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Una nota su Lorigine del raddoppiamento

fonosintattico di M. Loporcaro
*
Paolo Matteucci
1, aprile :oo8
Monosillabi forti (.
lop
)
Sebbene ci alla ne si traduca in un trattamento forse meno economico, non
credo per che denire forti i monosillabi raddoppianti equivalga a unenun-
ciazione circolare sia delle condizioni del RF che della divisione dei monosillabi
in due classi (:
lop
). Questo vero se si d per scontata una classicazione del
tipo (1)
a. tutti i polisillabi ossitoni far [b]ene raddoppiamento
b. tutti i monosillabi forti (tonici) sto [b]ene regolare
c. alcuni monosillabi deboli (atoni)
(a, da, e, fra, ma, n, o, se, su, tra) a [l]ui raddoppiamento
d. alcuni polisillabi parossitoni irregolare
(come, dove, ove, qualche, sopra) come [t]e
(1)
o, perlomeno, se si postula lesistenza di un tipo di RF meramente fonologi-
co (1ab), ma questo non mi pare sia il caso, e.g., del Canepri, almeno per
quanto riguarda i monosillabi (1b), come mi conferma lo stesso autore.
Diverso il discorso per i polisillabi:
In sguito, il meccanismo della cogeminazione si generalizz ulteriormen-
te, estendendosi dai monosillabi anche ai polisillabi ultimali (collaccento
sulla vocale nale) che venivano a costituire altri sintagmi (ssi o liberi),
cominciando da forme che eettivamente in latino avevano una conso-
nante o anche unintera sillaba nale che, nellevoluzione della lingua,
*
Versione leggermente riveduta duna comunicazione personale a Michele Loporcaro del
:8 gennaio :oo8.
1
veniva a cadere. In questo caso, lo spunto iniziale fornito dal troncamen-
to rinforzato anche dalla tendenza geminante prosodica, che agisce anche
oggi, per mantenere breve la vocale accentata nale di parola:
civitatem cittde citt vecchia /ittavvkkja/
laudavit lod tutti /lodttutti/
per hoc per mangia /permmana/.
(MPI : 1;:, enfasi mia cito dalla seconda edizione del MPI ch, per amis-
sione dello stesso autore, tutto il contenuto di Canepari 1,,1 conuito in
essa). A parte la scelta poco felice del primo esempio, il quale (che il RF [rego-
lare] sia dovuto a una regola a s stante o a una condizione di buona formazione
sillabica: cfr. ) devessere dorigine analogica o il frutto duna rianalisi, la
posizione dellautore appare chiara: il RF regolare/fonologico agisce produtti-
vamente sui polisillabi tronchi (1a), ma il RF di tipo (1b) [in buona parte]
analogico a quello di tipo (1c), e perci anchesso [in buona parte, almeno]
morfolessicale, fonosintattico, non fonologico (MPI : 1;o).
Degeminazione di /l/ nelle preposizioni articolate
Alla n. , di p.
lop
leggo, con una certa sorpresa, la seguente considerazione:
se, ad esempio, nei Ricordi rurali di casa Guicciardini [] si hanno
ala Fena o, ale Vie Crucci , ala Romola 8 di contro a (< *uar) lla
charta , da ci si pu inferire, indirettamente, che la motivazione del RF
in questultimo esempio oramai accentuale. Se il RF fosse ancora, come
in origine (almeno secondo lipotesi schuchardtiana), dovuto alla traccia
lasciata dallassimilazione, non sussisterebbe motivo per un trattamento
dierenziato dei continuatori di *uar e di ao, che possono al contrario
esser distinti in sincronia solo in virt del loro statuto accentuale.
In realt, nel primo caso, siamo di fronte alla ben nota lgge Donati-Porena-
Castellani (Donati 18oo [chianino e versiliese moderni]; Porena 1,: [roma-
nesco moderno]; Castellani 1,8, :oo: [orentino dugentesco]) sullo scem-
piamento della laterale anteprotonica nelle preposizioni articolate: l scempia
davanti a parola cominciante per consonante, come in dela casa, e davanti a pa-
rola cominciante per vocale atona, come in delamico, mentre davanti a vocale
tonica rimane intatta, dalle origini no a oggi, la -ll - dellarticolo derivante da
iiii, come in delloro (Castellani :oo:: 1o; cfr. anche Larson :oo:: :1).
