Sei sulla pagina 1di 110

GIACOMO.

edizioni

~
SULLO SPIRITO DI DIO
GIACOMO BIFFI

Sullo Spirito
dI
Dio
Soliloquio

edizioni

~
Milano 1986
Proprietà letteraria riservata
l a ristampa 1986

Nihil obstat, 7-4-1974


SAC. FRANCO PIZZAGALLI, Censo Eccl.
Imprimatur, 8-4-1974
t LIBERO TRESOLDI
SOMMARIO

CAPITOLO I pago
Perplessità 7
Soliloquio - Che giova al mondo, se conquisto tutto l'uo-
mo e perdo l'anima mia? - In solitudine - In silenzio -
1:.veramente mio solo quel che mi è donato - 1:.possibile
parlare dello Spirito?

CAPITOLO II
Un destino fuori misura 16
Un Dio che non rispetta i confini - Una luce troppo alta
per un mondo troppo brutto - Un dilemma sconvolgente

CAPITOLO III
Fuoco e acqua. 23
Il battesimo di fuoco - Un fuoco misericordioso - Un
fuoco che vuoi divampare - La sete dell'uomo - L'acqua
dello Spirito

CAPITOLO IV
Nube e colomba 31
Il segno di una presenza - Il Dio presente - Ambiguità
dei fatti compiuti - Maria e la nube - La colomba - I cie-
li squarciati

CAPITOLO V
I frutti dello Spirito 40
Principio di fecondità - L'eroe dei due mondi - L'accet-
tazione della realtà - I doni sono molti

CAPITOLO VI
I carismi dello Spirito 47
I «frutti» e i «carismi» - Il discernimento dei carismi

5
CAPITOLO VII pago
Gesù di Nazareth e lo Spirito Santo 53
Lo Spirito si rivela - Gesù pellegrino, condotto dallo
Spirito - Lo Spirito mandato da Gesù glorioso

CAPITOLO VIII
Lo Spirito unificatore . 58
L'unificazione dell'universo - Le effusioni unificanti - La
unità della Rivelazione e della fede - Spirito e ortodossia
- L'unificazione degli atti sacramentali - Unità dei cari-
smi e dei ministeri

CAPITOLO IX
Lo Spirito tra integralismo e secolarismo 69
L'unità dell'universo - Un dilemma imbarazzante - Il di-
vario si fa più profondo - Ognuno cita la sua Scrittura -
A ognuno è proposta la sua eresia - Dove ci porta lo
Spirito - Semplici norme di comportamento di fronte ai
valori «secolari»

CAPITOLO X
Lo Spirito e il prodigio dell'atto di fede . 81
La nuova storia del mondo comincia con l'atto di fede -
Integralità dell'atto di fede - L'atto di fede esige la «cri-
stianità» - Valore relativo delle cristianità - Un idillio e
un contrasto - Impossibilità e necessità del dialogo

CAPITOLO XI
Lo Spirito e il sacro 91
Sacro e profano - Una distinzione che sembrerebbe in-
fondata - ... ed è irrinunciabile - Il «sacro» nella econo-
mia della redenzione - Il sacro è ciò che è obiettiva-
mente santo

CAPITOLO XII
Lo Spirito e il prodigio della Chiesa . 99
Sacro più santo uguale Chiesa - «Come sei bella, amica
mia, come sei bella» (Cant. 1,15) - Nasce il corpo di
Cristo - La vita «secondo lo Spirito» - Capire le cose
dello Spirito - «Dove c'è lo Spirito, lì c'è la libertà»

6
I

PERPLESSIT A'

SOLILOQUIO

Soliloquio è una parola un po' in disuso, direi


addirittura screditata, anche tra i più contemplativi
discepoli del Signore. E non tanto perché non càpi-
ti più agli uomini di parlare da soli, senza ascoltare
e senza essere ascoltati: i dibattiti, i confronti, gli
scambi di esperienze sono di solito monologhi giu-
stapposti. Ma: bisogna riconoscerlo, non c'è nel
succedersi dei monologhi quell'aria intimistica, che
sembra evocata dal termine soliloquio.
t: una parola provocatoria, anche per me. Da es-
sa - e da altre parole un tempo abusate, come a-
nima o vita interiore - istintivamente mi avvedo
di rifuggire. Non le uso più, nemmeno nei ragiona-
menti più segreti. Tanto meno mi azzardo a pronun-
ciarle o a scriverle: non voglio correre il rischio di
essere compatito come un pietista o un alienato, o
- da chi ha fatto studi più severi - di essere ma"
gari accusato di platonismo.

Però qualche autoprovocazione talvolta mi fa be-


ne, mi scuote, mi impedisce l'acquiescenza all'ar-
roganza dei luoghi comuni.
Perciò mi faccio coraggio; e soliloquio sia. Del

7
resto è parola di grande nobiltà nella storia della ri-
flessione cristiana. E poi esprime bene ciò che mi
sta a cuore di significare: e cioè che non sono ri-
cercati interlocutori umani in questo discorso; che
esso non è nato in seno alla comune ricerca di grup-
po; che neppure è destinato a una comunità. Al con-
trario, come clima proprio suppone silenzio e soli-
tudine, anche se un cristiano non può mancare di
portare pur nella solitudine il pensiero dei suoi fra-
telli: la nostra è sempre una vita ecclesiale.

CHE GIOVA AL MONDO, SE CONQUISTO


TUTTO L'UOMO E PERDO L'ANIMA?

La perplessità non nasce solo dal vocabolario.


Questi soliloqui non ti sembrano un lusso? Di fronte
alla sofferenza degli uomini, non ti passa la voglia
di meditare sullo Spirito santo?
Mi passa la voglia di fare qualunque cosa, mi pas-
sa anche la voglia di vivere: ma se accetto di vivere,
allora c'è un posto anche per lo Spirito di Dio.
Certo il dubbio talvolta viene: se mi occupo del-
la mia anima, mi sembra di tradire il mondo e la
sua pena; d'altronde se l'attenzione alla pena del
mondo mi distoglie da una vera e diretta vita in-
teriore, compio innegabilmente un suicidio. E non
c'è niente di più inutile di un suicidio: lasciare che
mi si estingua l'anima, non allevia i guai dell'uma-
nità e non dà salvezza a nessuno.
Meditare quando sulla terra c'è chi non mangia,
può apparire perfino un insulto, ed è invece un do-

8
vere; spesso è anche un dono per gli altri. Non ser-
virebbe neppure il pane, se insieme non si salvasse
l'idea che il pane si può e si deve trasformare in
vita interiore.

Questo però è un pensiero che viene a te, perché


tu non manchi di pane.

Appunto, ed è giusto che mi venga. Qui sta pro-


priamente la scelta: la scelta è tra privarsi del pa-
ne e il dovere di masticare col pane anche la parola
di Dio.
La sola cosa non consentita è di continuare a man-
giare e, per amore di quelli che hanno fame, rinun-
ciare a meditare.
L'ansia di condividere la miseria altrui non deve
mai separarsi dal desiderio, anche più necessario,
che gli altri condividano il nostro dono. Impoverirsi
interiormente per essere come i poveri, è giusto so-
lo se è conforme alla condotta di colui che, essendo
ricco, per noi si fece povero, ma senza gettare al
vento il suo tesoro e così potè farcene partecipi.
Se perdo la mia anima, la mia prossimità al mon-
do - o addirittura la mia identificazione col mon-
do -- non serve a nessuno, tanto meno al mondo.

IN SOLITUDINE

È possibile la solitudine su un pianeta così gre-


mito? Ed è lecita, oppure è un atto squisito d'egoi-
smo e una rinuncia all'amore?

9
Anche a questo proposito nasce una perplessità:
che cos'è la solitudine? è il segno della sconfitta o
il premio di chi è arrivato sulla vetta?
Comunque la si giudichi, la solitudine è una fata-
lità per l'uomo che abbia una sua interiore consi-
stenza. E in ogni caso, alla fine di tutto si è soli. Per-
ciò bisogna preparare lo spirito alla vita solitaria,
fin dall'inizio dell'esistenza consapevole. Bisogna al-
lenarsi fin dal principio, oltre che a star con gli al-
tri, anche a vivere soli.
Forse è anche, per l'uomo, la più autentica con-
dizione: una condizione che ha la sua pena e la sua
amarezza, ma anche la sua fecondità e la sua gioia.

Non ogni solitudine è un valore. Per essere un va-


lore, non deve escludere, ma piuttosto purificare e
dilatare la comunione con gli altri, anzi con l'uni-
verso.
Credo che il senso della solitudine sia per lo spi-
rito altrettanto necessario del senso della comunione
con gli altri: l'assenza dell'uno o dell'altro dà ori-
gine a qualche squilibrio dell'anima.
Il senso della solitudine non è dunque un lusso,
ma .~na necessità: è garanzia indispensabile per la
venta e la profondità della vita interiore. Senza co-
munione .la s~litudine approda aUa disperazione, ma
senza solitudine la comunione corre il rischio di va-
nificarsi nel multiloquio.

10
IN SILENZIO

La solitudine richiama il silenzio. Se non c'è si-


lenzio interiore non ha significato neppure la solitu-
dine. Ma arrivare al silenzio è impresa difficile. Pen-
so con desiderio a quel momento escatologico, di
cui parla l'Apocalisse, quando si farà nel cielo «un
silenzio di mezz'ora» (Ap. 8, 1).

Anche il silenzio non è un lusso. Tra l'altro ciò


che se ne pensa è come una spia delle diverse con-
cezioni del mondo.
Chi sa di vivere al confine della festa cosmica, do-
ve le voci delle creature beate si fondono col canto
d'amore e di gioia che risuona da sempre nel miste-
ro di Dio, spesso si augura che tutti i frastuoni si
plachino, per poter tentare di farsi ascoltatore della
parola eterna.
Chi invece - più o meno esplicitamente - pen-
sa di vivere ai margini del nulla, non sopporta il
silenzio, che è per lui la voce terrificante del vuoto
universale. E gli preferisce qualunque parola umana,
anche la più aspra e la più sciocca, perché in qual-
che modo e per qualche momento lo preserva dallo
spavento dell'universo deserto.
Credo si dia anche il caso di chi, francamente
ateo o almeno affascinato dall'ipotesi di un Dio che
dopo il misfatto della creazione si è reso latitante,
sente tuttavia la vanità delle chiacchiere e non si
rassegna a stordirsene, ma coltiva nel silenzio una
vita interiore che non ha interlocutori oltre se stes-

11
sa. C'è in questo senza dubbio una tragica nobiltà
di spirito, ma forse non c'è orrore più grande.

È VERAMENTE MIO
SOLO QUEL CHE MI È DONATO

Un soliloquio sullo Spirito di Dio esige che si par-


ta da una perfetta posizione di attesa. Più che di ri-
cerche e di ragionamenti, c'è bisogno di ascolto: ci
si mette in silenzio e vi si rimane, con pazienza e
con calma interiore. Presto o tardi qualcuno parlerà.

~ curioso rilevare che nella vita del mio spirito


ogni certezza faticosamente raggiunta, direi quasi
rabbiosamente strappata alla realtà, con indagini la-
boriose, pagate a caro prezzo con un lungo impegno,
resta sempre un po' estranea, eterogenea, inerte.
Ciò che mi si è imposto da solo, ciò che io non
ho conquistato, ma da cui sono stato quasi travolto,
ciò che mi è stato dato come un puro dono, è quan-
to di più originale, di più vivo, di più mio mi è
concesso di sperimentare.
Ciò che costruisci tu, fa fatica ad appartenerti, e
ciò che davvero è tuo, è il regalo di un altro.

È POSSIBILE PARLARE DELLO SPIRITO?

Il cristiano parla - o almeno tenta di parlare -


nello Spirito santo. Deve - o può - parlare anche
dello Spirito santo?

12
Lo Spirito è generalmente assente dalla predica-
zione corrente. Anch'io ne ho sempre parlato poco.
Chi ne tratta, ormai da molti decenni ne tratta co-
me del «grande sconosciuto» o del «grande dimen-
ticato» .
Qualche ragione può essere trovata in questa ri-
trosia a far della terza persona argomento dei pro-
pri discorsi.
Lo Spirito, più che oggetto di conoscenza, è co-
lui che ei fa conoscere il Figlio e, mediante la vi-
sione del Figlio, arriva a darei l'intelligenza del Pa-
dre, e così fa piovere la sua luce su tutte le cose,
disvelandocene il senso vero.
Più che il termine della nostra contemplazione,
è in noi comprincipio della contemplazione del Si-
gnore Gesù e del progetto d'amore deciso dal Dio
eterno. Più che il destinatario delle nostre suppliche,
è colui che dall'intimità profonda del nostro spirito
ci associa al suo gemere ineffabile e al suo deside-
rio di unità col Padre, fonte di tutta la vita divina:
desiderio sempre perfettamente appagato e sempre
vivo.

Un miope, in grazia degli occhiali, ricupera una


vista perfetta e gode di guardare le bellezze del
creato che si presentano nitide e vivaci, e non si
sogna - se non accidentalmente - di guardare gli
occhiali, che pur gli consentono la contemplazione
di tutto il resto.
Il respiro - per fare un altro esempio - ci con-
sente di vivere e prendere piacere dalle cose, ma

13
nessuno si avvede del piacere che prova a respirare,
fino a che questo bene non appaia insidiato. Ma ci
sono momenti nei quali - o perché si è appena usci-
ti dall'ambiente malsano di una galleria satura di
esaltazioni nocive o perché si è da poco arrivati do-
ve l'aria è straordinariamente fresca, leggera, profu-
mata - il godimento di allargare i polmoni e di sen-
tirci ossigenare il sangue è grande, e volutamente lo
si ricerca e lo si assapora.
Certo parlare dello Spirito troppo frequentemen-
te può essere perfino pericoloso. Ci si può convin-
cere, quasi senza avvedersene, di essere per ciò stes-
so illuminati da lui. Il contrario purtroppo ha più
probabilità di essere vero: più che di sé, egli parla
di Cristo e di Dio, sicché se lo si nomina troppo
spesso, potrebbe essere indizio di non essergli ab-
bastanza vicini e di non averne assimilato le con-
suetudini e lo stile.
Senza dire che gli abbagli in questo campo han-
no effetti gravissimi e, secondo una severa parola
di Cristo, talvolta senza rimedio.
Il primo e fondamentale «discernimento degli spi-
riti» va chiesto in dono a proposito dello Spirito
di Dio, di cui va percepita la presenza e accertata
l'identità tra una moltitudine di spiriti vani o catti-
vi, che tentano con varia abilità di farsi confondere
con lui. Forse il segreto sta - su questo argomen-
to - di non proclamare a voce troppo alta le pro-
prie scoperte, ma di restare il più possibile entro i
confini, appunto, di un soliloquio.

14
Anche il Signore Gesù ha parlato poco dello Spi-
rito. Però ne ha parlato. Su questo modello, se tutti
i nostri soliloqui vanno compiuti nello Spirito san-
to, qualcuno almeno può e deve fermarsi diretta-
mente su di lui. Col Padre e col Figlio egli è nella
Chiesa ugualmente adorato e glorificato. Perciò bi-
sogna che prenda per una volta tutta l'attenzione
dell'anima.
Senza dubbio, il modo migliore di crescere nella
sua conoscenza è quello di crescere nella conoscen-
za del Signore Gesù; la più perfetta forma di ren-
dergli onore è quella di unirsi a Cristo nel sacrifi-
cio che è perennemente offerto al Padre; il suo più
autentico e più alto riconoscimento sta nell'esercizio
quotidiano della fede, della speranza e della carità.
Ma è bene che almeno qualche volta io ricerchi una
più attuata consapevolezza della forza segreta che
ispira e sostiene tutti gli atti della esistenza redenta
e mi indugi a tributare allo Spirito «che è signore e
dà la vita» l'omaggio della mia preghiera solitaria.

Più che ogni altro soliloquio, questo deve essere


cauto e trepidante, ma anche senza timore dal mo-
mento che il Padre si compiace di rivelare ai picco-
li i misteri del Regno, anche se è pur vero che non
bisogna presumere mai di essere abbastanza piccoli
per capire qualcosa delle grandezze di Dio.

1S
II

UN DESTINO FUORI MISURA

UN DIO CHE NON RISPETTA I CONFINI

«Pneuma» O «spirito» è nome immaginoso e con-


creto, anche se intende raggiungere la più immate-
riale e la meno rappresentabile delle realtà.
Con questo termine la parola di Dio evoca l'im-
peto dell'uragano, il vento carico dì pioggia fecon-
datrice, la brezza rasserenante che ristora i pelle-
grini estenuati: paragoni inadeguati, con cui ci si
rivela l'esistenza di questa forza misteriosa che in-
veste il mondo dall'alto e di volta in volta lo scuo-
te, lo domina, lo risana. «Pneuma» è anche il re-
spiro di Dio che si infonde nell'uomo e vi si fa prin-
cipio di vita, è energia che straripa dalla divinità e
investe la terra.
L'uso dell'identico termine per tanti effetti diver-
si manifesta implicitamente la consapevolezza del-
l'unità della causa: è sempre la stessa irruzione fra
noi del mondo di' Dio - irruzione imprevedibile
eppure oscuramente sospirata -'- che prende tutte
le cose e tutte in qualche modo le trasforma, asse-
gnando ad esse un altro destino e un'altra signifì-
cazione.

Qual è il senso primo e più semplice di tutto que-

16
sto? Che significa nativamente e globalmente que-
sto unico e multiforme sconfinamento della luce in-
creata nella nostra notte? Qual è il suo più imme-
diato ed elementare messaggio per la mia vita?
Mi pare debba essere la rivelazione del mistero
più grande e più abbagliante di questo strano mondo
in cui sono capitato; e cioè che tra me e Dio, anzi
tra l'universo e Dio, il rapporto non si esaurisce nel-
la relazione creaturale di dipendenza.
lo resto - ed è insieme inevitabile e spavento-
so - finito di fronte all'Infinito; effimero di fronte
all'Eterno; creatura quasi occasionale di fronte al-
l'Assoluto e al Necessario. Ma tutte le immagini
evocate dallo «Spirito» mi parlano di una soprag-
giunta effusione di Dio verso di me e verso il mon-
do; di un traboccare della divinità sulla creazio-
ne, che si riversa libero, a fiotti, ineguale, tende a
colmare felicemente l'abisso invalicabile che mi di-
stanzia all'infinito dal mio Creatore e aspira a uni-
ficarmi con le altre creature nell'intimità segreta del-
la vita divina.

Lo Spirito è dunque originariamente e prima di


tutto il segno e la garanzia che io vivo in un ordine
di cose eccedente le mie pure possibilità interne, i
desideri che non siano folli, le attese, le compren-
sioni.

