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(4) Potere, struttura, tempo: le dimensioni della razionalità da Weber a Luhmann

1. Secolarizzazione, selettività e contingenza del potere

Luhmann nel suo libro Macht del 1975 individua l’attuale status storico sistematico della categoria del
potere nel divario tra le “condizioni genetiche del potere”, secondo cui il potere si fonda sulla forza, e le
“condizioni di controllo del potere stesso”, per cui il sistema del potere non è più suscettibile di essere
controllato mediante il ricorso alla forza.

E’ la nascita del moderno stato sovrano l’esempio più significativo di tale sviluppo in cui la possibilità di
razionalizzare la complessità diventa problematica; solo con questa realizzazione abbiamo l’atto di nascita
del sistema sociale moderno, caratterizzato da un elevato tasso di complessità interna, risultato
dell’affinarsi di quel prerequisito esistenziale della selettività dell’agire: la razionalità come criterio di
scelta che produce uno scarto tra reale e possibile. La progressiva secolarizzazione del potere avviene
nell’ambito di uno sviluppo del sistema sociale che vede al tempo stesso l’allargarsi del dominio della sua
ratio e l’infittirsi della complessità delle sue relazioni interne. Ma entrambi i processi presuppongono una
sempre più cosciente selettività dell’agire dell’esperire vivente.

2. Il razionalismo occidentale nella teoria di Max Weber

Per Luhmann il primo a prendere atto di tale approdo è Weber che ha introdotto la correlazione tra
razionalità e forme dell’agire. La sua innovazione consiste nel porre a fondamento della sociologia l’agire
sociale, il quale costituisce da una parte il riferimento di senso dei diversi tipi di comportamento e dall’altra
l’inizio della Sinngebung (Husserl) -la donazione di senso- che opera un taglio sezionale sulla realtà.

Per Weber l’idea del sistema sociale del capitalismo moderno, come complesso di azioni governato dalla
razionalità formale, indica in primo luogo il prevalere di una particolare struttura selettiva della
Sinnegenbung che funziona in base al rapporto mezzo-scopo; dall’altra parte segnala la relatività di quel
tipo di razionalità dell’agire alle peculiari condizioni storiche del mondo occidentale; per Weber solo in
Occidente la razionalità poteva realizzarsi in quanto forma di dominio.

Il punto è che l’idea della correlazione della razionalità formale a un particolare orientamento dell’azione
non è semplicemente una risposta all’immagine riflessiva e oggettivistica della macchina sociale: l’idea
costruttivo-selettiva del sistema capitalistico come connotato dal dominio di una particolare forma di
razionalità dell’agire segna un’importante discontinuità, cioè una rottura con tutte le precedenti posizioni
antropocentriche della società.

La definizione weberiana della connessione sociale come sistema di azioni presuppone già consumata
quella crisi del soggetto la cui onda lunga arriva attraverso Nietzsche ai giorni nostri; la struttura costitutiva
del legame sociale in Weber non è più data dal rapporto individuo-società, ma da quello tra razionalità e
forme dell’agire. L’individuo non è più, come nella tradizione classica occidentale, la cellula della società. A
differenza delle sociologie contemporanee Weber si pone in aperta rottura con ogni nostalgia di
ricomposizione comunitaria del corpo sociale; per Weber il capitalismo è figlio di una scissione data dalla
lacerazione delle forme di produzione organiche precedenti; analisi che presuppone Marx da cui tuttavia
Weber prende le distanze per quanto riguarda l’idea di revocabilità della separazione stessa in quanto
causa dell’alienazione: La scissione/formalizzazione rappresenta per Weber il contrassegno culturale
specifico del capitalismo moderno che ne contrassegna la natura complessa.
3. Potere e potenza: Weber e il modello classico

Weber formula un giudizio pessimistico sul punto di approdo del processo di razionalizzazione-
secolarizzazione, simboleggiata dalla celebre metafora della gabbia d’acciaio: la produttiva ambiguità
borghese perde, con l’estendersi del mondo amministrato, il carattere di “mantello sottile”, la coscienza
dell’etica della rinuncia propria della sua ascesi - per trasformarsi in una “gabbia d’acciaio” da cui lo spirito
dell’ascesi sembra sparito per sempre.

Questa metafora è spiegata da Bobbio che descrive Weber come “l’ultimo dei classici” del pensiero politico
occidentale: mentre i classici idealizzavano un processo ancora in pieno svolgimento, Weber lo
osserverebbe a ritroso dalla prospettiva del suo compimento. Lo sguardo di Weber tuttavia è animato da
una certa drammaticità, dovuta all’acuta intuizione che gli esisti del processo di razionalizzazione non sono
né pacifici né scontati. L’ultima produzione di Weber non a caso oscilla tra due sentimenti che impediscono
alla sua costruzione teorica di risolversi in modo univoco: l’angoscia della “gabbia d’acciaio e
l’inquietudine per l’emergere di forme di agire emotivo-passionali che incrinano la compattezza e i
requisiti legittimanti del “mondo amministrato”, da cui il pendolo tra carisma e disciplina, il dilemma che
accompagna sin dalle origini il moderno concetto di politica, inventio e disciplinamento, direzione politica e
macchina burocratico-amministrativa.

Anche Luhmann scorge in Weber la permanenza di un paradigma classico che ascrive al limite della sua
nozione di razionalità: per Luhmann l’idea weberiana dell’organizzazione politica e sociale si risolve in una
correlazione in parallelo dello schema deduttivo scopo/mezzo con la struttura gerarchica di comando; non
vi è dubbio che tale struttura gerarchica in Weber figuri come esito dell’analisi del nesso di
razionalizzazione e burocratizzazione, tuttavia Weber non prospetta un’ingenua visione verticale in cui
l’autonomia del politico coincide con il vertice dello schema stesso; egli va oltre i classici del politico
moderno individuando l’articolazione complessa della dimensione politica e la politicità all’interno della
sfera produttiva. L’autonomia del politico in Weber coincide con l’autonomia della logica del potere a
tutti i livelli, a partire da quello economico: La figura dell’imprenditore realizza nell’ambito economico-
produttivo una delle prerogative essenziali della funzione del potere, cioè quella di introdurre una
asimmetria che destabilizza gli equilibri interni al “flusso circolare” di consumo-produzione-distribuzione.

4. Politica e burocratizzazione: la problematica del postweberismo

L’economia e lo Stato si presentano in Weber come i due poli in cui si biforca il processo di
razionalizzazione (lati che devono procedere secondo un parallelismo perfetto), il quale si realizza in
un’articolazione gerarchica di istanze e in una divisione dei ruoli contrassegnata dall’intreccio tra strutture
di potere e organizzazione istituzionale del sapere e delle competenze. L’immagine angosciante della
gabbia d’acciaio non si comprende fuori della definizione della burocrazia come “il modo formalmente più
razionale di esercizio del potere”. Per Weber la possibilità del conseguimento del massimo grado di
razionalità nell’agire economico comporta il presupposto materiale della più ampia libertà di mercato, nel
senso dell’assenza di monopoli, sia imposti ed economicamente irrazionali che volontari ed
economicamente razionali.