Questo appare infatti [diacronicamente] accettabile (almeno in linea di principio) per, e.g.,
le prime persone singolari del presente indicativo do, fo, ho, sto e vo, raddoppianti [forse] per
analogia sulle terze, mentre monosillabi quali tu [o il neologismo] t dovranno essere [in questo
tipo danalisi] inevitabilmente accorpati coi polisillabi tronchi.
:
Appare, quindi, un po azzardato parlare in questo caso di [mancato] RF per
a (cos come lo sarebbe parlare di RF per de-), o, perlomeno, poco probante il
confronto per ha /a*/.
Una spiegazione per la degeminazione di /l/ nelle preposizioni articolate
(nel orentino dugentesco, cos come nellitaliano moderno, dove avviene con
identiche modalit: cfr. MPI , .;..:) si pu forse rinvenire nelle parole del
Canepri:
Nella pronuncia neutra ci sono altri casi interessanti di degeminazio-
ne, cio di realizzazione breve di particolari geminate della forma tradi-
zionale, sotto determinate condizioni prosodiche, vale a dire in posizione
debole della frase, in riferimento allaccentazione e in pronuncia non lenta
(che va quindi da normale a veloce). Questapplicazione riguarda forme
grammaticali, di scarsa rilevanza lessicale quindi, ma di notevole frequenza
testuale
(MPI : 1;8, enfasi mia). Certo, ha non soddisfarebbe alle condizioni di degemi-
nabilit [forse anche] perch potenzialmente accentato ma soprattutto per-
ch una combinazione quale ha la/lo/l non potr mai avere la stessa frequenza
testuale di un alla/-lo/-l.
In sostanza, laccentabilit di ha pu ben essere uno dei fattori determinan-
ti per lassenza di degeminazione dopo di esso, ma non certamente la non
accentazione di a a spiegare la degeminazione nelle preposizioni articolate con
esso formate (e neanche in tutti contesti), e solo in quelle.
Condizionamento accentuale o buona formazio-
ne sillabica? (.
lop
)
Sia chiaro: non sono alieno dallidea dun RF condizionato accentualmente
come regola fonologica a s stante: tuttaltro. Tuttavia, gli argomenti portati a
sostegno di questa tesi (e a confutazione di quella del RF come processo di riag-
giustamento della struttura sillabica) di cui al 1.:
lop
non mi paiono sucien-
temente probanti, anche perch francamente, non mi sembra ci sia molto da
probare.
e quindi, forse (vista anche la non recentissima documentazione del fenomeno in to-
scano e romanesco moderni), ora con maggiore ora con minore sistematicit (e in aree pi o
meno vaste), in tutta la storia della nostra lingua.
Interessante, e forse indicativo dun fenomeno prosodico, il fatto che i sintagmi prepo-
sizionali in questione compaiano nel manoscritto generalmente univerbati (vado a memoria:
delamoglie, alafena, alaromola, &c.), mentre lla compare sempre come parola a s stante
(quasi unenclisi dellarticolo: alla).

. Accento e quantit
Innanzitutto, una banalit metodologica (di cui mi scuso): se coi pi ricono-
sciamo che in italiano laccento dinamico (dino) un prosodema (dinema), e la
durata o quantit (crono) un cronema solo in rapporto alle consonanti (e nem-
meno a tutte), allora laccento (insieme con la durata consonantica) il tratto
pertinente, e la quantit vocalica/sillabica un tratto ridondante, per cui, da un
punto di vista strettamente fonologico, tutte le regole che fanno riferimento a
questultima dovrebbero essere sempre e comunque formulate in termini del
primo.