17
UNA LUCE TROPPO ALTA
PER UN MONDO TROPPO BUIO

E qui mi avvedo che accogliere sul serio .10 Spirito


comporta, già in questi inizi, una prospettiva nuova
sulla mia esistenza e sul mio destino.
La pura ipotesi che il respiro stesso di Dio di-
venti in qualche modo il mio respiro; che.la sua
forza possa investirmi e penetrare fin nelle mie fibre
più riposte; che un chiarore dal cielo piova sulle
cose proprio a beneficio dei miei occhi, sicchè le co-
nosca quasi come il Signore le conosce; che la vam-
pata d'amore, che è la stessa vita sostanziale di Dio,
possa erompere fino a raggiungere il mio cuore e a
farIo in certa misura partecipe della sua incande-
scenza: è allucinante e, proprio perché poco cre-
dibile, sfida violentemente la mia fede e ne saggia
la consistenza.
La percezione della presenza dello Spirito muta
radicalmente la visione che io ho di me stesso e del-
l'universo. In essa il mio destino mi appare così
alto e splendente, che poi più duro e quasi trauma-
tico si fa lo scontro di questa consapevolezza con la
consapevolezza della miseria umana.

La miseria umana: che nome breve e ormai inco-


lore per una realtà così vasta e opprimente da es-
sere insopportabile! Una realtà dove c'è colp~, ot-
tusità debolezza, pazzia, sofferenza senza ragione,
noia, 'inedia e sazietà, incapacità di amare e di vi-
vere, inutilità di ragionare, necessità di essere gran-

18
demente ingiusti per arrivare a qualche briciolo
di giustizia: dov'è in questo sfacelo lo Spirito san-
to? Come è possibile che questo mondo scardinato
- che io - abbia in eredità la luce, il fuoco, la vi-
ta di Dio?
La rivelazione dello Spirito, come un bagliore im-
pietoso, porta all'evidenza, dentro e fuori di me,
tutto l'orrore di un mondo lontano dalla sua origi-
ne e dalla sua forma ideale.
Si capisce come Gesù abbia detto che lo Spirito
è l'accusatore del mondo (Gv. 16,8). E, più dolo-
rosamente, si capisce come la manifestazione dello
Spirito sia una provocazione, perché mi fa conosce-
re al tempo stesso una realtà umana troppo brutta
per avere un destino bello, e un destino troppo bel-
lo per poter essere mio.

Ma proprio qui sta il primo inquietante regalo


dello Spirito: che mi costringe a scegliere tra la fe-
de in un Dio vicino, appassionato, addirittura inva-
dente - un Dio che mi coinvolge a livelli favolosi
nella sua stessa vita segreta - e la pura increduli-
tà; non c'è più posto né per il Dio tranquillo e ri-
spettabile cui basta dar notizia della sua esistenza
e per il resto mantenga le distanze, né per l'uomo
che possa svolgere il rotolo dei suoi giorni autono-
mamente, senza complicazioni trascendentali, con il
solo programma di una vita onesta e di una felicità
senza esagerazioni.
E il primo passo sulla strada della salvezza, e la
sua difficoltà è grande, perché d'istinto io cerco di

19
ipotizzare e di avverare una qualunque soluzione di
mezzo, che non faccia violenza alla mia piccola ani-
ma, che mi consenta di condurre una piccola vita,
che non mi abbandoni alla prospettiva di essere pre-
so e trasportato in un mondo che sarà anche bello,
ma non è costruito sul mio metro.
Ed è un passo necessario: la salvezza comincia
dalla accettazione senza riserve del mondo «ecce-
dente» che è stato voluto da Dio.

UN DILEMMA SCONVOLGENTE

In questo contesto dove tu, se ci sei, sei il Dio


che mi mandi lo Spirito e mi comunichi la tua vita,
si capisce anche quanto sia inevitabile e decisiva la
provocazione che ci viene dal pensiero del «dopo».
Indipendentemente dalle posizioni di fede o di in-
credulità o di puro smarrimento in cui posso tro-
varmi, al di là di ogni complicazione culturale,
quando mi pongo così, con animo semplice e con
tutta la mia dolente- e sbigottita umanità, di fronte
alla certezza della mia morte, sono preso in ogni ca-
so dal terrore.

Dopo la rivelazione dello Spirito, due sole ipotesi


si fronteggiano dentro di me, e ambedue mi scon-
certano.
C'è l'ipotesi del nulla, dove tutto di me andrebbe
a spegnersi: ogni desiderio, ogni tormento, ogni spe-
ranza, ogni valore conquistato. Un annientamento,
dove tutto sarebbe vanificato, e non solo terminati-

20
vamente, ma anche, per così dire, entitativamente,
fin dal primo istante di vita cosciente, dalla gioia
della prima luce, dal primo palpito d'amore, dalla
prima emozione regalatami dalla bellezza, dalla pri-
ma decisione di donarmi, dal primo vagheggiamen-
to di un grande destino: esperienze tutte che invece
al loro compimento sembravano avere dentro di sé
un pregio eterno, sicché l'irrisione di tutto il mio
povero essere sarebbe assoluta e totale. Se la mèta è
il nulla, il nulla è fin dal principio la sostanza del-
l'universo.
E c'è l'altra ipotesi, quella di essere ghermito
dallo Spirito e avviato a una vita piena e senza fine,
oltre ogni misura e ogni proporzione pensabile; e
anch'essa incute uno spavento, diverso ma non me-
no forte, al mio cuore che è piccolo e bisognoso di
continui traguardi ravvicinati.
Abituato come sono a bere a piccoli sorsi, mi ter-
rorizza, oltre al pensiero che la sorgente vitale per
una oscura crudeltà si possa inaridire, anche quel-
lo di dovermi abbeverare di colpo a un mare senza
confini: quel che è troppo, è troppo.

Questo bisogna che io intenda bene e senza su-


perficialità: che ambedue queste previsioni - e
sono le sole che posso considerare - valicano per
opposti versanti la mia finitezza e sembrano scon-
nettere la mia costituzione di uomo, sicché tanto
l'attesa orrenda propostami concordemente da tutti
i diversi generi di incredulità, quanto quella troppo
luminosa che mi viene dal Dio che effonde sul mon-

21
do il suo Spirito - ed è l'unico Dio di cui ho qual-
che notizia - mi appaiono l'una e l'altra eccessive.
L'annientamento e la vita eterna sono ambedue
al di là della mia capacità di immaginazione e di
sopportazione.
In ogni caso, mi attende una sorte che mi oltre-
passa e mi è, in un modo o nell'altro, spaventosa.
Una condizione «naturale», prevedibile, misurata,
meditabile senza brivido, mi è comunque preclusa.

Certo se io credo all'eccedente destino di luce e


di gioia quale mi è lasciato intravvedere dall'effusio-
ne dello Spirito di Dio nel mondo, credo anche che
questo stesso spirito allargherà il mio cuore e lo
proporzionerà in qualche modo alla grandezza del
dono; credo anzi che questa azione sia già in atto, e
costituisca il significato più profondo della vita di
fede.
Se vivo di fede, il primo lavoro dello Spirito è
quello di snidare dalle piaghe della mia anima ogni
mediocrità, ogni compiacimento del limite, ogni «na-
turalità» nel modo di concepire e di attendere la
mia sorte.

22
III

FUOCO E ACQUA

IL BATTESIMO DI FUOCO

Lo Spirito santo è nella Sacra Scrittura parago-


nato anche al fuoco. Ed è immagine stupenda: po-
che realtà di questo mondo sono affascinanti come
una fiamma. Il fuoco è una creatura bellissima e
tremenda ed esalta ogni uomo che sappia vedere le
cose. I piromani sono matti pericolosi, ma hanno
ai miei occhi molte attenuanti, perché il fuoco in-
canta davvero irresistibilmente.

Come ogni immagine, anche questa va interpre-


tata.
«Battezzerà con Spirito santo e fuoco» (Le. 3,
16), aveva detto del Messia il suo precursore. E que-
sta citazione ci dà la prima e più semplice chiave
interpretativa.
Lo Spirito è posto di fronte all'uomo come con-
cretamente esiste, cioè l'uomo che è preda del male.
Non si limita a rivelarne col suo bagliore la miseria,
ma investe l'umanità colpevole ed entra in rappor-
to diretto col mondo contaminato. Proprio questo
rapporto è espresso nella figura del fuoco.
«Tutti saranno salati col fuoco» (Me, 9,49), ha
detto Gesù, e lo Spirito avvera la profezia. Poiché

23
il mio cuore non è innocente, per forza lo Spirito
scende su di me come un fuoco. Così viene indicata
la massima purificazione: una purificazioneche non
resti in superficie come un lavacro, ma arrivi alle
riposte fibre dell'essere; una purifìcazione tormento-
sa, che non si rassegni alle resistenze di corpi estra-
nei, ma bruci ogni scoria; una purifìcazione assolu-
ta. Il ferro, che ha già avuto una sua vicenda mon-
dana ed è perciò deteriorato e rugginoso, per il mar-
tirio del fuoco ricupera la lucentezza e la consisten-
za di origine.

Lo Spirito non è-dunque un dono tranquillo. La


sua prima azione è sempre quella di affinare peno-
samente l'essere su cui è calato.
Anzi, mi parrebbe questo il primo e irrinunciabi-
le segno di autenticità. Dove c'è davvero lo Spi-
rito, lì c'è sempre purificazione interiore. Non c'è
presenza vera dello Spirito, che non lasci sereno e
riposato l'uomo nella sua connaturata mediocrità.
Tutta la ruggine dell'anima - orgoglio, indolenza,
sensualità, ripiegamento di sé, avidità. viltà, acredi-
ne, volubilità - tutta è assalita dal fuoco. La mia
opacità può resistere e dibattersi in questo crogiolo,
ma se c'è sul serio lo Spirito non sarà lasciata
quieta.
~ questa dunque la più elementare garanzia: se
c'è peccato accolto, non disturbato, addirittura giu-
stificato dalle mirabili acrobazie dialettiche, di cui
talvolta mi scopro capace, allora non c'è in me lo
Spirito di Dio.

24
UN FUOCO MISERICORDIOSO

Ma questo fuoco è sofferenza, non disperazione;


è tormento dell'anima, non angoscia; è tensione ver-
so una mèta, non avvilimento.
Proprio perché è un fuoco che brucia e purifica,
che aggredisce il male e reca misericordia, lo Spiri-
to di Dio appare diverso dall'uomo, l'uomo ostile
in cui spesso mi imbatto.
L'uomo - se non è illuminato a sua volta dallo
Spirito - o deride il sentimento della mia colpevo-
lezza, ritenendolo infantile e in ogni caso irrilevan-
te, o mi schiaccia sotto accuse senza redenzione. E
così la mia convivenza tra gli uomini è gravata di
volta in volta da una generale ed esteriore imputa-
zione di sanità morale che non mi conviene e non
mi guarisce, o da una condanna senza scampo, che
spegne ogni pur timida speranza.
Spesso l'uomo mi «inchioda alle mie responsabi-
lità». Inutile crudeltà: più inchiodato di così non
potrei. Lo so da me che ogni mio atto - per quan-
to buono in sé e nelle intenzioni - ha generato
qualche guaio. Soprattutto, ogni mio atto - che è
di solito una scelta tra molte possibilità - ha com-
portato sempre un numero incalcolabile di omissioni
anche gravi, delle quali sento pesare su di me, quan-
do me ne avvedo, la responsabilità amara.
Lo Spirito invece è un fuoco che guarisce, e se
in principio mi impaura, portando senza riguardi
alla luce le mie ferite, insieme mi fa intravvedere la
salvezza.

25
Al suo chiarore, io so che qualunque cosa fac-
cia e qualunque cosa non faccia, sono sempre per
qualche aspetto colpevole, ma un colpevole che, se
anche non gli riesce di reggersi, cade sempre però
«in grembo a-una immensa pietà».
Egli non mi inchioda alle mie responsabilità, piut-
tosto mi sospinge con l'impeto rovente dell'amore
sullo stesso patibolo, cui il Figlio di Dio per mio
amore ha voluto essere confitto.

Sento gravare anche su di me un po' tutte le in-


giustizie del mondo e gli stessi sforzi con cui cerco
di offrire qualche piccolo rimedio, scopro dopo un
po' che troppo spesso creano ingiustizie più nume-
rose e più grandi. Ma proprio per questo sono nel-
l'attesa assoluta della misericordia.
Lo Spirito mi dice che, se non mi è quaggiù con-
sentita l'innocenza, mi è data però una speranza
certa e quella gioia dolente di chi, piagato e rotto,
si sente preso e avviato a guarigione dalle mani ine-
sorabili e pietose di un medico esperto e cortese.

UN FUOCO CHE VUOL DIVAMPARE

A Pentecoste da un gruppo di uomini atterriti


passato attraverso il battesimo infuocato dello Spi-
rito si annuncia al mondo la Chiesa; e poiché è leg-
ge in questo ordine di provvidenza che chi è reden-
to redima, quelli che sono investiti da quelle «lin-
gue come di fuoco» si mettono irresistibilmente a
gridare le «grandezze di Dio» (At, 2, 11).

26
Chi è afferrato dallo Spirito, non può acconten-
tarsi di essere un solitario e segreto contemplatorc
della verità, ma - lo voglia o no - se ne fa annun-
ciatore per gli altri.
«Nel mio cuore c'era come un fuoco ardente,
chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo»
(Ger. 20,9).
Anche se, come Geremia, quanto preferirei di es-
sere lasciato in pace, lo Spirito trova mille occasio-
ni per costringermi a testimoniare. Egli né si cura
delle mie personali inclinazioni alla vita tranquilla
né rispetta i postulati, i miti, le suscettibilità di co-
loro che, senza desiderarlo, mi avvedo di importu-
nare.

LA SETE DELL'UOMO

«Se qualcuno ha sete, venga da me e beva. Colui


che crede in me, come dice la Scrittura, fiumi dal
suo ventre scorreranno di acqua viva. Questo disse
dello Spirito che stavano per ricevere quelli che
credevano in lui» (Gv. 7,27-29).

L'effusione dello Spirito di Dio irrora l'uomo,


come fa l'acqua sulla terra inaridita.
L'uomo è un assetato insaziabile. Potrei anche
dire che in fondo la mia è sempre sete di Dio; ma
bisogna intendersi. Sul piano puramente sperimen-

27
tale io ho soltanto sete e non so di che cosa. Cioè
mi sento incompleto così come sono e perciò sono
tormentato dal desiderio e dalla necessità di qualco-
sa che possa compirmi nelle mie più radicali aspi-
razioni e alla fine placarmi.
I valori che sono -- e sono percepiti - «disse-
tanti» sono la conoscenza, l'amore e la gioia: non
ce ne sono altri. Di questi valori l'uomo ha sete.
Ogni sua ricerca - da quella più grossolana a quel-
la più raffinata - è ricerca di conoscenza, di amore,
di gioia.
Sono valori che si trovano nelle cose tra le quali
l'uomo conduce la sua appassionata esplorazione.
Ma si trovano a gocce, a piccole pozzanghere, a ri-
gagnoli presto esauriti; sono al di fuori di lui, sic-
ché lo obbligano a uscire dal proprio mondo interio-
re e a mendicare qualcosa all'esterno per la sua
gola riarsa; e talvolta, come per il mare e per le
paludi, sono dissetanti solo in apparenza, quando
non sono bevande morte e mortifere.

L'ACQUA DELLO SPIRITO

Discendendo, lo Spirito reca per la nostra sete


proprio questi stessi doni: conoscenza, amore, gioia.
Ma il suo modo e la sua misura sono diversi.
La sua è un'acqua sovrabbondante: «una fonte
zampillante e inesauribile» (Gv. 4, 14), aveva det-
to Gesù alla samaritana, che fino allora era andata
portando la sua arsura da una cisterna all'altra. E
qui si parla addirittura di «fiumi»: perciò chi ha

28
ricevuto lo Spirito non vede più le pozzanghere che
prima lo ingolosivano, perché è come sommerso dal-
l'abbondanza del dono .
.È un'acqua che, pur avendo un'origine celeste,
scaturisce dal mistero del mondo interiore dell'uo-
mo (<<dalsuo ventre»): questo è sempre lo stile del-
lo Spirito, che agisce non solo su di noi, ma come se
fossimo noi ad agire dentro di noi; non facendoci
puramente oggetto della sua azione trasformante,
ma quasi eleggendoci a com principio delle sue stesse
donazioni.
.È un'acqua «viva» e perciò porta alla vita sem-
pre più piena e sempre più vera, ed è sempre fre-
sca, sempre nuova.
È un fiume che non inaridisce mai, ma scorre den-
tro di noi «per la vita eterna», cioè fino a quando
non saremo finalmente sommersi nel mare di luce,
di fuoco. di felicità, che è proprio di Dio.

Non è che chi è stato raggiunto dallo Spirito e


saziato dalla sua onda ineffabile sia ormai nella in-
differenza di fronte al conoscere, all'amore, al go-
dere che possono dare le cose. Al contrario, lo Spi-
rito nel comunicare i suoi doni dischiude sempre
alla comunione con gli altri: conoscenza, amore,
gioia, portano l'uomo ad aprirsi a tutti e a valoriz-
zare tutto. Nessun genere di indifferenza è tra i rega-
li dello Spirito.
Ma l'atteggiamento di chi si è dissetato a questa
fonte non ha riscontro nell'esperienza umana. Egli
desidera le notizie, la cultura, le filosofie che gli ven-

29
gono da tutti i suoi fratelli, vicini e lontani, vivi e
defunti; ma non come chi brucia dalla sete e si ab-
bevera a tutte le fontane, ma come chi vuoI conosce-
re tutto perché il suo amore possa raggiungere, in
forma il più possibile esplicita e consapevole, tutto.
È lieto di donare e di raccogliere affetto, ma non co-
- me chi spreme avidamente qualche stilla di umore
in un deserto, ma come chi è felice che la sua cop-
pa trabocchi - come su di lei è traboccata la cop-
pa di Dio - e si effonda senza riserve e senza pau-
re. E gode di tutto, non perché sia alla ricerca spa-
smodica della gioia, ma perché dovunque ci sia un
fremito di felicità si sente affine e come in sintonia,
si sente fratello, dal momento che il suo cuore è già
in festa.

30
IV

NUBE E COLOMBA

IL SEGNO DI UNA PRESENZA

Lo Spirito è rappresentato come una nube nella


narrazione evangelica della trasfigurazione. Non è
detto a tutte lettere, ma è abbastanza chiaro, se si
raffronta questo quadro con quello simile del bat-
tesimo nel Giordano: sono ambedue delle mani-
festazioni trinitarie, purché nella nube si veda l'im-
magine dello Spirito.
Dalla sua ombra sono avvolti i tre trasfigurati e
splendenti quanto i tre apostoli spaventati, come
gia era stata avvolta - secondo l'evangelo dell'in-
fanzia di Luca - Maria di Nazaret in vista della
sua maternità: «10 Spirito santo sopravverrà su di
te,e la forza dell'Altissimo ti avvolgerà della sua
ombra» (Le. 1, 35).

