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STORIA DELL’OBOE E SUA LETTERATURA di GIOVANNI BIGOTTI

L’oboe appartiene alla famiglia degli strumenti a fiato in legno ad ancia doppia e a
struttura conica. Ha origini molto antiche, è possibile rintracciarlo in civiltà come
Egitto, India, Cina, Arabia e Grecia. Dall’antica India ci è stato tramandato il più
semplice degli Oboi primitivi, conosciuto col nome di Oton, ad ancia doppia ed
emetteva anche quarti di tono usato soprattutto per accompagnare le danze sacre.
Presso i Greci, la sua presenza è attestata, nel gruppo degli strumenti a fiato
chiamati Aulòi, presso i Romani questo genere di strumenti ebbe il nome di Tibie.
Anche gli Arabi ebbero altri tipi di strumenti della specie dell’Oboe, attualmente
abbiamo lo Zarm, in persiano Zourna, ne esistono altre quattro specie: grave, medio,
acuto e l’Eraggek, più basso di tutti che permetteva la divisione della scala in quarti
di tono. Dall’età romana fino al Medioevo non si hanno notizie precise su nessun
progenitore dell’Oboe, l’oboe vero e proprio, che si ha in epoca medioevale, deriva
dalla specie più piccola della Bombarda, detta anche Piffero e Schallmey. Spesso
l’Oboe medioevale figura nei complessi musicali coi nomi di Dulciana, Dolzina e
anche Dulzaina, le dulciane erano costruite con lo stesso principio dell’Oboe, ma
senza chiavi; sia la Dulciana che la Bombarda erano strumenti suonati da
saltimbanchi e giocolieri. La forma migliore del vero e proprio Oboe primitivo è il
piffero pastorale, oggi presente in alcuni paesi ed accompagnato dalla zampogna, è
indubitato che da questo rozzo strumento, dal suono stridulo e selvaggio, ma
suggestivo e pittoresco, mediante l’impiego di ance più piccole e duttili e con la
modificazione del tubo conico portato a maggiore lunghezza e raffinato da una
tecnica costruttiva che gli ha dato la tonalità divenutagli propria si sia venuto a
creare l’oboe moderno. Risale al XVI secolo il nome divenutogli proprio dello
strumento e inventato dai Francesi: Hautbois, etimologicamente “alto legno” ossia
strumento di legno a note acute; in italiano oboe, in tedesco Obòe e in inglese è
Hautboy. Durante il Medioevo e fino al secolo XVII gli oboi, insieme alle trombe, ai
flauti dolci e alle cornamuse, servivano ad accompagnare le feste villerecce ed
impiegati anche in ambito militare. In quell’epoca l’estensione o scala dell’oboe non
sorpassava l’ottava e mezza. Il progressivo incremento verso i suoni acuti ne diminuì
l’intensità del volume e la quantità del suono ne uscì avvantaggiata. La voce
dell’oboe, fino al Settecento, era aspra e robusta, col tempo essa divenne morbida e
duttile, più intonata ed omogenea, così da rendere l’oboe adatto all’impiego
artistico soprattutto per la musica da camera e d’orchestra. Nel Medioevo non era in
uso raggruppare gli strumenti in famiglie di timbri uguali, cosa che avvenne nel XVI
secolo, nonostante ciò possiamo delineare una famiglia dell’oboe, la quale
comprendeva strumenti ripartiti dall’acuto al grave seguendo la tessitura della voce
umana. Nei secoli successivi la famiglia degli oboi venne assottigliandosi sempre più
fino alla scomparsa degli strumenti gravi. La prima descrizione dettagliata dell’oboe
fu data nel secolo XVI dal tedesco Michael Praetorius nel Syntagma musicum, che
contiene la descrizione e illustrazione degli strumenti musicali e delle composizioni
del suo tempo. Come già detto, l’oboe appartiene alla famiglia degli strumenti a
fiato in legno ad ancia doppia e a struttura conica, esso presenta parecchi fori sei
fondamentali e altri sussidiari e un numero di chiavi che va comunemente da 12 a
16; in realtà negli oboi odierni, di sistema francese, tale numero è portato da un
minimo di 18 ad un massimo di 20, le chiavi sono in metallo generalmente alpacca
argentata o dorata.