. Struttura sillabica
La seconda osservazione che, in ogni caso, la condizione di buona formazione
sillabica
a) allinterno di parola sotto accento si ha:
V (lunga) + C (breve): [kane] (durata della V = :oo ms)
oppure
V (breve) + C (lunga): [kanne] (durata della V = 1oo ms);
b) in ne di parola ogni vocale accentata breve (V = 1oo ms)
(:)
non viene mai violata in italiano neutro (n, come mostrer fra un istante, in
orentino, n in genere nel toscano foneticamente pi genuino).
In eetti, la (:) vale a rigore solo per la sillaba tonica, ovvero: in tonia, sotto
accento primario. Pertanto gli unici sintagmi in cui il RF interverrebbe obbli-
gatoriamente a ripristinare la caratteristica struttura sillabica dellitaliano sono
le poche enclisi cristallizzate deglimperativi monosillabici (dammi, vacci, fal-
lo, &c.), unici residui della pi generalizzata enclisi che caratterizzava litaliano
antico: havvi, farllo, mostrssi: solo queste combinazioni possono (o potevano)
trovarsi in tonia.
per questo che un monosillabo quale po (cfr. ) pu permettersi di non
raddoppiare (in toscano e in italiano neutro) e lapocope toscana (.:) di cui
sotto non rappresenta in realt uneccezione.
Po non pu infatti comparire in tonia se non in ne denunciato. Anche in situazioni un
po particolari, in cui, per dirla col Canepari (cfr. MPI , o.;.o), lenunciato precisato da un
inciso (e.g., Era proprio un bel po che non lo vedevo), che non blocca leventuale cogemi-
nazione n (in toscano) leventuale spirantizzazione (cfr. Agostiniani 1,,:, 1.:; MPI : 1o),
lenunciato si considera concluso, e quindi legittimamente chiuso [anche] da sillaba semplice
[con vocale breve].
Sorvoliamo qui deliberatamente sul [peraltro notevole] fatto [MPI : 1] che in orentino
il vocoide nale denunciato si presenta semiallungato (e, in accento marcato, seguto da [e],
fenomeno che si colloca [fra laltro] nella generale tendenza dellitaliano antico a evitare [oltre
alle sdrucciole anche] le parole tronche [cfr., e.g., Patota :oo:, .:]).

Infatti, se, da una parte, questo fatto potrebbe essere considerato a buon
diritto un ulteriore argomento a favore del RF condizionato accentualmente
come regola fonologica a s stante, dallaltra i forzati della buona formazione
sillabica potrebbero ribattere che il RF [fonologico] interviene solo laddove
realmente necessario, cio nelle enclisi di cui sopra: il RF in sede non toni-
ca potrebbe semplicemente essere il risultato dellanalogia con sintagmi tonici
(prima identici, poi [molto] simili). E, se questo pu apparire un argomento
debole, non mi pare per molto pi debole di quello che vuole un monosil-
labo forte quale d (/da*/ da /da*/) membro di una serie paradigmatica
interamente composta di membri dotati di un accento nella rappresentazione
fonologica (;
lop
): cos pi signicativo/condizionante per il parlante nativo?
Pi esplicitamente: unovvia obiezione a questo ragionamento (sostanzial-
mente analoga se bene intendo a quella contenuta al 1.1
lop
) che la cir-
costanza di non trovarsi in tonia apparterrebbe (un po come il riaggiustamento
prosodico che si manifesta attraverso deaccentazione e ritrazione dellaccento)
al livello fonetico superciale, e non a quello fonologico strutturale. Il che pu
senzaltro esser vero. Tuttavia mi chiedo se, in un caso come questo, un ragiona-
mento [morfo]fonologico debba per forza prevalere, prescindendo dal volu-
me del fenomeno prosodico superciale: infatti, non solo la (:) valida sol-
tanto per la sillaba tonica denunciato, ma possiamo addirittura asserire che
essa costantemente violata fuor di tonia: non solo da parole con sillaba aperta
accentata che (com naturale) vengono a trovarsi frequentemente in posizione
pre- o postonica, ma anche dalle apocopi toscane [polisillabiche: cfr. .],
la cui applicazione appare decisamente sistematica in toscano antico (cfr. anche
).
