per un po nei porci, nelle nostre zone di incredulit che ci insidiano. v. 32 andate. lordine di Ges ai demoni. Perch permette loro ancora una temporanea presenza tra noi? Perch c ancora incredulit in noi e attorno a noi? Perch il male nella nostra storia, piccola e grande? Dio lo lascia per farne il mistero di salvezza: nelle nostre zone di incredulit sperimentiamo la fede, nelle nostre miserie la sua misericordia. Il male c ancora; ma ha perso il suo
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potere di incanto. usciti, andarono nei porci, ecc. Le onde, con le quali i demoni volevano ghermire i discepoli, inghiottono loro stessi. Finch viviamo, le acque, simbolo della morte, causano sempre in noi paura; ma questa il luogo della fiducia. v. 33 i mandriani fuggirono, ecc. I due indemoniati sono liberi. Ma lo spirito del male ancora nei mandriani che si allontanano da Ges, come pure nei Gadareni che lo allontanano (v. 34). Per c un fatto nuovo, che per i due ex indemoniati buona notizia e per gli altri cattiva: la liberazione dal male. Il male negli ossessi toglie la maschera e pu essere facilmente vinto; negli altri si presenta sotto parvenza di bene, camuffato da interesse, vantaggio e piacere. Ma tutto questo alla fine fa abitare nei sepolcri. Il male, per essere capito come tale, deve aver raggiunto la fase acuta. Esce allo scoperto ed vinto di sicuro nella morte. Per questo le situazioni limite, come quella dei discepoli nella barca e degli indemoniati nei sepolcri, sono le pi propizie. Nella quotidianit ci accontentiamo anche dei nostri porci comodi - che rivelano il loro aspetto demoniaco solo nel loro risvolto estremo: portano allegoismo e tengono sepolti in esso. v. 34 tutta la citt usc per venire incontro a Ges. Esattamente come gli indemoniati . lo supplicarono di andarsene dai loro confini. I demoni lo avevano pregato di non allontanarli da quei confini (v. 31); i Gadareni lo pregano di allontanarsi dai loro confini. Davanti a Dio il male non ha nessuna libert. Luomo invece pu anche rifiutare la liberazione. Il Signore ci rispetta, e se ne va con pazienza. Aspetta che i mandriani e tutta la citt giungano allo stremo, come i discepoli in barca o i due indemoniati nei sepolcri, perch accettino il suo dono.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando i sepolcri nel dirupo sul lago
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c. chiedo ci che voglio: liberami dalla paura della morte d. traendone frutto, contemplo la scena da notare : due indemoniati gli vennero incontro uscendo dai sepolcri che tra noi e te? andate! entrarono nei porci e morirono nelle acque i mandriani fuggirono lo supplicavano di andarsene. 4. Testi utili: Sal 49; Sap 1,12-2,24; Eb 2,14s; Rm 6,1-11.12-23.

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30 IL FIGLIO DELLUOMO HA POTERE SULLA TERRA DI RIMETTERE I PECCATI 9,1-8 9,1 2 E, salito in barca, pass allaltra riva; e venne nella sua citt. Ed ecco gli portavano un paralitico che giaceva a letto. E, vedendo Ges la loro fede, disse al paralitico: Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati. Ed ecco alcuni degli scribi dissero tra s: Costui bestemmia! E, vedendo i loro pensieri, Ges disse: Perch pensate cose cattive nei vostri cuori? Cosa pi facile: dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Sorgi e cammina? Ora perch sappiate che il Figlio delluomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, allora dice al paralitico: Sorgi, leva il tuo letto e va a casa tua. E, sorto, and a casa sua. Ora, visto ci, le folle temettero e glorificarono Dio che aveva dato tale potere agli uomini.

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1. Messaggio nel contesto Il Figlio delluomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati. Ges dice espressamente per lunica volta il perch dei suoi miracoli: sono un segno per mostrare sulla terra il potere di Dio, quello di perdonare i peccati. Peccare fallire il bersaglio, non raggiungere il proprio fine. I nostri continui fallimenti ci avvolgono come un bozzolo, che alla fine ci incapsula come

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mummie. Quando pensiamo a Dio, subito pensiamo a una legge che giudica e punisce il male. Sentiamo il dovere di osservarla, la colpa di trasgredirla e la necessit di espiare. Dovere, colpa ed espiazione sono tipici di ogni re-ligione, che lega e ri-lega luomo, come suo eterno destino. Ma Dio non legge, e noi non abbiamo debiti con lui: lui che ne ha con noi. Ci ha fatti per amore, e ogni nostro male un suo fallimento, di cui soffre. Come i genitori con i figli, lui si mette in questione se noi stiamo male o sbagliamo. Lamore infatti non accampa diritti: riconosce i bisogni dellamato come diritti suoi e doveri propri. Ges, il Figlio che conosce il Padre, deve dare la vita per questo mondo di peccato: venuto sulla terra per portare ai fratelli nel suo perdono quello del Padre. Questa una bestemmia. Ges si fa uguale a Dio, lunico che perdona. E per di pi senza condizioni: non ci perdona perch siamo convertiti, ma possiamo convertirci a lui perch lui per primo si converte a noi - anzi, con mitezza somma, si addossa la colpa di averci abbandonati e ci chiede scusa (cf Is 54,710). Ges, il Figlio delluomo, invece di giudicare assolve, invece di condannare perdona, invece di punire espia per gli altri. Proprio per questo sar giudicato, condannato e giustiziato sulla croce, da dove tutti ci assolve, perdona e libera. Solo cos rivela sulla terra il potere di Dio. La legge giustamente condanna le trasgressioni; ma se Dio perdona, chi pi garante di un agire corretto? Il vangelo ci presenta una giustizia superiore (5,20), che quella del Padre che fa piovere la sua luce e la sua benedizione su tutti i suoi figli, cattivi o buoni che siano (5,45). I miracoli rifanno luomo nuovo (8,1-4: il lebbroso), vengono dalla fede (8,513: il centurione), conducono al servizio (8,14s: la suocera), hanno la loro fonte nel Servo (8,17) che dorme e si risveglia per vincere la nostra paura della morte (8,23-27: la tempesta sedata), affogando il male che con essa ci tiene schiavi per tutta la vita (8,28-34: lesorcismo). Ora il vangelo mostra
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come la vita nuova essenzialmente perdono: la legge ci crocifigge al nostro male, il perdono ci risveglia e incammina verso casa. Perdonare miracolo pi grande che risuscitare un morto. Lazzaro, una volta risuscitato, morir ancora. Perdonare invece nascere e far nascere a vita immortale - la stessa di Dio, che amore ricevuto e accordato senza condizioni. Il perdono lesperienza di un amore pi grande di ogni male; esso rivela insieme lidentit di Dio, che ama senza misura, e quella delluomo, suo figlio, sempre e comunque amato. Il perdono parte integrante dellannuncio di morte/resurrezione di Ges: ne il significato (Lc 24,46s). La prova che Cristo risorto, per Paolo consiste nellesperienza di una vita riscattata dal peccato (1 Cor 15,17). Le prime parole che Dio disse ad Adamo sono: Dove sei? Luomo non era pi al suo posto, perch si era nascosto da lui. Lontano da lui, lontano da s e dagli altri, estraneo a tutto. Perch Dio il suo posto. Nel perdono ritrova lui, e in lui se stesso e il suo posto nel mondo. Il peccato divisione, e la divisione morte; il perdono ristabilisce comunione di vita ancor pi profonda l dove cera stata divisione. Ges venuto sulla terra a portare il giudizio di Dio - il suo potere di legiferare, giudicare e far giustizia. E fa tutto questo nel perdono. Questa bestemmia, che sblocca luomo dalla sua paralisi, inchioder il Figlio delluomo sulla croce. La Chiesa fatta da coloro che hanno accolto questo perdono e lo accordano agli altri: sono figli che vivono la misericordia del Padre, suoi ambasciatori presso tutti i fratelli (2 Cor 5,14-6,2).

2. Lettura del testo 9,1 Venne nella sua citt. Cafarnao ormai la sua citt adottiva, dove svolge la sua attivit e raccoglie i suoi discepoli. v. 2 gli portavano. Limperfetto indica il tentativo e la difficolt di
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raggiungere Ges, addirittura calandolo dal tetto (cf Mc 2,1-12 e Lc 5,17-26). C corresponsabilit tra gli uomini: laltro che conduce allAltro! un paralitico. Luomo viator . Non mai di casa dove sta; ovunque si sente estraneo, perch abita altrove. Non questa la sua citt: in cerca di quella futura (Eb 13,13s), perch della famigli di Dio (Ef 2,19). Chiamato a diventare perfetto come il Padre (5,48), solo in lui raggiunge la sua casa, nellamore reciproco che la dimora delluno nellaltro (cf Gv 14,23s). Fine del suo cammino essere in Dio come Dio in lui, fatti casa luno dellaltro. Il peccato blocca questo cammino: paralisi interiore che rende immobili. Il moto vita, limmobilit rigore cadaverico. a letto. Luomo sta a letto quando soffre o si riposa, quando sta male e quando muore. La paralisi fissa il paralitico a letto. Questo pu essere simbolo della legge. Buona in s, per luogo di contenzione per chi la trasgredisce. La sua funzione positiva mostrare il male come tale, e, come pedagogo, condurre a Ges, il maestro: la legge che condanna porta al Cristo che perdona. Una volta perdonato, il paralitico cammina - camminare il modo concreto di comportarsi - portando il letto sul quale prima era portato: in grado di adempiere la legge. Infatti chi perdonato di pi, amer di pi (Lc 7,42s) - e lamore pieno compimento della legge (Rm 13,10). vedendo la loro fede . La fede lorigine dei miracoli: comunione con Dio, sorgente inesauribile di bene, dal quale ognuno attinge secondo il bisogno. coraggio. La fede il coraggio dellimpossibile: ci mette in comunione con colui al quale nulla impossibile (Lc 1,37). figliolo. In greco c: genito. Anche se non lo sai e non lo accetti, Dio ha nei tuoi confronti sentimenti materni e paterni, perch ti ha generato. Questo amore fonte del per-dono, come lo del dono della vita. ti sono rimessi. passivo divino. Rimettere significa allontanare. Dio manda via da te i tuoi fallimenti di cui fai sempre ri-cordo, quel male che ti aderisce e mangia come un tumore. Tutto il negativo che hai fatto e che ti porti dentro
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come una massa oscura, gettato lontano da te. Perdonare difficile, anzi impossibile: azione di Dio. Accettare il perdono lazione pi grande delluomo: ci fa essere ci che siamo - figli del Padre, gratuitamente amati. Perdonare a nostra volta ci fa figli uguali al Padre. Chi perdonato, perdona; chi non perdona, non ha ancora accettato il perdono (6,12; 18,35) e non conosce il Signore (Ger 31,34). i peccati. Luomo relazione, innanzi tutto con Dio. Il peccato la rompe. Ma pu essere ristabilita dal perdono. Se lo accetto, conosco Dio come Padre e me stesso come suo figlio. Non siamo amati perch bravi - allora saremmo odiati se cattivi! Siamo invece amati gratuitamente - lamore o gratuito o non : lamore meritato si chiama meretricio! - e lo scopriamo perch perdonati senza merito alcuno. Proprio dove abbondato il peccato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,20). Non per questo dobbiamo peccare (Rm 6,1.15; 3,8); ma, proprio nel nostro peccato, possiamo comprendere quale sia lampiezza, la lunghezza, laltezza e la profondit (Ef 3,18) dellamore del Padre in Cristo per noi, dal quale nulla ci potr mai pi separare (Rm 8,39). Veramente tutto, anche il male, coopera al bene (Rm 8,28), per coloro che hanno accolto il suo amore. v. 3 alcuni degli scribi dissero tra s . Parlare tra s aborto di dialogo, fallimento della parola: invece che manifestazione, nascondimento di s, per difendersi o attaccare. costui bestemmia. Perdonare i peccati prerogativa di Dio (Es 34,6s; Sal 25,18; 32,1-5). Il perdono avviene sempre attraverso un sacrificio di espiazione (cf Lv 4-5). Ges perdona, quindi Dio; e perdona senza espiazione nostra, quindi Dio diverso da come noi lo concepiamo. La bestemmia doppia: che luomo Ges sia Dio, e che Dio sia Dio, altro e santo, proprio perch perdona graziosamente. Questa verit, gi chiaramente espressa nellAT (vedi ad esempio Os 11,8s e Gn 4,1ss), lessenza del cristianesimo, fine della legge e principio del vangelo (5,20-48). Sar la causa della condanna
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di Ges (26,65); ma la sua stessa morte sar rivelazione di questo Dio che nessuno ha mai visto, e che il Figlio ha rivelato (Gv 1,18), proprio attraverso la croce (27,54). v. 4 vedendo i loro pensieri. Il Signore vede e scruta i pensieri dei cuori (Sal 139,1ss). perch pensate cose cattive nei vostri cuori? Il cuore cattivo d frutti cattivi. La cattiveria suprema non riconoscere Dio come amore che giustifica, assolve e perdona, confondendolo con la legge che giudica, condanna e punisce. andare contro lessenza di Dio, la cui santit la misericordia ( 5,45; cf Lc 6,36). v. 5 cosa pi facile dire, ecc. Per noi impossibile sia far camminare il paralitico che perdonare. Per Ges il primo miracolo, esterno, segno del secondo, interno. v. 6 perch sappiate. Il motivo del miracolo render noto il potere di Ges e di Dio, che lo stesso. Solo qui Ges dice il perch dei suoi miracoli. il Figlio delluomo . Cos Ges chiamava se stesso. unindicazione vaga, che dice secondo che uno in grado di comprendere del suo mistero. Pu semplicemente significare uomo, ma anche Dio. Il Figlio delluomo in Daniele porta il giudizio di Dio (Dn 7,14): ha ogni potere in cielo e in terra (28,18). ha potere. Potere attributo di Dio, al quale nulla pu opporsi: lonnipotente. sulla terra. Ges, il Figlio delluomo, porta sulla terra il potere stesso di Dio in cielo: esegue nel tempo il suo giudizio eterno. rimettere i peccati. Dio non ha altro potere che quello di perdonare, che il suo dovere nei nostri confronti - dovere che lo porter alla croce. Dio dono e per-dono. La legge, che pure dono suo, indica il cammino della vita. Ma se sbagliamo, per ignoranza o cattiveria, lui illumina la nostra ignoranza e vince la nostra cattiveria con il per-dono. Questo ci svela la sua essenza nascosta: amore assoluto, che assolve da ogni male. Il potere, lonore e la gloria di Dio si
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rivelano sulla croce, dove lui, nel perdonare, mostra lonnipotenza del suo amore. sorgi! Il perdono un sorgere, un passare dalla morte alla vita. il risveglio che fa passare dalla notte al giorno definitivo. leva il tuo letto . Ci che prima lo portava da malato, ora lui stesso lo porta da sano. Chi perdonato, ama; e cos osserva tutta la legge (7,12). va a casa tua . Finalmente luomo pu giungere a casa: quella del Figlio, la stessa del Padre. Il perdono sblocca la sua paralisi: non guarda pi il suo peccato che, come la Gorgone, lo lascia di pietra. Guarda invece, proprio in esso, lamore infinito del Signore per lui. L sta di casa. Nel brano successivo vedremo Matteo: anche lui, come il paralitico, il peccatore perdonato che va a casa sua, dove pu finalmente mangiare col Signore (vv. 9-13). v. 7 sorto, and a casa sua . Il suo risveglio risurrezione, cammino verso casa, sotto il segno del perdono. v. 8 le folle temettero. il timore sacro del divino. glorificarono. Il timore sfocia in glorificazione: riconosce nel perdono la Gloria, il volto di Dio. Dio che aveva dato tale potere agli uomini. Il Figlio delluomo venuto per dare agli uomini il potere di Dio: nel perdono vicendevole tra i fratelli, circola sulla terra la gloria del Padre celeste (Mt 18,21-35). La comunit cristiana, e ciascuno di noi, ha il potere divino di perdonare come siamo perdonati, di amare come siamo amati. La storia cessa di essere alienazione e fuga; diventa riconciliazione e cammino verso la Gloria.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges circondato dalle folle, con il paralitico davanti c. chiedo ci che voglio: conoscere il Figlio delluomo e il suo potere di perdonare
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d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: gli portavano un paralitico giaceva a letto coraggio ti sono rimessi i tuoi peccati costui bestemmia perch sappiate che il Figlio delluomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati leva il tuo letto va a casa tua glorificarono Dio che aveva dato tale potere agli uomini. 4. Testi utili: Sal 103; 130; Is 54,1 ss; Ger 31,31-34; Lc 15,1ss; Mt 18,21-35; 2 Cor 5,14-6,2.

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31. NON SONO VENUTO A CHIAMARE I GIUSTI, MA I PECCATORI 9,9-13 9,9 E, andando via di l, Ges vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli dice: Segui me! E, levatosi, lo segu. E avvenne, mentre lui stava sdraiato a mensa nella casa, ecco che molti pubblicani e peccatori, venuti, stavano sdraiati con Ges e i suoi discepoli. E, vedendo, i farisei dicevano ai suoi discepoli: Perch il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori? Ora egli, udito, disse: Non hanno bisogno del medico i sani, ma quelli che stanno male. Andate a imparare cosa significa: Misericordia voglio e non sacrificio. Infatti non venni a chiamare i giusti, ma i peccatori!

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1. Messaggio nel contesto Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori! Il paralitico che cammina segno del grande miracolo: il peccatore chiamato a seguire Ges. Rimesso in piedi dal perdono, pu entrare in casa sua e accogliere chi lo ha accolto, insieme a tanti fratelli, come lui bisognosi di perdono e accoglienza. Continua il tema iniziato nel brano precedente: la legge denuncia il peccato e punisce il peccatore, mentre il Signore rimette il peccato e accoglie il peccatore. Dio non legge, ma amore; non sanzione e punizione, ma perdono e medicina. La nostra miseria il nostro titolo ad accogliere lui, misericordia senza limiti. Il peccato non esclude dal regno. Rappresenta anzi un privilegio in due sensi: Dio ama di pi il peccatore, perch ha pi bisogno, e anche il peccatore

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lo amer di pi, perch ha ricevuto maggiore amore (Lc 7,36-50). Il malato, pi grave, pi ha diritto del medico e maggiori sono i doveri di questi nei suoi confronti. Cos il peccatore, pi lontano, pi ha diritto di misericordia e maggiori sono i doveri di Dio nei suoi confronti. Inoltre il suo peccato non gli impedisce lesperienza di Dio: anzi, proprio in esso lo chiama per il suo vero nome, che Ges, Dio-salva (1,21; cf Lc 1,77). Il brano si articola in tre parti. Nel v. 9 Ges chiama il pubblicano, identificato con Matteo; nel v. 10 Ges, con i suoi discepoli, entra in casa sua e si fa commensale con lui e con altri suoi colleghi; nei vv. 11-13, allobiezione dei farisei contro i discepoli, Ges risponde dichiarando la sua missione di salvatore, che risponde al suo nome. In questo brano si presenta un problema costante nella Chiesa: i giusti, come il fratello maggiore di Lc 15, stentano ad accettare i peccatori. Lo fanno con fatica, e solo se questi si convertono e si sforzano di diventare bravi. Ges invece accetta quelli non ancora convertiti. Non perdona il peccatore perch si converte; lo perdona prima, perch possa convertirsi. Difficile per il Signore non convertire quelli di Ninive alla penitenza, ma Giona, il giusto, al perdono. Dio amore e grazia. Il peccatore facilmente lo riconosce, perch ne ha bisogno. Il giusto invece gli resiste con tutte le forze. Deve prima accettare il peccatore come suo fratello, suo gemello, anzi come se stesso, addirittura come il suo Signore che si fatto maledizione e peccato per lui (Gal 3,13; 2 Cor 5,21); solo allora conosce Dio e si converte alla giustizia superiore (5,20), quella del Dio misericordioso, di grande amore, clemente, longanime, che si lascia impietosire (Gn 4,2). Se esclude dal suo banchetto il peccatore, esclude il Signore stesso, che banchetta con i peccatori. Il nostro unico titolo di merito nei confronti del Dio-che-salva la nostra perdizione. Ges chiama tutti, ed commensale con i peccatori non solo convertiti, come
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Matteo, ma anche con gli altri. Anche Matteo non fu chiamato perch convertito, ma si convert perch chiamato. Lui nostro medico proprio con il suo essere con noi peccatori: la sua vicinanza la medicina. La Chiesa non fatta di giusti, ma di peccatori perdonati, sempre bisognosi di ricevere e dare perdono. I cristiani non vivono della propria giustizia, ma della sua grazia: graziati dal Signore, usano grazia gli uni verso gli altri (Ef 4,32).

2. Lettura del testo 9,9 Andando via di l. Ges aveva guarito il paralitico facendolo camminare verso casa sua. Ora chiama il peccatore a seguirlo, a essere con lui e come lui. vide. Il suo occhio, come raggio che fende le tenebre, si volge al peccatore, avvolto nellombra di morte. Nello splendido quadro del Caravaggio lo sguardo di Ges, come fascio di luce, alza di sorpresa Matteo, sollevandolo dal tavolo dove sta contando i soldi. un uomo seduto al banco delle imposte . Nel brano precedente cera il paralitico nel suo letto, ora un uomo seduto al suo banco a contare soldi paralisi pi grave e pi diffusa! un esattore di tasse. Persona doppiamente detestabile: riscuote le tasse - nessuno le paga volentieri! -, e lo fa a favore delloccupante pagano. Gli esattori, alleati degli oppressori, erano immondi, peccatori della razza pi detestabile. chiamato Matteo. Marco e Luca lo chiamano Levi (Mc 2,13s; Lc 5,27s), identificato dalla tradizione con lautore del nostro vangelo. gli dice. Parola e sguardo - intelligenza e amore - sono il principio della creazione: Disse, e vide che era buono (Gen 1,3.12.18.21.31). Ora sguardo e parola - amore e intelligenza - sono il principio della ricreazione. segui me! Seguire lui il senso della vita nuova: significa essere figlio. il dono che Ges fa ad ogni fratello. levatosi. Se avesse guardato se stesso e non Ges, Matteo non si sarebbe
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alzato. Avrebbe detto: non sono degno di seguirlo! Levarsi una delle due parole che indicano la risurrezione: levarsi o alzarsi, risvegliarsi o sorgere. Rispondere alla sua chiamata passare dalla morte alla vita, miracolo definitivo che restituisce luomo alla sua dignit di figlio. lo segu. Allistante lascia tutto e cammina dietro di lui. Lo segue invitandolo in casa sua, come dicono chiaramente Marco e Luca (Mc 2,15; Lc 5,29). Come il paralitico guarito, va a casa sua; e qui accoglie il Signore che lo ha accolto. v. 10 a mensa nella casa. La casa il luogo dove la famiglia mangia e vive insieme. molti pubblicani e peccatori, venuti, stavano a mensa con Ges . Ges

considera suoi fratelli sia Pietro e Andrea che Giacomo e Giovanni, sia Matteo il peccatore appena convertito che gli altri peccatori. La Chiesa non fatta di puri, ma di peccatori accolti che accolgono, di perdonati che perdonano. Come il Signore si fatto loro fratello, cos a loro volta si fanno fratelli degli altri peccatori, trasmettendo il perdono del Padre. La Chiesa necessariamente cattolica (= universale), perch tutti sono figli di Dio, cominciando dagli ultimi. Ges ha offerto personalmente la prima eucaristia a Giuda che lo tradisce, a Pietro che lo rinnega, agli altri che lo abbandonano. Per parteciparvi degnamente non ci chiesto di essere giusti, ma di riconoscere i nostri peccati. Cos diciamo allinizio della messa. E ci accostiamo alla comunione dicendo: Signore, non sono degno! Se fossi degno, non andrei a ricevere il suo dono, ma il salario della mia fatica. v. 11 i farisei dicevano ai suoi discepoli. Nella casa, a mensa (nella chiesa alleucaristia), oltre i discepoli e i peccatori, ci sono anche i farisei e i giusti, che fanno le loro obiezioni e i loro distinguo: come trattare i peccatori? Se fanno debita ammenda, come Matteo, va bene! Ma se continuano come prima, sono da levare di mezzo a noi! Non dice la Scrittura di non stare in compagnia degli empi (cf Sal 1,1) e di eliminare ogni mattina tutti gli empi del paese (cf
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Sal 101,8)? La commensalit con gli empi fa sempre problema. Ges invece sta con noi, senza vergognarsi di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Egli odia il peccato e ama teneramente il peccatore, perch sta male, anche e soprattutto se non lo sa. Noi al contrario siamo duri coi peccatori perch teneri con il male, che riteniamo bene. Detestiamo chi affama, perch amiamo il cibo e riteniamo male essere affamati. Ma proprio questo pensa chi affama, e per questo affama! (Dovremmo pregare pi per gli infelici affamatori che per gli affamati, che Ges chiama beati). La misericordia con i peccatori proporzionale alla conoscenza del peccato come tale e alla libert da esso. Finch sono duro con i peccatori, sono ancora connivente col peccato. Matteo, sapendo di essere peccatore perdonato, accoglie tutti in casa sua, perch i suoi fratelli sperimentino la stessa accoglienza del Padre che lui ha ricevuto dal Figlio. Appena il mio peccato non mi sta dinanzi (Sal 51,5), invece di ringraziare Dio, mi chiedo: perch ci sono i peccatori nella Chiesa? perch il peccato ancora tra noi e in noi? non contro la volont di Dio? non bisogna strappare le zizzanie (13,24-30) ? v. 12 egli, udito, disse . La domanda fatta sempre dal fratello maggiore, che in ciascuno di noi; la risposta viene da Ges, con ci che lui ha fatto e detto (At 1,1). Per risolvere i problemi allinterno della Chiesa, il criterio lasciare la risposta a lui, chiedendosi come ha agito in una circostanza analoga. non hanno bisogno del medico i sani, ma quelli che stanno male. Il medico Dio, che cura le ferite del suo popolo (Sal 147,3; Is 61,1). Uno ha il raffreddore, un altro la polmonite doppia con complicazioni cardiache: da chi va il medico? Ges il medico, e privilegia chi sta peggio. Misura alla grazia di Dio non la bont, ma la cattiveria nostra. Il suo amore gratuito per noi lunica cura e per lui lunica rivelazione adeguata.
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Il male non la sconfitta del bene, ma, paradossalmente, luogo di un bene maggiore. Perfetto come il Padre non chi sbaglia di meno, ma chi ama di pi. E certamente ama di pi colui al quale stato perdonato di pi (Lc 7,41.43). v. 13 andate a imparare. I farisei sono rimandati alla Scrittura, che contiene non solo la legge, ma anche lannuncio del perdono. misericordia voglio e non sacrificio (12,7 = Os 6,6). In Os 6,6 Dio chiede il ritorno a colui che grazia e fascia le ferite, e rid vita al terzo giorno! Bisogna conoscere questo Signore. Non i sacrifici e le espiazioni, ma la scoperta del suo amore ci guarisce. La giustizia di Dio non esige il nostro sacrificio: misericordia, che porter lui a sacrificarsi sulla croce. Alla religione della legge e del sacrificio subentra quella della libert e dellamore, che viene dalla conoscenza di questo Dio. Finisce la religiosit come sacrificio delluomo a Dio, e inizia la risposta damore al suo amore. non venni a chiamare i giusti . La missione di Ges non verso i giusti. Nessun giusto salvato, perch nessuno giusto (Sal 12,2; Rm 3,23) - tranne lui, che si perde per tutti gli ingiusti. ma i peccatori. Ges il Figlio mandato a tutti i fratelli perduti: mangia, vive e cammina con loro.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come il solito b. mi raccolgo immaginandomi a mensa in casa di Matteo c. chiedo ci che voglio: convertimi, o Signore, e sar convertito (Ger 31,18) d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: andando via da l Ges vide un uomo seduto al banco delle imposte gli dice: segui me! levatosi lo segu Ges a mensa in casa di Matteo
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molti pubblicani e peccatori giacevano a mensa con Ges perch il Maestro mangia coi peccatori? lobiezione dei farisei ai discepoli trova risposta direttamente in Ges non hanno bisogno del medico i sani ma i malati misericordia voglio e non sacrificio non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. 4. Testi utili: Sal 12; 50; 51; Os 6,3-6; Giona; Lc 7,36-51; 15,1ss; Rm 3,20.23; 5,12-21; 6,5-11; 7,14-25; 8,31-39.

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32. LO SPOSO CON LORO 9,14-17 9,14 Allora gli si avvicinano i discepoli di Giovanni, dicendo: Perch noi e i farisei digiuniamo (molto), mentre i tuoi discepoli non digiunano? E disse loro Ges: Possono i figli delle nozze fare lutto quando lo sposo con loro? Ma verranno i giorni quando sar loro tolto lo sposo, e allora digiuneranno. Ora nessuno mette una toppa grezza sopra un vestito vecchio, perch il suo rattoppo strappa il vestito e lo squarcio peggiore. N mettono vino giovane in otri vecchi, se no si rompono gli otri, e il vino si riversa fuori e gli otri vanno perduti; ma mettono vino giovane in otri nuovi, e ambedue si conservano.

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1. Messaggio nel contesto Lo sposo con loro , risponde Ges: per questo i suoi discepoli non digiunano. Nella sua carne indissolubilmente unita divinit e umanit, si celebrano le nozze tra luomo e Dio. In casa di Matteo il peccatore, oltre i discepoli e altri peccatori, ci sono anche i farisei (cf brano precedente) e i discepoli di Giovanni: tutti sono presenti alle nozze dellAgnello, che porta su di s il peccato del mondo (Gv 1,29). Nessuno escluso dalla festa, perch egli il principio e il fine della creazione: per lui e in vista di lui tutto stato fatto e tutto sussiste in lui (Col 1,16s), vita di quanto esiste (Gv 1,3b-4). Il Signore che mangia con tutti, peccatori convinti o meno, il riposo di Dio nella sua creazione e della creazione nel suo Dio. Nascono i cieli nuovi e la terra nuova, dove ha stabile dimora la giustizia di Dio (2Pt
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3,13). Il racconto usa parole primordiali, di immediata comprensione, quali il cibo e il digiuno, lamore e il vestito, il vino e gli otri. Con Ges finito il digiuno, e inizia il banchetto nuziale (vv. 14-15a), anche se la sua morte comporter un digiuno attraverso cui passare per giungere alla meta ( v. 15b). La vita nuova che lui porta non un aggiustamento di quella vecchia ( v. 16); c finalmente qualcosa di nuovo sotto il sole (Qo 1,9): il vino nuovo ( v. 17), lo Spirito nuovo promesso dai profeti (Ez 36,26), effuso nei nostri cuori (Rm 5,5), che esige e dona un cuore nuovo. Le metafore illustrano, con semplicit divina, la bellezza della vita nuova e la sua inconciliabilit con quella vecchia. In casa di Matteo, noi peccatori siamo chiamati al banchetto di nozze. Su quanti siedono alla mensa del Figlio, si riversa ogni dono di Dio. Luomo conosce digiuno, solitudine, nudit, sopore e ovviet di morte, perch fame di amore, vestito, ebbrezza, novit e vita. La venuta del Signore sazia questa fame, antica come luomo stesso. Ges il cibo, lo sposo, il vestito nuovo, il vino migliore riservato alla fine. In lui ci donato tutto ci che Dio . La Chiesa non digiuna: fatta di peccatori, fa eucaristia per il dono del perdono di cui perennemente vive e gioisce.

2. Lettura del testo 9,14 Allora gli si avvicinano i discepoli di Giovanni. Giovanni proclama la conversione e annuncia colui che viene dopo. noi e i farisei digiuniamo. I suoi discepoli digiunano: per loro la vita attesa del futuro. Anche i farisei, fedeli alla tradizione, digiunano: per loro la vita sta nellosservanza del passato. Per le persone religiose il presente sempre digiuno: la vita nel futuro o nel passato, desiderio di ci che sar o nostalgia di ci che stato!
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i tuoi discepoli non digiunano . Dio non uno che era o sar: egli . Per questo i discepoli di Ges non digiunano: vivono la gioia dellincontro con lui. v. 15 possono i figli delle nozze. Lespressione ebraica figli delle nozze indica gli invitati. Con Ges partecipiamo al banchetto del Messia, pienezza di vita (cf Is 25,6-12; 55,1ss; Pr 9,1-6; Sir 24,18-20). fare lutto. Il lutto segno di morte, di cui il digiuno fa parte essenziale: mangiare vivere, digiunare morire. Il banchetto che il Signore ci offre elimina la morte per sempre e asciuga le lacrime su ogni volto (Is 25,8; Ap 7,17). lo sposo con loro. Ecco il nostro Dio (Is 25,9): lui lo sposo, lEmmanuele, che sempre con noi (1,23; 28,20). Il rapporto sposo/sposa, alterit che si dona e si unisce in amore e giubilo, intensit e tenerezza, fedelt e fecondit, la realt pi indicata per alludere al rapporto Dio/uomo (cf Is 61,10s; 62,1-5; Gen 1,27; Os 2,16-25; Cantico dei Cantici; Ap 21-22). In Ges uomo e Dio sono una carne sola: luno laltra parte dellaltro, e nessuno potr pi separare ci che fu unito. Siamo abituati a considerare Dio come madre e padre, che rappresentano quellamore necessario di cui uno ha bisogno per nascere e per crescere. Ma lui anche lo sposo, amore libero e corrisposto che ci rende simili a lui, suoi partners. La vita del cristiano non semplicemente mangiare, ma celebrare il banchetto nuziale: vivere nella pienezza di quellamore che Dio stesso, suo sposo. Il principio dei segni di Ges dare lebbrezza del vino allacqua incolore e insapore della legge, che comanda ma non d lamore (cf Gv 2,1ss). Se Giovanni non mangia e non beve, Ges fu chiamato mangione e beone

(11,18s). Matteo sottolinea anche altrove laspetto nuziale del regno (22,1-14; 25,1-13). quando sar tolto loro lo sposo, allora digiuneranno . Lo sposo sar tolto
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quando sar elevato sulla croce e levato in cielo. La vita cristiana conosce una pienezza che per non ancora compiuta. Le nozze gi ci sono state: lunione con Dio, gi perfetta in Ges, lanticipo di ci che sar per ciascuno di noi alla fine. Ora c unassenza per giungere alla presenza, un digiuno non ancora sazio, un venerd santo che introduce alla pasqua. Il suo essere-con-noi, per il momento, resta sotto il segno della croce: la sua presenza nei piccoli - negli affamati, assetati, forestieri, nudi, ammalati, carcerati, in tutte quelle situazioni di digiuno che la nostra storia conoscer sino alla fine (25,35ss). L lui presente al nostro amore. Il nostro digiuno si sazia, per ora, incontrando lo sposo nella sua presenza crocifissa, con la quale -con-noi sino al compimento dei tempi (28,10), quando entreremo con lui nelle nozze (25,20), prendendo parte alla sua gioia (25,21.23). In questo detto si allude al digiuno del venerd santo in ricordo della croce. Ma si allude soprattutto al digiuno che lui desidera da noi: dividere il pane con laffamato, introdurre in casa il senza tetto, vestire il nudo, sciogliere le catene, spezzare ogni giogo (Is 58,6s). Cos incontriamo lo sposo, che si fatto lultimo di tutti (25,40). v. 16 nessuno mette una toppa grezza su un vestito vecchio . Se il banchetto richiama le nozze, queste richiamano il vestito nuziale (cf 22,11-13). Il vestito la visibilit della persona, che insieme la vela e rivela - come un corpo che liberamente ciascuno si sceglie. Il mondo vestito di Dio (Sal 104,1s): rende visibile allesterno la sua gloria nascosta. Ma col peccato si logorato: invecchiato. Dio lo muta, ed mutato (Sal 102,27). Non si taglia un panno nuovo per aggiustarne uno vecchio: la novit dellamore non un semplice restauro delluomo vecchio, ma tutto un nuovo modo di vivere e agire. perch il suo rattoppo strappa il vestito. Un rattoppo (in greco plroma = pienezza!) nuovo non ci sta su un tessuto vecchio. Essendo pi resistente, lo strappa e ne aumenta lo squarcio. Per questo il nuovo non compatibile col
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vecchio. Non si pu mischiare luce e tenebra, vita e morte, amore ed egoismo. Anche se il nuovo in noi convive sempre ancora con il vecchio, tuttavia ne la morte. Al banchetto nuziale entreremo solo con labito nuovo (22,11s): la grazia di Dio, concessa a tutti, buoni e cattivi, giusti e peccatori, che progressivamente ci riveste giorno dopo giorno. Se il vestito luomo nella sua relazione con laltro, questo vestito nuovo la relazione filiale e fraterna propria di chi si rivestito di Cristo, nella novit di vita (Rm 13,14). v. 17 n mettono vino giovane. Il vino giovane la benedizione della terra promessa, il coronamento del suo frutto. Rispetto al cibo rappresenta il lusso, il di pi necessario per essere felici. Luomo non fatto solo per mangiare come lanimale. fatto per amare: solo questo lusso gli d gioia. Il vino simbolo del sangue, della vita, dello Spirito. Ges ha bevuto il vino acido della nostra morte (27,48), per darci alla fine il vino migliore (Gv 2,10): beve il nostro calice di morte (26,42), perch noi beviamo il suo calice di vita (26,27). Non ubriacatevi di vino, ma siate ricolmi dello Spirito (Ef 5,18). Questo amore, sobria ebbrezza dello Spirito, lalleanza nuova ed eterna tra noi e lo sposo (cf Ger 31,31). in otri vecchi. Lotre un sacco di pelle per custodire bevande. Lotre vecchio non pu contenere il vino nuovo: il cuore di pietra non pu contenere lo Spirito damore. si rompono gli otri. Lo Spirito nuovo rompe lotre vecchio: luomo vecchio, il cuore di pietra, perduto e morto per sempre, e lo Spirito si effonde, come il profumo dal vaso rotto (Mc 14,3). mettono vino giovane in otri nuovi . I discepoli di Ges sono otri nuovi, e vivono nella gioia perch hanno questo vino nuovo: una gioia che nessun digiuno pu oscurare e nessuna potenza rapire (Gv 16,23), perch nulla ormai li pu separare dallamore che Dio ha per loro in Cristo (Rm 8,38s). Lo Spirito
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fa luomo nuovo: luomo interiore si rinnova di giorno in giorno proprio con la rottura delluomo esteriore, dellotre vecchio (cf 2Cor 4,16). ambedue si conservano . Lo Spirito vivifica luomo nuovo e luomo nuovo tempio dello Spirito: noi glorifichiamo Dio nel nostro corpo (2Cor 6,19.20; cf Rm 12,1)

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il banchetto in casa di Matteo c. chiedo ci che voglio: dammi Signore, la sorgente dacqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14) d. traendone frutto, medito sul testo da notare: i discepoli di Giovanni digiunano i farisei digiunano i discepoli di Ges non digiunano lo sposo con loro quando sar tolto lo sposo toppa grezza e vestito vecchio vino giovane e otri vecchi vino giovane e otri nuovi. 4. Testi utili: banchetto: Is 25; 55; Pr 9,1-6; nozze: Cantico dei Cantici; Is 61,10-62,5; Os 2,16-25; Ap 21-22; digiuno: Is 58,1ss; veste: Ef 4,20-5,20; vino: Gv 2,1-12; Ez 36,24-37,14.

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33. LA TUA FEDE TI HA SALVATA 9,18-26 9,18 Mentre diceva loro queste cose, ecco venire uno dei capi, che lo adorava dicendo: Mia figlia appena morta; ma vieni, imponi la mano su di lei, e vivr. E, risvegliato, Ges lo seguiva con i suoi discepoli. Ed ecco una donna, che perdeva sangue da dodici anni, venuta dietro, tocc il lembo del suo mantello. Infatti diceva tra s: Se solo toccher il suo mantello, sar salvata. Ora Ges, voltatosi e vistala, disse: Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata. E fu salvata la donna da quellistante. E giunto Ges nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in turbamento, diceva: Ritiratevi, poich non morta la fanciulla, ma dorme. E lo deridevano. Quando fu scacciata la folla, entrato, la prese per mano; e fu risvegliata la fanciulla. E usc questa fama in tutta quella terra.

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1. Messaggio nel contesto


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La tua fede ti ha salvata, dice Ges alla donna che lo tocca e guarisce. Subito dopo, lui stesso tocca la fanciulla e la risuscita. Sono due miracoli a sandwich, da leggere insieme, come due aspetti di ununica realt. Il racconto della donna, posto nel mezzo, dice che cos la fede: toccare Ges; il racconto della fanciulla morta e risorta, posto allinizio e alla fine, dice cosa d la fede: fa passare dalla morte alla vita. Toccare, forma prima e ultima del conoscere, andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e scambio con laltro. La fede toccare il Signore della vita, che a sua volta ci tocca - e il suo tocco il dono stesso della vita. Non si evita la morte - siamo mortali! - , ma, proprio in essa, si presi per mano da colui che ci risveglia: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivr (Gv 11,25). Infatti chiunque vive e crede in me, non morir in eterno (Gv 11,26). La salvezza del Cristo risorto gi presente nella comunit come vita affrancata dalla paura della morte e libera dallegoismo. Come le due donne, ciascuno di noi chiamato a sperimentare il tocco di Ges. Questo tocco lo Spirito Santo, dito di Dio, che scrive nel nostro

cuore il suo nome e lo ferisce col suo amore: la fede che ci fa amare come siamo amati, ci fa vivere in comunione con lui, sia che vegliamo sia che moriamo (1Ts 5,10). La salvezza dalla morte il problema delluomo. Ogni suo sapere e agire altro non che un vano tentativo di sconfiggere la sovrana incontrastata di tutto e di tutti. Il Signore, che con noi sulla barca ha dormito e si svegliato, placa il mare e la nostra paura di andare a fondo. Ora, con lui risorto, sciolti dallo spirito del male, dalle nostre paralisi e peccati, siamo chiamati a mangiare con lui, lo sposo; anzi, a toccarlo e a vivere del suo tocco. Cos, con-morti, con-sepolti e con-risorti con lui, possiamo gi ora vivere la stessa vita nuova di colui che morto, sepolto e risorto per noi (cf Rm 6,1-11; Col 2,12-15). Toccando lui che
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prende la nostra mano, usciamo dal lutto del digiuno ed entriamo nel banchetto delle nozze. Matteo, come al solito pi sobrio di dettagli rispetto agli altri sinottici, rileva con essenzialit i temi connessi del morire, del toccare (fede), del salvare e del risorgere. Ges libera quelli che abitano nelle tenebre e nellombra di morte (4,16; Is 9,1ss). il Messia, che porta il regno di Dio: i morti risorgono. La Chiesa raffigurata dalle due donne, figlie di Sion, delle quali una tocca il Signore e laltra presa per mano da lui.

2. Lettura del testo 9,18 Mentre diceva loro queste cose . Ges sta parlando delle nozze, del vestito nuovo, del vino giovane, in casa di Matteo il peccatore. Ci che lui dona non un semplice palliativo ai nostri mali, quasi una pezza su vecchi strappi; invece lo Spirito e lamore stesso di Dio che fa nuove tutte le cose. ecco venire uno dei capi. Giairo, capo delle sinagoga di Cafarnao. La cura di Ges rivolta alle pecore perdute dIsraele (15,24; cf 10,6). La Chiesa di Matteo costituita da loro - che poi, dopo la risurrezione, saranno inviati a tutte le genti (28,19). lo adorava. Adorare Ges il fine del vangelo di Matteo: i Magi lo fanno fin dallinizio (2,2.11), e i discepoli lo faranno alla fine (28,17). mia figlia appena morta. La figlia indica il futuro, la capacit di trasmettere vita. La giovane figlia del capo della sinagoga, come quella di chiunque altro, da sempre appena morta: luomo non genera che vita per la morte. Ogni nascita non fa che accrescere il numero dei mortali. vieni, imponi la tua mano su di lei e vivr. Questa la fede del capo della sinagoga, la fede dIsraele: che il Signore venga e ci doni la vita. La morte il limite irrimediabile di ogni esistenza, a meno che in esso ci tocchi il Signore stesso della vita.
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v. 19 risvegliato. Ges gi risorto. Ma prima di risvegliarsi, anche lui ha dormito il nostro sonno. lo seguiva. Il Signore, anche da risorto, ci segue fin dentro la nostra morte. con i suoi discepoli. Con lui sono quelli che gi hanno ascoltato la Parola, che fa passare dalla morte alla vita. v. 20 ecco una donna che perdeva sangue da dodici anni . Il sangue la vita. Questa donna immagine di tutti i nati da donna: la nostra esistenza da dodici anni - da sempre - altro non che perdere vita. venuta dietro. Il flusso di sangue ci rende immondi, incapaci di stare di fronte al Signore. Ma proprio per questo siamo ancor pi bisognosi di lui, come il malato del medico. Ci che ci manca per guarire proprio lui, fonte della vita. tocc il lembo del suo mantello . La fede toccare il Signore. A questo ci autorizza il nostro male. Ma lo tocchiamo come di spalle e mediante lorlo della sua veste. La veste del Signore la sua umanit, della quale si rivestito; lorlo della sua veste la Parola, attraverso la quale noi, ancora oggi, tocchiamo il Verbo che si fatto carne ed diventato parola per raggiungere ogni carne. Nella sua umanit abita tutta la pienezza della divinit (Col 1,19), e la sua parola viva ed efficace (Eb 4,12), capace di compiere ci per cui fu inviata (Is 55,11). Dio, come ogni persona, lo tocchiamo e ci tocca con la sua parola, che muove il cuore delluno verso laltro. v. 21 diceva infatti tra s. La fede una certezza interiore di toccare il Signore nella sua parola, che opera in chi laccoglie come parola di Dio (cf 1Ts 2,13). se solo toccher il suo mantello, sar salvata . Non dice: guarita, ma, salvata. La fede la certezza che la comunione con il Signore salva. v. 22 Ges, voltatosi e vistala, disse . Il Signore si volge a chi gli tocca, di spalle, lorlo del mantello: gli parla faccia a faccia, bocca a bocca. La sua parola gli mostra il Volto e gli tocca il cuore penetrandolo con il suo Spirito. coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata. Questo toccare la Parola, che si fa
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dialogo con il Signore, la fede che salva. La salvezza infatti il parlare ed entrare in comunione coraggio della vita. fu salva la donna da quellistante . La salvezza avviene nel dialogo stesso col Signore. La donna constata, come ciascuno di noi, che la sua parola vera: opera ci che promette. Ma solo in colui che crede. In colui che non crede, manca proprio ci che solo la Parola accolta pu dare. Lora della salvezza quella della fede. Il problema non che Dio salvi o che la sua parola sia efficace. Lui vuole tutti salvi e la Parola fa quello che dice. Ma nessun dono pu essere fatto a chi non lo accoglie. Solo nellistante in cui ci fidiamo di lui, siamo salvi. Perch la salvezza aver fiducia in lui. v. 23 giunto Ges nella casa del capo, ecc. Nella casa del capo della sinagoga regna la morte, c lamento e strepito. il lutto con cui chi ancora vivo esprime il dolore per la morte altrui, anticipo della propria. La morte dei genitori normale: la vita continua nei figli. Ma la morte della figlia rivela la tragicit dellesistenza: ci che dovrebbe continuare la vita, gi morto. v. 24 ritiratevi. La presenza di Ges scaccia il lutto e il turbamento. La morte sdrammatizzata: ha perso il suo pungiglione, il peccato (1Cor 15,56) - la mancanza di fede, che avvelena la vita. non morta la fanciulla, ma dorme. Il sonno riposo dalle fatiche per un risveglio nella nuova luce. La morte non pi senza ritorno. Al tocco del Signore un dormire e risvegliarci, con lui e come lui (8,24s). lo deridevano. Non il risus paschalis , ma derisione - maschera del ghigno beffardo della morte, che per noi lultima parola. Se la morte produce pianto, la risurrezione, ritenuta impossibile, produce irrisione (vedi At 17,32; 26,24). v. 25 quando fu scacciata la folla . Deve uscire la tristezza e lincredulit, perch entri il riso e la comunione di vita.
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con lui. Allora la paura della morte lascia il posto al

la prese per mano. Lo sposo prende per mano la sposa, unito con lei nella buona come lo fu nella cattiva sorte. La vita strappa alla morte la sua preda, e la veste di sacco mutata in abito di danza (cf Sal 30,12). La ragazza, morta perch senza la sua altra parte, ora risuscita perch la ritrova. v. 26 fu risvegliata la fanciulla . Il tocco dello sposo risveglia la fanciulla; un fremito di vita la sconvolge. Ormai con-sorte del suo Signore, unita a lui in un amore pi forte della morte (cf Ct 5,4; 8,6). usc questa fama . Si diffonde ovunque leco di questa parola. Da quella terra giunge fino a noi, perch in essa, - lembo del suo mantello - tocchiamo colui che con essa ci tocca e ci salva.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nel tragitto dalla casa di Matteo alla sinagoga c. chiedo ci che voglio: toccare lui, essere preso per mano da lui. Chiedo la fede nella sua parola d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: mia figlia morta vieni, imponi la mano su di lei e vivr risvegliato, Ges lo seguiva ecco una donna che perdeva sangue tocca di dietro il lembo del suo mantello diceva: se toccher, sar salva coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata ritiratevi: la fanciulla non morta, ma dorme la prese per mano fu risvegliata la fanciulla questa fama usc. 4. Testi utili: Sal 16; 23; 1Cor 15,1ss; Rm 6,1-11; Col 2,1-15; Mt 22,23-33; Gv 11,1-44.

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34. AVVENGA A VOI SECONDO LA VOSTRA FEDE 9,27-34 9,27 Andando Ges via di l, lo seguirono due ciechi, gridando e dicendo: Abbi piet di noi, figlio di Davide! Entrato nella casa, i ciechi gli si avvicinarono, e dice loro Ges: Credete che posso fare questo (per voi)? Gli dicono: S, Signore! Allora tocc i loro occhi, dicendo: Avvenga a voi secondo la vostra fede! E si aprirono i loro occhi. E Ges sbuff davanti a loro, dicendo: Guardate che nessuno lo sappia! Ora essi, usciti, diffusero la sua fama in tutta quella terra. Ora, usciti essi, ecco: gli condussero un uomo muto, indemoniato. E, scacciato il demonio, parl il muto. E si meravigliarono le folle, dicendo: Mai apparve cosa simile in Israele! Ma i farisei dicevano: Con il capo dei demoni scaccia i demoni!

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1. Messaggio nel contesto Avvenga a voi secondo la vostra fede, dice Ges ai due ciechi, guarendo subito dopo il muto. La fede vista, lincredulit cecit. In forza della fede, colui che, come Zaccaria, era rimasto muto a causa dellincredulit, pu parlare (cf Lc 1,20).

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I due miracoli, ultimi della serie dei dieci prodigi e punto di arrivo dellattivit di Ges, descrivono la fede come visione e parola. La vita nuova culmina nellilluminazione, che ci fa vedere la nostra realt e ci rende capaci di esprimerla. Vedere nascere, venire alla luce. La fede nella Parola ci fa nascere come figli, in grado di comunicare coi fratelli. Cos si compie la missione del Figlio, primo apostolo inviato ai fratelli. Quelli che a loro volta sono illuminati, la continuano nei confronti degli altri. Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminer (Ef 5,14). Tutte le religioni cercano lilluminazione. Questa non frutto di esercizi strani, ma di occhi nuovi; non consiste nel vedere cose nuove, ma nel vedere nuove tutte le cose, con gli occhi del Figlio. Chi ha il cuore del Figlio, ovunque vede lamore del Padre. Invece delle proiezioni delle proprie paure, scorge ovunque la bellezza del suo volto: si sveglia dallincubo della notte e viene alla luce. Finalmente libero dalla menzogna, conosce la verit ed in grado di parlare correttamente (Mc 7,35). Guarito dalla cecit e dallafasia, pu dire, con gioia sua e altrui, ci che ha udito, visto e toccato dal Verbo della vita (1Gv 1,2-4). I ciechi, illuminati dalla Parola, saranno a loro volta luce del mondo (5,14). Subito dopo, al c. 10, ci sar la missione dei Dodici, i primi che hanno avuto occhi nuovi e bocca nuova per proclamare le meraviglie di Dio (At 2,11). Il brano si articola in due parti: i vv. 27-31 raccontano la guarigione dei due ciechi, i vv. 32-34 quella del muto e il diffondersi della Parola, che porta allaccettazione o al rifiuto di Ges, allilluminazione o allaccecamento del cuore. Lui venuto per fare un giudizio: perch chi cieco veda, e chi crede di vedere diventi cieco (Gv 9,39). Ges, luce del mondo (Gv 8,12), Parola eterna del Padre, il Figlio, primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29) illuminati alla sua luce. La Chiesa, accesa dal fuoco che lui ha donato il giorno di Pentecoste, luce
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del mondo (5,14), e trasmette ai fratelli la Parola che guarisce e rigenera a vita filiale e fraterna. 2. Lettura del testo 9,27 Andando via Ges di l (cf v. 9). Ges ha appena risvegliato la fanciulla. Ora il vangelo mostra come la risurrezione sia la stessa fede, che fa passare dalla tenebra alla luce. lo seguirono. Anche noi, seppure ciechi come i discepoli e i peccatori, possiamo e dobbiamo seguire Ges. Chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avr la luce della vita (Gv 8,12b). Lilluminazione inizia col desiderio di seguirlo - tenue luce che brilla nella notte. Chi poi lo segue, giunge alla luce piena. due. La duplicazione dei miracoli tipica di Matteo. Uno il miracolato che racconta, laltro il lettore che si fa suo compagno nella stessa avventura. ciechi. Il cieco nelle tenebre: non ancora venuto alla luce. La prima illuminazione accorgersi di essere ciechi. Solo chi fatto per la luce sa di essere cieco. Un sasso non cieco! Sapere di essere ciechi significa capire di non essere fatti per le tenebre, come sapere di essere mortali capire di non essere fatti per la morte. La coscienza della cecit e della morte viene dalla nostra dignit: siamo figli, poema di Dio, creati nel Figlio, destinati a partecipare della sua luce e della sua vita (Ef 2,10). La luce il principio della creazione: energia e vita, intelligenza e amore, fa essere le cose quello che sono. La cecit si oppone alla vista come la tenebra alla luce, il non-senso al senso, la morte alla vita. La realt uguale sia per il vedente che per il non vedente. Ma diverso il loro modo di rapportarsi ad essa: uno ne fruisce e gode, laltro ci sbatte contro e si fa male. gridando e dicendo . Il grido, forma inarticolata di preghiera, esprime il disagio per il male come bisogno del bene. A questo punto del vangelo il grido sa ci che desidera e vuole: la luce della fede. La fede stessa il grande
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miracolo. abbi piet di noi. La fede chiedere a Dio di vedere lui come piet e amore per me, suo figlio nel Figlio. figlio di Davide. Titolo caro a Matteo in connessione coi miracoli (12,23; 15,22; 20,30.31; 21,9.15). In Ges si compie la promessa fatta a Davide: il Cristo (1,1). v. 28 entrato nella casa. Lilluminazione avviene nella casa, nella Chiesa. Infatti consiste nel vedere se stesso come figlio e lui come Padre - il che possibile solo nella fraternit. Chi ama il fratello figlio ed passato dalla morte alla vita (cf 1Gv 3,14). Lilluminazione cristiana per tutti, non per anime elette o menti esercitate. i ciechi gli si avvicinarono . Nella comunit dei fratelli ci si avvicina al Figlio e se ne ascolta la parola. credete che posso fare questo? Ges chiede se crediamo che lui pu darci la vista. La fede non un dono, ma il dono: ci mette in comunione con lui! Come ogni dono, pu essere data solo a chi la desidera e la chiede. Il ritenere che ce la possa dare e il chiederla, atto della nostra libert. Anche lateo pu e deve chiederla, con insistenza pari alla sua resistenza (cf Mc 9,24). s, Signore. Il loro s al dono della fede il semaforo verde alla sua potenza. In questo s Ges il Signore - leterno s per noi che attende il nostro s a lui per farci venire alla luce della sua luce. v. 29 tocc i loro occhi. Il suo tocco ci d occhi nuovi: i suoi stessi di Figlio. avvenga a voi secondo la vostra fede (8,13!). La fede compie il prodigio: ci fa vedere con gli occhi di Dio. v. 30 si aprirono i loro occhi. Adamo apr gli occhi sulla sua nudit, e si nascose alla luce. Ges ci apre gli occhi sulla nostra gloria di figli, e ci fa nascere come tali. nessuno lo sappia. Il prodigio della fede un mistero, noto solo a chi ha aperto gli occhi per vedere ci che occhio umano mai non vide (1Cor 2,9).
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Lilluminato potr raccontare la sua esperienza ad altri (vedi miracolo seguente); ma lilluminazione stessa rimane il segreto che conosce solo chi lo sperimenta. v. 31 diffusero la sua fama in tutta quella terra. La fama di Ges esce dalla casa e si diffonde per tutta la terra, conducendo a lui altri desiderosi di vedere la luce di cui hanno sentito parlare. v. 32 gli condussero un uomo muto, indemoniato. La fama sui ciechi guariti gli porta un muto. La parola ci che d senso alla realt: tutto senza di essa resta assurdo. Luomo riceve luce dalla parola, e diventa la parola che ascolta. Il muto luomo in cui si arresta il circuito della parola: per lo pi non la pu sentire, e, quandanche la sentisse, non la pu esprimere. Dopo lilluminazione della fede, luomo sa finalmente chi , e pu comunicare la sua realt. v. 33 scacciato il demonio . Il demonio, spirito di tenebra e morte, impedisce la parola di vita. Davanti a Ges se ne va come la notte davanti al giorno. parl il muto . Anche lui pu dire ci che ha udito e visto e toccato dal Verbo della vita (1Gv 1,1). Nel discorso sulla missione, che immediatamente segue, questa parola si diffonder tra tutto il popolo. mai apparve cosa simile in Israele. la meraviglia davanti al compimento della promessa. v. 34 con il capo dei demoni scaccia i demoni. Davanti alla Parola - al muto che parla - c sempre la duplice reazione: la fede che si meraviglia e laccoglie, lincredulit che si indurisce e rifiuta, con ragionamenti tanto sottili quanto evidentemente contraddittori (cf 12,22-32!). La storia della salvezza uno scontro tra fede e incredulit, fra luce e tenebre. Queste non laccolgono, ma neanche la possono soffocare.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che esce dalla casa di Giairo e torna alla casa di Pietro
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c. chiedo ci che voglio: che io veda! chiedo il dono della Parola d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: lo seguirono due ciechi gridando e dicendo abbi piet di noi entrato nella casa, i ciechi gli si avvicinarono credete voi che posso fare questo? s, Signore! avvenga secondo la vostra fede! un uomo muto scacciato il demonio, parl il muto mai apparve cosa simile in Israele con il capo dei demoni scaccia i demoni.

fede nella sua

4. Testi utili: Sal 27; 34; Is 42, 7; 60,1 ss; Gv 8,12; 9,1ss; Ef 5,14.

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35. SUPPLICATE DUNQUE IL SIGNORE DELLA MESSE 9,35-38 9,35 E andava attorno Ges per tutte le citt e per tutti i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando il vangelo del regno e curando ogni malattia e ogni morbo. Vedendo le folle, ebbe compassione di loro, poich erano stanche e oppresse come pecore senza pastore. Allora dice ai suoi discepoli: La messe molta, ma gli operai pochi! Supplicate dunque il Signore della messe, perch getti fuori operai nella sua messe.

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1. Messaggio nel contesto Supplicate dunque il Signore della messe, perch getti fuori operai nella sua messe, dice Ges ai suoi discepoli prima di inviarli a continuare la sua stessa opera. Il discorso sulla missione introdotto allo stesso modo del discorso sul monte (9,35=4,23). La parola e lazione del Figlio diventano sorgente della parola e dellazione dei suoi fratelli: ci che lui ha detto e fatto, quanto i discepoli continueranno a dire e a fare. Unica la missione: quella del Padre che manda il Figlio ai fratelli, perch nella fraternit sua e tra di loro diventino figli. I discepoli, dopo di lui, sono chiamati a trasmetterla nello spazio e nel tempo. Come il Padre ha mandato me, cos anchio mando voi (Gv 20,21). La storia storia di missione: lunico amore, che la vita di tutto, spinge il Padre verso il Figlio e il Figlio verso il Padre. Ma il Figlio non pu amare il Padre, se non ama come lui i fratelli. Per questo va verso di loro, per ricondurli dallesilio alla casa paterna. Lapostolo, a sua volta, spinto dal medesimo

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amore (2Cor 5,14). Mediante la fraternit ognuno diventa figlio: amando i fratelli, ama il Padre, il cui amore amare il Figlio e in lui tutti i suoi figli. La missione ricostruisce lunione degli uomini nellunico Figlio del Padre. La Trinit, che in cielo, si realizza sulla terra nellamore reciproco, fino a quando Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora il Signore sar uno su tutta la terra (Zc 14,9), che finalmente diventer il riflesso della Gloria. Matteo riunisce nel discorso sulla missione anche quanto gli altri sinottici dicono sullidentit del discepolo e sulla sua vocazione. Vocazione e missione sono sempre congiunte: la mia vocazione di figlio si realizza nella missione verso i fratelli - il nome sempre relazione allaltro. Questi versetti allacciano la missione della Chiesa a quella di Ges, che si esplica nellannuncio del regno e nella cura delluomo ( v. 35), e ha nella compassione la sua sorgente ( v. 36). La messe matura: impellente che ci siano operai a raccoglierla, perch non vada rovinata ( v. 37). Bisogna pregare, entrare in comunione col Padre, per diventare figli ed essere inviati verso i fratelli (v. 38). Ges il primo apostolo, il Figlio inviato ai fratelli dalla compassione del Padre. La Chiesa apostolica non solo perch ha negli apostoli - e, attraverso di loro, in Ges, primo apostolo - la propria origine, ma anche perch fatta di figli che si sentono inviati ai fratelli. Come Paolo, ogni credente spinto verso i lontani dallo stesso amore di Cristo, che ha dato la vita per tutti (2Cor 5,14).

2. Lettura del testo 9,35 E andava attorno Ges. Ges itinerante. La sua natura di Figlio lo porta verso i fratelli. Lui stesso la via che va in cerca dei perduti per ricondurli alla verit e alla vita. Ges che cammina modello del discepolo, inviato da lui e come lui. Il suo andare non un divagare turistico, spirituale o meno. il
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pellegrinaggio verso la casa del Padre, che si realizza perdendosi in cerca di ogni fratello. Il suo modo di andare certamente come quello che prescrive ai Dodici: in gratuit e povert (cf 10,1-15). Prima di istruirli con le parole, li addestra con lesempio. per tutte le citt e i villaggi . In ogni luogo, grande o piccolo, ovunque c un uomo, c un fratello. Nessuno insignificante. insegnando nelle loro sinagoghe . Ges, come poi anche Paolo, inizia il suo apostolato nella sinagoga. Da l la Parola esce per le strade del mondo, fino agli estremi confini della terra. proclamando. C un bando, un proclama, un messaggio da rendere noto. il vangelo del regno . la buona notizia che giunto il regno del Padre, dove tutti siamo figli e ci amiamo come fratelli. quanto Ges ha proclamato sul monte (cc. 5-7). curando. quanto Ges ha fatto scendendo dal monte (cc. 8-9). La Parola sempre connessa con la terapia, che vuol dire: rispetto, venerazione, cura. Il vangelo una logoterapia: la Parola, ridandoci la dignit di figli, la cura prima dai nostri mali. ogni malattia e ogni morbo . Luomo ha molte malattie che lo fanno stare male, molti morbi, che lo rendono morbido, cascante, incapace di stare eretto. v. 36 vedendo le folle . Locchio del Signore il suo giudizio, molto diverso dal nostro. Lui, che ha il cuore buono, ha solo giudizi di salvezza. ebbe compassione. In greco c un verbo che deriva da splnchna, che significa viscere, utero. la qualit materna dellamore di Dio. Il nostro male muove le sue viscere, fino a com-patire, a patire-con noi il nostro stesso male. erano stanche e oppresse. In greco c lacerate e gettate a terra. Luomo, allontanatosi da Dio, lacerato, diviso da s e da tutti, e oppresso, schiacciato fino a terra, incapace di stare ritto.
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come pecore senza pastore . Il pastore conduce ai pascoli e alle sorgenti (Sal 23; Ez 34,1ss; Gv 10,1ss). Senza di lui la pecora muore. Nella Bibbia il gregge il popolo e il pastore Dio stesso, oltre che i capi del popolo come suoi rappresentanti. Ci che muove a compassione il Signore la constatazione della miseria di queste pecore, destinate al macello. v. 37 allora dice ai suoi discepoli . Ges rende partecipi della sua compassione quelli che mander in missione. la messe molta. Il male non il luogo della disperazione, bens della gioia del raccolto! Infatti proprio nella miseria si vive la misericordia - il grande dono di Dio che Dio stesso. Il giudizio finale visto come la mietitura (3,12; 13,30.39), che mette in salvo e la messe e il contadino stesso. Il giudizio di Dio salvezza nostra, ma anche sua, perch lui non pu accettare che i suoi figli si perdano. Esso si compie nella storia mediante la missione del Figlio e di coloro che la continuano. La missione insieme seminare e raccogliere. Chi semina si incontra con chi miete (Gv 4,35-38): infatti chi semina misericordia ottiene misericordia (5,7). Lumanit messe matura per il dono di Dio. Non si attendano tempi migliori: il peccato luogo di perdono, la perdizione di salvezza. Tutti gli uomini, da sempre, sono figli di Dio. Ma nessuno lo sa. Questo il momento che uno glielo mostri nella sua compassione di fratello. ma gli operai pochi. Ges il primo operaio, che opera verso i fratelli con la stessa misericordia del Padre. Attende collaboratori (1Cor 3,9). Dio si serve di noi per due motivi. Primo, perch, collaborando con lui, diventiamo come lui: facendoci fratelli, siamo salvi, perch diventiamo figli (per questo ognuno cristiano chiamato ad essere apostolo). Secondo, perch nella nostra fraternit gli altri accolgono lo Spirito del Padre, e possono a loro volta farsi suoi collaboratori nei confronti di altri, e cos di seguito fino a quando tutti gli uomini realizzeranno il loro nome di figli vivendo da fratelli. v. 38 supplicate dunque, ecc. Se la messe molta e gli operai pochi, Ges
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non conclude: Datevi quindi da fare!. Chiede invece che si supplichi il Padre, Signore della messe. Solo la comunione con lui e il dono del suo Spirito (Lc 11,9-13) ci fanno figli come il Figlio, liberi dalle nostre false sicurezze (Lc 9,5762), capaci di compiere la sua stessa missione.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che va attorno, in cerca delle pecore perdute c. chiedo ci che voglio: sentire la sua compassione e farmi suo compagno e collaboratore d. traendone frutto, medito sul testo da notare: Ges andava attorno per tutte la citt e i villaggi insegnando, proclamando il regno e curando ogni male ebbe compassione pecore senza pastore la messe molta, gli operai pochi supplicate.

4. Testi utili: Sal 23; 80; 100; Ez 19,2-6a; 34,1ss; Gv 10,1-18; Lc 9,57-62; 10,25-37; 11,9-13.

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36. CHIAMATI, LI INVI 10,1-15 10,1 Chiamati innanzi i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti immondi, per scacciarli e curare ogni malattia e ogni morbo. I nomi dei dodici apostoli sono questi: primo Simone, detto Pietro, e Andrea suo fratello, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda lIscariota, che poi lo trad. Questi dodici invi Ges, dopo averli ammoniti dicendo: Non andate verso i pagani e non entrate in citt di samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele. Camminando proclamate che il regno dei cieli giunto. Curate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate demoni. In dono prendeste, in dono date. Non procuratevi n oro, n argento, n rame nelle vostre cinture; n bisaccia da viaggio, n due tuniche, n sandali, n bastone, perch loperaio degno del suo cibo. In qualunque citt o villaggio entrate, fatevi indicare se c una persona degna, e l dimorate fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, salutatela. Se quella casa ne sar degna,
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la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne sar degna, la vostra pace torni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglier e non ascolter le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella citt, scuotete la polvere dai vostri piedi. Amen vi dico: pi accettabile sar per la terra di Sodoma e di Gomorra nel giorno del giudizio che per quella citt.

1. Messaggio nel contesto Chiamati, li invi. La vocazione e la missione dei Dodici sono messe di seguito. Le due stanno sempre insieme. La vocazione ad essere figli si realizza infatti nella missione verso i fratelli. Ges chiama a s operai, che continueranno a fare e a dire quanto lui, prima di loro, ha fatto e detto. Nasce la Chiesa, che ha nei Dodici la radice che li unisce alla terra promessa, a Cristo. Essa apostolica non solo perch fondata sugli apostoli, ma perch fatta di apostoli, di figli inviati ai fratelli. La missione corrisponde sempre al proprio nome, alla propria storia: Mos, salvato dalle acque, salver dalle acque i fratelli; Elia, il mio Dio HYWH testimonier a tutti che solo HYWH Dio; Ges, Dio salva, salver il popolo dai suoi peccati! Inoltre sia la vocazione che la missione sono comunitarie: i Dodici rappresentano le dodici trib dIsraele, sono nominati a coppie e saranno mandati a due a due (Mc 6,7). La comunit punto di partenza e darrivo della missione: realizza la filialit nella fraternit. Solo chi fratello figlio, e solo chi figlio si fa fratello. I Dodici, come sono i depositari del discorso sul monte - tranne Matteo il peccatore, che ha accolto Ges in casa sua -, sono i destinatari del discorso apostolico: sono inviati a portare alle dodici trib la Parola del Figlio, che poi sar offerta a tutte le genti.

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Nei vv. 1-4 c la vocazione dei Dodici e i loro nomi, nei vv. 5-15, le istruzioni che Ges d loro: rivolgersi alle pecore perdute dIsraele (vv. 5-6), annunciare il regno (v. 7), restituire luomo a se stesso (v. 8a) in gratuit e povert (vv. 8b-10); la loro accoglienza porta la pace messianica ( vv. 1113), il loro rifiuto il giudizio (vv. 14-15). Ges il primo apostolo. La Chiesa ha in lui le sue radici attraverso i primi gli apostoli, e fruttifica nellapostolato di figli inviati ai fratelli. Litineranza e la mobilit, lannuncio della Parola e il servizio ai poveri, la gratuit e la povert sono le sue caratteristiche, cos ben incarnate da Paolo lApostolo.