La nube è, nella lunga avventura di Israele verso


l~ pat~ia ~ la libertà, il segno della presenza opera-
tìva di DIO. Un segno eloquente: si impone alla vi-
sta, ma è in sé impenetrabile, perciò può ben raffi-
gurare colui che abita tra gli uomini ma resta l'inef-
fabile e l'oscuro. La sua nube dall'esterno appare
«lucente» (Mt. 17, 5), ma non per questo è meno
fitta agli occhi curiosi.

31
C'è tuttavia una differenza da rilevare: mentre il
popolo antico restava di fuori, nella vicenda evan-
gelica il nembo dello Spirito include in sé tutti i
personaggi interessati: Gesù, che è l'Emmanuele;
Maria, che è la vera aroa dell'alleanza e la tenda
dove la Parola di Dio ha preso dimora; i tre aposto-
li, che sono figura e primizia di tutto il nuovo po-
polo dei credenti.
Con timore essi entrano nella nube, ma vi entra-
no: «ebbero paura al loro entrare nella nube» (Le.
9,34). Nella nube non vedono molto più di prima;
sono essi piuttosto a scomparire alla vista del mon-
do, quasi partecipi dell'inconoscibilità del Dio che
si è fatto presente.
In realtà, se io sono raggiunto dalla discesa dello
Spirito, più che di capire qualcosa del segreto di
Dio, devo attendermi di diventare io stesso incom-
prensibile agli altri.
C'è qualcosa di patetico nell'ansia che talvolta mi
prende di riuscire compreso dagli uomini e credi-
bile, proprio nel momento in cui vengo fasciato dal
mistero e divento partecipe per qualche aspetto del-
la stessa naturale «incredibilità» di Dio.

IL DIO PRESENTE

La nube dello Spirito ci ricorda comunque che


Dio è presente nel mondo.
Contemplando il mondo non si direbbe proprio.
L'universo sembra fatto apposta per sviare le tracce
dei ricercatori di Dio; o, con più verità, per lasciare

32
aperta una strada sola: quella che passa dal Golgo-
ta e che, se lo Spirito non mi illumina, mi appare
essa stessa improbabile e intransitabile.
Dalla strada del Golgota parlano appunto i glo-
riosi personaggi che stanno per essere presi dal nem-
bo dello Spirito (Le. 9,31). E alle sofferenze del
Servo di J ahvè allude la voce del Padre che risuo-
na dalla nube (Le. 9,36).
Poiché è suo compito proprio richiamarci le verità
incredibili che ci permettono di continuare a vivere,
lo Spirito attesta la presenza di Dio. Non una pre-
senza remota e in contaminata; che è una presenza
molto vicina all'assenza. Ma una presenza che si in-
treccia nel tessuto della storia umana, con le cose
e gli avvenimenti di questa vita.

AMBIGUITÀ DEI FATTI COMPIUTI

E così lo Spirito ci persuade che c'è sempre qual-


cosa di divino - e perciò di adorabile - in ciò che
è e in ciò che è stato.
In quel che è avvenuto - per quanto sia deplo-
revole, doloroso, amaro, e per quanto grande sia
stata nelle attuazioni la parte della malvagità o della
pigrizia o della sventatezza - si manifesta sempre
la forza prevalente della volontà divina.
Ogni caso umano, se ci appare spesso il frutto
della nostra insìpienza, nella realtà, in quanto è ar-
rivato al compimento, porta sempre dentro di sé
anche il segno della sapienza e dell'amore del Pa-

33
dre; un segno che lo Spirito prima ci induce a cre-
dere, poi ci aiuta a scoprire e a contemplare.
La mia storia - tutta la storia umana - che agli
occhi di pensatori senza illusioni e senza miti ap-
pare troppo spesso opprimente come un incubo e
irragionevole come una farneticazione, alla luce del-
lo Spirito è una epifania del Padre.

Anche se d'altra parte lo Spirito è il solo che non


si arrende alla prepotenza dei fatti compiuti.
Perché di prepotenza si tratta: gli avvenimenti
non si accontentano di essere stati, pretendono di
solito anche di essere stati giusti, intelligenti, oppor-
tuni.
Senza dubbio la forza della verità effettuale è
così grande, che ogni rammarico nei suoi confronti
appare tanto inutile da rasentare la comicità. Ma
non è necessario esaltarla. E neppure accettarla sen-
za riserve critiche.
Indubbiamente tra ciò che comunque è avvenuto
e ciò che - per quanto bello e buono e seducente
- non è riuscito ad avvenire, gli uomini staranno
come sempre con il più forte. Nella loro arroganza,
i grandi fatti della storia arrivano perfino a non ri-
tenersi passibili di nessun giudizio morale, quasi che
l'essere stati li sottragga aUa legge del bene e del
male.
Lo Spirito - che pur ci guida a riconoscere in
essi, come s'è visto, una volontà provvidenziale -
ci aiuta a resistere a ogni tirannia, tanto degli uo-
mini quanto delle cose e degli accadimenti. E tal-

34
volta ci incoraggia anche ad essere, senza timore
delle irrisioni, i paladini di ciò che avrebbe dovuto
essere e non è stato. Solo lui può sostenerci nella
convinzione che se grande - e per qualche aspetto
perfino santa - è la effettualità, più grandi e più
sante sono, anche quando non varcano i confini del-
l'ordine ideale, la verità e la giustizia.

MARIA E LA NUBE

Maria, entrando nella nube, ci insegna che ogni


presenza di Dio, ogni effusione dello Spirito è fe-
conda. Lo Spirito prende possesso senza riserve del
suo cuore, perché il suo cuore si apre senza riserve.
~ la più libera da ogni impaccio, perciò in lei lo
Spirito trova alla sua azione lo spazio più ampio.
E così ella raggiunge la più alta e impreveduta ma-
ternità: niente mai sulla terra è nato più bello, più
prezioso, più perfetto del Signore Gesù.
Supremamente feconda perché supremamente
posseduta dallo Spirito; e supremamente posseduta
dallo Spirito per la suprema verginità del suo cuore.
Questa, che nella vergine Maria si è avverata con
pienezza, è come una legge nell'universo di Dio, una
legge che vale per tutti.

LA COLOMBA

L'immagine della colomba per indicare lo Spirito


di Dio, che è la più consueta nell"arte cristiana, com-
pare nell'episodio del battesimo di Gesù. Tutte e

35
quattro le narrazioni evangeliche la ricordano: la
cristianità primitiva dunque è stata unanime nel
giudicarla importante e probabilmente anche di fa-
cile comprensione. Anche noi tenteremo di capirla,
benché non ci appaia più così trasparente.
La compresenza;assieme alla colomba, dell'acqua
donde risale secondo il rito il Figlio di Dio, ci av-
via a cogliere le allusioni contenute in questo qua-
dro. La narrazione sembra richiamare da un lato la
prima pagina della Genesi, dove lo Spirito è pre-
sentato come un uccello che aspetta sulle acque pri-
mordiali il mondo che sta per affiorare e iniziare
così la sua storia;" dall'altro la conclusione del di-
luvio, con la colomba che annuncia la fine del casti-
go e della morte e la rinascita dalle acque di una
terra purificata e pronta a ricominciare la vita. l

Nel battesimo di Gesù lo Spirito «come una co-


lomba» segna e proclama l'emergere dalle acque
sterili e mortifere di un universo redento, riconsacra-
to, nuovo. Nel Cristo infatti ciò che è vecchio tra-
monta e tutto ringiovanisce.

Con la «figura corporale» (Le, 3, 21) della colom-


ba, lo Spirito santo appare come il principio di ciò
che è giovane e nuovo: dove si effonde lo Spirito,
qualcosa di inedito, di inaudito, di imprevisto co-
mincia.
lo desidero sempre le "novità e lo Spirito appaga
il mio desiderio. Solo che spesso io ritengo «nuovo»
ciò che è difforme da ciò che è stato finora e ciò che
è senza passato; mentre per lo Spirito è nuovo ciò

36
che è conforme all'eterno disegno di Dio e ciò che
possiede un futuro. Perciò le «novità» intese dal-
l'uomo sono per forza effimere: dopo un giorno sfio-
riscono e in ogni caso non sono più nuove. Le no-
vità dello Spirito restano e restano nuove, perché
per lo Spirito è giovane non chi ha corte radici nel
tempo, ma chi ha radici forti e profonde nella real-
tà eterna.
Per questo le opere ai cui inizi presiede lo Spirito
- come l'esistenza umana del Figlio di' Dio, la sua
azione messianica, la Chiesa - non sono soltanto
una novità inaspettata per il mondo, ma possiedono
anche la prerogativa di una freschezza senza data.
Si capisce come la vergine Maria - colei che con
cuore più indifeso ha incontrato lo Spirito - non
finisca mai di essere madre ed è sempre feconda.

Questa colomba, che appare su una terra che è


stanca insieme e frenetica, raggelata nella sua vec-
chiezza di sempre e sempre smaniosa di ciò che è
diverso, arriva a noi dal mondo della novità sostan-
ziale e della giovinezz:a senza declino.
Arriva straniera, e perciò facilmente misconosciu-
ta e rifiutata; arriva desiderata a lungo, ardente-
mente, anche se inconsciamente, e perciò il non rav-
visarla sarebbe per me una tremenda sventura. Chi
la vede, vede insieme la «terra nuova» sperata da
Pietro e i «cieli squarciati», di cui ci parla l'evan-
gelo di Marco.
Dove ci sono convinzioni che restano (convinzio-
ni cariche di mistero, perché la loro origine non è

37
umana, eppur semplici, perché sono il nutrimento
dei poveri); dove ci sono convinzioni solide e intat-
te sotto il fluire della volubilità senza pausa delle
opinioni e delle mode; dove ci sono valori che a
ogni epoca sembrano avvizziti e moribondi, eppure
si mantengono vivi e continuano ad affascinare; do-
ve c'è la fermezza delle verità e dove nascono e si
rinvigoriscono le certezze, in mezzo alla danza delle
supposizioni e delle fuggevoli assurdità multicolori,
Il c'è lo Spirito di Dio.
E probabile che lo spirito dell'uomo progredisca
nella scienza e nella tecnica per mezzo del succeder-
si delle ipotesi e si raffini culturalmente nel dubbio
e col dubbio, ma è sicuro che è nutrito soltanto dal-
la verità e può crescere solo in forza delle certezze
raggiunte: e la verità e le certezze discendono con
lo Spirito dal mondo eterno.

Poiché lo Spirito non cede al vortice della muta-


bilità e non si abbandona a nessuna delle frenesie
ricorrenti, la sua presenza può sfuggirmi, se troppo
vivo è in me il gusto dell'attualità e del mutamento.
E facile che uno si imbatta nello Spirito santo e
non se ne curi, scambiandolo per un vecchio e tran-
quillo piccione domestico, insignificante perché «non
fa notizia».
D'altra parte, quando dall'identica fede e dall'i-
dentico amore per Cristo rampollano forme nuove
di contemplazione, di preghiera, di vita ecclesiale,
di impegno terrestre - nella sempre ricercata fe-
deltà all'Evangelo e nel pieno rispetto della conti-

38
nuità sostanziale della vita della Chiesa - anche lì
c'è lo Spirito di Dio e lo devo riconoscere, anche se
a me, uomo effimero e istintivamente attaccato al
mio passato, sarà impresa ardua e perfino dolorosa
scoprirne e capirne l'esuberanza, la fantasia, la gio-
vanile vivacità, e sarò sempre tentato di non distin-
guere la voce dello Spirito rinnovatore nel chiasso
multiforme degli adora tori del progresso.

I CIELI SQUARCIATI

All'apparire della colomba, sul Giordano si vide-


ro i cieli «squarciati» (Me. 1, lO). Non è stato un
pertugio sottile quello per cui lo Spirito è passato
verso la sua avventura terrestre; o un rapido aprir-
si di una imposta, da richiudersi subito gelosamen-
te: è stato uno scardinamento totale e senza ritorno.
Con la manifestazione dello Spirito sul Cristo -
servo obbediente preannunciato al dolore, figlio uni-
co e amato dal Padre, uomo nel quale tutte le no-
stre sorti sono raccolte - il muro della nostra pri-
gione è caduto ed è nata la nostra libertà: «Nova
franchigia annunciano i cieli - e genti nove ..».
Per coloro che emergono rinnovati dalle acque
battesimali, la terra più che una dimora straniera
e lontana, è diventata il vestibolo della casa pater-
na, dove già circola l'aria di famiglia, dove - al ri-
paro dello stesso tetto - ci si prepara a entrare sen-
za timore nelle stanze della più perfetta intimità
e della piena comunione di vita.

39
v
I FRUTTI DELLO SPIRITO

PRINCIPIO DI FECONDITÀ

lo SO che ogni invasione dello Spirito trasfigura


l'uomo e lo plasma fino a dargli un altro volto; sen-
za spersonalizzarlo, anzi nel pieno rispetto della sua
fondamentale identità, lo rende un essere nuovo.
Come il Dio creatore - che non si ripete mai e
chiama all'esistenza visi e cuori sempre inediti e
inaspettati - anche lo Spirito è immaginoso, e la
novità che nasce dalla sua azione non è mai uni-
forme. Da ogni terreno, che trova inaridito e inve-
ste con la suafecondità, egli coglie frutti diversi.
Tuttavia una efficacia comune a tutti c'è, in que-
sta varietà, e san Paolo si propone si esprimerla, ten-
tando un elenco dei «frutti» abituali dello Spirito:
«amore, gioia, pace, grandezza d'animo, benignità,
bontà, fede, mitezza, continenza» (GaI. 5; 22-23).
Non mi pare sia una enumerazione tassativa: è
piuttosto un quadro, dove le pennellate hanno colo-
ri diversi, ma tutte mirano a tracciare un tipo uma-
no dai tratti abbastanza definiti. E, più che altro,
una linea di demarcazione che indubbiamente estro-
mette senza possibilità di equivoco il fanatismo, la
angoscia compiaciuta, la durezza di cuore, l'ostina-
zione nei pareri e la rigidità dei sentimenti, la poca

40
misericordia verso le debolezze altrui e la troppa
comprensione verso le proprie, la ristrettezza di spi-
rito di chi non sa capire nessuno oltre a sé e la lar-
ghezza di idee così ampia che non si distingue più
dallo smarrimento nella fede. Che sono appunto i
guai che di solito accompagnano - ora gli uni ora
gli altri - un pneumatismo illusorio e i troppo fre-
quenti appelli allo Spirito di Dio.

Il possesso dello Spirito, anche quando è auten-


tico, può comportare delle forme di esaltazione e di
frenesia, come avveniva talvolta nei profeti antichi.
Ma tali forme non sono un valore: sono una debo-
lezza della costituzione dell'uomo, che in certi casi
non sostiene senza cedimenti la violenza dell'azione
di Dio.
Sono dunque, in un fatto buono e santo, un di-
fetto. Il Signore Gesù che nella sua vita terrena è
stato perfettamente mosso dallo Spirito, non appare
mai un «posseduto» o un esaltato: egli regge sem-
pre all'impeto dello Spirito.
Del resto, le manifestazioni estatiche e di invasa-
mento non sono affatto garanzia di derivazione di-
vina. Possono avere altra e ben diversa sorgente, co-
me era capitato ai Corinti, quando prima della con-
versione si sentivano «trasportati» davanti «agli ido-
li muti» (I Coro 12,2).

41
L'EROE DEI DUE MONDI

Lo Spirito estrania talvolta dalla realtà terrena,


quasi anticipando la condizione escatologica: an-
che lo Spirito cade perciò comicamente sotto l'ac-
cusa di essere alienante. 0, più frequentemente e
più normalmente, dà all'uomo quasi una duplice cit-
tadinanza e una duplice alienazione. :B una esperien-
za che, in misura diversa, fanno tutti i cristiani, per
poco che siano consapevoli della loro vita battesi-
male.

lo vivo ai confini del mondo e ai confini del Re-


gno.
Tra la folla degli uomini, mi scopro spesso solo
e straniero, eppure totalmente e profondamente uo-
mo. Parlo molte volte nel deserto, eppure so di ave-
re sempre l'attenzione di un uditorio invisibile.
Se talvolta i miei gusti mi separano dai miei· fra-
telli, che cosa posso fare se non sperare che mi ac-
comunino agli angeli? Difatti, se resto smarrito nel
vedermi forestiero tra i miei, mi rianima talvolta il
pensiero di somigliare per qualche preferenza agli
allegri cantori di Dio.
Ma 'anche tra gli angeli mi avvedo di stonare: in
mezzo a una turba di adora tori intenti, io solo di-
stratto; nel paese dell'innocenza gioiosa, io solo ama-
ro e contaminato, io solo rauco e balbettante, nella
limpidità e nella scioltezza del coro eterno.
Però non mi rammarico affatto di questa mia con-
dizione di creatura di frontiera e dello stato di am-

42
bivalenza, comunicato dallo Spirito che è il pegno
della mia eredità. Piuttosto godo di questo duplice
esilio e di questa duplice fraternità, cui sono stato
chiamato, che mi consente di ritenermi coinvolto
- e non travolto - ovunque si svolga la storia in-
credibile di Dio e delle sue creature, in ogni angolo
della terra e in ogni luce del cielo.

L'ACCETTAZIONE DELLA REALTÀ

Anche se ci strappa per qualche aspetto dal mon-


do, lo Spirito ci dona l'accettazione del mondo, al-
trimenti impossibile per ogni creatura che abbia il
senso della giustizia.
L'uomo crede spesso oggi di non poter accettare
Dio e la sua oppressiva sollecitudine per noi; oppure
crede di non essere personalmente interessato alla
sua eventuale esistenza. Ma non è questo il punto.
:B pittoresco rilevare come, nonché trovare le solu-
zioni, neppure ci riesce di vedere dove stanno i veri
problemi.
Dio in sé non solleva difficoltà: è il suo mondo a
ostacolarci l'atto di fede. Non potendo negare il
mondo di Dio, tentiamo di negare che sia di Dio;
non è il solo caso in cui i nostri desideri di far luce
negli angoli in penombra ci fanno approdare all'o-
scurità totale.
Resta il fatto che questo mondo inspiegabilmente
e vanamente crocifisso non può essere accolto da
nessuna persona di buon senso, anche se non ne ab-

43
biamo un altro sul quale esercitare la nostre attitu-
dini investigative.
Solo lo Spirito sa piegare gli animi di fronte al
mistero della croce, inducendoli ad accogliere un
mondo che - lo voglia o no - partecipa al destino
del Golgota. Solo dopo la Pentecoste, gli apostoli
accettano sul serio di essere gli annunciatori di un
crocifisso.
So benissimo che la mia ragione - da qualunque
parte si muova nel suo cammino - mi porta inevi-
tabilmente, se i procedimenti sono corretti, al Dio
creatore e signore di tutto. Ma so anche che il mon-
do sfigurato, sconvolto, senza significazione eviden-
te, che mi trovo di fronte, impedisce al mio essere
di seguire le concatenazioni necessarie della logica:
io so dire di no anche alla ragione.

