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CAPITOLO 2: UNA RIVOLUZIONE EUROPEA

A metà dell’800 in Europa l’atmosfera era gravida di aspettative di cambiamento radicale. Gli Stati
erano sfidati da una crisi che ne metteva in dubbio la legittimità. Con le idee erano gli intellettuali
a conquistare il protagonismo della scena politica, i quali svilupparono un sistema di diffusione
delle idee. Idee che generavano nuove concezioni della politica e dello Stato. Liberali, radicali, ma
anche gruppi poveri come i contadini che aspiravano a liberarsi del peso della servitù feudale
persistente. Stesso vale per gli operai nei nuovi centri industrializzati. A interpretare questo
fermento sociale erano quindi anche i socialisti. Il 1848 mise a dura prova gli equilibri del
concerto europeo: era possibile una rivoluzione nazionale interna senza rivolgersi
all’ordinamento internazionale?

L’idea di nazione si afferma come nuovo criterio di legittimità e configurazione degli Stati.
L’applicazione del principio di sovranità nazionale metteva in discussione l’esistenza degli stati
dinastici. Questo intrico non tardò a trasformarsi, tra 1848-1849, in conflitti armati.

1.In attesa della rivoluzione

Speranze di cambiamento e malcontento sociale convergevano nel determinare le condizioni di


un’esplosione attesa e paventata. 1845  grave crisi economica alla quale si aggiunge una
malattia della patata diffusa in tutto il continente, che provoca sommosse a Berlino e una grave
carestia in Irlanda. Cresce la disoccupazione, a Vienna vengono licenziati 10.000 operai. I nuovi
sistemi di produzione scompaginavano equilibri economici e sociali già consolidati, strati
consistenti della società si impoverivano e la condizione di fame dei contadini si aggrava sempre
più.

La questione sociale era all’ordine del giorno, nel 1848 viene pubblicato a Londra il Manifesto del
Partito Comunista scritto da Marx e Engels. Gli autori condividevano la comune attesa per una
rivoluzione generale, ma la interpretavano nei termini di lotta di classe. A favorire la diffusione di
queste idee era il campo intellettuale europeo, in particolare le istituzioni universitarie,
riferimento indispensabile della libertà d’espressione. Altro indicatore era la crescita delle stampe
e delle pubblicazioni. Certo, il panorama non era uniforme ovunque, tuttavia gli intellettuali si
trovavano in una situazione di continuo movimento, sia per il controllo poliziesco, sia per
l’attrazione di alcuni centri culturali.

2.Parigi, capitale della rivoluzione, dal luglio 1830 al febbraio 1848

Il 1848 ha i suoi primi segnali in Sicilia, dove il 12 gennaio scoppia una rivolta. Ma fu
l’insurrezione di Parigi del 23-24 febbraio 1848 a costituire l’avvio di un processo continentale.
Parigi è la città simbolo della rivoluzione, il centro della società intellettuale europea. In Francia
l’itinerario della rivoluzione non si era arrestato con la fine dell’esperienza napoleonica. Il ritorno
del regime borbonico era reso fragile dalla mancanza di legittimità. Nel 1830 il conflitto tra
deputati liberali e governo portò a un’insurrezione popolare a Parigi, le “tre gloriose” giornate di
luglio, che si conclusero con l’abdicazione di Carlo X. L’obiettivo delle giornate di luglio fu quello di
restituire allo Stato una legittimità fondata sulla sovranità popolare.

I cambiamenti nell’ordinamento interno francese erano tollerati dalla coalizione (U.K., Russia,
Prussia, Austria), differentemente da eventuali disordini esterni ai confini. Finché la Francia era
l’unica potenza revisionista le sue ambizioni erano destinate a rimanere inappagate. La mancanza
di legittimità, inoltre, dipendeva anche dal mancato recupero di peso internazionale della Francia.
Il regime di Luigi Filippo d’Orleans soffriva il “mito dell’imperatore”, il mito di Napoleone, unico
eroe nel quale i francesi credessero ancora. Soffriva inoltre del fatto che il re soffriva la
compresenza del Parlamento. Insomma non si trattava di una sovranità di diritto del monarca, ma
nemmeno di una sovranità popolare. Tra le varie fazioni emerge Guizot che teorizza il “giusto
mezzo” tra reazione e democrazia. Dal 1840 al 1848 egli fu il vero leader della compagine
governativa. 22 febbraio 1848 manifestazione che funge da detonatore, vengono erette
barricate contro il sovrano, Luigi Filippo fugge a Londra e nasce la Seconda Repubblica francese.

3.Parabola di una rivoluzione europea

Furono gli eventi di Vienna a diffondere l’incendio rivoluzionario, infatti il 13 marzo una
sollevazione popolare induce Metternich a fuggire verso Londra. Il 17 l’imperatore è costretto a
concedere agli ungheresi la formazione di un governo responsabile, inoltre la questione italiana si
fa più delicata. A Milano il 18 marzo iniziano cinque giorni di combattimento, con le quali gli
austriaci vengono cacciati dalla città. A Venezia si proclama la ricostituzione della Repubblica. Il
23 la Sardegna dichiara guerra all’Austria.

Negli stati tedeschi alcune manifestazioni inducono alcuni sovrani a fare concessioni di stampo
liberale. Qui esse si combinavano con le aspettative di unificazione nazionale.

In Francia il governo provvisoria introduce il suffragio universale e l’abolizione della schiavitù


nelle colonie. Inoltre introduce gli Ateliers Nationaux, unica riforma in senso sociale di un governo
a stampo repubblicano e moderato. Il 22 giugno gli Ateliers vengono chiusi e la notizia provoca
un’insurrezione di massa. La repressione segnò una svolta conservatrice per la classe dirigente
europea.

Sia a Vienna che a Praga il popolo insorge, ma senza riuscire a prendere le rispettive città.

4.Dalle barricate alle frontiere

La questione nazionale (“primavera dei popoli”) divenne dominante. I movimenti nazionali


miravano a modificare i confini, in questa prospettiva rivoluzione e guerra erano reciprocamente
connesse. 1848 punto di non ritorno del conflitto tra principio della sovranità nazionale e quello
dinastico-territoriale. Ad accentuare la conflittualità interveniva la composizione etnico-culturale
dell’Europa centro-orientale formata da una pluralità di popoli. L’intreccio tra questione nazionale
e agraria era un altro punto di conflitto, laddove la differenziazione sociale tra proprietari e
contadini corrispondeva a una diversità di origine nazionale.

La questione polacca suscitava l’adesione appassionata dei rivoluzionaria. Non lasciava


indifferenti nemmeno i liberali tedeschi che vedono con favore il ripristino di uno stato baluardo
contro l’influenza russa. Tuttavia le ambizioni nazionali del movimento rivoluzionario liberale si
scontra con le aspirazioni polacche. Il comitato preparatorio dell’assemblea costituente di
Francoforte decide di invitare rappresentanti della Prussia orientale, senza considerare i polacchi.

