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42. ADESSO GLORIFICAMI TU, PADRE, PRESSO TE STESSO.

CON LA GLORIA CHE AVEVO PRESSO DI TE PRIMA CHE IL MONDO FOSSE 17,1-5 17,1 (Di) queste cose parl Ges e, levati i suoi occhi verso il cielo, disse: Padre, venuta lora: glorifica il Figlio tuo affinch il Figlio glorifichi te, 2 cos come gli desti potere su ogni carne, di dare loro a quanto gli hai dato vita eterna. 3 Ora questa la vita eterna: che conoscano te, lunico vero Dio, e colui che mandasti, Ges Cristo. 4 Io ti glorificai sulla terra, avendo compiuto lopera che mi hai dato perch (la) facessi; 5 e adesso glorificami tu, Padre, presso te stesso, con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. 1. Messaggio nel contesto Adesso glorificami tu, Padre, presso te stesso, con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Le parole di Ges prima della sua passione sono uno squarcio di luce:
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rivelano, come il Prologo (1,1-18), il mistero profondo della sua relazione con Dio e con il mondo, che, a questo punto del Vangelo, siamo in grado di intravedere. la finestra che il Vangelo ci apre sullio pi intimo di Ges, Figlio di Dio e fratello di ogni uomo. Per non smarrirci in questo vasto mare, necessario accostarci con occhi aperti e purificati dallamore. Il c. 17 una ripresa finale, sinfonica, dei vari temi del Vangelo. Si tratta di una melodia divina una variazione modulata sullamore ineffabile tra Padre e Figlio, comunicato ai fratelli , che conclude il testamento di Ges. Come ogni testamento, dichiara agli eredi i beni che lascia. Pi si scava in questa miniera inesauribile, pi si trova. A questo punto si presi dalla sensazione non solo di trovare qualcosa di prezioso, ma di trovarsi addirittura nella stanza del tesoro, anzi dentro un diamante, grande come luniverso, infinito come Dio stesso. Ogni parola ne una rifrazione diversa e abbagliante, che suscita sempre nuovo stupore. Il tema dominante la Gloria, del Padre, del Figlio e di noi suoi fratelli. Il lettore, trasportato a volo daquila nelle profondit del cielo, quasi schiacciato dallimmensit di ci che sente; ma il testo come due potenti ali che lo sollevano e immergono nellabisso del mistero, suo e di Dio. Il commento, a questo punto pi che altrove, appare superfluo e ridicolo. Come detto nellintroduzione, due cose paiono inutili e poco intelligenti: parafrasare una poesia e spiegare una barzelletta. E una terza sa addirittura di profanazione: commentare queste parole di Ges, la cui bellezza va oltre il sublime. Il farfugliare confuso, che su di esse si pu fare, vuole soltanto essere un segno, pi importuno del solito, per richiamare lattenzione al testo un po come il gracchiare del corvo sul luogo dove banchetta il re e c saziet per tutti, anche per i suoi simili. Ci che il Figlio ci lascia in eredit il suo stesso rapporto con il Padre. Le sue parole sono una preghiera: si rivolge a quel Tu che fa esistere lio. Si tratta di un dialogo tra il tu del Padre e lio del Figlio, non tra lio e il tu. Prima dellio c sempre il tu, in relazione al quale mi viene la mia identit. Ges il Figlio amato che ama dello stesso amore il Padre e i fratelli: il suo sguardo rivolto insieme al cielo e alla terra, al Padre e a tutti i suoi figli. La sua carne di Figlio delluomo infatti lo rende solidale con ogni uomo. Per questo i poli del dialogo sono tre: Tu, io ed essi. Insieme al Padre e al Figlio siamo coinvolti anche noi, che alla fine diventeremo uno con lui e con il Padre, nellunico amore. Il Vangelo di Giovanni contiene altre due preghiere di Ges al Padre. Nella prima, davanti a Lazzaro morto (11,41s), lo ringrazia in anticipo di fronte a tutti perch, chi lo ascolta, creda in lui come inviato dal Padre e veda la gloria di Dio (11,40; cf. 11,4). Nella seconda, davanti alla propria morte imminente, gli chiede di glorificare il suo nome (cf. 12,27s). Anche questa terza e ultima,
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molto pi lunga e articolata, ha come argomento la gloria del Padre e del Figlio, che ormai comunicata ai fratelli. Ci che la preghiera chiede, donato nella preghiera stessa. La glorificazione di Ges avviene adesso, mentre in dialogo con il Padre. Anche quella dei suoi non avverr solo dopo la morte, in un futuro imprecisato. Accade al presente: chi aderisce a lui e prega in lui, partecipa alla gloria che lui da sempre ha presso il Padre. Fin dallantichit stata chiamata la preghiera sacerdotale. La denominazione vera, ma qui i sacrifici sacerdotali lasciano il posto allagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29). Nella carne di Ges, Figlio delluomo e Figlio di Dio, ogni carne in comunione diretta con Dio. Questa preghiera pu essere letta come la versione giovannea del Padre nostro: una lode al Padre, seguita da varie richieste, nella quale Giovanni elabora e approfondisce i dati della tradizione. Se la si confronta con il Padre nostro di Mt 6,9b-13, si ritrovano numerose corrispondenze. Dio invocato come Padre sei volte (vv. 1.5.11.21.24.25; cf. Mt 6,9b), e ha come dimora il cielo (v. 1, cf. Mt 6,9b); si parla del suo nome (vv. 6.11.12.17.19.26; cf. Mt 6,9c) e si ricorda il dono della vita eterna (vv. 2-3), che equivale a: Venga il tuo regno (Mt 6,10a); lespressione: Voglio che, dove sono io, anchessi siano con me, ecc. (v. 24), richiama: Sia fatta la tua volont, come in cielo cos in terra (Mt 6,10b) e linsistenza sul verbo dare (ricorre diciassette volte: vv. 2tris.4.6bis.7.8bis.9.11.12.14.22bis.24bis), richiama: Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Mt 6,11); si parla di rottura col mondo, di osservanza della Parola, di appartenenza al Figlio e al Padre (vv. 6-11) e di unit nellamore (vv. 20-23), che esplicitano il significato del perdono ricevuto e accordato (cf. Mt 6,12a.12b); si chiede infine laiuto nella tentazione, perch nessuno si perda (v. 12; cf. Mt 6,13a), e la custodia dal maligno (v. 15; cf. Mt 6,13b). Nella preghiera del Figlio presente ogni fratello, che, in lui e con lui, si rivolge al Padre con il suo stesso amore. Il Padre, al quale Ges si rivolge, pi che mai nostro. Tutto ci che uno desidera, gli gi dato se prega cos. Da qui linsistenza sul verbo dare. Esso caratterizza il rapporto tra Padre e Figlio e il nostro rapporto con il Figlio stesso, che ci d se stesso come vero pane di vita. Pur avendo appena parlato della defezione dei discepoli (cf. 16,32), Ges li considera fedeli. La sua fedelt di Figlio delluomo a Dio e di Figlio di Dio alluomo, la fonte indefettibile del nostro essere figli e fratelli. Con questa preghiera Ges d la chiave per entrare nel mistero della sua passione e ne anticipa i frutti. Gli avvenimenti che seguono scaturiscono dal suo amore per il Padre e per noi. Ges si affida totalmente al Padre, sapendo che far brillare in lui e in noi la sua gloria. la Gloria, che egli da sempre ha come Figlio di Dio, alla quale ora torna come Figlio delluomo.
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Non facile articolare il testo. Si possono seguire criteri lessicali, stilistici, letterari o tematici, rilevando aspetti diversi. Senza mai dimenticare che in ogni testo la singola parte gioca in connessione con il tutto, proponiamo larticolazione pi usuale. I vv. 1-5 sono una preghiera al Padre, con la richiesta della glorificazione sua e del Padre, e della nostra in lui; i vv. 6-23 sono unintercessione per quanti credono e crederanno nel Figlio; i vv. 24-26, conclusivi, sono un bilancio della vita di Ges alla luce della Gloria, che ormai si sta svelando compiutamente. Largomento dei vv. 1-5 appunto la Gloria. Allinizio Ges chiede al Padre di glorificare il Figlio, perch il Figlio glorifichi il Padre (v. 1); alla fine dice di aver glorificato il Padre e gli chiede di glorificarlo della sua gloria eterna di Figlio ( vv. 4-5); al centro spiega che la glorificazione di ambedue consiste nel fatto che il Figlio ha ricevuto dal Padre di dare ai fratelli la vita eterna, cio la conoscenza del Padre e del Figlio (vv. 2-3). Il sostantivo gloria ricorre una volta, il verbo glorificare quattro volte. Si tratta della gloria comune del Padre e del Figlio: la gloria dellamore. Essa si manifesta nellumanit di Ges, Parola diventata carne, che la comunica a ogni carne. In lui, il Figlio, ogni uomo conosce Dio come Padre: Chi ha visto me, ha visto il Padre (14,9). La croce glorifica il Padre che, nel Figlio, si manifesta come amore per tutti. A sua volta glorifica anche Ges, mostrandolo come Figlio uguale al Padre. Infine glorifica anche noi, suoi fratelli. Infatti la glorificazione, che Ges chiede per s, non tanto il culto che gli renderanno i credenti, quanto il suo stesso ritorno al Padre, con il quale trasmette a noi il suo Spirito, che ci fa figli. La Parola infatti, diventando carne, entrata nello spazio e nel tempo per aprire ogni spazio e tempo alla Gloria. I verbi dare, glorificare e compiere richiamano il c. 13 (cf. 13,1.26.29.31.32.34), che sta allinizio dellora; contemporaneamente rimandano alla croce, dove tutto compiuto (19,28.30). Questi versetti iniziali saranno ripresi, con variazioni, nel finale (cf. vv. 24-26). Ges il Figlio che ha rivelato al mondo il nome di Dio come Padre. Compiuta la sua missione, ritorna a chi lha inviato. Ma non se ne torna da solo, bens come primogenito tra molti fratelli (cf. Rm 8,29b), grazie alla sua carne solidale con ogni carne. La Chiesa la comunit di quelli che hanno visto la gloria dellUnigenito: conoscendo lui e il Padre, hanno la vita eterna. 2. Lettura del testo v. 1: (Di) queste cose parl Ges. La preghiera che segue strettamente unita a queste cose di cui Ges ha parlato nellultima cena: ha fondato la comunit indicando la via dellamore (cc. 13-14), tracciandone la missione, con le sue difficolt e i suoi frutti sorprendenti (cc. 15-16). Ai
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discepoli, inviati a continuare la sua opera nel mondo, ora dona la sorgente dellamore: il suo rapporto con il Padre. levati i suoi occhi verso il cielo . Dal cielo sceso il Figlio (cf. 3,13.31; 6,32.33.38.41.42.50.51.58) e lo Spirito sopra di lui (1,32). Dal cielo venne anche la voce del Padre (12,28b). Ai discepoli Ges aveva promesso che avrebbero visto il cielo aperto sul Figlio delluomo (1,51). Il cielo indica la sfera divina, il Padre stesso, dal quale il Figlio viene e al quale torna, dal quale riceve lo Spirito che doner ai fratelli quando sar elevato da terra (19,30). Il cielo aperto, comunione piena tra Dio e uomo, sar il suo fianco squarciato, dal quale si riversa sul mondo il mistero di Dio (cf. 19,34). Padre. Con questo nome Ges chiama Dio: il Figlio amato che ama il Padre. Ges, rivolgendosi a lui davanti ai discepoli, apre loro il suo stesso rapporto con lui. Padre, in ebraico abb (= pap), il primo balbettare del bambino, che illumina il volto del padre e del figlio. Questa parola, carica di affetto, esprime relazione di amore corrisposto, sicurezza e forza. Padre la Parola: detta dal Figlio, dice il Padre. In essa donata, a chiunque ascolta, la realt di Dio: rivela che Dio ci Padre e noi siamo suoi figli. Linvocazione Abb il grido dello Spirito in noi (cf. Gal 4,6; Rm 8,15). Dire Padre a Dio in Spirito e verit, nello Spirito del Figlio che la nostra verit, il vero culto (4,23s), lineffabile gioia di scoprire lidentit sua e nostra. In questa parola finalmente Dio per noi ci che da sempre in se stesso; e noi diventiamo ci che, grazie a lui, siamo. In questa preghiera Ges invoca sei volte il Padre. Attende che questo nome fiorisca dal nostro cuore sulla bocca: la settima invocazione, che ci costituisce figli. Allora passiamo dal sesto al settimo giorno. La creazione finalmente compiuta: Dio riposa e noi entriamo da figli nel suo riposo di Padre. E con noi la creazione tutta, che attende con impazienza, nelle doglie del parto, la rivelazione della gloria dei figli di Dio (cf. Rm 8,19-25). Ges ha invocato il Padre una prima volta quando, risvegliando Lazzaro, ha mostrato che la gloria di Dio luomo vivente. E luomo vivente colui che aderisce a Ges, Figlio inviato dal Padre (11,40-42). Una seconda volta lha invocato nel suo turbamento davanti allora, quando gli chiede di glorificare il suo nome (12,27-28a). Proprio in quel momento la voce dal cielo lo glorifica davanti agli ascoltatori (12,28b). Ora, nellimminenza della croce, sgorga dal suo cuore questa preghiera, che un compendio di tutta la sua esistenza di Figlio. venuta lora. lora della glorificazione del Figlio delluomo, preannunciata a Cana (2,4), iniziata dopo lunzione di Betania (12,23) e pienamente accettata da Ges, nonostante il turbamento che comporta (12,27). infatti lora del seme che muore per fruttificare (12,24). Il Figlio la vive
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come espressione piena del suo amore per il Padre e i fratelli (13,1), manifestazione della Gloria (cf. 13,31s). glorifica il Figlio tuo. Lespressione, ripresa nel v. 5, fa da inclusione al testo. Nei primi tre versetti Ges parla di se stesso in terza persona. Questa forma impersonale, pi solenne, rende lio di Ges universale: il Figlio unigenito, principio di tutto, che tutti abbraccia. Il Figlio chiede in dono al Padre la Gloria. Luomo nulla desidera pi della gloria. Esiste infatti in quanto riconosciuto e amato, importante per qualcuno. Tutto facciamo per contare agli occhi altrui, fino a diventare schiavi dellimmagine che gli altri ci danno di noi. Nella Bibbia gloria non indica la fama che uno gode presso gli altri. Questa vana-gloria, che va e viene secondo lo spirare del vento. La gloria che nessuno ci toglie il valore che abbiamo agli occhi di Dio: valiamo quanto lui stesso, che amore infinito per noi. Perch tu sei prezioso ai miei occhi, perch sei degno di stima e io ti amo, dice il Signore (Is 43,4). In ebraico la parola kavod (= gloria) il peso, la consistenza che una persona ha in s, il suo valore intrinseco. La gloria di Dio significa ci che egli , che si rivela a noi nello splendore di ci che fa. In Giovanni la Gloria la bellezza dellamore perfetto, che si rivela e si dona a noi dalla croce. La gloria del Figlio la stessa del Padre (cf. 1,14), che nessuno mai ha visto e che Ges ci manifesta (cf. 1,18). Il Padre glorifica il Figlio innanzi tutto mediante le opere che gli ha dato di compiere, come esplicitamente si annota nel primo e nellultimo segno (cf. 2,11; 11,4). Ora lo glorificher dalla croce, dove, nel suo amore incondizionato, riveler Io-Sono (8,28). affinch il Figlio glorifichi te. Lespressione, ripresa nel v. 4, fa da seconda inclusione al testo: al Figlio interessa la gloria del Padre, come al Padre quella del Figlio. Il fine della glorificazione delluno quella dellaltro, e viceversa. Con la sua azione e, soprattutto, con la sua passione, il Figlio glorifica il Padre perch manifesta al mondo il suo amore (cf. 3,16). Ges chiede al Padre che, attraverso il dono della sua vita (10,18), tutti lo conoscano come amore infinito: la gloria di un Dio che si mette a lavare i piedi delluomo (13,5) e si dona a chi lo tradisce (13,31s). La gloria di Dio salvezza delluomo e di tutto il creato: la sua bellezza, amore reciproco tra Padre e Figlio, che in Ges si comunica a ogni creatura. Se la Parola, che era presso il Padre, principio di tutto, la Parola diventata carne riporta tutto al suo principio. Ges infatti lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il Figlio mandato per salvare il mondo (3,16s), il salvatore del mondo (4,42), la cui carne data per la vita del mondo (6,51). v. 2: cos come gli desti potere. Il verbo dare esprime lazione propria dellamore: chi ama d tutto, fino a dare se stesso. Ricorre tre volte in questo versetto e diciassette volte in tutto il capitolo. Il numero 17 corrisponde in ebraico al valore numerico della parola tov (= buono, bello),
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lesclamazione di Dio che guarda le opere della sua creazione (cf. Gen 1). Infatti il potere dato al Figlio di dare ai fratelli vita eterna nella conoscenza del Padre, rende la creazione bella e buona, come Dio lha vista fin dal principio. La glorificazione, sulla terra, del Padre e del Figlio ha la sua origine nel potere dato al Figlio. Egli ha lo stesso potere del Padre, che ha in se stesso la vita (5,26): il dono che riceve in quanto Figlio. Questo suo potere si rivela nellamore che d la vita. Infatti, proprio dando la vita, diventa principio di vita come il Padre. Questo il comando che il Figlio riceve dal Padre (10,18). su ogni carne. Nulla di ci che stato fatto esiste fuori dalla Parola (cf. 1,3); ora, nella carne della Parola, ogni carne ritrova la propria gloria. Lumanit di Ges salvezza di ogni uomo, comunione tra Creatore e creatura, compimento della creazione stessa. Il potere del Figlio su tutto il creato quello dellamore: il potere di chi si fa servo, perch anche noi possiamo lavarci i piedi gli uni gli altri (13,13s), amandoci con lo stesso amore con il quale egli ci ama (13,34). di dare. Il suo potere non quello di possedere, ma di dare, come il Padre. Se il possedere causa di divisione, rivalit e morte, il dare principio di comunione, amore e vita. loro. Designa i discepoli, i fratelli che il Padre ha dato al Figlio, attirandoli a lui (cf. 6,44). Non sono un gruppo chiuso: sono le primizie del chicco di grano, dei tralci che, uniti a lui, porteranno molto frutto (12,24; 15,5). a quanto gli hai dato. La sgrammaticatura (quanto invece di quanti), voluta. I discepoli sono considerati come una cosa sola (vv. 11.21.22.23; cf. 10,16.30; 11,52). Sono uniti tra di loro, perch uniti al Figlio e al Padre. Questunione il compimento dellamore, attraverso il quale il mondo conosce il Figlio e lamore del Padre (cf. v. 23). vita eterna. Il dono del Figlio la vita del Padre. Ogni carne destinata a vivere del soffio di Dio, lo Spirito Santo, amore reciproco tra Padre e Figlio. Lespressione vita eterna in Giovanni sostituisce quella di regno di Dio, usuale negli altri Vangeli. Ges ci d il potere di diventare figli di Dio (1,12), di nascere dallalto per vedere il regno di Dio (3,3). Il regno di Dio, che Padre, la fraternit dei suoi figli nel Figlio. v. 3: questa la vita eterna. Ges specifica in cosa consiste la vita eterna che ci comunica: il suo stesso rapporto di conoscenza e amore con il Padre. Il v. 3, unitamente ai vv. 7-8.10, richiama il detto giovanneo di Mt 11,25-27 e Lc 10,21s. che conoscano te. La vita conoscere Dio come Padre, avere di lui la stessa conoscenza del Figlio (cf. v. 25). Non si tratta di semplice conoscenza intellettuale, ma di esperienza vitale. Conoscere esprime la relazione intima di amore tra Padre e Figlio. Ges venuto a manifestare il nome del Padre (v. 6), a farcelo conoscere (v. 26bis), perch contempliamo la sua gloria di Figlio (v. 24): ci vuol dare il suo stesso rapporto con il Padre. Questi infatti ama noi come ama lui, il
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Figlio unigenito (v. 23), il quale, a sua volta, ci ama con lo stesso amore con il quale amato dal Padre (cf. 15,9). I due sono uno nellamore e ci vogliono partecipi della loro stessa unione, per manifestare al mondo la Gloria (cf. vv. 21-24). Lo stupore infinito e il gaudio indicibile di ogni persona conoscere di essere amato dal Padre con lo stesso amore con il quale ama il Figlio. Qui, appagato ogni desiderio, si compie il sogno impossibile di Adamo, che voleva essere come Dio. La vita che Ges ci d la sua stessa conoscenza e comunione di Figlio con il Padre. Infatti conoscere te giustizia perfetta e riconoscere la tua potenza radice di immortalit (Sap 15,3). Il Vangelo scritto per farci conoscere il dono di Dio (cf. 4,10). In quanto uomini, noi viviamo secondo ci che conosciamo. Chi non conosce il Padre, ignora s, gli altri e il mondo s come figlio, gli altri come fratelli, il mondo come dono del Padre. Da qui limportanza, e linsistenza, del conoscere. Per Giovanni la fede conoscenza; ci che non si conosce non affidabile. Per fidarsi, bisogna prima aver saggiato la fedelt dellaltro. lunico vero Dio. Lespressione unico vero designa Dio in contrapposizione agli idoli, molteplici e falsi, che promettono, ma non danno vita. Lunico vero Dio quello che conosciamo attraverso il Figlio: il Padre che ci ama come figli e che amiamo come Padre. e colui che mandasti. Ges si pone sul medesimo piano dellunico vero Dio: il Figlio, mandato dal Padre per salvare il mondo mediante la conoscenza del suo amore (cf. 3,16.17). infatti la conoscenza dellamore che salva. Non si pu conoscere il Padre senza il Figlio che lo rivela (cf. 1,18), n il Figlio senza il Padre che a lui ci attira (cf. 6,44). Ges Cristo. lunica volta che Ges chiama se stesso Ges Cristo. Si nomina Ges Cristo solo in 1,17, dicendo che da lui ci viene la grazia della verit. In 20,31 lautore dice lintento del suo scritto: Affinch crediate che Ges il Cristo, il Figlio di Dio e affinch, credendo, abbiate vita nel suo nome. Ges, il Messia, ci rivela lunico vero Dio come Padre di tutti: il Figlio da lui inviato per rivelarci il suo amore. In questo amore il Messia ci ha annunziato ogni cosa (cf. 4,25). v. 4: io ti glorificai sulla terra (cf. v. 1c). Il discorso passa dalla terza alla prima persona: Ges ha rivelato ai fratelli la gloria di Dio, la bellezza dellamore tra Padre e Figlio. avendo compiuto lopera che mi hai dato perch (la) facessi. Ges, che ha levati gli occhi al cielo (cf. v. 1), ora li rivolge sulla terra, guardando lopera compiuta (cf. v. 26). Ha glorificato il Padre: ha manifestato il suo amore dando vita e libert ai fratelli, aprendo gli occhi ai ciechi e lavando i piedi ai discepoli. La sua fatica raggiunger tra poco il suo fine, quando consegner lo Spirito (19,30). Lopera del Figlio la stessa del Padre: renderci fratelli per essere figli.

v. 5: adesso glorificami tu, Padre, presso te stesso (cf. v. 1b). La glorificazione di Ges un processo storico, come il diventare carne della Parola. Germoglia visibilmente nel suo battesimo, cresce nel suo operare per gli uomini e si compie adesso nel suo innalzamento, quando dona la vita. Il Ges terreno, attraverso la croce, esaltato alla destra di Dio: esplica pienamente la potenza del Dio amore. Il suo innalzamento la sua elevazione presso il Padre, la pienezza del suo potere di amare e dare vita. Questa la Gloria che i discepoli presto contempleranno (v. 24; cf. 1,14b). Ges, ormai prossimo alla croce, chiede che il Padre lo glorifichi adesso, manifestando in lui il suo eterno amore per il Figlio e per tutti i suoi figli. con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse (cf. v. 24). Ges, in quanto Parola diventata carne, ha una gloria che prima del mondo: il Figlio di Dio. Ma anche in quanto Figlio delluomo, carne della Parola, predestinato da sempre a rivelare a ogni carne la gloria dalla quale e per la quale stata fatta. In altre parole: luomo Ges, gi prima della fondazione del mondo, predestinato ad essere il Figlio, per rivelare ad ogni uomo che figlio di Dio. Egli lUnigenito (1,14; 3,18), dalla cui pienezza attinge chiunque lo accoglie (cf. 1,16), diventando lui stesso figlio (cf. 1,12). Non si pu staccare la gloria eterna di Dio e la sua rivelazione storica dalla carne di Ges di Nazareth, il Cristo, il Figlio unigenito: egli ci ha esposto il mistero di Dio, che nessuno mai ha visto (cf. 1,18). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges, davanti ai discepoli, che alza gli occhi al cielo. Chiedo ci che voglio: conoscere il Padre come lo conosce Ges, il Figlio. Contemplo la scena, lasciando risuonare in me ogni parola di Ges.

Da notare: levati i suoi occhi al cielo Padre venuta lora glorifica il Figlio tuo affinch il Figlio glorifichi te gli desti potere su ogni carne il potere di dare loro a quanto gli hai dato vita eterna
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questa la vita eterna: conoscere te, lunico vero Dio, e colui che mandasti, Ges Cristo io ti glorificai sulla terra avendo compiuto lopera che mi hai dato da fare adesso glorificami tu, Padre, presso di te, con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

4. Testi utili: Sal 27; 84; Es 33,18-23; Gv 1,14-18; 1Cor 2,1-16.

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43. TUTTI SIANO UNO, COME TU, PADRE, IN ME E IO IN TE, [..] AFFINCH CONOSCA IL MONDO CHE TU MI MANDASTI E LI AMASTI COME AMASTI ME 17,6-23 17,6 Manifestai il tuo nome agli uomini che mi desti dal mondo. Erano tuoi e li desti a me e hanno custodito la tua parola. 7 Adesso hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai dato sono da te, 8 perch le parole che desti a me, (le) ho date loro ed essi le accolsero e conobbero veramente che da te uscii; e credettero che tu mi mandasti. 9 Io per loro chiedo, non per il mondo chiedo, ma per coloro che mi hai dato, perch sono tuoi; 10 e le cose mie tutte sono tue e le tue mie; e sono stato glorificato in loro. 11 E (io) non sono pi nel mondo: essi sono nel mondo, ma io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, ci che mi hai dato,
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affinch siano uno, come noi. 12 Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, ci che mi hai dato; e li conservai e nessuno di loro si perse se non il figlio della perdizione, cos che si adempisse la Scrittura. 13 Adesso vengo a te e (di) queste cose parlo nel mondo affinch abbiano la gioia, quella mia, completa in se stessi. 14 Io ho dato loro la tua parola e il mondo li odi perch non sono dal mondo, come io non sono dal mondo. 15 16 17 18 19 20 Non chiedo che li levi dal mondo, ma che li custodisca dal maligno; dal mondo non sono, come io non sono dal mondo. Santificali nella verit: la tua parola verit. Come mandasti me nel mondo, anchio mandai loro nel mondo; e per loro io santifico me stesso, affinch siano anchessi santificati in verit. Ora non solo per questi chiedo, ma anche per quelli che credono in me per la loro parola, 21 affinch tutti siano uno, come tu, Padre, in me e io in te, affinch anchessi siano [uno] in noi, affinch il mondo creda
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che tu mi mandasti. 22 E io la gloria che hai dato a me (l)ho data a loro, affinch siano uno, come noi (siamo) uno, 23 io in loro e tu in me, affinch siano perfetti nelluno, affinch conosca il mondo che tu mi mandasti e li amasti come amasti me. 1. Messaggio nel contesto Tutti siano uno, come tu, Padre, in me e io in te, [] affinch conosca il mondo che tu mi mandasti e li amasti come amasti me (vv. 21a.23b): il Figlio prega che i fratelli siano una cosa sola nellamore, affinch possano essere suoi testimoni davanti al mondo. Il brano un ringraziamento per lopera che il Padre gli ha dato di compiere e unintercessione per i fratelli che la continueranno dopo di lui. Questa preghiera, che si estende per tutto il c. 17, il vertice della rivelazione di Ges ai discepoli, direttamente coinvolti nel suo dialogo di Figlio con il Padre. Come precedentemente abbiamo detto, sei volte esce dalla bocca di Ges la parola Padre (vv. 1.5.11.21.24.25), in attesa che ciascuno di noi, in lui, dica: Padre nostro. Questa settima invocazione spetta a noi. latto che ci rende liberi. Liberi, in latino, significa figli, la parte libera della famiglia in contrapposizione agli schiavi. Diventando figli del Padre e fratelli tra di noi, glorifichiamo cos il suo nome sulla terra come in cielo. Il Figlio benedice il Padre per ci che in lui gi compiuto: la manifestazione della sua gloria al mondo. Insieme per anche chiede (vv. 9bis.15.20) e vuole (v. 24) ci che chiede che i suoi vivano e testimonino ci che lui ha gi compiuto. Tra poco Ges se ne va al Padre; ma non ci lascia orfani (14,18). Ci consegna ci che lui : la sua gloria, la sua conoscenza del Padre. In queste parole ci rivela il suo volto di Figlio, che dona a ogni fratello. A questo dono corrisponde il libero assenso di chi lo accoglie, oppure la resistenza e lodio del mondo, non ancora conquistato dallamore.
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Questa preghiera uneucaristia cosmica. In gratitudine al Padre, il Figlio fa memoria dellopera da lui compiuta, che prosgue nel tempo attraverso i suoi fratelli, fino a raggiungere tutti. Perch tutti, mediante la testimonianza dellamore, saranno attirati a lui (cf. 12,32). Il destino del mondo la manifestazione della Gloria: lamore del Padre e del Figlio, progressivamente ma inarrestabilmente, briller nel cuore e sul volto di ogni uomo. Di questo Ges ringrazia; di questo anche noi ringraziamo, facendo memoria della sua glorificazione. Il fatto che gi la comunit dei discepoli partecipi alla Gloria, non comporta un trionfalismo mondano: il trionfo dellamore, di un Dio che si fa servo delluomo. Al centro della preghiera c lessere uno dei discepoli, presenti e futuri. il dono del Figlio, che ci rende figli e fratelli. Mentre Ges se ne va, i discepoli restano nel mondo. Ma non sono dal mondo: sono propriet di Dio (vv. 6.9), appartengono al Padre come figli e al Figlio come fratelli. Questa preghiera, con richiami stilistici e tematici a 1,1-18, come un prologo che anticipa linnalzamento di Ges, dove Dio esprime la sua gloria. Esprimere significa spremere-fuori: il Figlio spreme-fuori di s, in noi, la sua essenza di Figlio del Padre. La Parola, da sempre, precede e crea ci che poi avviene nel tempo. Su 500 parole che ricorrono in questa preghiera, 100 sono dei verbi. Il verbo indica azione. La relazione Padre/Figlio, comunicata a noi, dinamica e attiva, come la vita. Predomina il verbo dare (17 volte): ogni relazione damore un dare, fino al dono di s. I verbi al passato indicano lazione terrena di Ges, ormai compiuta. Da questa scaturiscono i verbi al presente e gli imperativi, che indicano come lazione del Figlio sar sempre presente attraverso quella dei suoi fratelli. Come gi detto nel brano precedente (cf. messaggio nel contesto), queste parole di Ges sono una versione giovannea del Padre nostro. Poste tra la cena e larresto, costituiscono anche una rilettura gloriosa del dramma Padre/Figlio, che gli altri Vangeli pongono nellorto. Questa preghiera ci introduce nella passione, dandole il suo significato profondo e mostrandone i frutti. In Giovanni tutto visto dalla fine. Il fine, ultimo nellesecuzione, sempre primo nellintenzione di chi lo persegue. Alla luce di questa preghiera, comprendiamo il senso profondo della storia e dei suoi attori dal punto di vista di chi lha messa in moto. Al principio c il Padre che d tutto al Figlio e lo glorifica, custodendo e santificando nella verit i suoi discepoli; il Figlio, a sua volta, d ai discepoli vita eterna, le sue parole, la Parola e la Gloria, manifestando e facendo conoscere il nome del Padre, perch giungano a essere uno tra di loro, con lui e il Padre, partecipando alla sua gioia completa di Figlio, affinch il mondo (nominato ben 18 volte) lo conosca come il Figlio mandato a manifestare lamore del Padre. Queste semplici parole racchiudono insieme il destino della terra e del cielo, del tempo e delleternit: luniverso intero
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attirato e pervaso dalla Gloria. Alla fine tutti saremo figli, conosceremo lamore del Padre e potremo dire: Abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi. Dio amore; chi sta nellamore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4,16). Il fine e il mezzo della missione, sia per Ges che per i suoi discepoli, sempre e solo lamore. Lunit dei discepoli vista come un dono: non da costruire, ma da accogliere e custodire. Anche se noi siamo infedeli, lamore e lalleanza di Dio non vengono mai meno. Anzi, la nostra infedelt evidenzia allo stato puro la sua fedelt indefettibile. La divisione tra i cristiani il grande peccato: luccisione del corpo di Cristo. Noi cristiani delle varie Chiese, se non ci riconosciamo a vicenda, perpetuiamo lassassinio di Caino. Abele, il fratello rifiutato e ucciso, il Figlio che ci ama come il Padre, fino a dare la vita per noi. Non c filialit senza fraternit e non c fraternit senza rispetto dellaltro. La filialit negata da chi pretende di essere lunico figlio e non riconosce il fratello nella sua differenza da lui. Quanto vale per il rapporto tra le varie Chiese, vale anche per il rapporto tra la Chiesa e Israele. Il nostro essere uno nellamore lunione damore sempre nella distinzione, mai nella soppressione dellaltro rivela al mondo il nome di Dio come Padre e compie il suo disegno di salvezza. Questo ostacolato dalle nostre divisioni. Il diavolo, divisore per definizione, ha da sempre cercato di dividere gli uomini. Il suo metodo usuale unire contro qualcuno, straniero o eretico, cattivo o diverso. Oggi anche se favorisce la solidariet contro lasse del male, costituita da quelli che si oppongono ai nostri interessi preferisce agire con la confusione pi che con la divisione: unisce gli uomini in un frullatore, omologando e omogeneizzando tutto, anche gli opposti. Infatti suscita in loro gli stessi desideri e propone un unico modello, ben diverso dal Pastore bello che d la vita (cf. 10,1-21). Comunione e distinzione si oppongono a divisione e confusione come vita e morte. In una persona viva testa e corpo sono uniti, ma distinti; se per caso sono divisi o con-fusi, capitato un incidente mortale. La globalizzazione, processo culturale inevitabile, pu essere sotto il segno dellomogeneit imposta o della diversit accolta. Diceva un uomo saggio che la Chiesa non fatta di mattoni, possibilmente della stessa argilla e di uguale cottura. fatta di pietre vive (1Pt 2,5), tutte diverse; ognuna presa com e lavorata secondo la sua posizione rispetto alle altre. Sullunit nellamore sempre esemplare il testo di 1Cor 12-13. Ununione viva e vitale tra le persone, le Chiese e i popoli, esiste solo se mantiene distinzione e alterit. In questo si gioca non solo lessenza della Chiesa e la credibilit della sua missione: in gioco il destino stesso delluomo e della sua umanit. Il testo, incentrato sul tema dellunit, si articola in due parti diseguali. La prima una richiesta al Padre per la comunit presente (vv. 6-19), la seconda per la comunit futura (vv. 20-23). Ambedue iniziano ricordando ladesione al Figlio, frutto, rispettivamente, della sua testimonianza
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(vv. 6-8) e di quella dei suoi discepoli (v. 20). La preghiera di Ges, anche stilisticamente, come il moto di unonda spinta dal vento che si propaga, ravvivando successivamente tutta lacqua del mare. Le numerose ripetizioni, sia nel testo che nel commento, non sono superflue: sono un continuo ritorno alle parole di Ges, perch rimangano impresse in chi ascolta. Ges inviato al mondo per manifestare il Nome: il Figlio che ci mostra il Padre, amandoci con lo stesso amore con il quale amato da lui. La Chiesa, unita al Figlio e al Padre, continua la missione di Ges. Rivela chi Dio e chi luomo: Dio amore tra Padre e Figlio, luomo sua creatura destinata a vivere di questo amore. Lunione tra i fratelli la Gloria, il cielo che si riflette sulla terra: Dio si rivela al creato e lo deifica, a lode sua e salvezza nostra. Questa unione tra i fratelli infatti la continuazione, nello spazio e nel tempo, dellincarnazione del Figlio. 2. Lettura del testo v. 6: Manifestai il tuo nome. Manifestare il nome, nel senso di far conoscere la persona, non si trova in altra parte della Bibbia. Ges ha manifestato agli uomini il Nome: linconoscibile, Colui che quello che , si chiama Abb, pap. Dire questo nome significa entrare con lui nella sua relazione damore di Figlio con il Padre: Dio mio pap, mio pap Dio! Padre dice alterit e identit, natura e relazione, origine e destinazione. La carne di Ges, la sua umanit, lepifania o, meglio, lenfania del Padre. Ci che il Figlio ha fatto e detto, ci ha fatto conoscere che il Padre nel Figlio: Chi ha visto me, ha visto il Padre (14,9). agli uomini che mi desti dal mondo. Sono i discepoli, che gi hanno rotto con il mondo: tirati fuori dalle tenebre, sono venuti alla luce come figli. Essi sono la primizia di quelli che, per la loro testimonianza, crederanno nel Figlio. Questi infatti stato inviato al mondo (3,17) come salvatore (4,2), perch ogni uomo diventi ci che : figlio del Padre. erano tuoi. Non appartengono al mondo, ma al Padre: sono sua propriet (Es 19,5), suoi figli. li desti a me. Il Figlio considera come dono del Padre quelli che aderiscono a lui (cf. 6,44): sono suoi fratelli. hanno custodito la tua parola. La parola del Padre il Figlio stesso, che rivela il suo amore. I suoi discepoli sono quelli che lhanno accolto e custodito (cf. 15,9s). Il verbo custodire, in greco, significa osservare, guardare bene (cf. vv. 11.12.15): locchio va dove il cuore. v. 7: adesso hanno conosciuto. Il verbo conoscere domina i vv. 6-8 (cf. anche vv. 3.23.25.26). Questa conoscenza unesperienza vitale di relazione con Ges come Figlio del Padre.
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Conoscere amare e amare conoscere. Chi ha accolto la Parola, conosce adesso la rivelazione del Figlio. tutte le cose che mi hai dato sono da te . Conoscere significa avere la stessa esperienza del Figlio, che riceve dal Padre il suo essere e il suo sentire, il suo parlare e il suo agire: tutto ci che il Figlio e ha, dal Padre, dono del suo amore. v. 8: perch le parole che desti a me, (le) ho date loro. Ges ci ha manifestato il Padre e noi labbiamo conosciuto, perch ha dato a noi le parole che il Padre ha dato a lui. Le parole ricevute dal Figlio si sintetizzano nel comando dellamore. Ges lha compiuto alla perfezione e lo lascia in dono ai suoi discepoli (cf. 13,1-17.34; cf. Mt 11,25-27; Lc 10,21s). essi le accolsero. I discepoli sono quelli che accolgono le parole che Ges ha dato loro. In realt la Parola una: il Figlio che ama come amato dal Padre. Ma la parola damore si articola in molte parole, anzi in ogni parola. Accoglierla latto di libert delluomo, che lo genera figlio di Dio (cf. 1,12). conobbero veramente che da te uscii. Chi accoglie le parole della Parola diventata carne, conosce Ges come il Figlio uscito dal Padre. credettero. Il conoscere diventa credere: conoscere fondamentalmente credere allamore. Le parole damore sono conosciute da chi le accoglie con amore. Chi non ama, non capisce. Solo lamore contiene verit e vita, la verit della vita. che tu mi mandasti. Loggetto del conoscere/credere Ges come Figlio inviato dal Padre per manifestare ai fratelli il suo amore. v. 9: io per loro chiedo. La domanda di Ges esprime un desiderio. sicuro che sar esaudito, perch il medesimo del Padre. espresso ad alta voce, davanti ai suoi discepoli, perch anchessi lo conoscano e desiderino (cf. 11,41s; 12,30). non per il mondo chiedo. Ges non chiede per il mondo. Il mondo qui inteso come quella struttura di menzogna che domina i nostri rapporti. In quanto tale va distrutto e vinto (cf. 16,33c), come un tumore, per salvare il malato. Quando invece il mondo inteso come linsieme degli uomini schiavi di questo sistema, allora si dice che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, per salvarlo (3,16s). Ges infatti lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il salvatore del mondo (4,42), colui che d la sua carne per la vita del mondo (6,51), colui che luce del mondo (8,12), la luce che viene nel mondo per illuminare ogni uomo (1,9s; cf. 1,4). ma per coloro che mi hai dato, perch sono tuoi. Ges intercede per gli uomini che il Padre gli ha dato come fratelli. Si sottolinea nuovamente la loro appartenenza al Padre (cf. v. 6). v. 10: le cose mie tutte sono tue e le tue mie . Il Figlio riconosce che quanto ha ed gli viene dal Padre, come il Padre a sua volta gli d quanto lui stesso ha ed . Questo dono la conoscenza
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reciproca tra Padre e Figlio, la loro relazione di amore ineffabile (cf. Mt 11,27; Lc 10,22), nella quale siamo inclusi anche noi, che apparteniamo al Padre come figli e al Figlio come fratelli. sono stato glorificato in loro. Ges stato glorificato nei discepoli, perch lhanno riconosciuto come Figlio, ricevendo la sua stessa relazione con il Padre (cf. Mt 11,25; Lc 10,21). In concreto glorificato attraverso il loro amore di fratelli che custodiscono la Parola del Padre (v. 6), appresa dalle sue parole di Figlio (v. 8). In questa sua richiesta Ges considera come gi avvenuto ci che avverr pi tardi, dal mattino di Pasqua in poi. Sa infatti che tutto quello che si chiede nella preghiera, con fede di averlo ottenuto, sar accordato (cf. 11,22.41s; Mc 11,24). v. 11: (io) non sono pi nel mondo. Ges sta compiendo la Pasqua, il suo passaggio da questo mondo al Padre (13,1). Finisce la sua vita sulla terra, nella quale ha manifestato agli uomini il Nome (cf. v. 6a). bene per noi che se ne vada, perch ci mander il Consolatore (16,7): va a prepararci un posto, perch anche noi siamo dove lui (14,2s). essi sono nel mondo. Pur non essendo dal mondo (cf. v. 6b; 15,18s), i discepoli restano nel mondo, per continuare la sua stessa missione. Lessere nel mondo, sia per il Figlio che per ogni suo fratello, la condizione in cui si gioca il ritorno al Padre. Qui e ora siamo chiamati a vivere da figli del Padre. Lessere figli di Dio non evasione dai limiti dello spazio e del tempo, ma impegno a vivere nella carne secondo lo Spirito, per nascere dallalto. Padre santo. Il Padre ora chiamato santo, pi avanti giusto (v. 25). Santo significa separato, diverso, altro. attributo esclusivo di Dio, altro da tutto: lui solo santo. Eppure vuole che tutti siamo come lui: Siate santi perch io sono santo (Lv 11,44). Paradossalmente Dio, essendo amore, talmente altro da diventare come noi perch noi siamo come lui. La propriet di Dio, Padre santo, quella di santificarci: ci rende simili a lui, diversi dal mondo, perch, essendo Padre, ci fa suoi figli e fratelli tra di noi. custodiscili nel tuo nome. Il nome la presenza, la persona. Attraverso il Figlio che ce lo ha manifestato (v. 6a), il Padre ci custodisce in s, in comunione con lui come nostro Padre. In lui custodiamo la nostra verit di figli. ci che mi hai dato. I discepoli sono ci che il Padre ha dato al Figlio (cf. vv. 6.9). C il singolare, perch sono considerati ununit (cf. anche vv. 2.12), quellunit nellamore che la gloria di Dio e la sua rivelazione al mondo. affinch siano uno. Il fine della preghiera del Figlio al Padre che i fratelli siano uno, una cosa sola (cf. Ef 1,2-6). Il tema verr ripreso e ampliato nei vv. 20-23. Lessere uno il desiderio fondamentale delluomo: la realizzazione dellamore, fonte di gioia e vita. Se il male divide e uccide, lamore unisce e fa vivere. ununit nella distinzione, che non sopprime, anzi suppone lesistenza dellaltro. La vera santit che il Padre vuole dai suoi figli
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lunit nellamore, una fraternit dove ogni diversit accolta e ogni miseria oggetto di misericordia. Infatti, riformulando il comando: Siate santi, perch io sono santo (Lv 11,44), Luca dice: Diventate misericordiosi come il Padre vostro misericordioso (Lc 6,36). La santit, la perfezione di Dio (cf. Mt 5,48), ci per cui Dio Dio e solo lui, la misericordia. Questo attributo rivela la sua essenza come onnipotenza di un amore assoluto, che crea e ricrea ogni creatura a sua immagine e somiglianza. Una santit o perfezione senza misericordia satanica. La misericordia la santit e perfezione propria di Dio, comunicata a noi nel Figlio. Essa ci rende uno con lui e come lui, figli del Padre e fratelli tra di noi (cf. Mt 5,43-48; Lc 6,35), capaci di vincere il male con il bene (Rm 12,21) e di ricomporre in unit ogni frattura e divisione. come noi. Lunione che c tra i fratelli la stessa che c tra Padre e Figlio, la cui vita lamore reciproco. Ges ha gi detto che lui e il Padre sono una cosa sola (10,30). Altrove esprime lo stesso concetto come immanenza reciproca: luno nellaltro (cf. v. 21; 10,38; 14,10.23). Lunione tra Padre e Figlio, comunicata a noi dal Figlio, riunisce in uno i figli di Dio dispersi (11,52), facendo un solo gregge, un solo pastore (10,16). La divisione tra i cristiani il grande male che si oppone alla glorificazione del Padre e del Figlio sulla terra: divide la tunica inconsutile (cf. 19,23s), dilania il corpo del Figlio. La via allunione tra le varie Chiese leggere e rileggere queste parole di Ges, fino a quando non scompare dal nostro cuore la cecit e lanimosit che viene dal divisore. Allora saremo uniti anche a Israele; e la Gloria si riveler a tutti. Da Dio non pu venire la divisione, sinonimo di morte. Da lui viene solo lunione, nellaccettazione della diversit e nel discernimento, che distingue lazione sua da quella del nemico. Da lui viene soprattutto il perdono, che sana ogni divisione. Due sono le ragioni per cui un uomo pu essere continuamente ricoperto di zelo contro la condotta degli altri: lorgoglio e la stupidit. Al di fuori di queste due [ragioni] che muovono luomo allo zelo, questultimo non si d (Isacco di Ninive). v. 12: quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, ci che mi hai dato, ecc. Ges ormai non pi nel mondo (v. 11). Mentre sta andandosene, ricorda ai discepoli che lui ha fatto ci che chiede al Padre: li ha custoditi e conservati nel suo nome, con la cura del pastore per le sue pecore. nessuno di loro si perse. Infatti il Pastore bello d la sua vita in favore delle pecore. Esse non andranno perdute: nessuno pu strapparle dalla sua mano, che la stessa del Padre (10,28s). se non il figlio della perdizione (cf. 2Ts 2,3). Il figlio della perdizione significa il figlio perduto. Di solito riferito a Giuda. un detto inquietante, perch sembra parlare della sua dannazione e della sua predestinazione ad essa. Ma bisogna tener presente che tutta la Bibbia, dalla
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Genesi allApocalisse, una parabola della ricerca del figlio perduto e ritrovato, morto e tornato in vita (cf. Lc 15,24.32). Con lui si identificato il Figlio stesso, che si fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21; Gal 3,13): egli lAlfa e lOmega, il primo e lultimo (Ap 1,8; 21,6; 22,13), il primo che si fatto ultimo (cf. Mc 9,35p;10,31.43sp), il minimo tra i fratelli (Mt 25,40.45), per essere con tutti e in tutti. La perdizione, non va dimenticato, lorizzonte stesso della salvezza: si pu salvare solo ci che perduto (Lc 19,10). Giuda, in questo caso, rappresenta luomo che ancora sotto linflusso del diavolo (6,70; 13,2.27), dal quale il Figlio venuto a liberare i suoi fratelli: il prototipo delluomo perduto, che il Figlio venuto a salvare. Queste parole di Ges vanno lette alla luce del c. 13. Y. Simoens invece identifica il figlio della perdizione non con Giuda, ma con satana, chiamato luomo iniquo, il figlio della perdizione, lavversario (2Ts 2,3). Secondo Giovanni lui lautore del tradimento di Giuda (13,2.27), il capo di questo mondo (cf. 12,31), colui che per primo non ha custodito la Parola, diventando menzognero e omicida (8,43s). Ma anche lui figlio perduto, creatura di Dio; come tale resta infinitamente amato. Fino a quando lodio potr resistere allamore, se lamore infinito? cos che si adempisse la Scrittura . Richiama 13,18-21, dove Ges cita il Sal 41,10. Questo non significa che male, il cui apice la croce di Ges, sia voluto da Dio. per previsto da lui, che ne far il luogo in cui rivela lassolutezza del suo amore. v. 13: adesso vengo a te e (di) queste cose parlo nel mondo. Ges, prima di tornare al Padre, ci lascia queste parole, che sempre parleranno al mondo, attraverso i suoi discepoli. In particolare attraverso il discepolo che Ges amava, il quale le ricorda e racconta a noi nel suo Vangelo. affinch abbiano la gioia, quella mia, completa in se stessi . Le sue parole, che ci fanno uno nellamore, hanno come fine la nostra gioia (cf. 15,11). la stessa del Figlio, amato dal Padre. Ges vuole che essa sia in noi in misura sempre maggiore, fino a essere completa. Tutta lazione di Dio punta alla gioia delluomo. La gioia la firma dautore, il sigillo di Dio su ogni opera sua. v. 14: io ho dato loro la tua Parola . Il dono di Ges, il Figlio, lui stesso, Parola del Padre. la Parola che ci purifica e monda (cf. 15,3), la verit che ci fa liberi (8,32), la luce che ci fa uscire dal mondo, inteso come appartenenza alla tenebra. Questa Parola Spirito e vita (cf. 6,63): comunicandoci il suo stesso amore per il Padre e i fratelli, ci rende figli di Dio. e il mondo li odi, ecc. (cf. 15,18-25). Il mondo ama ci che suo (cf. 15,19): la tenebra odia la luce, la menzogna odia la verit (cf. 3,20). I discepoli sono odiati allo stesso modo di Ges, perch egli non dal mondo, ma dal Padre, e dice la verit (8,45). Chi dal mondo ha un altro padre: il diavolo, omicida e menzognero fin dallinizio (cf. 8,31-47). La gioia che i discepoli hanno
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quella del Figlio, che non dal mondo, ma dal Padre, il quale non lo lascia mai solo (16,32). Anche nelle afflizioni gode sempre della sua consolazione (cf. 2Cor 1,3-7). v. 15: non chiedo che li levi dal mondo. I discepoli devono restare nel mondo, senza essere dal mondo. Cos possono continuare la sua missione, per la salvezza del mondo. Essi sono nella carne, ma non vivono della carne. Vivono, in questo mondo e in questa carne, da figli della luce (12,36). ma che li custodisca dal maligno (cf. Mt 6,13). Il Padre santo, custodendoli nel suo nome, li rende uno nellamore. In questo modo li preserva dal maligno, il diavolo che li divide dal Padre e dai fratelli (cf. 1Gv 2,14-18), per imprigionarli nelle tenebre, in solitudine e tristezza. v. 16: dal mondo non sono, come io non sono dal mondo . I discepoli, come Ges, riconoscono la loro origine dal Padre, del quale fanno le opere. Per questo hanno gioia e vivono da figli e da fratelli. v. 17: santificali nella verit. Il Padre santo ci rende santi come lui, stabilendoci nella verit sua di Padre e nostra di figli. Siamo santi come lui, se amiamo i fratelli con lo stesso amore suo e del Figlio. la tua parola verit . La Parola del Padre il Figlio unigenito, che ci manifesta il nome del Padre. Da lui riceviamo la grazia della verit (1,17), della verit che ci fa liberi (8,32), figli e fratelli. v. 18: come mandasti me nel mondo, anchio mandai loro nel mondo (cf. 3,16s; 20,21). La missione del Figlio, mandato nel mondo per rivelare lamore del Padre e salvarlo (3,16s), diventa ora la stessa dei suoi discepoli (cf. 20,21). Ogni figlio tale perch si volge verso gli altri come fratelli. Chi non diventa fratello, non neppure figlio. Per questo la missione al mondo non riservata a qualcuno: costitutiva per ogni credente che, nel Figlio, abbia scoperto lamore del Padre verso tutti. v. 19: per loro io santifico me stesso . Ges santificato dal Padre per la sua missione di Figlio (cf. 10,36) mediante lo Spirito (cf. 1,33s). A sua volta Ges santifica se stesso come Figlio amando i fratelli con lo stesso amore del Padre, sino a esporre, disporre e deporre la propria vita in loro favore (cf. 10,11.15.17.18). Questa santificazione si compir sulla croce, quando la sua carne, diventata epifania del Santo, manifester lamore perfetto e ci offrir il suo Spirito (19,30). affinch siano anchessi santificati in verit. In verit significa veramente. Ma richiama anche nella verit del v. 17. Il Padre santifica il Figlio e il Figlio santifica se stesso perch anche noi siamo santi come lui. Ci che ci santifica la verit dellamore che Ges ci rivela. Il fine dellazione del Figlio santificare i fratelli, rendendoli figli a immagine del Padre.

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v. 20: non solo per questi chiedo, ecc. Ges, dopo aver chiesto per i discepoli presenti, chiede le stesse cose per quelli che crederanno in lui attraverso la loro parola. Tra questi siamo anche noi, gli attuali lettori del Vangelo. Come il futuro dei fratelli presenti, cos anche i fratelli futuri sono gi presenti nella preghiera del Figlio, che tutti abbraccia e a ciascuno dona il suo rapporto con il Padre. v. 21: affinch tutti siano uno (cf. vv. 11.22.23). Ges chiede, anche per i discepoli futuri, che siano una cosa sola. Lessere uno nellamore rivela sulla terra la santit di Dio, unico Padre di tutti. Nellunione tra i fratelli si conosce il Padre e il suo amore. I vv. 21-23, con le variazione dei vv. 24-26, sono una ripresa sinfonica del v. 11b: coloro ai quali stato manifestato il Nome (v. 6) siano una cosa sola. Questa la glorificazione sua e del Padre, che Ges chiede allinizio della sua preghiera (vv. 1-5). come tu, Padre, in me e io in te . Lorigine e il modello della nostra unione quella tra Padre e Figlio, espressa qui come immanenza reciproca: chi ama dimora dellamato, abitato da chi accoglie. affinch anchessi siano [uno] in noi. I discepoli, pur restando nel mondo, uniti a Ges come i tralci alla vite, sono uno nel Figlio e nel Padre. Vivono della stessa vita, immersi nellabisso senza fondo del loro amore reciproco, grembo unico di tutto. Sono uno in Dio, in cielo; per questo sono uno anche sulla terra (v. 22). affinch il mondo creda. La credibilit di Dio affidata alla nostra testimonianza di essere uno. Attraverso il nostro amore fraterno tutti gli uomini possono conoscere Dio come Padre; nessuno escluso, perch tutti siamo suoi figli amati. Il frutto della nostra missione viene dalla nostra unione con il Figlio (cf. 15,1-12), che ci unisce al Padre e tra di noi. La missione non che lirradiamento della Gloria: il mondo vede il Padre nel volto dei fratelli di colui che ha detto: Chi ha visto me, ha visto il Padre (14,9). v. 22: la gloria che hai dato a me, (l) ho data a loro . Ges ha riversato su di noi lamore che ha ricevuto dal Padre. Per questo abbiamo la sua gloria: siamo figli e possiamo amarci come lui ci ha amati. affinch siano uno, come noi (siamo) uno. La gloria dellamore ci fa essere uno tra di noi, come il Padre e il Figlio sono uno: realizza sulla terra la presenza di Dio. v. 23: io in loro e tu in me . Si riprende il v. 21, spiegandolo. Il Figlio nei credenti che lo amano perch li ha amati. Il Padre a sua volta in noi come nel Figlio che lo ama. Lamore infatti rende presente lamato in chi lo ama. Siamo uno come Dio (cf. v. 21), perch in noi dimora il Figlio e anche il Padre, che in lui dimora come lui nel Padre. affinch siano perfetti nelluno. Ges ripete quanto detto al v. 21, aggiungendo il concetto di perfezione e compiutezza, che sottintende un cammino per raggiungere la meta desiderata.
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affinch conosca il mondo che tu mi mandasti (cf. v. 21). Nella misura in cui i discepoli crescono nellunit fraterna, manifestano al mondo il volto del Figlio inviato dal Padre. Lunione tra gli uomini sar possibile quando i cristiani saranno uniti tra di loro: la loro unione sacramento di salvezza per il mondo. e li amasti come amasti me (cf. v. 26). Lunione tra i discepoli fa conoscere al mondo lamore che il Padre ha per il Figlio: lo stesso del Figlio per i fratelli (15,9) e dei fratelli tra di loro (13,34; 15,12). La rivelazione di Ges tocca qui il suo vertice: noi siamo una cosa sola con il Padre, che ci ama con lo stesso amore unico e totale con cui ama il Figlio. Il credente davvero entusiasta (= respira in Dio), perch nel Padre e nel Figlio, che lo amano di amore eterno. Nella sua risposta damore, Dio in lui come lui in Dio (cf. 1Gv 4,16b). Di questo amore infinito tutti abbiamo sete: necessario come lacqua per vivere. Desideriamo che ci sia, ma temiamo che non ci sia. Ges venuto a donarcelo. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges davanti ai suoi discepoli, che alza gli occhi al cielo. c. Chiedo ci che voglio: una comunione sempre maggiore con i fratelli, perch tutti, nel nostro amore di figli, conoscano quello del Padre. d. Ascolto e lascio entrare in me ogni parola di Ges. Da notare: manifestai il tuo nome agli uomini che mi desti dal mondo erano tuoi e li desti a me le parole che desti a me, le ho date a loro essi le presero e conobbero veramente che uscii da te le cose mie sono tue e le tue mie; e sono stato glorificato in loro io non sono pi nel mondo, ma essi sono nel mondo Padre santo, custodiscili nel tuo nome siano uno, come noi quando ero con loro, li conservai nel tuo nome nessuno si perse, se non il figlio della perdizione abbiano la gioia, quella mia, completa in se stessi il mondo li odi perch non sono dal mondo
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custodiscili dal malvagio santificali nella verit come mandasti me nel mondo, anchio mandai loro nel mondo per loro santifico me stesso siano anchessi santificati in verit chiedo anche per quelli che credono in me per la loro parola siano uno, come tu, Padre, in me e io in te affinch il mondo creda che tu mi mandasti la gloria che hai dato a me, io lho data a loro siano uno, come noi siamo uno: io in loro e tu in me siano perfetti nelluno affinch conosca il mondo che tu li amasti come amasti me. 4. Testi utili:

Sal 103; 117; Mt 11,25-30; Mt 18, 19-35; 1Cor 12-13; Ef 3, 14-21; 1Pt 2,4s.

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LAMORE DEL QUALE AMASTI ME SIA IN LORO E IO IN LORO 17,24-26 17,24 Padre, quanto mi hai dato, voglio che, dove sono io, anchessi siano accanto a me, affinch contemplino la mia gloria, che mi hai dato, perch mi amasti prima della fondazione del mondo. 25 Padre giusto, anche se il mondo non ti conobbe, io invece ti conobbi; e questi conobbero che tu mi mandasti; 26 e feci loro conoscere il tuo nome e (lo) far conoscere, affinch lamore del quale amasti me sia in loro e io in loro. 1. Messaggio nel contesto Lamore del quale amasti me sia in loro e io in loro . Sono le ultime parole di Ges prima della passione. In essa ci comunicher lamore con il quale il Padre ama lui; cos anche noi lo ameremo e lui sar in noi come noi da sempre siamo in lui. Si sottolinea il nesso tra gloria e amore, che sottende la seconda parte del Vangelo. Infatti la Gloria, la bellezza assoluta che fa s che Dio sia Dio, lamore tra Padre e Figlio, che il Figlio delluomo innalzato riverser su chiunque lo contempla. Ges non solo chiede (cf. vv. 9.15), ma anche vuole (cf. v. 24): la sua volont di Figlio la stessa del Padre che lha inviato al mondo per far conoscere il suo amore e salvarlo (cf. 3,16). Non
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velleitarismo: il suo voglio (v. 24) davvero lerba che cresce nel giardino di quel re che ha potere su ogni cosa (v. 2). La volont del Padre e del Figlio sono in perfetta sintonia: il loro amore reciproco vuole donarsi a ogni creatura. In Mc 14,36p Ges sostiene una lotta per dire al Padre: Non ci che voglio io, ma ci che vuoi tu. la sua pasqua interiore, il passaggio dalla volont delluomo a quella del Dio amore. In Giovanni, che guarda con occhio retrospettivo, questa tensione, appena accennata in 12,27 per indicarne il superamento, ormai risolta nella Gloria. Il nostro futuro di discepoli sicuro, perch ancorato al voglio del Figlio che lo stesso del Padre: nessuno ci strapper dalla sua mano (cf. 10,28s). In questottica si capiscono gli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi, che cantano il mistero delluniverso in Dio e di Dio nelluniverso, creato attraverso il Figlio, in lui e per lui, principio e fine di ogni esistenza (cf. Ef 1,314; Col 1,15-20). Nel finale della preghiera il Padre invocato due volte (vv. 24.25), come allinizio (vv. 1.5). Queste ultime battute, simili alle prime, sono una sintesi dellintercessione di Ges ( v. 24) e di tutta la sua opera (vv. 25-26). Il Figlio vuole che i suoi discepoli e, attraverso la loro testimonianza, tutti gli uomini siano dove lui , presso il Padre, per contemplare la sua gloria. Questo il fine della sua missione, ormai al compimento. Anche se il mondo non conosce il Padre, e per questo rifiuta il Figlio, Ges ha conosciuto il Padre e si rivelato ai discepoli come il Figlio che lo manifesta. Lo far conoscere compiutamente nella sua glorificazione in croce, quando consegner loro lamore estremo che il Padre ha per lui. Allora anche il Figlio sar in loro. Sar la sua glorificazione piena, che dora in poi continuer nella storia, grande e piccola: sar la sua presenza nei fratelli, che si amano del suo stesso amore. Essere dove Ges, con lui, per contemplare la sua gloria, una realt presente oppure solo futura, dopo la nostra morte o, addirittura, dopo il suo ritorno? Per Giovanni la condizione attuale di chi ama Ges, di chi vive e crede in lui. Essa per conosce un cammino: cresce nel corso della storia personale e universale, per raggiungere il suo compimento, che il fine di tutto al di l della fine di tutto. lunione mistica del discepolo con Ges, il mio Signore e il mio Dio! (cf. 20,28). In questa unione con lui la morte perde il suo pungiglione (cf. 1Cor 15,56) e diventa insussistente. Infatti Ges ha detto: Chi vive e crede in me, non morir in eterno e anche se muore, vivr (11,26.25). Uniti a lui come il tralcio alla vite (cf. 15,1ss), sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui (1Ts 5,10). Per noi, come per lui, la morte sar il cambiamento di domicilio, il trasferirci da questo mondo al Padre, compimento dellamore e svelamento della Gloria (cf. 13,1ss).
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Ges vuole che noi siamo con lui dove lui, presso il Padre. Ci fa conoscere il suo nome, perch il suo amore sia anche in noi. La Chiesa la comunit dei fratelli che ha contemplato, riconosciuto e ascoltato, nella carne di Ges, la gloria del Figlio (1,14; cf. 1Gv 1,1-4): lamore del Padre, concesso in lui a ogni uomo. 2. Lettura del testo v. 24: Padre, quanto mi hai dato. Ges sta parlando al Padre dei discepoli, considerati come ununit (cf. vv. 2.21). Sono gli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo, come suoi fratelli (v. 2): sono diventati figli, perch hanno accolto il Figlio e sono una cosa sola con lui e con il Padre (vv. 11b.21). Lessere uno nellamore il desiderio fondamentale delluomo, analogo alla forza di attrazione per la materia. voglio. Prima Ges chiedeva. Ora vuole ci che chiede: vuole che si compia la volont del Padre, come in cielo, cos in terra. Suo cibo di Figlio fare la sua volont (cf.4,34). Egli d la vita a chi vuole (5,21); e la sua volont la stessa del Padre che lha inviato (5,30) a salvare il mondo (3,16s). Questa volont del Padre e del Figlio il loro amore reciproco, lo Spirito che il Figlio comunica ai fratelli (7,39; 19,34; 20,22). Esso vivifica ormai la nostra storia di maledizione e di peccato, portandola efficacemente alla riconciliazione: ci fa passare dalla divisione alla comunione damore. dove sono io, anchessi siano. Il Figlio vuole la comunione piena dei fratelli con lui. Il dove di Ges il Padre: in lui dimora, da lui viene, a lui va, in lui e di lui vive. Come Dio chiese al primo uomo: Dove sei?(Gen 3,9), cos i primi discepoli hanno chiesto a Ges: Dove dimori? (1,38). Il racconto del Vangelo ci ha mostrato dove il Figlio sta di casa: nellamore del Padre, che dischiude ai fratelli. Qui anche noi troviamo la nostra casa di figli del Padre e fratelli tra di noi. la patria da dove Adamo era fuggito, abbandonando il suo luogo naturale. Lontano da esso, luomo lontano da s, fuori dal suo posto: uno spostato, estraneo a s e a tutto. accanto a me. Accanto a lui, posti al suo fianco come i suoi due compagni sul Golgota, partecipiamo al suo trionfo (cf. 19,18). Il nostro essere presso il Padre avviene nella nostra comunione con il Figlio. In compagnia sua, anche noi ritroviamo il nostro luogo di origine: finisce lesilio e regniamo con lui. Entriamo nella famiglia di Dio (Ef 2,19); per non pi da schiavi, ma da liberi, figli nel Figlio. affinch contemplino la mia gloria. Da qui contempliamo la sua gloria di Unigenito, quella che i discepoli hanno visto nella Parola diventata carne (1,14). Se luomo vivente gloria di Dio, la visione di Dio vita delluomo. La sua gloria risplende sul nostro volto, trasfigurandoci a immagine del suo (cf. 2Cor 3,18).
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La visione della quale Ges parla non solo una realt futura, dopo la morte o dopo il suo ritorno: chi a sua fianco, conosce il suo amore reciproco con il Padre. Questa la vita eterna, che gi ora otteniamo: nella nostra condizione terrestre, come Ges nella sua carne, viviamo la vita celeste. Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente, anche se in modo ancora velato (cf. 1Gv 3,1s). Questa visione presente non esclude quella futura, che ne sar il disvelamento pieno. La stessa morte ormai insussistente come morte: diventa il travaglio del parto. Infatti la conoscenza del Padre vince il peccato, pungiglione della morte che ci avvelena lesistenza (cf. 1Cor 15,56). La nostra vita non pi per-la-morte, ma un passaggio da questo mondo al Padre, un venire alla luce nella nostra condizione di figli (cf. 11,4.40). Posti accanto a Ges, siamo suoi compagni: morti e risorti con lui, camminiamo in una vita nuova (Rm 6,4; Col 2,12). Siamo addirittura seduti alla destra di Dio (Ef 2,6): la nostra vita ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Gi su questa terra ci dato di contemplare la gloria dellamore, ma come in uno specchio (1Cor 13,12a). Quando per si manifester Cristo, nostra vita, anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (Col 3,4) e lo vedremo faccia a faccia (1Cor 13,12b), cos come egli . Allora la nostra trasformazione, gi in atto, sar compiuta (cf. 1Gv 3,2). Giovanni comunque sottolinea il gi pi che il non-ancora: la gloria del Figlio gi comunicata ai discepoli dalla croce di Ges. che mi hai dato. Il Padre ha dato a Ges la gloria del Figlio, come gli ha dato la corona dei fratelli: la gloria che hai dato a me si rivela in coloro che hai dato a me, e che sono accanto me, dove sono io (v. 24a). perch mi amasti prima della fondazione del mondo. La gloria del Figlio lamore eterno del Padre. Ges ci rivela che donata anche a ciascuno di noi. Infatti ha appena detto di noi al Padre: Li amasti come amasti me (v. 23b). Conoscere lamore del Padre ritrovare la propria identit di figli, avere la vita autentica. Chi non conosce il Padre, non si pu sentire figlio: privo di ci che lo costituisce tale. Prima della fondazione del mondo significa prima del tempo: da sempre il Padre ama il Figlio e anche noi. Il suo amore, che prima, anche durante e oltre ogni tempo (cf. Sal 117): il fondamento stesso della creazione, suo principio e suo fine. v. 25: Padre giusto. Prima il Padre era chiamato santo, perch ci custodisce nella sua santit, nellamore che ci fa essere una cosa sola con lui e tra di noi (v. 11). Ora chiamato giusto, perch ci giustifica, facendoci giusti come lui giusto. La giustizia richiama il giudizio. Il Padre giusto esercita la sua giustizia amando incondizionatamente i suoi figli. Questa giustizia si rivela nel giudizio del Figlio uguale al Padre: la croce, dove, dando la vita per i fratelli che lo uccidono,
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rivela la gloria dellamore. Vedendo questo giudizio, tutti diventiamo giusti, perch comprendiamo di essere figli amati. Questo, e non altro, il giudizio e la giustizia di Dio, che ci fa santi e giusti nellamore, come lui. Nella sua ultima preghiera Ges invoca il Padre per la sesta volta. Attende, lo ripetiamo ancora, che la settima volta siamo noi a chiamarlo con lo stesso nome. linvocazione che ci fa diventare figli, fratelli suoi e tra di noi. anche se il mondo non ti conobbe . Il mondo significa la struttura di menzogna che domina i rapporti umani. Il mondo tale perch non conosce il Padre. Per questo nelle tenebre. Ma quando lo conosce, cessa di essere mondo, come la notte si dissolve quando viene il sole. Conoscere il Padre non essere dal mondo. Il Figlio, che non dal mondo, venuto nelle tenebre per essere luce del mondo (1,9; 8,12). Anche i suoi discepoli restano nel mondo, senza essere dal mondo, per continuare la sua testimonianza di verit (cf. vv. 13-19). io invece ti conobbi. La conoscenza del Padre fa s che il Figlio sia tale. Da qui linsistenza sul verbo conoscere. La coscienza di Ges come Figlio di Dio la sua conoscenza dellamore del Padre, di cui vive e che ci rivela. Se Ges non avesse avuto coscienza di essere Figlio di Dio, non lo sarebbe; e non si capirebbe nulla di ci che ha fatto e detto. Infatti non rivela altro che il suo essere Figlio, epifania o, meglio, enfania del Padre: Chi ha visto me ha visto il Padre (14,9). questi conobbero. I discepoli, a differenza del mondo, hanno ricevuto la conoscenza del Padre attraverso Ges Cristo, suo Figlio (cf. vv. 2-3). che tu mi mandasti. La prima conoscenza dei discepoli quella di Ges, come mandato dal Padre, Figlio inviato ai fratelli. Tutto ci che egli ha fatto e detto per noi, ci schiude la Gloria, del Padre e sua. v. 26: feci loro conoscere il tuo nome. Il Figlio, facendoci conoscere Dio con il suo nome di Padre, ci d la vita eterna, la nostra verit di figli (vv. 3s). Far conoscere il nome del Padre esprime, in modo sintetico, lessere e lagire di Ges. Ogni agire manifesta lessere: il suo agire per i fratelli manifesta il suo essere Figlio e fa conoscere il Padre. e (lo) far conoscere. Ges ha glorificato il Padre con ci che ha detto e fatto. Tra poco lo glorificher allestremo con ci che gli faranno sulla croce. L il Padre sar pienamente conosciuto nellamore perfetto del Figlio, che ci consegner il suo Spirito (19,30). Allora sar espulso il capo di questo mondo, che ci accecava gli occhi e induriva il cuore (12,31.40a): saremo tutti attirati al Figlio e, volgendoci a lui, guariremo dalla menzogna che ci ha nascosto il volto nostro e del Padre (12,32.40b). Questa conoscenza del Padre, palese a tutti sul Golgota, sar accolta dai discepoli che, a loro volta, la comunicheranno agli altri. Il senso della storia la rivelazione inarrestabile dellamore che si reso visibile nella carne del Figlio crocifisso. Coloro che, per primi, hanno in lui riconosciuto e
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creduto allamore che Dio ha per noi (1Gv 4,16), lo testimonieranno a tutti, perch partecipino della loro gioia (1Gv 1,1-4). Conoscere il Padre la vita, per ogni figlio (cf. v. 3). affinch lamore del quale amasti me sia in loro (cf. v. 23). Lamore totale e assoluto che il Padre ha verso il Figlio (cf. v. 24b), lo stesso che egli ha verso ogni uomo (cf. v. 23b), suo figlio nel Figlio. Con la sua vita da fratello, Ges venuto a donarcelo; e non a misura (3,34), ma in modo completo (19,30). Attraverso di lui anche noi conosciamo il Padre. Allora il suo amore anche in noi. Infatti, vedendo lamore di Ges che ci ama con lo stesso amore del Padre (15,9), gli apriamo il cuore. Cos diventiamo figli, capaci di amare come siamo amati. Il fine dellazione di Ges che noi, contemplando la sua gloria (v. 24), abbiamo in noi stessi lamore che il Padre ha per lui, in modo che anche noi ne viviamo. e io in loro. Da sempre noi siamo nel Figlio, perch ci ama; quando accogliamo il suo amore, allora anche lui sar in noi, perch lo amiamo. Lamato infatti dimora in chi lo ama, diventando sua vita (cf. Gal 2,20). Dio abita ovunque gli si apre la porta. Volgendo locchio alla ferita di colui che abbiamo trafitto (19,37), il nostro cuore di pietra si aprir. E accoglier lamore, rispondendo con amore. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges davanti al Padre e ai discepoli. c. Chiedo ci che voglio: avere in me lamore che il Padre ha per il Figlio. d. Lascio risuonare in me ogni parola di Ges. Da notare: ci che hai dato a me voglio che, dove sono io, siano anchessi con me affinch contemplino la mia gloria mi amasti prima della fondazione del mondo il mondo non ti conobbe io ti conobbi questi conobbero che tu mi mandasti feci loro conoscere il tuo amore e lo far conoscere lamore del quale amasti me sia in loro e io in loro . 4. Testi utili
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Sal 34; 100; 1Gv 1,1-4; 4,7-5,4; 1Cor 13,1ss; Rm 8,28-30; Ef 1,3-14; Col 1,15-20.