A Dio posso veramente arrivare, solo se accolgo


la croce; ma questo è un miracolo che soltanto lo
Spirito è in grado di compiere dentro di me.
Egli, consentendomi di vedere tutte le cose rias-
sunte nell'Unigenito di Dio crocifisso e risorto, e o-
biettivamente partecipi della sua sorte, mi dà an-
che di continuare a credere in un Dio che è padre di
tutte le creature.
Accettare Dio è indispensabile, se si vuoI conser-
vare la possibilità di vivere in un mondo che, con-
siderato per se stesso, appare la più perfetta delle
assurdità. E accettare il mondo stravolto, in cui mi
tocca di vivere, come premessa di un progetto che ha
per conclusione la gioia, è indispensabile per con-

44
tinuare a ritenere accettabile - di fronte al male -
l'esistenza di un Dio onnipotente e buono. Ed è un
dono dello Spirito l'ingresso in questa logica acci-
dentata che, al di sopra della pura ragione, è la sola
strada che ci pone in condizione di salvare la possi-
bilità di ragionare, di sperare, di esistere.

Qualcuno pensa che la realtà terrestre non vada


né compresa né accettata, vada solo cambiata. Che
è una prospettiva affascinante e, apparentemente,
non molto difficile: difficile non è cambiare, difficile
è migliorare.
Mi occorre una buona dose di ottimismo e di
spensieratezza, per riuscire a pensare che io riesca
a rendere più ragionevole il mondo, quando io stes-
so - con tutte le mie contradditorie aspirazioni e
la mia logica implacabile e vuota - sono parte in-
tegrante della sua assurdità.
Questo stesso ottimismo induce gli uomini a co-
struire continuamente nuovi imperi, nuovi sistemi
sociali, nuove forme di vita, senza che per questo
diminuisca mai sotto il cielo né l'ingiustizia né la
sofferenza né l'irrazionalità dell'esistenza umana.
Non è dunque un dono dello Spirito; anche se for-
se può essere misericordia lasciare agli uomini che
non sanno sperare questa specie di comica contraf-
fazione della speranza.

45
I DONI SONO MOLTI

Il libro degli Atti associa spesso la menzione dello


Spirito santo a quella d'uno o degli altri dei suoi
regali, quasi a ricordarci che non viene mai a mani
vuote: lo associa alla fede (6,5; 11,24); alla sa-
pienza (6,3; 6, 10); alla gioia (13, 52); alla forza
(lO, 38). La fede in un Dio che è padre di un Figlio
crocifisso, nel quale ha voluto che fossero ricapitola-
te tutte le cose; la sapienza, che sa cogliere, di là
dalla disgregazione assurda che appare ai nostri oc-
chi, l'umiltà e la bellezza del progetto divino; la
gioia, che in questo mondo è necessaria come l'aria
e impossibile come un miracolo; la forza che ci dà
la possibilità di stare in piedi, soli e diversi, nella
violenza multiforme di una convivenza che conti-
nuamente cerca di assimilarci a sé.
Tutti frutti dello Spirito, tutti dono dall'alto: per .
parte mia c'è soltanto da fare attenzione che non si
sprechino.

46
VI

I CARISMI DELLO SPIRITO

I «FRUTTI» E I «CARISMI»

Il confronto coi «frutti dello Spirito» mi aiuterà


a capire i «carismi» che sono anch'essi effetto del-
la donazione pentecostale.
I frutti dello Spirito sono tutti necessari e non
mancano di maturare in ogni cuore che si apra alla
effusione pneumatica, tanto da offrire con la loro
presenza un criterio di autenticità.
La molteplicità dei carismi invece, pur provenen-
do identicamente dall'unico Spirito, non è data mai
a una sola persona. Anzi è esigenza propria dei ca-
rismi di essere variamente distribuiti. Suscitati co-
me sono «per l'utilità» (I Coro 12, 7) della Chiesa,
giustamente si ritrovano nei diversi membri della co-
munità, perché appaia in chiara luce l'armonia e la
ricchezza dell 'unico corpo di Cristo (I Cor. 12, 12-
31).
I frutti dello Spirito sono tutti sempre identica-
mente preziosi, perché il rapporto tra il Padre e i
suoi figli è eterno e le caratteristiche della vita di gra-
zia non mutano per il mutare delle epoche e degli
ambienti. Non tutti i carismi invece convengono a
tutte le condizioni ecclesiali.

47
E c'è una diversità ancora più stupefacente: sol-
tanto in chi si è aperto - o si sta per aprire - al-
l'azione di Dio e al fluire della vita rinnovata si ri-
trovano i frutti dello Spirito; al contrario i carismi
possono essere dati talvolta anche a 'chi rimane in-
teriormente irredento. Non si può escludere che ci
siano dei carismatici tra coloro che si avviano alla
perdizione.
I carismi per sé non sono dunque né giustificanti
né segno di giustificazione. Sono piuttosto segno del
grande e fantasioso amore di Dio per il suo popolo:
un amore che sa percorrere tutte le strade per arriva-
re al bene della Sposa amata e non teme di coinvol-
gere obiettivamente nell'opera di santificazione per-
fino quelli che non si lasciano santificare.
Proprio perché finalizzati all'utilità della Chiesa,
possono lasciare l'uomo che ne è investito nel suo
squallore originario, anche se è senza dubbio un ca-
so abnorme che colui che è, per così dire, attraver-
sato dall'energia divina, resti ad essa perfettamente
impermeabile e riesca a mantenersi chiuso a quel
dono di cui è stato designato portatore.
Ma anche questa anomalia può essere illuminan-
te: ci dimostra quanto sia grande la forza dello Spi-
rito, che nessuna cattiva volontà umana può osta-
colare nell'impeto con cui ravviva e ringiovanisce
la Chiesa; e al tempo stesso quanto sia spaventosa
la mia possibilità di resistere allo Spirito e di ren-
derlo inoperante nel mio mondo interiore.
Se non indicano necessariamente la presenza di
Dio nel cuore dell'uomo, i carismi - con la loro

48
abbondanza e la loro vivacità - sono però indizi
della presenza dello Spirito santo in una comunità
di credenti. Sono anzi una prova che le «ultime co-
se» già sono arrivate e il Regno di Dio è tra noi.
Perciò il loro multiforme di spiegarsi non deve essere
spento o anche soltanto guardato con fastidio: al
contrario rallegra ogni cuore che è stato raggiunto
dalla sobria ebbrezza dello Spirito.

IL DISCERNIMENTO DEI CARISMI

È importante riconoscere il carisma autentico per


resistere con fermezza alle contraffazioni e per offri-
re alla vera azione carismatica la massima docilità.
Bisogna evitare sia le concezioni troppo estensive
sia quelle troppo restrittive nell'elenco dei doni di
Dio. Non ogni capacità straordinaria dell'uomo è
«carisma», non ogni fatto prodigioso proviene dal-
lo Spirito di Dio: esistono anche le seduzioni allu-
cinanti delle potenze demoniache, le interferenze
dell'estro umano e, forse, quelle di misteriosi spiriti
stravaganti e disimpegnati, che per adesso, in attesa
di redenzione, contribuiscono alla confusione co-
smica.
D'altronde non è neppure detto che un carisma sia
per necessità costituito o espresso da manifestazioni
insolite e pittoresche. Ci sono carismi che di loro na-
tura sono permanenti e si accompagnano a stati di
vita: tali sono ad esempio il matrimonio cristiano
e il celibato di consacrazione. La loro contempora-
nea presenza nella comunità ecclesiale è opera in-

49
dubbiamente dello Spirito, che con azioni diverse
edifica la stessa Chiesa: «Ognuno ha il suo carisma
proprio da Dio, chi in un modo, chi in un altro» (I
Cor. 7, 7). E ci sono carismi che sono congiunti ai
ministeri ecclesiali. Il caso più alto e più tipico è
quello dell'apostolato, che è conferito mediante l'im-
posizione delle mani (I Tim. 4, 14; II Tim. 1,6).

Lo Spirito che dona i carismi.xlona anche i criteri


per la loro sicura identificazione.
La norma prima e più elementare è che il carisma
giovi al pieno e certo riconoscimento di Gesù di
Nazaret come Signore assoluto di tutto e come Mes-
sia e Figlio di Dio (I Coro 12, 1-3). Ogni esaltazio-
ne fra i cristiani, ogni insegnamento, per quanto
splendido di dottrina e fascinoso, che attenti alla si-
gnoria di Cristo e alla confessione della' sua divini-
tà o alla comprensione della sua perfetta connatu-'
ralità con noi o alla necessità della sua azione re-
dentrice, non proviene dallo Spirito. Ogni prodigio
di scienza o di eloquenza o di operosità o di soli-
darietà tra gli uomini, che non mi invogli a crescere
nell'amore per il Signore Gesù e nella contempla-
zione del suo mistero, non è un dono vero dall'alto:
«Carissimi, non vogliate credere a ogni spirito, ma
esaminate se gli spiriti siano da Dio, perché molti
falsi profeti sono penetrati nel mondo. Da questo
potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che
confessa Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio;
e ogni spirito che non confessa Gesù, non è da Dio,

50
ed è quello dell'anticristo, di cui avete udito che
viene e che adesso è già nel mondo» (I Gv. 4, 1-3).

Le seconda norma è che il carisma non raffreddi,


ma accresca nella convivenza ecclesiale la carità,
che può essere considerata, secondo l'insegnamento
di Paolo, il carisma più alto e la via che sorpassa
ogni altra (I Coro 12,31); essa infatti non solo tra-
sforma il cuore del credente e lo divinizza, ma si ri-
verbera anche su tutta la Chiesa.
Se l'esercizio di un così detto carisma diffonde
intorno amarezza, acredine, dissensi ecclesiali, ribel-
lioni, processi alle intenzioni dei fratelli, giudizi
spietati sull'operato altrui, è difficile credere che ci
si trovi davvero di fronte a un dono dello Spirito.

La terza norma è che il carisma venga riconosciu-


to dal ministero apostolico, il quale è appunto il ca-
risma che regge e coordina tutti gli altri.
In forza di esso Paolo interviene a ordinare tutta
questa materia con perfetta consapevolezza della
sua autorità, e non temendo di usare anche parole
di grande fermezza: «Se uno crede di essere profeta
o "pneumatico", riconosca che quello che io vi scri-
vo è comando del Signore; se uno lo ignora, è igno-
rato» CI Coro 14,37).

Infine chi possiede un vero carisma, credo lo eser-


citi con grande semplicità, effondendo nel popolo
di Dio il profumo dello Spirito, come gli effluvi di
un fiore in un bosco. E non è detto ne sia sempre

51
cosciente: in lui il dono ai fratelli si fa connaturale
e spontaneo e spesso nemmeno se ne avvede Q ci
pensa.
Un carismatico genuino non parla troppo del suo
carisma, non ne rivendica ogni momento la libertà
di esercizio, non si appella al suo dono come a un
titolo di merito per avere nella Chiesa un posto spe-
ciale, non esige riconoscimenti.
Non si affanna troppo né si amareggia quando la
sua autenticità non venga subito accolta. Piuttosto
si preoccupa costantemente di non ferire i fratelli
e di obbedire a coloro che lo stesso Spirito ha posto
a reggere la Chiesa di Dio, perché non ignora che
soprattutto qui la sua debolezza di uomo e la sua
corta pazienza potrebbero tradirlo.
Del suo carisma, della sua efficacia, della sua for-
za penetrante che si fa troppi problemi: sa che lo
Spirito - come l'amore o la luce o la bellezza -
non si imprigiona, ma arriva sempre dove vuole
arrivare, talvolta persino attraverso i malintesi, le
incomprensioni, le durezze di cuore.
Mi parrebbe anzi di capire che chi si muove se-
condo gli impulsi dello Spirito, si senta invincibil-
mente attratto a ricercare il conforto e la comunione
crescente con coloro che sono caricati del ministero
di guidare autorevolmente i fratelli, Lo stesso Spi-
rito che divide i vari compiti come vuole, unifica
poi tutto nel mistero bellissimo della Chiesa, e colo-
ro che in maniera diversa sono posti sotto l'azione
dell'unico Spirito, alla fine si riconoscono tra di
loro.

52
VII

GESU' DI NAZARET E LO SPIRITO SANTO

LO SPIRITO SI RIVELA

Fino a questo momento lo Spirito si è offerto alla


mia meditazione come il traboccare gratuito e ina-
spettato del mondo segreto della divinità sul mon-
do degli uomini e delle cose. Ed è stata una luce,
ma più sulla mia esistenza e il mio destino che non
sullo Spirito, sulla sua identità e la sua origine. Lo
Spirito è rimasto un enigma e, pur illuminando tut-
to, non si è illuminato egli stesso ai miei occhi. C'è
forse anzi da pensare che forse nessun impegno di
riflessione diretta su di lui sia in grado di portarmi
a una comprensione maggiore.
E qui il mio soliloquio potrebbe concludersi, se
il discorso non prendesse uno slancio nuovo dalla
contemplazione del Signore Gesù.
Perché chi vede Gesù, non solo «vede il Padre»,
ma «vede» anche lo Spirito e ne scopre in qualche
modo il segreto.
Quando sul nostro orizzonte interiore si profila
il volto del Figlio di Dio, finiamo per scorgere nello
Spirito santo non soltanto una energia divina che ci
pervade in maniera ben diversa e più intensa di
quanto non sia prevedibile e voluto dalla condizione
creaturale, ma anche e finalmente qualcuno che nel

53
mistero di Dio ha una sua provenienza e una sua
collocazione nell'ordine delle relazioni interne alla
natura divina.
Ed è sorprendente ed esaltante che sia il volto di
un uomo a introdurmi nell'intelligenza di una per-
sona divina e della stessa vita infinita. Proprio per
l'ingresso di Gesù di Nazaret nell'intimo della di-
vinità e per la sua collocazione all'origine eterna
dello Spirito, davanti a me lo Spirito si personalizza
e l'effusione di Dio nel mondo si chiarifica nel suo
significato e nella sua finalità.
Sono chiamato a riflettere distintamente - nel-
l'ambito dell'unica contemplazione del mistero di
Cristo - su Gesù, che è pellegrino come noi sulla
terra e ricercatore del Padre, ed è egli pure termine
e destinatario dell'azione pneumatica; e su Gesù,
collocato alla destra di Dio, che di questa stessa
azione diventa comprincipio.

GESÙ PELLEGRINO, CONDOTTO DALLO SPIRITO

Il battesimo nel Giordano è il momento della


chiara e piena investitura e insieme, nel mondo in-
teriore di Cristo, della chiara e piena consapevo-
lezza.
In esso, lo Spirito non solo si fa segno dell'ini-
ziato rinnovamento del mondo, ma riempie il cuore
di Gesù, che dal Giordano riparte appunto «pieno
di Spirito santo» (Le. 4, 1). Pietro, meditando su
questo episodio, arriverà a parlare di consacrazione
messianica «con Spirito santo e forza» (At. 10,38).

54
Da allora lo Spirito lo guida sulla strada che gli è
prefissata dal Padre, e la prima tappa è la solitudine
e il silenzio. «E subito lo Spirito lo scaraventò nel
deserto», nota Marco (1,2) con una vivacità che gli
altri evangelisti si sentiranno in dovere di attenuare.
La prima mèta, proposta a chi è stato costituito
per noi ed è stato mandato a condividere senza ri-
serve la condizione umana, è il deserto, dove - pre-
senti le fiere e gli angeli - mancano solo gli uomi-
ni, e per questo i pensieri del Padre e del Regno si
fanno limpidi e vivi, e il cuore si dispone all'annun-
cio e all'opera di salvezza.