I principali programmi nazionali all’interno dei domini asburgici erano quello austro-tedesco,
ungherese, polacco e italiano. Tali programmi, portati avanti dalle nazionalità dominanti nei loro
territori, entravano in conflitto con le aspirazioni di altri abitanti delle stesse regioni, le così dette
“nazionalità soggette”, delle quali l’Impero si propone difensore. Nel 1848 si formano,
contrappongono, scontrano idee e programmi nazionali differenti, tutti in conflitto con i progetti
imperiali.

La vicenda ungherese è emblematica, le concessioni strappate a Vienna vengono rese legge in


Aprile e sanciscono di fatto l’indipendenza dell’Ungheria. Si viene a formare un governo liberale a
Budapest che è costretto a scontrarsi con le altre rivendicazioni nazionali. Con romei, croati e
serbi, dopo una prima adesione alla rivoluzione, si arriva allo scontro. In questo contesto di guerra
interna, Vienna dichiara guerra a Budapest. Si arriva a una cruda guerra etnica e furono contadini
e villaggi a scontarne il prezzo più grande. Essa durò fino al ’49 inoltrato. A questo punto
interviene il sovrano russo, avverso a ogni idea rivoluzionaria, che nell’agosto del ’49 costringe
Budapest a capitolare.
L’Impero riesce a ristabilire il controllo su Ungheria, Italia, ma anche sulla Sardegna. In Germania
l’esperienza liberale si era conclusa nell’aprile ’49 con il rifiuto del re di Prussia di accettare
l’offerta della corona di uno Stato tedesco unitario che proveniva da un fatto rivoluzionario.
Ricostituito l’ordine in quasi tutta Europa, il ’48 ha svolto la funzione di “vivaio di storia”.

5.In Francia di nuovo l’Impero

Alla fine del ’49 solamente in Francia non era stato ristabilito il regime. Nel novembre del ’48 si
afferma come presidente della Repubblica il figlio di un fratello di Napoleone, Luigi Napoleone
Bonaparte. Il nuovo presidente sconfigge i repubblicani e segna la vittoria del partito dell’ordine,
dando vita a un governo conservatore. Necessitando dell’appoggio dei cattolici, scende in Italia
per sedare la rivoluzione che nella città eterna aveva dato vita alla Repubblica romana. Il 2
dicembre 1851 Luigi Napoleone opera un colpo di stato con cui si impadronisce del potere.
Proclama di aver preso tre decisioni: il ripristino del suffragio universale, lo scioglimento
dell’assemblea nazionale e la preparazione di una nuova Costituzione. Il potere del nuovo
Napoleone non si fondava solo sulla forza, era legittimato dalla nuova Costituzione che faceva di
lui un vero e proprio monarca.

Si chiudeva il 1848, senza che l’ondata rivoluzionaria si trasformasse. Il timore della rivoluzione
internazionale aveva guidato le mosse delle cinque grandi potenze, tuttavia gli equilibri geopolitici
erano stati incrinati. Le rivoluzioni si erano concluse con un fallimento, ma si era superato un
tornante.

CAPITOLO 3: L’EUROPA E IL MONDO IN CERCA DI NUOVI ASSETTI


GEOPOLITICI
Il 1848 aveva innescato processi che avrebbero portato a trasformazioni significative dell’ordine
internazionale. La Gran Bretagna riduceva le attenzioni alle questioni europee, mentre si scorgeva
il profilo di nuovi protagonisti esterni al continente europeo (Stati Uniti e Giappone). Emergevano
nuovi spazi sui quali si faceva più aspra la competizione tra Gran Bretagna e Impero Russo, tra un
progetto imperiale marittimo e uno continentale. Questa competizione logorava la collaborazione
tra le due potenze, mentre i loro interessi si andavano orientando verso scenari extraeuropei.

1.Guerre civili e penetrazione economica in Asia

In Asia la penetrazione economica delle potenze europee metteva in crisi gli antichi Stati
imperiali. La Gran Bretagna faceva particolare attenzione alla Cina, il cui governo era preoccupato
per il crescente consumo di oppio. Il commercio di oppio avveniva sotto forma di contrabbando, in
quanto era illegale, inoltre comportava effetti dannosi sull’economia dell’Impero. Infatti l’oppio
aveva sostituito l’oro e l’argento come mezzo di pagamento per l’acquisto di beni cinesi. Inoltre
l’acquisto di oppio comportava una fuoriuscita di argento dal paese, tanto che tra 1827 e 1849 si
stima che l’Impero Cinese abbia perso la metà dell’argento entrato nel paese nei centocinquanta
anni precedenti.

Questo portò la corte cinese ad adottare severe misure antioppio, che condussero nel 1839 allo
scoppio di una guerra (“dell’oppio”) con la Gran Bretagna. Il conflitto si concluse nel 1842 con il
trattato di Nanchino che stabilì l’apertura di quattro nuovi porti commerciali, l’acquisizione di
Hong Kong da parte della GB. Nel 1844 questi privilegi furono ampliati a U.S.A. e FRA. Tra 1856 e
1860 fu combattuta una nuova guerra, con la partecipazione dei francesi, per la resistenza
all’applicazione delle clausole di Nanchino. Il trattato di Pechino del 1860 aggravò la sovranità
imperiale cinese.
Nel 1851 ebbe inizio una rivolta contadina, sulla base di una visione religiosa, con elementi
tradizionali cinesi e innesti cristiani. I cosiddetti Taiping istituirono un “regno” con capitale
Nanchino dal 1853. Le truppe imperiali ebbero la meglio solo nel 1864.

In Asia meridionale dal 1857 al 1859 si innescò l’ammutinamento dei sepoys, soldati indigeni della
Compagnia delle Indie Orientali, la quale controllava più della metà del subcontinente indiano.
L’affermazione di politiche volte all’anglicizzazione suscitò una reazione che sfociò nella rivolta
del 1857, sedata poi dagli inglesi. Le conseguenze fu lo scioglimento della compagnia e
l’assunzione diretta del territorio da parte del governo britannico.

Gli Stati Uniti, con l’annessione degli attuali Stati Sud-Ovest del 1848, avevano aperto una finestra
sul Pacifico dalla quale potevano proiettarsi verso l’Asia. Al Giappone si volsero le attenzioni di
Washington, che inviò una squadra navale per rompere l’isolamento nipponico e ottenere
vantaggi commerciali. Il trattato del 1854 dischiuse due porti alle imbarcazioni americane.

2.Il travaglio di un nuovo impero continentale

Gli Stati Uniti si erano affermati come potenza commerciale attraverso una vera e propria
ideologia del commercio. La difesa della libertà di commercio divenne un orientamento per la
presenza statunitense nel mondo. Il dominio sul continente nordamericano era un cardine
fondamentale di tale disegno. Vi era un “destino manifesto”, di occupare l’intero continente
americano, affidato “dalla Provvidenza per realizzare il grande esperimento della libertà e
dell’autogoverno federale”. L’ideologia ne esaltava l’egualitarismo. Era una società composta da
un’ampia middle-class che faceva dell’egualitarismo un suo principio, anche se socialmente era
tutto fuorché egualitaria. La parola chiave era “individualismo”. Il diritto di voto era riconosciuto a
una larga maggioranza della popolazione maschile libera. Ne derivò un sistema formato da partiti
organizzati.