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45. IO-SONO 18,1-11 18,1 Dette queste cose, Ges usc con i suoi discepoli al di l del torrente Cedron, dove cera un giardino, in cui entr lui e i suoi discepoli. 2 Conosceva il luogo anche Giuda, quello che lo stava consegnando, perch molte volte l si era riunito Ges con i suoi discepoli. 3 Allora Giuda, preso il manipolo e dei servi (mandati) dai capi dei sacerdoti e dai farisei, viene l con lanterne, torce e armi. 4 Allora Ges, sapendo tutte le cose che stavano per venire su di lui, usc e dice loro: Chi cercate? 5 Gli risposero: Ges, il Nazoreo. Dice loro: Io-Sono! Ora stava anche Giuda, colui che lo consegnava, accanto a loro. 6 Allora, come disse loro: Io-Sono, indietreggiarono e caddero a terra. 7 Allora di nuovo li interrog: Chi cercate? Ora essi dissero: Ges, il Nazoreo. 8 Rispose Ges:
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Vi ho detto che Io-Sono. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano. 9 Affinch si adempisse la parola che disse: Di quelli che mi hai dato, nessuno persi di loro. 10 Allora Simon Pietro, avendo una spada, la tir e colp il servo del capo dei sacerdoti e recise il (lobo del) suo orecchio destro. Il nome del servo era Malco. 11 Allora Ges disse a Pietro: Getta la spada nel fodero. Il calice che mi ha dato il Padre, non lo berr proprio? 1. Messaggio nel contesto Io-Sono, la risposta a coloro che cercano Ges, il Nazoreo. Questa scena un prologo narrativo al racconto della passione, dove si rivela la Gloria. Richiama il prologo iniziale, che preannunciava le resistenze delluomo contro la Parola, ma anche la vittoria pasquale. Infatti la luce splende nella tenebra e la tenebra non la afferr (1,5), venne nella sua propriet e i suoi non la ricevettero (cf. 1,11); ma a quanti la accolsero, a essi diede il potere di diventare figli di Dio (1,12) e dalla sua pienezza noi tutti accogliemmo grazia su grazia (cf. 1,16). Per questo la comunit dei credenti, primizia della moltitudine di coloro che saranno attratti dal Figlio delluomo innalzato (12,32), esclama: Contemplammo la sua gloria, gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verit (v. 14) Dopo aver parlato nei cc. 13-17 della Gloria, finalmente la vediamo allopera. Il salvatore del mondo (4,42; cf. 3,16s) si presenta al mondo: da una parte c lui con i suoi discepoli, dallaltra Giuda con i rappresentanti del potere romano e dei capi dei giudei. il confronto ultimo tra amore e odio. La luce viene nelle tenebre; fiaccole e lanterne illuminano la notte e fanno luccicare le armi.
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Anche qui Giovanni si discosta dagli altri Vangeli. Racconta la stessa vicenda con ottica diversa, tralasciando o aggiungendo dettagli significativi. Innanzi tutto non racconta lagonia nellorto, anche se non la ignora (cf. 12,27). Come gli altri Vangeli accenna al calice (v. 11; cf. Mc 14,36p), ma non parla dellangoscia e della paura di Ges davanti ad esso. Al contrario dichiara la sua piena volont di berlo, mentre Pietro vorrebbe impedirlo. La scena rappresenta la rivelazione del re, non larresto di Ges. Questo segue immediatamente dopo, dove si dice che presero (= concepirono) Ges (v.12). Il testo pervaso dalla maest di Ges il Nazoreo, il re che sar intronizzato sulla croce (cf. 19,14.19). Con questo titolo lo chiamano i suoi stessi nemici, mentre lui manifesta la sua gloria, dicendo: Io-Sono. Invece dellagonia e dellarresto, Giovanni presenta il trionfo di Ges: il Figlio che, nel suo amore sovrano, si consegna ai fratelli. Ges, in tutta la passione secondo Giovanni, non oggetto della violenza del mondo: il soggetto, che conosce e dirige tutto, fino al compimento pieno dellamore. Il racconto si svolge in un giardino. Richiama quello delle origini, dove Dio pose luomo (Gen 2,8) e avvenne il primo scontro tra verit e menzogna (Gen 3,1ss). Ci che qui inizia si concluder in un altro giardino, ai piedi dellalbero che ha ridato vita alluomo (cf. 19,41). L vicino ci sar anche lincontro con Maria Maddalena, principio dellumanit nuova (cf. 20,11ss). Gli altri Vangeli, con laiuto di testi biblici, cercano di decifrare lenigma della croce del Figlio, riprovato dagli uomini che lo uccidono e approvato da Dio che lo risuscita da morte: la passione del Giusto, del Servo sofferente, del Messia che porta la salvezza di Dio. In Giovanni invece il cammino di Ges visto, fin dallinizio, come manifestazione della Gloria, che, rivelata da Cana a Betania attraverso segni, dal giardino degli Ulivi a quello del Calvario si fa vedere faccia a faccia. Il Ges che affronta la passione gi glorioso. Questo non mette in ombra la sua umanit, ma la fa apparire come riverbero della luce di Dio. Infatti Ges, Parola diventata carne, insieme Figlio delluomo e Figlio di Dio. Nel NT non mai messa in dubbio n lumanit n la divinit di Ges. Per, mentre gli altri Vangeli fanno vedere in lui lumanit di Dio, Giovanni fa vedere in lui la divinit delluomo. Gli altri Vangeli guardano dalla parte dello spettatore, che alla fine riconosce il Figlio di Dio. Il discepolo prediletto invece osserva come Ges vede ogni vicenda con la sua coscienza di Figlio, che conosce lamore del Padre. Non a caso riporta la testimonianza di colui che, adagiato nel grembo e poggiato sul petto di Ges, alla fine contempler il Trafitto (cf. 13,23.25; 19,34.35). Come al solito, mentre gli altri Vangeli sono un racconto che procede dallinizio fino al termine, qui si parte dalla fine e si rilegge tutto alla luce di ci che gi si capito. I primi seguono un ordine didattico, ottimo per giungere a capire; il quarto Vangelo per chi sa le cose e le contempla ormai come sono, in profondit.
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Non a caso Ges, tranne che nella metafora del chicco di frumento (12,24), non dice mai che muore; dice invece: vado (poruomai: 14,2.3.12.28; 16,7.28), me ne vado (hypgo: 7,33; 8,14.21.22; 13,3.36; 14,4.28; 16,5.10.17), sono innalzato ( hypsomai: 3,14; 8,28; 12,32.34), sono glorificato (doxzomai: 7,39; 11,4; 12,23; 13,31.32). Lora della croce, prevista dallinizio (2,4), per lui il momento di trasferirsi da questo mondo al Padre (13,1), il ritorno a colui dal quale uscito (13,3): la sua ora (7,30; 8,20), quella della glorificazione (12,23), della nascita delluomo (16,21). Se per losservatore la morte di Ges lora della sua glorificazione, per Ges la glorificazione lora della sua morte, quando manifesta al mondo, in modo compiuto, lamore eterno di Dio. In breve: per tutti i Vangeli la carne crocifissa di Ges gloria di Dio e salvezza delluomo. Mentre per gli altri guardano con gli occhi dello spettatore, il discepolo prediletto vede con locchio stesso del Maestro. Per questo la passione sotto il segno della Gloria. In essa il Figlio realizza la passione di Dio per questo mondo perduto ed esprime, insieme, la sua essenza di amore estremo. La sua gloria, manifestata dal primo allultimo segno (2,11; 11,4.40), rivelata simbolicamente nel lavare i piedi e nel dare il boccone a Giuda (13,1-30), comunicata ai fratelli nella preghiera al Padre (17,1ss), ora, mentre si consegna ai nemici, raggiunge tutti. Lautodonazione di Dio, gi totale ma implicita nella creazione, si esplicita nel dono della legge e attende di essere riconosciuta da un cuore nuovo, capace di amare come amato (cf. Ger 31,31-34; Ez 36,24-27). Questo cuore nuovo opera del Figlio delluomo innalzato, che ci d vita eterna (3,16), perch ci fa conoscere Io-Sono (8,28) e ci attira tutti a s (12,32), dopo aver gettato fuori il capo di questo mondo (12,31). Finalmente, dallalto della croce, il Signore regna su tutti, rivestendo della sua bellezza ogni creatura. Il testo inizia presentando da una parte Ges con i suoi discepoli, dallaltra i suoi avversari riuniti insieme (vv. 1-3). Al centro c la domanda di Ges, la sua rivelazione e la reazione dei nemici (vv. 4-7). Segue la sua preoccupazione per i discepoli ( vv. 8-9) e il gesto di Pietro, che vuole impedirgli di bere il calice che il Padre gli ha dato (vv. 10-11). Ges, pi che essere catturato, cattura tutti. Come gi detto, ci che segue sar la sua consegna volontaria ai fratelli. il dono damore, che le tenebre prendono. Cos lo concepiscono (cf. v. 12) e diventano gravide di luce. La scena del giardino raffigura la lotta tra luce e tenebre. Lesito scontato, come per la notte che affronta il sole. Liniziativa tutta di Ges, luce del mondo. Lui interroga e i nemici confessano di cercare il Nazoreo, titolo del re dei giudei (19,19). In quanto re, non subisce, ma conduce il processo e, alla fine, compie il suo giudizio. Ges, il Nazoreo, il re promesso. Consegnandosi agli uomini, rivela la gloria e la potenza del Dio amore.
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La Chiesa fatta da quanti hanno capito di essere tra coloro ai quali Ges si consegna. 2. Lettura del testo v. 1: Dette queste cose. Il racconto della passione allacciato a queste cose, che Ges ha appena esposto nella preghiera al Padre (c. 17) e nel testamento ai discepoli (cc. 13-16). Quanto ha detto, soprattutto nei cc. 13 e 17, la Parola da cui scaturisce il seguito del Vangelo, che rivela la Gloria. Ma anche unintroduzione, e un commento, che d al lettore la luce per comprenderla. Ges usc (cf. v. 4). Il verbo, quando applicato a Ges, indica la sua uscita dal Padre (cf. 8,42; 13,3; 16,27.30; 17,8), che lha inviato per salvare il mondo (3,16). Anche Giuda usc, nella notte (13,30). Ora Ges, luce del mondo (8,12), esce per entrare nella notte del mondo, dove incontra Giuda e i suoi fratelli. Esce per immergersi nelle tenebre, nella morte: la Parola creatrice, uscita da Dio, al quale non torner senza aver compiuto ci per cui stata mandata (cf. Is 55,11). con i suoi discepoli. I discepoli non sono ancora con lui, ma lui gi con loro: sono i fratelli che il Padre gli ha dato. con loro nella citt per portarli dove lui, nel giardino. L era Adamo, quando stava con Dio. al di l del torrente Cedron. Ges esce oltre il torrente Cedron. Come il re Davide che sfugge a chi cerca di ucciderlo (cf. 2Sam 15,14.22ss), abbandona la citt. Vi torner per essere proclamato e intronizzato re da quelli che lo vogliono eliminare. Cos il nuovo Abele regner, a modo suo, sulla citt fondata dal fratello Caino. Lallusione a Davide mette in rilievo la regalit di Ges il Nazoreo, il virgulto di Iesse, che si riveler proprio nella sua passione. dove cera un giardino. I Padri hanno visto unallusione al giardino delle origini, dove Dio aveva posto luomo. L inizi la perdizione, l inizia la salvezza. NellEden si affrontarono verit e menzogna; con inganno, vinse la menzogna. Ora la luce appare nelle tenebre e fa vedere linganno. La rivelazione della Gloria inizia in questo giardino, il Getsemani, posto ad oriente della citt. Ad occidente c il Golgota, laltro giardino, dove il re, elevato da terra e messo sotto terra, feconder di vita il grembo della morte. Ambedue i giardini sono fuori le mura. Nel passaggio dalluno allaltro, Ges compie la sua Pasqua . infatti lAgnello, il cui sangue risparmia il popolo dallo sterminio (Es 12,13). la Pasqua del Signore, la notte in cui fa giustizia di tutti gli dei: lui il Signore (cf. Es 12,11s). in cui entr. Ges, uscito dal Padre, entra nel giardino per compiere la sua missione e liberare luomo. lui e i suoi discepoli. Non si dice che i discepoli entrano con lui. Anche se Ges con loro (cf. v. 2), essi non sono con lui. Infatti Pietro, loro rappresentante, porta con s la spada, come quelli che vogliono prendere Ges. ancora nella logica di Caino. Per questo lo lasceranno solo (16,32).
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v. 2: conosceva il luogo anche Giuda, quello che lo stava consegnando . Questo giardino il luogo. Il termine connesso con il tempio, il luogo per eccellenza, dove Dio dimora (cf. 4,20). Richiama il luogo dove Ges guarisce luomo essiccato (5,13), il luogo dove dona il pane (6,10), il luogo che il Figlio ci prepara presso il Padre (14,2), il luogo del Golgota dove si compie la rivelazione del Dio amore (19,17), il luogo del giardino (19,41) dove il chicco di grano, caduto nella terra, porta molto frutto (12,24). perch molte volte l si era riunito Ges con i suoi discepoli . Il giardino frequentato da Ges con i suoi discepoli. il luogo della riunione (in greco: sinagoga!), dove lui con loro perch anchessi siano con lui. Secondo Luca, nel suo soggiorno a Gerusalemme, Ges pernottava sul monte degli Ulivi (Lc 21,37), dove and, come il solito, anche dopo lultima cena (Lc 22,39). v. 3: allora Giuda. Dopo che Ges entrato nel giardino con i suoi discepoli, entra in scena anche Giuda, con la schiera degli avversari. Dove sono i figli della luce (cf. 12,36), entra colui che era uscito nelle tenebre, con quelli che ne sono vittime. Ges stesso aveva detto a Giuda di fare presto ci che voleva fare (13,27). Nel giardino c lo scontro tra la Parola, che tutto crea, e la menzogna, entrata in Giuda come in Adamo, che tutto distrugge. Giuda, seguito dagli altri, attore, non autore di ci che fa. Autore il diavolo, entrato in lui (cf. 13,2.27) e in quanti gli hanno prestato ascolto. Il dramma per non concluso: una storia aperta. Nel giardino, oltre lautore del male, c anche lautore del bene, che tiene la regia. Lultima parola spetta alla Parola, principio e fine di tutto, che tutto porta al bene previsto (cf. Rm 8,28). preso il manipolo. Secondo alcuni si tratta della terza parte di una coorte, secondo altri della coorte stessa, composta da 600 a 1.000 uomini (760 fanti e 240 cavalieri), comandata dal chiliarco (= capo di mille uomini, cf. v. 12). Nei sinottici si parla di una folla anonima. In Giovanni invece sono truppe romane, distinte dalle guardie mandate dai sacerdoti e dai farisei. Ges, salvatore del mondo (4,42; cf. 3,16s), si incontra con tutti, lontani e vicini, riuniti contro di lui: Davvero in questa citt si radunarono insieme contro il tuo santo servo Ges, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ci che la tua mano e la tua volont avevano preordinato che avvenisse (At 4,27s). Il numero enorme di soldati indica la grandezza e la vastit dellodio del mondo contro colui che porta il peccato del mondo (1,29). La violenza smisurata del male evidenzia la forza dellamore e fa brillare la Gloria. Nominando i soldati a servizio dellimperatore del mondo, si sottolinea per contrasto la regalit universale di Ges, il Nazoreo. Egli sta affrontando il capo di questo mondo, che non ha alcun potere su di lui (14,30): adesso sar spodestato (cf. 12,31).
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dei servi (mandati) dai capi dei sacerdoti e dai farisei . I capi dei sacerdoti e i farisei mandano, insieme alle truppe romane, dei servi armati, addetti alla guardia del tempio (cf. 7,30.32.44s). viene l. Dove si trova Adamo, interviene il serpente: dove Ges con i suoi discepoli, si concentra la potenza del male, sotto la guida di Giuda, nel cui cuore entrato satana (13,27). con lanterne, torce e armi. Negli altri Vangeli, vengono con spade e bastoni (cf. Mc 14,43p), per prendere colui che fu venduto per danaro (cf. Mc 14,11p) e consegnato con un bacio (cf. Mc 14,44sp). Danari, spade, bastoni e coppe (= casa, intimit, bacio) sono le carte con cui luomo da sempre gioca, e si gioca la vita: sono i mezzi con i quali si impadronisce di tutto, scrivendo la monotona storia di violenza che libri e cronache tramandano ai posteri. Giovanni, oltre le armi che servono per uccidere, nomina lanterne e torce, che servono a far luce. Queste luci nella notte fanno vedere ci che in gioco: il confronto tra luce e tenebre, verit e menzogna, amore e odio, vita e morte. Suggeriscono anche, visivamente, da che parte sta la vittoria. Cosa pu capitare alle tenebre se prendono la luce del mondo (cf. v. 12)? v. 4: Ges, sapendo tutte le cose che stavano per venire su di lui . Ges sa ci che capita (cf. 13,1.3.11.18). Il male che sta per abbattersi su di lui, lo conosce bene: conosce le resistenze dei fratelli allamore del Padre. usc (cf. v. 1). Egli, che nella sua incarnazione uscito dal Padre, ora, nel giardino, esce incontro ai fratelli immersi nella notte. chi cercate? Che cercate? la prima parola che Ges rivolge ai discepoli (1,38). Sanno gi, per indicazione del Battista, che egli lagnello di Dio. Vogliono sapere dove dimora, per dimorare con lui (cf. 1,39ss). Qui invece la domanda : Chi cercate?. in questione lidentit della persona. Sar anche la domanda del Risorto alla Maddalena, che non riconosce nelluomo del giardino colui che stato crocifisso (20,15). Nessuna ricerca neutra: mossa da odio o da amore, per la morte o per la vita. v. 5: gli risposero: Ges il Nazoreo. Lespressione Ges il Nazoreo apparir sulla croce, con la specificazione il re dei giudei (19,19). Al lettore richiama colui del quale hanno scritto Mos nella legge e i profeti, Ges, figlio di Giuseppe da Nazareth (cf. 1,45), che Natanaele riconosce come il Figlio di Dio, il re dIsraele (1,49). La denominazione Nazoreo, che per assonanza ricorda Nazareth, in relazione allebraico neser, virgulto, ramoscello. il virgulto della radice di Davide, che nascer dal suo ceppo e porter al mondo ogni benedizione di Dio (Is 11,1ss). Richiama il germoglio di Davide (Ger 23,5; 33,15), il Servo/germoglio, inviato da Dio (Zc 3,8), che ricostruir il tempio del Signore (Zc 6,12). Questi testi erano applicati al Messia, il re promesso da Dio. Anche per Matteo in Ges di Nazareth, chiamato il Nazoreo, si compie ci che stato detto dai profeti (Mt 2,23).
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Il tema dominante della passione secondo Giovanni la regalit del Signore che si manifesta a tutti i popoli. Sulla croce sar affisso il titolo regale, in ebraico, latino e greco, leggibile per tutti (19,19s). Qui, come poi anche Pilato, sono i suoi avversari a confessarlo re (vv. 33-38). dice loro: Io-Sono. Nel testo questa espressione esce tre volte (vv. 5.6.8). Qui significa: Sono io Ges, il Nazoreo che voi cercate. Ges conferma la sua identit di Nazoreo, di re dei giudei. Ma anche afferma di essere re in modo nuovo: Io-Sono, il Signore stesso che regna. Lespressione infatti richiama la sua identit divina: Prima che Abramo fosse, Io-Sono (8,58; cf. 8,28). Nei sinottici Ges proclama: Io-Sono nel processo davanti al Sinedrio (cf. Mc 14,62p). Lespressione fa eco alla rivelazione del Signore liberatore dellEsodo (cf. Es 3,14): IoSono, questo il mio nome; non ceder la mia gloria ad altri (Is 42,8; cf. Is 43,10). il nome del Signore, che tutti conosceremo, dal pi piccolo al pi grande, quando egli ci avr perdonato, concludendo lalleanza nuova e dandoci un cuore nuovo (cf. Ger 31,31-34). stava anche Giuda, colui che lo consegnava, accanto a loro . Giuda non accanto a Ges (cf. 17,24), ma accanto ai suoi nemici. Appare per lultima volta in questa notte, mentre ascolta la rivelazione di Io-Sono. Dopo, folgorato dalla luce, scompare dalla scena. Appositamente Giovanni non racconta pi nulla di lui, a differenza di Matteo (cf. Mt 27,3-10). Cosa ne della tenebra investita dalla luce? v. 6: come disse loro: Io-Sono, indietreggiarono e caddero a terra . Davanti al Signore i nemici indietreggiano e cadono (cf. Sal 27,2; 35,4; 56,10; 70,3). gesto di adorazione e di resa del nemico davanti al Figlio di Dio, come fanno i demoni negli altri Vangeli. Il capo del mondo non ha alcun potere su di lui (14,30). Ges si consegna di sua spontanea volont, gettandolo cos fuori dal mondo (cf. 12, 31-33). La croce di Ges non la fine di un criminale abbandonato da Dio. vittoriosa rivelazione della Gloria: velata nel primo giardino, in questo si svela. Il nemico, che aveva mentito, indietreggia e cade davanti a lui, vinto dalla verit. v. 7: di nuovo li interrog: Chi cercate? Ges rif la domanda e ottiene la stessa risposta (cf. v. 5). La ripetizione vuol sottolineare lidentit di Ges come Nazoreo, dando rilievo alla sua regalit. Questa si mostrer in modo sempre pi pieno, fino al suo compimento perfetto, quando sar intronizzato ed emetter il suo giudizio. v. 8: vi ho detto che Io-Sono. Ges ribadisce di essere Nazoreo, dicendo: Io-Sono. il Signore delluniverso, che tutto crea e dispone secondo la sua volont di amore. se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano . Ges il Pastore bello, che espone, dispone e depone la sua vita per salvare le pecore da lupi, ladri e briganti (cf. 10,1ss). Ordina di lasciare che i discepoli se ne vadano. Allo stesso modo aveva detto di Lazzaro, appena uscito dal sepolcro: Lasciate che se ne vada (11,44). Andarsene in Giovanni indica il
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cammino di Ges verso il Padre. Se adesso i discepoli fossero catturati, a differenza di lui, non potrebbero andarsene. Non sono ancora in grado di seguirlo; lo seguiranno dopo (cf. 13,33.36). Infatti, come Pietro, non hanno capito la gloria di colui che lava i piedi (cf. 13,7.37s); sono ancora nella logica del nemico (cf. v. 10). v. 9: affinch si adempisse la parola, ecc. In quel momento i discepoli, se lavessero seguito, si sarebbero smarriti, come si vedr a proposito di Pietro nel racconto che segue (cf. vv. 15.17.2527). Ges invece aveva detto: volont di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato (6,39; cf. 10,28s; 17,12). Qui levangelista introduce un detto di Ges con la formula abituale con cui si cita la Scrittura. Le sue parole infatti hanno autorit divina (cf. 2,22): lui la Parola. v. 10: Simon Pietro, avendo una spada. Pietro non ha quella spada a due tagli che la Parola di Dio (cf. Eb 4,12). Ha invece uno strumento di violenza, come i nemici di Ges. Per questo lo rinnegher. Egli non accetta la gloria del Messia crocifisso, anche se lha riconosciuto come il Santo di Dio (cf. 6,69). la tir. Il verbo tirare (elko) lo stesso di Ges quando dice: Nessuno viene a me, se il Padre non lo (at)tira (6,44) e quando sar innalzato da terra, (at)tirer tutti a me (12,32). Dopo Pasqua, invece della spada Pietro tirer le reti piene di pesci (cf. 21,11). colp il servo del capo dei sacerdoti . probabilmente il prefetto delle guardie del tempio, che, come i sacerdoti, non doveva aver nessun difetto fisico. Tra i difetti c anche lorecchio tagliato, che rende il viso deforme per difetto (cf. Lv 21,18). recise il (lobo del) suo orecchio destro. Questo gesto dichiara simbolicamente decaduta la funzione di Malco e dei suoi capi, alludendo contemporaneamente a un nuovo sacerdozio. Infatti, nella consacrazione del sacerdote, si bagnava il suo orecchio destro con il sangue dellagnello (cf. Es 29,20). Al di l dei possibili significati, il gesto di Pietro fa vedere che pure lui usa la violenza. Ma non cos si vince il male: non si pu rendere giustizia con la violenza (cf. Sir 20,4). Pietro, senza saperlo, contro Ges e presto lo rinnegher. Se Ges dice: Io-Sono, Pietro dir: Non sono (vv. 17.25). Inoltre lorecchio lorgano dellascolto. Il gesto di Pietro profezia eterna. Anche i suoi successori, quando bramano il potere ed esercitano violenza, sono come lui: non accettando il Messia crocifisso, invece di portare la parola di salvezza, tolgono la possibilit di ascoltarla. il nome del servo era Malco. Malco ha la stessa radice di melek, che significa re. v. 11: Ges disse a Pietro: Getta la spada nel fodero . Pietro, usando la spada, vuole un messianismo che si impone con la forza delle armi. contro la regalit di Ges, il Figlio che consegna la sua vita ai fratelli: gli pietra di scandalo, perch non pensa secondo Dio, ma secondo
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gli uomini (cf. Mt 16,23). La sua durezza opposta a quella della pietra scartata dai costruttori (cf. Sal 118,22; cf. Mc 12,10p), della roccia che ci salva (cf. Sal 89,27; 95,1). Ges, dal Giordano al Calvario, considera tentazione diabolica ci che noi riteniamo mezzo opportuno, o addirittura necessario, per realizzare i nostri desideri di bene. Egli il re, vittorioso perch cavalca lasinello (cf. commento a 12,12ss). Cos fa scomparire cavalli e carri da combattimento, spezza larco da guerra e porta pace da mare a mare, da un confine allaltro della terra (Zc 9,9s). Mentre Pietro si lascia vincere dal male, Ges vince il male con il bene (cf. Rm 12,21). Usare a fin di bene ci che non bene, il male peggiore: la perversione del bene stesso. Ci avviene frequentemente, addirittura sistematicamente, pi di quanto si creda. A chi ha tanta buona volont, il nemico accieca lintelligenza, perch si adoperi, alacremente e stupidamente, a fare il male che crede bene. il calice che mi ha dato il Padre, non lo berr proprio? il calice dellira e del furore, pieno del male del mondo: il calice di ingiustizia, che al giusto tocca bere (cf. Sal 75,9). Se negli altri Vangeli Ges angosciato e lotta per accettare questo calice (cf. Mc 14,36p), qui lagnello di Dio (1,29) dichiara la sua disponibilit a berlo (cf. per 12,27): il dono che il Padre gli ha fatto insieme ai fratelli che gli ha dato. Bere questo calice il potere, la gloria del Figlio che la stessa del Padre: amare di un amore pi forte di ogni male e della stessa morte. Questo il comando, che il Figlio ha ricevuto (10,18). Lo compir quando, alla sua sete, daranno da bere aceto (19,30). 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il giardino, dove Ges entra, seguito dai discepoli, per incontrare Giuda e quelli con lui. c. Chiedo ci che voglio: conoscere la maest di Ges, il Pastore bello, che re in quanto si consegna liberamente ai fratelli. d. Contemplo la scena e i personaggi: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: Ges usc con i suoi discepoli al di l del torrente Cedron entr nel giardino conosceva il luogo anche Giuda Giuda prende il manipolo di soldati e le guardie del tempio
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viene l, con lanterne, torce e armi Ges sa tutte le cose che stanno per venire su di lui chi cercate? Ges il Nazoreo Io-Sono indietreggiarono e caddero a terra lasciate che questi se ne vadano non persi nessuno di quelli che mi hai dato Simon Pietro estrae la spada recide il lobo dellorecchio destro di Malco getta la spada nel fodero il calice che il Padre mi ha dato, non lo berr proprio? 4. Testi utili:

Sal 2; 93; Is 11,1-16; 42,1-9; At 4,23-30; Rm 12,17-21.

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46. PERCH INTERROGHI ME? 18,12-27 18,12 Allora il manipolo e il capo di mille e gli inservienti dei giudei presero (= concepirono) Ges e lo legarono 13 e condussero, prima, da Anna. Era infatti suocero di Caifa, che era capo dei sacerdoti in quellanno. 14 Ora Caifa era quello che aveva consigliato ai giudei: Conviene che un solo uomo muoia per il popolo. 15 Ora seguiva Ges Simon Pietro e un altro discepolo; ora quel discepolo era conosciuto al capo dei sacerdoti ed entr con Ges nel recinto (=cortile) del capo dei sacerdoti. 16 Pietro invece stava presso la porta, fuori. Allora usc il discepolo, laltro, quello conosciuto al capo dei sacerdoti, e parl alla portinaia e introdusse Pietro. 17 Allora dice a Pietro la ragazza, la portinaia: Non sei forse anche tu dei discepoli di quelluomo? Dice quello: Non sono. 18 Ora stavano in piedi i servi e gli inservienti che avevano fatto brace perch era freddo e si scaldavano. Cera poi anche Pietro accanto a loro,
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che stava in piedi e si scaldava. 19 Allora il capo dei sacerdoti interrog Ges circa i suoi discepoli e circa il suo insegnamento. 20 Rispose a lui Ges: Io apertamente ho parlato al mondo; io sempre insegnai in sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei convengono, e in segreto non parlai di nulla. 21 Perch interroghi me? Interroga quelli che hanno ascoltato di cosa parlai loro. Ecco, questi sanno le cose che dissi io. 22 Ora, avendo egli detto queste cose, un astante degli inservienti diede uno schiaffo a Ges, dicendo: Cos rispondi al capo dei sacerdoti? 23 Gli rispose Ges: Se male parlai, testimonia circa il male; se invece bene, perch mi percuoti? 24 25 Allora Anna lo mand, legato, da Caifa, il capo dei sacerdoti. Ora Simon Pietro stava in piedi e si scaldava. Allora gli dissero: Non sei forse anche tu dei suoi discepoli?
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Quegli neg e disse: Non sono. 26 Dice uno dei servi del capo dei sacerdoti, che era parente di colui al quale Pietro aveva tagliato il lobo dellorecchio: Non ti vidi io nel giardino accanto a lui? 27 Allora di nuovo neg Pietro e subito un gallo grid. 1. Messaggio nel contesto Perch interroghi me?, chiede Ges ad Anna. Linterrogato non lui, ma chi lo interroga: giudicato chi lo giudica, condannato chi lo condanna. Non perch lui giudichi o condanni (cf. 5,22.27.30): venuto per salvare tutti (cf. 3,17). Ma chi giudica e condanna lui, vita e luce di tutto ci che esiste, si separa dalla luce della propria vita. Il rifiuto del Figlio il peccato del mondo, che ignora il Padre. Lagnello di Dio venuto a toglierlo (1,29), portando su di s il giudizio e la condanna di chi, giudicandolo e condannandolo, giudica e condanna se stesso. La croce delluno solo, che muore per il popolo (v. 14), sar il giudizio di Dio: il Figlio, che d la vita per i fratelli, riveler la gloria del suo amore assoluto. Il testo mette in risalto lunicit di colui che non mai solo, perch sempre con il Padre (cf. 16,31s). Lui, che per tutti, ha tutti contro di s, dai capi ai servi, dai giudei ai pagani, da Giuda a Pietro, rappresentante di ogni discepolo. La Parola diventata carne d a chi laccoglie il potere di diventare figlio di Dio (1,12). Chi non laccoglie rimane nelle tenebre di morte, nel non sono come Pietro, nella violenza come il servo del sommo sacerdote. Ma colui che si dona a noi, non si ritrae. Il rifiuto fa brillare la luce del dono, che si rivela incondizionato. Tutto avviene nella notte. La tenebra, riscaldata da un braciere, in attesa del sole. Questo racconto, come del resto tutto il Vangelo di Giovanni, non narra il processo a Ges, ma il suo processo al mondo: la Parola si rivela e gli uomini la rifiutano, tutti insieme, a eccezione di un altro discepolo. Ma questi non solo: entrato con Ges (v.15) e rappresenta quanti poi si uniranno alla sua testimonianza. Gli altri Vangeli ignorano questa comparsa di Ges davanti ad Anna. Riferiscono invece ampiamente linterrogatorio davanti a Caifa, dove Ges si rivela, condannato dai capi, dileggiato dai servi e rinnegato da Pietro. Il processo davanti a Caifa per i Sinottici il culmine della
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rivelazione di Ges come Cristo e Figlio di Dio, causa della sua croce. Giovanni lo accenna solo (v. 24). Non ha bisogno di raccontarlo. Infatti il suo Vangelo un unico processo. Ges, fin dal suo primo apparire al Battista e ai discepoli (1,29-34.35-51), e poi nelle nozze di Cana e nel tempio (2,1-12.13-25), ha rivelato la sua gloria, in un crescendo continuo. Ma ha incontrato resistenza crescente da parte dei capi, con vari tentativi di arrestarlo, catturarlo e lapidarlo (5,18; 7,25.32.44; 8,59; 10,39; 11,8.16). Per senza esito, perch le tenebre non possono vincere la luce (1,5). Qui lui stesso che si concede, perch giunta la sua ora. Infatti, dopo la risurrezione di Lazzaro, dove la stessa morte per la gloria di Dio, Caifa aveva decretato la sua condanna a morte (11,50-53). Giovanni ha anticipato altrove ci che i Sinottici raccontano nel processo davanti a Caifa: Ges gi ha predetto la distruzione del tempio (2,19-21; cf. Mc 14,58p), si proclamato Messia (10,24s; cf. Lc 22,67-69), stato accusato di bestemmia (5,18; 10,33; cf. Mc 14,64p), si rivelato come Io-Sono numerose volte, le ultime due nel giardino (vv. 5.8; cf. Mc 14,62p). Per questo Giovanni tralascia il processo davanti alle autorit religiose e d pi spazio al processo politico, davanti a Pilato (18,28-19,16a). In questo modo la regalit universale del Nazoreo diventa il tema centrale della passione. Questo brano da leggere in continuit con il precedente: lo scontro tra Ges e il capo di questo mondo si sposta dal giardino al recinto del capo dei sacerdoti. Particolare rilievo dato a Pietro: il suo estrarre la spada per impedire a Ges di bere il calice (vv. 10-11) sfocer inevitabilmente nel suo rinnegamento. Anche lui, come tutti, non accetta la gloria del Figlio delluomo innalzato. Se si considerano le scene del giardino e del palazzo come un tuttuno, al centro sta la profezia di Caifa sulla morte di Ges come salvezza del popolo (v. 14). Se invece si tengono distinte, si possono unire i vv. 12-14 a ci che precede, evidenziando la libera consegna di Ges ai nemici; oppure si possono unire i vv. 10-11 a ci che segue, evidenziando maggiormente lintreccio tra Ges e Pietro. Le due figure infatti si alternano di continuo (cf. vv. 9s.11.12.15.19.25). Ogni testo sempre un insieme, organico e vivo. A seconda di come lo si considera, si mettono in risalto aspetti diversi. Se nessun testo esaurisce le possibili letture della realt (cf. 21,25), nessuna lettura esaurisce i possibili significati di un testo. Proponiamo, con molti autori, di distinguere i vv. 1-11 dai vv. 12-27. Allinterno di questi, i vv. 12-16 presentano tutti i personaggi riuniti attorno a Ges, nel recinto di Anna. Egli si consegnato, stato preso, legato e condotto fuori dal giardino da quelli che vi erano entrati con armi. Anche Pietro lo segue ed entra dalla porta grazie allaltro discepolo. Il seguito del testo ( vv. 17-27) una rapida sequenza di scene a struttura concentrica, a pi strati, come una cipolla, dove Ges rimane sempre al centro, oggetto o soggetto delle varie azioni. Si pu osservare la seguente struttura (proposta da I. de la Potterie):
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Pietro rinnega Ges (vv. 17-18) Anna interroga Ges sui suoi discepoli e la sua dottrina (v. 19) Ges parla della sua rivelazione e interroga Anna (vv. 20-21) un servo d uno schiaffo a Ges (vv. 22) c b a Ges interroga il servo (v. 23) Anna manda da Caifa Ges (v. 24)

Pietro rinnega altre due volte Ges (vv. 25-27).

Allinizio e alla fine Pietro rinnega Ges (vv. 17-18.25-27): il suo non-sono, che misconosce la luce di Io-Sono, linvolucro che racchiude la sequenza. Nel secondo cerchio Anna interroga Ges che a sua volta lo interroga; poi, invece di rispondere alla sua domanda, lo manda da Caifa (vv. 19.24). Nel terzo cerchio, delimitato dal rifiuto dei capi dei sacerdoti, iscritto a sua volta nel rifiuto di Pietro, Ges parla della sua rivelazione compiuta e interroga sia il capo dei sacerdoti che il suo servo (vv. 20-21.23). Al centro c lo schiaffo (v. 22), visibilizzazione della violenza che Ges subisce da parte di quanti lo circondano. Dopo il rifiuto dei capi del popolo con i loro servi e il triplice rinnegamento di Pietro, entreranno in scena anche i pagani, impersonati da Pilato: sono i vari capi, agli ordini del capo di questo mondo, del quale siamo tutti schiavi. In questa sequenza Pietro la persona di spicco, in contrappunto con Ges. Egli, come tutti, non capisce la Gloria: la capir solo dopo aver capito di non capirla (cf. 13,7). Linterrogatorio di Anna a Ges riguarda i suoi discepoli e il suo insegnamento (v. 19). Anche Pietro sar interrogato se suo discepolo (vv. 17.25.26). Ges risponde che ha sempre parlato (= rivelato), apertamente, al mondo e ha insegnato in sinagoga e nel tempio, dove convengono tutti i giudei, senza alcun segreto: il rivelatore di Dio, la Parola rivolta al mondo, il Figlio che fa conoscere ai fratelli lamore del Padre. Tutti ormai lhanno ascoltato e sono chiamati a rispondere. Pietro nega di essere suo discepolo, il capo dei sacerdoti lo manda da chi lo pu uccidere e il servo lo schiaffeggia: tutti, amici e nemici, padroni e servi, sono contro di lui. La ridda dei personaggi ostili che si muovono attorno a lui mostra quanto vasta sia lopposizione delle tenebre (1,10.11). Solo un misterioso altro discepolo prelude la sorte di quanti laccoglieranno e diventeranno figli della luce. Ges, Parola eterna diventata carne, Figlio unigenito di Dio e Figlio delluomo, il rivelatore del Padre. Schiaffeggiato e ucciso dai nemici, consegnato e rinnegato dagli amici. La gloria di Io-Sono si rivelata nella sua carne fin dallinizio. Velo alla divinit non la sua umanit, che anzi ne il disvelamento. Unico velo la nostra cecit: abbiamo occhi oscurati dalla menzogna (12,40). Ma il Signore ci fedele oltre ogni nostra infedelt, perch non pu rinnegare se stesso (cf. 2Tm 2,11-13).
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La Chiesa rappresentata da Pietro, protagonista in quanto antagonista di Ges. Il racconto presenta il cammino battesimale del discepolo, che lo porta a scoprirsi tra i nemici del Maestro, tra coloro per i quali egli d la vita. Cos pu vedere la Gloria e riconoscere il Signore: colui che perdona (Ger 31,34). Dopo aver sperimentato il suo amore gratuito, diventer come l'altro discepolo, che segue Ges. Per essere illuminati, bisogna prima vedere la propria cecit: per essere discepoli, bisogna capire di essere come gli altri, per i quali il Signore sar innalzato. 2. Lettura del testo v. 12: Allora il manipolo e il capo di mille e gli inservienti dei giudei . Il manipolo la terza parte della coorte, forse la coorte stessa. Il capo di mille il tribuno al comando della coorte romana. Gli inservienti dei giudei sono le guardie del tempio (cf. v. 3). Il capo di questo mondo rappresentato dai vari capi e dai loro accoliti: il tribuno militare chiamato capo di mille, il sommo sacerdote capo dei sacerdoti. La parola capo, in greco (rchon), richiama la parola principio (arch): il capo di questo mondo, con la sua menzogna, si messo al posto della Parola, principio di tutto (cf. 1,1), rendendo tutti suoi schiavi. Presero (= concepirono). Non si dice che arrestano o catturano Ges. Prendere qui synlambno (= con-cepire: cf. Lc 22,54; Mc 14,48; Mt 26,55), lo stesso verbo che si usa per indicare la concezione di Ges (cf. Lc 1,31). Il Signore da sempre cerca di stare con luomo, che fin dallinizio si allontanato da lui; ora finalmente realizza il suo desiderio. Proprio facendosi prendere raggiunge il suo obiettivo: lodio concepisce lamore, la tenebra gravida di luce, la morte pregna di vita. La parola concepire la chiave di lettura dellarresto di Ges con la passione che segue: mostra in quale modo tutti gli uomini concepiscono Dio, per loro altrimenti inconcepibile. legarono (cf. v. 24). Legare rende innocua la forza di chi legato. Ges, legato, manifesta la potenza del suo amore: incapace di nuocere ad alcuno, si consegna a tutti. v. 13: condussero, prima, da Anna, ecc. Ges, consegnato, preso e legato, condotto da Anna, che poi lo manda da Caifa (v. 24), per essere condotto da Pilato (v.28): il dono di Dio passa di mano in mano, fino a raggiungere vicini e lontani. Anna era stato capo dei sacerdoti dallanno 6 allanno 15, quando fu destituito dai romani. Anche per questo godeva di grande prestigio presso il popolo. Cinque suoi figli ricoprirono lo stesso ruolo; pure Caifa era marito di sua figlia. Anna padre dei vari capi dei sacerdoti che gli succedono nella carica. Lincontro diretto con lui, rappresentante del capo di questo mondo, che sta dietro le quinte; gli altri sono suoi agenti, quasi sua filiazione. Essi hanno fatto della casa del Padre un luogo di mercato (2,16) e hanno deciso di uccidere il Figlio.
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v. 14: Caifa era quello che aveva consigliato, ecc . Caifa aveva consigliato luccisione di Ges (11,49s), realizzando il desiderio del padre suo, il menzognero e omicida dallinizio (cf. 8,44). Ora, insieme al proposito omicida del diavolo, si realizza anche il disegno di Dio: dare il Figlio per salvare il mondo (cf. 3,16). Il nemico di Dio e delluomo esegue, inconsapevolmente, il disegno di Dio a salvezza delluomo. Si ricorda qui il senso della morte di Ges, gi profetata da Caifa dopo la risurrezione di Lazzaro (11,49-53). v. 15: seguiva Ges Simon Pietro. Ges aveva detto poco prima a Pietro: Dove vado io, adesso non puoi seguirmi; mi seguirai pi tardi. Alle sue proteste di volerlo seguire, fino a dare la vita per lui, Ges aveva risposto parlando del suo rinnegamento (13,36-38). Pietro davvero disposto a morire per Ges: ha impugnato la spada per difenderlo, con il rischio di essere ucciso. Non ha ancora capito che il Signore deve morire, per lui come per tutti. La salvezza non che io muoia per lui, ma che lui muore per me. Non devo guadagnarmi il suo amore. Il suo amore per me incondizionato e gratuito; il mio per lui viene dopo, come risposta al suo per me. Pietro lo segue per vedere come vanno a finire le cose (cf. Mt 26,58), pronto a fare di pi perch non muoia. Lo vuole vittorioso sui nemici. qui di sua iniziativa, per dargli il suo aiuto e mostrargli la sua amicizia a tutta prova. Non ancora discepolo del Maestro che lava i piedi, del Pastore bello che d la vita, del Figlio delluomo innalzato che rivela Io-Sono. Ama Ges, ma non pu seguirlo nel suo cammino. Il suo modo di pensare e agire mondano: usa la violenza, come i ladri e i briganti. anche lui ingannato dal padre della menzogna. Diventer discepolo dellAgnello solo dopo aver rinnegato colui che non lo rinnega. Per questo, dopo lelenco dei nemici, si parla anche di Pietro. nominato otto volte (vv. 15.16bis.17.18.25.26.27), di cui due volte come Simon Pietro (vv. 15.25). Con tale nome appare anche in contesti dove si parla di Giuda (cf. 13,6.8.9.24.36), figlio, guarda caso, di Simone (13,2.26). Pietro ha molto in comune con Giuda. Infatti rifiuta che il Signore gli lavi i piedi (13,8), come rifiuta la sua croce. Per questo chiamato satana (Mc 8,32sp), come Giuda (cf. 6,70;13,2.27). Pur seguendo Ges, ancora sotto linflusso del capo di questo mondo. Desidera un Messia potente, come satana aveva suggerito nelle tentazioni (Mt 4,1-11p). Secondo lui Ges dovrebbe fare proprio ci che ha rifiutato come diabolico: vincere i nemici con le loro stesse armi. Per questo ha estratto la spada. E per questo lo rinnegher. Pietro e Giuda vogliono le stesse cose. La differenza, emblematica, sta nel fatto che Pietro, pur non comprendendolo, ama Ges pi delle proprie idee su di lui. Questo gli permetter di cogliere lamore che ha per lui quel Ges che ha rinnegato. Capir che il Signore morto per lui, suo nemico (cf. Rm 5,6-11). Allora diventer come quel discepolo altro che lo segue, in modo ben diverso dal suo. Infatti capir per esperienza che nulla mai potr separarlo dallamore di Dio. Non dal suo amore per Dio, ma dallamore di Dio per lui in Cristo Ges (cf. Rm 8,39), il quale lo ha
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amato e ha dato se stesso per lui (Gal 2,20). infatti venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali anche lui fa parte (cf. 1Tm 1,15). Grazie alla sua caduta, quando si sar ravveduto, potr confermare nella fede i fratelli (cf. Lc 22,32). Sapr che la fede certezza non della nostra fedelt al Signore, ma della sua a noi. un altro discepolo. Sei volte il testo parla di discepoli (vv. 15bis; 16.17.19.25). Inoltre sia linterrogatorio di Ges (v. 19) che quello di Pietro (vv. 17.25.26) riguardano lessere discepoli. Questo discepolo, identificabile con quello che Ges amava (cf. 13,23.25; 20,2.4; 21,7.20), altro rispetto a Pietro e agli altri. tra coloro che hanno ascoltato e accolto ci che Ges ha detto (v. 21); quindi capace di seguirlo, affrontando con lui lodio del mondo (cf. 15,1816,4a). Sar ai piedi della croce con Maria (19,26), testimone del fianco trafitto (19,35), e giunger per primo al sepolcro. E per primo creder (20,2ss), come per primo riconoscer il Signore nella pesca sul lago (21,7). Per questo rester fino alla fine, modello dei discepoli (21,22ss). Infatti rappresenta quel discepolo altro che ciascuno di noi chiamato a diventare, perch ha coscienza dellamore di Ges e lo testimonia a tutti (cf. 1Gv 4,1-6). quel discepolo era conosciuto al capo dei sacerdoti. Anche nel versetto seguente si ribadisce il suo essere discepolo e il suo essere noto al capo dei sacerdoti. Questo discepolo conosciuto come tale. Pietro invece no e, quando sar interrogato, negher. Il tema del testo riguarda lessere o meno discepoli di Ges, seguaci di lui e del suo insegnamento. Vero discepolo colui che conosce il suo insegnamento e osserva il suo comando, quello dellamore. entr con Ges nel recinto. Questo discepolo pu andare dove va il suo Signore: ha poggiato il capo sul suo petto e conosce lamore con cui amato. Pu entrare nel recinto con il Pastore bello che osserva il comando ricevuto dal Padre: dare la vita per le sue pecore e riprenderla di nuovo (cf. 10,18). Molte parole di questa scena richiamano la parabola del Pastore bello: entrare (10,1.2.9), recinto (10,1), porta (10,1.2.7.9) e portinaio (10,3). Questo discepolo pu entrare e uscire (cf. 10,9): ha la libert di chi con Ges e sa amare come amato. v. 16: Pietro invece stava presso la porta, fuori. Pietro non in grado di seguire il Signore. Sta fuori dalla porta. Questa porta Ges stesso: chi entra attraverso di lui, sar salvo (cf. 10,9). usc il discepolo, laltro, ecc. Laltro discepolo invece entra con Ges ed esce poi verso i fratelli. Esce per introdurre anche Pietro in quella porta, dove pu vedere la testimonianza del Figlio. L conoscer la verit, su di s e su di lui, e potr alfine diventare discepolo. parl alla portinaia. In greco la stessa parola sia maschile che femminile. Ricorda il portinaio del recinto, che apre al pastore perch lo riconosce (10,3). Cos apre anche a quelli che sono con lui, ma non agli estranei.
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introdusse Pietro. Laltro discepolo introduce Pietro nel luogo della testimonianza: a lui, che lo rinnega, il Pastore bello testimonier la propria fedelt oltre ogni sua infedelt. v. 17: dice a Pietro la ragazza, la portinaia. Pietro deve dichiarare alla portinaia la sua identit: sta con il pastore o con i ladri e briganti? non sei forse anche tu dei discepoli di quelluomo? A Pietro chiesto se anche lui, oltre quellaltro che lha introdotto, discepolo di quelluomo chiamato Ges. non sono. Se Ges aveva risposto: Io-Sono (vv. 5.6.8), Pietro risponde: Non-sono. Nega la sua identit di discepolo. Sembra mentire. Invece afferma, per la prima volta, la verit: non discepolo del Maestro e Signore che lava i piedi. Secondo lui, Ges non deve fare questo (cf. 13,68). Pietro, non ancora illuminato, cieco e non pu dire, come lex cieco: Io sono (9,9). Invece di io dice non: il suo io non c pi. Non appartenendo a colui che , nega ci che lui stesso . Giovanni Battista, alla domanda se fosse lui il Cristo, rispose: Non sono (1,21). E cos rese testimonianza alla luce, proprio perch lui non era la luce (cf. 1,8). Anche Pietro, grazie al suo rinnegamento, diventer come lui, testimone della luce che ha vinto la sua cecit. Il non-sono lunico luogo dove luomo pu accogliere Io-Sono. v. 18: stavano in piedi i servi e gli inservienti . Sono schiavi, a servizio del capo di questo mondo. avevano fatto brace. Anche Ges risorto far brace per offrire il suo cibo ai discepoli (21,9). Ora lo sta preparando: la sua carne per la vita del mondo (6,51), consumata dallo zelo del Padre (cf. 2,17), bruciata dallamore per i fratelli. La brace, adatta per cuocere e riscaldare, persistenza di fuoco non estinto, che dura oltre la fiamma. perch era freddo e si scaldavano. Questa brace c a causa del freddo. Il freddo richiama linverno in cui vogliono lapidare Ges (10,22.31.39), la notte in cui Giuda usc (13,30). Gelo e tenebra sono rotti dalla brace, posta al centro, che tutti riscalda. cera poi anche Pietro accanto a loro. Pietro sta l, in piedi tra gli avversari di Ges, come Giuda quando lo ha consegnato (cf. v. 5). Anche se vuol seguirlo, non con Ges, ma accanto a loro, i suoi nemici. Infatti, pi che lavare piedi, preferisce maneggiare spade. si scaldava (cf. v. 25). Anche Pietro si scalda a quel fuoco, amore che si offre a amici e nemici. v. 19: il capo dei sacerdoti interrog Ges circa i suoi discepoli e circa il suo insegnamento. Comincia linterrogatorio di Anna. Pietro interrogato dai servi circa il suo essere discepolo di Ges, Ges interrogato dal capo circa i suoi discepoli e il suo insegnamento. Non si
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formula accusa n si offrono prove. Tutta la sua vita pubblica stata una rivelazione: lo si conosce bene e si gi deciso di ucciderlo. Davanti ad Anna non si svolge un processo a Ges, ma a quelli che lhanno ascoltato, Anna compreso, per vedere se sono suoi discepoli. In loro ormai continua la sua storia (cf. At 9,4s). La lotta contro di lui, quando si scrive il Vangelo, trasferita sui suoi discepoli e la sua dottrina (cf. 15,18-16,4). v. 20: rispose a lui Ges. Ormai alla fine della sua missione, Ges risponde facendo una considerazione complessiva sul suo insegnamento. apertamente. La prima caratteristica del suo insegnamento lessere pubblico, aperto a tutti. Non esoterico: dice-tutto (parresa) francamente, senza nascondere nulla. Ges non come quei guru che avvolgono la loro vita nel mistero. Il fascino dellignoto che non c e la copertura dellinganno che c sono il miglior mezzo per conquistare adepti. Da sempre. ho parlato. Il verbo, al perfetto, indica unazione compiuta il cui effetto perdura. La parola parlare, in greco lalen, connessa con lgos (= parola), indica un parlare di rivelazione (cf. 3,11.34; 6,63; 7,17.26; 8,12.20.25.30.38; 12,49; 14,10; 15,3; 16,4.33). al mondo. Ges si distingue dal mondo: ne il principio, la Parola attraverso la quale fu fatto, il Figlio inviato dal Padre per rivelargli il suo amore (3,16). Egli fa conoscere Dio: la sua esistenza manifestazione e racconto dellamore del Padre offerto a tutti. Ges rivela di essere il rivelatore di Dio, Dio stesso che si rivela: lui in persona la Parola che dice e dice la Parola che . Qualcuno afferma che lunica rivelazione di Ges che lui il rivelatore di Dio. Questo vero, se si tiene presente che rivelare significa comunicare se stessi e che tale dono avviene nella carne di Ges. sempre insegnai in sinagoga e nel tempio . Tranne i discorsi fatti ai discepoli nellultima cena, Ges ha insegnato nella sinagoga e nel tempio, rispettivamente luogo della Parola e della Presenza. Oltre che nella sinagoga di Cafarnao (6,22-70; cf. 6,59), il suo insegnamento, dal c. 3 in poi, si svolto a Gerusalemme, nellambito del tempio, ad eccezione che nei cc. 4 e 11. dove tutti i giudei convengono. Tutti i giudei, compresi i capi, lo hanno ascoltato, proprio in quel luogo che fonda lidentit del popolo di Dio. in segreto non parlai di nulla. Il Signore non ha parlato in segreto o in un luogo oscuro (cf. Is 45,19). Ges non tiene nascosto nulla: rivela il mistero di Dio. Non la verit, ma la menzogna ha bisogno di restare coperta. proprio del nemico delluomo agire nelle tenebre. Infatti teme la luce della verit, che lo sbugiarda. v. 21: perch interroghi me? Ges, interrogato, si fa interrogatore. Egli ha detto tutto a tutti. Ora attende risposta. Il Signore non va interrogato, ma ascoltato. Se lo interroghiamo, non otteniamo risposta alcuna. lui che parla e interpella; noi ascoltiamo e rispondiamo.
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Spesso interroghiamo Dio e ci interroghiamo su di lui. Ma inutilmente. Non capiremo nulla di lui fino a quando non taciamo e ci lasciamo interrogare da lui. Come in ogni rapporto, non mettere in questione laltro che ce lo fa capire, ma lasciarci mettere in questione da lui. Capire sempre, innanzitutto, un patire. interroga quelli che hanno ascoltato, ecc. Chi lo ha ascoltato, chiamato a rispondere se o meno suo discepolo, se accetta o meno la sua parola. Tutti, dal capo dei sacerdoti a Pietro, sono chiamati a pronunciarsi nei suoi confronti. Ges ha rivelato lidentit sua e del Padre, che tocca la verit di ogni uomo: tutti siamo figli. Per diventiamo tali se accettiamo il Figlio come nostro fratello. Il processo che facciamo a lui in realt fatto a noi stessi: accogliamo o rifiutiamo la parola di vita? questi sanno le cose che dissi io. Lignoranza, vero, scusa tutti; ma ci rende come bestie. La conoscenza invece responsabilizza; e ci rende uomini, capaci di rispondere. v. 22: un astante degli inservienti diede uno schiaffo a Ges. una delle guardie del tempio, servo dei capi. Sua identit lessere suddito, obbediente e cieco. La risposta di Ges per lui una ribellione al potere. Effettivamente la verit fa liberi (8,32): contraria alla falsit che opprime. Alla sua domanda, invece della risposta Ges riceve uno schiaffo. Cos il potere risponde alla verit. Lo schiaffo un tipo di violenza particolare, che sottolinea linferiorit dellaltro. Solo tra pari si lotta con impegno, per piegare a proprio vantaggio lesito incerto. Altrimenti un semplice schiaffo sufficiente per umiliare e schiacciare laltro, convincendolo della sua impotenza e dissuadendolo dal levare il capo. Lideale del potere mostrarsi tanto forte da tenere assoggettato laltro senza la necessit di misurarsi con lui. In questo schiaffo si pu leggere il male pi profondo della storia: lo strapotere di chi tiene in schiavit tutti, servendosi degli schiavi per punire chi libero e dimostrare a tutti che non vale la pena di opporsi. Posto al centro del racconto, questo schiaffo corrisponde al rinnegamento di Pietro. Anche lui ha rinnegato perch ha confidato nella spada e non nella Parola. Il rifiuto della rivelazione ricade su Ges stesso: lo schiaffo anticipo simbolico della croce. Se un servo dei capi d uno schiaffo al suo Cristo, come non pensare ai milioni di cosiddetti cristiani che hanno sterminato lintero suo popolo e sterminano i poveri della terra, suoi fratelli? una vergogna, abominio senza fine: la consumazione del male. cos rispondi al capo dei sacerdoti? Ges ha risposto con una domanda: la verit interroga tutti. Ma chi ha il potere non accetta di mettersi in questione: sempre irresponsabile. Non avendo forza di argomenti, risponde con largomento della forza. v. 23: rispose Ges. Ges ha detto di non opporsi al malvagio (Mt 5,39p). Al male per bisogna opporsi, senza cadere nella tentazione di ripagare il malvagio con la stessa moneta. Bisogna
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non lasciarsi vincere dal male, ma vincere il male con il bene (cf. Rm 12,21). Per giungere a questo necessario ingaggiare una grande lotta: uno deve raccogliersi e distruggere in se stesso ci per cui ritiene di dover distruggere gli altri. Ges, alla violenza che viene dalla menzogna, risponde con la forza della verit, interpellando la coscienza. Lappuntamento con essa, moralmente ineludibile, fonda la dignit delluomo. Ma risulta che eludere lineludibile sia lo sport preferito delle masse e dei loro capi, almeno per ci che riguarda la coscienza. se male parlai, testimonia circa il male . Ges invita il servo a usare la ragione, a guardare la realt senza pregiudizi. Chi detiene il potere scambia verit con interesse, giustizia con difesa di privilegi. Lo schiavo poi, fin che resta tale, pi ottuso e zelante del suo padrone, come chiunque pu constatare anche oggi. Per questo Ges lo esorta a discernere il bene dal male, primo presupposto per essere uomo, pensante e libero, capace dintendere e di volere. Gli chiede che, se ha fatto qualcosa di male, glielo dimostri. se invece bene, perch mi percuoti? In queste parole di Ges risuona il lamento di tutti i giusti, vittime del male. il lamento di Dio stesso, che chiede al suo popolo cosa gli ha fatto per essere trattato cos male (cf. Mi 6,3). Lingiustizia ricade sempre sul Giusto. Ges il Servo, che porta su di s la nostra iniquit e ci giustifica (cf. Is 52,13-53,12). v. 24: allora Anna lo mand, legato, da Caifa. Anna non risponde alla domanda di Ges. Il potere non conosce dialogo. Non intende altra ragione che la propria, come i matti. infatti una forma di delirio, pericolosa e nociva pi di quanto pare. Pu sterminare popoli interi, fare carneficine che nessun pazzo omicida riesce a compiere. E per di pi si autogiustifica e si propone come modello, addirittura divino! Anna manda Ges da Caifa, marito di sua figlia. Si sottolinea di nuovo che legato (cf. v. 12). Il Figlio, inviato dallamore del Padre per salvare i fratelli, legato dal loro odio e inviato a chi lo vuole uccidere. Ma colui che schiavo e legato, lamore sovrano, il sovrano dellamore, libero e vincitore del male. Giovanni si accontenta di questo accenno al processo di Caifa: si svolto lungo tutto il Vangelo e si gi concluso con la condanna a morte (11,49-53). v. 25: Simon Pietro stava in piedi e si scaldava (cf. v. 18). Dopo lo schiaffo, riappare Pietro. Il suo rinnegamento stato per il Maestro lo schiaffo peggiore. ancora l, nello stesso luogo e nella stessa posizione dei nemici di Ges, accanto a loro (cf. v. 18), pronto a rinnegare ancora. Nel freddo della notte, la luce di un fuoco riscalda il rinnegatore. non sei forse anche tu dei suoi discepoli? Prima la portinaia, ora i servi lo interrogano sul suo essere discepolo di Ges.
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non sono. Pietro nega per la seconda volta. Si identifica con coloro che non ascoltano e non seguono la sua parola. Sta rendendosi conto della verit: non discepolo di Ges, non ascolta le sue parole. Finora ha seguito una sua immagine di lui, non lui. Ora gli chiaro: il Maestro non ci che lui pensava, non quel capo che voleva. Pietro finalmente vede di non vedere. Il rinnegamento non presentato come frutto di paura o vigliaccheria: Pietro ha sfoderato poco prima la spada per difenderlo, esponendo per lui la vita. Inoltre ha avuto il coraggio di seguirlo e di entrare nel recinto, per stargli vicino. Ora si accorge di non essere con Ges, cos diverso da ci che lui credeva e desiderava. Pietro come gli altri: non accetta il Signore che lava i piedi, il Figlio delluomo innalzato, lIoSono come crocifisso. Essere con Ges significa fare le sue scelte, avere il suo stesso Spirito. Si pu essere cristiani patentati, discepoli e apostoli, vescovi e papi, ed essere in realt contro Ges. Ci avviene ogni volta che trascuriamo i poveri cristi, sua presenza costante tra di noi (cf. 12,8p; Mt 25,31-46). v. 26: non ti vidi io nel giardino accanto a lui? vero quello che dice il parente di Malco: Pietro era nel giardino. Era accanto a lui, ma non con lui: era contro di lui, per impedirgli di bere il calice e fargli usare le stesse armi dei nemici. v. 27: di nuovo neg Pietro. Per la terza volta Pietro, negando di essere con Ges, dice la verit. finalmente un cieco che dice di non vedere. E il suo peccato pu essere perdonato (cf. 9,41). un gallo grid (cf. 13,38). Al canto del gallo impallidisce la notte e irrompe la luce. Per Pietro cessa la menzogna e comincia la verit, su di s e sul Signore. Finalmente capisce di essere tra i nemici di Ges. Proprio cos conosce il suo amore; lo conosce come gratuito: A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci pu essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perch, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morto per noi (Rm 5,7s). Pietro scopre che non lui muore per il Signore, ma il Signore per lui. Guarisce dal complesso di Cristo e si ritrova uomo, come tutti gli altri. Vede che la salvezza non amare Dio fino a dare la vita per lui. Di amore si muore: dellessere amati che si vive! E lui, amore infinito, ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Per questo ognuno di noi pu dire con Paolo: Mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Tale evidenza interiore la fede; per essa sono in grado di vivere unesistenza che sia risposta damore allamore ricevuto. Se Pietro non avesse rinnegato, avrebbe sempre potuto pensare che il Signore lo amava con riserve, solo se lo meritava. Ma lamore meritato meretricio. Qui comincia per lui il battesimo: accettare di essere amato di amore gratuito e incondizionato. Come per Abramo, padre nella fede, credere nel Signore la sua giustizia (cf. Gen 15,6). Il giusto infatti vive di fede (Rm 1,17; Ab 2,4) nella fedelt di Dio, che promette e dona vita.
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La sua sar una conversione dalla legge al Vangelo, la difficilissima conversione di Paolo, testimoniata in Fil 3,1ss. Solo qui conosciamo ci che differenzia il cristianesimo da qualunque religione: lessere amati gratuitamente, non in base ai meriti, ci d la libert di vivere da figli di Dio. Questa la salvezza, la scoperta dellidentit nostra e di Dio, che avviene nel nostro peccato e nel suo perdono. Pietro, dopo il rinnegamento, si trova nellalternativa di Giuda: guardarsi con i propri occhi o con quelli del Signore, vivere della propria sconfitta o del suo perdono. Se si chiude in se stesso, linferno; se si apre a lui, la salvezza. Questo il principio del battesimo, per Pietro e per tutti: immergersi nellamore gratuito del Signore invece che nellamarezza del proprio fallimento. Da qui in poi Pietro pu diventare discepolo di Ges. Se finora aveva seguito se stesso, ora capir che bisogna seguire lui. Ha sperimentato che qui se ductorem sequitur, seductorem sequitur: chi segue se stesso come guida, segue un seduttore. Giovanni tralascia il ricordo della predizione e il pianto (cf. Mc 14,72p). Riporta solo il triplice rinnegamento. Da questo punto Pietro scompare dal racconto della passione. Ma sommamente presente: ormai con il suo occhio che pu essere contemplata. La scena avr il suo epilogo dopo la risurrezione, con la triplice domanda di Ges: Mi ami?. Allora potr seguirlo (cf. 21,17): grazie al suo rinnegamento avr scoperto lamore con cui amato. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il cortile del palazzo di Anna. Chiedo ci che voglio: confessare, con Pietro, che non sono discepolo di Ges, non conosco il suo insegnamento e non sono con lui. Contemplo la scena, guardando i personaggi: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: i nemici prendono (= concepiscono) Ges lo legano lo conducono da Anna, suocero di Caifa Simon Pietro vuole seguire Ges laltro discepolo, noto, entra ed esce dalla porta Pietro interrogato se discepolo di Ges non sono Pietro sta con i servi e si scalda al braciere
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il capo dei sacerdoti interroga Ges sui suoi discepoli e il suo insegnamento Ges sintetizza la sua opera presentandosi il Rivelatore: il suo insegnamento lui stesso, il Figlio che rivela il Padre non tocca a lui rispondere a noi, ma a noi rispondere a lui: accettiamo o no le sue parole, siamo o no suoi discepoli? lo schiaffo del servo la risposta di Ges Anna manda Ges da Caifa, legato Pietro, per la seconda volta, dice: Non sono Pietro, per la terza volta, nega di essere con Ges grid il gallo.

Testi utili: Sal 32: 94; 117; 136; Is 52,13-53,12; Ger 31,31-34; Gv 11,49-53; Gv 13,36-38; Gv 15,18-16,4; Rm 5,6-11; Rm 8,31-39; Gal 2,20; Fil 3,1ss; 1Tm 1,15s; 2Tm 2,11-13.

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47. GIOISCI, RE DEI GIUDEI 18,2819,16a


a. (fuori dal pretorio): dialogo tra Pilato e i capi su Ges, consegnato per essere crocifisso

18,28 Allora conducono Ges da Caifa al pretorio. Era laurora. Ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi ma poter mangiare la Pasqua. 29 Allora Pilato usc fuori verso di loro e dice: Che accusa portate [contro] questuomo? 30 Risposero e gli dissero: Se costui non fosse uno che fa il male non te lavremmo consegnato. 31 Allora disse loro Pilato: Prendetelo (= accoglietelo) voi e giudicatelo secondo la vostra legge. Gli dissero i giudei: A noi non lecito uccidere nessuno. 32 Affinch si adempisse la parola di Ges, che disse indicando di quale morte stava per morire.
b. (dentro nel pretorio): dialogo tra Pilato e Ges sulla vera regalit

18,33 Allora entr di nuovo Pilato nel pretorio e chiam Ges e gli disse:
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Tu sei il re dei giudei? 34 Rispose Ges: Da te stesso tu dici questo o altri te (lo) dissero di me? 35 Rispose Pilato: Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti consegnarono a me. Che facesti? 36 Rispose Ges: La mia regalit non da questo mondo. Se da questo mondo fosse la mia regalit, i miei servi avrebbero lottato perch non fossi consegnato ai giudei. Ora per la mia regalit non da qui. 37 Allora gli disse Pilato: Dunque re sei tu? Rispose Ges: Tu lo dici, che sono re. Io per questo sono stato generato e per questo sono venuto nel mondo, per testimoniare per la verit. Chiunque dalla verit, ascolta la mia voce. 38a Gli dice Pilato: Cos la verit?
c. (fuori dal pretorio): dialogo tra Pilato e icapi, che preferiscono il brigante al vero re

18,38b E, detto questo, usc di nuovo verso i giudei;


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e dice loro: Io non trovo in lui colpa alcuna. 39 Ora usanza per voi che vi liberi uno per la Pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei giudei? 40 Gridarono allora di nuovo dicendo: Non costui, ma Barabba. Ora Barabba era un brigante.
d. (?): incoronazione del re dei giudei

19,1 2

Allora dunque Pilato prese (= accolse) Ges e (lo) flagell. E i soldati, intrecciata una corona di spine, (la) imposero sul suo capo e lo avvolsero di un manto di porpora

e venivano innanzi a lui e dicevano: Gioisci, re dei giudei! E gli davano schiaffi.

c. (fuori dal pretorio): Pilato dice: Ecco luomo e i capi rispondono: Crocifiggi

19,4

E usc di nuovo fuori Pilato e dice loro: Ecco, ve lo conduco fuori, affinch sappiate che nessuna colpa trovo in lui.

Allora Ges usc fuori, portando la corona di spine e il mantello purpureo;


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e dice loro: Ecco luomo! 6 Quando dunque lo videro, i capi dei sacerdoti e gli inservienti gridarono dicendo: Crocifiggi, crocifiggi! Dice loro Pilato: Prendetelo (= accoglietelo) voi, e crocifiggete(lo). Io infatti non trovo in lui colpa. 7 Gli risposero i giudei: Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire, perch si fece Figlio di Dio. 8 Quando dunque Pilato ud questa parola, ebbe maggior paura.
b. (dentro nel pretorio): dialogo tra Pilato e Ges sul potere e chi lo detiene

19,9

Ed entr di nuovo nel pretorio e dice a Ges: Da dove sei tu? Ma Ges non gli diede risposta.

10

Allora gli dice Pilato: A me non parli? Non sai che ho potere di liberarti e ho potere di crocifiggerti?

11

Gli rispose Ges: Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dallalto. Per questo chi mi consegn a te ha un peccato pi grande.

12

Da allora Pilato cercava di liberarlo.