La riflessione del “postweberismo” muove dalla presa d’atto di una mancanza di questo “materiale” con
l’affiorare di difformità monopolistiche che polarizzano il mercato pregiudicandone il carattere libero di
concorrenza e conflitti. Weber ha sottovalutato l’insorgere di complicazioni orizzontali, da cui nasce la
riflessione interna all’ambito culturale del postweberismo del trend di deformalizzazione dello Stato; al
centro di questa riflessione vi è la problematica del mutamento di forma della legge e della metamorfosi
degli assetti istituzionali che giocava un ruolo limitato nell’analisi di Weber. Lo spunto empirico unificante di
questa riflessione deriva dalla crisi del parlamentarismo la cui riflessione ha unito autori di orientamento
politico radicalmente diverso, avvertita in parte anche dallo stesso Weber che con l’immagine dello Stato
come “spirito rappreso” rimanda all’idea di vuoto che la burocrazia deve colmare quando la democrazia
parlamentare non è più in grado di manifestare una direzione politica.

5. La critica alla concezione monopolistica del potere: Talcott Parsons

Due riflessioni riguardo questa crisi nel periodo tra le due guerre: approfondimento intensivo del concetto
di potere politico (Carl Schmitt), svolgimento estensivo del concetto di potere politico (Talcott Parsons).
Parsons ritiene inadeguato il modello verticale-burocratico di razionalità, proponendo invece un’analisi
della dinamica evolutiva dei sistemi complessi contemporanei. L’aspetto della durata della relazione di
potere, e dunque il problema dell’efficacia del Politico ad assicurare un legame sociale durevole, è al centro
della riflessione di Parsons. La tematica dell’integrazione sociale è affrontata da Parsons attraverso il
confronto con i “massimi sistemi” della filosofia politica occidentale, da Aristotele e Platone ai classici della
moderna dottrina dello Stato. Il nodo centrale è costituito dalle conseguenze per la teoria della società
della crisi dell’ “immagine meccanicistica del mondo”, cioè il venire meno della simmetria Stato-macchina e
universo-macchina.

Nonostante Parsons si ponga in una posizione di discontinuità rispetto al formalismo weberiano, non esita
ad affermare la lungimiranza dello studioso. Tuttavia, lo sviluppo successivo alla morte di Weber dei due
maggiori movimenti di massa “destabilizzanti del nostro secolo, comunismo e fascismo, ha palesato la
fragilità del “modello razional-burocratico”. Il retroterra della routinizzazione è dagli anni ’20
periodicamente sconvolto da movimenti carismatici che lo stesso Weber aveva intuito come l’unica forza
innovativa concepibile nell’epoca della società di massa, in quanto il processo di razionalizzazione ha
messo in crisi i modelli ed i simboli tradizionali determinando una perdita delle antiche certezze
comunitarie che ha per conseguenza l’insorgere dell’insicurezza e dell’ansietà. In una situazione del
genere i movimenti carismatici funzionano come le religioni dei tempi antichi, cioè come meccanismi che
danno a molte persone disorganizzate un orientamento alla loro vita; appaiono come eventi eccezionali che
sottraggono le esistenze individuali ai sempre più ristretti margini di esperienza connessi ad una vita
quotidiana totalmente routinizzata.

Parsons per integrare questi fenomeni di disorganizzazione sociale all’interno di un quadro teorico unitario
introduce il termine “sistema” per descrivere la dinamica della società di massa, nozione che assume
proprietà ambivalenti: da una parte si presenta come uno sviluppo della nozione di razionalità correlata
all’agire, dall’altra ridefinendo la razionalità stessa in un costante interscambio con la sfera del “non-
razionale” dell’esperire vivente. Il modello strutturale-funzionale portato avanti da Parsons negli anni
cinquanta tenta in questo modo di connettere i paradigmi di “mondo vitale” e di “sistema”.

La concezione del sistema sociale come complesso di sottosistemi differenziati dell’agire reca con sé due
implicazioni fondamentali e innovative: 1) la specificazione del concetto di complessità come
differenziazione crescente tra le attività e i ruoli sociali. 2) la sostituzione del modello lineare-causale di
scopo come un modello fondato sull’interazione e l’interdipendenza funzionale tra diversi sottosistemi.

La seconda innovazione introdotta da Parsons si connette con la sua visione fortemente antideterministica
e critica del paradigma meccanicistico: il rapporto di potere non può più rispondere alla logica di
trasmissione verticale e monocausale, né il macchinismo burocratico-amministrativo può essere inteso
come “il modo più razionale di esercitare il potere”. In una società complessa il potere cessa
definitivamente di essere un fenomeno transitivo, per trasformarsi in un processo relazionale-causale.
6. Il potere come codice simbolico

La teoria parsoniana del potere come mezzo di comunicazione regolato da uno specifico codice
simbolico è introdotta dal rilievo dell’inadeguatezza della concezione “monopolistica” del politico in
favore della realtà della società complessa. In Macht, Luhmann ha chiarito questo aspetto della teoria
di Parsons aspramente criticato: Per la teoria strutturale funzionale dei sistemi sociali il potere non è
una sfera autarchica, ma dipende da altri fattori per quanto riguarda la condizione in cui questo può
realizzarsi e i bisogni a cui è legato. Sebbene la forza fisica costituisca a livello sociale complessivo la
base del potere, la condizione perché questo si generalizzi è che l’effettivo ricorso alla violenza perda
attualità: il suo uso effettivo è direttamente proporzionale alla perdita di efficacia della comunicazione
simbolica. In una società complessa la garanzia di stabilità non può mai essere data dalla certezza
ultima del ricorso alla forza, ma piuttosto dalle modalità di organizzazione delle decisioni che ne
concernono l’uso. La legittimità, che in Parsons si riduce alla legalità, si configura non in quanto
conseguenza dell’efficacia della regolazione normativa in quanto tale, bensì del consenso ai contenuti
di “valore” degli imperativi emessi dal sistema politico. Dunque, gli outputs decisionali devono essere
avvertiti come giusti. Parsons è più interessato all’aspetto “interno” che all’aspetto “esterno” della
norma. La sua “accettazione” più che la sua “osservanza”.

Questo riconoscimento del valore della norma si salda con la ridefinizione in termini funzionalistici della
problematica del consenso, alla base della sua teoria del “flusso circolare” del potere, secondo cui il
potere non è mai “a somma zero”, cioè non si realizza mai in una concentrazione in unico punto, ma
attraverso una sua costante redistribuzione in tutto il sistema sociale.

Il paradigma progressista dal quale proviene l’idea di sistema di Parsons permette una visione
ottimistica dell’evoluzione sociale che si connette ad una fiducia illimitata nella capacità di adattamento
e di ottimizzazione della democrazia.