L’emissione del suono è originata dalla vibrazione di due linguette o palette sottili di
canna, le palette sono fissate con cordoncino, preferibilmente di seta su un piccolo
tubo metallico di forma conica detto ramello o anche cannello alla cui base vi è un
sughero innestato sulla testa dello strumento. L’imboccatura è in sostanza una
specie di piva doppia, detta in gergo tecnico “ancia”. La pressione delle labbra e del
fiato mette in vibrazione il corpo dell’ancia, originando il moto della colonna d’aria
entro la camera dello strumento. L’ancia è di solito personale poiché deve adattarsi
all’imboccatura di chi la usa, per questo motivo è più corretto, da parte dello
strumentista, la costruzione personale di essa. Per quanto subordinata a regole
costanti, ottenuta cioè con canna della migliore qualità spesso di origine francese e
ben stagionata, assottigliata e formata, piegata in due parti eguali e montata sul
ramello della lunghezza di 47-48 mm e nell’insieme raggiungendo i 73-74 mm, la
parte superiore dell’ancia deve essere portata a un grado di tempera e di sottigliezza
graduata quale il singolo esecutore ritine più appropriata. L’ancia deve essere in
grado di rendere con eguale facilità l’intera gamma dei suoni dello strumento, dai
gravi agli acuti, nel piano e nel forte, nel legato e nello staccato, il che non avviene
che per un numero limitato di ance. Di fondamentale importanza è il tipo di legno
usato per la costruzione dello strumento, da esso dipende infatti una buona
produzione del suono. Il legno maggiormente impiegato è l’ebano importato
dall’Africa, dall’Asia e dall’America, lasciato stagionare per un lungo periodo e poi
lavorato, l’ebano più pregiato presenta un colore di base violetto scuro.
L’operazione principale della costruzione consiste nella foratura del cono da cui
deriva la sonorità, l’apertura dei fori è regolata da leggi acustiche di infinitesima
perfezione. Molto importante è la messa a punto della meccanica, ovvero delle
chiavi essenziali e dei raddoppi, a questo proposito sappiamo che due sono i sistemi
di chiusura dei fori: ad anelli, inventato dall’inglese Gordon, a piattini o tamponi. Il
sistema ad anelli non è più in uso, quello a piattini assicura una perfetta chiusura dei
fori e di conseguenza un movimento più agile delle dita.
L’Oboe nell’orchestra
L’oboe è stato introdotto, secondo alcuni musicologi, per la prima volta nell’assieme
orchestrale nel XVII secolo grazie a Monteverdi, il quale se ne servì nell’opera
“L’Orfeo” come rinforzo dei violini. Altri sostengono sia stato merito di Lulli alla fine
del XVII secolo. Ma diciamo che l’opinione che ancora oggi prevale è che la più
antica apparizione dell’oboe, in orchestra, insieme al fagotto, sia dovuta al Cambert
nell’opera “Pomona” del 1659, in funzione di riempitivo. Inizialmente il compito
dell’oboe non oltrepassava la funzione di strumenti d’assieme, perché eseguivano,
in numero uguale ai Violini, la stessa parte; questo non ebbe buoni risultati di
finezza e intonazione, perché al tempo di Cambert, l’oboe, non possedeva che due
semplici chiavi, come si vede negli esemplari conservati nel Conservatorio di Parigi:
quello in Do e Re diesis.
Ulteriore importanza, attribuita all’oboe insieme al flauto, venne da Rameau e Marin
Marais, i quali impiegarono tale strumento in parti reali e individuali, distaccandolo
sempre più dalla formazione strumentale originaria, da cui intanto erano spariti
prima il Liuto e più tardi il Cembalo e l’Organo. L’importanza raggiunta dall’oboe fu
tale che a partire dal XVII secolo gli fu affidato il compito di dare all’orchestra il “LA”,
nota scelta per l’accordatura degli strumenti, come avviene oggigiorno. In Scarlatti
Alessandro e Domenico, in Bach ed Handel, troviamo spesso impiegati due oboi, a
volte anche a scopo descrittivo di carattere pastorale.
Handel scrisse numerosi concerti per oboe tra cui: sei concerti grossi e un concerto
grosso per 24 oboi e altri strumenti. Ma fu soprattutto Cristoforo Gluck ad
accorgersi della squisita voce di straordinaria individualità, penetrante e dolce, tanto
da adoperarlo e metterlo in evidenza in molte sue opere. Per quanto riguarda
l’estensione fu Mozart il primo a far salire l’oboe in concerto solistico fino al Fa
sovracuto, ma nella musica concertistica e lirica moderna, l’estensione sovracuta è
di uso non eccezionale, con puntate fino al Sol e perfino al La. A partire dall’età
romantica, l’oboe è sempre stato tenuto in grande considerazione in particolar
modo nella musica operistica e sinfonica; oggi occupa un posto rilevante in ogni
genere di musica dalla lirica al concerto e nella musica da camera.