Dopo il deserto, «con la forza dello Spirito» il


Signore Gesù arriva in Galilea e la sua missione
comincia (Le. 4, 14), sempre sostenuta e guidata
dallo Spirito di Dio, che è anche, nella delusione
quotidiana, la fonte della sua gioia segreta (Le. l O,
21).
Gesù è così persuaso che le sue parole, le sue ope-
re, la sua stessa esistenza manifestino con trasparen-
za la presenza dello Spirito di Dio, da ritenere «be-
stemmia contro lo Spirito» ogni malevolo miscono-
scimento nei suoi confronti (Me. 3,28-30).
Pur non apparendo mai un invasato o un esta-
tico, egli che dello Spirito ha parlato pochissimo, è
dunque un perfetto, attento, docile destinatario del-
le sue effusioni, ed è dunque modello ideale di tut-
ti coloro che - nel loro aspro e insidiato cammino
verso il Regno - si lasciano condurre dallo Spiri-
to e proprio per questo sono figli di Dio (cfr. Rom.
8,14).
55
LO SPIRITO, MANDATO DA GESÙ GLORIOSO

Sui rapporti tra il Cristo glorioso e lo Spirito noi


non oseremmo indagare, se l'evangelo di Giovanni
non ci inducesse ad avventurarci in questa esplora-
zione, riferendoci le confidenze del Signore Gesù,
fatte l'ultima sera, un po' a mensa e un po' discor-
rendo mentre scendevano verso il fondo della valle
del Cedron. Non c'è che rileggere con semplicità di
cuore e con amorosa attenzione della mente questi
pochi versetti.
«Il Parac1ito, lo Spirito santo che manderà il
Padre nel mio nome, questi vi insegnerà tutto
e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (14,
26).
Lo Spirito è mandato dal Padre, che è la fonte
unica e totale della vita divina e dunque anche di
tutte le sue donazioni verso il creato.
Un po' avanti, ancora più nettamente dirà di lui:
«che procede dal Padre» (15,26), introducendo così
una distinzione inequivocabile e un irreversibile or-
dine di rapporti tra il Padre lo Spirito; una distin-
zione che sconcerta la nostra logica proprio perché
non insidia ma avvera la perfetta unità della ric-
chezza divina, e insieme ci manifesta che il solo e
stupendo modo per entrare in reale e piena comu-
nione col Padre è quella di accogliere il suo Dono,
accettando di lasciarsi afferrare e travolgere dalla
misteriosa vicenda dalla vita interiore di Dio.
«Nel mio nome»: qui, se è possibile, il nostro stu-
pore si fa ancora più grande. Questo nostro fra-

56
tello - partecipe della nostra stessa umanità -
può dire che l'effusione dello Spirito è fatta a nome
suo, come a dire: per sua richiesta e quasi per sua
autorità. Egli è dunque un uomo che gode di un
ascendente unico e inimmaginabile presso il Padre,
così da sollecitarne e ottenerne la massima e più
completa delle elargizioni: si comincia a capire co-
me mai lo Spirito di Dio debba essere anche - co-
me spesso fa Paolo - lo Spirito di Cristo.
Queste parole - «nel mio nome» - ci fanno pe-
netrare un po' di più nel mondo ineffabile dell'amo-
re e della sapienza di Dio e insieme ci preparano
alla più alta rivelazione, quella che ci porterà al
mistero centrale di questo ordine di provvidenza.
«Quando verrà il Parac1ito, che manderò a voi
dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal
Padre, egli renderà testimonianza di me» (15,
26).
Il Signore Gesù non solo strappa con 'le sue pre-
ghiere, coi suoi meriti, con la sua mediazione vitale
dal Padre per noi il dono del Parac1ito, ma si col-
loca all'origine di questa stessa donazione. Lo Spi-
rito è mandato da lui. Il vangelo di Luca raccoglie
dalle labbra del Risorto la stessa affermazione: «lo
manderò la promessa del Padre mio su di voi» (Le.
24,49).
Lo Spirito scaturisce da quest'uomo crocifisso e
glorificato, che perciò è entrato col Padre in una in-
timità che sta di là da ogni comprensione e, si di-
rebbe, di ogni possibilità: Gesù è, col Padre, alla

57
sorgente di questo «fiume di acqua viva» e il «pri-
mo Dono ai credenti» proviene anche da .lui. Qui
c'è la radice di tutto il mistero di Cristo. della Chie-
sa, della vita rinnovata. .
Lo Spirito è dunque di Cristo non solo perché è
ottenuto da Cristo, ma perché è il respiro del Risor-
to, che egli alita sulla sua Chiesa (cfr. Gv. 20,22),
rendendola un popolo vivo della stessa vita di Dio.
Un uomo è entrato nel gioco delle divine relazio-
ni; perciò questo gioco trabocca fino a raggiunger-
mi, coinvolgendo mi nella vita divina e coinvolgen-
dosi nella mia storia.
«Se io non andassi, il Paraclito non verrebbe
a voi; se io vado lo manderò a voi» (16, 7).
«Andare» ha per il Signore Gesù un senso deter-
minato: per lui significa affrontare i tormenti della
sua passione, morire sulla croce, risorgere nella glo-
ria; in una parola, operare il «passaggio» da questo
mondo al Padre.
Non c'è effusione dello Spirito di Dio nel mondo,
che non sia provocata dal sacrificio di Cristo. Al
momento della consumazione della sua offerta, se-
condo la discreta allusione di Giovanni, egli «emise
lo Spirito» (19,30), donandolo agli uomini e facen-
do di essi un popolo di redenti.

Che cosa sarebbe potuto avvenire in un altro uni-


verso, noi non sappiamo. In questo, nel quale di fat-
to Iddio ci ha voluti collocare, il Dono del Padre
viene a noi in forza della morte e della risurrezio-

58
ne del Signore. Il quarto evangelo ci presenta questa
affermazione con una oertezza assoluta: «ancora non
c'era lo Spirito, poiché Gesù ancora non era stato
glorificato» (7,39).
Non si ha qui di mira ovviamente una successione
di carattere cronologico, ma si vuoI porre in eviden-
za l'ordine delle causalità: ogni donazione dello Spi-
rito, dal principio del mondo alla conclusione della
storia, proviene dal Cristo crocifisso e risorto, che
è «alla destra del Padre» e cioè partecipa della sua
prerogativa di essere la scaturigine del Paraclito.
Perciò non ci può essere meditazione sullo Spi-
rito, che "non sia al tempo stesso meditazione sulla
morte salvifica e sulla gioia pasquale; non c'è amo-
re per lo Spirito, che non sia insieme amore per co-
lui che ha versato il suo sangue per noi, «dalle cui
lividure siamo stati guariti»; non c'è devozione allo
Spirito, che non si risolva immediatamente nella de-
vozione al Signore crocifisso e sempre vivo.
«Non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà
udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi
glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo
annunzierà» (16, 13-14).
Lo Spirito viene a noi con tutte le ricchezze at-
tinte al tesoro di Dio. Ma non di una astratta essen-
za divina egli ci disvela i misteri: anzi, sotto que-
sto profilo non dice molto e non si dà troppo da fa-
re per appagare le nostre curiosità filosofiche.
Egli ci fa partecipi del colloquio d'amore tra il
Padre e il Signore glorificato. E poiché il destino di

59
noi, fratelli del Signore, è di sicuro argomento di
questo colloquio inesauribile, anche di questo lo
Spirito ci mette a parte: «vi annunzierà le cose fu-
ture»; e così, anticipando ci la conoscenza della no-
stra sorte beata, colma le nostre inquietudini e lievi-
ta dentro di noi la speranza.

Provenendo dal cuore di Cristo, arriva a noi ca-


rico di tutti i sentimenti filiali che vi trova e ce li
comunica, assimilandoci così a poco a poco al Figlio
di Dio. «Prenderà del mio»: tutto il mondo segreto
del Signore Gesù, mediante lo Spirito, si riversa nel
nostro mondo interiore.
L'aperta docilità nell'accoglimento del Dono è la
condizione essenziale per questo nostro progressivo
conformarci al Signore della gloria e per unirei a
lui: «se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, co-
stui non è di Cristo» (Rom. 8,9).
Perciò Gesù dice: «Egli mi glorificherà», cioè ma-
nifesterà ai miei fratelli tutta la bellezza, la ricchez-
za, la grandezza del mio cuore innamorato del Pa-
dre, non con una manifestazione fatta di parole, che
possono essere anche ascoltate distrattamente, ma ri-
producendo vitalmente tutti i miei tesori nei loro
cuori.
I cristiani sono infatti «lettera di Cristo ... scritta
non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vi-
vente» (Il Coro 3,3).

Come si vede, l'inserimento di un uomo tra il Pa-


dre e lo Spirito, così da essere il figlio unico di Dio

60
e insieme il comprincipio della missione del Para-
clito, è la chiave di volta di questo nostro universo.
È ciò che è espresso con divina naturalezza nella
forma battesimale: «Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito santo» (Mt. 28, 19). In essa si com-
pendia non solo il segreto dell'interna vita di Dio,
ma anche tutto il mistero della nostra salvezza.
La questione - di grande interesse culturale -
se sia stata posta sulle labbra di Cristo risorto per-
ché già così battezzava la Chiesa, o se la Chiesa bat-
tezzava così perché questo era l'ordine ricevuto dal
Risorto, è, agli effetti di una conoscenza vera e sa-
piente, del tutto irrilevante: la sua perfetta sempli-
cità e la sua straordinaria ricchezza ne attestano
in ogni caso la sostanziale origine rivelata.

61
VIII

LO SPIRITO UNIFICATORE

L'UNIFICATORE DELL'UNIVERSO

Lo Spirito di Cristo unifica tutto.


Nell'ambito dell'eterna vita divina, in lui il Pa-
dre e il Figlio sono una cosa sola: nel mistero delle
relazioni increate, si indentificano prefettamente tra
loro proprio e solo nell'essere l'unico principio da
cui lo Spirito procede da sempre.
E nell'universo misteriosamente voluto dall'amo-
re di Dio, poiché il Figlio che è col Padre all'origi-
ne della missione del Paraclito, è Gesù di Nazaret,
uomo nato da donna, morto, risorto e glorificato, nel
quale tutte le creature trovano il loro capo e il loro
compendio, la missione dello Spirito nel mondo uni-
fica alla radice il creato e il Creatore.

LE EFFUSIONI UNIFICANTI

Questa azione unificante dello Spirito prosegue e


si manifesta nelle diverse effusioni pneumatiche, a
cominciare dal prodigio di Pentecoste che le rias-
sume tutte e le proclama.
La Pentecoste è negli Atti l'antitesi di Babele: in
essa ogni dispersione della famiglia umana si ricom-
pone in concordia. Dallo Spirito, mandato dal Si-

62
gnore Gesù, sono radunati gli uomini di tutte le lin-
gue, p.erché da questa teofania - come da quella
del Sinai - nasce il vero popolo di Dio, che è ap-
punto una «convocazione», cioè una «chiesa».
Lo Spirito .unifica, animandola, tutta la moltepli-
cità dei mezzi di salvezza, coi quali ci raggiunge la
azione redentrice di Cristo.
Sono tutti riverberi, attuazioni, «epifanie» del-
l'unico Paraclito, che dalla destra del Padre non fini-
sce mai di investire e di soccorrere la varietà degli
uomini, dei momenti, delle necessità, riconducen-
dola all'unità senza stanchezze.
A ben guardare questa pluralità degli interventi
salvifici ha due diverse radici: l'una è propria della
realtà da redimere, che è molteplice e disgregata;
l'altra sta nella stessa ricchezza divina che, ecce-
dendo l'umana possibilità di comprensione, è costret-
ta per donarsi a farsi multiforme e successiva, sen-
za che nessuna complicazione si introduca nel pro-
getto e nell'amore del Padre e senza che si disperda
il Dono, che resta uno e unificante.

L'UNITÀ DELLA RIVELAZIONE E DELLA FEDE

Così lo Spirito unifica ogni rivelazione e ogni pa-


rola di Dio, oltre la disparità degli accenti e dei lin-
guaggi, e mantiene serrate le fila di un discorso che.
prolungato com'è nel tempo, pUQdare l'impressione
di essere frammentario e qualche volta perfino in-
coerente. Lui, «che ha parlato per mezzo dei profe-
ti», compone l'eterogeneità di tutte le pagine del Li-

63
bro di Dio e, così organizzato, lo consegna al nuo-
vo Israele, assieme agli altri doni, come «Scrittura
divinamente ispirata» (Il Tim. 3, 16).
Agli uomini di tutte le stirpi e di tutte le culture
ispira l'identica accettazione dell'unica signoria del
Risorto, perché «nessuno può dire: Gesù è Signore,
se non nello Spirito santo» (I Coro 12,3); e al ba-
gliore di questa prima luce di fede, che rinnova
ogni prospettiva sul mondo, guida alla conoscenza
e al possesso vitale di tutto quanto è statoescogi-
tato per noi dall'amore inspiegabile del Padre: «vi
condurrà verso ogni verità» (Gv. 16, 13).
Né 'si tratterà soltanto di una esperienza interiore,
ma anche di una palese e impegnata testimonianza
di fronte agli altri: «renderà testimonianza di me
e anche voi mi renderete testimonianza» (Gv. 15,26-
27). Perciò nell'ora della prova i discepoli di Cri-
sto non devono preoccuparsi di cercare le parole
giuste per professare la loro adesione al Signore Ge-
sù: «non siete voi a parlare, ma lo Spirito santo»
(Me. 13,11).
Gli apostoli sono dall'inizio consapevoli di que-
sta loro solidarietà con lo Spirito nella testimonian-
za: «di queste parole siamo testimoni noi e lo Spi-
rito santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbe-
discono» (At. 5,32).

SPIRITO E ORTODOSSIA

« Vi condurrà verso ogni verità»: Lo Spirito di


Dio guida verso la verità totale. L'attenzione a tut-

64
ta la verità, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue
implicazioni, è uno dei segni più sicuri della sua pre-
senza. Al contrario, il restare ammaliati dalle pro-
prie intuizioni balenanti e unilaterali, e compiacersi
della propria genialità, amplificandone il valore sen-
za coordinamenti e senza rispetto per la totalità, se-
condo la logica e la spaventosa libertà dei fenome-
ni tumorali, questo è malefizio caratteristico dello
Spirito del male.
Ed è un malanno fatale, che arriva a colpire per-
fino gli uomini spiritualmente più nutriti e più ric-
chi di vitalità. Tra i discepoli di Cristo il demonio
ottiene i più' vistosi successi non tanto con la disse-
minazione dell'errore quanto con l'esaltazione insi-
stita e ossessiva di qualche verità strappata all'or-
ganismo vivo e onnicomprensivo dell'ortodossia.

L'uomo «psichico» percepisce l'ortodossia come


arida convenzionalità o come pavido conformismo,
se non addirittura come rinuncia a pensare in pro-
prio e senza pregiudizi. Allo stesso modo della vir-
tù, l'ortodossia sembra associata irrimediabilmente
alla noia.
Soltanto lo Spirito santo può farcene scoprire il
sapore esaltante e la sobria ebbrezza. Se lo Spirito
mi assimila a sé essa mi appare semplice e fantasio-
sa, avventurosa e rasserenante, adeguata alla mia
piccolezza e sconfinata come l'essenza divina: nep-
pure la rapsodia incredibile di tutti i pittoreschi er-
rori dell'intero genere umano è più varia e ampia
e multiforme della verità.

65
In realtà, in questa grigia epoca di pensatori ori-
ginali ad ogni costo, l'ortodossia è la sola originalità
che mi è consentita. Il suo fascino, per l'uomo
«pneumatico», si fa tanto più grande quant~ più. s!
generalizza sugli animi l'impero della eresia, cioe
della verità lacerata.
Niente rivela più chiaramente alla distanza la po-
vertà interiore quanto le «scoperte» luccicanti, uni-
laterali ed eccessive, che vogliono essere liberanti
e sono tiranniche. E niente è così forte e saziante,
come la verità che si offra senza clamori, in abiti
dimessi, e proprio col senso insieme della totalità
e della misura apre veramente sull'infinito.
Purché per ortodossia non si voglia intendere la
pigrizia mentale e l'incomprensione delle idee altrui,
che non sono tra i doni del-lo Spirito.

L'UNIFICAZIONE DEGLI ATTI SACRAMENTALI

Anche la varietà delle azioni sacramentali - che


si modella sulla complessità e il mutarsi delle con-
dizioni dell'uomo - scaturisce dall'unico Spirito.
che prende progressivamente possesso di chi ha ere-
duto all'evangelo. Più che diverse effusioni, sono
una partecipazione crescente dell'uomo redento al
mistero pentecostale. .
Il battesimo è una nascita «dall'acqua e dallo SpI-
rito santo» (Gv 3,5); la confermazione della inizia-
zione battesimale avviene con la donazione dello
Spirito, mediante l'imposizione delle mani degli apo-
stoli (At. 8, 14-17); e, come sottolineano tutte le

66
liturgie, nell'eucaristia l'azione dello Spirito tra-
sforma i doni terreni nell'offerta celeste e raduna
tutti i partecipanti in una «chiesa», associandoli al-
l'unico offerente, cioè al Pontefice dell'alleanza
eterna.
Così ogni remissione di colpa, ogni accrescimen-
to di vita divina è sempre effetto di questa inesauri-
bile Pentecoste, che va invisibilmente e tenacemente
trasformando il mondo nel Regno di Dio.

UNITÀ DEI CARISMI E DEI MINISTERI

Lo stesso Spirito che suscita la pluralità dei cari-


smi, distribuendoli «a ciascuno a proprio piacere»
(I Coro 12, 11), sorregge e anima i ministeri: «voi
lo Spirito santo ha posto come sovraintendenti a pa-
scere la Chiesa di Dio» (At. 20, 28).
Non ci sono autori diversi dei mezzi di salvezza,
non ci sono diversi ispiratori o diversi elargitori di
grazia: «Ci siamo abbeverati tutti di un unico Spi-
rito» (I Coro 12, 13).
L'identico Spirito infonde in tutti l'unica fede,
ispira l'unico Libro di Dio, santifica con la succes-
sione dei sacramenti, provoca l'esuberanza dei do-
ni, assicura al gregge il ministero apostolico e il suo
magistero chiarificante.
Perciò «cerchiamo di conservare l'unità dello Spi-
rito per mezzo del vincolo della pace. Un solo cor-
po, un solo Spirito, come una sola è la speranza al-
la quale siete stati chiamati, quella della vostra vo-
cazione; un solo Signore, una sola fede, uno solo

67
battesimo. Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di
sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presen-
te in tutti» (Ef. 4,3-6).

II pluralismo ecclesiale nasce per qualche aspetto


dall'azione dello Spirito di Dio, ma ne riceve anche
dei confini severi, che nessuno può valicare senza
peccare contro di lui.

68
IX

LO SPIRITO
TRA INTEGRALISMO E SECOLARISMO

L'UNITÀ DELL'UNIVERSO

Lo stesso Spirito che, librandosi in principio sul-


le acque primordiali, presiede alla nascita del mon-
do, è mandato dal Risorto a investire tutto il creato
in ogni angolo più riposto e a imprimere a tutte le
cose il movimento di ritorno al Padre.
Lo Spirito unifica dunque anche la vicenda dei
tempi, dall'origine al fuoco purificatore dell'ultimo
giorno. Anzi è appunto lui a fare di una congerie
slegata e assurda di accadimenti una storia.
In forza della sua presenza operosa, tutto è ri-
dotto a unità, perché quanto esiste trova tutto posto
nell'unico piano di Dio ed è sollecitato, dall'energia
inesauribile che sgorga dal seno del Padre, a ten-
dere verso un solo traguardo.
C'è una sostanziale unità dell'universo, che non
è retto da due distinti «ordini di provvidenza» -
uno lievitato dallo Spirito e uno no - anzi si muo-
ve secondo un solo progetto e riceve in ogni sua
parte significato e valore da un solo fine ultimo.
Alla comunione filiale di tutte le creature con la
intima vita divina tutto è obiettivamente finalizza-
to: nessun essere sfugge a questa estrinseca conca-

69
tenazione, anche se non ne ha nessuna coscienza,
se non a prezzo di un fallimento esistenziale che
quasi lo snaturi.

UN DILEMMA IMBARAZZANTE

Da tale convinzione possono derivare - e di fat-


to più o meno consapevolmente derivano - due at-
titudini verso la realtà umana e due modi di giudi-
carla, che offrono su lati opposti insidie e pregi di-
versi. L'unità del piano di Dio, pur non essendo in
sé ambigua, finisce per essere ambivalente per le
contrastanti conclusioni che si pensa di trarne.
Qualcuno ne ricava che tutto ciò che non è ispi-
rato dalla fede in Cristo - cioè dall'accettazione
cosciente e totale del piano soprannaturale come ci è
stato rivelato - manca di un vero significato, sia
pur subordinato e frammentario, e non ha alcun va-
lore, neppure iniziale. Come amavano citare gli ago-
stinisti di tutti i tempi: «Omne quod non est ex
fide, peccatum est».
Altri preferisce dedurne che ogni realtà conside-
rata in se stessa e ogni fine immediato di qualunque
legittima e in sé apprezzabile attività umana, sono
già pienamente conformi e omogenei all'unico pia-
no di Dio, indipendentemente dalla presenza o dal-
la mancanza di una esplicita e riflessa visione di
fede.
Ogni realtà infatti è nativamente connessa con
Cristo, e ogni fine immediato si collega necessaria-
mente, di per sé e di là dalle intenzione soggettive,

70
col fine ultimo che è soprannaturale, attraverso la
trama dei fini intermedi. «Omne quod non est pec-
catum, ex fide est», si potrebbe sentenziare, capo-
volgendo l'aforisma.