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Ma i giudei gridarono dicendo: Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, contraddice Cesare.
a. (fuori dal pretorio): Pilato dice: Ecco il vostro re, i capi rispondono: Crocifiggi

19,13 Allora Pilato, udite queste parole, condusse fuori Ges e sedette sullo scanno verso un luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbata. 14 Era la preparazione della Pasqua, era verso lora sesta; e dice ai giudei: Ecco il vostro re! 15 Allora gridarono quelli: Leva, leva, crocifiggilo! Dice loro Pilato: Crocifigger il vostro re? Risposero i capi dei sacerdoti: Non abbiamo re se non Cesare! 16a Allora dunque lo consegn loro affinch fosse crocifisso. 1. Messaggio nel contesto Gioisci, re dei giudei, dicono i soldati romani a Ges. Il re promesso crocifisso da tutti, lontani e vicini. Crocifisso in quanto re, re in quanto crocifisso: il re della verit che fa liberi (cf. 8,32). Dopo che il potere religioso ne ha predisposto lintronizzazione sulla croce, quello politico ne proclama la regalit con la condanna a morte. Il testo un gioco di ironie. Ci che detto per
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burla, vero; ci che si ritiene vero, una burla. Stupida e tragica. La menzogna stessa, senza volerlo n saperlo, afferma la verit: il re crocifisso crocifigge alla sua vacuit ogni potere di morte. Siamo allo scontro definitivo. Le tenebre sono uscite allo scoperto, riunite insieme per giudicare e condannare il Nazoreo. Ma la luce del mondo dissolve la tenebra che lha presa. Ges infatti esegue sovranamente il giudizio di Dio: invece di condannare qualcuno, d la vita per tutti. Contro il Figlio, inviato dal Padre, si sono riuniti tutti i potenti, per compiere ci che la mano e la volont del Signore aveva preordinato che avvenisse (At 4,27s): manifestare a tutti il suo amore, gloria sua e salvezza nostra. Il tema del testo la regalit universale di Ges, proclamata davanti al luogotenente di Cesare, suprema autorit mondiale, primo rappresentante del capo di questo mondo (cf. 12,31). Il re luomo ideale, ideale di ogni uomo. Libero e potente, vuole ci che gli piace e fa (fare) ci che vuole: rappresenta Dio in terra. La concezione che abbiamo di re corrisponde a quella che abbiamo di Dio: luomo realizzato, sua immagine e somiglianza. Il confronto con Pilato occupa circa un terzo del racconto della passione: oltre il processo, continua fin sulla croce (19,19-22) e nella deposizione (cf. 19,31.38). Il suo potere si esercita dalla condanna allesecuzione, dalluccisione alla sepoltura del Giusto. Svela cos la sua essenza ingiusta e mortifera. Un giardino vide la creazione delluomo e la sua caduta, la nascita e la morte di Adamo, re del creato. Lo scontro della regalit delluomo con la regalit di Dio avviene tra la cattura in un giardino (cf. 18,11ss) e la crocifissione in un altro giardino (19,41). In questo vedremo la creazione del nuovo Adamo, il giardiniere che ha trionfato sulla morte (cf. 20,15). Tra il giardino della cattura e quello della croce c la citt, dove il re della gloria passa, vittorioso sui capi di questo mondo. Dopo linterrogatorio in casa di Anna e la sosta in quella di Caifa, segue il processo nel pretorio. Accusatori sono i capi religiosi; giudice il rappresentante dellimperialismo, allora romano. Il processo politico. La regalit di Dio, anche se non da questo mondo, in questo mondo. Luomo un animale politico: dal modo in cui organizza la sua vita con gli altri, dipende la sua realizzazione o il suo fallimento. La politica infatti larte di dar corpo a quei valori che luomo si pone come fine del suo esistere. Questi, giusti o sbagliati che siano, sono sempre religiosi, appunto perch si pongono come fini, quindi assoluti. Quando poi la politica arriva a porre se stessa come valore supremo, allora raggiunge lapice della funzionalit e della cecit: puro esercizio di dominio. Lidolo prende il posto di Dio: il potere diventa unica religione, totalitarismo che ha mano libera per distruggere tutto e tutti.
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La regalit di Ges, come vedremo nel processo, smantella la nostra immagine pervertita di uomo e di Dio. Non bisogna farsi immagini di Dio, n delluomo, perch lunica sua immagine luomo, vero e libero. Nella sua semplice solennit, il processo davanti a Pilato un compendio, sublime e disincantato, di teologia politica, una miniera inesauribile sulla verit delluomo e di Dio. I giudei, nominati 22 volte, non sono il popolo, ma i suoi capi. Rappresentano lopposizione alla luce, tipicamente religiosa, che in ciascuno di noi. Lorigine del male infatti sempre unimmagine negativa di Dio, di ci che comunque ci proponiamo come modello da imitare. Per questo, nel racconto della passione, il rappresentante del mondo politico non fa che eseguire, in un gioco di ipocrisia e ricatti reciproci, la stessa volont perversa della quale succube il mondo religioso. Quando Giovanni parla di giudei, giova ripeterlo, non intende il popolo giudaico, come funestamente molti hanno voluto intendere. Anche Ges, gli apostoli e la prima comunit, come pure gli evangelisti, sono giudei. Il termine giudei, usato in senso negativo, indica i capi, il cui unico interesse tenere il popolo sotto il proprio dominio (cf. 9,1ss): secondo la critica profetica (cf. Ez 34), non sono pastori, ma ladri e briganti (cf. 10,1ss). Sono chiamati polemicamente giudei, perch considerano tali solo se stessi, escludendo gli altri, che pure lo sono. Comunque anche tra i capi non tutti sono cos (cf. 10,19-21; 12,42s), come Nicodemo (3,1ss; 7,50-52; 19,39), Giuseppe dArimatea (cf. 19,38; Mc 15,43p) e Gamaliele (cf. At 5,34ss). Il testo inizia con Ges condotto dentro il palazzo e termina con Ges condotto fuori da esso. Dentro/fuori diventa una distinzione teologica: dentro sta la Parola di verit e vita, fuori lurlo di menzogna e morte, orchestrato dai capi religiosi. Pilato, come il lettore che segue la sua vicenda, fa la spola tra dentro e fuori: chiamato a rispondere alla rivelazione che sente dentro, cede inevitabilmente alla violenza che avverte fuori. lunico modo per mantenere il potere. Quel tipo di potere che non a servizio della verit e della vita. Il processo una sequenza di sette scene, scandite dalluscire e dallentrare di Pilato. Il dentro e fuori dal palazzo d al racconto un ritmo a struttura concentrica, con la coronazione di spine nel mezzo. Il succedersi delle scene si pu visualizzare cos (I. de la Potterie): a. (fuori): dialogo tra Pilato e i capi su Ges, consegnato per essere crocifisso (18,28-32) b. (dentro): dialogo tra Pilato e Ges sulla vera regalit (18,33-38a) (fuori): dialogo tra Pilato e i capi, che preferiscono il brigante al vero re (18,38b-40) d. c. b. a. (?): incoronazione del re dei giudei (19,1-3) (fuori): Pilato dice: Ecco luomo; i capi rispondono: Crocifiggi (19,4-8) (dentro): dialogo tra Pilato e Ges sul potere: chi lo detiene e quale (19,9-12)
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(fuori): Pilato dice: Ecco il vostro re; i capi rispondono: Crocifiggi (19,13-16a).

La scena centrale (19,1-3) sembra che si svolga fuori dal palazzo, come la precedente. Per, nella successiva, sia Pilato che Ges escono (19,4s). Quindi lincoronazione accade dentro, anche se al lettore, mentre si svolge, sembra che accada fuori. Non si tratta di una distrazione, ma di una finezza dellautore: suggerisce che quanto avviene nel palazzo riguarda tutti. Lincoronazione, anche se fatta in casa dai servi del potere, sempre un fatto eminentemente pubblico: il riconoscimento del re, il capo con il quale tutti idealmente si identificano. Levangelista evidenzia cos che Ges re universale, incoronato davanti al mondo proprio dai suoi nemici. Per questo motivo anche il titolo sulla croce sar scritto da Pilato in ebraico, latino e greco, proclamato in ogni lingua, leggibile ai detentori di ogni potere, religioso, politico e culturale (19,19-22). Commenteremo nella lettura del testo il significato delle singole scene, centrate sulla regalit di Ges che, proclamata nel processo, si eserciter dallalto della croce. A proposito di Pilato e di quanti hanno ucciso Ges, utile osservare che essi provocano in noi repulsione: non riusciamo a digerirli. infatti difficile digerire se stessi! Il problema non mangiarli, ma riconoscerci in loro ci fanno da specchio e accettare il dono che il re fa a noi, come a loro. Allinizio Ges presentato dai capi religiosi al capo politico, perch sia innalzato su quel trono da dove, vittorioso, attirer tutti a s ( 18,28-32). Segue il dialogo sulla regalit di Ges, che a servizio della verit e che nessun potente conosce (18,33-38a). Per questo Pilato lo ritiene innocuo e vuol liberarlo; ma i capi religiosi avviene per lo pi cos preferiscono il brigante al vero re (18,38b-40). Al centro i soldati, incoronando per scherno Ges di spine, mostrano che brutto scherzo sia la regalit mondana. Questa, messa in crisi nel suo mettersi in scena, violenza gratuita sul vero re, sulluomo libero (19,1-3). Poi Pilato di nuovo esce, e anche Ges, con la corona e la porpora: Ecco luomo (19,4-8). Il potere politico vorrebbe salvarlo, ma non pu. Schiavo della cecit religiosa, solo in grado di uccidere, non di liberare luomo ( 19,9-12). Alla fine Pilato conduce di nuovo fuori e presenta il re, il Figlio di Dio, che il potere religioso rifiuta. In obbedienza a questo, anche se contro voglia, il potere politico esegue la condanna (19,13-16a). Ges il re universale, luomo libero che libera tutti, proprio in quanto crocifisso dal potere religioso e politico. La Chiesa chiamata a riconoscere in Ges la verit delluomo e la verit di Dio, per testimoniare al mondo la libert da ogni dominio delluomo sulluomo.
NB: Per comprenderla meglio, leggeremo la sequenza del processo tutta di seguito, evidenziando con titolo e breve introduzione le singole scene.

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Lettura del testo


a. (fuori dal pretorio: 18,28-32): Dialogo tra Pilato e i capi su Ges, consegnato per essere crocifisso. Conclusa la rivelazione davanti ai capi religiosi, Ges consegnato al rappresentante del potere romano, perch ne esegua la condanna a morte, da loro gi decisa. Si compie cos la parola di Ges, che disse indicando di quale morte stava per morire (v. 32). Se infatti lavessero ucciso i giudei, lavrebbero lapidato; i romani invece lavrebbero crocifisso. Nella vigilia di Pasqua i potenti si uniscono insieme per immolare lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29). Le forze delle tenebre si alleano per innalzare sulla croce il Figlio delluomo, colui che d vita eterna (3,14s), rivela Io-Sono (8,28), espelle il capo di questo mondo e attira tutti a s (12,31s).

v. 28: Allora conducono Ges da Caifa al pretorio . Giovanni, a differenza degli altri Vangeli, non racconta il processo davanti a Caifa. Lo accenna solamente, dopo linterrogatorio davanti ad Anna. I capi dei sacerdoti e i loro servi (cf. 18,35; 19,6), chiamati anche i giudei (cf. 18,31.36.38b; 19,7.12), conducono Ges al pretorio. la residenza dove il governatore romano, nelle feste, dimorava per tenere sotto controllo le folle che venivano a Gerusalemme. Il loro afflusso costituiva sempre pericolo di disordini. Ai giudei era lecito giudicare secondo le loro leggi. Potevano anche emettere sentenze di morte, ma non eseguirle. I romani riservavano a s la pena capitale, tranne che nei casi di profanazione del tempio e, forse, di adulterio (cf. 8,1ss). Luccisione di Stefano (At 7,58) probabilmente un linciaggio e quella di Giacomo (At 12,2) uneccezione. Ges quindi condotto dallautorit romana, perch esegua la condanna gi decisa dallautorit religiosa, senza alcun processo (11,47.53). In questo modo lagnello di Dio passa dai capi dIsraele al capo dei pagani: il salvatore del mondo (4,42), che viene dai giudei (4,22). era laurora. Dopo il canto del gallo (v. 27), finiscono le tenebre e irrompe la luce. Per contrasto, lespressione richiama: era notte, quando Giuda usc per consegnarlo (13,30). Dopo il rinnegamento di Pietro, cessa anche il freddo (vv. 18.25). Al braciere che riscalda la notte, succede il sole, che accende il giorno. Il processo politico di Ges si svolge dal mattino allora sesta (19,14), da quando il sole si leva allorizzonte fino a quando sta nel punto pi alto del cielo. La luce che viene nel mondo rompe le tenebre e cresce fino a raggiungere il suo pieno fulgore sulla croce. Qui si manifesta il re della gloria. Siamo alla vigilia del sabato (cf. 19,31.42), al sesto giorno (cf. 12,1), quello della creazione delluomo: sulla croce sar creato luomo nuovo. inoltre vigilia della Pasqua (19,31.42; cf. 13,1ss; 18,39), quando lagnello viene immolato.

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Era laurora anche quando Abramo si incammin per il sacrificio del figlio, che al terzo giorno fu salvato (cf. Gen 22,3ss). Sar anche lora dellincontro con il Risorto, di Maria al sepolcro (20,1) e dei discepoli sulla riva del mare (21,4). essi non entrarono nel pretorio. I capi dei sacerdoti e quelli con loro restano fuori dal pretorio. Ges entra per rivelarsi anche ai pagani. Ne uscir dopo lincoronazione di spine (19,5) e, alla fine (19,13), per lintronizzazione in croce. Pilato fa la spola tra dentro e fuori. Il suo uscire ed entrare delimita le varie scene. Dentro/fuori non ha solo valore spaziale: dentro c la rivelazione di Ges alle genti, fuori lopposizione del potere religioso. In mezzo c Pilato, il potere politico, chiamato a scegliere tra luce e tenebre, verit e menzogna, re e brigante, vita e morte. La sua scelta scontata. Ha fatto del potere la sua religione, come i sacerdoti hanno fatto della religione il proprio potere. Per questo, anche se in perenne conflitto tra loro cos avviene quando si vogliono le stesse cose e si usano gli stessi mezzi , vanno sempre daccordo nelluccisione dellinnocente. La distinzione tra sfera religiosa e politica fondamentale per evitare opposti fondamentalismi, religiosi o politici. necessaria inoltre per la libert della religione, che diversamente diventa succube del potere politico, sua giustificazione ideologica e strumento di oppressione. Ma necessaria anche per la politica. Questa, se non vuol diventare una macchina disumana che amministra se stessa, deve trovare fuori di s la fonte dei valori e listanza critica dei suoi disvalori. per non contaminarsi. lunica volta che esce questa parola nei Vangeli. I capi religiosi non vogliono correre il rischio di contrarre impurit legale. In casa di un pagano potevano esserci sepolture di bambini nati morti. Chi teme contaminazione da cadavere, non si fa scrupolo di uccidere. Questa mentalit legalista tiene fuori dal luogo in cui si rivela la verit. ma poter mangiare la Pasqua. Lannotazione serve allautore per connettere levento con la Pasqua. Siamo alla vigilia, quando si prepara lagnello pasquale. Chi vuole mangiare la Pasqua, sta uccidendo lagnello senza difetto n macchia (1Pt 1,19). v. 29: Pilato. Fu governatore romano dal 26 al 36 d. C. Descritto dagli storici come uomo autoritario e crudele, fu deposto da Vitellio. Nel racconto traspare la sua durezza con i giudei; ma anche la sua fragilit, che lo porta a cedere ai loro ricatti. Durezza e fragilit si sposano bene. usc fuori verso di loro. Il rappresentante del potere politico si volge ai capi religiosi. Lui, che si crede onnipotente, alla fine non far che eseguire la loro volont. dice. Nel processo il dire di Pilato ricorre ben 11 volte; ed sempre un interrogare o un comandare. Sono gli altri che devono rispondere ed eseguire. Quando ci che ascolta lo interroga, invece di rispondere, domanda ancora (cf. v. 38). Il potere preferisce non rispondere: tende a essere irresponsabile. Se rispondesse e si lasciasse porre in questione, diventerebbe umano e responsabile.
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Non sarebbe pi dominio e oppressione, ma servizio e promozione delluomo. Tutti i crimini pi grandi contro lumanit, come anche luccisione di Ges, sono frutto di potere irresponsabile. che accusa portate [contro] questuomo? Pilato sa chi Ges. Ha concesso le truppe per arrestarlo (18,3). Sa anche che i capi lo vogliono uccidere. Chiede quale accusa producono, che ne giustifichi la condanna. Il potere stabilisce, a proprio vantaggio, delle norme precise e condanna chi va contro di esse. Anche se vorrebbe, non pu (sempre) affidarsi allarbitrio, che porterebbe al caos. Mette invece in atto un complesso, oculato e funzionale, di leggi mirate a creare una legalit che, per quanto ingiusta, utile al mantenimento dellordine conveniente. Pilato richiama i capi dei giudei alla legalit, che sempre tutela gli interessi dei pi forti: Il giusto altro non che lutile del pi forte, disse un antico filosofo, sempre attuale. v. 30: se costui non fosse uno che fa il male . La risposta dei capi tradisce irritazione. Se glielo conducono, un malfattore. Anche loro conoscono la legge, meglio di Pilato. Sanno che va condannato a morte. A Pilato spetta solo lesecuzione. I capi hanno deciso da tempo luccisione di Ges (cf. 5,18). Vogliono per che formalmente sia Pilato a deciderla. Sia perch non possono uccidere, sia per lasciare a lui la spiacevole incombenza, che avrebbe attirato lodio del popolo. Ges definito come uno che fa il male (cf. Lc 23,32: conducono con lui altri due malfattori). Linnocente, che testimonia la verit e non si piega alla menzogna, per chi detiene il dominio il malfattore pi pericoloso. Non , come Barabba, un semplice concorrente da eliminare per vincere. Infatti ha la forza di sottrarsi al gioco; proprio cos lo distrugge in radice, svelandone la stupidit e malvagit. Per questo linnocente, che non si piega allingiusizia, il malfattore pi pericoloso. E per questo colui che non conobbe peccato fu trattato da peccato in nostro favore (2Cor 5,21): diventato maledizione per riscattarci dal nostro male (Gal 3,13). Nel Getsemani Ges stesso dice che sono venuti a catturarlo come un brigante (Mc 14,48), lui che innocente. Proprio cos si compiono le Scritture (Mc 14,49), che dicono come il Servo sia annoverato tra i malfattori (cf. Lc 22,37), addossandosi le nostre malefatte (cf. Is 53,12). non te lavremmo consegnato. Il verbo consegnare (= tradire) era riservato a Giuda. Ora detto anche dei giudei che lo consegnano a Pilato e poi di Pilato che lo consegna alla croce (19,16a), da dove lui consegner a tutti il suo Spirito (19,30). La stessa azione maledetta che compie il potente, per la forza dellinnocente diventer fonte di benedizione per tutti. v. 31: prendetelo (= accoglietelo) voi e giudicatelo secondo la vostra legge . Pilato non ratifica la condanna senza motivi specifici. Sarebbe scivolare nellarbitrio, dannoso al potere costituito. Se lo ritengono malfattore, lo giudichino legalmente. Si nota una forma di disprezzo quando sottolinea che la legge vostra, non nostra.
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Inoltre, dicendo di giudicarlo, ricorda loro anche che sono sudditi dei romani: non hanno il diritto di spada. Anche se lo vogliono, non possono. E che potere quello che non pu dare la morte? impotente, destinato a perire. a noi non lecito uccidere nessuno. I capi scoprono la loro intenzione, senza per formulare nessuna accusa: lo vogliono uccidere. Per questo lo hanno portato da Pilato: che lo uccida lui. Non dovrebbe giudicarlo, ma solo condannarlo. Alla fine far proprio cos. Il potere politico esegue, volente o nolente, il giudizio di quello religioso. Linnocente, che testimonia la verit, alla lunga lunica vera minaccia per ogni potente. I capi religiosi ammettono, con dispiacere, la loro dipendenza dai romani. A loro permesso, come in tutti i territori occupati, giudicare secondo le proprie leggi. Non possono per irrogare la pena di morte, riservata a Roma. Dietro lespressione non lecito uccidere risuona il grande comando: Non uccidere (Es 20,13; Dt 5,17). Eppure quanto essi vogliono proprio un assassinio. Compiono infatti le opere del padre loro, menzognero e omicida fin dal principio (8,44). Questo non lecito richiama anche la legge e linterpretazione in senso proibitivo che essi ne danno, intendendola come oppressione delluomo (cf. 5,10). Dal dialogo si vede che Pilato pu ma non vuole uccidere Ges, mentre i capi lo vogliono ma non possono. Alla fine i religiosi faranno ci che non possono e i politici ci che non vogliono. Con sorpresa, gli impotenti risultano onnipotenti nel male e gli onnipotenti impotenti nel bene. Ironia della sorte o legge della storia? v. 32: affinch si adempisse la parola di Ges, che disse. In questo modo Giovanni introduce il compimento delle Scritture. Qui le Scritture sono le parole stesse di Ges (cf. 2,22). di quale morte stava per morire. I capi, consegnando Ges a Pilato perch lo uccida, credono di manovrare il potere per il loro fine. Ma non fanno che compiere la parola di Ges sulla propria morte. Infatti se lavessero ucciso loro, lavrebbero lapidato (cf. 8,59). la loro forma per eliminare dal popolo il male. I romani invece lo innalzeranno sulla croce, proprio come Ges aveva predetto del Figlio delluomo (3,14; 8,28; 12,32s). In questo modo, davanti ai capi religiosi e politici, si introduce il tema fondamentale del racconto di Giovanni: il vero re, che dirige la storia, Ges, il Nazoreo. Nel suo essere innalzato ci mostra lamore del Padre, ci fa conoscere Dio, vince il capo di questo mondo e attira tutti a s. I nemici, che lo vogliono morto, sono strumento involontario e inconsapevole della sua regalit: lo metteranno sul trono, dove si riveler sovrano su tutti, perch d la vita per tutti.
b. (dentro il pretorio: 18,33-38a): Dialogo tra Pilato e Ges sulla vera regalit.

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In questa scena Ges rivela la regalit di Dio davanti a chi rappresenta limperatore romano. Pilato chiamato ad ascoltare la sua voce, per conoscere la verit che fa liberi (cf. 8,32). Altrimenti resta schiavo della menzogna. La regalit di Dio non si fonda sulla violenza e sulloppressione, ma sullamore e sul servizio. Non viene da questo mondo, ma da Dio stesso. Ges venuto a portarla in questo mondo, per restituire alluomo la sua umanit. Il modo di concepire la regalit determina i rapporti degli uomini tra di loro e con la natura; e varia secondo lidea che si ha di Dio e delluomo, sua immagine. Se dio colui che tiene in mano tutti, allora luomo realizzato colui che riesce a mettere le mani su tutti; se Dio lEmmanuele, il Dio-con-noi, che si mette nelle mani di tutti, allora luomo realizzato colui che si fa solidale con tutti. stata lenta, anche nella Bibbia, levoluzione dalla prima concezione, dura a sparire, alla seconda. Per lo pi parliamo di potere in senso negativo, perch logora innanzitutto chi ce lha. Per s il potere un valore: indica possibilit, capacit. Pu essere usato bene o male. La storia per insegna che i capi, e quanti con essi si identificano, lo esercitano non proprio per servire, ma piuttosto per asservire gli altri (cf. Mc10,42-45p). Questo per non vuol dire che il potere politico sia un male, pi o meno necessario. Infatti, quando volto al bene comune, la forma pi alta di servizio alluomo. Il cristiano si impegna nella politica: pienamente responsabile di questo mondo, testimonia in esso la verit dellamore. Cos, insieme a tutti gli uomini di buona volont, gli impedisce di chiudersi nellautodistruzione e lo apre al suo futuro.

v. 33: Allora entr di nuovo Pilato nel pretorio . Pilato, uscito dal palazzo per parlare con i capi religiosi, rientra per il faccia a faccia con Ges. Il processo entra ora nel vivo e tocca lessenza del potere: per la verit o contro di essa? Nessun potere sta sopra o al di fuori della verit; altrimenti diventa automaticamente menzogna e morte. tu sei il re dei giudei? Pilato interroga Ges se vera laccusa mossagli dai capi, che Giovanni non riferisce (cf. per 19,22), a differenza degli altri Vangeli (cf. Mc 15,2p). La domanda inizia con un tu enfatico: proprio tu, che sei un condannato, legato e giudicato, sei il re!? Il messianismo di Ges emerso frequentemente nel Vangelo (1,41.49; 3,28s; 6,15; 7,26.41s; 9,22; 10,24; 12,13.15.34; cf. 18,5.7: il Nazoreo). Le folle, dopo il dono del pane, volevano farlo re (6,14s); dopo il dono della vita a Lazzaro, lo avevano acclamato re dIsraele (12,13). Non avevano capito che d il pane facendosi pane, che d vita dando la vita. Il titolo della condanna, scritto sulla croce, sar: Re dei giudei (19,19; cf. Mc 15,26p). Ges accusato di essere uno dei vari messia che fomentavano la ribellione contro i romani, per liberare il popolo. vero che lui re. Ma in modo diverso. Per questo i suoi lhanno rifiutato e i romani crocifisso. Se non avesse deluso i loro desideri, i suoi lavrebbero accolto; e i romani si sarebbero sottomessi o sarebbero stati crocifissi. La Bibbia da sempre critica nei confronti della regalit (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). Presso tutti i popoli il re lideale delluomo, luomo ideale che ciascuno vorrebbe essere: libero e potente, che domina su tutti. un dio in terra! Ma Dio vieta che ci facciamo immagini di lui, perch lunica sua vera immagine luomo libero. E luomo libero colui che ascolta la parola del Padre, per vivere da figlio e da fratello. Questa la verit, che ci fa uscire dalla schiavit e ci rende liberi.
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Volere un re che ci domina, significa rinunciare a Dio, il re che ci fa liberi (cf. 1Sam 8,7). Lambivalenza dellidea di re la stessa di quella di Dio e di uomo. Dio non un padrone che schiavizza luomo, ma un Padre a servizio della fraternit dei suoi figli; e luomo realizzato, simile a lui, chi fa altrettanto. Ges, con la sua regalit, ci rivela la verit di Dio e delluomo. Egli il Messia promesso a Davide (2Sam 7,12). Libera non solo il popolo di Israele, ma il mondo intero, perch rifiuta di dominare e si mette a servire. Ci toglie dalloppressione non con la potenza di chi opprime di pi, ma con la forza di chi ama di pi. Ges, gridato Messia dalle folle (12,13), rifiutato perch, invece di carri o cavalli, sceglie lasino, mite e umile come lui (cf. 12,14). Ma proprio cos ci strappa da ogni potere di morte. Pilato chiede dunque a Ges se lui il Messia. v. 34: da te stesso tu dici questo o altri te (lo) dissero di me? Il senso immediato della domanda da che parte viene laccusa, se da lui o dagli altri. Il senso pi profondo un invito a riflettere su quanto ha detto, per capire in prima persona cosa significhi il suo modo di essere re. Chi capisce la sua regalit, diventa uomo, libero. v. 35: sono forse io giudeo? Laccusa non viene da Pilato, ma dai capi dei sacerdoti. Eppure anche lui, come tutti i capi, chiamato a prendere posizione nei confronti di questo re. Come al solito, Pilato interroga invece di rispondere. la tua gente e i capi dei sacerdoti ti consegnarono a me . Lattore primo della consegna il diavolo, responsabile della decisione (13,2). entrato in Giuda (13,27) e ha agito in lui, che ha consegnato Ges ai capi. Ora agisce mediante i capi che lo consegnano a Pilato, poi mediante Pilato che lo consegna alla croce (19,16). Da l il Signore ci consegna il suo Spirito (19,30). che facesti? Glielo hanno consegnato come uno che pretende di essere il Messia. accusato di voler prendere il potere, turbando lordine costituito. un malfattore (v. 30): si oppone ai padroni per diventare lui padrone. Pilato gli chiede cosa ha fatto. Tutto il Vangelo risposta a questa domanda. I segni che Ges ha operato manifestano la sua regalit, che restituisce alluomo la sua realt di figlio di Dio. Ha donato vino bello alle nozze (2,1-11) e salvezza a chi stava per morire (4,46-54); ha rialzato il paralitico (5,1ss), offerto il pane (6,1-13) e camminato sulle acque (6,16-21); ha dato vista a ciechi (9,1ss) e vita a morti (11,1ss). Questo ha fatto. La sua sovranit la stessa di Dio, che d ci che : amore e vita. Questi sono i segni della sua regalit, che briller pienamente dalla croce. v. 36: la mia regalit. Il termine greco basilea indica sia regno come territorio, sia regalit come potere regale. Ges re, ma diverso dagli altri (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). Non come i capi delle nazioni, che tiranneggiano, schiavizzano (cf. Mc 10,42p) e amano esser chiamati benefattori del popolo (Lc 22,25). il re promesso da Dio alla discendenza di Davide, che regner
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in eterno (cf. 2Sam 7,8-16): il suo potere lavare i piedi (13,1ss), la sua dignit essere tra noi come colui che serve (Lc 22,27). Non un ladro o un brigante, ma il Pastore bello, che libera le sue pecore, esponendo, disponendo e deponendo per loro la vita (cf. 10,1-21). non da questo mondo. Da indica provenienza, origine, natura. La sua regalit come lui: dal Padre, non da questo mondo chiuso nella menzogna omicida (8,23.44). il Figlio, la cui libert si realizza nel farsi fratello. Per questo rifiuta il dominio su chi lo vuole re (6,14s) e dar la sua vita a servizio delluomo. se da questo mondo fosse la mia regalit, i miei servi avrebbero lottato, ecc . Se Ges fosse come i re di questo mondo, i suoi servi avrebbero lottato contro i servi dei potenti che venivano per arrestarlo (cf. 18,3.12). Avrebbe potuto dispiegare pi di dodici legioni aeree di schiere celesti (cf. Mt 26,53). Ma impossibile ristabilire la giustizia con la violenza, come dice pittorescamente Sir 20,4. La regalit del Signore mitezza e umilt, giustizia e amore: servizio alla vita. Per questo fa rinunciare Pietro alla violenza (18,10s), che fonda e mantiene ogni potere di morte. Egli trasformer le spade in vomeri e le lance in falci (Is 2,4). Allora il lupo dimorer insieme allagnello e la sapienza del Signore riempir la terra come le acque ricoprono il mare (Is 11,6a.9b). La sua regalit non da questo mondo, ma in questo mondo. E, dove si rivela, espelle implacabilmente colui che si posto a capo di questo mondo, tenendolo schiavo nella menzogna e nella morte (cf. 12,31). Ges non prende il potere con la violenza, perch vuol liberarci da essa. pastore in quanto agnello immolato, re in quanto servo innalzato. Il suo modo di regnare restituisce alluomo la sua verit di figlio, la sua libert di fratello che sa amare come amato. La lotta contro lasse del male condotta con armi opposte a quelle del male: non ricchezza e potere, orgoglio e rabbia, menzogna e oppressione, ma povert e servizio, umilt e giustizia, verit e libert. la mia regalit non da qui. Non dal basso, dalla menzogna, dalla tenebra e dalla morte. dallalto: dalla verit, dalla luce e dalla vita (cf. 8,23). La sua regalit non quella dei ladri e briganti, propria dei re che tutti vogliamo (essere). Ges, giudicato e condannato come re, mette definitivamente in crisi ogni sistema politico che si fonda sulloppressione. Non a caso la festa di Cristo Re fu istituita nel XX secolo, epoca di grandi totalitarismi. La sua regalit ha una rilevanza politica inesauribile: non avallo, ma critica di ogni dominio delluomo sulluomo. La sua regalit in questo mondo non solo in modo spiritualistico, come meta ideale della storia. un modo concreto di vivere la quotidianit, che testimonia a tutti la bellezza di unesistenza autentica.

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v. 37: dunque re sei tu? Pilato allinizio aveva chiesto: Tu sei re dei giudei?. Ora, con stupore, chiede conferma del suo modo inconcepibile di regnare. Con il pronome tu inizi la sua prima domanda; con lo stesso pronome termina questa seconda. Il potere di Dio e del capo di questo mondo sono diametralmente opposti. Pilato, come ogni uomo, chiamato a uscire dalla schiavit al capo di questo mondo verso la libert del Figlio di Dio. tu lo dici, che sono re. Ges conferma di essere re. Non solo dei giudei, ma di tutti. il re divino, che viene da lass (cf. 19,8-12). per questo sono stato generato. Ges il re che ci fa re: la Parola diventata carne per mostrarci la sua gloria di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verit (1,14), il Figlio di Dio che ci d il potere di diventare figli di Dio (1,12). per questo sono venuto nel mondo. La Parola, lunigenito Figlio di Dio, venuto nel mondo: si fatto come noi per farci vedere chi lui e chi siamo noi. per testimoniare per la verit. Ges un re il cui padre Dio (cf. 8,54). Egli ci rivela la verit che ci fa liberi (8,32): ci mostra che siamo figli di Dio, amati dal Padre. Cos sbugiarda la menzogna che ci ha resi schiavi del diavolo, omicida fin dal principio (8,44). Questa rivelazione sar palese tra poco, quando sar innalzato. Allora, per chi non chiude gli occhi, la verit dissolver automaticamente la menzogna, come la luce spegne lincubo delle tenebre. La regalit di Ges quella del martire, del testimone: viene unicamente dal conoscere e testimoniare la verit; a proprie spese, come i profeti. Il martire cristiano non impugna mai le armi per difendere la (presunta) verit: non un kamikaze, suicida e omicida, ma uno che d la vita per i fratelli, innanzi tutto a favore di coloro che lo uccidono, per risvegliare in loro la verit dellamore. Proprio cos ridimensiona ogni potere e gli d il suo giusto significato, senza sovrapporsi o sopprimerlo. Questa regalit analoga al quarto potere, quello dei mezzi di comunicazione, se fosse come dovrebbe essere. Quanto bello quando lo e quanto nocivo quando non lo ! Esso infatti ha il potere stesso della parola: crea o distrugge, risveglia o addormenta la coscienza. Io tremo davanti a questa situazione: oggi il massimo potere si unisce al massimo vuoto; il massimo di capacit va insieme con il minimo sapere riguardo agli scopi ultimi della vita ( Jonas). Gi ai tempi di Elia, contro un solo profeta libero, ce nerano quattrocentocinquanta stipendiati dal regime (1Re 18,22). Fa impressione vedere persone intelligenti che dicono e scrivono le assurdit pi stupide; e con grande convinzione, almeno sembra. La prima sensazione che abbiano venduto il cervello e il cuore al miglior offerente. Ci si chiede come mai possano osannare ai potenti di turno, anche quando fanno le cose pi criminali che uomo abbia potuto pensare. Davvero luomo nella prosperit non comprende, come gli animali che periscono (Sal 49,13.21). Infatti non pu capire la giustizia chi tenta di sfuggire alla giustizia, facendosi leggi apposite; non pu capire la libert chi
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ne fa una bandiera per opprimere gli altri. Solo chi subisce ingiustizia e cerca giustizia capisce la giustizia; solo chi subisce oppressione e chiede liberazione capisce la libert. I potenti e i loro servi, se allinizio possono essere in malafede, alla fine sono semplicemente ottusi, accecati: sono animali che periscono, come le persone che hanno fatto perire, prima che venga il loro turno. Il vero profeta quel quarto potere che non si vende mai. Solo cos il potente non pu opprimere impunemente e, alla fine, potranno baciarsi giustizia e libert. Oggi un profeta denuncerebbe come criminale chi fa terrorismo e i capi di stato che lo sostengono. Ma dichiarerebbe criminale anche chi, con una guerra preventiva, risponde al terrorismo sterminando persone innocenti. Inoltre si chiederebbe se sia pi criminale un kamikaze che sacrifica la vita per uccidere qualcuno, oppure un capo di stato democratico (!) che usa il suo immenso potere per mettere tutto e tutti sotto il proprio dominio. Ma perch, invece di starsene seduto tranquillo nella stanza dei bottoni, non va a fare il kamikaze, liberando il mondo da una persona pericolosa, con molto minor numero di vittime? Si sente nostalgia dei tempi degli Orazi e dei Curiazi. A chi obietta che la realt oggi molto complessa, si pu rispondere che i potenti vi entrano con mentalit sempre pi stupidamente semplificatoria: aumentano la violenza, usando come medicina dosi sempre pi massicce di veleno. Bisogna davvero prestare pi attenzione alla complessit dei problemi, cercando di rispettare la dignit intangibile della persona umana, chiunque sia, cominciando dagli ultimi. I poveri sono il tribunale permanente del Crocifisso che giudica la storia: ci che facciamo o meno per loro, salva o distrugge noi stessi (cf. Mt 25,31ss). chiunque dalla verit, ascolta la mia voce . Pilato chiamato, come tutti, a uscire dalla menzogna e ascoltare la voce di colui che la verit. Io-Sono la via e la verit e la vita (14,6), aveva detto Ges. La sua voce quella del Pastore bello: viene a liberare le sue pecore; e le sue pecore lascoltano (10,3.16.27). Chi dimora nella sua parola, conoscer la verit (8,32). Chi preferisce il potere alla verit, non pu n ascoltarla n capirla. Essere dalla verit significa accettare la verit come principio della propria vita. Chi fa cos, si dispone ad ascoltarla: aprendole il cuore, apre gli occhi sulla realt e guarisce dai suoi deliri. La verit ha una voce, con la quale ci chiama: quella dellinnocente colpito dal male. Senza questa voce che la esprime, noi brancoliamo nellincoscienza. Nessuna parola infatti esiste senza una voce che la incarni, ed la voce stessa che la rende vera o falsa, conforme o difforme dalla verit. v. 38a: cos la verit? Pilato, invece di rispondere, domanda ancora. Il potente, come detto, sempre irresponsabile. Se rispondesse alla verit, diventerebbe uomo, libero. In concreto la verit la persona che gli sta davanti. Il fratello innocente, oppresso, flagellato e crocifisso, per tutti la voce della verit: il re, luomo a immagine di Dio, il Messia che giudica e salva. Chi lascolta diventa figlio e giunge al Padre (14,6).
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Cos la verit? la domanda che da sempre luomo si pone. Ogni potere che opprime la lascia inevasa, perch si fonda sulla menzogna e sulla violenza: tiene la verit prigioniera dellingiustizia (cf. Rm 1,18; Am 8,4-12). La domanda rimane rivolta al lettore, a tutti. O si risponde ad essa o si uccide la verit, come Pilato. Egli ha capito qualcosa; per esempio che Ges innocente. Se si fosse esposto per difendere questa verit, avrebbe capito il resto. Chi prende le difese del debole, presto o tardi esce dalla cecit e conosce la verit.
c. (fuori dal pretorio: 18,38b-40): Dialogo tra Pilato e i capi, che preferiscono il brigante al vero re. Ges, presentato dai religiosi come un malfattore (vv. 28-32), si rivelato a Pilato come un re che ha il solo potere di testimoniare la verit (vv.33-38a). Non perci un concorrente del suo potere: innocuo. Pilato propone quindi, come grazia pasquale, la sua liberazione. Ma la grazia pasquale, offerta a tutti, sar proprio luccisione dellinnocente, lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29). La proposta di Pilato politica: vuol essere una via di mezzo, compromesso tra verit e opportunismo. Ma riveler presto la sua debolezza intrinseca. Non prendendo posizione secondo la propria coscienza, il potente si piegher inevitabilmente allingiustizia. Emerge in questa scena lo scandalo fondamentale della storia: perch linnocente soffre, perch gli ingiusti sono liberi e i giusti oppressi, perch ci sono i cirenei, che portano la croce del Messia? Che mistero nascosto nella passione del Giusto, che porta su di s liniquit degli altri? Come mai al vero re tocca in sorte la pena del malfattore? Che fare davanti a questa situazione? Il Giusto sofferente la presenza stessa di Dio nel mondo, suo giudizio su tutti e salvezza per tutti. Il confronto tra il vero re e un brigante, con la preferenza data a questo, evidenzia il peccato delluomo: allamore e alla verit preferisce la violenza e la menzogna. E la verit dellamore prende su di s la violenza della menzogna, senza cadere nella trappola di usare gli stessi mezzi.

v. 38b: Detto questo, usc di nuovo verso i giudei. La posizione di Pilato non prendere posizione. Per questo esce dal luogo dove si manifesta la verit. Invece di restare dentro, cercando di risponderle, va fuori con la domanda: Cos la verit?. La interroga, invece di lasciarsi interrogare. Alla fine, volente o nolente, star dalla parte di chi contro di essa. Pur senza lasciarsi mettere in questione dalla verit intuita, Pilato cerca tuttavia di esercitare il suo potere per salvare linnocente (cf. anche Mt 27,19). Forse un barlume residuo di coscienza; certamente volont di affermare che lui il capo. Ma non ci riuscir. Infatti non gli interessa la verit, ma il mantenimento del proprio dominio, che per lui la verit suprema da non mettere in pericolo. Ed sempre linnocente che ne paga i costi. io non trovo in lui colpa alcuna . Pilato polemico con i capi dei sacerdoti. Dice: Io, a differenza di voi, non trovo colpa. Ges dichiarato a pi riprese innocente (18,38b; 19,4.6): la sua innocenza il tema dominante del processo, causa della sua eliminazione e della nostra salvezza. Ges si proclamato re. Ma la sua regalit non come quella degli zeloti: non entra in
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competizione con il potere costituito. Non usa la violenza. uno che non pu nuocere: innocuo, innocente. Pilato per non ha capito che la verit, nella sua innocenza, distrugge ogni potere di oppressione, mostrandone la falsit. La luce la fine delle tenebre. Ges per Pilato politicamente innocente. Per i sacerdoti invece religiosamente colpevole perch, essendo uomo, si fatto Figlio di Dio (19,7). La sua regalit la stessa di Dio, incompresa dai politici e rifiutata dai religiosi. Infatti non si oppone a quella dal mondo: semplicemente la contraddice. v. 39: usanza per voi che vi liberi uno per la Pasqua . Pilato cerca di liberare Ges. Nei Vangeli si nota la tendenza apologetica di provare linnocenza politica di Ges, per non offrire al potere romano pretesto di persecuzioni. Per questo si scarica la decisione di uccidere Ges sulle autorit religiose. Pilato decide di fare a Ges la grazia pasquale (cf. Mt 27,17; Lc 23,16); in Mc 15,8 liniziativa parte dalla folla. In occasione delle celebrazioni pasquali si usava graziare un condannato. Pilato propone di graziare il re dei giudei. Il suo gesto, anche se pu sembrare opportuno, contraddittorio. Se Ges innocente, perch graziarlo? Chi vuol graziare linnocente, implicitamente lo ha gi condannato. Si grazia solo un colpevole. Alla fine non gli rester che togliere la maschera al tipo di potere di cui vittima e rappresentante: far grazia al colpevole e condanner linnocente. Il potere, cos come lo conosciamo dalla storia, ha della volpe e del leone: nasce, si mantiene e si giustifica per la sua capacit di distruggere, con astuzia e violenza, chi lo trasgredisce. I fondatori di citt, Caino e Romolo, eliminano rispettivamente Abele e Remo: da sempre le mura del nostro convivere si ergono sul cadavere del fratello sacrificato. Lunica differenza abissale che i libri di storia, scritti dai potenti, danno ragione alluccisore, mentre la Bibbia d ragione allucciso. Solo una coscienza che sa interrogarsi capisce questa verit, nascosta fin dalla fondazione del mondo. Se Pilato voleva graziare il re innocente, alla fine lo uccider. E luccisione dellinnocente sar la grazia che salva tutti. Questa allusione alla grazia pasquale conferisce alla scena tutto il significato della Pasqua ebraica, quando il popolo oppresso fu salvato dallo sterminio e inizi lesodo verso la libert (Es 12,13): lo scambio tra Ges, agnello immolato, e Barabba, brigante salvato da morte, la grazia pasquale. Il Giusto, che si liberamente offerto per amore (cf. 13,1ss), porta su di s il gioco di morte che noi tutti facciamo e che, alla fine, ricade su ciascuno. LInnocente muore per il colpevole, il Giusto per lingiusto non solo a causa dellingiustizia (cf. Is 52,13-53,12). Il Giusto uno che ha capito cos la vita: non un bene da rubare, ma un dono da ricevere e trasmettere, come fa il Signore della vita. Egli sa dare la vita per laltro: la vita sacra e vale la vita, ricevuta e data. Lempio invece uno che toglie la vita ad altri per impadronirsene: si fa signore della morte, la cui vita vale morte. Ma anche lingiusto diventer innocente, quando,
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sconfitto da un altro, gli toccher subire violenza. Infatti, alla fine, il brigante perdente innocente perch non pu pi nuocere come Barabba, di tutto colpevole, fuorch della propria uccisione, n voluta n desiderata. Il Giusto invece innocente in vita e in morte, perch non vuol nuocere, anche se potesse (cf. v. 36). volete dunque che vi liberi il re dei giudei? Pilato vuol giocare di astuzia. In realt sar giocato. v. 40: gridarono allora di nuovo dicendo. Gridano di nuovo, perch si suppone che abbiano gridato gi prima, presentando Ges come malfattore da uccidere (vv. 30-31). Le folle gridavano pochi giorni prima, al suo ingresso a Gerusalemme, proclamandolo re (12,13). Adesso i capi e i loro servi gridano di togliergli la vita (cf. 19,6.15). Anche Ges grid quando diede la vita a Lazzaro (11,43). Ora il grido, che condanna a morte chi d la vita, libera un condannato a morte. Quando si dice che la giustizia in nome del popolo, una cosa bella, ma non detto che sia giusta. Da sempre i capi e i loro servi influenzano il popolo e ne sono i rappresentanti, oggi per lo pi eletti con manipolazioni tali da chiedersi dove sia andata a finire la libert. Non bisogna dimenticare che, dai linciaggi primitivi ai massacri moderni, dai genocidi alle guerre preventive, dal nazismo allo stalinismo, nelle dittature e nelle democrazie, ogni ingiustizia stata, e sar sempre perpetrata dai capi e dai loro servi con il consenso, tacito o esplicito, del popolo. Il consenso del popolo di sua natura ambiguo. giusto a due condizioni: se ottenuto nel rispetto della libert altrui e se decide qualcosa che rispetta la dignit dellultimo. Diversamente, con buona pace dei tutori della legalit a ogni costo, lobbedienza non pi una virt. Pu venire lora in cui, senza usare violenza, si costretti a subire prigione e spada: Chi ha orecchi, ascolti (Ap 13,9s). Unico antidoto allingiustizia, sempre in agguato in ogni decisione, anche plebiscitaria, che ciascuno giudichi secondo coscienza, retta e illuminata. Dentro il suo cuore ognuno sa ci che non vuole che gli altri facciano a lui: non lo faccia agli altri, senza piegarsi a nessun ricatto! Chi non ascolta la voce della coscienza, rinuncia a essere uomo. non costui, ma Barabba. La scena di Barabba, in Giovanni, ridotta allessenziale. Barabba, il brigante, ottiene la grazia pasquale in cambio dellinnocente. Bar-abba significa figlio di padre (ignoto). il nome che si dava a chi figlio di nessuno. Luca specifica che era stato gettato in prigione per una rivolta avvenuta in citt e per omicidio (Lc 23,19). Non da escludere che gli altri due appesi con Ges fossero i rivoltosi in carcere con lui (Mc 15,7), chiamati, come Barabba, due briganti (Mc 15,27). Per Mt 27,16 Barabba prigioniero insigne, famigerato. probabile che fosse un bandito, appartenente agli zeloti, che volevano opporsi al potere romano con violenza uguale e contraria. Se Barabba fosse riuscito nellimprobabile rivolta, non
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sarebbe un brigante condannato, ma un re acclamato. Il re non forse un bandito che riuscito a uccidere il suo predecessore e a bandire i suoi concorrenti meno capaci di nuocere rispetto a lui? Barabba, brigante sconfitto, limmagine negativa del potere regale da quaggi, da questo mondo; limmagine positiva il re vittorioso, che altro non che il brigante pi potente che ha prevalso sul re precedente. Barabba rappresenta ciascuno di noi, tutti re falliti nei confronti dellunico riuscito. Ma rappresenta anche ogni regnante che, presto o tardi, diventer come lui. Infatti il re del momento da sempre vittima designata a cadere sotto i colpi di uno pi forte di lui, in una catena senza fine. Cos, secondo la legge della giungla, va avanti la storia: il pi prepotente di turno elimina il precedente e ne prende il posto, per cederlo al seguente, che eliminer lui. Fino a quando viene il re della verit, innocente, eliminato da tutti. Barabba, figlio di nessuno e fratello di nessuno, omicida, prigioniero della violenza, prima fatta e poi subita, in carcere e in attesa di essere privato della vita, oltre che una persona concreta, un personaggio universale: rappresenta il nostro modo tragico di concepire la vita. Cos la falsa immagine di re, presto o tardi, riduce ogni uomo. Ges invece, il Pastore bello, libera dalloppressione chi ascolta la sua voce: dando la vita per le sue pecore, d loro la sua stessa vita, la conoscenza e lamore del Padre (10,14s). Per la grazia pasquale il figlio di nessuno diventa figlio del Padre. E il Figlio del Padre diventa figlio di nessuno. il divino baratto che ci salva: il Signore della vita prende su di s la nostra morte e noi, liberati dalla morte, siamo riconsegnati alla vita. Vita per morte e morte per vita! Ges il Servo, trafitto per le nostre iniquit. Il castigo che ci d salvezza si abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5). Barabba, come ogni uomo, ha gi ricevuto la grazia pasquale, anche se ignora cosa sia e cosa comporti per lui. Capir quando penser al fatto che lui doveva morire e non muore, mentre chi doveva vivere morto al suo posto. La salvezza dellumanit gi donata dalla croce del Giusto e di tutti i giusti. Per vivere unesistenza nuova, salvata, c solo bisogno della Parola che annunci il fatto e aiuti a comprenderlo. Barabba era un brigante. Ges aveva detto che tutti coloro che sono venuti prima di lui erano ladri e briganti (10,1.8). Il Pastore bello, re della verit, offre la sua vita per i ladri e i briganti che lo uccidono: il Figlio che ama i fratelli con lo stesso amore del Padre. Per questo il vero re, luomo a immagine di Dio. A questo punto Ges sovrano assoluto: amore che vince ogni inimicizia. In lui Dio regna sulla terra e rivela la sua gloria. Noi vediamo ancora oggi questa gloria negli affamati e assetati, emigrati e spogliati, malati e carcerati, in tutti gli innocenti che, come il Cireneo, portano la croce di Ges (Mc 15,21). Essi sono qui per salvarci: ci che facciamo per loro, salva noi stessi (cf. Mt 25,31-45).
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d. (dentro/fuori: 19,1-3): Incoronazione del re dei giudei. Lincoronazione di Ges sta al centro del processo. La scena sembra svolgersi fuori, davanti ai capi, come la precedente. Non si dice infatti che Pilato sia rientrato nel palazzo. Solo dopo sappiamo che avvenuta dentro, perch al v. 4 si dice che esce. Lautore vuole suggerire che fuori accade sempre ci che prima avviene dentro. Ges, presentato dai capi come malfattore (18,28-32), si rivelato come il testimone della verit (18,33-38a), il Servo innocente la cui morte libera chi prigioniero della violenza (18,38b-40). Proprio cos il vero re, vittorioso su tutti i nemici perch sa dare la vita per loro. Ges ora incoronato re dai soldati. Ci che secondo loro una burla, la nuda verit, che smaschera la regalit di questo mondo. Questo breve racconto temprando lo scettro ai regnatori / gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue. Ci troviamo davanti alla pagina pi eloquente di filosofia della storia, scritta non con inchiostro sulla carta, ma con sangue sulla carne del Giusto. Chi non ascolta la voce del Pastore bello, si comporta da brigante: flagella luomo e lo corona di spine, riducendo il saluto a insulto, lonore a schiaffo. Ges giustamente rivestito delle insegne regali: tanto libero e potente nellamore da portare su di s il male del mondo. incoronato subito dopo la grazia pasquale, quando messo a morte al posto di Barabba, che rappresenta tutti noi, suoi simili: re perch espone, dispone e depone la sua vita a favore degli altri, per riceverla di nuovo, pienamente realizzata. Questo il comando che il Figlio ha ricevuto dal Padre (cf. 10,1-18). Quando comprenderemo che luomo flagellato, coronato di spine, deriso e percosso, il nostro re, allora sar il regno di Dio sulla terra: liberi dagli idoli, vedremo la Gloria e la nostra umanit sar salvata. La vera lotta, che dura tutta la vita, contro i nostri idoli: sono lasse del male che sta dentro di noi. I sette vizi capitali sono i sette nemici, antichi e sempre presenti, che popolano la terra che il Signore ci ha dato: non vanno sposati o venerati, ma sterminati, per non perdere la libert di figli di Dio (cf. Dt 7,1ss).

19,1: Pilato prese (= accolse) Ges. Nel prologo si dice che le tenebre non afferrarono la luce (1,5) e che i suoi non lo ricevettero (1,11). Afferrare e ricevere (in greco kata-lambno e paralambno) sono un composto di prendere (lambno). Le tenebre, anche se non afferrano n ricevono la luce, tuttavia la prendono (= accolgono), anzi la concepiscono (18,12: syn-lambno). Pilato aveva detto ai capi: Prendetelo (= accoglietelo) voi (18,31; cf. anche 19,6). Infatti non vuole assumersi la responsabilit di uccidere linnocente. Ora anche lui prende Ges. Prendere latto costitutivo delluomo: tutto ci che e ha, lha preso da un altro (cf. 1Cor 4,7). Ma si pu prendere per giudicare, condannare, flagellare e crocifiggere (cf. 18,31; 19,1.6), o per accogliere in eredit le vesti e la madre, il corpo e lo Spirito (cf. vv. 23.27.40; 20,22) di colui che accoglie il nostro aceto (19,30). Lambiguit del prendere la medesima del consegnare: pu essere per possedere o per ricevere in dono, per la morte o per la vita. Alla fine, comunque, trionfa lamore di colui che offre la vita a chi gliela ruba. Nel racconto della passione si mostra come tutti i nemici lo prendono con violenza, per ucciderlo. Proprio cos lo concepiscono (18,12) e comprendono (cf. 8,28).
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Pilato, per la sua irresponsabilit, sta ormai facendo il gioco del brigante. Chi non ascolta la voce della verit, tra coloro che sopprimono il giusto. La responsabilit di ogni potente la sua irresponsabilit di fronte allinnocente. Per questo colpevole del male che gli infligge. (lo) flagell. Sembra che Pilato in persona prenda e flagelli Ges, anche se in realt lo fanno i suoi servi. In Mc 15,15 la flagellazione direttamente connessa alla crocifissione: ne un anticipo, che accelera la morte del crocifisso. In Giovanni invece fa parte dellincoronazione del re. La flagellazione una punizione per schiavi o soldati colpevoli. Pu anche servire per estorcere confessione di delitti (cf. At 22,24). Ma qui la verit chiara: Ges re, e la sua regalit innocua. quindi punito in quanto innocente. Perch Pilato flagella Ges, se in lui non trova colpa alcuna? Secondo Lc 23,16 vorrebbe commuovere i suoi nemici, per poterlo liberare. Secondo Giovanni invece si tratta piuttosto di unirrisione: presenta ai capi il loro Messia come un re da burla. Tuttavia, a livello pi profondo, anche se inconsciamente, Pilato compie ci che dice la Scrittura. Ges infatti re in quanto Servo di YHWH, flagellato e schiaffeggiato (cf. Is 50,6 LXX): il giusto che porta su di s lingiustizia (cf. Is 53, 4-7), lagnello che toglie il peccato del mondo (1,29). La flagellazione e gli schiaffi fanno da inclusione allincoronazione regale di Ges: evidenziano il rifiuto del re che testimonia la verit. Ma egli re proprio perch linnocente percosso dal male del mondo. v. 2: i soldati. Il potere si ottiene con la forza e il danaro, frutto in buona parte di violenza accumulata e ormai pulita, eventualmente candeggiata nelle banche svizzere. Si mantiene poi con leggi appropriate, finalizzate alla sua stabilizzazione e crescita. In momenti di crisi, quando ci non basta, si ricorre di nuovo ai soldati, che sono violenza allo stato puro. Lunico loro potere quello di nuocere, fino a dare la morte. Sono quindi il fondamento della regalit da questo mondo, che ha come capo il menzognero e omicida dal principio (cf.12,31; 8,44). Che potere quello che non ha la possibilit di farsi rispettare con la forza? I soldati sono servi della violenza di morte, diversi dai servi del re che d la vita (cf. 18,36). intrecciata una corona di spine, ecc . A differenza di Mc 15,17 e Mt 27,28s, in Giovanni la corona precede la porpora. La corona, la porpora e il saluto fanno parte del rito di incoronazione. Essa compiuta dai soldati, che acclamano il loro capo, il brigante/bandito vittorioso che prende il potere. I soldati, inscenando questa farsa, rappresentano in realt lessenza della regalit da questo mondo. Se Ges ha detto di essere re, inviato da Dio, testimone della verit, essi lo incoronano. La corona, doro e a raggera, segno di gloria, irradiazione divina, come il sole. Quella che pongono sul capo di Ges fatta di spine. Sono le pene che i dominatori infliggono ai loro sudditi. Richiamano la regalit del rovo, tribolo per chi in lui si rifugia e rogo per chi a lui si ribella (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). La gloria di questo mondo stare sopra gli altri, mettendoli sotto i piedi. La
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gloria del Signore invece servire e lavare i piedi. Da una parte c la gloria del potere, violenza che prende e possiede, opprime e uccide, svuotando luomo della sua umanit. Dallaltra la gloria di Dio, amore che dona e si dona, libera e d vita, restituendo alluomo la sua dignit di figlio di Dio. Ci che fanno i soldati ricorda certe rappresentazioni di carnevale in cui, facendo la parodia del re, si dice la verit circa il potere delluomo sulluomo. Ges, coronato di spine, smaschera la regalit dei ladri/briganti e mostra la solenne maest del Pastore bello: il Figlio uguale al Padre, perch si fa servo dei fratelli. Quando capiremo che la cosiddetta gloria del mondo un brutto scherzo? Vera gloria lumilt di chi ama e serve. Contemplare il Signore delluniverso, coronato di spine, ci libera dalla vana-gloria, principio di ogni nostra azione, che distrugge la nostra identit di figli e fratelli. Ges aveva detto: Come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene solo da Dio? (5,44). Questa ricerca di gloria mondana ci fa porre la nostra identit nellimmagine che gli altri hanno di noi: ci rende schiavi dellocchio altrui (Ef 6,6; Col 3,22). Diventiamo cos dediti al culto della nostra immagine, alla quale sacrifichiamo la gloria nostra e altrui. Culto dellimmagine, in greco, si dice idolatria. Oggi siamo idolatri allo stato puro: uno ridotto alla sua immagine. Lunica lotta, veramente violenta (cf. Rm 7,14-25; Gal 5,13-26), contro il male che in noi stessi. Anche in questo senso il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (Mt 11,12). lo avvolsero di un manto di porpora. Per Mt 27,28 si tratta della clamide del soldato romano: il rosso del sangue diventa lo scarlatto del manto imperiale. Limperatore deve al sangue che ha sparso la sua veste di porpora. Ha il colore delle ferite aperte del Figlio delluomo, rivestito della violenza altrui, che versa il suo sangue per la vita del mondo. Non si dice che a Ges verr levato questo manto: immagine del suo corpo, percosso e piagato, le cui ferite ci guariscono (Is 53,5). Questo vestito di sangue richiama il telo di cui si cinto per lavarci i piedi. la veste che ci lascer sulla croce: la sua umanit, la sua carne di Figlio delluomo, posta a servizio di ogni uomo. A questo punto, secondo Mt 27,29, i soldati mettono nella mano destra di Ges una canna: lo scettro, che dopo la prostrazione, il saluto e gli sputi, servir per colpirgli il capo (Mt 27,30; cf. Mc 15,19). Come la corona, la porpora e lacclamazione, anche lo scettro, la prostrazione e il bacio di venerazione, che qui diventa sputo, fanno parte del cerimoniale di corte per lincoronazione. Lo scettro il bastone del comando, il potere del capo, prolungamento della sua mano. la sua possibilit di agire anche a distanza, impartendo ordini ai sudditi, che obbediscono ed eseguono la sua volont. Diversamente sono colpiti come trasgressori. Cos il comando del pi potente se non la percossa sul capo di chi dice la verit? Cos la prostrazione di sudditanza se non un detestabile
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piegarsi a chi toglie la libert? E cos il bacio di venerazione al potente se non uno sputo sulla propria dignit? v. 3: gioisci, re dei giudei. il saluto di acclamazione per il re, appena incoronato e rivestito di porpora. Gioisci il saluto greco, equivalente allo shalom ebraico, al vale romano e al nostro salve. La scena presenta una regalit capovolta: la corona di spine, la porpora di sangue, il saluto di scherno. la regalit delluomo, spine, sangue e scherno per ogni uomo. E rivela la misteriosa regalit di Dio, amore che si fa carico della nostra disumanit. Questa scena proseguir fuori dal palazzo, nella presentazione pubblica del re, e culminer nellintronizzazione sulla croce. Al lettore, fin qui, pare che la scena avvenga in pubblico. Infatti in 19,1 non si dice che Pilato sia rientrato. Solo in 19,4, quando Pilato esce, si capisce che era dentro. Non una distrazione dellautore: ci che si svolge nel palazzo del potere specchio di ci che si svolge nel mondo. In politica il dentro e il fuori si corrispondono, nel bene e nel male: lidentit delluomo data dalla sua relazione con laltro. Per Pilato e per quanti non ascoltano la voce della verit, Ges un re da burla. Per gli altri, la grande rivelazione: tragica burla il nostro modo di concepire il re. Contemplare il nostro re flagellato, coronato di spine, rivestito di porpora, deriso e schiaffeggiato, ci fa capire la menzogna del mondo e la verit di Dio. Suscita stupore la vista del Servo, vittorioso, onorato, esaltato e innalzato in questo modo (cf. Is 53,13): Cos si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perch vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ci che mai avevano udito (Is 52,15). Quando riconosceremo il nostro re e Signore nelluomo colpito, disprezzato, piagato, deriso e schiaffeggiato, allora non saremo pi autori e vittime di violenza. Allora sar espulso il capo di questo mondo e saremo tutti attirati a lui (12,31). Il nostro ritorno a lui, che se ne andato in questo modo, ormai il suo ritorno a noi, la seconda venuta. Cos il mondo torna ad essere bello, riverbero della Gloria. gli davano schiaffi. Come le piaghe della flagellazione, cos anche gli schiaffi evocano la figura del Servo di YHWH (Is 50,6 LXX). Questa scena, ripetizione di 18,22, richiama quella finale dopo il processo davanti al Sinedrio, che gli altri Vangeli propongono in modo pi ampio (cf. Mc 14,65p). In essi, dopo la presentazione del volto di Ges sputacchiato, velato e colpito, risuona limperativo, rivolto al lettore: Profetizza, indovina chi colui che colpisce! Non sono tanto i servi o i soldati a colpirlo, ma la violenza stessa del mondo che si riversa su di lui, linnocente colpito dal nostro male. Questo volto, velato dal nostro male, rivelazione pura, parola che salva il
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mondo, profezia che dice tutto su Dio e sulluomo: il Volto, salvezza del mio volto e mio Dio (Sal 42,6.12; 43,5), alla cui luce vedo la luce (Sal 36,10).
c. (fuori dal pretorio: 19,4-8): Ecco luomo!, Crocifiggi!. Ges, denunciato dai capi come un malfattore (18,28-32), ha mostrato a Pilato la sua regalit: non da questo mondo, perch testimonia la verit (18,33-38a). Egli re perch sa dare la vita per i fratelli perduti, rappresentati da Barabba (18,38b-40). Incoronato nel palazzo dai servi del potere (19,1-3), ora presentato con le insegne regali a tutti, perch lo acclamino. La scena un nuovo dialogo tra Pilato e i capi, che richiama e sviluppa 18,38b-40, con il quale fa da inclusione immediata allincoronazione. Ges, in quanto innocente che muore al posto del malfattore, il re: rappresenta Dio in terra. E il Figlio, che ama i fratelli con lo stesso amore del Padre: il Volto, verit di Dio e delluomo. Lostensione di un uomo flagellato e coronato di spine, nellintenzione di Pilato che vuole liberarlo, intende mostrare linconsistenza delle accuse contro di lui: un Messia ridicolo e impotente. In realt unepifania regale; manifesta a tutti il vero re: Ecco luomo!, immagine di Dio. Essere uomo cos significa essere Figlio di Dio: in lui brilla la Gloria, la cui libert servire, il cui potere amare, con un amore pi forte della morte. Questuomo innocente, preso e legato, condotto come malfattore e colpito da flagelli, coronato di spine e vestito di violenza, questuomo Dio e Signore, Verbo fatto carne e Figlio uguale al Padre. Alla sua apparizione, noi gridiamo: Crocifiggi!. Abbiamo infatti nel brigante il nostro modello di uomo. Questa scena, che segue lincoronazione, prepara lintronizzazione sulla croce, decisa dai potenti e approvata dai presenti: Ges diventa il re universale, posto da tutti su quel trono da dove compir il suo giudizio.

v. 4: Usc di nuovo fuori Pilato. Sappiamo solo adesso che lincoronazione avvenuta dentro il pretorio. Ora, per tre volte di seguito, si parla di fuori (vv. 4bis.5). Fuori si riconosce sempre ci che avviene dentro. ve lo conduco fuori, affinch sappiate che nessuna colpa trovo in lui. Pilato dichiara lo strano motivo per cui lha flagellato e ha lasciato che i soldati inscenassero lincoronazione di spine: per mostrarne linnocenza. paradossale, ma vero, per due motivi. Primo, perch un uomo cos mal ridotto non pu attentare al potere. Secondo, perch la violenza del potente sempre portata dallinnocente. La sua innocenza, costantemente affermata, sottolinea che Ges il Giusto sofferente (cf. Sap 2,12ss), il Servo che salva le moltitudini (cf. Is 52,13-53,12). un modo nuovo di essere re, proprio di colui che lava i piedi: rivela lamore, vera essenza di Dio (cf. 13,1ss). Ges aveva detto ai suoi discepoli: Sapete che quanti sembrano comandare i popoli, li tiranneggiano e i loro grandi spadroneggiano su di loro. Ora non cos tra voi. Ma chi vuol diventare grande tra voi, sar vostro servo; e chi vuole tra voi essere primo, sar schiavo di tutti. E infatti il Figlio delluomo non venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mc 10,42-45). Alla

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fine del testo parallelo di Luca, posto nellultima cena dove i discepoli litigano su chi il pi grande (Lc 22,24-27), Ges dice: Io sono in mezzo a voi come colui che serve (Lc 22,27). v. 5: allora Ges usc fuori, ecc. Non Pilato a condurre fuori Ges: lui che esce, come sar lui a prendere la croce (19,17). Liniziativa sua. lapparizione pubblica del Messia, con le sue insegne regali, davanti ai capi del popolo. In questa uscita, come nella successiva (19,13ss), c il rifiuto delle tenebre che non amano la luce. ecco luomo. Lintento di Pilato rimane quello di non venire incontro alle richieste dei capi: mostra linconsistenza delle accuse contro Ges. Ecco luomo suona sarcasmo: il vostro re sfigurato e dileggiato, uomo dei dolori, che ben conosce il patire (Is 53,3b). innocente: certamente non pu essere re. Pilato, volendo irridere i capi, senza saperlo irride anche Cesare, il capo di cui lui stesso servo: credendo di burlare laltro, smaschera se stesso e i suoi pari. Dice infatti la grande verit: ecco luomo, come lo riduce il potere delluomo sulluomo. Ecco cosa fa il re di ogni uomo. Per il lettore questespressione carica di significato: Ges, parlando di s come Figlio delluomo, allude alla figura divina di Dn 7,13-14, il cui regno non sar distrutto. Parlando di Figlio delluomo innalzato (3,14; 8,28; cf. 12,32), associa questa figura gloriosa al Servo di YHWH sofferente, il quale, tra lo stupore di tutti, sar onorato, esaltato e molto innalzato (Is 52,13). Il suo essere appeso sulla croce, obbrobrio e sofferenza massima, , realmente e visivamente, il suo essere onorato, elevato e molto innalzato: Si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poich vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ci che mai avevano udito (Is 52,15): la gloria del Figlio, che la stessa del Padre. Ecco luomo: Ges luomo pienamente realizzato. Il suo modo di essere uomo rivela chi Dio e che lui Dio: uno che ama fino allestremo. Ecco luomo, ecco Dio: il vero uomo, il vero Dio! La sua umanit manifestazione definitiva di Dio, libert di un amore che si fa carico di ogni violenza e morte. In lui, Figlio delluomo e giudice delluniverso (cf. 5,27), vediamo il giudizio di Dio, salvezza di ogni uomo. Mostrami la tua gloria!, la domanda di Mos. Dio rispose che nessuno pu vedere il suo volto e restare in vita (Es 33,18-23). Infatti lo vediamo solo nel Figlio delluomo innalzato (cf. 8,28), dal quale volgiamo lo sguardo, come uno davanti al quale ci si copre la faccia (Is 53,3c). In lui si compie il grande desiderio: vediamo il Volto, dal quale abbiamo vita e nel quale ritroviamo noi stessi. La sua carne rivela il grande mistero: egli il Messia (cf. 4,29), che guarisce la nostra cecit (9,11), il Pastore bello che ci porta ai pascoli della vita (10,1ss). In lui noi abbiamo udito, veduto, contemplato e toccato il Verbo della vita (1Gv 1,1), la Parola diventata carne, la gloria dellUnigenito dal Padre pieno di grazia e verit (1,14), il Figlio che ha mostrato quel Dio che nessuno mai ha visto (1,18): Chi ha visto me ha visto il Padre (14,9). Questo uomo , sulla terra,
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lerede del Nome, il Figlio di Dio, irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, che tutto sostiene con la potenza della sua parola: egli ci libera dal male e sta assiso alla destra della maest (cf. Eb 1,3s). In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). Nella sua carne noi vediamo lunico e solo Dio: il sovrano dellamore. v. 6: quando dunque lo videro, i capi dei sacerdoti e gli inservienti . Nella passione secondo Giovanni non compare mai il popolo. Quando si parla di giudei, si intendono i loro capi sacerdoti e farisei durante la vita di Ges, sacerdoti e inservienti durante la passione. Gli inservienti sono le guardie armate del tempio, che avevano partecipato con i soldati romani alla cattura (18,3.12.18.22). da notare che ai tempi di Giovanni i sacerdoti avevano perso la loro funzione: il tempio, identificato da Ges con il proprio corpo, gi era stato distrutto (cf. 2,19s). Il popolo, in quanto tale, non responsabile della morte di Ges. Lo sono i capi, giudei e romani. Proprio in quanto capi, hanno una falsa immagine di uomo e di Dio: sono sotto linflusso del capo di questo mondo, come Giuda che tradisce e Simon Pietro che estrae la spada e rinnega. Il popolo, come ogni uomo, chiamato, con luomo del c. 9, a scegliere tra la cecit dei capi e la luce della verit, a preferire il Pastore bello ai ladri e briganti. gridarono dicendo: Crocifiggi, crocifiggi. Ges crocifisso perch un re coronato di spine, un poveruomo uguale a tutti i poveri della terra, oppressi da coloro che detengono il potere. Cos lha ridotto Pilato con i suoi soldati. I capi religiosi ne vogliono la morte perch pretende di essere inviato da Dio, suo Figlio. Se fosse venuto con potere, violenza e denaro, lavrebbero acclamato. Tutti noi vogliamo un re che sia come anche noi vogliamo essere: dio in terra. Questo ecce homo ci inquieta. Ma gridiamo: Crocifiggi!, perch il velo della menzogna ci impedisce di vederlo come nostro fratello. La contemplazione di questo uomo come nostro simile ci restituisce la nostra umanit: ci rende umani. Nel grido unanime: Crocifiggi!, ognuno pu sentire la propria voce. Infatti siamo disumani. Non accettiamo la verit di un Dio che umilt e servizio; non accettiamo il vero re, suo rappresentante sulla terra, il povero cristo che paga il conto dei potenti e dei violenti. La croce, patibolo dello schiavo ribelle, sar linnalzamento del Signore, che si manifesta come tale: servo della vita, schiavo per amore. La croce sar il suo trono, dove uccider il nemico ultimo delluomo: legoismo e la morte. prendetelo (= accoglietelo) voi e crocifiggete(lo) . Pilato non vuol piegarsi alla volont dei capi religiosi. Ma, preso nel vortice, non pi padrone del gioco. Non avendo accolto la voce della verit, resta schiavo della menzogna, come gli altri. Dopo che lha flagellato e deriso, tutto precipita. Pure lui, con i suoi soldati, ha lo stesso modello di re e di dio che hanno i capi religiosi con i loro servi: tutti preferiamo il brigante allinnocente.
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Si pu essere briganti in molti modi, secondo le tante possibilit di nuocere allaltro. La tipologia varia quanto quella dei crimini, tutti perpetrati a proprio (presunto) vantaggio e piacere. In comune hanno la caratteristica di attentare alla vita dellaltro, sia essa spirituale, morale o fisica. criminale chi uccide il corpo o toglie allaltro i mezzi per vivere; ma ancor pi criminale chi uccide lo spirito, togliendo lintelligenza per ragionare e la libert per decidere. Oggi, con i massmedia a sua disposizione, il potente pu compiere qualsiasi delitto. E per di pi con mani pulite e approvazione di tutti, anche della legge, piegata al proprio arbitrio. Pilato, dicendo ai capi religiosi di prenderlo e crocifiggerlo, ricorda loro con sarcasmo che non possono ucciderlo (cf. 18,31b): il vero capo lui, lunico che ha potere di dare morte. In realt solo ingranaggio terminale di una catena malefica di cui, prima che autore, vittima (cf. 1Cor 2,8). non trovo in lui colpa. Pilato sottolinea nuovamente linnocenza di Ges, luomo che porta colpe altrui. il Messia promesso che libera luomo, il Giusto che porta il male del mondo, il Figlio solidale con i fratelli. v. 7: gli risposero i giudei. Non si tratta del popolo, ma dei capi dei sacerdoti e degli inservienti (cf. v. 6). Queste persone, come sempre in Giovanni, sono personaggi universali, che rappresentano tutti e ciascuno di noi lettori. doveroso ripeterlo, per non fare ci che in passato abbiamo tragicamente fatto: imputare ad altri, possibilmente innocenti, luccisione del Messia. noi abbiamo una legge. Gi nei cc. 5 e 9 era emerso che la legge pu essere per la morte o per la vita, per loppressione o per la libert, per listupidimento o per lintelligenza delluomo. La scelta delluomo si gioca nel suo modo di pensare Dio e legge, che rappresentano i valori per cui vive: possono essere veri o menzogneri, portare salvezza o perdizione. secondo la legge deve morire. Grazie a Dio oggi ci si interroga se sia giusta la pena di morte e se la guerra non sia un omicidio collettivo. Tuttavia ogni omicida, anche il pi pazzo, cerca sempre una giustificazione legale, perch si sente contro il comando fondamentale di Dio: dare vita, e non morte. Per questo le uccisioni, singole o collettive, avvengono in nome della legge, a tutela della sacra triade: dio, patria e famiglia. Se uno per guarda meglio, dio il denaro, la patria legemonia di mercato, la famiglia linteresse privato. Ogni uccisione sempre in nome di un presunto valore assoluto; il quale, essendo contro la vita, non pu che avere il nome di morte. perch si fece Figlio di Dio. Figlio di Dio chiamato il Messia, suo rappresentante in terra (Sal 2,7). Ges si rivelato Messia in quanto Servo di YHWH. Ma troppo poco che tu sia mio servo (Is 49,6): come detto chiaramente nel prologo (1,1-18), egli lUnigenito del Padre, Dio stesso nella persona del Figlio (cf. 5,18; 8,54-55; 10,33). C un dio potente e nocivo, modello di ladri e briganti, che uccide gli innocenti. Il nostro Dio linnocente ucciso, lagnello/servo che porta il peccato del mondo e ci guarisce con le sue
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ferite. Noi, con la nostra falsa immagine di dio e di uomo, uccidiamo Dio e luomo. Ges, uomo vero, Figlio del vero Dio, regna sovrano nel suo amore proprio dando la vita per noi. Il motivo della condanna di Ges il suo essersi proclamato Figlio di Dio: essendo uomo si fa Dio (10,33; cf. 5,18). Se ucciso in quanto Dio, in quanto ucciso si rivela Dio. Si tratta di un Dio radicalmente diverso da quello che, da Adamo in poi, luomo immagina. Il Dio crocifisso fa la differenza tra il cristianesimo e ogni religione. Differenza di importanza capitale, che gloria sua e salvezza nostra. Un Dio crocifisso la fine di ogni religione oppressiva delluomo e di ogni politica che pretenda giustificazione al proprio dominio. Su questo punto ogni religione e ogni politica devono interrogarsi. La croce infatti teologia in senso forte : non parola delluomo su Dio, ma parola di Dio su di s, crisi di ogni nostro parlare su di lui. Ed teologia politica, istanza critica a ogni potere oppressivo, che non pu trovare in essa legittimazione alcuna. Per questo la croce liberazione per tutti; e mal si accorda con i vari tentativi, sempre insorgenti, di restaurare regimi di cristianit. Sono sforzi apprezzabili per la loro buona volont, ma non per la loro intelligenza evangelica. Infatti usano, a fin di bene e come mezzi privilegiati, quelli che Ges ha rifiutato come tentazioni diaboliche: cercando di dare rilevanza al cristianesimo, ne distruggono lidentit. I mezzi di potere, che si ritengono una scorciatoia, in realt fuorviano: la cristianit, invece di essere offerta di salvezza per tutti, arroccamento di difesa e attacco contro il resto del mondo, in posizione uguale e contraria alla sua. v. 8: quando dunque Pilato ud questa parola, ebbe maggior paura . Pilato, anche se non capisce, ascolta questa parola: Ges il Figlio di Dio. Ma chi pu comprendere tale mistero (cf. 1Cor 2,6-10)? Tuttavia cresce in lui un sacro timore. Non dei capi, che disprezza; ma di questo ecce homo che gli sta davanti. Ha intravisto in lui un potere diverso dal suo. Da qui in poi c uno scambio di ruoli: Pilato, il giudice, giudicato; Ges, giudicato, il giudice. Invertita la scala di valori, cambia il giudizio e il giudice.
b. (dentro nel pretorio: 19,9-12) Il potere: chi lo detiene e quale. Questo nuovo dialogo tra Pilato e Ges corrisponde al primo (18,33-38a), con il quale fa da seconda inclusione allincoronazione di spine. Avendo sentito che Ges si proclamato Figlio di Dio, il governatore romano, preso da timore, lo interroga sulla sua origine. Non riceve risposta, perch non ascolta la voce della verit. Alla sua affermazione di aver potere di vita e di morte, il Signore, esercitando la propria regalit, si erge a giudice. Innanzi tutto dichiara che il potere di Pilato limitato: gli viene dallalto e deve rispondere a un altro, anzi allAltro. Inoltre il suo modo di esercitarlo fallimentare: lo rende colpevole di peccato, pari al grado di responsabilit che ha nelluccisione dellinnocente. Pilato, luogotenente dellimperatore, crede di poter fare ci che vuole. In realt non pu liberare linnocente, anche se vuole, ed costretto ad ucciderlo, anche se non vuole. schiavo, vittima e autore di violenza: incapace di fare