Ripeto dunque la domanda: cos [stato] pi signicativo/condizionante
per il parlante nativo?
Cfr. Agostiniani 1,,:: 8,, 1; MPI : 1oo:, ma si noti lopposizione parti presto [parti
prsto, patiprsto] part presto [partip prsto, patipprsto] (MPI : o;), neutralizzata
in fuggi/fugg svelto (MPI , ..).
Signicativo il fatto che a questo fenomeno fonetico superciale (in cui sembra giocare un
ruolo non irrilevante la proclisi di tipo antico) si debba con tutta probabilit il mancato (o
meglio: limmediato rientro del) dittongamento toscano in una parola come bene: Aveva
certo ragione il Meyer-Lbke: bene forma atona generalizzatasi anche in posizione tonica.
[] In epoca antica il rapporto fra bene atono e bene tonico sembra essere stato pi favorevole
al primo che non oggi (delle quattro locuzioni citate dal Franceschi, va bene, sta bene, ti voglio
bene, bene!, tre mi si passi il bisticcio non vanno bene: va bene non sadoperava, invece di
sta bene si diceva bene sta, voler bene era il contrario di voler male, senza per possedere quella
particolare carica aettiva che ha nella lingua moderna) (Castellani 1,;o: 11, enfasi mia). E a
un altro fenomeno fonetico superciale, cio al fatto che nei proparossitoni la lunghezza della
vocal tonica minore, si devono con altrettanta probabilit le oscillazioni che vi si possono
avere quanto a [mancato] dittongamento (Castellani 1,;o: 1o).

. Apocope toscana
Innanzitutto, premettiamo sbito che quella che ho chiamato apocope tosca-
na, cio la cancellazione (.:) di [i] in contesto non prepausale, rientra a tutti
gli eetti nellitaliano neutro (bench, in genere, diafasicamente alto), ch
apocopi quali a, de, vuo, vorre ricorrono frequentemente nella prosa e nella
poesia dei secoli scorsi, nonch in antroponimi, odonimi, &c., per cui di essi
deve esistere una pronuncia [italiana] modello (senza innesco della gorgia,
ovviamente).
/vorri parlare vorra parlare/
1. RF [p]
:. i []
[vo alae voa ppalae]
()
Anche per questo ci siamo qui limitati al orentino/toscano, trascurando il
romanesco, che presenta una struttura sillabica talora molto diversa da quella
dellitaliano neutro (11
lop
; MPI : :).
Qui basti notare che, per quanto s detto al paragrafo precedente, lapocope
toscana (.:) non necessariamente subordinata al RF (.1) in quanto essa
sempre protonica, e il RF [fonologico] non sapplica automaticamente in
protonia.
Po < poho??
Leggendo la nota 1 di p. :
lop
, stupisce un po vedere accolta la spiegazione di
Pratelli (1,;o: :) sullageminabilit di po. Rileggiamola:
De mme, le mot tronqu po (= poco) nentrane pas le renforcement
consonantique en toscane ; en eet, nous pouvons, partir de la forme
vulgaire poho (avec h aspir [sic]) qui se rduit po dans la rgion
de Pise , considrer la forme po comme rsultat de la simple chute de
la voyelle nale o : le h aspir [sic] ne peut subsister en nal et encore
moins tre renforc.
Analoga modalit dapplicazione hanno le [poche] apocopi vocaliche con vocale diversa
da /i/: du (due) e composti, e i possessivi proclitici mi, tu, su.
Con toscano intendiamo qui riferirci al toscano foneticamente pi genuino (orentino
[-pratese], senese, pisano [-livornese], pistoiese), trascurando come sempre lallungamento del
vocoide nale denunciato (cfr. n. ) e la dittongazione/modulazione dei vocoidi accentati nel
pisano giovanile (MPI , 1:.1.1; Calamai et al. :oo). Per questo, per il fatto, cio, che non
ci stiamo limitando al solo orentino, nella () e altrove, non ho indicato la precisa natura dei
contoidi e dei vocoidi coinvolti.