7. Dalla razionalità funzionalista alla razionalità sistemica: l’illuminismo sociologico di Luhmann

L’ottimismo del modello macrosociologico della teoria strutturale-funzionale proposta da Parsons subisce
una caduta nell’approccio sistemico di Luhmann: l’idea della legittimazione come promozione di un
consenso attivo è un nonsense anacronistico rispetto alle esigenze di un sistema che deve fare i conti con
un minaccioso e costante aumento del tasso di complessità.

Il pessimismo a curvatura catastrofica della concezione di Luhmann è radicato nella premessa generale che
“il sistema non è tutto”. Esso deve fare i conti con un’altra dimensione, esterna e mai pienamente
integrabile: l’ambiente. Il limite di Weber, e della teoria classica in genere, è consistito nel concepire i nodi
cruciali della società occidentale moderna come processi puramente interni ai sistemi organizzati.

Il rapporto sistema-ambiente sembra nella teoria luhmanniana una sorta di riclassificazione della coppia
weberiana razionalità formale/razionalità materiale. L’ambiente rappresenta, al pari della razionalità
materiale per Weber, la sfera emotivo esperienziale dei bisogni, dei valori, degli impegni, dei desideri e
delle passioni, che fornisce al sistema i materiali su cui esso lavora, costituendone però al tempo stesso i
limiti della razionalità. La coppia System-Umwelt non allude affatto a un tentativo di riedizione del rapporto
organicistico parte-tutto. Uno dei punti di massima discontinuità del sistema di Luhmann rispetto alla
tradizionale teoria europea della società politica consiste nel considerare l’uomo non più come una parte
dell’organismo sociale, ma come ambiente problematico del sistema stesso. Da ciò per Luhmann consegue
che nessun sistema è totalizzante, dal momento che esso non è mai in grado di comprendere in sé “la
totalità dell’uomo”. Dall’altra parte qualcosa riconnette la concezione di Luhmann alla tradizione
“veteroeuropea” con cui dichiara di avere sciolto ogni vincolo: Il dualismo metafisico “io-mondo” è il
dispositivo concettuale che spiega al meglio la coppia sistema-ambiente.

Il pessimismo del paradigma luhmanniano deriva dalla premessa che tra “formale” e “materiale”, “sistema”
e mondo”, “selettività” e “complessità” non vi è rapporto né lineare né casuale-transitivo, ma solo
contiguità. L’incremento della complessità ambientale si configura come una costante evolutiva assoluta, e
per il sistema una fonte incessante di problemi (in termini di necessità di ampliamento delle proprie
prestazioni selettive); al tempo stesso possiede un tasso indeterminato di “indifferenza alla riduzione di
complessità”. Perciò non si può escludere che le misure prese dal sistema per fronteggiare l’incremento
della contingenza ambientale si rivelino inefficaci a contrastare il processo di entropia che lo minaccia.

8. Il “possibile logicum” come frontiera del sistema: la de-razionalizzazione come “doppio” della
performatività sistemica

Il criterio di “performatività” in Luhmann, come modello duttile e multidimensionale della razionalità,


sostituisce i vecchi criteri di “verità” e “giustizia” della tradizione illuministica. Una tale affermazione
sarebbe impensabile al di fuori del processo di secolarizzazione-positivizzazione attraverso cui il diritto si
libera dei vecchi legami religiosi e giusnaturalistici.

Come osserva Lyotard nel suo saggio La condition postmoderne, con Luhmann avviene la prima compiuta
registrazione nel campo delle scienze sociali del trend di delegittimazione che ha investito tutte le forme di
metarécit, cioè le metanarrazioni che costituivano il quadro il quadro di riferimento della scienza e della
politica moderne. La teoria Luhmanniana si configura come il riflesso idealizzante di un sistema sociale che
non ha più bisogno per legittimarsi di ricorrere al récit teleologico dello Spirito o dell’Umanità, poiché si
autolegittima attraverso il criterio di performatività (ottimizzazione del rapporto input/output) applicato
nella scienza e nella politica.

L’unica replica possibile alla teoria sistemica, nota Lyotard, è quella capace di mettere in crisi l’immagine
idealizzante e di omogeneità interna del sistema; questa immagine si fonda infatti sull’esorcizzazione della
paralogia -cioè della rottura degli equilibri- e del processo di morfogenesi, che comprende l’imprevedibilità
della scoperta e dell’innovazione. La scienza contemporanea offre l’antimodello di un sistema stabile.

Marramao ipotizza una “rimozione” ancora più profonda e radicale: cioè l’attribuzione ad una dimensione
altra dei fattori critico-dinamici che in realtà stimolano dall’interno la metamorfosi del sistema (il discorso
ritorna sul problema dei limiti della razionalità). Il paradigma sistemico di Luhmann cerca di potenziare ed
elasticizzare lo “stile” di razionalità, in modo che non sia più rigida regola dell’uniformità ma criterio
acontraddittorio di formalizzazione; tuttavia all’interno della pluralità di sottosistemi che tale
differenziazione produce non c’è alcuno spazio per la contraddizione (categoria che deve adeguarsi
all’ordito di interrelazioni che caratterizza l’odierna complessità).

Critica di due fondamentali operazioni costitutive del modello sistemico

1) L’idealizzazione del processo di secolarizzazione e di “laicizzazione”, da cui vengono espunti tutti i


momenti di discontinuità e di crisi che segnalano una permanenza costitutiva della lotta tra
strategie e “paradigmi” di razionalità contrapposti
2) La neutralizzazione del problema della riproduzione sociale allargata della contraddizione del
dualismo metafisico sistema-mondo

La Systemtheorie si presenta come una variante raffinata del paradigma “neoconservatore” della
governabilità, che riconduce la crisi della democrazia a un “sovraccarico di domande”. Essa non è solo una
visione neutralizzante, ma anche “improduttiva” del politico, in cui la sola arma per fronteggiare l’inflazione
di aspettative è rappresentata da una istituzionalizzazione-formalizzazione di una selettività negativa.

Escludendo assiomaticamente che la dinamica evolutiva dell’ambiente sia tutt’altro che spontanea, e che
uno dei fattori dell’incremento del coefficiente di complessità sia costituto proprio dalle misure di riduzione
prese dal sistema, è inevitabile che il problema della governabilità si risolva nello spiegare la
sovrapproduzione di possibilità entro le “possibilità reali”; la concezione sistemica rimuove, attraverso il
paradigma dell’inflazione delle aspettative, quella ingovernabilità del sociale che in realtà non è altro che la
sua estroflessione, il suo “doppio. Ciò che il paradigma presenta come eccedenza della domanda potrebbe
in realtà essere “rigidità dell’offerta” (Freud: il falso è il vero “sottosopra”).

La concezione sistemica risolve il dilemma di Weber tra lato innovatico e lato amministrativo al costo di
eliderne il primo termine.

