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Fonologia della lingua italiana

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La fonologia della lingua italiana indica in che modo si combinano i fonemi nella lingua
italiana. Il modo in cui si combinano gli allofoni pi propriamente detto tassofonica. Per le
trascrizioni oggi si usa di solito l'alfabeto fonetico internazionale (IPA).

Indice
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1 Note
2 Trascrizione fonetica (stretta e larga) e trascrizione fonemica
3 Varianti libere e variet locali
4 Bibliografia
5 Voci correlate
6 Collegamenti esterni

Consonanti

IPA

Esempi

piano, ampio, proprio

pp o p

pappa, appena, zuppa

banca, cibo, alba

bb o b

babbo, fabbro

mito, tranne, alto

tt o t

fatto, attraverso

Vocali

IPA

alto, padre,
sar

edicola, pera,
perch

elica, membro,
c'

imposta, prima,
colibr

ombra, come,
posso

otto, posso,
com

ultimo, pure,
caucci

dunque, idra, caldo

dd o d

cadde, addirittura

cinque, ciao, facevo

cacciare, acceso, acciaio

zoccolo, canzone, marzo

pizza, mazzo, azione

Dittonghi

IPA

ai

Esempi

avrai,
Giamaica

giungla, fingere, pagina


ei

Esempi

maggio, oggi, peggio

dei
(preposizione),

quei

zul, zelare, arzillo

andrei, sei

mezzo ("met, medio; strumento"), rozzo, azalea

oi

noi, voivoda

cavolo, acuto, anche

suoi, poi

kk o k

peccato, piccolo

au

pausa, rauco

gatto, agro, ghetto

eu

Europa,
feudale

aggredire
u

ermeneutico,
reuma

ja

piano, chiarore

je

ateniese,
pensieroso

f
f o f

fatto, Africa, fosforo

effetto, effluire, baffo

vado, volto, povero

vv o v

avvocato, sovvenire, evviva

ieri, siepe

sano, pasto, risaltare

jo

fiore, secchio

ss o s

posso, assassino, pessimo

pioggia, ionico

asma, sbavare

ju

pi, iucca

scena, scimmia, sciame

wa guado, quando

cascina, ascia, guscio

we quello,

mano, amare, campo

mm o m

mamma, ammogliare, Emma

invece, anfibio, canfora

nano, punto, pensare

nn o n

nonna, anno, canna

fango, unghia, piango

gnomo, gnocco

bagno, cegno, cagnolino

guerreggiare
w guerra, gueffa
wi

qui, acquitrino

wo

vuotare,
quotidiano

pala, lato, vola


w vuoto, suocero

ll o l

palla, molle, mille

gli, glielo

paglia, luglio, famiglia

Roma, quattro, morto

rr o r

burro, carro, terra

scoiattolo, proprio, insieme

uomo, ruota, guerra

Altri simboli

IPA

Spiegazione

Esempi

Accento primario, da posizionare prima della sillaba


accentata

primo [pri.mo]

Accento secondario

mangiatoia [man.da.
to.ja]

Separatore di sillabe

chiamata [kja.ma.ta]

Lunga, per indicare una vocale lunga o una consonante


geminata

andare [an.da.re]

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Note

Il fonema /n/ si assimila sempre al luogo di articolazione della consonante seguente.


Ci significa che la /n/ di <ng> o <nc> realizzato con un contoide nasale velare
([]), quella di <nv> o <nf> realizzato con un contoide nasale labiodentale ([]).
Esistono altri allofoni di /n/ come la dentale e la mediopalatale, di solito non riportati
nella trascrizione larga.

Alcune consonanti sono sempre lunghe quando si trovano in posizione intervocalica:


essi sono /, , , , /, e vengono quindi rappresentate come consonanti doppie.
Invece /z/ sempre scempia.

Le vocali poste in sillaba accentata aperta (cio non seguite da consonante


appartenente alla stessa sillaba) sono sempre lunghe, a meno che non si trovino in fine
di parola (sciame [a.me]). Secondo alcuni linguisti (come Luciano Canepari),
anche le consonanti in sillaba accentata chiusa sarebbero lunghe, ma questo spesso
non segnalato nelle trascrizioni.

Una sillaba contiene sempre o una sola vocale (lunga o breve) o un dittongo: se nella
grafia due vocali che non formano dittongo si toccano, esse apparterranno a due
sillabe diverse (paese [pa.'e.ze]).

Vengono di solito (ma non sempre) considerati dittonghi anche i nessi formati da una
consonante approssimante e una vocale, come /w, j/: (uomo [w.mo], ieri
[j.ri]).

Il confine di sillaba in fonetica talvolta non coincide con quello dell'ortografia: in


fonetica, infatti, la sillaba si definisce in rapporto all'intensit, che massima in
corrispondenza delle vocali e che varia a seconda delle consonanti; ogni sillaba inizia
con un'intensit minima, raggiunge un picco (detto nucleo sillabico: la vocale), e poi
finisce prima del minimo successivo: in particolare questo evidente con [ts.ta]
invece di <te-sta> perch l'intensit di una fricativa ([s]) maggiore di quella di
un'occlusiva ([t]). Nell'esempio la [s] la coda della sillaba: una sillaba che non
abbia una coda (e che quindi finisca con la vocale) detta sillaba aperta ([ka.ne]);
una sillaba che termina con una coda si dice sillaba chiusa. Si noti che non
obbligatorio segnare le sillabe con il relativo simbolo (.) in sede di trascrizione
fonetica (in particolare se coincide con un accento primario o secondario), anche se
ovviamente pi completo.

Trascrizione fonetica (stretta e larga) e trascrizione


fonemica
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Esistono due possibili trascrizioni che usano l'alfabeto fonetico internazionale: si tratta
rispettivamente della trascrizione fonetica e di quella fonemica (o fonematica o fonologica).
La prima si basa sulla rappresentazione dell'elemento fisico-acustico e pu essere stretta o
larga a seconda del numero di parametri fonetici considerati; la seconda si basa sull'elemento
psicologico della pertinenza linguistica. In termini pi semplici, la trascrizione fonetica
trascrive i foni, segnandone ogni caratteristica e non tralasciando nessuna variante di
pronuncia; la trascrizione fonemica trascrive i fonemi, cio solo quei foni che hanno
pertinenza in base alla lingua di appartenenza: in caso di varianti combinatorie, quindi, non
viene segnata alcuna differenza. Le differenze sono:

In caso di trascrizione fonetica (sia stretta che larga), si usa racchiudere i segni tra
parentesi quadre [...] (talvolta la trascrizione fonetica stretta posta tra doppie
parentesi quadre [[...]]); in caso di trascrizione fonemica, si racchiudono i segni tra
parentesi oblique /.../ (in sede di fonetica, la grafia, cio l'ortografia, viene racchiusa
tra parentesi angolari <...>).

Molte delle note segnalate nel paragrafo precedente^ non vengono segnate in caso di
trascrizione fonemica, perch non hanno pertinenza fonologica in italiano: in altre
parole sono indicazioni che non necessario segnare perch, a patto ovviamente di
conoscere la corretta pronuncia in italiano, quelle realizzazioni saranno obbligatorie e
la loro variazione non dar luogo a differenze di significato; per esempio: i foni che
costituiscono varianti combinatorie (cio determinate dal contesto) del fonema /n/ non
vengono usati, in quanto la velarizzazione o labializzazione della <n> obbligata
dalla consonante successiva, e sar quindi sufficiente scrivere /in.ve.e/ e /

fan.o/ per [.ve.e] e [f.o]; la nasalizzazione non viene segnata, in


quanto non possibile che una vocale, seguita da consonante nasale nella stessa
sillaba, non venga nasalizzata (/an.ke/ per [.ke]); quelle consonanti che, come
s' detto, sono sempre lunghe in posizione intervocalica, potrebbero in teoria venir
semplicemente trascritte come scempie: (/pe.e/ per [pe.e], /ra.o/ per
[r.o]); ma senz'altro molto meglio segnalare la lunghezza, dato che essa
distintiva per la maggior parte delle consonanti stesse e inoltre molti parlanti, specie
settentrionali, tendono a realizzarle come scempie, uniformandole quindi alle altre; la
lunghezza delle vocali non viene invece mai segnata, in quanto determinata
unicamente dal contesto.
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Varianti libere e variet locali

Abbiamo introdotto il concetto di variante: si dice variante combinatoria una variante che
determinata da un dato contesto, mentre la variante libera non lo . In italiano le varianti
libere possono essere variazioni individuali, come quella detta della "erre moscia", nella
quale il fonema /r/ pu essere realizzato mediante diversi foni detti allofoni (vedi sotto la
relativa voce). Esistono inoltre numerosi foni che non fanno parte dell'italiano standard, ma
che vengono usati nelle variet regionali dell'italiano e che corrispondono a pronunce che
divergono da quella modello: esempi di variazioni regionali sono le consonanti retroflesse
usate per esempio in Sicilia e Sardegna, oppure la vocale centrale medio-alta, anche detta
atona, [], che si sente a Napoli in fine di parola (per esempio [na.pu.l]). Non si
confondano le variet regionali dell'italiano con i diversi dialetti parlati nella penisola.
Per approfondire, vedi la voce Varianti regionali della lingua italiana.

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Bibliografia

Federico Albano Leoni, Pietro Maturi Manuale di fonetica, 2002, Roma, Carocci.

Luciano Canepari Il MP - Manuale di pronuncia italiana, 1999 , 2a ed., Bologna,


Zanichelli.

Pietro Maturi I suoni delle lingue, i suoni dell'italiano, 2006 , Bologna, Il Mulino.

Alberto Mioni Elementi di fonetica, 2001 , Padova, Unipress.

Derek Rogers, Luciana d'Arcangeli. "Illustrations of the IPA: Italian". In Journal of


the International Phonetics Association, Cambridge, Cambridge University Press,
June 2004, pp.117-121.

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Voci correlate

Alfabeto fonetico italiano

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Collegamenti esterni

L'alfabeto italiano dall'A alla Z: una sintesi della fonetica e fonologia italiana, messa
in rapporto con l'ortografia, nel DOP

C C
G
GL(
GN(
GI
SC(I)
H I
H
I)
I)
Fonemi / /
/ / / / /
/ / / /
/ /
/ / / / / /
/ / / / / /
/k/
/g/
//
//
//
italiani: a/ b/
/ d/ e/ / f/
/ i/ j/ l/
m/ n/
o/ / p/ r/ s/ z/
t/ u/ w/ v/ / /
(Q)
Lettere A B
D E F G
I L
MN
O PR S
T U V Z
C
tri/digra
mmi

Grammatica italiana
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Indice
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1 L'articolo
2 Nome ed aggettivo
o

2.1 Il nome

2.2 L'aggettivo

2.2.1 Aggettivi qualificativi

2.2.2 Aggettivi possessivi

2.2.3 Altri aggettivi


3 Il pronome

3.1 Pronomi personali

3.2 Altri pronomi


4 L'avverbio
5 La preposizione
6 Il verbo

6.1 Modo infinito

6.2 Modo indicativo

6.3 Modo condizionale

6.4 Modo congiuntivo

6.5 Modo imperativo

6.6 Modo gerundio

6.7 Modo participio


7 La congiunzione
8 L'interiezione
9 Note
10 Bibliografia
11 Voci correlate

11.1 Fonologia e fenomeni correlati

11.2 Sintassi e fenomeni correlati


12 Altri progetti
13 Collegamenti esterni

La grammatica italiana presenta numerose analogie con quelle spagnola, francese,


portoghese e, soprattutto, catalana, con le quali divide la comune appartenenza alla famiglia
delle lingue romanze.
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L'articolo

Per approfondire, vedi la voce Articolo (grammatica).

Si distingue soprattutto tra due tipi: indeterminativi e determinativi. I primi servono ad


indicare un elemento generico di un insieme, i secondi ad indicare un elemento specifico di
un insieme. Gli indeterminativi hanno inoltre la propriet di introdurre un'informazione
nuova (ho visto un cerbiatto), mentre quelli determinativi ne indicano una gi data
(purtroppo il cerbiatto gi sparito).

Articolo indeterminativo

maschile singolare: un, uno (davanti a parole che iniziano per z, gn, x, pn, ps, s
impura, cio s seguita da una consonante, e i semiconsonante nei dittonghi ia, ie, io,
iu)

femminile singolare: una, un' (davanti a parole che iniziano per vocale)

Non esiste una forma plurale vera e propria; per essa si ricorre all'articolo partitivo maschile
(dei, degli) o femminile (delle).
Articolo determinativo

maschile singolare: il, lo (davanti a parole che iniziano per z, gn, x, pn, ps, s impura
ed i semiconsonante; eliso in l' davanti a parole che iniziano per vocale)[1]

femminile singolare: la (eliso in l' davanti a parole che iniziano per vocale)

maschile plurale: i, gli (davanti a parole che iniziano per z,x, gn, ps, s impura o
vocale)

femminile plurale: le

L'elisione di gli davanti a parola che inizia per i, e di le davanti a parola che inizi per e
("gl'individui", "l'erbe") ormai considerata arcaica. Viceversa, nell'uso formale/burocratico,
quanto l'elisione facoltativa, si tende a evitarla, specie se l'articolo l'unica spia del genere
del soggetto (la autista, femminile); tuttavia viene ritenuto innaturale l'uso della forma piena
dell'articolo nello scritto, quando contrasta con l'uso orale.
La scelta dell'articolo effettuata in base al suono iniziale del nome della parola
immediatamente successiva, anche se questa non il sostantivo cui si riferisce, ma un'altra
parte del discorso. La variet di forme di articoli in italiano data dalle caratteristiche di
questa lingua, che pi di altre tende ad evitare il formarsi di gruppi consonantici e vocalici,
per preferire invece una struttura alternata (consonante-vocale-consonante).[2]
Alcuni esempi:
la nostra amica

l'amica

il bello specchio

lo specchio

lo strano comportamento

il comportamento

i piccoli gnomi

gli gnomi

gli stessi problemi

i problemi

uno stupido inconveniente

un inconveniente

il quasi spento zolfo

lo (spento) zolfo

il suo zaino

lo zaino

Alle diverse forme di articolo determinativo corrispondono altrettante varianti dell'aggettivo


dimostrativo quello: quello specchio, quel comportamento, eccetera.
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Nome ed aggettivo

In italiano, l'ordine tra l'aggettivo e il sostantivo non fisso, tuttavia la tendenza quella di
mettere l'aggettivo dopo il nome se questo indica una qualit che caratterizza una cosa
rispetto ad altre. Alcune categorie di aggettivi hanno per un ordine fisso: i colori e le
nazionalit seguono sempre il nome, mentre gli aggettivi possessivi sono posti quasi sempre
prima del nome (tranne che per motivi di enfasi).
Quando c' possibilit di scelta, si mette al secondo posto l'aggettivo se gli si vuole una
funzione distintiva:

una bella casa (aggettivo caratterizza),

una casa bella (l'aggettivo ha la funzione di distinguere la casa rispetto ad altre).

A parit di genere, gli aggettivi e i sostantivi seguono le stesse regole generali per la
formazione del numero. Ovviamente, andando pi in dettaglio ci sono delle differenze, ma in
linea di massima tali regole possono essere riassunte come segue:
Tabella riassuntiva delle desinenze di nomi ed aggettivi

Genere

Singolare

Plurale

Esempio

Maschile

-o

-i

il capello nero, i capelli neri

Femminile

-a

-e

la bella macchina, le belle


macchine

Maschile e femminile

-e

-i

il/la comandante intelligente,


i/le comandanti intelligenti

Nomi maschili e femminili che


terminano per vocale accentata,
o nomi ed aggettivi stranieri non
italianizzati

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il/la manager trendy, i/le


manager trendy
invariabil invariabil
l'universit, le universit
e
e
il momento clou, i momenti
clou

Il nome

Per approfondire, vedi le voci Plurale dei sostantivi nella lingua italiana e Genere dei
sostantivi nella lingua italiana.

Ciascun sostantivo o nome in lingua italiana ha un genere (maschile o femminile) e un


numero (singolare o plurale). Mancano generi come il neutro e numeri come il duale.
Manca, in italiano, anche la declinazione secondo i casi come nel latino. I significati che altre
lingue rendono con la declinazione (caso), in italiano sono resi tramite preposizioni.
Sostantivi privi della forma singolare o della forma plurale vengono detti difettivi (ad
esempio: "le nozze"). Sono detti invariabili quelli le cui forme singolare e plurale sono
identiche.
Le principali desinenze dei nomi sono le seguenti:

maschili in -o, plurale in -i: libro, libri (per lo pi parole maschile della seconda o
della quarta declinazione latina)

maschili in -e, plurale in -i: fiore, fiori (per lo pi parole maschile della terza
declinazione latina)

femminili in -a, plurale in -e: scala, scale (per lo pi parole femminile della prima
declinazione latina)

femminili in -e, plurale in -i: luce, luci (per lo pi parole femminile della terza o della
quinta declinazione latina)

Tra le varie forme che si comportano altrimenti, si ricordano quelle maschili in -a, con plurale
in -i: poeta, poeti (per lo pi parole maschile della prima declinazione latina). Sono
invariabili in italiano i sostantivi che terminano in vocale accentata e quelli di una sola sillaba
(la virt / le virt, il re / i re), i sostantivi (quasi tutti di origine straniera) che terminano in
consonante (il bar / i bar), i sostantivi che terminano in -i non accentata (il bikini / i bikini, la
crisi / le crisi), e diversi altri.[3]
Generalmente, il genere del sostantivo non determinato dal suo significato. Fanno eccezione
a questa regola soprattutto i nomi di persona:

Francesco, Francesca

Il ragazzino, la ragazzina

Il presidente, la presidente (presidentessa)

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L'aggettivo

Gli aggettivi sono le parti del discorso che servono a modificare in qualche modo il
significato di un sostantivo.[4]
[modifica] Aggettivi

qualificativi

L'aggettivo pi comune quello qualificativo, il quale serve a definire la qualit di una cosa o
persona. In italiano, gli aggettivi hanno due generi (maschile e femminile) e due numeri
(singolare e plurale). Concordano per genere e numero col sostantivo a cui si riferiscono. Le
desinenze pi frequenti, molto somiglianti a quelle dei sostantivi, sono raggruppabili in due
classi (derivate direttamente dalle due classi di aggettivi latini):
Classe

genere

desinenza singolare

desinenza plurale

1a

maschile

-o (rosso)

-i (rossi)

1a

femminile

-a (rossa)

-e (rosse)

2a

maschile
femminile

-e (verde)

-i (verdi)

Esistono anche aggettivi invariabili che cio non variano per genere e numero, come ad
esempio alcuni aggettivi di colore (la penna rosa - le penne rosa - il pastello rosa - i pastelli
rosa; idem per "blu"), e le parole straniere (atteggiamento dandy - un gruppo di persone
dandy). Valgono in linea di massima le stesse irregolarit che si riscontrano tra i sostantivi
(cfr. Plurale dei sostantivi nella lingua italiana).
[modifica] Aggettivi

possessivi

persona

maschile
singolare

femminile
singolare

maschile
plurale

femminile
plurale

1a
singolare

mio

mia

miei

mie

2a
singolare

tuo

tua

tuoi

tue

3a
singolare

suo, proprio (1)

sua, propria (1)

suoi, propri (1)

sue, proprie (1)

1a plurale

nostro

nostra

nostri

nostre

2a plurale

vostro

vostra

vostri

vostre

3a plurale

loro, proprio (1)

loro, propria (1)

loro, propri (1)

loro, proprie (1)

(1) forma riflessiva alternativa

La 3a persona singolare anche quella usata nelle forme di cortesia, talvolta scritta usando
l'iniziale maiuscola: "Le consegno il Suo pacco".
A differenza di quanto accade in altre lingue, in italiano l'aggettivo possessivo normalmente
accompagnato da un articolo; tale articolo manca, invece, laddove mancherebbe anche in
assenza del possessivo ( sua abitudine corrisponde quindi a abitudine di X;
diversamente, la sua abitudine corrisponde a l'abitudine di X)
Larticolo si omette davanti ai nomi di parentela preceduti da un aggettivo possessivo che non
sia "loro": (mio padre, tua madre, suo fratello, nostra zia, vostro nipote, ma: il loro padre, la
loro madre ecc.). Vi sono per alcuni nomi di parentela che ammettono larticolo, come per
esempio mamma e pap, che vengono considerati come vezzeggiativi; inoltre, larticolo si
usa quando i nomi di parentela sono al plurale (le mie sorelle), o sono accompagnati da un
attributo (la mia cara moglie), oppure se vengono seguiti dal possessivo ( colpa tua).
Non hanno larticolo alcuni appellativi onorifici quando sono preceduti da forme di cortesia
come sua e vostro (-a): Sua Eccellenza, Sua Maest, Sua Santit, Vostro Onore, Vostra
Altezza, Vostra Signoria...
[modifica] Altri

aggettivi

Per approfondire, vedi le voci Aggettivo dimostrativo, Aggettivo indefinito, Aggettivo


interrogativo ed esclamativo e Aggettivo numerale.

[modifica]

Il pronome

Il pronome sostituisce un sostantivo quando si preferisce evitare una ripetizione nella frase.
Inoltre, pu indicare un oggetto o una persona facilmente identificabile nel contesto (ad
esempio, io). In tal caso, la funzione del pronome deittica.
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Pronomi personali

Per approfondire, vedi la voce Pronome personale in italiano.