La società americana ebbe un tumultuoso sviluppo economico, il cui fenomeno rappresentativo fu


la massiccia costruzione di ferrovie. Esse permisero anche una propulsione dell’espansione e della
colonizzazione verso ovest. Pur in presenza di un forte impulso all’industrializzazione,
l’agricoltura rimaneva la principale attività produttiva.

Il nord-est si distingueva per un’economia basata sull’attività manifatturiera e per il sostegno a


una politica protezionista. Il sud, legato alla grande proprietà terriera, era invece liberoscambista.
Nel Midwest si costituì la base elettorale del nuovo Partito repubblicano, fondato nel 1855 da
liberali ed esponenti del movimento antischiavista, per opporsi a quello democratico espressione
degli agrari meridionali. Fu la questione della schiavitù a dividere il sud dal nord. A partire dagli
anni Trenta e Quaranta si era sviluppato un vivace movimento abolizionista negli stati del nord,
che rese ancor più aspra questa contrapposizione. La società americana si divideva sempre più.

Alle elezioni presidenziali del 1860 prevalse il candidato repubblicano Abraham Lincoln, che non
era un abolizionista. Tuttavia gli stati del sud si decisero in favore della secessione. Carolina del
Sud (1860), Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana e Texas diedero vita agli Stati
Confederati d’America. Tra Unione e Confederazione sfociò una guerra. Alla Confederazione si
unirono Virginia, Arkansas, Tennessee e Carolina del Nord pochi mesi dopo. La maggiore capacità
logistica del nord influì sugli esiti della guerra. Il fine di Lincoln era quello di mantenere l’Unione,
ma nel privato restava fautore di una società in cui tutti gli uomini fossero liberi. Infatti, il 1°
gennaio 1863 emise un proclama di emancipazione per gli stati della Confederazione, escludendo
gli stati schiavisti aderenti all’Unione. Era una guerra che non contemplava altra conclusione che
quella della resa dell’avversario, e essa terminò con la disfatta della Confederazione.

Conclusa la guerra, il 14 aprile 1865 Lincoln fu assassinato da un simpatizzante del Sud. Da qui il
cammino della ricostruzione si preannunciava impervio. Nel sud i proprietari terrieri mantennero
il loro potere e ingaggiarono un’aspra lotta per difendere i loro privilegi. Nel 1865 fu fondato il
celebre KU KLUX KLAN. Ne usciva comunque un governo federale degli Stati Uniti più potente,
centralizzato e armato, legittimato dal successo militare e dall’emancipazione degli schiavi, senza
però la fine delle discriminazioni.

3.Guerra in Crimea

Il conflitto in Crimea del 1783 aveva modificato gli equilibri europei. La guerra aveva visto
schierati contro la Russia, GB e la Francia, Impero Ottomano. La crisi era maturata nel quadro dei
difficili rapporti tra i due imperi euroasiatici russo e ottomano. Le gravi sconfitte nelle guerre
russo-turche avevano notevolmente indebolito l’Impero Ottomano. In alcune regioni la sovranità
del sultano era solo formale. L’indebolimento centrale fu lampante nella questione egizia, dove
negli anni Trenta del 1800 maturò una ribellione aperta, risolta poi dalla GB, poco incline a
permettere l’indebolimento della Sublime Porta.

La sovranità ottomana era sfidata dal sorgere e diffondersi di movimenti nazionali.


L’indipendenza greca del 1830 fu il primo passo in questo senso, all’interno di un impero che
presentava un grande pluralismo linguistico, ma anche religioso.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, si accese un’aspra disputa tra cattolici e
ortodossi per il controllo dei principali santuari cristiani di Gerusalemme e Betlemme.
L’intervento nel 1852 di Napoleone III in favore dei cattolici irritò la Russia. Una missione russa
per convincere il sultano a recedere le concessioni accordate all’imperatore francese fallì, e lo zar
Nicola I rispose con l’occupazione militare nel 1853. Lo scopo di Napoleone III era quello di
sfidare la Russia, il cui zar non poteva permettere un attentato al suo prestigio; inoltre la sovranità
sulla Crimea acquisita nel 1783 proiettava la Russia verso l’area di influenza ottomana, verso
Costantinopoli, i Balcani e il Mediterraneo. L’ipotesi della spartizione dei territori ottomani non
era estranea alla visione di Nicola I, il quale riteneva che Austria e GB non si sarebbero frapposte.
Il sultano non cedette e dichiarò guerra alla Russia. Nel 1854 Londra e Parigi entrarono nel
conflitto al fianco della Sublime Porta e nel settembre sbarcarono in Crimea per espugnare la
fortezza di Sebastopoli. Nicola I morì nel 1855 e sotto il comando del suo successore, Alessandro
II, Sebastopoli cadde nello stesso anno. L’ultimatum lanciato dall’Austria rese la fine delle ostilità
una necessità per il nuovo zar, che nel 1856 accettò la pace di Parigi. La smilitarizzazione del mar
Nero fu la clausola che più di altre sancì la sconfitta della Russia.

San Pietroburgo usciva indebolita sul quadrante mediorientale e isolata nel contesto europeo.
Dopo il 1856 la Russia divenne uno stato revisionista. Gli esiti della guerra incisero anche gli
orientamenti culturali, favorendo le correnti che valorizzavano la cultura russa e la sua tradizione.
Si accese un dibattito tra occidentalisti e slavofili. La corrente del panslavismo fu quella che
interpretò meglio le tendenze post-guerra di Crimea e fu esaltato il ruolo della Russia come
protettrice dei popoli slavi.

La guerra di Crimea segnò la rottura del concerto delle potenze. Il mancato sostegno di Austria e
Prussia alla causa russa aveva certificato la morte della Santa Alleanza. La guerra ebbe
ripercussioni anche sull’Europa: la riduzione del potere russo rilanciava la Francia. La revisione
era ora un obiettivo possibile.

4.La questione tedesca e la nascita del secondo Reich

La proclamazione nel marzo 1861 del Regno d’Italia costituì il primo grande mutamento
dell’assetto di Vienna. L’ordine territoriale e istituzionale del congresso era ormai archiviato. Gli
stati sceglievano sempre più il ricorso alla guerra e la riorganizzazione degli eserciti diventava di
primaria importanza. Inoltre avevamo un continente senza una chiara egemonia.