IL DIVARIO SI FA PIÙ PROFONDO

Il primo orientamento porterà ad affermare che,


una volta smarrita o non sufficientemente operante
nell'uomo la conoscenza del Cristo, anche I'attività
propria dei campi che ci appaiono più lontani e di-
sparati ne uscirà compromessa in diversa misura.
Senza la conoscenza del Cristo sarà praticamente
impossibile costruire una filosofia che sia vera e in-
tegrale; sarà quasi impossibile approdare a una ve-
ra e integrale conoscenza della storia del mondo;
sarà difficilissimo elaborare una dottrina politica o
sociale davvero proporzionata alle reali condizioni
dell'uomo: e, se vogliamo spingerei al paradosso,
perfino il meccanico che non abbia fede o abbia
una fede inadeguatamente viva e presente, si troverà
con qualche svantaggio in ordine al perfetto eserci-
zio della sua professione.

Il secondo orientamento tenderà ad asserire che


appunto lo sviluppo di ogni non riprovevole impe-
gno umano connette con Cristo. Sicché ciò che è
davvero richiesto all'uomo per avere un posto e cre-
scere nell'ordine soprannaturale, che è il solo esi-
stente, è di essere pienamente e autenticamente
uomo.

71
Il meccanico che fosse un perfetto meccanico, sa-
rebbe anche - magari «anonimamente» - cristia-
no e, senza saperlo, avrebbe raggiunto il possesso
di Cristo.
La contrapposizione, nella sua irritante astrattez-
za, è abbastanza illuminante: è necessario essere cri-
stiani per essere uomini; oppure è sufficiente essere
veri uomini per essere cristiani?

OGNUNO CITA LA SUA SCRITTURA

I sostenitori della seconda tendenza, proseguendo


nella loro riflessione, arrivano abbastanza coerente-
mente a riconoscere come condizione necessaria e
sufficiente per arrivare al cristianesimo, sia pure ano-
nimo, l'impegno cosciente a favore dell'uomo, della
sua liberazione, del suo progresso: se si vive nel-
l'amore per gli altri, è segno che «anonimamente»
si è già arrivati alla fede.
E qui verrà puntualmente citata la descrizione
che Gesù fa del giudizio finale, dove i giusti sco-
prono di aver amato Cristo «anonimamente» nel-
l'esercizio autentico dell'amore verso i fratelli (Mt.
25,31-46).

Ma gli altri non mancheranno di ricordare la sor-


prendente - e chiarificante - parola di Paolo, che
dice: «Se distribuissi in cibo tutti i miei averi... e
non avessi la carità, a niente mi gioverebbe» (I COl'.
13,3). Dove si vede che non è così automatica e im-
mancabile la connessione tra la fatica e la generosi-

72
tà a favore dell'uomo e il proprio inserimento nel-
l'ordine soprannaturale.
E possibile ed è anche probabile che nella dona-
zione ai fratelli e nell'ossequio assoluto alla giusti-
zia uno arrivi a una fede almeno implicita, ma non
è detto che sia sempre così. E anche possibile - ed
è in molti casi probabile - che esista un impegno
terreno di progresso sociale e di dedizione all'uma-
nità che in faccia a Dio sia sterile e irrilevante.
In questo caso, proprio per l'unità dell'universo
e l'esistenza di un solo ordine di provvidenza, che
è sempre soprannaturale, ciò che è senza valore in
faccia a Dio, non riuscirà menomato anche in se
stesso? Non è pensabile che la mancanza di fede
- essendo obiettivamente una grave mutilazione
dell'uomo, come esiste in questo mondo concreto -
alteri o in qualche modo mortifichi in se stesso ogni
valore e perfino ogni attività che si svolge nell'am-
bito della convivenza umana?

A OGNUNO È PROPOSTA LA SUA ERESIA

Naturalmente ci possono essere - e ci sono -


esasperazioni in tutte due le direzioni, che arrivano
a conclusioni del tutto insostenibili per un cristiano.
Su di una si può arrivare alla grettezza di giudi-
zio di chi non ammette che ci sia fuori del cristia-
nesimo nessun vero valore, né che si ritrovi qualco-
sa di buono e di giusto in chi non ha fede; e addirit-
tura che nessuna attività umana - sociale, politica,
artistica, ricreativa - possa avere. qualche possibi-

73
lità di svolgersi positivamente, se non nell'ambito
delle strutture ecclesiastiche.
Su questa linea qualcuno è arrivato a dire che:
«omnia opera infidelium sunt peccata et philosopho-
rum virtute sunt vitia», suscitando il giusto sdegno
e provocando la condanna da parte del Magistero
della Chiesa.

Sull'altra linea, procedendo senza freni e senza


saggezza, si potrà arrivare a concludere che il con-
tenuto dell'Evangelo salvifico è la rivelazione del-
l'uomo a se stesso; che la vera preghiera è il lavoro
a favore dei fratelli; che l'autentico impegno apo-
stolico ed ecclesiale si risolva totalmente nella con-
divisione di tutte le sollecitudini umane a tutti i li-
velli.

Che cosa può fare lo Spirito - che pure è colui


che costituisce e rivela l'unità dell'universo - di
fronte a queste contrastanti «conseguenze» di que-
sta stessa unità? E che cosa può fare l'uomo «pneu-
matico», così fortemente e diversamente sollecitato?
Il mio disagio è grande, il mio smarrimento è fa-
cile. Non c'è forse campo dove sia più arduo sceve-
rare la verità dall'errore; dove anzi sembra che la
scelta sia solo tra fanatismi diversi, dove sia più
frequente un dibattito equivoco, e perciò senza spe-
ranza.
Ma lo Spirito non abbandona quelli che si affi-
dano a lui e alla sua guida, oltre ogni interesse, ogni

74
pregiudizio, ogni ricerca che non sia della verità e
della conformità alla volontà del Padre.

DOVE CI PORTA LO SPIRITO

Lo Spirito non è settario, perché ogni valore del-


l'universo, dovunque si trovi, proviene da lui, ed
egli sa riconoscere ciò che è suo. Non è un benpen-
sante disimpegnato che «rispetta tutte le opinioni»
perché non crede che ci sia da qualche parte la veri-
tà. Egli ci preserva al tempo stesso dall'intolleranza
di chi non sa riconoscere il bene quando non sia
operato nell'ambito «della propria parrocchia», e
dall'incredulità di chi in fondo non ritiene che esi-
sta altro bene al mondo, che non sia la libertà
astratta e senza contenuti e una generica esaltazione
dell'uomo.

Dallo Spirito, che «spira dove vuole», noi sappia-


mo che la bellezza, la bontà, la saggezza non sono
certo concentrate e racchiuse entro i confini del fat-
to cristiano: al contrario si possono scoprire in mi-
sura diversa in ogni angolo della terra, in ogni rag-
gruppamento umano, in ogni onesta esperienza in-
teriore.
Non mi sembrano però sovrabbondanti, anche se
diffuse. Appaiono anzi scarse e sommerse in una
realtà che è sordida, cattiva, falsa, insipiente, e che,
nella sua veste appariscente, porta ancora- i segni
della dominazione del demonio. Tuttavia non c'è
forse cuore d'uomo, dove non ci sia una reale pre-

75
senza della verità, qualche vena di buon senso, un
briciolo di bontà, un po' di affinità connaturale con
la bellezza eterna.
E nessuna sfumatura di bellezza, di bontà, di sag-
gezza, di virtù esiste di fatto in nessuna parte del
mondo, anche la più remota dalle espressioni socio-
logiche del cristianesimo, che non sia prodigio ope-
rato dallo Spirito e riverbero «anonimo» della ric-
chezza di Cristo. Nessun bene è puramente «natu-
rale», se con questa parola si intenda qualcosa che
nasca e si esprima sfuggendo all'azione dello Spi-
rito e non sia finalizzato alla gloria del Redentore.

Senza dubbio una partecipazione «anonima» al


mistero cristiano è sufficiente - se è reale - alla
salvezza definitiva del singolo. Però della salvezza
dei singoli uomini non è il caso di preoccuparsi trop-
po, perché cì. pensa già con amore più vivo e pii!
efficace del nostro il Padre che è nei cieli.
Non possiamo invece nasconderei che un inseri-
mento puramente «anonimo» nella vicenda salvifi-
ca dà luogo a una menomazione gravissima delle
possibilità umane. La mancata conoscenza esplicita
e personale di Cristo non consente all'uomo di es-
sere integralmente uomo e di realizzarsi con piena
e aperta consapevolezza.
La Chiesa - con le sue strutture visibili; col suo
patrimonio di valori che Dio ha in essa custodito
ed è andato crescendo nei secoli, come ricchezza
della sua propria famiglia; col tesoro divino-umano

76
della sua sapienza - non è un lusso o un abbelli-
mento superfluo, ma è una necessità vitale per tutti.
L'uomo può prendere parte alla vita della Chiesa
anche «anonimamente» e così salvarsi dalla rovina
totale; ma il fenomeno è obiettivamente aberrante
e il danno che egli subisce, anche come uomo, resta
grave e senza rimedio.
È vero che ci può essere chi è visibilmente inse-
rito nella Chiesa e nella sua organizzazione eppure
è vittima di uno squallore spirituale più grande di
chi ne è fuori; ma questo è un motivo per stimolare
e saggiare continuamente in tutti i cattolici una mi-
gliore autenticità cristiana; non è certo una ragione
per ignorare che la vita ecclesiale, partecipata in
tutta la sua compiutezza, è condizione assolutamen-
te inderogabile per il conseguimento di una esisten-
za umana ricca e feconda.

Senza dire che il «cristianesimo anonimo» e la


«fede del tutto implicita» - sufficienti alla salvez-
za personale - sono più che altro una speranza
che non è possibile verificare.
Di fronte a un uomo che lavora, si impegna, ad-
dirittura si immola fino a «dare il suo corpo alle
fiamme» per la liberazione e il progresso dell'uma-
nità, noi possiamo sempre augurarci che sia mosso
da un amore inconsapevole per Cristo; ma non ne
siamo affatto sicuri.
Il modo migliore per appurare che il nostro dar
da mangiare agli affamati sia un dar da mangiare
al Signore Gesù, è di pensare di fatto a Gesù anche

77
esplicitamente mentre distribuiamo il nostro pane;
come del resto il modo migliore per accertarsi che
il nostro amore per Cristo non sia illusorio, è di dar
da mangiare effettivamente ai nostri fratelli che han-
no fame.

Lo Spirito poi ci preserva dalla tentazione di


prendere le scorciatoie e di giurare su formule trop-
po semplificate. Niente va tralasciato: un meccanico
che trascurasse di essere un buon meccanico, man-
cherebbe di qualcosa anche nella sua consistenza
cristiana; d'altronde, se anche fosse un meccanico
perfetto, ma non arrivasse alla conoscenza esplicita
del suo destino di fratello di Gesù e di figlio di Dio
o non rendesse operativa questa conoscenza a tutti
i livelli della sua attività, sarebbe sminuito come
uomo, e anche la sua professione - non essendo
illuminato dalla consapevolezza del fine supremo --
sarebbe esercitata con qualche opacità.

L'uomo davvero «pneumatico» sente il fascino di


tutto ciò che è giusto, nobile, santo dovunque lo in-
contri ed è illuminato da ogni barlume di verità che
riluce nel mondo, perché lo Spirito sa avvalorare
in ogni luogo tutto ciò che proviene da lui. Perciò
non c'è nell'uomo «pneumatico» disprezzo o suf-
ficienza verso nessuno e tutti gli insegnano qualche
cosa, anche i filosofi, gli storici, i sociologi, gli eco-
nomisti, i politici, gli esteti che non hanno conosciu-
to Cristo e non hanno gustato la gioia della vita ec-
clesiale.

78
Ma insieme la cosa più preziosa che egli impara
da tutti è quanto sia desolato, spento, deludente, il
possesso di qualunque tipo o grado di scienza, di ca-
pacità tecnica, di cultura, che non sia sostanzialmen-
te inverato dalla comunione personale col Signore
Gesù e dalla piena partecipazione alla vita della
Chiesa.

SEMPLICI NORME DI COMPORTAMENTO


DI FRONTE AI VALORI «SECOLARI»

In conclusione, penso di dover ritenere ugual-


mente vere e tra loro compossibili due affermazioni
che talvolta mi si mostrano contrastanti: tutto ciò che
non è sotto l'influsso dello Spirito di Dio soggiace
all'azione dello spirito del male, sicché l'ipotesi di
valori che siano puramente naturali e di uomini che
riescano a star neutrali nella lotta per il riscatto del-
l'universo dalla tirannia del potere delle tenebre, è
priva di fondamento plausibile; ma insieme tutto ciò
che è buono, giusto, umano, è prezioso anche ai fini
del progetto sovraeminente voluto dal Padre, ed è
compiuto dallo Spirito, che nella sua efficacia non
conosce confini.

Se mi lascio illuminare da questa convinzione, ci


sono - di fronte a quanto di positivo io scorgo in
contesti dove a prima vista lo Spirito di Dio sem-
brerebbe escluso - alcuni atteggiamenti che mi so-
no certamente vietati e ci sono atteggiamenti che mi

79
sono doverosi, se non voglio io stesso sottrarmi al-
l'azione pneumatica.
Non mi è consentito né uno svilimento a priori
delle richezze «secolari», quasi che io sia in pos-
sesso della sicurezza che il loro valore sia soltanto
apparente, né una assoluta esaltazione a priori, qua-
si che io sappia che si tratti senza dubbio di beni
autentici in faccia a Dio.
Mi è invece necessario accostarmi col rispetto che
mi è imposto dalla evidenza che vi sono in esse delle
forme obiettive di bene che non posso trascurare
e dalla speranza che insieme ci sia - anche se ano-
nimamente - già una vera partecipazione al mi-
stero di Cristo.
Ed è per me un dovere il tentativo di porle in
collegamento esplicito col Signore Gesù, almeno per
tre ragioni: in primo luogo, perché soltanto così si
ottiene di verificare l'esistenza di un pregio auten-
tico in faccia a Dio, che diversamente è solo ipote-
tico; in secondo luogo, perché questo sbocco sul
mistero salvifico porta a compimento e arricchisce
ogni possibilità umana; infine perché la connessione
anonima con Cristo, se può essere sufficiente per
essere collocati alla destra nel giorno del giudizio,
non è in sé conforme alla natura dell'uomo, che esi-
ge in ogni caso di arrivare a rapporti consapevoli e
liberamente decisi .alla luce di una esplicita cono-
scenza interpersonale.

80
x
LO SPIRITO
E IL PRODIGIO DELL'ATTO DI FEDE

LA NUOVA STORIA DEL MONDO


COMINCIA CON L'ATTO DI FEDE

Lo Spirito che investe l'universo, lo rinnova radi-


calmente. Il peccato - che è il principio della vec-
chiaia del mondo - resta presente e attivo. ma lo
Spirito sopravviene con la sua forza che ringiovani-
sce. Di qui la tensione e il clima di lotta che carat-
terizzano la vicenda nella quale siamo tutti coin-
volti.
Anche se il prestigio che godono di questi tempi
le scienze psicologiche mi induce troppo spesso a
dimenticarlo, «il nostro combattimento non è con-
tro carne e sangue, ma contro i principati, contro
le potestà, contro i dominatori cosmici di 'questa
tenebra, contro gli spiriti malvagi della regione cele-
ste» (Ef. 6, 12). Per fortuna lo Spirito di Dio com-
batte e lavora per noi a trasformare l'universo, ri-
scattandolo dalla tirannia del demonio e della colpa.
L'inizio del ringiovanimento del mondo è l'atto di
fede.
L'atto di fede di Maria - che si contrappone, su-
perandolo, all'affidamento assurdo di Eva al tenta-

81
tore - avvia l'opera di redenzione. E dal mio atto
di fede comincia, attorno a me e dentro di me, la
storia nuova del mondo.

INTEGRALITÀ DELL'ATTO DI FEDE

C'è nell'atto di fede una dupliche integralità: è


atto di tutto il mio essere ed è possesso di tutta la
realtà.
Impegna e trasfigura tutto l'uomo, nella sua intel-
ligenza, nella sua volontà, nei suoi sentimenti: in
esso tutto quello che ho saputo e so, tutto quello che
ho voluto e voglio, tutta l'esperienza, tutta la spe-
ranza, tutta la disperazione, tutta la felicità di vive-
re, tutta la mia sconfitta, tutto il mio desiderio, tutta
la mia delusione; tutta la mia forza, tutta la mia im--
potenza confluiscono e si transustanziano sotto l'a-
zione dello Spirito, fino a dar origine a una cono-
scenza nuova, a una libertà nuova, a una vita nuo-
va, a un nuovo mondo di aspirazioni, di gioie, di
appagamenti, a un uomo nuovo.
Proprio per questa totalità, non c'è atto più inten-
so, più risonante, più misterioso. Originato dal con-
nubio della ricchezza del Dio che si effonde e della
mia povertà, è insieme libero e razionale, oscuro e
chiarificante, fragile e sicurissimo: è conclusione fa-
ticosamente costruita e illuminazione improvvisa, è
conquista e dono, è tutto dello Spirito e tutto mio.

E nell'atto di fede arrivo. per così dire, al domi-


nio di tutto: esso termina, come a suo oggetto pro-

82
prio, a Cristo, nel quale si ricapitola tutta la rivela-
zione del Padre, dalla creazione al giudizio.
In esso mi è data in qualche modo la conoscenza
dell'universo: ogni creatura mi appare nel suo vero
significato, e mi apparirà, quando l'atto di fede ger-
minerà la visione diretta, nel suo vero valore.
È dunque una prospettiva nuova e trasfigurante
su tutte le cose: nessun essere è più il medesimo -
anche se è molto più vero .di quanto lui stesso non
veda - quando è guardato dall'occhio del credente.
Perciò quando è pienamente consapevole ed è
svolto, almeno tendenzialmente, in tutte le sue impli-
cazioni, l'atto di fede raggiunge - e in misura di-
versa rinnova - tutta la conoscenza, tutta l'attività,
tutto l'impegno dell'uomo, senza alcuna esclusione.
C'è dunque una vocazione all'integralità che è
propria della fede, alla quale sono sollecitato a cor-
rispondere, senza che la paura di cadere nell'inte-
gralismo arrivi a giustificarmi se non lo faccio.