2. Lettura del testo 10,1 Chiamati innanzi. Luomo come chiamato. LAltro dice il mio nome, la mia identit. Il mio nome, detto da lui ancora prima che io nascessi, sono io: la mia stessa vocazione e missione (Is 49,1s). i suoi dodici discepoli . Gli apostoli sono discepoli che, in quanto discepoli che hanno imparato ( discere) a conoscere il Figlio, diventano apostoli, inviati ai fratelli, che a loro volta diventeranno discepoli (28,19) e quindi apostoli. Lessere discepolo si realizza pienamente nellessere apostolo, come lessere figlio nellessere fratello. Sono dodici come i patriarchi, come le trib di Israele, stanche e oppresse, alle quali sono inviati per rinnovare lalleanza. diede loro potere . il suo stesso potere, quello di vincere il male col bene. sugli spiriti immondi. Il male non fatale: sottoposto al Signore e ai suoi inviati. per scacciarli. Fine della missione liberare dallo spirito immondo e dare lo Spirito Santo. La missione essenzialmente un esorcismo: la parola e lamore vincono la menzogna e legoismo. curare ogni malattia e morbo. La guarigione esterna, provvisoria e parziale, segno di quella interna, definitiva e totale.
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vv. 2-4 i nomi dei dodici apostoli sono, ecc. La lista dei Dodici costituita da sei coppie di nomi. Due il principio della fraternit. Chi non ha fratelli, difficilmente capisce cosa significa essere figlio - tranne lUnigenito, che si fatto fratello di tutti! Conosciamo fin qui solo Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, e Matteo. Simone, chiamato Pietro, primo, non solo della lista, ma per il suo ruolo di pietra (16,18), che confermer nella fede i fratelli (Lc 22,32). Matteo il pubblicano, lesattore di tasse di Cafarnao, collaborazionista dei romani. Simone chiamato il cananeo, sinonimo di guerrigliero, che lotta per lindipendenza dai romani. Giuda chiamato Iscariota, che significa forse mentitore, oppure una traslitterazione di sicario - appartenente agli Zeloti pi spinti, che nei tumulti pugnalavano i nemici del popolo. Non sono n sapienti n perfetti, non appartengono n alla categoria degli scribi n a quella dei farisei, non sono dotti che conoscono la legge n pii che la osservano. Sono pescatori e peccatori, uomini qualunque come noi - non hanno studiato teologia n diritto canonico! Ci che li unisce la chiamata del Figlio ad essere figli con lui e fratelli tra di loro. Sono una squadra squisitamente divina; nessun allenatore umano si sarebbe sognato di metterla insieme. Come possibile combinare i primi quattro con Matteo, al quale dovevano pagare le tasse, e per di pi per conto dellodiato oppressore? E come combinare questo con Simone il Cananeo e lIscariota? Sono persone qualunque, alcune poco raccomandabili, per lo pi incompatibili tra di loro. gente la pi diversa, che sempre rester tale, eppure chiamata alla fraternit nel Figlio. Dio non seleziona secondo criteri di bravura, cultura o efficienza: semplicemente Padre di tutti. La Chiesa necessariamente cattolica, aperta a buoni e cattivi, con idee e culture (o inculture!) diverse, anche se sempre tentata del contrario. Ges non poteva prendere uomini pi disparati; e ognuno rispettato per quello che , chiamato ad accogliere e rispettare laltro nella sua diversit.
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v. 5 Ges li invi . Sono inviati a pescare uomini (4,19). I pescatori, pescati dal Figlio alla fraternit, sono chiamati a fare altrettanto coi propri fratelli. non andate verso i pagani . La prima missione per Israele, il primogenito. Ges, gli apostoli e la prima Chiesa sono giudei. Attraverso loro la salvezza passer alle genti (28,19). non entrate in citt di samaritani . I samaritani rappresentano la paganit in seno a Israele. v. 6 rivolgetevi alle pecore perdute della casa dIsraele (cf 15,24). La prima missione rivolta al popolo di Dio affaticato e oppresso. v. 7 camminando. La missione dinamica: un cammino per raggiungere i fratelli. La casa dellapostolo la via. proclamate. Non portano unideologia! Proclamano un messaggio di gioia: il Signore viene a salvare. Ci che dicono non lo dimostrano con argomenti, ma lo mostrano con la vita. giunto. Il regno qui, presente in loro. Lannuncio ne fa prendere coscienza. il regno dei cieli. Dio Padre che regna nellamore tra i suoi figli. Il suo regno di fraternit e di libert, di gioia e di pace. quanto stato illustrato con la Parola nei cc. 5-7 e con lazione nei cc. 8-9. v. 8 curate infermi . Infermo colui che non sta in piedi: luomo che perde la sua posizione eretta, prono sotto il giogo della legge o carponi sotto il peso dellegoismo. Il male non pi luogo di divisione e prevaricazione, ma di cura e di rispetto. La cura del debole il grande miracolo di chi, come Ges, si fa servo dei fratelli (8,17). risuscitate morti (cf 9,18-26). Farsi fratello risuscitare il Figlio in s e nellaltro. Sappiamo infatti che siamo passati dalla morte alla vita perch amiamo i fratelli (1Gv 3,14). mondate lebbrosi (cf 8,1-4). Lamore una vita nuova, libera dalla lebbra della morte e del peccato.
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scacciate demoni (cf 8,28-34; 9,32s). Lo Spirito di verit scaccia quello di menzogna che ci divide dal Padre e tra di noi. in dono prendeste, in dono date . Prendere e dare in dono la vita Trinitaria. Il Padre e il Figlio tutto si danno e ricevono reciprocamente, e il loro dono reciproco damore lo Spirito Santo. Lapostolo, dando ci che ha

ricevuto, entra in seno alla Trinit. v. 9 n oro, n argento, n rame . Il dono vittoria sul possesso - che trova nel denaro il mediatore universale. Lassenza di danaro fa s che i rapporti siano di grazia e amore, invece che di interesse e meretricio. Lapostolo, presentandosi povero, pu ricevere il dono di essere accolto, e cos donare a chi lo accoglie il grande tesoro: diventare come Dio che accoglie. Per lapostolo determinante la povert: libert dal dio di questo mondo, segno della gratuit e possibilit di evangelizzare. Su questo punto vedi lesempio di Paolo (1Cor 9,1ss). v. 10 n bisaccia da viaggio . Se il danaro la sicurezza del ricco, la bisaccia la sicurezza del povero, che in essa ripone le sue provviste. Lapostolo invece ha fiducia nel Padre e nei fratelli. n due tuniche. La seconda non tua: del fratello che non ce lha (Lc 3,11). Se vuoi andare in missione, devi averla gi data; diversamente puoi essere scambiato per un mercante di vestiti usati in cambio di anime! n sandali. I sandali sono delluomo libero. Tu sei schiavo della Parola (cf Lc 1,2), di cui sei debitore a tutti i fratelli. n bastone . Prolungamento della mano, strumento primordiale, principio della tecnica, il bastone permette di raggiungere lirraggiungibile. Segno del potere di chi ha pi mezzi, anche scettro di dominio sugli altri. Il bastone di Dio la croce, che lo rende vicino a tutti e servo di tutti, nessuno escluso. loperaio degno del suo cibo. Lapostolo, che d in dono come in dono riceve, mette chi laccoglie in grado di fare altrettanto ed entrare cos nel circuito della gratuit e della vita. Questa la ricompensa della fatica
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dellapostolo, il cibo che lo sazia. v. 11 fatevi indicare se c una persona degna . Lannuncio per tutti - citt e villaggi -; ma passa attraverso la casa di qualcuno che si apre ad accoglierlo. Il personale precede il sociale. l dimorate . Lapostolo dimora presso chi lo accoglie. Come il Figlio, anche lui si fa piccolo, perch il fratello che lo accoglie sia accolto nel regno del Padre (cf 25,31-46). Il farsi piccolo permette allaltro di non difendersi e di poterlo accogliere. La missione trova nella povert e debolezza la sua forza. v. 12s entrando nella casa, salutatela. Il saluto shalom. La pace messianica del regno entra nella casa di chi accoglie il fratello piccolo, che lo stesso re (25,40.45). Accoglierlo o meno diventare o meno figlio di Dio. v. 14 scuotete la polvere, ecc. il gesto di chi, entrando in Israele, lascia indietro la terra degli infedeli. Con esso lapostolo evidenzia che chi non laccoglie, resta fuori dalla promessa. v. 15 la terra di Sodoma e Gomorra. Sono le due citt che sprofondarono per non aver accolto gli inviati di Dio (Gen 19,24ss). Non accogliere il fratello piccolo rifiutare il dono del Padre: perdere la promessa, essere privi del suo Spirito, della vita.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che va per citt e villaggi proclamando il vangelo c. chiedo ci che voglio: andare ai fratelli in gratuit e povert, testimone dellamore del Padre d. traendone frutto, medito sul testo da notare: chiamati innanzi i suoi discepoli il potere di scacciare gli spiriti immondi curare ogni malattia e infermit il collegio apostolico: come formato le istruzioni di Ges: camminare, annunciare, fare ci che lui ha fatto, prendendosi cura di ogni debolezza, in gratuit e povert per essere accolti accogliere il fratello apostolo diventare figlio: rifiutarlo non accettare la propria verit.
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4. Testi utili: Sal 146; 1Sam 17,32-51; 2Re 5,1ss; Mc 3,13-19; 6,6b-13; At 3,1-10; 1Cor 9,1 ss.

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37. IO MANDO VOI COME PECORE IN MEZZO AI LUPI 10,16-25 10,16 Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perch vi consegneranno ai tribunali e nelle loro sinagoghe vi flagelleranno; e davanti a governatori e re sarete condotti, a causa mia in testimonianza per loro e per i pagani. Quando vi consegneranno, non preoccupatevi come o cosa direte: sar dato a voi in quellora cosa direte; non siete voi infatti a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello consegner a morte il fratello e il padre il figlio, e si rivolteranno i figli contro i genitori e li uccideranno. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Chi sopporter sino alla fine, costui sar salvato. Ora, quando vi perseguiteranno in una citt, fuggite in unaltra. Amen, vi dico, non avrete finito le citt dIsraele prima che arrivi il Figlio delluomo. Non c discepolo sopra il maestro, n schiavo sopra il suo Signore. sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per lo schiavo come il suo Signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto pi i suoi domestici.

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1. Messaggio nel contesto Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi, dice Ges agli apostoli. Nella missione il discepolo associato al destino dellAgnello, preda della

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ferocia del lupo. Laggressivit del male si scarica su di lui, che porta il peccato del mondo (Gv 1,29). La legge fondamentale della storia questa: il male lo porta chi non lo fa; e proprio chi non lo fa, portandolo su di s senza restituirlo, lo vince. Il Giusto il Servo dalle cui ferite siamo guariti (Is 53,5; 1Pt 2,24s): percosso dalle nostre iniquit e trafitto per i nostri delitti, si caricato le nostre sofferenze e addossato le nostre malvagit (Is 53,11). Cos compie la volont di Dio (Is 53,10), che la salvezza dei peccatori (Is 53,12). Il Signore infatti vuole che tutti gli uomini siano salvati (1Tm 2,4). LAgnello immolato il solo capace di aprire i sette sigilli del rotolo scritto dentro e fuori (cf Ap 5,1-13). La croce la chiave per accedere al mistero di Dio e del mondo - quanto spiegher ai due di Emmaus il Ges risorto (Lc 24,25-27.46). LAgnello immolato chiarisce lenigma della storia: il bene vince perdendo e il male perde vincendo, la violenza vinta dalla non-violenza di chi la porta su di s. Per questo Paolo condensa la sapienza nella parola della croce, e ritiene di non sapere altro se non Ges Cristo, e questi crocifisso (1Cor 1,18; 2,2). In lui vediamo sia la nostra realt di male - cosa c di peggio che crocifiggere il Signore della gloria, uccidere lautore della vita? -, sia la verit di Dio, amore assoluto per noi, che si fa carico del nostro male. La croce, sapienza di Dio e potenza del suo amore, la Gloria che entra nel mondo e lo salva. Il discepolo deve comprendere che il mistero del Maestro anche il suo. Noi, per paura di soffrire e di morire, ci chiudiamo in noi stessi e ci difendiamo, facendo male a noi e agli altri. Quando capiremo che il male non soffrire e morire - e neanche essere uccisi -, ma far soffrire e far morire? Il male che uno fa pro-voca (chiama-fuori) quello latente nellaltro, con una reazione a catena, che si arresta dove c uno tanto forte da non restituirlo. La vita sempre anche sacrificio, di s o dellaltro. Lamore quel sacrificio di s che ci fa simili a Dio, capaci di rispondere alla provocazione del male col bene.
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Gli apostoli testimoniano nel mondo la vittoria dellAgnello. Le difficolt, le lotte e le persecuzioni non devono spaventare: sono i costi della vittoria del bene, segno della distruzione del male, che esce allo scoperto ed sconfitto. Ges il Figlio che vince linimicizia: come Giuseppe, salva con la sua disgrazia i fratelli che glielhanno procurata (cf Gen 51,19s). La Chiesa il popolo chiamato a portare avanti la sua missione nel mondo.

2. Lettura del testo 10,16 Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi. La pecora un animale utile e mite: in vita d cibo e vestito, in morte si fa cibo e vestito. simbolo di Dio che, dopo aver dato esistenza e splendore a ogni creatura, sulla croce le si d come sua vita e gloria. Ma un milione di pecore non faranno mai un lupo. Anche se tutti al mondo diventassero discepoli, questi manterranno le qualit dellagnello: non saranno mai potenti e arroganti, inutili e dannosi. Luomo lupo per laltro uomo - si dice. La violenza domina il mondo, e il mite ne fa le spese. Ma in lui si arresta il male, e per questo erediter la terra (5,5). Il lupo che mangia lagnello - metamorfosi divina! - trasformato nel cibo che prende. Alla fine il lupo dimorer con lagnello, la pantera con il capretto, il vitello con il leone, la mucca con lorsa, il leone si ciber di paglia come il bue, e il lattante si trastuller sulla buca dellaspide (Is 11,6-8). Sar il regno dei fanciulli e dei figli, dove nessuno agir pi iniquamente, perch la saggezza del Signore riempir il paese come le acque ricoprono il mare (Is 11,9). Tutto questo porter lo Spirito di sapienza del virgulto di Jesse - lagnello che vince laggressivit del lupo. prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Due virt

apparentemente contrarie, ambedue necessarie. Lintelligenza non solo astuzia per ingannare, come fece il serpente di Gen 3, ma anche la prudenza di scoprire linganno per sottrarsi ad esso. La semplicit non linavvedutezza
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di chi si espone al pericolo, ma la fiducia del bambino che si affida alla madre. Lagnello ha quindi la prudenza di non esporsi al male e la fiducia di vincerlo, quando esposto. La prima fa evitare il pericolo quando possibile, la seconda lo fa affrontare quando inevitabile. v. 17 guardatevi dagli uomini . Come da lupi. La prudenza sta nel valutare la realt e tenere conto che ci saranno persecuzioni. vi consegneranno, ecc. Come Ges saranno consegnati a tribunali e flagellati (vedi 2Cor 11,23 ss; At 5,40; 6,12; 22,19). v. 18 davanti a governatori e re sarete condotti. Come Ges! a causa mia. Non perch malfattori, ma perch giusti, a causa del Giusto. Compiono cos in s quello che ancora manca alla sua passione, per amore suo e dei fratelli (Col 1,24). Per questo sono beati (5,11). in testimonianza per loro e per i pagani. Persecuzioni, processi, punizioni e morte non sono la sconfitta, ma il martirio, testimonianza del Signore della vita. Il processo ai discepoli, come quello di Ges, in realt il processo e il giudizio di salvezza per il mondo. v. 19 non preoccupatevi come o cosa direte, ecc. la semplicit della colomba. sar dato a voi in quellora . Allagnello in mezzo ai lupi sar dato cosa dire in quellora, che lora decisiva della storia, quella della testimonianza. v. 20 non siete voi infatti a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro. In quellora lapostolo, come Ges in tribunale, non pensa a difendersi o accusare. Non parla in lui lo spirito di paura e di egoismo, di rabbia e di vendetta. In lui parla lo Spirito del Padre e del Figlio: lamore verso i fratelli, cominciando dai persecutori. In quellora il Paraclito gli sar vicino e gli suggerir ci che dice il Figlio. v. 21 il fratello consegner a morte il fratello, ecc. Il male, nella sua fase terminale, tocca i legami pi stretti, raggiungendo le radici della vita (Mi 7,6). La rottura dei rapporti familiari - destrutturazione della convivenza, morte di
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ogni affetto e piet - il male sommo, preludio del giudizio di Dio. v. 22 sarete odiati da tutti, ecc. Chi porta amore, riceve odio. Perch in lui lodio trova la propria fine. chi sopporter sino alla fine, costui sar salvato . La vita dono: salvata quella che donata, sino alla fine. v. 23 fuggite. lastuzia del serpente: non esporsi al male. Diversamente sarebbe masochismo! Martire non colui che cerca la morte, propria o altrui, ma colui che vuole la vita e lamore, qualunque sia il costo che deve pagare. Se si pu, bene fuggire; ma il bene nella fuga si diffonde (At 8,4; 11,19), come nella sconfitta vince. non avrete finito le citt dIsraele prima che arrivi il Figlio delluomo. Il Figlio delluomo comparir nella gloria (26,64) per il suo giudizio, con il suo segno (24,30), proprio sulla croce (27,51-54). E sar sempre presente in ogni sofferenza giusta e ingiusta come colui che offre salvezza (cf 25,31ss). Al discepolo, come a Stefano, svela la sua gloria nellora del martirio (cf At 7,56). Con queste parole levangelista allude, oltre che alla croce del Messia, a quella del suo popolo - alla ormai incombente distruzione di Gerusalemme v. 24s non c discepolo sopra il maestro, ecc . La persecuzione rende il discepolo uguale al suo maestro e Signore! Non si pu desiderare di pi. se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, ecc. Ges fu chiamato collaboratore di Beelzebul (9,34), lavversario. Il bene avversario del male, suo nemico mortale, combattuto e denigrato come male.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che invia i suoi discepoli c. chiedo ci che voglio: capire e amare la missione dellagnello immolato e vittorioso d. traendone frutto, medito sul testo da notare: agnelli/lupi serpenti/colombe
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il discepolo perseguitato come il suo maestro lo Spirito del Padre parla in voi lodio di tutti a causa del suo amore il discepolo, mediante la persecuzione, diventa come il suo maestro e Signore.

4. Testi utili: Sal 131; Is 11,1-9; 53,1ss; Mt 5,11s; 2Cor 11,1-12,10; 4,7-6,10; Ap 5,1-14.

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38. NON TEMETE 10,26-31 10,26 Non li temete, dunque, poich non vi nulla di velato che non sar svelato, e di nascosto che non sar conosciuto. Ci che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce, e ci che udite allorecchio, proclamatelo sui tetti. E non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere la vita; temete piuttosto colui che pu e vita e corpo distruggere nella Geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadr a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Di voi poi, anche i capelli del capo sono tutti contati. Smettetela dunque di temere: voi valete pi di molti passeri!

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1. Messaggio nel contesto Non temete, dice Ges agli apostoli, dopo averli mandati come pecore in mezzo a lupi. La paura il motore primo dellagire umano; dovrebbe invece essere solo il freno! Evitare i pericoli vita giusto; non diventi per la preoccupazione che distoglie da ogni occupazione. Listinto di autoconservazione in s sano: serve per evitare il male. Ma principio insufficiente per vivere, se contemporaneamente non c la fiducia nel bene. Senza fiducia luomo bloccato e disperato; senza paura sventato e temerario - solo gli incoscienti, oltre i dittatori e i pazzi, non hanno paura; ma c daver paura per loro e di loro!

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Fiducia e paura sono due principi antagonisti, ambedue necessari. Il secondo sovrabbonda, il primo invece scarseggia. Il Signore venuto a donarci una fiducia in lui che ci libera dalla paura della morte, con la quale il nemico ci tiene in schiavit per tutta la vita (Eb 2,15). La morte un evento naturale: non un male, anche se, a causa del peccato, la viviamo male! giusto non cercarla; ma demoniaco rifiutarla. Siamo mortali; ma il nostro limite non la fine di noi stessi, come teme il nostro egoismo, bens linizio dellAltro e della nostra comunione con lui. Principio e fine della nostra vita non il nulla che temiamo, ma il Padre che ci ama e che amiamo. Il perfetto amore scaccia ogni timore (1Gv 4,18). Finch viviamo, il nostro amore non ancora perfetto. Per questo abbiamo anche paura; ma non ne siamo dominati. Lapostolo, pur sentendo timori e incertezze (1Cor 2,3), non si lascia guidare da questi, ma dallo Spirito di colui che ha dato la vita per tutti (cf 2Cor 5,14). La paura della morte non diventi una filosofia di vita. Nostra filosofia sia lamore della sapienza del Padre. Luomo sempre conteso tra due amori: quello della sapienza della carne, che chiude nella paura della morte, e quello della sapienza dello Spirito, che apre alla fiducia e alla vita. Ogni volta deve decidere quale sposare. Il brano scandito da tre imperativi: Non temete, seguiti da motivazioni. Il ritornello non temete (cf non preoccupatevi: 6,25.27.28.31.34bis!) significa innanzitutto che noi siamo effettivamente in preda alla paura. Questo il punto di partenza da riconoscere. Ma non deve essere il punto di arrivo. Diversamente si rinuncia fin dallinizio a ogni cammino. La paura fa fare ci che si teme; solo la fiducia fa fare ci che si desidera. Ges il Figlio: la fiducia nel Padre la sua vita. venuto a comunicarla anche a noi, per liberarci dalla paura della morte. La Chiesa ha come principio di vita il battesimo, che ci immerge nel Figlio, nel suo amore per noi, che lo stesso del Padre.
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2. Lettura del testo 10,26 Non temete. La situazione di chi annuncia quella di pecora tra lupi. Il bene non solo insignificante; risulta perdente e sconfitto. Langoscia peggiore sapere di essere sulla strada giusta e vedere gli altri che vanno contromano. Il bene non resta mai impunito, o, nella migliore delle ipotesi, resta nascosto e sepolto? Davanti al male inutile resistere, bisogna piegare testa e ginocchia? Per una causa vincente si disposti anche a dare la vita tanto la si perde comunque - ma per una causa perdente, vale la pena? Questi sono alcuni degli interrogativi che ci turbano profondamente. nulla di velato che non sar svelato. Il fallimento del bene il grande mistero nascosto alla sapienza del mondo (1Cor 2,6-16). Ci che impedisce di vederlo il velo della croce, propria del Dio amore, che in essa si rivela. La sua debolezza e stupidit sapienza e forza che salva (1Cor 1,17-25). Chi guarito dalla cecit, vede ci che occhio umano mai non vide: il dono che Dio ha fatto di s (1Cor 2,8s). I verbi sono al passivo - il passivo divino - e sono uno al passato e laltro al futuro: ci che (stato) velato e lo ancora, proprio questo sar svelato. Il futuro il capovolgimento di ci che appare ora. La rivelazione togliere il velo, il disvelamento della realt, loffrirsi del Volto - compimento di ogni desiderio, luce del nostro volto. e di nascosto, che non sar conosciuto. La sapienza divina, misteriosa, che rimasta nascosta e che Dio ha preordinato nei secoli per la nostra gloria, nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla. Ma a noi stata rivelata per mezzo dello Spirito di Dio (1Cor 2,8.10). Tutta la storia storia di salvezza, rivelazione progressiva di questa sapienza, fino al suo compimento. v. 27 ci che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce. Ges la luce venuta nelle tenebre (Gv 1,5). I discepoli lhanno accolta e la diffondono (5,14).
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Mediante il loro annuncio, il mondo verr alla luce della verit. ci che udite allorecchio, proclamatelo sui tetti. La Parola, accolta

nellorecchio come il seme nella terra, germiner nellalbero del regno. Lapostolo proclama il mistero che per primo lui stesso ha messo nellorecchio: annuncia lesperienza segreta di ci che orecchio duomo mai ud. Il velamento, il nascondimento, la notte e il sottovoce non devono spaventare. Il bene da sempre si diffonde cos. La manifestazione di Dio si presenta sotto il segno del suo contrario, perch contraddice ogni nostra contraddizione a ci che bello e buono. I discepoli, nella loro condizione di pecore in mezzo ai lupi, sono associati al mistero della croce, rivelazione della gloria di Dio nella storia di contraddizione delluomo. La nostra paura di fallire nel bene nasconde la paura che abbiamo di fallire noi stessi. Temiamo la morte del seme, anche se sappiamo che solo cos porta frutto; non ci piace la sorte dellagnello tra i lupi, anche se sappiamo che la sua vittoria. v. 28 non temete quelli che uccidono il corpo, ecc. I lupi possono uccidere il corpo. Ma il corpo non la vita: viene dalla terra e torna ad essa. La vita che non pu essere uccisa lo Spirito, amore che sa dare anche la vita. temete piuttosto colui che pu e vita e corpo distruggere nella Geenna . Il timor di Dio, Signore di tutto, principio di sapienza (Sal 111,10): scaccia ogni paura. Chi ha paura di perdere la vita animale, non solo la perde, ma ha gi buttato via anche quella spirituale. Il problema non salvare il corpo, ma vivere in esso lamore filiale e fraterno, che vita eterna. Chi non vive cos, gi morto! v. 29 due passeri non si vendono per un soldo? Un passero vale ben poco. ci che luomo pensa di se stesso. La sua vita passa come un soffio (Sal 90,9), sempre minacciata dal nulla, conscia dellinfinita vanit del tutto. eppure neanche uno di essi cadr a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
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Anche la vita e la morte di un passero non sono trascurabili per Dio. Eppure non padre loro, ma vostro, dice Ges. Noi, suoi figli, ci consideriamo meno di un uccello, se riteniamo che Dio non si occupi di noi! Siamo nelle sue mani, ben riposti. inutile che ci preoccupiamo per la morte e siamo in ansia per la vita: la morte comunque viene, la vita comunque va. Cerchiamo di non perdere quella vita che lamore del Padre. La morte un fatto biologico. Che non sia la seconda morte, frutto ultimo della nostra paura, ma un nascere a vita nuova. Nostro pastore non sia la morte (Sal 49,15), ma il Signore della vita (Sal 23). v. 30 anche i capelli del capo, sono tutti contati. Il capello parte del corpo abbondante (per lo pi), caduca e cedua, insensibile al dolore. La persona stessa non sa quanti ne ha, n avverte di perderli. Eppure, colui che chiama le stelle per nome (Sal 147,4), ha contato anche i capelli del tuo capo! Se si prende cura dei dettagli minimi dei suoi figli, come non si prender cura di loro stessi? Il suo vedere ordinato al provvedere: la sua sapienza provvidenza. v. 31 smettetela dunque di temere . Ges ribadisce alla fine: smettete di continuare a temere. Se non altro, perch pesate pi di due passeri: il vostro peso la gloria stessa di figli del Padre. Non siete passeri, ma ben pi che aquile! Normalmente si dimentica la propria dignit, e si cerca autostima in motivi fasulli, che tengono meno di un capello: se ti attacchi, si rompono subito.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il Signore che manda in missione i Dodici c. chiedo ci che voglio: la fiducia nel Padre che vince la paura d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non temete velato/svelato nascosto/conosciuto nelle tenebre/nella luce udito allorecchio/proclamato sui tetti
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gli uomini uccidono il corpo, ma non la vita distruggere vita e corpo nella Geenna neanche un passero cade a terra senza che il Padre vostro lo voglia i capelli del vostro capo, sono tutti contati valete pi di molti passeri. 4. Testi utili: Gen 20,10-13; Sal 69; 23; 33; 49; 131; 139; Is 57,20; 30,15; Es 14,13; Mt 6,25-34; Eb 2,14s.

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39. DEGNO DI ME 10,32-11,1 10,32 Chi dunque mi riconoscer davanti agli uomini, anchio lo riconoscer davanti al Padre mio che nei cieli; chi invece mi rinnegher davanti agli uomini, anchio lo rinnegher davanti al Padre mio che nei cieli. Non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra; non venni a portare pace, ma una spada. Venni infatti a separare il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera; e nemici delluomo, quelli di casa sua! Chi ama padre o madre pi di me, non degno di me. Chi ama figlio o figlia pi di me, non degno di me. Chi non prende la sua croce e non segue me, non degno di me. Chi avr trovato la sua vita, la perder; chi avr perso la sua vita per causa mia, la trover. Chi accoglie voi, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, ricever la ricompensa di profeta; e chi accoglier un giusto come giusto, ricever la ricompensa di giusto. E chi avr dato anche un solo bicchiere di acqua fresca ad uno di questi piccoli, perch mio discepolo, amen vi dico, non perder la sua ricompensa. Quando Ges ebbe finito
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di dare questi ordini ai suoi dodici discepoli, part di l per insegnare e proclamare nelle loro citt.

1. Messaggio nel contesto Degno di me, il ritornello che Ges ripete, completando il ritratto del suo apostolo: inviato come lui in gratuit e povert ( vv. 1-15) - agnello in mezzo a lupi (vv. 16-25), forte solo della sua fiducia nel Padre ( vv. 26-31) -, chiamato a riconoscerlo davanti agli uomini per essere riconosciuto davanti al Padre (vv. 32-33). Con lui giunto sulla terra il giudizio divino (v v. 34-36): la salvezza un amore per lui pi grande di qualunque affetto (v v. 37-39), che assimila a lui, il Figlio affidato nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Chi lo accoglie, accoglie il Figlio, e si fa lui stesso figlio che accoglie il Padre (v v. 4042). Dopo queste parole, Ges continua la sua missione ormai non pi solo, ma insieme con i suoi discepoli ( 11,1). Il c. 10 ci presenta lidentit dellapostolo, che la medesima di Ges. Come il Padre ha mandato lui a testimoniare il suo amore verso i fratelli, allo stesso modo lui manda quelli che gi si sanno figli verso gli altri fratelli, fino a quando tutti abbiano accolto lamore del Padre. Ges il Figlio inviato ai fratelli per testimoniare nella sua carne lamore del Padre. Chi lo accoglie e si fa suo fratello, accoglie il Padre e diventa figlio. La Chiesa fatta da coloro che gi lhanno accolto, e, uniti a lui nellunico amore, con lui e come lui vanno verso gli altri.

2. Lettura del testo 10,32 Chi dunque mi riconoscer davanti agli uomini . Il giudizio di Dio lo compio io stesso qui in terra: se, nella quotidianit delle azioni e nella straordinariet delle persecuzioni, riconosco il Figlio come fratello, sono riconosciuto dal Padre.

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Lo riconosco per riconoscenza damore. Lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 5,20); e io, nel fratello pi piccolo, riconosco lui (18,5; 25,40.45) che, per riconoscere tutti, si fatto ultimo e servo di tutti (Mc 9,35). Il mio futuro eterno davanti al Padre dipende dal mio riconoscere ora davanti agli uomini il Figlio, che, nella carne dellultimo, sar presente fino alla fine del mondo per salvarci (28,20). Il tremendo giudizio di Dio, lunica cosa che conta e resta della storia, posto nelle mie mani, affidato alla mia responsabilit: io sono il giudice suo, e quindi di me stesso! Riconoscere non solo un fatto di labbra: appartenere a lui con il cuore e con la vita. v. 33 chi invece mi rinnegher . Rinnegare dire di non conoscere, come Pietro (26,70.72.74). Chi rinnega il Figlio, non suo fratello e rinnega di essere figlio: perde se stesso! Certa questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anchegli ci rinnegher (2Tm 2,11s). Grazie a Dio, chi ci rinnega colui che ha dato la vita per noi peccatori (Rm 5,6-11), dal cui amore nulla pu separarci (cf Rm 8,38s). Infatti se noi manchiamo di fede, egli per rimane fedele, perch non pu rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Lui il Figlio: se non riconoscesse noi come fratelli, rinnegherebbe se stesso! Il che non possibile, perch lui solo s (2Cor 1,19s), come il Padre. La sua fedelt senza fine il motivo per cui sale a Dio il nostro Amen (2Cor 1,20). Anche se lo rinneghiamo, come Pietro possiamo sempre contare sulla sua fedelt a noi, che mai vien meno. Questa la nostra fede certa e sicura. v. 34 non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra, ecc. Ges venuto a portare la pace dei figli di Dio (5,9). Ma non una pace pacifica. Sfida il male, e passa attraverso lotte acute, facendo esplodere laceranti

contraddizioni. la pace dellAgnello sul quale si abbatte la violenza dei lupi, ben diversa dalla pace perniciosa di chi si adegua al male. la pace del regno, riservato ai violenti (11,12).
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La spada che Ges user non sar quella che estrae Pietro (26,51s), ma la fiducia nella parola del Padre, spada a due tagli (Sal 149,6). v. 35 venni infatti a separare, ecc. La Parola spada affilata (Eb 4,12): entra nel caos del peccato, che pervade e perverte ogni relazione (cf Mi 7,6), e l opera la sua distinzione che d vita. Come il maestro, anche il discepolo entra nel male del mondo, cominciando da quello che nel proprio cuore, e l compie il suo giudizio. v. 36 nemici delluomo, quelli di casa sua. Ges venuto tra i suoi, e non lhanno accolto (cf Gv 1,11; Mt 13,53-58; Mc 3,20s). Dagli stessi discepoli stato venduto, rinnegato e abbandonato; il suo popolo lha condannato insieme ai capi suoi, in alleanza coi pagani. stato respinto da tutti quelli che lui non si vergognato di chiamare fratelli (Eb 2,11). v. 37 chi ama padre o madre pi di me, non degno di me (cf Lc 14,26s). Ges pu non essere amato. Ma non pu essere amato meno di un altro: non sarebbe il Signore, da amare con tutto il cuore (Dt 6,5ss). Dio amore. Amato non in se stesso, non sarebbe Dio e non sarebbe amore. Amo Cristo, mia vita (Fil 1,21), perch lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (1Gv 4,9; cf Gal 2,20). Alla sua passione per me rispondo con la mia per lui: sono stato conquistato, e anchio corro per conquistarlo (Fil 3,12). Lamato diventa la vita di chi lo ama: gli amanti si conferiscono reciprocamente ci che hanno e ci che sono. Se sono per lui, come lui per me (Ct 2,16; 6,3; 7,11), sono davvero degno di lui, fatto una sola carne con lui nellunico amore. v. 38 chi non prende la sua croce (cf 16,24). Ognuno ha la sua croce, che pu essere solo sua: la lotta contro il male che in lui. Solamente Ges, lunico senza colpe, ha portato non la sua, ma la nostra croce. Ciascuno di noi, dietro di lui, come il Cireneo, porta la croce di Ges, che in realt la nostra, sulla quale egli morir al posto nostro. E quando noi siamo incapaci di portarla, lui stesso diventa nostro Cireneo.

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e non segue me. Quando portiamo la nostra croce non siamo soli. Lui sta davanti, portando la parte pi pesante, sulla quale sar innalzato. Noi, dietro, portiamo la parte leggera, che sar confitta a terra e su cui scender il suo sangue. non degno di me . In questo modo collaboriamo liberamente alla sua lotta e alla sua vittoria, diventando simili a lui, con la stessa dignit di Dio che libert, amore e servizio. v. 39 chi avr trovato la sua vita, la perder ( cf 16, 25) . Ogni uomo vuol possedere la propria vita. Ma, nella misura in cui ci riesce, diventa egoista, e la perde: uccide la sua vita filiale e fraterna. chi avr perso la sua vita per causa mia, la trover. La vita da perdere. Non solo perch, come ogni animale, siamo mortali; ma soprattutto perch vivere amare, e amare far dono della vita. La vita non si pu trattenere: vivere inspirare e espirare, dare gratuitamente amore come gratuitamente lo si riceve. per causa mia. La vita non buttata via per disprezzo, ma donata per amore di Ges. v. 40 chi accoglie voi, accoglie me, ecc. Linviato uguale al Figlio, che per primo accoglie come accolto dal Padre: ha dato tutto e si fa bisogno di accoglienza, perch chiunque laccoglie, diventi suo fratello, uguale al Padre che tutti accoglie. La gratuit e la povert, proprie della missione, sono lastuzia escogitata da Dio per liberare nelluomo la sua scintilla divina: la capacit di accogliere. La ricchezza e la forza provocano rapina e violenza; la povert e la debolezza provocano accettazione e misericordia. Lapostolo si mette come Ges nelle mani degli uomini che faranno quello che vorranno. Vive con i fratelli la stessa fiducia che ha con il Padre, e riconosce a ciascuno la dignit di figlio. Uno, presto o tardi, vive la dignit che gli riconosciuta!
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v. 41 chi accoglie un profeta, ecc. Chi accoglie, pi che dare, riceve: riceve la dignit stessa di chi accolto. Per questo il Signore si fatto il pi piccolo di tutti: perch, accogliendolo, diventiamo come lui, il Profeta, il Giusto, il Figlio. v. 42 uno di questi piccoli . I discepoli inviati diventano piccoli, come il Signore. Di essi il regno dei cieli (18,3-5). Chi li accoglie, entra nel regno: accoglie il Figlio e diventa figlio. Anche il minimo gesto di accoglienza - un bicchiere dacqua fresca - gesto divino, imperituro. 11,1 quando Ges ebbe finito, ecc. Come dopo ogni discorso, Ges finisce: non solo termina, ma compie ci che ha detto (7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1). di dare questi ordini ai suoi discepoli . Sono ordini, non optionals: ci che lui ha detto e fatto, anche i suoi sempre diranno e faranno. part di l per insegnare, ecc. Ges continua la sua missione insieme ai suoi discepoli: lavora dove ancora essi non lavorano, li aspetta nei poveri, nei peccatori e nei rifiutati di questo mondo per salvarli.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che invia i suoi apostoli c. gli chiedo ci che voglio: essere degno di lui, amarlo con tutto il cuore d. traendone frutto, medito sul testo da notare: chi mi riconoscer davanti agli uomini, lo riconoscer davanti al Padre chi mi rinnegher, lo rinnegher sono venuto a portare la spada chi ama padre o madre pi di me, non degno di me chi ama figlio o figlia pi di me, non degno di me chi non prende la sua croce e non mi segue, non degno di me chi avr trovato la sua vita, la perder chi avr perso la sua vita per causa mia, la salver chi accoglie voi, accoglie me, accoglie il Padre chi avr dato anche un solo bicchiere dacqua fresca.

4. Testi utili: Sal 89; 2Re 4,8-16a; Dt 6,5ss; Mt 16,24-27; 25,31-46; Lc 10,25-37; 14,25-27; Fil 1,21; Gal 2,20.

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40. SEI TU? 11,2-6 11,2 Ora Giovanni, in carcere, avendo udito le opere del Cristo, mandandogli i suoi discepoli, gli disse: Sei tu il Veniente, o dobbiamo attendere un altro? E, rispondendo, Ges disse loro: Andate e annunciate a Giovanni le cose che udite e vedete: ciechi vedono e zoppi camminano, lebbrosi sono mondati e sordi odono e morti risuscitano e poveri sono evangelizzati; e beato colui che non si scandalizza di me.

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1. Messaggio nel contesto Sei tu? la domanda fondamentale delluomo per riconoscere il suo Signore. Ges risponde rimandando alle sue opere, come se dicesse: Io sono colui che vedi attraverso ci che faccio. La salvezza accogliere lui che viene cos come si rivela, non come lo vorremmo noi. Il c. 11 chiude la prima e apre la seconda parte del vangelo. Dopo ci che Ges ha detto e fatto e i discepoli continuano nella missione, c da pronunciarsi su di lui: accoglierlo il regno. Il capitolo inizia con linterrogativo del Battista e la risposta di Ges ( vv. 2-6), continua con lelogio del Battista da parte di Ges ( vv. 7-15) e con il suo lamento sulla sua generazione ( vv. 16-19) e sulle citt che lo rifiutarono ( vv. 20-24), per concludere, in contrappunto, con i piccoli che accolgono il suo mistero ( vv. 25-27) e in lui trovano la gioia e il riposo di Dio (vv. 28-30).

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Il c.11 parla del rapporto delluomo con il Figlio delluomo: inizia col dubbio, si apre alla domanda e si conclude nellaccettazione o nel rifiuto. Tutto il capitolo un unico discorso di Ges che chiama a uscire dallambiguit e a verificare la propria posizione nei suoi confronti. Si apre cos una nuova sezione, che mostra come il regno si incontra e scontra col mondo e il mondo col regno: un contrasto e un giudizio in atto che verr chiarito nelle parabole ( c. 13). In questo brano Ges risponde alla domanda di chi lattende, concludendo con una beatitudine che contiene le nove precedenti (5,3-11): Beato chi non si scandalizza di me! Lui infatti incarna la Parola detta sul monte. La domanda di Giovanni in carcere costituisce il punto darrivo della profezia, come messa in questione delle proprie attese per aprirsi allascolto di ci che laltro dice. Giovanni luomo che si fa domanda per ricevere dal Signore la risposta. Ges il promesso dai profeti, che ci fanno traghettare dalle attese nostre a quelle di Dio. La Chiesa deve mettere in questione le proprie certezze, senza confonderle con la verit di Dio. Il quale, per fortuna, compie le sue promesse e non le nostre attese.

2. Lettura del testo 11,2 Giovanni in carcere (cf 14,11-12). Giovanni prepara la via del ritorno dallesilio (3,3). La sua predicazione in Matteo uguale a quella di Ges: la venuta del regno (3,2=4,17). Ora in carcere. Con lui, ultimo dei profeti che hanno annunciato il Veniente, si arresta lattesa: viene il Signore. avendo udito le opere del Cristo. Giovanni ha ascoltato il racconto di ci che ha detto e fatto colui che nel Battesimo gli era stato rivelato come il Figlio (3,13-17).

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mandandogli i suoi discepoli . Ges ha appena inviato a Israele i suoi apostoli; Giovanni dal carcere manda i propri discepoli da Ges, per fargli la domanda decisiva. v. 3 sei tu il Veniente? Giovanni annunci colui che viene, il pi forte, che compie il giudizio di Dio tagliando ogni albero cattivo e bruciando ogni male (3,10s). Ma Ges agisce diversamente: latteso non corrisponde alla sua attesa! O sbagliata lattesa, o ha sbagliato a pensare che Ges sia latteso. Giovanni poteva mettere in crisi latteso invece della propria attesa. Invece disposto a mettere in crisi innanzitutto se stesso. Davanti alla realizzazione della promessa non capisce, si stupisce e si smarrisce. Dio santo, sempre altro rispetto a ogni nostra immaginazione. La sua promessa pi grande di ogni fama (Sal 138,2). Di Dio abbiamo necessariamente una comprensione umana. Anche (e soprattutto) quando siamo sicuri di conoscerlo, dobbiamo restare aperti con una domanda che metta in questione le nostre sicurezze. I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le mie vie non sono le vostre vie, dice il Signore (cf Is 55,8). Questa domanda la radice della fede, che affida a lui la risposta. latto pi alto della ragione - quello che non fecero i nostri progenitori quando, invece di chiedere a lui, si fidarono di fantasie proprie e suggestioni altrui (cf Gen 3). Giovanni sulla soglia della tentazione radicale: credere alle proprie certezze, o chiedere allaltro che gli dica la sua verit? Luomo, religioso o meno che sia, attaccato fermamente alle proprie convinzioni su Dio. Il vero credente sa di non conoscerlo se non per sentito dire; come Giobbe, dice: Io ti interrogher e tu istruiscimi (Gb 42,5.4). Lattesa, il dubbio e la domanda del Battista sono paradigmatici per chiunque non vuol ridurre Dio alle proprie idee su di lui, ingenuamente accettate o respinte. Giovanni il profeta della verit, oltre che di Dio, anche delluomo che si apre al proprio mistero. La sua profezia, dimentica di ogni affermazione, si fa
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domanda che attende risposta. il pi grande tra i nati da donna (v. 11), perch fa tacere le sue parole e chiede: Sei tu?, facendosi ascolto della Parola che solo lAltro pu dire. Come Dio infinito, cos sono infinite le nostre idee su di lui. Dio tutto, ma nulla Dio. Davanti a lui ogni idolo cade come Dagon davanti allarca (1Sam 5,1ss). Regge solo la domanda, vuota di risposta: Sei tu?. Ad essa pu rispondere solo: Io-sono. Ogni mia risposta - religiosa o laica - sempre un idolo morto che d morte. Giovanni porta a termine la profezia: maestro del sospetto globale, si interroga su tutto, sino a farsi pura domanda. Il profeta non d risposte, tanto meno sul futuro; invece domanda che apre il presente alla novit di Dio. o dobbiamo attendere un altro? Dio altro: trascende lattesa delluomo. Non c un altro da attendere: lattesa che deve essere altra, attesa daltro, anzi dellAltro. v. 4 andate e annunciate a Giovanni le cose che udite e vedete. Alla domanda Sei tu?, il Signore, come con Giobbe (Gb 38-41), risponde ricordandogli le sue opere. Ci che si vede di lui la risposta alla domanda. Qui si fa la sintesi della sua azione, che continua negli apostoli (10,7s) v. 5 ciechi vedono (9,27-31; cf Is 29,18; 35,5). Venire alla luce il primo dei miracoli. Noi siamo ciechi, perch vediamo le nostre attese, non la realt. Ges venuto ad aprirci gli occhi. zoppi camminano (9,1-7). Luomo viator , in cammino verso casa. Ges venuto a guarirci dalle paralisi. lebbrosi sono mondati (8,1-14). La lebbra il fallimento e la morte che devastano la nostra vita. Ges ce ne guarisce. sordi odono (9,32-34). Luomo, da Adamo in poi, sordo alla Parola, abitato dalla menzogna. Ges ci riapre ludito. morti risuscitano (9,18-26). Ges la Parola, il cui ascolto ci fa passare dalla morte alla vita.
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poveri sono evangelizzati (5,3). Tutte le situazioni di povert ricevono la buona notizia: ogni nostra fame incontra la saziet nel regno. v. 6 e beato . Ges si congratula con chi lo accoglie. Questa decima beatitudine, sintesi delle altre, accogliere lui, povero, afflitto, mite, puro di cuore, misericordioso, operatore di pace, Figlio di Dio - piena realizzazione del regno. chi non si scandalizza di me. Ges pietra dinciampo: lo scandalo di un Dio che viene cos diverso da come lo attendiamo!

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il carcere da cui Giovanni attende la risposta c. chiedo ci che voglio: mettere sempre in questione le mie attese e pretese d. traendone frutto, medito sul testo da notare: Giovanni in carcere sei tu? dobbiamo attendere un altro? annunciate ci che udite e vedete beato chi non si scandalizza di me. 4. Testi utili: Is 35, 1-10; Sal 146; Is 55,1ss; 61,1 ss; Mt 3,1-17.

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41. COSA USCISTE A VEDERE NEL DESERTO? 11,7-15 11,7 Mentre essi se ne andavano, Ges cominci a dire alle folle su Giovanni: Cosa usciste a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Ma cosa usciste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, coloro che portano cose morbide stanno nelle case dei re. Ma cosa usciste a vedere? Un profeta? S, vi dico, e pi che un profeta. Costui colui del quale scritto: Ecco, io mando il mio angelo davanti al tuo volto, che preparer la tua via davanti a te. Amen vi dico: non sorto tra i nati da donna uno pi grande di Giovanni il battezzatore; ma il pi piccolo nel regno dei cieli pi grande di lui. Dai giorni di Giovanni il battezzatore fino ad ora il regno dei cieli patisce violenza, e i violenti ne fanno preda. Poich tutti i profeti e la legge fino a Giovanni hanno profetato. E, se volete accettare, lui lElia che sta per venire. Chi ha orecchi, ascolti.

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1. Messaggio nel contesto Cosa usciste a vedere?, domanda Ges alle folle sul Battista. Cerca di far loro capire limportanza della sua figura: egli rappresenta il mistero delluomo davanti al mistero di Dio.

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La vita del Precursore inseparabilmente intrecciata con quella del Salvatore, come la voce alla Parola, lattesa allAtteso, lacqua allo Spirito, la domanda alla risposta. Non maestro di certezze, ma ricercatore di verit, Giovanni si pone in questione e si mette in ascolto. Ges lo elogia come uomo autentico, cos diverso dai mezzi busti che si mettono in mostra: il pi grande tra i nati da donna (vv. 7-11a) - anche pi dei patriarchi e dei profeti. Infatti il suo farsi domanda: Sei tu?, lo pone sulla soglia del Veniente, pronto ad accoglierne la risposta. Per il pi piccolo nel regno pi grande di lui: se lui il punto darrivo della promessa, il pi piccolo nel regno linizio del compimento. E questo inizio violento, come le doglie del parto ( vv. 11b-15). Ges il Signore che viene per il suo giudizio. Giovanni il messaggero davanti al Volto (Ml 3,1), lElia redivivo che ne prepara laccoglienza (Ml 3,23s). La Chiesa fatta dai piccoli che trovano nel pi grande tra i nati da donna il loro patriarca: sono generati dalla sua domanda, vertice di quellattesa alla quale lAtteso pu e desidera rispondere.

2. Lettura del testo 11,7 Ges cominci a dire alle folle su Giovanni. Il Battista aveva elogiato Ges gi prima di conoscerlo (3,11-14). Ora Ges lo elogia a sua volta. lunica persona di cui parla cos a lungo, e in termini cos positivi. I due sono diversi, eppure in perfetto accordo. La diversit, dato primordiale dellesistenza, o occasione di comunione e damore, o tentazione di invidia e di guerra. cosa usciste a vedere nel deserto? (3,5s). Attorno a Giovanni si era formato un nuovo esodo - ma non verso la Giudea, bens da essa verso il Giordano. L il Battezzatore immerge luomo nella propria verit di peccatore e lo apre ad accogliere il Veniente.

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una canna sbattuta dal vento? Giovanni non una banderuola, un opportunista che si piega a tutte le situazioni per volgerle a proprio vantaggio. Nessun vento lo muove, se non lo Spirito di Dio. Infatti, come ogni profeta, sta davanti al Signore (cf 1Re 17,1; Gv 1,35). Chi non sta davanti a lui, agitato e agito dagli idoli e interessi propri. v. 8 un uomo avvolto in morbide vesti? La veste indica chi sei, a che categoria appartieni, che livello occupi in essa e che buon gusto hai. Notifica allesterno il tuo grado di libert e di potere. come un corpo posticcio, limmagine che vuoi o puoi dare di te. nelle case dei re. Il Battista nel deserto ha un altro vestito (3,4). Cristo, il re, in croce rester nudo. La nudit la veste dellultimo di tutti, e Francesco dAssisi ne fece la sua divisa. v. 9 cosa usciste a vedere? Per la terza volta si sottolinea uscire e vedere: bisogna uscire per vedere il pi grande tra i nati da donna. Nei palazzi del potere ci sono gli aborti di donna, ridicole e tragiche maschere umane. un profeta? Giovanni ha la divisa di Elia, padre dei profeti (3,4 = 2Re 1,8). Il suo palazzo il deserto, adeguato al suo vestito e al suo cibo. pi che un profeta . Il profeta denuncia il peccato, chiama a conversione e annuncia il perdono. Giovanni pi che un profeta: la soglia tra la promessa e il compimento, culmine della profezia. v. 10 il mio angelo davanti al tuo volto. Giovanni paragonato allangelo che guid Mos dallEgitto (Es 23,20), condusse il ritorno da Babilonia (Is 40,3), e preceder, come Elia redivivo, la venuta del Signore nel suo tempio (Ml 3,1). Langelo, come liber dallEgitto e dallesilio, liberer pure il tempio da ogni ingiustizia, perch accolga la venuta del Signore. I primi due esodi sono immagini del terzo, quello dalla Giudea al Giordano, purificazione necessaria per incontrare il Signore. Il Battista langelo di questo terzo e definitivo esodo: luomo davanti al Signore che viene.
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v. 11 tra i nati da donna. Giovanni il pi grande tra i mortali, pi di Abramo, di Mos e di Elia. In lui la storia precedente confluisce per sfociare nel suo compimento. I suoi occhi hanno visto, i suoi orecchi udito e le sue mani toccato colui che gli altri, solo da lontano, hanno desiderato, sognato e annunciato. il pi piccolo nel regno dei cieli pi grande di lui. Chi sta sulla cima del monte, pi in alto del monte stesso. Il Battista rappresenta il termine del cammino delluomo; ma il pi piccolo nel regno sta gi in casa come figlio di Dio. Lui battezza con acqua; ma il pi piccolo nel regno ha gi ricevuto lo Spirito che gli fa gridare: Abb. Questa la dignit delluomo nuovo, rinato dallacqua e dallo Spirito (Gv 3,5): non solo chiamato, ma in realt figlio di Dio (1Gv 3,1), partecipe della sua natura (2Pt 1,4). v. 12 dai giorni di Giovanni il battezzatore fino ad ora il regno dei cieli patisce violenza. Ci sono tantissime spiegazioni di questo detto. Segno che nessuna soddisfacente. Ne offriamo una. Si pu intendere che da Giovanni fino ad ora il regno patisce violenza, nel senso che subisce la violenza del male che si abbatte su di esso. Ci accade a Giovanni, accadr a Ges e a ciascuno di noi come accadde a tutti i giusti, da Abele, il primo, a Zaccaria, lultimo, ucciso tra laltare e il santuario (Lc 11,51). I giusti, con la loro violenza subta, sono profezia della Parola: la parola della croce (1Cor 1,18; cf Lc 24,25-27.44-46). i violenti ne fanno preda . I regni della terra sono predati dai pi violenti: emergono i peggiori tra gli uomini (Sal 12,9). Il regno dei cieli invece dei poveri, dei perseguitati , di quanti portano su di s il male senza farlo: sono i miti, che erediteranno la terra (5,4.5.10). Il mite il violento in senso evangelico: tanto forte da portare su di s ogni violenza senza restituirla, fino a porgere laltra guancia. Ges stesso sar re sulla croce (27,37): l dei potenti egli far bottino (Is 53,12). Il bene pi violento, pi forte del male. Paolo dice: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male(Rm 12,21).

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v. 13 tutti i profeti e la legge fino a Giovanni . Con Giovanni termina lattesa. Dopo di lui non c pi profezia, ma la Parola compiuta; non c pi legge, ma la libert del figlio - il suo Spirito damore effuso nei nostri cuori (Ez 36,27; Rm 5,5). v. 14 se volete accettare . Giovanni da accettare. Chi rifiuta la voce, rifiuter anche la Parola (cf vv. 16-19). lui lElia che sta per venire . Ges il Veniente, Giovanni colui che sta per venire per preparare un popolo ben disposto ad accoglierlo (Ml 3,23). Non si pu accogliere il secondo, se non si accoglie il primo. v 15 chi ha orecchi, ascolti . Bisogna ascoltare quanto il Battista dice, fino allultima sua domanda: Sei tu? 3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che parla alle folle c. chiedo ci che voglio: capire il mistero di Giovanni, il pi grande tra gli uomini, e il mistero del pi piccolo nel regno d. traendone frutto, medito sul testo da notare: cosa usciste a vedere? una canna sbattuta dal vento? un uomo avvolto in morbide vesti? un profeta; pi che un profeta mando il mio angelo davanti al tuo volto il pi grande tra i nati da donna il pi piccolo nel regno pi grande di lui il regno patisce violenza i violenti ne fanno preda i profeti e la legge fino a Giovanni Giovanni lElia che sta per venire. 4. Testi utili: Sal 45; Es 23,20; Is 40,3; Ml 3,1ss; Mt 3,1ss.

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42. A CHI PARAGONER QUESTA GENERAZIONE 11,16-19 11,16 17 Ora a chi paragoner questa generazione? simile a bambini seduti nelle piazze, che si rimproverano a vicenda, dicendo: Vi suonammo il flauto, e non danzaste; facemmo il lamento, e non faceste lutto. Venne infatti Giovanni, n mangiando n bevendo, e dicono: Ha un demonio! Venne il Figlio delluomo, mangiando e bevendo, e dicono: Ecco un uomo mangione e beone, amico di pubblicani e di peccatori! Ma fu giustificata la sapienza dalle sue opere.

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1. Messaggio nel contesto A chi paragoner questa generazione? il lamento di Ges per la sua generazione, prototipo di ogni altra. Essa rifiuta il gioco di Dio, che invita con Giovanni al lutto e con Ges alla danza. C un duplice linguaggio nel cuore delluomo: la tristezza e la gioia. Il cuore buono si contrista del male e gioisce del bene. Quello cattivo invece gode del male e si contrista del bene. Cos fa questa generazione perversa. Dopo il peccato - diversamente non sarebbe cos - il primo gioco che Dio propone quello del Battista: la conversione dal male, con dispiacere e vergogna, per accogliere il bene. A questa prima proposta, dolorosa come lincisione di un ascesso, anzi una trafittura del cuore malvagio (cf At 2,37), resistiamo dicendo: Fa male. una esagerazione! Dio non ci ha fatto per la gioia?

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Il secondo gioco, riservato a chi ha accettato il primo, quello di Ges: la gioia per le nozze messianiche. A questo resistiamo come i demoni, dicendo: Che centra con noi? oppure come le persone pie, che dicono: Non giusto, n meritato! La gioia per la quale luomo fatto, scambiata per empiet. Siamo bambini dispettosi, senza sapienza n discernimento, che distruggono il gioco di Dio, e alla fine, se stessi (cf vv. 20-24)! Ges smaschera le nostre puerili e nocive astuzie, perch diventiamo come i piccoli, i figli della sapienza che conoscono il dono di Dio (cf vv. 25-27). Questo brano ci chiama al discernimento: c una tristezza che viene da Dio e una che viene dal nemico, una gioia autentica e unaltra che ne la contraffazione. Solo sapendo questo, possiamo con libert e responsabilit scegliere ci che ci rende felici, e respingere ci che ci rende infelici. Siamo chiamati a discernere in ogni tempo - che sempre il presente - i due segni con cui Dio parla: il lutto per il male e la gioia per il bene. Il nemico invece inganna facendo apparire piacevole il male e spiacevole il bene. Il discernimento come il fiuto, che istintivamente distingue la puzza di morte dal profumo di vita. Eppure basta poco perch lodorato si anestetizzi. lenta la guarigione del nostro fiuto, alterato dallinfluenza del male! Ges ci offre la gioia delle nozze tra uomo e Dio. Per accettare la sua danza, bisogna prima accettare il lamento di Giovanni. La Chiesa, se non disposta a convertirsi dal male e a gioire di ogni bene, non come i piccoli evangelici, ma come questi bimbi guastafeste e senza discernimento.

2. Lettura del testo 11,16 A chi paragoner questa generazione? Questa generazione sono i contemporanei di Ges, che hanno udito lui e Giovanni, ma non li hanno ascoltati.

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Questa generazione ha un significato negativo. Il presente infatti sotto lipoteca del male passato e di quello futuro; eppure chiamato a responsabilit nei confronti del passato, per dargli una nuova direzione, e nei confronti del futuro, perch non sia tragica ripetizione di ci che stato. bambini seduti nelle piazze, che si rimproverano a vicenda . Ges allude a un gioco di bambini, che mima le realt fondamentali della vita: la danza per le nozze e il lutto per la morte. Questi bambini, quando si decide di giocare alle nozze, per dispetto piangono; quando si decide di far lutto, allora ridono. Cos non riesce nessuno dei due giochi. Invece di giocare, stanno seduti; loro unico gioco litigare, incolpandosi a vicenda. Questa generazione, come questi bambini, fa il contrario di ci che Dio propone, giocando alla fine se stessa. Da Adamo in poi il peccato sempre fatto pi per stupidit che per cattiveria: pi infantilismo e ripicca che atto di libert. Il male non mai fatto bene! Anche quelli che crocifiggono Ges, lo fanno senza saperlo (Lc 23,34; At 3,17; 1Cor 2,8). Ma, anche se infantile, il male resta sempre un tragico scherzo, che non diverte nessuno. v. 17 suonammo il flauto e non danzaste; facemmo il lamento, e non faceste lutto. Sono i due giochi dellesistenza: danza e gioia per lamore, lamento e pianto per la morte. Fin dal principio Dio ci aveva dato di mangiare e godere di ogni albero, compreso quello della vita - che era nel mezzo -, vietandoci lalbero della morte. Noi invece, subito, abbiamo messo al centro della nostra attenzione questo secondo, cercando di goderne, nonostante i risultati contrari. Allora Dio, con i suoi profeti, viene a rilanciare il gioco della vita, dandoci disgusto per il male. v. 18 venne Giovanni, n mangiando n bevendo . Il Battista intona il lamento per il male: smascherando la sua pretesa di essere buono, bello e desiderabile, ne mostra la cattiveria, bruttezza e odiosit. Giovanni, non mangiando e non bevendo, rifiuta il banchetto della stoltezza e invita a quello della sapienza.
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ha un demonio. Significa : pazzo. A chi dice di convertirsi, si risponde che la vita bella e buona, fatta tale da Dio fin dal principio (Gen 1,1ss); non c veleno di morte nelle creature (Sap 1,14), Dio ci ha fatti per la gioia, ecc. Tutto vero! Solo per se diamo ascolto a Dio e smettiamo di mangiare dellalbero della morte credendo che dia vita. Noi invece perseveriamo nellinganno con ostinazione. Il peccato agisce come una droga a tutti gli effetti: d allucinazioni, crea dipendenza e distrugge corpo e spirito. Ci fa addirittura ritenere bene il male e male il bene che ce ne vuol distogliere. Il Battista ci richiama alla tristezza che viene da Dio e produce frutto di vita (2Cor 7,8-10). Ma, mentre lui ci invita al pianto, facciamo una macabra danza di morte. Dobbiamo ascoltare la voce che risveglia in noi linquietudine della coscienza, e non sedarla con tranquillanti o euforizzanti. C un tempo per piangere e un tempo per ridere (Qo 3,4). Chi non piange su ci di cui bisogna piangere, non potr mai gioire. Al di l dellapparenza piacevole, il male fa male e d infelicit. v. 19 venne il Figlio delluomo mangiando e bevendo. Ges inizia laltro gioco: suona il flauto delle nozze, intona il canto dellamore. Lui lEmmanuele, il Dio-con-noi, la nostra altra parte. Lui ama, dona e perdona; imbandisce la sua mensa e invita i peccatori: Non pensate pi alle cose antiche. Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?(Is 43,19). Al suono del flauto del Figlio delluomo, siamo invitati a gioire. Luomo fatto per danzare la vita. ecco un uomo mangione e beone. Per non uscire dal male, prima dicevamo: C pure il bene: bisogna godere. Per non gioire del bene, ora diciamo: C pure il male, bisogna contristarsi! Chi rifiuta il gioco di Giovanni, necessariamente rifiuta quello di Ges. (C pure il pericolo di restare intrappolati in una tristezza che non viene da Dio: quando si desidera il bene, ogni tristezza che blocca il cammino, non viene da lui. Scrupoli e malinconia, fuori da casa mia!, diceva S. Filippo Neri).
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Mangione e beone la definizione del figlio ribelle, da lapidare (Dt 21,1821). Se Giovanni chiamato esagerato e indemoniato perch rimprovera il male, Ges chiamato empio perch propone il bene! il solito

stravolgimento del nemico. amico di pubblicani e di peccatori . Tutti siamo invitati al gioco del lutto, perch peccatori, ma anche alla danza di gioia, perch proprio in quanto peccatori conosciamo Dio come grazia (Ger 31,34). fu giustificata la sapienza dalle sue opere. Quelle di Giovanni e di Ges sono opere di sapienza: riconoscono che Dio giusto, sia quando chiama a convertirsi dal male sia quando chiama a gioire del suo dono e del suo perdono. Questa sapienza sar accolta da coloro che sono piccoli (vv. 25-27) - ma non quanto a giudizio, come questi, bens quanto a malizia (cf 1Cor 14,20). 3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che si lamenta di questa generazione c. chiedo ci che voglio: avere lacrime e confusione per il male, gioia e riconoscenza per il dono di Dio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: bambini seduti che si rimproverano a vicenda il lutto che propone Giovanni la danza che offre Ges.

3. Testi utili: Sal 51; Gen 3,1ss; Is 61-62; Rm 7,14-25; 2Cor 7,8-10.

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43. GUAI A TE! 11,20-24 11,20 Allora cominci a rimproverare le citt nelle quali era avvenuto il maggior numero dei suoi miracoli, poich non si erano convertite: Guai a te, Corazim, guai a te , Betsaida! Poich se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli avvenuti tra voi, da tempo, in sacco e cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico, per Tiro e Sidone sar pi accettabile nel giorno del giudizio che per voi. E tu, Cafarnao, fino al cielo sarai elevata? NellAde sprofonderai! Poich se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli avvenuti in te, sarebbe rimasta fino ad oggi! Ebbene io vi dico che per la terra di Sodoma sar pi accettabile nel giorno del giudizio che per te.

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1. Messaggio nel contesto. Guai a te!, sono le dure parole per chi rifiuta il gioco di Dio, nonostante che gli sia esplicitamente rivelato e vi sia ripetutamente invitato. Ges nomina le citt nelle quali ha operato, paragonandole alle citt pagane e a Sodoma, luogo di corruzione, che avranno sorte migliore di loro nel giorno del giudizio, perch meno colpevoli. un testo di crisi: esprime con chiarezza il giudizio su chi conosce Ges e non lo accetta, ponendo corrispondenza tra conoscenza e responsabilit, tra

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responsabilit e colpa, tra colpa e punizione. Si tratta di uninvettiva di stampo profetico: una minaccia contro lindurimento nel male, e vuol essere un invito ad aprire gli occhi per uscire dallaccecamento. Ges condanna il male, non chi lo fa. Infatti ha detto di amare i propri nemici, e dar la vita per i peccatori. Se il male condanna il malvagio, inchiodandolo a s, il Signore lo libera, restando lui stesso inchiodato alla croce, cifra di ogni male e perversione. La parola profetica fa verit: dichiara il male con evidenza, facendone vedere le conseguenze negative. Questo testo consente di vedere il tema fondamentale, non solo del vangelo, ma di ogni religione: il nostro destino eterno di felicit o meno. la cosa che pi inquieta luomo, e anche Dio. Invece del solito commento, cercheremo di approfondire il testo riflettendo su alcuni concetti che contiene: quelli di minaccia, punizione , salvezza, felicit, inferno , giustizia, libert delluomo e libert di Dio. Ges, dando la vita per i peccatori, rivela nella sua misericordia di Figlio il volto di Padre, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (5,44-48). La Chiesa, come Corazim, Betsaida e Cafarnao, il luogo dove avvengono di continuo i prodigi di Ges. Li usiamo per convertirci a lui o per difenderci da lui?

2. Riflessione su alcuni concetti Le minacce di Dio sono come quelle di una mamma. Inducono con autorit un primo livello di avvertenza per chi ancora non capisce che il male fa male, al di l delle apparenze. La minaccia efficace quando non si avvera. Serve da deterrente, per distogliere dal male che inavvertitamente e sventatamente si farebbe. La mamma minaccia il bambino perch non attraversi la strada e non finisca sotto un auto. Se fortunatamente la attraversa incolume, non lo manda sotto
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la prima auto che passa - anche se saggiamente pu punirlo perch il fatto non si ripeta. Le minacce sono rivelatorie: svelano il male come tale, e lamore di chi ci vuole bene. In questo senso chi minaccia, ama davvero, al di l delle apparenze. La punizione , connessa alla minaccia, ha uno scopo positivo. Noi pensiamo che, se facciamo il male, Dio ci punisce. Occhio che scruta e giudica, egli pronto a intervenire contro chi trasgredisce i suoi comandi. Noi associamo obbedienza a premio e trasgressione a punizione, un po come il cane che gratificato o meno secondo che ha ascoltato il comando. Solo quando raggiungiamo luso di ragione (quando?), comprendiamo che la punizione viene dal male stesso. Il male fa male! Tuttavia positivo pensare che a punire sia chi d la norma - Dio o genitori. Ci fa intendere che la punizione non fatale, lasciata al male stesso. Spetta invece a un potere superiore, libero, che pu anche perdonare. S. Francesco di Sales diceva: Preferisco essere giudicato da Dio che da mia madre. La felicit il desiderio fondamentale delluomo, che si sa limitato e mortale. Egli sempre va oltre se stesso, mosso dal desiderio di raggiungere quella pienezza che gli manca e per la quale si sente fatto. Anche quando sbaglia, non cerca mai il male: desidera un bene maggiore, una felicit pi grande. Lesperienza per insegna quanto infelice, pieno di paure e angosce, sofferenze e ingiustizie, dilaniato da guerre e incomprensioni, da conflitti e mali di tutti i tipi - dentro e fuori, a livello personale e sociale, locale e planetario. Il male lunico problema serio delluomo: ogni sua azione un tentativo di salvarsi da esso. La felicit raggiungere lEden, il giardino incontaminato dellinfanzia; linfelicit sprofondare nellAde, sotto terra, nelle tenebre, nella morte: linferno, diciamo la parola!

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Tutti sappiamo che cosa significa: basta aprire il giornale, per vedere labisso di stupidit e cattiveria in cui siamo immersi. Il paradiso il desiderio che quei lampi di luce, che di tanto in tanto illuminano le tenebre, si fissino eternamente, e scompaia il buio di questa notte che conosciamo bene. Le religioni e le scienze, con relative riflessioni e tecniche, cercano di salvare luomo, o qualche suo aspetto. Lebraismo e il cristianesimo, pur non negando ambiti di autosalvezza, coinvolgono nella vicenda direttamente Dio. Perch la salvezza relazione, e relazione con lui, pienezza di vita. Il desiderio di essere come Dio non peccato, ma un sentire profondo inciso a fuoco nel cuore delluomo. Il peccato viene dal non capire chi Dio! La relazione con lui vita, amore e felicit: salvezza dalla morte, dallegoismo e dallinfelicit. Linferno il non raggiungimento della salvezza, la vittoria del male. Nella Scrittura se ne parla, come anche qui, in termini di minaccia profetica e di punizione pedagogica. Daltra parte linferno, inteso come perdizione totale, il luogo unico dove ha senso parlare di salvezza. Dio ci salva non solo dallEgitto (male subto) ma anche dallesilio (conseguenza del male fatto da noi), a una sola condizione: che conosciamo che male e desideriamo uscirne. La giustizia - giustamente - giudica e punisce il male. Per non rimedia ad esso. Infatti lo raddoppia nel caso del taglione, o lo moltiplica senza fine nel caso di Caino, per tacere di Lamech. Certo Dio giusto; ma non come noi. La sua una giustizia eccessiva, quella del Padre che ama i suoi figli (cf 5,20.45ss). Dire che Dio giudica significa che bene lasciare che sia lui a fare giustizia, non noi. E della sua giustizia, lunica cosa sicura che possiamo comprendere che non fa e non accresce il male. Quando applichiamo a lui il nostro modo di giudicare, erriamo abbondantemente.