Tuttavia, l’analisi di Luhmann presenta il pregio di dar conto di un fenomeno assolutamente peculiare della
società di massa contemporanea: la crisi del sistema di partiti che si caratterizza per l’insorgenza di nuove
forme di conflitto, le quali segnalano l’emergere di inediti obiettivi “post-politici”. (post-politico come
espressione dinamica del “possibile logicum” che segnava nel sistema di Luhmann le frontieri invalicabili del
sistema).

(5) Il tempo cairologico della decisione: infondatezza della Entscheidung e fantasma dello Stato in Carl
Schmitt

1. Razionalità e decisione: il circolo vizioso di fatticismo e misticismo

L’ultima fase della produzione di Weber è segnata da una “schizofrenia teorica” che si manifesta nella
drammatica ed irrisolta polarità che coinvolge disciplina burocratica (“il modo formalmente più razionale di
esercizio del potere”) e potere carismatico (in quanto unica forza innovativa). La riflessione di Weber non
approda così ad una risoluzione univoca: l’angoscia della gabbia d’acciaio e l’inquietudine per l’emergere di
nuove forme emotivo-passionali che incrinano la compattezza ed i requisiti legittimanti del “mondo
amministrato”. Weber riproduce in forma dimidiata e dilemmatica la struttura che attraversa il politico
moderno sin dalla sua genesi: da una parte lo Stato come macchina razionale -machina machinarum -
(Hobbes), dall’altra la politica come effettualità, tempo “cairologico” della decisione tempestiva
(Machiavelli).

Una tradizione critica della teoria schmittiana muove da una drastica riduzione della sua intera
problematica a questo secondo polo del rapporto, imputando a Schmitt un decisionismo occasionale
basato sull’inesistenza di un riferimento delle “esistenze” alla dimensione normativa.

Lowith conduce una critica radicale di Schmitt secondo questa linea critica, concludendo che il paradigma
occasionalista dissolve nella sua concezione ogni “centro” della vita spirituale, eliminando una fondazione
metafisica della decisione.

2. I “coni obliqui” della Costituzione politica

Quello di Schmitt si configurerebbe dunque come un decisionismo senza fondamento; ma questa


“infondatezza”, rilevata dalla critica, non sembra rimandare ad un già avvenuto processo di svincolamento
delle filosofie tradizionali della storia dalle pretese organicistico-totalizzanti proprie della concezione
reazionaria dello Stato. Questo si configura come il punto di partenza della riflessione schmittiana che
considera la sfera del politico come dimensione irriducibilmente specifica e autonoma. La sua riflessione è
impensabile al di fuori della critica del fondamento (e della metafisica occidentale in genere) portata a
compimento da Nietzsche.

Intorno agli anni ’30 inizia a nascere una linea interpretativa che corregge l’imputazione di occasionalismo
(“decisionismo occasionale”), mettendo in rapporto la tematica schmittiana con i nuovi problemi del
periodo weimeriano, indicando come occasio la predominanza antipolitica liberale. L’occasio operante agli
inizi della teroia schmittiana del politico è data dalla permanenza della neutralizzazione liberale
nell’ordinamento weimeriano, il che ha conseguenze paralizzanti riguardo al problema della Costituzione e
del suo “custode”, trovando conferma nelle stesse posizioni socialdemocratiche.

Negli anni ’20 la riflessione socialdemocratica si concentra sul problema istituzionale; ed anche se,
weberianamente, assegna all’interno della sua teoria del capitalismo organizzato le funzioni di
“razionalizzazione” alla dimensione politico-statuale, lo fa riducendo il problema della legittimità a quello
della legalità: la “razionalizzazione” è omologata a “socializzazione” che è ridotta a “democratizzazione”. La
democrazia politica si realizza nella democrazia economica per mezzo della traduzione delle socializzazioni
de facto in socializzazioni de iure.

Razionalizzazione = socializzazione = democratizzazione

La riflessione del postweberismo sulla molteplicità di “coni obliqui”- (espressione coniata da Walther
Rathenau per indicare una molteplicità di “Stati ideali”: accanto allo Stato giuridico e politico c’è quello
ecclesiastico, amministrativo, lo Stato della cultura, quello dei traffici e dell’economia.) che formano il
nuovo assetto della Costituzione materiale sempre meno governabile entro le procedure formalizzanti del
disciplinamento burocratico e inducono alla crisi di legittimità dell’intera struttura dello Stato
liberaldemocratico- è alla base degli interrogativi di fondo dell’analisi schmittiana, condotta con lucidità e
crudezza del disincanto: Schmitt coglie il fatto che questi nuovi conflitti siano sintomo di una crisi della
forma stessa dello Stato rappresentativo classico.

3. Neutralizzazione e spoliticizzazione

L’input che fa scattare l’avvio dell’analisi di Schmitt delle categorie del politico è rappresentato dalla natura
dei nuovi conflitti esplosi dietro la facciata restauratrice del periodo di stabilizzazione postbellico. Al centro
della disamina troviamo la teoria della successione dei Zentralgebiete – gli “ambiti centrali” - la quale non
deve essere interpretata in chiave di “filosofia della storia”, altrimenti l’analisi di Schmitt sarebbe molto
arretrata. La teoria degli “ambiti centrali” che scandiscono il mutamento della élites-guida nel corso di
quattro secoli della storia europea tende ad emancipare, al contrario, l’ambito del politico da ogni filosofia
della storia come processo “orientato”. Gli “ambiti centrali” sono solo campi di neutralizzazione - campi che
nella situazione determinata di un’epoca vengono privilegiati nel quadro storico complessivo del processo
di secolarizzazione, non forme o gradi di sviluppo dello spirito che risolvono e comprendono in sé tutte le
determinazioni precedenti. La “Vita spirituale” resta per Schmitt policentrica, ed è per questo che la
categoria schmittiana di politico si costituisce in aperta polemica con tutte le visioni organicistico-
ricompositive proprie della tradizione reazionaria.

4. Il “criterio del politico” come rottura della forma-scambio

La ripresa del concetto classico di sovranità è mediata dalla critica all’alterazione o dissoluzione di questo
concetto da parte della teoria liberale e delle sue varianti pluralistiche. Il nucleo centrale della polemica
schmittiana nel corso degli anni ’20 è dato dal rifiuto della contrattazione: L’estendersi alla politica della
forma-contratto è per Schmitt deleterio, in quanto la dinamica pluralistica del conflitto e della transazione
tra i diversi “corpi” istituzionali porta inevitabilmente alla dissoluzione dell’unità sovrana dello Stato.

Ritorna nella riflessione di Schmitt il tema-principe della filosofia politica moderna, disarticolato così: lo
specifico attributo della sovranità e la legittimità come assicurazione di un legame sociale durevole, come
causa efficiente di uno stabile consenso dei governanti.