I pi noti sono i pronomi personali come soggetto (io, tu, egli ecc.); i pronomi personali
complemento si dividono in atoni (primo esempio) e tonici (secondo):

Mi piace questa musica

A me piace questa musica

I pronomi atoni sono strettamente legati al verbo e vengono generalmente anteposti ad esso
(mi piace) come clitici. Del resto, senza verbo non vengono mai usati. I pronomi tonici (me)
hanno invece una posizione pi libera all'interno della frase e possono essere combinati ad
una preposizione.
Per quanto riguarda la differenza di significato tra pronome atono e tonico, possiamo notare
come regalo a te un libro oppure a te regalo un libro concentrano l'enfasi sul complemento
rispetto a quanto avviene nella struttura pi frequente, ottenuta con l'uso del pronome atono
(ti regalo un libro).[5]

persona soggetto

complement complement complemento


o oggetto
o oggetto
di termine combinazione(1)
forma tonica forma atona forma atona

1a
singolare

io

me

mi

mi

me lo

2a
singolare

tu

te

ti

ti

te lo

3a
egli, lui
singolare (2), esso
(3)
maschile

lui, s (4)

lo, si (4)

gli, si (4)

glielo, se lo(4)

3a
ella, lei
singolare (2), essa
(3)
femminile

lei, s (4)

la, si (4)

le, si (4)

glielo, se lo(4)

1a plurale

noi

noi

ci

ci

ce lo

2a plurale

voi

voi

vi

vi

ve lo

3a plurale
maschile

essi,
loro (2)

loro, s (4)

li, si (4)

gli (2), si (4)

glielo (2), se lo(4)

3a plurale esse,
femminile loro (2)

loro, s (4)

le, si (4)

gli (2), si (4)

glielo (2), se lo(4)

(1) La forma combinata prevede prima la forma del complemento di termine, e poi quella del
complemento oggetto, accordata per numero e genere: me lo, me la, me li, me le; te lo, te la, te li, te le
eccetera. Si ricorda inoltre che il pronome impersonale si, insieme a quello riflessivo, d ci si: ci si
vede domani, va bene?
(2) forma comunemente usata nella lingua parlata
(3) usato per soggetti inanimati
(4) forma riflessiva: cfr "lo vede" = vede un altro / "si vede" = vede s stesso/a

In italiano la forma di cortesia la 3a persona femminile, scritta talvolta con l'iniziale


maiuscola; Lei, Loro: la forma al plurale, usata in contesti molto formali, viene generalmente
sostituita dalla vecchia forma Voi.
A differenza di quanto accade in molte altre lingue (come ad esempio nel francese e
nell'inglese) il pronome personale soggetto in italiano facoltativo e viene normalmente
omesso. Viene espresso esplicitamente quando si desidera enfatizzare il soggetto o quando
occorre risolvere ambiguit davanti a voci verbali identiche (ad esempio, tra le tre persone
singolari del congiuntivo presente). Il francese e l'inglese hanno invece bisogno che il
pronome venga specificato, dato che le forme verbali coniugate a seconda delle diverse
persone presentano forti somiglianze tra di loro.
[modifica]

Altri pronomi

Per approfondire, vedi le voci Pronome dimostrativo, Pronome indefinito, Pronome


interrogativo, Pronome esclamativo, Pronome possessivo e Pronome relativo.

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L'avverbio

Per approfondire, vedi la voce Avverbio.

Gli avverbi hanno la stessa funzione degli aggettivi ma non si riferiscono ai nomi. Sono legati
primariamente ai verbi (di qui il loro nome), ma possono riferirsi anche ad un aggettivo
oppure ad un altro avverbio. Gli avverbi sono invariabili rispetto al genere ed al numero:
(esempi: presto, prima, male).
Molti avverbi vengono derivati dagli aggettivi (stranostranamente). Altri costituiscono
parole a s stanti (presto, qui, adesso, avanti, poco, forse). Alcuni avverbi hanno la stessa
funzione sintattica delle preposizioni: durante la cena; davanti all'automobile; prima di
pranzo).
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La preposizione

Per approfondire, vedi la voce preposizione.

Le preposizioni sono una parte del discorso che serve a chiarire la natura di un complemento
nella frase semplice o, talvolta, di una subordinata all'interno del periodo. Sono normalmente
considerate come preposizioni in italiano di, a, da, in, con, su, per, tra, fra; anche degli
avverbi come sopra e sotto possono fare da preposizioni in alcuni casi.
Le preposizioni possono anche essere unite agli articoli determinativi, e formare le
preposizioni articolate (le altre si dicono anche semplici). Non tutte le combinazioni tra
preposizione e articolo sono ammesse, come si pu vedere dalla tabella sottostante (le forme
in corsivo sono di uso raro):

il

lo

la

gli

le

di

del

dello

della

dei

degli

delle

al

allo

alla

ai

agli

alle

da

dal

dallo

dalla

dai

dagli

dalle

in

nel

nello

nella

nei

negli

nelle

con

col

collo

colla

coi

cogli

colle

su

sul

sullo

sulla

sui

sugli

sulle

per

pel

pei

Combinazioni come pel, pei, frai e simili non sono pi in uso dalla prima met del 1900;
anche l'uso delle preposizioni articolate formate da con e articolo desueto e considerato dai
pi un errore.
il

lo

la

gli

le

di

del

dello

della

dei

degli

delle

al

allo

alla

ai

agli

alle

da

dal

dallo

dalla

dai

dagli

dalle

in

nel

nello

nella

nei

negli

nelle

con

col

su

sul

sugli

sulle

coi
sullo

sulla

sui

per

[modifica]

Il verbo

I verbi in italiano si coniugano per persona (1a, 2a o 3a) e per numero (singolare o plurale) del
soggetto, per tempo (presente, passato, futuro), per modo (indicativo, congiuntivo,
condizionale, imperativo, infinito, gerundio e participio) e talvolta per genere (maschile o
femminile) del soggetto o dell'oggetto. A differenza di altre lingue (ad esempio dell'inglese o
del francese) non obbligatorio porre prima del verbo il pronome personale soggetto dato che

le desinenze tra le diverse persone utilizzate nella coniugazione solo raramente permettono
ambiguit.
I verbi italiani si raggruppano in tre gruppi principali per quanto riguarda la coniugazione.
I tempi possono essere semplici o composti, questi ultimi sono tempi formati da un verbo
ausiliare (coniugato per persona, numero e modo) seguito dal participio passato del verbo.

Il verbo ausiliare essere per la maggior parte dei verbi intransitivi.

Il verbo ausiliare avere nelle frasi attive quando il verbo transitivo, e per molti
verbi intransitivi.

Il verbo ausiliare essere nelle frasi passive, il quale:


o pu essere sostituito da venire (coniugato nei soli tempi semplici) per
enfatizzare l'azione
o viene sostituito da andare quando la frase esprime un obbligo od una
prescrizione

Infine, l'ausiliare essere si usa per i tempi composti delle frasi al riflessivo.

Nel caso di tempi composti, il participio pu essere accordato:

quando il complemento oggetto costituito da un pronome atono, con il genere e il


numero di questi (es. Guido li ha visti uscire assieme ieri; Giulia, lavati le mani! S,
me le sono gi lavate);

negli altri casi in cui l'ausiliare essere, con il genere e il numero del soggetto. (es.
La cena stata servita alle otto in punto; Mi sono lavata le mani);

mentre invariante negli altri casi (es. Hanno servito la cena alle otto in punto).
La forma di cortesia quella della 3a persona singolare; la stessa forma usata per il pronome
impersonale si.
[modifica]

Modo infinito

L'infinito la forma del verbo che si trova nei dizionari, e ne distingue l'appartenenza ad una
delle tre coniugazioni a seconda della desinenza:

1a coniugazione: -are

2a coniugazione: -ere

3a coniugazione: -ire

Questo modo impersonale (non si coniuga per persona o numero).


Ha due tempi:

presente

passato, composto mediante infinito presente dell'ausiliare + participio passato

usato in forma sostantivata per esprimere l'azione descritta dal verbo: "leggere bello"
spesso usato nelle proposizioni subordinate (causali, finali, relative) quando il soggetto lo
stesso della proposizione principale: "ho corso per arrivare in tempo" = ho corso affinch io
arrivassi in tempo (non usata), ma "ho corso affinch tu arrivassi in tempo".
Si pu usare per sostituire una proposizione relativa con un'oggettiva: "vedo gli uccelli
volare" = "vedo gli uccelli che volano"; in tal caso il soggetto della subordinata viene
declinato all'accusativo "vedo lui che vola" = "lo vedo volare".
In tutti questi casi, il tempo utilizzato dipende se si vuole esprimere un'azione contemporanea
(infinito presente) o anteriore (infinito passato) rispetto alla proposizione principale.
Si usa inoltre come alternativa all'imperativo nel dare istruzioni.
Si usa infine, preceduto da non, come negazione della seconda persona singolare
dell'imperativo presente.
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Modo indicativo

L'indicativo si usa per esprimere condizioni oggettive, stati di fatto, affermazioni. Prevede
quattro tempi semplici:

presente, usato per un'azione contemporanea isolata o abituale, o per un'intenzione per
l'immediato futuro;

imperfetto, usato per un'azione in un tempo indeterminato nel passato e considerata


durante il corso del suo svolgimento;

passato remoto, usato per un'azione in un tempo passato solitamente lontano nel
tempo e genericamente terminata

futuro semplice, usato per un'azione spesso situata un futuro generico o comunque
come forma che indica delle supposizioni, anche sul presente[6]

ciascuno dei quali d vita ad un tempo composto mediante ausiliare coniugato + participio
passato (pp): e quattro tempi composti:

passato prossimo (presente+pp), usato per un'azione in un tempo passato e considerata


come compiuta (similmente al passato remoto, ma pi usato di quest'ultimo);

trapassato prossimo (imperfetto+pp), usato per indicare l'anteriorit temporale di un


avvenimento rispetto ad un momento del passato;

trapassato remoto (passato remoto+pp), usato per un'azione avvenuta in un tempo


antecedente ad un'azione espressa col passato remoto:

futuro anteriore (futuro semplice+pp), usato per un'azione generica in un tempo futuro
antecedente ad un'azione futura, oppure per indicare una supposizione su un evento
gi compiuto al momento dell'enunciazione.

Tempo presente
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire*
io

-o

-o

-o / -isco

tu

-i

-i

-i / -isci

lui, lei

-a

-e

-e / -isce

noi

-iamo

-iamo

-iamo

voi

-ate

-ete

-ite

loro

-ano

-ono

-ono / -iscono

* I verbi delle terza coniugazione che ammettono, tra radice e desinenza, l'interfisso -iscvengono detti, forse impropriamente, verbi incoativi per analogia coi verbi latini che
ammettevano il suffisso -sco con, invece, effettivo valore incoativo, ovvero d'indicare lo stato
d'inizio o d'avvio dell'azione suggerita dalla radice verbale. Nei verbi italiani che ammettono
l'aggiunta di -isc-, tale infisso non ha alcun valore semantico, e non modifica quindi il
significato originario del verbo che rimane sempre lo stesso, anche quando ammette entrambe
le forme con e senza; dire, infatti, io nutro o io nutrisco assolutamente equivalente, e la
forma io nutrisco non assume affatto il valore incoativo di "io inizio a nutrire", valore che
deve essere, infatti, suggerito attraverso il ricorso di un verbo fraseologico "... inizio a ...".
Tempo imperfetto
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire
io

-avo

-evo

-ivo

tu

-avi

-evi

-ivi

lui, lei

-ava

-eva

-iva

noi

-avamo

-evamo

-ivamo

voi

-avate

-evate

-ivate

loro

-avano

-evano

-ivano

Tempo passato remoto


-are
es.
parlare

-ere
es. vendere

-ire
es. dormire /
capire

io

-ai

-ei, -etti(1)

-ii

tu

-asti

-esti

-isti

lui,
lei

-, -ette(2)

noi

-ammo

-emmo

-immo

voi

-aste

-este

-iste

loro

-arono

-erono, -ettero(3)

-irono

(1) per molti verbi della seconda coniugazione la desinenza -i, ma cambia la radice del
verbo. (cadere > caddi; scrivere > scrissi; tenere > tenni; etc.)
(2) per molti verbi della seconda coniugazione la desinenza -e, ma cambia la radice del
verbo. (cadere > cadde; scrivere > scrisse; tenere > tenne; etc.)
(3) per molti verbi della seconda coniugazione la desinenza -ero, ma cambia la radice del
verbo. (cadere > caddero; scrivere > scrissero; tenere > tennero; etc.)
Tempo futuro semplice
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire
io

-er

-(e) r

-ir

tu

-erai

-(e) rai

-irai

lui, lei

-er

-(e) r

-ir

noi

-eremo

-(e) remo

-iremo

voi

-erete

-(e) rete

-irete

loro

-eranno

-(e) ranno

-iranno

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Modo condizionale

Il condizionale si usa per esprimere eventi e situazioni subordinate a condizioni e a seguito di


proposizioni ipotetiche introdotte da se + congiuntivo. Ha due tempi: uno semplice, il
condizionale presente, e uno composto, il condizionale passato, formato dal condizionale
presente del verbo ausiliare unito al participio passato del verbo; ad esempio, "io avrei
parlato, io sarei caduto".
Tempo presente
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire
io

-erei

-erei

-irei

tu

-eresti

-eresti

-iresti

lui, lei

-erebbe

-erebbe

-irebbe

noi

-eremmo

-eremmo

-iremmo

voi

-ereste

-ereste

-ireste

loro

-erebbero

-erebbero

-irebbero

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Modo congiuntivo

Il congiuntivo si usa solitamente nelle proposizioni subordinate per esprimere ipotesi o dubbi
nei casi in cui la subordinata retta da congiunzioni quali "che", "se", "perch", "affinch".
Ci sono due forme semplici di tempo:

presente, usato per un'azione contemporanea ad una espressa dall'indicativo presente o


futuro

imperfetto, usato per un'azione contemporanea ad una espressa da un tempo passato


dall'indicativo, per un'azione passata ma continuata o non terminata rispetto ad una
espressa dall'indicativo presente, o nel periodo ipotetico dell'irrealt o impossibilit.

che danno forma a due ulteriori tempi composti con l'ausiliare coniugato e il participio
passato:

passato (presente+pp), usato per un'azione passata e terminata rispetto ad una espressa
dall'indicativo presente o futuro

trapassato (imperfetto+pp), usato per un'azione passata rispetto ad una espressa da un


tempo passato dell'indicativo, o nel periodo ipotetico del terzo tipo

Nei casi in cui il congiuntivo manca, si usa:

l'indicativo futuro semplice, quando l'azione futura rispetto ad un'azione presente o


futura

l'indicativo futuro anteriore, quando l'azione futura rispetto ad un'azione presente o


futura ma antecedente ad un'altra azione futura

il condizionale passato, quando l'azione futura rispetto ad un'azione passata

Tempo presente
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire
io

-i

-a

-a / -isca

tu

-i

-a

-a / -isca

lui, lei

-i

-a

-a / -isca

noi

-iamo

-iamo

-iamo

voi

-iate

-iate

-iate

loro

-ino

-ano

-ano / -iscano

Tempo imperfetto
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire

io

-assi

-essi

-issi

tu

-assi

-essi

-issi

lui, lei

-asse

-esse

-isse

noi

-assimo

-essimo

-issimo

voi

-aste

-este

-iste

loro

-assero

-essero

-issero

Uso dei tempi del congiuntivo


Per approfondire, vedi la voce Concordanza dei tempi.

La grammatica ha ereditato dalla grammatica latina, sia pure con delle differenze, la
consectio tmporum, cio un insieme di norme che regolano il rapporto tra i tempi e i modi
di una frase principale (o sovraordinata) e della frase subordinata per esprimere il rapporto di
contemporaneit, anteriorit, e posteriorit. Questo sistema di regole viene descritto qui con
l'esempio della subordinata al congiuntivo.
Per esprimere contemporaneit nel presente (la frase principale usa un tempo presente o
futuro) si usa il congiuntivo presente:

"Credo (penser) che la via sia diritta".

Per esprimere contemporaneit nel passato (la frase principale usa il tempo imperfetto o
passato remoto) si usa il congiuntivo imperfetto:

"Credevo che la via fosse dritta".

Per esprimere anteriorit al presente la frase subordinata deve avere il verbo al congiuntivo
passato:

"Penso che il servizio sia stato buono".

Per esprimere anteriorit al passato la frase subordinata deve avere il verbo al congiuntivo
trapassato:

"Pensavo che il servizio fosse stato buono".

Per esprimere posteriorit, dato che il congiuntivo non ha tempo futuro, si utilizza il futuro
dell'indicativo:

"Immagino che d'ora in poi il bimbo sar buono".

La posteriorit pu essere indicata anche con il condizionale passato nel caso che il tempo
principale sia all'imperfetto:

"Immaginavo che il bimbo sarebbe stato buono con un gioco".

Analoghe regole valgono per la scelta dei tempi dell'indicativo nella frase subordinata.
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Modo imperativo

L'imperativo si usa per formulare esortazioni. Rifiuta sempre il pronome personale soggetto.
-are
es.
parlare

-ere
es.
vendere

-ire
es. partire /
capire

tu pers. sing.

-a

-i

-i /-isci

egli pers.
sing.

-i

-a

-a/ -isca

noi pers.
plur.

-iamo

-iamo

-iamo

voi plur.

-ate

-ete

-ite

loro.

-ino

-ano

-ano / -iscano

Per la prima persona plurale (noi), le forme coincidono con quelle del presente indicativo e
vengono di solito considerate a tutti gli effetti come forme dell'imperativo.[3] Per la terza
persona, invece, viene usata la corrispondente voce del congiuntivo (congiuntivo esortativo).
Quando seguito da pronome complemento oggetto, questo pu assumere la forma enclitica
atona -mi, -ti, -lo, -la, -ci, -vi, -li, -le (es. "guardami!" = "guarda me!"); quando seguito da
pronome complemento di termine, questo pu assumere la forma enclitica atona -mi, -ti, -gli,
-le, -ci, -vi (es. "consegnami il libro!" = "consegna a me il libro!").
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Modo gerundio

Il gerundio si usa con il verbo "stare" per la costruzione di frasi progressive ("sto andando a
Roma", quindi sono in viaggio), oppure al posto di una frase subordinata temporale o causale
("vedendo il sole, usc). Esiste il gerundio presente, un tempo semplice, e il gerundio
passato, tempo composto formato dal gerundio presente dell'ausiliare e dal participio passato
del verbo: "avendo parlato - essendo caduto".
A volte nel gerundio passato l'ausiliare omesso, e rimane il solo participio passato con la
stessa funzione del gerundio, ed impersonale come l'infinito.

-are
es. parlare

-ere
es. vendere

-ire
es. partire / capire

-ando

-endo

-endo

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Modo participio

Il participio presente la forma che esprime un soggetto nell'atto o nella qualifica di chi
compie l'azione: "il quorum raggiunto se si recano a votare la maggioranza degli aventi
diritto al voto". variabile per numero.
indicata come participio passato la forma usata principalmente per la costruzione dei tempi
composti.[3] Viene inoltre usato come aggettivo per descrivere la persona o la cosa avente
ricevuto un'azione: "i piatti lavati vengono quindi asciugati" = "i piatti che sono stati lavati
vengono quindi asciugati" o "i piatti, dopo essere stati lavati, vengono quindi asciugati"; in
quest'ultimo caso declinato come un aggettivo.
-are
-ere
-ire
es. parlare es. vendere es. dormire / capire
presente

-ante

-ente

-ente / -iente

passato

-ato

-uto

-ito

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La congiunzione

Per approfondire, vedi la voce congiunzione (grammatica).

Le congiunzioni uniscono tra di loro due parti di una stessa proposizione (io e te), oppure due
frasi (vado e torno), spesso la frase principale e la subordinata. Si tratta di parti invariabili del
discorso, come anche gli avverbi.[7]
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L'interiezione

Per approfondire, vedi la voce interiezione.

Le interiezioni, che denotano l'espressione affettiva del parlante nel contesto, sono parti
invariabili del discorso che spesso variano per sfumature di significato, e che non svolgono
un particolare ruolo nel costrutto della frase (ah, oh, ahi, ehi...). Spesso sono derivate da altre
parti del discorso (povero me!).

S complicata

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


(Reindirizzamento da S impura)

Nella grammatica italiana, la locuzione S complicata (o s impura o preconsonantica) indica


genericamente il caso grafico in cui la lettera S precede, all'interno della stessa parola,
un'altra lettera consonantica; ad esempio:

scoglio - a inizio parola

maestra - in mezzo alla parola

dubbio, invece, se sia legittimo parlare di s complicata, nei casi in cui, oltre a precedere una
consonante, appartiene addirittura a gruppo grafemico ben preciso, dove perde il suo valore
fonologico originario ([s] o [z]) per concorrere a indicare il suono [], nei casi SC e SCI,
infatti in questo caso il valore "autonomo" della lettera s scompare del tutto.
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Fonologia, grafica e grammatica

Il concetto della s impura piuttosto aspecifico, non ha fondamento su basi teoriche che non
siano prettamente consuetudinarie.
In fonologia non corrisponde ad alcun fenomeno fonetico [1]ed quindi un concetto
prettamente grammaticale, individuato su basi puramente grafiche, utilizzato per sintetizzare
diverse convenzioni e regole grammaticali o ortografiche, pur trovando in alcune di esse una
giustificazione a livello fonologico. Contrariamente agli insegnamenti scolastici, la S di
questi casi appartiene fonologicamente alla sillaba che la precede:
[s]
scoglio si pronuncia /s.k.o/
maestra si pronuncia /ma.s.tra/
e questo in parte giustifica anche la regola grammaticale che vuole che prima della esse
impura gli articoli maschili debbano essere non il e un, ma lo e uno per non violare la
naturale ritmica dell'italiano.
lo scoglio /lo_s.k.o/
uno scoglio /u.no_s.k.o/
Anticamente, non potendosi modificare sempre la parola precedente, si usava lo stratagemma
stilistico della i prostetica.
Da un punto di vista grammaticale invece, la s impura rappresenta un concetto chiave per
semplificare e sintetizzare determinate regole ortografiche; nella sillabazione per l'"andare a
capo" la regola usata, per esempio, affermando che appunto la s impura fa sempre parte
della sillaba che segue, ragion per cui si possono avere divisioni del tipo sco-glio o ma-estra con la s che deve sempre essere messa a capo.[2].
In questo caso la regola non pone problemi neanche quando indica il fono [] nei composti

SC e SCI in quanto, sempre per un'altra convenzione ortografica, i digrammi e trigrammi non
si dividono. La regola della s impura quindi si rivela come un mezzo di sintesi per la
sillabazione senza dover specificare troppi casi particolari.
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Note

1. ^ Ad esso non corrisponde neppure un fonema specifico in quanto la lettera S individua due
fonemi solitamente complementari: la s sorda e quella sonora, in quanto in italiano la
consonante fricativa alveolare tende ad acquisire il tratto sonoro del fonema che segue
2. ^ Fa eccezione il caso della doppia ss, dove, per un'altra regola della sillabazione italiana,
le doppie si dividono tra le sue sillabe. Cos, per esempio, sasso si sillaba in sas-so

Prima coniugazione
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

In italiano, la prima coniugazione verbale quella dei verbi aventi l'infinito in -are, erede
della prima coniugazione latina. la coniugazione col maggior numero di verbi e col minor
numero di irregolari (soltanto quattro di base: andare, dare, fare, stare, e i derivati), e l'unica
tuttora produttiva per la formattazione dei neologismi.