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ci che ritiene giusto, costretto a fare ci che ritiene ingiusto. Al suo potere, impotente nel fare il bene, si contrappone quello del Giusto, onnipotente nel farsi carico di ogni male. Lecce homo il Volto, Dio che viene a giudicare la terra (Sal 96,13). La Gloria compie dallalto, o meglio dal basso, dallultimo degli uomini, la sua opera: convince il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (cf. 16,5-15). Questo volto noi lo vediamo ancora oggi nei pi piccoli dei fratelli, nei poveri cristi, nei dannati della terra, nei popoli crocifissi che pagano il benessere del primo mondo cristiano! , nei cirenei che portano con Ges la croce dellingiustizia altrui. Essi sono il Signore della storia, che ci giudica e ci salva. Se apriamo gli occhi, la nostra pi che mai unepoca di martiri, testimoni della verit. Oggi per noi ci sono miliardi di persone che incarnano il Messia.

v. 9: Entr di nuovo nel pretorio e dice a Ges: Da dove sei tu? il faccia a faccia tra lecce homo, salvatore del mondo, e il rappresentante di Cesare, padrone del mondo. Pilato, udito che Ges si proclamato Figlio di Dio, preso da paura, entra nel pretorio e lo interroga sulla sua origine. Ges gli ha gi risposto sulla sua regalit: non da questo mondo (18,33-38a). Ora, dopo un silenzio pieno di maest, gli riveler il proprio potere, sovrano su ogni altro. Il da dove indica origine, natura, identit. Il da dove di Ges, il Figlio, il Padre (cf. 8,14-19), al quale sta ritornando con la gloria che gli compete da prima della creazione del mondo (cf. 17,24). Come la sua regalit, cos anche lui non da questo mondo, dal basso, ma da Dio, dallalto. La domanda e il timore di Pilato lasciano supporre la risposta, che il lettore conosce. Pilato per non in grado di capire. Infatti sempre domanda e mai risponde. Il potente preda del delirio di credersi al di sopra del bene e del male, padrone di vita e di morte. Invece solo un morto vivente, che sparge attorno semi di morte. Ges non gli diede risposta. Questo silenzio una risposta eloquente, che dice molte verit. Prima: inutile rispondere a chi non ascolta. Il tacere evidenzia, con discrezione, lindisponibilit ad ascoltare, propria di chi vuole solo interrogare. Seconda: Ges ha gi risposto sulla sua regalit, diversa da quella che Pilato conosce: non da questo mondo, perch testimonia la verit. Pilato che deve dare risposta a questa proposta. Fino a quando non risponde, resta schiavo del capo di questo mondo, menzognero e omicida dal principio (cf. 8,44): non pu che produrre falsit e morte. Terza: la proposta di Ges non pu essere imposta. La verit pu solo essere testimoniata da uno capace di esporre, disporre e deporre la propria vita a favore dellaltro, offrendogli la libert di rispondere. La libert non conosce violenza, se non come il suo contrario; sua madre la verit che illumina la mente, suo padre lamore che seduce il cuore. Ges si rivela come il Messia/Servo: Maltrattato, si lasci umiliare e non apr la sua bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non apr la sua bocca (Is 53,7).
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Quarta: il silenzio di Ges rivela la maest di Dio, principio di tutto. Egli la Parola, noi la risposta che diamo. Non lui deve rispondere a noi, ma noi a lui. Il silenzio di Dio in realt la nostra non risposta, che equivale alla nostra morte: Non restare in silenzio, mio Dio, perch, se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa (Sal 28,1). Il suo silenzio la vera tragedia delluomo. Ma anche di Dio, che lo ama. v. 10: a me non parli? Il potente persiste nellinterrogare. Non si mette mai in questione. Ha lirresponsabilit propria di ogni potere da questo mondo che, nel suo ambito, dal pi ampio al pi ristretto, tende a dominare invece che a servire. Non tiene conto della verit e della vita dellaltro: ha come pastore la morte (cf. Sal 49). non sai che ho potere di liberarti e ho potere di crocifiggerti? Pilato ricorre a parole intimidatorie per provocare Ges. Si dichiara padrone della vita, come se fosse nelle sue mani. Invece non che una marionetta nelle mani di un potere di morte, che lo muove a suo piacimento. La scena piena di tragica ironia. Che libert pu offrire Pilato a chi testimonia la verit che fa liberi? Lunica sua libert liberare i briganti, suoi compari, per condannare linnocente. Ci che la regalit da questo mondo pu offrire ai suoi sudditi la schiavit (cf. 1Sam 8,1ss). come lombra del rovo che vuol regnare sugli alberi della foresta: spine per chi la cerca e rogo per chi la rifiuta (cf. Gdc 9,15). Pilato non ha il potere di liberare, ma solo di crocifiggere come schiavo chi libero. Un potere che non risponde alla verit, anche se non vuole lingiustizia, non pu che produrla. Ci sono due modi contrari di concepire la regalit: uno di amore e verit, di libert e vita, laltro di violenza e menzogna, di schiavit e morte. Pilato, come ognuno di noi, chiamato a scegliere. Ges il testimone della scelta per la vita. Pilato, se non risponde, non ha altra scelta che la morte. v. 11: gli rispose Ges. Dopo il suo silenzio, il re apre la bocca. Non perch intimidito, ma per convincere Pilato del suo peccato, presupposto perch conosca la giustizia e il giudizio (16,811). Ges, da giudicato, ora diventa giudice. Ma un giudice particolare: senza minacciare violenza, lo pone davanti alla verit, facendo esplodere in lui il conflitto di coscienza. Per questo gli fa innanzi tutto constatare che il suo potere non suo: gli dato dallalto. Inoltre limitato: non ha capacit di liberare, ma solo di uccidere, partecipando ad una catena di male nella quale meno colpevole di altri perch meno libero. non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dallalto . Pilato non ha altro potere, se non quello che gli stato dato dallalto, da un altro che sta sopra di lui. improprio ricavare dal testo una teoria generale sul potere, che non assoluto e indiscriminato, bens derivato e condizionato: viene dallalto, da Dio, ed finalizzato al bene comune (cf. Rm 13,1ss; Tt 3,1; 1Pt 2,13-17). Quando per pretenda di essere assoluto, ignorando la
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sua origine e il suo fine, allora diventa il dominio della bestia, emissaria del drago (cf. Ap 13,1ss). Cosa che capita pi spesso del previsto, in ogni epoca. Qui si tratta semplicemente del potere che Pilato dichiara di avere su Ges: pu liberarlo o crocifiggerlo. Ma la realt dei fatti dimostra che lunico suo potere quello di crocifiggerlo, nonostante che non debba e non voglia. Infatti lha pi volte dichiarato innocente: se fosse libero, dovrebbe rilasciarlo. Invece schiavo di un meccanismo che gli toglie la libert di agire secondo coscienza: sotto linfluenza del capo di questo mondo. Ma anche questo potere gli viene dallalto. Questo alto Dio stesso, che ha dotato luomo di libero arbitrio. Egli non vuole il male, ma rispetta la nostra libert: ci ha posto innanzi il bene e il male, la vita e la morte, perch potessimo responsabilmente aderire al bene e conseguire la vita (cf. Dt 30,15-20). Se per facciamo il male, lui rimane talmente libero da farsene carico. Cos ci rivela il suo amore e libera la nostra libert. Anche il male che facciamo ricade, alla fine, sotto il suo potere: lo porta su di s per donarci il suo bene. Lespressione dallalto, alle orecchie di Pilato, pu anche significare il suo capo, il divino Cesare. Ma anche per lui, come per tutti, vale la stessa cosa: Dio gli ha dato il libero arbitrio, per scegliere coscientemente e responsabilmente il bene. Alla fine Pilato, non rispondendo alla voce della verit, non ha alternativa: crocifigger Ges, innalzer il Figlio delluomo. Proprio cos realizzer sorprendentemente lopera di Dio, che vuol salvare il mondo (cf. 3,14-16; 8,28; 12,31). per questo chi mi consegn a te ha un peccato pi grande . Ges dice che per questo il peccato maggiore non di Pilato. Per questo pone una connessione di causa/effetto tra il fatto che il potere venga dallalto e il peccato. Peccare significa fallire il bersaglio, mancare lobiettivo, il fine desiderato. Chi non risponde alla propria coscienza, un fallito: contro la propria verit. Uno non padrone del bene e del male, come non padrone della propria coscienza: questa condanna chi non realizza ci che ha capito come bene. Pilato sta usando il suo potere senza libert: obbedisce, contro la sua coscienza, alla volont omicida dei capi e del capo di questo mondo, che gli hanno consegnato Ges per ucciderlo. Per questo commette peccato. Il nostro libero arbitrio di fatto uno schiavo arbitrio. La sua radice per rimane sempre nel nostro cuore: anche se sbagliamo, abbiamo la possibilit di riconoscere il nostro errore. la nostra dignit pi alta, in qualche misura inalienabile, anche se gli infelici fanno di tutto per allontanare da s il libero arbitrio e pongono tanta cura per commutare la libert con la schiavit (Sincletica). Quello che Pilato sta commettendo il sommo peccato: consegnare a morte lautore della vita (cf. At 3,15). Il governatore romano, davanti all ecce homo, un uomo fallito, come i suoi pari:
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schiavo del potere di morte. Ges rivela al governatore il suo peccato. Si tratta di un peccato minore, proporzionato alla sua limitata responsabilit. Il peccato maggiore di chi consegn linnocente a Pilato. Questo chi, al singolare, non tanto Giuda che lo consegn ai capi, e neppure i capi che lo consegnarono a Pilato: il capo di questo mondo, che sta allorigine dellingiustizia (cf. 13,2). Ges, denunciando il peccato, emette il giudizio contro il capo di questo mondo (cf. 16,11), che verr espulso (cf. 12,31). lui infatti che ha reso ciechi gli occhi e indurito il cuore di tutti (cf. 12,40), perch non credessero nel Figlio e nel Padre. Ges pronuncia il suo giudizio: Pilato sta condannando linnocente perch un povero peccatore, un uomo incapace di fare il bene e svenduto al male, anche controvoglia (cf. Rm 7,1423). Se Pilato, con la sua domanda, ha provocato Ges a rispondere, Ges, con la sua risposta il suo potere responsabile provoca Pilato a riconoscere la propria responsabilit, perch possa essere liberato dal male. v. 12: da allora Pilato cercava di liberarlo . Dopo il giudizio di Ges, cresce il conflitto interiore di Pilato: riconsegnato alla sua coscienza, che voleva eludere. Un lebbroso pu essere insensibile alla fiamma del fuoco. Ma nessun uomo, per quanto perduto, insensibile alla voce della verit. Quando la ode, il suo cuore ne toccato: fatto per essa. In Pilato si risveglia un barlume di luce, sepolta nel suo intimo: cerca di rispondere a ci che ha intuito. La sua buona volont di liberare linnocente, chiara fin dallinizio, da una parte sminuisce la responsabilit sua e di Cesare, dallaltra per mostra come il potere, interessato al proprio mantenimento, sia incapace di agire secondo giustizia. i giudei gridarono. Anche se non vuole, il potere politico ascolta la voce dei capi religiosi. Infatti succube dellideologia religiosa, a meno che si erga lui stesso a mostruosa ideologia totalizzante. Ogni menzogna sulluomo, immagine di Dio, ha sempre origine da una menzogna su Dio. Il problema, sia per chi crede che per chi non crede, sempre in quale Dio e in quale uomo crede o non crede. se liberi costui, non sei amico di Cesare . Ora si nomina direttamente il divino Cesare, il pi alto potere di questo mondo, riconosciuto da tutti. Amico di Cesare il titolo dei senatori. Pilato era solo cavaliere. Desiderava raggiungere lapice della sua carriera, diventando senatore, ovviamente a vita. Se avesse liberato Ges, avrebbe potuto compromettere lambita promozione. chiunque si fa re, contraddice Cesare. Ges si proclamato re e Figlio di Dio. Ma la sua regalit non come quella di Cesare: ha solo potere di vita, non di morte. Se Pilato libera Ges, si allea con lui e trascura Cesare: da padrone della morte, diventerebbe servo della vita. I capi religiosi, a loro volta, sono schiavi del capo di questo mondo: pur odiando Cesare come loro antagonista pi potente, pensano dio come Cesare e Cesare come dio. Ogni volta che si
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trascura la verit, la cui voce sempre quella dellinnocente che si ha davanti, ci si pone contro Dio e contro luomo, per servire il grande o piccolo Cesare di turno Fino a quando!?
a. (fuori dal pretorio: 19,13-16a): Ecco il vostro re! Crocifiggilo! Questultima scena, come la prima (18,28-32), un dialogo tra Pilato e i capi, che raggiungono il loro scopo: uccidere Ges. Le due scene fanno da cornice generale al processo, al cui centro c lincoronazione. Ges, presentato come malfattore (18,28-32), innocente: il re che testimonia la verit (18,33-38a), perch d la vita per i fratelli perduti (18,38b-40); incoronato di spine (19,1-3), luomo, il Figlio di Dio (19,4-8) che giudica e salva il mondo (19,9-12). Dopo i soldati, adesso anche Pilato lo proclama re: Ecco il vostro re!. I capi religiosi lo acclamano: la loro acclamazione il grido che lo intronizza sulla croce. Da l regner su tutti e per sempre. il culmine della rivelazione. Davanti a lui non si pu non prendere posizione: a tutti si dona e tutti lo prendono, per accoglierlo o per ucciderlo. I potenti, religiosi e civili, non lo accolgono. Il giudizio che ognuno fa su di lui, lo fa su di s. Ma proprio in quanto rifiutato e crocifisso, il Cristo regna sovrano nellamore e compie il giudizio di Dio, che salva tutti. La scena premessa e anticipo della crocifissione. Voluta dal potere religioso, per il quale dio dominio, eseguita dal potere politico, per il quale il dominio dio. Per questo i potenti sono contro il Figlio delluomo e contro ogni figlio duomo. Anche il lettore, di oggi e di sempre, coinvolto in questo processo di Ges. infatti il giudizio di Dio sul mondo, che continua nella storia sino alla fine dei tempi: davanti all ecce homo siamo chiamati a scegliere quale re, quale uomo e quale Dio vogliamo. Qualunque sia la nostra risposta, il Crocifisso, testimone della verit, ci rioffre di continuo la vita: la croce ci tiene eternamente aperto il bivio del bene, perch liberamente lo seguiamo (cf. Dt 30,15-20).

v. 13: Pilato, udite queste parole. Pilato, riconsegnato da Ges alla sua coscienza, si trova tra due voci, quella della verit e quella opposta. Ma, volendo diventare amico di Cesare, non libero: i suoi occhi sono accecati, il suo cuore indurito (12,40). Sar quindi, contro coscienza, costretto a scegliere la via della menzogna: uccider linnocente. Ma Dio vuol salvare tutti. O profondit della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33): egli trae il rimedio contro la cecit e la durezza di cuore proprio dal danno da esse causato. Con Ges accade come con Giuseppe: se i suoi fratelli hanno pensato di fargli del male, Dio ha pensato di farlo servire a un bene (cf. Gen 50,20). Infatti il Figlio delluomo innalzato sulla croce, male estremo, riveler lamore estremo con il quale Dio ama luomo, fino a dare la vita per chi lo uccide. Divina omeopatia: il male che facciamo lunico rimedio efficace contro il veleno mortale che abbiamo dentro. Pilato un personaggio complesso ed emblematico: distingue il bene dal male, vuole il primo e non il secondo, ma cade inesorabilmente nel secondo. Ed un potente, la massima autorit

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locale, diretto rappresentante della somma autorit mondiale. Il lettore facilmente si rispecchia nel suo dramma interiore (cf. Rm 7,14ss). condusse fuori Ges. Pilato conduce, o meglio fa condurre fuori Ges, davanti ai suoi nemici. Tenta lultimo gioco di scaricabarili, nel quale succede sempre il peggio. Non vuole ucciderlo; sarebbe contro la sua coscienza. Ma non usa il suo potere per liberarlo: lascia decidere agli altri. Questa rinuncia alla libert di decidere il peccato di cui responsabile. Ogni peccato fallimento della libert. sedette sullo scanno. Si tratta dello scanno del tribunale, seggio del giudice. Presso gli antichi il potere di legiferare, governare e giudicare era in mano alla stessa persona: il re era contemporaneamente legislatore, governatore e giudice. ci che tende a fare ogni potente. La distinzione dei poteri la prima cosa che un dittatore vuole abolire, anche oggi. Se non altro punta a squalificarli e indebolirli, per realizzare impunemente i propri deliri. A una prima lettura pare che sia Pilato a sedere sulla scanno. Ma il verbo sedere pu anche significare far sedere. In questo caso Pilato farebbe sedere Ges, rivestito delle insegne regali, come giudice. Sarebbe un prendere in giro lui, ma soprattutto i suoi nemici e i loro ideali messianici. Lo accusano infatti di voler essere re. Ma insieme sarebbe anche trasformare il tribunale romano in un teatrino da farsa. Se questa non certamente lintenzione di Pilato, potrebbe essere quella suggerita dallevangelista. In questo caso per il testo dovrebbe dire: lo sedette, non semplicemente: sedette. forse meglio leggere con un soggetto sottinteso, come troviamo anche altrove in Giovanni (6,15; 11,45; 13,6; 19,5) che Ges stesso sedette sul seggio. C un paradosso nel testo, come in tutto il contesto: Ges, percosso e giudicato, il re giudice, che porta a compimento la legge damore. Il processo davanti a Pilato un rivelarsi progressivo della sua sovranit, che si esprimer pienamente dalla croce. Il suo giudizio senza parole. Allora come adesso, si svolge in un silenzio divino: il volto muto dell ecce homo, visibile in tutti i senza volto, la Parola, il giudizio di Dio su ogni uomo. Il termine greco seggio (bma) richiama il baldacchino del re Salomone, figura del Messia/Sposo: il suo seggio di porpora, come il manto di Ges appena incoronato (cf. Ct 3,10s LXX). verso un luogo chiamato Litostroto, in ebraico Gabbata . Questo seggio allude alla croce, il trono del re. Infatti la struttura di questa espressione richiama 19,17, quando Ges, portandosi la croce, usc verso il luogo chiamato Cranio, che in ebraico si dice Golgota. Il termine lithstrotos (= lastricato, intarsio o mosaico di pietre) richiama ancora il seggio del re Salomone, seduto sul trono intarsiato (cf. Ct 3,10). Richiama inoltre il luogo dove tutti si prostrano riconoscendo la gloria del Signore, buono e misericordioso in eterno (cf. 2Cr 7,2s).
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La parola luogo ricorda il luogo per eccellenza, il tempio. Questo ora il Calvario, dove sta per essere innalzato il corpo di Ges, nuovo santuario (2,21). Inoltre Gabbata non traduzione di lithstrotos, ma significa altura, promontorio, che richiama il Golgota (= cranio, cucuzzolo, rilievo), dove si erger il trono sul quale sar scritto: Ges il Nazoreo, il re dei giudei (19,19). Dal seggio, posto su questa altura, irradia gi la gloria della croce. v. 14: era la preparazione della Pasqua. Si dice il giorno del giudizio del re: la vigilia della Pasqua. il giorno in cui si immola lagnello. Il suo sangue libera dalla morte quelli che ne sono aspersi, quando il Signore passa per far giustizia di tutti gli idoli (cf. Es 12,12s). Giovanni Battista lo aveva proclamato lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29.36): in quanto agnello sacrificato, egli Messia e Figlio di Dio (1,34), che ci immerge nello Spirito Santo (1,33). era verso lora sesta. Si dice anche lora del giudizio. lora, verso la quale il Vangelo tende dallinizio (cf. 2,4): la stessa ora sesta nella quale Ges, stanco, sedette al pozzo per offrire lacqua zampillante dello Spirito (cf. 4,6). mezzogiorno, quando il sole brilla nel suo pieno fulgore: lora in cui appare nel mondo la Gloria, principio e fine di tutto. Da quellora inizia la nuova umanit dei figli di Dio (cf. v. 27). dice ai giudei: Ecco il vostro re . Il governatore romano presenta ai capi dei giudei il loro re: il Giusto sofferente, schiacciato dalle nostre iniquit, il cui castigo ci salva e le cui piaghe ci guariscono (Is 53,5). Lespressione ecco il vostro re richiama ancora il Cantico: Ecco il re Salomone. Egli porta sul capo la corona che gli pose sua madre, nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore (Ct 3,11). In questa dichiarazione su Ges risuonano i vari titoli emersi lungo il racconto del Vangelo: egli il Messia, lAgnello, il Servo, il Figlio di Dio, il Giudice, lo Sposo. Dire s al suo eterno s accogliere la salvezza, entrare con lui nella Gloria, diventare figli di Dio. Non nominato chi dice questa espressione: potrebbe essere chiunque, da Pilato a Ges stesso. la rivelazione e proclamazione del Messia al mondo. Ci che per Pilato vorrebbe essere un oltraggio ai capi dei giudei, sul piano teologico la verit: questo, e non un altro, il nostro re, Dio che regna (cf. Sal 5,3; 29,10; 44,5; 47,3.7; 48,3; 74,12; 84,4; 89,19; 145,1; 149,2; Is 6,5; 33,22; 44,6; Zc 14,9). Ecco luomo (v. 5), ecco il vostro re: ecco Dio, ecco lo Sposo, laltra parte delluomo. Egli si presenta sempre, in ogni tempo, con le stesse sembianze: luomo coronato di spine, che ci testimonia la verit nostra e di Dio. v. 15: leva, leva. La nostra risposta di levarlo, toglierlo di mezzo. Cos lagnello, che leva il peccato del mondo (1,29), levato di mezzo, con oppressione e ingiusta sentenza (Is 53,8).
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crocifiggilo. La nostra risposta il grido di crocifiggerlo. Cos egli, intronizzato re, libera noi che lo condanniamo: Il castigo che ci d salvezza si abbattuto su di lui (Is 53,5c). Ormai il processo volge al termine. Lodio del mondo raggiunge il suo fine: crocifiggere Ges. In questo modo si adempie la sua parola, che disse di quale morte stava per morire (cf. 18,32). Il re, rifiutato e innalzato, dallalto compir il suo giudizio: manifester lamore del Padre (3,16), mostrer Io-Sono (8,28), eliminer la menzogna che elimina lui e ci attirer tutti a s (12,32). crocifigger il vostro re? Pilato non ha interesse a crocifiggere questo re innocuo; e neppure desidera piegarsi alla volont altrui. Lui pu crocifiggere, ma non vuole; gli altri vogliono, ma non possono. Con un atto di reciproca sottomissione tra potere religioso e politico, dove il primo determina il da farsi e il secondo lo esegue, verr crocifiso il re della verit. risposero i capi dei sacerdoti: Non abbiamo re se non Cesare . I capi dei sacerdoti rinunciano al loro Messia, per sottomettersi a Cesare. Essi portano a compimento la ribellione dei loro padri: per essere come tutti gli altri popoli, rifiutano il Signore che libera per un re che domina (cf. 1Sam 8,1ss). A Dio, preferiscono il capo di questo mondo. Per questo sono ladri e briganti, come lui. v. 16a: allora dunque. la conseguenza inevitabile della premessa. Pilato, il potente, deve subirla, perch non ha deciso secondo coscienza. lo consegn loro affinch fosse crocifisso. Ges, senza essere stato condannato, consegnato alla morte di croce. Pilato, rappresentante del potere politico, sacrifica la giustizia e perde la sua legittimazione: si riconosce ingiusto. Il suo lavarsi le mani (cf. Mt 27,24), non lo giustifica. Evidenzia la sua colpa: davanti allinnocente, nessuno pu lavarsene le mani, tantomeno il potente. A loro volta i capi dei sacerdoti, rappresentanti del potere religioso, sacrificano il loro Messia: si dichiarano sudditi di Cesare, perdendo la legittimazione di guide del popolo. Alla fine del processo, Pilato fa ci che non vuole: condanna linnocente. Ma anche i capi fanno ci che non vogliono: si riconoscono sudditi di Cesare. Nessuno fa ci che vuole; ognuno fa ci che laltro vuole da lui. Cos collaborano nel fare ci che male, sino a compiere il massimo male: luccisione del Giusto. In questo modo tutti insieme, senza saperlo n volerlo e per le vie pi storte, realizzano il disegno di Dio (cf. At 4,27s): intronizzano il re della Gloria. Il vero re, giusto e libero, compie cos la sua e la nostra Pasqua. Mostrandoci quel Dio che nessuno mai ha visto, ci libera dallaccecamento che ci tiene schiavi della morte. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
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Mi raccolgo, immaginandomi dentro o fuori il pretorio, secondo le varie scene. Chiedo ci che voglio: voglio e desidero riconoscere Ges come mio re e Signore. Ognuna delle sette scene ha un dono specifico da offrirmi per comprendere la sua regalit. Contemplo ogni singola scena, lasciando risuonare in me ogni parola del testo. 4. Testi utili:

Sal 90; 95; Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss; 2Sam 7,1ss; Dn 2,1ss; Dn 7,1ss; Is 2,1ss; 11,1ss; 42,1-9; 49,17; 50,4-11; 52,13-53,12; Zc 9,9s; 1Pt 2,19-25; Mt 25,31-46.

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48. GES IL NAZOREO IL RE DEI GIUDEI 19,16b-22 19,16b Ricevettero dunque Ges 17 e, portando per se stesso la croce, usc verso il luogo detto del Cranio, che si dice in ebraico Golgota, 18 dove crocifissero lui; e accanto a lui altri due, di qua e di l, e Ges nel mezzo. Ora scrisse anche il titolo, Pilato, e pose sulla croce. Era scritto: Ges il Nazoreo, il re dei giudei. Questo titolo lessero dunque molti dei giudei, poich era vicino alla citt il luogo dove fu crocifisso Ges; ed era scritto in ebraico, latino e greco. Dicevano allora a Pilato i capi sacerdoti dei giudei: Non scrivere: Il re dei giudei, ma che quegli disse: Re sono dei giudei. Rispose Pilato: Ci che ho scritto, ho scritto.

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Messaggio nel contesto Ges il Nazoreo, il re dei giudei. La scritta di Pilato, titolo della condanna posto in cima alla croce, ha grande rilievo in Giovanni: la proclamazione del re, intronizzato insieme con due compagni. Ci che per Pilato irrisione e vendetta ultima contro coloro al cui volere si piegato, per il lettore la Parola, pienamente realizzata: il Figlio delluomo innalzato il re della Gloria, il Verbo diventato carne a salvezza di ogni carne. Siamo al punto di arrivo del Vangelo. In due versetti, brevi e densi, protocollo dove nulla superfluo e pu essere tralasciato, Giovanni riferisce la via crucis e la crocifissione: il corteo regale e lintronizzazione del re con la sua corte. La scena precedente nel pretorio (vv. 13-16a) anticipo e prefigurazione di ci che avviene ora sul Golgota. Le somiglianze sono visualizzate bene in questo schema di I. de la Potterie: Pilato fece uscire Ges verso il luogo detto Lithstratos, in ebraico Gabbat. Egli (lo) fece sedere nel tribunale. Pilato disse: Ecco il vostro re. Essi gridarono: Leva, Leva!. Ges usc dalla citt verso il luogo detto Calvario, in ebraico Golgota. Essi lo crocifissero nel mezzo. Pilato scrisse: Il re dei giudei. Essi dissero: Non scrivere.

Giovanni narra la crocifissione in modo essenziale e solenne. La spiega poi, come al solito, ampiamente: prima attraverso la scritta, sulla quale si ferma per quattro versetti, e poi attraverso le scene della tunica (vv. 23-24), della madre (vv. 25-27), delle ultime due parole di Ges (vv. 28-30) e del suo fianco trafitto (vv. 31-38). Gli altri Vangeli riferiscono la scritta sulla croce in altri luoghi e solo con un breve accenno. Giovanni invece lo fa subito dopo la crocifissione, aggiungendo una lunga digressione sul suo significato: la scritta di Pilato presenta il Messia/Sposo crocifisso come compimento della Scrittura. Per sei volte ricorre il verbo scrivere. In quel corpo, inchiodato sulla croce, prende carne quanto stato scritto: la settima Scrittura, definitiva e immutabile, dove tutto chiaro e realizzato. Il Crocifisso il Libro: presenta tutto ci che scritto e Dio stesso che ha scritto. La sua carne e il
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suo sangue, dati per la vita del mondo, sono trasparenza piena del Verbo: rivelano lamore estremo, comunicazione e autodonazione di Dio alluomo. Sulla croce ogni promessa diventa realt. La Scrittura non pi lettera che condanna, ma Spirito che d vita: Dio stesso, che promette, si offre a noi. Ges crocifisso il re atteso, in cui vediamo compiersi ogni promessa di Dio. Tutta la Scrittura parla di lui (5,39.46; cf. Lc 24,26s.44-47). La Chiesa riconosce nel Crocifisso la gloria di Dio, salvezza delluomo. Per questo Paolo dice con forza: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Ges Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). Lettura del testo v. 16b: Ricevettero dunque Ges. In greco para-lambno, che ricorre altre due volte in Giovanni. Nella prima si dice che i suoi non ricevettero la Parola (1,11); nella seconda Ges dice ai discepoli che li ricever con s (14,3). Anche quanti non vogliono riceverlo e lo prendono per ucciderlo (cf. 18,31; 19,1.6), a questo punto lo ricevono, perch lui si consegnato. Anche chi lo rifiuta, si ritrova tra le mani il Messia: lo prende come il Pastore bello, che dispone e depone la sua vita in favore di chi gliela toglie (cf. 10,1-18). v. 17: portando per se stesso la croce . Giovanni non racconta del Cireneo (cf. Mc 15,21p) e delle donne che laccompagnano (cf. Lc 23,27-31). Presenta invece Ges che solleva e porta il peso della croce di sua spontanea volont. E lo fa per se stesso, a suo vantaggio. Infatti al Figlio interessa portare il legno che salva i fratelli. Non si parla del Cireneo per sottolineare il suo gesto damore, libero e sovrano. La croce qui solo il patibulum, la traversa sulla quale stender le braccia. Il palo, sul quale sar innalzato, sta gi infisso sul luogo. Ges, portandosi la croce, compie il comando del Padre: ha il potere di dare la vita (cf. 10,18). Si realizza cos pienamente come suo Figlio, uguale a lui: rivela la sua gloria. Come Isacco port la legna dellolocausto, cos Ges porta la croce (Origene). La porta come un re il suo scettro, segno della sua gloria, della sua sovranit universale su tutti (). Come un guerriero vittorioso il trofeo della sua vittoria ( Tommaso dAquino). Ges porta sulle spalle i segni del trionfo (Crisostomo): sulle sue spalle riposa la sovranit (Is 9,5). usc. Ges non condotto via (Mt 27,31; Lc 23,26), n portato (Mc 15,22) al Golgota. Esce per sua libera decisione, come usc dalla citt per andare nel giardino (18,1), come usc per andare incontro alle tenebre (18,4), come usc dal pretorio per mostrarsi con le insegne regali (19,5). Ora esce per entrare in un altro giardino, dove lalbero della vita dar il suo frutto e si celebrer il
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trionfo dellamore. Per questo uscito da Dio (8,42; 13,3; 16,27.30), dal Padre (16,28; cf. 17,8). La sua vita di Figlio da sempre necessariamente un uscire. verso il luogo detto del Cranio, ecc. Golgota (= Cranio) significa rilievo, altura. Una tradizione antica pone ai piedi della croce il teschio di Adamo. Colui che prese dallalbero la morte, ora, ai piedi della croce, riceve la vita. La via crucis il corteo del re verso il suo trono. Il luogo richiama il tempio: sul Golgota ci sar il nuovo santuario, il corpo del Figlio (2,21), dal quale scaturisce il fiume dacqua che ravviva la terra (cf. Ez 47,1ss). Lespressione richiama oltre che per il giro di frase, anche per il significato e il suono di Golgota, simili a Gabbata il luogo dove Ges fu proclamato re da Pilato (v. 13). L fu presentato, qui intronizzato. v. 18: dove crocifissero lui. Il re, il Messia/Sposo, giudice del mondo, nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbata, sedette sul seggio. Ora, nel luogo detto Cranio, in ebraico Golgota, sale sul suo trono: la croce. Qui il Figlio delluomo, innalzato e glorificato, porta a termine la sua missione. Chi volge lo sguardo a lui, ha vita eterna (3,14s): vede quanto il Padre ha amato il mondo (3,16), conosce Io-Sono (8,28) sa chi Dio e che Ges Dio , liberato dal capo di questo mondo ed attratto verso colui dal quale fuggito (12,31s). I discepoli, allinizio, gli hanno chiesto: Dove dimori? (1,38). Ora vedono dove dimora il re dIsraele, il Figlio di Dio: sulla croce. La croce congiunzione di opposti: cielo e terra, oriente e occidente. Segno di ordine e comunione, unisce alto e basso, abbracciando ogni distanza. In essa si incrociano le quattro dimensioni del cosmo: il centro di tutto. per anche segno di disordine e caos: il patibolo dello schiavo ribelle, la morte atroce di chi progressivamente privato del suo respiro, il tormento delluomo che ha abbandonato Dio, sua vita. Dove sei?, sono le prime parole di Dio ad Adamo (Gen 3,9). La sua ricerca, iniziata nel giardino, termina sullalbero della croce. Qui trova ogni uomo. Lo Sposo incontra finalmente la sposa e si unisce a lei in un amore pi forte della morte. La croce, trono del grande re, anche il talamo nuziale, dove consuma il suo amore per luomo. L appare, nel suo pieno fulgore, la Gloria. accanto a lui. Il re intronizzato non solo. Al suo fianco ci sono altri due compagni, che sono come lui. Sono la primizia di quelli per i quali Ges ha detto: Voglio che dove sono io, anchessi siano accanto a me, affinch contemplino la mia gloria (17,24). Rappresentano tutti noi che, nella morte, siamo in compagnia di Ges. Siamo vicini a lui perch lui vicino a noi. Essere per sempre con lui il sommo desiderio delluomo, suo destino di gloria (cf. 1Ts 4,17). Lui la nostra vita; per questo il morire non pi una perdita, ma un guadagno (Fil 1,23). altri due. Non sono altri da lui, ma altri due, oltre a lui, che sono nella sua stessa condizione: sono a fianco di colui che sta sul suo trono. Due principio di molteplicit. Questi due
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rappresentano tutti i crocifissi della storia: i poveri e gli affamati, gli afflitti e i perseguitati, quanti sono come Cristo (cf. Mt 25,35-40.42-45), anche senza saperlo, addirittura senza conoscere lui. A costoro si aggiungono quanti, per Cristo, ne prenderanno le difese e subiranno la stessa sorte (cf. Lc 6,20-26; Mt 5,3-12). Tutte le vittime del male, ognuno della moltitudine dei servi sofferenti, formano la corte del Signore e Dio nostro. Posti sul suo medesimo trono, sono nostri giudici e salvatori (cf. Mt 25,31ss). Giovanni non dice che sono briganti (cf. Mc 15,27; Mt 27,38) o malfattori (cf. Lc 23,33.39ss). bello pensare che, in punto di morte, tutti diventeremo finalmente innocenti. Infatti non potremo pi nuocere. Anche Cesare e Pilato con i loro soldati, anche Anna e Caifa con i loro servi non saranno pi in grado di nuocere. La morte ci pone tutti vicini a lui, lunico Giusto, il Pastore bello che venuto a darci la vita, e in abbondanza (10,10). Nella morte, qualunque essa sia, il Figlio solidale con noi e noi con lui. Lui il re e noi regniamo con lui; lui torna al Padre e noi ritroviamo in lui la nostra casa. Ora il Figlio con ogni fratello, per quanto lontano e maledetto. Ogni nostro limite, compreso quello della morte di malfattori, diventa comunione con lui. Appeso allalbero, diventato lui stesso maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). La croce, lontananza estrema da Dio, diventa sua vicinanza a ogni lontananza da lui. quanto, in Lc 2,40, laltro malfattore dice al primo. di qua e di l. Se il palo della croce colma labisso tra cielo e terra, la traversa unisce, di qua e di l, tutti i fratelli. I due siedono a fianco del Figlio, uno a destra e laltro a sinistra della sua gloria, come desideravano i figli di Zebedeo (cf. Mc 10,37p). e Ges nel mezzo. Nello svolgersi del processo, che si protrae lungo tutto il Vangelo, lamore e la verit stavano al centro dellodio e della menzogna. Ora, alla fine, il Figlio sta ancora nel mezzo. Ma come trionfatore, circondato da quelli che ormai sono con lui e come lui nel suo regno. sempre in mezzo a loro che lo vediamo, adesso come allora (cf. Mt 25,40.45). v. 19: Pilato scrisse. Come prima disse: Ecco il vostro re (v. 14), qui scrisse che Ges il re. Pilato, senza saperlo, dice e scrive la Parola, anzi la compie. La storia veramente nelle mani di Dio, non dei potenti. Nei vv. 17-18 Giovanni descrive lintronizzazione/elevazione del Figlio delluomo e di ogni figlio duomo, suo fratello. Usa poche parole, senza commento, rilevando i fatti. Il loro significato sar esplicito nelle scene seguenti. Prima per si ferma per ben quattro versetti a spiegare teologicamente la scritta affissa alla croce. Intende dichiarare che su di essa c il compimento della Scrittura. Anzi: l, appeso, c Dio nella sua gloria. il titolo. Parola presa dal latino, indica il motivo della condanna (cf. Mt 27,37). Scritta da Pilato a dileggio del Messia e dei capi giudei, ora diviene titolo di gloria.
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Caifa, essendo capo dei sacerdoti, aveva profetizzato, senza saperlo, la morte di Ges come salvezza del popolo (11,51). Ora Pilato, capo politico, profetizza, lui che pagano, la sua regalit universale (cf. 11,52s). pose sulla croce. La croce il trono di colui che venuto sullasinello. Il titolo, posto in alto, lepigrafe (Mc 15,26; Mt 27,37; Lc 23,38), la didascalia, la parola che ne svela la verit. era scritto. Con questa espressione Giovanni introduce le citazioni bibliche. Per sei volte nei vv. 19-22 ricorre il vocabolo scrivere. Richiama la Scrittura: quanto in essa scritto, pienamente comprensibile dalla croce, chiave di lettura di tutta la rivelazione. La carne del Crocifisso realizza ogni parola di Dio: la Parola stessa. Il Crocifisso la nuova Scrittura, da leggere e contemplare, da masticare e assimilare: in essa si manifesta lamore estremo di Dio. Tutto ci che stato scritto, l compiuto: ogni lettera diventata Spirito e vita. Per questo Paolo dice di non conoscere altro, se non Ges, il Messia crocifisso (1Cor 2,2). In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3), in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). La sua carne lepifania di Dio. Lannuncio di Paolo non fa che de-scrivere, dipingere al vivo, il Crocifisso (cf. Gal 3,1). Egli tutta la Scrittura. La croce il distintivo necessario di Dio nel suo amore per questo mondo perduto. Bisogna che il Figlio delluomo sia innalzato (3,14): solo la sua vista antidoto al veleno della menzogna antica. La croce infatti la distanza infinita che Dio ha posto tra se stesso e ogni nostra immagine di lui. Ges. Ges significa il Signore salva. Sulla croce Ges realizza il suo nome: il Signore che salva luomo. Tutta la Scrittura si capisce alla luce del mistero pasquale di Ges (cf. 2,22; 13,19; 14,29; 16,4): Mos , i Profeti e i Salmi parlano della necessit della passione del Messia (cf. Lc 24,26s.44-47). il Nazoreo. lepiteto di Ges di Nazareth, il re (cf. 18,5.7). il re dei giudei. Il Messia viene dai giudei e salva il mondo (cf. 4,22b.42). Il Pastore regna in quanto agnello che toglie il peccato del mondo (1,29). La sua croce rappresenta insieme lodio del mondo e lamore incondizionato di Dio, che vince il male con il bene. Questo il suo modo di essere re. La croce, debolezza e stoltezza di Dio, pi forte dei potenti e pi saggia dei sapienti: convince di debolezza i potenti e di stoltezza i sapienti del mondo (cf. 1Cor 1,17-31). La non conoscenza di Dio causa della croce; ma la croce, a sua volta, d la vera conoscenza di Dio. Sulla croce si compie quanto profet Zaccaria: Il Signore sar re di tutta la terra e ci sar il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zc 14,9). Dio regna dal legno ( S. Giustino): la croce il suo trionfo. Chi la rifiuta, rifiuta Dio. Ma il suo rifiuto causa della croce, dove egli si dona a chi lo rifiuta.
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La croce lalbero della vita, il luogo dove c il giardino (cf. v. 41): la gloria di Dio, glorificazione del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre (cf. 12,28; 13,31; 17,1). Chi la vede, libero dal male (cf. 3,14s). In questo modo, e non in altro, Dio regna sul mondo. v. 20: questo titolo lessero dunque molti dei giudei. La croce palesa a tutti la gloria del re, cominciando dai giudei. era vicino alla citt il luogo dove fu crocifisso Ges. Questo luogo fuori dalla citt, come il giardino in cui Ges fu preso (18,1ss). Le esecuzioni capitali sono la messa in scena del potere, macabre liturgie con cui esso celebra la sua forza terrificante. Devono essere ben visibili, esemplare deterrente per tutti. Per questo si svolgono in un luogo frequentato, di passaggio, su un rilievo vicino alla porta della citt; per fuori da essa, per non contaminarla. Nel luogo dinfamia delluomo appare la gloria di Dio. era scritto in ebraico, latino e greco . La nuova Scrittura leggibile in ogni lingua. Come la carne esposta, come lodio e lamore. scritta in ebraico, lingua della promessa, perch i religiosi non presumano ma accolgano la salvezza; in latino, lingua dei potenti, perch siano convinti di impotenza; in greco, lingua dei sapienti, perch conoscano la propria stoltezza. Cos tutti siamo salvati per grazia. Guardando la croce, ogni lingua proclama che Ges il Signore, il Nome che al di sopra di ogni nome (Fil 2,9.11). v. 21: dicevano allora a Pilato i capi, ecc. I capi dei sacerdoti non riconoscono il loro re. Dicono a Pilato di cambiare il titolo, scrivendo che un sedicente re dei giudei. v. 22: ci che ho scritto, ho scritto. Pilato non cambia: la scritta resta immutabile. Sulla croce non c un re fallito, ma il Pastore bello, che ci salva dai briganti, offrendo la vita per amore. Questa la nuova Scrittura, universale ed eterna . Ci che stato scritto allora, rimane valido per sempre: chi contempla il Crocifisso vede, a viso scoperto, la Gloria. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginando Ges che esce per essere crocifisso sul Calvario. Gli chiedo ci che voglio: riconoscere in lui il mio re. Traendone frutto, contemplo Ges, intronizzato con altri due. Da notare: presero Ges portando per s la croce usc verso il luogo del Cranio
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lo crocifissero con lui altri due Ges nel mezzo sulla croce era scritto Ges il Nazoreo, il re dei giudei era scritto in ebraico, latino e greco non scrivere: il re dei giudei ci che ho scritto, ho scritto. Testi utili: Sal 22; Lc 24,26s.44-47; 1Cor 2,1ss; Gal 6,14-16; Fil 2,5-11; 3,17-21; Ef 2,13-22; Ap 5,9-14.

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49. SPARTIRONO PER S LE MIE VESTI E SOPRA LA MIA VESTE GETTARONO LA SORTE 19,23-24

19,23

Allora i soldati, quando crocifissero Ges, accolsero (= presero) le sue vesti e fecero quattro parti, a ciascun soldato una parte, e la tunica. Ora la tunica era senza suture, tessuta dallalto, per intero.

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Allora dissero tra loro: Non squarciamola, ma gettiamo la sorte su di essa, di chi sar. Cos si ademp la Scrittura che dice: Spartirono per s le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte. Da una parte dunque i soldati fecero queste cose.

Messaggio nel contesto Spartirono per s le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte. Cos dice dei suoi nemici il Giusto, sofferente e trionfante (Sal 22,19). Cos fanno i soldati con Ges. Questa scena forma un dittico con la seguente: il re della Gloria, dal trono della croce, comincia il suo giudizio su tutti. Ci che qui avviene con i lontani, anticipa ci che avviene subito dopo con i vicini: il Nazoreo regna non impadronendosi dei beni altrui, ma donando i propri. Il suo un giudizio di salvezza universale: a chi lo crocifigge dona le sue spoglie, alla madre il discepolo, a questi la madre e a tutti il suo Spirito. Lalbero della vita, che al principio stava nel centro del giardino, ora torna in mezzo agli uomini e porge il suo frutto: sulla croce il Figlio offre se stesso ai fratelli.
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Durante il processo e la crocifissione si alternano di continuo giudei e pagani. I loro destini si unificano: il re dei giudei anche salvatore del mondo, di quel mondo che si alleato contro di lui per compiere ci che la mano e il cuore di Dio avevano preordinato che avvenisse (At 4,28). La croce realizza la profezia di Caifa: Ges d la vita non solo per la sua gente, ma per ricondurre allunit i figli di Dio dispersi (11,51s). Il Pastore bello libera le pecore da tutti i recinti, per fare un solo gregge di fratelli, liberi come lui, il Figlio (cf. 10,14-18). Coloro che lo uccidono stanno da una parte (cf. v. 24b), dallaltra parte (cf. v. 25a) quelli che lo amano. Tutti, riuniti sotto la croce, costituiscono lunico popolo della nuova alleanza, misteriosamente accomunati nel riceverne leredit. Infatti il nuovo popolo fatto da quanti, riconoscendosi in coloro che prendono il Figlio per ucciderlo, accolgono alla fine lamore di colui che si consegna. Gli uccisori di Ges ereditano le sue vesti di Figlio; quando capiranno il dono, diventeranno come il discepolo che Ges amava: accoglieranno anche sua madre e diventeranno suoi fratelli (cf. vv. 26-27). Pure gli altri Vangeli raccontano la spartizione delle vesti (Mc 15,24p). Ma in Giovanni la narrazione pi ampia, arricchita da dettagli, con una citazione biblica di compimento e relativa interpretazione. Ges re universale, sia dei pagani che dei giudei. Il titolo sulla croce scritto in ogni lingua. Egli immagine di Dio perch ama i fratelli: per loro depone la vita come ha deposto le vesti per lavare i piedi dei discepoli. Il nuovo re, nudo e senza vergogna come Adamo prima del peccato, icona perfetta del Padre: il Figlio che compie il suo comando, diventando come lui, datore di vita (10,18). Dopo il peccato, in sostituzione delle foglie di fico, Dio aveva fatto per i suoi figli una tunica di pelle (Gen 3,7.21). Ora, dalla croce, dona loro la veste originaria, quella del Figlio. La veste simbolo del corpo. Ges aveva promesso di dare la sua carne per la vita del mondo (6,51b). Come ha dato il boccone a Giuda, ora d se stesso a chi lo crocifigge e gli trafigge il fianco. I vari indumenti, tranne la tunica, sono distribuiti tra i suoi uccisori, in modo che ognuno abbia parte (= eredit) con lui. Le parti sono quattro, come i punti cardinali, come le dimensioni della croce e del cosmo: Ges il Nazoreo re di tutta la terra. Infatti egli dona a tutti la sua vita, e in abbondanza (cf. 10,10). La sua tunica per non pu essere spartita come le altre vesti n pu essere divisa; deve rimanere intera. Il corpo del Figlio, donato a tutti, tutto per ciascuno. Ogni fratello riceve leredit del Figlio: diventa come lui, figlio capace di amare i fratelli. Se le vesti distribuite in quattro parti indicano luniversalit, la tunica indivisa indica la totalit del dono e lunit che ne consegue. Per aver parte alleredit del Figlio, bisogna non dividere la tunica: per essere figli necessario amare i fratelli, come per amare i fratelli necessario
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essere figli. La tunica intatta rappresenta il dono di essere figli e fratelli: segno della nostra comunione con Dio e tra di noi. Ges il chicco di grano che muore e porta molto frutto: il re, ucciso, costituisce re quelli che lo uccidono. La Chiesa regna con lui: riceve la sua eredit di Figlio, il corpo dato per noi. In esso ognuno unito al Padre come figlio e a tutti gli uomini come fratelli. 2. Lettura del testo v. 23: Allora i soldati. Ai piedi della croce compaiono per primi i soldati, il picchetto dei quattro che hanno crocifisso Ges (cf. At 12,4). Agli esecutori della pena capitale spetta ci che il giustiziato indossa. Questi soldati, pagani, vengono nominati allinizio e alla fine della scena. I servi della violenza ereditano le vesti dellAgnello. quando crocifissero Ges. Solo ora sappiamo che Ges, consegnato ai capi dei giudei per essere crocifisso (cf. v. 16), in realt stato crocifisso dai soldati pagani. accolsero (= presero). Coloro che lo prendono per ucciderlo (18,31; 19,1), ora accolgono le sue vesti di Figlio (cf. 1,12). In ambedue i casi abbiamo lo stesso verbo ( lambno), che abbiamo tradotto prima prendere e dora in poi accogliere. Il nostro prenderlo per distruggerlo il modo primo che abbiamo di accogliere colui che si consegna. le sue vesti. Ges, lavando i piedi, aveva deposto le vesti (13,4), per rivestirsi di servo, sua gloria perenne. Queste vesti, in contrapposizione alla tunica di cui si parla dopo, sono i sandali, il copricapo, la cintura e, come pezzo rilevante, il mantello. Giovanni, come non dice che a Ges sia stato tolto il mantello di porpora, cos non dice che gli siano state tolte le vesti. Di fatto nessuno gli pu togliere la vita, ma lui la dona, da se stesso (10,18). Si pu solo prenderla per poi accoglierla. Le vesti sono simbolo del corpo; il mantello, in specie, anche simbolo del regno (cf. 1Re 11,30-31) e ricorda quello che Elia gett su Eliseo, trasmettendogli il suo spirito. I pagani sono i primi eredi del Figlio. Ricevono le sue vesti e il suo mantello (1Re 19,19; 2Re 2,1ss): il suo corpo, il suo regno e il suo Spirito. Ges dalla croce regna e compie il suo giudizio, cominciando dai lontani. Questi sono i primi a essere rivestititi di Cristo (cf. Rm 13,14). Sta scritto: Ges Cristo venuto nel mondo per salvare i peccatori, e di questi io sono il primo (1Tm 1,15). Il Figlio delluomo infatti venuto a cercare e a salvare ci che era perduto (Lc 19,10), perch il Padre non vuole che alcuno perisca (2Pt 3,9; cf. Mt 18,14). Tra questi lontani ci troviamo tutti, perch tutti, con o senza legge, abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio (Rm 3,23). fecero quattro parti. Il numero quattro allude ai quattro punti cardinali e significa la terra intera. Tutta lumanit peccatrice riceve leredit del Figlio, ha parte con lui (13,8). A tutti e a
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ciascuno dato di partecipare: il dono del Figlio universale, il suo corpo offerto per ogni fratello. Ges, il salvatore del mondo (4,42), ha dato se stesso per la vita del mondo (6,51). Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (3,16), perch vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verit (1Tm 2,4). La parola parte richiama leredit: il Signore mia parte di eredit (Sal 16,5). Con la propria nudit, il Figlio dona allumanit intera le sue vesti regali: ci riveste di lui, rendendoci figli di Dio. La vendetta del Figlio, che conosce lamore del Padre, lasciare i suoi beni ai fratelli che lo uccidono. Questo il giudizio di Dio, Padre e Figlio nellunico Spirito. e la tunica. Dopo aver parlato delle vesti, Giovanni ricorda la tunica, lasciando la frase interrotta. La sospensione a effetto: crea attesa su ci che si dir di questa tunica, come specificazione complementare di quanto si detto sulle vesti. Come chiaro il significato delle vesti, cos misterioso quello della tunica. Essa la parte pi intima delle vesti, che si porta sotto il mantello. La cura con cui descritta denota limportanza che lautore le attribuisce. La tunica, come le vesti, indica il corpo, la persona. Tuttavia i dettagli, riferiti su di essa, evidenziano un intento particolare. Gli antichi autori vedevano raffigurato nelle vesti e nella tunica il mistero della Chiesa, corpo di Cristo, rispettivamente nella sua universalit e nella sua totalit/unit. Le vesti, distribuite in quattro parti, indicano luniversalit: il corpo del Figlio per tutti i fratelli. La tunica invece indica il mistero della totalit/unit: lunico corpo donato rende ognuno figlio, unito al Padre e ai fratelli. Infatti, se il dono per tutti ed tutto per ciascuno Dio amore e non pu dare meno di se stesso , essendo Dio unico, ne consegue che tutti noi siamo una cosa sola con lui e tra di noi (cf. 17,11.21-23). Cipriano scriveva: Il sacramento dellunit, il vincolo dellunione indivisibile, presentato nel Vangelo: la tunica del Signore Ges Cristo non viene n divisa n strappata a pezzi, ma essi la tirano a sorte per sapere chi potr indossare Cristo. La veste deve essere ricevuta nella sua interezza, intatta; deve essere posseduta come un bene personale (). Non si pu possedere la veste di Cristo se si arriva a scindere e a dividere la Chiesa di Cristo. Dopo di lui dir Agostino: La veste del Signore Ges Cristo, divisa in quattro parti, raffigura la sua Chiesa distribuita in quattro parti, cio diffusa in tutto il mondo: () gradualmente essa vi realizza la sua presenza nelle singole parti. () Quanto alla tunica tirata a sorte, essa significa lunit di tutte le parti, saldate insieme dal vincolo della carit. la tunica era senza suture ecc. Lespressione senza suture unica nella Bibbia. Il termine greco per s indica la sutura delle ossa, non degli abiti. Si allude chiaramente allequivalenza vestito-corpo.
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La tunica senza cuciture, secondo una testimonianza ( Isidoro), era labito tipico dei galilei; secondo altri era un abito insolito e pregiato. tessuta dallalto. Dallalto, in Giovanni, indica lorigine divina (3,31; cf. 3,3.7), come dal cielo (cf. 3,13.27; 6,31.32s). Questa tunica il suo corpo, carne tessuta interamente dallalto, Verbo stesso di Dio diventato carne. per intero. Questa tunica non fatta di pezzi separati, cuciti tra di loro. Si tratta di ununica stoffa: una cosa sola, come unica la persona di Ges, insieme Figlio delluomo e Figlio di Dio, come il Figlio e il Padre sono uno (cf. 10,30). lunit damore che il Figlio offre ai fratelli come frutto della sua passione per loro (cf. 17,11.21-23). v. 24: non squarciamola. Questa tunica non va squarciata, a differenza del velo del tempio che si squarcer (cf. Mc 15,38p). Deve restare unita, integra: tessuta da Dio stesso, partecipa della sua unit. Lunit della Chiesa, corpo del Figlio, non deve quindi essere infranta. Il verbo squarciare (skzo) richiama scisma, divisione. Ricorre anche nella pesca miracolosa, in un contesto chiaramente ecclesiale: la rete, nonostante il grande numero di pesci, non si squarci (21,11). Chiunque riceve le vesti di Ges, rivestito di lui e forma un solo corpo con lui e con gli altri. Uniti al Figlio, siamo una cosa sola con lui, con il Padre e tra di noi (cf. 17,11.21-23). Tutti abbiamo le vesti del Figlio e siamo figli, a condizione di non rompere la tunica, la fraternit. Chi la rompe non figlio perch non fratello. Se ricevere le vesti di Ges significa diventare figli, lindivisibilit della tunica indica lunit damore con i fratelli, necessaria per essere figli. Non squarciare la tunica significa quindi non dividerci tra di noi. Nellunione con i fratelli in gioco la nostra identit di figli. La tunica, se divisa, non pi una tunica: un corpo vivente, se diviso, morto. Unaltra interpretazione vede nelle caratteristiche della tunica unallusione alla veste del sommo sacerdote, senza cuciture. Essa indicherebbe allora il sacerdozio di Cristo. Effettivamente il suo corpo il vero santuario (cf. 2,13-22). In esso, Parola diventata carne, mediazione tra Dio e uomo, si celebrano le nozze tra cielo e terra. Se il velo del primo santuario si squarci nel mezzo (Lc 23,45), dallalto in basso (Mc 15,38; Mt 27,51), il corpo di Ges, nuovo santuario (2,21), tessuto interamente dallalto, sar squarciato dal basso, con una lancia, per aprirci il mistero di Dio. Unaltra interpretazione (I. de la Potterie) specifica che la tunica significa lunit della Chiesa realizzata ai piedi della croce: prima il popolo era diviso nei confronti di Ges (7,43; 9,16; 10,19), ora la sua morte ricompone in unit i figli dispersi, come profet Caifa (11,51s). Lunione tra i fratelli la grande opera del Figlio crocifisso: egli venuto a portare pace ai lontani e ai vicini, per fare dei pagani e dei giudei un popolo solo, per creare in se stesso, dei due,
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un solo uomo nuovo (Ef 2,14-17). Lessere uno nellamore il dono che Ges ci ha ottenuto con la sua morte: il compimento della sua vita, la Gloria che riluce sulla terra (cf. 17,11.20-26). Questa unione, anche se noi facciamo di tutto contro di essa, non potr mai essere squarciata. Gi perfetta nel Figlio, attende di essere accolta dai fratelli. Lunit tra i discepoli lunica testimonianza credibile dellamore del Padre; il Figlio venuto a offrirla a questo mondo diviso, perch raggiunga alfine ci che sta al suo principio (cf. 17,23). Che dire delle divisioni tra le Chiese e delle varie lotte al loro interno? Sono il peccato: smembrano e uccidono il corpo del Figlio. Ma il suo corpo, immolato da noi e per noi, riapre continuamente la nostra storia al mistero dellunit. Unulteriore interpretazione (X. Lon-Dufour) parla della tunica come del corpo di Cristo che, essendo tessuto da Dio, non pu essere diviso dalluomo. Mentre la spartizione delle vesti richiama levento della morte, dove il Figlio d la vita per tutti, la tunica, che resta intatta, richiama la risurrezione, che spetta al corpo di Ges in quanto carne del Verbo: Distruggete questo santuario e io in tre giorni lo far risorgere (cf. 2,19). La tunica di Ges fa pensare a quella insanguinata di Giuseppe (Gen 37,31). In lui, spogliato e dato come morto dai fratelli omicidi, mentre in realt vivo, si compir il disegno di Dio: Far vivere un popolo numeroso (Gen 50,20). Questa unificazione dei popoli sotto la croce, dalla quale il Figlio attira tutti a s, quanto Luca descrive nella Pentecoste (cf. At 2,1ss). In Giovanni anticipata sul Golgota, dove Ges consegna il suo Spirito. cos si ademp la Scrittura. Nel racconto della glorificazione del Figlio si moltiplicano le citazioni della Scrittura. La croce infatti il compimento (cf. v. 30a), alla cui luce viene capita ogni promessa (cf. 2,22; 13,19; 14,29; 16,4). spartirono per s le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte (Sal 22,19). una citazione dal Salmo 22, che parla del Giusto sofferente, nel quale si mostra la grande opera del Signore, re di tutte le nazioni (Sal 22,29.32). La citazione dice il significato della morte di Ges: a noi, peccatori, offerto il corpo del Figlio che ci rende figli e fratelli. Ai piedi della croce avviene il grande scambio: lui indossa la nudit del nostro peccato e noi la sua veste di innocenza. Le due frasi del Salmo, secondo lo stile poetico ebraico, dicono in realt la stessa cosa in due modi diversi. Giovanni per applica la prima alle vesti e la seconda alla tunica, la veste per eccellenza. Questa interpretazione fa vedere il valore che levangelista d alleredit delle vesti e della tunica. Questo Salmo, insieme a Is 52,13-53,12, traspare in filigrana da tutte le pagine della passione, come segno di autenticazione divina. Marco e Matteo danno lintonazione allevento della croce ponendo sulla bocca di Ges linizio: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato? (Sal 22,2; cf. Mc 15,34 e Mt 27,46). Giovanni mostra il frutto di questabbandono: il dono del Figlio per i fratelli perduti.
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da una parte dunque. Il dunque una conclusione che si riferisce a quanto precede; mentre lespressione da una parte rimanda a quanto, dallaltra parte, segue (cf. v. 25a). I soldati da una parte e le donne con il discepolo amato dallaltra costituiscono due scene complementari, da leggere insieme. i soldati fecero queste cose. Senza saperlo, gli uccisori di Ges compiono la Scrittura: a nome del mondo intero, ricevono in eredit le sue vesti e sorteggiano la sua tunica. Il Figlio, inviato dal Padre per salvare il mondo (cf. 3,16), d la sua vita a coloro che lo spogliano della vita.

3.

Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando i soldati che hanno in eredit le vesti e la tunica. c. Chiedo ci che voglio: accogliere il dono del Figlio e della fraternit. d. Traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: 4. i soldati accolsero le sue vesti fecero quattro parti a ciascun soldato una parte la tunica senza cuciture, tessuta dallalto, per intero non squarciata, ma ereditata intera cos si compie la Scrittura spartirono per s le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte questo fecero i soldati. Testi utili:

Sal 22; 133; Gv 17,11.20-26; Ef 2,11-22; 4,1-32; At 2,1-11.