Il dispositivo della critica schmittiana si sorregge su due coordinate, entrambe essenziali alla
determinazione del concetto di politico:

1) Il criterio specifico del politico non sta nel rifondare o nel ricomporre, ma nel dirimere e nel
dividere: in ciò troviamo il significato più profondo del concetto di decisione, la cui teoria in Schmitt
si pone agli antipodi delle strategie fondazionalistiche.
Il politico è un “criterio” che acquista senso ed efficacia solo in rapporto con “l’ambito centrale” che
di volta in volta prevale nel contesto pluridimensionale della cultura dell’epoca. Tuttavia, il politico
non si concilia né si identifica con nessuno degli ambiti centrali che hanno caratterizzato il moderno
processo di secolarizzazione della teologia politica, ma li attraversa tutti destabilizzandone le
funzioni neutralizzanti.
2) La validità del politico non dipende da nessuna istituzione (struttura giuridica, assetto istituzionale
o compagine costituzionale); in essi può solo “manifestarsi” ma mai risolversi.

La ragione di ciò sarebbe data dalla coppia opposizionale amico-nemico, la cui peculiarità si rivela
nei termini di una rottura netta tra forma della politica e forma del contratto-scambio.
“Nemico” è per Schmitt il nemico pubblico (hostis) e non il nemico personale o privato (inimicus). Il
concetto di hostis esclude non solo ogni referente di carattere emotivo, di valore ecc., ma anche
ogni continuum tra il politico e il legame interindividuale. Il politico si costituisce così come quel
tipo particolare di aggregazione che dirime e innova rompendo con il criterio neoclassico della
commensurabilità degli interessi. Sovrano sarà dunque proprio colui che decide su quello “stato di
eccezione” che rappresenta qualcosa di incommensurabile. Sarà chi si rivelerà capace di tracciare
la linea di demarcazione tra “amico” e “nemico”, dell’antitesi politica dentro l’apparente
normalità dell’equilibrio concorrenziale; di mettere a nudo la tensione agonale neutralizzata in
quella “situazione media omogenea” che rappresenta la condizione d’efficacia della norma
giuridica.

E’ l’eccezione a costituire la misura della regolarità e della “normalità”, e non viceversa; è


nell’eccezione che si manifesta la verità e l’essenza della norma, il segreto del suo dominio
puramente formale: “Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica
irrigidita nella ripetizione”.
Uno stato come mero garante-custode della norma, dell’ordinamento giuridico-istituzionale dato,
finisce per identificarsi ed annullarsi in esso. Per Schmitt questo Stato, nell’era della tecnica, è
morto perché ha perduto il monopolio del politico.
In questo esito si manifestano le più consistenti aporie della problematica schmittiana, finendo in
un tentativo di saldatura delle due dimensioni che aveva inizialmente voluto tenere separate: il
politico e lo statuale.

5. Il concetto di sovranità tra formalismo ed empirismo

Il concetto di sovranità assume in Schmitt uno statuto ambiguo, ora formalistico, ora empiristico. Ciò
dipende da quella sorta di codice binario che si costituisce in parte di conseguenza alla distinzione tra
politico e statuale, dall’altra dalla correlazione tra la sovranità e il “chi” decide sullo stato di eccezione
dell’altro.
Il soggetto della sovranità è definibile solo fattualmente: in termini esistenziali e non normativi; l’esistente
è per Schmitt contingente, non è mai in alcun modo deducibile. La decisione non è immanente alla
Costituzione, ma è libera di ogni vincolo normativo, assoluta in senso proprio. Essa non è mai effetto o
risultante di un processo di formazione-costituzione, ma è viceversa costitutiva di questo.

Tuttavia, il fatto che la decisione dia sempre luogo ad una nuova Costituzione, non significa affatto che ne
dipenda; il rapporto tra legalità-legittimità è analogo in Schmitt e Weber: se è vero che la legittimazione
del potere non può essere fatta meccanicamente discendere dal semplice riscontro empirico
dell’effettività, è altrettanto vero che la legalità e l’ordinamento giuridico non sono la causa della
legittimità, ma soltanto la forma necessaria.

Oltre questa dichiarazione di mancata autosufficienza del criterio di legittimità, la riflessione di Schmitt si
imbatte in aporie ben più gravi: il politico sembra costituirsi nella sua assoluta autonomia in totale
opposizione al formalismo della norma, come rovescio simmetrico della generalità-indeterminatezza del
sistema liberale. Si pone il problema della durata della relazione di potere, nei termini classici della
“perpetuità” dell’ordinamento statuale. Il cortocircuito tra motivo della decisione e motivo dell’ordine
finisce per condurre Schmitt al riassorbimento del tema del politico in quello dello Stato. Nel cuore della
critica postweberiana al liberalismo troviamo un paradossale anacronismo che si configura nell’incapacità
di portare fino in fondo le conseguenze del riconoscimento che la dimensione statuale ha ormai
irreversibilmente perduto la propria “aura” ed è in se stessa l’espressione della crisi della sintesi da cui
prenderà avvio la grande cultura europea di questo secolo.

Il decisionismo di Schmitt ha il merito di aver preso atto dell’asincronia radicale che si verifica tra ratio
economico-produttiva e assetto politico-istituzionale. Ma ottiene questo al prezzo di far dipendere le
trasformazioni interne ad una morfologia sociale sempre più differenziata dalla decisione assoluta del
Soggetto-Stato.

Se la costante di antineutralizzazione del Politico è indifferente ad i soggetti storicamente determinati che


si costituiscono dentro la dinamica dei “mutamenti di forma” del diritto e dello Stato, la Sovranità non è
altro che totale indifferenza al sistema dei bisogni, degli interessi e delle relazioni di potere emersi dalla
crisi dello Stato liberale.

Il limite di fondo della concezione schmittiana sta nel ripristino del dualismo metafisico implicito nella sua
sostituzione dell’ipostasi sostanzialistica alla categoria di relazione funzionale. La forza della critica
antisostanzialistica e antimeccanicistica di Talcott Parsons sta nel rilievo che solo una relatività della
decisione al sistema di interessi, delle forze e delle diverse forme dell’agire che caratterizza la complessità
sociale contemporanea può rendere l’azione del politico efficace e può assicurare la durata della relazione
di potere; dare il senso della sua produttività come capacità di aprire dei varchi innovativi nel sociale e
nell’economico.