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La croce infatti il suo giudizio, dove lui si rivela Dio, cos diverso da noi. L vince il male portandolo su di s, e salva ogni malvagio. Se fosse giusto come noi, avrebbe giustiziato tutti. Ma allora non sarebbe buono o non sarebbe onnipotente. Non sarebbe comunque Dio, e regnerebbe sovrano il male - un fallimento e un odio eterno dal quale lui non vorrebbe o non potrebbe riscattare. Quando parliamo di Dio, ogni nostro concetto analogico. Significa che lui semplicemente diverso da ci che diciamo - che ha con lui solo un certo aspetto di somiglianza. Dicendo che giusto, affermiamo che non vuole, non tollera e non fa lingiustizia, che pure c; ma dobbiamo anche dire che la sua giustizia grazia, che il suo giudizio il perdono. La croce dove si realizza la sua giustizia: lui, il Giusto, battezzato, immerso nel nostro peccato, e proprio cos compie la volont del Padre (cf 3,15), la giustizia superiore (5,20). Sulla croce Dio Dio, tutto e solo amore, vittorioso su ogni male, perfetto nella sua giustizia, sovranamente libero e onnipotente, capace di portare amore e vita l dove c odio e morte. L lui prevede tutto e provvede a tutti: il massimo male - lesecuzione ingiusta del Giusto, luccisione dellautore della vita (At 3,14s), il non senso assoluto, labbandono stesso di Dio - il luogo dove lui si riversa nella sovrabbondanza del suo amore per colmare tutto e tutti della sua grazia. La libert di Dio amare cos, e cos salvare tutti. La libert delluomo dire s a questo amore. Pu dire no, ma solo per ignoranza e schiavit, cio per non libert. La mia libert non libera fino a quando non conosco lamore infinito di un Dio crocifisso per me che lo crocifiggo: sono libero solo quando so di essere amato senza condizioni. Questo il bisogno fondamentale di ogni uomo; fino a quando non lo soddisfa, resta schiavo del suo bisogno insoddisfatto. Chi fa il male non ancora libero. Non conosce lamore: ancora nellinferno dei suoi bisogni, irresponsabile e incapace di amare.
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In noi c sempre insieme intelligenza e ignoranza, libert e schiavit, amore ed egoismo: il paradiso e linferno passano allinterno di ciascuno di noi; la nostra esistenza terrena sotto il segno del giudizio eterno. Tutto si semina qui: poi si raccoglie ci che si seminato (Gal 6,7). Noi costruiamo nel tempo la nostra dimora eterna (Lc 16,9-12). Il fondamento di questa casa gi posto, e nessuno pu porne un altro: Cristo, il Figlio. Alla nostra responsabilit affidata la costruzione: se sar di legno o paglia, oppure di materiale pregiato, dipende da noi. Il fuoco del giudizio - che lo stesso della croce: lamore infinito di Dio - brucer ci che da bruciare. Rester solo ci che eterno e prezioso: lamore che mai viene meno, e arde senza consumarsi. Questa sar la nostra verit di figli simili al Padre - e pi avremo costruito in amore, che mai tramonter, pi la nostra opera rester, a gloria sua e nostra. Tutto il resto di ci che siamo e abbiamo fatto, sar distrutto. Noi per, con quel tanto o poco di buono che avremo fatto, saremo salvati, appunto come attraverso il fuoco (1Cor 3,15). Per questo S. Ambrogio dice che nel giudizio finale lo stesso uomo in parte sar salvato e in parte condannato (Migne, P.L., t. xv, p.1502c). La nostra libert pu opporsi a Dio, ma solo finch non lo conosce - finch non libera. Alla fine, quando lo conosceremo, saremo liberi solo di amare e di vivere - e questa la libert stessa di Dio, che ci riscatta da ogni schiavit. Il giudizio di Dio rende liberi e responsabili: la croce lo notifica sempre e ovunque. Alla fine del mondo, quando apparir il segno del Figlio delluomo che la sua croce, potenza e gloria sua - tutti lo riconosceranno e si batteranno il petto (24,30). Allora faremo finalmente il gioco di Dio: lempio brucer dalla vergogna per la sua empiet, e cos potr gioire della grazia del suo Signore - pianger il lamento del Battista per danzare al flauto del Figlio delluomo. Che questo non avvenga solo al momento della morte, altrimenti si pu dire che perfettamente inutile vivere: tanto varrebbe essere nati gi morti! Dio invece ci ha creati vivi, perch cresciamo nella vita.
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importante parlare dellinferno . Innanzitutto perch reale: il male in cui siamo. Poi perch ci aiuta a conoscere il bene, e ci apre alla misericordia di Dio, da vivere in questo mondo e sempre. Bisogna per parlarne in modo tale che chi ascolta non fraintenda Dio e non si chiuda a lui - come per lo pi avviene.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo davanti alla croce, giudizio di Dio c. gli chiedo ci che voglio: capire la sua giustizia e la sua misericordia che in lui sono la stessa cosa d. rifletto sullinferno, fatto dalluomo: lo vedo nella croce e in tutte le croci, e considero il giudizio di Dio e la sua giustizia. 4. Testi utili: Sal 51; 103; Mt 25,1ss; 1Cor 3,10-20; le sette parole di Ges in croce: Lc 23,34.43; Gv 19,26.27.28; Mc 15,34; Gv 19,30; Lc 23,46.

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44. TI BENEDICO, PADRE 11,25-27 11,25 In quel momento rispondendo Ges disse: Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perch nascondesti queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivelasti agli infanti. S, Padre, perch cos piacque a te. Tutto mi fu dato dal Padre mio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, n il Padre conosce alcuno se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo vuole rivelare.

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1. Messaggio nel contesto Ti benedico, Padre: dopo il lutto per chi non accoglie la Parola, c la danza per chi laccoglie. Questinno di benedizione un apice del vangelo: il Figlio gioisce della stessa gioia del Padre perch i suoi fratelli partecipano del loro mistero. La conoscenza che c fra il Padre e il Figlio, lamore mutuo che la loro vita, donato anche agli infanti. Ci che Dio per natura, noi lo siamo per grazia. Lo Spirito fa zampillare nel nostro cuore e fiorire sulle nostre labbra la stessa parola per cui il Verbo Verbo: Abb. Entriamo nella Trinit, partecipando al dialogo ineffabile tra Padre e Figlio. La creazione raggiunge il suo fine, che il suo principio: al suono del flauto di Ges, Figlio di Dio e delluomo, danziamo le nozze fra Dio e uomo. Accogliere lui la salvezza: nella sua carne ogni carne unita ormai alla gloria. Beato chi non se ne scandalizza!

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I sapienti e i furbi cercano un dio sapiente e potente. I piccoli invece incontrano la sapienza e la potenza di Dio l dov: nellinsipienza e debolezza di Ges. Chi laccoglie ha il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1,12). Il fine della missione del Figlio aprire ai fratelli e condividere con loro il suo tesoro, la sua vita di Figlio del Padre. E la nostra salvezza diventare ci che siamo: figli! Ges il Figlio: la sua umanit la porta di comunicazione fra la creatura e il Creatore, fra il Padre e i suoi figli; la scala di Giacobbe, che unisce cielo e terra (Gen 28,10-17; Gv 1,51). La Chiesa fatta dai piccoli ai quali rivelata la loro realt, che la stessa del Figlio.

2. Lettura del testo 11,25 In quel momento . Il brano in stretta connessione con il precedente. Ges partecipa al duplice gioco di Dio: il lamento e la danza. Odio del male e amore del bene, tristezza per il primo e gioia per il secondo, vanno sempre insieme, anche se sono ben distinti. Quel momento anche sempre questo: il racconto rende il lettore contemporaneo allevento. ti benedico. La parola greca (ex-omologen ) significa proclamare,

riconoscere pubblicamente. Ges riconosce davanti a tutti il dono del Padre. Padre. Lebraico Abb corrisponde al nostro appellativo affettuoso pap. il primo balbettare del bambino. Parola semplice e primordiale, origine di ogni altra, non esprime pi, a differenza del grido o del pianto, solo paura o disagio, ma il bisogno tipico delluomo: il piacere di comunicare con laltro. Abb la parola piena di amore, con la quale il Figlio dice il Padre. La sua dolcezza la capisce solo chi la dice e chi lascolta: esprime il mistero di Dio, che Padre e Figlio nellunico Amore.

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Questa parola il centro del cristianesimo. Lo Spirito del Figlio, effuso nei nostri cuori, grida in noi: Abb! (Rm 5,5; 8,15). Il credente colui che ha conosciuto e creduto lamore che Dio ha per lui (1Gv 4,16; Gv 17,21). Ci che Dio , anche noi lo siamo; per il dono del Figlio, siamo davvero figli di Dio (1Gv 3,1). il grande mistero, gi ora rivelato, anche se come in uno specchio e in modo enigmatico (1Cor 13,12). Soltanto alla fine lo vedremo faccia a faccia, e conosceremo perfettamente come siamo conosciuti (1Cor 13,13). Quando il figlio nasce, si stacca dalla madre e gli pare di morire; invece viene alla luce e vede il suo volto. Quando ci staccheremo dalla vita terrena, verremo alla luce del volto del Padre e saremo simili a lui, perch lo vedremo come egli (1Gv 3,2). Gi ora per, riflettendo la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, secondo lazione dello Spirito del Signore (2Cor 3,18). Signore del cielo e della terra. Il nostro pap, cos vicino e tenero, il Dio altissimo e onnipotente, Signore del cielo e della terra! Di Dio si parla solo per opposti (coincidentia oppositorum , dice il Cusano), per non ridurlo ad un idolo: vicino e altissimo, tenero e onnipotente, piccolo e grande, madre e padre, misericordioso e giusto. Perch lui tutto e niente: tutto perch niente di ci che c, niente di ci che c perch tutto. perch nascondesti. Ci che rivelato agli infanti, nascosto agli altri. La stessa identica realt nascondimento e rivelazione, secondo la diversa condizione. queste cose. Si tratta del rapporto ineffabile di conoscenza reciproca tra Padre e Figlio. ai sapienti e agli intelligenti . Sapienti sono coloro che sanno come vanno le cose, intelligenti coloro che le dirigono come vogliono. La sapienza del Figlio quella delle Beatitudini: i sapienti non la capiscono, gli intelligenti se ne difendono. stupidit e debolezza ai loro occhi.

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e le rivelasti. Il privilegio di conoscere Dio riservato agli ultimi. un dono fatto a chi lo desidera, lo desidera chi ne ha bisogno, ne ha bisogno chi ne senza. La privazione, il nostro non essere, il nostro essere nulla, il luogo dove accogliamo la ricchezza di colui che , ed tutto. I sapienti e gli intelligenti si negano ci che non possono produrre loro stessi, e precludendosi cos laccesso alla vita, che non un prodotto, ma una relazione damore con laltro. agli infanti. Diceva Hillel: Un ignorante non evita il peccato, un analfabeta non pu essere pio. E il Talmud recita: Non vi altro povero, se non chi povero di sapere. Gli infanti non solo ignorano e sono poveri: neanche parlano. A loro, senza parole, rivelata la Parola: Abb. Anche in noi, oltre le tante parole, c una sapienza silenziosa, propria del povero. la dotta ignoranza del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. Lui non oggetto di rapina della nostra intelligenza, ma principio e fine del nostro amore: non si affaccia alla finestra della nostra mente, ma bussa alla porta del nostro cuore. v. 26 s, Padre . Ges contento di questo: s non solo al Padre, ma anche ai fratelli. cos piacque a te. Il piacere del Padre amare i figli. Il piacere del Figlio compiacersi di questo amore del Padre: il piacere delluno anche dellaltro. v. 27 tutto. Tutto quanto il Padre , dono al Figlio: il Padre gli dona la sua natura, il suo amore e se stesso, in unione indissolubile con lui nella sua distinzione da lui. Il Padre Dio che tutto d. mi fu dato . Tutto quanto il Figlio , dono del Padre: da lui riceve la sua natura, il suo amore e se stesso, in unione indissolubile con lui nella sua distinzione da lui. Il Figlio Dio che tutto riceve. Il dare e ricevere reciproco la loro vita. Ci che Adamo volle prendere rubando, Ges accetta come dono.
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dal Padre mio. Ges il Figlio, che chiama Dio: Padre mio. Se siamo in lui, diventa anche Padre nostro. nessuno conosce il Figlio se non il Padre . La conoscenza lamore verso il Figlio, propria del Padre: lessere del Figlio questa conoscenza del Padre nei suoi confronti. n il Padre conosce alcuno se non il Figlio . La conoscenza lamore verso il Padre, propria del Figlio: lessere del Padre questa conoscenza del Figlio nei suoi confronti. e colui al quale il Figlio lo vuole rivelare . Quel Dio, che nessuno mai ha visto, ce lha rivelato proprio il Figlio unigenito, che rivolto verso il grembo del Padre (Gv 1,18). Le cose nascoste a sapienti e intelligenti, la conoscenza mutua fra Padre e Figlio, il loro amore, il loro unico Spirito che la vita di ambedue, comunicato dal Figlio agli infanti che lo accolgono. La parola Abb leredit dei piccoli. Al di l di ogni pretesa sapienza, in ogni uomo c la ricchezza ineffabile dellinfante, la dignit del figlio. Il piccolo la conosce: vive di dono, di amore e di grazia.

3. Pregare il testo. a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nel mio luogo vero: sono nel Figlio, e, in lui, in seno al Padre, col loro stesso amore. c. chiedo ci che voglio: il dono dello Spirito, che mi mette nella conoscenza e nella comunione tra Padre e Figlio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: ti benedico Padre nascondesti queste cose ai sapienti e agli intelligenti le rivelasti agli infanti s, Padre, perch cos piacque a te nessuno conosce il Figlio se non il Padre n il Padre alcuno conosce se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo vuole rivelare.

4. Testi utili: Sal 103; 8; Dt 7,6-11; 1Cor 1,17-2,16; Gal 4,1-7; Rm 8,1-39.

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45. VENITE A ME 11,28-30 11,28 29 Venite a me, voi tutti affaticati e oppressi, e io vi dar riposo. Prendete il mio giogo su di voi, e imparate da me, poich sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre vite. Il mio giogo infatti giova, e il mio peso non pesa.

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1. Messaggio nel contesto Venite a me voi tutti. Ges, offrendoci di entrare con lui nellamore del Padre, ci invita al banchetto della Sapienza (Sir 51,23-27). Il vero cibo conoscere Dio come Padre e se stessi come figli: il dono dello Spirito, che fa godere di una vita filiale e fraterna. Questa la nuova legge, il giogo di libert del Figlio. Anche la legge data a Mos per la vita; ma non d la vita. solo un pesante fardello che ordina, denuncia, giudica e condanna ci che contro di essa. Lamore invece pieno compimento della legge (Rm 13,8.10; Mt 7,12; 22,3440): d quella giustizia superiore che introduce nel regno (5,20). Il brano precedente rivela la proposta di Dio: il dono della sua vita nel Figlio. Questo rivela qual la nostra risposta: la responsabilit di vivere questo dono. Prima ci stato detto ci che siamo, ora cosa dobbiamo fare. La legge dice: sii ci che sei! Il dovere consegue lessere. Ora il nostro dovere vivere il piacere di essere figli e fratelli. La grazia non abolisce il nostro agire; anzi lo rende possibile in modo che realizziamo ci che siamo. Il vangelo dono, quindi gratuito. Ma lamore vive della reciprocit, e chiede di essere liberamente amato. Lamore amato salvezza; lamore non amato perdizione, dramma di Dio, prima che nostro.
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Alletica di norme e divieti succede quella della libert, alla legge subentra il vangelo! La legge pu essere paragonata alla descrizione minuziosa che un botanico fa dei meccanismi che regolano lo sbocciare di un fiore. Tale faticosa spiegazione non far mai fiorire una gemma. Inoltre nessuna legge in grado di prescrivere e far eseguire ci che una madre per amore fa per il figlio. Lamore libert non perch trasgredisce la legge - chi la trasgredisce suo schiavo ribelle -, ma perch da esso germina tutto. Chi ama suddito non pi della legge, bens dellamore, unico sovrano, legge a se stesso. In Ges, s delluomo a Dio e di Dio alluomo (cf 2Cor 1,20), c il passaggio dalla lettera che uccide allo Spirito che d vita, dalla legge alla libert (2Cor 3,1-18), dalla fatica al riposo. Ges, il Figlio, per noi sapienza nuova e riposo. La sua mitezza e umilt la nuova legge: la legge di libert del Figlio, uguale al Padre. La Chiesa in lui libera dal fardello pesante delle prescrizioni e sta sotto il giogo dellamore, lunico che non opprime.

2. Lettura del testo 11,28


Venite

a me. linvito a seguire lui (4,19), a partecipare alle nozze

(22,2-4), a entrare nel regno preparato per noi prima della fondazione del mondo (25,34). Venire a Ges seguire lui, celebrare le nozze, regnare in eterno! Ges fa suo linvito della Sapienza: Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Fino a quando volete rimanerne privi, mentre la vostra anima ne tanto assetata? Ho aperto la bocca e ho parlato: acquistatela senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete listruzione. Essa vicina e si pu trovare. Vedete con gli occhi che poco faticai e vi trovai per me una grande pace (Sir 51,23-27). Lui stesso la

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Sapienza, offerta ai semplici e agli inesperti: gratuita e soave, facile da trovare e d grande pace. Nella carne di Ges noi accediamo allo Spirito e attingiamo grazia su grazia (Gv 1,17). In lui il Verbo si fatto carne, venuto ad abitare fra noi e ci ha aperto lingresso allunica gloria del Padre e dellUnigenito Figlio (Gv 1,14). La Sapienza invisibile, che si manifestata con la sua ombra nella creazione e nella storia, nella legge e nella promessa, ora toglie il velo: accessibile a tutti, come amore tra Padre e Figlio offerto a noi nel Figlio. Attingiamo con gioia alle sorgenti della salvezza (cf Is 12,3), celebriamo le nozze della Sapienza, lunione tra uomo e Dio. voi tutti. Anche quelli di Corazim, di Betsaida e Cafarnao! Diventati ultimi e sprofondati per la loro disobbedienza, ora sono in grado di partecipare al banchetto della misericordia, riservato dallimperscrutabile disegno del Padre a tutti i suoi figli disobbedienti, con o senza legge (Rm 11,32)! affaticati e oppressi. Grande la fatica di chi osserva la legge; pi grande ancora loppressione di chi non la osserva! Non ha detto anche Ges che la legge da insegnare e compiere, fin nel minimo dettaglio (5,17-20)? vero, per non in forza della legge, ma dellamore, che fa vivere ci che la legge dice, ma non d. Ci che prima era fatica e oppressione - e alla fine condanna - ora gioia, riposo e giustizia nuova, che ci fa mangiare di sabato, vivere la vita stessa di Dio (cf brano seguente). e io vi dar riposo . Il riposo la fine della fatica, lingresso nella terra promessa, il raggiungimento del sabato, compimento della creazione in Dio e di Dio nella creazione. Il riposo Dio stesso, vera casa delluomo, alla quale ognuno invitato a tornare dopo laffanno delle sue fughe. Luomo sta di casa nellamore reciproco tra Figlio e Padre. v. 29 prendete il mio giogo su di voi. Il giogo permette allanimale di usare la sua forza in modo utile. come la legge per luomo: dura ma necessaria
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disciplina, canalizza le sue energie perch possa guadagnarsi il pane di sudore (Sal 127,2a). A questo Ges contrappone il suo giogo: la liberalit del Padre, che elargisce doni ai suoi diletti nel sonno (Sal 127,2b). un giogo dolce: lamore con il quale lui mi ha amato e ha dato se stesso per me, diventa il mio stesso amore per lui (cf Gal 2,20). imparate da me. Ges la Sapienza che insegna lamore agli inesperti, esperti solo di egoismo. poich sono mite (cf 21,7). Ges il mite, colui che eredita la terra (5,5). La mitezza la qualit del Signore, il cui potere servire e perdonare. umile di cuore. In greco c tapino (18,4; 23,12; cf 20,26): il piccolo, lumile, il servo, lultimo. Ed il pi grande, perch chi umile sar innalzato (23,12). Lumilt, per i greci come per noi, non una virt: la condizione obbligata dello schiavo. Per la Bibbia la qualit fondamentale di Dio: lamore umile. troverete riposo per le vostre vite. Cos dice il Signore: Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, cos troverete pace per le vostre vite (Ger 6,16). La pace sta nel trovare questa strada, la pi antica: quella eterna del Figlio, la via della mitezza e dellumilt, che conduce al riposo del Padre, che anche il nostro. v. 30 il mio giogo giova. Altri gioghi sono pesanti ed inutili, anzi dannosi. Infatti non la legge, ma solo lamore fa osservare la legge con le sue prescrizioni. La legge in s, senza lamore, stuzzica le trasgressioni, per poi denunciarle (Rm 7,7-13!) il mio peso non pesa. La legge dellamore non un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. un peso che non pesa, un carico che scarica e rende leggeri. Lamore infatti forza interiore divina: lo stesso Spirito di Dio, che ci dice tutta la verit e ci d la forza di viverla (Gv 16,12s). Al giogo, che n noi n i nostri padri hanno saputo portare, subentra la grazia del Signore che salva (At 15,10s). la legge di libert (Gc 2,12),
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quella della nuova alleanza, che ci d un cuore nuovo (Ger 31,31-34; Ez 36,2628).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando di trovarmi davanti al Figlio che mi invita ad essere con lui e come lui c. chiedo ci che voglio: la conoscenza del suo amore impregni il mio cuore e che io risponda con lo stesso amore d. traendone frutto, medito sul testo da notare : venite a me voi affaticati e oppressi io vi dar riposo imparate da me mite e umile di cuore il mio giogo giova il mio peso non pesa. 4. Testi utili: Sal 145; 95; Sir 51,23-27; Ger 31,31-34; Ez 36,24-28; Gv 1,117; 2Cor 3,1-18; Eb 3,7-4,11.

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46. IL FIGLIO DELLUOMO SIGNORE DEL SABATO. 12,1-8 12,1 In quel momento pass Ges di sabato attraverso le messi. Ora i suoi discepoli ebbero fame, e cominciarono a levare spighe e a mangiare. Ora i farisei, vedendo, gli dissero: Ecco i tuoi discepoli fanno ci che non lecito fare di sabato. Ora disse loro: Non avete letto cosa fece Davide quando ebbe fame, e quelli con lui, come entr nella casa di Dio, e mangiarono i pani dellofferta, che non era lecito a lui mangiare n a quelli con lui, ma ai soli sacerdoti? O non avete letto nella legge che di sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato, e sono senza colpa? Ora vi dico che qualcosa pi grande del tempio c qui! Se aveste compreso cosa significa: Misericordia voglio e non sacrificio, non avreste condannato gente senza colpa. Infatti il Figlio delluomo Signore del sabato.

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1. Messaggio nel contesto Il Figlio delluomo Signore del sabato. Ges, sapienza e forza di Dio, lo scandalo (11,6) contro cui inciampano sapienti e intelligenti, e la beatitudine di cui godono i piccoli.

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Il c. 12 un conflitto fra sapienza vecchia e nuova, fra carne e Spirito, fra morte e vita. Questo brano (come il seguente) riguarda il sabato. I discepoli sono nel riposo di Dio: possono, senza colpa, fare di sabato ci che concesso ai soli sacerdoti. Sono infatti il popolo messianico, libero e sacerdotale. Allobiezione dei farisei Ges risponde con argomentazioni scritturistiche (vv. 3.5.7), per concludere con la grande rivelazione: Ges, il Figlio delluomo, Signore del sabato (v. 8). Chi viene a lui, come lui: figlio e libero. Le argomentazioni, di tipo rabbinico, spiegano quello che affermano anche gli altri sinottici: il sabato per luomo e non luomo per il sabato. il senso di tutta la Scrittura, che ci narra la passione di Dio per noi. Sono illuminanti alcune parole del racconto - discepoli, mangiare, giorno di festa, Davide, i pani dellofferta, il sacerdote, i sacrifici, la misericordia - che richiamano leucaristia. Il dono che il Figlio delluomo fa a ogni uomo di cibarsi del sabato, di vivere la vita di Dio stesso! Mangiare vivere; il grano, il cibo, la conoscenza del Figlio offerta agli infanti; il sabato Dio stesso, compimento della creazione e della redenzione; lecito o no ci che la legge determina per raggiungere il sabato; il sacerdote ha libero accesso al tempio; Davide figura del Messia; i discepoli, che mangiano di sabato, non mangiano il frutto proibito - lo fanno senza colpa, perch compagni del Messia, sacerdoti che mangiano il pane dellofferta , che li rende simili a Dio, che vuole misericordia e non sacrificio. Ges, Figlio delluomo e Signore del sabato, il nostro pane, la nostra vita. La Chiesa fatta da coloro che lo mangiano, vivendo la libert dei figli che amano i fratelli. Non sono pi schiavi, ma signori della legge, perch vivono la misericordia del Padre (Lc 6,36-38; Gc 2,12-13).

2. Lettura del testo

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12,1 In quel momento (cf 11,25). La scena collegata con la precedente, che parla della rivelazione del Padre e del giogo soave del Figlio. Quando leggiamo il vangelo, siamo sempre in quel tempo, anzi in quel momento (opportuno): il kairs della presenza del Signore. pass Ges di sabato attraverso le messi. Il Figlio ha appena invitato i piccoli al suo banchetto. Ora il Signore del sabato - giunto finalmente il suo giorno! passa tra le messi. Per sovrimpressione lui il sabato e le messi. In lui si aperto il cielo sulla terra (3,16): si affacciata la giustizia di Dio, e la nostra terra ha dato il suo frutto (Sal 85,13b; 67,7). Le valli si ammantano di grano; tutto canta e grida di gioia (Sal 65,14). i suoi discepoli ebbero fame. Fin dallinizio luomo ebbe fame di questo frutto. Ma sbagli pianta, e prese il frutto di morte. Luomo fame di vita, a tutti i livelli. Solo il sabato, la vita di Dio, cibo degno del figlio. Per questo il cibo che sazia la parola che esce dalla sua bocca - la relazione con lui. cominciarono a levare spighe e a mangiare . Di sabato i discepoli mangiano di quel grano che il Figlio delluomo; prendono la sua vita e il suo vigore, lamore del Padre. il banchetto messianico, che elimina la morte per sempre (Is 25,8). Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Chi ne mangia, non morr (Gv 6,51.50). v. 2 i farisei. Appartengono alla categoria dei sapienti pi intelligenti: non solo conoscono la legge come gli scribi, ma anche la fanno. Ma chi conosce e fa la legge senza conoscere lamore del Padre, rimane affaticato e oppresso dai precetti, digiuna e non entra nel riposo. i tuoi discepoli fanno ci che non lecito di sabato. I discepoli fanno una delle 39 opere vietate di sabato. Lecito/non lecito regola lagire umano. Ma la legge non pu normare la vita: la vita a normare la legge. Chi assume come principio la legge, sacrifica la vita e muore. Chi assume come principio lamore del Padre, gioisce della vita di Dio e mangia di sabato.
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Quella dei discepoli non una trasgressione, ma la trasgressione, per la quale luomo fatto: passare dal sesto al settimo giorno, vivere di colui del quale immagine e somiglianza. Principio nuovo di vita non pi la legge, ma lamore che vita e legge a se stesso. Cos era fin dal principio, prima che Adamo fosse ingannato. v. 3 disse loro: non avete letto . Ges cita le Scritture per mostrare che la legge, anche la pi sacra come quella del sabato (cf Es 20,8-11; Dt 5,12-15), per luomo. Qui ricorda a conferma un fatto che riguarda Davide, e un altro che riguarda i sacerdoti. cosa fece Davide e quelli con lui (1Sam 21,7). Ges paragona se stesso a Davide, figura del Messia che deve venire. Anche Ges, a quelli con lui, offrir il suo pane (26,26). v. 4 entr nella casa di Dio . La fame delluomo si sazia solo entrando e abitando nella casa del Signore, per gustare la sua dolcezza (Sal 27,4). Di lui ha fame la mia vita, come la terra riarsa ha sete dacqua (Sal 63,2). mangiarono i pani dellofferta. Il pane vita. Qui si tratta del pane che sta davanti al Volto: cibo santissimo, memoriale, legge di grazia, riservato ai sacerdoti, da mangiare in luogo santo (Lv 24,5-9). che non era lecito a lui mangiare n a quelli con lui, ma ai soli sacerdoti. La trasgressione di Davide anticipo di ci che avverr col Messia: ci che fecero i suoi compagni, a maggior ragione fanno i compagni del Messia. v. 5 non avete letto nella legge che i sacerdoti, ecc. I sacerdoti hanno libero accesso al tempio. Come Davide figura di Ges, i sacerdoti sono figura dei discepoli ai quali, come a tutti i piccoli, aperta la conoscenza del Padre. Questa trasgressione non una colpa, come quella di Adamo: infatti non rapina delluomo, ma dono del Figlio delluomo, Signore del sabato. I discepoli, con Ges, sono re e sacerdoti - al v. 7 saranno anche profeti, perch capiscono il significato delle Scritture.

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v. 6 qualcosa pi grande del tempio c qui. Pi grande del tempio solo Dio, il Santo per il quale il tempio santo. Ges il Figlio, gloria del Padre, pieno di grazia e verit (Gv 1,14), in cui abita corporalmente la pienezza della divinit (Col 2,9). venuto a dimorare tra noi, perch dalla sua pienezza attingiamo grazia su grazia (Gv 1,16), e diventiamo familiari di Dio (Ef 2,19), suoi figli di nome e di fatto (1Gv 3,1; Gv 1,12). v. 7 se aveste compreso cosa significa. I farisei non hanno colto il senso delle Scritture, anche se le scrutano. Sono quei sapienti e intelligenti, che ignorano di essere figli. misericordia voglio e non sacrificio (cf 9,13 = Os 6,6). La Bibbia non un codice di norme cultuali o morali. il racconto della passione folle di Dio per luomo (Kabasilas), della sua tenerezza che si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). Tutto ci che c nella natura e nella storia, ha un solo perch: la sua eterna misericordia, come proclama il ritornello del grande Hallel (Sal 136), che Ges cant con i suoi dopo aver dato loro in cibo il vero pane, il suo corpo (26,30). La santit, ci per cui solo Dio Dio, diverso da tutti, la sua misericordia (cf Os 11,8s). La norma fondamentale: Siate santi perch io sono santo (Lv 11,44), tradotta da Ges: Diventate misericordiosi come il Padre (Lc 6,36), perfetto nella misericordia (cf 5,45-48). non avreste condannato gente senza colpa. I farisei giudicano senza misericordia i discepoli che vivono del dono di Dio. Ma la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio (Gc 2,13). v. 8 il Figlio delluomo Signore del sabato. Il Figlio delluomo pi grande del tempio: Signore del sabato, giorno del Signore. Il Ges di Matteo si presenta solennemente agli ebrei come Messia, sacerdote, profeta, Signore del sabato. Egli lEmmanuele, il Dio con noi (1,23), per sempre (28,20), colui che i Magi sono venuti ad adorare (2,2.11) e che alla fine anche i discepoli

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adoreranno (28,17). il Signore che viene nel suo tempio a fare il suo giudizio - e il suo giudizio sar la misericordia.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il campo di grano in cui pass Ges con i suoi c. chiedo ci che voglio: comprendere il dono che Dio mi fa di s d. traendone frutto, medito e contemplo da notare: Ges passa di Sabato tra le messi, e i discepoli ne mangiano il significato di ci che fece Davide il significato di ci che fanno i sacerdoti mangiare di sabato senza colpa! qualcosa pi grande del tempio c qui misericordia voglio e non sacrificio il Figlio delluomo Signore del sabato.

4. Testi utili: Sal 63; 136; Es 20,8-11; Dt 5,12-15; 1Sam 21,2-7; Lv. 24,5-9; Mt 5,17-48. 47. STENDI LA MANO 12,9-14 12,9 Andato via di l, venne nella loro sinagoga. 10 Ed ecco un uomo che aveva la mano inaridita. E lo interrogavano dicendo: lecito curare di sabato? per accusarlo. 11 Egli disse loro: Quale uomo tra voi, che abbia una pecora e gli cade di sabato in un fosso, non la prende e la leva? 12 Quanto dunque vale di pi un uomo di una pecora! Cos lecito di sabato fare il bene. 13 Allora disse alluomo: Stendi la tua mano! E la stese, e fu rifatta, sana come laltra.
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Ora, usciti, i farisei tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo.

1. Messaggio nel contesto Stendi la tua mano!, ordina Ges alluomo che aveva la mano rattrappita. In Africa talora si vede uno che, morso da un serpente, rimane con il braccio secco e mummificato. Anche Adamo, da quando la tese al frutto proibito, rimase con la mano senza linfa. Ges venuto a guarirla: chiusa nel tentativo di rapire dallalbero della morte, la riapre al dono dellalbero della vita. Il Signore non solo ci fa dono del sabato, ma ci restituisce la capacit di accoglierlo. Un dono senza una mano aperta a riceverlo, come la luce senza locchio. Il punto darrivo dellazione di Dio non il dono di s, ma il dono che ci fa di poterlo accogliere. Questo miracolo determina la sua uccisione: Tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo(v. 14). Ma proprio cos si consegner nella nostra mano di peccatori, che, mentre gli d la morte, riceve la sua vita. Anche questa scena, come la precedente, si svolge di sabato. In essa si consuma il conflitto tra Ges e i rappresentanti della legge. lo scontro definitivo tra la lettera che uccide e lo Spirito che d la vita (2Cor 3,6). La domanda dei farisei provocatoria ( v. 10). Per loro non lecito curare in giorno di sabato, se non in caso di pericolo mortale. Gi sanno cosa far: cercano solo il pretesto per accusarlo. Ges risponde spostando la questione: il problema non del lecito o meno secondo la lettera, ma del fare il bene o il male ( vv. 11-12). Ci che lui compie non solo un curare, ma salvare la vita, dice Mc 3,4. Infatti aprire la mano al dono, questione di vita o di morte. Ges ce la apre al dono del sabato, perch ogni giorno possiamo agire da figli di Dio, nellamore e nella cura dei

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fratelli. Questa la norma suprema di colui che misericordia vuole, e non sacrificio (v. 7). La legge, fatta di norme e divieti, non Dio e non d la vita: sacrificio delluomo. Il Signore del sabato ci rivela il vero volto di Dio: la misericordia. Proprio per questo giunger al sacrificio della croce; l le sue mani inchiodate schioderanno la paralisi della nostra mano rattrappita. La mano per luomo ci che il morso per lanimale: gli media la realt. Questa non da prendere, distruggere e divorare con la bocca, ma da ricevere, lavorare e donare. La mano, in quanto riceve quella del Figlio, in quanto lavora potenza dello Spirito, in quanto dona come quella del Padre: la mano del Figlio delluomo, che prende, spezza e d, realizza la vita di Dio tra gli uomini. La mano pu aprirsi o chiudersi, allevare o uccidere, costruire o distruggere, piantare o sradicare, donare o rubare, abbracciare o soffocare. Essa segna il passaggio dalla natura alla cultura. La sua storia la stessa delluomo: pu essere divina e realizzare il sabato di Dio, pu essere bestiale e far regredire tutto al caos. Dopo il peccato mortalmente chiusa, e stritoler anche il Signore del sabato! La croce sar il passaggio obbligato. Come al solito, Matteo trascura i dettagli di Marco e di Luca, e pone laccento sulliniziativa dei farisei che vogliono accusare e uccidere Ges. In pi ha il detto sulla pecora (v. 11s). Ges pone come principio della legge la misericordia. Non ci che lecito o meno secondo le prescrizioni, ma ci che d la vita, la nuova legge. La Chiesa sa di essere graziata e chiamata a vivere la sua grazia (Ef 4,32): apre di continuo la mano che sempre tenta di richiudersi.

2. Lettura del testo

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11,9 Venne nella loro sinagoga . La sinagoga chiamata loro. I discepoli di Ges, ai quali Matteo si rivolge, ne sono gi esclusi. Ges ci torner ancora, a Nazareth (13,54). Qui decidono di ucciderlo; l non gli crederanno e saranno scandalizzati di lui. v. 10 un uomo che aveva la mano inaridita . La mano attaccata al corpo come un ramo secco allalbero; il veleno del serpente la rese arida, senza vita, anzi seminatrice di morte! Il bene e il male non sta nelle cose, ma nella nostra mano, nella nostra azione, nella nostra relazione con esse. lo interrogavano . Liniziativa dei farisei. lecito. Il problema dei farisei cosa vieta la legge. Al centro della loro attenzione non c pi lalbero della vita, ma quello del divieto. Unazione non d morte perch vietata dalla legge, ma vietata dalla legge perch d morte. Dio ha posto al centro del giardino non lalbero del divieto, ma quello della vita (Gen 2,9). curare di sabato . Gli Esseni, setta rigorosa, non permettevano di curare di sabato. Altri invece lo permettevano, ma solo in caso di pericolo mortale. Nel caso presente non si tratta di pericolo mortale. Se Ges guarisce, trasgredisce il sabato. per accusarlo. Sono sicuri che Ges trasgredisce; ma, invece di capire perch, cercano solo il pretesto per eliminarlo. v. 11 quale uomo tra voi, ecc. Se una pecora cadeva nel fosso, il proprietario poteva salvarla - solo i rigoristi lo vietavano. v. 12 quanto dunque vale di pi un uomo di una pecora! Ges, il buon pastore (Gv 10,1-18), si preoccupa dei figli di Israele almeno quanto un pastore delle sue pecore. Luomo, immagine di Dio, ben pi di una pecora! Essere legato a norme e divieti che non sono per la vita, davvero un pericolo di morte: la religione del sacrificio e non della misericordia! La mano secca simbolo della relazione di morte che luomo ha con se stesso, con gli altri e con lAltro: invece di prendere, benedire, spezzare e
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dare, resta chiusa nella maledizione del possesso. Ges venuto a restituirci la sua stessa mano. lecito di sabato fare il bene. Non la legge criterio del bene, ma il bene criterio della legge. Il sabato stesso, giorno di Dio, celebra la sua misericordia per luomo (cf Es 20,8-11; Dt 5,12-15). Noi siamo chiamati a diventare come Ges, che faceva tali cose di sabato dicendo: Il Padre mio opera sempre, e anchio opero. il Figlio, che fa ci che vede fare dal Padre (Gv 5,17.19), fino a poter dire: Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9), perch la mia la sua stessa mano, e noi siamo uno (Gv 10,28-30). Ges non solo viola il sabato, ma si fa uguale a Dio (Gv 5,18). Questa novit il vangelo, la bestemmia che render Ges reo di morte (9,3; 26,65ss). v. 13 stendi la tua mano! lordine che fa nuova la creazione: luomo, che maldestramente aveva teso la mano al frutto proibito e colto la morte, ora la tende di nuovo allalbero della vita, e coglie il frutto del sabato. la stese, e fu rifatta, sana come laltra . Luomo, anche dopo il peccato, rimane figlio di Dio. Una sua mano resta sana; ma usa sempre laltra. Ora anche questa rifatta, sana come laltra. apocatastizzata, dice il testo greco, restituita alla sua integrit originaria. Diventa la mano di Adamo prima del peccato, quella del figlio, che prende-bene( eulbeia) tutto, come Ges (Eb 5,7). La creazione torna ad essere bella e buona come Dio laveva vista fin dal principio. v. 14 tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo. Le mani del Signore del sabato saranno inchiodate allalbero della croce. Da l scender il suo sangue, versato su di noi e sui nostri figli (27,25). Dove la mano secca esprime al massimo il suo potere di morte, la mano del Figlio delluomo esalter il suo potere di dare la vita. Il dono della vita, gli coster la vita. A caro prezzo ci ha riscattati (1Cor 6,20).

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges di sabato nella sinagoga c. chiedo ci che voglio: aprire la mano al dono che Dio mi fa di s d. traendone frutto, medito e contemplo da notare: la mano inaridita quanto pi vale luomo di una pecora lecito curare di sabato? lecito di sabato fare il bene stendi la tua mano ! fu rifatta sana come laltra tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo.

4. Testi utili: Sal 103; 107; Mt 5,17-7,12 ci mostra la mano del Figlio: come Ges agisce e ci dona di agire.

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48. PERCH SI COMPISSE QUANTO FU DETTO 12,15-21 12,15 16 17 18 Ora Ges, saputolo, si ritir di l. E lo seguirono molte folle, e li cur tutti. E minacci loro di non renderlo manifesto perch si compisse quanto fu detto per mezzo del profeta Isaia che dice: Ecco il mio Servo che scelsi, il mio amato nel quale si compiacque lanima mia. Porr il mio Spirito su di lui, e annuncer il giudizio alle genti. Non litigher, n grider, n alcuno udr la sua voce nelle piazze. La canna infranta non spezzer e lo stoppino fumigante non spegner, finch non porti a vittoria il giudizio. E nel suo nome spereranno le genti.

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1. Messaggio nel contesto. Perch si compisse quanto fu detto. Ges, scartato dai capi, ripiega in unattivit pi segreta. Non si tratta, come pare a prima vista, di un fallimento, bens del compimento della Scrittura. Attraverso la figura del Servo descritta da Isaia, Matteo ci aiuta a capire ci che sta accadendo. La medesima realt pu avere molte interpretazioni, che alla fine si riducono a due: quella delluomo e quella di Dio. La Scrittura ci presenta quella di Dio. La decisione di ucciderlo induce Ges a ritirarsi. Ma la sua opera continua in modo pi efficace, anche se nascosto: cura tutti e impone che non lo si dica a nessuno. Il suo messianismo diverso dalle attese delluomo - anche del Battista (11,3): passa infatti attraverso la stupidit e la debolezza della croce, sapienza e potenza di Dio (cf 1Cor 1,18). Ges il Figlio del Padre in quanto servo dei fratelli; leletto, perch ha il suo stesso Spirito; non rissoso, n violento, n spettacolare; invece attento

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alle persone, alle loro fragilit e incertezze. Cos fa trionfare sulla terra la giustizia di Dio e offre speranza a tutti i popoli. Questa lunga citazione di compimento, presa dal primo Canto del Servo (Is 42,1ss), esplicita lultima, posta a conclusione della prima giornata di miracoli, che interpreta lazione di Ges come quella del capro espiatore, che porta su di s i nostri mali (8,17 = Is 53,4; cf Gv 1,29). Dopo la condanna appena decisa, tutto chiaro. Il bene non resta mai impunito, ma proprio cos ottiene la sua vittoria. Il testo si divide in due parti. Ges si ritira; ma la sua attivit si espande a tutti - anticipo di ci che avverr nel suo ritiro ultimo ( vv. 15-16); cos compie la Scrittura che presenta il Salvatore come il misterioso Servo ( vv. 1721 = Is 42,1-4). Si approfondisce quanto gi fu detto nel battesimo (3,17) e ribadito dopo la prima serie di miracoli (8,17). Ges il Servo di Dio attraverso il quale si compie ogni giustizia (3,15). la giustizia superiore (5,20), quella del Padre, che fa piovere la sua misericordia su tutti (5,43-48): il giogo dolce e soave del Figlio, offerto a tutti i piccoli, affaticati e oppressi (11,25-30) La Chiesa fatta da quanti hanno accolto il mistero del Servo di Dio.

2. Lettura del testo 12,15 Ges saputolo, si ritir. Ges si ritira in solitudine, da anacoreta. Non combatte la violenza con la violenza. Ma non neanche imprudente. Evita il conflitto, finch pu. Quando sar inevitabile, berr il calice, chiedendo che passi quellora (26,39.42). Ges non lotta contro nessuno. Ha altra occupazione: fare il bene, sia di sabato che in ogni altro giorno (v. 12). Il suo potere non entra in competizione con alcuno: servizio. Si tratta di un non-potere che trova il suo spazio di fronte a qualunque potere. E quando non ne trova pi, si realizza pienamente, mettendo la propria vita a servizio.
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lo seguirono molte folle. Sono le pecore senza pastore, stanche e sfinite (9,36), che trovano in lui il pastore della vita. Sono gli affaticati e oppressi che cercano in lui il riposo (11,28). Al suo ritiro corrisponde un accorrere a lui da tutte le parti - preludio di quando, elevato da terra, attirer tutti a s (Gv 12,32). e li cur tutti. Ora la sua cura si rivolge a tutti. Se nella sua azione si limit ad alcuni, nella sua passione si estender a tutti v. 16 minacci loro di non renderlo manifesto. Il segreto messianico in Marco dominante: non si pu conoscere Dio prima della croce. Matteo, che si rivolge a persone gi credenti, lo utilizza per sottolineare la mitezza e umilt di Ges. v. 17 perch si compisse, ecc. Latteggiamento di Ges non un fallimento, ma il compimento della profezia di Is 42,1-4. v. 18 ecco il mio Servo, ecc. Colui che nel battesimo fu chiamato il Figlio, ora chiamato Servo: infatti Figlio in quanto servo dei fratelli. Questi leletto, lamato, in cui il Padre si compiace: ci che il mondo scarta, odia e disprezza, Dio sceglie, ama e ammira. porr il mio Spirito su di lui (cf 3,16). Ges ha lo Spirito di Dio, lamore tra Padre e Figlio. In forza di esso si fa servo di tutti. annuncer il giudizio. Ges porta il giudizio di Dio, crisi di ogni nostro giudizio. Infatti non condanna, ma salva: i suoi giudizi portano la giustizia su tutta la terra e la verit a tutti i popoli (cf Sal 96,13). alle genti. Il rifiuto dei capi del popolo, invece che vanificare il giudizio di Dio, lo estende ai pagani. v. 19 non litigher . Ges si ritira per non contendere. Non fa valere il proprio diritto opponendosi al malvagio: in lui il male si arresta, perch non lo restituisce.

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n grider . Chi grida di pi, si impone e domina. una legge antica, che oggi trova nei mass-media unamplificazione di forza inaudita. Ges non grida, n vuol imporsi o dominare: si pro-pone come servo. n alcuno udr la sua voce nelle piazze . Non cerca rilevanza, non si fa pubblicit. Anche ci che poi sar annunciato sui tetti (10,27), sar sempre qualcosa di sussurrato allorecchio: la sapienza mite e umile del Figlio. v. 20 la canna infranta non spezzer. Nellelogio di Ges, il Battista non una canna mossa dal vento (11,7): uno che sta, davanti a Dio. Ges benevolo per anche con le canne, non solo mosse dal vento, ma anche infrante. Si prende cura di loro, e ne fa lappoggio della sua attivit (11,5), fino a bucarsi la mano (Is 36,6). Sulla punta di una canna berr in croce laceto della nostra vita andata a male (27,48). lo stoppino fumigante non spegner . Lui, che luce del mondo (Gv 8,12), non spegner lo stoppino che fumiga, ma porter su di s la sua fuliggine, dandogli il fuoco del suo Spirito (3,11). finch non porti a vittoria il giudizio . Il suo giudizio di salvezza sar portato (alla lettera: scagliato) alla vittoria proprio dalla croce, dove tutto sar compiuto (Gv 19,30). v. 21 nel suo nome . Il suo il Nome: Ges, Dio-che-salva, lEmmanuele, il Dio-con-noi (1,21-23). In nessun altro c salvezza; non vi infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale stabilito che possiamo essere salvati (At 4,12). Chiunque invocher il nome del Signore, sar salvato (Gl 3,5= At 2,21). spereranno le genti. Non solo il popolo dei credenti, ma anche i pagani, le genti, mettono in lui la speranza. Se il rifiuto dei suoi ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potr mai essere la loro riammissione, se non una resurrezione dai morti? (Rm 11,15).

3. Pregare il testo
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a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che si ritira c. chiedo ci che voglio: conoscere lo Spirito di Ges, il Figlio servo dei fratelli d. traendone frutto, medito il testo da notare: si ritir lo seguirono molte folle e li cur tutti Ges, il Servo, leletto, lamato e approvato dal Padre il mio Spirito su di lui il giudizio di Dio non litiga, non grida non spezza la canna infranta non spegne lo stoppino fumigante cos vince e porta speranza a tutti.

4. Testi utili: Sal 22; i Canti del Servo: Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,1353,12; 1Cor 1-2; Fil 2,5-11.

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50. CHI NON CON ME CONTRO DI ME 12,22-37 12,22 Allora gli fu portato davanti un indemoniato cieco e muto, e lo cur, cos che il muto parlava e vedeva. Ed erano fuori di s tutte le folle, e dicevano: Non sar costui il figlio di Davide? Ora i farisei, udendo, dissero: Costui non scaccia i demoni se non per mezzo di Beelzebul, il capo dei demoni. Saputi i loro pensieri, disse loro: Ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, e ogni citt o casa divisa contro se stessa non star in piedi. E se satana scaccia satana, diviso in se stesso: come star in piedi il suo regno? E se io per mezzo di Beelzebul scaccio i demoni, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo essi saranno vostri giudici. Ma se per mezzo dello Spirito di Dio io scaccio i demoni, allora giunto tra voi il regno di Dio. O come pu uno entrare nella casa del forte e rapirgli le sue cose, se prima non ha legato il forte? E allora gli sacchegger la casa. Chi non con me, contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. Perci dico a voi: Ogni peccato e bestemmia sar perdonata agli uomini, ma la bestemmia dello Spirito non sar perdonata. E chi dir una parola contro il Figlio delluomo, gli sar perdonato;
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ma chi dir contro lo Spirito Santo, non gli sar perdonato, n in questo secolo n in quello a venire. Se prendete un albero buono, anche il suo frutto buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto cattivo. Dal frutto infatti si conosce lalbero. Progenie di serpenti, come potete dire cose buone se siete cattivi? Infatti dallabbondanza del cuore parla la bocca. Luomo buono dal tesoro buono tira fuori cose buone, e luomo cattivo dal tesoro cattivo tira fuori cose cattive. Ma vi dico che di ogni parola inutile che gli uomini diranno, renderanno conto nel giorno del giudizio. Poich sulle tue parole sarai giustificato e sulle tue parole sarai condannato.

1. Messaggio nel contesto Chi non con me, contro di me, dice Ges. Il Signore del sabato si offre: o lo accogliamo o gli diamo la morte. Essere con lui, il Figlio, essere se stessi. Non essere con lui, perdere se stessi: morire, come una pianta staccata dalla propria radice. Questo brano segna lapice della crisi tra Ges e i farisei. Appena guarito un indemoniato cieco e muto ( v. 22), le folle si interrogano su di lui con meraviglia (v. 23), e i farisei lo accusano di connivenza col capo dei demoni ( v. 24). Ges risponde con sei argomentazioni progressive: assurdo che satana sia contro se stesso (vv. 25-26); inoltre anche i giudei, come lui, fanno esorcismi (v. 27); il fatto che lui scacci gli spiriti immondi nella potenza dello Spirito, segna linizio del regno di Dio ( v. 28); lui il pi forte, che vince la

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forza del nemico ( v. 29): essere con lui o meno la salvezza o la perdizione delluomo (v. 30); chi lo accusa, mente contro la verit e pecca contro lo Spirito (vv. 31-32); i farisei sono un albero cattivo che d frutti cattivi: la loro menzogna frutto di un cuore cattivo - e dalla loro parola saranno giudicati (vv. 33-37). Lindemoniato cieco e muto immagine dei farisei: non vedono la realt, ma le proiezioni del loro cuore malvagio; non dicono la verit, ma la menzogna che hanno dentro. Non sono figli di Abramo, ma del serpente (3,7), menzognero e omicida fin dal principio (Gv 8,44). Il loro peccato il peccato: la resistenza alla verit. pi grave del peccato stesso di Adamo. Come lui, non prestano ascolto a Dio; ma, a differenza di lui, non lo fanno per errore: coscienti della menzogna, la difendono, come satana, per un miope interesse che poi li rovina. Con la sua forte denuncia, Ges cerca di convincerli della loro cecit, per guarirli (cf Gv 9,39-41). Hanno gi deciso di uccidere il Signore del sabato (v. 14). Il loro il peccato contro lo Spirito: lindurimento nel male di un cuore che non vuol arrendersi alla verit che conosce. Ges porta il giudizio di Dio: essere con lui la salvezza. Chi contro, lo uccide. Ma a chi gli toglie la vita, il Signore la dona, e proprio cos compie il giudizio di Dio - che amore assoluto per tutti, senza condizioni (cf At 4,28). La Chiesa accoglie e annuncia il giudizio di Dio: il Messia, rifiutato e crocifisso, apre a tutti le braccia di Dio.

2. Lettura del testo 12,22 Un indemoniato cieco e muto. Richiama i due ultimi miracoli: quello dei due ciechi e quello dellindemoniato muto (9,27-34). Questo cieco-muto siamo noi: ciechi, non ancora venuti alla luce della nostra verit, e incapaci di comunicare. Vediamo non la realt, ma i nostri cattivi fantasmi; diciamo non la

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verit, ma le nostre paure. Il Signore del sabato venuto per guarirci, perch possiamo vedere e comunicare. v. 23 non sar costui il figlio di Davide? Come in 9,33, la folla si apre alla meraviglia. Ma la domanda suppone una risposta improbabile: costui, che cos, non pu essere il Messia! Dovrebbe essere diverso! La domanda del Battista aperta a ogni risposta (11,2); quella della folla rischia di chiudersi nel pregiudizio contro il Figlio delluomo - peccato perdonabile, a differenza di quello dei farisei, che contro lo Spirito (v. 32). v. 24 costui non scaccia i demoni se non per mezzo di Beelzebul. I farisei ripetono laccusa di 9,34. Hanno gi deciso di eliminarlo. Per questo, anche contro ogni ragionevolezza, interpretano negativamente il fatto. La realt quella che . Luomo, pur intuendo qualcosa della verit, ha sempre la libert di pensare il contrario di ci che capisce. Mistero del cuore! Il peccato contro lo Spirito luso della libert per negare la verit, perch contro i propri presunti interessi. Chi non vuole respingere da s il male, rifiuta di capire e compiere il bene (Sal 36,5.4). v. 25s ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, ecc. Ges mostra lassurdit dellaccusa. Chi nega la verit conosciuta, arriva a dare

interpretazioni assurde e contraddittorie. Satana sar cattivo, ma non stupido: non va contro se stesso. Il male ha una sua coesione interna, spesso pi del bene. Infatti tende a omologare tutto, senza rispetto per la libert e le differenze (vedi, ad esempio, le banche, i partiti totalitari, la mafia, ecc.). v. 27 i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Gli stessi farisei si tirano la zappa sui piedi, interpretando lo stesso fatto in modo diverso, perch compiuto dai loro. segno chiaro del pregiudizio contro Ges. v. 28 se per mezzo dello Spirito di Dio io scaccio i demoni, ecc. Ges scaccia i demoni, nella forza dello Spirito, ricevuto nel battesimo, che lha condotto nel deserto (4,1), per incontrare e vincere satana. Con lui inizia e si diffonde il regno di Dio. La sua presenza smaschera il diabolico ovunque si nasconda 334

ora anche nel cuore dei farisei. La loro resistenza alla verit satanica. Ges ribalta laccusa dei suoi accusatori: lui effettivamente libera dai demoni, mentre loro ne sono posseduti. v. 29 come pu uno entrare nella casa del forte, ecc. Il demonio il forte che ha preso dimora nelluomo, facendolo suo schiavo. Ora giunto il pi forte (3,11) , che lo vince e gli strappa di mano la sua vittima. v. 30 chi non con me, contro di me. Beato chi non si scandalizza di me (11,6)! Essere con lui, il Figlio, accogliere il Padre e la propria identit. Non essere con lui, essere ancora posseduti dallavversario, contro di s, contro il Figlio, contro il Padre e contro tutti; restare ciechi e muti, preda delle proprie paure e chiusure, nelle tenebre e nella solitudine di chi affidato a nessuno. chi non raccoglie con me, disperde . Ges venuto a raccogliere le pecore perdute dIsraele (15,24). In lui, il Figlio, si realizza lunione dei fratelli. Fuori di lui c dispersione: si preda del divisore. v. 31 ogni peccato e bestemmia sar perdonata. Qualunque azione o parola cattiva oggetto di perdono da parte di Dio. ma la bestemmia dello Spirito non sar perdonata. il peccato che fanno coloro che accusano Ges di scacciare i demoni in nome del capo dei demoni: non riconoscono la verit che pur conoscono, mentono coscientemente contro lo Spirito, che verit (1Gv 5,6). il peccato di Anania e Saffira, che porta alla morte (At 5,3.9). Il diavolo, fin dal principio, coscientemente parla contro la verit, per ingannare e uccidere! Mentire sapendo di mentire diabolico. Questo il male che non pu essere perdonato: pu solo essere bruciato. Da esso bisogna convertirsi, se si vuole il perdono. Il chirurgo non perdona il tumore, ma lo toglie, implacabilmente. Con queste parole Ges vuole togliere dal nostro cuore il diabolico che ci impedisce di accogliere lo Spirito, verit e vita nostra. E ci riuscir con la croce, proprio l dove il male raggiunger la sua forza estrema.

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Pecco contro lo Spirito quando so di avere torto e non voglio ammetterlo, o quando, invece di mettermi in questione, mi chiudo in difesa e attacco. Pi tremenda ancora la presunta buona fede. Quando me laggiudico, sono gi in mala fede. Solo laltro pu dichiararmi in buona fede, per la mia ignoranza o stupidit; non io. Sentirmi in malafede un grande dono: la voce di Dio, che mi chiama alla libert. Pecco contro lo Spirito anche quando voglio avere ragione ad ogni costo, anche a costo della verit. Leggendo giornali diversi, ci si rende conto di come sia diffuso questo peccato! Ma la stampa lesempio pi evidente di una realt molto pi grande che fa da specchio a tutti noi. Il peccato contro lo Spirito lorgoglio che non riconosce la propria stupidit, e non accetta altra verit che la propria comoda certezza. v. 32 chi dir una parola contro il Figlio delluomo, gli sar perdonato; ma chi dir contro lo Spirito, ecc. Il Figlio delluomo, nella sua carne, scandalo (11,6). Chi lo rifiuta, rifiuta il dono di Dio; ma perdonato, perch non evidente che il Crocifisso la gloria di Dio. Ma dopo la risurrezione e il dono dello Spirito, chi rifiuta la verit che conosce, rifiuta lo Spirito. La luce e la verit non possono convivere con la menzogna riconosciuta: o ci si converte, o questo male sar bruciato (cf 1Cor 3,12-15). v. 33 se prendete un albero buono, ecc . (cf 7,16-20). Il frutto sta allalbero come la parola al cuore. Dal cuore cattivo nasce la parola cattiva, e ci che ne consegue: Ci che esce dalla bocca, proviene dal cuore. Questo rende immondo luomo. Dal cuore infatti provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie (15,18s). Il male peggiore mentire alla verit che sempre parla nel cuore. v. 34 progenie di serpenti (cf 3,7). Uno generato dalla parola che ascolta. Se quella di Dio, figlio di Dio, come Abramo, padre nella fede; se quella del serpente, diventa figlio del maestro di diffidenza, menzognero e omicida fin dal principio, come Adamo dopo il peccato (Gv 8,44).
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v. 35 luomo buono dal suo tesoro buono tira fuori cose buone, ecc. (cf 13,52). Uno vede con il suo occhio, anzi con il suo cuore, che il suo tesoro. Il cuore buono d uninterpretazione buona, il cuore cattivo uninterpretazione cattiva. Ges denuncia il male del nostro cuore per bruciarlo. La sua una cura per cauterizzazione. v. 36 ogni parola inutile, ecc. La parola non tutto, ma tutto parola per luomo. Essa produce verit, offre comunione, genera gioia e vita; oppure, come quella del serpente, dice menzogna, provoca solitudine, partorisce tristezza e morte. Grande il potere della parola: genera luomo a propria immagine e somiglianza - figlio di Dio o di satana, nella verit che fa liberi o nella menzogna che uccide. v. 37 sulle tue parole sarai giustificato/condannato. Le nostre parole ci giudicano: ci aggiudicano il giudizio di Dio che giustifica, se sono a lui conformi; diversamente pongono fuori da lui, nel nulla. La parola di chi si autogiustifica, lo condanna; quella di chi si condanna e si converte, lo giustifica. Le parole vere, dove il s s e il no no (5,37), ci salvano. Il s che non s e il no che non no viene dal maligno e ci condanna. La mia salvezza dire: S, vero, la menzogna in me. No, non vero, la verit non in me. Mi lascer convertire. Vedendo la trave che nel mio occhio (7,3), sono salvo: non giudico pi nessuno e accetto per tutti la misericordia di Dio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges davanti alle folle e ai farisei c. chiedo ci che voglio: conoscere e riconoscere davanti a lui le mie resistenze alla verit d. traendone frutto, medito e contemplo da notare : un indemoniato cieco e muto
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la reazione della folla e dei farisei chi non con me, contro di me chi non raccoglie con me, disperde qualunque peccato e bestemmia sar perdonata la bestemmia contro lo Spirito Santo la bocca parla dalla pienezza del cuore sulle tue parole sarai giustificato o condannato.

4. Testi utili: Sal 36; Lc 11,14-23; At 5,1-11; Rm 11,1ss; Gv 9,39-41.

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50. Il SEGNO DI GIONA 12,38-42 12,38 Allora gli risposero alcuni degli scribi e farisei, dicendo: Maestro, vogliamo vedere un segno da parte tua. Ora egli, rispondendo, disse loro: Una generazione perversa e adultera esige un segno; e segno non le sar dato, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti rimase Giona nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, cos sar il Figlio delluomo nel cuore della terra tre giorni e tre notti. Gli uomini di Ninive sorgeranno nel giudizio con questa generazione, e la condanneranno, poich si convertirono allannuncio di Giona; ed ecco pi di Giona qui! La regina di Noto risusciter nel giudizio con questa generazione e la giudicher, poich venne dai confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ed ecco pi di Salomone qui!

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1. Messaggio nel contesto Il segno di Giona, che sta tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, profezia del Figlio delluomo, che entrer nel sepolcro. Chi non crede a lui, chi non apre la mano per accogliere il dono, chi non vuol riconoscerlo contro ogni evidenza, lo toglie di mezzo (v. 14) e commette il peccato contro lo Spirito (v.

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31s). Ma proprio per lui, che non accetta nessuno dei suoi segni, Ges d il segno di Giona: la propria vita. Il male provoca (chiama-fuori) ci che dentro: in noi provoca altro male, e restituiamo moltiplicato quello che abiamo ricevuto; in Dio provoca il suo amore incondizionato, e d la vita a chi gliela toglie. Questo il segno definitivo, che inequivocabilmente lo rivela come Dio. O Dio o satana, o la verit o la menzogna, o con Ges o contro di lui, diceva il brano precedente (vv. 22-32). Chi sceglie contro di lui, conoscendolo, ha scelto per satana, contro Dio. Ma questo, che il male, pro-voca il Figlio delluomo a entrare per tre giorni nel cuore della terra, in solidariet assoluta con luomo che lo rifiuta. Segno pi grande neppure Dio pu dare. In esso rivela la sua identit: misericordioso e clemente, longanime, di grande amore, che davanti al male si lascia impietosire (Gn 4,2) - e, davanti al male estremo, si fa piet estrema, fino a portarlo su di s. Altro segno non sar dato, perch questo il segno dellAltro, rivelazione della sua alterit unica. Ges, con il suo segno, ben pi di Giona profeta: ci fa vedere Dio nella sua realt pi intima, la misericordia. Ed anche ben pi di Salomone, il sapiente: la Sapienza stessa di Dio, nascosta e invisibile, che imbandisce il suo banchetto. La Chiesa, composta da giudei e pagani, riconosce il segno del Figlio delluomo: vede nel Crocifisso la potenza e la sapienza di Dio.

2. Lettura del testo 12,38 Maestro, vogliamo vedere un segno da parte tua. Vogliono un segno dal cielo (Mc 8,11), divino e inequivocabile, che costringa a credere. Dio non lo far mai: non costringe nessuno, perch la fede un atto di libert. Inoltre, per chi sa leggere, tutto segno di Dio; per chi non sa leggere, la Scrittura la

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sua paziente scuola di lettura; per chi poi non vuol leggere, nessun segno sufficiente. Anche Israele nel deserto chiede un segno, per sapere se il Signore in mezzo a noi, s o no (Es 17,7). la stessa diffidenza di Adamo, peccato radicale e radice di ogni peccato. Chiedere segni segno di sfiducia, e la loro moltiplicazione non basta per uscirne. Le azioni e le parole di Ges sono chiare per chi ben disposto. Chi chiede un crescendo di segni, senza accettare ci che significano, come uno che raccoglie segnalazioni stradali, invece di seguirne le indicazioni. Dio d spontaneamente delle conferme, ma solo a chi non li pretende: Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui (Sap 1,2). E i suoi gesti non sono di potere e di grandezza mondana (cf 4,1-11). Mentre noi cerchiamo da Dio le caratteristiche dellidolo - grande, affascinante e tremendo (Dan 2,31) - ai pastori presentato il bambino, piccolo, fasciato e tremante (Lc 2,12). proprio dellamore farsi come lamato; per questo i segni evangelici si sintetizzano nella croce, segno del Figlio delluomo (24,30). v. 39 una generazione perversa e adultera . Ogni generazione, da Adamo in poi, per-versa, volta-in-altra-direzione, non verso Dio; e chiede conferme alle sue attese sbagliate. Deve con-vertirsi, volgersi-a Dio, e allora ne coglie i segni. Inoltre ogni generazione adultera: non ama il suo sposo, ma segue altri amori (Dt 6,6ss; Ez 16). Deve tornare ad amare colui che la ama di amore eterno (Ger 31,3), e allora ritrova se stessa e lui. esige un segno. Pretende che il Signore avalli la sua perversione e il suo adulterio. Ma Dio non risponde. Il suo silenzio molto eloquente: davanti al male estremo, tace per misericordia estrema (26,63; 27,14; cf Am 8,11). se non il segno di Giona il profeta. Giona profeta in due sensi: rivela la resistenza delluomo a Dio e la misericordia infinita di Dio per tutti, Giona compreso! A chi non accetta il suo dono e gli toglie la vita, il Signore d come
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segno il dono di s e la sua vita. La croce il suo segno, che lo rivela come amore crociato (S. Caterina da Siena ). la risposta divina alla provocazione delluomo. In essa Dio si ex-prime, spreme-fuori di s la sua essenza nascosta: tutto e solo amore che si dona senza condizioni. v. 40 come infatti rimase Giona nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, ecc. Matteo centra lattenzione sul fatto che Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce. Come lui, Ges entrer per tre giorni e tre notti nel cuore della terra. lunico segno che pu guarire dalla cecit questa generazione adultera e perversa. Il Signore crocifisso, morto e sepolto con noi e per noi nelle nostre notti e abissi, rivelazione indubitabile del Dio amore. Chi lo vede, non pu non battersi il petto e tornare a lui (24,30). Volgendo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (Gv 19,37), anche il nostro cuore trafitto (At 2,37); nel Figlio delluomo innalzato conosciamo Io-sono, e siamo tutti attirati a lui (Gv 8,28; 12,32). Entrando nel cuore della terra, il Figlio delluomo entrer nel cuore stesso delluomo. Non luomo humus, terra? v. 41 gli uomini di Ninive sorgeranno nel giudizio con questa generazione ecc . I niniviti, nemici ed empi per antonomasia, si convertirono allannuncio di Giona, e conobbero il Signore misericordioso e compassionevole. Nel giorno del giudizio sorgeranno con i contemporanei di Ges e ne evidenzieranno lincredulit. Questa minaccia di Ges contro i suoi ascoltatori, come gi quella di Giona contro quelli di Ninive, profetica: un avviso perch non si avveri allora ci che, purtroppo, ora vero. La denuncia del male che fanno invito pressante a uscirne. ecco pi di Giona qui. Giona, contro la sua volont, fu profeta della misericordia: Ges la stessa misericordia di Dio che si dona! v. 42 la regina di Noto risusciter nel giudizio con questa generazione, ecc. I lontani, sia mal disposti come quelli di Ninive che ben disposti come la regina di Saba, mostrano ai vicini il loro peccato di incredulit. Questi sono come
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Giona: non si vogliono convertire a quel Dio misericordioso che invece i lontani accolgono. Il problema non convertire il peccatore, ma il giusto. Il suo peccato, nascosto solo a lui, il non accettare la misericordia - Dio stesso, che misericordia. Il dramma per il Padre non il figlio minore che se ne va e torna, ma il fratello maggiore, che gli sta vicino e non lo conosce (cf Lc 15,1ss!). Per questo il Figlio sar ucciso come peccatore, proprio dai giusti! ecco pi di Salomone qui. Salomone sapiente, Ges la sapienza stessa di Dio, il Figlio che invita al banchetto della sua conoscenza col Padre (11,25-30).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che parla davanti a quelli che hanno deciso di ucciderlo c. chiedo ci che voglio: comprendere il segno di Giona d. traendone frutto, medito il testo da notare: vogliamo vedere un segno generazione perversa e adultera non sar dato se non il segno di Giona il Figlio delluomo nel cuore della terra per tre giorni e tre notti quelli di Ninive si convertirono la regina di Noto venne dai confini della terra per ascoltare ecco pi di Giona qui ecco pi di Salomone qui. 4. Testi utili: Sal 19; Es 17,1-7; Mt 4,1-11; Giona; Dn 2,31-45; Am 8,4-12.

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51. COS SAR ANCHE PER QUESTA GENERAZIONE PERVERSA 12,43-45 14,43 Quando lo spirito immondo uscito dalluomo, se ne va per luoghi senza acqua, cercando riposo, e non lo trova. Allora dice: Torner nella mia casa, dalla quale sono uscito. E, venuto, la trova libera, pulita e bella. Allora va e prende con s altri sette spiriti pi cattivi di lui, ed entrati vi prendono dimora; e la fine di quelluomo peggiore di prima. Cos sar anche per questa generazione perversa.

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1. Messaggio nel contesto Cos sar anche per questa generazione perversa, dice Ges ai suoi ascoltatori, allora come adesso. La sua venuta segna linizio del regno e la liberazione dal male. Ma sempre possibile precipitare in una situazione peggiore della precedente. Se uno conosce la verit e le volta le spalle, sarebbe meglio per lui non averla conosciuta: si vaccinato contro di essa. Per lui si verifica il proverbio: Il cane tornato al suo vomito, e la scrofa lavata tornata ad avvoltolarsi nel brago (Pr 26,11; 2 Pt 2,22). Il maligno in ritirata, ma non ancora morto: c sempre il pericolo di ricadere nelle sue mani. E ci avviene quando, invece di convertirci e seguire i segni che ci sono, ne chiediamo altri o di altro tipo. La nostra lotta contro il male dura tutta la vita: una colluttazione non contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro gli spiriti cattivi, che abitano quella regione celeste (Ef 6,12) che il nostro cuore. una battaglia interiore con momenti di resistenza e di resa, sia al Signore che al nemico. Quando vogliamo fare il bene, il male accovacciato alla nostra porta - anche dopo il

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battesimo, come attesta Paolo (Rm 7,21.17). Non siamo del mondo, ma restiamo nel mondo (Gv 17,6.11): anzi, il mondo resta sempre in noi. Siamo chiamati a vivere da figli della luce proprio nella notte, che non solo attorno a noi (1Ts 5,1-11): il sole sorto, ma la tenebra del dubbio, delle passioni e dellincredulit ci insidia dal di dentro. La lotta contro il male comincia quando ci opponiamo ad esso. Se gli siamo contro, anche lui contro di noi. Le difficolt e le tentazioni sono la prova che gli resistiamo. Come sono lo spurgarsi del male che abbiamo subto e anche fatto, sono pure la medicina che ce ne guarisce. Sia Israele dopo il Mar Rosso che Ges dopo il battesimo subirono le tentazioni del deserto. Cos anche noi, dopo la nascita nello Spirito, se camminiamo secondo lo Spirito, sperimentiamo lavversit dello spirito contrario. I due spiriti si oppongono a vicenda, sicch non facciamo mai impunemente ci che vorremmo (Gal 5,16s). Dentro di noi c sempre una dualit. Se rifiutiamo il conflitto, non andremo mai avanti. Il brano una esortazione alla vigilanza e alla perseveranza. Chi crede di stare in piedi, stia attento a non cadere (1Cor 10,12). Una volta liberati dal male e illuminati, non dobbiamo indietreggiare a nostra perdizione (Eb 10,39). La recidivit sempre possibile - e la ricaduta peggiore della malattia (Eb 6,4-6). Ges, il pi forte che ha vinto il forte, ci ha liberati perch restassimo liberi (Gal 5,1). La Chiesa accetta di vivere la libert di Cristo, e continua con perseveranza la sua stessa lotta contro il male fino alla fine, stando attenta ai colpi di coda del drago, mortalmente ferito ma non ancora morto.