Indice
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1 Coniugazione
1.1 Particolarit della coniugazione

2 Varianti desinenziali antiche o poetiche


3 Note
4 Bibliografia
5 Voci correlate
6 Collegamenti esterni

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Coniugazione

Indicativo

Present Imperfett
e
o

Condizional Imperativ
e
o

Congiuntivo

Passat Futuro
Present Imperfett
o
semplic
e
o
remoto
e

Presente

io parl-o*

parl-vo

parl-i parl-er parl-i*

parl-ssi

parl-eri

tu parl-i*

parl-vi

parlsti

parl-eri parl-i*

parl-ssi

parl-ersti

parl-a*

egl
parl-a*
i

parl-va

parl-

parl-er parl-i*

parl-sse

parl-erbbe

parl-i*

parlavmo

parlmmo

parlermo

parlimo

parlssimo

parl-ermmo parl-imo

voi parl-te parl-avte

parlste

parlerte

parl-ite parl-ste

ess parli ano*

parlrono

parlernno

parlino*

noi

parlimo

parl-vano

parl-erste

parl-te

parl-ssero parl-erbbero parl-ino*

* Sulle voci rizotoniche non stato segnalato l'accento poich impredicibile, potendo cadere su qualsiasi sillaba
della radice a seconda del verbo.

Infinito

Participio

Gerundio

Presente

parl-re

parl-nte

parl-ndo

Passato

avere parlato

parl-to

avendo parlato

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Particolarit della coniugazione

Per i verbi in -gnare (sognare), la tradizione grammaticale ammette una doppia grafia
nelle voci rizoatone con desinenze inizianti per i- (4^ persona dell'ind. pres., e 4^ e 5^
del cong. pres.): una con -i- (sognimo), e una senza (sognmo); anche se la prima
rimane la scelta pi caldeggiata dalle grammatiche e dai linguisti per una questioni di
omogeneit delle desinenze, pur essendo la -i-, in questo caso, un semplice segno
diacritico.

I verbi in -care (stancare) a -gare (negare) mantengono il valore velare (/k/ e /g/)
della loro consonante radicale per tutta la coniugazione, perci prendono il diacritico
-h- davanti alle desinenze inizianti per i- (stanchiamo) e per e- (negher).

I verbi in -ciare (cacciare) a -giare (mangiare) perdono di regola la -i-, che abbia
soltanto valore diacritico, davanti alle desinenze inizianti per e- (cacc-er; mangerebbe)[1]; l'unica reale eccezione il verbo sciare, dove la i sempre valore fonologico,
venendo effettivamente pronunciata in tutta la coniugazione: scier (/ie'r/), scierai
(/ie'rai/), ecc.

I verbi in -gliare perdono la -i- della radice con le con desinenze inizianti per i-.

I verbi in -iare (inviare; annaffiare) davanti a desinenze inizianti per i-, perdono
sempre la -i- radicale nelle voci rizoatone (4^ persona dell'ind. pres., e 4^ e 5^ del
cong. pres.): inv-imo, (che) voi iniz-ite .
Nelle voci rizotoniche (2^ persona dell'ind. pres., e 1^, 2^, 3^ e 6^ del cong. pres.) il
comportamento varia: se la -i- tonica si mantiene (invi, che egli invi, che essi
invino), se atona si perde (tu annff-i, che egli annff-i, che essi innff-ino)[2].

I verbi in -eare (creare) presentano una doppia -ee- in tutte le voci del futuro semplice
e del condizionale presente, per la compresenza della e radicale a fianco di quella
desinenziale: creer, creerebbe.

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Varianti desinenziali antiche o poetiche

Indicativo

Presente: tra le desinenze arcaiche riscontrabili nel fiorentino si possono ricordare


(tu) ame, (noi) amamo o amano, (essi) amono.

Imperfetto: antica e in uso fino io amava.

Passato remoto: diffuso in poesia fino all'Ottocento l'arcaico (essi) amaro; arcaici
(egli) amoe o amae .

Futuro: antiche le desinenze con vocale tematica: amar, -arai, -ar, ecc; arcaiche e
rare le forme: (io) ameroe o ameraggio o amerabbo, (egli) amerae.

Congiuntivo

Presente: arcaiche le forme originarie: (io) ame, (egli) ame',

Imperfetto: antica la forma poetica (io) amasse; e solo antiche le forme (egli) amasse,
(essi) amassono o amassino o amasseno.

Condizionale

Presente: antiche le desinenze con vocale tematica amarei, -aresti -arebbe; arcaico:
(essi) amerebbono anche poetico amerieno (-arieno); poetiche le forme (io) ameria,
(egli) ameria, (essi) ameriano.

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Note

1. ^ Esiste, teoricamente, la possibilit che la -i- venga mantenuta nelle scritture pi sofisticate,
nei verbi dove ha fondamento etimologico:
annunciare, associare, commerciare, consociare, contagiare, cruciare, denunciare,
dissociare, effigiare, elogiare, emaciare, enunciare, inficiare, officiare, plagiare, prestigiare,
privilegiare, rinunciare, sfiduciare.
(Ricerca termini con *[cg]iero sul DOP)
2. ^ Nelle scritture pi sofisticate, la -i- radicale, se ha fondamento etimologico, pu essere
mantenuta a fianco di quella desinenziale in una grafia latineggiante (tu stdii), nei seguenti
verbi:
abbreviare, affiliare, aliare, alleviare, alluminiare, ammaliare, amnistiare, ampliare,
angariare, angustiare, ansiare, appodiare, appropriare, asfissiare, assediare, attediare,
avariare, calunniare, cariare, centuriare, commissariare, compendiare, conciliare, coniare,
contrariare, copiare, decuriare, defeliare, dilaniare, diluviare, domiciliare, encomiare,
escomiare, escoriare, esfogliare, esiliare, espatriare, espropriare, estasiare, falcidiare,
fastidiare, fotocopiare, gloriare, incendiare, incipriare, indemaniare, indemoniare, inebriare,
infuriare, ingiuriare, insediare, insidiare, intarsiare, inventariare, invidiare, irradiare,
istoriare, materiare, mediare, miniare, mobiliare, odiare, palliare, parodiare, perfidiare,
preludiare, premiare, presidiare, principiare, proemiare, provebiare, radiare, raumiliare,
riconciliare, rimediare, rimpatriare, ripudiare, salariare, salmodiare, seriare, spropriare,
stipendiare, studiare, sussidiare, tediare, testimoniare, tripudiare, umiliare, variare. (vedi sul
DOP)
La doppia -ii atona della grafia latineggiante con in fine di parola pu essere contratta, come
avviene per nei sostantivi, e sostituita quindi da un circonflesso -

Seconda coniugazione
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

In italiano, la seconda coniugazione verbale quella dei verbi aventi l'infinito in -ere e -rre
(per sincope delle penultima vocale), erede della seconda e terza coniugazione latina.
Contiene all'incirca un migliaio di verbi a lemma nei dizionari, nonch la stragrande
maggioranza dei verbi irregolari.

Indice
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1 Coniugazione
1.1 Particolarit della coniugazione

2 Varianti desinenziali antiche o poetiche


3 Bibliografia
4 Voci correlate
5 Collegamenti esterni

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Coniugazione
Indicativo

Present Imperfett
e
o

Passato
remoto

Congiuntivo
Futuro
Present Imperfett
semplic
e
o
e

Condiziona Imperativ
le
o

Presente

io tem-o* tem-vo

tem-i/tti tem-er tem-a* tem-ssi

tem-eri

tu tem-i*

tem-vi

tem-sti

tem-ersti

tem-i*

egl
tem-e*
i

tem-va

tem-/tte tem-er tem-a* tem-sse

tem-erbbe

tem-a*

temevmo

tem-mmo

noi

temimo

voi tem-te tem-evte tem-ste

ess temi ono*

tem-eri tem-a* tem-ssi

temermo

temimo

temerte

tem-ite tem-ste

tem-erste

tem-te

temano*

temerbbero

tem-ano*

temtemtem-vano rono/tter
ernno
o

temssimo

temssero

tem-ermmo tem-imo

* Sulle voci rizotoniche non stato segnalato l'accento poich impredicibile, potendo cadere su qualsiasi sillaba
della radice a seconda del verbo.

Infinito

Participio

Gerundio

Presente

tem-re

tem-nte

tem-ndo

Passato

avere temuto

tem-to

avendo temuto

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Particolarit della coniugazione

I verbi in -(s)cere e -gere mutano il valore fonologico della -c- e della -g- a seconda
dalla vocale desinenziale in conformit con le regole ortografiche, quindi con
pronuncia // (o //) e // davanti a i- e e-, e /k/ (o /sk/) e /g/ (vinc-o, cresc-a, piangono)davanti a a- e o-; ma non davanti a u- perch in -(s)cere prendono il diacritico -imantenendo intatta pronuncia (cresc-i-uto).

Tutti i verbi in -ngere ammettano una variante antica e/o popolareggiante in -gn- //
(permutazione del -ng-) nelle voci con desinenze inizianti in e- e i- (piagn-erai,
dipign-iamo).

Per tutti i verbi in -gnere (ormai soltanto il verbo spegnere) o tutti quelli che nella
coniugazione possono mutare in -gn- // la tradizione grammaticale ammette una
doppia grafia con le desinenze inizianti per i- (4^ persona dell'indicativo presente, e
4^ e 5^ del congiuntivo presente): una con -i- (spegn-iamo), e una senza (spegn-amo).
Tuttavia la prima scelta rimane la pi caldeggiata dalle grammatiche e dai linguisti per
questioni di omogeneit con le altre coniugazioni e soprattutto per la possibilit di
permutazione del -gn-, pur essendo la -i- un semplice segno diacritico.

I verbi in -iere perdono sempre la -i- davanti alle desinenze inizianti per i- (compiamo).

Il passato remoto alla 1^, 3^ e 6^ persona vede concorrere due desinenze -ei e -etti, le
quali possono essere entrambe in uso, magari con una maggiore preferenza per una
forma sola, oppure mutuamente escludentisi. In genere si notato che i verbi con -t
nella radice si coniugano preferibilmente con la desinenza in -ei, mentre gli altri con
-etti, ma non una regola assoluta, vedi il passato insistetti; inoltre, a fianco di queste
forme deboli (definite deboli perch rizoatone), nei verbi irregolari esistono spesso
delle forme forti (rizotoniche) largamente pi in uso e diffuse.

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Varianti desinenziali antiche o poetiche

Indicativo

Presente: tra le desinenze arcaiche riscontrabili nel fiorentino si possono ricordare,


(noi) tememo.

Imperfetto: antica e in uso fino all'Ottocento (io) temeva, da cui sincope poetica (io)
temea parimente alle altre: (tu) temei, (egli) temea, (noi) temeamo, (essi) temeano
(arcaica (essi) temieno), non tutte egualmente frequenti.

Passato remoto: in poesia: (io) teme' elisione di temei, (egli) temeo per tem, temero
per temerono; arcaico (egli) temettono per temettero.

Futuro: arcaiche e rare le forme: (io) temeroe o temeraggio o temerabbo, (egli)


temerae.

Congiuntivo

Presente: arcaiche le forme originarie: (tu) teme; antico e in uso sino all'Ottocento (tu)
temi, (essi) temino;

Imperfetto: antica la forma poetica (io) temesse; e solo antiche le forme (egli) temessi,
(essi) temessono o temessino o temesseno.

Condizionale

Presente: arcaico: (essi) temerebbono anche poetico tenerieno; poetiche le forme (io)
temeria, (egli) temeria, (essi) temeriano.

Terza coniugazione
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

In italiano, la terza coniugazione verbale quella dei verbi aventi l'infinito in -ire, erede
della quarta coniugazione latina. Contiene all'incirca un migliaio di verbi a lemma nei
dizionari di cui la stragrande maggioranza incoativi, cio verbi che formano regolarmente la
coniugazione con l'aggiunta dai un infisso in alcune voci verbali.

Indice
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1 Coniugazione
o

1.1 Particolarit della coniugazione

1.2 Participi in -iente


2 Varianti desinenziali antiche o poetiche

3 Note
4 Bibliografia
5 Voci correlate
6 Collegamenti esterni

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Coniugazione
Indicativo

Present Imperfett
e
o

Condizional Imperativ
e
o

Congiuntivo

Passat Futuro
Present Imperfett
o
semplic
e
o
remoto
e

Presente

io serv-o* serv-vo

serv-i serv-ir serv-a* serv-ssi

serv-iri

tu serv-i*

serv-vi

servsti

serv-iri serv-a* serv-ssi

serv-irsti

serv-i*

egl
serv-e* serv-va
i

serv-

serv-ir serv-a* serv-sse

serv-irbbe

serv-a*

servmmo

servirmo

servimo

serv-irmmo serv-imo

voi serv-te serv-ivte

servste

servirte

serv-ite serv-ste

ess servi ono*

servrono

servirnno

servano*

noi

servimo

servivmo

serv-vano

servssimo

serv-irste

serv-te

serv-ssero serv-irbbero serv-ano*

* Sulle voci rizotoniche non stato segnalato l'accento poich impredicibile, potendo cadere su qualsiasi sillaba
della radice a seconda del verbo.

Infinito

Participio

Gerundio

Presente

serv-re

serv-nte

serv-ndo

Passato

avere servito

serv-to

avendo servito

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Particolarit della coniugazione

Buona parte dei verbi della terza coniugazione, chiamati tradizionalmente verbi
incoativi sono verbi che nelle voci altrimenti rizoatone (1^,2^, 3^ e 4^ persone del
presente indicativo e congiuntivo) presentano l'infisso -isc- tra radice e desinenza
verbale (ader-isc-o, ammorbid-isc-ano); alcuni verbi presentano regolarmente
entrambe le forme (ment-o e ment-isc-o), ambedue regolari, generalmente con
dominanza nell'uso di una delle due, o talvolta con specializzazione nel significato
(parto (mi allontano); partisco (divido)).

Non esiste una regola per stabilire quali verbi richiedano l'infisso -isc-, tuttavia i verbi
in -(c)hire, -cire, -gire e -glire (gli unici che presenterebbero problemi nel coniugare
le voci rizoatone avendo vocali diverse da i- e e-) sono incoativi, ad eccezione di
cucire, fuggire, (ri)uscire, e i rispettivi derivati:
- cucire mantiene inalterato il valore della -c- ([]) in tutta la coniugazione,
aggiungendo una -i- diacritica nelle voci rizoatone (cuc-i-o, cuc-i-ano).
- fuggire muta la pronuncia della -g- in [g] nelle voci rizoatone (fugg-o, fugg-ano),
adattandola secondo le regole ortografiche.
- (ri)uscire verbo irregolare.

Per i verbi in -gnire la tradizione grammaticale ammette una doppia grafia nelle voci
rizoatone con desinenze inizianti per i- (4^ persona dell'indicativo presente, e 4^ e 5^
del congiuntivo presente): una con -i- (insignimo), e una senza (insignmo); anche se
la prima rimane la scelta pi caldeggiata dalle grammatiche e dai linguisti per una
questione d'omogeneit delle desinenze, pur essendo la -i-, in questo caso, un
semplice segno diacritico.

Il participio presente di alcuni verbi presente una desinenza latineggiante in -iente


(sapiente) che talvolta convive accanto a quello semplice (dormente e dormiente)
oppure specializzato unicamente come aggettivo participiale (saliente).

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Verbo

Participi in -iente
Participio
latineggiante

participio
regolare

Esistendo anche la variante adempiere, il


participio pu essere anche considerato come
una forma regolare di quest'ultimo

adempire adempiente

dormire

dormiente

empire

empiente

Note

dormente
Esistendo anche la variante empiere, il
participio pu essere anche considerato come
una forma regolare di quest'ultimo

esaurire

esauriente

finire

finiente

finente

impedire impediente

impedente

lenire

leniente

lenente

nutrire

nutriente

nutrente

partorire

partoriente

percepire percepiente

percepente

progredir
progrediente
e

progredente

riempire

riempiente

salire

saliente

salente

scaturire

scaturiente

scaturente

seppellire seppelliente
ubbidire

ubbidiente

udire

udiente

venire

veniente

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Solo d'uso letterale finiente

Solo d'uso letterale scaturiente

seppellente
Anche obbediente < obbedire
udente
Presente anche in tutti i verbi derivati

Varianti desinenziali antiche o poetiche

Indicativo

Presente: tra le desinenze arcaiche riscontrabili nel fiorentino si possono ricordare,


(noi) servimo.

Imperfetto: antica e in uso fino all'Ottocento (io) serviva, da cui sincope poetica (io)
servia , (egli) servia, (essi) serviano (arcaica (essi) servieno).

Passato remoto: in poesia: (io) serv, (egli) servio per tem, (essi) serviro.

Futuro: arcaiche e rare le forme: (io) serviroe, (egli) servirae.

Congiuntivo

Presente: arcaiche le forme originarie: (tu) serve; antichi e in uso sino all'Ottocento
(tu) servi, (essi) servino;

Imperfetto: antica la forma poetica (io) servisse; e solo antiche le forme (egli) servissi,
(essi) servissono o servissino o servisseno.

Condizionale

Presente: arcaico: (essi) servirebbono anche poetico servirieno; poetiche le forme


(io) serviria, (egli) serviria, (essi) serviriano.

Proposizione subordinata
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Una proposizione subordinata una proposizione che dipende da un'altra proposizione.
Non ha un'autonomia sintattica (se considerata da sola), ed retta da preposizioni, locuzioni
avverbiali o congiunzioni. Pu essere esplicita (verbo coniugato in un modo finito) o
implicita (il verbo coniugato in un modo indefinito).
Ad esempio, nella frase Il cane insegue il gatto che scappa, la proposizione subordinata
(proposizione relativa) che scappa, mentre Il cane insegue il gatto la proposizione
reggente, che in tal caso anche la proposizione principale.
All'interno di un periodo complesso, essa ha la stessa funzione di un complemento, come
nella seguente coppia di enunciati:

Senza di te morirei

Se tu non ci fossi, morirei.

Il secondo esempio mostra chiaramente come la subordinata (se tu non ci fossi) assuma lo
stesso ruolo (in questo caso ipotetico) di un'espressione priva di verbo, appunto il
complemento di privazione senza di te.

Indice
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1 Proposizioni subordinate a seconda della funzione


2 Subordinazione esplicita
3 Subordinazione implicita
4 I gradi della subordinazione

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Proposizioni subordinate a seconda della funzione

A seconda della loro funzione, quindi, le proposizioni subordinate si suddividono in tre tipi:

Complementari dirette o sostantive dirette, che fungono da soggetto o da


complemento oggetto rispetto alla proposizione reggente

Complementari indirette o avverbiali, che svolgono funzione analoga a quella di un


complemento indiretto o di un avverbio;

Relative o attributive-appositive o aggettive, che hanno funzione analoga a quella di


un attributo o un'apposizione rispetto ad un sostantivo

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Subordinazione esplicita

Tipica della subordinazione esplicita la formazione di una frase secondaria caratterizzata


dall'uso di un verbo coniugabile per modo, tempo e per persona. La secondaria esplicita pu
quindi avere il verbo nel modo indicativo, condizionale o congiuntivo. L'uso di un verbo
coniugato per persona permette di comprendere anche qual il soggetto che pu essere
sottinteso. Esempi:

Penso che sia tardi (congiuntivo; soggetto impersonale)

Arriver dopo che sarai partita (indicativo; soggetto "tu")

chiaro che farei tutto per te (condizionale; soggetto "io")

Rita dice che a casa (indicativo; soggetto ambiguo).

Il tempo usato nella proposizione subordinata istituisce rispetto alla principale un rapporto di
contemporaneit, anteriorit o posteriorit.
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Subordinazione implicita

quella ottenuta con l'uso dei modi infinito, gerundio e participio, non coniugabili a seconda
della persona.

Pu succedere che il soggetto della principale coincida con quello della secondaria. questo
il caso dell'ultimo esempio riportato (Rita dice che a casa). A questo punto, vale la pena di
semplificare l'enunciato nel modo che segue:

Rita dice di essere a casa

Il soggetto della subordinata non indicato, dato che l'infinito non coniugabile secondo la
persona. Comunque, esso sar recuperabile dalla principale. Simili considerazioni riguardano
gli esempi seguenti, introdotti dalla subordinata con l'uso del gerundio e del participio:

Partita da Senigallia, Maria si diretta verso Ancona

L'esempio corrisponde alla costruzione con l'esplicita dopo che era partita da Senigallia,
Maria si diretta verso Ancona)

Essendo in ritardo Maria si diretta verso Ancona

(che corrisponde a ...Siccome era in ritardo, Maria si diretta verso Ancona).


La subordinazione implicita spesso possibile addirittura quando i soggetti della principale e
della subordinata non coincidono:

Leggendo, il tempo passa con facilit

In questo caso, comunque, leggendo indica il corrispondente di quando si legge, dunque un


costrutto impersonale, mentre il soggetto della principale il tempo. Costruzioni con la
subordinazione implicita di soggetti in aperto contrasto tra di loro sono possibili, anche se rari
e stilisticamente pi pesanti.

Fallito il progetto di legge, il parlamento dovette ricominciare i lavori da capo.

In quest'ultimo esempio si nota la corrispondenza con un costrutto tipico della lingua latina,
ovvero l'ablativo assoluto, chiamato "assoluto" (absolutus) in quanto privo di qualsiasi
legame grammaticale con la proposizione reggente. Il legame solo sul piano del significato.
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I gradi della subordinazione

Le proposizioni subordinate che dipendono direttamente dalla proposizione principale o da


una coordinata alla principale si definiscono "di primo grado"; quelle che dipendono da una
subordinata di primo grado si definiscono "di secondo grado" e cos via.
..............................................................................................

Presente indicativo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il presente indicativo la forma verbale coniugabile pi usata della lingua italiana e trova un
suo corrispondente in tutte le lingue ad essa vicine. Come tempo pi usato dell'italiano,
anche quello che mostra il maggior numero di usi e di forme irregolari.
Secondo le grammatiche tradizionali, indica uno stato o avvenimento presente. Si osservi ad
esempio il seguente enunciato:

In questo momento esco di casa.

chiaro che il momento dell'azione viene visto come contemporaneo al momento in cui si
parla: per meglio specificare, si dir che il presente indica generalmente un'azione o
situazione che si svolge al momento dell'enunciazione.[1]

Indice
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1 Coniugazione del presente


2 Cenni storici
3 Il presente, i suoi usi basilari e le altre forme verbali
4 Altri usi del presente
o

4.1 Presente storico

4.2 Presente al posto dell'imperativo

4.3 Presente gnomico

4.4 Presente riportivo

4.5 Presente al posto del futuro


5 Il presente nella formazione di parole
6 Il presente indicativo in altre lingue

6.1 Francese

6.2 Spagnolo

6.3 Portoghese

6.4 Inglese

6.5 Tedesco

7 Note
8 Bibliografia

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Coniugazione del presente

Questa forma verbale si coniuga sostituendo le desinenze dell'infinito (-are, -ere, -ire) con
quelle previste nel sistema verbale italiano per il presente nelle tre coniugazioni:
1a persona 2a persona 3a persona 1a persona 2a persona 3a persona
io
tu
egli, ella
noi
voi
essi, esse
1a coniugazione
am-are

am-o

am-i

am-a

am-iamo

am-ate

am-ano

2a coniugazione
tem-ere

tem-o

tem-i

tem-e

tem-iamo

tem-ete

tem-ono

3a coniugazione
serv-ire

serv-o

serv-i

serv-e

serv-iamo

serv-ite

serv-ono

Spesso, i verbi della coniugazione in -ire prevedono l'ampliamento della radice tramite un
suffisso (-isc-):
3a coniugazione
cap-ire

cap-isco

cap-isci

cap-isce

cap-iamo

cap-ite

cap-iscono

Non esiste comunque una regola che possa stabilire quali verbi prevedono questa particolarit
di coniugazione; per questo, si consulti la voce sui cosiddetti verbi incoativi. Per quanto
riguarda l'accento, esso cade talvolta sulla radice, qualche altra sulla desinenza. Esempio
tipico: mo, mi, ma, amimo, amte, mano.
Si ricordano inoltre le seguenti caratteristiche nella formazione del presente:

Questo tempo presenta pochissimi verbi irregolari nella coniugazione in -are (si tratta
dei verbi stare, fare, dare ed andare); le altre coniugazioni ne sono invece ricche.