La famiglia dell’oboe
La famiglia dell’oboe è costituita dall’Oboe tipo, dall’Oboe d’amore, dal Corno
Inglese, dall’Heckelphon a cui si può aggiungere la Musetta.
La Musette è di origine antica, la sua nascita risale all’epoca romana in Francia. È il
più piccolo strumento della specie, ispirato agli stessi principi acustici dell’oboe e
tagliato una quarta sopra di esso, il suono è esile e stridulo e proprio questa
caratteristica gli impedì di affermarsi. La musette è stata ricostruita in chiave
moderna dall’oboista tedesco Lotar Faber ed è stata usata anche da Bruno Maderna
in alcune composizioni dedicate appunto al Faber. È attualmente scomparsa tranne
che in qualche ballo campestre o usata da qualche compositore moderno.
L’Oboe d’Amore è situato tra l’Oboe in Do, per questo detto oboe grave in la e il
Corno Inglese in Fa, corno acuto in la, ha la stessa forma dritta dell’oboe, ma più
lungo. La campana dapprima sferica, con una piccola apertura sul fondo, del
diametro di due centimetri circa, con questa conformazione il suono usciva velato,
più cupo e dolce che nell’Oboe; successivamente il padiglione ha preso l’aspetto
piriforme, mantenendo un suono di timbro assai dolce e piacevolmente nasale. Sia
l’Oboe d’Amore che il Corno inglese sono strumenti traspositori ed entrambi hanno
un’ancia fissata su una specie di becco di metallo ricurvo, chiamato “esse”, nel caso
dell’Oboe d’Amore di dimensioni più piccole. Questa specie di oboe si presta alle
tonalità diesizzate al punto che molti passi scritti per questo strumento da J.S.Bach e
dai suoi contemporanei risultano di difficile esecuzione o di nessun effetto se portati
sull’Oboe ordinario. La voce morbida, armoniosa e pacata, fece sì che Bach avesse
una particolare predilezione per questo strumento; una delle composizioni più
caratteristiche nelle quali si incontra quest’oboe è la cantata di Telemann. Dopo il
periodo della musica barocca, fu del tutto abbandonato forse a causa delle
imperfezioni costruttive, fu poi ripreso nel 1874 dalla ditta Mahillon e un
compositore moderno, Riccardo Strauss, ne ha fatto ancora uso.
L’Oboe da caccia, che in seguito si chiamò Corno Inglese, di dimensioni più grandi
dell’Oboe d’Amore, con forma ricurva, era in Fa ovvero una quinta sotto l’oboe tipo.
L’etimologia del nome è incerta, alcuni sostengono che si chiami “Corno” per la
forma ricurva uguale a quella del corno delle alpi e “Inglese” forse da un equivoco
derivato dalla traduzione sbagliata della definizione tedesca “Englisches Horn”
ovvero “Corno angelico” in relazione al carattere religioso e mistico dello strumento
e al suo timbro soave. Englisch può voler dire, oltre che angelico, inglese. Altra
ipotesi è che la denominazione “Corno Inglese” sia considerata corruzione da “Corn
Anglé” ovvero corno angolato, in quanto tale strumento aveva in un primo tempo la
curvatura già propria dell’oboe da Caccia. Non è possibile stabilire con esattezza
l’origine e l’inventore del Corno Inglese, che sappiamo essere stato realizzato
intorno al 1720, contemporaneamente all’Oboe d’Amore; alcuni ne attribuiscono
erroneamente l’invenzione a Giuseppe Ferlendis che ne fu invece solo abile
esecutore e costruttore ideando delle modifiche sullo strumento primitivo. Il Corno
Inglese ricurvo venne usato fino alla metà dell’800, poi fu costruito diritto con la
stessa sagomatura dell’Oboe e perfezionato al pari di quest’ultimo, nella meccanica,
da ingegnosi strumentisti e costruttori. Il timbro ha colorito scuro e patetico,
anticamente il pregio della voce era l’unico, risultando i suoni di volume disuguale e
gli intervalli non sempre perfetti; a tali inconvenienti si aggiunse la poca praticità
della forma ricurva e la poca esattezza strutturale, difetti oggi del tutto rimediati. Il
Corno Inglese fece il suo ingresso nell’orchestra nel XVII secolo, ma non molto dopo
sparì dalle partiture e soltanto nel secolo successivo riprese il suo posto nell’insieme
strumentale. Di questo strumento se ne servì Gluck, Haydn e Mozart, Schumann lo
impiegò unicamente nel Manfredo per l’imitazione di una cornamusa suonata da un
pastore sulle Alpi. Né Beethoven, né Weber, né Shubert, né Mendelssohn se ne
servirono orchestralmente in teatro o in chiesa, cosicché lo strumento parve
dimenticato, per poi risorgere con Cherubini, Rossini, Berlioz, ma soprattutto con
Wagner, il quale riuscì a ricavarne effetti incantevoli. Gli antichi maestri usavano per
il Corno Inglese la chiave di mezzo soprano, gli italiani prima di Verdi la chiave di
basso, scrivendo un’ottava sotto i suoni effettivi, oggi la notazione è in chiave di
violino, come per l’oboe, ma con la trasposizione di una quinta sopra la nota
d’effetto.