In questa prospettiva lo spazio germanico non poteva restare frammentato e il 1848 aveva
rivelato la presumibile forza del movimento nazionale tedesco. Nasce il dibattito tra “piccola
Germania”, i cui sostenitori erano raccolti intorno allo stato prussiano, escludendo le parti
austriache di lingua tedesca. A questo si opponeva l’opzione di orientamento filoaustriaco, che
guardava alla formazione di una “grande Germania”. L’assemblea di Francoforte nel 1849 aveva
offerto al re di Prussia la corona imperiale di Germania, che egli aveva rifiutato. Inoltre nel 1834
un’unione doganale, lo Zollverein, si era formata tra molti stati tedeschi escludendo l’Austria. Era
in ogni caso chiaro che l’Austria non avrebbe accettato pacificamente l’esclusione dalla Germania.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta l’equilibrio delle forze si spostarono verso la Prussia a sfavore
dell’Austria. Nel 1860 Berlino diventava una concorrente di Vienna. Il nuovo re di Prussia
Guglielmo, potenziò l’apparato militare con una riforma che provocò un aspro conflitto con il
Parlamento, tanto da essere costretto ad affidare il ruolo di primo ministro a Otto Von Bismarck.
Nel novembre 1863 il conflitto per i ducati dello Schleswig e dello Holstein permisero a Bismarck
una politica estera più incisiva.

La crescente tensione tra Austria e Prussia preoccupava le altre potenze europee. Napoleone III
invece fomentava la tensione, tanto da favorire un accordo tra Italia e Prussia in chiave
antiaustriaca. La guerra scoppiò in maggio e si risolse rapidamente, grazie alla modernità
dell’esercito e la grande abilità del comandante supremo Moltke, in sole sette settimane. Il
cancelliere annunciò il ripristino del governo costituzionale (per migliorare l’opinione pubblica
degli altri stati tedeschi, e firmò anche la pace di Praga. Per lui l’espulsione dell’Austria dai piani
unitari germanici era abbastanza. Dopo la guerra la Prussia ebbe difficoltà a relazionarsi con gli
stati meridionali, anche per una differenza religiosa.

Napoleone III avanzò rivendicazioni su Lussemburgo, che logorarono i rapporti tra i due stati.
Inoltre la candidatura di Leopoldo Hohenzollern del 1870 alla corona di Spagna provocò una crisi
tra i due stati. La Prussia non accettò i termini francesi proprio per permettere lo scoppio di una
guerra. Infatti la dichiarazione francese arrivò il 19 luglio. La guerra fu vinta dalla Prussia. La
battaglia di Sedan del 1° settembre, con la cattura di Napoleone III e 100.000 soldati, segnò la
sconfitta francese e la proclamazione della repubblica.

A inizio ’71 si ebbe l’armistizio, e nello stesso anno fu sancita la pace con il trattato di Francoforte
che siglò l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania. A Parigi nel frattempo si tentava
l’esperimento della Comune, che fu l’ultima delle rivoluzioni parigine ottocentesche. Infatti, dopo
la pace, l’esercito entrò nella capitale e con una dura repressione si diede inizio alla Terza
Repubblica in Francia.

A Versailles il 18 gennaio 1871 era stato proclamato il Reich tedesco, cui aderirono anche gli stati
meridionali, con Bismarck cancelliere. Era nata una nuova grande potenza, uno stato prussiano
tedesco.

CAPITOLO 4: IL REGNO D’ITALIA


1.Frammentazione territoriale ed egemonia austriaca

Metternich considerava l’Italia un’area da tenere sotto l’influenza austriaca. Tuttavia il disegno
egemonico di Metternich forniva paradossalmente un elemento di unificazione alla penisola. In
più l’Austria rimaneva per buona parte degli stati italiani il nemico comune. Tuttavia dopo il
congresso di Vienna aumentò la frammentazione della penisola da un punto di vista soprattutto
istituzionale. Tuttavia l’eredità napoleonica aveva lasciato il segno e il ristabilimento di
particolarismi si accompagnò al ricorso da parte dei governi degli strumenti napoleonici. Comune
a tutta la penisola, infine, era il rifiuto dei sistemi costituzionali.

Le idee liberali animavano le numerose sette segrete attive in Italia, tra tutte la Carboneria. Questo
mondo rappresentava l’opposizione alle monarchie assolute e la rivendicazione di un parlamento
e di una costituzione era comune a tutti i filoni. All’opera delle sette vanno ricondotti i moti
insurrezionali del 1820-21 e del 1831, in particolare a Napoli, in Sicilia e in Piemonte, che si
conclusero tutti con un fallimento. Era emerso chiaramente che l’ostacolo principale alla
realizzazione di tali programmi era rappresentato dalla tutela austriaca.

2.Il discorso nazionale

Le sconfitte degli anni Venti-Trenta favorirono l’articolazione di un discorso nazionale e la


formazione di due nuove correnti politiche, quella democratica-mazziniana e quella moderata-
neoguelfa.

Giuseppe Mazzini, in esilio dal 1831, rifiutò la segretezza dell’attività cospiratoria e sostenne la
necessità di una propaganda aperta. Fondò nel 1831 a Marsiglia un’associazione politica, la
Giovine Italia, il cui scopo era uno Stato nazionale, unito, repubblicano e democratico. La
dimensione religiosa costituiva una componente non accessoria del pensiero di Mazzini, “Dio e il
popolo” era lo slogan che racchiudeva una tale duplice connotazione del pensiero mazziniano.
Collocava il processo di liberazione nazionale dell’Italia nel quadro del più ampio processo di
emancipazione delle altre nazioni e dell’umanità. Fondò infatti anche una Giovine Europa.

Egli si inseriva in un più ampio processo che coinvolgeva gli intellettuali italiani in una temperie
culturale di stampo romantico. A partire dal senso di una comune identità rintracciato nel retaggio
di Roma e di Dante, questi autori individueranno riferimenti storici che vennero a formare un vero
e proprio discorso nazionale italiano.

La diffusione di tali temi avvenne perlopiù nel segno di un orientamento moderato. Negli anni
Quaranta fu elaborato il volume Del primato morale e civile degli Italiani del prete piemontese
Vincenzo Gioberti, che divenne il manifesto del movimento moderato. Il primato risiedeva nel
papato e si prospettava una federazione presieduta appunto dal papa. Le tesi dell’ecclesiastico
rispondevano all’esigenza di connettere il discorso nazionale a quello religioso.

3.Un lungo Quarantotto

Gli anni Quaranta avevano registrato nuovi insuccessi di azioni rivoluzionarie promosse dagli
ambienti di ispirazione mazziniana. La crisi dei democratici lasciava spazio ai moderati. L’elezione
a vescovo di Roma di Pio IX sembrava andare incontro alla corrente neoguelfa. Obiettivo di diversi
settori del movimento nazionale era quello di associare Pio IX alla causa italiana attraverso la
costruzione di un’immagine patriottica del papa. In novembre 1847 fu concluso un accordo per
una lega doganale tra Stato pontificio, Regno di Sardegna e Granducato di Toscana.