2. Lettura del testo 12,43 Quando lo spirito immondo uscito dalluomo. Lo spirito immondo esce da dove abusivamente entrato. Lo Spirito Santo invece di casa nelluomo:
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rimane sempre in lui, anche se sepolto tra le immondizie. Anche nel cuore pi perverso c nascosto il tesoro: lamore inalienabile che Dio ha per lui rimane in eterno, e regge al fuoco del giudizio (1Cor 3,15). se ne va per luoghi senza acqua. Dimora dello spirito immondo il deserto, senza acqua, senza vita. Sia Israele che Ges lhanno attraversato. anche per noi il passaggio obbligato del ritorno al giardino promesso. Per questo incontriamo maggiori difficolt nel deserto che non in Egitto: il cammino verso la libert ostacolato da chi vuol ricondurci a schiavit. Il nostro cuore, abituato al male noto, teme il bene ancora ignoto. Per questo Dio, che in una notte fece uscire Israele dallEgitto, non riusc in quarantanni a far uscire lEgitto dal cuore dIsraele. cercando riposo, e non lo trova. Non il deserto, ma la terra promessa il riposo. Gli affaticati e oppressi lo trovano nel Figlio (11,28-30). Il nemico non lo trova, perch non accoglie il Figlio - e cos resta inquieto e agitato, nemico di s e di tutti. v. 44 torner nella mia casa, dalla quale sono uscito . Invece di tornare a Dio, sua vera casa, vuol tornare nelluomo, per renderlo alienato come lui. Chi sta male, come nuoce a s, cerca di nuocere anche allaltro. venuto, la trova libera, pulita e bella. Senza il nemico, luomo libero, non occupato. Ogni pratica ascetica e mistica ricerca di questo vuoto, che lascia spazio allo Spirito, al riposo del settimo giorno. Chi si svuotato dal male, anche pulito: i suoi sensi, la sua mente e il suo cuore sono purificati e sgomberi. Ed bello, ornato della bellezza nella quale Dio lha fatto - la sua stessa. Luomo che prima era occupato, immondo e orribile, ora libero, pulito e bello! v. 45 prende con s altri sette spiriti pi cattivi di lui, ecc. Se vai di bene in meglio, il nemico ti assale con maggior violenza. Ti meravigli di certi suoi attacchi, tanto pi forti e repentini quanto pi sei in armonia con te e con
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tutto. Arrivi addirittura a pensare che era meglio quando era peggio. Non ti sorprenda questo: Dio e il nemico agiscono in te in modi opposti, secondo la tua diversa condizione. Se fai il male, il nemico ti lascia in una pace perniciosa (Cassiano) per tenerti in schiavit, mentre Dio ti inquieta per liberartene; se invece fai il bene, Dio ti mantiene in pace serena, mentre il nemico si fa sentire rumorosamente per turbarti, intristirti e scoraggiarti, con lintento di farti desistere, o almeno di ostacolarti. Il Signore, anche se lo senti di meno, ti pur sempre vicino, e permette questo perch tu acquisti pazienza pi grande, speranza pi pura, gioia pi provata e forza pi esercitata. Ma sta attento a non cadere: sarebbe disastroso. Soprattutto non

spaventarti, e metti in conto che sempre senti pi forte lo spirito che combatti e pi debole quello che segui. Ma normale. Non avverti la corrente dacqua che ti trasporta velocemente, a differenza di quella contro la quale stai nuotando. Se senti opposizione, perch ti stai opponendo. Lo spirito che chiudi fuori casa, forza la porta e fa rumore per entrare; quello che ospiti, sta con te tranquillo, come in casa propria. la fine di quelluomo peggiore di prima. peggio cadere dalla cima che star seduti ai piedi del monte. Chi non disposto a continuare la lotta contro il male, diventa di una tiepidezza vomitevole a s e a Dio (cf Ap 3,16). Finch viviamo, siamo sempre esposti al male; possibile anche lapostasia (cf Eb 10,26-39). Ma Dio vicino e aiuta, perch la lotta tempri la nostra forza, purifichi la nostra speranza e raffini il nostro amore (Rm 5,3-5). Dice il Signore: Chi perseverer sino alla fine, sar salvato (24,13), e: Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite (Lc 21,19). cos sar anche per questa generazione perversa. La venuta di Ges ha segnato la liberazione dal male. Ma questo si scatenato pi fortemente e ha portato i suoi contemporanei a una situazione peggiore - fino al peccato contro lo Spirito. Al Figlio delluomo, che sempre nel profondo del cuore delluomo,
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non rester che entrare nel cuore della terra, e dare cos il suo segno, quello del suo amore indefettibile.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando la mia verit: sono tempio del Signore, dimora del suo Spirito, libero, pulito e bello. c. chiedo ci che voglio: il dono della pazienza e della perseveranza nelle difficolt d. traendone frutto, medito il testo da notare: lo spirito immondo uscito dalluomo se ne va per luoghi senza acqua, cercando riposo torner nella mia casa dalla quale sono uscito la trova libera, pulita e bella prende con s sette spiriti pi cattivi di lui la fine di quelluomo peggiore di prima cos accadr a questa generazione perversa.

4. Testi utili: Sal 95; 106; Dt 8-9; Gal 5,1ss; Eb 6,4-6; 10,26-39; 2Pt 2,20-22; Lc 18,1-8; Rm 5,3-5; Gc 1,2-8; 1Pt 1,6-9.

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52. ECCO MIA MADRE E I MIEI FRATELLI 12,46-50 12,46 Mentre egli ancora parlava alle folle, ecco la madre e i suoi fratelli stavano fuori, cercando di parlargli. Ora qualcuno gli disse: Ecco tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori, cercando di parlarti. Ora, rispondendo, disse a chi gli parlava: Chi mia madre e chi sono i miei fratelli? E stesa la sua mano sui suoi discepoli, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Perch colui che avr fatto la volont del Padre mio che nei cieli, questi mio fratello, sorella e madre.

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1. Messaggio nel contesto Ecco mia madre e i miei fratelli, dice Ges, stendendo la mano su coloro che hanno steso la mano per mangiare il suo cibo, che fare la volont di Dio (Gv 4,34). In ognuno di questi versetti si parla di madre e fratello - alla fine anche di sorella - di Ges. Ne parlano il narratore, un anonimo, e, per tre volte, Ges stesso. Il tema riguarda chiaramente lessere consanguinei di Ges. Marco riferisce lepisodio con unaltra intonazione: lapice della crisi (Mc 3,20-35). Matteo ne fa la conclusione positiva di due capitoli di crisi. Ges ci porta la conoscenza e lamore reciproco Padre/Figlio (11,25-30). Il dono sublime spiazza ogni attesa, anche quella del Battista (11,2-15). La sua generazione non lo capisce (11,16-24), i farisei decidono di ucciderlo (12,14), lo accusano di collaborazione con satana (12,24) e gli chiedono segni (12,38ss). Anche i suoi, riferisce Marco 3,21, lo ritengono pazzo. Matteo,

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tralasciando questo particolare negativo, mostra ora chi il discepolo di Ges: uno che fa parte della sua famiglia. I due capitoli si chiudono cos con unapertura positiva: Ges non pi solo. Alla parentela nella carne, succede quella nello Spirito. Dice Paolo: Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo pi cos (2Cor 5,16). Nasce la famiglia del Figlio, con madre, sorelle e fratelli. C una parentela con Dio - di lui stirpe noi siamo (At 17,28)! - aperta a ogni uomo, vicino e lontano: si fonda sul fare la volont del Padre, che si esprime nella parola del Figlio. Uno diventa la parola che ascolta e fa: essa un seme che genera secondo la propria specie (cf 13,1ss). Quella di Dio ci genera della specie di Dio, partecipi della sua natura divina (cf 1Pt 1,23; 2Pt 1,4). Chi accoglie il Verbo ha il potere di diventare figlio di Dio, generato non da carne n da volere duomo, ma da Dio stesso (Gv 1,12s). La comunit dei credenti sa di aver parte con colui che con noi per sempre (28,20). Vero discepolo non chi dice: Signore, Signore! (7,21), come neppure chi ha la sua carne, ma colui che ha lo Spirito del Figlio e fa la volont del Padre. Da questo dipende la nostra identit, al di l di ogni barriera di razza e cultura, allora come adesso. Quale amore ci ha dato il Padre: siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente (1Gv 3,1)! inimmaginabile la nostra dignit! Ges il Figlio perch compie la volont del Padre: ha il suo stesso amore verso di lui e verso i fratelli. La Chiesa, ascoltando e facendo la sua parola, riceve la rivelazione e lamore di Dio, che la rende partecipe della sua stessa vita.

2. Lettura del testo 12,46 Mentre egli parlava alle folle . la cerchia anonima attorno a lui, chiamata a decidersi per lui o contro di lui. Non pu restare neutrale.

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Queste folle siamo noi, i lettori, chiamati a diventare come i discepoli che accolgono il dono della vita; diversamente siamo come i farisei che lo uccidono. la madre e i fratelli suoi. In Mc 3,20s, lepisodio visto in modo negativo. I suoi gli vogliono bene, ma lo ritengono fuori di s; vanno per prenderlo, portarlo a casa e curarlo. Anche se lo amano, per loro - come per Pietro e gli altri - c un lungo cammino di conversione per giungere alla sapienza di Dio. Non accettano il suo modo di pensare e di agire. La sapienza di Dio follia per luomo (1Cor 1,17-2,16)! Matteo utilizza lepisodio con unaltra ottica: dice come la famiglia di Ges costituita da coloro che fanno, come lui, la volont del Padre suo. stavano fuori. un residuo del racconto di Marco, strutturato sul dentro e fuori dalla casa. Uno pu essere parente stretto del Signore - appartenere al suo popolo da generazioni!- ma non per questo dentro la sua casa. Deve entrare personalmente nel rapporto Figlio/Padre. cercando di parlargli . Non tanto il parlare con lui che ci fa suoi, quanto lascoltarlo. Il parlare con lui pu essere il primo passo, ma non basta. v. 47 qualcuno gli disse, ecc. Dai suoi che cercano di parlargli, si passa a questo anonimo che gli parla: uno della folla, uno di noi. Ma il suo parlargli diventer desiderio di ascoltarlo? v. 48 rispondendo, disse a chi gli parlava. A chi gli parla, Ges risponde, schiudendogli il suo mistero. chi mia madre, chi sono i miei fratelli? Ges mette in questione ogni ovviet. Tutto il vangelo, dal principio alla fine, uno scrolla-certezze: toglie alluomo le sue certezze, per aprirlo alla verit di Dio. A chi gli chiede se vuol parlare o no con i suoi, Ges risponde

problematizzando unevidenza scontata: chi sono i suoi? Lui nato non dalla carne, ma dallo Spirito (1,20). Sua madre gli madre perch ha detto s alla volont del Padre (Lc 1,38). Chi, come lei, accoglie la Parola, sua madre: gli
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d vita nella propria vita, gli d carne nella propria carne. Il grande destino delluomo diventare madre del Signore: dare corpo al Figlio di Dio, fino alla sua statura piena (Ef 4,13). v. 49 stesa la sua mano sui suoi discepoli . Non un semplice gesto per indicare i suoi discepoli. La sua mano la stessa del Padre, dalla quale nessuno pu rapirli (Gv 10,28s). ecco mia madre e i miei fratelli. Il discepolo in comunione con lui, suo osso e sua carne (2Sam 19,13): luno dellaltro, in appartenenza reciproca damore. Addirittura sua madre. La maternit un rapporto sbilanciato, di dipendenza. La vita del Verbo incarnato dipende dalluomo. Come gliela pu togliere, cos gliela pu dare. Chi chiude la mano, lo uccide; chi la apre al suo dono, lo fa vivere in s. Lui si consegna nelle nostre mani: il suo corpo e il suo sangue sono per noi. Leucaristia il luogo pieno della familiarit con lui. v. 50 colui che avr fatto la volont del Padre mio che nei cieli. La volont sempre in connessione con il Padre: il suo amore per il Figlio, che gli corrisponde con il medesimo amore. Padre e Figlio hanno un unico amore: lo Spirito Santo, il loro bacio, il loro respiro, la loro vita. Ges, attraverso il s di una donna, venuto nella nostra carne per dirci e darci lamore del Padre. La nostra esistenza non lo svolgersi di un cieco destino ineluttabile, ma il compimento libero della volont del Padre (6,10; 7,21; 12,50; 18,14; 21,3; 26,42). questi mio fratello . Fare la volont del Padre la mia identit: mi fa suo figlio e fratello di Ges. sorella. In Israele la donna non poteva essere discepolo. Per Ges non c maschio e femmina; tutti in lui siamo uno (Gal 3,28). Chi lo ama e lo ascolta uguale a lui, il Figlio, suo fratello o sorella. madre. Il brano inizia e finisce con madre. Quella di Maria la vocazione originaria di ogni uomo: dire s al Padre, farsi risposta alla sua proposta.
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Come Dio Padre del Verbo nei cieli, cos in terra gli madre chi dice s al Padre. Come il precedente (11,25-30), anche questo capitolo si chiude con la pi alta prospettiva concessa alluomo: egli per grazia ci che Dio per natura. La sua bellezza, sublime e incredibile, aver parte del segreto di Dio: entrare nella sua stessa vita di amore tra Padre e Figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges in casa coi suoi discepoli c. chiedo ci che voglio: compiere la volont del Padre, per essere madre, sorella/fratello del Figlio. d. traendone frutto, medito e contemplo da notare : le folle la madre e i fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli uno lo informa Ges risponde Ges stende la mano sui suoi discepoli chi fa la volont del Padre mio, questi per me fratello/sorella e madre. 4. Testi utili: Sal 133; Mt 1,18-25; 11,25-30; Lc 1,26-38; Gv 1,1-18; 14,15-24; 1Gv 3,1-24.

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53. USC IL SEMINATORE A SEMINARE 13,1-9 13,1 2 In quel giorno, uscito di casa, Ges sedeva lungo il mare. E si raccolsero attorno a lui molte folle, cos che lui, entrato in barca, si sedette, e tutta la folla stava in piedi sulla spiaggia. E parl loro molto in parabole, dicendo: Ecco: usc il seminatore a seminare. E, nel seminare, parte cadde lungo la strada, e, venuti gli uccelli, la divorarono. Unaltra cadde su luogo sassoso, dove non aveva molta terra, e subito germogli, perch non aveva terra profonda; ma, sorto il sole, si bruci, e, non avendo radici, si secc. Unaltra cadde sulle spine, e crebbero le spine e la soffocarono. Unaltra cadde in terra bella, e dava frutto, quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta. Chi ha orecchi, ascolti.

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1. Messaggio nel contesto Usc il seminatore a seminare. Con questa e le successive parabole Ges spiega il mistero della sua vita: lo stesso del regno, lo stesso della sua parola in noi. La parabola dice qualcosa di noto per far capire qualcosa di ignoto fin dalla fondazione del mondo (v. 35). Dio nessuno mai lha visto (Gv 1,18). La sua conoscenza ineffabile riservata al Figlio, che ha il suo medesimo Spirito

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(1Cor 2,11). Ges, quando la comunica ai piccoli (11,25), non pu che usare un linguaggio umano. Lui stesso la parola di Dio fatta carne. Con le parabole illustra lenigma della storia sua e nostra, che presenta un duplice scandalo. Primo: il male sembra bene e riesce bene, mentre il bene sembra male e riesce male; addirittura il male vince e il buono perde. Secondo: il bene, anche quando c, sempre frammisto al suo contrario. Che il bene, cos generosamente seminato, sia destinato a fallire? Ges con le parabole ci vuol far vedere pi in profondit. La crisi, che lui stesso ha appena attraversato ( cc. 11-12), e che anche noi attraversiamo, trova qui una lettura diversa, divina: il bene vittorioso nella propria sconfitta e nel perdurare stesso del male! Il c. 13 contiene quattro parabole per le folle ( il seminatore, la zizzania, la senape e il lievito: vv. 2b-9.24-30.31s.33), e quattro per i discepoli (il tesoro, la perla, la pesca e lo scriba: vv. 44.45.47-50.51s ), ai quali sono riservate anche le spiegazioni (vv. 10-17.18-23.36-43). Sono parabole di discernimento, che rivelano il modo con cui Dio legge la realt: ci danno luce su ci che avviene in questo nostro tempo pieno di contraddizioni. Infatti il regno c, ma non ancora compiuto: siamo alla fatica della semina e della pesca, non ancora nella gioia del banchetto. In tutte le parabole domina lo stupore di un contrasto risolto in modo sorprendente. Il regno non ha uno sviluppo omogeneo e trionfale. Entra nel mondo cos com, si incontra e scontra con il male e le resistenze; il mondo stesso entra di nascosto nel regno, che sembra fallire. Eppure - questa la sorpresa! -, lesito positivo sicuro. Solo Dio Dio, e alla fine vince, e vince divinamente. Il messianismo di Ges non secondo lattesa degli uomini, discepoli compresi. Noi vorremmo un bene incontrastato e pulito, visibile ed efficiente; invece combattuto e frammisto al male, nascosto e insignificante, addirittura fallimentare. La storia presenta un diritto e un rovescio, testa e croce; ma
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proprio il rovescio di ci che vorremmo il segno stesso del Figlio delluomo, salvezza per tutti (12,40). Lo scenario delle parabole solenne ed evocativo: il mare, la barca, le folle. Questa prima parabola presente un contrasto tra le difficolt della semina e la sorpresa del frutto insperato. La parola di Dio, viva ed eterna, seme immortale, che ci genera a sua immagine (1Pt 1,23). Ges lha annunciata e portata. Ma il cuore delluomo, come terra infeconda, non laccoglie. Addirittura ha deciso di eliminarlo (12,14). I miracoli che fa possono anche piacere; ma ci che dice non piace a nessuno! Bisogna forse agire diversamente, andare incontro alle prospettive degli altri? Ges risponde a questa tentazione con la parabola del seminatore, confermando la scelta fatta nel battesimo e corroborata nel deserto. Egli getta il seme della parola del regno con la certezza del contadino, che ne conosce la forza vitale: sa che la morte non lo distrugge, ma anzi ne attiva la potenzialit. Che il seme non attecchisca, che se attecchisce non cresca, che se cresce sia soffocato ( vv. 4-7), la condizione normale di ogni semina, che poi sar fruttuosa. Il seme, ora sacrificato, garantisce la vita per il futuro ( v. 8). In situazione di crisi, invece di cambiare tattica o ripiegare nella lamentela, Ges esprime la propria fiducia. Le difficolt purificano nel Figlio la fede, la speranza e la passione per il Padre. Ges spiega il mistero suo e della storia: quello del seme nella terra. La Chiesa la barca dalla quale Ges parla alle folle: posta sopra labisso, il primo frutto di risurrezione, seme gi germinato che continua la stessa semina.

2. Lettura del testo

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13,1 Uscito di casa. La casa dove Ges dimora con i suoi discepoli. Come uscito dal Padre per venire verso i fratelli, cos esce di casa per dimorare presso tutti. lungo il mare. lo scenario dellesodo. v. 2 si raccolsero attorno a lui molte folle. Lui la Parola, attorno alla quale si riuniscono le folle. Con la sua predicazione pescatore di uomini: tira fuori dalla marea delle folle persone libere, che conoscono e fanno la volont di Dio. lui, entrato in barca, si sedette, e tutta la folla stava in piedi sulla spiaggia . La barca diventa la casa dellesodo: fragile legno sospeso tra cielo e abisso, affronta e attraversa le acque fino al termine del viaggio. larca di No, che salva dalla morte lumanit. Da essa si rivolge alle folle, perch lo seguano nel nuovo esodo. v. 3 parl loro molto in parabole . Le parabole sono storie semplici - paragoni e metafore - con significato profondo. Parlano di cose note e quotidiane, nelle quali da leggere larcano nascosto. La nostra vita un enigma, una parabola dalla nascita alla morte, del cui significato ci interroghiamo. In essa da leggere lazione di Dio, che crea e ricrea, dona e perdona. usc il seminatore a seminare . Ges, il Figlio di Dio, il seminatore uscito dal Padre a seminare la fraternit tra gli uomini. Ed pure il seme, il Verbo eterno e incorruttibile che fa figlio chi lo ascolta. Ed anche la terra, il Figlio delluomo in tutto simile a noi, che finir nel sepolcro. Ed il raccolto: in lui la terra ha dato il suo frutto (Sal 67,7). E sar sempre seminatore, seme e terra fino a quando Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). v. 4 nel seminare . La semina si faceva a mano prima di arare il campo. Dopo, con laratro a chiodo, si ricopriva il seme perch la terra lo custodisse fino alle prime piogge e lo alimentasse poi fino al tempo della messe. Si seminava anche su sentieri, che successivamente sarebbero stati arati, come pure su terreno con scarso spessore, a causa di pietre sottostanti, e
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anche su rovi, che poi sarebbero stati levati. Non un seminatore stolto che butta il suo seme su strade, sassi e rovi, ma un seminatore saggio, che con generosit semina tutto il campo, sapendo per esperienza antica che questo ha garantito la vita ai suoi padri e la assicurer anche ai suoi figli. Se dovesse controllare dove cade ogni seme, non mieterebbe che le proprie ansie. Cos Ges semina ovunque. Non sceglie terreni, non scarta persone: tutti siamo campo di Dio (1Cor 3,9). parte cadde lungo la strada, ecc. I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. lesperienza di Ges: in parte la sua parola non neppure accolta, non attecchisce, vola via. v. 5 unaltra cadde su luogo sassoso, ecc. Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene lumidit dellaria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma unillusione! Mancano le radici. v. 6 sorto il sole, si bruci, ecc. La prima calura, invece di farli crescere, li brucia. laltra esperienza di Ges: la sua parola attecchisce, ma solo in superficie. un entusiasmo iniziale, un fuoco di paglia senza consistenza. Losanna precoce si trasformer presto in crocifiggilo! (cf 21,9; 27,22s). Il cuore di pietra non permette alla Parola di mettere radici. Se la prima impressione che la Parola scompare senza attecchire, la seconda che, se attecchisce, non cresce. v. 7 unaltra cadde sulle spine, ecc. I rovi, anche se tolti nellaratura, tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose re tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! La terza impressione che, se il seme attecchisce e cresce, viene soffocato prima di maturare. Ges descrive con cura le difficolt, per quattro lunghi versetti. La semina sembra un fallimento, come il suo ministero. C chi non accoglie la parola, chi laccoglie senza lasciarla crescere, chi la lascia crescere per poi soffocarla. Il male richiama lattenzione pi del bene. Ma Ges, come il contadino, conosce la verit al di l delle apparenze. Luomo resiste a Dio, il suo amore evapora
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subito come una goccia di rugiada mattutina davanti al sole (Os 6,4). Ma sempre figlio di Dio, fatto da lui, in lui e per lui: sempre terra adatta per accogliere il seme che gli d la sua identit. In questa parabola Ges esaspera le difficolt non per esagerare, ma perch queste ci esasperano. v. 8 unaltra cadde in terra bella. Il Figlio delluomo gettato nel cuore della terra, di ogni uomo, segno e seme di vita per tutti. Un seme, anche dopo migliaia danni, come quello ritrovato nelle piramidi dEgitto, non perde la sua forza: sempre in grado di germinare. Anche luomo non perde mai la sua identit di figlio: al di l dei sentieri che lo attraversano, delle pietre che nasconde e dei rovi che lo dominano, sempre terra bella, madre che accoglie il seme. Come la terra sposa del seme, cos Adamo sposa di Dio, pronto ad accoglierne la Parola. e dava frutto. Limperfetto sottolinea il continuo dar frutto della terra. In Palestina un sacco dava 7/8 sacchi, al massimo 11/12 - oggi, con i fertilizzanti, ne pu dare fino a 30. quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta. Per mal che vada, la semina del regno feconda al di sopra di ogni attesa. Cos Ges, invece di scoraggiarsi per le difficolt, esprime la speranza pi assoluta nel Padre e nella sua parola. Nei momenti di crisi Ges vede nella croce la gloria, nella fatica il risultato. Seminare sempre un atto di fede nel seme e nella terra, come vivere sempre un atto di fede in Dio e nelluomo. E ne vale la pena: Le valli si ammantano di grano, tutto canta e grida di gioia (Sal 65,14). v. 9 chi ha orecchi, ascolti . La parola il seme, lorecchio la terra che laccoglie: lorecchio sia orecchio, la terra sia terra, luomo sia uomo! Anche la parabola appena narrata seme: il seme stesso della fede e della speranza che non delude.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che parla dalla barca c. chiedo ci che voglio: avere orecchi che odono al di l di ci che appare d. traendone frutto, medito il testo da notare: Ges esce di casa e siede lungo il mare Ges sale sulla barca e parla alle folle il seminatore esce a seminare il suo seme parte cade lungo la strada: gli uccelli la divorano parte cade su terreno sassoso: subito germoglia, ma subito secca parte cade tra i rovi: cresce, ma viene soffocata parte cade su terra bella, e continua a dare il suo frutto il cento, il sessanta, il trenta per uno. chi ha orecchi, ascolti!

4. Testi utili: Sal 65; 67; 85;126; Is 55; Gv 1,1-18; 1Ts 1,6-2,13; Eb 4,12s.

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54. PERCH PARLI LORO IN PARABOLE? 13,10-17 13,10 11 E, avvicinatisi, i discepoli gli dissero: Perch parli loro in parabole? Ora, rispondendo, disse: Perch a voi stato dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a quelli non stato dato. Infatti a chi ha, sar dato e sovrabbonder; a chi non ha, anche ci che ha sar tolto a lui. Per questo parlo loro in parabole: perch guardando non guardino e udendo non odano n comprendano. E si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Con ludito udrete e non comprenderete e guardando guarderete e non vedrete; poich si ingrassato il cuore di questo popolo, e con gli orecchi pesanti udirono, e i loro occhi hanno chiuso, perch non vedano con gli occhi e con gli orecchi non odano e con il cuore non comprendano, e non si convertano e io li guarisca. Ma beati i vostri occhi perch vedono, e i vostri orecchi perch odono! Amen, vi dico: Molti profeti e giusti desiderarono vedere ci che voi guardate, e non videro; e udire ci che voi udite, e non udirono.

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1. Messaggio nel contesto

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Perch parli loro in parabole?, chiedono i discepoli a Ges. Loro sono le folle che rimangono sulla spiaggia, in contrapposizione al voi dei discepoli. Questi si avvicinano a lui, lo seguono, gli parlano, ne ascoltano le parabole e la spiegazione. Sono i suoi ai quali dato conoscere i misteri del regno di Dio: i loro orecchi e i loro occhi si saziano e si beano di quanto profeti e giusti desiderarono udire e vedere. Loro invece non si avvicinano a lui, non lo seguono, non gli parlano, non ne ascoltano la risposta: non sono entrati nel mistero della conoscenza del Figlio, non fanno parte della sua famiglia, non sono ancora con lui, ma contro di lui (12,30). A Ges, come poi alla Chiesa giudeo-cristiana di Matteo, brucia il rifiuto di gran parte del popolo di Dio. Ma non si tratta di un fallimento, bens del compimento di quanto predetto dai profeti. Dio lha previsto, facendo di esso il cardine della salvezza: la pietra scartata divenuta testata dangolo (Sal 118,22s). Il Signore rifiutato e ucciso sar il segno di Giona per questa generazione perversa (12,38-42) - il segno pi divino, il segno stesso di Dio, misericordia senza fine per tutti. La durezza di cuore di chi lo rifiuta e uccide alla fine non fa che compiere ci che la mano e la volont del Signore avevano preordinato che avvenisse (At 4,28). Il male estremo delluomo sar il luogo del dono estremo di Dio! Il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione, escludendone altri: vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verit (1Tm 2,4). Ma chi non lo accetta, non abbandonato a s, perduto per sempre. Per lui la Parola in parabole. Queste offrono il seme che germiner quando chi non vuol capire capir almeno di non capire e sar disposto a mettersi in questione. La parabola come un pacco chiuso: presto o tardi uno lo aprir, se non altro per curiosit. Il brano - posto dopo la parabola del seminatore e prima della spiegazione ai discepoli -, indica il passaggio da fare perch la parabola non resti enigma, ma
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beatitudine di chi vede il compimento della promessa: bisogna aprire il cuore, gli orecchi e gli occhi al Signore, avvicinarsi a lui e ascoltarlo, pronti a riconoscere le durezze del proprio cuore. Il brano si articola in tre parti. I vv. 10-12 presentano i discepoli che si avvicinano a Ges: sono i destinatari dei misteri del regno. I vv. 13-15 parlano di loro, quelli che non vogliono accoglierlo, e cos compiono la profezia di Isaia. I vv. 16-17 proclamano la beatitudine dei discepoli, che ascoltano e vedono quanto per altri resta enigma o desiderio. Ges colui che profeti e giusti desiderarono ascoltare e vedere: il dono promesso da Dio, Dio stesso che ha promesso. La Chiesa ha la beatitudine di ascoltarlo e vederlo nella misura in cui si avvicina a lui, parla con lui e lo ascolta, riconoscendo le proprie durezze di cuore, sordit e cecit (cf brano seguente), chiedendo la guarigione. Senza questo atteggiamento, anche se fa parte dei suoi secondo la carne, resta fuori, come gli altri.

2. Lettura del testo 13,10 Avvicinatisi, i discepoli gli dissero. I discepoli sono sua madre, fratelli e sorelle. Infatti, avvicinandosi a lui, lo seguono e ascoltano, compiendo la

volont del Padre suo. Non stanno fuori (12,46), ma si lasciano coinvolgere da lui. perch parli loro in parabole? Loro sono gli altri, ai quali Ges offre il seme della Parola, anche se ancora non sanno sgusciarlo dalla pula della parabola. I discepoli chiedono se non il caso di parlare loro pi chiaro, o addirittura di non parlare loro. Chi non vuole ascoltare, non meglio inchiodarlo alla sua malafede, o lasciarlo perdere? Ges invece parla loro. E usa le parabole, che n inchiodano n lasciano perdere, n accusano n scusano, ma semplicemente, con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, pu
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chiedere spiegazioni. Chi non vuole, libero di farlo. Ma gli sempre aperto lo spiraglio: la parabola offre anche a lui la luce della verit. v. 11 a voi. Sono i discepoli, che hanno deciso di essere con lui (12,30). stato dato. Da Dio: lui dona, e i discepoli ricevono. conoscere i misteri del regno dei cieli. la conoscenza della volont del Padre, la partecipazione al suo amore mutuo con il Figlio (11,25-30). La parola mistero esce solo qui nei sinottici, e significa il disegno di Dio nella storia (Dan 2,28s), articolato in misteri. ma a quelli non stato dato . Infatti stanno fuori. Non si avvicinano, ma si difendono da lui; lo accusano invece di accoglierlo, lo uccidono invece di viverne, provocano il segno di Giona invece di seguire i segni che gi hanno ricevuto. v. 12 a chi ha, sar dato. I discepoli hanno fede: sono disposti ad accogliere. Dio dono senza fine: lunica misura al suo dono smisurato lapertura del nostro desiderio. e sovrabbonder . Nellamore il desiderio alimentato dal suo appagamento: una saziet che non d nausea n toglie appetito. Pi uno desidera, pi riceve; e pi riceve, pi desidera. a chi non ha, anche ci che ha sar tolto a lui. Chi non ha desiderio, non riceve dono. Chi si chiude nellautosufficienza, si isterilisce sempre di pi. Il lucignolo fumigante, se non alimentato, far sempre pi fumo e meno luce. Ma la stessa luce del mondo (Gv 8,12) porter su di s la maledizione di ogni tenebra. v. 13 parlo loro in parabole perch guardando non guardino, ecc. Locchio per la luce, lorecchio per la parola, il cuore per il desiderio. Ma un cuore chiuso non desidera, sordo e cieco; vede solo la proiezione delle sue diffidenze, ascolta solo le proprie paure. v. 14 si adempie per loro la profezia di Isaia. Ges cita Isaia, mandato a denunciare il peccato del popolo che non vuole convertirsi al Signore (Is 6,9364

10). C per un termine ad ogni male: la grande devastazione! Sar quella che toccher in sorte a Ges, il legno verde che porta su di s la maledizione di quello secco (Lc 23,31). Lui sar il ceppo, la progenie santa, dalla quale nascer la salvezza per tutti, e per lo stesso Israele (Is 6,11-13). con ludito udrete e non comprenderete, ecc. (Is 6,9-10). C un udire che non intende, un vedere che non comprende. Non si tratta di sordit e cecit, perch il sordo non ode e il cieco non vede. Si tratta di chi ode e vede, ma non vuole intendere n comprendere. v. 15 si ingrassato il cuore di questo popolo. Ci che impedisce di capire il cuore torpido e intontito, affogato nei propri interessi, che rendono gli orecchi tardi allascolto e gli occhi chiusi alla luce. Il cuore, messo allinizio e alla fine del v. 15, il centro del male, come lo del bene. non si convertano. Il torpore del cuore ottunde la coscienza del male e il desiderio del bene, ostacolando la conversione. e io li guarisca. Il Signore vuol guarirci. Aspetta solo che glielo chiediamo. Questa diagnosi che Ges fa del nostro male linizio della terapia. v. 16s beati i vostri occhi perch vedono, ecc. A chi si avvicina a Ges dato quanto i profeti e i giusti (profeti e re, Lc 10,24), hanno desiderato e salutato solo da lontano (Eb 11,13). Abramo, vostro padre, esult nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegr (Gv 8,56). Gli occhi dei discepoli vedono perch riconoscono la propria cecit, i loro orecchi odono perch avvertono le proprie sordit, il loro cuore capisce perch sente le proprie resistenze alla Parola.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges con i suoi discepoli c. chiedo ci che voglio: la guarigione del cuore, degli occhi e delludito d. traendone frutto, medito il testo da notare: i discepoli si avvicinano a Ges perch parli loro in parabole?
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a voi stato dato conoscere i misteri del regno di Dio. a chi ha, sar dato e sovrabbonder a chi non ha, anche ci che ha sar tolto Ges parla loro in parabole perch guardando non guardino, udendo non odano n comprendano cos si compie la profezia di Isaia: il cuore grasso, gli orecchi pesanti, gli occhi chiusi convertirsi e guarire beati i vostri occhi e i vostri orecchi.

4. Testi utili: Sal 32; 49; 73; Is 5,20-24; 6,8-13; Gv 9,1-41.

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55. UDITE VOI DUNQUE LA PARABOLA DEL SEMINATORE 13,18-23 13,18 19 Udite voi dunque la parabola del seminatore. Quando uno ode la parola del regno senza comprendere, giunge il maligno e ruba ci che seminato nel suo cuore, costui quello seminato lungo la strada. Ora quello seminato su terreno sassoso, costui quello che ode la parola e subito laccoglie con gioia, ma non ha radice in s ed mutevole, e quando viene una tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si scandalizza. Ora quello seminato tra le spine, costui quello che ode la parola, ma le preoccupazioni del mondo e linganno della ricchezza soffocano la parola ed essa senza frutto. Ora quello seminato sulla terra bella, costui quello che ode la parola e comprende; questi s d frutto: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta.

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1. Messaggio nel contesto Udite voi dunque la parabola del seminatore, ordina Ges ai suoi discepoli. Essa espone le difficolt indesiderate e il successo insperato che incontra la Parola. Ges ha appena proclamato beati i discepoli perch odono e vedono (v. 16). In questa spiegazione anche noi ascoltiamo e vediamo, in una puntigliosa allegoria, limpatto fortunoso e fortunato della Parola con il nostro cuore. Dopo la parabola e i criteri per leggerla, ora c la lettura di essa nella propria vita.

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La parabola del seminatore descrive lavventura della Parola in ciascuno di noi. la stessa di Ges, il Figlio delluomo che entra nel cuore della terra. La terra per il seme ci che luomo per la Parola: madre, che laccoglie e gli d vita. Ci che Ges ha incontrato nellannuncio ai suoi contemporanei e la Chiesa incontrer nellannuncio a tutte le genti, ci che la Parola incontra in ciascuno di noi: resistenze di ogni tipo, e, alla fine, resa feconda. I quattro tipi di terreno, pi che quattro tipi di uomo, sono i quattro livelli di ascolto che in noi convivono. Quando ascoltiamo la Parola, in parte la sentiamo e non la intendiamo: i pensieri soliti ci rendono impenetrabili allascolto. In parte la sentiamo e accogliamo con gioia, ma le pressioni, interne ed esterne, impediscono che si radichi e cresca. In parte la lasciamo anche radicare e crescere, ma poi resta soffocata dalle preoccupazioni e dallinganno della ricchezza, che, come rovi, sempre ci invadono. In parte per siamo anche terra bella, che produce frutto. Come fa la terra bella ad acquistare spazio in noi, se non levando sentieri, sassi e rovi? E come avviene questo? La spiegazione della parabola riservata ai discepoli perch si riconoscano nei vari terreni, vedano le ovviet che rendono impenetrabili allascolto, le paure che pietrificano il cuore, gli egoismi che soffocano lamore della verit e la verit dellamore. il presupposto per saper cosa fare - e cosa chiedere dove non riusciamo a fare. Questa spiegazione va letta alla luce della parabola: come Ges, nonostante le difficolt della semina, afferma la certezza del risultato, cos noi siamo sicuri del frutto sorprendente della Parola. Essa deve entrare e passare attraverso lo spessore di male del nostro cuore, per convertirci e guarirci. La comunit dei credenti chiamata a guardare le proprie resistenze non per abbattersi, ma per conoscere qual il suo campo di lotta e di vittoria.

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Questa spiegazione non una scivolata moralistica rispetto alla parabola evangelica, quasi che il risultato dipendesse dal nostro sforzo. Il frutto dono di Dio - Dio stesso che si dona. Lui il seme, e noi il suo campo. Siamo chiamati a riconoscere le nostre resistenze, per chiedere ed ottenere la libert da esse, e cos accogliere ci che lui ci vuole dare. In particolare chiediamo il dono di quella fede che vince il mondo (1Gv 5,4), di quella speranza che non delude (Rm 5,5), di quellamore, effuso nei nostri cuori, che ci fa essere figli ed eredi del regno (Rm 5,5; 8,17). Ges il seme seminato nelluomo cos com, per produrre ci che lui stesso . La Chiesa conosce le proprie resistenze, e, in esse, invece di bloccarsi, rafforza la sua fede, la sua speranza e il suo amore.

2. Lettura del testo 13,18 Udite voi dunque la parabola del seminatore. Udite un imperativo. Ges ordina al discepolo di ascoltarlo mentre spiega la parabola della Parola. Chi non capisce questa, non pu intendere le altre (cf Mc 4,13). chiamata la parabola del seminatore, che Cristo: illustra la vicenda della sua parola in noi, lavventura sorprendente del Figlio delluomo nel cuore della terra, nel cuore di ogni uomo. v. 19 quando uno ode la parola del regno. Lespressione la parola del regno esce solo qui nei sinottici. senza comprendere. C una impermeabilit alla Parola, costituita dalle ovviet di cui viviamo. Il si dice, il si pensa (ma si pensa?) e il si fa - il pensiero comune e gli infiniti sentieri del buon senso -, sono refrattari alla Parola, impenetrabili ad essa come lasfalto al seme. Il pensare di tutti, da Adamo in poi, non secondo Dio, ma secondo satana, dir Ges a Pietro (16,23). Infatti frutto di sfiducia e di corte astuzie dettate dallegoismo e dalla paura.
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giunge il maligno e ruba ci che seminato nel suo cuore. Il maligno, menzognero e omicida fin dal principio (Gv 8,44), impedisce lascolto della parola di verit e di vita (Gv 8,43s). chiamato anche diavolo, che significa divisore: allontana il seme dalla terra, luomo da Dio. Fin dal principio, con la sua menzogna, separ Adamo dalla Parola. Rubare la Parola la sua attivit fondamentale, intesa a condurci allinfecondit e alla morte. costui quello seminato lungo la strada. Lascoltatore identificato non con la strada - o i sassi e i rovi - ma direttamente con il seme, e, indirettamente, con la sua accoglienza di esso. Luomo infatti si identifica con la Parola che ascolta, non con le difficolt che oppone. Si pu dire che uno laccoglienza che accorda alla Parola. In questo caso la strada su cui cade il seme la via dellinautenticit, che tutti percorriamo. Il credente riconosce nel pensar comune la prima difficolt a credere. E proprio qui afferma il senso della parabola del seminatore: la fiducia che il frutto verr sicuramente. Infatti tutto ci che viene da Dio vince il mondo. E questa la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5,4). Il discepolo si rende conto delle difficolt che ha ad ascoltare davvero la Parola. Saccorge di vivere di altri criteri: nella sua esistenza quotidiana partecipa ampiamente al banchetto degli idoli, al quale sollecitato da un assedio di inviti. Proprio qui chiede a Dio il dono di una fede che cresca in proporzione alla sua incredulit pratica. Con il padre dellepilettico, prega: Credo, aiutami nella mia incredulit (Mc 9,24). v. 20s quello su terreno sassoso, ecc. Il terreno sassoso, su cui cade il seme, il cuore del discepolo ancora pietrificato da varie paure. Accoglie con gioia la parola di vita, ma il germoglio senza radici, e si secca presto. Lui stesso incostante, mutevole come una canna sbattuta, o addirittura infranta da ogni evento (11,7; 12,20). Le oppressioni interne e le pressioni esterne lo sconquassano, inaridendo la sua speranza.
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Fatta la scelta di libert, c la lotta di liberazione. Le difficolt fanno uscire le paure nascoste, costringendo a vincerle. Per questo Paolo si rallegra delle sue tribolazioni: macinano le durezze di cuore e producono pazienza, e la pazienza una forza a tutta prova, e questa forza quella speranza che non viene mai meno (Rm 5,3-5). Cadono le false speranze, e resta la sola che non illude n delude. Se uno guarda la Medusa delle proprie paure, resta di sasso; se guarda al Signore, il suo volto raggiante (Sal 34,6). Le difficolt, alla fine, stanano le paure e frantumano ogni falsa speranza, per far spazio alla speranza nel solo Signore. v. 22 quello seminato tra le spine, ecc. Le spine sono la mondanit, che pur recisa, sempre rispunta, come la testa dellIdra. Cresce impercettibilmente, alimentata dalla preoccupazione di non avere abbastanza o dalla seduzione dellavere di pi. Legoismo soffoca progressivamente lamore, e le tre concupiscenze del mondo (1Gv 2,16) lentamente tornano a prevalere. In questo pericolo di tiepidezza (cf Ap 3,16), il discepolo impara a conoscere e chiedere il dono di un amore sempre pi grande per il Signore, capace di vincere i falsi amori. Cristo, per il dono dello Spirito, diventa per lui la delectatio victrix, quel piacere che vince la seduzione di ogni altro. v. 23 quello seminato sulla terra bella, ecc. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dellamore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paure e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda. Adamo molto bello (Gen 1,31): la sposa di Dio, terra fatta per accogliere il seme della sua parola. E il frutto sar insperato: la terra germiner la sua verit (Sal 85,12), luomo sar come il suo Signore, a immagine e somiglianza sua. Per questo siamo fatti, e questo venuto a portarci Ges, il Figlio che con la sua parola ci dona il regno del Padre.

3. Pregare il testo
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a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges solo con i suoi discepoli, che spiega la parabola del seminatore c. chiedo ci che voglio: il dono della fede che mi fa accogliere la Parola, il dono della speranza che la fa custodire, il dono dellamore che la fa fruttificare d. traendone frutto, medito il testo da notare: la parabola del seminatore il seme la parola del regno il seme caduto sulla strada, e sua sorte il seme caduto su terreno sassoso, e sua sorte il seme caduto tra i rovi, e sua sorte il seme accolto in terra bella, e suo frutto. 4. Testi utili: Sal 65; Os 11,7-9; Ez 36,24-36; Gv 8,43-45; Mt 8,23-27; 19,1630; 9,9.

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56. LASCIATE CHE CRESCANO AMBEDUE INSIEME 13,24-30 13,24 Unaltra parabola propose loro dicendo: simile il regno dei cieli a un uomo che ha seminato seme bello nel suo campo. Ora, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e semin zizzanie in mezzo al grano e se ne and. Quando poi fior la messe e fece frutto, allora apparvero anche le zizzanie. Ora, andati i servi del padrone di casa, gli dissero: Signore, non hai seminato seme bello nel tuo campo? Da dove dunque vengono le zizzanie? Egli disse loro: Un uomo nemico fece questo! Ora i servi gli dicono: Vuoi che andiamo a raccoglierle? Egli dice: No! Perch non avvenga che, raccogliendo le zizzanie, non strappiate insieme ad esse il grano! Lasciate che crescano ambedue insieme fino alla mietitura, e, al momento della mietitura, dir ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fastelli per bruciarle; il grano invece radunatelo nel mio granaio.

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1. Messaggio nel contesto Lasciate che crescano ambedue insieme, dice il Signore a chi gli propone di sradicare le zizzanie. La zizzania unerba infestante. Allinizio non si distingue

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da una pianticella di frumento; poi si radica cos bene che, strappandola, si sradica lo stesso grano. La Parola ha sempre a che fare con ostacoli che rischiano di impedirne lo sviluppo (vv. 20-22). Il bene deve fare i conti con un parassita ineliminabile: il male. Esso non solo fuori, ma anche dentro la comunit e nel cuore di ciascuno. La storia e ogni singolo uomo un campo di battaglia. Dove il Signore semina con cura il bene, il nemico con astuzia semina il male. Per questo c dualit di semi (bello e cattivo), di seminatori (il Signore e il nemico) e di soluzioni possibili (lasciare o sradicare le zizzanie). Vorremmo che la comunit cristiana fosse perfetta, pura e senza difetti; ci angustiamo e ci diamo da fare per sradicare le zizzanie, in noi e attorno a noi. I maggiori disastri derivano proprio dal tentativo di eliminare il male. La violenza sacra la peggiore: a fin di bene, viola ogni libert. Il trionfo del bene sar solo alla fine, e per opera di Dio. Prima il tempo della pazienza, nostra e sua, che vede il male nostro e altrui come luogo di misericordia, rispettivamente ricevuta e accordata. La Chiesa non una setta di puri; in essa c posto per tutti. Il male non per la sconfitta, ma per lesaltazione del bene: mediante la misericordia diventiamo figli del Padre, che fa piovere sugli ingiusti e sui giusti e fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni (5,45.48). Dio, se nel bene si rivela come dono, nel male si rivela nella sua essenza pi intima e propria: come per-dono, amore senza condizioni e senza limiti. Il male non guasta il bene, ma collabora al suo pieno trionfo: non per la perdizione, ma per la salvezza (cf Gen 50,20; At 4,27s; Ap 17,17). Davvero tutto coopera al bene (Rm 8,28)! Lumanit, credenti e non credenti, racchiusa nella disobbedienza, perch a tutti Dio vuol usare misericordia (Rm 11,32). E, dove abbonda il peccato, l sovrabbonda la grazia (Rm 5,20).
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Dio lascia le zizzanie perch conosciamo lui come grazia, diventando noi stessi figli che ricevono e danno amore gratuito. Sono veramente

imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie (Rm 11,33)! Questa la sua vittoria, nel pieno rispetto della libert nostra, ma anche della sua. La parabola non da leggere alla luce della spiegazione che segue (vv. 3643). Al contrario, la spiegazione sar da leggere alla luce della parabola. Questa a sua volta va vista nel contesto immediato, in cui si parla delle difficolt che incontra il bene (in particolare cf vv. 18-22) e della piccolezza e impurit del bene stesso (vv. 31-33). Il bene non solo ostacolato e insignificante, ma addirittura frammisto al male (cf Rm 7,14-25). Il popolo di Dio sempre santo e peccatore - anzi pi peccatore che santo! Eppure questo il mondo che Dio ha tanto amato da dare per lui suo Figlio (Gv 3,16). La parabola si divide in tre parti. I vv. 24-26 parlano della doppia semina, prima del bene e poi del male. I vv. 27-28a contengono la domanda dei discepoli e la risposta di Ges: le zizzanie sono seme del nemico (cf Gen 3). I vv. 28b-30 presentano la proposta delluomo e quella opposta del Signore: Andiamo a strapparle e Lasciate che crescano insieme. Ges ha seminato la parola del Padre e la vive: la misericordia verso tutti. La Chiesa si ritrova invischiata con il male, fuori e dentro. Tentata di strapparlo con violenza, chiamata a vincerlo con il bene, facendolo oggetto di misericordia invece che di condanna.

2. Lettura del testo 13,24 Unaltra parabola propose loro, ecc. Nella parabola precedente aveva parlato del seme buono, che incontra difficolt. Ora parla del seme cattivo, dal quale esse provengono. Se prima ha detto che nel bene inevitabilmente c il male, ora dice da dove esso viene e come atteggiarsi nei suoi confronti. La parabola rivolta ai discepoli, e riguarda il problema che pi li travaglia.
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v. 25 mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico, ecc. Il nemico viene da fuori: di notte, nel sonno, si infiltra di soppiatto per guastare la semina. Il male non originario, ma parassitario, e allinizio qualcosa di subdolo e inavvertito. Se il seme di Dio la parola di verit che d fiducia, speranza e amore, quello del nemico la parola di menzogna che d diffidenza, disperazione ed egoismo. Nella stessa terra ( = Adam = homo!), oltre il seme del regno, c anche la sorpresa delle zizzanie. Il male costituisce da sempre problema: da dove viene, e che fare con esso? Non solo nel campo accanto, ma anche nel nostro, addirittura dentro di me. Proprio quando cerco il bene, lo trovo accovacciato alla mia porta, e si scatena con violenza. v. 26 apparvero anche le zizzanie. Il male non appare subito. Anzi, allinizio sembra addirittura buono, bello e desiderabile (Gen 3,6). Solo dopo si svela come menzogna, perch non mantiene ci che pro-mette: lo mette-davanti, ma solo come illusione che lascia delusione. v. 27 Signore, non hai seminato seme bello nel tuo campo? Il male una sorpresa negativa, della quale si incolpa un altro, lAltro. Gi Adamo fin dallinizio incolp Eva e Dio stesso (cf Gen 3,12). Perch il male? Dio forse cattivo? Oppure impotente a toglierlo? Oppure indifferente? Nel male sempre lo mettiamo in questione: cattivo, o impotente, o indifferente! Il male implicitamente una incolpazione di Dio. Lui lo sa bene, e risponder dalla croce. da dove dunque vengono le zizzanie? Dopo la sorpresa e la recriminazione, la domanda: da dove viene? Qual la sua origine? Come mai la realt non come dovrebbe essere? Il sapere e il potere delluomo sono un tentativo di comprensione e di soluzione del problema.

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v. 28 un uomo nemico fece questo. Il male non ha come principio Dio: non sarebbe Dio. N si pu negarlo, perch c. N si pu identificarlo con luomo: non lo avvertirebbe n potrebbe esserne liberato. dal nemico! vuoi che andiamo a raccoglierle? La proposta delluomo togliere di mezzo il male. Qualche volta ci si accontenta di eliminarlo teoricamente, dicendo che non c, o che un gradino verso un bene maggiore. Altre volte si cerca di eliminarlo praticamente. E qui, a fin di bene, nascono i rimedi peggiori del male stesso. v. 29 no! la risposta del Signore alle nostre proposte. I nostri limiti e i nostri mali non sono da eliminare, ma da prendere in modo diverso. perch, raccogliendo le zizzanie, non strappiate insieme ad esse il grano. Le radici delle zizzanie sono cos forti e diffuse che, chi le sradica, sradica il grano. Fuori metafora: il grano la vita, Dio stesso misericordioso e clemente, longanime e di grande amore, che si lascia impietosire (Gn 4,2). Chi spietato, senza pazienza ed esigente, distrugge il grano - la vita di Dio che in lui. Dio, davanti al male, si rivela per quello che : amore senza condizioni. La sua compassione lunico solvente utile. Non interviene con ira, perch Dio e non uomo (Os 11,9). La collera delluomo non compie la sua giustizia (Gc 1,20), che altra dalla nostra, eccessiva (5,20): lamore assoluto di Padre verso i figli disgraziati (5,43-48). v. 30 lasciate che crescano ambedue insieme. Il male cresca con il bene. Invece di eliminarlo, usando violenza e violando la libert, se ne faccia il luogo del massimo bene: la misericordia. In questo modo si diventa figli perfetti come il Padre (5,48). Il nostro atteggiamento davanti al male ci d la nostra identit divina, la cui misura la misericordia che riceviamo e accordiamo. Le zizzanie ci aiutano a diventare grano, simili a Dio che non giudica, non condanna, ma assolve, dona e perdona tutto (Lc 6,37s). Paradossalmente possiamo dire: se Dio ha fatto il mondo bello, il male, alla fine, loccasione per renderlo migliore. O
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felix culpa! Non per questo dobbiamo peccare (Rm 3,8; 6,1s.15); dobbiamo per conoscere nel peccato la sovrabbondanza della sua grazia (Rm 5,20). al momento della mietitura, ecc. Solo alla fine il male sar tolto, ma dal giudizio di Dio, cos diverso dal nostro! Il presente lasciato a noi per anticipare, nella nostra, la sua misericordia. Questo il senso della nostra vita e della nostra storia. Alla fine Dio brucer il male, salvando tutti attraverso il fuoco del suo amore (cf 1Cor 3,13-15). E noi saremo giudicati dal nostro stesso giudizio, misurati col nostro metro: la misericordia che avremo usata sar la nostra misura di verit.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che parla ai discepoli c. chiedo ci che voglio: diventare misericordioso come il Padre d. traendone frutto, medito il testo da notare: mentre gli uomini dormivano venne il nemico semin zizzanie in mezzo al grano apparvero le zizzanie Signore, non hai seminato seme bello? da dove le zizzanie? un nemico fece questo vuoi che andiamo a raccoglierle? no! raccogliendo le zizzanie si strappa il grano! lasciate che ambedue crescano insieme! solo alla fine il male sar bruciato. 4. Testi utili: Sal 130; 136; Rm 7,14-25; 11,11-36; Mt 5,43-48; 6,14s; 7,1-5; 18,21-35; Lc 6,36-38.

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57. APRIR LA MIA BOCCA IN PARABOLE TIRER FUORI COSE NASCOSTE FIN DALLA FONDAZIONE DEL MONDO. 13,31-35 13,31 Unaltra parabola offr loro dicendo: Simile il regno dei cieli a un chicco di senape che un uomo prese e semin nel suo campo. il pi piccolo fra tutti i semi, ma, quando cresciuto, pi grande degli altri ortaggi e diventa albero, cos che vengono gli uccelli del cielo e nidificano nei suoi rami. Unaltra parabola espose loro: Simile il regno dei cieli a del lievito che una donna prese e nascose in tre misure di farina finch fermenti tutto. Tutte queste cose raccont Ges in parabole alle folle, e, senza parabole, non raccontava loro nulla, perch si compisse il detto del profeta che dice: Aprir la mia bocca in parabole, tirer fuori cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

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1. Messaggio nel contesto Tirer fuori cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, dice Ges concludendo le parabole per la folla, prima di entrare in casa coi suoi discepoli (v. 36). I misteri nascosti da sempre, che Ges rivela con la vita ed espone con le parabole, sono gli interrogativi profondi di ogni uomo. Prima ci si chiedeva come mai il bene osteggiato allesterno e allinterno frammisto al male (vv. 3-9.18-23.24-30). Ora ci si chiede perch il bene sempre piccolo (vv. 3132), anzi immondo (v. 33), perch il regno, che con lui iniziato, ha raccolto

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attorno a s poca gente, e che gente - una insignificante cerchia di persone, per di pi religiosamente squalificate. Il mistero della croce si ormai profilato allorizzonte (12,14). Il disegno del Padre si realizza nella storia del Figlio che passa attraverso il male dei fratelli, sotto il segno della piccolezza e della maledizione. Il regno dellAgnello immolato, predestinato prima della creazione del mondo (cf 1Pt 1,20). Attraverso di lui Dio compie la salvezza degli uomini, eletti ed amati gi prima della creazione del mondo (Ef 1,4) con un amore che nessuna acqua pu spegnere (Ct 8,7). Il brano presenta due parabole simmetriche, quella della senape e quella del lievito (vv. 31-32.33), con una interpretazione generale delle parabole ( vv. 3435), come rivelazione di Dio offerta a tutti. La senape e il lievito non corrispondono allimmaginario usuale del regno. Ci si aspetta che sia un grande albero, dimenticando che viene da un ramoscello (Ez 17,22s; cf Dn 4,1ss; Ez 31,1ss). Ci si aspetta una conquista trionfale del mondo - tutti si prostreranno, baceranno la polvere e pagheranno il tributo a Sion (Is 49,23; cf Is 60,1ss) -, dimenticando che si parla di un popolo di peccatori in esilio e del Servo di Dio umiliato. In questo brano Ges gioca sul contrasto tra la piccolezza del seme e la grandezza dellalbero, tra limpurit del lievito e la sua capacit di

contaminare tutta la pasta. Le due immagini, forse usate con ironia dagli avversari di Ges, sono da lui prese per illustrare il regno: la piccolezza estrema del seme di senape produrr il grande albero, linadeguatezza di un pugno di farina andata a male fermenter il mondo. Larcano del regno contiene questo contrasto tra insignificanza attuale e gloria futura. Ma tra le due c continuit misteriosa e vitale, come tra seme e pianta, tra fermento e pasta viva. Dio ha scelto ci che nel mondo ignobile e disprezzato e ci che nulla, per ridurre a nulla le cose che sono (1Cor
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1,28). Israele stesso fu scelto non per sue qualit presunte o reali, ma perch il pi piccolo tra i popoli della terra (Dt 7,7). Non un capriccio di Dio. invece una necessit sia per noi che per lui. Per noi, perch siamo piccoli; e cos veniamo liberati dal delirio di grandezza. Per lui, perch amore; e lamore si fa piccolo e umile, senza paura di sporcarsi. Queste parabole si sono prestate a varie applicazioni. Si sottolineato come la Chiesa, da piccola e insignificante, cresciuta e ha lievitato il mondo intero; oppure come lindividuo, accogliendo il seme della Parola, cambia vita; o, infine, come la storia presente, ancora sotto il segno del male, avr un esito positivo e trionfale. La parabola di sua natura suggestiva: suggerisce interpretazioni diverse in situazioni diverse. Tutte sono legittime, se non dimenticano che la croce non un incidente di percorso da dimenticare, ma , ora e sempre, il suo segno (cf 24,30). I trionfalismi, che contrappongono gli umili inizi al successo conseguito, sono sempre fuori luogo. Anche se la comunit cristiana abbraccer il mondo intero - e gi lo abbraccia il Cristo sar sempre con le braccia del Crocifisso. Ges il chicco di senape, preso e gettato sotto terra, il pi piccolo dei semi, che germiner nel grande albero della croce. il lievito, preso e nascosto nella pasta del mondo, e lo far tutto pane vivo. La Chiesa chiamata a comprendere la grandezza e la santit del Figlio nella piccolezza e impurit della croce: legge in essa larcano di Dio, ora e sempre.

2. Lettura del testo 13,31 Simile il regno dei cieli a un chicco di senape. Il regno dei cieli paragonato a un chicco di senape, invisibile come la capocchia di uno spillo. La sua piccolezza estrema scandalosamente associata alla grandezza del regno. che un uomo prese e semin nel suo campo. Il mondo campo di Dio, e il cuore di ogni uomo terra su cui cade il seme.

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v. 32 il pi piccolo tra tutti i semi. Non c piccolezza maggiore di quella di Dio: tanto piccolo e invisibile che uno pu anche dire che non c. Il tsimtsum la caratteristica del Creatore che si restringe per fare spazio alla sua creatura. Dio non come lidolo - grande, fascinoso e tremendo (Dn 2,31). Piccolo, disprezzato e tremante, il suo segno quello del bambino nella mangiatoia (Lc 2,12). quando cresciuto, pi grande degli altri ortaggi. La grandezza del regno non un trionfo futuro che rimedia alla piccolezza presente: quella della croce, che abbraccia ogni piccolezza e lontananza. Questo larcano del regno, che tutti alla fine, battendosi il petto, vedranno (24,30): il pi grande proprio colui che si fatto il pi piccolo di tutti (cf Lc 9,48; 22,26s). E cos sar sempre: il Signore con noi fino alla fine del mondo (28,20) nella carne del minimo(25,40.45). Lo scopriremo quando ci chiamer a entrare nelleredit del regno, preparato per noi fin dalla fondazione del mondo (25,34). Se, mentre leggiamo il vangelo, lui si presentasse a noi cos com, non ci accorgeremmo che quel disgraziato che ci disturba lui, il pi piccolo di tutti! Gli diremmo con disappunto: Torna unaltra volta! Forse per questo non ancora tornato? diventa albero, cos che vengono gli uccelli del cielo, ecc. lalbero della croce. Abbassamento estremo per luomo, linnalzamento del Figlio delluomo, rivelazione della Gloria (27,54). Tra le sue braccia accorrono e trovano casa gli uccelli del cielo, simbolo dei popoli. Il centurione pagano sar il primo di una numerosa schiera. Questo albero abbatte il muro di separazione tra Dio e uomo e degli uomini tra loro (Ef 2,14-18): fa di tutti un solo popolo, dimora della gloria. La forza di Dio non quella del destriero, gettato nel mare col suo cavaliere (Es 15,1): quella dellasinello (21,5; Zc 9,9), che porta i nostri pesi (cf Gal 6,2). La sua gloria non quella dellaquila superba e predatrice (Dt 32,11): quella umile della gallina che cova i pulcini (Lc 13,34). La sua grandezza non
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quella dei pi alti cedri (Ez 17,22s): quella del legno della croce, dove gli uccelli trovano nido. Cos tutti gli alberi della foresta conoscono chi il Signore - colui che umilia lalbero alto e innalza lalbero basso, fa seccare lalbero verde e fa germogliare lalbero secco (Ez 17,23s). Lui stesso il legno verde che si fa secco per bruciare le nostre iniquit e comunicare a noi la sua linfa vitale (cf Lc 23,31). Rispetto alle attese delluomo, il regno di Dio suona sempre in tono minore il suo! v. 33 simile il regno dei cieli a del lievito. Il regno di Dio libero da ogni fermento di male; non pu essere paragonato al lievito, che immondo, farina imputridita. Come Ges e i suoi discepoli! Nella Pasqua del Signore, chi non mangia pane azzimo, sia fatto scomparire (cf Es 12,15). Ges scomparir, eliminato come immondo. Infatti la purezza di Dio quella dellamore: misericordia che si mischia con ogni miseria. La sua gloria la capacit di perdersi e farsi servo (12,18-21), addossandosi il peso di ogni debolezza e colpa (8,17). Cristo, nostra pasqua (1Cor 5,7), si fatto per noi lievito, maledizione e peccato (cf Gal 3,13; 2Cor 5,21): lAgnello che porta il male del mondo (Gv 1,29). che una donna prese e nascose in tre misure di farina. Prima un uomo che semina, ora una donna che fa la pasta: immagini consuete di quotidiano lavoro, necessario per vivere. Se il piccolo seme gettato diventa il grande albero della croce, quel pugno di impasto andato a male, preso e nascosto in tre misure di farina, il Cristo sepolto: nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviter di vita nuova, libera dal vecchio lievito di malizia e perversit (1Cor 5,7s). Il Signore risorto, albero del regno e fermento di vita, il Ges crocifisso, preso, gettato e nascosto - esposto sulla croce e deposto nel sepolcro. La sua piccolezza e impurit potenza e santit di Dio, salvezza del mondo.

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v. 34 tutte queste cose raccont Ges in parabole alle folle, ecc. Riprende il tema delle folle e del parlare in parabole (v. 10.13). v. 35 perch si compisse il detto del profeta . Parlando in parabole, Ges compie quanto scritto nel Sal 78,2. Anche i Salmi sono citati come i Profeti: tutta la Scrittura non forse profezia del Nazoreo (2,23)? aprir la mia bocca in parabole, tirer fuori cose nascoste, ecc. Sotto il velo delle parabole Ges esprime il mistero, nascosto a tutti, della passione di Dio per luomo. In lui esce allo scoperto il segreto del cuore di Dio, perch chi vuole, liberamente intenda (v. 9). E chi non vuole intendere? Luomo di sua natura ascoltatore della Parola. Le parabole gliela pongono innanzi in modo velato: presto o tardi cercher di ascoltarla. Solo allora capir la sapienza di Dio, nascosta da prima della fondazione del mondo, e ora rivelata in Ges per la nostra gloria (1Cor 2,7). In lui vedremo ci che mai entr in cuore duomo (1Cor 2,9): proprio ci per cui il cuore di ogni uomo fatto.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges che parla alle folle c. chiedo ci che voglio: capire il mistero della minimit e dellimpurit di Dio d. traendone frutto, medito il testo da notare: chicco di senape un uomo prese e nascose nel suo campo il pi piccolo fra tutti i semi pi grande di tutti gli ortaggi albero dove vengono a nidificare gli uccelli del cielo lievito una donna prese e nascose in tre misure di farina fermenta tutto senza parabole non parla alle folle con esse rivela a tutti le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. 4. Testi utili: Sal 27; Ez 17,22-24; Dn 2,31-35; 4,1-34; 1Cor 1,22-31; Fil 2,511
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58. COS SAR AL COMPIMENTO DEL MONDO 13,36-43 13,36 Allora, lasciata la folla, venne in casa; e i suoi discepoli si avvicinarono a lui, dicendo: Spiega a noi la parabola delle zizzanie nel campo. Ed egli, rispondendo, disse: Chi semina il seme bello il Figlio delluomo, il campo il mondo, il seme bello sono i figli del regno, le zizzanie sono i figli del maligno, il nemico che le ha seminate il diavolo, la mietitura il compimento del mondo, i mietitori sono angeli. Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano nel fuoco, cos sar al compimento del mondo. Il Figlio delluomo mander i suoi angeli, e raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e quelli che fanno iniquit, e li getteranno nella fornace ardente: l sar pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, continui ad ascoltare!

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1. Messaggio nel contesto Cos sar al compimento del mondo, dice Ges: brilleranno due fuochi, quello delle zizzanie che bruciano come immondizie, e quello dei giusti che splendono come il sole. Il giudizio di Dio solo alla fine, non ora, ed fatto da lui, non da noi. Il presente sempre il tempo della pazienza, perch tutti giungiamo alla conversione e alla salvezza (cf 2Pt 3,9).

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La spiegazione della parabola, richiesta dai discepoli (v. 36), si divide in due parti: i vv. 37-39 sono un vocabolario dei sette elementi simbolici; i vv. 40-43 sono un ampliamento del punto finale - il giudizio di Dio. La comunit, dopo aver capito che bisogna avere comprensione con tutti (v. 29), avverte un problema: con questa legge di libert (Gc 2,12) non si rischia il disimpegno? Se Dio perdona comunque, si pu fare ci che pare e piace, trascurando il suo precetto di amare! Il ragionamento tanto comune quanto insensato. Sarebbe come dire: Mia madre mi vuol bene e non si vendica. Posso impunemente maltrattarla! Chi pensa e agisce cos, un falso profeta, operatore di iniquit, privo del frutto del regno (7,15-23). Questi versetti, come poi i vv. 48-50, sono un richiamo alla responsabilit personale: dobbiamo non giudicare gli altri per non essere giudicati, usare misericordia per ottenere misericordia. Si esige impegno da parte nostra: se la comunit cristiana non una setta di giusti, non neppure una banda di malfattori! La misericordia verso laltro. Verso di s ci vuole vigilanza e discernimento, giudizio e conversione continua, per diventare appunto figli perfetti come il Padre (5,48.43-47). La misericordia una esigenza di purificazione pi bruciante di qualunque legge. Non c posto per lassismo o immoralit, torpore o tiepidezza. Ogni pegno damore impegno ad amare. Nella Chiesa, come nel mondo, ci sono sempre le zizzanie col buon seme: al presente il regno del Figlio delluomo resta aperto a tutti gli uomini, suoi fratelli. Ma, nel futuro definitivo, il regno del Padre sar solo per i figli, quelli che sono diventati come lui. Lattuale dilagare dellempiet, se non diventa opportunit per crescere nella misericordia, si fa connivenza, che raffredda lamore di molti (24,12). Chi fa parte della Chiesa non creda di essere gi nel regno del Padre: lo solo nella misura in cui si fa figlio, facendosi fratello di tutti, nessuno escluso.

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Grazia e libert, dono e responsabilit, azione di Dio e delluomo, non vanno mai separati, tanto meno contrapposti: la grazia libera la libert, il dono d la capacit di rispondere, lazione di Dio rende possibile quella delluomo. Noi siamo nella misura in cui liberamente rispondiamo al dono che abbiamo ricevuto. Dio non si sostituisce a noi, ma ci fa come lui. E questa la nostra salvezza: diventare ci che siamo. Ges il Figlio delluomo venuto a seminare la parola di misericordia: nel suo regno, quello del Figlio, sono accolti tutti cos come sono, perch fratelli. La Chiesa e ciascuno di noi sempre insieme buon grano e zizzanie: il regno del Figlio, non ancora quello del Padre. Per entrare in questo bisogna essere grano buono: accettare con misericordia le zizzanie dellaltro - non le proprie!

2. Lettura del testo 13,36 Allora lasciate le folle, entr in casa. La parabola delle zizzanie spiegata a quelli che sono in casa, nella Chiesa. Questa esposta a due pericoli opposti: diventare una setta di giusti che non ha misericordia verso gli altri, o una banda di immorali che imputa a s la sua misericordia come propria impunit. i suoi discepoli si avvicinarono a lui. La familiarit con lui e un confronto

costante con quanto lui ha detto e fatto, ci preservano dal duplice pericolo. Non basta lintimit di chi dice: Signore, Signore, ma non conosce e non fa la sua volont (7,21). spiega a noi, ecc. Ges lunico maestro (23,8). A noi spetta essere discepoli che ascoltano, capiscono e fanno quanto lui dice e spiega. La parola che accogliamo non solo legge, ma dono di grazia: d ci che dice. v. 37 chi semina il seme bello il Figlio delluomo. Ges annuncia la parola del regno (v. 19). La Parola lui stesso, che diventa segno definitivo nel suo farsi seme, sepolto per tre giorni nel cuore della terra (12,40).
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v. 38 il campo il mondo . Tutto il mondo, non solo la comunit (cf 1Cor 3,9), campo di Dio. il seme bello sono i figli del regno. I figli del regno sono quelli che ascoltano con cuore bello e buono, e portano frutto. le zizzanie sono i figli del maligno. Luomo diventa figlio di colui che ascolta. Se ascolta la Parola, diventa figlio di Dio; se ascolta la menzogna del serpente, diventa figlio del maligno. Costui non fa qualcosa: semplicemente ruba la Parola (v. 19) con una parola veri-simile, simile al vero ma non vera. In noi c sempre la doppia figliolanza: del seme bello e delle zizzanie. v. 39 il nemico che le ha seminate il diavolo. Diavolo significa divisore. Fin dal principio divide luomo dalla Parola: gli sottrae la sua verit con la menzogna. la mietitura il compimento. Il compimento del mondo paragonato alla mietitura, il tempo in cui il seme diventa pane e gioia. Sar quando Dio avr compiuto nel mondo lopera sua, il suo capolavoro: il volto del Figlio. Solo allora, non prima, ci sar il giudizio. i mietitori sono angeli. A giudicare langelo, colui che annuncia la Parola. infatti questa che, gi qui e ora, ci giudica e giustifica. v. 40 come si raccolgono le zizzanie e si bruciano nel fuoco, ecc. Il tempo, vita che abbiamo a disposizione, finito: ha un inizio, uno svolgimento e un termine. Alla fine resister solo lamore, che mai ha fine (1Cor 13,8). Il fuoco di Dio render allora manifesta lopera di ciascuno: la paglia del nostro egoismo sar bruciata, e ci che prezioso resister (cf 1Cor 3,12-14). un richiamo a vivere il presente con responsabilit: per non essere zizzanie, bisogna usare verso queste la stessa misericordia del Padre. v. 41 il Figlio delluomo mander i suoi angeli. Angelo significa

annunciatore: gi ora ha mandato gli apostoli a seminare la Parola, in base al cui ascolto siamo giudicati.