Le forme in noi e voi sono quasi sempre regolari.

I verbi che terminano in -care e -gare (come cercare e pagare) mantengono il suono
velare di /k/ e /g/ in tutte le forme, il che rende necessario un adattamento ortografico:
pago, paghi, paga, paghiamo.

Vale esattamente il discorso opposto per le altre due coniugazioni, cio per i verbi che
terminano in -cere e -gere, come vincere o piangere: il suono di -c- e -g- pu infatti
cambiare a seconda della vocale che introduce la desinenza: vinco, vinci, vince,
vinciamo, vincente, vincono ed quindi velare davanti a o, ma palatale davanti ad e
oppure i. In questo caso, non si rende necessario alcun adattamento ortografico. Si
noti inoltre che in questi verbi la i nella desinenza della forma in noi (vinciamo) non
sar pi pronunciata.

Per i verbi che terminano in -ciare e -giare si avr: mangio, mangi, mangia,
mangiamo, mangiate, mangiano. Neanche in questo caso, la desinenza della forma in
noi (mangiamo) viene pronunciata.

Un verbo che risulta regolare nella coniugazione di un tempo non deve necessariamente
esserlo in un altro tempo. Ad esempio il verbo uscire irregolare al presente, ma non al
participio. Al contrario, scrivere irregolare al participio, ma non al presente. Per il resto, si
rimanda alle tabelle di coniugazione.[2]
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Cenni storici

Si tratta di una diretta eredit dalla lingua latina. Gli sviluppi che hanno portato al
cambiamento delle desinenze originarie nelle forme flesse (laudo, laudas, laudat, laudamus
laudatis, laudant) non sono del tutto chiari.[3]
Tra i vari mutamenti linguistici che caratterizzano il passaggio dal latino classico all'italiano,
la caduta della consonante finale senza dubbio uno dei fenomeni pi vistosi (da laudat
proviene loda, da laudamus proviene lodiamo, con caduta rispettivamente di -t e di -s).[4]
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Il presente, i suoi usi basilari e le altre forme verbali

Le caratteristiche del presente possono essere illustrate tramite un confronto con alcune altre
forme dell'indicativo.[5] Dal paragone emerge una forma verbale caratterizzata dalla sua
attualit e fattualit.
1) Il presente si trova in opposizione con il passato prossimo. La differenza tra le due forme
sta principalmente nell'aspetto. Mentre il presente una forma fondamentalmente
imperfettiva (e presenta quindi gli avvenimenti considerati durante il loro svolgimento), il
passato prossimo esclusivamente perfettivo (e presenta dunque l'azione nella sua pienezza,
fino al momento del loro compimento):

Oggi sto male

dunque un enunciato che presenta una situazione in corso in un dato momento. Al contrario,
l'enunciato

Oggi sono stato male

considera e presenta la situazione durante tutto l'arco del suo svolgimento. La frase descrive
quindi anche il momento in cui la situazione giunge a compimento o alla fine. Se nel primo
enunciato il malessere viene visto come uno stato, il secondo lo vede piuttosto come un
evento.[6]
2) L'imperfetto descrive infatti una situazione in corso che viene focalizzata nel passato
(quando essa non giunge ancora a compimento o alla fine):

Ieri alle sei ero a Roma.

Il presente descrive la situazione nello stesso modo, ma esso focalizza il momento


dell'enunciazione:

Oggi, in questo momento, sono a Roma.

Si deve comunque dire le due forme verbali hanno una certa somiglianza tra di loro, dato che
sono entrambe imperfettive.
Come forma del passato, anche il passato remoto si distingue chiaramente dal presente, anche
se quest'ultimo pu sostituirlo (si parla in questo caso di presente storico).
3) Il presente si trova in rapporto di opposizione con il futuro. Se il primo, rispetto al secondo
indica una azione o situazione sicura, il secondo la pone solo come possibile:

Sara oggi a Milano

esprime dunque pi sicurezza rispetto a

Sara oggi sar a Milano.

Si dir a questo punto che il futuro indica la posteriorit temporale, rispetto alla
contemporaneit indicata dal presente. Questa teoria viene sostenuta da diversi studiosi, ma
non del tutto pacifica (cfr. Bertinetto). Dopo tutto, entrambe le forme hanno la possibilit di
riferirsi tanto ad avvenimenti presenti quanto ad avvenimenti futuri (anche se per indicare un
avvenire chiaramente lontano dal momento dell'enunciazione si preferir senza dubbio il
futuro).
Concludendo, diremo che fondamentalmente il presente indica contemporaneit rispetto al
momento dell'enunciazione. Questo non significa necessariamente che nell'uso della lingua
questa caratteristica venga rigidamente applicata, perch esistono molti usi del presente, il
quale pu arrivare a sostituire forme verbali come quelle appena ricordate a titolo di
paragone.
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Altri usi del presente

Il presente conosce dunque usi che non rispecchiano il suo nome o le sue caratteristiche
principali.[7] Si tratta infatti della forma verbale non marcata, dunque di quella che in teoria

potrebbe sostituire le altre forme verbali (Coseriu). Il presente viene spesso usato
indipendentemente dal momento di enunciazione, indicando azioni anteriori o posteriori ad
esso:

Garibaldi nasce a Nizza nel 1807

Fra un anno vado ad abitare a Nizza.

Inoltre, questo tempo talmente flessibile che pu sostituire le forme verbali di altri modi:

Non credo che vero al posto di Non credo che sia vero.

Nonostante tali semplificazioni possano essere in conflitto con le regole dell'italiano standard
e quindi essere considerate errate, usando il presente facile produrre degli enunciati
indiscutibilmente logici, efficaci e spesso assai correnti grazie ai vari usi della lingua parlata e
scritta.
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Presente storico

Si pensi all'esempio gi proposto:

Garibaldi nasce a Nizza.

Si parla in questo caso dell'uso storico del presente, che pu avere due ragioni.
La prima pu essere quella di semplificare l'enunciato. Ad esempio, un intero racconto pu
essere, tramite un semplice procedimento retorico, ancorato nel presente: questo avviene
molto spesso, quando per una qualsiasi ragione si preferisce rinunciare all'uso del passato
prossimo o del passato remoto.
La seconda ragione che il presente storico pu dare maggiore efficacia espressiva ad una
parte dell'enunciato, il che particolarmente chiaro quando il presente si alterna alle forme
del passato senza che vi sia la minima giustificazione temporale per un cambio da una forma
all'altra:

Nessuno voleva aiutarmi, ero veramente nei guai, ma all'improvviso ecco che arriva
un poliziotto.

L'uso del presente indica qui un maggior coinvolgimento emotivo oppure l'intenzione di
mettere in evidenza un processo verbale piuttosto che un altro. Dal punto di vista retorico, si
tratta di un processo di sostituzione (enallage).
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Presente al posto dell'imperativo

Similmente al futuro, questa forma verbale pu essere usata come alternativa all'imperativo,
dunque non per descrivere uno stato di cose reale, ma desiderato o prescritto. La frase sar
espressa sotto forma di dichiarazione:

Tu non entri qui senza il mio permesso, altrimenti chiamo la polizia.

Questo uso del presente ha il vantaggio di poter riferirsi anche alla prima persona singolare.
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Presente gnomico

In alcuni casi, inoltre, si indicano stati di cose che prescindono dal momento in cui
avvengono:

Dio vede tutto.

Il senso dell'enunciato infatti che Dio vedeva, vede e vedr tutto. L'uso gnomico frequente
soprattutto nei proverbi, dove si conoscono soprattutto il presente gnomico ed il suo
corrispondente uso del passato remoto (Chi rompe paga; la superbia and a cavallo e torn
a piedi).
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Presente riportivo

Pu benissimo accadere che il locutore voglia riportare ci che sta vedendo a chi non ne ha la
possibilit. normale, in questo caso, che le diverse forme dal presente indichino momenti
diversi anche se esse si trovano nello stesso enunciato. Si tratta di eventi vicini tra di loro ma
organizzati in una catena temporale. Un esempio classico si osserva quando un giornalista
sportivo riporta le azioni di una partita di calcio:[8]

Il centrocampista lascia rimbalzare la palla, poi dribbla l'avversario e si avvia verso


l'area di rigore.

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Presente al posto del futuro

Valgono per questo uso gli stessi principi che caratterizzano il presente storico: rispetto ai
tempi del passato e del futuro, il presente d in ogni caso maggiore enfasi all'enunciato,
sicch l'atto linguistico di chi parla avr maggior impatto su chi ascolta o legge. Dire

mani in alto o sparo

ha senza dubbio maggior efficacia comunicativa che dire

mani in alto o sparer.

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Il presente nella formazione di parole

Alcune forme alla prima persona del presente latino, simile a quello italiano, sono state
utilizzate nella formazione di sostantivi. Si ricorda ad esempio il credo, sostantivo latino
derivato dalla forma verbale e poi ereditato dall'italiano; si tratta di parola ancora ben
riconoscibile nel suo etimo.
Meno lineare stata la formazione del sostantivo video, un prestito linguistico dal latino
come lingua morta, per la precisione dal verbo vidre ('vedere': video, io vedo). Non da
ultimo grazie all'espansione dell'inglese come linguaggio della tecnica, la parola ritornata in
Italia e negli altri paesi di lingua romanza, ma con un'accezione completamente nuova.

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Il presente indicativo in altre lingue

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Francese

Anche se per ciascuna delle forme del presente francese prevista una grafia diversa, nella
catena di suoni della lingua parlata non sono riscontrabili grosse differenze tra le varie forme
coniugate del presente. Infatti, la maggior parte delle forme di questo tempo si distinguono
solo grazie alle consonanti finali ereditate dal latino: queste ultime vengono s scritte, ma di
solito non vengono pronunciate. Le forme che nel parlato si distinguono maggiormente dalle
altre sono quelle in noi e voi.[9]
parler
finir
partir
prendre
recevoir
(parlare) (finire) (partire) (prendere) (ricevere)
je

parle

finis

pars

prends

reois

tu

parles

finis

pars

prends

reois

il/elle/o
parle
n

finit

part

prend

reoit

nous

parlons

finissons partons

prenons

recevons

vous

parlez

finissez partez

prenez

recevez

finissent partent

prennent

reoivent

ils/elles parlent
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Spagnolo

Le coniugazioni spagnole in -ar -er ed -ir ricordano quelle del latino. Usted-ustedes sta per la
forma di cortesia (lei, loro).
hablar
(parlare)

comer
(mangiare)

insistir
(insistere)

yo

hablo

como

insisto

hablas

comes

insistes

l /ella /usted

habla

come

insiste

nosotros

hablamos

comemos

insistimos

vosotros

hablis

comis

insists

ellos
/ellas/ustedes
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hablan

comen

insisten

Portoghese

Anche il portoghese prevede la suddivisione in tre coniugazioni all'incirca come si ritrovano


in italiano o in spagnolo.
acabar
(completare)

comer
(mangiare)

partir
(andare via)

eu

acabo

como

parto

tu

acabas

comes

partes

ele/ela/voc

acaba

come

parte

ns

acabamos

comemos

partimos

vs

acabais

comeis

partis

eles/elas/voc
acabam
s

comem

partem

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Inglese

Nella lingua inglese, come nel francese parlato, le forme del presente tendono a coincidere tra
di loro. A maggior ragione, in questa lingua sar obbligatorio specificare sempre il soggetto.
Solo la terza persona singolare di distingue dalle altre per la desinenza -s. Il verbo to be
('essere') irregolare.
to walk
(camminare)

to be
(essere)

walk

am

you

walk

are

he/she/i
walks
t

is

we

are

walk

you

walk

are

they

walk

are

Alcuni casi particolari si presentano se il verbo termina con -o ,-ss, -x, -ch, -sh, alla terza
persona finir in -es per facilitare l'articolazione, rendendo quindi la pronuncia pi
scorrevole. Se l'infinito termina con una consonante + y, la y viene sostituita da -ies. L'uso
della desinenza verbale -s ricorda dunque la formazione del plurale dei sostantivi.

To go ('andare') --> he/she goes

To kiss ('baciare') --> he/she kisses

To watch ('guardare') --> he/she watches

To wash ('lavare') --> he/she washes

To carry ('portare, trasportare') --> he/she carries

La divisione in coniugazioni, tipica invece delle lingue romanze, manca del tutto in inglese.
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Tedesco

In tedesco, i verbi all'infinito terminano per -en o per -n, senza distinzione tra coniugazioni.
Questa terminazione viene scambiata con le desinenze delle diverse persone. Da geh-en
('andare') avremo dunque le forme geh-e, geh-st ('vado, vai') eccetera. Come in inglese, sar
necessario specificare il soggetto, anche le le desinenze del presente rendono abbastanza ben
riconoscibile la persona. I verbi irregolari presentano solitamente cambiamenti solo alla
seconda e alla terza persona singolare.
gehen,
andare
(reg.)

sprechen ,
parlare (irr.)

ich

gehe

spreche

du

gehst

sprichst

er/sie/e
geht
s

spricht

wir

gehen

sprechen

ihr

geht

sprecht

sie

gehen

sprechen

Imperfetto indicativo
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L'imperfetto indicativo la forma verbale della lingua italiana e delle lingue romanze che si
adatta principalmente ad indicare situazioni ed abitudini considerate in un momento passato.
quindi la forma pi adatta, all'interno del passato, per le descrizioni o per l'enunciazione di
eventi ripetuti.

Indice
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1 Coniugazione dell'imperfetto
2 Cenni storici
3 Usi basilari dell'imperfetto in italiano
o

3.1 Confronto tra imperfetto e passato prossimo

3.2 Imperfetto descrittivo ed iterativo


4 Altri usi dell'imperfetto

4.1 Imperfetto narrativo

4.2 Imperfetto ipotetico ed altri usi modali

4.3 Imperfetto come futuro nel passato

4.4 Imperfetto di modestia


5 L'imperfetto e le altre lingue

5.1 Lingue romanze

5.2 Lingue germaniche

5.3 Lingue slave

5.4 Greco

6 Note
7 Bibliografia
8 Altri progetti

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Coniugazione dell'imperfetto

Questa forma verbale si coniuga aggiungendo alla radice del verbo le desinenze previste della
grammatica italiana. Sono simili a quelle del presente, dalle quali si distinguono per la
presenza di v insieme alla vocale tematica che caratterizza ciascuna delle tre coniugazioni: (av- -ev- -iv-):
1a persona 2a persona 3a persona 1a persona 2a persona 3a persona
io
tu
egli, ella
noi
voi
essi, esse
1a coniugazione
am-are

am-avo

am-avi

am-ava

am-avamo am-avate am-avano

2a coniugazione
tem-ere

tem-evo

tem-evi

tem-eva

tem-evamo tem-evate tem-evano

3a coniugazione
serv-ire

serv-ivo

serv-ivi

serv-iva

serv-ivamo serv-ivate serv-ivano

Si notino, tra l'altro, alcune particolarit:

La coniugazione di questo tempo quasi sempre regolare.

Alcuni verbi che in lingua moderna hanno delle forme abbreviate si coniugano in
maniera particolare. Ad esempio, il verbo fare si coniuga secondo la vecchia forma
facere: facevo, facevi, faceva. Similmente, per il verbo dire: dicevo; bere: bevevo;
produrre: producevo; proporre: proponevo; trarre: traevo.

Il verbo essere segue un meccanismo particolare: ero, eri, era, eravamo, eravate,
erano.

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Cenni storici

Si tratta di un tempo ereditato direttamente dal latino, in cui si chiamava imperfectum, mentre
il perfectum corrispondeva all'attuale passato remoto.[1] Esempio di imperfetto latino per il

verbo cantare: cantabam, cantabas, cantabat, cantabamus, cantabatis, cantabant. Il


cambiamento di /b/ a /v/ che caratterizza il passaggio dal latino all'italiano la lenizione della
-b- latina compresa tra due vocali. Questo mutamento fonologico un caso di indebolimento
perfettamente normale per l'origine dell'italiano, tanto che pu addirittura arrivare alla
scomparsa completa della -v- intervocalica (avea, aveano, potea, poteano ecc.), soprattutto
nell'italiano letterario di secoli passati. Nella catena parlata di suoni, la caduta della -v-
comunque un fenomeno quasi impercettibile:

Fu lor dato un frate antico (...) e molto venerabile uomo, nel quale
Giovanni Boccaccio, Decameron, Prima giornata, prima novella.

Pi complicato si fa il discorso per il cambio delle desinenze dal latino all'italiano. Dato che
normale per l'italiano la caduta della consonante finale latina, le tre forme del singolare
(cantabam, cantabas, cantabat) avrebbero in teoria finito tutte per diventare uguali: io
cantava, tu cantava, egli cantava. Le cose in realt non sono andate cos: le nuove desinenze
che hanno effettivamente originato le tre forme dell'imperfetto al singolare (cantavo, cantavi,
cantava) sono sviluppate in analogia con le desinenze del presente (-o, -i, -a).[2] A dispetto di
tutto ci, la forma latineggiante io cantava/io cercava ha continuato ad affermarsi piuttosto a
lungo, sopravvivendo accanto a quella pi propriamente italiana (cantavo/cercavo):

Carlo Goldoni, La locandiera, Primio atto, scena ventiduesima.

Questa forma arcaica fin poi per cadere in disuso verso l'Ottocento.
Si ricorda infine, sempre a proposito di latino, che in questa lingua l'imperfetto conosceva un
ampio e particolare uso nella stesura delle lettere: infatti, gli eventi contemporanei al
momento della scrittura venivano spesso indicati all'imperfetto. Ci accadeva dato che per
ragioni di cortesia il mittente assumeva artificialmente il punto di vista temporale del
destinatario, il quale leggeva la lettera solo in un momento successivo a quello dell'atto di
scrittura. Si parla in questo caso di imperfetto epistolare.[3]
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Usi basilari dell'imperfetto in italiano

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Confronto tra imperfetto e passato prossimo

Le propriet dell'imperfetto possono essere messe in evidenza con un confronto con il passato
prossimo. La differenza tra le due forme sta principalmente nell'aspetto,[4] che ci indica se
l'azione viene vista come conclusa. Si prenda in considerazione la seguente coppia di
enunciati.

Ieri alle sette, Raffaella scriveva una lettera.

Ieri alle sette, Raffaella ha scritto una lettera.

La prima frase, quella all'imperfetto, descrive quali avvenimenti erano in corso ad un dato
momento (le sette). La seconda contiene un'informazione diversa, mostrandoci tutto l'arco
dell'azione (quella dello scrivere): essa presenta la situazione considerata come un evento che

ha avuto un inizio, uno svolgimento ed una fine (compimento). Se grazie al secondo


enunciato possiamo vedere come la lettera stata terminata, nel caso del primo non possiamo
giudicare se l'azione arrivata a compimento. Concludendo, con il primo enunciato (quello
all'imperfetto), l'azione mostrata solo in un punto del suo svolgimento: la nostra visione dei
fatti dunque incompleta, imperfetta; la seconda azione (quella al passato prossimo) viene
invece considerata come perfetta. Se l'imperfetto viene usato per descrivere una situazione in
un determinato momento (stato, processo in corso, abitudine), il passato prossimo (come
anche il passato remoto) si usa per indicare ci che successo (evento, esperienza,
avvenimento, accaduto).[5]
La prossima coppia di enunciati pu approfondire questa opposizione:

Al momento del suo pensionamento, il famoso petroliere Y aveva cinque mogli.

Durante la sua carriera, la famosa cantante X ha avuto cinque mariti.

Mentre l'uso dell'imperfetto si limita a fornire una descrizione focalizzata in un dato momento
(Al momento del suo pensionamento), con il passato prossimo il secondo enunciato presenta
degli avvenimenti visti nella loro pienezza e nel loro succedersi.
Inoltre, il passato prossimo presenta una successione temporale di eventi che generalmente
rispetta l'ordine delle parole esposte nella frase (Raffaella si lavata il viso, poi si truccata
e si pettinata), mentre di solito i processi verbali indicati all'imperfetto sono contemporanei
tra di loro (almeno nel caso delle descrizioni: Raffaella aveva il viso ovale, gli occhi erano
verdi ed i capelli rossi).
Per concludere, si ricorda che la differenza che si ritrova tra imperfetto e passato prossimo
la stessa che caratterizza quella tra imperfetto e passato remoto, dato che questa la forma
pi simile al passato prossimo.
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Imperfetto descrittivo ed iterativo

Se l'imperfetto indica delle caratteristiche o in un certo modo una situazione, il suo uso
detto di solito descrittivo:[6]

Ieri sera, i ragazzi guardavano la tv e cos non parlava nessuno.

quando invece viene indicata un'abitudine, si parla di solito di imperfetto iterativo (si noti la
differenza tra i due esempi):

Tutte le sere, i ragazzi guardavano la tv.

Sono questi i due usi principali dell'imperfetto, che comunque conosce un'ampia gamma di
sfaccettature.
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Altri usi dell'imperfetto

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Imperfetto narrativo

Talvolta, ad esempio in alcune narrazioni scritte di tipo poliziesco, criminalistico e militare, si


ritrovano degli enunciati con cui viene esposta una catena di avvenimenti che generalmente
andrebbe descritta con l'uso del passato prossimo o del passato remoto. Si consideri
l'esempio:

Con enorme sprezzo del pericolo, l'ufficiale entrava nello stabile, poi catturava i
nemici e rientrava alla nostra postazione.