Il 12 gennaio 1848 scoppiò una rivolta a Palermo in nome della Carta siciliana del 1812. Dopo che
Vienna respinse la richiesta di aiuto di Ferdinando II, i ribelli siciliani proclamarono il ripristino
della sopracitata. La debolezza di Metternich stimolò il movimento costituzionale anche in altri
Stati italiani.

A Milano le dimissioni di Metternich il 13 marzo funsero da detonatore tra la popolazione e gli


austriaci. Il 18 marzo la città si sollevò contro il governo austriaco. Dopo cinque giorni le truppe
austriache furono costrette al ritiro. Contemporaneamente a Venezia una insurrezione proclamò il
ripristino della Repubblica. Il 23 marzo il Regno di Sardegna dichiarò guerra all’Austria, in senso
nazionale. Il 29 aprile il papa dichiarò di non potersi immischiare in una guerra tra cattolici.
Questo destò grande delusione, al punto di far finire i progetti neoguelfi.

Le iniziative si conclusero con un fallimento e con la firma di un armistizio da parte del Regno di
Sardegna il 9 agosto. Da qui le iniziative passarono in mano ai democratici, i quali spinsero Pio IX
ad abbondonare la città e a rifugiarsi a Gaeta. Il 9 febbraio 1849 venne proclamata la Repubblica
romana con potere affidato a un triumvirato formato da Mazzini, Armellini e Saffi. Nel frattempo
in Toscana anche Leopoldo III fu costretto a rifugiarsi a Gaeta. A Torino Carlo Alberto ruppe
l’armistizio e ricominciò la guerra con l’Austria che si concluse disastrosamente con la sconfitta di
Novara il 23 marzo 1849. Carlo Alberto abdicò e gli successe Vittorio Emanuele II.

In aprile Luigi Napoleone Bonaparte aveva inviato un corpo di spedizione che sbarcò a
Civitavecchia, bloccato dalle forze militari della Repubblica romana, guidate dal nizzardo Giuseppe
Garibaldi. Il corpo di spedizione francese iniziò l’assedio di Roma il 3 giugno e un mese esatto
dopo entrò nella città, ponendo fine all’esperienza repubblicana. L’ultima a cadere fu Venezia il 22
agosto, sotto l’assedio austriaco.

Il discorso nazionale si era arricchito di nuove memorie e di nuovi miti, tra tutti quello di
Garibaldi. I programmi politici più accreditati alla vigilia ne erano usciti logorati, mentre la
presenza militare austriaca ne usciva rinforzata, senonché minata dalla presenza francese.

4.Il Piemonte

(AU= Impero austriaco; FRA= Francia; GB= Gran Bretagna)

Paradossalmente ad essere uscito rafforzato da ’48 era il Regno di Sardegna, unico a mantenere il
regime costituzionale (Statuto albertino). Lo Statuto albertino, ispirato alla Costituzione francese
del 1814, prevedeva un Parlamento bicamerale con un Senato di nomina regia e una Camera
elettiva, che il re poteva sciogliere. Il diritto al voto riguardava il 2% della popolazione. Il governo
non era responsabile verso il Parlamento, ma verso il sovrano. Il re non era responsabile verso i
sudditi, ma il suo potere era limitato dalla Costituzione.

Il Regno di Sardegna divenne meta di numerosi esuli dagli altri Stati italiani. Questo incrementò la
vita culturale del Regno e ne permise una sprovincializzazione. La figura dominante negli anni
Cinquanta fu quella di Camillo Benso conte di Cavour, nato nel 1810, che nel 1835 durante un
viaggio per l’Europa ebbe modo di conoscere da vicino il francese Guizot. L’ammirazione per il
sistema britannico costituiva l’altro polo dei riferimenti dell’aristocratico piemontese.
Parlamentare, fu nominato nel 1850 ministro dell’Agricoltura. Nel novembre del 1852 fu chiamato
a costituire un governo dotato di un’ampia maggioranza in Parlamento. Seguì una politica di
riforme che perseguiva il juste milieu (“giusto mezzo”) teorizzato da Guizot. La politica rivolta alla
modernizzazione del Piemonte si segnò in senso liberoscambista, sostenne la costruzione di linee
ferroviarie e favorì un intenso sviluppo industriale e commerciale della regione.

Egli era consapevole che poteva permettersi di rischiare una politica estera aggressiva, in quanto
stato cuscinetto tra FRA e AU, posizione che sapeva non convenire a nessuno indebolire.
L’indebolimento dell’AU e le mire revisioniste francesi aprirono nuovi spazi di manovra per il
Piemonte.

La prima occasione fu offerta con la guerra di Crimea. FRA e GB chiesero l’aiuto del regno di
Sardegna che nel 1855 inviò truppe a combattere contro i russi. Questo permise a Cavour di
partecipare al congresso di Parigi del 1856, dove poté sollevare la questione italiana e dare
maggiore caratura internazionale alla faccenda. Inoltre la posizione dell’AU non era più assicurata
nei termini del 1815 e si aprivano nuove possibilità.

Tra tutte l’ipotesi di un’alleanza tra FRA e Regno in senso antiaustriaco divenne possibile. Nel
luglio 1858 Napoleone III incontrò Cavour e si decise che i due Stati sarebbero entrati in guerra
contro l’Austria nell’anno successivo. Lo scenario non prevedeva l’unificazione dell’isola, ma una
sua divisione in quattro grandi Stati (Regno dell’Alta Italia; Roma e territori circostanti; Regno
dell’Italia centrale; Regno di Napoli; sul modello della confederazione germanica). Napoleone non
vedeva con favore la creazione di uno Stato italiano, mentre la formazione di una Confederazione
sotto protezione francese avrebbe facilitato la FRA nell’esercizio di un’influenza sull’Italia.
5.L’unificazione

La guerra all’AU che il Piemonte auspicava sarebbe dovuta scoppiare in conseguenza di un


ultimatum di Vienna, in quanto una guerra difensiva avrebbe permesso all’AU di ricorrere all’aiuto
degli altri Stati tedeschi. La preparazione dell’esercito fu il modo in cui Torino provocò l’AU. Ne
conseguì lo scoppio di una guerra e l’8 giugno Vittorio Emanuele e Napoleone III entrarono
insieme a Milano, abbandonata dagli austriaci. Si susseguirono delle rivolte nel centro, che
portarono alla cacciata di alcuni sovrani tra cui il Granduca di Toscana, Romagna, Parma… Si
modificavano a piani di Napoleone III, il quale, preoccupato, stipulò un armistizio con l’AU, l’11
luglio a Villafranca, in cui gran parte della Lombardia fu ceduta alla FRA, che a sua volta la cedette
al Piemonte. Cavour estromesso da Vittorio Emanuele dalle trattative, si dimise.

Durante l’estate molti regni centrali si pronunciarono a favore dell’entrata nel grande regno che si
stava formando a nord. Tuttavia Napoleone III non vedeva di buon occhio le annessioni. Al
contrario la GB guardava con favore agli avvenimenti italiani, in chiave antifrancese e
antiaustriaca. La dichiarazione da parte di Londra dell’appoggio all’Italia sbloccò la situazione.