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raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e gli operatori di iniquit . Nel suo regno ci sono scandali e iniquit. La Chiesa il regno del Figlio, non ancora quello del Padre (v. 43). Abbraccia necessariamente insieme grano e zizzanie, pesci buoni e cattivi. Chi non misericordioso coi cattivi, lui stesso cattivo, scandalo per gli altri, operatore di iniquit, che non fa la volont del Padre. v. 42 li getteranno nella fornace ardente (Dn 3,6). I tre giovani, che non si piegarono allidolo, furono gettati nella fornace ardente, e rimasero illesi. Il fuoco alla fine brucer il nemico, che lo aveva preparato per i giusti (Dn 3,22). Il compimento del mondo sar con un fuoco: il fuoco dello Spirito di Dio, amore che trasformer in s ci che non amore (1Cor 3,15). l sar pianto e stridore di denti (8.12; 22,13). Il male non trionfa: finisce in lamento e rabbia che morde se stessa. v. 43 i giusti splenderanno come il sole (Gdc 5,31). Il sole simbolo di Dio. Chi ascolta la Parola diventa come il Padre (5,48): riluce della sua gloria, come il Figlio trasfigurato. nel regno del Padre loro. Se il regno del Figlio necessariamente accoglie tutti come fratelli, quello del Padre raccoglie solo i figli - quanti si saranno fatti fratelli di tutti. Ci che in noi non sar filiale e fraterno, scomparir. Allora ci copriremo di rossore bruciante per tutto ci di cui ora spesso ci vantiamo. chi ha orecchi, continui ad ascoltare (cf v. 9). A chi ascolta sar dato conoscere i misteri del regno; e pi ha, pi gli sar dato (vv. 11s).

3. Pregare il testo: a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges in casa con i discepoli c. chiedo ci che voglio: vivere ora ci che alla fine vorrei aver vissuto d. traendone frutto, medito il testo da notare: Ges in casa e i discepoli gli si avvicinano e lo interrogano il seme bello, il Figlio delluomo, i figli del regno
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le zizzanie, il diavolo, i figli del maligno la mietitura, il compimento del mondo, gli angeli i giusti nel regno del Padre. 4. Testi utili: Sal 97; 94; 96; Sap 1-5; 1Cor 3,12-15; Gc 2,14-26; 2Pt 3,1ss.

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59. PER LA GIOIA DI ESSO, VA E VENDE TUTTO QUELLO CHE HA E COMPERA QUEL CAMPO 13,44-52 13,44 Simile il regno dei cieli a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo trov e nascose, e, per la gioia di esso, va e vende tutto quello che ha, e compera quel campo. Ancora simile il regno dei cieli a un mercante che cerca belle perle. Ora, trovatane una di grande valore, and e vendette tutto quello che aveva, e la comper. Ancora simile il regno dei cieli a una rete gettata nel mare, che mette insieme di tutto: e, quando fu riempita, la tirarono su a riva, si sedettero e raccolsero i pesci buoni nei canestri e quelli cattivi li buttarono fuori. Cos sar al compimento del mondo: usciranno gli angeli e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace di fuoco; l sar pianto e stridore di denti. Avete capito tutte queste cose? Gli dicono: S. Ora disse loro: Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, simile a un padrone di casa, che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

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1. Messaggio nel contesto Per la gioia di esso, va e vende tutto quello che ha e compera quel campo. Queste ultime brevi quattro parabole, rivolte ai discepoli, completano il discorso di Ges con un appello alla decisione e alla responsabilit: la gioia

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la forza per decidersi per il regno, tesoro da vivere con coerenza e da trasmettere adeguatamente. Le prime due parabole (vv. 44.45-46) sono simmetriche, seppure con differenze che illuminano aspetti diversi dellunico tema: decidersi per ci che vale. Parlano del trovare (frutto di un cercare, esplicito o meno), di un tesoro nascosto e di una bella perla - immagini suggestive del valore e della bellezza del regno - e pongono laccento sul vendere tutto per comprare il campo e la perla. Non basta cercare o trovare: occorre decidere. Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. Il motivo della decisione la gioia, la passione per il tesoro. Lamore per Ges rende indifferenti al resto, liberi di camminare finalmente verso la felicit. Chi si sposa, non preso da tristezza per i possibili partners che lascia, ma dalla gioia per chi ha scelto e ama. Per questo Dio ci d gioia: per farci decidere. E per questo il nemico fa di tutto per renderci tristi: per impedirci ogni decisione positiva. La seconda coppia di parabole (vv. 47-50. 51-52) sulla responsabilit. Ognuno chiamato a vivere in prima persona il tesoro della vita filiale (cf vv. 24-30. 36-43), e lo scriba, in particolare, deve trasmetterlo in modo intelligente e completo. vero che la Chiesa non una setta di giusti: la grande rete, gettata nel mare, che pesca i fratelli dallabisso. Guai se non fosse cos! Ma chi ha ottenuto misericordia, la vive con impegno nei confronti degli altri. La bont di Dio stimolo a corrispondervi, non alibi alla cattiveria: la salvezza essere come lui! In modo particolare lo scriba responsabile di capire tutto (v. 51) e trasmetterlo integralmente, con attenzione al nuovo e allantico (v. 52), allinterpretazione e alla tradizione. Deve tener presente il nuovo e lantico Testamento, mostrando la verit delle promesse alla luce di Ges, che il

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compimento. quanto fa con scrupolo Matteo: scrivendo il suo vangelo, mostra come nel Nazoreo si compiono le profezie (2,23). impossibile comprendere il compimento senza conoscerne la promessa, ma anche cogliere la promessa senza conoscere il compimento. Il velo dellAT tolto solo da Cristo (2Cor 3,14-16). La Bibbia il tesoro di famiglia, dal quale, a tempo debito, lo scriba, amministratore fedele dei misteri del regno (24,45), distribuisce a ciascuno la sua razione di cibo. Beato quel servo che il Signore, al suo ritorno, trover ad agire cos (24,46). Diversamente appartiene al numero di quelli che chiudono il regno dei cieli davanti agli uomini: non vi entrano e impediscono agli altri di entrare (23,13)! Ges il tesoro nascosto e la perla preziosa: chiunque, presto o tardi, lo trova, sia che non lo cerchi come il contadino, sia che lo cerchi come il mercante. Il Signore, come si fa trovare da chi lo cerca (cf Is 66,6), cos dice: Eccomi!, facendosi trovare anche da chi non lo cerca (cf Is 65,1). Lui la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita: la gioia di averlo incontrato la forza per decidere di conseguirlo. La Chiesa fatta da coloro che centrano la propria vita su di lui, tesoro e perla preziosa; del resto si servono tanto quanto piace a lui. Ognuno responsabile di vivere concretamente alla luce di questo amore. Lo scriba, in modo particolare, chiamato a trasmettere bene questo tesoro, antico nella sua novit e sempre nuovo nella sua radice antica.

2. Lettura del testo 13,44 Simile il regno dei cieli a un tesoro. Ogni uomo ha nel cuore la luce di un desiderio, una promessa di felicit che lo tiene vivo. Lo sappia o no, alla ricerca del tesoro nascosto, che da sempre ha sognato. Questo tesoro la Sapienza, la parola di Dio che gli dice cosa fare per avere pienezza di vita (Pr 2,4; 3,14; 8,11.18s.21; Gb 28,15-19). La legge della tua bocca mi preziosa pi di mille pezzi doro e dargento (Sal 119,72). Di essa gioisco come uno
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che trova grande tesoro (Sal 119,162). Il grande tesoro, Sapienza perfetta del Padre, Ges, con quanto dice e d a noi. nascosto nel campo. Il campo il mondo intero (v. 38), la nostra storia, il nostro cuore. Ogni uomo figlio nel Figlio: in ognuno c luomo nascosto del cuore (1Pt 3,4). Scoprirlo lavventura della vita. che un uomo trov . Il ritrovamento fortuito. Luomo non aspetta n sospetta il tesoro; si imbatte in esso. Si sottolinea la gratuit e la sorpresa del dono. Il contadino lavora un campo che ancora non gli appartiene. nascose. Il tesoro resta inutilizzato, fino a quando non si sceglie

effettivamente di farne il proprio tesoro. Il contadino lo nasconde per paura di perderlo: non suo fino a quando non ha investito in esso quanto possiede. per la gioia di esso. La tristezza blocca, la gioia muove ogni decisione. Essa propria di chi ha trovato il suo tesoro, di chi ama. Lamore porta a de-cidere: taglia via ci che non conta per amore di ci che conta. Solo una grande passione rende indifferenti al resto. Non perch tutto perda significato, ma perch tutto finalmente ha il suo senso. Ci che prima era una palla al piede, ora serve per conseguire ci che sta a cuore. va e vende tutto quello che ha e compera quel campo. I verbi sono al presente: ogni decisione si compie al presente, qui e ora. Per ottenere il campo c da vendere tutto. Non che venga buttato via: viene investito per acquistare ci che vale. Uno non perde niente; anzi guadagna tutto. la decisione dei discepoli nel seguire Ges (4,20.22; 9,9; cf 19,21.27-29). Di fronte alla sublimit della conoscenza di Ges, suo Signore, Paolo considera perdita quanto prima vedeva come affare: stato conquistato da lui e corre per conquistarlo (Fil 3,7.12). v. 45 simile il regno dei cieli a un mercante che cerca belle perle. L un contadino che fa il suo lavoro quotidiano, qui un intenditore che sa quello che cerca, anche se non lha mai visto. Lha solo intravisto nel brillare di ogni luce, che non ancora quella.
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Il tesoro dato a tutti, come al contadino. Ma anche tutti, come il mercante, sono intenditori, ognuno a modo suo. Ciascuno infatti cerca, segretamente o meno, una bellezza unica che ha stregato da sempre il suo cuore: Ci hai fatti per te, Signore, ed inquieto il nostro cuore fino a quando non riposa in te. Linsaziabilit del nostro desiderio - fame che niente placa - testimonia che il nostro appetito infinito, dellInfinito. Colui che capace di Dio, non pu essere riempito da nulla che sia meno di Dio stesso. Luomo desiderio. Desiderio dellimpossibile, perch fatto per limpossibile, unico cibo che lo appaga. v.46 trovata una perla di grande valore, and e vendette, ecc. Qui i verbi sono al passato. Si sottolinea il fatto pi che lazione: c gi chi ha deciso. Chi parla lha fatto: la sua gioia non si tramutata in lutto, e invita alla stessa danza chi ascolta. v. 47 simile il regno dei cieli a una rete, ecc. Il regno simile, oltre che a un seme che germina, anche a una rete che tira fuori luomo dallabisso e lo porta alla luce. Il discepolo, pescato da Ges, chiamato a sua volta a diventare pescatore (4,19): pescando i fratelli dalla morte, diventa lui stesso figlio, pescato alla figliolanza dalla propria fraternit. che mette insieme di tutto. La rete aggrega tutti, senza discriminazione. La Chiesa non sceglie chi bravo, bello e buono: accoglie tutti nel suo seno. Non pu essere che cos (cf vv. 24-30.36-43). Se nego la fraternit a un figlio di Dio, non accetto di essere figlio io stesso. v. 48 quando fu riempita. La rete piena solo alla fine, non prima. E la fine sar quando il fine sar raggiunto: quando la Parola e laccoglienza fraterna avr pescato tutti gli uomini. Allora il Figlio, che sar lultimo ad essere pescato, consegner il regno al Padre, e Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,24.28). sedutisi raccolsero i buoni in canestri e i cattivi li buttarono fuori . Solo allora ci sar la distinzione (cf vv. 30.36-43). Il presente il tempo della pesca e dellindulgenza. Nel futuro sar il giudizio. Ma gi lo conosco e lo scrivo io
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stesso, qui e ora: sar misurato secondo la misericordia che avr accordato agli altri. Se ho capito la misericordia, non mi prendo gioco della bont di Dio (Rm 2,4), non ne faccio il paravento della mia malizia (1Pt 2,16), pretesto alla mia empiet (Gd 4). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf 2Pt 3,9). Ho quindi la responsabilit di vigilare su me stesso per avere verso gli altri la stessa pazienza di Dio, parlando e agendo come uno che deve essere giudicato secondo una legge di libert - dove il giudizio sar senza misericordia contro chi non avr usato misericordia, ma dove la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio (Gc 2,12s), ovviamente di Dio! v. 49s cos sar al compimento del mondo, ecc. (cf vv. 30.40-42). Allora ci sar la separazione, e saremo misurati con il metro che avremo usato verso gli altri, giudicati col nostro stesso giudizio (7,2). Se avremo avuto

misericordia, splenderemo come il sole nel regno del Padre (v. 43). Allora in noi e attorno a noi briller la purezza che ora desideriamo. Tutto ci che non misericordia, sar bruciato nel fuoco del giudizio di Dio che misericordia. Gi ora lo conosciamo, e siamo chiamati a viverlo con responsabilit (cf 7,15-20. 21-23; 22,10s; 25,1-13.14-30.31-46). v. 51 avete capito tutte queste cose? la domanda finale di Ges. Tutte queste cose vanno capite, nessuna esclusa, sia la grazia che la libert, sia il dono che la responsabilit, sia la giustizia che la misericordia. Diversamente fraintendiamo, cadendo nel rigorismo o nel lassismo, nel pessimismo o nel trionfalismo - comunque nella stupidit di chi capisce sempre il contrario di ci che deve, eliminando uno dei due aspetti della realt ( essere semplici non semplificare indebitamente, ma accettare la complessit!). Tutte queste cose sono i vari aspetti del mistero della croce - tesoro e perla in cui investire ci che abbiamo e siamo. S. Discepolo colui che ha capito il mistero del Figlio. v. 52 per questo ogni scriba divenuto discepolo . Qui si parla della responsabilit dello scriba, che trasmette ai fratelli il tesoro di famiglia con
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intelligenza e completezza. Responsabilit, in misura diversa, comune a ciascuno: volesse il cielo che tutti fossimo scribi nel popolo di Dio (cf Nm 11,29)! tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Il tesoro Cristo. In lui nascosto ogni tesoro della sapienza e della scienza, abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,3.9). Lo scriba innanzitutto preoccupato della novit, che lui, il nuovissimo, lOmega perch lAlfa di tutto. Alla sua luce coglie la verit delle promesse antiche. Se bisogna conoscere la promessa per capire il compimento - ignorare le Scritture ignorare Cristo (S. Girolamo) -, a maggior ragione bisogna conoscere il compimento per capire la promessa: ignorare Cristo non capire le Scritture! lui che toglie il velo alla lettura dellAT (2Cor 3,14).Le cose antiche si capiscono andando allindietro con locchio in avanti, verso la novit di Ges. C inoltre sempre una novit, che germoglia proprio ora, non te ne accorgi (cf Is 43,19)? il Signore che viene, sotto la veste dellultimo di tutti (25,40.45). Lo scriba, alla luce di ci che sa, lo riconosce e aiuta gli altri a fare altrettanto. La tradizione di ci che antico vive per linterpretazione di ci che nuovo. Guai a restare nella tradizione senza aprirsi allinterpretazione; guai a guardare la promessa di Dio senza discernere come si realizza qui e ora. Di simili scribi, ciechi, ne abbiamo, e ne avremo, sempre in abbondanza.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Ges in casa che parla ai suoi discepoli c. chiedo ci che voglio: la gioia di decidere per lui, di vivere la sua misericordia e di trasmetterla agli altri d. traendone frutto, medito il testo da notare: tesoro nascosto nel campo per la gioia, va, vende tutto quello che ha e compera quel campo
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il mercante che cerca perle belle la perla di grande valore la rete gettata in mare, che mette insieme tutti il compimento del mondo come distinzione e trionfo del bene avete capito tutte queste cose? lo scriba discepolo tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

4. Testi utili: 1Re 3,5-12; Sal 119,65-80; Pr 1-4; 8-9; Mt 9,9; 15,16-30; Lc 19,1-10; Fil 3,1ss. 60. NON C' PROFETA DISPREZZATO SE NON NELLA PATRIA E NELLA CASA SUA 13,53-58

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E, quando Ges fin queste parabole, se ne and via da l. E, venuto nella sua patria, li ammaestrava nella loro sinagoga, cos che erano colpiti, e dicevano: Donde a costui questa sapienza e i miracoli? Non costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo e Giuseppe e Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra noi? Donde a costui dunque tutte queste cose? E si scandalizzavano di lui. Ora Ges disse loro: Non c' profeta disprezzato se non nella patria e nella casa sua. E non fece l molti miracoli a causa della loro incredulit.

1. Messaggio nel contesto Non c' profeta disprezzato se non nella patria e nella casa sua , dice Ges constatando l'incredulit di quelli di Nazareth.

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Il rifiuto di parte dei suoi apre una nuova sezione (13,53-17,27), nella quale si traccia litinerario dallincredulit alla fede, con il passaggio obbligato attraverso il dubbio, che sempre accompagna sia l'una che l'altra. Il succedersi dei fatti sostanzialmente uguale a Mc 6,1-9,32, con un rilievo maggiore dato a Pietro. La cosa comprensibile se si pensa che Marco si rif alla sua predicazione (la modestia una virt, tanto rara quanto difficile da contraffare). Si approfondisce sempre di pi il solco che divide la folla dai discepoli: c chi rifiuta e chi si lascia coinvolgere nel cammino di Ges. La fede cristiana consiste nellaccettare non solo il suo messaggio e la sua opera, ma soprattutto la sua persona. Ges non il fondatore di una religione, come Mos, Budda o Maometto; non il maestro di una dottrina o di una morale che pu stare anche senza di lui. Lui il Signore, la vita e la sapienza: il racconto della sua storia ce lo rivela e ce lo offre da amare e da seguire. Accettare lui, nella sua umanit, avere lo Spirito di Dio: Ogni spirito che riconosce che Ges Cristo venuto nella carne, da Dio, e ogni spirito che non riconosce Ges, non da Dio (1Gv 4,2s). La fede cristiana non un'idea o una legge, ma un individuo concreto: Ges. Questo lo scandalo e beato chi non si scandalizza di lui (11,6). Ges non fu accettato dai suoi a causa della sua carne. La prima eresia, sempre latente nella Chiesa, lo gnosticismo, che non accetta la debolezza della sua umanit, e della sua umanit crocifissa. Questa la radice stessa della fede, sempre insidiata, al presente come al passato. Le prime eresie sono anche le eresie prime di ogni epoca. Anche oggi varie forme di misticismo e di teologie sincretistiche si scandalizzano del fatto che lOnnipotente parli ed entri nella storia di tutti attraverso la storia singola e personale di Ges. Svuotano cos la salvezza di Dio, non riconoscendo la sua carne e la sua croce, salvezza di ogni carne e di ogni croce. Ci che non assunto, non redento, suona fin dall'inizio il principio di ogni teologare cristiano. Cardo salutis caro: la sua carne il cardine della salvezza. Il cristianesimo amore per Ges, il Crocifisso, sapienza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1-3). Chiunque invocher il nome del Signore, sar salvato (At 2,21). In nessun altro nome c' salvezza (At 4,12), neanche per i teologi pi illuminati o abbagliati. Solo in lui, il Figlio, diventiamo ci che siamo: figli che entrano a far parte della famiglia del Padre. Altre figure insigni, idee brillanti o ascesi allucinanti, giovano se aiutano a conoscere e amare lui. Altrimenti non giovano a nulla, se non a perdersi. Noi vogliamo essere come Dio; ma rifiutiamo un Dio che sia come noi. Ed proprio questo che ci salva! Il rifiuto di Nazareth, dietro il quale si profila quello di parte di Israele, rimane profezia perenne per la Chiesa (cf. Rm 11,10s): ci che capitato ai

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nostri padri, per noi un esempio da non dimenticare, perch non ci avvenga di peggio (cf. 1Cor 10,6). Ges crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, sapienza e potenza di Dio (1Cor 1,23s) che salva tutti. Tutto infatti, creato per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16), trova la propria identit in lui, vita di ci che (cf. Gv 1,3b-4). La Chiesa non divida ci che Dio ha unito (cf. 19,6). La prima tentazione diabolica dividere la Parola dalla carne, ottenendo una parola vuota e una carne senza senso.

2. Lettura del testo v. 53: E, quando Ges fin queste parabole, ecc . il finale stereotipo dei discorsi di Ges. Lo scenario delle parabole il lago di Galilea, nei dintorni di Cafarnao, centro della sua attivit prima del viaggio a Gerusalemme. v. 54: venuto nella sua patria. Ges torna a Nazareth, dove Giuseppe si era ritirato al suo ritorno dall'Egitto (2,23). Qui sperimenter un paradosso pi frequente di quanto pare: proprio i suoi lo rifiutano (cf. Mc 6,1-6a; Lc 4,16-30). li ammaestrava nella loro sinagoga. Nella sinagoga di Nazareth Ges aveva imparato la Parola; ora insegna come persona nota per ci che ha compiuto altrove (Lc 4,23). La sinagoga loro: ormai la chiesa di Matteo si distanziata da essa. cos che erano colpiti. C uno stupore iniziale che, invece di aprirsi al mistero, si chiuder nel pregiudizio. La meraviglia principio di sapienza. Chi non si stupisce, non capisce nulla di nuovo, ossia non capisce. donde a costui questa sapienza e i miracoli? Quelli di Nazareth si fanno la domanda giusta. Ma non sono disposti ad accettare una risposta, che metta in questione quanto sanno. Riconoscono la sapienza e i miracoli; sono un dato di fatto. Ma escludono a priori che la sapienza e la potenza di Dio possa essere in costui, che conoscono bene! Se fosse uno che ha studiato o praticato particolari ascesi, se fosse un sapiente o un santone, non si sarebbero meravigliati: avrebbe le carte in

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regola e l'avrebbero accolto. Ma come pu Dio manifestarsi in questo uomo, normale e ordinario, in tutto simile agli altri. Noi vorremmo essere simili a Dio, come lo immaginiamo noi; ma non accettiamo un Dio simile a noi. Vorremmo lui e noi diversi da quello che siamo e lorigine del male proprio non accettare la realt. Noi, per lo pi, crediamo in lui perch non lo abbiamo visto, e lo pensiamo come pi ci piace. Ma se lo vedessimo cos com'era, gli crederemmo? Se venisse ora qui, mentre leggo il vangelo, lo riconoscerei (cf. 25,40-45)? I sapienti cercano la sapienza e i religiosi la potenza; ma lui un uomo che finir in croce! Quel Dio che ognuno pensa sapiente e potente a modo suo, e che nessuno mai ha visto, si manifestato proprio nella carne di Ges, unica notizia di Dio che lo rivela pienamente a tutti. v. 55: non costui il figlio del falegname? In realt non lo (cf. 1,18-25). Si danno per ovvie cose che non sono vere. Per la mentalit comune, se Ges fosse figlio di un qualche personaggio insigne, sarebbe pi credibile. Ma figlio di un falegname, falegname lui stesso (Mc 6,3): cosa pretende di essere? sua madre non si chiama Maria? Si possono conoscere cose vere, senza capirne il mistero. i suoi fratelli, ecc. La tradizione cristiana ha ritenuto che questi fratelli sono cugini, usualmente chiamati con tale nome, o, al massimo, i figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Nel secolo scorso, per pregiudizio contro la verginit, si fece strada lopinione che Maria avesse avuto altri figli. La ricerca della verit, come si sa, sempre pregiudicata dai propri interessi. v. 56: donde a costui dunque tutte queste cose? Si ribadisce linterrogativo, che non trova risposte plausibili, perch inciampa contro la carne di Ges, che si pu conoscere solo nello Spirito (cf. 2Cor 5,16). Si scandalizzano che queste cose divine siano in costui, che conoscono. Se fossero in un altro, ci si potrebbe pensare! Lo scandalo l'umanit di Ges! Ma l'incarnazione, principio di salvezza, il centro della nostra fede. v. 57: si scandalizzavano di lui. Accettare o meno la sua umanit accogliere o meno il dono di Dio. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9)!

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non c profeta disprezzato se non nella patria. forse un proverbio col quale Ges cerca di giustificare il rifiuto dei suoi. Si tende a svalutare ci che si conosce: si concede margini di mistero solo a ci che si ignora! La persona religiosa, in modo particolare, propensa a volare verso un finto ignoto, pur di non scomodarsi a mettere in questione il gi noto. Per pigrizia mentale facile ridurre tutto a ci che gi si sa. v. 58: non fece l molti miracoli a causa della loro incredulit. Il miracolo connesso con la fede, che addirittura lo strappa (cf. il centurione: 8,10.13; il paralitico: 9,2; l'emorroissa: 9,22; la cananea: 15,28). Essa, mettendoci in contatto con il Signore, provoca lo scambio tra lui e noi. Dove manca, manca il contatto. Si tratta di un atto libero, che suscita la meraviglia del Signore. Il nostro s, come pure il nostro no, produce qualcosa di inedito e meraviglioso anche per lui: ha il potere di stupirlo (cf. 8,10; Mc 6, 6). Il miracolo avviene in ultima istanza per la nostra fede; essa stessa il grande miracolo, principio di salvezza.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginandomi nella sinagoga di Nazareth. c. chiedo ci che voglio: riconoscere la sapienza e la potenza di Dio nella carne di Ges. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: Ges viene nella sua patria e insegna nella sinagoga donde a costui questa sapienza e miracoli? il figlio del falegname, sua madre Maria, i suoi fratelli e le sue sorelle si scandalizzavano di lui non c' profeta disprezzato se non nella patria a casa sua non fece molti miracoli a causa della loro incredulit. 4. Testi utili

Sal 119 (sostituendo Ges dove si trova parola, legge, precetto, decreto, ecc.); Mc 3,20-34; 6,1-6a; Lc 4,16-30; 1Cor 1-3; Rm 11,1ss.

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61. I SUOI DISCEPOLI LEVARONO LA SPOGLIA E LA SEPPELLIRONO 14,1-12

14,1 2

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In quel tempo il tetrarca Erode ud la fama di Ges, e disse ai suoi servi: Costui Giovanni il Battista: lui risorto dai morti e per questo le potenze operano in lui! Erode infatti si era impadronito di Giovanni, l'aveva legato e riposto in carcere a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Gli diceva infatti Giovanni: Non ti lecito tenerla. E, bench volesse ucciderlo, temeva il popolo, perch lo teneva come profeta. Ora, venuto il genetliaco di Erode, danz la figlia di Erodiade nel mezzo, e piacque a Erode, tanto che le promise di darle ci che avrebbe chiesto. Ora essa, indotta da sua madre, dice: Dammi qui, su un piatto, la testa di Giovanni il Battista! E, contristato il re, per i giuramenti e per i commensali ordin che le fosse data; e mand a decapitare Giovanni in carcere. E fu portata la sua testa su un piatto e fu data alla fanciulla, e la port a sua madre! E, fattisi avanti i suoi discepoli, levarono la spoglia e la seppellirono, e vennero ad annunciare a Ges.

1. Messaggio nel contesto

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I suoi discepoli levarono la spoglia e la seppellirono. la sorte del profeta in patria. Ma la sua storia non finisce nel sepolcro. Giovanni precede Ges di un passo. Come ne ha anticipato il messaggio (3,12=4,17), ora ne prefigura il martirio. I due hanno lo stesso amore, gli stessi nemici e lo stesso destino. Il brano un flash-back, che partendo dalla risurrezione, racconta la passione del Battista. Egli, anche dopo la morte, vivo pi che mai, in tutto simile al Signore che ha preannunciato. La sua vita ne profezia compiuta: nel martirio il profeta si identifica con la Parola di cui testimone. Il racconto posto dopo il rifiuto di Ges da parte dei suoi (13,57) e prima del fatto dei pani (vv.13-21): il banchetto della morte precede quello della vita. Come Giovanni, anche Ges sar rifiutato, ucciso e nascosto nel cuore della terra. Proprio l il suo corpo dato per noi sar seme che germoglier pane per tutti. Il banchetto di Erode, che termina con la deposizione del giusto nel grembo della terra, visto come la semina del seme di vita.. Siamo all'interno della sezione che porta a riconoscere il Cristo, Figlio di Dio (16,16). I due banchetti, uno nel palazzo, riservato ai potenti, e l'altro nel deserto, aperto agli umili, rappresentano due modi opposti di vivere. Uno taglia la testa a chi dice la Parola, l'altro vive di essa; il primo festeggia la vita con una danza macabra di morte, il secondo fa fiorire il deserto e riempie la notte della fragranza del pane. Gli ingredienti del banchetto di Erode sono quelli della nostra storia che ben conosciamo: adulterio, prepotenza e violenza. La bellezza, il senso dell'onore e della fedelt servono a condire il pasto, il cui dessert un piatto insospettato e crudele: lultima movenza di questa danza una fanciulla con in mano una testa mozzata! Il profeta uno che soffre di una malattia professionale: il taglio della testa. La sua uccisione rappresenta l'apice del male: invece di ascoltare il Signore, si taglia la gola a chi ne dice la Parola. Ma la Parola di Dio non legata (2Tm 2,9): la testa del Battista parla pi forte di prima, con una potenza che nessuna violenza, neanche la morte, pu far tacere. Erode la

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risente come incubo e appello costante. A lui la responsabilit di ascoltarla, ripudiando la donna che non sua e tornando al primo amore. La causa di tutto infatti una moglie non propria. La donna simbolo della sapienza (Sofia) o della stoltezza (Mora). L'uomo fatto per sposare Sofia, e non Mora. L'una imbandisce il banchetto di morte, l'altra quello di vita; l'una fa del palazzo un sepolcro, l'altra del deserto un giardino. Erode ha scelto di sposare la stoltezza, che lo travolge nella morte. In realt lui un re fantoccio, che non padrone neanche di s. Sente Giovanni e sente Erodiade, ode la sapienza e linsipienza. Ma, legato a questa e depossessato della sua libert, non riesce a fare ci che vuole. preso in un gioco dove ogni bellezza e armonia, il nascere e il mangiare, lo stare insieme e il danzare, tutto si riduce ad un vorticoso movimento sotto la regia della morte. Il potente, guidato da Mora, in realt impotente: giocato dal gioco che crede di tenere in mano, schiavo del suo potere che pi immaginario che reale - anzi si fonda su immagini truci e si mantiene alimentandole. Il suo banchetto, oltre che il prezzo, il contrappunto di quello che Ges imbandisce subito dopo nel deserto: alla nausea vomitevole dei potenti, segue la saziet piacevole per tutti. Ges, profeta rifiutato in patria, avr la stessa sorte del Battista. Con la sua morte diventer pane di vita. La Chiesa ascolta la Parola invece che tagliare la testa a chi la dice. Per questo passa dal banchetto di Erode a quello di Ges. Solo cos riceve il pane della sapienza e riconosce il Vivente.

2.

Lettura del testo v. 1: In quel tempo Erode ud la fama di Ges. Dopo l'invio dei Dodici, si

diffonde la fama di Ges. Anche Erode, come pure noi a distanza di venti secoli, ne viene a conoscenza. L'ascolto principio della fede (Rm 10,17). Ma la verit non pu brillare nel cuore di chi la soffoca nell'ingiustizia (Rm 1,18): il modo di vivere determina quello di pensare. In questo racconto si vede ci che impedisce alluomo di aderire al pensiero di Dio: il banchetto della

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stoltezza, che non conosce e non fa la Parola - anzi l'esecuzione capitale di chi la testimonia. v. 2: disse ai suoi servi. Sono i servi di Erode, asserviti alla brama di avere, di potere e di apparire (cf. 1Gv 2,16), le tre maschere allettanti di cui si serve la morte per adescare luomo. Ben diversi dal Servo che ne fa le spese, sono gli schiavi del male. Erode, loro capo, il loro ideale, il servo pi schiavo di tutti nel tragico gioco che domina il mondo. costui Giovanni il Battista. Anche dopo morto il profeta vivo. La sua uccisione ne fa un martire, testimone con la vita della verit che dice. lui risorto dai morti. Il martirio gi risurrezione: testimonia un amore pi forte della morte. La buona notizia che vinta la morte, per Erode un incubo: minaccia ci a cui ha sacrificato la propria vita. v. 3: Erode infatti si era impadronito di Giovanni, ecc. Come poi Ges, anche Giovanni fatto oggetto di possesso, legato e custodito nel carcere dell'ingiustizia. a causa di Erodiade, ecc. L'adulterio del re simbolo di quello del popolo. Adultero chi tradisce la sua altra parte. Ma l'altra parte dell'uomo Dio! La Parola dice infatti: Amerai il Signore tuo Dio (Dt 6,5). Erode non ama Dio e non si lascia guidare dalla sua parola; sposa invece Mora, la quale sar la protagonista del tragico banchetto che lo porter a festeggiare il giorno della nascita con l'uccisione di chi offre la vita. v. 4: non ti lecito tenerla. Giovanni, come tutti i profeti, ci pone al bivio tra vita e morte; ci chiama a sposare la sapienza e lasciare la stoltezza. Non ci lecito tenerla: noi non siamo suoi e lei non nostra! v. 5: bench volesse ucciderlo. Chi nel male sente come un guastafeste chi lo richiama al bene. Ne vuole la soppressione. temeva il popolo, perch lo teneva come profeta. Matteo ci tiene a distinguere tra i potenti e i poveri - dei quali il regno dei cieli (5,3). La ricchezza accieca nella stoltezza; la povert apre ad accogliere il dono della sapienza. v. 6: venuto il genetliaco, ecc. Al centro della festa di Erode c una danza. Bellezza e piacere sono ingredienti fondamentali di ogni banchetto. Nulla di male, se la fanciulla non fosse figlia di Mora, che si serve di lei per propinare

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il veleno. La stoltezza si serve di tutto come esca: ci che buono, bello e piacevole sostituito da ci che pare tale (cf. Gen 3,6), ma che in realt velenosamente cattivo, brutto e disgustevole. Tolto il velo dellapparenza, la bella fanciulla diventa un piatto con una testa insanguinata v. 7: promise con giuramento. Ci sono promesse cattive, giuramenti che sono obbligo dincoscienza. v. 8: indotta da sua madre. Come Erode sbaglia partner, cos la ragazza sbaglia madre: la bellezza, sotto il dominio dellinsipienza, si trasforma in orrore di morte. Il male sempre fatto col bene; anzi distruggendo il bene, perch lo usa con stoltezza invece che con sapienza. dammi qui, su un piatto, la testa di Giovanni. La stoltezza vuole la testa della verit. C un dare ben diverso da quello del brano seguente! v. 9: contristato il re, per i giuramenti e i commensali. C un momento in cui il male toglie la maschera della bellezza e del piacere: sotto i veli della fanciulla c lo scheletro della morte. Ma Erode non pu sottrarsi: giocato dalla sua immagine, schiavo degli altri che lo osservano. La sua tristezza viene da Dio, che lo chiama a conversione (cf. 2Cor 7,8-10). ordin che le fosse data . La parola dare fondamentale in questo banchetto, come nel successivo (vv. 8.9.16.19). Qui si d la testa della voce, che cos testimonia la Parola; l si d la Parola fatta pane. Lo stesso cibo, velenoso per chi se ne impossessa, vivificante per chi lo riceve in dono. Ma chi se ne impadronisce, non fa altro che ci che Dio aveva preordinato (cf. At 4,28): confeziona il dono. v. 10s: mand a decapitare, ecc. Epilogo della festa una testa data e consegnata di mano in mano. il dies natalis, ma non di Erode, bens del Battista, che viene alla luce come testimone della verit. In questa corsa dalla sala al carcere, dal carcere alle mani della fanciulla, da queste a quelle della madre, finisce la danza della stoltezza, che ottiene ci che vuole: la morte. v. 12: i suoi discepoli levarono la spoglia e la seppellirono. Giovanni anticipa il cammino di Ges: il discepolo che lo segue precedendolo di un passo. Per questo Erode dice fin dallinizio, e giustamente: Giovanni risorto! Infatti vivo pi che mai, come la verit che diventata sua vita.

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vennero ad annunciare Ges. Ci che avvenne a Giovanni un annuncio per Ges, presagio del suo ritiro nel deserto, dove dar il suo pane.

3. a. b. c. d.

Pregare il testo entro in preghiera come al solito. mi raccolgo immaginando il palazzo di Erode. chiedo ci che voglio: conoscere la verit del banchetto di Erode. traendone frutto, guardo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: Giovanni risorto Erode si era impadronito di Giovanni a causa di Erodiade gli ingredienti del banchetto la testa di Giovanni. 4. Testi utili

Sal 49; 73; Pr 1,20-2,22; 9,1-6. 13-18; Ger 1,17-19; 1Gv 2,16; 2Cor 7,8-10.

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62. DATE LORO VOI STESSI DA MANGIARE 14,13-21

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Ora Ges, avendo udito, si ritir da l in barca verso un luogo deserto, in privato. E, udito, le folle lo seguirono a piedi dalle citt. E, uscito, vide molta folla ed ebbe compassione di loro e cur i loro infermi. Ora, giunta la sera, vennero innanzi a lui i discepoli dicendo: Deserto il luogo e l'ora gi passata; congeda le folle, che vadano nei villaggi e si comprino cibi. Ora Ges disse loro: Non hanno bisogno di andare: date loro voi stessi da mangiare! Ora gli dicono: Non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci. Ora disse: Portateli qui a me! E, ordinato alle folle di sdraiarsi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alz gli occhi al cielo, benedisse, spezz e diede i pani ai discepoli e i discepoli alle folle. E mangiarono tutti e furono saziati, e levarono di ci che sovrabbond dei pezzi dodici ceste piene. Ora quelli che mangiarono erano circa cinquemila uomini, senza le donne e i bambini.

1.

Messaggio nel contesto

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Date loro voi stessi da mangiare : limperativo del Signore ai suoi discepoli. Lui stesso il corpo dato per noi (cf. 26,26), cibo che riceviamo e offriamo a tutti. Dopo la sepoltura del profeta c il pane del deserto. La sua uccisione lo rende seme nascosto nel cuore della terra il segno di Giona (12,40)! - che germoglia in pane di vita per tutti. Luomo ci che mangia. Al di l delle sue intenzioni, il banchetto di Erode, con i suoi idoli morti che danno morte, prepara quello del Figlio che d la vita di figli e di fratelli. Ges, profeta e Messia rifiutato, sfama il suo popolo nel deserto. Pi grande di Mos (Es 16,3-4), il Signore stesso che dona la sua carne come vero cibo (Gv 6,55); pi grande di Eliseo (2Re, 4,42ss), la Sapienza che offre sovrabbondanza di vita. Il racconto, a sfondo messianico, richiama leucaristia, cibo del nuovo popolo. La comunit cristiana ha al suo centro il Figlio, ricevuto in dono e comunicato ai fratelli. Quanto qui Ges fa lanticipo di quello che compir nellultima cena (v. 19=26,26), e che i discepoli sempre faranno in memoria di lui (1Cor 11,23s). Il racconto si divide in tre scene: Ges, pieno di misericordia, guarisce le folle (vv.13-14); i discepoli hanno un programma sul cibo diverso dal suo ( vv. 15,18); lui prende il pane, benedice e lo d a loro perch ne offrano a tutti (vv. 19-20). Il v. 21 conclude con una nota del redattore sul numero delle persone sfamate. Il centro del brano la benedizione sul pane del tipo delle berakot (benedizioni) ebraiche. lo stile di vita del Figlio che si fa fratello. Come il banchetto di Erode nel palazzo conduce a uccidere chi dice la Parola, questo di Ges nel deserto la realizza come vita e saziet per tutti. Ges anticipa quello che far lultima sera: il pane il mistero del suo corpo, tutto dono del Padre e tutto dono ai fratelli. La Chiesa ha Ges al suo centro: ascolta il suo comando e offre quanto ha ricevuto.

2.

Lettura del testo

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v. 13: Ges si ritir da l in barca, ecc. Ci che accaduto al Battista premonizione del suo ritiro ultimo, in solitudine, nel deserto della morte, quando dar il suo pane. Il palazzo apparentemente luogo di vita, come il deserto apparentemente invivibile. Ma proprio qui Dio porta il suo popolo fuori dalla schiavit. Chi non esce dal palazzo nel deserto, non incontra il dono di Dio. le folle lo seguirono a piedi dalle citt. Il ritiro di Ges, e di quelli con lui nella barca, non una fuga, ma linizio del nuovo esodo. Il popolo esce dalla citt di Caino per fondare una nuova convivenza. lesodo definitivo. Dove approda la barca di Ges e dei suoi, anche le folle dei poveri arrivano a piedi, anzi li precedono (Mc 6,33). Ognuno ha bisogno di questo pane. v. 14: vide molta folla ed ebbe compassione di loro. Principio dellazione di Ges la sua compassione (cf. 8,17). Ogni azione che non nasce da essa partecipa al banchetto di Erode. Compassione in greco richiama la parola viscere (utero materno): la qualit fondamentale del Dio amore, che Padre in quanto materno (cf. Lc 6,36). cur i loro infermi. Ges ha cura (= venerazione, rispetto!) degli in-fermi, di coloro che non stanno in piedi. La debolezza, che noi sfruttiamo per asservire, per lui oggetto di servizio. La medicina con cui ci cura sar il suo pane, rimedio di vita eterna. v. 15: giunta la sera (cf. 26,20). La sera la fine del giorno, tempo disponibile alluomo. Inizia la notte, e le tenebre si mangiano la creazione scaturita dalla luce. Immagine della fatal quiete, in cui tutto ritorna al caos primitivo, rimanda allultima sera, nella quale Ges ci diede il suo pane (26,20), per consegnare poi il suo corpo al cuore della terra (27,57). Il suo ultimo giorno sar tutto oscurit dallinizio alla fine; anche il sole meridiano si offuscher nel suo splendore (27,45). Sar la notte in cui lui, luce del mondo, entrer in tutte le nostre notti per illuminarle. Ora, come anticipo, la notte del deserto profumer della fragranza del pane. deserto il luogo e lora gi passata. I discepoli notano il deserto intorno e la notte che incombe. Nel deserto non si pu mangiare, ed passata lora in cui si pu fare qualcosa: non si pu vivere, e non c pi nulla da fare. congeda le folle, perch vadano nei villaggi e si comprino cibi. Davanti al deserto e alla notte, la proposta dei discepoli uscire dal deserto, tornare al
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villaggio da cui erano partiti, e comperare qualcosa. Ma il suo pane proprio nel deserto e nella notte, e non da comperare (cf. Is 55,1s). Comperare e vendere, a fine di lucro, ci che aggrega in villaggi e porta al banchetto di Erode. Ges stesso sar comperato e venduto per danaro (26,15)! v. 16: non hanno bisogno di andare. Per Ges la soluzione non da cercare fuori, in un ritorno a ci da cui si usciti. a portata di mano, qui ed ora, ed gratis! Bisogna solo affrontare la situazione in modo diverso. date loro voi stessi da mangiare. Il pane che sazia nel deserto e nella notte non quello che si compera, oggetto di sudore. Viene dato agli amici nel sonno (Sal 127,2). Nel sonno suo e nostro. v. 17: non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci. quanto basta a malapena per loro e per il momento. La comunit ritiene sempre poco quello che c. Non si accorge che cinque pi due fa sette, numero perfetto, divino. saziet piena per tutti se vissuto come dono; fame se trattenuto per s. v. 18: portateli qui a me. La nostra insufficienza va portata a Ges, riposta nelle sue mani. Ci che ho e sono, poco o tanto che sia, sempre sovrabbondante se ricevuto, spezzato e dato da mani di figlio. v. 19: ordinato alle folle di sdraiarsi. linizio della festa. Se il banchetto del primo Esodo fu in fretta e in piedi, quello del secondo si prolunga nella notte, e si sta sdraiati in compagnia con i familiari. Non pi la fuga dalla schiavit, ma lingresso nella libert. sullerba. Il deserto si rallegra e la terra arida esulta e fiorisce: il Signore viene a salvarci (cf. Is 35,1-4). la pasqua definitiva: il passaggio dal banchetto di Erode a quello della Sapienza (cf. Pr 9,1-6.13-18). Il Signore eliminer la morte per sempre, e si dir in quel giorno: Ecco il nostro Dio (cf. Is 25,6-9). prese. Ges il Figlio: riceve dal Padre tutto ci che ha ed . Ma, a differenza di Adamo, non prende come rapina, bens in dono (cf. Fil 2,6). Prende per la morte chi chiude la mano per possedere e divorare; prende per la vita chi apre la mano per ricevere in dono e per donare. La mano chiusa

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avvelena ogni dono; la mano aperta ne fa comunione di vita col Padre e coi fratelli. i cinque pani. Non frumento, ma pane, frutto di lavoro e relazioni: cultura, non solo natura. Tutto da prendere e vivere come dono. I cinque pani sono da Agostino messi in relazione ai cinque libri della legge, per significare che luomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3). i due pesci. I due pesci sono simboli di Cristo, che realizza il duplice comando della legge che uno solo: lamore del Padre e dei fratelli. Per questo amore il Figlio, come pesce che vive nellabisso, venne a morire sulla terra e per dare a noi in cibo la sua vita. alz gli occhi al cielo. Adamo prese dalla mano, ma non alz gli occhi verso il volto del Padre. Fugg da lui. benedisse. Adamo non benedisse colui che d ogni bene, e si nascose nella maledizione. Ges invece riceve tutto, anche se stesso, dal Padre. Ogni briciola di pane dono, segno di amore infinito. In ogni dono c il Donatore che si dona. Chi bene-dice Colui che bene-d, riconosce in ogni goccia la sorgente, in ogni raggio il sole, in ogni frammento il tutto. Prendere benedicendo nascere, venire alla luce come figli, vedendo s e tutto ci che c come segno dellamore del Padre. spezz e diede. Ges, in quanto prende benedicendo, il Figlio, in quanto spezza e d ai fratelli uguale al Padre. Egli ama con il medesimo amore con cui amato - tutto sa dare come tutto riceve. Lo Spirito spira insieme dal Padre e dal Figlio: hanno un unico amore, che la vita di ambedue. La forza per dare gli viene dal suo levare gli occhi al cielo, dal suo essere tutto verso il Padre come il Padre tutto verso di lui. ai discepoli e i discepoli alle folle. Lo stesso unico pane passa dalle mani del Figlio a quelle dei discepoli, e da queste alle folle, fino a giungere nelle mani di tutti i fratelli che cos diventano figli. Il dono fa circolare di mano in mano il pane: riprende il flusso della vita, che la rapina aveva interrotto. v. 20: mangiarono tutti e furono saziati. Questo pane vita e saziet per tutti. Laltro per pochi, e d morte a tutti.

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Questa la mensa che prepara il Signore, mio pastore (Sal 23), dove i poveri mangiano e sono sazi (Sal 22,27). Solo questo pane condiviso benedizione e saziet. Dellaltro possiamo averne fino alla nausea, come Erode; ma non sazia: aumenta solo la fame. dodici ceste piene. Di questo pane, mangiato da tutti e a saziet, ne avanzano dodici ceste, una per ogni trib, una per ogni mese. Ne rimane per tutti e per sempre! quanto sperimenta la Chiesa, allora e ancora adesso. v. 21: cinquemila uomini. Il numero quello della prima comunit di Gerusalemme (cf. At 4,4), che viveva linsegnamento di Ges mettendo in comune i beni, spezzando il pane e pregando con gioia (At 2,42). Nessuno diceva sua propriet ci che aveva; ogni cosa era fra loro comune, e nessuno era bisognoso (At 4,32.34). Chi aveva beni ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno (At 2,45). E tutto questo in piena libert (cf. At 5,4)! senza le donne e i bambini. Esplicitamente si nominano le donne e i bambini, quelli che non contano.

3. a. b. c. d.

Pregare il testo entro in preghiera come al solito. mi raccolgo immaginando il deserto di sera con le folle, i discepoli e Ges. chiedo ci che voglio: vivere di questo pane. traendone frutto, contemplo la scena.

Da notare. Ges si ritir nel deserto, in privato le folle accorrono dalle citt la compassione e la cura di Ges per le folle la proposta dei discepoli: comperare la risposta di Ges: date! i cinque pani e i due pesci Ges prese il pane alz gli occhi al cielo benedisse spezz diede i discepoli ricevono e danno tutti mangiarono e furono sazi dodici ceste piene
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erano in cinquemila.

4. Testi utili Sal 23; 145; Es 16,1ss; 2Re 4,42-44; Is 25,1ss; 35,1ss; 55,1-3; Gv 6,26-66.

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63. O TU DI POCA FEDE, PERCH DUBITASTI? 14,22-36

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E subito costrinse i suoi discepoli a entrare nella barca e precederlo sullaltra riva, finch non avesse congedato le folle. E, congedate le folle, sal sul monte in privato a pregare. Venuta la sera se ne stava da solo lass. Ora la barca distava da terra gi molti stadi, tormentata dalle onde; cera infatti il vento contrario. Alla quarta veglia della notte venne da loro camminando sul mare. I discepoli, vedendolo camminare sul mare, furono spaventati e dissero: un fantasma! E gridarono dalla paura. Subito parl loro Ges, dicendo: Coraggio! Io sono! Non temete! Rispondendogli, Pietro disse: Signore, se sei tu, comanda a me di venire da te sulle acque! Gli disse: Vieni! E, sceso dalla barca, Pietro cammin sulle acque e venne da Ges. Ora, vedendo il forte vento, ebbe paura; e, cominciando a sprofondare, grid dicendo: Signore, salvami! Subito Ges, tendendo la mano, lo prese e gli dice: O tu di poca fede, perch dubitasti? E, saliti essi sulla barca, cess il vento. Ora quelli nella barca lo adorarono dicendo: Veramente sei Figlio di Dio! E, compiuta la traversata, approdarono alla terra di Genezareth.

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35 36

E, riconosciutolo, gli uomini di quel luogo mandarono in tutta quella regione e gli portarono tutti i malati, e lo pregavano anche solo di toccare la frangia del suo mantello; e quanti lo toccarono furono salvati.

1. Messaggio nel contesto O tu di poca fede, perch dubitasti?, chiede Ges a Pietro, chiamato da lui a camminare sulle acque, come lui e con lui. Il racconto di Ges a Nazareth (13,53-58) mostra la regressione dalla meraviglia al dubbio e dal dubbio allincredulit. Questo, al contrario, mostra il cammino dal turbamento al coraggio della fede, provata comunque dal dubbio e dalla caduta, che nellesperienza di salvezza giunge alla sua pienezza. Il dubbio, a met strada tra incredulit e fede, il passaggio necessario per tutti. Per una fede consapevole e adulta bisogna che il non credente dubiti del suo non credere e che il credente dubiti del suo credere. Un cieco dogmatismo preclude laccesso alla verit. Comunque, quando va a fondo, chiunque si apre allinvocazione della salvezza, al di l di quello che crede o non crede. Pietro rappresenta ciascuno di noi e tutta la chiesa: quando volgiamo gli occhi al Signore e alla sua chiamata, abbiamo fiducia e riusciamo ad avanzare; quando guardiamo le nostre difficolt, ci impauriamo e affondiamo. Rimane per sempre nel cuore il grido: Signore, salvami!. la radice inalienabile della fede. Lesperienza di salvezza che ne consegue porta alla pace e al riconoscimento del Signore. Dopo il dono del pane, Ges sale, da solo, sul monte a pregare. I discepoli scendono, da soli, sul mare a remare. Dopo il suo corpo dato per noi, lui assente. Noi ci troviamo nella notte, col vento contrario, sospesi sullabisso agitato che vuole inghiottirci, faticando inutilmente per raggiungere laltra riva. la condizione della Chiesa, chiamata ad affrontare il suo stesso cammino dopo la sua ascensione sul monte (28,16ss). Lui presente come amore fraterno: lunico pane che c sulla barca, insidiato dai vari lieviti (Mc
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8,14ss). Questo non un fantasma, ma Io sono, la potenza salvifica di Dio stesso. Le tre scene tempestose in barca sono da vedere in connessione tra loro. Nella prima lui presente come colui che dorme e si risveglia (8,2327): il Ges terreno, presente tra i discepoli cos comera (Mc 4,36), morto e risorto, che ci ha lasciato il suo pane. In questa seconda lui non pi con noi se non come lassente, che ha vinto la morte e cammina sulle acque; presente per con la sua parola e il suo pane che ci fanno camminare come lui ha camminato. Nella terza (16,5-12) lui stesso scatena una tempesta di domande ai discepoli che non capiscono il pane e si lamentano di non averne. Hanno infatti il lievito dei farisei e dei sadducei (16,12), fermento ben diverso dal suo! La barca simbolo della comunit, luogo della fede. Non ci sono scappatoie sulla barca: o si arriva a terra, o si va a fondo! La prima scena in barca corrisponde al tempo di Ges che, in barca con i suoi, muore e risorge, dandoci il suo pane. La seconda corrisponde al tempo della Chiesa, dove la sua presenza come pane ritenuta un fantasma, fino a quando non ci fidiamo della sua parola e non facciamo come lui ha fatto - fate questo in memoria di me (1Cor 11,24). La terza ci dice perch abbiamo difficolt a riconoscerlo: diamo corpo alle nostre cattive fantasie - i vari lieviti che muovono la nostra vita, che riducono a fantasma la realt di Io-Sono. Ges, ormai assente, presente come il Vivente che ha camminato sul mare e che, con la sua parola, ci chiama a fare altrettanto. La Chiesa accoglie linvito, con tante paure e perplessit. Se guarda lui e la sua promessa, cammina. Se guarda le proprie difficolt, affonda. Le rimane per sempre il grido di invocazione al Signore, il cui nome Ges, che significa Dio-salva. Lavventura di Pietro quella di ogni uomo.

2. Lettura del testo v. 22: E subito costrinse i suoi discepoli, ecc. I discepoli vorrebbero arrestare il momento magico del pane, come nella trasfigurazione. Invece

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devono ascoltarlo (17,4.5b)! Il pane che ci ha dato , come per Elia, la forza per camminare quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio (cf. 1Re 19,1-9). Ges li costringe al santo viaggio perch preferirebbero restare sul posto, trasformando lo stesso pane in lievito di Erode. Le folle infatti volevano farlo re (cf. Gv 6,15); mentre lui il Servo che d la vita. Dopo la notte del pane viene un nuovo giorno - quello dei discepoli da soli sulla barca - in cui Ges presente in altro modo, con la sua parola che ordina di fare il suo stesso cammino, affrontando la stessa notte che lui ha vinto. v. 23: congedate le folle. I discepoli, prima del pane, volevano congedarle; ora invece vogliono trattenerle. Ges fa il contrario: prima d il pane e poi le congeda con il suo viatico. Non si serve del pane per trattenerle e dominarle, ma si fa servo del pane per farle camminare. sal sul monte in privato a pregare. Dopo il dono del suo corpo, Ges salito sul monte, in comunione col Padre, inviando i suoi discepoli in tutto il mondo, promettendo di essere sempre con loro (28,16-20). Lui il pontefice, che dallalto li assiste, vicino al Padre e ad ogni fratello. venuta la sera, se ne stava da solo lass. Lui gi nella luce del Padre; per noi invece viene ancora la sera, la stessa che anche lui incontr quando ci diede il suo pane (26,20-29). Lui lass sul monte da solo a pregare, noi nella notte, qui, gi nel mare, da soli a remare. la nostra condizione normale, dopo che lui si fatto pane. v. 24: la barca distava da terra molti stadi. Avvolti dal buio, sospesi tra cielo e abisso, i discepoli sono lontani dal punto di partenza e da quello di arrivo. La situazione angosciante. tormentata dalle onde. Il tormento indicato con un termine che richiama la pietra di paragone, che serve per provare loro, graffiando ci che non prezioso. Le tribolazioni ci purificano: macinano la nostra durezza di cuore, per ricavarne loro prezioso della fede (cf. 1Pt 1,6-9; Rm 5,3-5). il vento contrario. Il vento solleva il mare: lo spirito contrario agita contro luomo lo spettro della morte. v. 25: alla quarta veglia della notte. la veglia dalle tre alle sei del mattino, carica del buio di tutta la notte la luce sembra lontanissima! -, piena di fatica e di angoscia. notte fonda; eppure preludio del nuovo sole. In

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questora Dio interviene a salvare (cf. Es 14,24; Sal 46,6; Is 17,14). Sar lora della risurrezione di Ges (28,1). venne da loro camminando sul mare. Nella prima tempesta Ges dorm e si svegli: entr nella notte e la vinse, dandoci il pane di vita. Ora, risorto, cammina sulle acque: la morte non ha pi potere su di lui. Non essere inghiottiti dallabisso il sogno impossibile di ogni uomo, superamento della realt che ben conosce, fatta di notte, solitudine, lontananza, fatica, tormento, angoscia, terrore e sprofondamento. Camminare sul mare il tema del brano, ripetuto quattro volte (vv. 25.26.28.29). quanto il discepolo chiamato a fare, sulla parola del suo Signore. v. 26: furono spaventati. Il discepolo colto da terrore: camminare sulle acque eccessivo, impossibile, divino! un fantasma. Chi giocato dalla paura scambia le proprie fantasie per realt e la realt per fantasia. I discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, un morto (cf. Lc 24,37). Il pane - il suo corpo dato per noi - non lincontro con lui che salva, ma ridotto a pio ricordo di un evento passato che non si vive al presente. il rimprovero di Paolo a quelli di Corinto, quando dice che la loro eucaristia non un mangiare la cena del Signore, ma un mangiare la propria condanna, perch fanno il contrario di ci che celebrano (cf. 1Cor 11,17-34!). gridarono dalla paura. la stessa paura di andare a fondo che li colse nella prima tempesta, quando il Signore dorm (8,24ss). v. 27: coraggio! Io-Sono! Non temete! La paura pochezza di fede (8,26; 9,22). La fede invece il coraggio di credere e osare limpossibile - impossibile alluomo, ma non a Dio. Colui che cammina sulle acque non un fantasma, ma Io-Sono, Ges in persona. Io-Sono richiama la rivelazione del Dio dellEsodo. La salvezza attraverso lacqua non unillusione: la paura che fa loro ritenere illusione la realt di Dio. v. 28: se sei tu, comanda a me di venire a te sulle acque. La prova che davvero Ges, il Signore-che-salva, che io stesso sia salvo: che sulla sua parola vada da lui camminando come lui sullabisso. La prova chiesta dal dubbio: Se sei tu!. Il se, che esprime il dubbio, parola divina quando serve ad aprire allimpossibile. v. 29: vieni! la vocazione definitiva: sulla sua parola, siamo chiamati da lui a camminare come lui e con lui sullabisso.
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Pietro cammin sulle acque e venne da Ges. In obbedienza a lui, Pietro riesce a fare come lui ha fatto. Deve affidarsi allacqua, fuori dalla barca ( la fede e il battesimo lesperienza personale che introduce nella barca!). Non si vince la morte se non attraverso laffidarsi a lui nella sua morte. v. 30: vedendo il vento forte, ebbe paura. Lo spirito contrario spaventa Pietro. Se guarda Ges, cammina; se guarda le sue paure, sprofonda. La paura che fa sprofondare il luogo stesso nel quale il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione. Per questo tengo i miei occhi rivolti al Signore, perch libera dal laccio il mio piede (Sal 25,15). cominciando a sprofondare. Sulla barca che andava a fondo, Ges dormiva (8,25). Ora cammina sulle acque proprio perch andato a fondo tranquillo e sereno come un bimbo in braccio a sua madre (cf. Sal 131,2). Signore, salvami. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Ges, che significa: il-Signore-salva (cf. 8,25). Nella distretta finale, a tutti dato questo nome, nel quale a ogni uomo data salvezza (cf. At 2,21; 4,12). v. 31: Ges, tendendo la mano . Il braccio teso indica lintervento di Dio, che afferra e salva dalle grandi acque chi lo invoca. o tu di poca fede (cf. 8,26). La fede c, ma poca, insufficiente davanti a prove dure come questa. Il cammino di affidamento e di riconoscimento dura tutta la vita. La tribolazione finale sar il compimento del battesimo, che ci far conoscere chi il Signore. v. 32: saliti sulla barca, cess il vento. La calma viene sulla barca solo dopo che ciascuno ha fatto in prima persona lesperienza battesimale, che consiste nellascoltare il Signore, camminare sulle acque, andare a fondo, invocare il suo nome ed essere salvati. Solo allora nella barca riconosciamo il Signore e viviamo del suo pane: siamo passati dalla morte alla vita perch amiamo i fratelli (1Gv 3,14). v. 33: quelli nella barca lo adorarono. La salvezza porta alladorazione, al bacio del Signore, fine del vangelo (28,17). veramente sei Figlio di Dio! lanticipo della professione di 16,16. Ci non impedisce che Pietro, anche pi avanti, non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando sempre pi a fondo la salvezza.

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Qui Pietro fa la professione di fede pasquale. La Chiesa sa che il suo corpo dato per noi non un fantasma, ma il pane di vita che fa vivere e morire camminando come lui ha camminato. vv. 34-36: compiuta la traversata, ecc. Colui che non fu riconosciuto dai suoi, ora lo dalle folle, mentre presente in mezzo a loro che hanno ormai compiuto la traversata. Il semplice contatto con lui salvezza per tutti.

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginandomi di notte in barca coi discepoli. c. chiedo ci che voglio: guardare a Ges e alla sua promessa, invece che alle mie fantasie. d. traendone frutto, contemplo la scena e guardo le persone: chi sono, che dicono e che fanno. Da notare: costrinse i suoi discepoli a entrare in barca Ges da solo sul monte a pregare i discepoli da soli sul mare, nella notte, a remare il vento contrario distavano molti stadi la barca tormentata dalle onde la quarta veglia della notte Ges che cammina sulle acque un fantasma coraggio, Io-Sono, non temete comanda a me di venire a te sulle acque vieni! Pietro cammina sulle acque la paura e landare a fondo Signore, salvami!

4.

Testi utili

Sal 77; 85;107; 1Re 19,1-13; Mt 28,16-20; 1 Pt 1,6-9; 1Cor 11,17-34.

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64. QUESTO POPOLO MI ONORA CON LE LABBRA, MA IL LORO CUORE LONTANO DA ME. 15,1-20

15,1 2

Allora vengono a Ges da Gerusalemme alcuni farisei e scribi, dicendo: Perch i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti non si lavano le mani quando mangiano pane.

Ora, rispondendo, disse loro: Perch voi invece trasgredite il comando di Dio per la vostra tradizione?

Dio infatti disse: Onora il padre e la madre, e: Chi maledice padre e madre, sia ucciso.

Ma voi dite: Chi dice al padre o alla madre: dono sacro ci che da parte mia ti potrebbe aiutare,

non onorer suo padre; e vanificaste la parola di Dio a causa della vostra tradizione.

Ipocriti! Bene profet di voi Isaia, dicendo:

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Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore lontano da me; invano mi venerano insegnando insegnamenti che sono precetti di uomini.

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E, chiamata la folla,
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disse loro: Ascoltate e comprendete! 11 Non ci che entra nella bocca contamina luomo, ma ci che esce dalla bocca, questo contamina luomo. 12 Allora vengono i discepoli e gli dicono: Sai che i Farisei udendo la parola furono scandalizzati? 13 Ora egli, rispondendo, disse: Ogni pianta che non piant il Padre mio celeste, sar sradicata. 14 Lasciateli; sono cieche guide di ciechi: ora se uno cieco guida un cieco, ambedue cadranno nella fossa. 15 Ora, rispondendo, Pietro gli disse: Spiegaci questa parabola! 16 17 18 Ora egli disse: Anche voi siete ancora senza intelletto? Non sapete che tutto ci che entra nella bocca, va nel ventre ed espulso nella fogna? Invece ci che esce dalla bocca proviene dal cuore, e questo contamina luomo. 19 Dal cuore infatti escono cattivi pensieri, omicidi, adulteri, fornicazioni, furti, false testimonianze, bestemmie. 20 Queste sono le cose che contaminano luomo;
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ma il mangiare con mani non lavate non contamina luomo.

1. Messaggio nel contesto Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore lontano da me, dice Ges subito dopo lavventura in barca coi discepoli. Riconoscere il Signore nel pane senza scambiarlo per fantasma non problema di occhi, ma di cuore (vv. 8.19). Il cuore il centro della persona, che ri-corda ed esprime ci che gli interessa (inter-esse = essere-dentro!). Al credente interessa il pane, il suo corpo dato per noi, o altre cose? Il suo cuore con il Signore o lontano da lui? Il brano inizia e finisce con i discepoli che mangiano senza lavarsi le mani (vv. 2.20), trascurando le norme date dagli antichi. Hanno unaltra tradizione: quella del suo corpo dato nelle nostre mani di peccatori. Il fatto d occasione a una polemica contro le norme religiose che non rispettano la parola di Dio (vv. 3-9), e ad un chiarimento fondamentale su ci che bene o male, puro o impuro (vv.10-19). Al centro sta il cuore: se lontano dal Signore, vanifica la sua parola e rende tutto immondo (v. 8s.19s), se con il Signore, ne vive la parola e mangia. In questo brano si toccano i temi fondamentali di ogni religione: la tradizione, il lecito e lillecito, il bene e il male. Luomo vive di tradizioni, di ci che riceve e scambia con gli altri. A differenza dellanimale, non regolato dallistinto, ma dal cuore, dai desideri e da ci che in una lenta e lunga acquisizione ha messo dentro: vive di ri-cordo, di memoria amata e custodita che lo apre al suo futuro e gli suggerisce che fare qui e ora. Conosce co-mandamenti (co-mandare = mandare insieme) e interdetti (interdetto = detto-tra), frutto di esperienza precedente, che gli offrono orizzonti comuni su cosa fare e cosa non fare per raggiungere la promessa di felicit che tiene viva la sua esistenza. Luomo cultura. Non deve ogni volta inventare il da farsi; lo trova gi nella memoria, nella tradizione. Il problema quello di capirla e usarla. Infatti pu ridursi a erudizione sterile
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che ingessa la persona. Allora c un tradizionalismo che butta via lanima della tradizione: dimentica il senso di ci che trasmette - la volont di Dio significata dalla sua parola e riduce la pratica religiosa a ritualismo. In questo caso la tradizione diventa strumento di oppressione e di morte: un cumulo di formule vuote, con un cuore lontano da Dio e dagli uomini. Il puro e limpuro, il lecito e lillecito, il bene e il male, ci che mette in comunione o divide dalla vita, ci che d felicit o infelicit, dipende in ultima istanza non dalla tradizione o da regole che classificano cose o azioni, ma dal cuore stesso: tutto buono nella misura in cui vissuto con un cuore puro. Il cuore puro vede Dio (5,8): libero dallegoismo, riflette la sua bont, e fiorisce in ogni frutto buono. Un cuore impuro, lontano da Dio, produce opere di morte. Il bene viene da un cuore vivificato dallo Spirito damore; il male da un cuore posseduto dallo spirito immondo. Non solo il mondo religioso, ma anche quello laico vive di tradizioni e riti, di comandi e divieti. Oggi pi che mai siamo amministrati da infinite norme tanto pi subdole quanto meno dichiarate - che si impongono, in modo inavvertito e arbitrario, come moda. Il lavoro, le relazioni, lo stile di vita e, soprattutto, gli stessi valori - bevuti acriticamente da tutti i pori grazie ai mass-media - costituiscono un campo di leggi ferree, da osservare con rigore per non essere emarginati. necessario misurare tutto questo sulla Parola e sul Pane, sulla Parola che si fa Pane: aiutano o meno ad amare i fratelli, producono frutti velenosi o buoni? Tutto il brano sul cibo. Luomo ci che mangia attraverso i canali dei suoi sensi e assimila attraverso le sue facolt; o, meglio, come mangia. Con che cuore, con che spirito mangia? da verificare se mangiamo o meno secondo la tradizione che Ges ci ha lasciato, se viviamo o meno della memoria di lui che ha dato il suo corpo per noi. Ges la nostra tradizione fondamentale, misura di ogni altra. La Chiesa ha al suo centro leucarestia: sa che il vero culto spirituale, gradito a Dio, il nostro stesso corpo (Rm 12,1) che mangia e vive di questa tradizione, che quella del Figlio.

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3. Lettura del testo v. 1: Allora alcuni farisei e scribi. I farisei sono quelli che osservano le tradizioni, gli scribi quelli che le conoscono. Fariseo significa separato: un puro, diverso dagli altri. La sua santit ben diversa da quella di Ges, mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori (11,19). Sono sempre nemici di Ges. Scriba significa colui che scrive: lesperto di Scrittura. chiamato a scoprire il tesoro (cf. 8,19, 13,52). Farisei e scribi si scomodano a venire fin da Gerusalemme pur di dar fastidio ai discepoli che mangiano trascurando le loro prescrizioni (cf. Gal 2,4.12). v. 2: perch i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? La tradizione linsieme delle interpretazioni della legge trasmesse dagli antichi, che sar fissata nella Mishna e nel Talmud. La tradizione ci che si tramanda, di mano in mano, perch uno sappia come vivere, senza dover ogni volta inventare. la sedimentazione dellesperienza e della riflessione di chi ci ha preceduto nel cammino di ricerca della verit. non si lavano le mani quando mangiano pane . I discepoli mangiano pane senza prima fare le tradizionali abluzioni. Per loro la tradizione nuova quella del pane, il suo corpo dato nelle mani dei peccatori (cf. 17,22s). Per quanto ci si lavi le mani, non si mai abbastanza puri per meritare quel pane, che invece donato a chi tradisce, rinnega e fugge (cf. 26, 20-35). v. 3: perch voi trasgredite il comando di Dio per la vostra tradizione? Ges risponde contrattaccando. La nostra tradizione non ha valore assoluto; ambigua, anzi pu addirittura trasgredire il comando di Dio , che lamore verso il Padre e i fratelli (7,12; 22,37-40). quanto Ges ha realizzato con il suo pane: il suo corpo dato per noi. v. 4: onora il padre e la madre . la quarta delle dieci parole, il comandamento pi ovvio. Rispondere con amore allamore dei genitori la radice stessa della vita, possibilit di riceverla e trasmetterla. v. 5: dono sacro ci che da parte mia ti potrebbe aiutare, ecc. la tradizione del Qorban. Consiste nel consacrare a Dio dei beni, che cos diventano sacri, inalienabili. Non si possono destinare n ai genitori n ai figli;
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ne pu usufruire solo linteressato finch vive, e poi passano al tempio. Bellissima invenzione dellegoismo, che si serve anche di Dio! v.6: vanificaste la parola di Dio per la vostra tradizione. Questa tradizione in netto contrasto con il comando di Dio. C quindi tradizione e tradizione: bisogna vedere se conforme o no al comando dellamore. Ogni legge, consuetudine o moda, va valutata con discernimento, e osservata solo se serve a mangiare pane, a promuovere la vita. Diversamente perversione istituzionalizzata, e va rifiutata. Anche tradizioni che allorigine erano giuste, possono diventare perverse in situazioni nuove. v. 7: ipocriti. Ipocrita colui che si serve di tutto, anche di Dio, per il proprio io. v. 8: questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore lontano da me (Is 29,13; Sal 78,36s). C una religiosit esteriore, fatta di parole, preghiere e riti sempre pi corretti e solenni! - ma che ignora la tradizione del pane e non vive in concreto lamore del Signore, scambiando per realt i fantasmi delle proprie devozioni. Non bisogna amare a parole, ma coi fatti e nella verit (1 Gv 3,18). Anche in campo non religioso rischiamo di osservare i protocolli sempre pi esigenti del puro apparire! Ma che ne del nostro cuore? v. 9: invano mi venerano ecc. un culto del vuoto. I precetti che ne derivano svuotano luomo, vanificando la parola di vita. Gran parte della predicazione profetica contro questo culto (cf. Is 1,10-20; 58,1-12; Ger 7,115). v. 10: ascoltate e comprendete. Ges ora si rivolge alle folle, chiamate a comprendere ci che dice. v. 11: non ci che entra nella bocca, ecc . Nella bocca entra il cibo, dalla bocca esce la parola. Tutto ci che c, buono, dono di Dio (cf. At 10,11-15). Questa affermazione di Ges principio di libert da ogni tab culturale. Di tutto luomo pu liberamente disporre. come lui ne dispone che lo fa morire o vivere. E ne dispone secondo ci che esce dalla sua bocca, secondo la parola damore o degoismo che ha dentro. Qual la parola che governa luso che faccio di ogni cosa? parola di libert o di dominio, di dono o di possesso, di comunione o di separazione?