Gli enunciati non vengono sempre riconosciuti come grammaticalmente esatti e sono stati
oggetto di dure critiche da parte dei puristi. [7] In ogni caso, tali strutture hanno lo scopo di
creare uno effetto stilistico speciale. Si pu spiegare questo uso con l'intenzione, da parte di
chi scrive, di fare scorrere lentamente le immagini davanti al lettore (si tratta infatti di un uso
della lingua scritta).[8] Effettivamente, le propriet fondamentalmente imperfettive di questo
tempo creano nel lettore la vaga impressione di una documentazione fotografica. Questo uso
dell'imperfetto era particolarmente di moda nell'Ottocento e nel primo Novecento ed
chiamato imperfetto narrativo.[9] Oggi questo uso pare diventare sempre pi sporadico.
Va detto infine che l'imperfetto narrativo pu riscontrarsi anche in enunciati che si limitano
ad un solo avvenimento, oppure pu caratterizzare solo una parte di una narrazione
(soprattutto alla fine di un testo):[10]

Lo scrittore x si trasfer in un'altra citt e si ammal alcuni mesi dopo. Dimenticato


da tutti, x moriva nel 1777.

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Imperfetto ipotetico ed altri usi modali

Spesso, l'imperfetto indicativo pu sostituire le forme verbali di altri modi (condizionale,


congiuntivo). Questo fenomeno porta gli studiosi a parlare di usi modali dell'imperfetto. Il
fenomeno pi frequente indubbiamente l'uso dell'imperfetto nel periodo ipotetico
dell'irrealt:[11]

Se arrivavi in tempo, ti spiegavo tutto con calma

nella lingua parlata al posto di

Se fossi arrivato in tempo, ti avrei spiegato tutto con calma

Si tratta di un uso (chiamato imperfetto ipotetico) che non corrisponde allo standard, ma
piuttosto apprezzato, a seconda del contesto, anche da persone colte. Corrisponde oramai,
almeno nella protasi (frase secondaria che indica la condizione) all'uso standard nella lingua
francese:

Si tu tais ici, on pourrait jouer ('Se tu fossi qui, si potrebbe giocare')

Del resto, non si tratta di una semplificazione tipica dell'italiano parlato moderno, ma di un
fenomeno sempre esistito in questa lingua:

Se io credevo non avere figlioli, arei preso pi tosto per moglie una contadina che
non te

(Niccol Machiavelli, La Mandragola, secondo atto, quinta scena.)

Dico che, se io non ci veniva, non arei mai, mai creduto ch'ella (questa citt) fosse
stata pi bella di Siena.
(Pietro Aretino, La Cortigiana, primo atto, prima scena.)

Mia moglie non veniva se non l'accompagnava io...


(Achille Torelli, I mariti, quarto atto, prima scena.)

La costruzione viene generalmente usata per riferirsi al passato, ma non necessariamente.


Anche eventi contemporanei al momento di enunciazione possono sporadicamente essere
indicati con questo uso (se ero stupido come credi, a quest'ora non ero qui).
comunque normale che l'imperfetto possa sostituire con ottimi risultati il condizionale
passato anche in altri contesti:

Perch l'hai fatto? Non dovevi!

al posto di

Perch l'hai fatto? Non avresti dovuto!

In questo caso, pare che l'imperfetto abbia la propriet di indicare un evento come non
effettivo. Parleremo in tal caso di imperfetto potenziale. Nel complesso l'imperfetto potrebbe
essere, tra tutti i tempi dell'indicativo, quello pi adatto ad indicare una semplice possibilit.
Le sue caratteristiche lo rendano adatto come tempo dell'irrealt, atto ad indicare anche gli
eventi di un sogno:[12]

Ho sognato che ero Liz Taylor, che uscivo di casa e poi andavo a fare una crociera.

oppure a descrivere i giochi di ruolo dei bambini:

Facciamo che io ero il drago e tu eri la fata

Per questi usi sono correnti i nomi di imperfetto onirico e ludico.


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Imperfetto come futuro nel passato

Si pu senz'altro asserire che l'imperfetto costituisce una forma verbale estremamente ricca di
usi; esso in grado di indicare anche il futuro nel passato:[13]

Sapevo che andava a finire in questo modo

al posto di

Sapevo che sarebbe andata a finire in questo modo.

Questo uso, che ricorda molto da vicino quello del presente per indicare gli eventi futuri,
tipico dell'italiano colloquiale.
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Imperfetto di modestia

Usato al posto del presente, l'imperfetto pu avere la funzione di rendere pi cortese una
richiesta o il contributo di chi sta prendendo la parola in una conversazione.[14] Si parla in
questo caso di imperfetto di modestia (o desiderativo, o ancora imperfetto di cortesia):

Volevo ancora dire qualcosa (al posto di voglio o vorrei)

Venivo a controllare come stai (al posto di vengo o sono venuto).

In questi casi, il locutore vuole rendere nota, usando l'imperfetto, un'intenzione che persiste
anche al momento in cui egli sta parlando. Sta all'interlocutore capire che questa intenzione
ancora attuale. In questo modo egli pu dare o meno conferma della sua disponibilit (almeno
in teoria). L'uso esiste in tutte le lingue romanze, ma dato che si basa su procedimenti retorici
molto diffusi e comprensibili, esso conosce dei corrispondenti anche in altri ceppi linguistici.
Si riportano qui degli esempi tratti dall'inglese e dal tedesco:[15]

I wanted to ask you a question....

Ich wollte Sie etwas fragen....

Per dire in italiano volevo chiedere qualcosa. Le frasi riportate prevedono l'uso dei principali
tempi del passato delle due lingue, rispettivamente il simple past ed il Prteritum. Siccome in
questi contesti l'imperfetto ricorda il condizionale, il fenomeno viene, da diversi studiosi,
considerato come un particolare uso modale.[16]
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L'imperfetto e le altre lingue

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Lingue romanze

Sono assai vicini all'imperfetto italiano l'imparfait francese ed il pretrito imperfecto


spagnolo, atti a descrivere il processo verbale dal punto di vista imperfettivo, dunque
situazione, stato oppure abitudine:
Per il francese, avremo:
parler
parlare

manger
mangiare

choisir
scegliere

vendre
vendere

tre
essere

voir
vedere

je

parlais

mangeais

choisissais

vendais

tais

voyais

tu

parlais

mangeais

choisissais

vendais

tais

voyais

il

parlait

mangeait

choisissait

vendait

tait

voyait

nous

parlions

mangions

choisissions

vendions

tions

voyions

vous

parliez

mangiez

choisissiez

vendiez

tiez

voyiez

ils

parlaient

mangaient

choisissaient

vendaient

taient

voyaient

Gli ultimi due verbi, tre e voir sono irregolari.


Per lo spagnolo, avremo invece:
hablar
parlare

comer
mangiare

insistir
insistere

ir
andare

ser
essere

ver
vedere

yo

hablaba

coma

insista

iba

era

vea

hablabas

comas

insistas

ibas

eras

veas

hablaba

coma

insista

iba

era

vea

nosotros

hablbamos

comamos

insistamos

bamos

ramos

veamos

vosotros

hablabais

comais

insistais

ibais

erais

veais

ellos

hablaban

coman

insistan

iban

eran

vean

I verbi ir, ver e ser sono irregolari.


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Lingue germaniche

L'imperfetto italiano trova corrispondenti nelle altre lingue romanze, ma non nelle lingue
germaniche. Il simple past dell'inglese ed il Prteritum del tedesco (talvolta chiamato
Imperfekt) riuniscono infatti in s la funzione perfettiva e imperfettiva rispettivamente di
passato remoto e imperfetto italiani. In queste due lingue l'aspetto verbale non pertanto
morfologizzato, ma per indicare la compiutezza o meno di un'azione si ricorre a perifrasi
progressive, particolarmente frequenti in inglese, ma presenti anche in tedesco:

I was sleeping

Ich war am Schlafen

Stavo dormendo.

Altre volte, le lingue germaniche indicano le caratteristiche aspettuali dell'enunciato tramite


mezzi lessicali.
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Lingue slave

Diverse lingue slave, almeno nella loro grammatica moderna, dispongono di pochi tempi
verbali. Alcune utilizzano solo il passato, il presente ed il futuro: dunque, in questi tempi non
prevista una distinzione tra perfetto ed imperfetto. Per caratterizzare l'azione in maniera
perfettiva o meno, si coniugano semplicemente dei verbi diversi tra di loro.
Lingue come il polacco distinguono infatti tra i verbi perfettivi (dokonane), che designano
un'azione compiuta, e imperfettivi (niedokonane), che indicano un'azione incompiuta, in via
di svolgimento, abituale o ripetuta nel tempo. La differenza tra questi verbi sta in genere nel
prefisso ed quindi piuttosto una questione di lessico che di coniugazione. Si noti anche
l'esempio in russo (conoscere), imperfettivo; , perfettivo.
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Greco

L'imperfetto era un tempo molto usato e dall'uso ancora pi esteso anche nella lingua greca,
nella quale per ha un funzionamento ed una costruzione molto diversi. Il segno distintivo
dell'imperfetto greco infatti l'aumento, che consiste nell'anteporre al tema verbale (T.v) del
verbo il prefisso: -, che porta ad un allungamento quantitativo della vocale quando il T.v
inizia per vocale (E.S: imperfetto di (go): + = (gon), ossia: + si
contraggono in "" dando cos origine al T.v dell'imperfetto: -, a cui poi si aggiunge la
desinenza storica: -o, = : "io conducevo") o alla preposizione della vocale rispetto al
verbo quando questo inizia in consonante, in tal caso non si ha alcun fenomeno di contrazione
ma solo di semplice allungmento silliabico (per il motivo che il prefisso: - aggiungendosi al
T.v ne va ad aumentare il numero di sillabe). Si pu infatti osservare la tipica espressione
, "faceva", che corrisponde al latino facebam, nel senso di "costruiva", "faceva"; alcune
volte l'imperfetto greco per pu esprimere maggiore anteriorit, pu essere talune volte,
infatti, tradotto come un passato remoto (tradoto in greco solitamente con l'aoristo) "fece",
"costru".

Passato remoto
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Il passato remoto una forma verbale del modo indicativo. Normalmente, il passato remoto
viene usato per indicare avvenimenti considerati come compiuti in un passato considerato
psicologicamente come lontano e povero di rapporti espliciti con il presente (inteso come il
momento dell'enunciazione), il che lo distingue dal passato prossimo.

Indice

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1 Coniugazione del passato remoto


2 Cenni storici
3 L'uso: passato remoto e passato prossimo
o

3.1 Passato vicino e passato lontano

3.2 Altre differenze tra passato prossimo e remoto


4 Il passato remoto nella formazione di parole
5 Forme corrispondenti nelle lingue romanze

5.1 Francese

5.2 Spagnolo

5.3 Portoghese
6 Note
7 Bibliografia
8 Voci correlate
9 Altri progetti

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Coniugazione del passato remoto

Questa forma verbale si coniuga sostituendo le desinenze dell'infinito (-are, -ere, -ire) con
quelle previste nel sistema verbale italiano per il presente nelle tre coniugazioni:
1a persona 2a persona 3a persona 1a persona 2a persona 3a persona
io
tu
egli, ella
noi
voi
essi, esse
1a coniugazione
parlare

parlai

parlasti

parl

parlammo

2a coniugazione

ricevei

ricevesti

ricev

ricevemmo riceveste riceverono

parlaste

parlarono

ricevere
3a coniugazione
dormire

dormii

dormisti

dorm

dormimmo dormiste dormirono

I verbi della seconda coniugazione (-ere) possono avere, in aggiunta, una


coniugazione alternativa che li avvicina ai verbi irregolari. Ne consegue che molti
verbi prevedono diverse forme doppie: io ricevei/ricevetti:

2a coniugazione
ricevetti ricevesti ricevette ricevemmo riceveste ricevettero
ricevere

I verbi della prima e della terza coniugazione (-are e -ire) sono in genere regolari,
mentre quelli della seconda sono in genere irregolari.

Se un verbo irregolare, la sua coniugazione completa sar un alternarsi di forme


irregolari e regolari a seconda della persona. Sono regolari la seconda persona
(singolare e plurale) e la prima persona plurale, mentre sono irregolari le altre (es.:
avere: ebbi, avesti, ebbe, avemmo, aveste, ebbero). Diversi verbi irregolari possono
essere classificati in gruppi a seconda della terminazione della radice. Si tratta di
fenomeni relativamente semplici a cui si pu ricondurre un discreto numero di forme.
Il discorso vale soprattutto per le forme irregolari che terminano, alla prima persona,
in --si (piansi, risi e simili).

Ad esempio, per i verbi che terminano in -cere (vincere) si ha: vinsi, vincesti,
vinse, vincemmo, vinceste, vinsero. Similmente, per i verbi in -gere, come
piangere avremo: piansi, piangesti, pianse, piangemmo, piangeste, piansero; i
verbi in -ggere (reggere) si coniugano cos: ressi , reggesti, resse, reggemmo,
reggeste, ressero.

I verbi che terminano in -dere daranno risi, ridesti, rise, ridemmo, rideste,
risero; per i verbi che terminano in -ndere si ha normalmente: spesi, spendesti,
spese, spendemmo, spendeste, spesero.

Per il verbo spegnere e gli altri che terminano in -gnere le forme sono: spensi,
spegnesti, spense, spegnemmo, spegneste, spensero; analogamente, per i verbi
in -gliere si ha: scelsi, scegliesti, scelse, scegliemmo, sceglieste, scelsero.

Esistono comunque dei meccanismi devianti che complicano notevolemente


l'apprendimento di questa forma verbale; basti pensare al verbo perdere, per il
quale sono possibili le forme persi, ma anche perdetti e perdei; il verbo
credere regolare; il verbo succedere regolare o irregolare a seconda del suo
significato, eccetera.

Tra gli altri fenomeni, uno dei pi vistosi quello del raddoppiamento della
consonante finale della radice: volli, caddi, bevvi, tenni, ruppi, seppi, eccetera.

Il verbo essere caratterizzato da un meccanismo proprio: fui, fosti, fu, fummo, foste,
furono.

Si ricorda, per gli altri casi, l'uso dei coniugatori automatici [1]; [2]; [3].

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Cenni storici

Il passato remoto corrisponde alle varie forme di perfectum semplice che le lingue romanze
hanno ereditato dal latino. Dato che in latino classico la forma concorrente, ossia il passato
prossimo, non esisteva ancora, era un tempo di largo uso.
Tra i mutamenti fonologici che hanno caratterizzato il passaggio dal perfectum latino alla
forma del passato remoto italiano, si ricordano i seguenti:

La forma latina cantavi alla prima persona ha subito la caduta della -v- intervocalica,
un fenomeno abbastanza diffuso: il risultato stato cantai. Vale un discorso analogo
per le altre persone (per esempio da cantavisti risultato cantasti).

La terza persona cant deriva da cantaut ed un'assimilazione tra le due vocali della
desinenza, a e u (Bruni). Anche la caduta della consonante finale -t un fenomeno
normalissimo per gli sviluppi dell'italiano.

La tendenza del passato remoto ad essere usato meno durante il passare dei secoli un
fenomeno controverso. A questo proposito si ricorda soltanto il fatto che ancora nel
Medioevo, il passato remoto conosceva degli usi che risulterebbero inaccettabili nella
grammatica dell'italiano moderno:

Una montagn

d'acqua e di fro

or diserta com
(Dante, Inferno, Canto XIV)

Uno (...) che si chiam Fresco da Celatico, aveva una sua nepote
(Giovanni Boccaccio, Decameron, sesta giornata, ottava novella)

In esempi simili a quelli qui proposti, che illustrano un uso particolare del verbo chiamarsi, la
lingua standard prevede infatti l'uso dell'imperfetto (si chiamava). Questo fenomeno, un
tempo assai frequente, non mai stato completamente chiarito.
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L'uso: passato remoto e passato prossimo

Per approfondire, vedi la voce imperfetto indicativo.

Si illustra in quanto segue l'uso del passato remoto in relazione al passato prossimo. Per
quanto riguarda le questioni inerenti all'imperfetto, si rimanda alla voce dedicata a questa
forma verbale.

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Passato vicino e passato lontano

La differenza tra queste due forme verbali sottile e quasi sempre il passato remoto pu
essere sostituito dal passato prossimo senza il pericolo di produrre enunciati veramente
inaccettabili.[1] Non vale necessariamente il discorso contrario, dato che eventi che hanno un
rapporto specifico con il presente non possono essere descritti usando il passato remoto. Per
questo, l'enunciato

Non mangio niente perch cenai gi (?)

non considerato come accettabile nella grammatica dell'italiano standard: infatti l'effetto
dell'azione sta ancora perdurando nel presente, mentre il passato remoto indica in qualche
modo una sorta di lontananza dell'evento.
Non sar mai possibile stabilire una regola generale che stabilisca la quantit di tempo
trascorsa per poter definire se l'evento da considerarsi come "prossimo" o "remoto", dato
che ci dipende dalla distanza psicologicamente percepita. Come ricordano alcuni studiosi
(vedi Weinrich), in passato diversi grammatici si illudevano che fosse possibile attenersi alla
cosiddetta regola delle 24 ore. Secondo questo principio, gli eventi antecedenti per pi di
ventiquattro ore dovevano essere indicati con il passato remoto, gli altri con il passato
prossimo. In realt, la teoria era destinata a fallire.
Tenendo sempre conto del contesto, si preferisce il passato prossimo per eventi considerati in
qualche modo ancora attuali. In un altro contesto, il passato remoto pu caratterizzare i
medesimi eventi in maniera diversa: essi possono avere un qualche riferimento al presente,
ma un tale riferimento non viene in nessun modo indicato (come si pu osservare nella
seguente coppia di enunciati):

La guerra del golfo stata un evento che anche oggi fa parlare molto di s.

La guerra del golfo fu causata da diverse circostanze.

Il nome delle due forme verbali continua comunque a suggerire la differenza principale che le
caratterizza: mentre il passato prossimo si riferisce piuttosto ad eventi considerati
psicologicamente come vicini, il passato remoto la forma del passato percepito come
psicologicamente lontano.
L'opposizione tra vicino e lontano pu peraltro comparire in enunciati in cui vengono usati
tutti e due i tempi:

Ieri, il parlamento ha abolito la legge che fece parlare tanto di s prima della guerra.

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Altre differenze tra passato prossimo e remoto

Tra le due forme verbali intercorrono comunque differenze di varia natura, che vanno ben
oltre la distinzione tra vicino e lontano:

Registro: Il passato prossimo tendenzialmente preferito nella lingua di registro meno


controllato (meno alto). Il passato remoto si incontra pi spesso nella lingua scritta

che in quella parlata, a meno che il contributo orale non sia accuratamente pianificato
o formale.

Fattori storici: Il passato prossimo, nel corso dei secoli, ha finora mostrato una certa
tendenza a sostituire il passato remoto, per cui quest'ultimo pu avere connotati,
anche negativi, di vetust o antichit. Il suo uso pu quindi non essere adeguato al
contesto della vita quotidiana. Nel parlato, soprattutto alla seconda persona, pu
accadere che lo si usi solamente per scherzare. D'altro canto il passato remoto alla
prima ed alla terza persona nella lingua scritta di registro sostenuto (si pensi ad un
articolo giornalistico, lavoro scolastico o alla lingua parlata ben pianificata) non mai
stato seriamente messo in discussione.

Variet regionali: Il passato prossimo viene usato pi spesso in Italia del Nord, dove
accade che il parlante usi il passato prossimo in contesti dove le grammatiche
tradizionali prescrivevano l'uso del passato remoto. Nell'Italia del Sud accade assai
spesso il contrario.

Flessibilit: Il passato prossimo pi universale, meno marcato dal punto di vista


linguistico e viene generalmente preferito anche per questo.

La molteplicit di differenze tra i due tempi, considerabili sotto diverse prospettive, lascia al
parlante un certo margine di scelta.
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Il passato remoto nella formazione di parole

Il passato remoto non si presta particolarmente alla formazione di parole, sicch il fenomeno
si presenta soltanto in contesti assai particolari. Si ricorda nell'italiano burocratico il sempre
pi desueto attributo fu, anteposto ad un nome per indicare una persona deceduta (ad
esempio, Il fu Mattia Pascal). In questo caso, le caratteristiche grammaticali del passato
remoto (tempo, aspetto) permettono evidentemente di considerare la vita di una persona come
evento inequivocabilmente concluso. Fu compare nei dizionari come aggettivo invariabile.
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Forme corrispondenti nelle lingue romanze

Nelle lingue imparentate all'italiano, il passato remoto (perfetto semplice) mostra evidenti
somiglianze nelle forme e nella funzione basilare, ma non ha sempre avuto la stessa fortuna.
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Francese

Nella lingua francese, il passato remoto noto come pass simple. Come in italiano ed in
tutte le lingue romanze, indica un avvenimento da considerarsi come compiuto (a differenza
dell'imperfetto) e lontano (al contrario del passato prossimo). Nell'uso quotidiano della lingua
parlata, questo tempo non viene pi usato, e spesso viene anche trascurato nei testi letterari
pi curati, anche se non ancora veramente raro. Nel complesso, viene usato molto meno che
in italiano.
La tipica coniugazione pu essere riassunta cos:

verbi in -er (aimer)

verbi in -ir (finir)

verbi in -re (rendre) (paratre)

je

-ai (aimai)

-is (finis)

-is (rendis) -us (parus)

tu

-as (aimas)

-is (finis)

-is (rendis) -us (parus)

il

-a (aima)

-it (finit)

-it (rendit) -ut (parut)

nous -mes (aimmes)

-mes (finmes)

-mes (rendmes) -mes (parmes)

vous -tes (aimtes)

-tes (fintes)

-tes (rendtes) -tes (partes)

ils

-irent (finirent)

-irent (rendirent) -urent (parurent)

-rent (aimrent)

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Spagnolo

In spagnolo, il passato remoto (pretrito perfecto simple), o indefinido viene usato pi che in
italiano o in francese. Il passato prossimo viene rigidamente limitato, nel suo uso, a contesti
in cui l'azione svolta si ritrova in un chiaro ed indiscutibile rapporto con il momento
dell'enunciazione. Un racconto, al contrario, sar formulato con l'uso dell'indefinido e
dell'imperfetto. La coniugazione regolare del pretrito perfecto simple la seguente:
verbi in -ar (hablar)

verbi in -er (comer) e in -ir (vivir)

yo

- (habl)

- (com) (viv)

-aste (hablaste)

-iste (comiste) (viviste)

- (habl)

-i (comi) (vivi)

nosotros

-amos (hablamos)

-imos (comimos) (vivimos)

vosotros

-asteis (hablasteis)

-isteis (comisteis) (vivisteis)

ellos

-aron (hablaron)

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-ieron (comieron) (vivieron)

Portoghese

Nella lingua portoghese, viene chiamato pretrito perfeito. la forma pi frequente per
indicare un'azione iniziata e compiuta nel passato, sicch assai pi frequente che in italiano.
In quanto segue, se ne descrive la coniugazione dei casi pi tipici:
verbi in -ar (amar)

verbi in -er (correr)

verbi in -ir (partir)

eu

-ei (amei)

-i (corri)

-i (parti)

tu

-aste (amaste)

-este (correste)

-iste (partiste)

ele

-ou (amou)

-eu (correu)

-iu (partiu)

ns

-mos (ammos)[2]

-emos (corremos)

-imos (partimos)

vs

-astes (amastes)

-estes (correstes)

-istes (partistes)

eles

-aram (amaram)

-eram (correram)

-iram (partiram)

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Note

1. ^ Con alcune eccezioni; si consideri l'esempio Nel giro di un paio d'ore fummo a casa sani e
salvi. chiaro che in questo enunciato non assolutamente possibile sostituire il passato
remoto con il passato prossimo; sarebbe semmai possibile sostituirlo con l'imperfetto, ma non
senza modificare la visione aspettuale dell'evento. Per le particolarit aspettuali del passato
remoto, vedi Bertinetto.
2. ^ senza l'accento acuto in brasiliano.