Nel gennaio 1860 Cavour tornò al governo, dove subito fu scosso da una crisi siciliana, dove
emergevano agitazioni antiborboniche. Le effervescenze siciliane furono l’occasione per
organizzare una spedizione militare rivoluzionaria, sotto il comando di Garibaldi, spinta da Pilo e
Crispi. I Mille partirono da Genova il 5 maggio e sbarcarono l’11 a Marsala. Il 15 maggio
sconfissero l’esercito borbonico e il 27 assediarono Palermo, dove entrarono il 6 giugno, Il 20
luglio sconfissero ancora i borbonici, per poi entrare a Messina una settimana dopo.

Come era stata possibile una vittoria dei Mille contro un decisamente più numeroso e meglio
attrezzato esercito borbonico? Con Garibaldi si schierò la Sicilia: lo sbarco dei Mille funse da
detonatore a un’insurrezione popolare, gli insorti si unirono alla lotta contro i borbonici,
supportati anche dal clero. L’insurrezione popolare presentò carattere di rivalsa sociale, tutta
concentrata intorno alla terra. Per questo Garibaldi decise di reprimere le rivolte contadine.

Il 18 agosto Garibaldi attraversò lo stretto, con un esercito che ormai contava più di 20.000
volontari. Il 6 settembre Francesco II abbandonò Napoli dove Garibaldi entrò il giorno seguente.
Lo stato borbonico era collassato, nonostante nessuno credesse possibile la caduta del Regno delle
Due Sicilie. Il regime godeva ancora di consensi e il suo disfacimento avvenne, oltre che per
l’azione dei Mille, soprattutto per una crisi della legittimità del potere borbonico. L’oscillazione dei
precedenti anni tra repressione e concessione aveva logorato la legittimità e la credibilità dello
Stato.

Cavour era impensierito dal fatto che il successo apparisse come un risultato rivoluzionario dei
democratici. “Italia e Vittorio Emanuele” era il mantra con cui era partito Garibaldi, ma ora voleva
arrivare fino a Roma, prospettiva che Cavour non poteva ammettere. Per questo decise di spedire
l’esercito comandato da Vittorio Emanuele al Sud. Il 7 novembre il re entrò a Napoli, mentre
Garibaldi, le cui richieste erano state rifiutate, si ritirò a Caprera.

Il 18 febbraio 1861 si riunì a Torino il nuovo Parlamento che il 17 marzo proclamò la costituzione
del Regno d’Italia. La costituzione dello Stato nazionale italiano modificava, a sua volta, la
geopolitica europea.
CAPITOLO 5: L’ERA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE
Dal 1870 al 1914 si entrò in modo irreversibile nell’era dell’industrializzazione. Gli studiosi hanno
parlato di “Seconda rivoluzione industriale”.

1.Dall’Inghilterra all’Europa

Nel 1851 l’isola oltre la Manica era “l’officina del mondo”, in cui si producevano oltre il 50% del
cotone e i due terzi di carbone del mondo. I mercati mondiali erano dominati dagli inglesi e l’ING
era il modello a cui si guardava. Questa superiorità era alla base dell’adozione di una politica di
liberismo puro. I paesi europei, nello stesso periodo, avevano intrapreso politiche per colmare il
gap con gli inglesi. Tuttavia molti erano i fattori che limitavano il continente, sia fiscalmente che
politicamente, finanziariamente…

Un impulso rilevante provenne dall’incremento demografico. Con il congresso di Vienna la cartina


europea si era semplificata e le unioni doganali davano vita a nuovi spazi commerciali. Fu tra il
1850 e il 1873 che l’industrializzazione (in Belgio, Francia e Germania) arrivò ad uno stato di
maturazione. In questi decenni si consolidò la posizione giuridica delle imprese e furono
introdotte misure volte ad abbattere le barriere del commercio internazionale.

A rendere possibili questi sviluppi aveva contribuito anche una nuova disponibilità di capitali,
grazie alla trasformazione del sistema bancario, che aveva tra le sue finalità statuarie quella di
investire i capitali raccolti dai risparmiatori direttamente nell’industria. Nascevano le banche
d’investimento: esse raccoglievano i risparmi dei correntisti per investirli nelle nuove società per
azioni a sostegno diretto della produzione industriale.

2.Grande depressione e Seconda rivoluzione industriale

Dal 1873 al 1896 in EU e negli U.S.A. vi fu un calo dei prezzi detto “grande depressione”. I prezzi
alimentari diminuirono in seguito al grande afflusso di grano dalle pianure della Russia e del
Midwest e alle importazioni di carni dall’Argentina. Tali importazioni furono rese possibili dalle
innovazioni tecnologiche che permisero di migliorare altamente i trasporti marini e la
conservazione a lungo termine.

Dal 1870 al 1910 l’incremento demografico attribuì al mercato del vecchio continente maggiore
importanza. La caduta dei prezzi alimentari favorì lo spostamento delle spese europee
sull’acquisto di manufatti. L’accesa concorrenza determinò la revisione delle politiche liberiste
con l’introduzione di tariffe protezionistiche. L’economia capitalista passava da una condizione di
egemonia di un solo paese, l’Inghilterra, a una situazione di policentrismo competitivo.

Un processo di cambiamento tra ‘800 e ‘900 investì i materiali e le fonti energetiche utilizzate.
Questa accelerazione è stata definita Seconda rivoluzione industriale. Infatti tra 1867 e 1881
vennero introdotte alcune invenzioni che avrebbero poi modificato le condizioni di vita di tutti
(es. il telefono, il motore a scoppio…). La sostituzione dell’acciaio al ferro costituì forse il tratto più
saliente, tanto che la costruzione di ferrovie aumentò a dismisura e funse da acceleratore della
crescita della produzione. L’acciaio, inoltre, permetteva la costruzione di macchine e motori più
leggeri.

I processi di industrializzazione necessitavano sempre di maggiore energia: dai 1674 milioni di


megawattora nel 1870 essa passò a 10.840 milioni nel 1913. Negli ultimi anni dell’800 la
macchina a vapore cominciò a essere sostituita dalla ben più efficiente turbina a vapore. La
diffusione di combustibili liquidi, in particolare del petrolio e dei suoi derivati, costituì un nuovo
punto di svolta. Nello stesso periodo aveva inizio anche l’industria petrolifera, con la Standard Oil,
fondata da John D. Rockefeller. Da qui in poi alcune zone del mondo assunsero importanza
fondamentale in quanto estrattori del nuovo combustibile. A inizio ‘900 il petrolio venne
introdotto nelle grandi società di navigazione. Tuttavia a inizio ‘900 il carbone rimaneva il
principale combustibile per generare energia.

Un’innovazione fondamentale fu l’utilizzo industriale dell’energia elettrica che si poteva prestare a


molteplici usi senza sprechi. L’invenzione della lampada di Edison nel 1879 aprì lo spazio di
un’amplissima utilizzazione dell’elettricità a livello diffuso tra la popolazione.