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v. 12: i farisei furono scandalizzati, ecc. I discepoli notano che i farisei si scandalizzano. Ma uno scandalo positivo, che vuol toglierli dallipocrisia. Tutto al mondo puro: solo un cuore immondo lo rende immondo. v. 13: ogni pianta, ecc. Il Padre ha piantato lalbero della vita, che porta il frutto dello Spirito (cf. Gal 5,22). Ogni albero che non porta questo frutto non suo: cattivo (7,15-20), e sar sradicato (cf. 3,10). v. 14: lasciateli. I discepoli sono chiamati a lasciare i farisei : non sono maestri da imitare, ma da evitare. cieche guide di ciechi. Non sono guide illuminate, ma cieche. Il loro cuore impuro non vede Dio, ma solo il proprio io. Chi li segue cade nella fossa (cf. 23,16). v. 15: Pietro disse. Nel brano ci sono progressivamente farisei, scribi, folle, discepoli e anche Pietro. Il problema riguarda tutti. In particolare Pietro, che ha un ruolo di guida. Che anche lui non sia cieco! E lo sar ogni volta che non avr lavato gli occhi nel pianto del proprio peccato riconosciuto (26,74s). v. 16: anche voi siete ancora senza intelletto? Nonostante il loro: "S (cf. 13,51), non hanno ancora capito (cf. 16,5-11). Anche in loro c il lievito dei farisei oltre che dei sadducei (16,12). v. 17: ci che entra nella bocca, ecc. Ci che entra nella bocca serve per vivere - e ci che non serve si elimina! v. 18: invece ci che esce dalla bocca, proviene dal cuore. La bocca parla dallabbondanza del cuore (12,34). Un cuore che ha dentro la Parola di vita, rende tutto puro; un cuore che ha dentro parole di morte, rende tutto impuro. Il bene e il male non sta nelle cose, ma nelle nostre azioni; e ancor prima nelle nostre intenzioni, nella parola di sapienza o di stoltezza che il nostro cuore ha sposato. v. 19: dal cuore escono, ecc. una lista di azioni malvagie, quelle che Paolo chiama opere della carne (Gal 5,19-21). Sono il veleno che esce da un cuore lontano da Dio, centrato su se stesso. v. 20: cose che contaminano. Il male e la morte vengono dal cuore, dallintenzione con cui si vive ogni realt. Il mondo non n da idolatrare n da demonizzare, n da adorare n da disprezzare. Il suo valore o meno dipende dalla parola non detta che esce dal cuore.

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mangiare con mani non lavate non contamina luomo. Noi mangiamo il Pane, anche se indegni. Questo pane ci fa vivere il frutto dello Spirito (Gal 5,22).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges: attorniato da farisei e scribi, folla e discepoli. c. chiedo ci che voglio: non avere il cuore lontano da Dio, mangiare il Pane, vivere con amore ogni realt. d. traendone frutto, medito sulle parole di Ges. Da notare: farisei e scribi mangiare il pane con mani immonde trasgredire le tradizioni degli antichi trasgredire il comando di Dio annullare la parola di Dio con la nostra tradizione culto di labbra, con il cuore lontano da Dio ci che entra e ci che esce dalla bocca.

4.

Testi utili

Sal 78; Is 29,13-24; At 10,1ss; Mt 7,12; 22,34-40; Gal 5,19-22; 1Cor 13,1ss.

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65. O DONNA, GRANDE LA TUA FEDE: SIA FATTO A TE COME VUOI 15,21-28

15,21 22

E, uscito di l, Ges si ritir nelle parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, che usciva da quelle regioni, gridava dicendo: Abbi piet di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia malamente indemoniata.

23

Ora egli non le rispose parola. Ora avvicinatisi i suoi discepoli gli chiedevano dicendo: Mandala via, perch ci grida dietro.

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Ora rispondendo disse: Non fui inviato se non per le pecore perdute della casa dIsraele.

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Ora quella venne e lo adorava dicendo: Signore, aiutami!

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Ora egli rispondendo disse: Non bello prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini!

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Ora quella disse: S, Signore; ma anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla mensa dei loro signori!

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Allora rispondendo Ges le disse:


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O donna, grande la tua fede: Sia fatto a te come vuoi! E fu guarita sua figlia da quellora.

1.

Messaggio nel contesto O donna, grande la tua fede: sia fatto a te come vuoi,

lesclamazione di Ges davanti alla donna pagana, che ottiene il pane dei figli! Il racconto, parallelo a quello del centurione (8,5-13), fa da contrappunto alle rimostranze dei farisei e degli scribi (15,1ss), alla non fede dei suoi di Nazareth (13,58) e alla poca-fede dei discepoli (8,26; 14,31). Il dono del Signore per chi lo chiede con fiducia, non per chi lo pretende o per chi, invece di aver fiducia, chiede segni (16,1). Questa donna immagine della nostra Chiesa, che proviene dal paganesimo: partecipa alla promessa di Abramo mediante la fede. La fede agisce a distanza, anche in assenza di Ges (cf. anche 8,1-13). la condizione nostra: dopo la sua missione a Israele, lui assente, ma la sua stessa forza opera in coloro che per primi hanno veduto e creduto, e continua anche in quanti, pur non avendo visto, credono (cf. Gv 20, 29). Solo la fede d accesso al pane dei figli, sia per Israele che per i pagani, sia per chi ha visto che per chi non ha visto. Nel brano si sottolinea il limite della missione storica di Ges, destinata a Israele, erede primo della promessa che attraverso lui passer a tutte le genti. Questa donna, con il centurione, ne lanticipo profetico. Il brano un dialogo serrato e drammatico tra la donna e Ges, con lintervento dei discepoli. Si intravedono le difficolt che anche in seguito incontrer il passaggio della salvezza ai pagani, gli immondi. La fede d il via libero allintervento di Dio al di l di ogni barriera culturale e religiosa, allora come oggi. Dio stesso interviene dal cielo per vincere la resistenza della Chiesa primitiva nei confronti dei pagani (cf. At 10,9-48). Tipici di Matteo sono lintervento dei discepoli e la dichiarazione di Ges circa la sua missione verso le pecore perdute dIsraele (vv.23.24).
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Il dialogo tra Ges e la donna riguarda il pane dei figli, e a chi spetta. Matteo scrive per i giudei cristiani, per aprirli alla missione verso i pagani (cf. 28,20). Inoltre vuol stimolare la gelosia di quei figli che ancora non accolgono quel pane del quale invece i cani (i pagani) per la loro fede si saziano (cf. Rm 11,14). La distinzione cani/figli quindi abbattuta dalla fede: gi Abramo, padre di Israele, era pagano, e divenne erede della promessa e patriarca del nuovo popolo per la sua fede. Quelli che hanno fede sono benedetti insieme ad Abramo che credette; suoi figli sono quelli che vengono dalla fede, perch lui stesso fu il primo che ebbe fede in Dio, e gli fu accreditato a giustizia (Gal 3, 9.7.6). Ges il Messia promesso e inviato a Israele. DallIsraele che lo accoglie sorge la luce per tutte le genti (Lc 2,32): i suoi discepoli saranno dopo di lui inviati per tutto il mondo ( 28,20). La missione del Messia verso di loro la loro stessa verso tutti. La Chiesa fatta innanzitutto da giudei e poi da quanti, per la loro fede, diventano figli di Abramo, il primo che d credito a Dio e alla sua promessa.

2.

Lettura del testo v. 21: E, uscito di l, Ges si ritir, ecc. Ges esce dal luogo dove i farisei

e gli scribi onorano il Signore con le labbra, ma con il cuore lontano da lui. Si ritira in zona pagana, verso Tiro e Sidone. unallusione al passaggio della salvezza ai pagani (At 13,46ss). Se il rifiuto di parte del popolo fu salvezza per tutte le genti, cosa sar mai quando tutto Israele accoglier il suo Messia? Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potr mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?(Rm 11,15). v. 22: ecco una donna cananea che usciva, ecc. La mancanza di fede fa uscire Ges dalle sue regioni; la fede a sua volta fa uscire anche la pagana dalle sue regioni, per incontrarlo. gridava dicendo. La sua preghiera ha la forza del grido, ma anche la sapienza di una parola precisa.

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abbi piet di me, Signore, Figlio di Davide . la preghiera fondamentale. Abbi piet significa: Fammi grazia. La cananea non pretende e non accampa diritti: chiede il dono a colui che tutto e solo dono, riconoscendo in lui il Signore e il Messia (figlio di Davide). Questa pagana fa sua la professione di fede in Ges: lo riconosce come figlio di Davide secondo la carne e come Signore, Figlio di Dio, secondo lo Spirito (1,1.18; cf. Rm 1,3s), e ne invoca la salvezza. mia figlia malamente indemoniata. La figlia della pagana rappresenta tutti i figli di Adamo: preda della diffidenza, sono invasati di menzogna, posseduti dal male. v. 23: non le rispose una parola. Ges, nella sua missione storica, rispose solo a Israele, che lo attendeva. Sar questo poi a trasmettere il dono agli altri. Forse meraviglia che Dio abbia parlato ad alcuni dei suoi figli e non ad altri. Certo che Dio parla nel cuore di tutti. Ma, per parlare umanamente, ha assunto le condizioni del parlare umano, nel quale si parla a qualcuno per il quale si qualcuno. lo scandalo dellincarnazione, centro della fede (cf. 13,53ss). i suoi discepoli gli chiedevano. Alla domanda della donna toccher rispondere proprio ai discepoli, non a Ges, quando saranno inviati a tutte le genti (28,19s). Sar una risposta travagliata (cf. At 10,1ss; 15,1ss e la lettera ai Galati!). La difficolt del rapporto tra giudei e pagani allinterno della Chiesa si rovescer purtroppo nel peccato dei cristiani di origine pagana contro i giudei. mandala via, ecc. Questa donna richiama i dieci pagani che cercheranno di afferrare il mantello di un Israelita (cf. Zc 8, 20-23). Ma la cosa non senza difficolt. Mandala via, dicono i discepoli (versione migliore di: esaudiscila). Nella loro missione verso i pagani, i missionari saranno tentati di essere dimissionari. Pietro stesso ad Antiochia si ritirer dai fratelli pagani per ipocrisia, e ci vorr un Paolo che gli resiste a viso aperto (cf. Gal 2,11s), con la stessa forza di questa donna. A Pietro non bast n la prima n la seconda pentecoste (cf. At 2,1ss; 4, 23-31), n lintervento diretto dal cielo, che gli impose di non chiamare immondo ci che il Signore aveva purificato

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(At 10,15). costante nella chiesa la tentazione di confiscare il Signore, sottraendolo alle attese di chi lo desidera. Ma escludere il fratello dalleredit, rinnegare il proprio essere figlio. v. 24: non fui inviato se non per le pecore perdute, ecc. Ges limit la sua missione allIsraele perduto. Sar lIsraele ritrovato dal suo Signore a diventare luce per tutte le genti (Lc 2,32; cf. Is 42,6; 49,6: Rm 15,8-12). La missione universale di salvezza passa attraverso la carne dIsraele e del suo Messia. Quando Ges, compiuta la sua missione, si assenter sul monte, i suoi discepoli saranno inviati a continuarla verso tutte le genti. la prospettiva con cui Matteo chiude il suo vangelo (28,16-20). Prima anche loro limiteranno come lui la propria missione (cf. 10,6). Solo in Israele che riconosce il suo Messia, tutte le genti riconoscono le proprie sorgenti (Sal 87,5). La salvezza del Figlio mediata dal fratello (maggiore) che si fa servo degli altri. v. 25: lo adorava . Come i Magi, anchessi pagani (2,2.11), questa donna adora il Signore. Signore, aiutami. La donna chiede aiuto, nonostante il silenzio del Signore e la resistenza dei suoi discepoli. v. 26: prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. La risposta di Ges la pi dura che possa aspettarsi un pagano. Gli ebrei chiamavano cani i pagani. Il pane dei figli sar dato proprio a loro. Non per merito - grazia e dono! - ma per la grande fede (v. 28). v. 27: S, Signore. Per la donna tre volte Signore (vv. 22.25.27) proprio quel Ges che, dopo il fatto dei pani, i discepoli avevano scambiato per fantasma (14,26). anche i cagnolini mangiano, ecc. Il cane vive delle briciole che cadono dalla tavola del padrone, luomo del pane che viene a lui dalla mano del Signore. v. 28: o donna, grande la tua fede. La fede di questa donna grande, a differenza di quella dei discepoli, che poca (8,26; 14,31); grande come quella del soldato pagano, che suscita la meraviglia di Ges (8,10). Per questa fede molti verranno da oriente e da occidente, e sederanno a mensa con

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Abramo, Isacco e Giacobbe (8,11), sazi della beatitudine di chi mangia il pane del regno (Lc 14,15). sia fatto a te come vuoi. Il Signore venuto in terra per fare la volont di questa donna: la stessa del Padre nei cieli (6,10s), che vuol dare il suo pane a tutti i suoi figli. fu guarita sua figlia da quellora. Lora della fede la stessa della salvezza, come per il figlio del centurione (8,13).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges nei territori pagani di Tiro e Sidone. c. chiedo ci che voglio: la fede della donna, che resiste a ogni avversit e durezza. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: Ges si ritira in zona pagana la donna pagana piet di me, Signore, figlio di David Ges non risponde i discepoli dicono di mandarla via non fui inviato se non alle pecore perdute dIsraele Signore, aiutami il pane dei figli per i cagnolini donna, grande la tua fede la guarigione avviene in assenza di Ges per la fede della donna.

4. Testi utili

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Sal 67; 87; Is 56,1.6-7; Mt 8,1-13; 28,16-20; Lc 14,15-24; Gal 3,6-9. Rm 15,812; At 19,1ss.

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66. HO COMPASSIONE DELLA FOLLA 15,29-39

15,29

E, trasferitosi di l, Ges venne presso il mare di Galilea, e, salito sul monte, stava l seduto.

30

E vennero da lui molte folle portando con s zoppi, ciechi, storpi, sordi e molti altri, e li gettarono ai suoi piedi e li cur,

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cos che la folla si meravigliava vedendo muti che parlano, storpi guariti, zoppi che camminano e ciechi che vedono, e glorificarono il Dio dIsraele.

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Ora Ges, chiamati innanzi i suoi discepoli, disse: Ho compassione della folla, perch gi da tre giorni dimorano presso di me e non hanno che mangiare, e non voglio rimandarli digiuni, perch non vengano meno per strada.

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E gli dicono i discepoli: Da dove per noi nel deserto tanti pani da saziare tanta folla?

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E dice loro Ges: Quanti pani avete? Ora essi dissero: Sette e pochi pesciolini.
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35 36

E, ordinato alla folla di sdraiarsi per terra, prese i sette pani e i pesci e, rendendo grazie, li spezz e li dava ai discepoli e i discepoli alle folle.

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E mangiarono tutti e furono saziati. E levarono sette ceste piene dai pezzi che sovrabbondarono.

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Ora quanti mangiarono erano quattromila uomini, senza donne e bambini.

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E, congedate le folle, sal sulla barca e venne nei confini di Magadan.

1. Messaggio nel contesto Ho compassione della folla , dice Ges ai suoi discepoli, che dovranno ricevere e dare il suo pane. una folla composta da zoppi, ciechi, storpi, sordi e malati di ogni tipo. Ges si prende cura di loro, e comunica ai discepoli la sua compassione e il suo proposito di sfamarli, ripetendo il gesto di 14,13-21. Il pastore riunisce attorno a s le pecore oppresse e sfinite (9,35s; cf. 4,23s ); il popolo dei poveri riceve il pane dei figli di cui, per la fede, si erano saziati anche i cagnolini (15,27). Il Signore torna in mezzo al suo popolo: Io sar il loro Dio, ed essi il mio popolo (Ger 31,33). Per questo si aprono gli occhi dei ciechi, lo zoppo salta come un cervo, grida di gioia la lingua del muto (Is 35,5s). Tutti vedono il lavoro delle sue mani e glorificano il suo nome: gli spiriti traviati apprendono la sapienza e i brontoloni la lezione (Is 29,23s). Siccome una lezione difficile da imparare, il Maestro comincia daccapo, ripetendo con pazienza quanto gi ha fatto. Del suo pane infatti abbiamo
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bisogno non una sola volta, ma sempre ancora una volta, ogni giorno. Questo pane il cibo che sazia le nostre fami, la compassione che guarisce i nostri mali. Per noi la vita possibile nella ripetizione del respiro e del battito del cuore, della veglia e del sonno, del cibo e delle solite parole scambiate - le fondamentali sono sempre le stesse! Ma nessun giorno come laltro. Nel ritmo luomo cresce fino alla sua maturazione intellettuale e spirituale. Ripetere la condizione per ricordare, portare al cuore. Uno vive dei suoi ricordi: la sedimentazione di esperienze successive e ripetute diventa la memoria, il programma di vita. Il credente fa memoria del corpo del Signore dato per lui, ricorda la sua compassione: mangia e rimangia di questo pane, fino a quando tutta la sua vita eucaristia - donata dal Padre e ai fratelli. Il brano ci presenta Ges sul monte che realizza il regno per i poveri: le folle di malati accorrono a lui per essere curate ( vv. 29-31) e ricevere il pane e la saziet che viene dalla sua compassione ( vv. 32-39). La comunit che spezza il pane continua la sua opera, vivendo del banchetto della Sapienza. Non solo fa un rito, ma vive nella quotidianit ci che celebra. Questo racconto ha somiglianze e differenze con il precedente. Ogni ripetizione una variazione sul tema: la realt una, ma ogni volta ne colgo un aspetto complementare e pi profondo. Qui si evidenzia maggiormente la compassione di Ges e lincomprensione dei discepoli direttamente interpellati, che pure dovrebbero aver capito qualcosa dallesperienza precedente. Nonostante che ripetiamo leucaristia, fatichiamo ad entrare nella compassione di Ges. Per questo, direbbe Paolo, molti tra noi sono malati e infermi, e un buon numero morti. Perch mangiamo questo pane senza riconoscere il corpo del Signore (1Cor 11,30.29). Ma proprio questa ripetizione, giorno dopo giorno, ci guarisce. Il Signore paziente: sempre, ogni volta, riprende a dirci la sua parola e a darci il suo pane. Ges il maestro che ricomincia sempre la sua lezione, e a sue spese; il Signore che di continuo ci offre la sua eterna compassione.

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La Chiesa, come i discepoli, non comprende: tuttavia esegue lordine del Signore, dando a tutti il pane che riceve. Chi capisce il dono, entra nel regno.

2. Lettura del testo v. 29: salito sul monte, Ges stava l seduto. lo stesso scenario delle Beatitudini (5,1). Qui realizza quanto l ha detto: i poveri, gli affamati e gli afflitti hanno la saziet e la consolazione del regno. v. 30: vennero da lui molte folle. L si avvicinano i discepoli (5,1), qui una folla oppressa da ogni tipo di male. quasi un mare di sofferenza che si riversa addosso a lui, seduto sul monte. zoppi, ciechi, storpi, sordi, ecc. Si nominano quattro forme di male. Sono le quattro fami delluomo, di cui il Signore ha compassione e si prende cura. Quattro - numero dominante nel racconto con il tre e il sette - indica totalit: quattro sono gli elementi delluniverso, quattro i punti cardinali. Tutto il male si riversa su Ges da ogni parte. Zoppo luomo che non cammina, incapace raggiungere la sua casa. Cieco luomo che non vede, non ancora venuto alla luce della sua verit. Storpio luomo ricurvo su di s, che non riesce a stare dritto di fronte al volto dellaltro che gli d la sua identit. Sordo luomo che non pu udire la parola, escluso dal dialogo con laltro che lo fa essere se stesso. li gettarono ai suoi piedi e li cur. Lumanit, diventata come i suoi idoli che hanno piedi e non camminano, occhi e non vedono, mani e non toccano, orecchi e non odono, bocca e non parlano (Sal 115,4-8), gettata ai piedi di Ges. Davanti a lui torna ad essere ci che , ricostituita a immagine del Vivente. v. 31: la folla si meravigliava, ecc. lo stupore di chi vede luomo restituito al suo splendore di immagine di Dio. muti che parlano. Sono i sordi del v. 30: essendo sordi alla Parola, erano anche muti, incapaci di esprimerla. storpi guariti. Luomo recupera il suo star ritto, la sua posizione di interlocutore dellaltro.

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ciechi che vedono. La vista il miracolo definitivo: lilluminazione della fede, che ci fa nascere alla nostra vita di figli e di fratelli. glorificavano il Dio dIsraele. Le folle riconoscono che non si accorciato il braccio di Dio (Is 50,2), e gli rendono gloria. v. 32: Ges, chiamati innanzi i suoi discepoli, ecc. Nel primo racconto furono i discepoli a venirgli innanzi (14,15) per fargli la loro proposta. Ora si fa innanzi lui, per proporre loro la sua compassione. ho compassione. La compassione il principio di ogni sua azione: lamore, che sente laltro come se stesso. da tre giorni dimorano presso di me. misterioso questo dimorare tre giorni, senza cibo, presso di lui. Anche lui ha dimorato nel digiuno tre giorni e tre notti nel cuore della terra (cf. 12,40), per essere presso tutti noi. Nellascolto c un dimorare suo presso di noi e nostro presso di lui, nel mistero dellunica Parola. non hanno che mangiare. Si sottolinea la mancanza di cibo. perch non vengano meno per strada . troppo lungo il cammino (1Re 19,1-8). necessario proprio quel pane che viene dal suo digiuno di tre giorni sotto terra. La sua stessa parola in noi seme che diventa pane. v. 33: da dove per noi nel deserto tanti pani? Nonostante la lezione precedente, ancora i discepoli non sanno da dove viene il pane. v. 34: quanti pani avete? La soluzione non da cercare fuori, ma dentro la comunit, nel modo di vivere il pane che gi hanno. sette. il numero perfetto. Richiama il settimo giorno della creazione, il compimento suo e il riposo di Dio. Questo pane infatti il compimento della creazione: ci introduce nel settimo giorno, nel riposo di Dio. v. 36: Ges prese (cf. 14,19). Il Figlio prende: la sua vita ci che gli dato. i sette pani. Sudore e cibo, dolore e speranza, gioia e angustia, giustizia e ingiustizia, divisione e comunione, morte e vita: tutta la nostra esistenza contenuta nel pane di cui viviamo. tutto da prendere; ma non come Adamo, bens come Ges. rese grazie. Significa: fece eucaristia (in 14,19 lev gli occhi al cielo e benedisse). il modo di vivere del Figlio. Tutto ci che , gioia, gratitudine

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ed amore verso il Padre. Anche noi siamo chiamati a fare in tutto e sempre eucarestia: questa la volont di Dio (1Ts 5,18), la nostra santit (1Ts 4,3) - il nostro modo altro, divino, di vivere. li spezz. Chi vive nella gioia del dono e dellamore sa amare fino al dono di s. li dava. In 14,19 c: li diede; qui: li dava. Limperfetto indica unazione che non ancora finita: Ges continua sempre a dare ci che allora diede, fino a quando Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). ai discepoli. Discepolo colui che riceve questo pane che lo fa come il suo Maestro. e i discepoli alla folla. Il discepolo, in forza di questo pane, pu fare come il suo Maestro: darlo a tutti, perch ciascuno diventi discepolo come il Maestro. v. 37: tutti mangiarono e furono sazi. la beatitudine di 5,6. Questo pane dei figli per tutti i fratelli. E solo questo pane sazia la fame delluomo: contiene ogni delizia (Sap 16,20). Altri pani affamano. levarono sette ceste piene. Nel primo racconto (14,20) erano dodici, una per ogni trib dIsraele e per ogni mese. Ora sono sette, numero del compimento. Prima si sottolineava la quantit del pane: basta per tutti e per sempre. Ora la qualit: il pane perfetto, che ci rende figli, perfetti come il Padre (5,48). Qualcuno vede in questo numero lallusione ai sette diaconi che presiedevano le mense dei cristiani di origine non giudaica (cf. At 6,1ss). v. 38: quattromila uomini. In 14,21 erano cinquemila, con richiamo alla prima comunit di At 4,4. Qui sono quattro volte mille. Quattro significa totalit, mille quantit innumerevole: la folla di tutta lumanit, fatta di figli chiamata a vivere da fratelli. Le sette ceste piene sovrabbondanti sono a disposizione, perch tutti possano mangiare dei sette pani, che saziano la vera fame delluomo, il suo desiderio di essere come Dio (Gen 3,5s). v. 39: congedate le folle, ecc. Con questo viatico Ges ci consegna al nostro cammino: ormai possiamo camminare come lui ha camminato, senza venir meno per strada (v.32).

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3. Pregare il testo. a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges sul monte che cura e d il suo pane. c. chiedo ci che voglio: partecipare della sua compassione, ricevendola e donandola. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: salito sul monte zoppi, ciechi, storpi, sordi li gettavano ai suoi piedi li cur ho compassione della folla da tre giorni dimorano presso di me da dove per noi nel deserto tanti pani da saziare tanta folla? quanti pani avete? sette prese i sette pani rese grazie li spezz li dava ai discepoli e i discepoli alle folle mangiarono tutti e furono sazi sette ceste quattromila uomini.

4. Testi utili

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Sal 23; Es 16,1ss; 2Re 4,42-44; Is 25,1ss; 35,1ss; Gv 6,26-66.

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67. GUARDATEVI DAL LIEVITO DEI FARISEI E DEI SADDUCEI 16,1-12

16,1 2

E i farisei e i sadducei avvicinatisi per tentarlo, e gli chiesero di mostrar loro un segno dal cielo. Ora, rispondendo, disse loro: Venuta la sera, dite: Bel tempo: il cielo rosseggia,

e, al mattino: Oggi tempesta: il cielo rosso cupo. Sapete discernere laspetto del cielo, e non sapete discernere i segni dei tempi?

Una generazione perversa e adultera chiede un segno, e segno non le sar dato se non il segno di Giona. E, lasciatili, se ne and.

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E, passando i discepoli allaltra riva, dimenticarono di prendere pani. Ora Ges disse loro: Attenti a guardarvi dal lievito dei farisei e dei sadducei! Ora essi ragionavano tra loro dicendo: Non abbiamo preso pane! Accortosene, Ges disse: O voi di poca fede, perch ragionate tra voi dicendo di non aver pani?

Non avete ancora capito n ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete preso?

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E neppure i sette pani per i quattromila e quante ceste avete preso? Come mai non capite che non vi ho parlato di pani? Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei!
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Allora compresero che non disse di guardarsi dal lievito dei pani, ma dallinsegnamento dei farisei e dei sadducei.

1. Messaggio nel contesto Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei, ripete Ges ai discepoli che si lamentano di non aver pane. Anche qui, come dopo il primo fatto dei pani, li chiama voi di poca fede (v.8; 14,31). Il pane non mai sufficiente (15,33; cf. 14,17). Eppure c, e in sovrabbondanza (cf. 14,20; 15,37; 16,9-10), se vissuto secondo la parola di Ges: la vita stessa del Figlio offerta a tutti i fratelli. Ma c qualcosa che lo insidia: il lievito dei farisei e dei sadducei, come qui si dice. I farisei sono gli osservanti della legge; i sadducei sono i ricchi proprietari. Legge e danaro sono rispettivamente il mezzo per possedere Dio e le cose. Ma il possesso un fermento micidiale, che distrugge lessenza del vangelo: si oppone al dono. Il pane - la vita del Figlio - non salario del nostro sudore, frutto del nostro accumulare ricchezza religiosa o mondana: dono gratuito del Padre. Legge e potere sono il lievito che impediscono di vivere da figli e da fratelli. In barca i discepoli hanno sempre tempesta (8,23-27; 14,22-33). Questa terza volta la burrasca non pi esterna, ma interna. Si lamentano di non avere pane, mentre Ges li rimprovera di avere lieviti diversi da quello del regno. Il problema reale del discepolo sempre la poca fede in Ges e nella sua parola (v.8; 8,26; 14,31). Il brano diviso in due parti. Nella prima Ges risponde ai farisei e ai sadducei che chiedono un segno dal cielo, invitandoli a leggere i segni dei tempi e riproponendo loro il segno di Giona ( vv.1-5; i vv. 2b-3, simili a Lc 12,54-56, mancano in importanti manoscritti). Nella seconda parte Ges dice ai discepoli, preoccupati di non aver pane, di guardarsi dal lievito dei farisei e dei sadducei (vv.6-12): questo che impedisce loro di capire e vivere il pane il segno di Giona.

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In questo brano si nomina sette volte il pane e tre volte il lievito; inoltre per quattro volte si parla di farisei e sadducei. Essi rappresentano quel lievito che mette alla prova il Signore, e impedisce al discepolo di vivere del suo pane. Ges richiama tutti, e in particolare i discepoli, a saper leggere il segno definitivo, quello di Giona, in cui si fa nostro pane. La Chiesa capisce e vive questo segno nella misura in cui libera dal lievito della legge e del potere: sono i due nemici che stanno sempre dentro le mura di ogni citt e di ogni cuore, per quanto santi siano.

2. Lettura del testo v. 1: I farisei e i sadducei. La stessa domanda fatta anche in 12,38 da scribi e farisei. Se dopo il primo racconto dei pani entrano in campo farisei e scribi con le loro obiezioni (15,1), dopo il secondo si fanno avanti farisei e sadducei. I farisei, che sono osservanti della legge, e i sadducei, che fanno parte dellaristocrazia di Israele, esercitano un grande influsso nella vita religiosa e politica. I devoti e i potenti, per lo pi in disaccordo tra di loro - ora sono alleati contro Ges. Hanno qualcosa in comune: i primi si garantiscono Dio con la loro osservanza, i secondi si garantiscono la vita coi loro beni. Ambedue ricercano la sicurezza, rispettivamente eterna e temporale, al di fuori della fiducia nel Padre. per tentarlo. Satana il tentatore, che si presentato a Ges fin dallinizio, nel deserto. La legge religiosa e il potere sono i mezzi con cui pu scimmiottare Dio, la cui unica legge il perdono e il cui unico potere il servizio. un segno dal cielo. la stessa domanda di 12,38: chiedono un segno divino. Ma che segno si pu dare a chi pretende segni e rifiuta di credere (cf. 12,22-32)? La diffidenza il peccato che pi irrita Dio: va direttamente contro il suo amore (cf. Es 17,1-7).

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Dopo il dono del pane - il segno di Giona - il Signore non ha pi segni. Con esso ha detto tutto: ha dato se stesso! v. 2s: venuta la sera, dite, ecc. I segni delle cose che ci stanno a cuore, sappiamo discernerli bene, anche dai pi piccoli indizi. Il segno del Figlio delluomo che entra nel cuore della terra non ci interessa, e non lo vogliamo comprendere. Eppure, se uno non mente a se stesso, da ci che Ges fa dovrebbe capire chi . Il discernimento nelle cose di Dio difficile, perch cerchiamo segni che confermino le nostre attese, che sono opposte alle sue. I farisei vorrebbero un Messia zelante della legge, sterminatore degli empi e salvatore dei buoni; i sadducei vorrebbero un Messia potente e vittorioso che assicuri benessere e dominio. Il Signore invece mite e umile di cuore (11,29). v. 4: una generazione perversa e adultera, ecc. Come in 12,39, a chi non vuol leggere i suoi segni, il Signore dar il suo segno, quello di Giona: il suo corpo dato per noi. Questo sar un lievito di vita, nascosto nella pasta del mondo (cf. 13,33). lasciatili, se ne and. Non li abbandona: li lascia con la promessa del suo segno. v. 5: dimenticarono di prendere pani. Nessuna dimenticanza mai a caso! Nel loro viaggio in barca i discepoli si trovano senza pane. Normalmente ne hanno (cf. 14,17; 15,34); anche se insufficiente per gli altri, quanto basta per loro. Ora invece non basta neanche a loro stessi. Lunico pane che, secondo Mc 8,14 hanno, non riconosciuto; scambiato per fantasma (cf. 14,26). Infatti anche loro non sanno leggere il segno di Giona. v. 6: attenti a guardarvi dal lievito dei farisei e dei sadducei. Invece di sadducei, Marco parla di Erode (8,14-21), pi comprensibile ai suoi lettori non giudei. ovviamente il lievito del v.1: vogliono un segno dal cielo che confermi le loro attese. Il segno del pane, appena dato, pu essere letto anche dai discepoli al contrario: pu suscitare la pretesa di un intervento prodigioso, invece che la volont di condivisione e di dono, fino al dono di s. Il pane che d vita filiale e fraterna sempre insidiato dal lievito dei farisei e dei sadducei - e poco fermento lievita tutta la pasta (1Cor 5,6; Gal 5,9)! I discepoli in barca, nella loro traversata verso laltra riva, possono ridurre leucaristia a un bel rito che non diventa concreta vita fraterna, senza riconoscere il corpo del Signore (cf.
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1Cor 11,17-34) e scambiandolo per un fantasma (14,26). Ges ha insegnato a prendere, benedire, spezzare e dare, condividendo la propria vita! Ha rifiutato di far delle pietre pane, come voleva il tentatore (4,3)! v. 7: non abbiamo preso pani. Dopo il fatto dei pani, pensano di viaggiare senza provviste per provocare un segno dal cielo? Ma il suo pane non un segno dal cielo, bens dalla terra: il Figlio delluomo che si consegna alluomo, in una vita filiale e fraterna. Il problema non provocare il Signore a darci altro pane, ma vivere quanto abbiamo e siamo in obbedienza a lui, che ha detto: Date loro voi stessi da mangiare (14,16). In questo modo il pane materiale diventa cibo spirituale, saziet di figli e di fratelli. v. 8: o voi di poca fede. lappellativo del discepolo (6,30; 8,26; 14,31; 17,20). La fede c, ma insufficiente e sempre malsicura. Anche il discepolo, invece di fidarsi, preferisce chiedere segni. Invece di dire: Sia fatta la tua volont (6,10), vuole che il Signore soddisfi le sue brame (cf. Sal 78,18). Si lamenta di non aver pane, perch non mangia e non vive del suo pane. Non che gli manchi il cibo, ma la fede che porta a condividere. v. 9: ricordate i cinque pani, ecc. La via alla guarigione il ricordo del fatto dei pani, che vince in noi il lievito dei farisei e dei sadducei. Esso ci insegna non a chiedere segni dal cielo, ma a vivere secondo la volont del Padre celeste il nostro pane quotidiano. v. 10: i sette pani, ecc. Il ricordo del dono e il suo ripetersi come facciamo nella celebrazione della cena del Signore - ci guarisce lentamente dal lievito dei farisei e dei sadducei. Il suo corpo dato per noi antidoto al nostro egoismo e partecipazione al suo Spirito, anche se sempre rimane il pericolo di ridurre leucaristia a semplice rito. v. 11: come mai non capite che non vi ho parlato di pani? Ges sottolinea con sorpresa lincomprensione. Non parla di pane materiale, ma del modo con cui si vive. Si pu vivere con il lievito del regno, che porta al dono di s o con il lievito dei farisei e dei sadducei, che porta a garantirsi il possesso di tutto, fino a mettere le mani sul Signore stesso. v. 12: non disse di guardarsi dal lievito dei pani, ma dallinsegnamento, ecc. Non problema di pane o lievito materiale, ma di Spirito: con quale spirito viviamo il pane nostro quotidiano? Che uso facciamo dei beni e della

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vita? Secondo la tradizione degli uomini, farisei o sadducei che siano, che annullano la parola di Dio (cf. 15,6), o secondo il comando del Signore? Cerchiamo di dar gloria a Dio o a noi stessi, di possedere o di condividere, di togliere o di dare ai fratelli? Abbiamo il lievito di vita o quello di morte, del dono o del possesso, spirituale o materiale che sia?

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges in barca coi discepoli. c. chiedo ci che voglio: guardarmi dal lievito dei farisei e dei sadducei. d. traendone frutto, medito le parole del Signore. Da notare: gli chiesero di mostrare un segno dal cielo non sapete discernere i segni dei tempi? a questa generazione perversa non sar dato alcun segno, se non il segno di Giona i discepoli dimenticarono di prendere pane attenti a guardarvi dal lievito dei farisei e dei sadducei non abbiamo pane non avete ancora capito n ricordate i cinque pani per i cinquemila? i sette pani per i quattromila? come mai non capite? guardarsi dallinsegnamento dei farisei e dei sadducei.

4. Testi utili

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Sal 78; 95; Es 17,1-7; Mc 8,14-21; 1Cor 11,17-34; Fil 3,1ss. In particolare: il lievito dei farisei cf. Lc 7,36-50; 15,1ss; 18,9-14; il lievito dei sadducei: Lc 12,13-21; 16,1-13; 18,18-30; 19,1-10.

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68. MA VOI CHI DITE CHE IO SIA? 16,13-20 16,13 Ora, venuto Ges nelle parti di Cesarea di Filippo, interrogava i suoi discepoli dicendo: Chi dicono gli uomini che sia il Figlio delluomo? 14 Ora essi dissero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, o uno dei profeti. 15 Dice loro: Ma voi, chi dite che io sia? 16 Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! 17 Ora, rispondendo, Ges gli disse: Beato te, Simone, figlio di Giona; poich n carne n sangue ti rivelarono, ma il Padre mio che nei cieli. 18 E io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificher la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 Dar a te le chiavi del regno dei cieli, e ci che legherai sulla terra sar legato nei cieli, e ci che scioglierai sulla terra. sar sciolto nei cieli. 20 Allora ordin ai discepoli di non dire a nessuno che lui il Cristo.
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1. Messaggio nel contesto Ma voi chi dite che io sia? Io-Sono chiede con umilt ai discepoli: Chi sono io?, per introdurli nel suo mistero. Non una crisi di identit sua: in gioco lidentit loro. Ges rivolge loro la domanda con trepida attesa: essere riconosciuto il desiderio fondamentale dellamore che si rivela. La risposta personale a questa sua domanda costituisce il discepolo. Il cristianesimo non unideologia, una dottrina o una morale, ma il mio rapporto con Ges, il mio Signore che amo come lui mi ama (cf. Gal 2,20). Ai discepoli si chiede prima cosa dicono gli uomini e poi cosa dicono loro, per suggerire che la loro risposta non deve essere come quella degli altri. N la carne n il sangue, ma solo il Padre pu rivelare chi il Figlio. Siamo alla svolta decisiva del vangelo: finalmente Pietro e quelli con lui lo riconoscono come il Messia e il Figlio di Dio. Avvinti a lui, dora in poi potranno ricevere il dono di quella conoscenza di lui che pu essere fatta solo a chi lo ama. Il brano un dialogo tra Ges e i discepoli: i vv. 13-16 contengono le due domande sulla identit sua e le due risposte dei discepoli, la seconda delle quali riservata a Pietro. Nei vv. 17-19 Ges proclama beato Pietro perch ha accolto la rivelazione (v.17), e per questo gli d la funzione di pietra per la Chiesa (v.18), insieme al suo stesso potere di legare e sciogliere (v.19). Il v. 20 conclude con lordine di tacere. Il brano presenta il riconoscimento di Ges e il conferimento del primato a Pietro. Riconoscere Ges come il Cristo e il Figlio di Dio il centro della fede. Il ruolo di Pietro quello della pietra su cui si edifica la comunit che professa tale fede. Il primato di Pietro fu occasione di tante separazioni, antiche e recenti, prima in Oriente e poi in Occidente. Il servizio dellunit nella fede e nella carit stato spesso scandalo, motivo di divisioni e odi. Non sempre facile vedere in quale misura ci sia dovuto al cattivo modo di servire, e in quale, invece, allinevitabilit dello scandalo stesso della verit, che sempre segno

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di contraddizione (cf. Lc 2,34). Anche lidentit di Ges, vero uomo e vero Dio, stata ed occasione di tutte le eresie! Questo brano un contrappunto al precedente: al dialogo di incomprensione, succede il riconoscimento. Chi libero dal lievito dei farisei e dei sadducei, vede nel pane il Cristo, il Figlio di Dio dono del Figlio delluomo a ogni uomo. Ges il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Questa la fede cristiana che i discepoli hanno maturato e ci hanno trasmesso. La Chiesa ha la beatitudine di vivere questa fede, direttamente rivelata dal Padre. Pietro ha la funzione di pietra, di fondamento su cui il Signore edifica la sua Chiesa; a lui inoltre confidato il servizio delle chiavi del regno, la funzione di interpretare autenticamente ci che conforme a tale fede e ci che difforme da essa.

2. Lettura del testo v. 13: nelle parti di Cesarea di Filippo. Siamo allestremo nord, ai piedi dellHermon, nel punto pi lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Ges riconosciuto dai suoi. interrogava i suoi discepoli. Fin qui erano gli altri ad interrogarsi su di lui. Ora lui che interroga. La fede inizia dove noi smettiamo di mettere in questione il Signore, e accettiamo di essere messi in questione da lui. Linterrogato si fa interrogante e viceversa. Il problema non interrogarci su Dio o interrogarlo, ma lasciarci interrogare da lui. Ogni domanda contiene la sua risposta. Ad ogni nostra domanda su di lui corrisponde una nostra risposta su di lui, che lo riduce appunto a misura delle nostre domande. La sua domanda a noi invece ci apre al suo mistero. La fede responsabilit, abilit-a-rispondere al Signore che interpella. Lui e resta sempre per noi un mistero, su cui non abbiamo n risposte n immagini: lunica risposta siamo noi stessi che diventiamo a sua immagine.

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Lasciarsi interrogare da lui e rispondergli secondo lo Spirito larte e lavventura di essere uomo. Dio leterna domanda; luomo ne la risposta, nella misura in cui ne ascolta la Parola e la incarna nella propria vita. chi dicono gli uomini che sia il Figlio delluomo? C un si dice, un parlare generico e irresponsabile che non corrisponde mai a verit. In esso ci che gi noto, o si presume tale, diventa misura di tutto. Lignoto ridotto allovvio, che come il letto di Procuste, che adatta tutto alle proprie dimensioni. Le nostre convinzioni ci velano la realt del Figlio delluomo e delluomo stesso, che sempre pi grande di quanto possiamo gi sapere. Ges con questa domanda fa uscire allo scoperto le risposte scontate che spontaneamente diamo. v. 14: alcuni Giovanni Battista, altri Elia, ecc. Sono le figure religiose pi eminenti del passato, con una storia di azione e di passione per la Parola. Hanno in comune il non essere state capite in vita e lessere gi morte. Scambiare il Vivente per un morto il modo pi elegante per ucciderlo. Lo si riduce a un monumento funebre che non scomoda pi che tanto; richiede solo un po' di venerazione. v. 15: ma voi chi dite che io sia? La risposta dei discepoli un ma rispetto a quella della gente, come il pensiero di Dio un ma rispetto a quello delluomo: I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le vostre vie non sono le mie vie (Is 55,8). La risposta del discepolo alla domanda di Ges diversa, altra e santa: suggerita dal Padre che il Figlio rivela. Il voi la comunit di chi ascolta la domanda del Figlio, Parola del Padre. v. 16: tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Pietro per primo risponde personalmente alla domanda. Lo riconosce come il Cristo e il Figlio del Dio vivente: il salvatore atteso che compie ogni promessa del cielo e desiderio della terra, linatteso Figlio di Dio, che in ogni promessa si compromette, dono oltre ogni desiderio. Il mistero del Figlio delluomo quello di essere il Figlio di Dio che si comunica ad ogni uomo. Ges venuto a portarci il dono del Padre, il Padre come dono, in modo che tutti siamo figli e fratelli. Quella di Pietro la professione di fede cristiana: Ges il Cristo, lunico Cristo, il Figlio, il Figlio unigenito del Padre della vita (cf. 14,33; 26.63;

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27,40.43. 54; cf. 28,18s). Vedere nella carne di Ges il Cristo il Figlio di Dio il centro della rivelazione: entrare nella conoscenza del mistero del rapporto Padre/Figlio, rivelato ai piccoli (cf. 11,25-27). Da questa risposta Pietro generato uomo nuovo, partecipe del segreto di Dio. Con ulteriore sorpresa dovr capire in seguito che il Cristo non quello che lui pensa, ma un Cristo che lui non si aspetta; scoprir anche che il Figlio di Dio un Figlio che lui neanche sospetta, e che il Dio vivente altro da quello che lui immagina. Spontaneamente riduciamo a carne e sangue anche la rivelazione di Dio (cf. vv. 21-23). v. 17: beato te Simone, figlio di Giona . Quella di Pietro la beatitudine suprema: accogliendo il Figlio, entra nel regno del Padre. Lui il primo che riceve la rivelazione di ci che nascosto ai sapienti e agli intelligenti. A chi gli dice: Tu sei, lui risponde: Beato te, e comincia il dialogo tra i due. n carne n sangue ti rivelarono, ma il Padre mio, ecc. Pietro vede quanto occhio umano mai non vide: ci che Dio ha preparato per coloro che lo amano nella carne del Figlio (cf. 1Cor 2,9). Il figlio di Giona legge nel Figlio delluomo il segno di Giona - la rivelazione di Dio. Il cristianesimo conoscere e amare la persona di Ges. Credere al suo messaggio non apprezzare o adottare la sua dottrina: conoscere e amare lui come il Figlio di Dio, che si fatto mio fratello per darmi il suo stesso rapporto col Padre. Se lui non fosse Dio, sarebbe il pi grande mistificatore della storia. Chi lo conosce, sa che non cos: il Signore, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). v. 18: tu sei Pietro, e su questa pietra edificher la mia chiesa. Pietro diventa pietra, attributo di Dio (Dt 32,4; Is 17,10), come lo fu anche di Abramo, padre dei credenti (cf. Is 51,1s). La fede nel Figlio gli dona la prerogativa di Dio stesso. La chiesa si costruisce su questa pietra come la casa di coloro che sono ormai familiari di Dio (Ef 2,19-22). le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Ogni potere di morte si infranger contro il Dio vivente e quelli di casa sua. La sua fedelt ha lultima parola su ogni nostra infedelt, al di l di ogni nostra fragilit e peccato, che pure Pietro sperimenter (14,29-31; 26,32-35.69-75; 28,7.10). Ci che vale per Pietro, vale per tutta la Chiesa.

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v. 19: dar a te le chiavi del regno dei cieli. La fede di Pietro la chiave che apre il regno. Dar al futuro: la promessa vale per il tempo che segue. La fedelt di Dio garantisce la fede di Pietro, nella quale poi egli confermer i fratelli (Lc 22,32). ci che legherai sulla terra. Legare e sciogliere significa proibire e permettere, interpretando autenticamente la Parola. Inoltre significa ammettere ed escludere dalla comunit. In base al dono della fede, a Pietro dato il pegno/impegno di dire ci che conforme o meno ad essa e, di conseguenza, dichiarare chi appartiene o meno al regno. In questo testo si fonda il primato di Pietro. Nel corso dei secoli stato variamente esercitato e inteso, frainteso e malinteso, con o senza colpa. Lautorit nella chiesa non certo come quella dei capi delle nazioni, ma la stessa del Signore, che venuto per servire e dare la vita (Mt 20,24-28). Si tratta di un servizio nella fede e nellamore, principio di unione e di vita. Bisogna non dimenticare che ogni autorit pu degenerare da servizio che fa crescere a potere che distrugge la verit e la libert, lamore e la comunione (cf. 20,24-28). La fatica che tutti hanno nellaccettare lautorit la stessa che tutti hanno nellaccettare la diversit, da quella di Dio a quella dei genitori e di ogni altro, riflesso dellAltro. La diversit pu essere vissuta con amore; allora principio di unione e di vita. Ma pu anche essere vissuta con conflitto; allora principio di divisione e di morte. Il servizio di Pietro, come ogni altro, deve cambiare secondo le diverse situazioni storiche. Fa parte della legge dellincarnazione assumere responsabilmente i condizionamenti della propria epoca. Occorre sempre chiedersi quale sia il modo pi adatto di esercitare oggi tale servizio. Non bisogna dare nulla per scontato, ma tutto esaminare, e ritenere ci che buono (1Ts 5,21). Si discute tra gli esperti il senso originale del testo, cosa intendesse Matteo e cosa intendesse Ges. Certamente importante saperlo, perch ci che stato allora qualcosa di unico che vale sempre, anche ora: normativo per la comunit che cerca di camminare ora, come lui ha camminato allora.

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Non basta per riprodurre il senso originale del testo. Occorre anche vedere la produzione di senso che il testo ha originato nella vita dei discepoli, ai quali il Signore ha promesso di essere sempre vicino, sino alla fine del mondo (28,20). In situazioni nuove e inedite, lo stesso testo produce sensi nuovi e inediti. La parola di Dio non un feticcio morto, ma vive e opera nella storia per la potenza dello Spirito. La domanda che si pone a un testo determinante per la risposta che se ne ottiene. Oggi, la nostra epoca, che contrassegnata dal compimento della libert, che domande pone allesercizio del servizio di Pietro? La risposta che si d dimportanza decisiva non solo per lecumenismo, ma anche per il mondo intero, davanti al quale siamo posti come segno di unit, senza che ci sia mai a discapito della verit e della libert. v. 20: non dire a nessuno che lui il Cristo. Infatti il Figlio delluomo non il Cristo che pensa Pietro, ma quello che si riveler subito dopo, e che Pietro non vorr accettare (vv.21-23).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges con i suoi discepoli a Cesarea di Filippo. c. chiedo ci che voglio: chi Ges per me? veramente il Cristo, il Figlio del Dio vivente? d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: Ges interroga chi dicono gli uomini che io sia? ma voi chi dite che io sia? tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente beato te, Simone tu sei Pietro e su questa pietra edificher la mia chiesa le porte degli inferi non prevarranno contro di essa a te dar le chiavi del regno ci che legherai sulla terra, sar legato in cielo ci che scioglierai sulla terra, sar sciolto in cielo.

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4. Testi utili Vedere il cammino di Pietro in Matteo: Mt 4,18-22; 8,23-27; 10,1-4; 14,22-33; 16,21-23; 17,1-8; 20,24-28; 26,30-35. 69-75.

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69. DIETRO DI ME 16,21-28

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Da allora cominci Ges a mostrare ai suoi discepoli che deve andare a Gerusalemme e molto patire dagli anziani e dai sommi sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e il terzo giorno risuscitare. E, prendendolo in disparte, Pietro cominci a rimproverarlo, dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti avverr assolutamente! Ora egli, voltatosi, disse a Pietro: Mettiti dietro di me, satana! Mi sei di scandalo perch non pensi come Dio, ma come gli uomini! Allora Ges disse ai suoi discepoli: Se uno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso porti la sua croce e segua me. Infatti chi vorr salvare la propria vita, la perder; chi invece perder la propria vita per me, la trover. Che giover infatti alluomo guadagnare il mondo intero e rovinare la propria vita? O cosa dar luomo in cambio della propria vita? Poich il Figlio delluomo sta per venire nella gloria del Padre suo con i suoi angeli, e allora render a ciascuno secondo lopera sua! Amen vi dico che ci sono alcuni dei qui presenti che non gusteranno la morte finch non vedranno il Figlio delluomo che viene nel suo regno.

1. Messaggio nel contesto Dietro di me, dice Ges a Pietro e a tutti i discepoli. Dopo essere stato riconosciuto, gioca a carte scoperte: mostra che il Cristo e il Figlio del Dio

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vivente non quello che pensiamo noi. La sua salvezza non consiste nella soddisfazione delle nostre brame di avere, di potere e di apparire, ma nella povert, nel servizio e nellumilt. Questa la via di quel Dio che amore, attraverso la quale deve passare il Figlio delluomo per vincere il male delluomo. Siamo a una svolta decisiva del vangelo: Ges fa il primo annuncio della sua morte-risurrezione. Per la prima volta parla della croce, e mostra labisso che c tra Dio e tutte le nostre immagini su di lui. Essa ci fa vedere chi il Figlio a immagine del Padre, luomo pienamente realizzato. Il brano presenta in un quadro sintetico lidentit di Ges, il Crocifisso risorto (v. 21), e quella del discepolo, specchio della sua ( vv. 24-26); al centro c la reazione di Pietro e la controreazione di Ges ( vv. 22-23) e, alla fine, troviamo il richiamo alla sua venuta nella gloria ( vv. 27-28). La croce scandalo per tutti (1Cor 1,23). Davanti ad essa anche Pietro, la pietra, diventa scandalo, inciampo per il Signore stesso. La reazione di Pietro di capitale importanza: svela la nostra lontananza da Dio. Pietro vuol bene a Ges: gli vuole il bene che vuole a se stesso. In questo umano, molto umano, anzi diabolico: ritiene che il bene sia quello che pensa lui. Dovr scoprire che il bene che il Signore gli vuole ben altro. Lo scontro tra il pensiero di Dio e quello delluomo ineludibile: fa uscire allo scoperto linganno che nascosto nel nostro cuore. Il volto del Figlio delluomo illumina progressivamente le nostre oscurit, fino a farci riflesso della sua gloria. Andando dietro di lui, diventiamo come lui: il nostro non pi un cammino dalla vita alla morte, ma di vittoria sulla stessa morte, per giungere a quella pienezza di vita che da sempre desideriamo. Pietro, pur avendo ricevuto la rivelazione del Padre sullidentit di Ges, non per questo ha capito chi lui : vero che Ges il Cristo e il Figlio di Dio, ma la verit di Cristo e di Dio non quello che lui intende. costante il pericolo di ridurre a ovviet umana anche la rivelazione di Dio - facendo di Ges lattaccapanni delle nostre fantasie religiose. Questo avviene ogni volta che la nudit della croce non ci scandalizza.

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Il seguito del vangelo mostrer chi veramente il Cristo e il Figlio di Dio: il mistero di Ges, che Pietro ha appena intuito, sar proclamato senza equivoci solo sul Calvario (27,54). Il Figlio delluomo deve andare a Gerusalemme: l, con le sue ferite, saner le nostre ferite (cf. Is 53, 5.6; 1 Pt 2,25). Proprio cos il Cristo che salva, il Figlio di Dio che rivela il Padre della vita. La passione del Signore manifesta la vera e profonda identit sua e nostra: lui amore infinito per noi, e noi siamo amati infinitamente da lui. La sua gloria diventa la nostra stessa gloria. La giustapposizione tra lidentit di Ges e la nostra mostra come la cristologia ecclesiologia: il discepolo specchio del suo maestro e Signore. La rivelazione di chi lui anche rivelazione di chi siamo noi. Inoltre la rivelazione diventa etica: siamo chiamati a diventare ci che siamo fratelli che rispecchiano di gloria in gloria il volto del Figlio, trasfigurati a sua immagine per lazione del suo Spirito (2Cor 3,18) . Ges, il Figlio delluomo, proprio in quanto crocifisso il Risorto, il Cristo salvatore, il Figlio del Dio vivente, vero volto delluomo e di Dio. La Chiesa costituita non solo dalla professione di fede di Pietro, ma anche dal suo confronto con Ges. Continuamente deve essere purificata dal suo modo satanico di intendere luomo e Dio attraverso lincontro/scontro con la parola della croce.

2.Lettura del testo v. 21: Cominci Ges a mostrare ai suoi discepoli. linizio dellistruzione ai discepoli non pi in parabole, ma mediante la Parola (cf. Mc 8,32): la parola della croce. Ora che hanno riposto in lui la loro speranza e il loro affetto, pu mostrarsi loro cos com. deve. Il Figlio delluomo ha un solo dovere: lo stesso di Dio, che tutto e solo amore. Chi ama deve essere con lamato, nella buona e nella cattiva sorte. molto patire. Lamore passione: fa patire, sentire come proprio il bene e il male dellamato.
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dagli anziani e dai sommi sacerdoti e dagli scribi. Sono rispettivamente i ricchi, i potenti e i sapienti, coloro che puntano, e con successo, la propria esistenza sulla brama di avere, di potere e di apparire. Sono le tre maschere del male, sul quale si struttura lordinamento del mondo (1Gv 2,16). Rappresentano laspirazione di ciascuno di noi, che riteniamo bene ci che in realt egoismo e morte. Ges deve entrare in questo male in cui ci troviamo, per salvarci e mostrarci il vero volto delluomo che lo stesso di Dio. essere ucciso. Ges non muore: ucciso a motivo di ci per cui vive. Con la sua morte diventa martire, testimone di un amore pi forte della stessa morte. e il terzo giorno risuscitare. La sua uccisione vittoria sul potere della morte: risurrezione. v. 22: Pietro cominci a rimproverarlo. Ges comincia a rivelarsi apertamente, e Pietro a ribellarsi duramente. Rimproverare in greco la stessa parola che indica quanto Ges fa con i demoni. quanto Pietro fa con Ges. Chi evita questo scontro, non capir mai il pensiero di Dio. Lo scontro pu essere evitato in buona o in malafede, per dabbenaggine o per astuzia o, pi facilmente, per inavvertenza e cecit. Pietro prende Ges in disparte per rimproverarlo: gli vuole bene, e non vuole umiliarlo davanti agli altri! Si sente comunque in dovere, per il suo affetto, di riprenderlo. Certe cose non si dicono neanche per scherzo! Che ne del Cristo e del Dio vivente se un perdente? bestemmiare contro (ci che Pietro pensa essere) la Gloria. Dio te ne scampi, ecc. Pietro sicuro che Dio non vuole cos! Per lui Dio la realizzazione suprema delle aspirazioni delluomo: il sommamente ricco, onnipotente e glorioso. Se Dio fosse la proiezione dei nostri desideri, sarebbe il sommo male pi che il sommo bene! La falsa immagine che abbiamo di lui corrisponde al falso ideale che abbiamo delluomo, sua immagine. E proprio per questo facciamo il male, con cecit ostinata nonostante i risultati.

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v. 23: voltatosi. Pietro non stava parlando faccia a faccia con Ges. Questi si gira, e gli mostra il suo volto. In lui c affetto per lamico, ma durezza contro il nemico che si cela in lui. mettiti dietro di me. Pietro si era messo davanti a Ges per condurlo a fare la propria volont, come satana. Ges non lo respinge lontano. Lo rimette nella sua posizione giusta: dietro di lui. Noi chiediamo al Signore che lui ci faccia ci che noi vogliamo (cf. Mc 10,35); la salvezza invece chiedere che noi facciamo ci che lui vuole. Lui vuole aprirci gli occhi sulla vera gloria, come ai ciechi di Gerico (20,32s), perch lo seguiamo nel suo cammino verso Gerusalemme. La salvezza non che lui segua noi - cosa che gi ha fatto, a costo della sua vita! - ma che noi seguiamo lui, fino al dono della vita. satana. Pietro, anche se con amore, e quindi in modo pi accattivante, presenta in buona fede le stesse tentazioni di satana, che Ges gi ha incontrato nel deserto (4,1ss). Qui pi difficile riconoscerle! mi sei di scandalo. A fin di bene, la pietra della Chiesa si fa pietra dinciampo, che vuol far cadere il Figlio delluomo. non pensi come Dio, ma come gli uomini. I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non solo le mie vie, dice il Signore (Is 55,8). Lui infatti santo, diverso da noi: amore. Noi, anche quando lo riconosciamo, proiettiamo sempre su di lui i nostri desideri, per noi sono pi sicuri di qualunque verit. Anche per chi ha ricevuto la rivelazione di Dio, costante il pericolo di ridurre questo a misura duomo (v.13). La nostra conoscenza secondo lo Spirito sempre mischiata a tanta carne! Ce ne libera solo quellincontro costante col vangelo che ha lonest di farsi scontro con Ges. Pietro pietra non solo in quanto riconosce Ges, ma anche in quanto si misura drammaticamente con lui, riconoscendosi pietra dinciampo. La fede non un pacchetto di certezze a buon mercato. unacquisizione progressiva, in un faticoso misurarsi con la parola della croce. Quelle certezze che non si sanno mettere in discussione, ci allontanano dalla verit. Lo scandalo di Pietro davanti allo scandalo della croce - pietra contro pietra - ineludibile, segno del divino.

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v. 24: se uno vuole. Ci che Ges propone un atto libero di volont: la massima libert delluomo fare lo stesso cammino del Signore. venire dietro a me. Andare dietro a lui il cammino dellesodo, la realizzazione piena delluomo, la vittoria sullegoismo e sulla morte. Lui la nube e il fuoco che ci guida verso la libert (cf. Nm 9,15-23). rinneghi se stesso. Rinnegare il falso io, deformato dalla menzogna e dalla paura, far nascere il proprio vero io. La morte dellegoismo la nascita allamore. Uno, se vuole essere se stesso, deve smettere di pensare a se stesso: solo allora ha il suo volto, rivolto allaltro. porti la sua croce. La croce di ciascuno lottare con il male che in lui: la lotta contro il proprio egoismo, che solo lui pu fare. segua me. In questa lotta per non solo: in compagnia del suo Signore, che lo ha preceduto e accompagna. v. 25: chi vorr salvare la propria vita. Scampare dalla minaccia incombente della morte lintento primo di ogni pensare e agire. Per questo diventiamo egoisti, e, invece di salvarci, ci perdiamo. la perder. Una vita ispirata allegoismo gi morta, perduta per sempre. chi invece perder la propria vita per me. La vita amare fino a dare la vita per colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). La vita lo Spirito Santo, lamore tra Padre e Figlio, dono reciproco delluno allaltro. Chi ama passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14): ha gi ora la vita che non muore. v. 26: che giover infatti alluomo, ecc.? Luomo vorrebbe possedere tutto per garantirsi la vita. Ma proprio cos anticipa con laffanno la morte fisica e con legoismo quella spirituale. o cosa dar luomo in cambio della propria vita? La vita non si pu comperare con denaro, n barattare con beni: dono, e solo in quanto donata resta viva. A chi la vuole pagare, non resta che restituirla, dandosi la morte. v. 27: il Figlio delluomo sta per venire. Il mondo sotto il giudizio di Dio: la croce del Figlio delluomo che d la vita per gli uomini. Ogni azione ha valore o meno secondo che conforme al suo giudizio. La salvezza eterna appesa alla mia decisione presente di vivere il giudizio di Dio.

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render a ciascuno secondo lopera sua. Non chi dice: Signore, Signore, ma chi fa la Parola entra nel regno, diventa figlio e riceve la gloria del Padre (cf. 7,21-23): costruisce la sua casa che resiste ad ogni intemperia (7,24-27). v. 28: alcuni dei qui presenti non gusteranno la morte, ecc. Ascoltare e fare le parole che Ges ha appena detto vivere, gi qui in terra, da figlio di Dio: questa la vita eterna, che vince la morte. La gloria del Figlio delluomo, che alla fine del tempo apparir come apparsa sulla croce (24,34; 26,64; 27,54), traspare gi ora nella vita del discepolo. La trasfigurazione, che immediatamente segue (17,1-9), lanticipo terrestre della gloria celeste riservata al Figlio e a chi lo ascolta. Uno pi dove ama che dove abita! Chi ama Ges, come gi unito a lui nella morte, cos consepolto e conseduto con lui nella gloria. La sua vita ormai nascosta con lui in Dio (cf. Rm 6,4; Ef 2,6; Col 2,12; 3,3).

3. Pregare il testo a. b. c. d. entro in preghiera come al solito. mi raccolgo immaginando Ges con i suoi discepoli. chiedo ci che voglio: non evitare lo scandalo della croce. traendone frutto, medito su ogni parola di Ges.

4.

Testi utili

Sal 1; 63; Is 52,13-53,12; Ger 20,7-9; Fil 1,21; 2,5-11; 3,7-14; Gal 2,20; Rm 6,1-11. Ef 2,1-10. 70. ASCOLTATE LUI 17,1-13

17,1

E dopo sei giorni Ges prende con s Pietro e Giacomo e Giovanni suo fratello, e li porta su un alto monte in disparte.

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E si trasform davanti a loro, e brill il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce.

3 4

Ed ecco fu visto da loro Mos ed Elia, che conversavano con lui. Ora rispondendo Pietro disse a Ges: Signore, bello per noi essere qui. Se vuoi, far tre tende, una per te, una per Mos e una per Elia.

Mentre lui stava ancora parlando, ecco una nube luminosa li ricopr; ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi il Figlio mio, lamato, in cui mi compiacqui. Ascoltate lui!

E udendo i discepoli caddero sul loro volto e temettero molto.

E si avvicin Ges e toccandoli disse: Risvegliatevi, e non temete!

Ora, levati i loro occhi, non videro nessuno, se non lui, Ges, solo.

E, scendendo dal monte, Ges ordin loro dicendo: Non dite a nessuno questa visione, fino a quando il Figlio delluomo non sia risvegliato dai morti.

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10

E lo interrogarono i discepoli dicendo: Perch dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?

11

Egli rispondendo disse: S, Elia viene, e ristabilir ogni cosa.

12

Ma vi dico che Elia gi venuto, e non lo riconobbero, ma gli fecero quello che vollero. Cos anche il Figlio delluomo sta per soffrire per opera loro.

13

Allora compresero i discepoli che aveva parlato loro di Giovanni il Battista.

1. Messaggio nel contesto

Ascoltate lui!, dice la voce dal cielo. Infatti Questi il Figlio mio, lamato, in cui mi compiacqui! Il Padre parla solo due volte dicendo e ribadendo la stessa cosa: proclama Ges come Figlio una prima volta dopo il battesimo (3,17) e una seconda qui (v. 5), dopo la predizione della sua morte e risurrezione (16,21). La trasfigurazione la conferma della via intrapresa nel battesimo, anticipo della gloria di Pasqua. Alla sua luce il Servo inizia il cammino verso Gerusalemme. Il racconto carico di reminiscenze bibliche. Nel Nazoreo infatti si compie ogni profezia (2,23). La scena richiama Mos che sale sul monte con Aronne, Nadab e Abiu, e che al settimo giorno chiamato da Dio nella nuvola (Es 24,1.9.15s). Ancora ricorda Mos che scende dal monte con il volto splendente (Es 39,29-35), e che promette alla fine un profeta del quale dice: Ascoltate lui! (Dt 18,15). Le parole della voce riecheggiano il Salmo 2,7, che parla dellintronizzazione del Messia; alludono inoltre al sacrificio di Isacco (il figlio amato: Gen 22,2.12.16) e al primo canto del Servo (in cui mi compiacqui: Is 42,1). Proprio in quanto servo dei fratelli, il Figlio delluomo il Figlio amato, la
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Parola stessa da ascoltare, lirradiazione della gloria del Padre, il Messia che ci salva. Il Padre conferma cos quanto Ges ha appena detto: riconosce colui che accetta di essere riconosciuto da Pietro come il Cristo e il Figlio di Dio (16,16), colui che afferma di essere il Servo sofferente che Pietro non accetta (16,21-23), colui che chiama al suo stesso cammino (16,24) e si dichiara il giudice del mondo (16,27). Davanti a tre uomini, il Figlio delluomo proclamato dal Padre come suo Figlio. la fine del dibattito su chi Ges, e linizio del suo cammino verso Gerusalemme. Il Padre ha una sola Parola, che lo rivela pienamente: il Figlio. A noi dice di ascoltarlo, perch, ascoltando lui, diventiamo come lui, figli. La trasfigurazione lesperienza fondamentale della vita di Ges: la scelta fatta nel battesimo, che ora si concreta nella prospettiva della croce, confermata come la via alla libert e alla gloria di Dio. una illuminazione interiore tanto forte che trasforma il suo stesso corpo in sole e luce. importante anche per i discepoli averlo visto: quando sar risorto, potranno capire che il Risorto lo stesso Ges che fu crocifisso. La trasfigurazione del Figlio rappresenta anche lanticipo di ci che saremo. Il seme della nostra gloria divina gettato quando decidiamo veramente di ascoltare lui e di fare la sua parola: questa la forma che trasforma la nostra vita a immagine della sua, fino alla sua misura piena. Il brano presenta la salita sul monte dove avviene la trasfigurazione ( vv.18) e la discesa dove la si interpreta come anticipo della risurrezione che passa attraverso la croce (vv.9-13). Ges, nella sua umanit, mostra la divinit: i discepoli vedono il suo corpo che riluce della gloria del Figlio nel quale il Padre si compiace, raggio anticipato della risurrezione. La Chiesa rappresentata dai tre apostoli che, a viso scoperto, riflettono come in uno specchio la gloria del Signore, e vengono trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo lazione dello Spirito del Signore (cf. 2Cor 3,18).