Certo esiste realmente il rischio di convincersi


che l'atto di fede supplisca per qualche aspetto alle
conoscenze particolari dei vari campi della cultura
e alle specifiche competenze umane, o addirittura vi
si sostituisca interamente.
Sarebbe un errore grossolano e nefasto: la grazia
suppone sempre le realtà e le capacità creaturali,
le nobilita, le illumina, le ravviva, ma non le rende
mai superflue né di regola rimedia alla loro man-
canza.

83
L'ATTO DI FEDE
ESIGE LA «CRISTIANITÀ»

Proprio questa insita vocazione all'integralità,


esige che l'atto di fede non rimanga un puro fatto
di coscienza, ma si esprima a tutti i livelli dell'azio-
ne e della vita. L'uomo che crede, per forza ricerca
- e alla fine in q ualche modo deve trovare -- una
condotta nuova, una diversa capacità di giudicare,
uno stile originale di operare, di amare, di associarsi,
di educare, di lottare, di morire. «Se uno è in Cri-
sto, è una nuova creazione»: se tutto resta come
prima, c'è da dubitare dell'autenticità dell'atto di
fede.

Tutto CIO non soltanto a livello individuale, ma


anche a quello comuniario. Un gruppo di credenti
necessariamente deve dare principio a forme nuove
di comunità umane: non è possibile che un vero at-
to di fede non abbia nessun contraccolpo sociologi-
co e resti racchiuso nell'ambito della vita del sin-
golo.
Tanto più che l'atto di fede è nativamente comu-
nitario: è originato sempre, in una maniera o nel-
l'altra, dalla comunità che è portatrice dell'annun-
cio salvifico, e apre in ogni caso l'uomo a una vita
di comunione coi fratelli.
Per questo, ogni vera professione cristiana chiede
di incarnarsi ad esprimersi in qualche «cristianità».
Il discepolo di Gesù è il sale della terra, perciò
non deve - come del resto non può - vivere se-

84
parato, in un mondo costruito solo per lui. Ma pro-
prio per non snaturarsi fino alla scipitezza e per in-
saporare efficacemente tutta la realtà terrestre, aspi-
rerà sempre a instaurare qualche forma di società
cristiana. Un cristianesimo non sociologicamente di-
versificato, è un cristianesimo defunto.
Laddove ci fosse una generale accettazione del
messaggio cristiano, mirerà giustamente a dar vita
perfino a una società cristiana globale. Quando que-
sto non è possibile, si dovrà tendere a forme asso-
ciative parziali, cristianamente qualificate non tanto
per l'etichetta o per il battesimo richiesto agli ap-
partenenti, quanto per lo stile nuovo e diverso, che
è postulato e irraggiato dal fatto cristiano. E in-
sieme si dovrà tentare di segnare evangelicamente
il più ampio spazio possibile delle attività umane.
La stessa condizione di «diaspora», in cui vive di
fatto il credente, non solo non contraddice, ma av-
valora e rende più imperiosa la necessità di dare
alla vita nuova secondo lo Spirito ogni possibile
espressione sociologica.
Il Regno di Dio, ha detto Gesù, è come il fermen-
to che deve lievitare la massa della realtà umana.
Ma non è affatto incluso in questa parabola che i
credenti non debbano diversificarsi dai non credenti
e non debbano dar vita a una maniera nuova e dis-
simile di essere uomini.
Talvolta anzi è perfino storicamente rilevabile che
quanto più la comunità di Cristo ha ricercato la di-
versificazione - in qualche momento esasperandola
fino a segregarsi - in vista di un avveramento più

85
perfetto dell'idale evangelico, tanto più ha energica-
mente e positivamente influito su tutta l'umanità.
Al contrario è tragico - e un po' comico - rile-
vare quanto si faccia irrilevante per il mondo e alla
fine inutile la presenza di gruppi cristiani che nel
timore di non essere abbastanza efficaci mirano alla
piena assimilazione, considerando la peggiore delle
disgrazie il sentirsi messi da parte e relegati in un
angolo, come una fanciulla che paventi come una
catastrofe di restare esclusa da ogni giro di danza.
Sotto questo profilo, il fenomeno monastico -
lungi dall'essere aberrante ed eterogeneo rispetto
alle esigenze di immanenza tra gli uomini - è, nel-
la sua eccezionalità e nella sua esorbitanza, esempla-
re per ogni forma di vita cristiana. Il monastero è
una benedizione per tutto il popolo di Dio non solo
perché ricorda vigorosamente l'assoluta necessità di
far spazio a Dio e di dargli il primo posto nella di-
strazione e nell'affanno del mondo presente, ma an-
che perché richiama l'urgenza di esprimere la pro-
pria fede rinnovatrice con forme conseguenti e omo-
genee di convivenza.

E però importante non dimenticare che, proprio


perché «la fede non è di tutti», e in ogni caso è e
deve restare un atto libero e ognuno conserva in
ogni momento la facoltà di revocarlo, le convivenze
umane «necessarie» - cioè dove non sia possibile
salvaguardare la libertà delle opzioni col pluralismo
associativo - non possono e non devono essere ca-
ratterizzate religiosamente.

86
Non ci potrà essere dunque in nessun caso uno
«stato cristiano», tale perciò da far sentire estraneo
o in condizione di inferiorità un uomo senza fede,
neppure nel caso - oggi molto ipotetico- di una
perfetta coincidenza tra i cittadini e i credenti.

VALORE RELATIVO DELLE CRISTIANITÀ

L'atto di fede non può esimersi dal manifestar-


si in qualche forma sociologicamente definita di cri-
stianesimo vissuto, ma non è detto che tale manife-
stazione sempre e in ogni caso sia necessaria, né
che sia sempre opportuna.
E non è detto neppure che sia senza pericoli e
inconvenienti. Soprattutto si dovrà fare attenzione
a non suscitare segregazioni sdegnose e senza amo-
re, che rompano ogni rapporto umano. Lo Spirito
guiderà i suoi, perché di volta in volta prendano le
decisioni più giuste e storicamente più convenienti,
per, non smarrirsi nella pura e semplice identifica-
zione con la realtà mondana e per non arroccarsi in
una cittadella che rifiuti di partecipare alla storia
generale dell'umantià.
D'altronde l'uomo «pneumatico» sa benissimo
che nessuna forma cristianamente caratterizzata lo
rende più diverso e più straniero nella folla degli
uomini, di quanto non lo faccia già diverso e stranie-
ro il suo atto di fede. L'uomo che crede veramente
è per se stesso un enigma irritante e un corpo estra-
neo nell'ambito della società umana.
Nessuna organizzazione confessionale - nessun

87
ghetto - pone fra noi è il mondo barriere più alte
di quelle che sono elevate dalla fede, per la quale
inevitabilmente noi finiamo per apparire agli altri
strani, remoti, incomunicabili.

Lo Spirito però ci ammonisce continuamente che


il fatto cristiano trascende sempre ogni cristianità
e che l'atto di fede è sempre più ricco e più ampio
di ogni sua espressione sociale.
Le «forme» sono necessarie, ma non hanno mai
un valore assoluto, anzi dopo qualche tempo infal-
libilmente deludono, quando non appaiono addirit-
tura - specialmente se viste da una prospettiva
storicamente diversa da quella della loro origine -
dei tradimenti dell'ideale evangelico.
Mentre l'evento salvifico cui partecipiamo vive
nella dimensione eterna, la cristianità è immersa nel
fluire del tempo, ne segue le traversie, ne subisce i
logoramenti e alla fine esaurisce la propria capacità
interpretativa, sicché è giusto che agonizzi e muoia,
per lasciare il posto a un altro genere di cristianità.
Poiché ogni «forma» relativa tende normalmente
ad assolutizzarsi, ogni trapasso da una cristianità
all'altra è doloroso e traumatico, ma è un dono del-
lo Spirito, il quale conduce il popolo dei credenti
sulle vie di Dio, e mentre lo vuole vivo, presente e
coinvolto in tutte le epoche, gli impedisce al tempo
stesso di cadere definitivamente .prigioniero di una
condizione storicamente determinata e peritura, e
lo mantiene sulla strada del suo pellegrinaggio ver-
so il Regno.

88
UN IDILLIO E UN CONTRASTO

L'uomo che è sotto l'azione dello Spirito possie-


de una conoscenza che non è assolutamente raffron-
tabile alla conoscenza dell'uomo che dallo Spirito
non è stato raggiunto.
L'atto di fede rappresenta un salto di qualità,
perciò l'attività intellettiva che è principiata e infor-
mata dall'atto di fede è assolutamente originale ri-
spetto a ogni altra attività intellettiva.
Ovviamente non si tratta qui di conflitto tra fede
e ragione, che è una ipotesi comica anche come ipo-
tesi, ma della eterogeneità che intercorre tra l'uomo
«pneumatico» e l'uomo «psichico».
Fede e ragione non solo non si oppongono, ma si
ricercano e, sotto certi riguardi, si implicano vicen-
devolmente.
La ragione umana precede l'atto di fede, vi con-
fluisce e, con la grazia illuminante di Dio, positi-
vamente lo prepara; anche se non lo determina e,
propriamente parlando, neppure lo sostiene. A par-
tire poi dall'atto di fede, la ragione non è sostituita
o accantonata, ma è chiamata a svolgere la sua at-
tività ad altro livello.
A un certo momento, proprio la fede consente al-
la ragione di salvarsi dalle contraddizioni di questo
mondo e di proseguire il suo compito fino a una
spiegazione esauriente del mistero dell'esistenza.
Non solo dunque non c'è contrasto, ma c'è addirit-
tura un idillio.

89
I rapporti tra l'uomo «pneumatico» e l'uomo
«psichico» invece non sono così armoniosi.
Bisogna cominciare a dire che in genere la capa-
cità di ragionare non guasta mai: chi ragiona bene,
non si allontana mai per questo dalla fede, anche
se non è detto che vi approdi senz'altro e neppure
che vi si avvicini.
Inoltre tra chi ragiona credendo e chi ragiona sen-
za credere un certo dialogo è senza dubbio possibi-
le: li accomunerà se non altro lo stesso rispetto per
le leggi della logica. Tuttavia c'è da ricordare che,
mentre nessuna conoscenza che non nasca dalla fe-
de arriva a cogliere il progetto di Dio e quindi il
vero significato dell'universo, niente è di per sé sot-
tratto alla comprensione dell'uomo illuminato dallo
Spirito: «l'uomo psichico non percepisce le cose
dello Spirito di Dio: per lui sono una follia e non le
può comprendere, perché vanno giudicate pneumati-
camente. L'uomo pneumatico invece giudica tutto»
(I Coro 2, 14-15).
Ben diverso è invece il caso dei rapporti tra la
fede e l'incredulità, cioè tra chi vive di fede e chi,
per le ragoni più diverse, ha rifiutato la luce dello
Spirito. Qui il conflitto è netto e irriducibile: non c'è
nessuna speranza di intesa e un dialogo serio è poco
più che un miraggio.
Il credente e l'incredulo, anche se usano le stesse
parole, non vedono le stesse cose; o, se vedono le
stesse cose, non colgono in esse lo stesso senso; o,
se per caso convengono nella significazione imme-
diata, divergono nel finalizzarle: e il fine di una real-

90
tà è parte integrante e cospicua della realtà stessa,
sicché un dialogo approfondito e prolungato appare
possibile solo nella misura in cui il non credente
cominci a credere o, sventuratamente, il credente
cominci a vacillare nella fede.

Naturalmente i campi del conoscere e delle rela-


zioni umane sono diversi: ce ne sono alcuni dove
chi crede e chi non crede si possono anche inten-
dere tra di loro, e sono quelli che sono abbastanza
irrilevanti ai fini della vera sapienza: e ce ne sono
altri, che pur essendo apparentemente remoti dalla
«sacra doctrina» in realtà suppongono e provocano
una visione globale e sostanziosa dell'universo, e
sono quelli nei quali ogni dialogo tra chi crede e
chi ha rifiutato di credere o è superficiale o è fram-
mentario o è addirittura equivoco.

IMPOSSIBILITÀ E NECESSITÀ DEL DIALOGO

Dobbiamo dunque ritenerci dispensati da ogni


tentativo di conversazione con gli altri? No, dob-
biamo solo salvarci da ogni illusione. Il dialogo è
al tempo stesso impossibile e necessario. .
Benché un dialogo - protratto, univoco, nelle
questioni che contano - tra l'uomo pneumatico e
l'uomo psichico abbia scarse possibilità di poter es-
sere istituito, tuttavia il tentativo resta sempre do-
veroso per molti motivi: perché è sempre difficile
accertare con sicurezza l'incredulità, distinguendola
dalla pura assenza di fede e perché nessuno può ti-

91
tenersi egli stesso totalmente e perfettamente «pneu-
matizzato», dal momento che ci sono sempre nel no-
stro mondo interiore intere regioni che lo Spirito
ancora non è riuscito a illuminare.

Tuttavia lo Spirito di Dio mi guardi sempre dal-


l'illusione di poter essere al tempo stesso partecipe
del suo mistero e capito e accolto da chi si mantie-
ne estraneo alla sua ispirazione.
Lo Spirito che unifica tutto è anche all'origine
della più profonda e più tragica divisione tra gli
uomini. Nessuna retorica sul dialogo deve farmeio
dimenticare.

92
XI

LO SPIRITO E IL SACRO

SACRO E PROFANO

Lo Spirito non' è soltanto l'autore unico e unifi-


cante di tutto ciò che è buono e giusto e santo nel
mondo: ispira, suscita, costituisce anche tutto ciò
che è sacro.
Una realtà sottratta alla destinazione comune e
riservata in modo speciale al servizio esclusivo -
e in qualche modo diretto - di Dio: questo sembra
essere la nozione elementare del «sacro».
Il sentimento del sacro e l'idea che vi è racchiu-
sa sono radicati da sempre in me e, credo, in tutti.
Forse si potrebbe dire addirittura che appartengono
al patrimonio nativo e universale dell'umanità.
Oggi però il concetto stesso di realtà sacrale è
fortemente contestato. E, ciò che è più interessante
e inaspettato, la contestazione è sorretta da motiva-
zioni di natura teologica.

UNA DISTINZIONE CHE SEMBREREBBE INFONDATA

La critica al sacro che più mi turba, e anzi rischia


di convincermi, parte ancora una volta dall'unità
dell'universo.

93
Tutta la realtà, come s'è visto, è retta da un solo
ordine di provvidenza, con una sola origine e un so-
lo fine: tutte le cose vengono dall'unico Dio creato-
re, tutte sono connesse col Cristo, tutte cospirano
verso il Regno. Ogni cosa perciò è costituzionalmen-
te dedicata al servizio di Dio, senza che appaiano
né richieste né motivate ulteriori consacrazioni.
In questa prospettiva la sola distinzione veramen-
te fondata è quella tra ciò che è conforme e ciò che
è difforme in rapporto al fine, tra ciò che obietti-
vamente realizza e compie le cose secondo la loro
indole propria e ciò che mortifica l'insorgere e il li-
bero appagamento di tutte le aspirazioni degli esse-
ri, ostacolandone il pieno sviluppo; in una parola,
la sola distinzione comprensibile è quella tra il bene
e il male, tra la perfezione e l'imperfezione, tra il
giusto e l'ingiusto. Che senso ha, alla luce di queste
convinzioni, distinguere tra sacro e profano?

... ED È IRRINUNCIABILE

D'altronde - se il mio discorso deve restare un


soliloquio o quanto meno se l'argomento vuol di-
battersi tra gente che crede - mi pare proprio che
l'insegnamento del Signore Gesù supponga l'esisten-
za di una realtà sacrale.

Benché ogni cibo sia buono e nessun alimento


possa essere definito immondo o profano, la Chie-
sa ha ricevuto e custodisce un banchetto tipico e ca-
ratterizzante. E se ogni pranzo può favorire la co-

94
munione tra i fedeli e giovare alla solidarietà, solo
il gesto eucaristico - che è rituale - rende i molti
il «corpo di Cristo».
Ogni uomo è figlio di quel Dio che guarda soprat-
tutto la conversione dei cuori; eppure un'azione sa-
cra - il battesimo - è indicata come l'atto espres-
sivo e causativo della rinascita interiore.
Lo stesso popolo di Dio che è rigenerato nel bat-
tesimo, è un popolo preso e messo a parte, cioè «sa-
cro». Questo è anzi il significato vero di quel «sa-
cerdozio battesimale», che non è affatto un supera-
mento del sacerdozio rituale - come non lo era cer-
to nell'Antico Testamento, donde l'espressione è
stata mutuata dalla prima lettera di Pietro - ma è
piuttosto un invito a sceverare nella folla umana la
«gente sacra», cioè la Chiesa.
Mi avvedo che non è così facile ignorare o smi-
nuire il principio della sacralità, se si vuol rimanere
nell'ambito della Rivelazione cristiana .

Coloro che hanno cercato di attenuare nel mio


spirito il senso del sacro, hanno senza dubbio il me-
rito di avermi ricordato con molta forza che tutte le
cose sono nativamente di Cristo e tutto l'essere - in
quanto essere - è buono e santo, poiché tutto de-
riva dal bene assoluto e partecipa della sua bellez-
za e del suo valore.
Ma di questo merito, a mio avviso. non dovreb-
bero troppo insuperbire. Ciò che da questa visione
si irraggia di illuminante, in fondo lo sapevamo già.
Avrebbe magari messo conto di richiamarcelo ener-

95
gicamente, se insieme non si fosse rischiato di obnu-
bilare altre importanti verità ..

IL «SACRO» NELLA ECONOMIA DELLA REDENZIONE

Il mondo in cui ci è toccato di vivere - ed è


l'unico sul quale si esercita l'influsso dello Spirito
di cui stiamo discorrendo - non è né il mondo in-
nocente uscito fresco e pulito dalle mani del Crea-
tore, ,né il mondo totalmente e definitivamente en-
trato nella gloria.
Noi viviamo nella economia del riscatto, cioè del-
la riconquista e quindi della lotta non ancora chiusa
del tutto tra Dio e Satana. Le realtà e i cuori vanno
a uno a uno raggiunti e liberati dall'azione del Re-
dentore.
Le creature sono tutte buone e in un certo senso
anche sacre, in quanto provengono dall'unico Dio;
anzi sono già tutte in qualche modo di Cristo, che
è nativamente e finalisticamente il loro «capo». Ma
il male enigmaticamente le ha segnate ed esse stan-
no ancora in una condizione di schiavitù, donde
sospirano di essere liberate.
Sicché non ci si può accontentare di lasciarle co-
me sono, né di adoperarsi solamente perché cresca-
no secondo le loro naturali aspirazioni; chiedono an-
che di essere redente, ma redente «dall'alto», di es-
sere donate a Cristo, di essere «riconsacrate». Anzi
in questa luce si vede come soltanto «consacrando-
le», possiamo renderle quello che esse veramente
sono, secondo la loro origine e la loro finalità.