Il Pratelli altrove correttamente scrive h aspir tra virgolette (Pratelli 1,;o: ,, n. ;).
o
A tal proposito, il Giannelli, pur sostanzialmente confermando che ([anche] nel
orentino diastraticamente basso e/o diatopicamente periferico) il dileguo di
/k/ posvocalico si verica soprattutto dopo /i/ e nel contesto /ko/: [dio] dico,
[amia] amica, [fo] fuoco, [po] poco (Giannelli :ooo: :o), giustamente
nota:
Va notato che per le forme (storicamente) ridotte che non provocherebbe-
ro raddoppiamento [] vanno invece sottolineate delle idiosincrasie, in
quanto se /p/ (che non forma ridotta di poco in termini sincronici, cfr.
il diminutivo /poino/ generalizzato, garfagnino [um p poin] un poco)
e /di/ dici nella forma rustica stereotipa /ikke ddi tu/ altrove /ke ddi te/
non provocano raddoppiamento, tanto non accade con /ba/ storicamente
da bada.
(Giannelli :ooo: , n. ;o, enfasi mia). Quindi, anche sun piano meramente
sincronico, la spiegazione del Pratelli zoppicherebbe un po, non essendo po e
po(h)o intercambiabili in toscano, ma dei tassomor.
Ma la cosa pi rilevante qui mi pare che una spiegazione del genere
ha implicazioni di non poco conto sullorigine della gorgia toscana in termini di
cronologia assoluta, per cui una verica documentale simpone senzaltro.
Di pi: lapocope po (< poco) non solo antichissima (perlomeno dugente-
sca), ma pare gi diusa [nello stesso periodo] in toscano non orentino (que-
sto, almeno quanto risulta da una rapida ricerca sulla banca dati dellOVI);
quindi lipotesi del Pratelli non ha solo implicazioni per la cronologia, ma an-
che per la topologia del fenomeno, di cui Firenze normalmente considerata il
centro dirradiazione.
Volendo a tutti costi trovare una spiegazione ad hoc, ma un po meno im-
pegnativa, si potrebbe forse pensare allattrazione di po /p/ (< poi), tronca-
mento che pare altrettanto antico, e che ovviamente ageminante come tutte
le apocopi toscane.
Ma, a mio modesto avviso, non c bisogno nemmeno di questo: basta pren-
dere coscienza del fatto che [un] po ricorre sempre e soltanto in protonia [o in
ne denunciato] e, come ben dimostrano le apocopi toscane, [anche] un mo-
nosillabo accentabile o fonologicamente accentato non deve necessariamente
raddoppiare in protonia.
Ricordo che, anche se il fenomeno sicuramente pi antico, la prima attestazione sicura
di gorgia per /k/ si ha solo nel XVI secolo.
Anzi, tendenzialmente non raddoppier. Larson mi comunica che, a sua conoscenza, non
si riscontrano esempi di RF dopo po in toscano antico: n in orentino n in altri dialetti.
Lunica apocope [sillabica, eminentemente protonica] sicuramente raddoppiante fra (< frate),
che, per, risente quasi certamente dellinusso della preposizione fra /fra*/ (< *ixiia ao).
;
Conclusioni
Sistematicit di enclisi (e relativa proclisi, secondo le modalit della lgge Tobler-
Mussaa), apocope toscana generalizzata, epitesi vocaliche e sillabiche (tenden-
za dellitaliano antico a evitare, oltre alle sdrucciole, anche le parole tronche) si
traducono in unancor pi marcata non marcatezza della struttura accentuale
[
(

)
] in italiano antico, e questa, a sua volta, in un quadro [sintattico-]
prosodico radicalmente diverso non solo da quello dellitaliano neutro di oggi,
ma anche da quello del toscano attuale.
in questo diverso quadro sintattico-prosodico (o in un quadro probabil-
mente non troppo dissimile da questo, relativo a un periodo di poco anteriore)
che si sviluppa il RF regolare/fonologico, e di ci non credo non si possa tener
conto nellanalisi di questo fenomeno.
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La sigla
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,