6. Inventio e disciplinamento: il retaggio simbolico del politico

Nonostante il riaffiorare del limite classico resta il fatto che la critica schmittiana ha operato, dopo Weber,
un enorme disincanto sulla storia del politico borghese tra Otto e Novecento mettendo in evidenza che la
parzialità della demistificazione marxiana dipenda dalla sua appartenenza all’epoca vittoriana (Polanyi: la
pace dei cento anni) che predilige la dimensione interna rispetto alla dimensione esterna del conflitto. Oggi
appare ancora più marcato il tratto distintivo dell’epoca contemporanea messo in evidenza da Schmitt nella
premessa a Le categorie del politico: a) in primo luogo lo Stato all’insorgere dei soggetti non più statali ha
perso il monopolio del politico. b) il trend di oltrepassamento dello Stato da parte della politica viene a
prodursi al culmine di un processo di mezzo secolo di storia in cui l’Europa ha perso il suo ruolo centrale
nella politica mondiale. Il problema che si pone è se questa nuova dinamica internazionale chiuda
definitivamente o apra un nuovo livello di tema “classico” della teologia politica. In che misura è possibile
ricondurre l’attuale condizione di crisi come un ritorno al “classico”? La definizione del politico come regno
della pax apparens, mentre apre il varco all’acquisizione moderna dell’assoluta superficialità della
costruzione statuale non comporta delle conseguenze univoche. La questione dello statuto specifico della
decisione come attributo peculiare della sovranità presenta sin dalle origini una struttura dimidiata. Anche
una volta abbracciata l’immagine più comprensiva ed evoluta di un potere diffuso, adatta alla struttura
delle società complesse contemporanee, si riaffaccia il dilemma: può essere l’essenza del politico risolta
nelle relazioni funzionali tra razionalità delle forme di potere e assetti interni agli ambiti specifici di sapere?
Da Machiavelli a Schmitt, da Hobbes a Weber, il politico moderno non conosce soltanto il campo tra uno e
molteplice (unità del “governo” e pluralità della “partecipazione-rappresentazione” dei poteri-saperi
diffusi); conosce anche le diaresi tra occasio e norma, eccezione e legge, inventio e disciplinamento.

Non a caso le odierne teoriche di “razionalizzazione” vincolano la radicalità della propria critica di ogni
teologia politica alla pretesa di produrre una versione puramente amministrativa della teoria della
decisione. Ma tutto ciò finisce per destituire di senso lo stesso concetto di politica, per perdere di vista
quell’arcano del potere che sta all’origine del codice simbolico – presente in Weber quando affermava che
lo Stato condivide con la sola religione la prerogativa del controllo della pulsione di morte - .

(6) Tempo della norma e tempo dell’eccezione: per una metacritica del paradigma sistemico

1. L’essere-per-la-morte dei sistemi complessi

Melville alla fine del romanzo White-Jacket descrive il mondo come una nave in balia di un viaggio senza
ritorno, metafora che come ha notato Blumenberg segnalerebbe “la coscienza nuova dell’entropia del
processo mondiale”. Con l’ingresso della categoria dell’irreversibilità nella teoria sociale contemporanea si
impone l’angoscia del disordine e del deperimento energetico del sistema; nelle scienze umane questo
esordio era però conciso con una visione ottimistica circa il futuro, l’entusiasmo per il progresso implicito
nella visione di un tempo storico-lineare. A partire da metà Settecento la comprensione del divenire storico
sotto la forma dell’irreversibilità comporta un drastico mutamento nei rapporti del sistema sociale
occidentale col tempo, il cui indice sta nella rottura della visione ciclico-fisicale della politica.

Se la politica classica, protomoderna, fonda il proprio carattere di artificialità e scientificità nell’idea che gli
eventi naturali e sociali siano soggetti al principio di reversibilità – per cui lo stato di natura non può essere
soppresso, ma revocato o sospeso dall’intervento dell’artificio statuale – e alla base di questa concezione
troviamo l’immagine del tempo storico esemplificata dal cerchio, che racchiude l’idea della rigenerazione
del tempo, il postmoderno è ridefinizione della rete delle formalizzazioni, e quindi dell’intera morfologia
sociale, in dispositivo plurivoco di controllo fatto per fronteggiare il campo strutturalmente indeterminato
della contingenza. Le nuove categorie di imprevedibilità e indeterminazione, che sostituiscono quelle di
legalità e regolarità proprie del positivismo ottocentesco, sono intese come connotati permanenti della
dinamica sociale e delle forme di stabilità che in essa si producono.

Nella ricerca e nella discussione europea degli ultimi anni è nata la problematica idea di una conciliazione
tra le tematiche protomoderne e quelle del “postmoderno”, alleanza che per Habermas risulterebbe
perversa e pericolosa in quanto acciecata dalla possibilità di una risoluzione della problematica del
mutamento delle strutture della temporalità del sistema sociale determinatosi con l’avvento di processo e
della forma progettuale fondata sulla prospezione futurologica.

Ci sono tuttavia due motivi per rifiutare la rigida cesura tra moderno e post-moderno:
1) Il post-moderno mantiene dei legami con il processo dissolutivo della metafisica e della filosofia
della storia moderne (tempo dell’entropia)
2) Già all’interno del moderno è implicito il bagaglio problematico della dimensione post-moderna.

Il prevalere nella teoria politica e sociale del XX secolo dei modelli neoclassici prima e poi di quelli
funzionalisti e sistemici ha prodotto la visione di un’incombente minaccia di morte del sistema, il cui
procedere va di pari passo con i suoi successi: L’essere-per-la-morte dei sistemi complessi si configura
come un portato del naturale assestamento dei loro dispositivi di equilibrio; si crea quindi un circolo
vizioso per cui l’approssimazione all’equilibrio del sistema, legata all’ottimizzazione e al successo del
sistema stesso, ne rende attuale il ripiegamento entropico e il pericolo di estinzione (stabilità del
sistema = ottimizzazione eq. interno=potenziamento tecnologia statale=ripiegamento entropico).

2. Dal concetto di crisi al concetto di catastrofe

All’interno dell’ottica sistemica la dimensione destabilizzante degli equilibri del sistema rimane misteriosa:
si tratta di un elemento alogon che minaccia il logos sistemico.

Il metodo della catastrofe di Thom propone una teoria che ha il suo punto di forza nel non essere generale,
ma operante per delimitazioni topologiche e formalizzazioni locali (non si tratta dunque di
trasformazionismo, al contrario di alcune accuse).

La teoria dei sistemi ha due vantaggi rispetto a quella marxista:

1) La dinamica del sistema è parziale, mentre per il marxismo è “tutto”, perché esiste l’altra
dimensione dell’ambiente (umwelt).
2) È espressione di una dinamica di trasformazione del sistema sociale che ha metabolizzato la crisi.

La metabolizzazione della crisi è avvenuta secondo gradi successivi esemplificati dai diversi modelli teorici:

- L’orizzonte neoclassico è quello della decisionalità operazionale, in cui la decisione è calcolo di


costi/benefici;
- L’orizzonte funzionalista-sistemico è quello della differenziazione che fascia un sistema aperto alla
contingenza ambientale creando delle “cinture di raffreddamento dell’innovazione”, cioè
producendo istituzioni. (Parsons=diritto; Luhmann=istituzione)

Alla teoria dei sistemi è chiaro che la dinamica di formalizzazione non è data da una legge metastorica
di alternanza di normalità e crisi, ma dalla presenza di una soglia critica che è la linea di frontiera
tracciata nei confronti dell’ambiente.

L’entropia, come autoritratto del sistema come essere-per-la-morte, è effetto dell’obbligo di riproduzione e
formalizzazione del Moderno – e della sua visione egemonica del tempo storico come evoluzione
irreversibile – in cui la “futurizzazione” è priva di un ricorso simbolicamente efficace ai miti del progresso e
della liberazione.