Futuro semplice
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il futuro semplice una forma verbale del modo indicativo. Indica situazioni ed eventi
presenti e futuri che risultano in qualche modo incerti; il futuro viene spesso preferito al

presente per indicare eventi futuri quando l'evento situato a notevole distanza di tempo
nell'avvenire:

Domani andr a Parigi.

Indice
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1 Cenni storici
2 Coniugazione del futuro semplice
3 Uso del futuro
o

3.1 L'uso temporale

3.2 Altri usi del futuro


4 Il futuro nella formazione di parole
5 Il futuro in altre lingue

5.1 Lingue romanze

5.2 Lingue germaniche


6 Note
7 Bibliografia

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Cenni storici

Il futuro italiano nella sua forma attuale non un'eredit diretta del latino classico. Questa
lingua utilizzava infatti una variante di futuro completamente diversa da quella che usiamo
oggi. Per amare, si aveva:

Amabo, amabis, amabit, amabimus, amabitis, amabunt.

Con il tempo, questa forma antica caduta in disuso, anche perch con il tempo e con i vari
mutamenti linguistici in corso, essa iniziava a rassomigliare troppo a quella dell'imperfetto.[1]
Fin cos per fare gradualmente posto ad un'altra: questa era formata dall'infinito del verbo,
seguito dalle forme coniugate dell'ausiliare avere: amare habeo ecc. (amare + ho). Col
tempo, le forme del verbo all'infinito si sono fuse in un'unica parola con quelle del verbo

avere, che restano ancor oggi riconoscibili nelle desinenze del futuro dell'italiano (o di altre
lingue romanze):

Per l'italiano: io amer amare + ho; tu amerai amare + hai; egli amer amare +
ha.

Per il francese: j'aimerai aimer + ai; tu aimeras aimer + as; il aimera aimer + a.

Per lo spagnolo: yo amar amar + he; t amars amar + has; l amar amar +
ha.

Per il portoghese: eu amarei amar + hei; tu amars amar + hs; ele amar amar
+ h.

Nella coniugazione in -are, il mutamento fonetico da -ar- atono in -er- tipico della
Toscana[2]. In origine, il significato di queste forme era modale (la forma amare habeo
significava 'ho da amare', oppure 'devo amare'). Del resto, ancor oggi il futuro pu indicare un
dovere

Domani metterai in ordine la camera

e quindi sostituire l'imperativo.


Le sue funzioni ed il suo uso non sono rimasti del tutto invariati durante l'epoca moderna:[3]
nel sistema verbale italiano, abbastanza chiara la sua tendenza ad un uso meno frequente
con il passare dei secoli, come anche la sua vocazione sempre pi chiara ad indicare delle
supposizioni.
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Coniugazione del futuro semplice

Questa forma verbale si coniuga sostituendo le desinenze dell'infinito (-are, -ere, -ire) con
quelle previste nel sistema verbale italiano per il presente nelle tre coniugazioni:
1a persona 2a persona 3a persona 1a persona 2a persona 3a persona
io
tu
egli, ella
noi
voi
essi, esse
1a coniugazione
parlare

parler

parlerai

parler

parleremo parlerete parleranno

2a coniugazione
ricever
ricevere

riceverai

ricever riceveremo riceverete riceveranno

3a coniugazione
dormir
dormire

dormirai

dormir dormiremo dormirete dormiranno

Come detto, le forme del verbo avere restano abbastanza riconoscibili soprattutto nelle
desinenze del singolare. Per le maggiori particolarit, ad esempio verbi irregolari, si possono
riassumere cos le principali linee di tendenza:

In alcune forme verbali pu verificarsi una caduta della e: il risultato sar avr al
posto di aver. Per questi verbi le forme saranno quindi avr, avrai, avr, avremo,
avrete, avranno. Le ragioni di questo mutamento fonologico sono semplici: la e si
trova nelle immediate vicinanze di una sillaba accentata e viene facilmente indebolita.
Similmente si avranno delle forme come cadr, dovr, potr, sapr, vedr, vivr per
citare le pi frequenti.

Il fenomeno della caduta di -e- un'irregolarit che si ritrova quasi esclusivamente tra
i verbi in -ere, dunque quelli della seconda coniugazione. In genere, il fenomeno ha
luogo tra i verbi con l'accento sulla -e- della desinenza -ere (avre, potre, dovre,
godre ecc.). Al contrario, non cade di norma la -e- atona che ritroviamo nei verbi
accentati sulla radice (come prndere, vndere, lggere, scrvere o muvere).

Si ricordi lo stesso fenomeno anche nel verbo andare (andr invece di ander), della
prima coniugazione. Sporadicamente si riscontra la stessa caduta della vocale anche
nella terza coniugazione, quella in -ire (verr).

Per approfondire il caso della caduta della -e- in verr: per evitare problemi di
articolazione della pronuncia, spesso le due consonanti si assimilano: avremo dunque
rimarr al posto di rimanr, oppure vorr al posto di volr. Similmente: berr e
terr.

Si distinguono per la conservazione della vocale tematica a tre verbi irregolari della
prima coniugazione, la cui forma all'infinito molto breve: fare, dare e stare (far,
dar, star). Similmente, per il verbo essere, si ha sar, sarai, sar, saremo, sarete,
saranno.

Il suono velare di /k/ e /g/ dei verbi che terminano in -care oppure -gare resta
inalterato anche davanti ad -e-, sicch si nota la comparsa di un adattamento
ortografico (h): cercher, cercherai ecc. L'ortografia delle forme il cui infinito
termina in -ciare oppure -giare segue una regola particolare (omissione della i:
comincer, comincerai ecc.).

Le regole illustrate valgono automaticamente per la formazione del condizionale presente,


che si distingue dal futuro solo per le desinenze finali, ma che altrimenti caratterizzato dalle
stesse regolarit ed irregolarit.
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Uso del futuro

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L'uso temporale

quello di indicare avvenimenti situati nell'avvenire, soprattutto se assai lontani nel tempo
(fra un paio di anni, andr in America).

Del resto, il nome stesso della forma suggerisce questa interpretazione. Ciononostante, essa
ancor oggi oggetto di discussione.
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Altri usi del futuro

Normalmente, il futuro indica insicurezza in un'asserzione oppure in una domanda (Questa


macchina in vetrina coster un patrimonio. Stanno suonando alla porta, chi sar?). Come si
nota negli esempi, le forme del futuro possono benissimo riferirsi al momento presente,
quello dell'enunciazione.
Tra questi usi del futuro ci sono:
1) Quello epistemico, che ha lo scopo di indicare una supposizione, anche nel presente.
Nell'enunciato

Cinzia non c', adesso sar a Roma o a Civitavecchia (la forma sar sta per 'pu
essere' a Roma).[4]

Nell'enunciato

Stanno suonando, sar sicuramente Gabriele (la forma sar sta per 'deve essere').

2) L'uso dubitativo, simile a quello epistemico:

Ma sar questo il prezzo giusto?

3) L'uso concessivo,[5]

Marco sar un ragazzino irrequieto, ma buono e gentile

Avr pure sessant'anni, ma non per questo sono un matusalemme.

che indica una situazione riconosciuta come vera, ma non di rilievo.


4) L'uso deontico, iussivo oppure volitivo, che denotano volere e dovere:

Metterai subito in ordine la tua camera

Tali usi portano alcuni studiosi ad interpretarlo come forma futura dell'imperativo. Il futuro
indica comunque un dovere anche in altri contesti:

Gli oggetti lasciati indebitamente in questo scaffale saranno rimossi dal personale
addetto

In questi i casi il momento in cui si svolge l'azione effettivamente posteriore rispetto al


momento dell'enunciazione.
Tra gli usi esposti, con il passare dei secoli, diventato sempre pi preponderante quello
epistemico: nel caso della forma composta del futuro, il futuro anteriore, abbastanza facile

osservare come esso sia di gran lunga pi frequente di quello temporale (che al contrario
tende a diventare sempre pi raro[6]).
Contemporaneamente, nei secoli passati sempre diventato meno frequente l'uso del futuro
in genere, che comunque resta (dopo il presente ed il passato prossimo) una delle forme
verbali italiane pi usate nella maggior parte dei contesti.
Diversi autori sostengono con convinzione che la natura del futuro sia modale, cio che la
forma serva ad indicare una forma di insicurezza o di potenzialit nel presente, e non una
forma di sicurezza nell'avvenire.[7] Comunque stiano queste cose, per le sue particolarit
storiche, morfologiche e semantiche, il futuro assume una posizione periferica nel sistema del
modo indicativo per avvicinarsi invece a quella del condizionale.
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Il futuro nella formazione di parole

In casi isolati, il futuro coinvolto nella formazione di sostantivi. Si ricorda ad esempio il


pagher, sostantivo che per metonimia indica un tipo di cambiale dove il valore del futuro
legato al riconoscimento di un dovere.
Anche il futuro latino usato per la formazione di sostantivi usati nelle lingue moderne. Si
pensi a placebo, futuro della prima persona del verbo placere, che corrisponde all'italiano
piacere. Curiosamente, le desinenze del futuro latino sono state impiegate per la nascita di un
sostantivo inglese utilizzato in innumerevoli lingue, il gazebo, ma a partire dal verbo inglese
to gaze (guardare).
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Il futuro in altre lingue

In genere, in una lingua si ritrova una dissimmetria tra passato e futuro. Viene infatti
privilegiato il dominio referenziale del passato, mentre quello del futuro, situato nel mondo
dell'insicurezza, non trova sempre un sicuro posto nella grammatica. L'opposizione
fondamentale sar quindi quella tra passato e presente, oppure tra passato o non-passato.
Il futuro una forma verbale che manca in innumerevoli lingue (vedi lingua ebraica, lingua
giapponese, lingua hadiya). In altre caratterizzato, con il passare dei secoli, da una spiccata
instabilit per forma e significato. Da una parte, spesso il futuro pu essere sostituito dal
presente come avviene peraltro nelle lingue che non lo conoscono; inoltre, si registra nella
storia di molte lingue l'alternanza tra due forme diverse, come si pu osservare anche
nell'italiano moderno:

Finir

Sto per finire

La perifrasi introdotta da stare per indica un avvenimento imminente. Anche se si tratta di


forme diverse per significato, particolarmente importante osservare come diverse lingue
dispongano, in fin dei conti, di due forme concorrenziali, una sintetica (formata grazie alle
desinenze) ed una analitica (che in italiano si serve del stare a mo' di verbo ausiliare, al quale
viene aggiunta la forma del verbo all'infinito).

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Lingue romanze

Come accennato, per le lingue romanze, il verbo ausiliare per la forma analitica era avere, il
che accomuna ancora le lingue imparentate all'italiano. In passato, la forma che ha dato
origine al futuro moderno veniva usata in concorrenza al vecchio futuro latino. Per il verbo
mangiare avremo nella lingua spagnola ed in quella francese, le forme seguenti:
italiano

francese

spagnolo

io manger

je mangerai

yo comer

tu mangerai

tu mangeras

t comers

egli manger

il mangera

l comer

noi mangeremo

nous mangerons

nosotros comeremos

voi mangerete

vous mangerez

vosotros comeris

essi mangeranno

ils mangeront

ellos comern

Diverse lingue romanze come il francese e lo spagnolo dispongono di una forma


concorrenziale, analitica; je vais manger (francese) o yo voy a comer (spagnolo). Essa si
forma con il verbo "andare" e va combinata con l'infinito del verbo; indica un'azione che si
svolge in un futuro immediato. Questa costruzione analitica corrisponde alla perifrasi italiana
stare per + infinito.
Dato il rapido cambiamento di significato del futuro durante i secoli, sono riscontrabili
differenze di uso tra una lingua romanza e l'altra, ad esempio per quanto riguarda l'ambito di
uso del futuro come espressione di un'incertezza.
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Lingue germaniche

Per la formazione del futuro, i sistemi verbali delle lingue germaniche preferiscono le forme
analitiche.
Per l'inglese, si usano gli ausiliari to shall e to will, che restano invariati durante la
coniugazione. Mentre shall riservato all'uso nella prima persona, will utilizzabile in tutta
la coniugazione. Entrambe le forme possono essere contratte, sicch I shall drink e I will
drink si confondono in I'll drink (che corrisponde a berr).[8]

In tedesco si usa il verbo ausiliare werden, letteralmente traducibile con la parola diventare.
Quest'ultimo varia continuamente a seconda della persona. Per i verbi to eat e essen, che
corrispondono a mangiare, avremo dunque le seguenti forme:
inglese

tedesco

I will (shall) eat

ich werde essen

you will eat

du wirst essen

he, she, it will eat

er, sie, es wird essen

we will (shall) eat

wir werden essen

you will eat

ihr werdet essen

they will eat

sie werden essen

I verbi ausiliari usati in inglese e tedesco per il futuro sono essenzialmente gli stessi da
coniugare in altro modo per la formazione del condizionale.
La funzione epistemica del futuro (quella di indicare una supposizione) non riscontrabile
solo nelle forme del futuro di diverse lingue romanze, ma anche in tedesco.[9]

Passato prossimo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Disambiguazione Se stai cercando l'omonimo film di Maria Sole Tognazzi, vedi Passato
prossimo (film).
Il passato prossimo una forma verbale che indica eventi, esperienze e fatti conclusi,
considerati secondo l'aspetto perfettivo:
Es.: Ieri sono andato all'ufficio postale.
Questo significa che mentre l'imperfetto indica una situazione, uno stato o comunque un
evento durante il suo svolgimento nel passato, il passato prossimo considera l'azione come un
evento o un avvenimento compiuto.[1]

Indice
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1 Coniugazione del passato prossimo


2 Cenni storici
3 Il passato prossimo come forma dell'attualit
4 Il passato prossimo come forma verbale del passato
o

4.1 Imperfetto e passato prossimo

4.2 Passato prossimo e remoto


5 Il perfetto composto in alcune lingue

5.1 Francese e spagnolo

5.2 Inglese e tedesco


6 Note
7 Bibliografia
8 Altri progetti

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Coniugazione del passato prossimo

Questo tempo si forma combinando le forme del presente indicativo degli ausiliari avere (a) o
essere (b) con il participio passato del verbo in da coniugare:
a. ho cantato, hai cantato, ha cantato,
abbiamo cantato, avete cantato, hanno cantato.
b. sono andato/a, sei andato/a, andato/a,
siamo andati/e, siete andati/e, sono andati/e.

Per il resto, questo tempo segue le regole che valgono per tutte le forme composte del sistema
verbale:

Una delle questioni di maggiore importanza riguarda la scelta tra avere ed essere: per
i verbi transitivi, cio quelli che reggono il complemento senza intermediario
(preposizione), si sceglie sempre il verbo avere: ho comprato gli orecchini. I verbi
intransitivi, quelli che non possono avere il complemento oggetto, vengono il pi
delle volte coniugati con essere: sono uscito/a, sono andato/a. Nonostante i numerosi

testi che hanno cercato di spiegarne la logica, in questi casi la scelta dell'ausiliare
questione ancora discussa.

Alcuni verbi intransitivi vengono coniugati con avere (es.: abbaiare,


chiacchierare, e molti altri). Dato che la questione non mai stata spiegata
esaurientemente e dato che l'esito nelle diverse lingue non sempre lo stesso,
il problema ha portato i grammatici a stilare delle lunghissime liste. [2]

Alcuni verbi hanno un significato ambiguo e possono cambiare l'ausiliare a


seconda del contesto. Il verbo finire, ad esempio, pu significare 'arrivare alla
fine', e come tale intransitivo: la scelta cadr dunque sul verbo essere (Lo
spettacolo finito). Questo verbo ha comunque anche un significato transitivo,
quello di 'portare qualcosa alla fine': in questo caso l'ausiliare sar avere (lui
ha finito la cena). Per altri verbi, la costruzione dipende dalla forma sintattica
dell'enunciato: il verbo correre, ad esempio, si coniuga con essere solo quando
specificata la direzione: sono corso a casa, ma ho corso per ore e ore.

I verbi riflessivi si coniugano con essere: non mi sono concentrato/a.

Se l'ausiliare essere, il participio va accordato per genere e numero al soggetto: lei


andata, loro sono andati. In un certo senso, in questi enunciati, il participio assume le
veci di aggettivo, una parte del discorso rigorosamente marcata a seconda di genere e
numero.

Se l'ausiliare avere, e se il complemento oggetto precede la forma coniugata di


avere sotto forma di pronome, il participio va accordato per genere e numero
all'oggetto: La mela? L'ho mangiata! I ragazzi? Non li ho visti. Quelle castagne? Non
mi piacciono, ne ho mangiate solo due. In questi casi, l'accordo con il complemento
oggetto obbligatorio solo con i pronomi la, le, li, ne; nel caso di mi, ti, ci, vi e con il
pronome relativo che l'accordo invece facoltativo.[3]

Soprattutto nella coniugazione in -ere, le forme del participio passato possono essere
irregolari.
In Italia del Sud, soprattutto in passato, si tendeva a sovrautilizzare il verbo avere (io ho
andato).
Per il resto, si rimanda alle tabelle di coniugazione.[4]
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Cenni storici

Il passato prossimo una forma verbale che nella lingua latina non esisteva. Al suo posto
veniva utililizzato il perfetto, che corrisponde all'incirca al passato remoto. L'origine del
passato prossimo risale all'epoca tarda del latino, sulla base di locuzioni come habeo litteram
scriptam: in origine, questo enunciato significava semplicemente 'ho una lettera scritta': il
participio aveva dunque la funzione di aggettivo. Questa costruzione, cambiando
gradualmente di significato, ha assunto le veci di una vera e propria forma verbale del
passato, per divenire sempre pi comune tanto in italiano quanto nelle altre lingue romanze.

In tal modo, il passato prossimo si affiancato alla forma semplice del perfetto (passato
remoto), senza tuttavia soppiantarlo.
Il meccanismo basato su habeo litteram scriptam si inoltre esteso ad altri contesti, per cui si
sono sviluppati nelle lingue romanze dei tempi come il trapassato prossimo, il futuro
anteriore, il congiuntivo passato e tutte le altre forme composte del sistema verbale.
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Il passato prossimo come forma dell'attualit

Questa forma verbale pu indicare un'azione da considerarsi compiuta nel presente:

Adesso ho finito il lavoro.

Proprio in questo momento, il presidente ha raggiunto il podio per parlare al


pubblico.

Anche se l'azione situata nel passato, l'effetto (compiutezza) attuale, si riferisce al


momento dell'enunciazione. Dunque, non si pu parlare di un vero e proprio riferimento
temporale al passato, ma piuttosto di aspetto compiuto. L'attualit della forma del passato
prossimo traspare negli esempi soprattutto dalla presenza di un'indicazione temporale
abbastanza precisa (adesso; in questo momento). Si noti peraltro che negli enunciati proposti
non sarebbe possibile usare il passato remoto.
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Il passato prossimo come forma verbale del passato

Il passato prossimo pu inoltre indicare fatti ed eventi con la funzione temporale di tempo del
passato, per esempio nelle narrazioni. Nell'esposizione di fatti passati, il passato prossimo si
distingue con gran chiarezza dall'imperfetto, ma non dal passato remoto. Le funzioni di
questo tempo possono emergere abbastanza chiaramente da un confronto tra le tre forme
verbali.
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Imperfetto e passato prossimo

Per approfondire, vedi la voce Imperfetto indicativo.

Seguendo un approccio di linguistica testuale, si pu formulare la differenza tra imperfetto e e


le forme di perfetto come il passato prossimo considerando quest'ultimo come la forma che
indica le azioni da mettere in primo piano, mentre l'imperfetto indica lo sfondo di una
narrazione:

Era presto di mattina, e siccome faceva freddo, ho preso l'automobile. Purtroppo


non sono riuscito a partire subito, e cos sono arrivato in ritardo in ufficio: il
principale aveva un'espressione strana.

L'interpretazione sotto questo punto di vista[5] ha grandi vantaggi di economia descrittiva ed


dunque di facile comprensione, ma ha comunque il difetto di basarsi solo sullo studio di testi
letterari. Normalmente, la distinzione classica tra aspetto perfettivo (azione conclusa) ed
imperfettivo (azione non conclusa) viene considerata come pi efficace.

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Passato prossimo e remoto

Per approfondire, vedi la voce Passato remoto.

Per quanto riguarda la differenza tra passato prossimo e passato remoto, questa basata su
criteri di rilevanza rispetto al presente. Psicologicamente, l'avvenimento pu essere
considerato come vicino (sicch si user il passato prossimo) o lontano (allora sar preferito il
passato remoto).

Napoleone nacque in Corsica

Questa bambina nata in Corsica

Nella scelta, non comunque possibile basarsi soltanto su criteri cronologici. Se vero, da un
lato, che gli avvenimenti avvenuti in un passato recente verranno coniugati al passato
prossimo pi spesso di altri, ci non pu in alcun modo costituire una regola generale. Conta
invece la distanza psicologicamente percepita,[6] anche se il pi delle volte gli enunciati
riferiti a tempi vicini finiscono per essere formati con il passato prossimo: logico che gli
eventi accaduti in un passato recente vengano normalmente rivissuti con pi intensit rispetto
ad altri accaduti in vecchia data, e che quindi vengano indicati con il passato prossimo.[7]
Viceversa, gli eventi lontani nel tempo saranno spesso percepiti come psicologicamente
distanti, per cui sar alta la probabilit vengano indicati con il passato remoto. Non per questo
si deve cadere nell'illusione di poter stabilire criteri puramente temporali per stabilire quando
usare l'una o l'altra forma. In altre parole, un fatto accaduto in tempi lontani:

Pi di un secolo fa, abbiamo proibito la schiavit, ma tutto ci resta solo teoria

pu benissimo essere considerato come pi attuale di uno verificatosi in tempi relativamente


vicini:

Mesi fa, esplorammo il bosco in cerca di porcini.