2. Lettura del testo

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v. 1: E dopo sei giorni. il settimo giorno, compimento della creazione che tutta geme e soffre le doglie del parto in attesa di essere liberata dalla schiavit della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio (Rm 8,22.21). Questa indicazione di tempo dice che il fine della creazione non la sua fine: essa non destinata alla sfigurazione della morte, ma alla trasfigurazione. Nel Figlio delluomo, il creato destinato ad assumere la forma del Figlio di Dio. La divinizzazione il senso della creazione, fino a quando Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). Ges prende con s Pietro e Giacomo e Giovanni. Mos prese con s Aronne, Nadab e Abiu, e sal sul monte, dove Dio rivel la sua gloria (Es 24,9ss). Questi tre discepoli, che ora sentono il Padre che chiama il Figlio, nel Getsemani sentiranno il Figlio che chiama il Padre (26,37.39). Monte degli Ulivi e Tabor si richiamano a vicenda: qui lumanit di Ges rivela la sua divinit, l la divinit mostra la sua umanit. v. 2: si trasform davanti a loro. In greco c metamorfosi, che significa cambiar forma, trasformarsi. Nelle metamorfosi pagane la divinit assume corpo e sembianze umane. Qui lumanit assume forma e splendore divino: lascia trasparire la Gloria del Figlio. Questa la destinazione di ogni uomo nel Figlio delluomo. brill il suo volto come il sole, ecc. In Luca laspetto del suo volto si alter: divent altro, il volto dellAltro (Lc 9,29). In Matteo diventa raggiante come il sole, che de te, Altissimo, porta significatione. Per Marco 9,3 le sue vesti diventano bianche in modo sovrumano, per Lc 9,29 risplendenti come folgore, per Matteo bianche come la luce. La luce il simbolo pi appropriato di Dio: principio di creazione e conoscenza, fa essere ogni cosa quello che e la fa vedere per quello che . Ma anche sorgente di gioia, segno dellamore che rende luminosi. Il Figlio brilla della luce stessa di Dio, primizia della creazione nuova: come tutto fatto attraverso lui, in lui e per lui, cos tutto partecipa della sua medesima sorte nella luce (cf. Col 1,16.12). Noi pure siamo chiamati a vedere il Signore faccia a faccia (1Cor 13,12), e riflettere a viso scoperto la sua gloria, fino ad essere trasformati in lui (cf. 2Cor 3,18), configurati allicona del Figlio, il primogenito tra molti fratelli (Rm

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8,29). Siamo chiamati a rivestirci di luce e ad essere luce: Sorgi, sii luce, perch viene la tua luce e la gloria del Signore brilla su di te (Is 60,1). Lamore si realizza nello scambio di ci che si ha e si , cos che lamato diventa la forma di chi lo ama. Lincarnazione, che porta alla croce (battesimo), rende Dio uguale a noi; la trasfigurazione, caparra della risurrezione, rende noi uguali a lui. Non solo il nostro spirito, ma anche il nostro corpo per il Signore, destinato alla risurrezione (1Cor 6,13s). v. 3: Mos ed Elia che conversavano con lui. Il mediatore della legge e il padre dei profeti conversavano con lui: anzi, parlano di lui, Parola stessa di Dio. Inoltre Mos ed Elia non gustarono la morte: luno fu trasportato in cielo su un carro di fuoco (2Re 2,1ss); laltro, che parl con Dio faccia a faccia, secondo la tradizione fu rapito da un suo bacio sulla bocca. v. 4: bello per noi essere qui. Pietro ha capito che bello! Sul volto del Figlio appare la bellezza originaria nella quale Dio ha creato il mondo. Qui bello essere. Altrove brutto e non possiamo stare, perch non siamo ci che siamo. Per questo luomo viator , pellegrino in cerca del Volto, davanti al quale solo sta di casa e pu sostare, perch ritrova il proprio volto. Altrove si sente fuori posto, come un osso slogato. far tre tende. unallusione alla festa delle capanne, in cui si commemora il dono della Parola (cf. Lv 23,27-34; Dt 16,13). una per te, una per Mos e una per Elia. La legge, data tramite Mos, la prima tenda di Dio tra gli uomini. La parola tenda in greco si dice sken, che richiama lebraico: shekin, che la gloria di Dio tra gli uomini. La profezia, iniziata con Elia, la seconda tenda di Dio tra gli uomini. La carne di Ges la tenda definitiva di Dio in mezzo a noi (Gv 1,14). In lui vediamo la sua gloria, come di unigenito dal Padre (ivi). Infatti chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,9). v. 5: una nube luminosa. Di Dio non conosciamo il volto, ma la Parola. Non bisogna farsi immagini n di lui n delluomo, perch lunica sua immagine luomo stesso che ne ascolta la Parola. Chi lo ascolta infatti diventa suo figlio, col suo medesimo volto. La nube luminosa richiama Dio stesso che guid Israele nel deserto (Es 14,20) ed segno della sua presenza (Es 19,16; 24,15s;

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40,34s; 2Mac 2,7s; 1Re 8,10-12). La manifestazione di Dio sempre oscura per eccesso di luce accecante - quasi che rivelandosi Dio si veli, e velandosi si riveli, come sulla croce. La nube inoltre principio di vita: la pioggia benedizione e fecondit. una voce dalla nube (cf. 3,17). Dio voce: la sua Parola nota a noi nel Verbo incarnato. Chi ascolta Ges, trasforma il suo volto nel Volto, splendente come il sole (v. 2), irradiazione della gloria (Eb 1,3). questi. luomo Ges, che Pietro ha riconosciuto come il Cristo e il Figlio di Dio, ma non ancora come il Figlio delluomo sofferente. il Figlio mio (cf. 3,17). Richiama il Salmo 2,7, che parla dellintronizzazione regale. Ges, che va a Gerusalemme e sar crocifisso, il Messia, il Figlio del Dio vivente. lamato. Richiama il sacrificio di Isacco (Gen 22,2.12.16). Ges il Figlio in quanto sar sacrificato: conoscendo lamore del Padre, dar la vita per i fratelli. in cui mi compiacqui (cf. 3,17). Richiama il Servo di YHWH (Is 42,1). Il Padre riconosce Ges come figlio, proprio perch si fa servo dei fratelli. ascoltate lui! Il Signore tuo Dio susciter per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me, disse Mos: Ascoltate lui! (Dt 18,15). Ges il nuovo Mos, che d la Parola definitiva. Anzi: lui stesso la Parola fatta carne, volto del Padre rivolto ai fratelli. Chi ascolta lui diventa come lui, figlio. Cosa sia la trasfigurazione, difficile descriverlo, anche per i discepoli che lhanno vista. Due cose per sono chiare: il fine e il principio. Il fine dire: bello per noi essere qui!. Il principio : Ascoltate lui. La Parola d forma al nostro corpo. Chi ascolta Ges, diventa come lui, lalbero bello che fa il frutto bello (7,18). Lascolto della sua parola laccoglienza del seme, che cresce in noi e ci genera secondo la sua specie (cf. 1Pt 1,23), partecipi della natura divina (cf. 2Pt 1,4). La trasfigurazione comincia quando, invece di pensare e ascoltare noi stessi, ascoltiamo lui e pensiamo a lui. la morte delluomo vecchio e la nascita delluomo nuovo. Questo ascolto fa passare dalle opere della carne al frutto dello Spirito (cf. Gal 5,19-22). Il Padre ha una sola Parola: il Figlio. Quanto lui ha detto e fatto lesegesi del Padre (Gv 1,18), il racconto nel tempo del suo amore eterno. La carne di

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Ges il compimento della legge e dei profeti (7,12); la sua storia la manifestazione sulla terra del Dio amore, che mai nessuno ha visto (Gv 1,18). Non possiamo e non dobbiamo conoscere nulla di pi di lui, il Verbo del Padre. v. 6: i discepoli caddero sul loro volto, ecc. leccesso del divino. v. 7: risvegliatevi, e non temete. Sono le parole di Ges ai discepoli. Colui che hanno visto nella gloria, si avvicina a loro e li risveglia. Quanto hanno visto non un sogno, ma ci che li risveglia da una vita morta: la promessa della risurrezione, come dopo capiranno (v. 9). v. 8: non videro nessuno, se non lui, Ges, solo. Colui che si trasfigurato, il Figlio amato da ascoltare, il Ges solo, in cammino verso Gerusalemme, che invita a seguirlo. Il Padre conferma la sua scelta: il Figlio in quanto non si vergogna di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11), e, reso perfetto dalle cose che pat, diventer causa di eterna salvezza per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,8s). v. 9: non dite a nessuno questa visione, ecc. Prima che Ges sia risvegliato dai morti, i discepoli non possono parlare della trasfigurazione. La Gloria infatti resta segreta prima della croce (16,28), che a sua volta incomprensibile prima della risurrezione. v. 10: prima deve venire Elia. LAT si chiude con lattesa di Elia che precede la venuta del Signore (Ml 3,23). Anche la vita di Ges si chiude con lattesa di Elia da parte di chi sta ai piedi della croce (27,49). v. 11s: Elia viene e ristabilir ogni cosa. Ges conferma la venuta di Elia. Ma, come tutti i profeti, non riconosciuto: ha la stessa sorte del Figlio delluomo che deve soffrire per opera degli uomini. Proprio di lui, il Nazoreo, parlano con la voce e la vita i profeti ( cf. 2,23). v. 13: compresero i discepoli che aveva parlato loro di Giovanni il Battista. I discepoli capiscono che Elia, il profeta ultimo, lo stesso Giovanni, che lancia lappello definitivo alla conversione prima della venuta del Signore, di cui anticipa il destino di passione.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito.


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b. mi raccolgo immaginandomi sul monte con i tre apostoli. c. chiedo ci che voglio: ascoltare il Ges solo. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: dopo sei giorni li porta su un monte alto in disparte brill il suo volto come il sole, le sue vesti divennero bianche come la luce Mos ed Elia conversano con lui bello per noi esser qui far tre tende una nube, una voce questi il Figlio mio, lamato, in cui mi compiacqui ascoltate lui non videro nessuno, se non il Ges solo Elia gi venuto Il Figlio delluomo sta per soffrire.

4. Testi utili Sal 34; 67; Gen 12,1-4;Es 34,29-35; Dn 7,9-14; Rm 8,18-39; 2Cor 3, 18; 2Pt 1,16-21.

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71. NIENTE VI SAR IMPOSSIBILE 17,14-21

17,14

E, venendo essi verso la folla, gli si avvicin un uomo, gettandosi in ginocchio davanti a lui e dicendo: Signore, abbi piet di mio figlio, perch lunatico e soffre malamente. Spesso infatti cade nel fuoco e spesso nellacqua. E lho portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto curarlo.

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Ora rispondendo Ges disse: O generazione senza fede e perversa, fino a quando sar con voi? Fino a quando vi sopporter? Portatemelo qui!

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E lo minacci Ges, e usc da lui il demonio e fu curato il bambino da quellora.

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Allora avvicinatisi i discepoli a Ges in disparte gli dissero : Perch noi non abbiamo potuto scacciarlo?

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Ora dice loro: Per la vostra poca fede! Amen vi dico, se avrete fede come un chicco di senape, direte a questo monte: Spostati da qui a l, ed esso si sposter;
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e niente vi sar impossibile. (Questo genere di demoni non esce che con la preghiera e il digiuno.)

1. Messaggio nel contesto Niente vi sar impossibile, dice Ges ai discepoli che non avevano potuto scacciare il demonio. La fede la possibilit dellimpossibile: d alluomo il potere del Figlio di Dio. Mentre Ges sul monte con il Padre nella gloria, i discepoli sono al piano tra i fratelli nella fatica. Cercano di continuare la loro missione, che la sua stessa. Ma inutilmente: non riescono ad averla vinta sul male. Il brano risponde alla domanda fondamentale della Chiesa dopo Pasqua: come continuare la sua missione ora che lui definitivamente assente? Il brano ha come ritornello il non-potere (vv. 16.19.20) del discepolo, che non riesce ad esercitare quel potere sul male affidatogli dal suo Signore (cf. 10,1), che gli ha garantito di essere sempre con lui (28,20). Il tema la non-fede e la poca-fede, causa di questimpotenza; per la fede invece nulla impossibile. Il problema far s che la nostra poca-fede davanti al male non ripieghi nella non fede che nulla pu, ma diventi quella fede che tutto pu. In concreto la fede obbedire al Padre che dice di ascoltare il Figlio sul monte (v. 5). Questa fede sposta ovunque questo monte (cf. v. 20), che quello della trasfigurazione, della gloria di Dio sulla terra. Chi ascolta Ges ha gi vinto il male: la sua parola ha il potere di generarlo figlio di Dio (Gv 1,12). Il racconto, come al solito pi sintetico e meno pittoresco che negli altri sinottici, si articola in due parti: la richiesta del padre e la guarigione del figlio (vv. 14-18), la domanda dei discepoli sulla loro incapacit e la catechesi di Ges sul potere della fede ( vv. 19-21). Laccento posto sulla fede, che conferisce alluomo il potere stesso di Dio. Nellepoca della Chiesa, contrassegnata dallassenza del Figlio, solo chi ha la fede vince il male. Essa rende presente lAssente, e consiste nellascoltare e fare le sue parole (7,21.24). Ges sar tolto dal mondo: la sua azione di Figlio continuer in quella dei suoi fratelli (cf. 21,18-20).

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La Chiesa mediante lascolto di Ges diventa come lui, capace di vincere il male. Il discepolo rappresentato sia dal padre che dal figlio: come il figlio non sa vincere il male perch ne ancora posseduto; come il padre desidera la guarigione e invoca con fede il Signore. In Mc 9,21-24 si mostra come il padre, nel dialogo con Ges, passi dalla poca-fede alla richiesta di una fede incondizionata.

2. Lettura del testo v. 14s: Signore, abbi piet di mio figlio, ecc. la preghiera di un padre che esce dalla folla e si avvicina a Ges che scende dal monte. Suo figlio gravemente ammalato. Il suo male descritto con dovizia di particolari e a pi riprese in Mc 9,14-29. Matteo dice solo che lunatico - lepilessia, che si riteneva in connessione con le fasi della luna -, soffre tremendamente e cade spesso nel fuoco e nellacqua; alla fine aggiunge anche che indemoniato (v. 18). Gli antichi vedevano in certi tipi di malattie linflusso degli spiriti cattivi. v. 16: lho portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto curarlo. Mentre lui sul monte, in basso i discepoli hanno tentato di guarirlo, ma non hanno potuto. Eppure hanno ricevuto il potere di scacciare i demoni e di curare ogni malattia e infermit (10,1). Come mai non hanno potuto esercitarlo? Come faranno a continuare, senza di lui, la missione che lui ha loro affidata? una esperienza di fallimento: non sanno fare ci che sono chiamati a fare, non sanno compiere il loro lavoro. in crisi la loro identit. Questa incapacit la pi grande afflizione. Le infinite e accurate analisi sulle cause non sono in grado di guarirla! v. 17: o generazione senza-fede e perversa (cf. 12,39!). la diagnosi di Ges. Limpotenza dovuta alla mancanza di fede e alla perversione che ne consegue. La fede ascoltare Ges (v. 5), il quale dice che chi ascolta e fa le sue parole fa la volont di Dio, e chi fa la volont del Padre suo fratello, sorella e madre (cf. 7,24.21; 12,50). Chi lo ascolta diventa come lui, e pu compiere le sue stesse opere, la prima delle quali proprio vincere lo spirito di incredulit, radice di ogni perversione e male. Chi invece non si fida di Dio, si perverte volgendosi ai vari idoli: pone fiducia in ci che non d salvezza.
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fino a quando sar con voi? Verr il momento in cui sar tolto lo sposo, e allora digiuneranno (9,15). Ges, sul monte della Galilea, li invier in tutto il mondo, e lui sar assente come lo stato ora sul monte della trasfigurazione. Sar sempre con loro (28,20) mediante la fede nella sua promessa, che sposter ovunque il monte della sua gloria. fino a quando vi sopporter? La nostra incredulit fa soffrire il Signore. Alla nostra fatica nel combattere inutilmente il male corrisponde la sua nel sopportare la nostra mancanza di fede, che lo porter in croce! portatemelo qui! La fede portare a Ges il proprio male invincibile, anche la propria incredulit e perversione! v. 18: lo minacci Ges e usc da lui il demonio. Ges duro con il male, perch misericordioso col malato. Cura il malato, non il male. Noi rischiamo spesso, per falsa bont, di coccolare il male e maltrattare il malato. Qui si parla di demonio, origine del male. Certamente il male dellincredulit e della perversione prodotto dallo spirito di menzogna e di schiavit. Ma anche tanti mali non vengono da uno spirito cattivo? Non c il demonio della violenza e della depressione, dellalcool e della droga, del cibo e dellimmagine, del danaro e del sesso? Tutto ci che porta allautodistruzione e toglie la libert, ha certo a che fare con lo spirito del male. v. 19: perch noi non abbiamo potuto scacciarlo? il nostro problema: perch non riusciamo a vincere il male? v. 20: per la vostra poca-fede. Se la folla senza-fede (v. 17; 12,39), i discepoli sono di poca-fede. La poca-fede insufficiente davanti a un grande male; se non diventa grande-fede (cf. 8,10; 15,28a), ripiega nella sfiducia e fa andare a fondo (8,26; 14,31). Il Signore agisce con noi secondo la nostra fede: questa il semaforo verde che d via libera alla sua potenza: Sia fatto secondo la tua fede, dice al centurione (8,13); Ti sia fatto come desideri, dice alla cananea (15,28b) ambedue pagani! La poca-fede, caratteristica del discepolo (6,30; 8,26; 14,31, 16,8; 17,20), sempre in pericolo di cadere nellincredulit. se avrete fede come un chicco di senape, ecc. La senape un seme piccolissimo, pressoch invisibile (cf. 13,32). Ges non dice ai discepoli che basta pochissima fede; li ha appena rimproverati di poca-fede. Mediante il

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contrasto chicco/monte vuol mostrare la potenza infinita della fede, capace di spostare i monti. direte a questo monte, ecc. Questo monte quello della trasfigurazione, dal quale appena sceso incontro ai suoi (vv. 1.9). Sul monte Ges dice la Parola (5,1), il Padre dice di ascoltarlo (17, 5) e alla fine il Risorto dar inizio alla Chiesa (28,18-20). La fede sposta ovunque questo monte: la gloria della trasfigurazione si trova ovunque c fede. Questa infatti consiste nel fare la volont del Padre, che ha appena detto sul monte di ascoltare il Figlio. Questo il grande miracolo: la fede stessa, che trasporta ovunque questo monte della trasfigurazione. La fede proprio il miracolo che ci trasfigura in figli, ascoltatori della parola del Padre. La parola del Signore, viva ed eterna, un seme incorruttibile e immortale che ci rigenera a sua immagine (cf. 1Pt 1,23). Chi laccoglie, generato figlio di Dio (Gv 1,12), consanguineo di Ges (12,50). Anche se avessi profetato, scacciato demoni e compiuto miracoli nel suo nome, se non ho questa fede che mi fa ascoltare e fare la sua parola, lui mi dir: Non ti conosco(cf. 7,22ss). niente vi sar impossibile. La fede ci dona tutto: ci fa ascoltare e fare la parola di Dio, ci mette in comunione di intelletto e di volont con lui. Queste parole di Ges non sono un invito a spostare monti o trapiantare alberi nel mare (cf. Lc 17,6), ma un appello a convertirci a lui, ad ascoltarlo e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme, dove si consegner nelle nostre mani e pagher dallabisso il tributo che ci fa liberi (vv 22-27)! Questo il miracolo che vince il male. v. 21: questo genere di demoni non esce che con la preghiera. Questo versetto (cf. Mc 9,29) manca in molti manoscritti. Il demonio dellincredulit si vince con la preghiera, che ci d lo spirito del Figlio (Lc 11,13). Chi non crede, chieda con insistenza il dono della fede. E chi ne ha poca, come gli apostoli, ne chieda un aumento (cf. Lc 17,5) Alla preghiera del figlio sempre accordato lesaudimento del Padre (7,7-11; 18, 19s; cf. Mc 11,20-26; Lc 11, 9-13). e il digiuno. Il digiuno come la preghiera del corpo che accompagna quella dello spirito: riconosce che non di solo pane vive luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges che scende dal monte. c. chiedo ci che voglio: il dono della fede, che ascoltare lui e non le proprie paure. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: Signore, abbi piet di mio figlio i tuoi discepoli non hanno potuto curarlo generazione perversa e senza fede perch non abbiamo potuto scacciarlo? per la vostra poca-fede un briciolo di fede sposta le montagne alla fede nulla impossibile questo genere di demoni non esce che con la preghiera e il digiuno.

4. Testi utili Sal 91; Mt 8,5-13; 15,21-28 (la grande fede di due pagani); 8,23-27;14,22-33 (la poca-fede dei discepoli); 7,21-27;12,46-50 (cos la fede); 7,7-11 e par (potenza della preghiera).

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72. I FIGLI SONO LIBERI 17,22-27

17,22

Ora, trovandosi essi in Galilea, disse loro Ges: Il Figlio delluomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini,

23

e lo uccideranno, e il terzo giorno risusciter. E furono rattristati molto.

24

Venendo essi in Cafarnao, si avvicinarono a Pietro quelli che prendono la tassa del tempio, e dissero: Il vostro maestro non paga la didracma?

25

Dice: S! E, mentre veniva in casa, Ges lo prevenne dicendo: Che ti pare, Simone? I re della terra da chi prendono tasse e tributi? Dai loro figli o dagli estranei?

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Rispose: Dagli estranei. E Ges gli disse: Quindi i figli sono liberi!

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Ora, perch non li scandalizziamo, va al mare, getta lamo

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e prendi il primo pesce che viene, aprigli la bocca, e troverai uno statere. Prendilo, e dllo per te e per me.

1. Messaggio nel contesto

I figli sono liberi, dice Ges a Pietro. Liberi davanti a Dio e agli uomini. La libert il grande tema, mai abbastanza capito, del cristianesimo; anche il punto donore della nostra epoca, pi che mai proclamato e insidiato. Non c nulla di pi bello: ci rende come Dio. I cristiani sono liberi: il loro unico tributo al tempio e al re quello di un rapporto filiale con il Padre e fraterno verso tutti. Tuttavia per non scandalizzare, si sentono liberi di pagare quei tributi che anche gli altri pagano. La loro libert infatti quella di amare: sono tanto liberi da saper rinunciare ai propri diritti, se questi vanno contro i fratelli. Il danaro che essi usano per pagare il tributo viene dalla bocca di un pesce pescato dallabisso! Dio stesso provvede ai suoi figli ci di cui hanno bisogno; e in modo misterioso, attraverso lacqua, simbolo della morte. La seconda predizione della passione, che immediatamente precede senza alcun nesso, fa vedere da dove viene la libert dei figli e il tributo che pagano: dal Figlio delluomo consegnato nelle mani degli uomini. il prezzo che il Figlio offre liberamente per s e per i fratelli. Seguir il c.18 che parla della comunit: essa il nuovo tempio in spirito e verit (Gv 4,24), costituito da quelle pietre vive (1 Pt 2,5) che sono i figli del Padre, perch fratelli tra di loro. Nella comunit di Matteo, di origine giudaica, cera la tentazione di osservare rigorosamente le leggi e le tradizioni, rischiando di dimenticare la verit del vangelo e la libert dei figli. Nelle altre comunit, di origine pagana, cera la tentazione di vivere la libert propria senza rispettare quella altrui (cf. 1Cor 8,1ss). Qui troviamo una soluzione cattolica, aperta sia ai giudei cristiani della Chiesa di Matteo che ai cristiani di provenienza pagana delle chiese paoline.
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I cristiani per s sono liberi dal tributo al tempio, come dalle leggi giudaiche. Tuttavia, per non scandalizzare i fratelli giudei, limitano questa libert per rispettare i loro correligionari. Allo stesso modo Paolo, che si sente libero di mangiare la carne immolata agli idoli, per non scandalizzare i fratelli pagani da poco convertiti, rinuncia a questa sua libert, disposto a non mangiar carne in eterno (1Cor 8,13). La libert cristiana infatti non n losservanza della legge, propria dei religiosi e degli stoici, n la sua trasgressione, propria dei libertini. la libert di amare il fratello, pieno compimento della legge (7,12; Rm 13,10): la legge di libert (Gc 2,12), che ha come criterio ci che giova allaltro. Il vero tributo al tempio, che ci d accesso a Dio, Ges lha pagato con la sua libert di Figlio che d la vita per i fratelli. I due brani, accostati senza apparente collegamento, si illuminano a vicenda: il consegnarsi del Figlio delluomo nella mani degli uomini il riscatto di tutti gli uomini. Nella sua fraternit essi diventano figli di Dio. Liberati finalmente dal demonio invincibile della diffidenza (cf. brano precedente!), costituiscono una comunit di fratelli (cf. capitolo seguente), dove ognuno debitore allaltro del perdono fraterno, vero tributo da pagare al Padre (cf. Rm 13,8). I vv. 22-23 sono lannuncio pi sintetico della passione-risurrezione di Ges, tributo che Dio stesso paga al suo amore per luomo; segue la reazione dei discepoli. I vv. 24-25a contengono la domanda degli esattori a Pietro e la sua risposta. I vv. 25b-27 presentano il dialogo tra Ges e Pietro sulla libert dei figli e su come trovare il tributo da pagare allamore verso i fratelli, per non scandalizzarli. La libert vera infatti quella di edificare laltro, non di farlo cadere. Il pagamento avviene in modo prodigioso, con una moneta pescata dal mare - allusione alla morte del Figlio delluomo, principio di libert per ogni uomo. Ges il Figlio. La sua libert la stessa di Dio: amare e dare la vita, consegnandosi nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Questo il tributo al tempio: fa delluomo il vero tempio di Dio.

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La Chiesa, riscattata da questo tributo, libera come il Figlio, vive la fraternit. La sua libert quella di amare e servire il fratello. Questo il suo tributo al Padre.

2. Lettura del testo v. 22: Ora, trovandosi essi in Galilea. Prima era a Cesarea di Filippo (16,13); sei giorni dopo sul monte della trasfigurazione (17,1); presto sar in cammino verso Gerusalemme (19,1). La Galilea per Matteo il luogo dellazione di Ges (4,12), della chiamata dei discepoli (4,18) e dellinizio della Chiesa (28,16). il Figlio delluomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini. Abbiamo qui la forma pi breve dellannuncio della passione-risurrezione. Nel primo Ges dice che ci deve avvenire (16,21): ora che sta per avvenire. Comincia infatti subito dopo il cammino verso Gerusalemme. Il Figlio delluomo consegnato (da Giuda, dai capi, dal Padre) e si consegna lui stesso nelle mani degli uomini: tutti possono prendere il dono che il Signore fa di s. Mettersi nelle mani dellaltro latto di fiducia e amore pi grande che uno possa fare. Il Figlio si consegna nelle mani dei fratelli con lo stesso amore con cui si consegna in quelle del Padre. Questa consegna di s che lui fa a noi la nostra salvezza. Anche se noi lo rifiutiamo e gli togliamo la vita, lui d la vita per noi. Il grande mistero di Dio che lui ha fede nelluomo: si fida di lui e si affida a lui, fino a mettersi nelle sue mani, qualunque cosa ne faccia. v. 23: e lo uccideranno. Su di lui ricade la nostra violenza; e la sua morte sar martirio, testimonianza di un amore senza riserve. Gli uomini uccidono il Figlio delluomo che si consegna nelle loro mani; e il Figlio delluomo si consegna volontariamente nelle mani degli uomini che lo uccidono, con un amore pi grande di ogni male. e il terzo giorno risusciter. la conferma divina che il dono della vita per amore capace di dare la vita, vincendo la stessa morte. Per la comunit cristiana, dopo il primo momento, la sorpresa non fu il fatto che il Crocifisso fosse risorto, ma che il Risorto fosse il Crocifisso.
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furono rattristati molto. In Mc 9,32 i discepoli neanche intendono ci che Ges dice; qui intendono, ma non comprendono. Capiranno solo dopo la risurrezione, e la loro tristezza si tramuter in gioia. v. 24: venendo essi in Cafarnao, ecc. Quelli che raccolgono la tassa del tempio si rivolgono a Pietro. Si tratta di un obolo annuale, prescritto per tutti i maschi sopra i venti anni (Ne 10,33; cf. Es 30,11-16). Serviva per le spese del culto, e doveva essere pagato in moneta giudaica. Per questo cerano cambiavalute negli atri del tempio (21,12; Gv 2,15). Lammontare era di una didracma - ossia due dracme, corrispondenti a due salari quotidiani. il vostro maestro non paga la didracma? La domanda, rivolta a Pietro, riguarda la comunit chiamata a comportarsi come il suo Maestro nei confronti delle autorit, sia religiose che civili. v. 25: s. Pietro in genere conciliante tra le posizioni opposte, anche in modo addirittura ipocrita, come lo rimproverer Paolo (cf. Gal 2,11-13). Pietro ha inteso che Ges il Figlio del Dio vivente (16,16), e quindi non sarebbe tenuto a pagare la tassa. Comunque pagher, e il suo tributo al Padre sar quello di consegnarsi nelle mani dei fratelli. quanto Pietro non ha capito (cf. 16,22). mentre veniva in casa, Ges lo prevenne. Come ha previsto il suo futuro, Ges legge con chiarezza anche il presente. i re della terra da chi prendono tasse e tributi? Il tributo segno di sudditanza. dai figli o dagli estranei? Al figlio non si chiede, ma si d! il suddito che paga. v. 26: quindi i figli sono liberi. Ges il Figlio, quindi libero. E come lui diventano quelli che sono con lui. Ricevono infatti il suo stesso Spirito di Figlio che grida in loro: Abb (cf. Rm 8,15). Sono chiamati a libert, liberati per restare liberi (cf. Gal 5,13.1), proprio per il tributo che lui ha pagato col suo sangue. v. 27: perch non li scandalizziamo . Chi ama sta attento a non scandalizzare i fratelli. Il massimo della libert sapervi rinunciare, se nuoce allaltro. La sovranit non della libert, ma dellamore; solo questo libero e rende liberi. vero che la verit fa liberi (Gv 8,32), ma la verit ha come

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misura la carit (cf. Ef 4,15). Non basta sapere: bisogna anche sapere come sapere. La scienza da sola gonfia: la carit che edifica (1Cor 8,2). Lamore sa limitare i propri diritti, perch ha un solo e preciso dovere: lo stesso del Figlio delluomo che deve consegnarsi nelle mani dei fratelli. Il debito dellamore il dono di s allaltro. Nella Chiesa di Matteo importante non scandalizzare i giudei, come in ogni societ doveroso rispettarne gli ordinamenti (Rm 13,1-7). Nella Chiesa di Corinto Paolo star attento a non scandalizzare i fratelli pi deboli che vengono dal paganesimo (cf. 1Cor 8,1ss;10,23-30; Rm 14,1ss). In casi pi complessi, come ad Antiochia, dove convivono cristiani di diversa provenienza, sar importante non cadere nellipocrisia e non tradire comunque la verit del vangelo (cf. Gal 2,1-14). va al mare, ecc. Il mare labisso che minaccia i discepoli (8,23-27; 14,2233), immagine della morte in cui si immerge il Figlio delluomo. Il suo consegnarsi nelle mani dei fratelli sar la sorgente del nostro essere figli. In modo prodigioso Pietro trova quellunica moneta con cui il Signore paga il tributo per s e per lui. La comunit trova sempre in Cristo morto e risorto, raffigurato dal pesce che vive nellabisso, la sorgente della propria libert di amare. Il capitolo seguente mostrer la comunit che il nuovo tempio, al cui centro sta il bambino/servo, che il Signore Ges (18,3-5). Essa vivr la libert dei figli pagando al Padre il vero tributo, che lamore fraterno, pieno compimento della legge.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges che cammina ed entra in casa. c. chiedo ci che voglio: comprendere il mistero del Figlio delluomo nelle mani degli uomini. d. traendone frutto, medito e contemplo la scena.

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Da notare: il Figlio delluomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini il vostro maestro paga il tributo? i figli sono liberi perch non li scandalizziamo, ecc. la moneta in bocca al pesce.

4. Testi utili Sal 103; At 15,1ss; Gal 5,1ss; Rm 14-15; 1Cor 8,1ss;10,23-30; Gal 2,1-14; Rm 13,1-7.

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73. SE NON VI CONVERTIRETE E NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRETE NEL REGNO DEI CIELI 18,1-5

18,1

In quellora si avvicinarono i discepoli a Ges dicendo: Chi dunque il pi grande nel regno dei cieli?

E, chiamato innanzi un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

Amen vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

Chi dunque si far piccolo come questo bambino, costui il pi grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me.

1. Messaggio nel contesto Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Cos esordisce il quarto discorso di Ges, sulla comunit. La parola del Figlio, rivelata sul monte, proclamata nella missione e spiegata nelle parabole, si realizza nella comunit dei fratelli: il regno del Padre si compie nella fraternit tra i suoi figli. Nel rapporto con laltro si vive quello con lAltro, nel rapporto col fratello quello col Padre.
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La comunit cristiana non formata da persone esemplari o eccezionali, ma di piccoli (vv. 1-11) e perduti (vv. 12-14), da peccatori (vv. 15-18) perdonati che a loro volta perdonano ( vv. 21-35). La sua forza la preghiera rivolta al Padre nel nome di Ges, sempre presente in mezzo ai suoi ( vv. 19-20). Le parole chiave del cap. 18 sono: il bambino ( vv.1-5) - il piccolo che si scandalizza, si disprezza, si smarrisce e non va perduto ( vv.6-14) - e il fratello che pecca, che va ammonito e perdonato ( vv.15-18.21-35). Questa comunit, dove ci si accoglie come lui ci ha accolti, il vero tributo che dobbiamo e possiamo rendere a Dio: la fraternit, presenza del Figlio e del Padre nello Spirito, salvezza di ogni uomo. In questo c.18 ci sono i cardini dello stare insieme. Ci che unisce non la bravura reale o presunta, ma la piccolezza accolta nel Figlio. Ci che mantiene lunione non laccordo impeccabile e perfetto, ma il perdono costantemente ricevuto e accordato. Il fine dellazione del Figlio la comunit, dove siamo fratelli perch figli e figli perch fratelli. Essa il regno stesso di Dio in terra: la fraternit aperta a tutti mostra al mondo che Dio Padre. Nella comunit impegnato cielo e terra. Da una parte c il Padre con i suoi angeli e il Figlio con il suo Spirito, dallaltra gli uomini, cos come sono, con le loro piccolezze, scandali, smarrimenti e peccati. In essa c di tutto; non si presuppone n persone migliori n un mondo migliore. Il male non ostacola il bene; ne esplica anzi tutta la potenzialit: ogni miseria si fa luogo della misericordia. I vv. 1-5 costituiscono il principio e fondamento del nuovo modo di stare insieme: lobiettivo da perseguire , paradossalmente, diventare bambini. Chi piccolo ha bisogno di essere accolto per crescere, chi grande deve farsi piccolo per accogliere - e il pi piccolo il pi grande. La comunit ha al suo centro, come valore assoluto, colui che si fatto ultimo e servo di tutti: il Signore crocifisso, rivelazione del Dio amore che si fatto piccolo per accogliere i piccoli. I limiti propri e altrui, dove non sono accettati, diventano luogo di difesa e attacco, di violenza e divisione; dove vengono accettati, diventano invece luogo di gioia e di amore, di intesa e comunione. Tutto pu essere vissuto con antagonismo e conflittualit o, al contrario, con rispetto e accettazione, a seconda che lo si vive con lo spirito di morte o con lo Spirito di Dio.
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In ultima analisi possiamo dire che sempre laltro mi fa da specchio. Per questo linferno o la salvezza mia. Ma non posso farne a meno: Non bene che luomo sia solo (Gen 2,18). Senza laltro, non sono me stesso: sono infatti a immagine di Dio, che trinit damore. Ges il Figlio che vive verso i fratelli lo stesso amore del Padre. La Chiesa fatta di piccoli, smarriti, perduti e peccatori, che in forza della preghiera sono perdonati e perdonanti. Nel perdono vinta la morte e si risorge alla vita di Dio. Nella fraternit brilla la gloria del Figlio: il volto del Padre.

2. Lettura del testo v. 1: Chi dunque il pi grande nel regno dei cieli? Questa domanda dei discepoli d occasione al discorso sulla comunit. Lo stare insieme, necessario alluomo per realizzarsi, sempre sotteso dalla domanda: Chi il pi grande?. Si cresce nellimitazione e nel confronto, nellemulazione e nel tentativo di adeguarsi a un modello sempre pi alto. In Mc 9,33-37 la domanda in un contesto di lotta tra i discepoli. Questi, come tutti, pensano che realizzarsi sia passare in testa, costruendo una gerarchia tra dominati e dominatori. Il risultato che si sta insieme pressa poco come i polli, il cui ordine stabilito si vede bene la sera quando vanno sul trespolo a dormire: in alto sta il gallo maggiore e sotto, via via, laltro pollame, ognuno al suo posto in ordine rigoroso, fino allultimo che sta sotto tutti e riceve, a suo discapito, il dono di tutti! La competitivit, teorizzata non solo da oggi, vecchia quanto il mondo animale. In Matteo la domanda riguarda semplicemente qual il criterio di misura per dire chi pi grande. Luomo ha questo desiderio proprio perch a immagine di Dio, che grande, sempre pi grande. Per questo punta alla maest (maius = pi grande), sempre proteso a un di pi ( magis!), che rompe ogni limite e lo tiene aperto allinfinito. Ha bisogno di essere sempre pi grande e di essere riconosciuto come tale. La comunit e la societ nascono da questo bisogno di grandezza e di riconoscimento.

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v. 2: chiamato innanzi un bambino. Il termine indica un piccolo, sotto i sette anni. Per noi il bambino evoca tenerezza, innocenza, semplicit e spontaneit - leterno bambino nascosto in ogni cuore, luomo paradisiaco, che poi leducazione e la societ avrebbe reso cattivo. Per i greci la stessa parola significa anche servo o schiavo. Il che fa capire in che considerazione era tenuto il bambino. Per gli ebrei di quellepoca unappendice della donna, che possesso del maschio: il bambino niente e fa niente; bisogno di tutto e diventa ci che gli altri fanno di lui. Esiste solo se di qualcuno: appartiene allaltro, vive della sua cura ed ci che riceve. lo pose in mezzo a loro. La comunit ha al suo centro il limite, lindigenza e il bisogno, la piccolezza, la fragilit e la vulnerabilit, linsufficienza propria e il bisogno dellaltro - come al suo centro sta il Signore (v. 20!). C unautoinsufficienza radicale che divina: Non bene che luomo sia solo (Gen 2,18), perch troppo grande per bastare a se stesso ( Pascal). Il bambino, a differenza delladulto, vive la sua insufficienza come la sua vera forza: il suo essere figlio! Tutto il discorso di Ges si svolge con al centro questo bambino, con il quale lui stesso si identifica (v. 5). v. 3: amen, vi dico. Ges parla con autorit divina, stabilendo il criterio di realizzazione. se non vi convertirete. C da invertire il modo di pensare e di vivere. Invece di guardare e agire secondo i grandi della terra, che soddisfano il loro bisogno in modo diabolico, opponendosi allaltro, siamo chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Ges, il Figlio (Fil 2, 5ss). Lui il pi grande, perch il pi piccolo tra tutti noi (Lc 9,48), e ci che facciamo al pi piccolo tra i fratelli, labbiamo fatto a lui, il Figlio (25,40.45). diventerete come i bambini. Ges non dice di essere bambini, ma di diventare come i bambini. Anche un vecchio pu tornare in seno a sua madre e rinascere (Gv 3,1ss): quel nascere alla propria verit di figli che la nostra grandezza. Luomo adulto quello che si riconosce figlio: (stato) accolto, si accoglie e accoglie, sapendo che tutto quanto ha ricevuto (1Cor 4,7). Non si fatto da s, n dice: Sono mio, e mi gestisco io, o: La vita mia. La vita gli stata data, e la perder: suo sar il modo di viverla e farla fruttare nellamore dellaltro (cf. 25,14-30).
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Il suo stesso io il primo dono che lAltro gli fa, e solo come dono dellaltro e allaltro vivo. Il Sal 131 parla del credente come di un bimbo svezzato in braccio a sua madre. Il bimbo svezzato non brama pi il seno materno, ma la sicurezza dolce dellabbraccio. Come il latte il cibo del piccolo, cos il cibo delladulto potersi abbandonare con fiducia a un amore da cui si sente accolto e avvolto. Solo cos vive in pace, e si realizza. Diversamente il suo cuore si inorgoglisce, il suo sguardo si leva con superbia, in cerca di cose sempre superiori alle sue forze, inquieto e angosciato come un vecchio pieno di desideri insoddisfatti in braccio alla morte, che dispera ora e sempre. Cos, capovolgendo il Sal 131, si pu descrivere la situazione di chi non diventato come un bimbo svezzato! Bambini a questo modo non si nasce, ma si diventa, con una lenta maturazione psicologica e spirituale. Mentre il piccolo cresce, invecchia e muore, Ges ci propone di crescere in piccolezza, di ringiovanire e rinascere alla vita di figli, nelle braccia del Padre che Madre. Questo ci rende possibile essere fratelli. Lilluminazione consiste nel diventare bambini: nel vedersi figli. Questo ci fa venire alla luce nella nostra verit. Chi si sente un padreterno, non figlio n fratello di nessuno. non entrerete nel regno dei cieli. Nel regno di Dio Padre entrano i figli. Questi sono quanti vivono da fratelli. v. 4: chi dunque si far piccolo, ecc. Piccolo qui in greco tapino. Indica lumilt in senso etimologico: essere in basso, a terra. Chi si innalza sar abbassato; chi si abbassa sar innalzato (23,12). Il pi grande il pi piccolo, perch la grandezza delluomo quella del Figlio (cf. Fil 2,8s). Se uno si sente amato e accolto nella sua piccolezza, diventa capace di amare come il Padre. Paradossalmente uno diventa adulto diventando piccolo. Diversamente invecchia insoddisfatto, restando eterno bambino in senso negativo. Cercher di riempire il suo bisogno di amore col possesso di cose e persone; sar sempre infelice e vuoto, come un sacco senza fondo che nulla pu riempire. La sua vita sar non un diventare bambino, ma un regredire allo stato di un bambino non accolto e frustrato, depresso e violento, che vuol avere tutto in mano perch ha paura che tutto gli venga meno.

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costui il pi grande nel regno dei cieli. Ges risponde alla domanda iniziale dei discepoli. Il pi grande nel regno del Padre quello che pi somiglia a lui, il Figlio, che tutto riceve in dono e tutto dona, fino al dono di s. v. 5: chi accoglie. Il bambino bisognoso di accoglienza, atto fondamentale dellamore. quanto fa la madre, che gli permette di vivere in s. Dio innanzitutto madre, e ciascuno di noi chiamato a diventare come lui, materno nei confronti dellaltro (cf. Lc 6,36). Accogliere concepire laltro: una vita in pi che do a lui e che ho dentro di me. Uno in quanto accolto, e in quanto accolto diventa accogliente: esiste nella sua forma piena e divina in quanto fa vivere laltro. Accogliere la vera grandezza di chi si fa piccolo per lasciare in s spazio allaltro: un restringersi, che in realt un dilatarsi. nel mio nome. Il Figlio colui nel quale siamo ci che siamo. Al di fuori di lui nulla c di quanto esiste (Gv 1,3b): c il nulla. La fraternit fuori del suo nome resta unideologia vuota. accoglie me. Lui, il pi grande, si fatto il pi piccolo di tutti in modo che, accogliendo lultimo, accogliamo lui, il Signore che ci salva. Il nostro accogliere i pi piccoli salvezza nostra perch accoglienza del Figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginandomi in casa a Cafarnao, con i discepoli e al centro Ges col bambino. c. chiedo ci che voglio: convertirmi e diventare piccolo come un bambino. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: chi il pi grande? Ges pone un bambino in mezzo ai discepoli se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno chi si far piccolo, sar il pi grande chi accoglie uno di questi bambini accoglie me.

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4. Testi utili Sal 131; Mc 9,33-37, Mt 19,13-15 (cf. Mc 10,13-16); Mt 20,20-28; Gv 3,1-21; Fil 2,5-11.

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74. GUAI AL MONDO PER GLI SCANDALI 18,6-9

18,6

Ma chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui che gli sia appesa al collo una mola dasino e sia gettato in mare profondo.

Guai al mondo per gli scandali; inevitabile che avvengano gli scandali, ma guai alluomo per colpa del quale avviene lo scandalo.

Se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza, taglialo e gettalo via da te: meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno.

E se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo via da te: meglio per te entrare nella vita con un solo occhio, che con due occhi essere gettato nella Geenna del fuoco.

1. Messaggio nel contesto

Guai al mondo per gli scandali. Chi scandalizza commette il peccato peggiore: induce laltro a peccare. Lo scandalo un contagio, un male che si
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diffonde per induzione. Luomo spontaneamente si comporta secondo i modelli che ha davanti. Questi creano un costume, una moda, un consenso implicito che regola lagire comune, sia nel bene che nel male. Oggi i mass-media fanno da cassa di risonanza immediata e di dimensione universale. Originariamente scandalo indica una trappola per far cadere la preda. Scandalizzare il contrario di accogliere: se questo il miglior servizio, quello il peggiore che si possa fare al prossimo. Il mondo pieno di scandali, come il campo di zizzanie: inevitabile che ci siano, anche allinterno della comunit. Il male che uno fa, pro-voca, chiama-fuori e fa uscire quello che c nellaltro. Gli scandali, come le zizzanie, non si possono eliminare: sarebbe contro la misericordia. Guai a me per se li produco. Non posso estirpare il male dagli altri; devo per estirparlo in me. questo il miglior servizio che posso rendere agli altri: mi fa capace di accoglierli e di non scandalizzarli. Qui si passa dal tema del bambino a quello dei piccoli. I piccoli sono quelli immaturi nella fede: non sono ancora diventati bambini, e la loro fiducia facilmente si incrina; per questo corrono il pericolo di smarrirsi e perdersi. I vv. 6-7 parlano della gravit degli scandali e della loro inevitabilit. Il fatto che siano inevitabili non toglie la responsabilit di chi li compie! Luomo ha sempre la libert di non fare il male, anche se tutti lo fanno. I vv. 8-9 parlano della necessit di togliere ci che occasione di caduta non solo per laltro, ma anche per se stessi. Bisogna togliere il male nella sua radice, tenendo presente che ogni caduta personale ha sempre anche una ricaduta sullaltro. Ges, con la sua croce, scandalo. Ma scandalo di salvezza e non di perdizione: sapienza e potenza del Dio amore che fa cadere la sapienza e la potenza delluomo. La Chiesa vive dello scandalo della croce, che vince in s ogni male.

2. Lettura del testo v. 6: Ma chi scandalizza. Si pu far cadere il fratello in tre modi.
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Il primo quello di usare la propria libert per andare contro la verit e lamore, dando cattivo esempio (cf. 1Cor 5,1-13; 6,4-11.12-20). Lo scandalo agisce come il lievito: ne basta poco per fermentare tutta la pasta (1Cor 5,6; Gal 5,9). La libert alla quale il Signore ci ha chiamati non quella del libertino, che segue gli impulsi del suo egoismo: non per limpurit e il libertinaggio, lidolatria e le stregonerie, le inimicizie e le discordie, le chiusure e le invidie, le ubriachezze e le orge - tutte cose che escludono dal regno. invece quella di chi ama e pone la propria vita a servizio degli altri, con amore e gioia, pace e pazienza, benevolenza e bont, fedelt, mitezza e dominio di s (cf. Gal 5,13-23). Il secondo modo di scandalizzare laltro quello di usare la propria libert rispettando la verit senza per rispettare la carit. Si possono infatti compiere azioni in s buone, che per fanno cadere il fratello perch le interpreta male. Lesempio tipico quello delle carni sacrificate agli idoli (1Cor 8,1ss; 10,23-30; Rm 14-15). Chi sa che gli idoli non esistono, ne pu mangiare tranquillamente. Uno per che si convertito da poco tempo ed debole nella fede, pu intendere questo come idolatria e restarne scandalizzato. Anche con il bene si pu provocare la caduta del fratello! Puntare i fari negli occhi a uno, non lo aiuta certo a vedere meglio la strada. Buttare addosso la verit a chi non preparato ad accoglierla, indurlo a respingerla. La libert cristiana non consiste solo nel seguire la verit, ma nel fare la verit nella carit (Ef 4,15). La scienza da sola gonfia, mentre la carit edifica. Chi crede di sapere, non ha ancora imparato come sapere (1Cor 8,2)! La libert ha come regola lamore, unico sovrano a se stesso: e lamore sempre verso laltro, il pi debole. La libert dellamore libera anche da se stessa: sa limitarsi, addirittura rinunciare ai propri diritti, per non ledere quelli dellaltro ed edificarlo. Paolo non vuole che per la sua scienza vada in rovina il fratello per il quale Cristo morto (1Cor 8,11). Anche se lui, secondo la sua coscienza, pu mangiare la carne sacrificata agli idoli, non ne mangia per rispetto della coscienza altrui, anche se errata (1Cor 10,28). Il rispetto della coscienza altrui per lui un dovere di coscienza, per non trasgredire il comando dellamore. Il terzo modo di scandalizzare laltro quando, facendo una cosa in s buona o indifferente, si scandalizza qualcuno, e, non facendola, si scandalizza altri. quanto capit ad Antiochia in una comunit composta di ex-pagani e di giudei convertiti, dove, dopo larrivo di giudaizzanti, Pietro si trova in imbarazzo: se va a mensa con gli ex-pagani, mangiando come loro cibi
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impuri per i giudei, scandalizza i giudaizzanti; se non ci va, costringe gli expagani a giudaizzare (cf. Gal 2,1-14 e la soluzione in At 15,1ss). In questo caso ci vuole un discernimento molto accurato, sia per vedere qual il male minore, sia per vedere se c qualche male maggiore che a prima vista non appare. In questo caso Paolo, a viso aperto, rimprovera Pietro di ipocrisia, denunciando il suo modo di agire come non corretto secondo la verit del vangelo. Infatti con il suo atteggiamento, data la sua influenza, pu indurre a credere che la salvezza derivi non dalla grazia di Cristo, ma dalla osservanza delle leggi giudaiche. in questione non lortodossia, ma lortoprassi o lortodopedia evangelica di Pietro, come si dice nel testo (cf. Gal 2,14), che mette in gioco lortodossia altrui. Questo terzo caso pi comune di quanto pare, soprattutto per chi ha responsabilit pastorale: qualunque cosa faccia o non faccia, scandalizza inevitabilmente qualcuno. innanzitutto da scartare ci che compromette la verit del vangelo, scegliendo poi ci che pi giova ai deboli nella fede. Pietro, per avere questa intelligenza della verit nella carit, dovr sempre andare al mare e pescare nellabisso: l il Figlio delluomo, che si consegnato nelle mani degli uomini, gli far trovare il tributo da pagare alla carit fraterna senza scandalizzare nessuno (17,27). Qui si parla dello scandalo in senso generale: riguarda tutto ci che distoglie dal fare ci che Ges ha detto, e che costituisce la volont del Padre. Scandalo quindi ci che impedisce a uno di agire secondo la propria coscienza di credente. La coscienza altrui, anche se erronea, va rispettata con carit, anche se va illuminata con la verit. quanto fa Paolo in 1Cor 8,1ss: secondo carit si dichiara disposto a non mangiare carne per non scandalizzare i deboli, secondo verit dice che libero di farlo, e non lo fa per amore verso il fratello. Come si fa la verit nella carit (Ef 4,15), cos la carit resta sempre aperta alla verit. Il primato per sempre della carit, fintanto che non in gioco la verit del vangelo, che la carit stessa di Dio per luomo. uno di questi piccoli che credono in me. I piccoli sono i credenti chiamati a diventare come bambini (vv. 3-4). In particolare sono piccoli i pi deboli nella fede, gli smarriti e i peccatori (cf. vv. 10-14.15-18).

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meglio per lui, ecc. Ges non esorta a uccidere o a uccidersi. Mostra la gravit dello scandalo, che pu passare inosservato a chi lo fa. In realt scandalizzare uccidere laltro come fratello e se stesso come figlio. v. 7: guai al mondo per gli scandali. Questo guai al mondo, come poi guai alluomo, si pu tradurre anche: Ahim per il mondo, ahim per luomo. Non un modo di dire. Lo scandalo della croce lahim di Dio per il male del mondo: lui, che si fatto ultimo di tutti, porta su di s ogni male, fino a farsi maledizione e peccato per noi (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Il mondo lambiente, con le sue strutture. Pu indurre al male pi di qualunque decisione personale. I mali pi grossi non hanno mai un responsabile: un fatto dirresponsabilit generale, di condizionamento di massa. Leffetto gregge - tutti corrono dove corre uno - tipico anche dellagire umano. Nel male c una solidariet negativa che induce al peggio, dove la gravit peggiore sta nel togliere la stessa coscienza del male. inevitabile che avvengano scandali, ma guai alluomo, ecc. Il male del mondo deve venire a suppurazione. Lc 17,1 dice che inaccettabile che non ci siano scandali: dobbiamo accettare che ci siano, come le zizzanie nel campo. Ma guai a provocarli. Non dobbiamo eliminarli negli altri, ma dobbiamo non darli noi stessi (guai alluomo che li provoca), eliminando da noi ci che fa cadere noi e gli altri. Dobbiamo usare tanta indulgenza verso gli altri quanta intransigenza verso di noi, per non cadere e far cadere nel male (vedi vv. 8-9). Sradicare la zizzania sradicare il grano (13,28-30). I peccati e gli scandali saranno tolti e bruciati solo alla fine, e solo da Dio (13,41), che lo far in modo divino. Per ora dobbiamo lasciarli, con grande carit verso chi li compie. Fa per parte della carit anche il dire la verit e mostrarne la gravit, come qui Ges fa. Fa parte della ricerca del fratello smarrito anche la correzione fraterna (vv 10-14.15-18). v. 8: se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza. Luomo ha cento mani per prendere e nessuna per dare, mille piedi per le sue perversioni e nessun piede per camminare dietro al Signore. La mano ci serve per agire, il piede per raggiungere ci su cui si vuol agire. Se con laltro devo essere tollerante, con me devo essere determinato nel togliere da me quanto fa cadere me e sar occasione di caduta per laltro. Non si tratta di automutilazione sacra, ma di eliminare ci che male per entrare nella vita, e non buttar via la mia esistenza nellimmondizia. necessaria

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unascesi per essere liberi: bisogna sacrificare il proprio egoismo per amarsi ed amare veramente. v. 9: se il tuo occhio ti scandalizza, ecc. Locchio il desiderio, che mi porta verso tutto e mi porta dentro tutto: la finestra del cuore. Abbiamo mille occhi per vedere le nostre paure e nessun occhio per contemplare il Signore e la sua promessa. Dobbiamo cavarci i mille occhi che ci perdono, e restare con quellunico che vede ci che ci rende liberi per amare e servire. Non solo dobbiamo padroneggiare le mani e i piedi: ci necessaria anche la custodia degli occhi, per dominare i nostri impulsi. I puri di cuore vedranno Dio (5,8). Lascesi non una mutilazione, ma un diventare sempre pi se stessi, simili a colui di cui siamo immagine.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges in casa a Cafarnao coi discepoli e il bambino nel mezzo. c. chiedo ci che voglio: non dare scandalo e togliere da me ci che mi occasione di caduta. d. traendone frutto, medito sulle parole di Ges. Da notare: chi scandalizza uno di questi piccoli meglio per lui, ecc. guai al mondo per gli scandali inevitabile che avvengano gli scandali guai alluomo, ecc. se la tua mano, il tuo piede, il tuo occhio ti scandalizza, ecc. meglio entrare nella vita monchi, zoppi e orbi, ecc.

4. Testi utili

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Sal 1; libert Gal 5,1ss; libert e libertinismo: 1Cor 5,1-13; 6,4-20; libert e carit: 1Cor 8,1ss; 10,23-30; Rm 14-15; libert e discernimento: Gal 2,1-14; At 15,1ss.

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75. NON VOLONT DAVANTI AL PADRE VOSTRO NEI CIELI CHE SI PERDA UNO SOLO DI QUESTI PICCOLI 18,10-14

18,10

Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli. Vi dico infatti che i loro angeli nei cieli sempre guardano il volto del Padre mio nei cieli.

11 12

(Venne infatti il Figlio delluomo a salvare ci che era perduto). Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una sola di esse si smarrisce, non lascer forse le novantanove sui monti, e va a cercare quella smarrita?

13

E se capita di trovarla, amen vi dico che gioisce per essa pi che per le novantanove che non si sono smarrite.

14

Cos non volont davanti al Padre vostro nei cieli che si perda uno solo di questi piccoli.

1. Messaggio nel contesto Non volont davanti al Padre vostro nei cieli che si perda uno solo di questi piccoli, dice Ges. Lui stesso venuto a salvare ci che era perduto. Cos mostra lamore del Padre verso tutti i suoi figli, cominciando dagli ultimi, dai piccoli.

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Il giusto non siede in compagnia dei peccatori (cf. Sal 1); si sente anzi in dovere di sterminare ogni mattina tutti gli empi del paese (Sal 101,8). Ges, al contrario, si fa loro compagno e commensale. chiamato mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori (11,19), e sar alla fine annoverato tra gli empi (Lc 22,37; Is 53,12). In Luca questa parabola diretta a scribi e farisei, perch, invece di brontolare contro di lui che accoglie i peccatori e mangia con loro, gioiscano con lui per il loro ritorno (Lc 15,1-7). In Matteo posta allinterno del discorso sulla comunit, perch essa abbia verso i piccoli, i fratelli deboli e smarriti, lo stesso atteggiamento di Ges che, invece di emarginarli, li pone al centro della sua attenzione. Dio non vuole che si perda nessuno dei suoi figli. La preoccupazione del Pastore supremo regola prima di ogni sollecitudine pastorale. Sullo sfondo della parabola c Ez 34,1ss. Contro i capi, che non fanno il loro dovere di pastori, il Signore dice: Ecco, io stesso cercher le mie pecore e ne avr cura. Andr in cerca della pecora perduta e ricondurr allovile quella smarrita; fascer quella ferita e curer quella malata(Ez 34,11.16). La comunit fatta di piccoli che facilmente si smarriscono: se nessuno li cerca, sono perduti. Il piccolo non solo da accogliere; anche da non scandalizzare se debole, da cercare se smarrito, da correggere se deviato, da perdonare settanta volte sette se ha peccato. Questo significa accogliere veramente laltro nella sua dignit di figlio. Cemento della comunit vivere i limiti propri e altrui come luogo di comunione, di aiuto e di perdono reciproco. Lammonimento a non disprezzare il debole, perch prezioso agli occhi del Padre e del Figlio ( vv. 10-11), introduce lesortazione a cercarlo quando smarrito, perch non si perda ( vv. 12-14). Siamo chiamati ad avere verso di lui la stessa cura del Padre e del Figlio. Ges il Figlio, che sceso dal monte della Trinit e si fatto nostro fratello per cercare i fratelli perduti. La Chiesa non una setta di giusti che si separano dai peccatori; una comunit di giustificati che giustificano, di graziati che graziano, di perdonati che perdonano. Il centro di ogni cura pastorale la ricerca del fratello smarrito.

2.

Lettura del testo

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v. 10: Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli. La comunit sempre tentata di considerare come zavorra i suoi membri pi fragili e instabili. Distingue tra quelli che contano, perch ricchi di doni, buoni ed esemplari, e quelli che non contano, perch sprovveduti, deboli ed esposti. Questi facilmente restano indietro e si smarriscono, proprio perch li mettiamo da parte e li lasciamo perdere. C una forma di competitivit spirituale peggiore di quella economica! Noi apprezziamo i primi e facciamo leva su di loro, disprezzando gli ultimi. Il Signore invece mette al centro della comunit il pi piccolo, con il quale si identifica (25,40.45)! una tragedia stare insieme dove si vive la piccolezza come disprezzo subto e la grandezza come disprezzo perpetrato. Contraria al disprezzo la stima, caratteristica dellamore. Chi ama stima lamato superiore a s (cf. Fil 2,3), perch lamato la vita di chi ama. Se ci deve essere una competizione tra i cristiani, sia quella di gareggiare nello stimarsi a vicenda (Rm 12,10). Chi pi stima laltro, pi simile a Dio, che vide tutto buono, e luomo molto buono (Gen 1,31). Lultimo degli uomini oggetto di stima infinita da parte del Signore: lha riscattato a caro prezzo, a prezzo della sua stessa vita (1Cor 6,20). Disprezzare il piccolo e il peccatore disprezzare il Signore, che si fatto per noi ultimo di tutti (Mc 9,35ss), diventando addirittura maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2Cor 5,21). i loro angeli nei cieli sempre guardano il volto, ecc. Il messaggero buono, che custodisce, ispira e incoraggia luomo al bene, gi presente nella tradizione pi antica di Israele: laiuto che Dio concede ai patriarchi, a Mos, ai giudici e ai profeti. Nel NT gli angeli hanno un ruolo particolare, soprattutto nei vangeli dellinfanzia e della risurrezione, oltre che nellApocalisse. Questo testo, insieme ad At 12,15, fondamentale per la fede cristiana nellangelo custode, che si prende cura di ogni singola persona. Ogni terrestre ha un protettore celeste! Questa fede, scomparsa tra le brume del razionalismo, ricompare e torna di moda come credenza in forze positive, alate o meno. Cosa buona, se non sostituisce la fiducia nel Signore e non insidia il primato di Cristo e la nostra libert di seguirlo.

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v. 11: venne infatti il Figlio delluomo a salvare ci che era perduto. Il versetto, mancante in molti manoscritti, proviene probabilmente da Lc 19,10. Ma si inserisce bene qui. v. 12: che ve ne pare? Una domanda che ci interpella e introduce la parabola che vuol indurre in noi latteggiamento contrario al disprezzo. se un uomo ha cento pecore. Il pastore porta il gregge dove c acqua e cibo; inoltre lo difende da fiere, briganti e intemperie. Tra gregge e pastore si stabilisce un rapporto di conoscenza e affetto reciproco: la vita delluno dipende dallaltro, e viceversa, soprattutto in zone desertiche. Il pastore immagine di Dio in rapporto al popolo che egli ama. Pastore chiamato anche il re che lo rappresenta. Il Sal 23 la presentazione classica del Signore come re-pastore. Motivo ispiratore di questa parabola Ez 34,1122, dove il Signore dice ci che lui fa, a differenza dei capi del popolo. Ges si paragona al pastore (Lc 15,1-7; Gv 10,1ss) che sar percosso nella sua passione (26,31) e sar giudice nella sua gloria (25,32). Pastori sono anche quelli che, dopo di lui e come lui, avranno cura del gregge (cf. Gv 21,1517). Ma ognuno a suo modo pastore dellaltro, come ogni figlio responsabile del fratello. Chi dice con Caino: Sono forse io il guardiano di mio fratello ? (Gen 4,9), lha gi ucciso. non lascer le novantanove sui monti. Luca parla dei novantanove giusti abbandonati per cercare il peccatore (Lc 15,7). Per s il pastore non abbandona il gregge, se non quando al sicuro e custodito. Questo pastore invece ha come primo interesse la pecora smarrita, e per questa abbandona le altre sul monte. Solo quando si perde una cosa, si vede con chiarezza il suo valore, pari allamore che si ha per essa. Come un membro dolorante richiama tutta lattenzione, cos lamore di Dio concentrato sul peccatore perduto. Gli fa un male da morire, da morire in croce! I peccatori sono realmente pi amati da Dio, perch ne hanno pi bisogno. va a cercare quella smarrita. Il Signore lascia tutto per cercare la pecora smarrita, quella che per noi non conta! v. 13: se capita di trovarla, ecc. la gioia di chi ha scoperto il tesoro, trovato la perla preziosa (13,44s). Il fatto di lasciare le altre per cercare la

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smarrita e di rallegrarsi per il suo ritrovamento pi che per le altre, indica quanto essa vale agli occhi del pastore. Il fratello che noi disprezziamo sta a cuore al Padre: il centro dei suoi pensieri e delle sue cure. Dio amore, la cui misericordia proporzionale alla miseria dellamato. Il Padre ama tutti i suoi figli. Il perduto da ritrovare il suo stesso Figlio unigenito, che si perduto perch in lui ogni perduto fosse ritrovato. In ogni smarrito il Padre vede il Figlio crocifisso e noi vediamo il Signore. Per questo amiamo gli smarriti e i perduti, i peccatori e i nemici. C un divino in ogni creatura: lamore del Padre per il Figlio. La pi lontana da Dio il Figlio stesso di Dio (27,46.54), che si abbandonato in ogni abisso di male, perch nessun abbandono di Dio fosse pi abbandonato da Dio. Lamore per lultimo riscatta tutto il creato nel Figlio e costituisce la gioia di Dio, finalmente tutto in tutti (1Cor 15,28). Per questo il Figlio si incarnato, ha lasciato la corte celeste, sceso dal monte della Trinit ed venuto sulla terra. In questo modo salva i peccatori - dei quali io sono il primo (1 Tm 1,15), dice Paolo. E lo stesso posso dire anchio, di me e di qualunque altro. Infatti mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). pi che per le novantanove che non si sono smarrite. La cura pastorale ha come obiettivo non i vicini, ma i lontani - soprattutto se i lontani sono novantanove! Solo cos la Chiesa quella del Figlio che ha lo stesso amore del Padre. La comunit, come al suo interno ha al centro il piccolo, cos tutta proiettata allesterno verso il lontano (28,19).Per questo l'Apostolo si far un punto donore di annunciare il vangelo dove non ancora giunto il nome di Cristo (Rm 15,20). Limmagine pi bella della Chiesa, inviata a tutte le nazioni, ci offerta nel finale degli Atti: una casa in affitto, a Roma, nel cuore della paganit, dove Paolo, prigioniero, accoglie tutti e con libert e franchezza proclama il regno, insegnando chi il Signore (At 28,30s). v. 14: non volont davanti al Padre vostro nei cieli che si perda, ecc. unespressione di rispetto, per dire che il Padre non vuole che si perda nessuno degli smarriti. la sua volont in cielo, che noi siamo chiamati a compiere qui in terra.

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Il modello del nostro agire Ges, il Figlio che compie la volont del Padre cercando il fratello smarrito (v. 11). Noi lo destiniamo a perdersi se verso di lui nutriamo disprezzo invece di stima. Anche il giusto del Sal 119 alla fine si riconosce come una pecora smarrita che va errando, bisognosa di essere ricercata dal suo Signore (Sal 119,176).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando la casa di Cafarnao: Ges al centro con un bambino, attorniato dai discepoli. c. chiedo ci che voglio: avere cura del pi debole e cercare lo smarrito. d. traendone frutto, medito sulle parole di Ges. Da notare: non disprezzare uno solo di questi piccoli i loro angeli nei cieli sempre guardano il Volto il Figlio delluomo venne a salvare ci che era perduto il pastore la pecora smarrita lascia le novantanove va a cercare quella smarrita se capita di trovarla gioisce per essa pi che per le novantanove volont del Padre non perdere nessuno dei suoi piccoli.

4. Testi utili Sal 23; 119,169-176; Ez 34,1ss; Gv 10,1ss; Lc 15,1ss; Gc 5,19s; 1Tm 2,4.

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76. AVRAI GUADAGNATO IL TUO FRATELLO 18,15-20

18,15

Ora se pecca (contro di te) il tuo fratello, va e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolter, avrai guadagnato il tuo fratello.

16

Se non ti ascolter, prendi con te uno o due, perch ogni cosa si dirima sulla bocca di due testimoni o tre.

17

Se non prester loro ascolto, dillo alla Chiesa; e se non prester ascolto neppure alla Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.

18

Amen vi dico: tutto quello che legherete sulla terra, sar legato in cielo, e tutto ci che scioglierete sulla terra, sar sciolto in cielo.

19

Amen vi dico ancora che se due di voi uniranno la voce sulla terra per domandare qualunque cosa, il Padre mio che nei cieli la conceder loro.

20

Dove infatti sono due o tre riuniti nel mio nome, l io sono in mezzo a loro.

1. Messaggio nel contesto Avrai guadagnato il tuo fratello, dice Ges a chi riuscito a ricondurre un peccatore a riconoscere il proprio errore. Infatti ha ristabilito la fraternit: non pi solo, e dove due fratelli sono insieme, il Padre si compiace e il Figlio tra loro.

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La verit va fatta nella carit (Ef 4,15); ma la carit non mai disgiunta dalla verit. Il primato sempre dellamore; ma questo si manifesta sia nel cercare lo smarrito che nellilluminarlo nel suo smarrimento - e alla fine nel perdonarlo comunque (vv. 21-35). Quanto si dice sulla correzione fraterna sembra in contrasto con il non giudicare (7,1ss), con la ricerca della riconciliazione (5,23-26), con la parabola delle zizzanie (13,24-30.49). In realt la correzione fraterna segno di grande amore: possibile in una comunit dove ognuno accolto nei suoi limiti, non giudicato se sbaglia, assolto se colpevole, ricercato se si smarrisce, perdonato se pecca. Senza accettazione incondizionata, non esiste correzione fraterna: c semplice contrapposizione tra critica malevola e indurimento difensivo. Una persona, solo se accolta e nella misura in cui accolta, disposta ad accettare eventuali osservazioni senza avvertirle come aggressione. La correzione fraterna indispensabile perch il nostro stare insieme sia per il meglio, e non per il peggio (cf. 1Cor 11,17). Essa un modo concreto per cercare chi smarrito, perch non si perda: lespressione pi alta della misericordia. La correzione fraterna lesatto contrario dello scandalo. Se questo trascura il fratello e lo induce al male, la correzione ha cura di lui e lo deduce dal male. Se lo scandalo perde, la correzione guadagna il fratello. Il peccato infatti rompe la fraternit. Se perdoni, la ristabilisci solo a met: tu sei fratello, ma laltro non ancora, fino a quando non riconosce lerrore e accetta il perdono. La correzione, quando riesce, ristabilisce la fraternit da ambo le parti. Bisogna tentare tutte le vie per ricondurre lo smarrito a casa. Prima a tu per tu, poi con la mediazione di altri e, se necessario, della stessa comunit. Chi non vuol ricredersi, verr ritenuto come pagano e peccatore. Non si tratta di eliminare la mela marcia per preservare le altre; un rendere noto la situazione di fatto: il peccato ha rotto la fraternit. Non giudizio o condanna, ma medicina perch lo smarrito riconosca il suo male e possa ravvedersi. Solo se il bene buono e il male cattivo, si pu parlare di riconciliazione e di perdono. Render nota la verit grande servizio di carit. Trattare uno come pagano e pubblicano non significa escluderlo dal proprio amore: Ges amico di pubblicani e peccatori (11,19), venuto a salvare ci che perduto (v. 11) e invier i suoi discepoli verso tutti i pagani (28,19).

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La comunit ha lo stesso potere di Pietro (16,19), che il medesimo del suo Signore: rendere presente sulla terra il giudizio del Padre che nei cieli, il quale non vuol perdere nessuno dei suoi piccoli (v. 14). Per avere questo spirito necessaria la preghiera fraterna, rivolta al Padre che ci garantisce la presenza del Figlio. Il testo contiene quattro detti di Ges: i vv. 15-16 sulla correzione fraterna, i vv. 17-18 sul potere della comunit di legare e sciogliere, il v. 19 sullefficacia sicura della preghiera fraterna e il v. 20 sulla presenza del Signore in mezzo ai suoi. Ges, come il buon pastore, anche il Figlio: guadagna i fratelli alla misericordia del Padre accogliendo i peccatori e convincendo di peccato quelli che si ritengono giusti. La Chiesa ha ricevuto lo stesso potere di Ges, e deve usarlo allo stesso modo. La preghiera comune, che le garantisce la presenza del Figlio, ottiene dal Padre la forza per vivere il dono di aiutarsi a stare insieme per il meglio. Una comunit cristiana spiritualmente matura nella misura in cui capace di esercitare la correzione fraterna. utile tener presente che essa proposta al centro del discorso sulla comunit, dopo ben diciotto capitoli di istruzione. Noi siamo tentati di porla allinizio del capitolo primo!

2.

Lettura del testo v. 15: ora se pecca (contro di te) il tuo fratello. Il contro di te di alcuni

manoscritti preso da Lc 17,4, dove Ges dice di perdonare senza condizione i torti subiti. Oggetto di correzione fraterna non loffesa personale - comunque sempre da perdonare e dimenticare (vv. 21ss) - ma il peccato in quanto nuoce a chi lo fa. A chi mi offende sono in debito del perdono. A chi pecca non ho nulla da perdonare; gli sono per in debito della correzione fraterna. Nel testo si parla di quei peccati gravi che escludono dal regno (cf. Gal 5,19-21). Chi li commette uno smarrito che, se non riguadagnato alla fraternit, rischia di essere un perduto. va e ammoniscilo fra te e lui solo. Lammonimento senza odio, spirito di critica, vendetta o rancore; anzi, amando il fratello come te stesso, lo
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rimproveri apertamente per non caricarti di un peccato di omissione nei suoi confronti (cf. Lv 19,17s.). Il fratello peccatore come un tuo membro malato: sei in pericolo di perderlo. Tu ne senti il dolore, e cerchi di curarlo perch parte del tuo corpo. Come primo passo, richiamalo in privato, per rispetto verso di lui - e non apertamente, come dice invece Levitico 19,17. se ti ascolter, avrai guadagnato il tuo fratello. Lobiettivo della correzione fraterna non il condannare, ma il guadagnare il tuo fratello che ha peccato. Non si tratta di riconciliarsi con lui (5,23-26!), ma qualcosa di pi: portarlo a ravvedersi e riconciliarsi con gli altri, perch sia figlio e fratello. Solo in spirito di riconciliazione (5,23s), di perdono (6,14s), di non giudizio (7,1-5), di tolleranza (13,24ss) e di cura per chi sbaglia (18,10-14), c correzione fraterna che pu essere efficace. Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verit e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salver la sua vita dalla morte 5,19s). v. 16: se non ti ascolter, ecc. In Israele il procedimento giudiziario era fatto sulla parola di due o tre testimoni. Qui per non si tratta di un processo, ma di un tentativo per recuperare il fratello alla verit. Dove non riesci da solo, forse per limiti tuoi, puoi riuscire con la mediazione di altri. v. 17: se non prester loro ascolto, dillo alla Chiesa. Dopo aver tentato prima a quattrocchi e poi con la mediazione di altri, lo si presenti allassemblea, perch il suo amore per i fratelli lo stimoli a reagire positivamente. Ovviamente si tratta di un peccato grave e pubblico. Il fine, anche nella scomunica, sempre e solo guadagnare il fratello. se non prester ascolto neppure alla Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. La comunit non scomunica il peccatore, ma gli fa capire che si gi posto fuori dalla comunione, in modo che possa ritornare. La scomunica ha sempre e solo valore illustrativo e pedagogico, mai punitivo. Mostra la gravit del male che uno fa, talora a cuor leggero, perch si ravveda (vedi come agisce Paolo in 1Cor 5,1-5 e 1Tm 1,20, e cosa consiglia in 2Ts 3,14s e Tit 3,19s). e coprir una moltitudine di peccati (Gc

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Trattare uno da pagano e da peccatore non significa escluderlo: i nemici sono da amare, ed possibile riguadagnarli solo dando loro un maggior amore (5,38-48). tragico dare allo scomunicato limpressione di essere escluso. Tende gi lui stesso a escludersi. Deve invece conoscere una maggior cura da parte dei fratelli. v. 18: tutto quello che legherete sulla terra, ecc. La comunit ha lo stesso potere di Pietro (16,16): quello del Figlio, che venuto a cercare ci che era perduto (v. 11). il medesimo del Padre che non vuol perdere nessuno (v. 14). grande la responsabilit della comunit, chiamata a continuare sulla terra la missione del Figlio alla delluomo. volont Non del deve Padre. agire Uno arbitrariamente, avr con il ma conformemente Padre

quellatteggiamento positivo o negativo che avr prodotto in lui il nostro modo di essergli fratello: questo lo scioglie o lo lega nei confronti del Padre. v. 19: se due di voi uniranno la voce, ecc. Si gi parlato dellefficacia della preghiera (7,7-11), in un contesto analogo, tra il divieto di giudicare e il comando di amare (7,1-6.12). I fratelli che uniscono la voce per pregare sono una dolce sinfonia (= unione di voce!) agli orecchi del Padre. Il contesto ci suggerisce cosa chiedere al Padre e cosa lui concede: vivere sulla terra il suo stesso potere, che la capacit di accogliere e non scandalizzare i suoi piccoli (vv. 1-5. 6-11), di ricercare gli smarriti (vv. 12-14), di riguadagnare i perduti (vv. 15-20) e di perdonare tutti (vv. 21-35). v. 20: dove infatti sono due o tre riuniti nel mio nome, ecc. Cos Ges traduce un detto rabbinico che dice: Se due si uniscono per applicarsi alla parola della legge, la Shekin nella loro adunanza. Dove i fratelli si uniscono, presente il Figlio. Per questo la preghiera dei fratelli rivolta al Padre nel nome del Figlio infallibile: il Signore in mezzo a loro, come il bambino che Ges ha posto in mezzo a loro (v. 2). Le lettere polemiche di Paolo sono un modello interessante di correzione fraterna, fatta con amore, verit e grande discernimento.