96
Certo nessuna «consacrazione» dispensa dalla ri-
cerca del significato, dell'indole, degli orientamenti
propri di ciascun essere, né dall'attendere allo svi-
luppo della realtà terrestre secondo le sue proprie
leggi. La sacralità non può essere mai una doratura
esteriore, ma sempre è e deve essere il segno di una
raggiunta consapevolezza del posto che ci è stato as-
segnato nell'ambito del progetto divino.

IL SACRO È CIÒ CHE È OBIETTIVAMENTE SANTO

Ma ancora non sono arrivato a cogliere compiu-


tamente il significato della consacrazione, se non mi
persuado che essa non è mai un puro fatto di co-
scienza. È sempre anche un richiamo esteriore e un
marchio obiettivo: perciò può investire - oltre
che le persone - le cose, i luoghi, i tempi, i gesti.
Proprio per questo, a noi che siamo piccoli e po-
veri, a noi che abbiamo lo smarrimento facile e la
pazienza corta, a noi che pur siamo chiamati a cre-
dere nell'amore di Dio in un mondo che sembra
ogni giorno crescere nell'empietà, il «sacro» appare
una risorsa insperata, un dono dello Spirito, una mi-
sericordia del Padre.
Avendo scelto di apparire temporaneamente scon-
fitto e come estromesso dalla creazione, Dio si preoc-
cupa di quelli che sono suoi e sono al buio nella
tempesta, e pone nel mare disperante dell'incredu-
lità delle isole dove la divinità sopravviva agli occhi
degli uomini.
E così luoghi, cose, giorni, gesti, persone sono se-

97
gnati dallo Spirito e con la loro stessa esistenza -
indipendentemente dalle oscillazioni alterne della
fede e dell'incredulità, della speranza e della dispe-
razione, dell'amore e dell'egoismo - contestano il
dominio del nemico e rianimano il piccolo gregge.
Appunto per adempiere a questa destinazione di
resistenza, la consacrazione è obiettiva ed è sottrat-
ta al fluttuare degli orientamenti dei cuori. Perciò
una persona sacra rimane tale anche se vive nella
colpa e smentisce con la vita ciò che afferma con
la missione di cui è stata caricata.

Si capisce allora perché - a differenza degli spi-


riti forti, che sono i meno vicini al Regno e alla fine
i più facili ad essere travolti - i semplici e i deboli
non hanno difficoltà ad accogliere il principio del
«sacro», se mai tendono ad ampliarne l'estensione
oltre il giusto: intuiscono che si tratta di un regalo
dello Spirito e intravvedono che c'è in gioco la loro
stessa possibilità di restare fedeli a Dio in un mon-
do in rivolta.
Naturalmente la sacralità è propria di questo tor-
mentato momento della storia di salvezza e non avrà
posto nella Gerusalemme celeste: il suo scopo è
chiaro per il tempo della lotta, ma perderà la sua
ragione d'essere nell'universo finalmente pacificato.
Dove si vede che chi sostiene la dottrina della
«desacralizzazione» totale non è propriamente in er-
rore: è soltanto in anticipo sui tempi della storia.
Nel Regno dei cieli avrà la consolazione di vederla
perfettamente avverata.

98
XII

LO SPIRITO E IL PRODIGIO DELLA CHIESA

SACRO PIÙ SANTO


UGUALE CHIESA

L'azione unificante dello Spirito, che causa e so-


stiene qualunque sacralità e qualunque santità si
possa ritrovare nello squallore del mondo, ha come
risultato la Chiesa.
Potremmo anzi dire che la Chiesa è appunto la
presenza trasformante dello Spirito di Dio nella
creazione. Perciò ogni dissociamento tra la Sposa
di Cristo e lo Spirito santo è assurdo: unica è la
loro vita e unico il grido nostalgico col quale affret-
tano la venuta del Signore Gesù (Ap. 22, 17).
La Chiesa si compone di tutto il «sacro» e di tut-
to il «santo», che provengono dal Paraclito. La con-
fluenza di questi due elementi - ambedue suscita-
ti dall'unico Spirito - sostanzia la Chiesa.

Tutto ciò che è sacro - e cioè porta il marchio


dell'appartenenza a Dio e, senza essere condizionato
dalla risposta umana e dall'adesione interiore, an-
ticipa il Regno - è della Chiesa e quindi dello Spi-
rito: la Scrittura, le azioni sacramentali, il carattere
indelebile, il magistero infallibile, la successione apo-

99
stolica, la preghiera liturgica, i luoghi, i tempi, le
persone consacrate, la stessa vicenda storica del po-
polo di Dio. Ed è stupendo che così Dio si riservi
uno spazio e una presenza, che nessuna fragilità,
nessuna stoltezza, nessuna colpa degli uomini che
vi sono coinvolti, può distruggere e neppure insi-
diare .
. E tutto ciò che è santo - e oioé è di Dio e, per
l'apertura del cuore e l'accoglienza dell'uomo alla
proposta salvifica, anticipa il Regno - è dello Spi-
rito e quindi della Chiesa: ogni ricerca onesta della
verità, ogni impegno disinteressato per la giustizia
assoluta, ogni amore autentico per il Padre e per i
fratelli, ogni desiderio di conformarsi alla volontà
del Signore per poco che la si conosca, ogni eleva-
zione dell'animo nella preghiera.
Ed è stupendo che Dio arrivi ad avere dei figli
anche là dove niente di sacro sembra vicino e forse
neppure conosciuto.

Tutti e due questi elementi vanno pienamente ca-


piti nel loro giusto valore e tutti e due vanno con-
giuntamente apprezzati, perché la loro compresenza
. determina il prodigio della Chiesa, che ha affasci-
nato gli angeli del cielo, rivelando ad essi «la fan-
tasiosa sapienza di Dio» (Ef. 3, 10).
Come si vede, tanto la desacralizzazione quanto
una visione puramente giuridico-rituale sono soprat-
tutto un peccato contro la bellezza.

100
«COME SEI BELl:A, AMICAMIA,
COME SEI BELLA!» (Cant. 1, 15).

Perfino a una considerazione puramente umana,


che guardi anche soltanto a ciò che appare, tutto nel-
la Chiesa mi sembra bello, tutto mi incanta. E non
solo i suoi libri sacri e i suoi sacramenti, ma la sua
dottrina sul Dio che si effonde nell'amore e sull'uo-
mo che pecca ed è redento, la sua morale che ripro-
pone con semplicità, e talvolta si direbbe con inge-
nuità, un ideale che sembrerebbe sovrumano ed è l'u-
nico che non ci avvilisce, i suoi gesti sacri, le sue
tradizioni, i suoi riti antichi, che sono in fondo un
tentativo umile e sublime offerto ai cuori semplici
di sfuggire alla morsa desolante della profanità.
Mi affascina addirittura quella sua struttura che
a volte è elementare ed efficacissima e altre volte è
grandiosa e inconcludente, e quel suo incarnare la
ricchezza che le viene dallo Spirito nell'esteriorità
e nei limiti di una associazione di uomini, bisognosa
di norme, di soldi, di compromessi.
La Chiesa mi appare sempre più un'invenzione
della saggezza e dell'umorismo del Dio creatore, per
riscattare la vacuità e l'orrore del mondo, perché
coloro che hanno nel cuore il senso della bellezza
. possano continuare a vivere sulla terra.

Tutte le mie difficoltà e tutte le tentazioni di in-


credulità mi vengono dalla considerazione del mon-
do, non dalla Chiesa, la cui bellezza è' in ogni caso
un sostegno efficace per la mia fede.

101
Mentre non mi riesce proprio di vedere come si
possa discutere di «credibilità» della Chiesa (la qua-
le per chi non crede è del tutto incredibile e per chi
crede è una gioia per gli occhi e per il cuore), il
mondo - cioè la realtà che non vuoI farsi Chiesa -
con la sua prodigiosa stupidità mi sembra del tutto
improbabile e mi suscita mille dubbi e mille ango-
sciosi interrogativi.
Capisco che tutto ciò mi colloca spesso in condi-
zione di solitudine e mi estrania da molti miei fra-
telli, dei quali mi è incomprensibile anche il linguag-
gio, come credo ad essi riesca incomprensibile il
mio.
Ma non posso farei niente: non si può discono-
scere la bellezza né fingere di non esserne conqui-
stati, qualora si arrivi a vederla.
Forse ciò che oggi più divide gli spiriti è una que-
stione di natura estetica; a proposito cioè di che
cosa sia bello e di che cosa sia brutto. E le divergen-
ze estetiche sono purtroppo le più irriducibili.

NASCE IL CORPO DI CRISTO

Che cosa significa l'appartenenza vitale alla Chie-


sa, che mi è elargita dallo Spirito santo? Che cosa
avviene nell'uomo che, a più riprese a in forme mol-
to diverse, viene raggiunto dal Dono di Dio?

La Chiesa è il «corpo del Signore» e tutti coloro


che lo Spirito investe con la sua forza - ci dice
l'apostolo Paolo - diventano «membra» del Risor-

102
to, cioè, al di fuori della metafora, vengono a lui
assimilati e congiunti.
L'uomo «pneumatico» è assimilato a Cristo, per-
ché l'effusione dello Spirito che gli accende nel cuo-
re la vita divina con le misteriose operazioni di co-
noscenza e di amore onde divampa dall'eternità la
vita trinitaria, gli dà per così dire, sul modello di
quanto avviene nel Figlio, una condizione teandrica.
Questa vita ci fa partecipi degli stessi atti vitali di
Cristo: della conoscenza che egli ha del Padre e del
suo progetto, attraverso la fede e il crescere in noi
della mentalità di Gesù; della tensione ardente e fi-
duciosa, sempre viva e sempre appagata, che gli fa
desiderare il Regno e il nostro inserimento nel Re-
gno, attraverso la speranza; soprattutto del suo amo-
re verso il Padre e verso i fratelli. L'uomo «pneu-
matico» viene anche congiunto con Cristo, perché
lo Spirito, che sovrabbonda nel cuore del Risorto e
prende possesso del nostro cuore, è il legame più
avvincente e tenace tra gli esseri che si possa pen-
sare.

Come si vede, proprio lo Spirito ci dà ragione al


tempo stesso della somiglianza e della radicale di-
versità che intercorre tra noi e Gesù. In quanto è
una comune ricchezza del suo cuore e del nostro, ci
rende conformi all'immagine del Figlio; ma insieme
ci colloca come termine e destinazione di un effluvio
di cui il Cristo è invece misteriosamente alla sor-
gente.

103
LA VITA «SECONDO LO SPIRITO»

Lo Spirito è dunque l'ospite dell'uomo redento.


«Non sapete che siete il tempio di Dio e lo Spirito
di Dio abita in voi?» (I Coro 3, 16). Questa presen-
za dello Spirito di Dio trasfigura tutta la nostra esi-
stenza e ci dà uno stile caratteristico di vivere e di
operare, che san Paolo definisce appunto «katà pneu-
ma», cioè «secondo lo Spirito». Non è infatti un
ospite inerte, ma si fa in noi comprincipio di tutto il
nostro modo nuovo di agire.

Entra subito in rapporto con il nostro «spirito»,


che è la fonte della più profonda e incomunicabile
consapevolezza di noi stessi e del nostro mondo in-
teriore, lo unisce e lo conforma a sé, arricchendo
questa stessa autocoscienza della percezione del no-
stro rapporto filiale con Dio, «affinché sappiamo ciò
che ci è stato donato» (I Coro 2, 12): «lo stesso Spi-
rito testimonia allo spirito nostro che siamo figli di
Dio» (Rom. 8, 16).
E poiché la visione di questo nostro stato di figli,
a chi lo contempli veramente e non si limiti a pro-
nunciare delle pure parole, appare incredibile e
sconcertante, così da paralizzare ogni lingua, «lo
Spirito aiuta la nostra debolezza», riuscendo in tal
modo nel miracolo di far fiorire sulle labbra di un
essere contingente e finito - che dovrebbe solo an-
nientarsi davanti alla Divinità e restare con timore
e tremore - la preghiera filiale.
E una specie di incarnazione orante dello Spirito

104
che sembra in noi farsi figlio e creatura, per scioglie-
re dal nostro cuore il canto appassionato al Padre
di Gesù e Padre nostro.

CAPIRE LE COSE DELLO SPIRITO

«Coloro che vivono secondo lo Spirito, capiscono


le cose dello Spirito» (Rom. 8,3). Capiscono - di
là da ciò che le apparenze di questo mondo sembra-
no costringere a pensare - che esiste nel cuore de-
gli uomini e nella storia umana una forza di Dio che
lavora senza stanchezze e lievita di sé ogni evento
terrestre, anche quello che pare il più impenetra-
bile e lontano.
Capiscono ciò che non è umanamente possibile
capire e cioè la chiara determinazione con cui il Dio
autore di tutte le cose ha scelto di presentarsi al
mondo come uno sconfitto. Il Crocifisso è il segno
più clamoroso di questa volontà di sconfitta, ma non
è il primo. L'esistenza del male nel mondo rivela da
sempre l'enigmatica scelta di Dio, che ha deciso di
essere momentaneamente sopraffatto.
Per chi vive secondo lo Spirito, non solo la pre-
senza del male non insidia la convinzione dell'esi-
stenza di un Dio buono, ma è uno spiraglio nel mi-
stero del suo progetto. L'Onnipotente che rinuncia
all'esercizio altisonante della sua forza su un mon-
do che pare voglia continuamente smentirlo e si la-
scia come estromettere dalla sua creazione, trova la
sua perfetta corrispondenza creata in Gesù di Na-
zaret, che nell'ora del potere delle tenebre non ri-

105
corre alle legioni degli angeli e viene ucciso «fuori
dalla vigna» che è la sua eredità.
E, nel Dio creatore e nel Figlio che redime, lo
stesso mistero, che non può essere intellettualmente
penetrato dagli uomini, se non da quelli che viven-
do «kata pneuma» tentano ogni giorno di accozlier-
lo e riviverlo serenamente nel buio di una esistenza
spesso umiliata e penosa.
Capiscono infine la gloria del Risorto e la sua
bellezza, che è il senso più alto e lo scopo dell'uni-
verso; .e: sapendo di essere destinati a parteciparvi,
ne anticìpano fin d'ora la gioia. Per chi vive secon-
do lo Spirito, la gioia - al di sotto di tutte le in-
quietudini, gli smarrimenti, le sofferenze - è il sen-
timento più profondo, più continuo, più certo.
Capiscono tutte queste cose, non perché siano
comprensibili alle nostre menti, ma perché in loro
vive lo Spirito e «lo Spirito scruta tutto, anche le
profondità di Dio» (I Coro 2, 10).

,Ma non è solo un capire, è già un possedere in


antecedenza. Lo Spirito è la vera ricchezza del Re-
gno di Dio e la sua presenza nei cuori è ciò che ca-
ratterizzerà essenzialmente la vita eterna. Ebbene,
que~ta ricchezza ci è già data e proprio per questo
la vita eterna è già nostra. Perciò egli è la «caparra
della nostra eredità» (Ef. 1, 14) e la «primizia»
(Rom. 8, 23) della eterna vendemmia. E' come un
acconto sostanzioso che già abbiamo ricevuto del
tesoro .ch e c~sara
. , regalato. Come si esprime la lette-
'
ra agli Ebrei, coloro che sono «partecipi dello Spi-

106
rito santo» hanno gustato non solo la «bella parola
di Dio», ma anche «le potenze del secolo futuro»
(Eb. 4,6).

«DOVE c'È LO SPIRITO, LÌ c'È LA LIBERTÀ»

Mettendoci già sostanzialmente a parte del Regno


di Dio, lo Spirito ci rende possibile anche questa
vita terrena. Senza questo Dono e senza questa spe-
ranza, i giorni del nostro camminare al buio non so-
no obiettivamente sopportabili. Un uomo senza lo
Spirito di Dio non può che vivere nell'angoscia, a
meno che si rifugi come d'istinto nella ottusità.
Per fortuna lo Spirito è offerto a tutti ed è instan-
cabile nel ricercare la via del cuore di tutti. E anzi
difficile trovare qualcuno che, almeno in qualche
momento e per qualche illuminante esperienza, non
avverta dentro di sé il fremito dello Spirito che vuol
farsi presente.

Solo per l'azione dello Spirito ci è dato di vince-


re le tirannie che abitualmente inceppano la nostra
esistenza: la soggezione alla «futilità» (Rom. 8,20);
la lotta contro la stupidità esterna, di fronte alla
quale siamo senza difesa; l'accecamento inflittoci
dai «lampi di stupidità» - stupidità interiore sta-
volta - che periodicamente ci abbagliano; la schia-
vitù dei sensi e dell'orgoglio; l'ossessione condizio-
nante delle frasi fatte e delle idee correnti; la pre-
potenza dell'uomo che vuol dominare sugli altri uo-
mini e, ancora più insidiosa, la prepotenza di chi
dall'esterno pretende di liberare i.
107
«Dove c'è [o Spirito del Signore, lì c'è la libertà»
(Il Coro 3, 17); e d'altra parte una liberazione che
non provenga dallo Spirito, di solito è solo passag-
gio da un tipo all'altro di servitù.
Troppo facilmente il mondo, pur scosso in conti-
nuità dai sussulti di ribellione, finisce per essere una
gabbia dove un popolo di prigionieri cambiano con-
tinuamente le loro catene senza cambiare mai la pro-
pria condizione di schiavi. Ma lo Spirito non si im-
prigiona. Egli non si arrende e, dove arriva, l'uomo
è veramente affrancato e, proprio perché già parte-
cipe del Regno di Dio, accoglie la signoria di Cri-
sto e comincia così a vivere da uomo libero qui sul-
la terra.

«Nessuno dice: Gesù è Signore, se non nello Spi-


rito santo»; e nessuno disconosce che Gesù è Signo-
re, senza rischiare con questo di essere sopraffatto
dallo Spirito di servitù e di finire schiavo di qual-
cuno o di qualcosa.
Il Dono che ci comunica la vita divina, è anche il
Dono che solo ci consente una vita veramente e pie-
namente umana nella libertà e nella luce.

108
L'effusione dello Spirito dà
all'universo un volto nuovo,
al rischio del!' esistenza umana
nuovi termini di scelta,
a colui che crede
un comportamento diverso in ogni
campo: una meditazione
che illumina e orienta

lSBN92 - 0001 - 263

L. ,6.000 (i.i.)
'3
Il I m-
11
78'3<':130 012631 11