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Il perfetto composto in alcune lingue

Il passato prossimo una classica forma di perfetto composto. Spesso, viene chiamato con
questo nome o con nomi simili da alcuni studiosi (cfr. Bertinetto). In quanto segue, si
presentano le forme di composte del perfetto in alcune lingue romanze e non.
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Francese e spagnolo

Forme veramente corrispondenti al passato prossimo sono quelle composte del perfetto nelle
lingue romanze, come ad esempio il pass compos in francese, molto simile al passato
prossimo italiano.
Una differenza che si trova sporadicamente tra la forma italiana e quella francese sta nel fatto
che esistono in francese dei verbi che si coniugano con il verbo avere, ossia avoir, mentre in
italiano richiedono essere.

Tu m'as manqu - mi sei mancato/a

J'ai t - sono stato/a

L'accordo secondo il genere (maschile o femminile) e numero (singolare o plurale) invece


analogo a quello che ritroviamo in italiano (sono andato, sono andata).
Numero

Genere

Suffisso

Esempio

Singolare

maschile

Il est all. ( andato)

Singolare

femminile

-e

Elle est alle. ( andata)

Plurale

maschile

-s

Ils sont alls. (sono andati)

Plurale

femminile

-es

Elles sont alles. (sono andate)

Una differenza fondamentale tra il francese e l'italiano, sempre per quanto riguarda l'accordo,
sta nel fatto che spesso in francese le forme accordate del participio conservano il suono della
forma al maschile singolare, sicch non si sente alcuna differenza tra all, alle, alls ed
alles: solo nella lingua scritta che emerge - almeno il pi delle volte - la differenza tra
forme di vario genere e numero.
Il perfecto dello spagnolo (Presente Perfecto) si distingue da quelli dell'italiano e del francese
per utilizzare soltanto il verbo avere come ausiliare

l ha ido, nosotros hemos ido

egli andato, noi siamo andati,

il che semplifica notevolmente la coniugazione, anche perch il participio non va pi


accordato. Lo spagnolo si distingue inoltre dall'italiano e dal francese per usare il perfecto
solo in determinati contesti: va usato solo in caso di chiara attualit dell'azione. Negli altri
casi, si preferisce l'indefinido, la forma corrispondente del passato remoto.
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Inglese e tedesco

L'inglese ed il tedesco, come lingue germaniche, usano le forme composte del passato
seguendo regole proprie. Queste sono essenzialmente basate sul concetto di un passato pi o
meno attuale.

La forma composta del passato in inglese, il Present perfect simple, usa unicamente l'ausiliare
to have per poi combinarlo al participio del verbo da coniugare:

He has talked (ha parlato).

He has gone ( andato).

Questo tempo compatibile con la forma progressiva basata sul gerundio: He has been
talking, a differenza di quanto non avvenga in molte altre lingue.
Nella lingua tedesca, il perfetto (Perfekt) usa come ausiliari sia essere che avere, a differenza
dell'inglese: Er hat gesprochen - Er ist gegangen (Ha parlato - andato). Una differenza
notevole rispetto a molte altre lingue il fatto che in genere il participio va posto alla fine
della frase, sicch la forma verbale del perfetto viene spesso interrotta da una parte
dell'enunciato:

Maria hat lange mit Sonja telefoniert

Maria ha telefonato a lungo con Sonia,

A tale proposito, vale la pena di ricordare che in italiano sono piuttosto rare le espressioni che
possono frapporsi tra l'ausiliare ed il participio (si tratta soprattutto di brevi specificazioni
temporali): sempre venuto; gi venuto; non mai pi arrivato; non ancora arrivato).
invece molto pi comune che il passato prossimo italiano venga formato senza soluzione di
continuit.

Trapassato prossimo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il trapassato prossimo, spesso chiamato anche piucheperfetto o piuccheperfetto, una forma
verbale che indica la compiutezza oppure l'anteriorit temporale di un evento rispetto ad un
momento passato: Ieri ho ricevuto quello che avevo chiesto il giorno prima.

Indice
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1 Coniugazione del trapassato prossimo


2 Uso del trapassato prossimo
3 Altri usi del trapassato prossimo
4 Il trapassato in latino e in altre lingue

5 Note
6 Bibliografia

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Coniugazione del trapassato prossimo

Questa forma verbale si coniuga combinando le forme dell'imperfetto indicativo degli


ausiliari avere (a) o essere (b) con il participio passato del verbo in questione:
a. avevo cantato, avevi cantato, aveva cantato,
avevamo cantato, avevate cantato, avevano cantato;
b. ero andato/a, eri andato/a, era andato/a,
eravamo andati/e, eravate andati/e, erano andati/e.
Per quanto riguarda il resto, la coniugazione segue le particolarit del passato prossimo;
possibile ricorrere alle tabelle di coniugazione.[1]
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Uso del trapassato prossimo

Per l'uso del trapassato prossimo viene definito un momento passato a partire dal quale
l'avvenimento viene osservato. Ogni costruzione si riferir a questo momento:

Ieri all'una, avevo gi mangiato.

In questo caso, il momento viene specificato esattamente nella frase (ieri all'una). La
funzione del trapassato nell'esempio quella di indicare che, in quel momento, l'azione era
compiuta (vedi aspetto).[2]
Il momento di osservazione pu essere anche indicato da altre forme verbali del periodo,
come il passato prossimo, il passato remoto o l'imperfetto:

Non volevamo leggere il libro che la nonna ci aveva regalato a Natale.

Non volemmo leggere il libro che la nonna ci aveva regalato a Natale.

Non abbiamo voluto leggere il libro che la nonna ci aveva regalato a Natale.

Le forme del trapassato indicano in questo esempio una esplicita anteriorit temporale
rispetto al momento indicato dalle altre forme verbali (spesso, esse si ritrovano nella frase
principale).
L'uso del trapassato prossimo non raro in concomitanza con quello del presente storico:

Nel 1616, Galileo riceve aspre critiche per il contenuto dei libri che aveva
pubblicato.

Anche in questo caso, l'enunciato specifica il momento passato (Nel 1616), anche se non deve
essere necessariamente cos. Infatti, il momento al quale ci si riferisce spesso del tutto
implicito e deve essere recuperato nel contesto (in un altro enunciato oppure tramite un
ragionamento, come accade anche nell'esempio seguente):

Guarda com' sporca la tua maglietta, eppure ti avevo detto di fare attenzione!

In questo caso, l'azione indicata dal verbo dire sar anteriore rispetto ad un momento non
direttamente specificato. Nell'esempio, si tratta forse di quello in cui la raccomandazione
(fare attenzione) stata trascurata.
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Altri usi del trapassato prossimo

Similmente all'imperfetto, pu indicare irrealt (ma solo nella lingua parlata con sintassi non
sorvegliata):

Ora stiamo qui bloccati in questo treno lentissimo, ed invece con l'aereo, a quest'ora,
avevamo gi finito il viaggio.

L'applicazione della grammatica normativa dell'italiano richiederebbe invece un'altra


costruzione: a quest'ora saremmo gi arrivati. Secondo questi usi tipici della lingua parlata, il
trapassato prossimo pu sostituire le forme modali del congiuntivo trapassato o del
condizionale passato, soprattutto nel periodo ipotetico dell'irrealt:

Se ero nato a Milano non parlavo mica romano.

Normalmente, questi usi non sono considerati come accettabili nella lingua standard.
Esiste inoltre anche un uso di cortesia del trapassato,[3]: in pratica, comunque, esso
applicabile soprattutto al verbo venire:

Ciao, come va? Ero venuto a vedere se stai bene.

In questo caso il trapassato sostituisce il passato prossimo (sono venuto), che descriverebbe
con maggior precisione la costellazione temporale degli eventi. Per ragioni di cortesia,
comunque, il locutore trasporta artificialmente quelle che sono le sue intenzioni nel mondo
del passato (si tratta dell'uso corrispondente all'imperfetto di modestia): l'espediente serve
dunque ad evitare un enunciato troppo invadente o comunque troppo diretto.
A differenza degli usi corrispondenti dell'imperfetto, anche essi in un qualche modo collegati
all'irrealt, il trapassato indica dei processi verbali conclusi.
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Il trapassato in latino e in altre lingue

Il trapassato prossimo abbastanza corrente nella maggior parte delle lingue indoeuropee. La
sua complessit di significato si riflette nella ricchezza di forme che si ritrova nei vari idiomi,
il che giustifica un confronto. La forma usata in latino, non ereditata dall'italiano, rinunciava
all'ausiliare e prevedeva un'unica forma verbale (detta forma sintetica):

Audiveram ('avevo sentito').

Le dinamiche che hanno portato alla formazione del trapassato prossimo nella lingua italiana
di oggi sono le stesse che hanno causato la nascita delle altre forme composte (vedi passato
prossimo).
La forma sintetica sopravvive ancora in lingua portoghese, ma solo come forma scritta e
quindi di uso meno frequente (ouvira, avevo sentito). Pi spesso si usa in portoghese il verbo
ter come ausiliare, per poi aggiungere il participio ottenendo la forma tinha ouvido. questa
la cosiddetta forma analitica che conosciamo dall'italiano. Lo stesso meccanismo caratterizza
il trapassato in inglese:

I had heard ('avevo sentito').

Si comportano similmente, oltre all'italiano, il tedesco ed il francese (ich hatte gehrt; j'avais
entendu). D'altro canto, in alcune variet meridionali sia del tedesco sia del francese esiste
una forma ottenuta con il perfetto composto (passato prossimo) dell'ausiliare, cui viene poi
ancora aggiunto il participio passato del verbo da coniugare: dalla combinazione risulter il
verbo coniugato, che includer due forme del participio passato e sar cos composto da tre
forme verbali in tutto:

J'ai eu entendu ('avevo sentito');

Ich habe gehrt gehabt ('avevo sentito').

Tradotti letteralmente, gli enunciati andrebbero resi in un italiano agrammaticale (io ho avuto
sentito al posto di io avevo sentito). In francese, si parla di pass surcompos, in tedesco di
doppeltes perfekt.[4] In sintesi, si avranno allo scritto le seguenti forme corrispondenti
all'italiano sentire-udire. Le forme con il doppio participio nelle variet di tedesco e francese
sono riservate ad contesti speciali (linguaggio poetico, dialettale o antiquato), sicch non
vengono incluse nell'elenco.
Inglese Tedesco

I had
heard

Latino

ich hatte
audiveram
gehrt

Rumeno Portoghese Spagnolo Francese Italiano

auzisem

ouvira / tinha haba


ouvido
odo

j'avais
entendu

avevo
sentito

du
you had
hattest
heard
gehrt

audivers

auzisei

ouviras /
habas
tinhas ouvido odo

tu avais
entendu

avevi
sentito

he/she
had
heard

audiverat

auzise

ouvira / tinha haba


ouvido
odo

il/elle
avait
entendu

aveva
sentito

er/sie
hatte
gehrt

we had
heard

wir
hatten
gehrt

ouvramos /
tnhamos
ouvido

audivermu auziser
s
m

nous
habamos
avions
odo
entendu

avevamo
sentito

you had ihr hattet


audivertis
heard
gehrt

ouvreis /
auziseri tnheis
ouvido

habais
odo

vous aviez avevate


entendu
sentito

they had sie hatten


audiverant
heard
gehrt

auziser

ouviram /
tinham
ouvido

haban
odo

ils avaient avevano


entendu
sentito

Nelle lingue romanze come l'italiano, il trapassato prossimo di solito affiancato da una
seconda forma, il trapassato remoto. Con il passare dei secoli, quest'ultimo ha ceduto gran
parte del suo ambito di uso al primo (per quanto riguarda l'Italia, soprattutto al nord).

Trapassato remoto
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il trapassato remoto una forma verbale che indica fatti che si sono svolti poco prima di un
momento indicato dal passato remoto.
Esempio: nell'enunciato

Dopo che Luisa ebbe sceso le scale, usc dalla palazzina,

l'azione indicata dal verbo scendere (coniugata al trapassato remoto) anteriore a quella di
uscire (passato remoto).
Se alcuni secoli fa compariva anche nella proposizione principale, oggi si usa solo nella
secondaria. Nel complesso, questa forma verbale ha un certo ruolo, seppur modesto,
soprattutto nella lingua scritta di stile particolarmente elevato (es.: testo letterario). ancor
meno diffuso nelle variet settentrionali italiane.

Indice
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1 Coniugazione del trapassato remoto


2 Trapassato remoto e trapassato prossimo

3 Il trapassato remoto in alcune lingue romanze


4 Note
5 Bibliografia

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Coniugazione del trapassato remoto

Il trapassato remoto si forma analogamente al trapassato prossimo, con la differenza che le


forme dei verbi ausiliari vengono coniugate al passato remoto anzich con l'imperfetto.
Con l'ausiliare avere si formeranno ad esempio:
ebbi cantato, avesti cantato, ebbe cantato, avemmo cantato, aveste cantato, ebbero
cantato
Con essere si coniuga invece in questo modo:
fui andato/a, fosti andato/a, fu andato/a, fummo andati/e, foste andati/e, furono
andati/e
Per il resto, si rimanda alle tabelle di coniugazione.[1]
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Trapassato remoto e trapassato prossimo

Come accennato, questa forma viene usata soltanto nella proposizione subordinata (frase
secondaria), introdotta da congiunzioni come dopo che, non appena, finch e simili:

Non appena Giovanni ebbe sentito la notizia, corse a raccontarla a tutti;

Io non dissi nulla finch gli altri non ebbero finito di parlare;

Quando i giovani ebbero mangiato la frutta, presero un bicchiere di liquore.

Dopo che fummo arrivati, entrammo.

Continuai a correre finch ebbe smesso di piovere.

Molto spesso, si pu sostituire il trapassato remoto con il trapassato prossimo ottenendo


risultati pi o meno accettabili. Non vale invece il discorso inverso, perch l'uso del
trapassato remoto, un tempo pi frequente di adesso, oramai limitato da tutta una serie di
restrizioni:[2]
1) Il trapassato remoto possibile solo quando nella principale si usa il passato remoto. Se al
posto di questo viene usato il passato prossimo, si dovr scegliere il trapassato prossimo:

Dopo che Giovanni aveva sentito la notizia, corso a raccontarla a tutti.

Dopo che Giovanni ebbe sentito la notizia, corse a raccontarla a tutti.

2) Si preferisce il trapassato prossimo se tra i due eventi si trova un considerevole intervallo


di tempo:

Giovanna and a raccontare in giro la notizia solo una settimana dopo che l'aveva
sentita.

Giovanna and a raccontare in giro la notizia non appena l'ebbe sentita.

3) L'anteriorit temporale nella proposizione causale (rapporto causa-effetto) va indicata con


il trapassato prossimo e non con il trapassato remoto, anche se i due eventi si susseguono
immediatamente:

Giovanni corse a parlare con tutti perch aveva sentito quella notizia incredibile.

Giovanni corse a parlare con tutti dopo che ebbe sentito quella notizia incredibile.

Neanche nella proposizione relativa davvero appropriato utilizzare il trapassato remoto:


Giovanni corse a raccontare la notizia che aveva appena sentito. Prevale il trapassato
prossimo anche negli altri tipi di subordinata come la proposizione modale: Giovanni and in
giro a raccontar tutto esattamente come aveva fatto le altre volte. In sintesi, l'uso del
trapassato remoto limitato in gran parte alla proposizione temporale.[3]
4) Anche in altri casi, si tende a preferire il trapassato prossimo per non complicare
l'enunciato: per esempio, l'uso del trapassato remoto in combinazione con il passivo
rarissimo ed estremamente elaborato; anche l'uso di questo tempo nei verbi coniugati con il
verbo ausiliare essere sembra ormai inusitato. In caso di concordanza tra i soggetti tra
principale e subordinata, esiste inoltre la possibilit di semplificare la proposizione temporale
grazie alla subordinazione implicita. Al posto della soluzione

Dopo che fu uscita di casa, Maria si guard intorno,

se ne potranno utilizzare altre, il che limita ancora una volta l'uso del trapassato remoto:

Uscita di casa, Maria si guard intorno

Dopo essere uscita di casa, Maria si guard intorno.

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Il trapassato remoto in alcune lingue romanze

Sono diverse le lingue romanze a disporre di una seconda forma verbale del trapassato, basata
sull'ausiliare coniugato in una forma semplice del perfetto (passato remoto). Come in italiano,
anche in francese ed in spagnolo si tratta di una forma meno usata e soprattutto in francese
spesso si preferisce il trapassato prossimo: nella lingua pi letteraria, il trapassato remoto
indica un avvenimento accaduto prima di un secondo evento indicato dal perfetto semplice

(vale a dire dal passato remoto). La costruzione con la subordinata anteposta quella pi
comune:

Ds qu'il eut fini de parler, il partit (FR)

En cuanto hubo acabado de hablar, se march (ES)

Appena ebbe finito di parlare, se ne and

A differenza di quanto accade in italiano o in francese, tutte le forme composte dei verbi
spagnoli utilizzeranno solo il verbo ausiliare haber:

Ds qu'il fut sorti de la salle, la victime se mit pleurer (FR)

En cuanto el delincuente hubo salido del cuarto, la vctima se ech a llorar (ES)

Appena il delinquente fu uscito dalla stanza, la vittima si mise a piangere

A titolo di paragone, si propone nella tabella la coniugazione del verbo dormire. Al passato
remoto dell'ausiliare italiano, corrisponderanno il pass simple francese e l'indefinido
spagnolo. Gli ausiliari verranno usati per formare rispettivamente il pass antrieur[4] ed il
pretrito anterior[5]:
Italiano: trapassato remoto Francese: pass antrieur Spagnolo: pretrito anterior

io ebbi dormito

j'eus dormi

yo hube dormido

tu avesti dormito

tu eus dormi

t hubiste dormido

egli ebbe dormito

il eut dormi

l hubo dormido

noi avemmo dormito

nous emes dormi

nosotros hubimos dormido

voi aveste dormito

vous etes dormi

vosotros hubisteis dormido

essi ebbero dormito

ils eurent dormi

ellos hubieron dormido

Futuro anteriore

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Il futuro anteriore una forma verbale che indica eventi, esperienze e fatti considerati come
compiuti, ma che si trovano nell'ambito dell'avvenire o in quello dell'insicurezza.

Indice
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1 Formazione del futuro anteriore italiano


2 Cenni storici
3 Uso temporale
4 Usi epistemici
5 Futuro anteriore nelle altre lingue
6 Bibliografia

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Formazione del futuro anteriore italiano

Questa forma verbale si coniuga combinando le forme del futuro semplice degli ausiliari
avere o essere con il participio passato del verbo in questione:
avr cantato, avrai cantato, avr cantato,
avremo cantato, avrete cantato, avranno cantato;
oppure:
sar andato/a, sarai andato/a, sar andato/a,
saremo andati/e, sarete andati/e, saranno andati/e.
Per il resto, la coniugazione del futuro anteriore segue le particolarit del passato prossimo.
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Cenni storici

In latino, il futuro anteriore si chiamava futurum exactum. Coniugando il verbo cantare, si


aveva:
cantver, cantveris, cantverit, cantverimus, cantveritis, cantverint.
Queste forme si sono estinte, sia a causa della nascita della forma moderna del futuro
semplice, sia per la comparsa di tempi composti come il passato prossimo (quelli che dunque

utilizzano una forma del participio combinata al verbo ausiliare). Il futuro anteriore latino ha
ceduto quindi il passo alle forme come le conosciamo oggi.
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Uso temporale

Secondo le grammatiche tradizionali, il futuro anteriore indica l'anteriorit temporale di un


evento rispetto ad un momento del futuro:

Fra un anno, saremo andati in pensione.

Spero che dopodomani correggerai le lettere che avr scritto.

Nel primo esempio, il momento in cui l'azione si gi svolta indicato da un complemento


(fra un anno); nel secondo la forma verbale del futuro semplice a determinarlo: infatti avr
scritto (futuro anteriore) indica un'azione anteriore a quella indicata da correggerai (futuro
semplice).
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Usi epistemici

Gli usi pi frequenti di questa forma verbale sono comunque altri, soprattutto quelli
epistemici. Analogamente al futuro semplice, il futuro anteriore pu infatti indicare una
supposizione su un avvenimento:

Sabrina non c', sar uscita con Gloria.

Immagino che a quest'ora i nostri amici saranno gi arrivati a Roma.

La sua peculiarit quella di riferirsi ad eventi che al momento dell'enunciazione, dunque


quello presente, dovrebbero essersi gi conclusi. Nella lingua parlata di tutti i giorni, questo
uso del futuro anteriore di gran lunga il pi frequente (del resto, questo uso piuttosto
frequente anche allo scritto).
Gli altri usi del futuro anteriore (per es., l'uso concessivo e dubitativo) sono analoghi a quelli
del futuro semplice.
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Futuro anteriore nelle altre lingue

Anche in altre lingue europee, si ha una forma di futuro ottenuta coniugando il verbo ausiliare
al futuro semplice per poi aggiungervi un participio passato.
Per quanto riguarda la forma, dato che in tedesco ed in inglese non ci sono forme sintetiche, il
futuro anteriore sar formato dalla successione di tre forme: per esempio, in inglese la forma
del presente dell'ausiliare will seguita dall'infinito di have e dal participio passato del verbo
da coniugare.
Si propongono come termine di confronto le varie forme corrispondenti all'italiano egli avr
dormito.

Francese
Futur antrieur

Spagnolo
Futuro perfecto

Inglese
Future perfect

Tedesco
Futur II

il aura dormi

l habr dormido

he will have slept

er wird geschlafen haben

La funzione epistemica non altrettanto ben rappresentata in tutte le lingue. Ad esempio,


frequente che in spagnolo si esprima con il condizionale presente ci che invece indicato in
italiano con il futuro anteriore,[1] ad esempio una supposizione o congettura su un
avvenimento passato:

Estara enfermo?

Sar stato malato?

Una lingua che prevede largo uso del futuro anteriore per indicare una supposizione sul
passato indubbiamente il tedesco.

Verbi incoativi
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Nella lingua italiana, vengono detti verbi incoativi - impropriamente, per analogia col latino
- quei verbi della terza coniugazione (-ire) che ampliano, o che possono ampliare, il
paradigma desinenziale ordinario con l'interfisso -isc- tra radice e desinenza, alla 1^, 2^, 3^ e
6^ persona dell'indicativo presente, del congiuntivo presente e dell'imperativo. Si tratta di
fenomeno caratteristico solo della terza coniugazione, e presente nella stragrande
maggioranza[1] dei suoi verbi.
La denominazione, affermatasi nella grammatica tradizionale, per impropria perch in
italiano l'interfisso -isc- non portatore di alcun significato proprio, in grado di conferire
all'azione espressa da verbo un aspetto incoativo (cio di inizio dell'azione). Si tratta di una
funzione che in latino aveva l'interfisso -sc-, di cui -isc- l"erede" e da cui si trae tale
denominazione, ma che in italiano non conserva valore semantico proprio: infatti, non vi
alcuna differenza tra nutro e nutrisco. Esistono soltanto, in rarissimi casi, alcune sfumature di
significato che la tradizione letteraria ha assegnato in via preferenziale al paradigma in -iscpiuttosto che a quello ordinario, nei verbi che li ammettono entrambi, ma si tratta comunque
di variazioni che non conferiscono all'interfisso un valore semantico proprio.