3. Tempo del progresso e tempo dell’entropia

Lo stato entropico non è uno stato “normale” ma dipende da una fluttuazione iniziale che produce un
impatto innovativo in grado di fornire al sistema un’identità strutturale costitutivamente instabile e perciò
suscettibile di venire nuovamente alterata da un nuovo evento che ne amplifichi la fluttuazione.

La catastrofe è in questo contesto autonomia della logica del discontinuo, inteso allo stesso tempo in senso
forte e in senso non-generale. Per questo motivo il concetto di catastrofe non possiede i caratteri di
debolezza del concetto di “crisi” (la teoria di Thom si opponeva sia al “trasformazionismo classico sia al
postulato dell’equilibrio).

Il problema trasmesso alla teoria sociale dal concetto di catastrofe presenta una questione rilevante: è
possibile riattualizzare l’intuizione marxiana della discontinuità come spazio che racchiude nuclearmente la
logica di funzionamento delle norme della società, o ormai essa è divenuta ineffettuale e neutralizzante
proprio rispetto al nodo della discontinuità?

Questa assunzione porta a due importanti implicazioni:

a) Questione degli specialismi: I nuovi modelli scientifico-naturali non danno luogo ad un impatto sulle
scienze sociali di disseminazione specialistica, ma piuttosto di incontro tra le “due culture”. Non si
tratta tuttavia di una Grande Sintesi o della possibilità di una Teoria generale, né di una
interdisciplinarietà tradizionalmente intesa; quanto di una prospettiva di una “riunione focalizzata”.
b) L’effetto di definitiva secolarizzazione che il concetto di catastrofe ha su categorie epocali come
crisi, transizione, trasformazione:
- Cade l’idea implicita nella metafora medica della crisi dell’elemento del risanamento e della
“guarigione”.
- Cade la dialettica soggetto-oggetto propria delle filosofie della storia/progresso : si conferisce a
tutte le forme (sistemi, strutture) esistenti nella realtà una soggettività, un progetto incorporato.
Ogni meccanismo è un sistema-progetto che riproduce la norma strutturale.

4. Invarianza riproduttiva e fluttuazione originaria

E’ possibile individuare due modelli che rispondono a due fasi storiche dello stesso problema:

1) Paradigma neoclassico = basato sul presupposto della priorità dell’invarianza riproduttiva rispetto
alla teleonimia. Il progetto consiste nella conservazione e riproduzione della norma strutturale,
poiché in ogni sistema opera una sorta di ratio incorporata, la quale permette la trasmissione di
stadio in stadio di un congegno normativo sempre più affinabile, la teleonimia dipende
dall’invarianza e si perfeziona al sopraggiungere di perturbazioni – poiché la struttura è già data
dall’invarianza. In questo contesto necessità > caso = evento.
2) La teleonimia non dipende dall’invarianza ma dalla fluttuazione. Il caso diviene normale dinamica
innovativa che genera forme e stabilità.

- Se il sistema è APERTO il grado di ordine più elevato è quello più lontano dall’equilibrio (l’ordine è
conseguenza dell’impatto delle fluttuazioni). Il sistema aperto, al contrario del sistema chiuso,
tipico dell’analisi del paradigma classico e neoclassico, non presenta esclusivamente la prospettiva
di un momento comulativo-produttivo, ma anche del momento dissipativo di consumo energetico.
Il sistema, caduta l’illusione del riferimento ad una legge generale dello sviluppo che regola i
processi, è costretto ad autocomprendersi come parzialità riflessiva che deve costantemente fare i
conti con la contingenza ambientale. La vacanza finale si secolarizza interamente, poiché il sistema
non può promettere nulla, e assume la vacanza in sé.
- Se il sistema è CHIUSO si evolve necessariamente nella degradazione dell’ordine che lo caratterizza
(la presenza di fluttuazioni non comporta alcuna alterazione finale della condizione di equilibrio
della stabilità strutturale del sistema). In questo sistema una volta raggiunto l’equilibrio non
avviene nulla di rilevante (per Clausius l’entropia in un sistema chiuso si realizza nello stato di
massimo equilibrio), in quanto c’è una metanarrazione garantita da una legge generale dello
sviluppo che regola i processi di “determinazione di forma”. A questo tipo di sistema corrisponde
un tipo di razionalità verticale che ipostatizza il caso, l’evento non normativizzabile, in disvalore da
eliminare e “curare”. La metamorfosi è incastonata in una legge evolutiva di fondo che regola le
società umane.

5. Forma, dinamica, stabilità: l’equilibrio sistemico come conservazione del caso

La forma di razionalità passa ad essere da verticale-causale a relazionale-orizzontale e interattivo


funzionale: entra definitivamente in crisi la visione monopolistica transitiva del potere, passaggio che era
già stato portato a compimento da Kelsen.

MODELLO NORMATIVO (Kelsen)

La teoria pura del diritto di Kelsen si rapporta consapevolmente ai problemi di governabilità emersi con
l’era post liberale: essa si propone come riforma del criterio weberiano di razionalità (che aveva tentato
una ripresa della concezione classica del potere). L’aporia di Kelsen non sta in una ingenua attribuzione
della priorità alla norma rispetto al momento materiale-effettuale della forza. Il problema non è quello del
consenso ma dell’effettività: l’aporia è nell’identificazione della relazione funzionale con il sistema delle
norme; la norma non è in grado di fornire gli argini per il tasso illimitato di contingenza che entra nel
sistema dall’ambiente.

La forza di questo programma sta nell’assunzione di un’idea relazionale-funzionale del potere che consiste
nel far corrispondere la neutralizzazione-formalizzazione in una compensazione dinamica e multilaterale
dell’insieme.

La debolezza sta nel fatto che il potere si trasforma in diritto senza essere in grado di fronteggiare la
contingenza normativa da esso stesso evocata. Occorre, come sarà rilevato in seguito, un filtro più potente
della norma: l’istruzione.

Vi è un’impotenza della teoria normativa pura nel fronteggiare i presupposti dinamici che essa stessa ha
conferito al sistema autonomo di produzione della contingenza. L’elemento aporetico si manifesta
nell’ipertrofia del concetto di validità, ed è radicato nella concezione di Kelsen del problema della forma. La
forma è posta, è un dover essere oggettivo, e dunque esprime a pieno titolo l’istanza materiale: è l’unica
esistenza esprimibile di quell’istanza. La metamorfosi dunque non è altro che il venire-ad-essere della
forma come esistenza giuridica valida. Nel criterio di validità sta il cuore e il cervello del progetto di
razionalizzazione del potere espresso dal normativismo. Secondo il criterio formale puro di validità ogni
nuovo evento è suscettibile di essere qualificato normativamente. Tuttavia, nel sistema fanno irruzione
quantità incontrollabili di contingenza normativa, che la teoria kelsiana non è in grado di arginare: il
principio di validità garantisce solo la potenzialità di crescita interna del sistema, ma lascia scoperto il
problema della stabilità del sistema.