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50. ECCO IL TUO FIGLIO ECCO LA TUA MADRE 19,25-27 19,25 Stavano, dallaltra parte, presso la croce di Ges la sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena. 26 Allora Ges, vista la madre e, stante appresso, il discepolo che (egli) amava, dice alla madre: Donna, ecco il tuo figlio. 27 Poi dice al discepolo: Ecco la tua madre. E, da quellora, la accolse (= prese) il discepolo tra i suoi beni. 1. Messaggio nel contesto Donna, ecco il tuo Figlio / Ecco la tua madre . Sono le ultime parole che Ges rivolge alla madre e al discepolo amato. Il re della Gloria continua il suo giudizio: ai crocifissori dona le vesti, alla madre il discepolo e al discepolo la madre. Dopo questo sa che tutto compiuto (v. 28): portata a termine la sua missione di Figlio, consegner lo Spirito (vv. 29-30). Gli altri Vangeli guardano ci che avviene in croce di riflesso, nelle reazioni degli spettatori negative quelle di capi, soldati e di uno dei due crocifissi con lui, positive quelle dellaltro malfattore, delle folle (Lc 23,40-43.48) e del centurione (Mc 15,39p). Tranne che nel suo duplice grido prima di spirare (Mc 15,34p), Ges contemplato indirettamente, attraverso le parole dei presenti. Giovanni invece, con un rapido susseguirsi di scene, punta direttamente locchio sulla Gloria: osa fissare faccia a faccia la luce del mondo. Sul Golgota c una sequenza di cinque scene: lintronizzazione (vv.16b-22), il dono di vesti e tunica (vv. 23-24), della madre (vv. 25-27) e dello Spirito (vv. 28-30), di sangue e acqua (vv. 31-37). Pi che di scene da vedere, si tratta di icone da contemplare. Licona, a differenza del quadro, non propone unimmagine della realt; piuttosto la stessa realt che rivela la propria luce
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e, grazie a una prospettiva rovesciata, losservatore osservato: non il punto di vista esterno, ma entra in scena come colui che visto da ci che vede. Il linguaggio, sobrio ed essenziale, non tradisce emozioni: in poche parole presenta realt cos grandi che, di fronte ad esse, tutto tace. Davanti al sublime c solo estasi, silenzio di panico coinvolgimento. Le ultime tre icone riportano brevi istanti dove la durata del racconto tende a corrispondere a quella del fatto: tempo narrante e tempo narrato coincidono in tempo reale. In questo modo si ottiene leffetto di far partecipare il lettore allevento. Questi presente alla scena, immerso in un tempo senza tempo: tocca lEterno, vede lInvisibile, si inabissa nella Gloria. Questi brevi racconti tirano le fila del Vangelo, con un intreccio di allusioni portato allimpossibile. Ogni parola una luce attraverso la quale, come dal buco del Piranesi, si apre una prospettiva che non solo fa vedere la cupola di Michelangelo, ma, con un gioco di rimandi a specchio, riflette ogni angolo del Vangelo e dellintera Bibbia, dalla Genesi allApocalisse. In effetti la Parola, ogni parola, come una finestra: non guardi lei, ma attraverso di lei. Allora ti apri allAltro; e lAltro si apre a te: esiste per te e tu per lui, entra in te e tu in lui, fa parte di te e tu di lui. Si pu dire che, come nel linguaggio di Adamo, nella singola parola echeggia il tutto. Questa narrazione, posta al centro delle cinque che rappresentano ci che avviene sulla croce, splendida e, nelleconomia di Giovanni, ha un valore definitivo. In essa sono ripresi e risuonano insieme, in pienezza armonica, i temi del Vangelo: lora verso la quale tutto tendeva, lora della luce, che raggiunge e illumina luniverso. Si tratta di uno dei testi pi affascinanti e studiati del Vangelo, con molteplici interpretazioni. Quella pi antica, durata fino al medio evo, si fermava al senso ovvio del testo, traendone unistruzione morale: Ges, prima di morire, manifesta il suo amore provvedendo alla madre che, gi priva dello sposo, sta perdendo il figlio unico. Nel secolo XII, con la teologia monastica, Maria appare come immagine della Chiesa, insieme donna/sposa e madre feconda. Tale considerazione, pur vera, insufficiente a esprimere la ricchezza del testo. Il racconto un pozzo inesauribile, come la profondit del mistero che presenta. Nei Vangeli le persone sono sempre anche personaggi, figure tipiche nelle quali ognuno si riconosce. A livello storico la madre di Ges e le altre donne sono le persone che amano Ges, mentre il discepolo la persona (che sa di essere) amata da Ges. A livello simbolico generale, madre e donne da una parte e discepolo amato dallaltra sono rispettivamente figura dellamore dato e dellamore ricevuto. La madre, con le sue compagne, rappresenta chiunque d amore. Questi innanzi tutto il Padre nei confronti del Figlio, poi Dio nei confronti del mondo, il Figlio nei confronti dei fratelli, Ges nei confronti del discepolo, Israele nei
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confronti della Chiesa, la Chiesa nei confronti del mondo, e cos via fino alla pi piccola delle creature: chiunque d amore immagine del Padre, amore amante. A sua volta il discepolo amato rappresenta chiunque riceve amore. Questi innanzi tutto il Figlio nei confronti del Padre, poi il mondo nei confronti di Dio, i fratelli nei confronti del Figlio, il discepolo nei confronti di Ges, la Chiesa nei confronti di Israele, il mondo nei confronti della Chiesa, e cos via fino alla pi piccola delle creature: chiunque riceve amore immagine del Figlio, amore amato. Ma di amore dato si muore e di amore ricevuto si soffoca: si vive solo quando lamore amante amato e lamore amato a sua volta amante. Questo amore corrisposto, che circola tra Padre e Figlio (perichresis), lo Spirito Santo, danza di Dio e vita di quanto esiste. Ges, amore amato, amante del Padre e dei fratelli: ha la pienezza dello Spirito. Ora che se ne va, per chi lo ama e per chi da lui amato lora della separazione (16,32s). Per questo, prima di andarsene, si prende cura di loro. Affidando il discepolo alla madre, la madre ha chi amare e il discepolo chi lo ama; affidando la madre al discepolo, la madre chi la ama e il discepolo ha chi amare. Cos compie la sua opera di Figlio: comunica ai fratelli il suo Spirito, amore amante e amato perfettamente corrisposto. Maria e il discepolo, con luniverso s, proprio luniverso intero! che essi rappresentano, si amano reciprocamente con lo stesso amore con cui Ges li am, il medesimo che Padre e Figlio hanno tra di loro e verso tutti: il compimento del comando dellamore. Per questo la consegna reciproca madre e figlio contiene ogni mistero del cielo e della terra, di Dio e delluomo, delluomo in Dio e di Dio nelluomo. Infatti levangelista commenta dicendo che, dopo questo, Ges sa che tutte le cose gi sono state compiute (v. 28). A livello simbolico specifico, come vedremo meglio dal contesto, Maria di Nazareth, chiamata donna, la sposa, lIsraele che attende lo Sposo. Ora che venuto, diventa madre e genera luomo nuovo, il popolo messianico, la Chiesa. Questa impersonata dal discepolo amato, che non morir: rester in eterno, testimone dellamore fino al ritorno del suo Signore (cf. 21,2224). Il discepolo affidato alla donna come figlio e la donna affidata al discepolo come madre: ambedue sono consegnati reciprocamente luno allaltro. Si realizza cos il molto frutto del chicco di grano che non rimane solo (12,24; cf. 15,8): dal suo morire sotto terra, germina sulla terra lunit damore tra Israele e tutti i figli di Dio dispersi (11,50-53; cf. 17,11.20-24). Il testo, avendo un significato universale, necessariamente e volutamente a contorni sfumati, che locchio mette lentamente a fuoco nella contemplazione. Addirittura non chiaro il numero delle donne del v. 25. Esse poi, nel v. 26, si dissolvono in una, la madre, e appare allimprovviso il discepolo prediletto. Circa il numero, le donne possono essere quattro, tre o due. A una prima lettura sono quattro, appaiate a due a due: la madre di Ges e sua sorella, Maria di Cleopa e Maria di
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Maddalena. Ma possono essere anche tre, se si legge: la madre di Ges e sua sorella, (cio) Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Possono per essere anche solo due, indicate prima in termini di parentela e poi per nome, se si legge: la madre di Ges e sua sorella, (che rispettivamente si chiamano) Maria di Cleopa e Maria Maddalena. Il testo permette le diverse letture e dal punto di vista storico non facile dire quale sia da accettare. Le donne quindi possono essere quattro, come i soldati; oppure tre, alle quali si aggiunge poi il discepolo prediletto; oppure due. In questultima ipotesi, oltre i soldati e la madre, ai piedi della croce, ci sono Maria Maddalena e il discepolo amato, che riappariranno insieme al sepolcro nel mattino di Pasqua. Ogni ipotesi si presta a interpretazioni diverse, che non necessariamente si escludono. Per cogliere bene il significato del testo bisogna, come sempre, vedere il contesto immediato, che precede e che segue, e quello generale. Ogni racconto va capito alla luce di ci che viene prima e assume senso pieno da ci che viene dopo. Solo cos si colgono le infinite suggestioni di cui il testo trabocca. In relazione alla scena precedente, queste donne richiamano i soldati. Insieme a loro, che si spartiscono le vesti di Ges, anchesse ne raccolgono leredit. La madre di Ges, a sua volta, richiama la tunica indivisibile: tocca in sorte a uno, il discepolo che Ges amava. Si riprendono cos e si sviluppano i temi delluniversalit della salvezza (cf. 11,50-52) e dellunit del popolo di Dio (cf. 17,11.21-23). In relazione alla scena seguente, qui anticipata lora del compimento, che viene subito dopo, quando Ges consegna lo Spirito (v. 30) e dal suo fianco scaturisce sangue e acqua, di cui il discepolo amato testimone (vv. 34s). In relazione al contesto generale del Vangelo, questa scena richiama lora della gloria di Ges e della fede dei discepoli (cf. 2,11). Iniziata nelle nozze di Cana alla presenza della madre di Ges, questa ora il tema che sottende e unifica il racconto di Giovanni. Adesso che venuta, da quellora (cf. v. 27b) comincia il tempo nuovo. La madre di Ges appare solo a Cana e qui: apre e chiude lora del Figlio. In tre versetti indicata ben sei volte come madre, cinque direttamente e una indirettamente, con il pronome la. Levangelista la chiama due volte madre e altre due sua madre (di Ges), mentre Ges la chiama tua madre quando la presenta al discepolo che la accoglie. Levangelista vuole cos suggerire che sua madre diventa tua madre, di te che leggi, se la accogli. I personaggi, che in questo racconto hanno un ruolo esplicito, non sono chiamati per nome, ma secondo la loro relazione: madre/donna, figlio/discepolo amato. Questa narrazione segna il passaggio dallora del Figlio al tempo dei fratelli, che comincia da quellora in cui il discepolo accoglie la madre. Lapice costituito dalle parole di Ges, che a
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sua madre dona come figlio il discepolo amato e a lui dona, come sua, la propria madre. In questo modo avviene la sostituzione/identificazione tra lui e il discepolo. Il testo vuole innanzi tutto dire che Ges, lasciata a noi la sua veste di Figlio (scena precedente), rivela che da quellora il discepolo diventa come lui, nato dallalto, dallo Spirito. Maria, madre della Parola diventata carne, lo anche di chiunque accoglie la Parola che ci d il potere di diventare figli di Dio. Inoltre Maria, in quanto madre del Figlio e dei suoi fratelli, segno dellunit realizzata dalla croce, che abbraccia insieme il popolo dellantica e della nuova alleanza, aperta a tutti. Infine, in quanto donna, la sposa, la figlia di Sion, il popolo della promessa che attende il suo Signore. Ora che venuto, gli genera il popolo messianico (cf. Is 66,8; 60,4-5; Sal 87,5s LXX). Ai piedi della croce giunge lora delle nozze prefigurate a Cana: la donna incontra lo Sposo e diventa madre feconda di figli. Da quellora inizia lera del vino bello e abbondante, in cui tutti riconoscono la Gloria: il Signore unico re, di tutti i popoli. Concludendo possiamo dire che Maria, oltre che figura universale di chi ama correlativa al discepolo, figura di chi amato , rappresenta Israele, donna/sposa del Signore, madre del Messia e del suo popolo, compimento di Israele e principio della Chiesa. Israele riconosce la Chiesa come sua figlia e la Chiesa riconosce Israele come sua madre: c continuit e unit tra antica e nuova alleanza, come tra madre e figlio. Ges, Verbo diventato carne, Figlio di Dio e Figlio delluomo, il Messia, lo Sposo della figlia di Sion, che genera figli di Dio quanti lo accolgono. Ma anche nostro fratello: ci dona la sua stessa madre e il suo stesso Spirito. La Chiesa rappresentata dal discepolo, figlio della vergine di Sion, la donna che ha accettato la Parola del suo Dio e ha generato al mondo il Figlio. Essa accoglie come sua madre lIsraele della promessa e dellattesa: sua figlia. 2. Lettura del testo v. 25: Stavano, dallaltra parte. Da una parte i soldati ereditano le vesti del Figlio, dallaltra stanno (= stanno in piedi) queste donne. Le due scene si rimandano a vicenda la luce che splende dalla croce, posta al centro. In alto sta Ges con i suoi due compagni, in basso quattro soldati da una parte e, probabilmente, quattro donne dallaltra, pi il discepolo: sul Calvario, attorno a Ges, sono riunite dodici (!) persone, nemiche o amiche. Eredi del Figlio sono tutti i fratelli, lontani e vicini, cominciando dai lontani. I discepoli sono fuggiti (cf. 16,32; Mc 14,50p). Rimangono per le donne, che stanno in piedi, segno di
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fedelt e attesa. Esse, che generano corpi mortali, hanno pratica di vita e morte: conoscono lamore, la sua forza debole e vulnerabile, la sua sapienza folle e audace. Anche Giovanni il Battezzatore stava l dove lagnello di Dio si era immerso nellacqua; dalla sua attesa nacquero i primi due discepoli dello Sposo (1,35ss). Pure la Maddalena stava l dove il chicco di grano era stato posto sotto terra; la sua attesa fu premiata dallincontro con il suo Signore (20,11ss). Queste donne stanno l dove il Figlio delluomo elevato da terra. qui ormai che locchio e il cuore devono sostare. presso la croce di Ges. Stare presso la croce di Ges unespressione unica in tutto il NT. la posizione di chi contempla il Figlio delluomo innalzato, la posizione del discepolo che nella croce vede il mistero di Dio e delluomo. Fin dallinizio il Vangelo puntava a farci stare presso la croce di Ges: Come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo, perch chiunque crede in lui abbia vita eterna (3,14). Qui vediamo che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (3,16); qui conosciamo Io-Sono (8,28) e, vinto il capo di questo mondo, siamo attirati a lui (12,31s). Tutti i Vangeli concordano nel porre la nascita del nuovo popolo ai piedi della croce. Gli altri Vangeli presentano le donne dopo la morte di Ges, mentre osservano da lontano. Giovanni invece, con la sua ottica contemplativa lamore vede tutto vicino, nello specchio retrovisore del ricordo , le nota gi prima della morte, mentre stanno vicine. Esse vedono e ascoltano quelle cose che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrarono in cuore duomo. Queste cose ha preparato Dio per coloro che lo amano (1Cor 2,9). Perch la madre e le donne, alle quali si aggiunge il discepolo amato, stanno presso la croce di Ges? Quando non c pi nulla da fare, lamore non si eclissa. Nellimpotenza diventa com-passione, unica forza capace di varcare la soglia ultima della solitudine: non abbandona lamato neppure nella morte e crea comunione con lui in ogni suo limite. La compassione, origine di ogni azione, la qualit divina pi alta, che fa sentire laltro come se stesso. Dalla compassione di Dio per luomo perduto nasce la necessit della sua croce; dalla compassione di queste donne per un Dio crocifisso nasce luomo nuovo. Stare presso la croce di Ges lorigine della Chiesa: la croce la natura, canone e norma, del nuovo popolo. Per ci Paolo di essa si gloria e si vanta (cf. Gal 6,14-16). la sua madre. colei che ama Ges, immagine di chiunque ama. Era presente alle nozze di Cana, quando lacqua diventata vino anticip lora della Gloria. Lepisodio delle nozze non solamente principio dei segni, ma chiude la prima rivelazione di Ges come agnello di Dio (1,29.36), Figlio di Dio (1,34.49), Messia (1,41), re dIsraele (1,49), Figlio delluomo (1,51). A Cana Ges lo Sposo: anticipa simbolicamente le nozze, che qui si compiono.
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La madre di Ges rappresenta lIsraele che attende, la sposa fedele che dice: Fate ci che vi dir (2,5). quanto fa lei stessa, accettando la sua gloria, la croce. In quanto madre rappresenta lalleanza antica che genera il popolo dellattesa; in quanto donna rappresenta lalleanza nuova, la sposa che si unisce al suo Sposo. Maria, donna/sposa e madre, la convergenza dellantico e del nuovo popolo, il fine dellantica e linizio della nuova alleanza. Essa appare al principio e al compimento dellopera del Figlio. In quanto donna/sposa diventa madre che genera in una sola volta una nazione intera (cf. Is 66,8; 60,4s). addirittura madre di tutti i popoli (Sal 87,5s). la nuova Eva, madre dei viventi (Gen 3,20): al posto di Abele il giusto, ucciso dal fratello, riceve un altro figlio, il discepolo che Ges amava (Gen 4,25). Come madre del Messia (Ap 12,5) minacciato dal drago, cos lo anche degli altri figli che resteranno fedeli. la donna di cui Ges, poche ore prima, ha parlato: afflitta per le doglie del parto, presto tramuter la sua tristezza in gioia (16,21). Al di l di questi echi biblici che risuonano nel contesto, la madre di Ges assurge, come gi detto, a figura universale: rappresenta chiunque ama, da Dio alla pi piccola delle sue creature, dal Padre celeste alla madre del corvo che cura i suoi piccoli. e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena. Nellipotesi, probabile almeno per simmetria, di quattro donne, Giovanni non dice il nome della sorella della madre di Ges; ne mette in rilievo solo la relazione di parentela. Nellipotesi di tre donne, sorella di Maria di Nazareth Maria di Cleopa. Nellipotesi di due donne, la madre di Ges sarebbe Maria di Cleopa, cos designata con il nome del padre; sua sorella, in senso lato, sarebbe Maria Maddalena. Il gruppo di queste donne, reso pi suggestivo dallindeterminatezza del numero, l dove tutti siamo chiamati a stare, per vedere il mistero di Dio. Qui, infatti, si rivela lamore estremo, si celebrano le nozze e nasce lumanit nuova. Da un lato i soldati nemici si spartiscono le vesti del Figlio, dallaltro le donne amiche si imprimono nel cuore la sua passione. Le due scene sono strettamente connesse, come le figure di Giuda e del discepolo amato nellultima cena. Chi si riconosce in Giuda, amato gratuitamente, diventa come il discepolo prediletto: chi si riconosce nei nemici diventa come queste donne, che accolgono il suo amore gratuito. Ai piedi della croce tutti sono uno, lontani e vicini, nemici e amici (cf. Ef 2,13-18). La salvezza del Figlio universale, come il dono del suo corpo e del suo Spirito. v. 26: allora Ges, vista la madre. Giovanni non dice che le donne guardano Ges. lui che vede. Nella sua morte il Signore sovranamente attivo. La morte, come la nascita, separazione. In quellora uno sensibile a s e non allaltro, oggetto e non soggetto di compassione. Ma il Figlio non mai solo; sempre con il Padre (16,32). Per questo la sua morte atto di amore e comunione con i fratelli. In quellora, turbato per il loro dramma, Ges non si
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preoccupa per se stesso, ma per loro. Chi lo ama e chi amato si sentono abbandonati e soli, perso ognuno dietro le cose sue (es t dia: 16,32; cf. v. 27). Il loro vivere resta senza senso, pi tragico del morire. Questa la vera morte, non quella di chi d la vita per amore. Locchio segue il cuore. Quello di Ges va verso la madre e il discepolo. Nel brano precedente si parlava delle vesti, spartite tra i soldati, e poi della tunica inconsutile, tirata a sorte. Ora, dopo aver parlato delle donne sotto la croce, lattenzione si concentra sulla madre. Essa corrisponde alla tunica, che toccher in sorte al discepolo amato. La gloria di Dio per tutti; ma unica e ciascuno la riceve intatta. Come lo Spirito, che subito dopo viene dato. Il testo si presta a diverse interpretazioni. In una poesia ogni parola suscita molte evocazioni; pi ne risveglia, pi bella e trasformante per chi la legge. e, stante appresso, il discepolo che (egli) amava . colui che amato da Ges. Questo discepolo ha fatto la sua prima comparsa in 13,23-25, mentre posava sul grembo e sul petto del Signore, depositario del suo segreto. Nominato come laltro rispetto a Pietro, riappare nel processo davanti a Caifa (18,15s). Ora, stando presso la madre che sta presso la croce, vede ci che aveva intuito quando poggiava il capo sul cuore del Maestro. Questo discepolo, testimone di ci che ha visto sulla croce (19,35), giunger per primo al sepolcro e creder (20,8), riconoscer dalla barca il Risorto (21,7) e rester con noi fino al suo ritorno (21,20-24). Egli che, attraverso il suo Vangelo, canta lamore del Figlio, luomo nuovo, colui che riceve la tunica. Anche questo discepolo assurge a figura universale, complementare a quella della madre: rappresenta chiunque amato, dal Figlio di Dio alla pi piccola delle sue creature. Con la morte di Ges, la madre che ama e il discepolo amato resterebbero ambedue privati dellamore, rispettivamente dato e ricevuto. Ma Ges, affidandoli reciprocamente luno allaltro, realizza sulla terra lamore compiuto. Tra madre e discepolo inizia a circolare lamore corrisposto, gloria di Dio e vita delluomo. Per questo bene che lui se ne vada, e in questo modo, altrimenti non viene a noi lo Spirito (16,7). Il Calvario il luogo dove il Figlio delluomo nasce in cielo alla gloria di Dio e il discepolo amato nasce in terra come figlio di Dio: suo fratello, ha la stessa madre e lo stesso Padre, la stessa carne e lo stesso Spirito. Egli riceve la tunica inconsutile, che lo rende figlio nel Figlio. dice alla madre. C chi vede una scena di adozione. meglio intenderla una rivelazione: Ges le apre gli occhi sulla nuova realt che nasce ai piedi della croce. donna, ecco il tuo figlio. Ecco in greco (de) significa: vedi, guarda! (cf. 1,29.36). Ges dice alla madre di guardare il discepolo come suo figlio, uguale a lui, che lo riconosce fratello.
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strano lappellativo donna rivolto alla madre. Appare gi nelle nozze di Cana, quando c sete di vino bello e si parla dellora (2,14). Cos Ges si rivolge anche alla Samaritana dai sei mariti e senza sposo (4,21; cf. 4,7.11.15.17.19.25.27.28.39.42), quando c sete di acqua viva ed giunta lora in cui si adora il Padre in Spirito e verit (4,23). Cos Ges si rivolge pure alladultera (8,10; cf. 8,3.4.5.9), la cui sete damore lha condotta a morte. Cos chiamer infine la Maddalena piangente, in cerca dello Sposo (20,15; cf. 20,13). Maria di Nazareth la donna afflitta dalle doglie, perch giunta la sua ora (16,21). Nella Bibbia si parla della figlia di Sion, sposa del Signore e madre di tutti i popoli (Sal 87). Dopo lesilio di Babilonia la salvezza descritta come un tornare tutti insieme al monte di Sion. Questo rappresentato come una donna che raccoglie attorno a s i suoi figli. come se nascessero tutti allistante, attorno alla madre: Chi ha mai udito una cosa simile, chi ha visto cose come queste? Nasce forse un paese in un giorno: un popolo generato forse in un istante? Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli (Is 66,8). Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio (Is 60,4). Il popolo una schiera immensa che si raduna in Gerusalemme: la riunione dei figli dispersi, che tornano dallesilio. A loro si aggiungono tutti i popoli (cf. Is 60,6-14). Ai piedi della croce si forma lunit di Israele e di tutti i popoli, che accorrono a Sion. La madre Israele, la donna/sposa il cui Sposo il Signore. Da lei nasce luomo nuovo, rappresentato dal discepolo prediletto, primo dellinnumerevole schiera di coloro che seguiranno. Infatti il piccolo diventer un migliaio, il minimo un immenso popolo; io sono il Signore: a suo tempo far ci speditamente (Is 60,22). La madre di Ges insieme compimento della Sinagoga e inizio della Chiesa. Ai piedi della croce la donna incontra lo Sposo e finalmente diventa madre: gli genera lumanit nuova che uno nellamore (cf. 17,11.21-23). Si compie cos la promessa antica: in Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra (Gen 12,3). A Israele, la madre che ama, rivelato nel discepolo amato il popolo messianico, la Chiesa. Con queste parole Ges affida a Israele la Chiesa, perch la riconosca come il figlio promesso. v. 27: dice al discepolo: Ecco la tua madre. A sua volta la Chiesa, popolo messianico, raffigurata nel discepolo amato, chiamata a guardare Israele, la donna/sposa del suo Signore. Come ha detto alla madre: Vedi il tuo figlio, cos dice al discepolo: Vedi la tua madre. Con i possessivi tuo e tua, il Signore trasmette ci che pi intimamente suo: il discepolo alla madre e la madre al discepolo. Con queste parole Ges affida alla Chiesa Israele, da riconoscere come propria madre e radice santa (Rm 11,16). Lamore reciproco tra di loro realizza il comando: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Questa la Gloria, lessere di Dio nel mondo e del
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mondo in Dio, compimento del suo disegno di amore, anelito della creazione (Rm 8,19-23) e fine della storia (cf. Rm 11,1ss). Il destino di Israele, primogenito, contiene quello di tutti i fratelli. Dalla croce nasce lunit tra Israele e Chiesa, fondata nel riconoscimento dellalterit originaria madre/figlia, che fa esistere entrambe. Quando Israele accetter la Chiesa come figlia e la Chiesa accetter Israele come madre, allora si compir la promessa ultima dellAT: ritorner Elia, che converte il cuore dei padri verso i figli e dei figli verso i padri (cf. Ml 3,23s). Allora anche le varie Chiese accetteranno la loro identit relativa e saranno sorelle, perch figlie dellunica madre. La loro unit testimonier finalmente al mondo lamore del Padre che il Figlio venuto a portare ai fratelli (cf. 17,23). Allora ogni cosa, in cielo e in terra, sar ricapitolata in Cristo (Ef 1,10) e Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). da quellora. Nel Vangelo cera un prima, che era lattesa di questora (2,4; 12,27; 13,1; 16,4.21.32; 17,1). Adesso, con laffidamento del figlio alla madre e della madre al figlio, tutto gi compiuto (v. 28). Da quellora c un dopo che da essa scaturisce. Lora della croce sta al centro della storia comune tra Dio e uomo: tutto porta ad essa e da essa parte. il cuore del tempo, lincrocio di passato e futuro con Colui che , eterno presente. Finita la missione del Figlio, comincia quella di coloro che, come lui, sono figli del Padre. Essi continuano la sua stessa opera nel mondo: nella loro unione di amore riveleranno la Gloria (cf. 17,21.23), fino al suo ritorno (21,22). la accolse (= prese) il discepolo. La parola lambno in greco significa prendere, ricevere, accogliere (cf. 1,11s). Come i soldati accolgono la sue vesti (v. 23), ora il discepolo prediletto accoglie la sua stessa madre. Dopo che Ges avr accolto il nostro aceto (v. 30), noi accoglieremo il suo corpo (v.40) e, alla fine, accoglieremo il suo Spirito (20,22). Il finale del Vangelo dominato dallintreccio consegnare/accogliere, corrispondenza tra amore dato e ricevuto, vita di Dio comunicata a tutti. tra i suoi beni. Lespressione greca (es t dia) significa casa propria o cose proprie. Qui da intendere in senso profondo: il discepolo accoglie la madre di Ges come sua madre, casa e bene supremo, da cui deriva la propria esistenza. Lora dellafflizione, in cui si nasce e si muore, non pi solitudine e separazione, dove ciascuno si perde dietro le proprie cose ( es t dia: cf. 16,32): lora in cui diventa nostro ci che proprio del Figlio, lora della gioia in cui la donna diventa madre e d alla luce il figlio (16,21). lora in cui tutto compiuto (cf. v.30): chi ama e chi amato sono uno nellunico amore. Accade finalmente in terra, tra gli uomini, ci che avviene in cielo, tra Padre e Figlio. La madre e il discepolo sono il seme della Presenza, che abbraccer tutti gli uomini. Attraverso di loro il mondo conosce Ges come mandato dal Padre e sa di essere amato come il Figlio unigenito (17,22s).
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Quella di Ges non morte, ma fecondit di vita. Il Figlio delluomo elevato da terra come il chicco di grano posto sotto terra: non resta solo, ma porta molto frutto (12,24). Grazie a lui il deserto della morte (deserto viene dal latino deserere = abbandonare) diventa il giardino delle nozze (cf. Os 2,16s). In alcuni manoscritti della Vulgata si dice che il discepolo la accolse in suam, invece che in sua. Significa che accoglie la madre non solo in casa sua, ma come sua madre: si considera figlio suo e fratello di Ges, sia nella carne che nello Spirito. Perch la Parola si fatta carne. Pregare il testo a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b. Mi raccolgo immaginandomi ai piedi della croce. c. Chiedo ci che voglio: accettare la madre. d. Traendone frutto contemplo la scena. Da notare: 4. stavano presso la croce di Ges la sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena Ges vede il discepolo prediletto presso sua madre donna, ecco il tuo figlio ecco la tua madre da quellora il discepolo laccolse tra i suoi beni. Testi utili

Sal 87; Gen 12,2-3; Is 66,6-12; Gv 2,1-12; 16,19-33; 17,20-24; Rm 11,1ss; Ef 2,11-22; 1,1ss.

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51. STATO COMPIUTO 19,28-30 19,28 Dopo questo, sapendo Ges che tutte le cose gi sono state compiute, perch si compisse la Scrittura, dice: Ho sete. Un vaso giaceva, pieno di aceto; allora, posta una spugna piena di aceto attorno a un issopo, la porsero alla sua bocca. Allora, quando accolse (= prese) laceto, Ges disse: stato compiuto! E, chinato il capo, consegn lo Spirito. 1. Messaggio nel contesto stato compiuto. lultima parola di Ges che, donate le vesti ai soldati e affidato il discepolo alla madre e questa al discepolo, ha appena bevuto il nostro aceto. Cos compiuta la sua missione: mostrando la Gloria dellamore estremo, ci consegna lo Spirito, che in lui ora vediamo e conosciamo. Giovanni davvero il Vangelo spirituale, la buona notizia che lo Spirito, vita di Dio, comunicato agli uomini. Con la sua morte Ges non giunge alla fine, ma al fine della sua esistenza. Dopo la croce comincia il settimo giorno, quando Dio, portata a termine la creazione, finalmente riposa dalla sua fatica (Gen 2,2): il Figlio delluomo generato al cielo, ai suoi piedi nasce lumanit nuova dei figli di Dio. Ges, mentre torna al Padre con la nostra carne, dona a ogni carne il suo Spirito, che ci fa suoi fratelli. Ci che sul Golgota stato compiuto, resta per sempre a nostra disposizione nel
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memoriale eucaristico, dono permanente della sua carne e del suo sangue, del suo corpo e del suo Spirito. Ges, da protagonista attivo, vive coscientemente la sua morte e dirige il momento ultimo del suo passaggio da questo mondo al Padre. Come ha lasciato in eredit ai nemici mantello e tunica, lascia al discepolo e in lui a tutti la madre e lo Spirito, il sangue e lacqua. Alla fine, invece del grido di abbandono (Mc 15,34; Mt 27,46; cf. Sal 22,1) o di affidamento (Lc 23,46; cf. Sal 31,6), c lannuncio: stato compiuto. Il Messia sofferente in Giovanni presentato esplicitamente come il re della Gloria: il Crocifisso vittorioso. Landarsene di Ges, culminante nel dono dello Spirito, sotto il segno del compimento: tutto consegnato e accolto. Allinizio c la coscienza che ogni cosa compiuta (v. 28a), alla fine la parola che lo rivela a tutti (v. 30a) e nel mezzo la considerazione dellevangelista che dichiara il compimento della Scrittura (v. 28b). In greco compiere reso con due verbi simili ( telo e teleio), derivanti dalla stessa parola (tlos = fine), con il significato di condurre a fine, a perfezione, allestremo limite. Il Figlio, terminato il suo cammino tra i fratelli, proprio andandosene, compie la sua opera: inviato a mostrare lamore del Padre nel suo amore di Figlio, sulla croce lo realizza es tlos, sino allestremo limite, oltre il quale impossibile pensare, perch illimitato (cf. 13,1). Dopo la scena precedente (dopo questo), tutte le cose sono gi compiute per quanto riguarda Ges. Ha vissuto lamore alla perfezione, fin dentro la morte. Infatti, seguendo il comando del Padre, ha deposto la vita in favore dei fratelli (10,18); consegnando poi al discepolo la madre e questa al discepolo, ha donato ai mortali la reciprocit dellamore. Di pi non pu darci: ci ha dato Dio stesso, che amore reciproco tra Padre e Figlio. Questo tutto e, al di fuori di questo, non c nulla. Lora della Gloria, verso cui la sua vita tendeva, venuta. La creazione nuova compiuta: lui stesso la creatura nuova, il Figlio che ama dello stesso unico amore Padre e fratelli. Ma ci che sulla croce portato a termine, ai piedi della croce appena cominciato con la madre e il discepolo amato. Quanto gi perfettamente completato in lui, da quellora, deve continuare a compiersi in noi fino al suo ritorno. Anzi, il suo ritorno ormai il crescere in noi del suo amore: il suo tornare a noi il nostro tornare a lui. Per questo il discepolo prediletto, testimone dellamore, non morir mai (21,23): lamore non avr mai fine (1Cor 13,8), ma crescer per noi allinfinito. Infatti Dio amore (1Gv 4,8.16). lora sesta (cf. v. 14): il sole brilla nel suo pieno fulgore, senza oscurit alcuna (cf. invece Mc 15,33p). Come al pozzo di Sicar, Ges, stanco del viaggio (4,6), ha sete di darci lacqua viva. La sua sete di Figlio, che ama i fratelli come il Padre, che anchessi vivano dello stesso amore. La sua fame fare la volont del Padre e compiere la sua opera (4,34); la sua sete bere il
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calice che il Padre gli ha dato (18,11), la spugna piena di aceto che noi gli porgiamo. Proprio bevendo questo calice compie la sua opera: in risposta a chi lo abbevera di vino andato a male, consegna il suo Spirito. Cos compie ogni Scrittura: rivela lamore incondizionato. Come stato ripetutamente detto nel corso del Vangelo (cf. 3,14; 8,28; 12,32s), nel Figlio delluomo innalzato si realizza il disegno di Dio. Il Vangelo di Giovanni fin dallinizio un gioco di anticipi dellora della croce. Questa a sua volta anticipa la Pasqua, sua e nostra, che viene da quellora. Nel giardino del Calvario gettato il seme del futuro: consegnato lo Spirito (20,22), raffigurato nel flusso che scaturisce dal fianco aperto (cf. scena seguente). Chi beve dellacqua che io gli dar, non avr pi sete; anzi, lacqua che io gli dar diventer in lui sorgente dacqua zampillante per la vita eterna (4,14). Ges vuole dare a tutti questacqua, come alla Samaritana. Suo desiderio di Figlio consegnare ai fratelli la sorgente della vita, la sua comunione con il Padre: Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi dacqua viva sgorgheranno dal suo seno (7,37s). Levangelista annota espressamente che queste parole di Ges si riferiscono al dono dello Spirito, che avrebbero ricevuto i credenti in lui dopo la sua glorificazione (7,39). bene per voi che io me ne vada, perch se non me ne vado, non verr a voi il Consolatore; ma, quando me ne sar andato, ve lo mander (16,7). Lo Spirito, che prima dimorava presso di noi nella carne di Ges, ora consegnato a noi e dimora in noi. Non siamo pi orfani (14,17b.18a), ma figli nel Figlio. Il testo, come gli altri che rappresentano lora di Ges, suscita infinite evocazioni con pluralit di interpretazioni. Come metodo di lettura, che resta sempre aperta, bisogna guardare con attenzione i vari aspetti e livelli del testo: a) i fatti stessi, narrati con immagini altamente simboliche, che presentano la morte di Ges come compimento dellamore. b) gli echi biblici, evocati con cenni il cui significato colto dalla memoria comune tra autore e lettore. c) i continui rimandi che lautore opera allinterno del Vangelo. Sono evidenti i richiami alle nozze di Cana (2,1-12), punto di arrivo della prima rivelazione di Ges, lagnello di Dio, il Rabb, il Messia, colui di cui parlano la legge e i profeti, il figlio di Giuseppe di Nazareth, il Figlio di Dio, il Figlio delluomo sul quale si apre il cielo (1,35-51) e che battezza in Spirito santo (1,33). Ritornano i temi della visita al tempio (2,13-22), della nascita dallacqua e dallo Spirito (3,1ss), dellacqua promessa alla Samaritana (4,1ss), dellopera del Figlio che d vita ai fratelli (5,1ss), del dono della sua carne e del suo sangue (6,1ss), dellacqua viva del suo Spirito (7,1ss), della luce vera che ci fa figli (8,12ss), uomini nuovi (9,1ss), che seguono il Pastore bello (10,1ss), risurrezione e vita nostra mediante la propria morte (11,1ss). A questa luce sono da vedere anche lunzione di
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Betania e lingresso in Gerusalemme (12,1ss), la lavanda dei piedi ai discepoli con il boccone dato a Giuda (13,1ss) e, infine, la promessa dello Spirito che ci unisce al Figlio, al Padre e ai fratelli, rivelando nel e al mondo la Gloria (cc. 14-17). Come si vede, ogni singolo dettaglio del Vangelo , volutamente e coscientemente, anticipo della Gloria, che splende dalla croce. C una tensione rigorosa, senza sbavature, nel racconto di Giovanni: tutto punta a questa ora come al suo pieno compimento. Ogni azione di Ges vista come segno dellamore, che qui completo. Lamore c sempre tutto in ogni singolo gesto, per quanto minimo; per colto solo alla fine, nellora in cui esso diventa per noi tutto. Come sulla vetta convergono i displuvi del monte, cos nel punto ultimo si unificano e si vedono tutti i cammini di una vita. Il suo andarsene da noi lora in cui vediamo il Signore come tutto e solo amore, come tutto lamore. Per questo il suo non un congedarsi da noi, ma un consegnarsi a noi: ci d tunica e madre, corpo e Spirito, sangue e acqua tunica, corpo e sangue sono segno di vita donata fino alla morte; madre, Spirito e acqua sono offerta di vita oltre la morte. d) il contesto immediato, nel quale ogni testo punto darrivo di ci che sta prima e di partenza per ci che viene dopo. Qui siamo allultimo istante dellesistenza terrena di Ges, che la esprime tutta. Dopo non ha pi nulla da dire. Infatti il corpo del Figlio, Parola diventata carne, ormai carne diventata Parola, esegesi perfetta del Padre (cf. 1,18): Chi ha visto me ha visto il Padre (14,9). Proprio dal suo costato aperto fluir subito dopo lacqua viva che ha sete di darci. Ges il Figlio delluomo innalzato, nel quale si compie il disegno di Dio: manifesta la Gloria. Il re delluniverso, dal suo trono, completa il suo giudizio: accoglie il nostro aceto e ci offre lo Spirito. La Chiesa, raffigurata dalla madre e dal discepolo presso la croce, contempla il Figlio delluomo innalzato e vede in lui lamore di Dio per il mondo. Generata da questo amore, ne vive e lo testimonia a tutti. 2. Lettura del testo v. 28: Dopo questo. Giovanni non dice: Dopo queste cose, bens: Dopo questo. Mette ci che segue in connessione stretta con la scena precedente, sottolineandone la centralit. Questespressione richiama le altre volte in cui essa ricorre: dopo le nozze di Cana (2,12), prima di visitare il tempio, e dopo lannuncio della malattia e della morte di Lazzaro (11,7.11), prima di risuscitarlo. Normalmente Giovanni usa lespressione pi generica: Dopo queste cose (3,22; 5,1.14; 6,1; 7,1; 13,7; 19,38; 21,1). Il compimento inizia da quellora (v. 27) in cui il discepolo prende la madre di Ges come sua madre, diventandogli fratello. La scena presente esplicita come si diventa suoi fratelli: il
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Figlio ha sete di darci il suo Spirito, che ci fa vivere come lui. Lora in cui per lui tutto compiuto, per noi principio di tutto: il centro della storia, approdo del passato e apertura a un futuro senza fine. sapendo Ges. Ges non subisce la passione. Ne protagonista, cosciente e libero (cf. 13,1.3; 18,4). Prima sa che tutto compiuto, poi lo dice e infine lo fa. La sua parola precede il fatto: la Parola fa quanto dice e torna a colui che lha inviata non senza aver compiuto ci per cui fu mandata (Is 55,11). tutte le cose gi sono state compiute . Il compimento in relazione a quanto precede. La consegna dello Spirito, che subito segue, ci offre la sorgente perenne di quanto gi ci ha donato: O voi tutti assetati, venite allacqua (Is 55,1). La parola compiere, ripetuta al v. 30, richiama 13,1 dove Ges, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi, li am fino a compimento. Adesso porta a termine quanto prefigur nella lavanda dei piedi e nel boccone dato a Giuda: rivela lamore estremo di un Dio che si consegna alluomo. perch si compisse la Scrittura. Qui la parola compiere in greco diversa dalla precedente, anche se deriva dalla stessa radice (tlos): teleio invece che telo. Giovanni introduce normalmente ladempimento della Scrittura con il termine plero (cf. 12,38; 13,18; 15,25; 17,12; 19,24.36). Qui per non parla delladempimento di un passo della Scrittura, ma del fine di tutta la Scrittura, annunciato in 7,38, quando il Figlio realizza pienamente la volont del Padre (cf. 4,34; 5,36; 17,4.23). Questo si rivela nei fatti che seguono: se alla sua sete di donarci acqua viva noi gli diamo aceto, lui accoglie il nostro aceto e ci consegna lo Spirito. ho sete. La sete, bisogno assoluto ancor pi della fame, bisogno di acqua, desiderio di vita. Dio, essendo amore perfettamente amante e amato, desiderio di amare. Il compimento della Scrittura sgorga da questa sua sete. Per s lespressione non una citazione biblica. Molti Salmi parlano della nostra sete di Dio (cf. Sal 42,2-3; 63,2); qui per si tratta della sete di Dio nei nostri confronti, fonte della nostra sete di lui. La parola di Ges, nel contesto, allude al lamento del Giusto sofferente: Quando avevo sete, mi hanno dato aceto (Sal 69,22). Questo Salmo fu gi citato in 2,17 (Mi divora lo zelo per la tua casa = Sal 69,10) e in 15,25 (Mi odiarono senza ragione = Sal 69,5). Questa sete quindi da leggere innanzi tutto alla luce della prima visita al tempio, identificato con il corpo di Ges morto e risorto, divorato dal fuoco di quella casa del Padre che sono i fratelli (2,13-22): sete di dare lo Spirito, che ricorda quando Ges, stanco e seduto sul pozzo, chiede da bere era lora sesta! (4,6; cf. 19,14) e promette alla Samaritana lacqua viva (4,10.14). Questa sete poi da leggere alla luce dellodio gratuito del mondo contro di lui che amore gratuito (cf. 15,18-25).
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La scena richiama anche il grido di Ges al tempio nellultimo giorno, il grande giorno della festa: Chi ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi dacqua viva sgorgheranno dal suo seno (7,37s). Questo fiume di acqua viva lo Spirito che i credenti in lui riceveranno quando sar glorificato (7,39). Ora che ci ha aperto gli occhi sulla Gloria (cf. brano precedente), ci doner lacqua dello Spirito. La sete di Ges non solo fisica, straziante per uno appeso alla croce. la sete di un Dio che tanto ha amato il mondo da dare suo Figlio: desiderio della nostra salvezza. Ges ha sete di donarci ci che ci disseta, desidera offrirci ci che desideriamo: essere come Dio, avere la sua stessa vita. Anche qui Ges, come a Sicar, mentre chiede, offre da bere: dalla Roccia percossa uscir presto lacqua che ravviva luniverso (cf. v. 34). In Samaria non si dice che abbia bevuto lacqua; qui invece beve laceto che gli offerto. Proprio cos mostra il suo amore e compie il disegno del Padre. Se la sua fame saziata da un cibo che i discepoli non conoscono (cf. 4,34), la sua sete si disseta nellamare in modo compiuto chi gratuitamente lo odia. v. 29: un vaso giaceva. lunico punto di Giovanni in cui ricorre il termine vaso. Questo vaso che giace richiama le idrie di pietra delle nozze di Cana (2,6) e quella abbandonata dalla Samaritana al pozzo (4,28). pieno di aceto. Il vino simbolo di amore e vita piena. Laceto vino andato a male. Se a Cana mancava vino, questo vaso pieno daceto. Alla mancanza di amore corrisponde la pienezza di odio. Luomo un vaso sempre pieno o vuoto, di odio o di amore. Questo vaso il calice che il Padre gli ha dato da bere, quello che gli offrono i fratelli (18,11): per lui trabocca di furore e ira, per noi di salvezza (Sal 75,9; 116,13). Nel testo per tre volte si parla di aceto e altrettante di compiere. Il compimento delle Scritture sta nel fatto che lui beve il nostro aceto e ci abbevera del suo Spirito: bevendo il nostro odio e la nostra morte, ci disseta del suo amore e della sua vita. posta una spugna piena di aceto attorno a un issopo . Se il vaso il mondo, pieno di aceto, ciascuno di noi una spugna, a sua volta piena dello stesso aceto. A Ges presentata la pienezza del nostro male. Il gesto di dargli aceto non si dice chi lo compia potrebbe indicare piet. Laceto bevanda dissetante. Tuttavia il contesto, con i termini sete e aceto, richiama il Salmo 69,22, gi citato dallevangelista due volte (2,17; 15,25), a proposito dellamore che divorer il suo corpo, oggetto di odio immotivato. Il gesto quindi significa lofferta di odio e morte a colui che d amore e vita.

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Lissopo una canna in Mc 15,36 allude al sangue dellagnello che toglie il peccato del mondo: lui il vero agnello pasquale, il cui sangue, asperso con issopo, risparmia dalla morte (cf. Es 12,22s). la porsero alla sua bocca. Anche qui non si dice chi la porga. Volutamente, perch siamo tutti e ciascuno. v. 30: quando accolse (= prese ) laceto . Ges accoglie laceto di cui pieno il vaso dellumanit, di cui piena la spugna: beve la nostra vita andata a male. Al suo accogliere corrisponde il suo consegnarsi nel dono dello Spirito. Accogliere non consegnarsi e consegnarsi accogliere? Ges accetta attivamente la morte che gli diamo: per la terza volta si nomina laceto che noi gli porgiamo e che lui accoglie. Il Figlio compie cos tutta la Scrittura: disseta la sua sete infinita di amore accogliendo ogni male dellamato. bene per noi che lui se ne vada in questo modo. Solo cos viene a noi lo Spirito (cf. 16,7). stato compiuto. Il verbo, come nel v. 28a, al perfetto. Indica unazione compiuta nel passato, i cui effetti permangono al presente. Lespressione richiama il racconto della creazione, quando Dio port a compimento il cielo e la terra e ogni sua schiera (cf. Gen 2,1s). Il verbo compiere anche qui al passivo. il passivo divino, proprio di colui che nella sua passione si esprime pienamente come Dio, onnipotenza di amore ricreatore. In Giovanni lultima parola di Ges in croce. un grido di trionfo. Il Figlio ha portato a termine la sua missione: bevendo laceto, ci ha amati sino allestremo. La creazione finalmente compiuta: colui dal quale, nel quale e per il quale tutto stato fatto, ha svuotato luniverso dallodio per colarlo del suo amore, ha bevuto la nostra morte per dissetarci della sua vita. chinato il capo. Ges china il capo sulla madre e sul discepolo, sulle donne e sui soldati, su Gerusalemme e sul mondo intero. La croce, innalzamento del Figlio delluomo alla gloria di Figlio di Dio, il chinarsi di Dio su ogni figlio di uomo. consegn lo Spirito. Ges non muore: ci consegna lo Spirito, la sua stessa vita. Lamore, pi forte della morte, non finisce, ma si compie nel dono totale di s. lanticipo della Pentecoste, che in Giovanni sar la sera di Pasqua, quando i discepoli accoglieranno lo Spirito (20,22), che qui viene consegnato. Consegnare la stessa parola usata per Giuda e per i nemici che consegnano Ges a morte. Tra il consegnare e il ricevere passa del tempo: il tempo della storia, affidata alla nostra libert. Consegnare (in greco paradidnai) indica anche tradire e trasmettere. Al nostro consegnarlo a morte corrisponde il suo consegnarci la vita. Nel nostro tradirlo con odio, lui tradisce il suo amore assoluto. Di questa tradizione noi viviamo e facciamo memoria giorno dopo giorno. La nostra risposta alla sue sete porgergli aceto; la sua risposta accogliere il nostro aceto e consegnarci lo Spirito. lo Spirito creatore del principio, che alla fine rinnova tutte le cose
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(Ap 21,5), quello del Messia promesso (Is 11,1ss; cf. Is 61,1ss; Lc 4,18s), che soffia dallalto e ravviva in basso le ossa aride di Adamo, di ogni adamo (cf. Ez 37,1ss). lo Spirito che ci dona il cuore nuovo: ci toglie il cuore di pietra e ci d un cuore di carne, capace di amare e abitare la terra (cf. Ez 36,26ss). il sigillo della nuova alleanza, dove tutti, dal pi piccolo al pi grande, conosciamo chi il Signore (Ger 31,31.34). il dono dei doni: lo Spirito che grida in noi: Abb (Gal 4,4-7; Rm 8,14-17) e ci trasforma, di gloria in gloria, nel Figlio (cf. 2Cor 3,17s). Per Giovanni lo Spirito che ci genera dallalto (3,1ss), sorgente dacqua zampillante per la vita eterna (4,14), fiume di acqua che ci sgorga dallintimo (7,37ss), Spirito di verit che ci fa liberi, figli del Padre (8,32). Egli rimane per sempre con noi, anzi in noi (14,15-17): ci insegna ogni cosa, ci fa ricordare tutto ci che Ges ha detto (14,26), ci rende testimonianza che lui il Figlio e ci rende capaci di testimoniarlo (15,26s). lo Spirito che giudica il mondo (16,7-11), lamore che ci guider nella verit tutta intera e glorificher in noi il Figlio (16,12-15), facendoci figli. lo Spirito che il Risorto alita sui discepoli, supplicandoli: Accogliete lo Spirito (20,22). Proprio cos compiuta la missione del Figlio verso i fratelli. lora della Gloria, prefigurata nel principio dei segni: donata lalleanza nuova, il vino bello, lamore perfetto dello Sposo. Sono le nozze tra Dio e uomo: nella carne di Ges, Figlio di Dio e Figlio delluomo, luomo ama pienamente Dio come da lui amato. 3. Pregare il testo

Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginandomi ai piedi della croce. Chiedo ci che voglio: il dono dello Spirito. Traendone frutto, contemplo e ascolto ci che Ges fa e dice. Da notare:

Ges sa che tutto compiuto ha sete di comunicare a noi ci che compiuto in lui il vaso pieno daceto e la spugna piena daceto gli porgono laceto Ges prende laceto compiuto Ges china il capo consegna lo Spirito.
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4.

Testi utili

Sal 69; 42; 63; Is 11,1ss; 55,1ss; Ger 31,31-34; Ez 36,26ss; 37,1-14; Gv 4,1ss; 7,37-39; 14,1226; 15,26-27; 16,7-15; Gal 4,6s; Rm 8,1-17.

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52. GUARDERANNO VERSO COLUI CHE TRAFISSERO 19,31-37

19,31

Allora i giudei, poich era la preparazione (della Pasqua), affinch non rimanessero sulla croce i corpi nel sabato era infatti grande il giorno di quel sabato chiesero a Pilato che spezzassero loro le gambe e fossero levati.

32

Allora vennero i soldati e al primo spezzarono le gambe e allaltro crocifisso con lui.

33

Ora, venuti da Ges, come lo videro gi morto, non spezzarono le sue gambe,

34

ma uno dei soldati, con la lancia, for il suo fianco e usc subito sangue e acqua.

35

E chi ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza veritiera e quegli sa che dice cose vere affinch anche voi crediate.

36

Avvennero infatti queste cose affinch si adempisse la Scrittura: Osso di lui non sar rotto.

37

E ancora unaltra Scrittura dice: Guarderanno verso colui che trafissero.

1.

Messaggio nel contesto Guarderanno verso colui che trafissero. Con queste parole il testimone dellamore ci fa

volgere gli occhi al Crocifisso. Qui il suo Vangelo puntava fin dallinizio: Come Mos innalz il
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serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo, affinch chiunque crede in lui abbia vita eterna (3,14s). Dopo la morte, si dice, non succede pi nulla. Finita la vita, si torna, per mani altrui, alla madre terra. Ma Ges non morto; proprio dopo il suo innalzamento accade ci che fu promesso: il suo andarsene al Padre per lui il compimento e per noi linizio di tutto. Dopo lo spirare di Ges, nei tre sinottici c lo squarciarsi del velo del santuario (cf. Mc 15,38; Mt 27,51a), che Luca mette prima (Lc 23,45), e il riconoscimento di Ges come Figlio di Dio (Mc 15,39b; Mt 27,54), il Giusto (Lc 23,47). Matteo 27,51b-54 parla anche di terremoto e risurrezione di giusti, mentre Luca 23,48 nota la conversione delle folle che assistono allo spettacolo (theora) della croce. Ges, innalzato da terra, espelle il capo di questo mondo e diventa centro di attrazione per tutti (cf. 12,32): dopo il ritorno del Figlio al Padre, inizia, dietro di lui, quello dei fratelli. Giovanni pone come fonte di questo cammino la contemplazione del Trafitto. Il Figlio delluomo squarciato dalla lancia lapertura del cielo su ogni figlio duomo (cf. 1,51). Attraverso la fessura del suo fianco esce lacqua che ci disseta e noi entriamo nel mistero di Dio. Noi cerchiamo segni e prodigi. Il Vangelo ci presenta invece il prodigio di un Dio che ama cos. Il colpo di lancia non serve ad accertare la morte di Ges, gi constatata a vista. Produce invece la ferita dalla quale scrutiamo labisso di amore da cui veniamo, il sangue da cui nasciamo e lacqua di cui viviamo. Questa scena sviluppa la precedente, dove Ges ci consegna lo Spirito, e forma un dittico con la seguente, dove il suo corpo, come chicco di grano deposto sotto terra, produce molto frutto (12,24). I pagani, insieme ai giudei che hanno loro consegnato Ges (18,28), sono visti come esecutori del disegno di Dio (cf. At 4,27s; Ap 17,17). Gi lo hanno proclamato re (cf. 18,33-19,16) e intronizzato sulla croce (19,17-22), si sono spartiti le sue vesti e sorteggiata la tunica (19,23-24). Ora lo trattano, senza saperlo, da agnello pasquale, al quale osso non sar rotto (cf. v. 36; Es 12,46; Sal 34,21), e ne fanno il misterioso Trafitto, dal quale si riversa uno Spirito di grazia e di consolazione su quanti lo contemplano (v. 37; cf. Zc 12,10). Da lui infatti scaturisce per Gerusalemme una sorgente zampillante, che lava peccato e impurit (Zc 13,1). Allora il Signore dir del suo popolo: Questo il mio popolo; e questo dir finalmente: Il Signore il nostro Dio (Zc 13,9b). In quel giorno non vi sar n luce, n freddo, n gelo: sar un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sar n giorno n notte; verso sera risplender la luce. In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale e parte verso il Mediterraneo, sempre, estate e inverno. Il Signore sar re di tutta la terra e ci sar il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zc 14,6-9).
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Il corpo di Ges, Figlio delluomo e Figlio di Dio, il vero santuario (2,21). Il suo fianco trafitto il lato del tempio da cui fluisce il grande fiume che risana e fa rivivere terra e mare, producendo alberi che fruttificano dodici mesi lanno. I loro frutti sono cibo a ogni fame, le loro foglie medicina a ogni male (cf. Ez 47,1-12; cf. Ap 22,2). Lapertura del fianco del Crocifisso corrisponde allo squarciarsi del velo del santuario ricordato negli altri Vangeli: abolendo ogni separazione, stabilisce comunione tra Dio e uomo. La lancia del soldato apre la porta del grande passaggio, dal quale Dio esce verso luomo e luomo entra in Dio. Inizia la Pasqua definitiva e la nuova alleanza, la nuova creazione e leffusione dello Spirito. Ci che in Ges compiuto, inaugura il nostro futuro. Dal Figlio infatti viene lacqua viva per i fratelli. Da quellora essi continueranno nel mondo la sua stessa missione, in cammino verso lora, che deve compiersi in tutti, come in lui e grazie a lui. Il racconto inizia con la richiesta a Pilato di far rompere le gambe ai crocifissi, perch non restino esposti il giorno grande di quel sabato. I soldati spezzano le gambe ai due con Ges (vv. 3132). Ma non a lui, perch gi morto. Un soldato per gli trafigge il fianco, dal quale esce sangue e acqua (vv. 33-34). Ci di somma importanza per lautore: il centro del racconto, tre volte testimoniato da chi ha visto, perch i lettori credano in Ges ( v. 35). In genere nel Vangelo si vede un segno e si testimonia il suo significato (cf. 2,11). Giovanni il battezzatore, per esempio, vede lo Spirito scendere come colomba su Ges e testimonia che lui Figlio di Dio (cf. 1,33s). Qui invece levangelista testimonia direttamente ai lettori, chiamati voi, il fatto stesso del sangue e dellacqua: non si tratta di un segno, ma della realt di cui tutto segno. Le gambe non spezzate e il fianco colpito sono invece letti come segni di adempimento della Scrittura: Ges lagnello pasquale, del quale non bisogna rompere le ossa ( v. 36), e il Trafitto, del quale parla il profeta Zaccaria (v. 37). Del sangue e dellacqua, pur dando triplice testimonianza, levangelista non offre spiegazione alcuna. A questo punto del racconto ritiene che il lettore capisca. Come vedremo nella lettura del testo, il sangue che esce da Ges simbolo di tutta la sua esistenza di Figlio profusa in favore dei fratelli; lacqua la fonte viva che scaturisce dalla sua vita offerta per noi. Nella scena precedente il Crocifisso aveva sete di darci il suo Spirito. Ora, dal pozzo del suo cuore trafitto, zampillano il sangue e lacqua che aveva sete di donarci. Si parla prima di sangue, poi di acqua. Lacqua dello Spirito viene infatti dal sangue della sua morte come dono della vita: Per mezzo del sangue noi abbiamo lacqua dello Spirito (Ippolito). Dallacqua che viene dal sangue, dallo Spirito che viene dalla carne offerta per noi, nasce la Chiesa. Essa generata dallalto (cf. 3,3). Non da volont di uomo, n da carne, n da sangue
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(1,13), ma dallamore di Dio nella carne del Figlio che, versando il sangue, d il suo Spirito. Cos anche noi possiamo continuare la sua opera: vivere lamore del Padre verso i fratelli. Ges, dando la vita, ci d la vita. Il suo andarsene al Padre realizza per noi il sabato, la Pasqua e la Pentecoste: compie la creazione e la liberazione, nel dono dello Spirito. Lapertura del suo corpo e luscita di sangue e acqua una scena di nascita: da lui generata lumanit nuova. La Chiesa, contemplando la ferita damore dello Sposo, nasce come sposa del suo Signore e madre dei viventi. 2. Lettera del testo v. 31: Allora i giudei, poich era preparazione (della Pasqua) (cf. v. 42). Siamo alla vigilia, alla preparazione della Pasqua, quando immolato lagnello. affinch non rimanessero sulla croce i corpi nel sabato. Non si pu lasciare esposto il condannato a morte, poich maledizione di Dio e contamina la terra: Maledetto colui che pende dal legno (Gal 3,13; cf. Dt 21,22s). Levangelista per non accenna a questo motivo. Sottolinea invece laspetto del sabato, compimento della creazione, e di quel sabato particolare che anche Pasqua, compimento della liberazione. Infatti parler dellAgnello e del Trafitto. Lespressione sulla croce i corpi indica, con potenza, la solidariet del Signore con ogni carne. In croce si compie lincarnazione del Verbo: Ges corpo, assimilato a quello degli altri crocifissi con lui. Ma questo corpo distrutto carne del Verbo, vero santuario (2,21), dimora di Dio tra noi (cf. 1,14). era infatti grande il giorno di quel sabato . Per Giovanni la Pasqua di Ges cade in giorno di sabato: creazione e liberazione coincidono. Con la sua croce il Signore ha portato a compimento tutto e si riposa dalla sua fatica. Lespressione richiama 7,37, quando nellultimo giorno, quello grande della festa (di Pentecoste), Ges, ritto nel tempio, grida: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come disse la Scrittura, fiumi di acqua vivente fluiranno dal suo seno (7,37-38). Nel Crocifisso c una sovrimpressione tra sabato, Pasqua e Pentecoste: creazione, liberazione e dono dello Spirito si realizzano nella rivelazione dellamore estremo, nel dono dellacqua che viene dal sangue. chiesero a Pilato che spezzassero loro le gambe e fossero levati . Rompere la gambe a un crocifisso significa farlo morire subito: non potendo pi sollevarsi, muore asfissiato. Finisce la tortura di vivere, viene il riposo della morte. Lintenzione farli morire e toglierli prima del tramonto. Per i capi lo spettacolo osceno deve concludersi prima della festa. Ma c un corpo che non contamina la terra. Al contrario ne lava ogni abominio, penetrando fin dentro i suoi abissi.
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v. 32: allora vennero i soldati e al primo spezzarono le gambe e allaltro crocifisso con lui. I soldati spezzano le gambe alluno e allaltro dei crocifissi con lui. Prima erano accanto a lui (v. 18). Ora che lui andato a preparare loro un posto, li pu accogliere presso di s, perch siano anche loro dove lui (cf. 14,3): con lui, presso il Padre. Sono ancora vivi. Entreranno nel regno del Padre dopo che il fianco aperto del Figlio ne avr dischiuso laccesso. v. 33: venuti da Ges, come lo videro gi morto . lunica volta in cui si dice che Ges morto. Lannotazione sottolinea, per contrasto, la fecondit del chicco di grano che, se muore, non resta solo (12,24). Essere morto la condizione necessaria per risorgere. A Ges per nessuno pu togliere la vita. Il Figlio, vita di quanto esiste (1,3b-4), ha in se stesso la vita, come il Padre che gliela d (5,26): lui ha potere di darla come lha ricevuta e di riceverla di nuovo come lha data (10,17s). non spezzarono le sue gambe. inutile rompergli le gambe: ha gi esalato lo Spirito. Il non fatto, molto significativo, verr spiegato come compimento della Scrittura (cf. v. 36). v. 34: uno dei soldati, con la lancia, for il suo fianco. Nel racconto il colpo di lancia non accertamento di morte, gi constata (cf. v. 33), ma accanimento e odio gratuito. Per levangelista ha un valore teologico che compendia, in unicona, il senso della vita e della morte di Ges: come alla sua sete offrirono aceto e lui ne bevve per dare lo Spirito, ora, alla trafittura della lancia pi pungente dellaceto, risponde dando sangue e acqua. Allodio mortale risponde con lamore che, dando la vita, offre vita. usc subito sangue e acqua. Il Figlio usc dal Padre perch da lui uscisse per noi sangue e acqua. Lavverbio subito fa vedere che quel sangue e quellacqua premevano per uscire: il Figlio, fin da prima della fondazione del mondo (cf. 17,24), vuol comunicarci lamore del quale il Padre ama noi come lui (17,23). Come da una sorgente profonda, sgorga il suo dono. leffetto, su quel corpo, del colpo di lancia. Mentre levangelista commenta la non rottura delle ossa e la trafittura del fianco, non commenta il sangue e lacqua. Ne fa per oggetto della testimonianza solenne che subito segue. In questo sangue e in questacqua racchiuso il mistero del Vangelo di Giovanni. Il sangue, vita quando sta nel corpo, quando versato diventa segno di morte. Questo sangue effuso evidenzia che la vita del Figlio tutta offerta ai fratelli, fino al dono di s sulla croce. Cos Ges si realizza pienamente come il Figlio, uguale al Padre, principio di ogni dono. In questo sangue venuta lora in cui tutto compiuto: il Figlio ha amato i fratelli oltre ogni limite, oltre la morte. Dal suo sangue, dalla sua vita donata a noi, nasce la nostra risposta di amore: riceviamo lo Spirito, simboleggiato dallacqua che irriga la terra, quella terra arida che luomo. Ges aveva sete di darci questacqua (v. 28), che ci consegna con la sua morte (v. 30). Erompe dal suo fianco la
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fonte zampillante promessa alla Samaritana (4,14), il compimento di ci che aveva gridato, nel tempio, lultimo giorno della festa (7,37s). Ges il nuovo santuario, dal cui fianco fluisce il grande fiume dello Spirito (Ez 47,1s; cf. Zc 14,8; Is 44,3), la piscina di Siloe, la cui acqua ci lava dalla cecit e ci fa vivere alla luce (cf. 9,7). Sangue ed acqua, oltre a richiamare la Pasqua e la Pentecoste, la salvezza e il perdono, lalleanza nuova e il dono dello Spirito, sono anche simbolo di nascita. Nasciamo dallalto (cf. 3,1ss), da acqua e Spirito (3,5) generati dallamore di un Dio crocifisso. Bisogna che il Figlio delluomo sia innalzato: chi volge lo sguardo a lui, guarito dal veleno del serpente e ha vita eterna (3,14). Come dal fianco di Adamo addormentato viene Eva, cos dal fianco del Signore addormentato esce la sposa. Lumanit nuova, che risponde allamore con lamore, nasce dalla ferita damore di un Dio trafitto. Luomo esiste come uomo e sa amare solo quando si sa amato cos: allora diventa laltra parte di Dio, suo interlocutore. Veramente questo sangue e questacqua contengono ogni mistero di Dio e delluomo. Dalla roccia, percossa da Mos, il Signore diede al suo popolo da bere come dal grande abisso (Sal 78,15s; cf. Es 17,1-7); la vera Roccia, colpita da un pagano, dona a noi tutti lacqua che disseta la sete sua e nostra, la sua di amore amante allestremo e la nostra di essere amati senza condizioni. Infatti acqua che viene dal sangue, vita che sgorga da una vita donata a chi gliela toglie. v. 35: chi ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza veritiera e quegli sa che dice cose vere. cos importante ci che ha visto uscire dal Trafitto, che levangelista lo testimonia per tre volte. Si completa qui la testimonianza, iniziata dal Battista, su Ges, il Figlio di Dio (1,34) che ci battezzer nello Spirito Santo (1,32s). Non si dice chi ha visto. Ovviamente il discepolo amato (19,26; cf. 21,24). Solo lamore vede. Il suo racconto vuole portare anche noi a vedere questo sangue da cui viene lacqua dello Spirito. affinch anche voi crediate. la prima volta che ricorre il voi dei lettori, destinatari della testimonianza (cf. 20,31). Anche sui nostri occhi cade il sangue e lacqua del Trafitto, che ci guarisce dalla nostra cecit. Per questo, secondo i Sinottici, il centurione che sta davanti a lui sar il primo che viene alla luce della Gloria: vede nel Crocifisso il Figlio di Dio (cf. Mc 15,39p). Dopo il racconto della morte di Ges, anche il voi dei lettori chiamato a far parte del noi di quelli che dicono: Noi abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi (1Gv 4,16). Questo noi abbraccia quanti hanno visto, di persona o attraverso la testimonianza del Vangelo, la sua gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e verit (cf. 1,14b). Sono coloro che nella sua carne hanno visto la Parola che ha posto la tenda in mezzo a noi (1,14a). Il discepolo prediletto il prototipo di questi noi, che propone al voi dei lettori la propria esperienza: Ci che era fin da principio, ci che noi abbiamo udito, ci che noi abbiamo veduto con i nostri occhi,
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ci che noi abbiamo contemplato e ci che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poich la vita si fatta visibile, noi labbiamo veduta e di ci rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perch anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione col Padre e col Figlio suo Ges Cristo. Queste cose vi scriviamo perch la vostra gioia sia perfetta (1Gv 1,1-4). Ci che levangelista ha scritto perch (voi) crediate che Ges il Cristo, il Figlio di Dio perch, credendo, abbiate vita nel suo nome (20,31). Per il dono di questo sangue e di questa acqua, levangelista uomo nuovo, primo fratello del Figlio, inviato a testimoniare agli altri il suo stesso amore. Il dono dello Spirito, appena ricevuto, gli testimonia chi Ges e lo rende capace di testimoniarlo (cf. 15,26-27). Attraverso il foro della lancia vede sprigionarsi sul mondo la Gloria che gi aveva intuita quando poggiava il capo sul suo petto. v. 36: avvennero infatti queste cose affinch si adempisse la Scrittura . Levangelista spiega, con una citazione biblica, perch non gli abbiano rotto le gambe. Scrittura, al singolare, significa normalmente un passo della Bibbia. osso di lui non sar rotto (Es 12,46; Sal 34,21). Giovanni ricorda continuamente la Pasqua giudaica (2,13.23; 6,4; 11,55; 12,1; 18,28.39; 19,14). Fa da sottofondo alla vita e alla morte di Ges, indicato fin dal principio come lagnello di Dio che leva il peccato del mondo (1,29.36). Il suo veramente il sangue della vittima che salva il popolo dallo sterminio (cf. Es 12,13) e libera il mondo dalla schiavit del peccato. Senza saperlo, i soldati hanno rispettato la prescrizione di non spezzare le ossa allagnello pasquale (cf. Es 12,46; cf. Nm 9,12). La citazione pu alludere anche al Salmo 34, dove il giusto sofferente loda Dio, proclamando fiducia nella sua liberazione. In questo Salmo si dice: (Il Signore) preserva tutte le sue ossa, neppure uno sar spezzato (Sal 34,21). la certezza che Dio preserva il giusto e gli garantisce vittoria. Levangelista pu alludere ad ambedue i testi. v. 37: e ancora unaltra Scrittura dice: Guarderanno verso colui che trafissero. La citazione, presa da Zc 12,10b, evoca la sorte del re Giosia, che aveva rinnovato il culto e la celebrazione della Pasqua (2Cr 35,1ss; 2Re 23,21-30). Di lui scritto: Prima di lui non era esistito un re che come lui si fosse convertito al Signore con tutto il cuore e con tutta lanima e con tutta la forza, secondo tutta la legge di Mos; dopo di lui non ne sorse un altro simile (2Re 23,25). Eppure, nonostante la sua giustizia, Dio lo lasci perire: trafitto da arcieri egiziani a Meghiddo, fu portato a morire a Gerusalemme (2Cr 35,23-25). Luccisione di questo re il punto pi inquietante della storia di Israele, come di ogni storia: la sconfitta del giusto, vittoria del male sul bene. Pensando a lui, Zaccaria parla della contemplazione di un trafitto da cui si effonder uno spirito di grazia e di
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consolazione su tutti (Zc 12,10a). ci che avviene in quel giorno, in cui una sorgente zampillante purificher il popolo (Zc 13,1) e sgorgheranno da Gerusalemme acque vive ed eterne. Allora il Signore sar re di tutta la terra (Zc 14,8s). La salvezza del re trafitto universale, come la sua regalit: E ognuno lo vedr; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto (Ap 1,7). Questo trafitto chiamato figlio unico, primogenito (Zc 12,10c). In quanto trafitto, lunico diventa primogenito tra molti fratelli (cf. Rm 8,29): sono quelli che lo guardano innalzato e accolgono la testimonianza del suo amore, lasciandosi generare dal suo Spirito. Fine del Vangelo di Giovanni portarci davanti al Trafitto, per scrutare attraverso la fessura della lancia. Locchio, e il cuore, del lettore tutto verso questa ferita da cui zampilla sangue e acqua. Chi la guarda, diventa raggiante (cf. Sal 34,6). Chiunque, anche il vecchio Nicodemo, pu entrare in essa e trovare la propria dimora. Da qui anche lui, come il discepolo amato, ha accesso dal grembo al cuore di Dio e viene alla luce della sua vita: nasce dallalto e vede il Regno (cf. 3,3). Chi contempla il Trafitto, comprende lamore estremo; si sente compungere il cuore e chiede: Che fare? (cf. At 2,37). La sua vita diventa ormai risposta a ci che ha visto. In un quadro, che raffigura il paradiso con tutta la sua gloria, appare in basso un certosino che fissa lo sguardo su un crocifisso, senza guardare altro. lunico modo possibile di vedere e gustare (cf. Sal 34,9) ci che occhio umano mai non vide (1Cor 2,9). Dal pozzo di Giacobbe bevvero i nostri padri e i loro armenti (cf. 4,12); da questa fenditura della Roccia luniverso intero attinge la vita del Figlio. Basta accostare ad essa la bocca: O voi assetati, venite allacqua (Is 55,1). linvito della Sapienza, della Parola fatta carne, che non torna senza aver compiuto ci per cui fu mandata (Is 55,11). 3. Pregare il testo

A Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b c d Mi raccolgo immaginandomi ai piedi della croce. Chiedo ci che voglio: guardare verso colui che ho trafitto. Traendone frutto, contemplo ci che avviene dopo la morte di Ges.

Da notare:

era la parasceve, preparazione della Pasqua era sabato ed era grande il giorno di quel sabato la richiesta di spezzare le gambe e togliere i corpi dalla croce spezzarono le gambe ai due crocifissi con lui
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Ges gi morto un soldato gli fora il fianco con la lancia subito uscirono sangue e acqua chi ha visto ha testimoniato, perch anche noi crediamo osso di lui non sar rotto guarderanno verso colui che trafissero. Testi utili:

4. 39.

Sal 34; Es 12,1-14.46; 2Cr 35,23-25; Zc 12,1ss; 13,1ss, Ez 36,23-36; 47,1ss; Gv 3,1-17; 4,1ss; 7,37-

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53. IL CORPO DI GES 19,38-42 19,38 Ora, dopo queste cose, Giuseppe, [quello] dArimatea, che era discepolo di Ges, ma nascosto per la paura dei giudei, chiese a Pilato di levare il corpo di Ges. E permise Pilato. Venne dunque e lev il suo corpo. 39 Ora venne anche Nicodemo, colui che prima era venuto da lui di notte, portando una mistura di mirra e aloe, circa cento libbre. 40 Accolsero (= presero) dunque il corpo di Ges e lo legarono in lini, con gli aromi, come per i giudei uso seppellire. 41 Cera nel luogo dove fu crocifisso un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo nel quale ancora nessuno era stato posto. 42 L dunque, a causa della preparazione (della Pasqua) dei giudei, poich era vicino il sepolcro, posero Ges. 1. Messaggio nel contesto Il corpo di Ges, santuario non fatto da mano di uomo, lofferta che Dio fa di s agli uomini: il Verbo diventato carne, sua tenda tra noi (1,14). Da noi distrutto, risorger in tre giorni
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(2,19-22). Infatti colui che ha offerto la vita ha potere di darla e riceverla di nuovo (cf. 10,17s). Anche qui, come al solito, nel Vangelo di Giovanni ogni parola una finestra aperta su tutto il Vangelo. Ora che siamo nel finale, possibile rilevarlo: nel corpo di Ges, carne del Verbo, contenuta tutta la narrazione di Dio Questa scena forma un dittico con la precedente, quasi un contrappunto tra ci che i nemici e gli amici fanno al corpo di Ges. I nemici lhanno messo in croce, abbeverato di aceto e trafitto; in risposta dona loro vesti e Spirito, sangue e acqua. Oltre la madre, cosa offrir agli amici che lo levano, accolgono e depongono avvolto di lini e profumi? I vv. 31-42 costituiscono ununica sequenza incorniciata dallespressione preparazione della Pasqua (vv. 31.42). Ci che avviene al corpo dellAgnello tra la sua morte e la sua risurrezione preparazione al cammino pasquale, allEsodo definitivo: il Signore della vita e dellamore entra negli inferi e affronta le tenebre della morte, stipendio del peccato (cf. Rm 6,23). Come il santuario di Dio figura del corpo del Figlio, cos la Pasqua antica prefigura quella nuova. Il suo corpo, dato per noi, la nuova Pasqua. In essa avviene la nostra liberazione e inizia il riposo del Signore. Infatti anche sabato quel giorno (cf. v. 31). Lora del compimento venuta. La carne del Verbo, riposando nel grembo della terra, la lievita della sua vita e d inizio al mondo nuovo. Leredit del Figlio deve essere accolta da tutti i fratelli, come dal discepolo amato. Nel frattempo preparazione della Pasqua. Il dono di Dio gi perfetto. Ma per noi ancora nascosto, come il seme sotto terra. Questa terra ormai ciascuno di noi, che prende e mangia il suo corpo dato per noi. Il tempo che ci dato di vivere, ormai preparazione della Pasqua, nostra e di tutto il creato. La creazione intera geme nelle doglie del parto, in attesa della rivelazione dei figli di Dio. Essa infatti nutre la speranza di essere, lei pure, liberata dalla schiavit della corruzione per entrare nella libert della gloria dei figli di Dio (cf. Rm 8,20s). Quando e come finir questo tempo di preparazione? Quando il pianto della semina si muter in riso di giubilo (Sal 126), il nostro lamento in danza e la veste di sacco in abito di gioia (Sal 30,12)? La preparazione finir quando, guardando il Trafitto, accoglieremo il suo corpo, per avere lacqua dello Spirito. Allora inizier per noi lesultanza pasquale: con il discepolo amato vedremo e crederemo (20,8), con la Maddalena sentiremo dalla sua bocca il nostro nome e lo abbracceremo (20,16s), con i discepoli gioiremo al vedere le sue ferite e riceveremo il suo Spirito, che ci far risorgere con lui, risorto e vivo in mezzo a noi (20,20-23). Allora anche noi, con lincredulo Tommaso, metteremo il dito nel buco dei chiodi e getteremo la mano nel foro della lancia, per toccare lumanit di Dio e confessare: Il mio Signore e il mio Dio! (20,26ss).
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Tutto il Vangelo parla del corpo di Ges: racconta ci che ha fatto, fino a ci che si fatto per noi in ci che noi abbiamo fatto a lui. Quel corpo, sedimentazione di tutta la sua esistenza, porta il sigillo dellamore compiuto, visibile nelle mani e nel fianco. A questo punto Ges realizza il discorso fatto a Cafarnao, dopo aver sfamato le folle: il pane di vita, vera manna dal cielo, la sua carne data per la vita del mondo (6,48-51). Chi ne mangia, dimora nel Figlio come il Figlio in lui, vivendo di lui come lui del Padre (6,56s). La preparazione della Pasqua il tempo della contemplazione del Trafitto, che ci fa entrare nel mistero del Figlio delluomo innalzato, gloria di Dio e vita nostra. In compagnia di Giuseppe dArimatea e Nicodemo, con venerazione togliamo dalla croce quel corpo da cui usc sangue e acqua; lo avvolgiamo in panni di lino e in profumi, per deporlo dentro la terra del giardino. E il giardino del Signore Adamo, luomo, terra dalla quale germogliato il Figlio delluomo. Suo sepolcro il nostro cuore, sarco-fago (= mangia-carne) che mastica la sua carne e beve il suo sangue, per rifiorire della sua vita. In questo sepolcro il Signore vive il Sabato santo, Pasqua dellAgnello. La nostra storia ormai tutta un Sabato santo in cui il Signore, deposto in noi, illumina i nostri abissi e ci fa venire alla luce del suo amore. Il racconto della passione puntava a farci volgere lo sguardo verso il Trafitto. E chi lo contempla per primo, se non chi lo trafigge? Non solo uno dei soldati, ma chiunque si identifica con lui: chiunque, contemplando il suo amore, si sente trafiggere il cuore (At 2,37). Chi lo guarda, diventa come Giuseppe e Nicodemo: prende quel corpo da cui scaturisce la vita e lo Spirito. Prendete e mangiatene tutti, questo il mio corpo, offerto per voi. Prendete e bevetene tutti, questo il mio sangue versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati. Se uno mangia questo corpo e beve questo sangue, ha vita eterna (cf. 6,51-58): dal suo grembo zampilla il fiume dacqua viva (7,37; 4,14) che rinnova luniverso (Ez 47,1-12). importante guardare il corpo di Ges, in vita, in morte e dopo morte: il dono di Dio per noi. Contemplandolo, accogliamo in noi lo Sposo che dorme, in attesa che il nostro cuore si svegli al suo amore. Ormai il nostro risveglio a lui anche il suo in noi. Chi guarda il Trafitto attirato da lui: preso da lui, lo prende con s. Giuseppe, discepolo nascosto e pauroso, osa andare da Pilato per levarlo dalla croce. Nicodemo, simpatizzante notturno, accorre carico di aromi. Sono i primi due, presi da questo corpo, che lo prendono. Cos preparano la Pasqua, sua e loro. Il corpo dellagnello pasquale va mangiato nella notte (Es 12,8): il cibo dellEsodo, per camminare verso la libert. Come la croce del Figlio delluomo la sua esaltazione, anche il suo essere messo sotto terra profuma di misteriosa vittoria. Lora del Figlio delluomo sotto il segno della Gloria, che, da quellora, passa a ogni fratello.