L’Oboe Tenore o Taglia è di impiego raro, la sua tessitura è un’ottava sotto l’oboe
tipo.
L’oboe-Baritono apparso nel XVIII secolo, era uno strumento formato da un lungo
tubo mancante delle due chiavi e con un’intonazione incerta, piuttosto esile. Il
primo esemplare è quello costruito da Denner nel 1700, una copia di esso si trova
nel Conservatorio di Bruxelles, un secondo esemplare costruito da Bisey prima del
1750 si trova nel Conservatorio di Parigi. Nel 1905 Lorée padre insieme al Gillet
costruì un Oboe Baritono, non più curvo ma diritto.
Lo Heckelphon, così chiamato dall’inventore W. Heckel di Briebich nel 1904 è un
oboe baritono in Do, il timbro di questo strumento è potente e spesso aggressivo.
L’Oboe-Basso è un oboe in Do, in Francia ebbe tanta fortuna da oscurare l’Oboe-
baritono, in seguito scomparso e sostituito dal Fagotto.
L’Oboe attraverso i secoli
Fino al secolo XVI l’Oboe conserva una forma molto semplice essendo formato di un
unico pezzo a struttura conica con sei fori nel lato superiore e una campana simile a
quella del piffero pastorale. Col passare del tempo subisce delle trasformazioni, fino
ad avere tre pezzi nel secolo XVII, essi sono:
- Superiore, avente sulla sommità un barilotto in cui viene innestata l’ancia
- Mediano, con due chiavi, quella del Do e quella del Re diesis, fatta a cuore per
poterla abbassare sia con il mignolo della mano destra sia con quello della
sinistra
- Inferiore, costituito da una campana, o padiglione, più o meno ampia.
Alla fine del 1700, alle due chiavi sopra citate ne vennero aggiunte altre due, quelle
del Sol diesis e del La diesis. Tra i vari costruttori e i virtuosi oboisti troviamo:
- Delusse, curò la cameratura interna e i fori in aderenza alle leggi fisiche per
migliorare la qualità del suono e l’intonazione
- Giuseppe Sellner, in collaborazione con il costruttore Stefano Hoch, arricchì lo
strumento di altre chiavi: la doppia del Fa, il Si bemolle e la doppia del Re
diesis, ed introdusse la posizione del Fa a Forchetta (o forcella). Questo oboe
prese il nome di “Oboe Hoch”
- Enrico Brod aggiunse l’anello e fu il primo a riconoscere che il migliore mezzo
per togliere asprezza ai suoni consisteva nel prolungamento del tubo, col
portare le note Mi, Re, Do vicino al padiglione.
- Fratelli Triebert portarono l’oboe al più alto grado di perfezione; abolirono il
barilotto su cui era applicata l’ancia dando al pezzo superiore la forma attuale,
introdussero il meccanismo del mignolo sinistro (gruppo di tre chiavi: Re
diesis, Si naturale e Si bemolle detto “bilanciere”) e aggiunsero i portavoci
automatici a doppio effetto. Inoltre, diedero al mezzo buco la foratura a
mandorla che prima era rettangolare e perciò più difficoltosa e idearono il
tipo di oboe ad “anelli” creando il modello detto Barret, anno 1855.
- Lorée L creò nel 1906 l’oboe n.6 bis a “piattini” del catalogo Lorée, esso è
sempre una creazione del Triebert, ma più pratico nella chiusura e
perfezionato nei trilli Re diesis-Mi e Sol diesis-La. È un oboe oggi
universalmente adottato, in Italia però viene costruito con le cosidette
“aggiunte Prestini”, ovvero al bilanciere della mano sinistra furono aggiunti i
raddoppi del Fa naturale e del Do diesis per il mignolo sinistro mantenendo il
Si naturale grave per il pollice destro. Queste aggiunte semplificavano il
passaggio dal sistema italiano o tedesco a quello francese.
- Oboe Scozzi, il più perfezionato fra tutti, è ancora ad anelli; il sistema francese
ne differisce anche per una maggiore lunghezza e ristrettezza dell’ancia, a
parte il numero maggiore e la notevole differenza di collocazione delle chiavi.