3. Pregare il testo

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a. mi metto in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando la casa di Cafarnao, con i discepoli e Ges in mezzo a loro insieme con un bambino. c. chiedo ci che voglio: la difficile arte di riguadagnare il mio fratello. d. traendone frutto, medito sulle parole di Ges. Da notare: ammonisci tuo fratello fra te e lui solo avrai guadagnato il tuo fratello prendi con te due o tre dillo alla Chiesa sia per te come il pagano e il pubblicano ci che scioglierete nella terra, sar sciolto in cielo se due di voi uniranno la voce, ecc. io sono in mezzo a loro.

4. Testi utili Sal 95; 133; Ez 33,7-9; prima di correggere il fratello, vedi: Mt 5,23-26; 6,14s; 7,1-5; 13,24-30; 18,10-14; Gc 5,19s.

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77. NON BISOGNAVA CHE ANCHE TU AVESSI COMPASSIONE DEL TUO COMPAGNO COME ANCHIO HO AVUTO COMPASSIONE DI TE? 18,21-35

18,21

Allora si fece innanzi Pietro e gli disse: Signore, quante volte peccher contro di me mio fratello e gli perdoner? Fino a sette volte?

22

Gli dice Ges: Non ti dico fino a sette volte, ma settanta volte sette.

23 24 25

Per questo simile il regno dei cieli a un re che volle fare i conti con i suoi ministri. Ora, cominciando a fare i conti, gli si present un debitore di diecimila talenti. Non avendo di che risarcire, il Signore ordin che fosse venduto, lui e la donna e i figli e quanto aveva, per risarcire.

26

Gettatosi dunque a terra, il ministro lo adorava dicendo: Abbi pazienza con me, e ti risarcir di tutto.

27 28

Ora il Signore, mosso a compassione di quel ministro lo liber e gli rimise il debito. Ora uscito quel ministro trov uno dei suoi compagni il quale gli era debitore di cento danari, e, afferratolo, lo strozzava dicendo:

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29

Rendimi ci che mi devi! Allora, gettatosi a terra, il suo compagno lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me, e ti risarcir!

30

Ora egli non voleva, e and a gettarlo in prigione, finch non lavesse risarcito del debito.

31

Vedendo dunque i suoi compagni laccaduto, furono molto addolorati e andarono a riferire al loro signore quanto era accaduto.

32

Allora, chiamatolo innanzi, il suo signore gli dice: Ministro cattivo, tutto quel debito ti ho rimesso perch mi hai supplicato.

33

Non bisognava che anche tu avessi compassione del tuo compagno come anchio ho avuto compassione di te?

34

E, adirato, il suo signore lo consegn agli aguzzini fino a che non lo avesse risarcito di tutto quanto gli era debitore.

35

Cos anche il Padre mio nei cieli far con voi, se non perdonerete al fratello dai vostri cuori.

1. Messaggio nel contesto Non bisognava che anche tu avessi compassione del tuo compagno come anchio ho avuto compassione di te? Il fondamento del mio rapporto con laltro limitazione del rapporto che lAltro ha con me: quanto il Signore ha fatto con me principio di quanto io faccio col fratello. Ges dice di amarci a

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vicenda con lo stesso amore con il quale lui ci ha amati (Gv 13,34); e Paolo dice di graziarci lun laltro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32). La giustizia del Figlio, che introduce nel regno del Padre, non quella che ristabilisce parit, secondo la regola: chi sbaglia paga. una giustizia superiore, propria di chi ama, che in debito verso tutti: allavversario deve la riconciliazione, al piccolo laccoglienza, allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono. la disparit della giustizia divina, che misericordia, dono e perdono. Alla giustizia della legge che uccide, succede quella dello Spirito che d la vita (cf. 2Cor 3,6). In quanto figlio sono chiamato ad avere verso i fratelli gli stessi sentimenti. Le colpe altrui nei miei confronti mi permettono di perdonare come sono perdonato: mi fanno figlio perfetto come il Padre (5,43-48)! Ci che mi d tanto fastidio e mi fa dire: Sarebbe bello se non ci fosse!, paradossalmente ci che mi aiuta a diventare come Dio. Verrebbe da dire: Meno male che c il male!. Non per questo devo farlo (Rm 3,8; 6,1.15); tuttavia vero che, dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,20). Il male che faccio loccasione che, facendomi sentire perdonato di pi, mi far amare di pi il Signore (cf. Lc 7,42s); il male che subisco , a sua volta, lopportunit di perdonare e amare di pi i fratelli, diventando sempre pi simile al Signore. Il male mio diventa perdono di Dio, quello dellaltro perdono mio, che mi fa come Dio! Il perdono che ricevo e che accordo il respiro stesso di Dio, lo Spirito Santo, che diventa mia vita. Il perdono il cuore della vita cristiana: mi rende figlio del Padre e fratello dei miei simili, in comunione con Dio e con gli uomini. Il perdono non nega la realt del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dellamore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona, non amore. Il brano si divide in due parti: i vv. 21-22 contengono il dialogo tra Pietro e Ges sul perdono illimitato, i vv. 23-35 contengono una parabola che ne mostra il motivo. Essa costruita sul contrappunto tra la magnanimit del Signore che perdona il debito incalcolabile di un servo ( vv. 2327), e la spietatezza di questo che non perdona a un suo compagno un piccolo debito ( vv. 28-30). Conclude la dichiarazione che chi non perdona non perdonato ( vv. 31-35). Il perdono che accordo scaturisce dal perdono che ho ricevuto. Il ricordo di questo non solo principio di tolleranza, ma sorgente della capacit di perdonare.

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Questa parabola propria di Matteo, posta a conclusione del discorso sulla comunit, unesortazione al perdono. Si pu stare insieme non perch non si sbaglia o non ci si offende, ma perch si perdonati e si perdona. Il male, invece di dividere e isolare luno dallaltro, unisce e rinsalda nel perdono reciproco. Proprio nella comunit esce il male - e dove potrebbe uscire se non in essa, dal momento che tutta la legge si compendia nellamore del fratello? Il perdono la vittoria costante dellamore. utile tener presente che si pu perdonare allaltro solo se si sa perdonare a se stessi. E si perdona a se stessi se si accetta di essere perdonati da Dio. Ges il Figlio che ama i fratelli come amato dal Padre. La Chiesa riceve la vita dal perdono e la mantiene perdonando: lamore ricevuto e accordato, come la fa nascere, cos la fa vivere.

2. Lettura del testo v. 21: Allora si fece innanzi Pietro . Pietro figura preminente nella Chiesa, testimone verso i fratelli dellamore incondizionato del suo Signore che lui ha tradito (cf. Gv 21,15-17; Lc 22,32). pastore perch pecora smarrita e ritrovata! quante volte peccher contro di me mio fratello, ecc. Pietro sa gi che il Padre ci perdona come noi perdoniamo (6,12.14s). Per questo sa che deve perdonare sette volte, cio sempre. La sua domanda serve per introdurre la parabola sul perdono. v. 22: non ti dico fino a sette volte, ma a settanta volte sette. Sette volte sar vendicato Caino, ma Lamech settantasette (Gen 4,24). Ges dice di perdonare non sette, non settantasette, ma settanta volte sette! Alla vendetta sproporzionata contrappone il perdono illimitato. Luca 17,4, nel passo parallelo, parla di perdono quotidiano. Combinandolo con Matteo, risulterebbe che dobbiamo perdonarci settanta volte sette al giorno. Un fondamentalista direbbe che ci si perdona ogni tre minuti circa. Ed vero! Il perdono il respiro delluomo, che vive perch

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inspira ed espira, riceve e d perdono. Chi solo inspira, esplode; chi solo espira, implode. La vita proprio il circolare del perdono ricevuto e dato. v. 23: un re volle fare i conti con i suoi ministri. Il re chiaramente il Padre nei cieli (v. 35). Suoi ministri siamo noi, ai quali affidato il suo tesoro, la sua vita: lamore. Ognuno di noi ministro del re, anzi suo figlio, nella misura in cui riceve e d questo amore. Per noi la magnanimit onorare la nostra origine. v. 24: un debitore di diecimila talenti. Diecimila la cifra pi grossa in lingua greca, e il talento la misura pi grande (36 Kg circa). quanto ciascuno di noi ha da Dio. Da lui ci viene quanto siamo e abbiamo: ce lha donato allinizio e ce lha perdonato quando glielabbiamo rapito. impossibile restituirlo: se lo consideriamo un debito impagabile. Per vivere necessario passare dalla logica del debito a quella dellamore gratuito. Diecimila talenti una cifra sproporzionata che solo un re pu possedere. Per dare unidea: un talento pari a 6.000 giornate lavorative; 10.000 talenti pari a 60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare circa 200.000 anni senza mangiare. Ancora: se un talento 36 Kg., 10.000 talenti pari a 360 tonnellate di metallo prezioso; per trasportarlo occorrerebbero 360 furgoni - una fitta colonna di circa 3 Km. La cifra, esagerata, in realt una pallida idea di ci che Dio mi ha dato. Mi ha creato suo figlio, a sua immagine e somiglianza; quando gli ho rapito il dono, mi ha perdonato dandomi molto di pi: il suo medesimo Figlio, nel quale mi condona se stesso! Con Dio ho il debito di me stesso e di lui stesso! Solo che non un debito ma un dono infinito che lui ha fatto, senza calcolare. Infatti lunica misura dellamore il non aver misura. Noi al contrario continuiamo a calcolare con lui e con tutti! v. 25: non avendo di che risarcire, il Signore ordin, ecc. Chi stabilisce con Dio un rapporto di giustizia, resta sempre insolvente, chiuso nella gabbia dei suoi debiti. La legge, giusta, non fa altro che farlo sentire in colpa. v. 26: abbi pazienza con me. la preghiera del debitore. La legge, che ci accusa, ci porta a invocare la magnanimit di Dio.

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ti risarcir tutto. lillusione di chi crede di poter saldare il suo debito. Finch non scopre la grazia e il perdono, non c alternativa. v. 27: mosso a compassione. La nostra condizione commuove il Signore: ne muove le viscere materne. Gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione si fa compassione. lo liber e gli rimise il debito. Il Signore mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), liberandomi da ogni colpa e peccato. Mi vuol far capire che il mio rapporto con lui non di schiavo/padrone, ma di figlio/padre. Il credente si sa amato e perdonato gratuitamente da Dio, che lo considera figlio. Lo Spirito glielo testimonia , facendogli gridare: Abb!. Non in debito, ma in credito nei confronti di Dio; gli Padre infatti, ed con lui in debito del suo amore. La fraternit scaturisce da questa esperienza filiale. v. 28: quel ministro trov uno dei suoi compagni il quale gli era debitore di cento danari . Cento danari sono altrettante giornate lavorative. Cifra discreta, ma trascurabile rispetto al debito appena condonato. lo strozzava dicendo: Rendimi ci che devi. Il Signore si commuove, lo libera e gli condona il debito; lui invece afferra il suo compagno, lo soffoca e vuole che lo paghi. Quanto Dio magnanimo con noi, altrettanto noi siamo meschini con gli altri. Come pensiamo di dover restituire al Padre, cos pensiamo che i fratelli devono restituire a noi. Con laltro viviamo lo stesso rapporto che abbiamo con il primo Altro, e viceversa. v. 29: abbi pazienza con me, e ti risarcir. Il fratello gli fa la stessa preghiera che lui ha fatto al Signore. Lo chiama ad avere nei suoi confronti gli stessi sentimenti del suo Signore. v. 30: egli non voleva, e and a gettarlo in prigione. Fa al suo compagno il contrario di quanto il suo Signore ha fatto con lui. v. 31: vedendo dunque i suoi compagni laccaduto, furono molto addolorati. Anchio resterei addolorato di questo atteggiamento. Mi immedesimo facilmente con il misero, perch mi pu capitare la stessa sorte. Potrei essere io quel debitore. Quando per, per caso, sono creditore, allora mi sembra naturale far valere i miei diritti. Mi facile essere tollerante con chi pesta i piedi al vicino, finch non li pesta a me!

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v. 32: ministro cattivo. La sua malvagit non consiste nel debito che aveva, ma nel credito che realmente ha e fa valere! Il peccato pi grave sempre quello di non perdonare il fratello: lunico che esclude dal Padre, perch distrugge il mio essere figlio. Se non perdono, ritorno alla logica del debito: non accetto il perdono. Se caccio in prigione laltro, caccio in prigione me. v. 33: non bisognava che anche tu avessi compassione, ecc. lapice della parabola. Ho piet del mio simile perch il Signore ha piet di me. Solo cos ho gli stessi sentimenti del Padre e divento suo figlio. Se non perdono, muore in me il perdono che ho ricevuto: non ne vivo! La comunit fraterna nasce dal perdono reciproco: ognuno perdona come perdonato. Lunico debito che abbiamo gli uni verso gli altri lamore vicendevole (cf. Rm 13,8), Come il mio peccato mi fa conoscere il Padre e mi fa nascere come figlio, cos il peccato del fratello, nel mio perdono, mi fa vivere da figlio simile al Padre! Se non vivo da figlio, sono morto. Per questo perdonare un miracolo pi grande che risuscitare un morto. Pensare al proprio debito condonato, non solo rende tolleranti verso gli altri, ma addirittura magnanimi. In genere per non accettiamo davvero il perdono; infatti non perdoniamo a noi stessi, e abbiamo sempre stizza, rancore e vergogna dei nostri peccati. v. 34: lo consegn agli aguzzini ecc. Chi non perdona non perdonato (6,15). Infatti il Padre ci perdona come noi perdoniamo. Per questo la riconciliazione col fratello pi importante di ogni culto (5,23s). Senza di essa finiamo in prigione noi stessi, pagando fino allultimo spicciolo (5,25s). v. 35: cos anche il Padre mio nei cieli far con voi, ecc. La parabola unesortazione al perdono. Il peccato dei peccati il non perdono: uccidere in me lamore del Padre. Nel perdono salvo il fratello offrendogli lamore del Padre, e salvo me stesso, vivendo di questo amore. Al di fuori di questo amore ricevuto e donato - che lo Spirito Santo - non c che la morte. Il discorso sulla comunit, cominciato con il piccolo, finisce col peccatore: il piccolo accolto in ogni limite, il peccatore perdonato di ogni debito. Da me, come dal Signore. se non perdonerete ciascuno al fratello dai vostri cuori. Perdonare un fatto di cuore. non ri-cordare, non tenere nel cuore il male del fratello,
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ricordando invece lamore che il Padre ha per me e per lui. Se continuamente ricordo allaltro il suo errore, il perdono davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe pi respirare (Sal 130,3)? Se non riesco a perdonare, cosa devo fare? Invece di prendermela con laltro, considero che un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia gi il mio atteggiamento con laltro: penso ai miei 10.000 talenti di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai 100 danari che laltro mi deve.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges in casa, con il bambino, attorniato dai discepoli. c. chiedo ci che voglio: far grazia allaltro come il Signore fa grazia a me. d. traendone frutto, contemplo la parabola. Da notare: perdonare settanta volte sette il mio debito col Signore di 10.000 talenti ma non un debito: un dono e un per-dono il mio credito col fratello di 100 denari dammi ci che devi lo gett in prigione non bisognava che tu avessi compassione del tuo compagno, come io ho avuto compassione di te? il perdono di cuore ai fratelli.

4. Testi utili Sal 103; 130; Sir 27,33-28,9; Lc 6,36-38; Mt 5,23-26; 6,12. 14s; Rm 13,8-10; Ef 4,20-32.
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78. COLUI CHE CRE, DA PRINCIPIO MASCHIO E FEMMINA LI FECE 19,1-12

19,1

E, avendo Ges compiute queste parole, avvenne che si trasfer dalla Galilea e venne nei confini della Giudea, al di l del Giordano.

2 3

E lo seguirono molte folle, e l egli le guar. E gli si avvicinarono dei farisei per tentarlo, dicendo: lecito a un uomo ripudiare la sua donna per qualsiasi causa? Ora, rispondendo, disse: Non avete letto che colui che cre, da principio maschio e femmina li fece?

E disse: Per questo luomo abbandoner il padre e la madre e aderir alla sua donna, e i due saranno una carne sola.

Cos che non sono pi due, ma una carne sola. Ci che dunque Dio congiunse, uomo non separi. Gli dicono: Perch allora Mos ordin di dare il libretto di ripudio e di ripudiarla? Dice loro: Mos per la durezza del vostro cuore vi permise di ripudiare le vostre donne; ma da principio non fu cos.

Vi dico che se uno ripudia la sua donna, eccetto il caso di fornicazione,


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e ne sposa unaltra, 10 commette adulterio. Gli dicono i discepoli: Se questa la situazione delluomo con la donna, 11 non conviene sposarsi. Ora dice loro: Non tutti capiscono questa parola, 12 ma coloro ai quali dato. Ci sono infatti eunuchi che sono nati cos dal ventre della madre, ci sono eunuchi che sono stati fatti eunuchi dagli uomini, e ci sono eunuchi che si sono resi eunuchi per il regno dei cieli. Chi pu capire, capisca.

1. Messaggio nel contesto

Colui che cre, da principio maschio e femmina li fece. Il progetto originario della creazione contempla lunione tra i due come immagine e somiglianza di Dio, che distinzione e unit di amore. Nel c.19 si tratta dei tre beni fondamentali della persona umana: il partner (vv. 1-12), i bambini (vv. 13-15) e i beni materiali ( vv. 16-30). La comunit, fatta di piccoli, perduti e peccatori, perdonati e perdonanti - che ha al suo centro il bambino e Ges (18,2.20) -, vive il rapporto con laltro diverso da s, con lAltro in s e con il resto non come rapina e possesso, ma come dono e comunione. Ges ci offre ci che era da principio, e che rende possibile vivere ora da figli e da fratelli, come descritto al c.18. In questo brano si parla della sessualit umana. Essa non per la semplice conservazione della specie, come per lanimale. Non un istinto alla cui soddisfazione realizzazione connesso persona un piacere. invece di lambito e della libera della come relazione amore appartenenza

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vicendevole, che fa s che uno diventi la vita dellaltro e si possa trasmettere una vita sensata ad altri. La sessualit indica linsufficienza radicale delluomo nei confronti della vita: il limite di un sesso rimando allaltro, diverso. Questa alterit pu essere vissuta come minaccia e aggressione, in difesa e in attacco, o come attrazione e cura, in comunione e dono reciproco. Nel primo caso c la distruzione della vita; nel secondo la divinizzazione delluomo. Nel rapporto con laltro, diverso da s, si riflette e concreta il rapporto stesso con il primo Altro e diverso, con il Santo. Nella cultura antica la donna era considerata possesso delluomo. Cos era di fatto anche in Israele, nonostante Gen 1,27 e Gen 2,18-25, che prospettano ben altra cosa. Infatti, se non da principio, subito dopo intervenne il peccato, che alter il rapporto che ognuno ha con lAltro, guastando ogni altro rapporto (cf. Gen 3,1ss). Tuttavia la coppia sempre rimasta unalleanza tra due che sta a principio della societ e della trasmissione della vita. La coppia monogamica frutto di evoluzione culturale, possibile come libera scelta damore: due estranei lasciano padre e madre per formare tra loro unintimit pi grande di ogni vincolo. Lamore, che riporta allunit lestraneit, un grande mistero (Ef 5,32), un fatto divino! Ma proprio lamore, sorgente di ogni desiderio e promessa di ogni gioia, sta allorigine di tante paure e pene. Constatiamo unincapacit ereditaria di amare, che ci viene dal trauma di non essere stati adeguatamente amati dalla coppia di origine. La relazione di coppia determinante per il bene e il male della societ umana: nella famiglia vengono al pettine i nodi e le contraddizioni di tutti i tipi. La fedelt indissolubile nel matrimonio che Ges propone non da intendere come legge, ma come vangelo. Lui il Dio che salva, e risana in radice il nostro male che la chiusura egoistica in noi stessi e la non accettazione dellaltro. La proibizione del divorzio e le affermazioni di principio non servono molto per vivere bene il matrimonio. necessaria una formazione che ne faccia scoprire la bellezza e le difficolt, unita a una determinazione nel creare condizioni adatte alla vita di coppia in una societ sempre pi complessa e frammentata, che tende a dividere pi che a unire. Normalmente uno

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condivide pi tempo, raggiungendo pi familiarit, con altre persone di sesso diverso che con il proprio partner. Nessun divieto pu tenere insieme una coppia; solo una libert educata ad amare e affrontare le difficolt in grado di realizzare il disegno originario di Dio. Il matrimonio, oggi, non n migliore n peggiore di una volta - quando era tenuto assieme da leggi repressive e le notizie negative erano amplificate solo dal pettegolezzo e non dai mass-media. Oggi, con una maggior libert, il matrimonio pu diventare ci che veramente : dono damore reciproco e fedele tra uomo e donna, riflesso in terra del mistero grande di Dio (Ef 5,32). Ci che pi impressiona non il numero di matrimoni che falliscono, quanto la sfiducia che il matrimonio possa riuscire. Si tende a mettersi insieme con la prospettiva di stare in compagnia fin che va e di lasciarsi quando non va pi. Il che significa stravolgere lamore nel suo contrario, riducendolo a convenienza propria. I limiti reciproci non sono pi luogo di accettazione e comunione, ma di rifiuto e divisione. La proposta di Ges punta in alto. La relazione di coppia rivelazione e partecipazione alla vita di Dio. Dal punto di vista pastorale necessario oggi pi che mai educare allamore coniugale e cercare le condizioni concrete che lo favoriscono. In caso di fallimento - luomo sempre peccatore !- con il perdono e la misericordia bisogna fare del male il luogo di conoscenza ed esperienza pi profonda di Dio. In questo testo, oltre il matrimonio, si considera anche il celibato per il regno, che unaltra via per realizzare lunico amore, che Dio. lui il nostro vero partner, la nostra altra parte. Il comandamento primo infatti quello di amare il Signore con tutto ci che abbiamo e siamo (22,37; cf. Dt 6,5ss). Il celibato, come alternativa al matrimonio, una via eccellente. Ma si tratta di un carisma, che dato a qualcuno per testimoniare a tutti ci che appaga il cuore di ciascuno: lanticipo della vita futura, dove non si prende n moglie n marito (22,30). Dopo lintroduzione (vv. 1-2), c la discussione sul divorzio e la posizione di Ges che restituisce il matrimonio al suo stato originario ( vv. 3-9). Conclude la proposta del celibato, per coloro ai quali dato ( vv. 10-12). Ges colui nel quale divinit e umanit sono indissolubilmente unite, in una sola carne. il mistero stesso di Dio che si offre a ogni uomo. In lui
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possibile vivere con fedelt lamore per lAltro, sia direttamente sia per mezzo di un altro, secondo che a ciascuno dato. La Chiesa quella parte di umanit che, in Cristo, si riconosce come laltra parte di Dio, il suo partner che lha amata e ha dato se stesso per lei, lha purificata e unita a s, perch viva la sua stessa vita (cf. Ef 5,25-33).

2. Lettura del testo v. 1: E, avendo Ges compiute queste parole. In Matteo questa formula segna il finale di ogni discorso e linizio della parte narrativa, nella quale si racconta come Ges realizza la parola appena detta. si trasfer dalla Galilea, ecc. linizio del cammino verso Gerusalemme. Per evitare la Samaria, va oltre il Giordano, per riattraversarlo a Gerico, prima della salita alla citt santa. v. 2: lo seguirono molte folle, ecc. Il suo cammino seguito da molte folle, delle cui malattie si prende cura. v. 3: gli si avvicinarono dei farisei per tentarlo. La loro domanda mossa dallo spirito cattivo, non dalla ricerca della verit. lecito a un uomo ripudiare la sua donna per qualsiasi causa? Dt 24,1 concede il divorzio a un marito che non ama pi la sua donna perch ha trovato in lei qualcosa di vergognoso. La formula molto vaga, e lascia adito a interpretazioni diverse. Per Hillel, piuttosto lassista, si poteva divorziare per qualsiasi causa: bastava una mancanza di rispetto o di soggezione della moglie. Per Shammai, rigorista, si poteva divorziare solo in caso di adulterio. Con quale dei due si schierer Ges? v. 4: colui che cre, da principio maschio e femmina li fece. Ges pone la questione a un altro livello, quello del disegno originario di Dio sul matrimonio. Egli cre luomo maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). La sessualit vista come relazione damore con laltro diverso da s, da cui uno riceve la propria identit. Il rapporto maschio/femmina segno del rapporto Dio/uomo. interessante il racconto di Gen 2,18ss, dove Eva tratta dal fianco di Adamo addormentato. Ad esso allude Gv 19,34 quando dal fianco squarciato del nuovo
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Adamo addormentato nasce lumanit nuova, sua sposa. Come ogni animale nasce dalla femmina, cos ogni persona nasce come tale dalla ferita del cuore che lo ama, lo concepisce, lo genera e lo fa vivere. v. 5: luomo abbandoner il padre e la madre, ecc. (Gen 2,24). una traccia di matriarcato nella tradizione pi antica di Israele: luomo lasciava la sua famiglia per aderire a quella della moglie. Nel rapporto di coppia una persona estranea diviene pi intrinseca del padre e della madre. Da questi ci si distacca, al partner ci si attacca, come alla propria altra met. Padre e madre sono allorigine di unesistenza nuova, che viene da una coppia e va a formare unaltra coppia, capace di essere a sua volta madre o padre. Ogni persona viene da due che sono diventati uno ed destinata a diventare uno col suo partner: la vita viene dallamore e si mantiene per lamore che fa di due uno. v. 6: non sono pi due, ma una carne sola (Gen 2,24). Lindissolubilit un dato fisico dellamore, che fa di due uno. E dividere uccidere! Rompere lunione damore distruggere il principio e il fine della vita. ci che dunque Dio congiunse, uomo non separi. Nellunione damore tra due di sesso diverso il Creatore pone il suo sigillo divino sulla creazione. Questa unit la realizzazione dellopera di Dio, che amore e dono. La comunione lalbero della vita; la separazione quello della morte. Ma quale unione fatta da Dio e in Dio, e quale no? Sembra che molti matrimoni, per leggerezza o incapacit, intrinseca o ambientale, non siano congiunti da Dio! v. 7: Mos ordin di dare, ecc. La prescrizione di Mos (Dt 24,1ss) non rappresenta la volont di Dio, ma una concessione. La legge non solo prescrive il bene; regola anche il male, per limitarne i danni a tutela del pi debole. Una legislazione sul divorzio, come sullaborto, non dice che il divorzio e laborto siano leciti, tantomeno buoni. La legge riconosce realisticamente che il male c, ed buona nella misura in cui ne contiene gli effetti negativi. v. 8: Mos per la durezza del vostro cuore vi permise, ecc. Il divorzio non una missio, ma una per-missio, una perversione della missione originaria, concessa a certe condizioni per limitarne i danni. La causa di questa permissio la nostra durezza di cuore. La legge regola il male, ma non trasforma il male in bene.

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Ges si pone a un altro livello rispetto a Mos. Va oltre la prospettiva della legge, per offrire il vangelo. Per lui il male diventa loccasione per un bene maggiore, che la misericordia e il perdono. Tutto il c.18, sulla comunit, parla di questo. Ci vale a maggior ragione per la coppia, nucleo originario della comunit. Dopo il peccato, solo nella misericordia e nel perdono si pu realizzare ci che era al principio. Solo questa giustizia eccessiva d accesso al regno (5,20). v. 9: se uno ripudia la sua donna, eccetto il caso di fornicazione, e ne sposa unaltra, ecc. (cf. 5,32). Il testo di Matteo, come tutta la Bibbia, riflette la cultura maschilista della sua epoca. chiaro che il discorso vale anche al femminile. un versetto difficile da interpretare. Cosa significa fornicazione?. Se, come nella Bibbia C.E.I., significa concubinato, tutto chiaro e coerente. Cos anche se indica quelle unioni fra consanguinei, usuali tra i pagani e illecite per Lv 18,6-18. Se fornicazione significa adulterio, Ges sarebbe dellopinione di Shannai e contro Hillel, e non si capirebbe il Ma io vi dico di 5,32, che contiene il detto parallelo, n la reazione immediata dei discepoli, che dicono che a queste condizioni non conviene sposarsi. Ges e la Chiesa primitiva proponevano la santit del matrimonio come era al principio, prima del peccato. Si pu al massimo ripudiare la moglie adultera, perch ha profanato la santit del matrimonio, ma non si pu passare a nuove nozze. Il matrimonio visto come lalleanza tra Dio, sempre fedele, e il suo popolo. Chi tradisce il matrimonio, rompe la santit dellalleanza. Ma Dio, anche se tradito, resta fedele oltre ogni tradimento. E noi siamo abilitati ad essere come lui. Ges ci toglie il cuore di pietra e ci dona un cuore nuovo: ci d il suo Spirito, perch possiamo vivere la sua legge di amore (Ez 36,26s). La condanna del divorzio da intendere alla luce di tutto il messaggio evangelico, che fa di ogni male e fallimento umano il luogo della misericordia e del perdono. Se di fatto c una rottura del matrimonio, bisogna trovare soluzioni pratiche che non intacchino il principio, ma che aiutino luomo a viverlo come pu, da peccatore com, senza spegnere il lucignolo fumigante.

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Gi nella Chiesa antica attestato il permesso di divorziare dalla moglie adultera e di risposarsi, come ancora adesso fa la Chiesa doriente e fanno le chiese non cattoliche doccidente. Inoltre i divorziati risposati, dopo congrua penitenza, erano riammessi alla comunione mantenendo il nuovo coniuge (cf. G. Cereti, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, Bologna 1998). Ogni affermazione evangelica va letta nel contesto del Vangelo, e non come lettera che uccide; diversamente resta un velo che impedisce di comprenderla (cf. 2Cor 3,14-16). Il Privilegio paolino di 1Cor 7,12ss (scioglimento di un matrimonio contratto prima del battesimo), il Privilegio petrino (scioglimento da parte del Papa di un matrimonio tra un battezzato e un non battezzato), come pure le varie cause per dichiarare nullo un matrimonio tra credenti, indicano come la pratica dellindissolubilit del matrimonio non un capestro. Anche se non si deve mettere in discussione ci che era da principio, si deve tener presente che il principio di tutto leterna misericordia di Dio per chi fragile e peccatore. Lindissolubilit del matrimonio incomprensibile come legge - lhanno capito anche i discepoli (cf. v. 10). invece quel dono di un amore fedele che perdona, il quale costituisce lessenza stessa del vangelo. Nella nostra societ complessa con tendenza diabolica (= che divide) e che rischia la perdita di umanit, da chiedersi e ricercare con cura come vivere un matrimonio evangelicamente significativo e come ci si debba comportare nei numerosi casi di naufragio. chiaro che chi ha sbagliato, e riconosce con umilt il suo errore, non pu essere escluso dalla comunit. piuttosto questa che deve crescere per accogliere chiunque soffre. v. 10: se questa la situazione con la donna, non conviene sposarsi. I discepoli hanno capito che Ges non ammette il divorzio. Non hanno per capito la proposta positiva che fa del matrimonio. v. 11: non tutti capiscono questa parola. Capire (in greco: choro) significa fare spazio. Non tutti hanno lo spazio, la libert interiore necessaria per capire che pu non valere la pena sposarsi. Ma non per il motivo inteso dai discepoli, bens per uno pi profondo e bello. quello per cui Paolo vorrebbe che tutti fossero celibi come lui (1Cor 7,7ss): per occuparsi con cuore indiviso di piacere al Signore ed essere uniti a lui senza distrazioni (1Cor 7,32-35). In

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questo breve tempo siamo chiamati a testimoniare lamore per lo sposo che viene: Maran tha: vieni, o Signore (1Cor 16,22). Lo stesso amore che uno testimonia mediante la fedelt e lappartenenza a un partner, si pu vivere e testimoniare in modo diretto e assoluto nel celibato. Comunque, celibi o sposati, siamo chiamati tutti ad amare il Signore. ma coloro ai quali dato. Il celibato per il regno non una legge, ma un dono - un carisma personale a servizio della comunit. una scelta che pu fare liberamente solo chi stato liberamente scelto dal Signore: una risposta a una proposta damore, e non deve essere imposto a nessuno, n direttamente n indirettamente. v.12: ci sono eunuchi ecc. Origene, dopo aver applicato alla lettera questo versetto, cap meglio il valore dellinterpretazione allegorica! C chi non pu sposarsi perch sessualmente incapace dalla nascita. C chi non potr sposarsi perch condizionamenti profondi o circostanze avverse glielo impediscono (oggi capita sempre pi spesso). C chi non si sposa per libera scelta damore. Questo eunuco per il regno mostra ad ogni eunuco che pu vivere la sua situazione di povert come rivelazione di grazia, di scelta per il Signore. Allo stesso modo mostra ad ogni sposato che chiamato a scegliere anche lui il Signore. Matrimonio e celibato testimoniano lo stesso amore, ma per due vie diverse: con o senza la mediazione di un partner, secondo il diverso dono di Dio. Infatti la vera altra parte delluomo sempre e comunque lAltro. chi pu capire, capisca. Lo spazio per comprendere il celibato non c in tutti: la padronanza di s e delle proprie passioni, di chi arbitro della propria volont (1Cor 7,37). Ognuno ha un dono diverso dallaltro.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges che va dalla Galilea a Gerusalemme. c. chiedo ci che voglio: capire il senso della fedelt nel matrimonio e il dono del celibato, se mi dato. d. traendone frutto medito sul testo.
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Da notare: lecito a un uomo ripudiare la propria donna? colui che cre, da principio maschio e femmina li fece i due saranno una carne sola ci che Dio congiunse, uomo non separi la durezza di cuore non vale la pena di sposarsi eunuchi per nascita, eunuchi per crescita (mancata), eunuchi per il regno chi pu, capisca.

4. Testi utili Sal 45; Gen 1,27; 2,18-25; Os 1-2; Cantico dei Cantici; Ez 16; Is 62; Ef 5,25-33; 1Cor 7; Ap 21-22.

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79. DI QUESTI IL REGNO DEI CIELI 19,13-15

19,13

Allora furono portati a lui dei bambini perch imponesse loro le mani e pregasse. Ma i discepoli li minacciarono.

14

Ora Ges disse: Lasciate i bambini e non impedite loro di venire a me; perch di questi il regno dei cieli.

15

E, imposte loro le mani, and via di l.

1. Messaggio nel contesto Di questi il regno dei cieli, dice Ges dei bambini che vengono da lui. Tutto il c.18, che parla della comunit, si svolge nella casa dove lui sta con i suoi discepoli. Al centro ha posto lui stesso un bambino con il quale si identifica (18,1-5). Questo brano un richiamo dellepisodio; ne una ripetizione, fatta a poca distanza. Si tentati di sorvolarla con un gi visto, niente di nuovo. La ripetizione invece una sottolineatura, un sostare voluto sullargomento, di particolare significato. Quanto gi detto deve penetrare, trapassare il cuore ed essere ribadito, perch non ne esca mai pi. Qui si ribadisce che il regno dei cieli dei bambini: invece di impedirne laccesso a Ges, bisogna diventare come loro per accedere a lui. Dopo aver parlato di matrimonio, si parla di bambini. Non solo perch dal matrimonio nascono i figli, ma anche perch il riconoscersi figli rende possibile diventare madre/padre. Infatti chi non accetta di essere figlio, non ha la propria identit, ed incapace di relazioni. In questo brano si dice del rapporto che luomo ha con il primo Altro, con Dio, e quindi con se stesso come suo figlio presupposto di un corretto rapporto con gli altri e con le cose.
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Il breve racconto ha fatto da supporto teologico alla pratica del battesimo dei bambini. Non chiaro se gi in Matteo fosse questo il senso del testo. Certamente una suggestione sul significato profondo del battesimo che ci fa figli, e rende possibile la comunit di fratelli. Questa scena ripropone la centralit del bambino allinterno della vita nuova del credente. Colui che nella tradizione giudaica ed ellenistica era considerato una semplice appendice della donna a sua volta possesso del maschio sta al centro della fede cristiana. il Signore stesso. La sapienza del Figlio - il mistero che Dio Padre!- nascosta ai sapienti e agli intelligenti, ma rivelata agli infanti. A questi il Figlio fa fiorire sulle labbra la Parola, il grido che esprime il Padre e genera il Figlio nellunico amore: Abb (cf. 11,25-27). Nel bambino si manifesta lessenza delluomo: egli esiste in quanto accolto e amato, e diventa adulto quando accetta di essere accolto e amato nella sua piccolezza. Solo allora sa accogliere ed amare i piccoli: figlio e si fa fratello! Il brano, parallelo a Mc 10,13-16, incorniciato dal gesto importante dellimporre le mani da parte di Ges sui piccoli. Ges il pi piccolo tra tutti: il Figlio che acconsente al dono del Padre ed dono ai fratelli. Egli il s, lAmen di Dio rivolto agli uomini (2Cor 1,20). La Chiesa fatta dai suoi fratelli che, come lui, sono dei piccoli che amano e accolgono come sono amati e accolti.

2. Lettura del testo v. 13: Allora furono portati a lui. Non si dice da chi. Ovviamente non dai discepoli, ma dalle madri. O forse addirittura dal Padre (passivo divino?), che desidera che i suoi figli siano con il Figlio? dei bambini. Non si tratta di ragazzi ( pas) ma di piccoli ( paidon), sotto i sette anni. Non fanno parte della comunit, perch ancora non sono in grado di conoscere e osservare la Parola. Non avrebbero la facolt di intendere e di volere, si dice. Sarebbero una tabula rasa, sulla quale si scriver a tempo opportuno ci che si deve. Il bambino nellantichit non era al centro dellattenzione come lo per noi. Che contava era il maschio adulto, al cui servizio era la donna; il bambino ne avrebbe continuato il nome.

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perch imponesse loro le mani. Si imponevano le mani sulla testa della vittima sacrificale (Lv 1,4); Mos le impose su Giosu per trasmettergli il suo spirito di saggezza e la sua autorit (Dt 34,9); Israele pose le mani su Efraim e Manasse per benedirli (Gen 48,14-19). La mano indica il potere: simbolo regale, di colui che pu! Imporre le mani segno di trasmissione di ci che si : induce continuit e identificazione tra s e laltro. Ges trasmette ai bambini la sua benedizione di Figlio, il suo Spirito. Forse unallusione al battesimo. Certamente indica il diritto che i bambini hanno di partecipare allassemblea dei figli di Dio, alla quale tutti apparteniamo per grazia e non per merito. Il battesimo dei bambini sottolinea laspetto di dono, quello degli adulti a sua volta ne evidenzia la responsabilit che ne consegue. La confermazione ha per noi questo senso: ladulto conferma, coscientemente e liberamente, il suo impegno a vivere il pegno che nel battesimo ha ricevuto. Il diventare adulti non altro che riconoscere la grazia del nostro essere piccoli: siamo figli che vivono dellamore gratuito del Padre. La piccola via, linfanzia spirituale di S. Teresa di Ges Bambino, dottoressa della Chiesa, una intuizione potentemente evangelica in unepoca di positivismo razionalistico. e pregasse. Che preghiera avr fatto con loro e per loro se non la sua stessa di Figlio, che dice s al Padre e ai fratelli (cf. 11,25ss)? i discepoli li minacciarono. Minacciare o sgridare la stessa parola usata negli esorcismi per indicare ci che Ges fa con i demoni. Esce anche nello scontro con Pietro (16,22; cf. Mc 8,32.33). Secondo i discepoli i bambini non possono aver parte con loro, perch non solo disturbano, ma anche non possono n capire n osservare la Parola. Solamente a tredici anni, dopo un apprendistato riservato a loro, possono diventare bar-mizw, figli del precetto. v. 14: Ges disse. Marco 10,14 sottolinea che Ges si adir. Latteggiamento dei discepoli suscita in lui uno sdegno analogo a quello che prov davanti alla durezza di cuore di chi lo vuol uccidere (Mc 3,5s). Ci che facciamo a uno di questi piccoli, in realt lo facciamo a lui (25,40.45). Se i piccoli disturbano, sappiano i discepoli che a lui d fastidio il loro atteggiamento, non quello dei bambini.

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lasciate i bambini e non impedite loro. I bambini non vanno impediti. Queste parole di Ges sono da intendere contro chi vuol impedire loro il battesimo (cf. At 8, 36; 10,47; 11,17)? venire a me. Venite a me (11,28), dice Ges a tutti, invitandoli al banchetto della sapienza del Figlio, riservato ai piccoli (11,25-27). Non solo non dobbiamo impedire ai piccoli laccesso al Signore, ma dobbiamo diventare e fare come loro. Solo cos accogliamo il suo giogo leggero e soave, siamo liberi dalle fatiche e dalloppressione della legge, giungiamo alleredit piena dei figli (11,28-30). di questi il regno dei cieli. In 11,25-27 Ges dice che la sapienza del Figlio la conoscenza del Padre rivelata agli infanti. In 18,3 dice di convertirsi e diventare come bambini per entrare nel regno. Ora dice che il regno dei bambini. A differenza degli adulti, che sono anche sposi, padri e madri, e fanno tante cose, i bambini sono solo figli, e tutto ricevono. Il regno loro, proprio perch il regno del Padre sono i figli, i suoi piccoli. Il bambino vive in quanto riconosciuto, accolto ed amato. Non vero che il bambino non pu aver fede. Al contrario: vive di fiducia assoluta nellamore di chi lo accoglie. Se resta deluso in questa, non pu vivere, se non male. Ognuno di noi respira nella misura in cui la sua fiducia corrisposta da un sorriso materno, che non delude. Luomo bisogno assoluto di fiducia, perch cosciente di essere relativo. E uno non pu essere relativo al nulla, ma a Dio, suo partner: diversamente dal nulla, per il nulla, ed nulla! La coscienza di essere relativi il nostro marchio divino: il desiderio di assoluto. Si dice che il bambino non usa la ragione e quindi non pu credere in Dio (la fede assenso razionale!). Al contrario: ha sempre ragione, e vive di pura fede. Luomo diventa adulto quando accoglie il bambino che anche in lui, che lui che il Figlio stesso. Allora conosce se stesso come conosciuto (1Cor 13,12). Il figlio esiste in quanto termine di dono gratuito; solo cos se stesso, libero e capace di volersi bene e di voler bene. Chi di nessuno, non amato n accettato, si sente in colpa di vivere; schiavo della mancata accettazione, in lotta perenne con s e con tutti. La dignit delluomo quella di Ges, il Figlio, che dice di ognuno di noi al Padre: Li hai amati come hai amato me (Gv 17,23).

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Il bambino vive spontaneamente ci che ladulto dovr realizzare liberamente. Il nostro rapporto con laltro e con il mondo dipende dal nostro rapporto con lAltro e con noi stessi. Se lAltro Madre/Padre, noi abbiamo la nostra identit di figli. Se non accettiamo questa, rifiutiamo noi stessi, e avremo un rapporto di rapina con madre e padre, con il partner e col mondo intero. Da amore, dono e comunione, tutto diventa egoismo, possesso e morte. v. 15: imposte loro le mani. I bambini hanno lo stesso potere di Ges (cf. 18,59), che in loro si rispecchia nella propria realt di Figlio. and via di l. Ges sta andando dalla Galilea a Gerusalemme (19,1), dove compir la sua missione di Figlio, facendosi ultimo e servo di tutti. 3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges in cammino verso Gerusalemme. c. chiedo ci che voglio: avere lo Spirito del Figlio, diventare bambino. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare:
furono portati a lui dei bambini

impose loro le mani i discepoli li minacciarono lasciate i bambini non impedite loro di venire a me di questi il regno dei cieli.

4. Testi utili Sal 8; 131; Mc 10,13-16; Mt 6, 25-34; 11,25-30; 18,1-7; Gv 3,1-17; Gal 4,1-7; Rm 8,14-17; 1 Pt 2,1-3. 80. VA, VENDI CI CHE HAI E DA AI POVERI
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E AVRAI UN TESORO NEI CIELI, E VIENI, SEGUI ME 19,16-30

19,16 Ed ecco uno che, avvicinatosi, gli disse: Maestro, che far di buono per avere la vita eterna? 17 Ora disse a lui: Perch mi chiedi circa ci che buono? Uno solo buono! Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti! 18 Gli dice: Quali? Ora Ges disse: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 20 onora il padre e la madre e ama il tuo prossimo come te stesso. Gli dice il giovane: Tutto queste cose le ho custodite. Cosa ancora mi manca? 21 Gli disse Ges: Se vuoi essere perfetto, va, vendi ci che hai e da ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; e vieni, segui me! 22 Ora il giovane, udita la parola, se ne and triste; aveva infatti molti beni.
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23

Ora Ges disse ai suoi discepoli: Amen vi dico, che un ricco difficilmente entrer nel regno dei cieli.

24

Di nuovo vi dico, pi facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio.

25

Ora, udito, i discepoli furono molto scossi, dicendo: Chi dunque pu salvarsi? 26 Ora, guardando dentro, Ges disse loro: Presso gli uomini questo impossibile, ma presso Dio tutto possibile! 27 Allora, rispondendo, Pietro gli disse: Ecco, noi lasciammo ogni cosa e ti seguimmo; che sar dunque di noi? 28 Ora Ges disse loro: Amen, vi dico, voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio delluomo seder sul trono della sua gloria, sederete anche voi su dodici troni per giudicare le dodici trib dIsraele.

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E chiunque avr lasciato case, fratelli e sorelle e padre e madre e figli e campi a causa del mio nome, ricever il centuplo ed erediter la vita eterna. Ora molti primi saranno ultimi,

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e ultimi, primi.

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1. Messaggio nel contesto Va, vendi ci che hai e da ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; e vieni, segui me!. la proposta di Ges a chi gli chiede che fare per avere la vita eterna. una proposta oltre la giustizia; realizza quella giustizia eccessiva che introduce nel regno (5,20). rivolta a ogni uomo, chiamato ad essere discepolo di Ges, Figlio perfetto come il Padre (5,48). Per un figlio i beni sono dono del padre da condividere con i fratelli. Chi li accumula rende se stesso schiavo dellegoismo e i fratelli schiavi della miseria. Libero colui che capace di usarli a servizio degli altri. Lattaccamento ai beni il grande inganno, la seduzione che soffoca la Parola (13,22). La brama di ricchezze principio di tutti i mali (cf. 1Tm 6,10), vera idolatria (Ef 5,5; Col 3,5), che esclude dal regno, che per i poveri in spirito (5,3). Ges ci offre di vivere come da principio non solo il rapporto con laltro e con noi stessi, ma anche con i beni del mondo. Questi non sono il fine a cui sacrificare la vita propria e altrui, ma il mezzo da usare tanto-quanto serve per vivere da figli e da fratelli, con piena libert, senza lasciarci condizionare. Ci che teniamo in proprio, ci divide dagli altri; ci che doniamo, ci unisce. I beni materiali sono quindi benedizione e vita se liberamente condivisi, maledizione e morte se compulsivamente accumulati. Ges ci dona di essere uomini liberi, che sanno servirsi di tutte le cose invece di servirle ed esserne asserviti come schiavi. Siamo figli, signori e non servi del creato, proprio in quanto con esso serviamo i fratelli. Da principio tutto dono. Possedere e accumulare distruggere la radice stessa della creazione: la violenza per appropriarsi delle cose distrugge, non solo la fraternit, ma anche i beni stessi di cui viviamo. La cacciata dallEden, come lesilio dalla terra promessa, conseguenza amara del voler rapire ci che donato. Il senso dellanno santo in Israele ristabilire la condivisione dei beni (Lv 25, 8-17), che inevitabilmente tendono ad accumularsi nelle mani di pochi a svantaggio di tutti. Questa la condizione per abitare la terra (Lv 25,18s). Diversamente la terra inabitabile: diventa un deserto dove regna lingiustizia e la violenza dei potenti.
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Nudi siamo usciti dal ventre materno; nudi torneremo alla terra (cf. Gb 1,20s). Ogni uomo, almeno alla fine, compir il precetto del Signore di lasciare tutto e tornare bambino. Ciascuno porter con s il suo tesoro vero: non saranno le ricchezze possedute e accumulate, ma quelle vendute e condivise. Di queste nulla andr perduto; tutto il resto sar bruciato come paglia al fuoco (cf. 1Cor 3, 12-15). Quanto Ges dice al giovane ricco (v. 21) non un consiglio evangelico per qualcuno che vuol essere pi bravo: la perfezione che il vangelo di libert offre a tutti. Uomo perfetto, maturo e completo, colui che concretamente vive tutto come dono ricevuto e donato. Cos diventa figlio, e realizza il comando di amare gli altri con lo stesso amore con il quale Ges lo ha amato (cf. Gv 13,34). Linterpretazione di queste parole di Ges ha una lunga e varia storia. Levangelista Luca le prende alla lettera: Ges realizza oggi lanno santo (vedi il suo discorso programmatico in Lc 4,18-21). La Chiesa, dopo di lui, porta avanti la sua salvezza di Figlio, vivendo concretamente la fraternit (At 2,4248; 4,32-35; cf. Lc 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 12,33s; 14,13.33; 16,9; 18,22; 19,8). Ma un gesto di libert, al quale nessuno costretto (cf. At 5,4!). Origene dice ai ricchi di far parte dei beni materiali coi poveri per aver parte ai loro beni spirituali. S. Giovanni Crisostomo avvisa che la povert interiore necessaria, ma non sufficiente: occorre aiutare i poveri con le proprie ricchezze. S. Basilio richiama anche i padri di famiglia a disfarsi della ricchezza - intesa come il superfluo - per non andare contro il comando dellamore, che esige una certa uguaglianza tra gli uomini. La sollecitudine per i figli non deve essere un pretesto per trascurare lordine del Signore! I credenti hanno cercato di comprendere, interpretare e vivere secondo le diverse circostanze queste parole di Ges con maggiore o minore difficolt sempre comunque rigettando, almeno a parole, lamore per la ricchezza e il possesso che danneggia i fratelli. Il consiglio evangelico - che diventa poi il voto di povert dei religiosi - valido solo nella misura in cui inteso come segno profetico di ci che tutti sono chiamati a vivere. I voti di povert, castit e obbedienza sono una testimonianza radicale e visibile di quella libert evangelica nei confronti delle cose, delle persone e di noi stessi, che tutti dobbiamo avere per amare Dio e servire i fratelli. La testimonianza radicale per riservata a qualcuno come
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dono particolare. Ma non tutti capiscono questa parola: chi pu capire, capisca (vv. 11s). Dio fa un dono diverso a ciascuno: Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro (1Cor 7,7). Ma ogni dono per il bene comune (1Cor 12,7), manifestazione dellamore, che per tutti e mai tramonter. Non tutti faremo come Madre Teresa di Calcutta; ma nessuno di noi pu trascurare di vivere, come pu, quellamore per gli ultimi che essa ha cos mirabilmente testimoniato. Per tutti la via della vita passa attraverso la povert, lumilt e il servizio. Possesso e ricchezza, orgoglio e dominio sono le armi con le quali il nemico ci tiene in schiavit. Il povero a sua volta stia attento a non avere il cuore del ricco. Oggi i mass-media propongono anche a lui un modello che gli aliena la sua vera ricchezza: quella povert che apre al regno! Ci che vale dei beni materiali, vale di ogni altro bene, intellettuale, morale e spirituale: un dono da ricevere come figli e da donare ai fratelli, per il servizio comune. Il brano si articola in tre parti: la necessit di essere liberi dai beni per realizzarsi (vv. 16-22); la ricchezza, reale o desiderata, non aiuto, ma impedimento ad entrare nel regno ( vv. 23-26); al discepolo donato al presente questa libert che gli dischiude il futuro ( vv. 27-29). Per questo molti dei primi saranno ultimi e viceversa ( v. 30). Ges il povero, ultimo e servo di tutti, perch il Figlio (Fil 2,6-11). La Chiesa segue lui, diventando sale della terra e luce del mondo (5,13ss): conosce la grazia di colui che da ricco si fece povero per arricchirla con la sua povert (2Cor 8,9).

2.

Lettura del testo v. 16: Maestro, che far di buono per avere la vita eterna? Ogni uomo si

chiede: "che fare per ottenere la felicit che desidera? Si interroga da dove partono e dove portano le sue azioni, per indirizzarle liberamente allobiettivo che coscientemente si propone come sua realizzazione. Non programmato dallistinto, sa per esperienza che pu fallire: la sua mente debole facilmente ingannata, il suo cuore pavido subito piegato alla schiavit.
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v. 17: perch mi chiedi circa ci che buono ? Uno solo buono! Ges lo mette sulla strada: il suo Dio Dio, lunico buono, o mammona (6,24)? Dio buono perch amore umile e servizievole, che d la vita. Mammona lidolo dellegoismo, arrogante e schiavizzante, che d la morte. se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. La vita nostra la stessa di Dio: amare! E lamore, pi che nelle parole, sta nel condividere ci che si ha e ci che si . Lamore del Padre si vive nellamore dei fratelli, compimento della legge (cf. 22,37-40; 7,12; Rm 13,8-10). v. 18s: non uccidere, non commettere adulterio, ecc. Ges enumera i doveri verso il prossimo, dei quali per ha gi detto che sono da vivere in modo nuovo, con il cuore del Figlio (cf. 5,21-48). Non parla dellamore del Signore, perch ormai si realizza in pienezza nel seguire Ges (v. 21). v. 20: tutte queste cose le ho custodite. Questo giovane irreprensibile nellosservanza della legge, come Paolo (Fil 3,6). cosa ancora mi manca? Per essere perfetto come il Padre, bisogna essere fratello e seguire il Figlio. Per questo gli manca la sublimit della conoscenza dellamore del Figlio per lui (Fil 3,8). Non ha ancora il cuore nuovo, libero di amare come amato: gli manca il passaggio dalla legge al vangelo. v. 21: se vuoi essere perfetto. Perfetto significa compiuto. Ci che non compiuto non ancora realizzato. Unazione incompiuta, fallita. La perfezione di cui parla Matteo non quindi un consiglio, ma il passo necessario per essere davvero figli (cf. 5,48). va, vendi ci che hai e da ai poveri I beni, fino a quando non sono condivisi coi fratelli, sono la nostra lontananza dal Padre e dal Figlio. Bisogna allontanare da s ci che allontana dal Dio della vita. avrai un tesoro nei cieli. Solo cos uno ha il suo cuore dove il suo tesoro. e vieni, segui me! Chi si fa fratello, viene verso il Figlio e segue il suo cammino. Dare ai fratelli e seguire il Signore il pieno compimento del comando dellamore di Dio e del prossimo. v. 22: il giovane se ne and triste; aveva infatti molti beni. Per lui il suo bene sono ancora i suoi beni. Non li ha come benedizione: ne maledettamente avuto. Non ancora libero: schiavo di mammona.

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Il vangelo apocrifo degli Ebrei dice che il giovane comincia a grattarsi la testa, perch la proposta lo preoccupa. E Ges gli dice: Come puoi dire di osservare la legge e i profeti, se nella legge scritto di amare il prossimo come te stesso, ed ecco, molti tuoi fratelli sono vestiti di sterco e morti di fame, mentre la tua casa piena di molti beni, e non ne esce nulla per loro? v. 23: un ricco difficilmente entrer nel regno dei cieli. Il regno dei poveri in spirito (5,3). Per questo i ricchi difficilmente vi entrano: devono prima diventare poveri! v. 24: pi facile che un cammello entri, ecc. Ci che appena stato dichiarato difficile, ora detto impossibile. Pu forse un cammello passare per la cruna di un ago? v. 25: i discepoli furono molto scossi. Ritengono che le ricchezze siano un aiuto, non un impedimento. Sono ancora vittime dellinganno della ricchezza (13,22): non sanno che il cuore, schiavo dellegoismo, volge in male ogni bene. Allimprovviso sono colpiti al vedere come sia impossibile la libert che fa entrare nel regno. chi dunque pu salvarsi? Se la condizione per la felicit questa libert, chi la conseguir? v. 26: guardando dentro. Ges entra con il suo sguardo nel cuore dei discepoli. quellocchio che li ha visti e sedotti fin dal principio (4,18). presso gli uomini questo impossibile . Ges conferma che vero quanto hanno capito. Nessuno libero, nessuno pu salvarsi! ma presso Dio tutto possibile. La liberazione della libert delluomo azione divina per eccellenza. data a chi incontra lo sguardo del Signore Ges, che gli risveglia nel cuore la sua verit che era fin dal principio - e che dallinizio fin sepolta da menzogne e paure. v. 27: allora, rispondendo, Pietro disse. Pietro scopre con sorpresa che ci che impossibile agli uomini, gi stato donato da Ges ai suoi discepoli. noi lasciammo ogni cosa e ti seguimmo (4,18-22). Come Paolo, i discepoli hanno visto in Ges il loro Signore (Fil 3,8) il sommo bene, il tesoro nascosto della loro vita, la perla preziosa di cui andavano in ricerca (13,44ss). che sar a noi? Pietro meravigliato per il dono ottenuto, e si chiede cosa mai sar la felicit che ne consegue.

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v.

28:

voi

che

mi

avete

seguito,

ecc.

Nella

nuova

creazione

(palingenesi), nel giorno senza tramonto che gi ora cominciato, i discepoli parteciperanno alla regalit, alla gloria, alla ricchezza del Figlio. I poveri regneranno per sempre con lui. v. 29: chiunque avr lasciato, ecc. Chi, per amore di Ges (nel mio nome) ha lasciato tutto, non perde nulla: ottiene tutto, ed eredita la felicit senza fine. La pienezza del dono si manifester dopo; ma gi ora il regno suo (5,3). Per questo il suo futuro sar diverso (cf. 5,4-12). Il presente rimane il luogo per decidere il passaggio dallegoismo allamore: lo spazio della liberazione della nostra libert. v. 30: molti primi saranno ultimi, e ultimi, primi. I nostri modi di pensare e di agire sono capovolti. Il nostro giudizio perverso: manca di verit. Primo non il ricco, ma il povero, del quale il regno (5,3).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Ges che va verso Gerusalemme. c. chiedo ci che voglio: la libert dallinganno della ricchezza. d. traendone frutto, contemplo la scena, immedesimandomi con il giovane ricco e poi con Pietro. Da notare: che far per ereditare la vita eterna? uno solo buono osserva i comandamenti tutto questo ho custodito, cosa ancora mi manca? va, vendi ci che hai e da ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli e vieni, segui me se ne and triste perch aveva molti beni un ricco difficilmente entrer nel regno dei cieli

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pi facile per un cammello entrare per la cruna di un ago chi pu salvarsi? presso gli uomini questo impossibile; ma presso Dio tutto possibile lasciammo ogni cosa e ti seguimmo che sar dunque di noi? i primi saranno gli ultimi, gli ultimi i primi.

4.

Testi utili

Sal 49; Lv 25,8-17; Lc 12,13-21; 16,1-13; 19,1-10; At 2,42-48; 4,32-37; Fil 3,1ss; Gc 5,1-11.

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81. IL TUO OCCHIO CATTIVO PERCH IO SONO BUONO? 20,1-16

20,1 Infatti il regno dei cieli simile a un uomo, un padrone di casa, che usc allalba per assoldare operai per la propria vigna. 2 3 4 Accordatosi con gli operai per un denaro al giorno, li mand alla sua vigna. E, uscito allora terza, vide altri che stavano sulla piazza inoperosi. E disse a costoro: Andate anche voi alla vigna, e vi dar ci che sar giusto. 5 Essi andarono. Di nuovo, uscito alla sesta e alla nona ora, fece altrettanto. 6 Uscito circa lora undicesima, trov altri che stavano l, e dice loro: 7 Gli dicono: Perch nessuno ci ha assoldati. Dice loro: Andate anche voi nella vigna! 8 Ora, venuta la sera, dice il signore della vigna al suo procuratore: Chiama gli operai e da loro la paga, cominciando dagli ultimi, fino ai primi. 9 10 E, venuti quelli dellundicesima ora, ricevettero un danaro ciascuno. E, venuti i primi,
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pensarono che avrebbero ricevuto di pi, e ricevettero un denaro ciascuno anche loro. 11 12 Ora, ricevendolo, brontolavano contro il padrone di casa dicendo: Questi ultimi fecero unora sola, e li facesti pari a noi che abbiamo portato il peso della giornata e la calura! 13 Ora egli, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, non ti faccio ingiustizia: non hai forse concordato con me per un danaro? 14 Prendi il tuo e vattene! Ora voglio dare a questo ultimo come anche a te. 15 Non mi lecito fare ci che voglio delle mie cose? O il tuo occhio cattivo perch io sono buono? 16 Cos gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi.

1.

Messaggio nel contesto Il tuo occhio cattivo perch io sono buono?, chiede a quelli che

vorrebbero essere primi, colui che presta attenzione agli ultimi. I primi sono ultimi e gli ultimi primi anche nei beni spirituali. Chi lascia tutto per lavorare nella vigna, come Pietro e compagni, riceve una grande ricompensa, come appena detto (19,27-29). Questa parabola ci mostra che essa un dono di grazia accordato a tutti, cominciando dagli ultimi arrivati. Il Signore, il solo buono (19,17), fa alla perfezione ci che dice al giovane ricco: d tutto ci che suo ai poveri (v. 21). La vigna il popolo, chiamato a portare i frutti del regno, che sono lamore di Dio e del prossimo. Il Signore esce di continuo, a tutte le ore, per chiamarci e richiamarci. Tutta la nostra giornata - la storia di ogni singolo e di tutti - non che una chiamata costante a fare frutto.
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Questa parabola distrugge alla radice la logica del possesso e della pretesa: nessuno pu vantare titoli di credito per ci che puro dono di grazia. I primi chiamati, sia in Israele che nella Chiesa, sono come Giona: si incupiscono nel vedere che Dio misericordioso, clemente, longanime e di grande amore (Gn 4,2). Sono attaccati ai loro beni spirituali, come il giovane ricco a quelli materiali. Sono simili a Paolo, che si gloriava della sua irreprensibilit nella giustizia della legge (Fil 3,3-6); sono come il fratello maggiore, che si adira nel vedere che il Padre buono con il fratello minore (Lc 15,28). Questa parabola un vangelo in nuce, simile a Luca 15,1ss. in contrasto con letica del capitalismo, materiale o spirituale che sia. Non contro la legge o la giustizia - agli operai della prima ora dato quanto giusto -; accentua per la grazia. La legge e la giustizia di Dio quella dellamore e della liberalit; la sua retribuzione eccede ogni merito: un premio, dato per misericordia a tutti. I primi chiamati al lavoro nella vigna rischiano di rifiutare il Signore, perch magnanimo verso gli ultimi. Per tutti la salvezza lamore gratuito del Padre. Non si pu rapirlo con astuzia o guadagnarlo con sudore: grazia. La vita eterna, che il giovane ricco vuole avere (19,16), si pu ottenere non facendo qualcosa di pi, ma lasciando tutto. Bisogna lasciare, oltre i beni materiali, anche quelli spirituali. Il regno dei poveri in spirito (5,3), di chi diventato come un bambino e lo accoglie come dono del Padre ai figli nel Figlio. Il privilegio dei piccoli e degli ultimi che, non meritandolo, capiscono che un dono. Gli altri - i ricchi in spirito - lo accoglieranno solo se, a differenza del fratello maggiore, accetteranno il minore; solo se, a differenza di chi ha lavorato dallalba, saranno contenti che i loro fratelli dellultima ora, abbiano il loro stesso stipendio di figli. Questa parabola, insieme a quella dellamministratore di Lc 16,1ss, anche pi irritante di Lc 15,1ss perch usa un linguaggio economico: una stoccata al nostro modo mercantilistico di concepire lamore. Il brano si divide in due parti: ci sono cinque diverse chiamate dallalba fino a unora prima del tramonto ( vv. 1-7): al calar del sole c la ricompensa, cominciando dagli ultimi che ricevono lo stesso compenso pattuito con i primi,

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che, ovviamente, si lamentano ( vv. 8-16). Il fulcro il rimprovero a uno degli operai della prima ora, che non accetta che il Signore tratti come lui quelli dellultima ora. Ges riporta sulla terra ci che era al principio: il modo di agire del Padre, che benevolo con tutti i suoi figli, anche con chi non lo merita (cf. 5,45). La Chiesa, se cerca salvezza dalle proprie opere, sa che non ha pi nulla a che fare con Cristo: decaduta dalla grazia (Gal 5,4). I cristiani, consci di essere stati salvati per grazia (cf. Ef 2,5), deponendo asprezza, sdegno, ira, clamore, maldicenza e ogni genere di malignit, sono benevoli gli uni con gli altri: si fanno vicendevolmente grazia come Dio li ha graziati in Cristo (Ef 4,31s).

2.

Lettura del testo v. 1: Il regno dei cieli simile a un uomo, un padrone di casa, che usc allalba per assoldare

operai per la propria vigna. La vigna simbolo del popolo infedele allalleanza, perch non d il suo frutto (cf. Is 5,1-7; Ger 2,21; 5,10; 8,13; Ez 19,10-14). Anche nel cap. seguente ci saranno due parabole sulla vigna e sui lavoratori (21, 28-31. 33-41). Destinatari della parabola sono gli operai della prima ora, assoldati allalba: non devono incattivirsi se il padrone d agli altri sopra i meriti. Ges giustifica con queste parole la sua disponibilit con gli ultimi e i peccatori. Il Figlio delluomo venuto a salvare ci che ha perduto (18,11). La salvezza non un pane di sudore, ma dono del Padre ai suoi figli (Sal 127,2); ne mangia chi, come lui, contento che tutti i fratelli, cominciando dagli svantaggiati, siano salvati. Chi, come il giovane ricco, ha da sempre osservato la legge, ha ancora una cosa da fare: sbarazzarsi della propria giustizia per godere della retribuzione di Dio, che lui stesso, amore gratuito per tutti e per ciascuno. v. 2: accordatosi con gli operai per un danaro, ecc. Solo con i primi c un patto, che comunque sar rispettato. Il Signore rispetta le sue promesse fatte ad Israele, il primogenito, anche se per grazia le estende agli altri. Cos che promette Dio alluomo se non se stesso, com-promesso in ogni sua promessa? Un danaro la paga quotidiana necessaria per vivere. Nel contesto richiama la ricompensa di cui si parla nel brano precedente. Che cosa necessario per vivere una vita umana, da figlio di Dio (cf. 19,13s) -

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quella vita perfetta proposta al giovane ricco (19,21) , se non amare Dio e il prossimo, compimento della legge e dei profeti (22,40)? v. 3: uscito allora terza. Sono le nove del mattino. I primi operai hanno gi lavorato tre ore con lena, al fresco del mattino, e cominciano a sentire la fatica. vide altri che stavano sulla piazza inoperosi. Le varie ore della chiamata sono riferite da antichi commentatori alle varie et in cui ogni persona chiamata o alle varie epoche del genere umano - da Adamo a No, da No ad Abramo, da Abramo a Mos, da Mos a Ges. Lultima ora quella presente che comincia con Ges e terminer al suo ritorno. Poi ci sar la fine del giorno e la ricompensa. La giornata, che termina con la sera e la retribuzione, immagine della vita di ciascuno e della storia umana nel suo insieme. v. 4: andate anche voi alla vigna. In ogni momento della vita personale, come in ogni epoca storica, c una chiamata del Signore. Ogni momento loggi dellascolto di Dio, che ci invita a lavorare la vigna. Questo padrone sta probabilmente vendemmiando, e ha urgenza di raccogliere i frutti perch non si perdano. Il tempo compiuto (Mc1,15): con Ges iniziato il tempo del raccolto. Il Padre ha urgenza di raccogliere tra i suoi figli il frutto dellamore filiale e fraterno - a qualunque ora - perch la loro stessa vita. vi dar ci che sar giusto. Con i primi fu pattuito un danaro, stabilito come giusta paga quotidiana. Con questi si impegna, dicendo che dar ci che giusto, senza pattuire la cifra. E qual la giustizia di Dio, se non quella eccessiva che introduce nel regno (5,20)? v. 5: di nuovo, uscito alla sesta e alla nona ora, fece altrettanto. A mezzogiorno e alle tre del pomeriggio ci sono altre due chiamate di disoccupati, analoghe alla seconda. v. 6: allundicesima ora. Sono le cinque del pomeriggio: i primi lavorano gi da undici ore. Manca unora alla sera. perch state qui inoperosi? Con questi c un dialogo in forma diretta. Pi che un rimprovero, un incoraggiamento a lavorare, anche se ormai resta poco tempo. Non mai troppo tardi per convertirsi e portare frutti. Proprio questi avranno la sorpresa di una grazia sovrabbondante. v. 7: nessuno ci ha assoldati. Le circostanze (non si sa quali) hanno loro impedito di lavorare. La colpa non loro; sembra addirittura del padrone della vigna, che non li ha chiamati prima. Certamente il Padre si sente in colpa verso i suoi figli che rischiano di fallire lesistenza. andate anche voi nella vigna. Con i primi pattuito un salario preciso; con gli altri ci che giusto; con questi niente. Sono affidati alla pura benevolenza del vignaiolo.

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v. 8: venuta la sera. la fine della fatica, del giorno delluomo e della sua storia. Inizia il riposo e il godimento: la ricompensa. chiama gli operai. Tutti insieme, alla sera, assistiamo allultima chiamata per la retribuzione del Signore. da loro la paga, cominciando dagli ultimi, fino ai primi. Se avesse cominciato dai primi, questi non avrebbero visto la scena e non avrebbero ricevuto la lezione. Comincia invece dagli ultimi, che sono i primi a ricevere la paga. Cosa riceveranno? v. 9: quelli dellundicesima ora ricevettero un danaro ciascuno. Ecco la meraviglia. Il Signore misericordioso: d agli ultimi quella paga che necessaria per vivere. Ma di cosa vive luomo, se non dellamore del Padre? E cosa pu dare lui di meno di se stesso, se tutto amore? Ognuno ne riceve secondo la sua capacit. E la capacit di ricevere proporzionale al bisogno mani vuote stringono pi che mani piene! Chi amer di pi, se non colui al quale stat