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Luomo, fatto di polvere, in polvere torna (cf. Gen 3,19). Anche Ges, come tutti, muore ed entra nel sepolcro. Ma il Figlio delluomo Figlio di Dio: con lui la fonte della vita entra nelle profondit della terra. Scendendo negli inferi, abbevera i morti e fa germogliare il giardino. In greco le parole corpo e segno suonano rispettivamente sma e sma. Sma innanzi tutto significa tumulo. Questo il primo segno, inventato dalluomo per indicare la presenza di un altro corpo che lha preceduto nel cammino. Sma e sma si richiamano. Infatti il nostro corpo, nella sua unicit e limite cosciente, il segno originario: rimanda ad altro, allAltro. Il corpo di Ges il segno perfetto del Dio amore. La carne del Figlio crocifisso ci ha esposto il Padre, riversando dallalto la Gloria. Ora posto nel sepolcro. Sepolcro in greco si dice mnemeon, monumento, che ha la stessa radice di memoria e di morte. Anche se rimossa, la sepoltura il fatto umano pi significativo: ci rende umani (= humandi, da seppellire), compresi della nostra solidariet comune con la terra. Ora per, nel luogo della memoria di morte, dorme il Signore della vita, colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi (cf. Gal 2,20). Per questo ora possiamo condurre unesistenza affrancata dalla paura della morte e dallegoismo che ne consegue, libera di gioire di tutto e amare tutti. L dove ogni uomo, da ogni parte, arriva e incontra gli altri, gi convenuti in attesa di chi ancora non giunto, ora c il Verbo creatore. Diventato carne, entra nelle oscurit della terra e si unisce a ogni carne. Giovanni, oltre a connettere la sepoltura con la trafittura, ne descrive il modo regale con cui si svolge. il sonno del re vittorioso, dello Sposo nel suo letto. Il suo essere messo sotto terra, come il suo essere elevato da terra, non la fine di tutto, ma il compimento del dono di s. Finalmente Giuseppe e Nicodemo rispondono al suo amore e gli preparano la stanza nuziale. La quantit sovrabbondante del profumo come fu sovrabbondante il vino a Cana e il pane sul monte , i lenzuoli di lino, il sepolcro nuovo: tutto preparazione al mattino dellottavo giorno. Il profumo rimanda alla scena sponsale di Betania, che anticipava la sua sepoltura (cf. 12,7). Se la tomba di Lazzaro mandava cattivo odore, tutta la casa di Betania fu riempita di profumo (12,3). Ora il sepolcro stesso, casa di ogni uomo, pieno di profumo. La morte di Ges in verit leffusione del Dio amore: profumo effuso il suo Nome (Ct 1,3). Il suo corpo profuma di vita persino la morte: Dio tutto in tutti (1Cor 15,28). Grande il mistero del Sabato santo: lamore, pi forte della morte (cf. Ct 8,6), raggiunge linferno e porta salvezza a tutta la storia, passata, presente e futura (cf. 1Pt 3,18-22), colmando di luce ogni memoria di morte. levangelizzazione del nostro inconscio. Noi conosciamo tre tempi, che caratterizzano il nostro vivere: del dolore, dell'attesa e della gioia. Conosciamo loscurit del Venerd santo e la luce del mattino di Pasqua; in mezzo c il
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Sabato santo, tempo di preparazione. In esso Dio ci d come segno la sua stessa realt: il corpo del Figlio delluomo. In Giovanni la sepoltura vista come preparazione allincontro. il poco tempo in cui non vediamo il Signore (cf. 16,16ss). Lo cerchiamo e non lo troviamo, perch lui venuto a cercarci l dove noi siamo e non vogliamo essere. per noi un momento di afflizione, come per la donna prima di partorire. Ma sono doglie che fanno venire al mondo luomo nuovo. Allora ci rallegreremo e nessuno ci potr togliere la nostra gioia (cf. 16,20-23): sar per noi, come per Maria Maddalena, labbraccio con lo Sposo. E sar mattino di Pasqua, il primo dei sabati (cf. 20,1ss), ottavo giorno senza fine. Anche il racconto della deposizione, secondo il modo di procedere di Giovanni che solo alla fine si coglie pienamente, tutto un gioco di rimandi a specchio. Come gi detto, ogni parola diventa una finestra aperta su tutto il Vangelo, anzi sullinfinito. Ges il suo corpo dato per noi: in esso conosciamo e accogliamo Dio, amore estremo per luomo. La Chiesa rappresentata da Giuseppe e Nicodemo, che accolgono questo corpo e lo custodiscono con amore. Da lui germiner la vita. Lettura del testo v. 38: Ora, dopo queste cose. Lespressione, usata anche in 3,22; 5,1.14; 6,1; 7,1; 13,7; 21,1, congiunge la sepoltura con la scena precedente: lazione di Giuseppe e Nicodemo scaturisce dalla contemplazione del Trafitto. Lamore, dimostrato da Ges, fa breccia in loro: sono i primi due che accolgono il suo corpo dato per noi. Giuseppe [quello] dArimatea. nominato solo qui in Giovanni. noto dagli altri Vangeli come uomo ricco e discepolo di Ges (Mt 27,57), nobile consigliere che attende il regno di Dio (Mc 15,43), persona giusta che non ha approvato la condanna di Ges (Lc 23,51). Giovanni non gli d altra qualifica che quella di discepolo clandestino. Ne fa il prototipo di ogni discepolo, che solo dopo aver visto il Crocifisso vince la paura ed esce allo scoperto. era discepolo di Ges, ma nascosto per la paura dei giudei . Marco sottolinea che os andare da Pilato per chiedere il corpo di Ges (Mc 15,43). Giovanni suggerisce la stessa cosa: un discepolo nascosto per la paura dei nemici, come i discepoli chiusi nel cenacolo ancora la sera di Pasqua (20,19). La contemplazione del Trafitto d a Giuseppe il coraggio di uscire dallombra: da quella ferita della sua carne tutti veniamo alla luce. Egli il primo che supera pubblicamente lo scandalo della croce, rompendo il tacito consenso generale allesecuzione di Ges. Egli riconosce che il
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Crocifisso non un malfattore (cf. 18,30), il maledetto che pende dal legno (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), ma il Santo, il Giusto, lautore della vita (At 3,14s), che pass tra noi beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo ( At 10,38), il Figlio del Benedetto, che diventato capro espiatorio per liberarci dal nostro male (cf. 1,29). Il suo linciaggio non approvato da tutti: qualcuno ora capisce la verit, si dissocia dagli altri e si dichiara apertamente per lui. il principio del ritorno, della conversione, davanti alla Gloria. Dietro di lui inizia il movimento degli altri, che alla fine abbraccer lumanit intera, attratta dallamore della verit, dalla verit dellamore. chiese a Pilato. Il dono va chiesto: non pu accoglierlo chi non lo desidera. Giuseppe desidera il corpo di Ges, dono definitivo di Dio alluomo. Anche Giuseppe dArimatea, come Giuseppe di Nazareth, non deve temere di accogliere ci che viene dalla carne di Maria: il Figlio, lEmmanuele (cf. Mt 1,20ss). di levare. La richiesta fu gi avanzata dai nemici (v. 31), perch i corpi non profanassero quel grande giorno di festa. Qui invece quel corpo viene chiesto perch profumi di vita anche la morte. Esso non profana, ma realizza il sabato e la Pasqua. il corpo dellagnello che, levando il peccato del mondo (1,29), leva la pietra di ogni sepolcro, dal suo a quello di Lazzaro (cf. 20,1; 11,39.40). il corpo di Ges. la prima volta che si usa lespressione il corpo di Ges, assimilato nel v. 31 agli altri corpi. Questo corpo, che nella sua morte ci ha dato sangue e acqua, protagonista del Vangelo. Solo ora che lo prendiamo, lo comprendiamo. In lui tutto compiuto: il disvelamento del Dio amore. Chi lo vede, vede il Dio invisibile. La carne del Figlio, esposta sulla croce, racconto vivo del Padre. Questo corpo il vero pane preannunciato a Cafarnao: la vita del Figlio, donata per la vita del mondo (6,51). permise Pilato. I corpi dei giustiziati normalmente sono sepolti senza onoranze. Pilato, come acconsent alla domanda dei giudei, adempiendo cos le Scritture, ora acconsente a quella di Giuseppe, che prepara la nuova Pasqua. lev il suo corpo. Il corpo di Ges (vv. 38a.40), il suo corpo (v. 38b), la persona stessa di Ges (v. 42): in lui Dio si donato agli uomini. Giuseppe leva dalla croce lagnello che leva il peccato dal mondo (1,29). Ha tra le mani il suo corpo; vede quelle ferite che guariscono i nostri mali (cf. Is 53,5). Con cura materna lo lava, come lui ha lavato i piedi ai discepoli. Si prodiga su di lui, con un amore che va oltre la morte. Ha una conoscenza tattile, manuale, del Signore: tocca con le mani il Verbo che si fatto carne, carne e sangue. Vede e tocca colui che stato trafitto. Chiede: Perch quelle piaghe in mezzo alle tue mani?. E sente la risposta: Queste le ho ricevute in casa dei miei amici (Zc 13,6). Ne fa lutto come per il figlio unico, piange come si piange il primogenito (Zc 12,10b). E comincia a riversarsi
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su di lui lo Spirito di grazia e di consolazione, che si effonder sulla casa di Davide e gli abitanti di Gerusalemme (Zc 12,10a). v. 39: venne anche Nicodemo, che prima ecc. Nicodemo fariseo e capo dei giudei. And da Ges nel buio della notte per venire alla luce e vedere il regno di Dio (3,1ss). Ora ha tra le braccia il corpo del re. Ai primi tentativi di arrestare Ges, Nicodemo aveva timidamente preso parte per lui, appellandosi alla legalit (cf. 7,50-52). Ora vede da vicino colui che ha difeso. I nemici glielo hanno consegnato nelle mani. Nicodemo significa vincitore del popolo. Accogliendo il dono di Dio, vincitore sulla morte e sul popolo dei morti. Risponde infatti allamore con un gesto simile a quello di Maria (cf. 12,1ss). Contemplando il Trafitto, entra nella ferita da cui pu rinascere nuovo, generato dallalto, da acqua e Spirito (cf. 3,3-5). portando una mistura di mirra e aloe, circa cento libbre . Questa scena fu gi anticipata sei giorni prima a Betania, dove Ges disse che il profumo, l versato, serviva per il giorno della sua sepoltura (12,7). La scena ha lo stesso significato nuziale e celebra la vita. Il banchetto per la risurrezione di Lazzaro, con il servizio di Marta e il profumo di Maria, anticipa questo banchetto. In esso il corpo di Ges, posto in bocca alla madre terra e offerto in lei a tutti i suoi figli, onorato con il servizio di Giuseppe e il profumo di Nicodemo. Nicodemo unge Ges: lo riconosce e consacra Cristo (= Unto) proprio in quanto d la vita. Con Maria il primo cristiano, unto dallo stesso profumo con cui unge il suo Signore. Questo corpo il santuario di Dio (2,19.21), presenza dello Sposo che d abbondanza di vino bello (2,1-12). Questa abbondanza rappresentata dalle cento libbre (= Kg 33) di profumo. Il profumo (in ebraico shemen) richiama il Nome (in ebraico shem). Dio amore: profumo effuso il suo nome (Ct 1,3). Il profumo di sua natura si dona, impregnando tutto della sua essenza. Di profumi pieno il Cantico dei Cantici, che racconta lamore tra Dio e uomo (cf. Ct 3,6; 4,6.14; 5,1.13). Il profumo, di cui odorano le vesti del Messia/Sposo (Sal 45,9), si espande ora dal suo corpo. Con aloe e mirra si profumava lalcova (cf. Pr 7,17): grazie al gesto di Nicodemo, il sepolcro diventa stanza nuziale. v. 40: accolsero (= presero) dunque il corpo di Ges . Il corpo di Ges, che ha accolto il nostro aceto (v.30), finalmente accolto, come le vesti e la madre (cf. vv. 23.27), come, pi tardi, lo Spirito (20,22). Prendete (= accogliete) e mangiate, questo il mio corpo, dato per voi (Mt 26,26p). La preparazione della Pasqua ha due fasi: la prima la consegna del corpo, gi compiuta da Ges, la seconda la sua accoglienza, da compiersi in noi. Giuseppe e Nicodemo, secondo la legge, sono contaminati; non potranno celebrare la Pasqua. In realt stanno facendo la preparazione della vera Pasqua.
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lo legarono in lini. Invece della sindone (cf. Mc 15,46p), ci sono dei lini. Il termine greco, al plurale, significa lenzuola di lino. Il mattino di Pasqua questi lini saranno trovati misteriosamente distesi (20,5). Con essi legano Ges, come venne legato Lazzaro, prigioniero della morte (11,44). Infatti morto, in piena solidariet con il nostro destino terreno. Non si parla per di bende; del sudario si dir in seguito, dopo la risurrezione (20,7). fasciato in lenzuola di lino, presagio che lo Sposo, diventato piccolo come tutti, il pi piccolo di tutti, dorme. Quando si risveglier, sar lui a slegarle e distenderle per lincontro. Nella Passione secondo Matteo di Bach, la deposizione nel sepolcro suona come una ninnananna per il figlio che dorme. come per i giudei uso seppellire . Ges non sepolto in fretta, ma con cura, secondo lusanza comune dei giudei. Ma la sua sepoltura non comune. avvolto in lini, insieme ai migliori aromi. Il suo corpo, che ha dato sangue e acqua, quello del re: la sua morte leffusione del profumo, del Nome. Ora lamore amato: qualcuno lo accoglie e si libera il suo profumo. v. 41: cera nel luogo dove fu crocifisso un giardino . Il nuovo giardino, lEden delle origini, sta nel luogo dove fu crocifisso Ges. Al suo centro si erge lalbero della vita, dove Dio stesso si offre alluomo come suo cibo e vita. Non ne mangiava pi da quando si era allontanato da lui per mangiare la morte. Ora lui, da questo albero, gli dona il suo corpo, frutto maturo dellamore. Il Messia/Sposo, come fu preso in un giardino (18,1ss), ora posto in un altro giardino. Qui ci sar labbraccio (20,11ss). Nel Cantico dei Cantici il giardino dello Sposo la sposa (cf. Ct 4,12.13.15.16; 5,1; 6,2). La terra, che ora accoglie quel corpo, rappresenta lumanit intera, laltra parte del Dio/Sposo. Possiamo anche dire che il vero giardino, il paradiso dove si celebra lamore, il corpo stesso di Ges, Figlio delluomo e Figlio di Dio: in lui cielo e terra si sposano. Il giardiniere del mattino di Pasqua (cf. 20,15) anche il giardino, lalbero e il frutto. Ora comprendiamo perch il principio dei segni sono le nozze di Cana, dove Ges rivel la sua gloria (2,11). Tutti i segni diventano realt nel suo corpo, carne in cui si consuma lunione tra Dio e uomo. e nel giardino un sepolcro nuovo. Nel giardino c un sepolcro, cavit della madre terra, da cui veniamo e a cui torniamo. Ora sta per ricevere il corpo dello Sposo. Il sepolcro, da memoria di morte, diventa la stanza dove la madre ci ha concepito: qui ci insegnata larte dellamore (Ct 8,2). Ges il primo che entra in questo sepolcro: nuovo. Nuovo come la sua morte, compimento di amore e dono di vita; vergine come sua madre, che accolse il Figlio di Dio. nel quale ancora nessuno era stato posto. Non ripetizione di quanto detto, bens laffermazione che ancora nessuno stato posto; da allora tutti saremo posti in esso. E, come tutti siamo sepolti con lui, con lui tutti risorgeremo (cf. Rm 6,3-11). C ora sulla terra un sepolcro nuovo, che non pi memoria di separazione e morte, ma di comunione e vita: in esso Giuseppe e Nicodemo hanno posto il corpo di Ges. il loro stesso cuore
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questo sepolcro. Tumulare infatti, gesto supremo di ri-cordo, mettere-nel-cuore e vivere la memoria di chi ci ha amato. La sepoltura di Ges fa passare gli abissi del nostro cuore dalla schiavit della morte alla libert dellamore: Poich dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anchegli ne divenuto partecipe, per ridurre allimpotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cio il diavolo, e liberare cos quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavit per tutta la vita (Eb 2,14s). v. 42: l dunque. In questa semplice espressione di luogo confluisce il racconto: (Adamo), dove sei?, sono le prime parole di Dio alluomo (Gen 3,9). Maestro dove dimori? sono le prime parole delluomo al suo Signore (1,38). Dove lavete posto?, chiede Ges dellamico Lazzaro (11,34). Dove si nascosto Adamo e ogni adamo, dove stato posto Lazzaro e tutti i suoi amici, l dunque sta anche il Verbo creatore, il Figlio inviato dal Padre per ritrovare i fratelli fuggitivi e dispersi. Diventato carne come ogni carne, d a quanti lo accolgono il potere di diventare figli di Dio (1,12). L dunque, nel sepolcro, vicino alla croce, il Verbo entra negli inferi, per comunicare a tutti la sua vita. La Parola, che al principio dal caos cre luniverso, entra nelle tenebre di morte e rif nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5). a causa della preparazione (della Pasqua) dei giudei. La preparazione della Pasqua, la chiave per entrare in quanto Ges ci ha donato: incornicia le due scene dopo la sua morte (vv. 31.42). Quanto in esse avviene il suo corpo che d sangue e acqua, poi i discepoli che lo chiedono, levano, accolgono e legano in lini con aromi preparazione della Pasqua. poich era vicino il sepolcro. Quando Ges diede il suo pane, era vicina la Pasqua, la festa dei giudei (6,4). Ora che d il suo corpo, vicino il sepolcro. La Pasqua sboccia da questo sepolcro, vicinanza di Dio a ogni lontananza delluomo, come e ancor pi della croce. La croce solidariet con tutti i vivi, destinati alla morte; il sepolcro solidariet con tutti i morti, che ricevono vita. posero Ges. Ges posto dove fu posto lamico Lazzaro (cf. 11,34), dove sono posti tutti i suoi fratelli: il Signore della vita ora in comunione con ogni uomo. Non si dice che posero il corpo di Ges, ma Ges, il Figlio rivelatore del Padre che abbiamo contemplato in tutto il Vangelo. Con la parola Ges si compie il racconto della passione di Dio per luomo: da lui riceviamo grazia e verit (1,17), la grazia della verit, nostra e di Dio. Il sepolcro, pieno di profumo, contiene la carne del Figlio, che toglier la pietra della morte per mostrare a tutti la gloria di Dio (cf. 11,39s). Giovanni non dice che la pietra posta sul sepolcro. La nomina solo il mattino di Pasqua, come definitivamente levata (20,1). Con la sepoltura di Ges, il cielo raggiunge le profondit dellinferno: le tenebre finalmente concepiscono la luce (cf. 18,12). il grande mistero: la discesa agli inferi, salvezza universale (cf. 1Pt 3,19s). Un antico Padre disse che i migliori evangelizzatori, quando muoiono, sono mandati
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allinferno, per illuminare quelli che ancora non hanno creduto. Il Padre, nel Figlio, ama di amore eterno ogni creatura e vuole che nulla vada perduto di ci che in lui ha fatto. Il Cantico dei Cantici inizia con le parole ardite della sposa: Mi baci con i baci della sua bocca (Ct 1,2). il desiderio da vertigine che ognuno porta nel cuore: la comunione di respiro con lo Sposo. Il sepolcro di Ges il bacio di Dio sulla bocca delluomo. Finalmente, come Mos, possiamo trovare riposo ed entrare nellintimit di colui che ci ama e amiamo. 3. a b c d Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginando Giuseppe e Nicodemo nel giardino, sul Calvario e al sepolcro. Chiedo ci che voglio: prendere il corpo di Ges, come Giuseppe e Nicodemo lhanno preso con cura e amore. Traendone frutto, contemplo il corpo di Ges, tolto dalla croce, preso, avvolto in lini e aromi, deposto nel sepolcro nuovo, nel giardino. Da notare: 4. ora, dopo queste cose viste nella scena precedente, continua la parasceve, la preparazione della Pasqua Giuseppe, discepolo nascosto per paura dei giudei chiede a Pilato di togliere il corpo di Ges viene e toglie il corpo di Ges viene anche Nicodemo, con cento libbre di mirra e aloe presero il corpo di Ges lo legarono in lini gli aromi nel luogo dove fu crocifisso cera un giardino nel giardino c un sepolcro nuovo in questo sepolcro ancora nessuno era stato posto la parasceve dei giudei l dunque posero Ges. Testi utili
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Sal 45; 126; 131; Gv 3,1-21; 6,48-58; 11,1ss; 12,1-8.20-32; Eb 2,14s; 1Pt 3,18-22.

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54. LEVARONO IL SIGNORE DAL SEPOLCRO E NON SAPPIAMO DOVE LO POSERO 20,1-10 20,1 Il (giorno) uno (= primo) dei sabati (= della settimana) Maria la Maddalena viene allalba, mentre era ancora tenebra, al sepolcro; e guarda la pietra levata dal sepolcro. 2 Corre allora e viene presso Simon Pietro e presso laltro discepolo, del quale Ges era amico, e dice loro: Levarono il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero. 3 Usc allora Pietro e laltro discepolo e venivano al sepolcro. 4 Ora correvano insieme i due; ma laltro discepolo corse innanzi pi veloce di Pietro e venne per primo al sepolcro 5 e, chinatosi, guarda i lini stesi; tuttavia non entr. 6 Viene allora anche Simon Pietro, seguendo lui, ed entr nel sepolcro e contempla i lini stesi 7 e il sudario, che era sulla sua testa,
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non steso con i lini ma separato, avvolto in un (determinato) luogo. 8 Allora entr dunque anche laltro discepolo che venne per primo al sepolcro e vide e credette. 9 Infatti non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che lui risorgesse dai morti. 10 Allora se ne andarono di nuovo, (ognuno) presso di s, i discepoli. 1. Messaggio nel contesto Levarono il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero . il grido di Maria Maddalena, che cerca e non trova lamato del suo cuore. Morto per mano dei nemici, sepolto da mani amiche, ora assente dal sepolcro. Siamo al primo giorno dopo il sabato. Nel sesto giorno Dio comp la sua opera. Dopo le doglie del parto, nato luomo nuovo (16,21), Figlio delluomo e Figlio di Dio, che, con sangue e acqua, ha comunicato ai fratelli la propria vita. Giuseppe dArimatea e Nicodemo hanno risposto con amore al suo amore: preparano la grande festa deponendolo nel sepolcro. Qui, nel settimo giorno, il Signore ripos dalla sua fatica, compiendo il Sabato e la Pasqua. Ora siamo al primo giorno della settimana, che diventato il giorno del Signore, la domenica. La grande sorpresa del mattino della nuova Pasqua il sepolcro vuoto. Come mai il Signore non dove stato posto, dove ognuno o sar posto per sempre? unassenza indebita, pi angosciante della stessa morte: infrange lunica certezza indubitabile. Infatti nasciamo per caso, ignoriamo come e quanto viviamo; siamo per sicuri di tornare alla terra dalla quale veniamo. Il sepolcro il luogo di convegno universale. L gli uomini sono riuniti, tutti ugualmente sconfitti, preda della morte. Lunica differenza, per altro momentanea, tra i gi e i non ancora morti. Maria, come i discepoli, ignora che il grembo della madre terra ha accolto lo Sposo. Il Crocifisso, Signore della Gloria, sceso nellinferno, entrato nel regno della morte, per farle restituire alla vita il suo bottino. Il sepolcro vuoto il presupposto della fede cristiana, che pone come destino delluomo non la morte, ma la risurrezione. Se Cristo non risuscitato, allora vana la nostra predicazione ed vana anche la vostra fede, dice Paolo ai Corinzi (1Cor 15,14). Chi nega la risurrezione dei morti, nega anche quella del Figlio, primizia di ogni fratello. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo
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soltanto in questa vita, siamo da compiangere pi di tutti gli uomini (1Cor 15,19). Crociate a parte le cose migliori sono ottimo pretesto per le peggiori , lamore per il Santo Sepolcro intuizione del grande mistero. Dio, amante della vita, nulla disprezza di quanto ha fatto (Sap 11,26.24): tutto ha creato per lesistenza (Sap 1,14). Non la morte un male, bens il nostro modo di concepirla. Il suo pungiglione, che ci avvelena lesistenza, il peccato (1Cor 15,56). Se faccio del mio io il mio dio, principio e fine di tutto, allora per me la morte la fine di tutto. Luomo, essere corporeo, delimitato dallo spazio e dal tempo: occupa un certo luogo per un certo numero di giorni. Ma il limite del suo spazio non luogo di lotta, bens di alleanza con gli altri; il limite del suo tempo non la fine di tutto, ma la comunione con il suo principio. Il Vangelo di Giovanni , ancor pi esplicitamente degli altri, una rilettura della vita di Ges alla luce della sua risurrezione. Ci che egli, gi nella prima parte del racconto (cc. 1-12), fa e dice segno della sua gloria, offerta a noi. Nella seconda parte, con il suo ritorno al Padre, apre a noi la via della verit e della vita (cc. 13-17), che si compie sulla croce nella consegna dello Spirito (cc. 18-19). Ora, nei cc. 20-21, avvengono gli incontri con il Ges risorto, che realizzano in noi quanto egli ha prefigurato nei cc. 1-12, promesso nei cc. 13-17 e compiuto in se stesso nei cc. 18-19. I racconti pasquali illustrano il modo in cui giungiamo alla fede, mostrandone nel contempo i vari aspetti. Il c. 20 presenta allinizio due esperienze personali, rispettivamente del discepolo prediletto (vv. 1-10) e della Maddalena (vv. 11-18); prosegue poi con lesperienza comunitaria (vv. 19-23), che si estende anche a chi non cera (vv. 24-28), per ampliarsi alla fine a quanti, senza aver visto, crederanno sulla parola dei testimoni (v. 29), fino a raggiungere il lettore del Vangelo (vv. 3031). Nei racconti pasquali i Vangeli si diversificano molto, pur avendo in comune gli elementi fondamentali. Questi sono il sepolcro vuoto, lannuncio della risurrezione e gli incontri con il Risorto dapprima non riconosciuto e poi riconosciuto attraverso la Parola e il Pane , che fanno risorgere chi lo incontra. Lintenzione, comune a tutti, quella di qualsiasi autore: coinvolgere il lettore nellesperienza raccontata, perch diventi sua. Ogni evangelista ha per unottica particolare: accentua un aspetto piuttosto che un altro, evidenziando della stessa realt sfaccettature diverse. Si pu dire che i quattro evangelisti ci offrono una visione quadridimensionale del mistero cristiano. Marco vuol portare alla fede nellevangelo: chi ascolta la Parola, incontra direttamente il Signore che parla e opera in lui quanto dice. Matteo, supponendo questo, che il fondamento della fede, mette in luce laspetto comunitario: la Parola del Figlio ci rende fratelli tra di noi. Luca, a sua volta, sottolinea la dimensione apostolica: la fraternit ci apre a tutti gli uomini, sino agli estremi confini della terra. Ci che in un evangelista implicito, esplicitato dallaltro.
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Giovanni, consapevole di essere lultimo tra quelli che hanno visto Ges, dichiara limportanza del credere senza vedere. Ogni evento, unico e irrepetibile, visto solo da chi vicino nel tempo e nello spazio. Tuttavia la parola di chi lo testimonia lo rende presente anche a chi lascolta. Tema di Gv 20 il rapporto tra vedere e credere (vv. 8.29): si vede un fatto e si crede a ci che significa. Luomo colui che sa leggere la realt: ogni evento un segno, che significativo solo per chi lo intende. La fede non cieca: intelligenza che coglie il significato dei fatti e si rende conto del perch siano cos e non diversamente. Credere non creduloneria, ma linterpretazione pi ragionevole della realt. I primi discepoli, contemporanei a Ges, credono in lui non solo perch lo hanno visto risorto, ma anche perch hanno sperimentato cosa significa per loro che lui sia risorto. Noi, che veniamo dopo, crediamo sulla loro parola: accogliendo la loro testimonianza, vediamo con i loro occhi. Tuttavia chiunque crede, abbia o non abbia visto, fa la medesima esperienza: aderisce con amore al Signore risorto e vive del suo Spirito. Chi ha scritto lultimo Vangelo sa che vanno scomparendo i testimoni oculari. E sa anche che tutti gli uomini sono chiamati, per la testimonianza di chi ha udito e visto, a essere in comunione con loro, la cui comunione con il Padre e con il Figlio suo Ges Cristo, per partecipare alla loro stessa gioia (cf. 1Gv 1,1-4). in questottica che Giovanni scrive il suo Vangelo (cf. 19,35; 20,30s; 21,24s). Egli si pone sulla soglia tra chi ha udito, visto e toccato il Verbo della vita e chi lo ascolta, vede e tocca mediante la Parola. Nel periodo in cui Ges stato tra noi, ci ha aperto il cammino verso il Padre. Dopo inizia una nuova presenza. Se prima era presso di noi, ora in noi mediante la Parola e lo Spirito, il sangue e lacqua, che ci fanno avere parte con lui e continuare la sua stessa missione. Non a caso le scene del c. 20 si svolgono di domenica, il giorno del Signore, in cui la comunit si riunisce per far memoria e ringraziare, leggendo la Parola e spezzando il Pane. Anche quelli che hanno visto e toccato il Signore nella sua esistenza terrena e nel breve tempo in cui si manifestato dopo la risurrezione, devono accogliere la Parola che d il potere di diventare figli di Dio (cf. 1,12). La Parola diventata carne e ha posto tra noi la sua dimora per farsi nostro cibo e comunicarci la propria vita. In tutti i Vangeli la vicenda di Ges descritta come discesa e ascesa, abbassamento e innalzamento, umiliazione e glorificazione. Per Marco, Matteo e Luca il moto verso il basso si compie nella crocifissione e nella sepoltura, quello verso lalto nella risurrezione e nellascensione al cielo. Per Giovanni invece la discesa il diventare carne del Verbo, mentre tutta la vita di Ges unascesa del Figlio al Padre, che culmina nella rivelazione della Gloria. Lesaltazione sulla croce linizio dellultimo giorno, che continua per noi nellincontro con il Risorto, nella recezione del suo
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Spirito e nella missione verso i fratelli. Sulla croce il dono di Dio gi perfetto: i cc. 20-21 mostrano come lo riceviamo. Il testo presenta Maria Maddalena che va al sepolcro e lo trova vuoto ( v.1). Il racconto potrebbe continuare direttamente nei vv. 11ss, che descrivono il suo incontro con lamato. Invece interrotto dal suo ritorno al cenacolo per annunciare ai discepoli la scomparsa del Signore ( v. 2). Leffetto lentrata in scena di Pietro e del discepolo amato, che constatano la verit di quanto Maria ha detto. Cos lautore suggerisce come il sepolcro vuoto e lamore siano i due elementi indispensabili per incontrare il Risorto. Inoltre i due discepoli vedono i lini stesi e il sudario a parte, avvolto in un luogo. Davanti a questi segni, il secondo vide e credette ( vv. 3-8). Levangelista commenta dicendo che ancora ignoravano la Scrittura, che parla della risurrezione di Ges dai morti (v.9). infatti dal suo compimento che ogni Scrittura compresa (cf. 2,22; 14,25s). Il testo conclude con il ritorno dei discepoli (v. 10). Il racconto di Maria al sepolcro ricordato anche negli altri Vangeli; il sopralluogo di Pietro accennato in Lc 24,12.24. Ges non pi nel sepolcro: amore pi forte della morte (Ct 8,6), il Figlio uguale al Padre, che desta i morti e fa vivere (5,21) mediante lo Spirito (v. 22; cf. 6,63). Il sepolcro il letto nuziale dove si unito a ogni uomo, comunicandogli il suo profumo. La Chiesa nasce da una duplice assenza dello Sposo: ucciso dai nemici sulla croce e nascosto dagli amici nel sepolcro, prima assente perch posto dove non doveva essere, poi assente da dove lhanno posto e doveva essere. La sposa non vede lo Sposo e lo cerca. Vedendo la sua prima e seconda assenza, nellincontro con lui capir che proprio cos ha realizzato lamore di cui ha dato prova nel tempo in cui era tra noi. Lamore il principio della conoscenza di fede, come di qualunque relazione tra persone. Infatti rende presente lamato in chi lo ama. 2. Lettura del testo v. 1: Il (giorno) uno (= primo) dei sabati (= della settimana) . Lespressione il (giorno) uno, tradotta di solito il (giorno) primo, richiama il giorno uno della creazione, quando Dio separ la tenebra dalla luce (Gen 1,5). quel giorno che contiene ogni giorno. A sua volta sabato, al singolare, il giorno ultimo della creazione, mentre sabati, al plurale, significa settimana. Levangelista, ricordando insieme il primo e lultimo giorno, allude al fatto che siamo entrati nel giorno del Signore, compimento di tutto in Dio e di Dio in tutto: Dio, creando il mondo, aveva in vista la risurrezione del suo Figlio, nel quale luniverso intero riscattato dalla morte. Prima della sepoltura si parlava della preparazione di quel sabato, che era un giorno solenne, cio la Pasqua (19,31.42). Di questo giorno, apparentemente vuoto, non si dice nulla; sappiamo solo che il corpo di
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Ges nel vuoto del sepolcro. Dicendo nulla, levangelista suggerisce molto. Infatti il Verbo creatore, entrato negli inferi, si inabissato nel caos: accogliendo la carne del Figlio delluomo, la terra e ogni carne accoglie il Figlio di Dio. Creatore e creatura finalmente si incontrano e inizia la gioia senza fine dell ottavo giorno. Questo primo giorno della settimana la domenica, il giorno del Signore, nel quale si compiono insieme Sabato, Pasqua e Pentecoste. In esso la creazione raggiunge il riposo di Dio: nuova, riscattata dal male e piena dello Spirito. Per questo il cristiano sabbatizza ogni giorno, vivendo la quotidianit nella festa, alla luce del Signore risorto. Maria la Maddalena. Gli altri Vangeli ricordano anche altre donne (Mc 16,1p). Giovanni nomina solo Maria Maddalena, facendone la figura tipica del discepolo. Infatti stata ai piedi della croce (19,25; cf. Mc 15,40p), sotto lalbero dove lo Sposo lha svegliata (cf. Ct 8,5b). Il suo nome richiama Maria di Betania, che vide la gloria di Dio (11,4.40) e profum il Signore (11,2; 12,1-8): la sposa, conquistata dallamore estremo dello Sposo. Ora, dopo averlo visto elevato, lo cerca dove lhanno posto. Luca dice che da lei erano usciti sette demoni (Lc 8,2): purificata dallamore, la prima che ha occhi per vedere il Signore. viene allalba, mentre era ancora tenebra. Lalba, ultima veglia della notte, lora in cui c insieme luce e tenebra: il sole gi illumina il cielo, ma ancora non appare sulla terra. la condizione interiore di Maria, che cerca lo Sposo. In lei c la luce dellamore, ma anche lo smarrimento di non vedere lamato. al sepolcro. Nel sepolcro lavevano posto (19,42). L fu posto anche lamico Lazzaro (11,34), l o sar posto ogni uomo. Maria si aspetta di trovarvi il corpo di Ges. Il sepolcro, memoria fondamentale delluomo, costruito dallaffetto di chi vive per chi morto. Ci che di lui resta il ricordo di chi lo ama. Nei vv. 1-10 si menziona il sepolcro per ben sette volte: , ossessivamente, il protagonista del brano. La memoria di morte che, incutendoci terrore, ci tiene schiavi per tutta la vita (cf. Eb 2,15), diventa il luogo in cui incontriamo il Risorto. guarda. Nei vv. 1.5 c la parola blpo, (= guardare), nei vv. 6.12.14 theoro, (= contemplare) e nei vv. 8.18.20.25bis.27.29bis oro, che il vedere proprio delle fede. C come uneducazione dei sensi per vedere il Risorto, che ormai tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28): si passa dal guardare al contemplare e, infine, al vedere. Locchio la porta del cuore. La realt per luomo come la vede: il Risorto visto da chi lo guarda e contempla con amore. Perch solo lamore ha occhi per vedere la verit. la pietra levata dal sepolcro. Ges aveva fatto levare la pietra dal sepolcro di Lazzaro (11,39.41). Ora lagnello di Dio che leva il peccato del mondo (1,29), entrato lui stesso nel sepolcro, leva definitivamente la pietra che ci separa dalla vita.
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Giovanni, a differenza di Marco e Matteo, non dice che questa pietra fu messa sul sepolcro; la nomina solo ora che misteriosamente levata. La gloria del Crocifisso ha fatto esplodere linferno. v. 2: corre allora. Ci che Maria vede segno dellinconcepibile. Questa pietra levata, leva alluomo lunica certezza. Maria non pu capire. Corre ad annunciare la scomparsa di Ges. Pensa che labbiano rubato. Non ha ancora compreso che lamore ha vinto la morte. viene presso Simon Pietro. Pietro, che ha rinnegato (13,36-38; 18,12-27), nominato per primo. posto come primo dei discepoli, perch ha sperimentato ci che ci fa discepoli: la fedelt del Signore alla nostra infedelt. e presso laltro discepolo. La ripetizione della proposizione presso indica che i due, anche se vicini, non abitavano nello stesso luogo. Questo discepolo appare insieme a Pietro nellultima cena (13,23-25) e nel processo (18,15ss). Riappariranno insieme nellultimo capitolo. Laltro discepolo non semplicemente laltro tra due, ma laltro, il diverso. Infatti ha appoggiato il capo nel grembo e sul petto di Ges (13,23-25), che ha visto trafitto (19,34s). del quale Ges era amico. Normalmente chiamato il discepolo che Ges amava. Adesso che lha visto sulla croce, chiamato amico. Lamicizia amore reciproco. Ges chiama i discepoli amici se compiono il suo comando (15,14), che amarci lun laltro come lui ci ama (13,34; 15,12.17). Chi ama pu incontrare e credere nel Risorto, perch lui stesso passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14). Non a caso anche Lazzaro, il morto/risorto, chiamato amico (11,3.11). levarono il Signore dal sepolcro. Maria non parla del corpo di Ges, ma del Signore. Ignora che non levarono il Signore dal sepolcro: lui che ha levato, e per sempre, la pietra dal sepolcro. non sappiamo dove lo posero. Dove lavete posto?, domand Ges a proposito di Lazzaro (11,34). Questa scena degli amici al sepolcro di Ges richiama quella di Ges al sepolcro dellamico Lazzaro, quando manifest la sua gloria. La scoperta del sepolcro vuoto apre una ricerca verso lignoto. La morte cessa di essere la meta infallibile, e il fallimento sicuro, di ogni cammino. Il Signore, posto nel sepolcro, non pi l e non sappiamo dov n Maria n le altre donne (cf. Mc 16,1p), non menzionate da Giovanni, ma suggerite dal plurale non sappiamo. Maria pensa che i nemici labbiano messo altrove. Si ribalta la diceria su un trafugamento di Ges da parte dei suoi discepoli (cf. Mt 28,11ss). Ci che capitato incomprensibile a tutti, amici e nemici. Lo pu capire solo chi conosce le Scritture e la potenza di Dio (Mc 12,24; Mt 22,29). v. 3: usc allora Pietro e laltro discepolo, ecc . Dopo lannuncio di Maria, Pietro e laltro discepolo escono per andare al sepolcro. Il rapporto tra queste due figure, sempre cos vicine e diverse, sar ripreso e chiarito nel c. 21.
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v. 4: correvano insieme i due; ma laltro discepolo, ecc. Pietro e laltro corrono insieme. Ma questi pi veloce. Arriva prima al sepolcro, come giunge per primo a credere (v. 8) e a vedere il Risorto (21,7). Infatti il cuore mette ali ai piedi e alla mente. Lamico, che ama come amato, precede colui che il primo dei discepoli: il primato sempre dellamore, come si vedr nel c. 21. v. 5: chinatosi, guarda i lini stesi. Il discepolo amico non entra, ma attende Pietro, come segno di stima per lui. Guarda per dentro e vede i lini stesi. Nella sepoltura di Ges non si nominano le bende che legavano mani e piedi a Lazzaro. Si nomina solo al v. 7 il sudario (cf. 11,44), che per non pi sul volto. Qui lattenzione sui lenzuoli: non sono abbandonati in disordine, come se il cadavere fosse stato sottratto. I lini, che avvolgevano il corpo di Ges, sono stesi: il sepolcro diventato il letto nuziale, apprestato dallo Sposo per chiunque entrer in esso. E tutti, prima o poi, entriamo. L per non incontriamo il dominio della morte, ma la comunione piena con il Signore della vita. La morte non pi morte: il nostro limite assoluto comunione con colui che amore assoluto per noi. tuttavia non entr. Laltro discepolo dimostra di essere altro perch d la precedenza al fratello e lo aspetta (cf. Rm 12,10; Fil 2,3; 1Cor 11,33b). v. 6: viene allora anche Simon Pietro, seguendo lui, ecc . Pietro viene al sepolcro seguendo laltro discepolo, che gi laveva preceduto nella casa di Caifa (18,15s). Seguendo chi ama, si introdotti nel mistero di Ges, nella sua passione per noi. entr nel sepolcro e contempla i lini stesi. Pietro entra e vede ci che anche laltro ha visto stando fuori. v. 7: il sudario, che era sulla sua testa, ecc. Il sudario il velo della morte, la coltre che copre tutti i popoli (cf. Is 25,7). Esso era avvolto anche intorno al viso di Lazzaro (11,44). Per Ges invece si dice che era sulla sua testa, come il lembo del mantello di uno che dorma. Ora che si svegliato, se lo tolto. Non per con i lini stesi, ma messo a parte, avvolto in un luogo determinato. Il luogo per eccellenza per gli ebrei il santuario. Di esso Ges aveva detto: Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo far risorgere. Il velo della morte avvolge ora il vecchio santuario. Dio non pi l. La Gloria dimora nel corpo di Ges, nuovo santuario, dove Dio toglie ogni velo al volto suo e nostro. In lui vediamo faccia a faccia Io-Sono. quanto i discepoli capiranno dopo la risurrezione (cf. 2,19-22). Una cosa ovvia non detta nel testo. Il lettore certamente lavverte, come anche i due discepoli: da quei lini emana il profumo delle cento libbre di mirra ed aloe, nominate poco prima nel racconto (19,39). v. 8: entr anche laltro discepolo. Dopo la constatazione di Pietro, anche laltro discepolo entra nel sepolcro.
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vide e credette. I lini stesi, con il sudario a parte, sono i segni che il Signore non l e non stato rubato. Vedendo questo, il discepolo amato crede in Ges, Signore della vita, pur senza averlo visto. Egli il prototipo di quelli che, dopo di lui, crederanno in Ges senza vederlo (v. 29), attraverso i segni raccontati dallevangelista stesso (vv. 30-31). Questo discepolo altro vede con il cuore. Lamore il principio della fede, che d vita. La connessione tra vedere e credere vuol dire che la fede, lungi dallessere cieca, occhio ben aperto sulla realt. Di Pietro non si dice niente. Si pu supporre, senza far violenza al testo, che lautore voglia mostrare in lui laspetto oggettivo della fede: il sepolcro vuoto e il corpo non fu trafugato. Nel discepolo amato invece evidenzia laspetto soggettivo della fede: lamore vede i segni e crede in Ges risorto, senza averlo visto. In Maria, infine, seguita dagli altri discepoli e da Tommaso, riferita lesperienza fondante riservata a coloro che ci trasmettono lannuncio della risurrezione: essi vedono e toccano il Risorto. Infine veniamo noi, che crediamo sulla loro testimonianza. Per chi non crede rimane irrisolto lenigma del sepolcro vuoto il sogno pi allettante delluomo, che in questa direzione volge ogni sua energia. Gli rimane anche linterrogativo che proviene dalla testimonianza di chi, nellincontro con il Risorto, passato lui stesso a una vita nuova nellamore. v. 9: non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che lui risorgesse dai morti . Qui si intende tutta la Scrittura o un singolo passo? Sono possibili ambedue le ipotesi. Se si tratta di un singolo passo, pu essere unallusione a Is 26,19-21 LXX, dove si parla di risurrezione dai morti, quando il Signore, dopo un breve tempo (cf. 16,16!), uscir dalla sua dimora. Tuttavia lespressione bisognava che risorgesse dai morti, che di sapore sinottico (cf. Mc 8,31p; 9,31p; 10,34p; Lc 24,7.25ss.46) e viene dallannuncio primitivo della fede, esprime il senso globale della Scrittura, pi che di un singolo passo. Questa osservazione sembra in dissonanza con il vide e credette che precede. Giovanni intende forse parlare solo degli altri che, a differenza di lui, non hanno capito? La cosa non sarebbe espressa bene. Intende forse dire che nessuno ha creduto alla risurrezione, neppure lui? Allora lespressione vide e credette significherebbe che egli vide che non cera Ges e credette alla Maddalena che pensava ad un furto di cadavere. Ma questo contrario alluso di vedere e credere nel quarto Vangelo e allinsistenza sui lini stesi con cura e sul sudario avvolto in un determinato luogo. Se si considera il testo come un edificio ben costruito, prescindendo da che cava vengano le pietre, sembra meglio ritenere che il discepolo amico, con lanticipazione tipica dellamore, ha sempre sufficienti segni per credere allamato. Egli vide (i segni) e credette (nel Risorto): il primo che, senza aver visto il Signore, ha in lui quella fede che propone ai suoi lettori (cf. vv. 2931). Uno non pu proporre unesperienza che lui non ha fatto. La Scrittura non riporta speculazioni o deduzioni, ma il vissuto personale di chi scrive.
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Probabilmente nel v. 9 lautore vuol dire, ovviamente al lettore, che solo dopo la risurrezione di Ges, accertata dai testi oculari, possibile capire la Scrittura, che tutta parla di lui (5,39). La promessa del Signore comprensibile solo dopo il suo compimento e alla luce del suo Spirito damore (cf. 14,26). Per questo i discepoli possono credere alla Scrittura e alla parola di Ges solo dopo la sua risurrezione (cf. 2,22; 12,16). Rimane sempre un velo sul volto di chi legge la Scrittura, che viene eliminato dalla conversione a Cristo Signore (cf. 2Cor 3,12-16). E questa donata a chi ha contemplato il suo amore e lo ama. I primi discepoli, che hanno incontrato il Risorto, lo testimoniano a noi nel Vangelo, che racconta e rende presente la carne del Verbo, realizzazione di ogni promessa di Dio. Per noi, che veniamo dopo i primi che lhanno visto e toccato, i Vangeli e lintera Scrittura diventano come il corpo di Cristo: sono il segno in cui lo incontriamo e vediamo Risorto. v. 10: se ne andarono di nuovo, (ognuno) presso di s . I due discepoli, anche se nella stessa casa, non stanno insieme. Ognuno torna da dove venuto: Pietro nel sepolcro delle sue perplessit, sapendo per che il Signore non l; laltro nella luce di chi ha veduto e creduto allamore del suo Signore. Maria invece resta presso il sepolcro vuoto a cercare il Risorto, fino a quando non lo trova. Da qui inizia quella ricerca damore che porta allincontro con il Vivente, datore di vita. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b. Mi raccolgo immaginando il sepolcro. c. Chiedo ci che voglio: lamore del discepolo che vede e crede. d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che fanno, che dicono. Da notare: Maria la Maddalena viene allalba, mentre era ancora tenebra scorge la pietra levata corre da Simon Pietro e dallaltro discepolo, del quale Ges era amico levarono il Signore dal sepolcro non sappiamo dove lo posero Pietro e laltro discepolo corrono al sepolcro laltro discepolo, pi veloce, giunge primo al sepolcro scorge i lini stesi
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non entra Simon Pietro lo segue ed entra nel sepolcro guarda i lini stesi il sudario non con i lini, ma separato, avvolto in un determinato luogo anche laltro discepolo entra nel sepolcro vede e crede non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che lui risorgesse i discepoli tornano presso di s. 3. Testi utili Sal 16; Is 25,6-8; Ez 37,1ss; 2Mac 7,22s; Lc 20,27-40; At 2,22-36; 23,6-11. 26,1-28; 1Cor 15,1ss.

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55. VA DAI MIEI FRATELLI E DI LORO: SALGO AL PADRE MIO E PADRE VOSTRO E DIO MIO E DIO VOSTRO. 20,11-18 20,11 Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro, fuori, piangente. Mentre dunque piangeva, si chin verso il sepolcro 12 e contempla due angeli in bianche (vesti) seduti uno alla testa e uno ai piedi dove giaceva il corpo di Ges. 13 E le dicono quelli: Donna, perch piangi? Dice loro: Levarono il mio Signore e non so dove lo posero. 14 Dette queste cose, si volt indietro e contempla Ges che sta (in piedi) e non sapeva che Ges. 15 Dice a lei Ges: Donna, perch piangi? Chi cerchi? Quella, pensando che fosse il giardiniere, gli dice: Signore, se tu lo portasti, dimmi dove lo ponesti, e io lo lever. 16 Le dice Ges:
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Mariam! Voltatasi, quella, gli dice in ebraico: Rabbun! che si dice: Maestro. 17 Dice a lei Ges: Non (continuare a) toccarmi; infatti non sono ancora salito al Padre. Ora va dai miei fratelli e di loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro. 18 Viene Mariam la Maddalena annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore e che le disse queste cose. 1. Messaggio nel contesto Va dai miei fratelli e di loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro . Chi ha visto il Signore, riceve questo messaggio da portare ai suoi fratelli. Maria Maddalena la sposa che cerca lo Sposo, figura della comunit che cerca il suo Signore. Finalmente i due si incontrano. Nel giardino, dove sinnalza lalbero della vita, c anche la stanza nuziale, dove lo Sposo si unito allumanit con un amore pi forte della morte. Qui la sposa lo abbraccia. la scena pi bella, entusiasmante del Vangelo. Come nel Cantico dei Cantici, i due si ritrovano, anticipando le nozze di Ap 21-22. Dio raggiunge il fine che si era proposto dal principio: nel giorno uno dei sabati (cf. v. 1) si compie la creazione nuova. Ges e Maria sono la nuova coppia originaria. Questo racconto sviluppa il precedente, dove si parla del discepolo amato che vide e credette (v. 8). Si pu guardare senza vedere: solo chi ama, vede. Infatti lamore ha occhi nuovi, perch ha cuore nuovo; come sta scritto: Vi dar un cuore nuovo (Ez 36,26) e allora tutti mi conosceranno, dal pi piccolo al pi grande (Ger 31,34). Lamore principio di fede e di conoscenza: uno crede e conosce solo ci che ama. Ma chi ama rimane nella tenebra fino a quando non ascolta il proprio nome dalla bocca dellamato. Egli conosce personalmente le sue pecore ed esse riconoscono la sua voce (cf. 10,3s). Per loro ha esposto, disposto e deposto la propria vita; per questo ha il potere di riprenderla di
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nuovo, vincendo la morte (cf. 10,1-18). Ma, fino a quando il Risorto non si manifesta, Maria resta nel pianto. Il suo cuore un sepolcro, dove lamato presente come morto e assente come risorto. Solo quando lui la chiama per nome, esce dal lutto al pascolo della vita, e della vita in abbondanza (cf. 10,3.9.10). Il discepolo amato, che vide e credette, rappresenta lessenza della fede come risposta alla domanda che pone a tutti il sepolcro vuoto. Con Maria si esplicita un ulteriore aspetto: la fede amore che vede, tocca e ascolta il Signore stesso. Se del primo si dice che vide non Ges, ma i segni e credette in lui, di Maria si dice che ha visto il Signore. Si passa ora dal vedere i segni che fanno credere, al vedere il Signore che rende credibili i segni. Le due scene hanno in comune lamore. Il racconto riportato da Matteo 28,9-10, con espressioni simili. Giovanni per non preoccupato di annunciare che Ges risorto e si far vedere in Galilea. Spiega invece, come al solito, cosa significhi per noi il suo farsi vedere. In Maria vediamo come lamore diventa esperienza del Risorto: Chi mi ama sar amato dal Padre mio e anchio lo amer e mi manifester a lui (14,21b). Lamore infatti rende presente e manifesta lamato a chi lo ama. Vedere e toccare il Signore, riservato a Maria e ai primi discepoli, anticipo dellincontro finale e, insieme, rivelazione del suo nuovo modo di essere sempre con noi: la presenza, spirituale e gloriosa, di colui che, salito al Padre, ci d il suo Spirito, perch anche noi, andando verso i fratelli, andiamo dove lui . Il giorno di Pasqua in Giovanni gi il suo ritornare a noi, come aveva promesso (cf. 14,3.19-20; 16,16-20), per vivere in noi come noi in lui. Lopera del Figlio, gi perfetta in lui, continua nei suoi fratelli: il suo ritorno al Padre sar pienamente compiuto quando anche noi tutti avremo fatto il suo stesso cammino. Allora la nostra casa sar piena di profumo: il sepolcro odorer di vita e Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). La presenza dei due angeli nel sepolcro, descritta pure dagli altri evangelisti, ricordata da Giovanni come di passaggio, per sottolineare il lutto di Maria. La parola dellangelo (= annunciatore), testimone della risurrezione, necessaria. Ma qui, come nel racconto della Samaritana, si evidenzia limportanza di giungere allincontro personale con il Signore (cf. 4,41s): la fede quel credere alla Parola che diventa esperienza diretta di Colui che parla. Ogni parola infatti comunica sia ci di cui si parla, sia colui che parla. Il Vangelo di Giovanni inizia proclamando lidentit tra Ges e le sue parole: egli la Parola stessa, il Figlio rivelatore del Padre, che si volge a noi per comunicarci se stesso. Ogni parola esteriore suscita una parola interiore: dicendone il nome, fa venire alla luce ci che sepolto nel cuore. Cos la parola del Figlio, che ascoltiamo nellorecchio, risveglia in noi la nostra verit profonda: siamo suoi fratelli, figli dello stesso Padre.
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Maria, piangente per lassenza dello Sposo, restituita alla gioia dalla sua presenza. triste perch ama Ges e non lo trova. La sua scomparsa dal sepolcro inquieta tutti, amici e nemici, anche se in modo diverso (cf. Mt 28,11-15). il fatto pi sorprendente avvenuto nella storia, che restituisce allesistenza il suo senso, liberandola dallipoteca della morte. Nel racconto precedente si accennato allimportanza dellamore per vedere e leggere i segni del Risorto. Ma chi ama, finch non vede lamato, triste. Solo lincontro con lui fa passare dal pianto alla gioia. Il passaggio dalla tristezza alla gioia la nostra stessa risurrezione, frutto dellincontro con lui. proprio di Dio dare gioia; proprio e solo di Dio dare gioia senza altro motivo che il suo annunziarsi al cuore. Allo stesso modo proprio del nemico combatterla con tutti i mezzi. La gioia, corona dellamore corrisposto, manifestazione di Dio, segno sicuro della sua presenza: Dio amore; chi sta nellamore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4,16b). Dove non c gioia, non c Dio; anche se ci fosse perfetta osservanza e giustizia, c morte. Vedere il Risorto questione di discernimento: il cuore puro vede Dio (cf. Mt 5,8), che sempre allopera in noi e fuori di noi. E ci che purifica il cuore lamore, che d luce agli occhi. Il racconto comincia con il pianto di Maria che resta presso il sepolcro ( vv. 11-13). Ges, di sua iniziativa, si fa riconoscere e la invia ai fratelli ( vv. 14-17). Essa proclama loro daver visto il Signore e annuncia il messaggio ricevuto (v. 18). Ges viene incontro a Maria, che lo attende con amore, e si fa riconoscere da lei chiamandola per nome. La Chiesa, rappresentata da Maria Maddalena, la sposa che trova lamato del suo cuore. Inizia cos il cammino con il quale lo Sposo la attira a s (cf. Ct 1,4a) e la porta ad essere sempre l dove lui (cf. 14,2-4). 2. Lettura del testo v. 11: Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro . Dopo la seconda notte di angoscia, ai primi chiarori dellalba, Maria uscita. Ha attraversato la citt per andare al sepolcro dove deposto il suo amato. Lha cercato, ma non lha trovato. tornata indietro ad avvisare gli altri e di nuovo uscita per vedere dove riposa. La scena allude alla sposa di Ct 3,1-4. A differenza dei discepoli, che se ne sono tornati presso di s (v. 10), lei non si stacca dal luogo che costituisce lultimo ricordo di colui che ama. L ha dormito il suo sonno. Ma ora non c pi e resta di lui, unica compagnia della sposa, il vuoto e il desiderio. Maria non pu abbandonare il luogo dove lui, nel suo amore estremo, arrivato. ormai la sua casa. Qui, dove finisce ogni ricerca, comincia lattesa. Oltre il sepolcro vuoto oltre la morte
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della morte (questo significa in realt il sepolcro vuoto) non c pi nulla da cercare. C solo da attendere che il Signore della vita riappaia l dove scomparso. Il chicco di grano fruttifica l dove caduto sotto terra. fuori. Pietro e il discepolo amato sono entrati per constatare lassenza di Ges e per vedere i segni. Maria, vedendo scoperchiato il sepolcro, rimane fuori. Non cerca segni, ma il suo Signore. piangente. Ges aveva detto: Piangerete e gemerete voi (). Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza diventer gioia (16,20), perch di nuovo vi vedr e si rallegrer il vostro cuore e la vostra gioia nessuno pu levare da voi (16,22b-23a). Dopo il breve tempo in cui lo vedono sulla croce e il breve tempo in cui non lo vedono pi (16,17), dopo la tristezza e lafflizione del parto, giunge il tempo della gioia piena: venuto alla luce luomo nuovo (16,21). Le lacrime sono acque natali, da cui vien fuori il suo amato. Ci sono delle cose che vedono solamente gli occhi che hanno pianto. Il pianto inconsolabile di Maria come quello per la morte di Lazzaro, che da Maria di Betania si comunica a tutti, fino a far lacrimare Ges stesso (cf. 11,33-35): Vedi, come lo amava! (11,36). lutto per lassenza del suo Signore e desiderio della sua presenza. Il pianto la prima forma di preghiera, propria del bambino: trova sempre un orecchio che lascolta (cf. Gen 21,16s). mentre dunque piangeva. Si sottolinea il pianto di Maria, tenace come il suo amore. Essa rimane accanto al suo sepolcro, vicino al luogo dove fu crocifisso e trafitto (cf. 19,41). Qui stato posto. Dov ora? Le lacrime di Maria, come quelle di Ges (cf. 11,35), irrigano la terra e fanno germogliare lamato. Lamore infatti muore dove non corrisposto e vive ovunque amato. si chin verso il sepolcro. Il suo sguardo, mentre piange, torna al sepolcro, pieno di vuoto. v. 12: contempla due angeli in bianche (vesti) . I due angeli, a differenza che negli altri Vangeli, non recano alcun messaggio. Hanno solo la funzione di indicare dove era il corpo di Ges. Annunciatori del mondo divino, sono come i due cherubini dellalleanza, posti nellarca, da dove Dio parla con lamico Mos (cf. Es 25,17-22). La Presenza ormai in quel corpo assente, che ha realizzato lamore estremo. Gli angeli sono in bianche vesti. il colore della luce, vittoria sulla tenebra, vita senza ombra di morte. v. 13: le dicono quelli. I due angeli non dicono ci che sanno; solo interrogano Maria, preparandola allincontro con Ges. La loro presenza la lascia indifferente. Non interessata a loro; cerca solo lamato del suo cuore (Ct 3,3). donna, perch piangi? La stessa domanda le rivolger anche Ges (cf. v. 15). Maria piange perch malata damore (Ct 2,5; 5,8). Il suo diletto scomparso: Io venni meno per la sua scomparsa. Lho cercato, ma non lho trovato, lho chiamato, ma non mha risposto (Ct 5,6). Gli
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angeli sanno che risorto. Perch non glielo dicono? Quandanche Maria sapesse che risorto, non le basterebbe: vuole incontrarlo. La ferita damore guarita solo dalla presenza dellamato. levarono il mio Signore. Se il Signore fosse l, Maria lo piangerebbe come morto. Ma se altrove fosse anche risorto ne sente ancor di pi la mancanza. Se morto, dov? Se risorto, perch non le si fa incontro? e non so dove lo posero. Maria suppone ancora che sia stato trafugato (cf. v. 2). Cerca dove sta il suo Signore. Anche i primi discepoli domandarono a Ges: Dove dimori? (1,38). Insieme al Cantico dei Cantici, la chiamata dei primi discepoli (cf. 1,35-39) fa da sfondo a questo racconto. Questo suggerisce lidentit tra il Crocifisso e il Risorto: luomo che essa incontrer la stessa persona conosciuta in Galilea, non una larva o una proiezione dei suoi desideri. v. 14: dette queste cose, si volt indietro. Maria percepisce una presenza alle spalle. Si volta, allontanando lo sguardo dal sepolcro. Deve guardare dalla parte opposta al luogo della morte per incontrare il Signore della vita. Non bisogna cercare tra i morti il Vivente (cf. Lc 24,5): Guardate a lui e sarete raggianti (Sal 34,6). Il Signore sta sempre alle spalle, perch lui che viene a cercarci. Se noi lo cerchiamo, non lo troviamo; a meno che ci fermiamo e ci voltiamo per lasciarci trovare. e contempla Ges. In greco c la parola contemplare (theoren). Il termine si usa per gli spettacoli, nei quali si guarda con sorpresa ci che appare sulla scena. Ges che sta (in piedi). Il suo corpo, che giaceva nel sepolcro, ora sta fuori, ritto in piedi. il vincitore della morte. non sapeva che Ges. Maria, dopo essere andata oltre gli angeli, guardie del sepolcro, trova lamato del suo cuore (cf. Ct 3,4a). Ma non lo riconosce, anche se presente. Dio sempre una presenza misconosciuta, perch sommamente discreta, come lamore. Tutti i racconti di risurrezione sono narrazioni di riconoscimento. Lui il Vivente: tutto in lui e lui in tutto. Lilluminazione non vedere altro da ci che c, ma avere occhi nuovi e cuore nuovo per vedere lAltro che c . I nostri occhi non lo vedono, perch sono rivolti verso il sepolcro. Anche questo ormai pieno di profumo. Eppure noi continuiamo a guardare le paure che abbiamo nel cuore. v. 15: donna. Come gli angeli, anche Ges interpella Maria col nome di donna. Cos chiam sua madre alle nozze di Cana e sul Calvario, la Samaritana al pozzo e ladultera perdonata nel tempio. perch piangi? Si d molto rilievo al pianto di Maria. Ricordato due volte dallevangelista nel v. 11, ora Ges, come poco prima gli angeli (v. 13), le domanda perch piange. Sa bene perch piange. Per lui, per la sua morte, per la sua scomparsa dal sepolcro. Le lacrime, che sgorgano dal suo abisso di dolore, le purificano gli occhi per vedere colui che cerca;
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anzi colui che lha cercata e lha trovata. Ma, se non cessano, fanno da velo. La tristezza che muove a cercare Dio buona, ma impedisce di trovarlo a chi gi lo cerca. chi cerchi? La seconda domanda di Ges a Maria richiama la prima rivolta ai discepoli: Che cercate? (1,38). la stessa rivolta ai nemici nel giardino degli olivi: Chi cercate? (18,4). Luomo desiderio, sempre in cerca di quanto lo possa soddisfare. Ma si pu cercare il Signore per prenderlo o per esserne presi, per togliergli o per ricevere la sua vita. Nella cappella degli Scrovegni si possono confrontare, luno di fronte allaltro, i due abbracci, di Giuda e della Maddalena. Il tema cercare/trovare connesso con quello della Sapienza, sposa del sapiente: Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prenderla come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza (Sap 8,2). Chi si leva per essa di buon mattino non faticher; la trover (cf. Sap 6,14). Ma non dentro il sepolcro, bens fuori di esso. Infatti sapienza di vita, non di morte. Maria si alzata ed corsa di buon mattino per le strade e per le piazze della citt, in cerca del suo amato (Ct 3,2). pensando che fosse il giardiniere. Dove si innalza lalbero della croce, c un giardino con un sepolcro nuovo, nel quale nessuno ancora stato posto, prima di Ges (19,41). La passione del Signore, iniziata in un giardino (18,1), si conclude in questo giardino. Il giardiniere richiama Adamo, il primo uomo, partner di Dio, chiamato a coltivare e custodire lEden (Gen 2,15). Maria pensa che Ges sia il giardiniere. Come tutti gli equivoci del quarto Vangelo, anche questo carico di significati. Infatti Ges il giardiniere/Sposo, sceso nel suo giardino per incontrare la sorella sua sposa e inebriare tutti del suo amore (cf. Ct 5,1). Nelle acque della morte ha passato la notte; per questo il suo corpo bagnato di rugiada, i suoi riccioli di gocce notturne. Ora l, dalla sua diletta, e bussa (Ct 5,2) perch apra gli occhi e lo riconosca. Il giardino, con i suoi odori, fa da scenario al Cantico dei Cantici. La sposa stessa per lo Sposo un giardino pieno di profumi, con mirra e aloe e tutti i migliori aromi (cf. Ct 4,12-16). Anche lo Sposo, a sua volta, per lei sacchetto di mirra e grappolo duva (Ct 1,13s), melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3). Signore. Maria lo chiama Signore, anche se ancora non sa che colui che va cercando. se tu lo portasti. Proprio lui, lo Sposo che ha dinnanzi, ha portato il suo corpo nella notte e lha immerso nello Sheol, dando prova del suo amore pi forte della morte (Ct 8,6b). dimmi. Maria interroga lunico che in grado di darle risposta. E gli chiede: Dimmi, amore dellanima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perch io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni (Ct 1,7). Non vuole che lui. Senza di lui vagabonda. Non trova casa presso nessuno dei suoi compagni, fossero anche luminosi come angeli.
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dove lo ponesti. Il corpo che Maria cerca, senza nominarlo tanto per lei ovvio, non pi dove labbiamo posto noi (19,42), dove fu posto Lazzaro (11,34) e dove, presto o tardi, tutti siamo posti. Il Signore ha portato il suo corpo fin dentro la morte per porlo davanti agli occhi di Maria, come sua vita. e io lo lever. Come pu, lei da sola, levare quel corpo che due uomini levarono dalla croce per porlo nel sepolcro? Ma lamore capace di portare ogni peso, perch nulla al mondo pesa quanto lamore. Solo se Maria leva il corpo del suo Signore, levata la pietra da quel sepolcro che il suo cuore. v. 16: le dice Ges: Mariam! Se finora nel racconto chiamata Maria, adesso Ges la chiama in aramaico: Mariam!. il suo nome, detto da una voce familiare e inconfondibile: Una voce, il mio diletto! (Ct 2,8a). Egli viene come un cerbiatto, saltando per i monti e balzando per le colline (Ct 2,8b): viene per tirar fuori dal recinto di morte la sua amata. Egli la conosce e la chiama per nome; e lei riconosce la voce di colui che ha esposto, disposto e deposto la sua vita per lei, per riprenderla di nuovo (cf. 10,1ss). Prima di lei solo Lazzaro (11,43) e Filippo (14,9) sono stati chiamati per nome. Seguir Simone di Giovanni, chiamato nel finale per tre volte (21,15.16.17). Allascolto del proprio nome dalla bocca del Verbo, Lazzaro esce dal sepolcro alla vita, Filippo dallignoranza alla conoscenza del Volto, la sposa dal lutto allincontro con lo Sposo, il discepolo rinnegatore alla gioia del perdono. Nella voce del Signore che ci chiama per nome, scopriamo chi siamo noi per lui: Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni (Is 43,1b), Tu sei prezioso ai miei occhi, perch sei degno di stima e io ti amo (Is 43,4a). Non solo do tutto per te (cf. Is 43,4b): do anche me stesso. Chiamare semplicemente per nome, senza aggiungere altro, significa dire: Tu sei per me e io per te. Questa chiamata si compir pienamente alla fine, quando il Signore ci chiamer a s e ci dar il nostro nome nuovo (Ap 2,17). Ma gi ora questo nome, uscito dalla sua bocca (cf. Is 62,2), ci fa passare dalla morte alla vita: ci fa venire alla luce della nostra verit. Nasciamo come creature nuove, perch il mio diletto per me e io per lui (Ct 2,16; 6,3; 7,11). voltatasi. La sposa si era gi voltata verso il giardiniere (v. 14). Ora si volta ancora: Volgiti, volgiti, Sulammita; volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti (Ct 7,1). Lo Sposo, e anche noi suoi amici, vogliamo ammirare la bellezza di chi lo cerca e lo trova. rabbun. Mariam lo riconosce al suono della voce che dice il suo nome; e gli risponde in aramaico. Il giardiniere il suo Ges che conosce. Lidentit di voce lidentit di persona, inconfondibile come un melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3). Non lo chiama Ges, ma rabbun, nome che si d, oltre che al maestro, anche allo sposo. Maria ha davanti Ges di Nazareth, suo maestro e sposo.
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Nel giardino risuonano grida di gioia e di allegria, la voce dello sposo e quella della sposa. Ad esse segue il canto di coloro lodano lamore eterno di Dio, che ristabilisce la sorte del suo popolo (Ger 33,11). Qui si compie infatti la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. Mariam e Ges sono la coppia primordiale dellumanit nuova, soli nel giardino al mattino di Pasqua. Anche il loro letto verdeggiante (Ct 1,16b) che si dice: Maestro. Levangelista traduce per il lettore la parola rabbun, sottolineando che significa maestro. Intende cos evidenziare che Mariam discepola di Ges. In lei si compie il cammino del discepolato. I primi due discepoli, alla domanda: Che cercate?, avevano risposto: Rabb (che si dice Maestro), dove dimori? (1,38). Ora sappiamo che dimora nellamore compiuto. Questo amore la nostra vera dimora (cf. 15,9). Il Signore, Sposo e Maestro, Ges, la Parola diventata carne, il Figlio venuto incontro ai fratelli per riportarli al Padre. In lui si compie lalleanza definitiva tra Dio e uomo: il cielo aperto sulla terra (cf. 1,51), la creazione si congiunge con il suo Creatore. v. 17: dice a lei Ges: Non (continuare a) toccarmi. Limperativo presente negativo ordina di interrompere unazione in corso: smettila di toccarmi. Il verbo toccare in Giovanni ricorre solo qui. Nel corpus giovanneo lo troviamo ancora in 1Gv 5,18, dove si dice che il maligno non tocca chi nato da Dio. Mariam, dopo essersi alzata nel buio e aver attraversato la citt in cerca dellamato del suo cuore, oltrepassate le guardie, lo trova: Lo strinsi fortemente e non lo lascer, finch non labbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice (Ct 3,4). La sposa finalmente abbraccia lo Sposo. Ma Ges le dice che questo solo il fidanzamento, anticipo dellunione definitiva. Questa sar dopo. Ora c un cammino da fare il suo stesso per essere con lui. infatti non sono ancora salito al Padre. Queste parole non sono di immediata comprensione. Per Giovanni la stessa croce la Gloria, lora del suo trasferirsi da questo mondo al Padre (cf. 13,1). Come mai adesso, che gi risorto, dice di non essere ancora salito al Padre? In realt il Figlio gi asceso al Padre. Con la sua morte andato a prepararci un posto e ha promesso che sarebbe venuto a prenderci con s, perch anche noi siamo dove lui (14,2s). Ora che risorto compie la promessa: torna a noi con la forza del suo Spirito, perch anche noi andiamo l dove lui da sempre . Solo quando saremo anche noi nella dimora del Padre suo e nostro, ci sar labbraccio definitivo. La salita al Padre, della quale parla, non tanto la sua, quanto quella dei suoi fratelli, ai quali ha mostrato la via (14,4). Questa via, che la verit della vita (cf. 14,6), il Ges terreno, il Maestro: la sua carne insegna a ogni carne il cammino verso il Padre. Tutta la storia, personale e universale, ormai non che il ritorno del creato al suo Creatore, nella carne del Figlio.
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Non dobbiamo trattenere Ges per condurlo nella stanza della nostra madre. Lo riporteremmo ancora nel sepolcro, la terra da cui appena uscito. Dobbiamo invece seguirlo nella casa del Padre suo celeste, che ormai anche nostro. L si consumano le nozze. Solo al termine del cammino, nostro e di tutti, ci sar lunione piena, anticipata nellabbraccio della Maddalena e di quanti, come lei, lo amano. ora va dai miei fratelli . Labbraccio con il Risorto diventa invio verso i suoi fratelli. lunica volta che Ges chiama i discepoli i miei fratelli. Ci ha resi tali assumendo la nostra carne e vivendo in essa la pienezza dellamore. Compiuta la sua missione di Figlio, comincia la nostra di suoi fratelli, che diventiamo figli amando come lui ci ha amati. Egli non pi visibilmente con noi. Ma presso di noi, anzi in noi, con il suo Spirito (14,16s) perch, andando verso gli altri, compiamo la nostra salita al Padre. Il Cristo totale, il corpo del Figlio nella sua statura piena (Ef 4,13), sar presso il Padre quando tutti gli uomini, suoi fratelli, saranno uno nellamore ( cf. 17,22s). di loro. Mariam inviata ad annunciare a coloro che sono inviati ad annunciare: apostola degli apostoli, super-apostola. la donna sposa e madre, figura della Chiesa, che con il suo annuncio apre agli altri la propria esperienza di vita. Le sue parole, secondo Luca 24,11, parvero agli apostoli un vaneggiamento e non le credettero. Fino a quando uno non fa esperienza personale, tutto senza senso. salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro . Linnalzamento di Ges sul Calvario gi il suo ritorno al Padre. Il tempo dopo la sua croce il tempo della nostra risurrezione. In esso, accogliendo il suo amore, noi passiamo dalla morte alla vita perch amiamo gli altri (cf. 1Gv 3,14). Proprio cos diventiamo suoi fratelli e figli del Padre: il Padre suo diventa Padre nostro, il Dio suo Dio nostro. Padre vostro e Dio mio e Dio vostro, senza articolo, sono attributi dellespressione il Padre mio, con larticolo. Con questo nome Ges chiama Dio. Mariam, come la Chiesa, annuncer ai fratelli quel Dio che nessuno mai ha visto: il Padre mio di Ges, il Figlio unigenito che si fatto nostro fratello perch il Padre suo diventi anche Padre nostro e Dio nostro. lalleanza definitiva: il Signore diventa nostro Dio e noi il suo popolo (cf. Ger 31,33). Con queste parole Ges ci fa comprendere, attraverso Mariam, il suo nuovo modo di essere con noi. Noi ora lo tocchiamo andando verso gli altri e testimoniando quanto lui ha detto. Il testo seguente specificher che una testimonianza di amore e di perdono, che scaturisce dalla pace e dalla gioia dello Spirito. Cos si realizza nella storia la salita del Figlio al Padre con tutti i suoi fratelli, fino a quando la sua casa sar piena (cf. Lc 14,23) e Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28).