3.La meccanicizzazione del lavoro

L’organizzazione industriale del lavoro di fabbrica rappresentò una componente di grande rilievo
del sistema economico. Si poteva trasformare l’intero processo produttivo in un movimento
lineare che faceva arrivare il lavoro agli operai con un ritmo definito e dettato dalle macchine per
essere seguito con gesti semplici e ripetitivi. Era il principio della catena di montaggio. Il primo ad
attuarla fu Henry Ford. L’innovazione gli permise di avviare la produzione della prima automobile
di massa. Il sistema di produzione di massa, denominato “fordismo”, si diffuse a livello globale.

Si modificava anche la figura dell’operaio. Negli U.S.A. Frederick W. Taylor elaborò un sistema
noto come “taylorismo”, che costituiva il compimento del processo di meccanizzazione: l’uomo
veniva trasformato in automa sincronizzato con i ritmi di produzione delle macchine.

4.Nuova economia: aumento di scala e finanziarizzazione

La crescita dell’economia e in particolare dell’industria richiedeva sempre maggiori capitali da


investire. L’aspirazione a governare il sistema bancario divenne un’esigenza diffusa: GB e FRA si
erano precedentemente già dotate di banche centrali. A favorire le attività finanziarie intervenne
l’adozione del sistema aureo (il gold standard, cioè la possibilità di convertire in oro le valute
nazionali, il cui valore era dato quindi in rapporto con il metallo prezioso). I governi potevano
emettere quantità di valuta corrispondenti alle riserve auree di cui disponevano.

Inoltre il ruolo dello Stato nell’economia tendeva a crescere, esso interveniva direttamente come
protagonista nella costruzione di infrastrutture o come principale cliente delle imprese
industriali.

5.Le infrastrutture del mondo: le reti di comunicazione

Parte integrante del processo di industrializzazione e dei cambiamenti economici era


l’articolazione di nuove reti di connessione e comunicazione. Si è parlato di una “rivoluzione dei
trasporti”: mezzi di trasporto più capienti e quindi più economici, ma anche più sicuri e più rapidi.
Il mondo si faceva più piccolo, le distanze si accorciavano. Ferrovia, navi e anche aerei non furono
utilizzati solo come mezzi di trasporto, ma anche con fini bellici.

Tra il 1870 e il 1910 i chilometri di ferrovia nel mondo aumentarono di quattro volte. Le strade
ferrate e la locomotiva si imposero come manifestazioni emblematiche della tecnologia moderna.
Furono anche strumenti di conquista, contribuendo in tal modo alla costruzione e al
consolidamento degli Stati.

Anche l’Italia nord-occidentale a partire dagli ultimissimi anni dell’Ottocento iniziava un processo
di decollo industriale, a cui non erano estranei i nuovi nessi che la legavano più strettamente alla
FRA e all’EU centrale. Infatti furono aperti grandi trafori alpini per il transito delle linee
ferroviarie. In questo modo entravano in connessione con l’EU centrale non solo l’Italia, ma anche
il Mediterraneo e i suoi porti. Le ferrovie svolgevano la funzione di connettere le regioni interne di
uno Stato alle coste e quindi tramite i porti a terre di oltremare, stimolando nuovi flussi
mercantili.
Vi fu un salto di qualità nella costruzione di canali. Dalla costruzione di canali fluviali si passò a
quella di canali che mettevano in connessione mari diversi. Nel 1869 fu inaugurato il canale di
Suez che metteva in comunicazione il mar Rosso con il Mediterraneo. Il canale ebbe l’effetto di
ridurre notevolmente i tempi di navigazione in virtù del venir meno della necessità di
circumnavigare l’Africa. Esso rappresentò un tornante nella storia dei traffici marittimi. Altra
grande opera fu la costruzione del canale di Panama, ultimato nel 1914, che in America mise in
comunicazione l’oceano pacifico con quello Atlantico.

Lo sviluppo dell’industria fu una componente di primo piano del processo che caratterizzò gli
ingenti fenomeni migratori. Il processo migratorio non fu solo un fenomeno transatlantico. Infatti
tra il 1850 e il 1914 più di 60 milioni di persone lasciarono il loro luogo di nascita.

Nel 1837 a Londra venne allestito il primo telegrafo e da qui in poi reti di fili e cavi tracciarono
una nuova mappatura del mondo. Nuovi luoghi assunsero rilevanza strategica perché terminali o
snodi di reti di comunicazione. Il controllo di questi luoghi divenne funzionale all’esercizio del
potere.

6.Un’economia mondiale a egemonia europea

Dal 1870 al 1914 si registrò un cambiamento negli equilibri del potere economico. Una posizione
di primato nella produzione industriale a livello mondiale fu acquisita dagli Stati Uniti, e anche la
Germania superò il Regno Unito. Le conseguenze della incredibile crescita germanica influivano
sugli assetti di potenza in Europa e contribuirono ad aprire una contesa sull’egemonia europea.

La Seconda rivoluzione industriale provocò una grande disparità nella distribuzione dei vantaggi
del progresso economico, con un divario crescente tra i paesi coinvolti nell’industrializzazione, da
un lato, e il resto dl mondo dall’altro.

7.La conquista del tempo e dello spazio

Lo sviluppo del commercio mondiale richiedeva la certezza nella determinazione del tempo.
Bisognava realizzare un processo di sincronizzazione. Come era possibile organizzare un sistema
di trasporti e commercio su scala mondiale se non si riusciva a sincronizzare il mondo? Si impose
l’adozione di una misura di tempo convenzionale di carattere universale. Fu scelto Greenwich
come meridiano zero e fu diviso il globo in ventiquattro fusi orari. Il mondo si sincronizzava.

L’orologio personale diventata un oggetto di uso comune e il calendario gregoriano si affermava


come quello di riferimento. L’esperienza dell’accelerazione si accompagnava a quella della
riduzione delle distanze e della dilatazione degli orizzonti spaziali. Simultaneità, accelerazione e
velocità erano la cifra di un’epoca che desiderava conquistare il tempo e lo spazio, in un mondo
che non conosceva più spazi vuoti.

CAPITOLO 6: L’URBANIZZAZIONE DEL MONDO E LA SOCIETA’ DI MASSA


Tra fine ‘800 e inizio ‘900 cominciò un processo che avrebbe condotto il mondo nel suo complesso
al passaggio alla società di massa. Ruolo fondamentale fu svolto dall’urbanizzazione. La seconda
metà dell’800 in particolare fu un periodo di intensa urbanizzazione.

1.Il processo di urbanizzazione

La città moderna per antonomasia è la “grande città”. La Roma imperiale alla fine del secolo I d.C.
aveva raggiunto circa un milione di abitanti. Perché di nuovo si raggiungesse questo risultato fu
necessario aspettare la metà del XVIII secolo con Pechino e Hankow in Cina e Tokyo in Giappone.
In EU sarà Londra la prima metropoli a raggiungere il milione di abitanti nel XIX secolo. In ogni
caso questo era un processo che riguardava sempre più città e che si estendeva su scala mondiale.
Il periodo tra il 1850 e il 1910 è stato quello con il più alto tasso di crescita urbana nella storia
europea. Nel 1913 erano tredici le città europee a superare il milione.