MODELLO STRUTTURALE FUNZIONALE (Parsons)

Questo modello assume il problema in un programma di integrazione della contingenza, che svincola il
paradigma relazionale-funzionale del potere dal postulato della priorità normativa pura, sganciandolo
dunque definitivamente dal modello lineare di scopo. La relazione funzionale si traduce in un’interazione
che ridefinisce costantemente il grado di rilevanza reciproca dei diversi sottosistemi.

La razionalità cessa di essere un fenomeno transitivo e diviene orizzontale in modo da recepire le domande
emesse dall’istanza materiale” (sistema ?). Ad assolvere l’imperativo della stabilità interviene la distinzione
formale tra Stato e potere, che risponde all’esigenza di conferire una relativa autonomia al sistema politico;
autonomia rivendicata anche rispetto ad i circuiti del potere, il quale non è delimitabile in uno specifico
topos ma è un mezzo di comunicazione dotato di uno specifico codice simbolico in grado di circolare
diffusamente in tutti i sottosistemi.
MODELLO SISTEMICO (Luhmann)

Si accentuano i caratteri di dispiegamento orizzontale e di formalizzazione protetta (munita di nervature


istituzionali). Tuttavia, tale protezione non si verifica attraverso il criterio funzionalista puro di interazione,
ma attraverso lo sdoppiamento e l’”autoriflessività” delle strutture formalizzate.

La novità sta nel teorizzare il processo di automatizzazione dell’istanza decisionale del sistema in termini di
sottrazione del sottosistema amministrativo (soprattutto del sottosistema giurisdizionale) alle turbolenze di
un mercato politico, a cui filtri partitici, pressati dalla domanda crescente di comunicazione simbolica e
quindi di potere, non sono da soli in grado di rispondere garantendo al tempo stesso la necessaria rapidità
ed efficienza decisionale.

L’esigenza di assicurare il potenziamento di strutture protettive della stabilità del sitema non esclude in
Luhmann l’allargamento delle maglie della formalizzazione e flessibilizzazione dei criteri di razionalità. Il
paradigma sistemico non esorcizza l’innovazione che viene in realtà usata-incanalata nei circuiti di
ottimizzazione della razionalità del sistema. Non ha quindi senso criticare l’approccio sistemico in quanto
finalizzato all’equilibrio: serve fare una distinzione tra i diversi tipi di equilibrio. L’equilibrio di un sistema
sociale aperto, essendo omeostatico, può essere soltanto descrittivo: la razionalità sistemica deve essere
rappresentata da un complesso di variabili interrelate, distinta dall’ambiente, in grado di resistere e di
stabilizzarsi ad esso.

I sistemi politici e sociali sono invece qualificati come tipi particolari di sistema omeostatico, sono
caratterizzati da una regolazione multistabile. La multistabilità, rispetto ad un sistema omeostatico
puramente stabile, permette di introiettare e funzionalizzare la perturbazione in modo che le singole
funzioni parziali del sistema possano cercare i comportamenti critici che si conciliano con il mantenimento
del sistema. Il modello di Luhmann si coniuga perfettamente a questo stile di razionalità: prevede unfatti
una strategia di “raffreddamento” del processo innovativo nella forma nella forma di “produzione di
istituzioni a mezzo di istituzioni”. Questa strategia ha la sua soglia critica nell’imperativo della scarsità, data
dalla sproporzione incolmabile tra sistema ambiente - nella necessità inderogabile di convogliare le
domande entro i canali delle possibilità reali. (è la molla della scarsità a suggerire l’artificio del meccanismo
riflessivo)

6. Sistema, identità, catastrofe: l’“enigma di forma”

Il paradigma sistemico esorcizza la catastrofe e non l’innovazione, la quale è accettata se preserva


l’equilibrio e l’identità del sistema. Lo spettro della catastrofe si configura come il terrore per lo sfumare dei
contorni tra sistema e ambiente: le frontiere possono spostarsi ma devono poi essere tracciate nettamente.
La rimozione dell’eventualità catastrofica - che non è affatto remota ma prossima - ha un effetto di
dissimulazione rispetto alle modalità di funzionamento dei sistemi aperti.

In una struttura dissipativa non-lineare una fluttuazione può generare un effetto macroscopico di portata
strutturale, e dunque una trasformazione del sistema. Il baricentro del sistema deve spostarsi dunque in
modo da ricercare un equilibrio rispetto all’ambiente (lo scarto tra “troppo” e “indispensabile” è minimo).

Se la ridefinizione sistemica del criterio di razionalità risponde ad una dinamica di trasformazione effettiva,
la logica del cambiamento catastrofico non può che essere una sintassi multifunzionale capace di descrivere
e dare forma agli “eccessi avvenimentali”.
Il codice genetico dei sistemi sociali si è formato non attraverso un processo comulativo di evoluzione
lineare ma per successione di instabilità (morfogenesi dei sistemi complessi) e di catastrofi (così nasce la
nozione di “storia” per Thom).
La morfogenesi tuttavia per Thom non può avere il valore di teoria generale in quanto non si può dare una
formalizzazione globale del processo morfogenetico, per due motivi:
1) Morfogenesi come effetto di un conflitto tra attrattori;
2) Indeterminismo come condizione limite della formalizzazione = non possiamo normativizzare
l’indeterminismo che produce l’effetto catastrofico.
L’impossibilità del formalismo globale dipende necessariamente dall’impossibilità di esplicitare la
struttura dinamica soggiacente, una specie di “falda ontologica” da cui insorgono gli eventi. Thom
riprendendo le parole di Eraclito qualifica questo substrato informalizzabile e indicibile come divenire,
flusso, movimento.
La vera catastrofe sarà dunque la creazione di identità tramite la produzione di forma che si costituisce
con imposizione violenta di confini.

7. Necessità e limiti della formalizzazione

La morfogenesi, oltre al concetto di crisi investe la nozione di trasformazione. Il termine oggi è divenuto in
effettuale in quanto diviene supporto della pretesa di dare una visione certa e protetta del cambiamento
della forma.

L’altra categoria che investe è quella di antagonismo, la cui individuazione-ricostruzione deve partire
dall’esame della rottura di simmetria a causa dell’atteggiarsi del sistema sociale rispetto al tempo con
l’avvento di idea di progresso e con il conseguente prevalere di una forma di progetto sociale orientata
verso il futuro (sistema sociale come essere-del-futuro).
Si produce la rottura di un’altra simmetria: certi vincoli imposti dall’ambiente impediscono al sistema di
raggiungere l’equilibrio. La morfogenesi, la nuova storia inizia quando le fluttuazioni molecolari alterano il
livello macroscopico del sistema. Ma questo processo può essere descritto solo localmente, poiché
qualsiasi teoria della successione delle forme sottenderebbe un a determinazione del senso della storia.
La nuova e parziale formalizzazione da parte della sinistra del limite radicale inerente a queste operazioni
vuol dire soprattutto un’apertura al possibile-imprevedibile: disponibilità ad accogliere un ospite inatteso.