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v. 18: viene Mariam la Maddalena. Nel suo volgersi ai fratelli, la Maddalena chiamata Miriam: realizza il nome con il quale Ges lha chiamata. Sembra che lasci lamato. In realt il suo andare verso gli altri compimento della presenza di colui che amore. annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore. Se gli angeli nel sepolcro non annunciano il Risorto, Mariam stessa diventa langelo della risurrezione e annuncia: Ho visto il Signore. Laltro discepolo vide i segni e credette che il Signore risorto (v. 8). Mariam invece ha visto il Signore stesso; e continua a vederlo (il perfetto indica unazione compiuta, il cui effetto perdura). Vedere, termine che esprime lincontro dei testimoni oculari con il Risorto, un vedere reale, anzi realissimo, e insieme trascendente: Il Signore oper negli occhi del loro corpo ci che si operava in loro con gli occhi del cuore ( Gregorio Magno). Vedere il Risorto con gli occhi della carne proprio dei primi testimoni, vederlo con gli occhi del cuore per chiunque lo ama. Lincontro con Ges fa risorgere Mariam. Lei lo vede, secondo la sua promessa: Voi mi vedrete, perch io vivo e voi vivrete (14,19). E la nuova vita la sua stessa di Figlio, rivolto ai fratelli come al Padre. Mariam, come poi i discepoli al v. 25, sintetizza la sua esperienza dicendo: Ho visto il Signore!. Per nel racconto, pi che il vedere al v. 14 si parla di contemplare, ma senza riconoscere , lautore pone in risalto quegli aspetti che portano anche il lettore a incontrare il Signore: lamore che sosta al sepolcro, il piangere (vv. 11bis. 13.15), il cercare dove sta lamato (vv.12.13.15), il volerlo levare con s e, infine, il chiamarsi per nome, il toccarlo e la missione di annunciare ai fratelli la salita al Padre. e che le disse queste cose. Lannuncio di Mariam passa dal discorso diretto a quello indiretto. Ho visto il Signore la testimonianza del suo incontro, che fonda la nostra fede. Queste cose, che le ha detto, sono le parole sulla sua salita al Padre, che riguardano la missione di ciascuno di noi. I racconti della risurrezione iniziano con Maria che cerca il Signore e non lo trova. Non pi nel sepolcro e non sa dove lhanno posto. La domanda del dove pervade il primo incontro con il Risorto come il primo incontro con il Ges terreno (cf. 1,35-39). Ora Mariam sa dove il Signore. Il suo luogo ogni luogo dove c un fratello, con il quale salire al Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro. Qui si chiude il primo incontro con Ges Risorto. Potrebbe finire anche il Vangelo, perch sappiamo che la storia continua nella testimonianza di chi lha incontrato, fino a quando al mondo c un fratello che ancora non conosca di essere amato dal Padre con lo stesso lamore del Figlio (cf. 17,23).
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Ma levangelista vuol mostrare il modo in cui questa testimonianza prosegue. Dopo laspetto personale esplicita quello comunitario e mette in rilievo i grandi doni del Risorto: la pace e la gioia, lo Spirito e il perdono. Per questo la storia degli incontri prosegue lo stesso giorno per i fratelli riuniti a Gerusalemme, si ripete lottavo giorno per chi allora non cera e si prolunga nella missione dei sette discepoli sul mare di Tiberiade. Ogni incontro evidenzia come la gloria del Figlio, data ai suoi fratelli (cf. 17,22), si propaga per il mondo intero per giungere fino a noi, lettori e a nostra volta annunciatori del Vangelo. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginando il giardino, vicino al sepolcro. Chiedo ci che voglio: lincontro con il Signore. Traendone frutto, guardo e ascolto le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono.

Da notare: 4. Maria piangente fuori dal sepolcro si china e vede due angeli nel sepolcro dove giaceva Ges donna, perch piangi? levarono il mio Signore e non so dove lo posero si volt indietro e vide Ges, in piedi, senza riconoscerlo donna perch piangi? chi cerchi? Signore, se tu lo portasti, dimmi dove lo ponesti e io lo lever le dice Ges: Mariam! Rabbun! non continuare a toccarmi non sono ancora salito al Padre ora va e annuncia ai fratelli salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro Mariam annuncia ai discepoli: Ho visto il Signore. Testi utili Sal 30; 45; Cantico dei Cantici; Ger 31; Ez 36,1ss; Ap 21-22.

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56. COME IL PADRE HA MANDATO ME, ANCHIO INVIO VOI 20,19-23 20,19 Essendo dunque la sera (di) quel giorno, (il giorno) uno dei sabati (= della settimana), ed essendo sprangate le porte dove erano i discepoli per la paura dei giudei, venne Ges e stette (in piedi) nel mezzo e dice loro: Pace a voi. 20 E, detto questo, mostr loro le mani e il fianco. Allora gioirono i discepoli, avendo visto il Signore. 21 Allora disse loro [Ges] di nuovo: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anchio invio voi. E, detto questo, insuffl e dice loro: Accogliete (= prendete) Spirito Santo. 23 A chi rimettete i peccati, gli sono rimessi; a chi li ritenete, sono ritenuti. 1. Messaggio nel contesto Come il Padre ha mandato me, anchio invio voi . Il Figlio, compiuta la sua missione, presente nei fratelli con il dono del suo Spirito, perch continuino la sua opera: testimoniare lamore del Padre suo, che anche nostro.
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Dopo il racconto del sepolcro vuoto e dellincontro con Maria, c la visita di Ges ai suoi discepoli. Nellultima cena aveva detto che non li avrebbe lasciati orfani: sarebbe tornato (14,18) per donare loro la sua pace (14,27) e la sua gioia (16,20.22) e renderli suoi testimoni in forza dello Spirito (15,26s). Ora mantiene la parola. Lepisodio, simile a Luca 24,36-49 (cf. anche Mt 28,1620), culmina nel dono dello Spirito che Ges aveva promesso (14,15-29; 15,26-27; 16,7-15). In questo modo la Pentecoste (cf. 7,37-39), gi anticipata sulla croce (19,30.34), avviene la sera stessa di Pasqua. Il Vangelo di Giovanni tutto un intreccio di anticipi e compimenti della stessa realt. Come nel tessuto della nostra esistenza, ci che oggi dato presagio e seme di ci che domani fiorisce e matura. un testo densissimo, che fa da raccordo tra lora del Figlio e quella dei fratelli, tra il tempo di Ges e quello della Chiesa. Protagonista sempre lo Spirito. Allinizio si pos e dimor sullagnello di Dio che toglie il peccato (1,12.13.16.29.32-33). Adesso alitato anche su di noi, perch continuiamo la sua opera di riconciliazione. Lepoca dello Spirito, inaugurata nella carne di Ges, prosegue in noi: la gloria del Figlio trasmessa alla comunit dei fratelli. Alla presenza del Risorto il sepolcro delle nostre paure si apre alla pace e alla gioia. La Parola, diventata carne in Ges e tornata Parola nel Vangelo, ora anima anche la nostra carne. La sua parola infatti Spirito e vita (6,63). I discepoli, pur sapendo che il sepolcro vuoto ed avendo ricevuto lannuncio della Maddalena, non hanno ancora incontrato il Risorto. necessario, ma non sufficiente, che qualcuno labbia visto e annunciato. Bisogna giungere allincontro con lui. Il c. 20 rappresenta, in modo graduale, il cammino di Pasqua. innanzi tutto un cercare Ges nel sepolcro e trovarlo vuoto (v. 1), un contemplare i segni del suo corpo assente, vederne il significato e credere in lui e nelle sue parole (vv. 2-10); poi un incontrarlo, abbracciarlo ed essere inviati ad annunciarlo (vv. 11-18). Ora c il suo ritorno definitivo con il dono dello Spirito, che ci fa creature nuove, capaci di amare come lui ha amato (vv. 19-23). Da come avviene lincontro, si passa a vedere cosa avviene nellincontro. Senza questo dono restiamo ancora nel chiuso delle nostre paure. Il Pastore bello entra nel nostro sepolcro, ci mostra nelle mani e nel fianco i segni del suo amore e ci tira fuori dalla prigione. Il Crocifisso non un fallito, sconfitto dal male: vincitore della morte, realmente in mezzo a noi nella sua gloria. Ci mostra quelle ferite da cui sgorga la nostra salvezza. Sono le stesse che ci testimonia il Vangelo, perch anche noi le contempliamo e tocchiamo. In esse vediamo il Signore, da esse fluisce quella pace che trabocca in gioia. E questa gioia la nostra risurrezione. Infatti la gioia del Signore la nostra forza (cf. Ne 8,10) per una vita nuova: ci fa uscire dalla tomba, ci comunica il profumo del Risorto e ci fa vivere del suo amore per noi. In queste ferite scopriamo quanto Dio ha amato il mondo (3,16). In esse troviamo la nostra
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dimora e la nostra identit di figli: lamore del Padre che il Figlio ci ha donato. Ma lamore sempre missione; infatti relazione, che manda la persona fuori di s, verso laltro. Lamore del Padre e del Figlio ci spinge verso i fratelli (cf. 2Cor 5,14), perch anchessi lo scoprano e lo accolgano. Allora Dio sar tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28), come tutto e tutti da sempre sono in Dio. Perch possiamo compiere questa missione, Ges ci dona il suo soffio vitale: la vita di Dio diventa anche nostra. lo Spirito nuovo, che ci toglie il cuore di pietra e ci d un cuore di carne, capace di vivere secondo la parola di Dio e di abitare la terra (cf. Ez 36,24ss). Questo Spirito fa rivivere le ossa aride (Ez 37,9ss) e ci fa conoscere il Signore: Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprir le vostre tombe e vi risusciter dai vostri sepolcri (Ez 37,13). quel soffio che Dio alit nel vecchio Adamo (Gen 2,7) e che il nuovo Adamo ci consegn dalla croce, facendo scaturire dal suo fianco sangue e acqua (19,30.34). lo Spirito del Figlio, che ci rende capaci di vivere da fratelli, vincendo il male con il bene (cf. Rm 12,21). Per questo la missione dei discepoli consiste nel perdonare i peccati. Il perdono verso i fratelli realizza sulla terra lamore del Padre. In questo modo la Chiesa, sacramento di salvezza per tutti, continua la missione dellagnello di Dio che leva i peccati del mondo (1,29). In questi racconti di risurrezione Ges crea la comunit messianica, primizia della creazione nuova. Il testo contiene allusioni eucaristiche, che saranno ampliate nel seguito del presente capitolo e nel successivo. Il luogo il cenacolo, dove Ges anticip il dono di s; il tempo la sera, quando la comunit si riunisce per far memoria del suo Signore; il Vivente sta al centro, mostrando le ferite della sua passione; la pace e la gioia che ne scaturiscono sono il frutto dello Spirito, che abilita i discepoli alla loro missione di riconciliazione. Il corpo di Ges, crocifisso e risorto, forma il corpo della Chiesa: sorgente aperta in Gerusalemme, che lava peccati e impurit (Zc 13,1). Il testo si articola in due parti. Nei vv. 19-20, con il riconoscimento di Ges, inizia il tempo della gioia messianica, compimento della Pasqua. Nei vv. 21-23, con il dono dello Spirito, inizia la creazione riconciliata, compimento della Pentecoste. Ges, risorto e tornato al Padre, presente nei fratelli come fonte di pace di gioia. Con il dono del suo Spirito, li invia a continuare nel mondo la sua missione. La Chiesa esce dal sepolcro contemplando, attraverso le ferite, lamore del suo Sposo: nasce dal sangue e dallacqua, dal dono della vita di Ges e del suo Spirito, che la invia per testimoniare al mondo lamore del Padre nel perdono dei fratelli. La sua nascita indica la sua natura permanente. 2. Lettura del testo

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v. 19: Essendo dunque la sera. Per gli ebrei la sera linizio del giorno nuovo. Qui invece il compimento del giorno uno, quel giorno che loggi di Dio, sempre presente nella Parola. Infatti chi la ascolta si trova davanti a lui che parla. Affrettiamoci dunque a entrare in questo oggi (Eb 4,11). La sera, inizio della notte, richiama la Pasqua, quando la nube illumin la tenebra (Es 14,20). Se il brano precedente, allalba, presenta lincontro con Ges come inizio della nuova creazione, questo, di sera, lo presenta come la nuova Pasqua, che libera luomo dal male (v. 23). Richiama la sera e la tenebra che cadde sopra i discepoli nella tempesta, dopo che Ges ebbe donato il suo pane (cf. 6,16-21). Adesso la luce torna a visitare la notte dei discepoli e tutte le notti delluomo. lora, dopo il tramonto del sole, in cui i primi cristiani si riuniscono per celebrare la memoria della passione del Signore. (di) quel giorno. Questa notte appartiene a quel giorno nel quale non ci sar n giorno n notte; verso sera risplender la luce (Zc 14,7). La notte ormai diventata giorno. il (giorno) uno dei sabati (cf. v. 1). Siamo sempre al giorno uno della creazione (cf. Gen 1,5). Quel giorno un unico giorno che non conosce tramonto, appunto perch la luce brilla verso sera: lottavo giorno senza fine, il giorno del Signore. Ormai viviamo sempre in quel giorno. Ma c buio fino a quando non apriamo gli occhi alla luce del mondo, che viene per stare in mezzo a noi. essendo sprangate le porte. La scena non pi fuori, nel giardino, dove sta la Maddalena. Siamo invece dentro, nel cenacolo, dove Ges anticip il dono di s e doner il suo Spirito e la sua missione. I discepoli ne hanno fatto una tomba. Il sepolcro di Ges aperto e vuoto; la loro casa sprangata e piena di morte, come il loro cuore. Le pecore sono rinchiuse, in attesa del Pastore bello che le conduca ai pascoli della vita. Sono in questa situazione perch non hanno dato credito allannuncio della Maddalena (v. 18; cf. Lc 24,9-11). dove erano i discepoli. Non si dice che i discepoli stanno insieme (cf. At 1,14). Non sono in comunione. Sono tutti orfani e soli, a porte chiuse. Dopo il Venerd e il Sabato santo, morto e sepolto Ges, anchessi sono morti e sepolti, in preda alla sfiducia e alla disperazione. Fin che c speranza, c vita; dove non c speranza, regna la morte. Giovanni non parla di apostoli, ma di discepoli, termine pi ampio che abbraccia tutti i credenti in Ges, di ogni tempo. Dice i e non alcuni discepoli, per indicare che essi si trovano e si troveranno sempre tutti in questa situazione, fino a quando non incontrano il Signore. per la paura dei giudei (cf. 7,13; 19,38). La paura divide le persone; ognuno, chiuso in se stesso, in difesa o attacco contro gli altri. Essa impedisce ai discepoli di stare insieme tra loro e di aprirsi agli altri. Paura e fiducia, come tristezza e gioia, muovono ogni azione, rispettivamente chiudendo nella morte o aprendo alla vita.
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venne Ges. In questa situazione, per molti aspetti opposta a quella di Maria, viene Ges. Egli non si vergogna dei suoi fratelli (cf. Eb 2,11), anche se lhanno abbandonato, rinnegato e tradito. Li ha scelti e si legato a loro non perch siano bravi e forti, ma perch sono piccoli e deboli (cf. Dt 7,7), bisognosi di lui. Alla Maddalena che lo cerca, Ges si fa trovare. Dai discepoli invece viene di sua iniziativa, non cercato, anche se amato. Mentre il popolo chiuso, ognuno nella sua stanza, il Signore esce dalla sua dimora e viene a visitarlo (Is 26,20s). Nessuna chiusura ferma il Risorto: la luce entra nelle tenebre dei discepoli. Il Signore non li salva dalla morte non ha salvato neanche se stesso , ma nella morte in cui si trovano. Il tempo che va dalla sepoltura a questo incontro il breve tempo in cui non lo vediamo (16,16). Ora lo vediamo di nuovo, perch lui vive e noi vivremo (14,19). Infatti non ci ha abbandonati: il suo andare al Padre nella carne il suo tornare a noi con il dono dello Spirito. stette(in piedi) nel mezzo. Ges non entra dalla porta, sprangata. Non un ostacolo per lui, come non lo stato il muro della morte n la pietra del sepolcro. lui stesso la porta della vita (cf. 10,7-10). Sta ritto in piedi, vittorioso sulla morte (cf. v. 14). nel mezzo, al centro dei discepoli e nel cuore di ciascuno: luce che dissolve le tenebre, amore che scaccia ogni paura (1Gv 4,18). Dove prima regnava la morte, ora c il Vivente. Colui che ci ama fino allestremo, mostra la sua gloria. Dio in mezzo al suo popolo. Il Signore vuol stare sempre con noi, addirittura in noi (cf. 15,4-11; 17,17-26). Per questo entrato l dove noi eravamo: nella morte e nel sepolcro. quanto avviene ancora oggi, quando la comunit si trova riunita non pi nel proprio nome, lamentando i propri guai, ma nel suo nome, celebrando il suo amore. Giovanni qui non racconta tanto unapparizione di Ges, che si rende visibile e poi torna invisibile. Narra piuttosto linizio di una nuova presenza: mentre prima era con noi, ora stabilisce la sua dimora in noi (cf. v. 17). dice loro: Pace a voi. Pace (ebraico shalom) non semplicemente il saluto abituale degli ebrei. Indica la pienezza di ogni benedizione messianica. il dono di Ges che dice: Vi lascio la pace, vi do la mia pace (14,27), quella pace che il mondo non conosce. la pace dellamore che vince lodio: Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo (16,33). v. 20: mostr le mani e il fianco. Le mani forate e il fianco trafitto sono lidentit del Risorto: il Crocifisso, il Verbo diventato carne, che ha esposto, disposto e deposto la sua vita e lha ripresa di nuovo (10,11-18), dopo aver affrontato il regno della morte. Le sue ferite sono la sorgente di questa pace: riportano allunit i figli di Dio dispersi (cf. 11,52). Sono le piaghe che ci guariscono (Is 53,5), ostensione del suo amore estremo.

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La mani sono segno di potere: con esse luomo fa e disfa tutto. Nelle sue mani sta ogni potere che il Padre ha dato al Figlio (cf. 3,35; 13,3). Esse, che hanno lavato e asciugato piedi, sono inchiodate allamore e al servizio di ogni perduto. Sono quelle mani dalle quali nessuno pu rapirci (10,28). Sono infatti le stesse del Padre (10,29): Io e il Padre siamo uno (10,30). Il suo fianco squarciato carne da cui nasciamo, ferita da cui siamo generati. In coloro che guardano a colui che hanno trafitto, si riversa uno Spirito di grazia e di consolazione (Zc 12,10). Dalla fessura della roccia che ci salva sgorga la sorgente zampillante (cf. 4,14), aperta in Gerusalemme per lavare peccato e impurit (Zc 13,1; cf. 14,8). Da l viene il fiume dacqua viva, che sgorga dal fianco del tempio. il fiume immenso che feconda la terra e risana le acque amare, facendo rivivere quanto morto. Sulle sue rive cresce ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiscono e i cui frutti maturano ogni mese; e i frutti sono vita e le foglie medicina per luomo (Ez 47,1-12). Se qualcuno ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come disse la Scrittura, fiumi dacqua vivente fluiranno dal suo seno (7,37s). Quel giorno, verso sera, la tenebra diventa luce (cf. Zc 14,7), come il giorno uno della creazione (cf. Gen 1,3-5). I discepoli, contemplando le mani e il fianco, memoria perenne dellamore di Dio, vedono la luce del mondo, ricevono pace e gioia imperitura. Allora il Signore sar re di tutta la terra e ci sar il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zc 14,9). Qui Ges presentato come lagnello pasquale, che toglie il peccato dal mondo (1,29): il suo sangue ci libera dalla morte e il suo corpo nutrimento per lesodo (Es 12,8-13). Quel giorno ormai loggi in cui viviamo pure noi: celebrando leucaristia, facciamo memoria dellamore del Signore, riceviamo il suo Spirito e siamo inviati nel mondo a portare riconciliazione. La comunit mangia e beve, mastica e assimila il cibo e la bevanda di vita, che fa dimorare lui in noi come noi in lui (6,53-58). Il tema del memoriale eucaristico, qui solo accennato con le ferite del Crocifisso, sar sviluppato nella scena seguente e in 21,12ss. allora gioirono i discepoli. La gioia del Signore la nostra forza (Ne 8,10): scaccia paura e morte. La gioia propria di chi dimora nellamore: uniti a lui, come il tralcio alla vite, la sua gioia in noi e la nostra gioia piena (15,10.11; 17,13). Dopo un breve tempo la tristezza dei discepoli mutata in danza: nato luomo nuovo (16,20s), il Signore che viene a noi (16,22). Questa gioia nessuno ce la pu rapire (16,23). Viene infatti da un amore che ha resistito allo Sheol: un fuoco che le grandi acque non possono estinguere (cf. Ct 8,6s). In quel giorno i discepoli non gli domanderanno pi nulla (16,23); da lui infatti ricevono tutto: pace e gioia, Spirito e capacit di perdono.

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avendo visto il Signore. Ora anche i discepoli, contemplando le ferite della sua passione per noi, hanno visto e riconosciuto il Signore. Questo sar il modo nel quale si render visibile anche a noi nella fede, mentre facciamo memoria di lui nella celebrazione eucaristica. I discepoli, raccontando a Tommaso la loro esperienza, diranno: Abbiamo visto il Signore! (v. 25; cf. v. 18). Eppure levangelista, pi che sul vedere, insiste sul gioire. Infatti avendo visto un participio passato subordinato allindicativo gioirono, che pone direttamente la gioia come segno dellincontro con il Risorto. Nel racconto i verbi allindicativo che descrivono lazione di Ges sono: venne/stette e dice, mostr e disse, insuffl e dice. La Parola stessa dice ci che d. Anche qui, come sempre, lautore scrive ci che accade anche al lettore. v. 21: disse loro[Ges] di nuovo. C una successiva comunicazione del Risorto. Nella prima viene, sta nel mezzo e mostra la sua identit nei segni delle piaghe, dove vediamo il Signore e gioiamo. Da questa contemplazione e comunione damore, propria delleucaristia, viene il dono dello Spirito e scaturisce la missione. pace a voi. Il Risorto si presenta come datore pace (vv. 19.21.26). La gioia e la pace, pace gioiosa e gioia pacificante, il modo proprio della presenza del Signore, che ci assimila a lui. come il Padre ha mandato me, anchio invio voi . Dopo aver gioito alla vista del Signore, i discepoli lo ascoltano. Se locchio vede e il cuore gioisce, lorecchio ascolta: la contemplazione si fa amore e obbedienza. La missione dei fratelli la stessa del Figlio, che ha lavato i piedi e ha detto: Vi diedi un esempio, affinch come io feci a voi, anche voi facciate (13,15) e: Vi do un comandamento nuovo: () come io amai voi, anche voi amatevi gli uni gli altri (13,34). I discepoli sono inviati, come lui, a testimoniare lamore del Padre (cf. 3,16; 17,6.26): (Padre,) come tu mi mandasti nel mondo, anchio li mandai nel mondo (17,18). Per questo li ha scelti (cf. 15,16). Linvio rende gli inviati uguali a chi invia: Chi accoglie colui che io mander, accoglie me (13,20). Colui che mandato, chiamato a fare come lui: amare e lavare i piedi (cf. 13,13-17), compiendo le sue stesse opere (14,2). Associato al suo destino, come il chicco di grano che cade sotto terra e porta molto frutto (12,24; cf. 15,5).

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La missione verso i fratelli esprime la natura del Figlio: amando il fratello che si diventa figli. Se il Figlio necessariamente inviato dallamore del Padre verso i fratelli, chi a sua volta va verso i fratelli conosce lamore del Padre e diventa figlio. La relazione che c tra Ges e il Padre (come il Padre ha mandato me), la stessa che c tra lui e noi (anchio mando voi). come dire: Voi siete me, se fate ci che io ho fatto a voi: come avete ricevuto pace e gioia, date pace e gioia, perdonando anche voi. I suoi discepoli non sono superuomini. Sono come noi, pavidi e infidi, segnati da fragilit e peccato. Ma proprio in questa nostra situazione lui ci viene incontro e ci salva. Per questo Paolo si gloria della sua debolezza, in cui ormai dimora la potenza del Risorto (cf. 2Cor 12,1-10). v. 22: detto questo, insuffl. Insufflare, parola unica nel NT, ricorre due volte nellAT: Dio, soffiandogli dentro il suo alito vitale, crea luomo (Gen 2,7; cf. la ripresa in Sap 15,11) e fa risorgere le sue ossa aride (cf. Ez 37,9). lo Spirito della nuova ed eterna alleanza, stipulata nel perdono (Ger 31,33s), che ci d un cuore nuovo, capace di vivere secondo la Parola (cf. Ez 36,25ss). accogliete (= prendete) Spirito Santo. Ges parla di Spirito Santo, senza articolo (vedi anche 1,33), non perch sia una realt vaga e indeterminata. Lo Spirito Santo il suo amore: ce lo dona in pienezza, non a misura (cf. 3,34). Ma noi ne abbiamo quanto ne accogliamo; e possiamo accoglierne sempre di pi, senza determinare limiti a ci che smisurato e infinito. Ges ci chiede di accoglierlo. La forma imperativa accogliete una supplica pressante del Figlio alla nostra libert, perch accogliamo il dono che ci fa essere ci che siamo: fratelli suoi e figli del Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro. quello Spirito che il mondo non pu accogliere, perch non lo conosce. I discepoli invece lo conoscono perch ha dimorato presso di loro in Ges e ora desidera dimorare in loro (cf. 14,17). Sulla croce gi ci ha consegnato lo Spirito (19,30.34). Ma non basta: ogni dono tale solo quando qualcuno lo accoglie. Ora i discepoli, contemplando le sue ferite, si arrendono al suo amore e lo accolgono. Nel dono dello Spirito si realizzano le promesse di Ges nellultima cena (cf. 14,15-26; 15,26s; 16,7-15). La sua gloria trasmessa ai discepoli, che diventano una cosa sola tra di loro (cf. 17,22), per testimoniare al mondo lamore del Padre. Si realizza cos per grazia lantico sogno delluomo che fall per ingano: diventare come Dio (cf. Gen 3,5). La sera di Pasqua accogliamo la sorgente di acqua viva promessa nel grande giorno della festa di Pentecoste (cf. 7,37-39): accogliamo lo Spirito del Figlio e diventiamo figli di Dio (1,1213), perch capaci di perdonare i fratelli. Dopo che Ges ha ricevuto il suo battesimo sulla croce, anche noi siamo battezzati in Spirito Santo (cf. 1,33). Immersi nel suo amore, possiamo amare come lui ci ha amati. Il fine dellopera del Figlio che noi partecipiamo sempre pi al suo amore per il Padre e per i fratelli.
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Per Giovanni la Pentecoste, iniziata sulla croce, esplode nel giorno di Pasqua, quando i discepoli ricevono il suo Spirito. Da allora comincia lepoca dello Spirito; in essa vive chiunque contempla la Gloria, aperta a tutti nelle ferite del Trafitto. v. 23: a chi rimettete i peccati, gli sono rimessi (cf. Mt 18,18). Lo Spirito del Signore perdono. Infatti se lamore dono, il per-dono un super-amore. La comunit dei discepoli riceve il potere esclusivo di Dio: perdonare i peccati (cf. Mc 2,7p). Le donata la possibilit di separare, slegare e assolvere il peccatore dal suo peccato, liberando il presente da ogni ipoteca del passato. Perdonare i peccati miracolo pi grande che risuscitare i morti. Chi perdona fa vivere laltro, perch gli la libert di figlio di Dio; cos nasce lui stesso come figlio uguale al Padre, perch ama come lui (cf. Mt 5,44-48; Lc 6,35-38). Lo Spirito, amore che tutto crea e ricrea, principio di creazione e di redenzione: il perdono fa nuove tutte le cose. sono loro rimessi. un passivo divino. Dio rimette ci che noi rimettiamo: affida a noi il suo servizio di perdono. La nostra missione fare in terra ci che lui fa in cielo: donare e perdonare. Ci che il Padre fa di sua natura, il compito di noi, suoi figli, per diventare ci che siamo. Il perdono dei peccati, insieme alla morte/risurrezione di Ges e alla conversione, fa parte del primo annuncio cristiano (cf. Lc 24,47) ed strettamente connesso con la risurrezione: Se Cristo non risorto, vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati, dice Paolo a quelli di Corinto (1Cor 15,17). In verit noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita se amiamo i fratelli (cf. 1Gv 3,14): lamore svela la sua essenza di gratuit e assolutezza proprio nel perdono. a chi li ritenete, sono ritenuti. Queste parole, complementari alle precedenti, possono essere intese in vari modi. A noi dato il potere divino di perdonare; tuttavia, mentre Dio sempre e solo perdona, noi invece lesperienza lo dimostra possiamo anche non perdonare. Ges ci ammonisce circa limportanza del nostro perdono, perch ci che non perdoniamo non perdonato. Ma, se non perdoniamo, siamo ancora nel nostro peccato: non viviamo il perdono di Dio (Mt 6,14s; Mc 11,25). Lamore del Padre vive in noi se amiamo i fratelli. Si pu intendere anche che la comunit ha il potere di dichiarare quando il peccato rimane o non rimane, quando il peccatore accoglie o non accoglie il perdono (cf. 3,18s.36b). Anche Ges dichiara ai farisei che il loro peccato rimane, perch non accettano il perdono (9,41). un grande atto di misericordia denunciare il male, perch uno desideri di uscirne. Infatti lo Spirito convince il mondo di peccato (16,8): la denuncia/conoscenza del peccato fondamentale per la salvezza.

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In Giovanni si vedono i vari atteggiamenti di Ges nei confronti dei peccatori, che tutti ama e vuol liberare. Al paralitico dice: Non peccare pi, perch non ti accada di peggio (5,14). Infatti non cos dalla nascita: la sua condizione di paralisi collegata alla sua connivenza con il male (cf. 5,6s). Solo chi ascolta la Parola del Figlio ha vita eterna e non va incontro al giudizio: passato dalla morte alla vita (5,24). Al cieco dalla nascita invece, che non tale per colpa sua, il Signore si rivela aprendogli gli occhi con il suo fango (cf. 9,1ss). Ai farisei infine, che non ammettono la loro cecit, Ges dichiara che il loro peccato rimane (9,41), perch non accettano il dono della luce. Inoltre la coppia di verbi opposti rimettere/ritenere indica la totalit del potere, come legare/sciogliere (Mt 16,19), entrare/uscire (10,9b). Ges ci conferisce la pienezza del potere di perdono. Nella misura in cui non lo usiamo, abusiamo di Dio, amore infinito, e impediamo la sua glorificazione nel mondo. Questo potere concesso ai discepoli (cf. v. 19), a ogni discepolo, non ad alcuni in particolare. Paolo intende la sua missione come ministero della riconciliazione: si dichiara servo e ambasciatore di colui che fu fatto peccato in nostro favore, perch noi ottenessimo in lui la giustizia di Dio (2Cor 5,18-21). Il perdono, ricevuto e accordato (cf. Mt 18,21-35), costituisce il mondo nuovo, la comunit dei fratelli che vivono la pace e la gioia di Ges. Chi perdona, diventa figlio, uguale al Padre; chi perdonato, se accoglie il perdono, diventa a sua volta figlio, capace di perdonare e dire in Spirito e verit: Padre nostro (Mt 6,14s). Lamore e il perdono del Padre sono sempre mediati dal Figlio e da chiunque si riconosce suo fratello. Il testo parla del perdono, senza specificare come lo si esercita. I modi di celebrarlo possono essere diversi: il battesimo, il sacramento della riconciliazione, il perdono fraterno. In verit il pane quotidiano, che rende possibile la vita tra gli uomini, il perdono ricevuto e dato non sette volte al giorno (cf. Lc 17,4), ma settanta volte sette (cf. Mt 18,22). Il cristianesimo non legge: la buona notizia del perdono del Padre e della libert dei figli. stato Dio infatti a riconciliare a s il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione (2Cor 5,19). Da qui lappello rivolto a tutti: Lasciatevi riconciliare (2Cor 5,20b): Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza (2Cor 6,2). Quando luomo accetta lamore del Figlio, riconciliato con Dio, con s e con gli altri. rinsaldata la frattura originaria, che ci divise da lui, da noi e tra di noi. Allora il lupo dimorer con lagnello (Is 11,6) e la saggezza del Signore riempir il paese come le acque ricoprono il mare (Is 11,9).

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Tutta la creazione geme da sempre nelle doglie del parto, in attesa che nelluomo si riveli la gloria del Figlio (cf. Rm 8,19-23). Questa si manifesta quando noi, perdonando, diventiamo suoi fratelli. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b. Mi raccolgo con i discepoli nella stanza del cenacolo. c. Chiedo ci che voglio: gustare la gioia di chi riconosce il Signore dalle ferite del suo amore, accogliere il suo Spirito di perdono e perdonare. d. Traendone frutto, con i discepoli guardo e ascolto Ges. Da notare: la sera di quel giorno le porte sprangate e la paura dei discepoli Ges viene e sta nel mezzo pace a voi Ges mostra le mani e il fianco i discepoli gioiscono a vedere il Signore come il Padre ha mandato me, anchio invio voi Ges insuffl accogliete lo Spirito Santo se rimettete i peccati, sono rimessi se li ritenete, sono ritenuti. 4. Testi utili

Sal 23; Zc 14,1ss; Gv 7,37-39; 10,1-18; 14,15-26; 15,26s; 16,7-15; 17,17-26; Gal 5,22; Mt 18,2135; 2Cor 5,14-6,2.

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57. IL SIGNORE MIO E IL DIO MIO 20,24-31 20,24 Ora Tommaso, uno dei Dodici, quello detto Didimo (= gemello), non era accanto a loro quando venne Ges. 25 Dicevano dunque a lui gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore. Ora egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani limpronta dei chiodi e non getto il mio dito nellimpronta dei chiodi e getto la mia mano nel suo fianco, non creder affatto. 26 E, otto giorni dopo, di nuovo erano dentro i suoi discepoli e Tommaso accanto a loro. Viene Ges, a porte sprangate, e stette (in piedi) nel mezzo e disse: Pace a voi. 27 Poi dice a Tommaso: Continua a portare il tuo dito qui e vedi le mie mani; e continua a portare la tua mano e gettala nel mio fianco. E non continuare a diventare incredulo, ma credente. Rispose Tommaso e gli disse:
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Il Signore mio e il Dio mio! 29 Gli dice Ges: Perch mi hai visto, hai creduto: beati quelli che non videro e credettero. 30 Certo molti altri segni fece Ges al cospetto dei [suoi] discepoli che non sono scritti in questo libro; 31 questi per sono stati scritti affinch crediate che Ges il Cristo, il Figlio di Dio, e affinch credendo abbiate vita nel suo nome. 1. Messaggio nel contesto Il Signore mio e il Dio mio! , dice a Ges Tommaso, detto Didimo. Questespressione costituisce lapice della fede in Ges, proposta anche noi attraverso lannuncio dei primi che lo hanno visto e accolto. Didimo significa gemello: gemello di ciascuno di noi, increduli come lui, chiamati a diventare gemelli di Ges mediante la fede. Tommaso non cera quando gli altri lo videro; ed tentato di non credere alla loro testimonianza. Vuol vedere di persona il Signore. Gli sar concesso, ma allinterno della comunit. Per Ges gli rimproverer di non aver creduto alla testimonianza altrui e proclamer beati coloro che, a differenza di lui, crederanno senza aver visto. Questo racconto conclude il cammino di fede dei primi discepoli, aprendolo a quanti in futuro crederanno sulla loro testimonianza. Oltre a sottolineare lidentit tra il Risorto e il Crocifisso, il testo sviluppa il rapporto tra vedere e credere, appena accennato nel v. 8 a proposito dellaltro discepolo. Tommaso non solo ha dubbi sul Risorto, come anche gli altri che lhanno visto (cf. Mt 28,17; Lc 24,11.38.41), ma esclude il valore stesso della testimonianza. il primo fallimento
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dellannuncio pasquale, anzi il secondo, dopo quello di Maria Maddalena riportato da Lc 24,11. Non accettare per principio la testimonianza distrugge ogni relazione e rende impossibile ogni trasmissione di conoscenza: senza fiducia ragionevole nella parola dellaltro, non esiste luomo, la cui natura relazione e cultura. Tommaso ama Ges: disposto a morire accanto a lui (11,16) e vuol sapere dove va, per essere dove lui (14,4s). Ma, quando il Signore viene dai suoi, insieme a Giuda lunico dei Dodici che manca (v. 24). Si pu supporre che fosse assente perch, forse pi coraggioso degli altri, ha osato uscire allaperto, da solo o con altri pi intraprendenti, come Cleopa e il suo compagno (Lc 24,13ss). Si trova fuori dalla comunit dei fratelli che vedono il Risorto e accolgono il suo Spirito. Anche lui vuole vederlo: in gioco la sua vocazione di uno dei Dodici, chiamato ad essere testimone diretto del Crocifisso risorto (cf. At 1,21s). Per testimoniarlo deve poter dire: Lho visto anchio! (cf. 1Cor 15,811). una fortuna per noi che sia stato assente; cos comprendiamo meglio che cosa sia la fede. Ges si mostra a Tommaso; ma dice anche che siamo pi beati noi che crediamo senza averlo visto (cf. anche 1Pt 1,8!). Sia per i primi che per i successivi discepoli, la fede identica nella sostanza. Il modo per nel quale si attua necessariamente diverso. I primi, essendo contemporanei di Ges, lhanno visto; per questo hanno creduto e possono testimoniarlo. Noi, che veniamo dopo, non possiamo vederlo, ma possiamo credere in lui mediante la testimonianza di chi era prima di noi. Lesperienza dei primi compagni di Ges ha un aspetto unico e irripetibile, un altro comune e trasmissibile. Unico il fatto che lhanno visto. Comune invece la loro esperienza di fede, che con locchio dello Spirito legge come segno della Gloria ci che vedono con gli occhi di carne. Ogni evento passato, pur essendo irrepetibile, tuttavia trasmissibile per mezzo della parola, la cui funzione rendere presente ci che assente. Come i fatti raccontati, anche il racconto dei fatti segno della Gloria. Chi accoglie la parola che li testimonia, si trova davanti al Signore della vita che gli parla. Il tema del testo la fede, che sempre vuol vedere e toccare il Signore. Ma c un vedere e toccare materiale, riservato ai contemporanei di Ges, che vale solo nella misura in cui si aderisce a lui. Infatti lhanno visto e toccato anche quelli che lhanno messo in croce! C invece un vedere e toccare interiore proprio di chi crede in lui e lo ama: la comunione con lui, che trasforma la vita. Incontrare il Risorto non significa solo che lui risorto, ma essere risorti con lui, vivo e presente nella comunit con il dono del suo Spirito. I suoi contemporanei hanno visto e toccato il suo corpo. Noi oggi lo vediamo nella Parola che lo racconta e lo tocchiamo nel Pane, memoriale della sua passione per noi. Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo pi cos (2Cor 5,16b): lo conosciamo secondo lo Spirito, che ci fa vivere di lui e come lui. Per questo lo vediamo e tocchiamo anche nei
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fratelli, con i quali forma un unico corpo. Il Figlio, salito al Padre, torna a noi nella Parola, nel Pane e nellamore dei fratelli, per salire con tutti al Padre. Il testo inizia dicendo che Tommaso non era con gli altri quando videro il Risorto. Per questo non crede se non vede e non tocca ( vv. 24-25). Il Signore, otto giorni dopo, viene tra i suoi discepoli e dice a Tommaso, mentre insieme agli altri, di guardare e toccare le sue ferite ( vv. 2627). Tommaso risponde: Il Signore mio e il Dio mio. Alla sua fede di uno che crede perch ha visto, Ges contrappone la beatitudine di coloro che crederanno senza aver visto ( vv. 28-29). la nostra beatitudine. Infatti noi crediamo sulla parola di coloro che lo hanno visto e raccontato nel Vangelo, perch anche noi potessimo accedere alla fede in Ges come il Cristo, il Figlio di Dio, e avere in lui vita eterna (vv. 30-31). Il c. 20 termina con la prima conclusione del Vangelo, che dichiara lintenzione dellautore: egli, che ha visto Ges, lo testimonia a noi che non labbiamo visto, perch pure noi aderiamo a lui per avere vita, la sua vita. Chi scrive il quarto Vangelo sa di essere lultimo teste oculare. Con lui si chiude lepoca di chi ha visto il Verbo della vita e si apre il cammino di chi creder senza aver visto (cf. 1Gv 1,1-4). La Parola eterna di Dio, diventata carne in Ges, tornata Parola nel racconto del Vangelo per farsi carne in ogni carne e offrire a tutti la possibilit di diventare figli di Dio (cf. 1,12). Cos dice il Prologo, dichiarando ci che avviene al lettore: il Verbo sempre allopera per creare e salvare luomo e, in lui, la creazione tutta. Ci che fu il corpo di Ges, ora per noi il racconto evangelico: mostrandoci la carne del Figlio, ci dona lo Spirito del Padre. Infatti mostrare, o rivelare, significa donare se stessi. Nel succedersi degli incontri con il Vivente, Gv 20 delinea le tappe del nostro cammino di fede: attraverso lascolto della Parola contempliamo il sepolcro vuoto con Pietro, vediamo i segni e crediamo con il discepolo amato, incontriamo personalmente il Signore con Mariam, riceviamo lo Spirito e la missione con gli altri discepoli, vediamo e tocchiamo il suo corpo come Tommaso. Ges risorto apparso ai primi nella sua carne crocifissa, perch potessero conoscerlo e aderire a lui e, a loro volta, testimoniarlo a noi. La Chiesa ha la beatitudine di aderire a lui mediante la testimonianza dei primi, per avere la sua vita di Figlio che ama il Padre e i fratelli. 2. Lettura del testo v. 24: Tommaso, uno dei Dodici. In Giovanni il termine Dodici ricorre solo qui e altre due volte dopo il dono del pane (6,70); lespressione uno dei Dodici riservata, oltre che al traditore (6,70b), solo a Tommaso. Giovanni non racconta la chiamata dei Dodici, n offre la lista. In genere
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usa il termine discepoli, dal significato pi ampio, applicabile a chiunque aderisce a Ges e alle sue parole. quello detto Didimo (= gemello). Didimo significa gemello, che fa un paio con laltro, anche in senso spregiativo. Tommaso gemello di molti fratelli. Innanzitutto di Giuda: come lui rischia di perdersi nella notte dellincredulit, tagliato fuori dalla comunit al cui centro sta il Crocifisso risorto. Inoltre gemello nostro: nella situazione di tutti noi, che non eravamo con quelli che hanno visto il Signore e siamo chiamati alla fede dalla loro testimonianza. Infine anche gemello di Ges, il suo alter ego, la sua anima gemella. Infatti disposto a morire al suo fianco (11,16), a differenza di Pietro disposto a dare la vita per lui (13,37). Ama Ges e vuole seguirlo fino alla morte. Ignora per che non la morte, bens la vita la parola definitiva. Non sa che Ges non muore: torna al Padre proprio mettendosi in comunione con i fratelli, obbediente alla loro condizione umana fino alla morte, e alla morte di croce (cf. Fil 2,8). Ora, attraverso le sue ferite, lo conoscer come la via della verit che porta alla vita (cf. 14,5s). Per ora il suo un amore senza speranza, la dannazione peggiore che ci sia. Solo quelli ai quali il Padre ha concesso di sedere alla destra e alla sinistra del suo trono, accanto a lui sulla croce, vedono la morte come Gloria (cf. 19,18; 17,24). non era assieme a loro. Tommaso, non essendo con i fratelli, non incontra il Figlio. solo. Se nella creazione tutto bello e buono (Gen 1,4.10.12.18.25.31), ancor prima del peccato originale Dio dice che non n bello n buono che luomo sia solo (Gen 2,18). Lisolamento il male radicale. Radice di ogni male infatti vivere il proprio limite come luogo di solitudine invece che di relazione con gli altri e con lAltro. Mentre gli altri erano nel cenacolo, ammucchiati dalla comune paura, Tommaso, il gemello, ha osato uscire, sprezzante del pericolo. Con il suo agire contraddice il suo nome. Paradossalmente proprio lui, il cui nome implica essere con il suo simile, non accanto agli altri. Non solidale con loro: non condivide la loro fragilit e paura. Per questo si esclude dagli altri, tagliando la relazione con loro. gemello di quella parte pi profonda di noi stessi che non accetta il limite, ma, con la forza della disperazione, reprime la paura stessa, chiudendosi in una solitudine tanto eroica quanto distruttiva. Non crede alla vita: vive la morte come unico orizzonte possibile. In questo gemello di ogni uomo che, da Adamo in poi, schiavo della paura, palese o inconfessata, della morte (cf. Eb 2,14s). quando venne Ges. Levangelista riserva lespressione aver visto il Signore ai primi discepoli e alla loro testimonianza (cf. vv. 18.20.25). Nel racconto preferisce per mettere in risalto il fatto che Ges viene e sta in mezzo a loro, per farsi riconoscere attraverso la Parola e i segni della passione impressi nel suo corpo. Evidenzia cos quellaspetto della fede che comune a loro e a noi.
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v. 25: abbiamo visto il Signore (cf. anche vv. 18.20). Lannuncio dei discepoli, identico a quello di Mariam (v. 18), richiama il loro primo incontro con Ges: Abbiamo trovato il Messia (1,41.45). Ora trovare il Messia diventa vedere il Signore. In questo ultimo incontro si compie ci che iniziato nel primo. Abbiamo visto il Signore lannuncio della comunit. Vedere il Signore, fondamento della vita nuova, comporta il passaggio dalla paura alla fede, dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita, dalla chiusura alla missione, dallaccusa al perdono. Visio Dei, vita hominis: vedere Dio la vita delluomo. Il fuoco brucia, la luce illumina: lincontro con il Risorto fa risorgere. La comunit vive perch ha incontrato il Vivente. Trasformata in lui dallincontro con lui, in grado di testimoniarlo. infatti una cosa sola, con lui e con il Padre, nellunico amore: ha accolto lo Spirito e vive della sua gloria, che testimonia al mondo (cf. 17,22s). se non vedo nelle sue mani limpronta dei chiodi . Impronta in greco tpos, che deriva dal verbo colpire e significa anche sigillo. Il colpo dei chiodi impresso sulle sue mani sigillo della sua identit e autentificazione del suo potere (= mano) di Crocifisso. Tommaso non crede a chi ha visto. Non accetta la testimonianza della Parola e dello Spirito; non riconosce la vita nuova della comunit e non si inserisce in essa. La credibilit del Figlio e del Padre affidata ai fratelli che vivono la comunione dellamore reciproco (cf. 17,20-23). L incontriamo il Verbo diventato carne. La fede viene dallannuncio di chi prima di noi ha incontrato il Signore ed risorto a vita nuova. Chi lo accoglie, fa la medesima esperienza. quanto dicono alla Samaritana i suoi concittadini (4,42). Tommaso vuol vedere e toccare, per far parte dei Dodici, testimoni del Risorto. A lui, come poi a Paolo (1Cor 15,8-11), sar concessa questa esperienza. Ma ci che conta, dir Ges a Tommaso, non averlo visto per quel breve periodo in cui si fatto vedere. Non possibile a tutti essere nel posto dove sgorga la sorgente; ma chiunque ha sete pu bere di quellacqua viva che ormai scorre su tutta la terra. Chi fu presente dove scaturita, la canalizza fino a noi con la sua testimonianza, perch ognuno possa dissetarsi. Lesperienza personale del Risorto, concessa a tutti, accogliere la Parola e lo Spirito della comunit, testimonianza viva del Vivente. e non getto il mio dito nellimpronta dei chiodi, ecc . Tommaso, oltre che vedere, vuole anche toccare: gettare dito e mano nelle ferite del Crocifisso. segno di incredulit, ma anche desiderio di certezza e di comunione pi profonda con il mistero delle sue piaghe. Esse non saranno chiuse fino a quando non vi sia entrato lultimo degli uomini, tutti feriti a morte dalla paura della morte. Anche qui il gemello rivela unaudacia notevole. non creder affatto. Tommaso, dicendo di non credere se non vede di persona, anticipa per contrasto le parole del Risorto: Beati quelli che non videro e credettero (v. 29). Tommaso gemello di quella parte di noi che accetta anche la morte, destino supremo delluomo, ma non crede
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alla possibilit di un amore che vinca la morte. disposto per a essere smentito dai fatti, se sono contrari alle sue certezze onest intellettuale tanto necessaria quanto rara. v. 26: otto giorni dopo. Ha lo stesso significato della nostra espressione oggi otto, che significa tra una settimana. quindi ancora al primo giorno della settimana, il giorno uno dei sabati (v. 1), quel giorno che il giorno del Signore: la domenica, quando la comunit si riunisce per celebrare leucaristia (cf. At 20,7; Ap 1,10; Didach 14,1). insieme il giorno primo e ottavo, quellunico giorno senza tramonto, fonte di vita senza fine. Tutto ormai illuminato dalla sua luce. Non a caso nel capitolo seguente, che racconta la terza manifestazione (21,1.14), non si indica pi alcun tempo. Ormai viviamo sempre in quel tempo. Nella liturgia infatti iniziamo la lettura del Vangelo con lespressione in quel tempo, perch il racconto ci ri-presenta levento, facendoci contemporanei a esso. Leucaristia il luogo per eccellenza in cui si incontra il Risorto. Bisogna far eucaristia in ogni cosa (1Ts 5,18), perch la nostra esistenza concreta diventi il vero culto spirituale gradito a Dio (cf. Rm 12,1). di nuovo erano dentro i discepoli. Dentro non pi un luogo di tenebra e paura (cf. v. 19), ma di comunione nella pace e nella gioia, dove il frutto dello Spirito fiorisce e matura in missione, perdono e testimonianza. quel dentro di chi, essendo figlio, inviato verso il fuori del mondo, per continuare lopera di Ges. In questo luogo i fratelli vivono il memoriale del Figlio, che li rende uno e li proietta fuori, testimoni del Padre comune presso il mondo intero. Tommaso accanto a loro. La domenica precedente non era presente (cf. v. 24). Anche se non condivide la loro fede, ora tra i fratelli, uniti e vivificati dallincontro con il Signore. Qui potr fare anche lui lesperienza del Figlio e diventare suo gemello. viene Ges (cf. vv. 19.26; 21,13). Ges viene sempre lottavo giorno, quando la comunit si riunisce per celebrare la memoria del suo amore. E cos viene di continuo, fino a quando ascender al Padre con tutti i suoi fratelli (v. 17; cf. 21,22.23). a porte sprangate. Le porte sprangate non sono pi segno di paura (cf. v. 19), ma di separazione dal mondo: i discepoli, anche se sono nel mondo, non sono dal mondo (cf. 15,19; 17,15s); per questo sono inviati al mondo. stette (in piedi) nel mezzo (cf. v. 19). Ges sta in piedi, ritto. la posizione del Vivente, il cui corpo giaceva nel sepolcro (v. 12). La stessa parola greca stare, in un suo composto, significa ri-sorgere (an-stemi: stare su). Il morto giace, posto a parte; il Risorto sta ritto, nel mezzo. pace a voi (cf. vv. 19.21) La venuta e il saluto del Signore sono riferiti come nel racconto precedente. Egli si rivolge innanzitutto alla comunit intera dice infatti: Pace a voi , nella quale ora c anche Tommaso. Si suppone che lautore, citando linizio dellesperienza precedente,
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intenda riportarla con ci che segue, nella sua globalit. Ogni incontro con il Vivente ci fa vivere quel giorno, godendo degli stessi doni. v. 27: poi dice a Tommaso. Dopo essersi manifestato alla comunit, Ges si rivolge personalmente a Tommaso. Non vuole infatti perdere nessuno di ci che il Padre gli ha dato (cf. 17,12). Rivolgendosi a lui, mostra che non solo conosce i pensieri del suo cuore, ma che era presente quando lui esprimeva la sua incredulit e il desiderio, ritenuto impossibile, di vederlo e toccarlo. Ges umile: si mette a disposizione di Tommaso, della sua sorda chiusura agli altri e alla vita. Questa condiscendenza lo render disponibile a credere in lui, fino a giungere al punto pi alto dellespressione di fede. continua a portare il tuo dito qui e vedi le mie mani, ecc . Ges esorta Tommaso a realizzare il suo desiderio: toccare e vedere il segno dei chiodi che lo hanno sostenuto sulla croce, la ferita della lancia che gli ha aperto il fianco. La presenza del Risorto sempre connessa con le sue ferite, ricordo della sua passione, memoria perenne del suo amore per noi. Se Tommaso pu mettere il dito nel buco dei chiodi e gettare la mano nel foro della lancia, perch le ferite restano misteriosamente aperte anche dopo la risurrezione: sono la porta sempre spalancata attraverso la quale Dio esce verso noi e noi entriamo in lui. Lesortazione rivolta anche al lettore, gemello di Tommaso. Come lui, anche noi siamo chiamati a toccare e vedere il corpo del Figlio, per entrare in comunione con lui. Vedere le ferite del Crocifisso, immergerci e battezzarci in esse, significa per noi respirare lamore pi forte della stessa morte, trovare la fonte della vita. Come la vista e il tatto hanno mosso il cuore dei primi discepoli, dando loro una vista e un tocco spirituale, cos la Parola mette in moto i nostri sensi spirituali, per vedere e toccare il Signore. Anche noi possiamo cos contemplare la gloria del Verbo fatto carne, lUnigenito dal Padre (1,14), la gloria di quellamore per noi che prima della fondazione del mondo (17,22-24). Questo incontro tra Ges e Tommaso richiama lultimo della serie dei primi incontri, quello con Natanaele (1,48-51). In entrambi si passa dallincredulit iniziale alla fede. non continuare a diventare incredulo, ma credente . Il Signore dice a Tommaso di smettere di diventare incredulo e lo esorta a diventare credente. Credenti o non credenti non si nasce, ma si diventa. In noi ci sono due semi: la fiducia del Figlio e la sfiducia del divisore. Portano rispettivamente alla vita o alla morte. Sta a noi coltivare luno o laltro. Se ci dividiamo dagli altri, coltiviamo inevitabilmente la sfiducia. Questo comunque per tutti il punto di partenza, dato che non si pu partire che da dove si . Se per stiamo accanto agli altri, cominciamo a coltivare la fiducia. v. 28: il Signore mio e il Dio mio! Tommaso prorompe in un grido. Lespressione (cf. Sal 35,23, LXX) indica il passaggio dallincredulit alla fede: Ges proclamato Signore e Dio. Nei cc.
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1-19 i discepoli lo chiamano Signore 16 volte (6,68; 11,3.12.21.27.32.34.39; 13,6.9.25.36.37; 14,5.8.22), sempre in discorso diretto. Nei soli cc. 20-21 lo chiamano Signore per ben 14 volte, 7 in discorso diretto (20,15.28; 21,15.16.17.20.21) e 7 in discorso indiretto (20,2.13.18.25; 21,7bis.12). Il Signore, che anche lo Sposo da amare e il Maestro da imitare (cf. v. 16), colui che lava i piedi ai discepoli (13,13s). Questo titolo gli spetta pienamente dopo la risurrezione, quando finalmente capita la sua regalit di Crocifisso. Ges il Krios, il sovrano delluniverso, che riconosciamo nel buco dei chiodi e nel foro del costato, accesso definitivo al mistero di Dio. Il termine Signore traduce in greco il Nome, JHWH. Per Tommaso Ges il Signore mio e il Dio mio: ormai la sua vita. Laggettivo possessivo sottolinea il legame di affetto: il mio diletto per me e io per lui (Ct 2,16; 6,3; 7,11). In questa appartenenza damore reciproco si realizza il progetto di Dio sulluomo Questa acclamazione di Tommaso richiama il mio Signore di Maria (v. 13) e le parole a lei rivolte da Ges: Dio mio, Dio vostro (v. 17b). Ora si capisce lesclamazione iniziale di Natanaele: Rabb, tu sei il Figlio di Dio, tu il re dIsraele (1,49). Qui Ges chiamato per la prima volta Dio da una persona, come il prologo lha proclamato fin dallinizio (1,1.18). In Giovanni usualmente chiamato il Figlio di Dio o il Figlio (cf. 1,34.49; 3,16.18, ecc.). Accusato di farsi uguale a Dio (5,18), di farsi Dio (10,33), Ges si rivela come il Figlio, uguale al Padre (5,23), una sola cosa con lui (10,30). Infatti Io-Sono (8,58), che tale si rivela nel suo innalzamento sulla croce (8,28). Ges Signore e Dio. Quel Dio che nessuno mai ha visto, si rivelato nelle sue ferite damore. Ges aveva detto: Chi ha visto me, ha visto il Padre (14,9). Tommaso proclama la divinit del Figlio, uguale al Padre. La certezza gli viene dallaver visto e toccato le mani e il fianco di Dio, un Dio che non pu essere che Crocifisso. Un Dio che muore per amore la morte di ogni dio che luomo afferma o nega: rivelazione della Gloria, che rid senso allassurdo del nostro morire e del nostro vivere. Siamo al vertice della fede in Ges, alla quale il Vangelo vuol portare il lettore. v. 29: perch mi hai visto, hai creduto. Tommaso, come Maria e gli altri, ha visto il Signore. Ma non basta vederlo. Maria lo vedeva, ma non lo riconosceva. Il discepolo prediletto invece, senza vederlo, solo osservando i segni, crede in lui, prototipo di quelli che verranno dopo. necessario che i primi discepoli abbiano visto e riconosciuto Ges risorto, per poterlo testimoniare. Tommaso fa parte di loro; per questo il Signore si fatto vedere da lui. Per non cera quando gli altri lo videro; per questo anche simile a noi, chiamati a credere attraverso la testimonianza altrui. Tommaso lanello di congiunzione tra i primi e noi, che sperimentiamo il Risorto attraverso il loro annuncio (cf. 1Gv 1,1-4).
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beati quelli che non videro e credettero. I verbi in greco sono allaoristo perch, quando levangelista scrive, i suoi lettori erano tra quelli che credettero senza aver visto. Pu per anche trattarsi di un aoristo gnomico, che esprime una sentenza che vale in ogni tempo. Allora significa: beati i non vedenti e credenti. Ci non significa che la fede cieca. Al contrario: i credenti, in quanto non vedenti, hanno una fede incondizionata e i non vedenti, in quanto credenti, hanno una vista pi penetrante. Hanno infatti aperto locchio del cuore, che solo vede la realt. Questa beatitudine per noi, lettori del Vangelo, che esultiamo di gioia indicibile e gloriosa, perch, pur non avendo visto il Signore, lo amiamo (cf. 1Pt 1,8). la beatitudine della fede, che si completa con laltra beatitudine: Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica (13,17). Anche noi sappiamo queste cose: Ges ci ha lavato i piedi ed il Signore: morto e risorto per noi. La nostra beatitudine non fare un incontro straordinario con lui, ma, grazie allascolto della Parola, condurre una vita nuova nellamore, camminando come lui ha camminato (1Gv 2,6). Noi, come il discepolo prediletto, crediamo nel Risorto. Lo vediamo nei segni lasciati dalla sua risurrezione nella comunit che lo testimonia con la vita e con lannuncio: essa un sepolcro vuoto di morte e pieno di vita. Lo vediamo e tocchiamo spiritualmente attraverso la Parola, che ci fa entrare nelle sue piaghe e ci invita al suo banchetto (cf. 21,12s), per nutrirci di lui e vivere di lui (cf. 6,54). Queste parole del Risorto aprono il futuro a ogni esperienza di lui. Il finale del Vangelo non ci presenta landarsene di Ges. Egli non si separa da noi. invece sempre presente in noi nella memoria della sua passione, dalla quale scaturisce pace e gioia, missione e Spirito di perdono. Essa ci inserisce nellesperienza di fede dei discepoli che ci hanno preceduto e ci rende capaci di essere suoi testimoni davanti al mondo intero. Da qui limportanza delleucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Se vero che la Chiesa fa leucaristia, altrettanto vero che leucaristia fa la Chiesa. Quando un cristiano la trascura o ci va solo per precetto, come uno che non mangia o lo fa solo per comando. Se non gi morto, poco gli manca. v. 30: certo molti altri segni fece Ges. (cf. 21,25). la conclusione dellautore, che spiega il contenuto e il fine del libro: il contenuto sono i segni che Ges ha compiuto, il fine che noi possiamo credere in lui e incontrarlo attraverso la sua parola, che Spirito e vita (6, 63). Nei segni Ges ha manifestato, fin dallinizio, la sua gloria (cf. 2,11): lamore estremo di Dio, che sulla croce si rivelato faccia a faccia. Questi segni diventano per noi la Parola che ce li testimonia: tutto il Vangelo segno della Gloria, che si manifesta ed entra in comunione con chi laccoglie. Se la prima parte del Vangelo si chiudeva ricordando, dopo la risurrezione di Lazzaro, lincredulit nonostante i grandi segni (12,37), dopo linnalzamento di Ges possibile la fede.
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Scacciato il capo di questo mondo con la sua menzogna, anche noi siamo attratti dal Figlio e possiamo aderire a lui (cf. 12,32). Nei vv. 30-31 lautore d al lettore la chiave per entrare nella sua opera: essa scritta perch giungiamo alla beatitudine della fede. Un libro, per essere capito, deve cogliere lintenzione di chi lha scritto. al cospetto dei [suoi] discepoli. Questi discepoli sono i testimoni oculari, dei quali levangelista lultimo. che non sono scritti in questo libro. Levangelista mostra di conoscere altri racconti su Ges. Conosce anche gli altri Vangeli: sa di non essere lunico testimone. v. 31: questi per sono stati scritti . Ovviamente lautore ha fatto una selezione: tra i molti altri segni ha scelto di scrivere questi, con un intento preciso. Chi scrive non dice il proprio nome: levangelista non un inventore di fatti, ma uno che ha visto e/o raccoglie la testimonianza della comunit e dello Spirito. Nel nostro caso uno che ha visto e testimoniato; e la sua testimonianza veritiera e sa che dice cose vere, affinch anche voi crediate (19,35). il discepolo anonimo che Ges amava (forse uno dei primi due, pure anonimo, di 1,35-40), il quale ha ricevuto sotto la croce il dono della Madre (19,26) e lha visto trafitto (19,34s). lui che ha scritto il Vangelo, come conferma il redattore dellepilogo finale (cf. 21,24). I segni compiuti agli occhi dei discepoli sono ora anche sotto i nostri occhi nel racconto che li ri-presenta. Lo scritto evangelico il segno di ci che scritto: la Parola che si comunica a noi. Data lidentit tra Ges e la Parola, accogliendo questa accogliamo lui: Il Verbo comunicante ed tanto comunicante che non ha nulla che non comunichi comunicando se stesso (Maddalena de Pazzi). affinch crediate (cf. 2,23). Il fine per cui il Vangelo scritto la fede, che conoscere, amare e seguire Ges, attraverso lascolto della Parola. Chi lo legge diversamente, manca il bersaglio. Lautore si rivolge al voi dei lettori. Tra questi ci siamo anche noi oggi. Non tuttavia secondario conoscere chi sono i primi ai quali levangelista si rivolgeva. Sono cristiani da confermare nella fede, oppure giudei invitati a riconoscere in Ges latteso, oppure pagani/samaritani chiamati ad accogliere la salvezza che viene dai giudei? Non facile determinare i destinatari del libro. Anche perch chi licenzia un libro, se pure ha presente il suo lettore tipo, sa che chiunque pu aprirlo. Anche noi oggi lo leggiamo. Il fine di un libro comunque suscitare in chi legge le emozioni che vuol comunicare. Giovanni vuol suscitare la fede in Ges. Una fede fondata e affidabile, critica e sincera, come quella di Tommaso. che Ges. Oggetto della fede Ges, luomo concreto la cui storia ci ri-presentata nel racconto del Vangelo.
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il Cristo. La sua umanit, in tutto simile alla nostra, realizza ogni promessa di Dio e ogni desiderio delluomo. il Figlio di Dio. La sua carne infatti quella del Verbo, da cui viene a noi la grazia della verit (1,17). Ges lunigenito Dio che ci ha raccontato il Padre (1,18). In lui, nostro fratello, conosciamo chi siamo noi e chi Dio; uniti a lui, il Figlio, diventiamo come lui. la fede stessa di Marta, che dice a Ges: S, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che deve venire nel mondo (11,27). e affinch credendo abbiate vita. Avere vita quel desiderio profondo che muove ogni pensare e agire delluomo. Se il fine del Vangelo la fede in Ges, apertura del cielo sulla terra (1,51), il fine della fede la vita piena, partecipazione alla vita di Dio. nel suo nome. Il nome la persona, vista come relazione. La vita essere in lui, il Figlio, vita di quanto esiste (1,3b-4a): accogliere lui ci fa diventare figli di Dio (cf. 1,12). Qui termina la testimonianza del discepolo prediletto, che ci vuol comunicare la sua esperienza. Seguir, nel c. 21, la testimonianza della prima comunit che ha accolto la sua testimonianza e la trasmette a noi. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo nel cenacolo con i discepoli. Chiedo ci che voglio: incontrare il mio Signore e il mio Dio. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono.

Da notare: Tommaso, uno dei Dodici, detto Didimo, gemello non era con loro quando venne Ges non crede alla testimonianza degli altri per credere vuol vedere e mettere il dito nelle mani forate e la mano nel fianco trafitto otto giorni dopo Tommaso con loro Ges viene a porte sprangate, sta nel mezzo e dice: Pace a voi dice a Tommaso di vedere e toccare le sue ferite e di credere Il Signore mio e il Dio mio! perch hai visto, hai creduto beati quelli che, non avendo visto, credettero Ges fece molti altri segni
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4.

questi sono stati scritti perch crediate la fede accettare e amare Ges come il Cristo e il Figlio di Dio accettare lui avere la vita.

Testi utili

Sal 16; Gv 1,1-14; 17,20-23; 1Pt 1,6-9; 1Gv 1,1-4.

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58. MI AMI? 21,1-25 21,1 Dopo queste cose, si manifest ancora GES AI DISCEPOLI sul mare di Tiberiade. Ora si manifest cos. 2 ERANO INSIEME SIMON PIETRO e Tommaso, detto Didimo, e Natanaele, quello di Cana di Galilea, e quelli di Zebedeo e altri due dei suoi discepoli. 3 Dice loro Simon Pietro: Me ne vado a pescare. Gli dicono: Veniamo anche noi con te. Uscirono ed entrarono nella barca; e in quella notte non catturarono nulla. 4 Ora, venendo gi lalba, Ges stette (in piedi) sul litorale; tuttavia non sapevano i discepoli che Ges. 5 Allora dice loro Ges: Figlioli, avete qualcosa di companatico? Gli risposero: No! 6 Ora egli dice loro: Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. Allora gettarono e non riuscivano pi a tirarla per la moltitudine dei pesci.
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Allora quel discepolo che Ges amava dice a Pietro: il Signore! Allora Simon Pietro, udito che il Signore, si cinse la veste era infatti nudo e si gett nel mare.

Ora gli altri discepoli vennero con la barchetta non erano infatti lontani dalla terra, ma circa duecento cubiti , trascinando la rete dei pesci.