Ma quali furono i motivi? Il collegamento con l’industrializzazione sembra diretto, ma da solo tale
fattore non è sufficiente a produrre tale processo. A contribuire fu l’aumento generale della
popolazione, infatti l’EU nel corso dell’800 raddoppiò la sua popolazione; aumento che avvenne
anche negli altri continenti ma con tassi minori. La crisi agraria degli anni ’70 dell’800 contribuì
alla crescita dell’emigrazione dalle zone rurali di molti paesi europei. La formazione di sistemi di
città in connessione tra loro, lo sviluppo dei porti (New York esempio più evidente) furono aspetti
decisivi del processo di urbanizzazione.

2.La città moderna

Le grandi città erano luoghi in cui si concentravano conoscenze, informazioni e innovazioni


tecnologiche, elementi che procuravano lavoro e opportunità, che richiamavano persone. Fu nelle
grandi città che si fece esperienza dell’accelerazione quale paradigma esistenziale della
modernità. I ritmi subirono un’accelerazione potente, che si manifestò in primo luogo nei
cambiamenti della mobilità. I centri urbani erano stati fino ad allora città pedonali. Nelle città
moderne invece si andò formando un sistema di trasporti pubblici. Fu Londra la prima a costruire
un sistema di trasporto sotterraneo su binari.

Le città si andavano sempre più qualificando come “manufatti tecnologici”. Si dilatava anche il
tempo della vita cittadina grazie all’illuminazione elettrica pubblica, che permetteva di vincere il
buio. Nuove tipologie di edifici vennero erette con l’uso del ferro e dell’acciaio: i più noti sono il
Crystal Palace a Londra e la torre Eiffel a Parigi. Ne conseguiva un progressivo aumento di valore
della proprietà immobiliare nella città: il mercato edilizio e immobiliare a esso connesso
divennero tra i più redditizi per gli investimenti. Inoltre le grandi città diventavano sempre più
pulita e si diffondeva l’esigenza di un’igiene pubblica: la salute diveniva un valore fondamentale
per la società.

Nelle città si stabilivano nuove forme di socialità, dai caffè ai club alle taverne e osterie. A
diventare luoghi di socialità furono i grandi magazzini, un nuovo spazio commerciale e sociale
basato sulla produzione seriale di massa. In questo periodo i luoghi della socialità urbana riservati
a un pubblico maschile, iniziarono a essere frequentati dalle donne. Iniziava il processo di
emancipazione femminile.

La città moderna era un modello occidentale, che in molti suoi aspetti venne adottata su scala
mondiale, con numerosi adattamenti secondo le differenti condizioni locali. Tuttavia alla vigilia
della Prima guerra mondiale tutti erano concordi sui tratti della città moderna: impianti fognari,
illuminazione elettrica, un sindaco…

3.Un laboratorio per la società di massa: Chicago

Chicago divenne emblema della modernità urbana. La chiave del suo sviluppo fu la sua posizione
di raccordo fondamentale di comunicazioni e scambi commerciali. Tra le principali aree di crescita
del paese, nel 1850 Chicago era il principale centro ferroviario del paese. Nel 1885 fu inventato
qui il grattacielo, ed era il maggiore centro di produzione e lavorazione dell’acciaio americano.

CAPITOLO 7: L’EUROPA DEGLI IMPERI AL CENTRO DEL MONDO


1.L’Europa di Bismarck

A Versailles il 18 gennaio 1871 Guglielmo I Hohenzollern aveva ricevuto la corona di imperatore


di Germania. Il Reich tedesco, frutto di “ferro e sangue”, nasceva con il consenso dei regnanti degli
altri Stati dinastici. Si configurava in termini federali, ma tra gli stati spiccava la Prussia, tanto che
il governo federale coincideva con quello prussiano. L’economia subì un rapido processo di
modernizzazione, di cui lo sviluppo industriale fu l’espressione più evidente. Le linee di divisione
della società tedesca si riflettevano sulla configurazione del campo politico intorno a tre poli:
quello nazionale, conservatore e liberale, lo Zentrum, partito cattolico e il polo socialista.

Stato costituzionale, dotato di un Parlamento (Reichstag) eletto a suffragio universale, il


cancelliere era tuttavia nominato dall’imperatore. Al centro del sistema era il cancelliere, Otto Von
Bismarck. Egli condusse in un primo momento un’aspra campagna anticattolica, che si tradusse
fin dal 1871 in una serie di misure contro la Chiesa cattolica: i cattolici erano additati come i
nemici del Reich. Questa ostilità fu abbandonata tra il 1886-1887, sostituita da quella per i
socialisti.

Il Reich tedesco modificava gli equilibri continentali. Il cancelliere si dedicò a un sistema fondato
sull’isolamento della Francia e la creazione di una rete di alleanze. Nel 1873 promosse la Lega dei
tre imperatori con Russia e Austria-Ungheria, fragile a causa della comunanza di interessi
espansionistici nei Balcani.

Nel 1875 scoppiavano rivolte antiturche in Bosnia-Erzegovina che si allargano alla Bulgaria. La
repressione turca indigna l’opinione pubblica europea. Nel 1877 San Pietroburgo dichiarò guerra
alla Sublime Porta; l’esercito russo arrivò nei pressi di Istanbul. L’anno successivo lo zar
Alessandro II siglò con il sultano la pace di Santo Stefano, stabilendo la creazione di un grande
Stato bulgaro. Questo provocò la reazione di Vienna e Londra. La Russia accettò la proposta di
Bismarck di convocare a Berlino un congresso delle potenze. Qui si stabilì un ridimensionamento
della grande Bulgaria, più alcuni altri dettagli amministrativi.

Questo era il ruolo di Bismarck: spostava le rivalità europee in periferia e cercava di legare a sé
tutti gli interlocutori, mantenendo la Francia isolata.

1879  alleanza difensiva con Austria-Ungheria.

1881  rinnovo Lega dei tre imperatori

1882  allargamento dell’alleanza con l’AU-UN all’ITA, dando vita alla Triplice Alleanza.

1884-1887  nuova crisi in Bulgaria, ripresa del confronto AU-UN vs RU che pone fine alla Lega
dei tre imperatori. C’è la necessità di riconfigurare l’equilibrio. Bismarck reinserisce nei giochi
diplomatici Londra, tenendo sempre sotto controllo la Francia: “capolavoro” diplomatico di
Bismarck.

Con l’uscita di sena del cancelliere tedesco nel 1890 il sistema non resse.

2.Imperi continentali e modernizzazione. I casi ottomano e asburgico.

L’espansionismo europeo in Asia e la crescita del peso del Mediterraneo orientale esaltavano