Quando dunque discesero sulla terra, guardano brace distesa e pesce sopra e pane.

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Dice loro Ges: Portate dei pesci che avete catturato adesso.

Allora Simon Pietro sal e tir la rete sulla terra piena di grandi pesci, centocinquantatr; e, pur essendo cos tanti, non si squarci la rete. 12 Dice loro Ges: Venite, pranzate. Ora nessuno dei discepoli osava chiedergli: Tu, chi sei? sapendo che il Signore. 13 Viene Ges e prende il pane
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e lo d loro; e similmente il pesce. 14 Cos, gi per la terza volta, si manifest Ges ai discepoli, destato dai morti. 15 Quando ebbero dunque pranzato, dice Ges a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami tu pi di costoro? Gli dice: S, Signore, tu sai che ti sono amico. Gli dice: Pasci i miei agnelli. 16 Gli dice ancora una seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami? Gli dice: S, Signore, tu sai che ti sono amico. Gli dice: Pascola le mie pecore. 17 Gli dice la terza volta: Simone di Giovanni, mi sei amico? Si contrist Pietro perch gli disse la terza volta: Mi sei amico? E gli dice: Signore, tu sai tutto: tu conosci che ti sono amico. Gli dice Ges: Pasci le mie pecore.
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Amen, amen ti dico: Quando eri pi giovane, cingevi te stesso e andavi dove volevi; quando per diventerai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti cinger e condurr dove non vuoi.

Ora questo disse significando con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, gli dice: Segui me. 20 Voltatosi, Pietro guarda seguire il discepolo che Ges amava, quello che nella cena si coric addirittura sul suo petto, e disse: Signore, chi colui che ti tradisce? 21 Avendo dunque Pietro visto costui , dice a Ges: Signore, e (di) lui, cosa (sar)? Gli dice Ges: Se voglio che lui dimori finch vengo, che (importa) a te? Tu segui me. Usc allora questa parola tra i fratelli, che quel discepolo non sarebbe morto. Ma Ges non gli disse che non muore, ma: Se voglio che lui dimori
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fin che vengo, che (importa) a te? 24 Questi il discepolo che testimonia su queste cose e che scrisse queste cose. E sappiamo che la sua testimonianza vera. 25 Ora ci sono anche molte altre cose che fece Ges, che se si scrivessero ad una ad una, penso che neppure il mondo conterrebbe i libri da scrivere. 1. Messaggio nel contesto Mi ami?. Sono le parole di Ges, morto e risorto, a Pietro. Ogni lettore le sente rivolte a s, come fine, o meglio, principio di tutto il Vangelo. Il racconto del quarto Vangelo gi perfettamente concluso con il c. 20. Ma il c. 21 non unaggiunta, pi o meno superflua. come il ripetersi successivo di quellondata che Ges ha messo in moto; ora essa si ripercuote nei discepoli e, tramite loro, si allarga allinfinito, vivificando del suo Spirito il mondo intero. Questo capitolo si pu chiamare un epilogo del Vangelo, iniziato con un prologo. Il prologo ci ha presentato la preistoria di Ges: il Verbo eterno di Dio, vita e luce del mondo, diventato carne. Il racconto del Vangelo ci ha presentato la storia di Ges: la sua carne ci ha rivelato il Padre e ci ha donato di diventare suoi figli. Lepilogo ci presenta la storia dopo Ges: i discepoli continuano la sua opera e lo testimoniano al mondo. Nel c. 20 i discepoli hanno visto il Risorto, accolto il suo Spirito, ricevuto la sua missione e creduto in lui, Signore e Dio, per avere vita. Ora vediamo come Ges si manifesta loro mentre continuano la missione loro affidata. Egli presente nella pesca (vv. 1-8), che raffigura la loro attivit apostolica rivolta ai fratelli, e nel banchetto (vv. 9-14), che richiama leucaristia, principio e fine di ogni missione. Particolare attenzione rivolta ai due aspetti essenziali della comunit, ambedue fondati sullamore e sulla sequela: la dimensione istituzionale, rappresentata da Pietro (vv. 15-19), e quella carismatica, rappresentata dal discepolo che Ges amava (vv. 20-23). Sono due istanze diverse, una pastorale, pi attenta alla struttura e conservatrice, laltra creativa, pi attenta alle persone e libera. Il conflitto inevitabile tra i due aspetti trova qui una soluzione ideale,
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legittimando ambedue e dando la priorit allamore e alla libert. Alla fine il redattore conclude indicando nel discepolo che Ges amava lautore del Vangelo (vv. 24-25). Troviamo parte di questo materiale anche nei sinottici: la pesca (cf. Lc 5,1-11; cf. Mc 1,1620p), il pasto con il Risorto (Lc 24,30s.41-43), il ruolo di Pietro (Mt 16,18) e linvito alla sequela. Tutto liberamente rielaborato e intrecciato sul tema dellamore. Probabilmente materiale giovanneo, redatto da altri e posto nel finale, con somiglianze e differenze di vocabolario, di stile e di temi rispetto al resto del Vangelo. Il c. 21 sta al Vangelo di Giovanni come gli Atti degli Apostoli al Vangelo di Luca. Dopo il racconto di ci che Ges ha fatto e detto (At 1,1), si narra in modo sintetico e paradigmatico ci che essi fanno e dicono. Nel Figlio delluomo innalzato tutto compiuto: la cristologia dei cc. 1-19 culmina sulla croce, dove Ges rivela lamore estremo e consegna lo Spirito. Nel c. 20 la cristologia diventa pneumatologia: i discepoli vedono il Risorto, accolgono lo Spirito e sono inviati al mondo. Nel c. 21 cristologia e pneumatologia diventano ecclesiologia: chi ha visto la carne di Ges e accolto il suo Spirito, diventa figlio e continua nel mondo la missione di rivelare il Padre. Ora i discepoli sono allopera. Non sono pi di sera e al chiuso in Gerusalemme (20,19), ma di mattina e allaperto sul lago di Tiberiade, luogo della vita quotidiana, loro e di Ges. Il tempo e il luogo sono significativi: lalba il limite tra notte e giorno, il litorale il limite tra mare e terra. Alba e litorale sono il tempo e il luogo tipico delluomo, posto tra due realt contrarie, chiamato a varcare la soglia dalla tenebra alla luce, dalla morte alla vita. I discepoli sono usciti da dove il Signore ha lavato loro i piedi (cf. 14,31) e affrontano con lui e come lui il mondo. Dopo il dono di Ges, che li ha amati fino a dare se stesso ed tornato mostrandosi vincitore della morte e principe della vita, inizia il giorno del Signore: ogni giorno, da vivere ormai nellamore del Padre e dei fratelli. Per questo i sette vanno a pescare uomini per la vita (cf. Lc 5,10). Come ha fatto Ges, anchessi strappano i fratelli dallacqua dove annegano, per comunicare loro la sorgente dacqua viva. Questa pesca il molto frutto (15,5) che Ges aveva promesso a chi unito a lui, obbedendo alla sua parola e osservando il suo comando di amarci come lui ci ha amati (15,1-17). Chi non unito a lui, rimane nella notte, come Giuda. Ogni sua fatica infeconda e mortifera. Comunque ormai la tenebra sconfitta e la luce venuta: il Signore gi ha fatto dono della propria vita e ha preparato il suo banchetto. Non a caso la scena si svolge sul lago di Tiberiade, dove la Parola era diventata Pane (cf. c. 6). Anche qui la missione culmina in un banchetto (cf. Mc 6,7-13.30-44p), al quale i discepoli danno il loro contributo. Chi mangia il corpo del Signore, vive di lui e in lui: riceve il suo Spirito, che gli fa riconoscere il Risorto e lo rende capace di testimoniarlo (cf. 15,26-27). Uniti a lui e
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ascoltando la sua parola questa la sottolineatura del testo la nostra pesca diventa feconda, anche pi della sua (cf. 14,12). Il centro di tutto, come si vede nella triplice domanda rivolta a Pietro, lamore per Ges, che lo fa dimorare in noi. Ma lorigine permanente del nostro amore per lui il suo amore per noi, come ci testimonia il discepolo prediletto, che ha contemplato il Trafitto. Posto alla fine del Vangelo, questo capitolo pi che una conclusione, unapertura. Dischiude infatti al mondo intero lorizzonte della vita nuova che il Figlio offre ai fratelli. Alla luce di quanto abbiamo gi visto nel Vangelo, la ricchezza di questo breve capitolo inesauribile: si potrebbero scrivere tante cose che non basterebbe il mondo intero per contenerle (cf. v. 25). Trasformando il versetto finale del Vangelo, possiamo dire che ormai il mondo intero altro non che la riscrittura, anzi il diventare carne della Parola, mediante la testimonianza dellamore dato/ricevuto e corrisposto nella pesca, che alimenta di nuovo cibo il banchetto imbandito dal Figlio. La storia del mondo ormai storia di Dio, manifestazione progressiva della Gloria. Dio entrato nel creato perch ogni creatura entri in Dio: il Verbo di vita diventato carne perch ogni carne partecipi alla vita del Verbo. La Chiesa, chiamata da Paolo corpo di Cristo, ne la pienezza anticipata (cf. Ef 1,1-23); come la carne di Ges, dove tutto compiuto. Attraverso di essa si rivela e, rivelandosi, si comunica a tutti il dono di Dio (cf. 17,22s): Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente (1Gv 3,1). Il c. 21 composto di due parti principali, a loro volta molto articolate, dove si riprendono i temi fondamentali della vita di Ges, che risuonano ormai in quella dei discepoli. La prima parte mostra i discepoli nella loro missione, con la presenza del Signore in mezzo a loro, e culmina nelleucaristia (vv. 1-14); la seconda riabilita Pietro e il suo ruolo pastorale, fondato sullamore e sulla sequela (vv. 15-19), armonizzandolo con il ruolo del discepolo amato, testimone dellamore (vv. 20-23). La conclusione finale (vv. 24-25) riprende 20,30s, identificando il discepolo amato con lautore del Vangelo. Attraverso questa aggiunta, il Vangelo, come tutta la Scrittura, si dichiara esplicitamente come uno scritto aperto, da riscrivere allinfinito. Ges ha compiuto lopera del Figlio: amare i fratelli con lo stesso amore del Padre. Ora, salito a lui, torna a noi, anzi in noi, con il suo Spirito perch portiamo avanti la sua opera. La Chiesa, attraverso la testimonianza apostolica vitalmente ricevuta e trasmessa, diventa una riscrittura progressiva del Vangelo eterno di Dio nel mondo: realmente il quinto Vangelo, il Vangelo vivo. Cos dice Paolo alla comunit di Corinto: Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con linchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori (2Cor 3,3). Nellascolto di quanto Ges ha vissuto e il Vangelo ha raccontato, la nostra storia diventa storia di Dio, rivelazione della Gloria.
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2.

Lettura del testo v. 1: Dopo queste cose. Lespressione richiama Ges che dona il pane (cf. 6,1) e lava i piedi

a Pietro (cf. 13,7). unindicazione di tempo che rimanda a un prima. Il tempo successivo viene dopo queste cose accadute quel giorno: il giorno uno (cf. 20,1.19), da cui tutto fluisce, come lacqua dalla sua sorgente. un tempo senza tempo, perch ormai ogni tempo. si manifest ancora Ges ai discepoli . unulteriore manifestazione di Ges, diversa dalle precedenti. La parola manifestarsi, usata da Giovanni 9 volte, applicata 3 volte agli incontri con il Risorto e tutte in questo racconto (vv. 1bis.14). Manifestare (phanero) significa rendere chiaro. Suggerisce un uscire dalloscurit per venire alla luce: egli ormai sempre presente e si manifesta cos. Questo sar dora innanzi il suo modo di essere con i suoi discepoli. Mentre noi siamo nel mare del mondo a compiere lopera che ci ha affidato, lui gi a riva, sulla terra. Da l ci assiste e si manifesta nella Parola che rende fruttuosa la nostra pesca e nel banchetto che condivide con noi. In altre parole il Signore Risorto sperimentato nella Parolamissione e nelleucaristia, che ci fanno partecipare alla sua fecondit di vita. sul mare di Tiberiade. Il dono del pane avvenne al di l del mare di Galilea, di Tiberiade (6,1). Qui chiamato solo Tiberiade, evidenziando il nome pagano della capitale della Galilea, costruita in nome dellimperatore Tiberio. Questo incontro con il Risorto non nel cenacolo, dove i discepoli hanno ricevuto il pane, lo Spirito e la missione. Siamo allaperto, tra i pagani. Leucaristia che seguir (v. 13s) ormai una messa sul mondo, allalba e in riva al mare, dove si arriva alla fine di una notte di fatica. si manifest cos (cf. v. 14). Questo incontro con il Risorto, diverso dai precedenti, avviene sulla soglia tra mare e terra. Su questa riva, luogo di partenza e di approdo di ogni missione, il discepolo fa una spola continua tra il mondo da salvare e il Salvatore del mondo. Si dice inoltre che Ges manifest se stesso, non che i discepoli lo videro. Lo incontrano ormai come colui che si rivela attraverso lascolto della Parola ed riconosciuto attraverso lamore del discepolo prediletto e il dono del pane. Queste parole, riprese al v. 14, fanno da inclusione alla prima parte del testo e sottolineano il cos, che il modo nuovo di presentarsi del Signore, ancora e sempre, ai discepoli. v. 2: erano insieme. Dopo il dono di Pasqua, i discepoli sono insieme. Si parla di sette discepoli. Non sono i Dodici (cf. 6,70), che rappresentano le trib dIsraele. Sono sette, numero di totalit, che rappresenta le nazioni pagane. ormai la comunit delle sette chiese (cf. Ap 2-3), aperta al mondo.
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Simon Pietro. Ges gli aveva promesso che, dopo queste cose, avrebbe capito il suo gesto di lavargli i piedi (13,7). Simone, fratello di Andrea, uno dei primi che lo ha incontrato, ricevendo il nome di Pietro (1,42). lui che, dopo il discorso sul pane di vita, dice a nome di tutti: Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio (6,68s). Lo ritroviamo nellultima cena a pi riprese: non vuole che Ges gli lavi i piedi (13,6-9), chiede allaltro discepolo di domandare chi il traditore (13,24) e dichiara di essere disposto a seguire il Signore fino a morire per lui (13,36-38). Nel giardino estrae la spada per difenderlo (18,10s) e nel cortile, dove lha introdotto il discepolo amato, lo rinnega (18,15-27). Lo incontriamo, ancora insieme a lui, nella corsa mattutina al sepolcro (20,2-10). Lintreccio del loro cammino continua anche in questo racconto (cf. vv. 1-14) e trova nel finale come sintesi di tutto il Vangelo la sua spiegazione (cf. vv. 15-24). Tommaso, detto Didimo. Tommaso si dichiara disposto a morire accanto a Ges (11,16). Nellultima cena gli chiede inoltre dove va; e ottiene la risposta: Io-Sono la via, la verit e la vita (14,5s). Riappare nel racconto precedente come lincredulo che raggiunge la piena fede, esclamando: Il mio Signore e il mio Dio (20,28). Natanaele, quello di Cana di Galilea. il vero israelita che, superando i suoi dubbi (1,46), per primo riconosce Ges come Figlio di Dio e re dIsraele (1,49). Si precisa che di Cana di Galilea, dove Ges fece il primo segno e manifest la sua gloria (2,11). quelli di Zebedeo. lunica volta che nel quarto Vangelo ricorre questespressione. Sappiamo dagli altri Vangeli che sono Giacomo e Giovanni (cf. Mc 1,19p), coloro che, con Pietro, partecipano alla pesca di Lc 5,1ss. Nella tradizione il secondo di questi fratelli stato identificato con il compagno anonimo di Andrea (cf. 1,35-40), laltro discepolo, quello che Ges amava, autore del quarto Vangelo. altri due dei suoi discepoli. Chi sono questi due altri discepoli? Inutile chiederselo, perch sono anonimi. Sappiamo che sono due, principio di molti. Rappresentano i discepoli che verranno in seguito, chiamati altri, come laltro discepolo, quello che Ges amava. v. 3: dice loro Simon Pietro. Nel c. 21 Simon Pietro ha un ruolo di preminenza: prende liniziativa della pesca (v.3), si butta nel mare (v. 7b) e tira a riva la rete piena di pesci, senza che si rompa (v. 11). A lui, dopo il pasto, Ges si rivolge direttamente per affidargli la sua missione di Pastore bello (vv. 15ss). Per laltro discepolo che per primo riconosce il Signore (v. 7a; cf. 20,8) e resta come testimone perenne di colui che viene (vv. 22-24). me ne vado a pescare. Simon Pietro non ordina agli altri di pescare. Lautorit non comando armiamoci e partite! , ma un modello da imitare. Limitazione dellaltro, il cui esempio d corpo ai desideri di ognuno, principio di ogni agire umano, nel bene e nel male.
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Come Ges se ne va al Padre, Simon Pietro se ne va verso i fratelli. I discepoli sono scelti e inviati a portare avanti la missione del Figlio: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perch andiate e portiate frutto (15,16). C una stretta parentela, con numerosi punti in comune, tra questo racconto e la pesca di Lc 5,1-11, dove Pietro riceve la promessa: Dora in poi sarai pescatore di uomini (Lc 5,10; cf. Mc 1,17; Mt 4,19). veniamo anche noi con te. Gli altri decidono spontaneamente di andare con lui. Non sono dei subordinati, pi o meno insubordinati, ma persone in comunione, per libera decisione dello Spirito. Questa comunione tra di loro resta per sterile fino a quando non comunione con Ges, obbedienza alla sua parola. La preposizione con (= sn), che indica appunto comunione, appare solo altre due volte in Giovanni. Si parla di Lazzaro, risorto, che giace a mensa con Ges (12,2) e di Ges che entra nel giardino con i suoi discepoli (18,1). Per Tommaso, che dice di essere disposto a morire accanto a Ges, si usa la preposizione greca met, che indica piuttosto lessere a fianco (cf. 11,16). uscirono ed entrarono nella barca. Ges uscito dal Padre per venire nel mondo incontro ai fratelli. I discepoli escono dal luogo dove si trovano ed entrano nella barca, in mezzo al mare. La loro la stessa missione del Figlio: pescare uomini perch vivano. Nellacqua infatti muoiono. quella notte. Finora si parlato di quel giorno (cf. 19,31; 20,1.19). Ma qualunque giorno rimane notte fino a che non si manifesta la luce del mondo: Noi bisogna che operiamo le opere di chi mi invi mentre giorno; viene la notte, quando nessuno pu operare. Finch sono nel mondo, sono luce del mondo (9,4s; cf. 11,9s). Lui ormai sempre nel mondo, ma non lo vediamo fino a quando la Parola ascoltata e il Pane condiviso non ci aprono orecchi e occhi. non catturarono nulla. Liniziativa comune di Pietro e degli altri senza risultato: Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla (Lc 5,5a). Infatti Il tralcio non pu portare frutto da se stesso se non dimora nella vite, cos anche voi, se non dimorate in me (). Chi dimora in me e io in lui fa molto frutto (15,4s). Lui dimora in noi come noi in lui, se ascoltiamo la sua parola: Se qualcuno mi ama, osserver la mia parola; e il Padre mio lo amer e verremo da lui e faremo dimora presso di lui (14,23). Ges pu manifestarsi perch lamore, che concreta osservanza della sua parola, ce lo rende presente: Chi mi ama sar amato dal Padre mio e io amer lui e a lui mi manifester (14,21). Ogni iniziativa apostolica, con tutte le reti e le fatiche del mondo, se non scaturisce dalla comunione con il Signore, resta infruttuosa. Senza lamore, tutto nulla (cf. 1Cor 13,1-3). v. 4: venendo gi lalba. preferibile leggere, con molti codici, venendo invece che venuta lalba. Infatti la notte finisce e viene lalba con la presenza di Ges. Con lui inizia il giorno nuovo (20,1), che dissolve la tenebra in cui si trovano i discepoli.
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Ges stette (in piedi) sul litorale. Ges ritto in piedi sulla riva, come prima nel cenacolo (20,19.26). Al v. 13, descrivendo il gesto eucaristico, si dir che viene, come in 20,26. non sapevano i discepoli che Ges. Ges, compiuta la sua missione, gi arrivato a riva. Da l presente ai discepoli che continuano la sua missione. Ma questa rimane sterile, e lui non riconosciuto, fino a quando non osservano la sua parola. v. 5: dice loro Ges: Figlioli. un appellativo affettuoso, usato per il figlio del funzionario regio che sta per morire (4,49) e per luomo nuovo che viene al mondo (16,21). In questo racconto salvata da sicura morte la comunit nascente ed generata lumanit nuova. avete qualcosa di companatico? Ges interroga i discepoli sulla fatica notturna: chiede loro del companatico. Il pane c gi: lui, che ha dato se stesso per la vita del mondo. Manca il companatico da aggiungere a questo pane: la risposta al suo amore, che solo noi possiamo dare. Essa consiste nel nostro andare verso i fratelli in obbedienza alla sua parola. Il nostro cibo il medesimo del Figlio: compiere lopera del Padre (4,34), che vuol salvare tutti i suoi figli, con lultimo dei quali Ges si identificato. Nellultimo dei fratelli infatti vediamo il Figlio da amare. gli risposero: no! Ges aveva promesso ai discepoli che avrebbero compiuto le sue opere e anche di pi grandi (14,12). La loro risposta un secco no, pieno di delusione. Quante volte, nonostante il nostro darci da fare con perizia e fatica, brancoliamo nella notte e non peschiamo nulla (cf. Lc 5,5). Se la missione senza frutto, significa che non siamo uniti a lui, che non ascoltiamo la sua parola. v. 6: gettate la rete dalla parte destra, ecc . Ges ordina di gettare la rete da una parte precisa, lunica che pu essere feconda di vita. Per questo ci ha dato un preciso comando, il suo, offrendoci il potere divino (richiamato dallespressione la parte destra) di amarci a vicenda con lo stesso amore con il quale lui ci ha amati. Solo lobbedienza a questo comando fa dimorare lui in noi e ci dona la sua vita. Come Maria disse: Avvenga a me secondo la tua parola (Lc 1,38), anche il discepolo dice: Sulla tua parola, getter le reti (Lc 5,5b). e non riuscivano pi a tirarla per la moltitudine dei pesci, ecc . In obbedienza al comando del Signore la loro pesca abbondante: si pu catturare alla vita solo mediante lamore. Il termine moltitudine, che in greco indica pienezza (plthos), ricorre a proposito degli infermi ai bordi della piscina che attendono salvezza (5,3). Nella rete tirata a terra c una moltitudine di uomini salvati dalle acque, una pienezza che abbraccia lumanit intera. il molto frutto del tralcio unito alla vite (15,5). La missione non opera nostra, ma dello Spirito che Ges ci ha donato (cf. 20,22s). Dal frutto si riconosce lalbero (cf. Mt 7,20). allora quel discepolo che Ges amava. colui che conosce lamore di Ges: posava il capo sul suo grembo e sul suo petto quando Pietro gli chiese di informarsi sul traditore (13,23ss). Egli introdusse Pietro nel luogo in cui Ges dava testimonianza (18,15s) e corse con lui, precedendolo,
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al sepolcro (20,2ss). Egli inoltre stava con la Madre ai piedi della croce (19,26) e contempl il Trafitto, che testimoni a noi nel Vangelo (19,35). dice a Pietro. Questo discepolo, come gi detto, appare sempre vicino e in contrappunto a Pietro. il Signore. lui che notifica a Pietro la presenza del Signore. Solo lamore vede (cf. 20,8) e segnala, a Pietro come a tutti, la via migliore (cf. 1Cor 12,31-13,13): quella di Ges, verit della vita, che lamore. Simon Pietro, udito che il Signore, si cinse la veste, ecc. Questo versetto contiene vocaboli altamente evocativi. Saranno ripresi nei vv. 18-19, quando si dir che anche Pietro, finalmente, pu seguire Ges e diventare come lui. Simon Pietro si cinge la veste e si butta nel mare, come prima era entrato nel sepolcro (20,6). Gettarsi in acqua e risalire, nudit e veste sono allusioni al battesimo. Simon Pietro seppellisce il suo passato, affogando presunzioni e colpe, per risalire a riva e incontrare Ges. La parola cingersi esce nella lavanda dei piedi, quando Ges si cinge il panno del servo (13,4s). Qui la veste di Pietro chiamata sopra-veste, che egli mette sopra la sua nudit. la veste del Signore stesso, che lo avvolge nel suo amore e gli permette di affrontare il mare. Proprio qui, dopo queste cose, anche lui riconosce chi il Signore e Maestro (13,7.13). Sembra strano cingersi la veste per gettarsi in acqua; ma quando si pesca di notte, per proteggersi dal freddo, si indossa sulla pelle un camiciotto che di giorno si toglie. Pietro si cinge di questo indumento, che ha un profondo significato: la veste con la quale si battezza nel mare per risalire a terra richiama leredit che il Crocifisso lasci ai suoi crocifissori (19,23). v. 8: gli altri discepoli vennero con la barchetta. Mentre Simon Pietro scompare nellacqua, gli altri vengono con la barchetta, portando la moltitudine di pesci. Le due barche di Lc 5,7 sono diventate una e, per giunta, piccola. La Chiesa una sola e abbraccia tutti; rimane per sempre una barchetta e non diventa mai un transatlantico. non erano lontani dalla terra. La terra, per antonomasia, la terra promessa, dove Ges gi arrivato e i discepoli approdano con il frutto della loro missione. circa 200 cubiti. I 200 cubiti richiamana i 200 denari necessari per sfamare la folla (6,7). La distanza dal mare alla terra ha un costo: quello del pane che Ges ha offerto gratuitamente. La gratuit lunico prezzo della vita. trascinando la rete dei pesci. Come la barchetta, anche la rete unica: i vari discepoli compiono la stessa missione, in obbedienza al comando dellamore. La rete nominata 4 volte (cf. vv. 6.8.11bis), numero di totalit ci che raccoglie in uno gli uomini, per portarli a salvezza: tutti gli uomini sono uniti, in libera comunione tra di loro.
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v. 9: quando discesero sulla terra. La terra dove ormai Ges sta e si manifesta: da dove si parte per la missione e dove si torna portando nuovi fratelli. il luogo delleucaristia, vera terra promessa, dove si vive da figli e da fratelli. guardano brace distesa e pesce sopra e pane . Non si dice che vedono Ges, ma brace con pesce e pane. La brace, evocando il rinnegamento di Pietro (cf. 18,18), prepara il seguito della scena. Pesce e pane c una sovrimpressione tra Ges e i doni eucaristici richiamano il fatto dei pani e dei pesci, quando Ges anticip la sua Pasqua (6,9-11). Ora i discepoli capiscono il suo discorso fatto nella sinagoga di Cafarnao sul pane di vita (6,26-59): Ges il pane offerto. Anche il pesce, che vive nellabisso e viene sulla terra per essere cotto e diventare cibo, lui: Il pesce arrostito sul fuoco rappresenta Cristo nella passione ( S. Agostino). Infatti il pesce vive nella morte (= mare) e, morendo sulla terra, si dona come vita per gli altri. Piscis assus, Christus passus: Ges, proprio in quanto rinnegato e ucciso, cibo per tutti. Ora che lui ci ha amati fino al dono di s, anche noi abbiamo il suo Spirito e possiamo fare come lui. Dalleucaristia del Figlio, celebrata in solitudine sulla croce, scaturisce la nostra eucaristia di fratelli, partecipi della sua missione e del suo frutto. Dalleucaristia si parte da figli verso i fratelli, alleucaristia si torna con nuovi fratelli che diventano figli, capaci di andare a loro volta verso altri fratelli. E cos via, finch Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora i figli di Dio, dispersi, saranno raccolti in unit nel Figlio (cf. 11,51s). E il Padre suo diventer Padre nostro, di tutti (cf. 20,17). v. 10: portate dei pesci che avete catturato adesso. La nostra pesca, prima infruttuosa (cf. v. 3), adesso feconda perch abbiamo ascoltato il comando dellamore. La parola cattura finora era riferita a Ges, che si consegn a chi voleva catturarlo (cf. 7,30.32.44; 8,20; 10,39; 11,57). Anche altri fratelli, catturati dallamore grazie alla nostra testimonianza, sono diventati come lui, che si fa cibo per la vita del mondo. Questo il frutto della missione, che trasforma gli uomini in figli che sanno amare i fratelli come il Figlio li ha amati. Limperativo al plurale, come nel v. 6: Gettate le reti. Tutti i discepoli partecipano, per ordine diretto del Signore, alla fatica e al frutto. Pietro si distingue per la sua iniziativa di dare il buon esempio e di mantenere lunit della rete (cf. v. 11). v. 11: Pietro sal. Pietro ora sale dallacqua dove si immerso, come Ges nel suo battesimo (cf. Mc 1,10). Ora Simone diventer Pietro, con il suo nome nuovo. tir la rete sulla terra. Pietro non tira pi la spada per uccidere (18,10), ma tira verso la vita la grande moltitudine di uomini, perch anche lui, come tutti, stato (at)tirato dallamore del Crocifisso (cf. 12,32). La rete tiene unito il frutto della pesca, mentre trascinato sulla terra dove sta il Figlio. Questi infatti aveva pregato il Padre affinch i fratelli fossero uno nellamore (17,11.21-23).
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piena di grandi pesci, centocinquantatr. Si sottolinea labbondanza della pesca. Questi pesci, attratti dal Figlio innalzato (12,32), sono assimilati a lui, pesce e pane offerto per la vita del mondo. La cifra ha certamente un significato. Ci sono varie interpretazioni, nuove e antiche, pi o meno plausibili. Ne offriamo alcune per mostrarne linfinita variet. S.Gerolamo, commentando Ez 47,6-12, dice che gli zoologi contavano 153 specie di pesci. La cifra indicherebbe quindi la totalit degli uomini. S. Agostino nota che 153 la somma dei numeri naturali da 1 a 17. Il numero 17 a sua volta la somma di 10 e di 7, che rappresentano rispettivamente il Decalogo della legge e lo Spirito con i suoi doni. Il numero 153 indicherebbe tutti i salvati: essi, con la grazia dello Spirito, osservano la legge, che non pi per la morte, ma per la vita. Si pu inoltre osservare che 10 il numero della comunit e 7 il numero della moltitudine: la rete, simbolo della Chiesa, la comunit che contiene la moltitudine degli uomini portati a salvezza. Unulteriore interpretazione richiama lattenzione sul fatto che 17 la somma di 5 e di 12, cifre che richiamano il dono del pane a Tiberiade, dove dei 5 pani sovrabbondarono 12 ceste (cf. 6,9.13): grazie alla missione, la moltitudine degli uomini diventa eucaristia, assimilata al corpo del Figlio. Ancora partendo dallintuizione di S. Agostino: tenendo presente che in ebraico ogni lettera dellalfabeto corrisponde a un numero (a=1, b=2, c=3, ecc.), 17 il valore numerico della parola ebraica tov (= buono, bello); allora 153, che contiene tutti i numeri da 1 a 17, allude a quella bont/bellezza che abbraccia in unit ogni singolarit. Unaltra interpretazione dice: Il significato della cifra pu chiarirsi prestando attenzione ai dati del Vangelo e al linguaggio di quella cultura. 153 la somma di tre gruppi di 50, pi un 3 che appunto il moltiplicatore. Il numero 50, posto in relazione con i 5.000 dellepisodio dei pani, designa una comunit come profetica, la comunit dello Spirito (vedi commento a 6,10). Ciascun gruppo di 50 pesci grandi corrisponde perci a una comunit di uomini adulti (6,10; cf. 9,20-21), la creazione dei quali cio completata dallo Spirito. Il numero tre, che moltiplica la comunit, il numero della divinit, e qui potrebbe rappresentare Ges (20,28: Signore mio e Dio mio!). La cifra 153 indicherebbe pertanto che le comunit dello Spirito (il frutto) si moltiplicano esattamente in proporzione alla sua presenza (J. Mateos J. Barreto). Facendo calcoli pi complessi, si possono dare altre interpretazioni: in ebraico 153 il valore numerico delle espressioni la Chiesa dellamore, il mondo che viene, figli di Dio, ecc. Al di l di ogni possibile interpretazione, non sappiamo con certezza cosa lautore intendesse. Sembra che voglia lasciare pi che mai spazio alla fantasia: chi pi ne ha, pi ne metta,
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se gli giova. Certamente vuol indicare il molto frutto (cf. 12,24; 15,5) della missione di colui che il salvatore del mondo (4,42) e tutti vuol attrarre a s (12,32). pur essendo cos tanti. Tutti gli uomini e sono cos tanti , sono in rete, collegati in unit. La missione del Figlio riunire in uno i fratelli (10,16; 11,52; 17,11.21-23). Questa unione, utile ribadirlo, non mai uniformit e omologazione, quasi un frullato indistinto di individui, ma libert nella distinzione, propria delle persone che si amano. non si squarci la rete. Il verbo squarciare (skzo) richiama scisma, la divisione allinterno della comunit. Questunit non si lacera, perch nellamore che accetta e mantiene ogni diversit. Non va squarciata, come la tunica inconsutile, tessuta dallalto in basso, tutta di un pezzo (cf. 19,23). Dividersi tra fratelli dividere il corpo del Figlio. Anche per questo le sue ferite resteranno aperte, fino a quando un solo uomo al mondo sar escluso dalla comunit dei fratelli. Nellultima cena Ges aveva pregato perch fossimo uno con lui e il Padre, perfetti nellunit, perch il mondo sappia che tu mi amasti e li amasti come ami me (cf. 17,20-23). Solo attraverso lunione dei fratelli si conosce il Padre comune: la credibilit di Dio affidata allamore tra di noi. Le scissioni al nostro interno sono il grande peccato: oscurano al mondo la Gloria, unit perfetta tra Padre e Figlio nellidentico Spirito. v. 12: venite, pranzate. Ges invita al banchetto: il pasto eucaristico che, unendoci al Figlio e al Padre nellunico amore, ci fa entrare in seno alla Trinit. Quando il servo torna dal lavoro, il suo Signore che lo invita a tavola, si cinge la veste e si mette a servirlo (cf. Lc 17,7s). Colui che ci ha lavato i piedi sempre in mezzo a noi come colui che serve (Lc 22,27). Il Signore non pu essere che servo: chi tutto non ha bisogno di nulla, chi amore d tutto se stesso a servizio degli altri. La missione parte dalleucaristia e porta alleucaristia. In essa, fonte e culmine di tutta la vita cristiana, si mangia e si ringrazia di ci che stato donato, anticipo di ci che sar ulteriormente donato in forza di questo mangiare e ringraziare. nessuno dei discepoli osava chiedergli. Per chi partecipa alleucaristia, ricevendo e dando amore, evidente che il Signore: incontra Dio, che amore. Il riconoscimento di Ges viene dalla comunione con lui, dal mangiare e vivere di lui. Allora lo vediamo, perch lui vive e noi viviamo (cf. 14,19). Spezzare il pane, facendo memoria e vivendo del suo amore per noi, ci apre gli occhi e ce lo fa riconoscere (cf. Lc 24,30s.35). In quellora c una gioia che nessuno ci pu togliere, perch attingiamo alla sorgente dellamore. giunto quel giorno nel quale non gli chiediamo pi nulla (16,22s), perch abbiamo tutto. La nostra gioia completa, perch la sua gioia (17,13).

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tu, chi sei? Era la domanda rivolta al Battista (1,19) e poi a Ges (8,25). Il Battista rispose: Io-non-sono (1,20) e Ges rispose: Quando avrete innalzato il Figlio delluomo, allora conoscerete Io-Sono (8,27). sapendo che il Signore. Come il discepolo amato (v. 7), ora anche gli altri riconoscono IoSono, il Signore. il banchetto delle nuova alleanza, che ci salva dal mare dei nostri fallimenti, offrendoci il perdono dei peccati. Qui tutti conosciamo il Signore, dal pi piccolo al pi grande (cf. Ger 31,31-34): colui che fa rivivere le ossa aride, apre le nostre tombe e ci fa riposare sulla terra. Allora saprete che io sono il Signore. Lho detto e lo far. Oracolo del Signore Dio (Ez 37,13s). Ora che quanto fu preannunciato compiuto, vedendo il suo amore anche noi lo amiamo e osserviamo il suo comando di amarci gli uni gli altri (14,15). In questo sta il suo ritorno a noi, che ce lo fa vedere perch lui, il Vivente, vive in noi che lo amiamo (14,18). Levangelista evita di dire che i discepoli vedono il Signore: si dice per tre volte che si manifesta (vv. 1bis.14), preludio del suo manifestarsi successivo ai credenti che non lhanno visto (cf. 20,29). I primi lhanno visto con gli occhi della carne e hanno saputo con il cuore che il Signore. Anche noi, come i discepoli di questo racconto, sappiamo che il Signore presente. Con gli occhi vediamo solo brace, pane e pesce: il banchetto da lui preparato. Ma lo riconosciamo dallabbondante frutto dellobbedienza al suo comando, che ci fa partecipare attivamente al dono che lui fa di s nel suo pasto (cf. v. 13). v. 13: viene Ges. Prima Ges stava ritto a riva: il Risorto, gi arrivato sulla terra, tornato al Padre e presente ai fratelli. Ora si dice che viene, come in 20,26. Infatti il Risorto viene a noi nelleucaristia. Egli il Veniente, che di continuo viene a noi nel memoriale del suo amore. Attende solo di essere accolto, per accoglierci con s in seno al Padre. prende il pane e lo d loro; e similmente il pesce . Lespressione richiama il dono dei pani e dei pesci (6,11). Prendere il pane e dare sono le parole delleucaristia, dove riceviamo il pane del cielo che d vita eterna: chi lo mangia entra in comunione con lui e vive di lui, come lui del Padre (cf. 6,48-58). Questo pane ci rende capaci di amare come lui ci ha amati: allora lui dimora in noi come noi in lui (cf. 14,20-23). il compimento in noi del dono del Figlio. I verbi, coniugati al presente (cf. invece 6,11, dove sono al passato), indicano che la Presenza ormai sempre presente. In questo banchetto, oltre al pane e al pesce che Ges ha donato, c anche quanto noi abbiamo pescato (v. 10), che serve da companatico (v. 5), da aggiungere al cibo che lui ci d. Questa aggiunta la nostra risposta al suo dono, che ci fa partecipare pienamente alla sua natura di Figlio che, come riceve dal Padre, cos d ai fratelli amore e vita. Leucaristia coinvolge noi e coloro ai quali ci rivolgiamo, fino ad abbracciare il mondo intero, raffigurato nella moltitudine di pesci. C una stretta relazione tra eucaristia e missione: non c messa senza missione (cf. 20,19214

23) e non c missione senza messa (cf. v. 10). Per questo ogni discepolo inviato ai fratelli, per portare loro lamore del Padre. v. 14: cos, per la terza volta, si manifest Ges ai discepoli (cf. v. 1). Cos, in questo modo, per la terza e definitiva volta dopo la prima alla sera di Pasqua e la seconda otto giorni dopo , si manifest il Signore ai discepoli riuniti insieme. Le tre manifestazioni graduali indicano il passaggio da quella riservata ai primi, che vedono e credono, a quella rivolta a noi che non vediamo e crediamo. In mezzo c lesperienza di Tommaso, che sta tra il primo e questo terzo modo di presenza del Risorto. Si parla delle tre manifestazioni ai discepoli, tralasciando quella a Mariam. Non perch sia unica e riservata, ma perch indica la dimensione profonda di ogni incontro con Ges, che si compie nellamore. destato dai morti. Lincontro con Ges, destato dai morti, ci ridesta dalla morte, comunicandoci il suo amore per il Padre e i fratelli. Qui finisce la prima parte del c. 21, che mostra il modo nel quale ormai il Signore si manifesta perennemente alla sua comunit. v. 15: quando ebbero dunque pranzato. Inizia la seconda parte del racconto che, dopo la missione e il banchetto eucaristico, tocca il nodo dei rapporti allinterno della comunit. La partecipazione al corpo dato per i discepoli principio di comprensione e norma di azione: il Pane apre gli occhi sul Signore, ma anche su di s e sugli altri. Per questo, dopo il banchetto, si chiariscono i rispettivi ruoli di Pietro e del discepolo amato. La loro differenza emerge gi nella pesca: Pietro prende liniziativa che gli altri seguono (v. 3), si butta in mare e tira a terra la rete senza che si laceri (vv. 7b.11), mentre laltro discepolo riconosce per primo il Signore (v. 7a). In questa seconda parte si esplicita il rapporto di Pietro con Ges e con i fratelli (vv. 15-19), in particolare con laltro discepolo (vv. 20-23). Si tratta del servizio di Pietro, della sua sequela e del suo martirio. Il suo ministero visto in stretta relazione con laltro discepolo, quello che Ges amava. Ogni aspetto istituzionale animato e misurato dallamore, altrimenti non ha nulla a che fare con Ges e il suo comando. La Chiesa unistituzione che ha lamore come principio e come fine la libert. dice Ges a Simon Pietro. C un dialogo serrato, con dieci scambi di parola tra Ges e Simon Pietro. Tema il suo ruolo di guida e custode dellunit, gi emerso durante la pesca. Dopo il dialogo, centrato sullamore, c la chiamata a seguire il Pastore bello che d la vita per le pecore. Ges si rivolge a Pietro allinterno della comunit dei discepoli. Rimane ancora aperta la ferita del suo triplice rinnegamento, che Ges aveva predetto (13,38). Ma questa non la parola definiva. Il suo peccato lo apre a una storia nuova: lo rende capace di capire il mistero del Signore come perdono e della debolezza, propria e altrui, come luogo di maggior amore.
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Simone di Giovanni. Ges lo chiama con il nome suo e di suo padre, come allinizio (cf. 1,42a). Dopo lesperienza dellamore e della fedelt del Signore per lui, diventer Pietro, come gli fu detto nel primo incontro (1,42b). mi ami tu pi di costoro? Colpiscono queste parole rivolte a Pietro e a ciascuno di noi che le ascoltiamo. Fa tenerezza un Dio che mi chiede: Mi ami tu?. Dopo averci svelato sulla croce il suo amore estremo, pu ormai esporre senza pudore questa richiesta, fondamentale per chiunque ama: lamore desidera essere amato. La domanda di Ges pu significare: Ami me pi di quanto ami costoro?, oppure: Ami me pi di quanto costoro mi amano?. Certamente lautore intende il secondo senso, alludendo alla pretesa di Pietro che disse: Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sar (Mc 14,29p). Gli aveva infatti protestato il suo amore fino a dare la vita per lui (13,36s); si era esposto per difenderlo nellorto (18,10) e laveva seguito dentro il cortile di Anna, disposto a tutto, tranne che a rinnegarlo (18,15ss). Ges usa la parola agapo, che indica lamore originario e gratuito con il quale Dio tanto ha amato il mondo da dare suo Figlio (3,16), lamore estremo con il quale Ges ci ha amati (13,1), che lo stesso con il quale il Padre ama noi (15,9). lamore con il quale ora anche noi possiamo amarci gli uni gli altri (13,34; 15,12.17), fino a dare la vita (15,13). quellamore la cui forza la debolezza di chi espone, dispone e depone la propria vita per lamato, gli lava i piedi e gli si dona senza riserva, come nel boccone offerto a Giuda. Ges chiede a Pietro se ha accolto lamore che gli ha mostrato. Ora, dopo la croce, pu capirlo. Ges chiede a Pietro se lo ama pi degli altri per ridimensionare la sua pretesa di essere migliore degli altri. Ma non solo: lamore ha come molla il pi. infatti sempre una competizione; ma non con gli altri, bens con se stessi, per vincere egoismo, orgoglio e paura. Lamore sempre un di pi se non cresce, diminuisce nellumilt e nella dedizione. la nostra partecipazione al magis proprio della maest (majestas deriva da magis = pi) del Dio amore, a immagine del quale siamo creati. Il nostro cuore infatti spinto dal desiderio insaziabile di un di pi senza fine. Ci che finisce finito, ma non perfetto. Questo di pi, marchio divino delluomo, il suo tormentoso destino, di felicit o di dannazione: segna il progresso della sua storia se investito nellamore, il regresso se investito nellegoismo. La scena, alludendo al rinnegamento di Simon Pietro, richiama la parola di Ges a Simone il fariseo a proposito della peccatrice: Chi amer di pi?. La risposta : Colui al quale stato perdonato di pi (Lc 7,42s). Nessuna persona religiosa in grado di capire questovviet, perch intenta alla propria perfezione e al proprio amore per Dio pi che alla perfezione di Dio e al suo amore per lui. Pietro, pur disposto a morire per Ges, non era disposto ad accettare che lui gli lavasse i piedi.
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Il nostro amore risposta allamore ricevuto, proporzionato ad esso. E lamore ricevuto si realizza massimamente nel perdono, dove rivela la sua essenza di gratuit, amando ci che non amabile. s, Signore, tu sai che ti sono amico . La risposta affermativa di Pietro non si fonda sulla sua sicurezza di dare la vita per Ges (cf. 13,37). Si fonda su quanto il Signore sa: gli aveva predetto la sua defezione (13,38), ma pure che lo avrebbe seguito pi tardi (13,36b). Pietro lascia perdere lemulazione con gli altri: non risponde al pi di costoro. Inoltre non usa la parola di Ges (agapo), bens philo, che significa essere amico. Non una semplice variazione stilistica. Il verbo agapo indica lamore che d la vita: origine di questo amore solo lui, il Signore. Quando accettiamo che lui ci lavi i piedi, allora anche noi possiamo amare come lui. Il verbo philo aggiunge sfumature di amicizia e reciprocit affettiva, ormai possibile perch abbiamo accolto il suo amore assoluto. Nessuno ha un amore pi grande di questo, che qualcuno ponga la propria vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate ci che vi comando (15,13s), amandovi gli uni gli altri con lamore con cui io ha amato voi (15,12). pasci i miei agnelli. Grazie allesperienza di amore ricevuto, Pietro associato alla missione del Pastore bello. Lessere pastore non onore, ma onere. Scaturisce dal pondus amoris, da quel peso di amore noto solo a colui al quale perdonato di pi. Pietro posto a servizio dellunit tra i fratelli perch, nel suo peccato perdonato, ha coscienza dellamore di Cristo. Per questo il suo ministero sar contrassegnato da perdono e riconciliazione. La sua preminenza non nel dominio, ma nel servizio di misericordia e perdono (cf. 20,21-23). Istituzione e amore non vanno mai separati. Senza amore ogni istituzione perversione; anzi, pi listituzione perfetta, pi grande la perversione. La Chiesa unistituzione che ha come fine quello di amare luomo perch sia libero di amare. Cristo ci ha liberati per questa libert (cf. Gal 5,1.13) La parola pascere in connessione con la pastura, il cibo da procurare al gregge. Il vero cibo la carne di colui che ha dato la vita per i fratelli. Parola e pane sono il cibo da garantire: quella Parola che si fatta pane, quel Pane che la Parola stessa d. Agnelli richiama lagnello di Dio (1,29.36): i discepoli di Ges sono identificati con lui. Qui si parla di agnelli, piccoli, e poi di pecore, grandi. I due termini contrapposti indicano la totalit, che coniuga insieme distinzione e uguaglianza. Pietro chiamato ad essere pastore al seguito di Ges, entrando per quella porta che lui stesso (10,9). Come il nostro Pastore lAgnello che ha portato su di s il peccato del mondo, cos ogni pastore una pecora che sa come il Pastore bello ha dato la vita per lei. Pietro pastore sotto il segno del perdono, prima ricevuto e poi accordato.

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v. 16: gli dice ancora una seconda volta. Non basta una volta: la domanda di Ges sar ripetuta sempre unaltra volta. La coscienza del suo amore deve essere senza limite, come la nostra fragilit e capacit di oblio. Simone di Giovanni, mi ami? Ges ripete la stessa domanda, tralasciando il pi di costoro. Pietro, nella sua esperienza di tradimento, gi sufficientemente guarito dalla pretesa di essere meglio degli altri. Per non ancora guarito dalla sfiducia che gli impedisce di amare. Il pi dellamore proporzionato al meno dellorgoglio, ma anche al pi della fiducia; altrimenti lumilt diventa maschera di pusillanimit invece che stimolo alla magnanimit (cf. il Magnificat). Le parole tra Ges e Simone di Giovanni sono un dialogo di guarigione. Il vecchio Simone, tanto generoso e volenteroso quanto fragile e presuntuoso, viene alla luce come Pietro; diventa stabile come la Roccia da cui tratto (cf. Is 51,1), fratello di colui che la Pietra (cf. 1Cor 10,4), scartata dai costruttori e diventata pietra angolare (cf. Mc 12,10; At 4,11). s, Signore, tu sai che ti sono amico. La seconda risposta di Pietro identica alla prima. Conferma la propria amicizia, fondata per non su di s, ma su di lui che sa ogni cosa. Ges, oltre al tradimento di Giuda, sapeva anche del suo rinnegamento, prima che lui ne sospettasse la possibilit. La sua conoscenza divina elemento comune alle tre risposte di Pietro. pascola le mie pecore. Ges gli ripete la sua fiducia in lui. Rispetto al v. 15 c pascola invece di pasci e pecore invece di agnelli. Pascolare, termine pi ampio di pascere, indica lazione del pastore che guida il gregge (cf. Sal 23). Ges affida a Pietro piccoli e grandi, agnelli e pecore, perch provveda loro cibo, guidandoli ai pascoli. Pietro associato al servizio di Ges, senza per sostituirsi a lui. Non gli dice che pastore: unico il Pastore, lAgnello che ha dato la vita per tutti e a tutti. Pietro deve condurre il gregge a quel pascolo dove il Signore pastore e pastura. Questo servizio connesso alla sua esperienza dellamore gratuito di colui che gli ha lavato i piedi. Ges parla sempre di miei agnelli (v. 15) e di mie pecore (vv. 16.17). Agnelli e pecore sono sempre e solo del Figlio e del Padre, non di Pietro. Il gregge non appartiene a lui: non il padrone, ma il servo della sua fede (cf. 1Pt 5,1-4). Il gregge di Dio stesso, che comunica a tutti e a ciascuno la Gloria. Il servizio di Pietro dare lesempio (cf. 1Cor 11,1; 1Tm 4,12) e conservare lunit nella diversit. Infatti lessere uno nellamore la testimonianza al mondo della Gloria (cf. 17,20-23). v. 17: gli dice la terza volta. Questa terza volta sottolineata nella sua diversit dalle altre e richiama il triplice rinnegamento (13,38; 18,17.25-27). Simone di Giovanni, mi sei amico? Ges ora lo interroga su ci che due volte Pietro ha affermato: sicuro di essergli amico? Vuole fargli esplicitare che questa sicurezza c; ma non deriva dalla sua bravura, bens dallesperienza del triplice rinnegamento. Grazie a esso ha
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sperimentato il perdono di colui che lo conosce meglio di quanto lui conosca se stesso, perch lo ama pi di se stesso. Solo allora sicuro che nulla lo pu ormai separare dallamore di Dio. Non dal suo amore per Dio, ma da quello di Dio per lui in Cristo Ges ( cf. Rm 8,32-39). La sua sicurezza non pi presunzione, perch fondata sul tu sai. si contrist Pietro perch gli disse la terza volta, ecc . Pietro si contrista al ricordo della sua infedelt. Eppure propria questa il fondamento del suo amare di pi, come Ges gli ha chiesto allinizio. nella sua infedelt che sperimenta chi il Signore, fedele e misericordioso. Pietro considera ancora la sua infedelt come ombra, fonte di tristezza, non come luce e gioia del perdono. Per questo Ges continua con lui il dialogo di giarigione. Il servizio di Pietro, che mantiene lunit dei fratelli nella fedelt del Signore, continuer anche dopo di lui. Questunit sar sempre garantita da un di pi nellamore, che scaturisce da un di pi di perdono nella coscienza del proprio peccato. Lunit tra i fratelli non pu fondarsi che sul perdono. Signore, tu sai tutto. Pietro amplia la prima parte delle due risposte precedenti. Tu, Signore, sai tutto di me (cf. Sal 139); e io so che sei tu a dare la vita per me, non io per te. Tu sai che io ti rinnego e sai che, nella tua fedelt a me, anchio sapr riconoscerti e amarti. tu conosci che ti sono amico. Tu sai che il mio esserti amico non capacit mia, ma dono tuo, che mi hai promesso che capir ci che tu mi hai fatto (13,7) e poi ti seguir (13,36b). pasci le mie pecore. Per la terza volta gli confermata la fiducia. Questultima risposta di Ges sintetizza le altre due: dice pasci come la prima volta e le mie pecore come la seconda. Pietro, con e come il Pastore bello, pasce le sue pecore nellamore, perch ci sia un solo gregge libero, un solo pastore (cf. 10,16b). Egli ha liniziativa nella missione e conserva lunione del frutto abbondante, perch non si laceri lessere uno dei salvati. Il ricordo della sua infedelt e del suo peccato lo rende sacramento di unit nel perdono. Pietro ricorda a tutti lamore del Pastore bello, che nessuno esclude. Questo amore per noi il centro della nostra fede: Abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi (1Gv 4,16). v. 18: amen, amen ti dico: quando eri pi giovane, ecc . Ges predice a Pietro che ora sar in grado di seguirlo e andare dove lui stesso andato (cf. 13,36). Il testo un contrappunto giovane/vecchio, cingersi/essere cinto, andare/essere portato, volere/non volere. C una differenza tra il vecchio Simone, che da giovane si cingeva la veste credendo di andare dove voleva, e il nuovo Simone, che da vecchio sar cinto della veste da un altro e sar portato dove non vuole. proprio quello il luogo dove prima voleva, ma non poteva andare (cf. 13,36): lo stesso dove il suo Signore e Maestro andato, ponendo la propria vita a servizio dei fratelli.
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Se Pietro voleva dare la vita per Ges, Ges ha dato la vita per lui. Lavandogli i piedi, gli ha dato la libert di amare come amato. Per questo tender le mani e sar condotto a morire accanto a Ges, come i due malfattori. Infatti, crocifisso nel 64 d. C., stender le mani sul patibolo della croce. Eusebio dir che fu crocifisso a testa in gi. Solo in questo capovolgimento si raddrizzer. Allora si compir il suo battesimo, iniziato nel suo buttarsi in mare cinto della veste (cf. v. 7). Crocifisso con Cristo (cf. Rm 6,6), deporr definitivamente luomo vecchio e rivestir luomo nuovo: diventer come il Pastore bello che sa dare la vita (10,11). Cos gli sar veramente amico (15,13). v. 19: questo disse significando con quale morte avrebbe glorificato Dio . il commento del redattore: Ges ha predetto il martirio del suo discepolo. Come era stato promesso, la Gloria che il Padre ha dato al Figlio, questi lha data ai discepoli (17,22). Ora anche per Pietro landarsene dal mondo non sar pi un morire, ma un glorificare Dio (cf. 11,4), manifestando in s il suo amore (cf. 12,26-33). segui me. Come Filippo allinizio (1,43), ora anche Pietro chiamato dal Signore a seguirlo. Se prima non poteva (13,36), adesso pu, perch nel perdono conosce il suo amore. Pietro non il pastore da seguire, ma lagnello che segue lAgnello, fino al martirio. Con la sua testimonianza offrir ai fratelli il cibo di cui lui stesso si nutrito. Seguire Ges unespressione che dice in sintesi tutta la vita cristiana: si segue chi si ama, per essere con lui e come lui. v. 20: voltatosi, Pietro guarda seguire, ecc. Simone di Giovanni ora davvero Pietro. Dopo queste parole si volta e vede laltro discepolo, quello che Ges amava. Mentre Pietro chiamato a seguire Ges, questaltro gi lo segue, perch conosce lamore. Adesso pu volgersi a lui e vederlo, perch anche lui convertito allamore grazie al perdono ricevuto. Pietro comprende adesso il ruolo dellaltro discepolo. I due sono sempre stati nominati insieme, tranne che in 6,68, dove Simone parla da solo, e ai piedi della croce (19,26-35), dove laltro discepolo senza Simone. Ora anche Pietro pu identificarsi con lui, perch ha compreso chi colui a causa del quale il Signore muore. Nellultima pagina del Vangelo Pietro si volge a lui perch diventato come lui. Le due figure, intrecciate nel corso del racconto, ora sono una. Il v. 20 richiama 1,38, dove Ges, voltatosi, vede seguire Filippo e un discepolo innominato, nel quale la tradizione ha visto lautore del quarto Vangelo. quello che nella cena si coric addirittura sul suo petto (13,23-25). Questo discepolo chiamato epi-stthios (= colui-che-sta-sul-petto). la definizione del discepolo amato, testimone dellamore e autore del Vangelo. Sta sul petto del Figlio come il Figlio verso il seno del Padre (1,18). Per questo in grado di narrarci il Figlio che ci narra il Padre. Ora anche Pietro, come lui, sa che il Signore lo ha amato e ha dato la vita per chi rinnega e per chi tradisce, per chi capisce e per
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chi non capisce. Conosce quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per salvarlo (3,16). In questi versetti, dopo aver riabilitato Pietro e il suo ruolo, facendolo diventare come il discepolo che Ges amava, si stabilisce nuovamente la priorit dellamore su ogni istituzione. Il c. 21 presenta la soluzione del contrappunto Pietro/Giovanni: lunit nella comunit data dallamore che accetta la diversit. Al di l del significato storico che il testo poteva avere allora riabilitazione di Pietro davanti alle comunit giovannee e/o di Giovanni davanti alle comunit petrine? , come al solito il racconto propone in personaggi diversi quegli aspetti contraddittori, sommamente fecondi, che ogni persona ritrova in se stessa. v. 21: Signore, e (di) lui, cosa (sar)? Pietro interroga Ges sul futuro dellaltro discepolo, che nel Vangelo non dice parola alcuna. Solo si autopresenta alla fine come testimone oculare del Trafitto (19,35) e autore del Vangelo (cf. 20,31), come conferma anche il redattore (cf. 21,24). Pietro si preoccupa per lui. Certo gli fa problema la presenza di uno cos altro da lui, che sempre lo anticipa. Pensa forse di seguire lui, perch lui segue davvero il Signore (cf. v. 20; 18,15ss)? v. 22: se voglio che lui dimori finch vengo, che (importa) a te? Non semplice allusione alla longevit dellevangelista del quarto Vangelo (cf. v. 23). Ges vuole positivamente che questo discepolo dimori finch lui viene. Lamore infatti testimonianza duratura della venuta nel mondo di quel Dio che amore (cf. 1Gv 4,8). In lui si svela il mistero profondo della storia: la venuta del Signore consiste nellaccogliere il suo amore per noi, da cui scaturisce la nostra risposta damore per lui e i suoi fratelli: Dio amore; chi sta nellamore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4,16b). La venuta del Signore lamore stesso, che ci fa sua dimora. tu segui me. Ges si rivolge ancora a Pietro, non allaltro, che sempre sullo sfondo. Non dice a Pietro di seguire lui; gli ripete invece: Tu segui me (cf. v. 19). Appunto come laltro discepolo che rappresenta, al di l di ogni funzione, lessenza stessa del discepolo. Egli non da seguire, ma da imitare. Segue infatti la via migliore, quella dellamore, corona della fede e della speranza, che mai tramonter (cf. 1Cor 12,31-13,13). S. Agostino cos spiega le due figure di Pietro e Giovanni: La Chiesa conosce due vite, che la predicazione divina le ha insegnato. Una di queste nella fede, laltra nella chiara visione di Dio; una appartiene al tempo della peregrinazione in questo mondo, laltra alla perpetua dimora nelleternit; una si svolge nella fatica, laltra nel riposo; una nelle opere della vita attiva, laltra nel premio della contemplazione; una cerca di tenersi lontana dal male per compiere il bene, laltra non deve pi evitare il male perch non c pi nessun male da evitare, ma soltanto un immenso bene di cui gioire; una combatte con il nemico, laltra senza pi nemici regna; una forte tra le sciagure, laltra non conosce sciagure; una lotta per tenere a freno le passioni carnali, laltra riposa nelle gioie
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dello Spirito; una si affanna per vincere, laltra gode tranquilla, in pace, dei frutti della vittoria; una chiede aiuto sotto lassalto delle tentazioni, laltra, libera da ogni tentazione, sta in letizia nel seno stesso di colui che aiuta; una corre in soccorso a chi ha bisogno, laltra vive dove bisogno non c; una perdona le offese per essere a sua volta perdonata, laltra non subisce offese da perdonare, n ha da farsi perdonare alcuna offesa; una sottoposta a dure prove che la preservano dallorgoglio, laltra cos ricolma di grazia che liberata da ogni afflizione, cos strettamente unita al sommo bene, che non esposta ad alcuna tentazione dorgoglio; una distingue il bene dal male, laltra non vede che il bene. Di conseguenza una buona, ma ancora in mezzo alle miserie, mentre laltra migliore perch beata. Questa vita terrena raffigurata nellapostolo Pietro, quella eterna nellapostolo Giovanni. Sono le due dimensioni che troviamo in ciascuno di noi, pellegrini sulla terra e cittadini del cielo. Chi dimentica di essere cittadino del cielo, non pi pellegrino: si fa padrone della terra. Chi dimentica di essere pellegrino sulla terra, trascura il comando dellamore fraterno, che ci fa cittadini del cielo. v. 23: usc allora questa parola tra i fratelli, che quel discepolo non morrebbe . Si pensava che quel discepolo non sarebbe morto prima della venuta del Signore (cf. Mc 9,1p). La sua morte aveva creato turbamento nella comunit. Per questo si diceva che Giovanni, ormai molto vecchio, si era semplicemente addormentato in attesa della venuta del Signore. Secondo testimonianze di persone degne di fede, come riferisce S. Agostino, la terra sulla sua tomba ad Efeso si solleva, come se lui fosse vivo e respirasse. S. Agostino commenta dicendo che di sicuro Giovanni morto. Secondo lui, invece di fare supposizioni strane sul perch la terra si sollevi, meglio controllare quale sia la causa naturale di tale fenomeno. Anche questa credenza, come sempre avviene, cela un significato profondo: non solo la terra sopra la sua tomba, ma luniverso intero respira e vive oltre la morte l dove sta uno che ha sperimentato lamore di colui che vita di tutto ci che esiste (cf. 1,3-4a). Conoscere lui infatti vita eterna. ma Ges non gli disse che non muore, ma ecc . C la rettifica sulla credenza della comunit. Ges non dice che il discepolo amato non muore; vuole semplicemente che egli dimori sulla terra fino al suo ritorno. Egli infatti rimane come testimone del Signore, il cui ritorno a noi sta ormai nella nostra risposta damore allamore ricevuto. Giovanni davvero immortale. Conoscendo lamore del Signore, indica a tutti la sorgente dellacqua che zampilla per la vita eterna (cf. 4,14; 19,34.35). La sua presenza, indefettibile come il Dio amore, richiama Pietro e tutti a quellamore che principio, mezzo e fine di tutto. Lui, che ha poggiato il capo sul petto del Figlio, rimane tra noi per indicarci la via del suo ritorno a noi, che ormai il nostro ritorno a lui amando i fratelli. Senza la
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sua presenza la Chiesa come un corpo morto, senzanima, e non pu che produrre frutti di morte, come ogni istituzione che non vivificata dallamore. v. 24: questo il discepolo che testimonia queste cose e che scrisse queste cose . Si ribadisce, da parte della comunit, che il discepolo amato testimone e autore del Vangelo (cf. 19,35; 20,30s). Ci non esclude che, come il presente capitolo, sia stato redatto da un altro, sulla base della sua testimonianza. sappiamo che la sua testimonianza vera . La testimonianza della verit passata da Ges (18,37) al discepolo amato (19,35) e da questo alla comunit che la testimonia a noi, perch noi la testimoniamo ad altri. la verit dellamore, che fa liberi (8,32). Chi lha scoperta, a sua volta inviato, con e come il Figlio, a testimoniarla al mondo. La comunit ratifica come vera la testimonianza del discepolo amato: il sappiamo dei fedeli fa da eco al sa dellevangelista (cf. 19,35). Il voi dei lettori del Vangelo (cf. 20,31), invitati ad accogliere il racconto dei segni per fare esperienza del Signore risorto, diventa il noi di quelli che gi ne hanno ricevuto la testimonianza e hanno sperimentato che vera. lultima eco del prologo che dice: Noi contemplammo la sua gloria, gloria di unigenito del Padre, pieno di grazia e verit (1,14). Corrisponde a quanto dicono alla Samaritana i suoi concittadini: Non pi per il tuo parlare crediamo; noi stessi infatti abbiamo udito e sappiamo che costui veramente il salvatore del mondo (4,42). Il libro si chiude con unapertura: la comunit testimonia la verit della testimonianza ricevuta. Essa diventa il Vangelo vivo (cf. 2Cor 3,3), il profumo di Cristo che fa percepire al mondo intero la differenza tra salvezza e perdizione, vita e morte (cf. 2Cor 2,14ss). Tutto il Vangelo testimonianza della verit dellamore tra Padre e Figlio, che dona vita eterna: a chiunque laccoglie, d il potere di diventare figlio di Dio (1,12). Come si pu sapere il problema fondamentale di ogni rapporto se una testimonianza vera? Basta accordarle fiducia e guardare poi se ci che dice risponde alla realt che si vede. Lo stesso vale per il Vangelo: se gli accordo fiducia, posso vedere che la Parola mi risveglia alla mia verit. Luomo fatto per la Sapienza, emanazione della potenza di Dio, effluvio genuino della gloria dellOnnipotente (Sap 7,25): appena se la trova davanti, subito riconosce, come in uno specchio, il suo vero volto (cf. Gc 1,23-25): In essa c uno Spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico delluomo, stabile, sicuro, senzaffanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti (Sap 7,22s). Il nostro occhio interiore sa distinguere la voce della Sapienza da quella dellinsipienza, come la luce dalla tenebra, la gioia dalla tristezza, la paura dalla fiducia, lamore dallegoismo, la vita dalla morte, Dio dallidolo. Mentre lo leggo, il Vangelo mi legge. La grande scoperta che il suo racconto mi racconta a me stesso in ci che lo Spirito mi
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testimonia essere il mio desiderio pi profondo, liberato da illusioni e delusioni. Accogliere la Parola, trasmessa da chi prima di noi lha ricevuta, il nostro natale: nasciamo come figli di Dio (cf. 1,14). v. 25: ci sono anche molte altre cose che fece Ges . Il redattore ribadisce le ultime parole dellautore (20,30). Certamente la comunit conosce gli altri Vangeli insieme ad altri fatti e detti di Ges. Non ripete perch questi sono stati scritti; ormai chiaro che sono stati scritti perch crediamo che Ges il Cristo, il Figlio di Dio e perch credendo in lui, abbiamo vita nel suo nome (20,31). se si scrivessero ad una ad una, penso che neppure il mondo stesso conterrebbe i libri da scrivere. Il redattore (dopo il sappiamo della comunit, c il penso, al singolare, del redattore) chiude lepilogo del Vangelo con uniperbole. Si pu intendere in senso materiale: i libri, che si potrebbero scrivere sulla Parola diventata carne, non ci starebbero materialmente nel mondo intero. Come si pu dire tutto di colui che tutto in tutti, e infinitamente oltre il tutto? Luniverso nei suoi confronti come granello di polvere sulla bilancia, stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Eppure su di esso riversa tutto il suo amore (cf. Sap 11,22-26). Infatti tutto stato fatto da lui e ha in lui la propria esistenza (1,3s). Luniverso intero un libro, aperto e inindagato, che attende un lettore che sappia leggervi lo splendore dellInfinito: un linguaggio silenzioso che canta la gloria di Dio (cf. Sal 19,1-4) Si pu intendere in senso spirituale. Contenere allora significa capire: non siamo in grado di capire il mistero abissale dellamore di Dio per noi. Limportante allora non saper tutto, ma cogliere il significato, in modo da aderire a Ges e amarlo, per essere in lui, nostra vita. La ricchezza che dal Vangelo scaturisce inesauribile, come lacqua da una sorgente. Il lettore, dopo essersi accostato alla Parola, se ne accorge con stupore e ammirazione. Tutto ci che scritto e non scritto su Ges, ce lo suggerir il suo Spirito, che ci render capaci di testimoniarlo (cf. 14,26; 15,27; 16,12-15), scrivendolo nella nostra vita. Il Padre ci ha rivelato tutto in Ges, carne del Figlio. In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3): da lui, splendore della Gloria (Eb 1,3), riverbera linfinito splendore della verit. Tutta la creazione, la storia e la Scrittura parlano di lui, principio e vita di quanto esiste (cf. 1,3s; 5,39.46). Per noi lo conosciamo solo progressivamente, giorno dopo giorno, imparando con modestia dalla creazione, dalla storia e dalla Scrittura. Chi pretendesse di conoscerlo pienamente, stolto ed empio: un idolatra, che confonde Dio con le proprie idee su di lui. Tutti i fanatismi vengono da qui. Chi saggio, oggi come sempre, cerca umilmente di porsi in ascolto di ogni persona, cultura e religione, per conoscere il Signore di tutto e di tutti. Solo il cammino della storia per questo continua ancora, anche se gi conclusa nella carne del Verbo in grado di farci cogliere ci che lui gi ci ha donato.
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Piace terminare con queste parole di S. Efrem: Chi capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? molto pi ci che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perch quelli che la scrutano possano contemplare ci che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perch ciascuno di noi trovi una ricchezza in ci che contempla. La sua parola un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa come quella roccia aperta nel deserto che divenne, per ogni uomo da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, disse lApostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (cf. 1Cor 10,2ss). Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre ci che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ci impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per la immensit di essa. Rallegrati perch sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete lieto di bere, ma non si rattrista perch non riesce a prosciugare la fonte. meglio che la fonte soddisfi la sua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bere di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ci che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via cosa tua, ma quello che resta ancora tua eredit. Ci che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere limpudenza di voler prendere in un sol colpo ci che non pu essere prelevato se non a pi riprese, e non allontanarti da ci che potresti ricevere solo un po alla volta. La parola del Figlio Spirito e vita per tutti i fratelli (6,63). Come altrove si detto, luomo terra impastata di acqua, che vive di aria e di luce. Ma la nostra acqua loceano zampillante di vita, la nostra aria il respiro stesso di Dio, la nostra luce il suo amore. Non possiamo afferrare il dono di Dio. Possiamo per accoglierlo ed esserne accolti: In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28). E a questo punto sia permesso, come Paolo, citare un poeta: Il naufragar m dolce in questo mare. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito dal metodo.


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b. Mi raccolgo immaginandomi i discepoli prima alla pesca e poi sulla riva del lago. c. Chiedo ci che voglio: conoscere lamore di Ges. d. Contemplo le varie scene, con cura, guardando e ascoltando le persone: chi sono, che fanno, che dicono. Da notare: si manifest ancora Ges ai discepoli chi sono i cinque discepoli nominati altri due me ne vado a pescare veniamo anche noi con te in quella notte non catturarono nulla venendo gi lalba, Ges stette sul litorale figlioli, avete qualcosa di companatico? no! gettate la rete dalla parte destra la gettarono e non riuscivano pi a tirarla per la moltitudine di pesci il discepolo prediletto dice a Pietro: il Signore! Simon Pietro si cinse la veste e si gett in mare gli altri vengono a terra con la barchetta, trascinando la rete piena sulla terra vedono brace e, sopra, pesce e pane portate del pesce che avete catturato Pietro tira la rete sulla terra, piena di 153 grandi pesci la rete non si squarci venite, pranzate tutti sapevano che il Signore viene Ges, prende il pane, lo d loro e similmente il pesce Simone di Giovanni, mi ami tu pi di costoro? s, Signore tu sai che ti sono amico pasci i miei agnelli Simone di Giovanni, mi ami?
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si, Signore, tu s ai che ti sono amico pascola le mie pecore Simone di Giovanni, mi sei amico? si contrist Pietro alla terza domanda Signore, tu sai tutto: tu conosci che ti sono amico pasci le mie pecore quando eri pi giovane, cingevi te stesso e andavi dove volevi quando diventerai vecchio, stenderai le mani, un altro ti cinger e condurr dove tu non vuoi segui me Pietro guarda il discepolo prediletto, quello che si pos sul petto di Ges Signore, di lui cosa sar? che importa a te se voglio che dimori finch io vengo? tu segui me lequivoco sulla non-morte del discepolo amato: lamore eterno questo discepolo testimone perenne del Vangelo la comunit conferma la verit della sua testimonianza il mondo non pu contenere i libri che si possono scrivere su Ges. 4. Testi utili

Sal 33; 117; 130; 136; Gv 13,1-19.31-38; 15,1-17; Lc 7,36-50; 2Cor 3,3; Prima lettera di Giovanni; 1Cor 12,31-13,13; Rm 8,31-39.

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