Indice
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1 Morfologia e origine

2 Lista dei verbi incoativi


o

2.1 A-G

2.2 I

2.3 L - Z
3 Casi particolari
3.1 Errori frequenti

4 Note
5 Bibliografia
6 Voci correlate

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Morfologia e origine

L'interfisso -sc- compare esclusivamente nelle 1^, 2^, 3^ e 6^ persone del presente
indicativo, del presente congiuntivo e dell'imperativo. Essendo portatore di accento primario
rende ciascuna di queste voci rizoatone - cio accento non sulla radice - e acquisiscono perci
cadenza piana le prime tre e sdrucciola l'ultima.
Inoltre l'interfisso adegua la sua resa fonetica a seconda della vocale iniziale della desinenza
assumendo ora suono duro della C (/-'isk-/), se seguita da -a o -o, ora, invece, il suono dolce
del digramma SC (/-'i-/) se seguito da -e o -i.
Indicativo presente

Congiuntivo presente

Imperativo

fin-sc-o

fin-sc-a

fin-sc-i

fin-sc-a

fin-sc-i

fin-sc-e

fin-sc-a

fin-sc-a

fin-imo

fin-imo

fin-imo

fin-te

fin-te

fin-te

fin-sc-ono

fin-sc-ano

fin-sc-ano

All'origine dell'affisso -isc-, che ha creato un sistema desinenziale parallelo a quello standard
gi presente nella terza coniugazione, dev'esserci stato un uso imitativo del suffisso latino
-sco in verbi che gi avevano implicito un valore incoativo nel solo significato - che
ovviamente da rintracciare nella radice e non nella desinenza - come fiorire, guarire, marcire
che indicano tutti un processo progressivo. Tale valore anche possibile rintracciarlo in
numerosi altri casi di verbi parasintetici, appartenenti alla stessa coniugazione, come indurire,
arrossire, dove il valore incoativo pu essere percepito in maniera ancora pi marcata che nei
precedenti.
Col tempo, poi, il legame iniziale col suffisso -sco deve essere venuto meno, sino a far
diventare tale sistema desinenziale accessorio, una particolarit della terza coniugazione,
favorendone cos la diffusione in altri verbi che nulla avevano a che fare con un concetto di
inizio o di principio, ma anche pi genericamente di progressione. Secondo numerosi
studiosi[2] la sua diffusione darebbe da addebitarsi a una generale "tendenza livellatrice"
dell'accento su tutto il paradigma verbale che infatti presenta una netta prevalenza delle forme
rizoatone; non a caso l'interfisso -isc- presente soltanto in quei modi e in quei tempi e in
quelle voci, che altrimenti avrebbero accento primario sulla radice del verbo.
Vi inoltre da aggiungere che spesso parallelamente alle forme in -ire, si sono sviluppati dei
verbi partendo dalla medesima radice con la desinenza -are. Queste coppie di verbi
corradicali, possono essere sinonimi perfetti equamente distribuiti, oppure rappresentare una
la variante meno comune dell'altro, magari d'uso solo letterale o antiquato; talvolta invece i
verbi condividono soltanto alcune sfumature dei loro significati, mentre altre volte sono quasi
contigui come significati ma fondamentalmente diversi; altre volte invece per processi storici
hanno significati completamente slegali seppure uniti nell'etimo. L'aspetto fondamentale di
queste coppie che le prime due voci dell'indicativo presente possono confondersi se non si
sa che il verbo in -ire ha l'estensione in -isco e -isci.
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Lista dei verbi incoativi

Una lista dei verbi incoativi presente sulla Grammatica italiana di Moretti-Orvieto[3] con
482 verbi segnalati. La seguente lista, per, stata ricavata dal Vocabolario della lingua
italiana Devoto-Oli contenente circa 740 verbi fra cui antiquati e anche semplici varianti di
verbi non presenti nella lista perch appartenente ad altre coniugazioni.
Per ragioni di maggiore fruibilit, sono stati omessi quei prefissi da cui facile risalire alla
forma base, della quale seguono la coniugazione; sono stati mantenuti, invece, quei verbi con
forte indipendenza semantica dal verbo base e tutti quelli generalmente marcati come "non
comuni" dai dizionari per ragioni di completezza.

> e < nelle colonne "verbi" e "corradicali" indicano che quella forma una variante del verbo presente
nella colonna pi a destra (>) significato o in corradicale, o a sinistra (<).

indica un verbo antiquato

1, 2 nella colonna "tipo" indicano invece i verbi per cui correntemente possibile usare sia la
coniugazione regolare (1), sia quella incoativa (2), indicando quale della due viene segnalata dai
dizionari come predominante o preferibile; * indica la presenza di limitazione della una doppia
coniugazione, indicate nelle note.

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A-G

Verbo

Significato

Tipo

Corradicali

abbellire

abbellare

abbonire

abbonare

abbrividire

abbrividare

abbrunire

abbrunare

abbrustolire

< abbrustolare

Note

abbrutire
abbruttire
abolire
aborrire

abortire
accalorire >

accalorare
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'accanare'

accanirsi
accestire

di piante fatte a cesto

acciocchire

intorpidire

acciucchire

istupidire

accorcire >
accudire
acetire

accorciare

acquisire
acuire
addocilire

ammorbidire; indocilire

addolcire
adempire >

addolciare
adempiere

aderire
adibire
adire
adsorbire

produrre un
adsorbimento

afferire

essere afferente

affertilire
affienire

affievolire
affiochire

dell'erba che diventa


fieno

affienare
affievolare
[4]

< affiocare
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'affittare'

affittire
affloscire >
affluire
aggentilire
aggobbire

afflosciare

aggranchire

aggranchiare

aggrandire

aggrandare[5]

aggredire
aggrinzire

aggrinzare

agguerrire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'agiare'

agire
alleggerare [6]

alleggerire

allenire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'allenare'

lenire, diminuire

allestire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'allibare'

allibire
allividire
allocchire

istupidire

ambire
ammalinconir
e
ammalizzire

smaliziare

ammannire

Preparare

ammansire

Esiste un verbo non


ammannare corradicale in -are
'ammannare'
< ammansare

ammattare[7]

ammattire
ammencire

inflacidire

ammezzire

infracidire

ammiserare[8]

ammiserire

ammollire

Esiste un verbo non


corradicale in -are
'ammezzare'

ammorbidire; indebolire;
lenire

ammollare

ammonire
ammorbidire

<
ammorbidare

ammortire

ammortare

ammoscire >

ammosciare

ammuffire

<ammuffare

ammusire

ammusare

ammutire

ammutare

ammutolire

ammutolare[9]

annerire

annerare

annichilire

annichilare

annobilire

annuire

Esiste un verbo non


corradicale in -are
'annuare'[10]

apparire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'apparare'

appassare[11]

appassire
appesantire
appetire

appetare[12]

appiattire

appiattare

appiccolire
applaudire
appratire

appiccolare[13]

rimpiccolire
1
Mettere un terreno a
prato

approfondire

approfondare

appuntire

appuntare

ardire
arguire
arriccare[14]

arricchire
arrochire
arrossire

rendere rauco

< arrocare
arrossare
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'arrostare'

arrostire
arrugginire
arruvidire

arruvidare[15]

arsire

inaridirsi

assalire
assaporire

1
insaporire

assaporare

asserire
asservare[16]

asservire
assopire
assorbire

assordire

assordare

assonnirsi

assonnare

assortire
Esiste un verbo non
corradicale il -are
'attecchiare'[17]

attecchire

atterrire

atterrare

attribuire
attristire

attristare

attutire

attutare

aulire
avvertire

Emanare profumo
Le forme in -isc- sono
considerate antiquate

avvilire

avvilare[18]

avvizzire

avvizzare[19]

azzittire

azzittare

azzoppire

azzoppare

bandire

Esiste un verbo non


corradicale in -are
'bandare'[20]

barrire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'barrare'

bastire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'bastare'

costruire

bianchire

biancare

bipartire
blandire

lusingare, lenire, lambire

bombire

rimbombare

borire

Far alzare in volo la


selvaggina

bramire

emettere bramiti

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'bombare'

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'bramare'

brandire
brunire

sottoporre a brunitura;
levigare

brusire
campire

Stendere il colore di
fondo di un dipinto

candire

rendere candido; candire


la frutta

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'campare'

capire
carpire

strappare; ottenere con


astuzia

carpare

censire
cernire

cernere

cestire

Confesionare un cesto
chiarare[21]

chiarire
circuire
coire

compiere un coito

collabire

di organo che si affloscia

colorire

colorare
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'colpare'

colpire

comparire

Nel significato di "far


bella figura" solo forme
in -isc-.

compartire

dividere in parti uguali

Esiste un verbo non


corradicale in -are
'comparare'

compatire
compire
complire
concepire
concupire

compiere
complimentarsi;
compiere

1
< concepere

condire
conferire
confluire
contribuire
convertire

1*

*Solo antiquate le forme


con -isc-

costituire
costruire
custodire
deferire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'Definare'
[22]

definire

defluire
deglutire
demolire
deperire
destituire
differire
diffinire

definire

digerire
digredire

Compiere una
digressione

diluire
dimagrire

dimagrare

diminuire

dipartire

Solo nel senso di


"dividere in due"

disagrire

sottoporre il vino a
disagrimento

Il verbo dipartire con senso


di 'partire; morire' si
coniuga normalmente
Esiste un verbo non
corradicale in -are
'disagrare'[23]

disasprire

disparire

sparire

dispartire

dividere

Esiste un verbo non


corradicale in -are
'disparare'

disquisire
distribuire
divertire

ebollire

eccepire
eccerpire

estrarre citazioni da un
testo

effluire
elargire
eluire

sottoporre a eluizione

Le forme in -isc- sono


considerate antiquate

erudire
esaudire
esaurire
eseguire
esercire

2
Esercitare unattivit
professionale

esibire
esinanire

annichilire

esordire
espedire

sveltire, sgombrare,
sbrigrare

esperire

intraprendere

evoluire

eseguire evoluzioni

fallire

fallare

farcire
fastidire
favorire
fedire

ferire

feltrire

infeltrire

ferire

2*

finire

2
feltrare
*Solo nella terza persona
anticamente senza -isc-:
ferie o fere
finare

fiorire

fiorare

fluire
forbire

pulire, raffinare

fornire
fremire

fremere

frinire
fruire
gannire

guaire

garantire
garrire
gecchire

umiliare

gerire

gestire, amministrare

gestire

fare gesti; amministrare

ghermire
gioire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'gradare'

gradire
graffire

incidere con una punta

granire

ridurre in grani

gremire
grugnire

graffare

guaire
gualcire
guarentire

garantire

guarire
guarnire
guattire
[modifica]

abbaiare

Verbo

Significato

Tipo

Corradicali

illanguidire
illeggiadrire
illimpidire

rendere limpido

illiquidire

liquefarsi

illividire
imbachire

marcire; corrompersi
moralmente

imbaldanzire
imbalordire
imbambinire
imbandire
imbarbarire

stordire, confondere

imbacare

Note

imbarbogire

ribambire

imbastardire
Esiste un verbo non
corradicale in -are
'imbastare'

imbastire

imbecillire
imbellire
imbertonire

Innamorarsi pazzamente

imbestialire
imbianchire

imbiancare

imbibire
imbietolire

rincretinire

imbiondire

imbiondare

imbirbonire
imbizzarrire
imbizzire
imbolsire
imbonire

imbonare

imborghesire
imboschire

imboscare

imbottire

imbottare

imbozzacchire di susine che diventabo

bozzacchio; svilupparsi
male
imbrandire

impugnare

imbricconire

rendere briccone

imbroncire >

imbronciare

imbrunire

imbrunare

imbruschire
[24]

rendere brusco

imbrutire
imbruttare[25]

imbruttire
imbufalirsi

adirarsi

imbuire

rendere stupido e ignorante

imbutire

sottoporre a imbutirura

immalignire
immalinconire
immalizzire

rendere malizioso

immelanconire
immalinconire
>
immelensire
immeschinire
imminchionire
immiserire

rendere melenso

immorbidire
immucidire

Prendere il sapore della


muffa

immusire

immusonirsi

immusonirsi
impadronirsi
impallidire
impartire
impassire

appassire

impaurire

< impaurare

impazientire

< impazientare

impazzire

impazzare

impecorire
impedantire
impedire
impensierire
impermalire

indispettire

impetire

citare in giudizio

impetrire

impietrire

impetrare

impettirsi

impettarsi

impiantire

impiantare

impiccinire

rendere piccino

impicciolire
impiccolire
impidocchire
impietosire
impietrire

impietrare

impigrire
impinguire

impinguare

impoltronire
imporrire >

cominciare a marcire per


l'umidit

imporrare

impoverire
impratichire
impreziosire
improsciuttire dimagrire
impuntire

impuntare

imputridire
impuzzire

impuzzare

impuzzolentire
impuzzolire
inacerbire

inacerbare

inacetire
inacidire
inacutire

inasprire

inagrestire

dell'uva che non matura

inagrire

rendere agro

inamarire

amareggiare

inanimire

incoraggiare

inanimare

inardire
inaridire
inasinire

instupidire

inasprire

inasprare

incadaverire
incagnire

arrabbiarsi

incallire
incalorire

procurare infiammazione

incanaglire
incancherire

incanagliarsi
incancrenire

incancrenire
incanire
incanutire

imbestialire

incancherare

incaparbire
incaponirsi
incapriccirsi >
incarbonchire

incapricciarsi
ammalarsi di carbonchio

incarbonire
incarnire

incarnare

incarognire
incartapecorire
incatorzolire

inbazzicchire

incattivire

incattivare

incenerire

incenerare

incerconire

del vino che si altera


guastandosi

incimurrire

ammalarsi di cimurro

inciocchire

inciucchire

incipollire

staccarsi per cipollatura

inciprignire

irritare

incitrullire
inciuchire

istupidire

incivettire

Rendere una persona frivola

incivilire

incodardire
incollerire
incretinire
incrudelire
incrudire
incupire
incuriosire
incurvire
indebilire

incurvare
indebolire

indebolire
indiavolire

indiavolare

indispettire
indocilire
indolcire
indolenzire
indolire

indolenzire

indormentire

intorpidire

indurire

indurare

inebetire
inerbire

rendere erboso

inerbare

inerire

essere inerente

infanatichire
infantastichire
infarcire
infastidire
infellonire
infeltrire
infemminire
inferire
inferocire
infertilire
infervorire >

infervorare

infetidire
infiacchire
infierire
infievolire
infingardire
infiochire

rendere fioco

infiorentinire

rendere fiorentino

infiscalire

rendere eccessivamente
fiscale

infistolire
infittire
influire
infoltire
inforestierire

<
inforestierare

informicolirsi

informincolars
i

infortire

rinforzare; rendere un vino


forte

infoschirsi

infoscare

infracidire

infracidare

infralire

indebolire

infranchirsi

rendere franco

infratire

del baco da seta che fa il


bozzo sulla stuoia

infreddolire
infrenesire

indurre frenesia

infrigidire

infrigidare

infrollire
infrondire

rendere frondoso

infurbire
infustire

irrigidire come un fusto

infrondare

ingagliardire
ingaglioffire

ingaglioffare

ingelosire
ingentilire
ingerire
inghiottire

inghiottonire
ingiallire
ingigantire
ingiovanire
ingobbire
ingoffire

ingoffare

ingolosire
ingracilire
ingranchire

rattrappire

ingrandire
ingrigire
ingrinzire
ingrugnire
ingrullire

ingrugnare

inibire
inlividire

illividire

innervosire
inorgoglire
inorridire
inottusire

rendere intellettualmente
limitato

inquisire
insanire
insaporire
insatirire

insaporare
diventare lascivo

insecchire
inselvatichire
inserire
inseverire
insignire
insignorire
insipidire
insoggettire
insolentire
insordire

Indurre soggezione

insospettire
insperanzire
inspessire >

inspessire

instolidire

rendere stolido, stupido

insuperbire
intenerire
interagire
interferire
interloquire
intestardirsi
intiepidire
intimidire
intimorire
intirannire
intirizzire

intirizzare

intisichire
intontire
intorbidire
intormentire
intorpidire

intorbidare
intorpidire un arto

intoscanire

Rendere conforme alluso


toscano

intozzire

intozzare

intristire
intuire
intumidire
inturgidire
inumidire
invacchire

imbolsire

invaghire
invanire

rendere vanitoso; vano

inveire
invelenire
invelocire

accelerare

inverdire
inverminire
invertire
invetrire
invigliacchire
invigorire
invilire

invillanire
inviperire
invispire

rendere vispo

invizzire

avvizzire

involgarire
involpire
inzotichire
irrancidire
irretire
irrigidire
irritrosire
irrobustire
irrochirsi

rendere rauco

irrugginire
irruvidire
isterilire
istituire
istruire

[modifica]

L- Z

Verbo

Significato

Tipo Corradicali

Note

lambire
languire

largire
lascivire
lenire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'marciare'

marcire
mentire

minuire
mollire

rendere mollo

muffire

mollare
muffare

muggire

*Solo alla terza persona


senza -isc-: mugge

2*

munire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'nitrare'

nitrire
nutrire

obbedire
offerire

offrire

olire

profumare

ordire

offerere

orrire

Provare orrore,
inorridire

[26]

Solo nel sento di


'dividere'

2*

*Solo nell'uso antiquato e


poetico ammette le forme
senza -isc-.

2*

*Solo antiquate le forme


senza -isc-

2*

*Solo antiquate o nell'uso


poetico le forme senza -isc-

ostruire

partire

partorire
patire
pattovire

pattuire

pattuire
percepire
perire
perquisire
piatire

muovere in giudizio;
lamentarsi, impietosire

polire

levigare

poltrire
preferire
premonire
premunire
pervertire
presagire

preterire

tralasciare; trasgredire

proferire
progredire
proibire
prostituire
prurire

[27]

prudere

pulire
punire
putire

puzzare

putrire

imputridire

2*

*Solo nelle terze persone


senza -isc-: putre e putrono

rabbonire
rabbrividire
raccapriccire >

raccapricciare

raccorcire >

raccorciare

raggentilire
raggrandire
rammeschinire immeschinire
rammollire
rancidire
rapire

irrancidire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'rapare'

rattiepidire
rattrappire

rattrappare

rattristire

rattristare

ravvigorire
reagire
recensire
recepire
redarguire
redolire

profumare

refluire
regredire

rimbambolire

reperire
requisire
restituire
retentire

risuonare

retribuire
ribadire
rifedire

ferire di nuovo

riferire
rifinire

rifinare

rifronzire

rimettere fronde

rimbaldanzire
rimbambire
rimbecillire
rimbischerire
rimedire

racimolare soldi

rimminchionir
e
rimpicciolire
rimpiccolire
rincitrullire
rinciuchire

inciuchire di nuovo

rincoglionire
rincorbellire

rincoglionire

rincretinire
ringalluzzire
ringiovanire
ringrullire
rinsavire
rinsecchire
rinseccolire

<
ringalluzzare

rintontire
rinvigorire
rinvivire
ripartire

solo nel senso di


"ridividere"

ripire

salire

Solo antiquate le forme senza


-isc-. [28]

risarcire
risbaldire

ralleggrare

rischiarire

rischiarare

riunire
riverire
rostire

arrostire

rugginire

arrugginire

ruggire

2*

*Solo nella terza persona


senza -isc-: rugge

salire

Solo antiquate le forme senza


-isc-

sancire
saporire
sbadire

togliere la ribattitura

sbalordire
sbandire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'sbandare'

sbarbarire

incivilire

sbasire

svenire

sbastire

privare dell'imbrastiture

sbiadire
sbianchire

sbiancare

sbigottire
sbizzarrire
sbizzire

smettere di fare le bizze

sbollire
sbozzacchire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'sbollare'

2
rinvigorirsi

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'scalfare'

scalfire
scaltrire
scandire

scandere

scarnire

scarnare

scarognire

smettere di fare la
carogna

scaturire
scernire

scernere

scheletrire
schermire

tirare di scherma;
proteggere

schermare

schernire
schiarire

schiarare

schiattire

guaire

scipidire

insipidire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'schiattare'

scolorire

scolorare
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'scolpare'

scolpire

scomparire

Nel significato di
"sfigurare" solo forme
in -isc-.

scompartire

dividere

scoraggire >

scoraggiare

scorcire >

scorciare

scurire

scurare

sdilinquire

indebolire

sdolenzire
sdrucire

scucire, lacerare

seguire

1*

seppellire
sferire
sfinire

in marina: staccare da
un sostegno

2
* solo antiche le forme in
-isc-.

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'sfittare'

sfittire
sfoltire
sfranchire

rendere pi disinvolto

sgagliardire

privare di gagliardira

sgranchire
sgualcire
sguarnire
sguernire
singultire

piangere singiozzando

sitire

avere sete

smagrire
smalizzire

< smagrare
smaliziare

smaltire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'smaltare'

smarrire

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'smarrare'

smentire
sminuire
snellire
sopire
sopperire

sorbire

sorseggiare

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'sorbare'

sortire

Estrarre a sorte;
destinare; ottenere

Il verbo che significa


"sorteggiare un numero,
uscire" segue il paradigma
normale,

sostituire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'sparare'

sparire

spartire

Solo antiquate le forme senza


-isc-[29]

spaurire

spaurare

spazientire
spedantire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'spedare'

spedire
spessire

ispessire

spessare

spigrire
spoltronire
squittire
stabilire
staggire
starnutire
statuire

sequestrare
< starnutare

stecchire

steccare

sterilire
stiepidire
stirizzire

liberare l'intorpidimento

stizzire
< stordare[30]

stordire
stormire
stranire

innervosire

strepire

fare fracasso

stridire

stridere

strepere

striminzire
stupidire
stupire
subire
suggerire
superbire

insuperbire

supplire
svampire

svampare

svanire
svelenire

svelenare

sveltire
svigorire
svilire
tallire

accestire

tinnire

tintinnare

tintinnire

tintinnare

tornire

tornare

tortire

procedere
tortuosamente

tossire

tradire
tramortire

transfluire

Dei giacciai che si


riversano nella valli
vicine

transire

passare

Esiste un verbo non


corradicale in -are 'transare'

trasalire
trasferire
trasfigurire >

trasfigurare

trasgredire
trasparire
trasricchire

1
diventare straricco

tribuire

attribuire

tripartire
ubbidire
uggire

ombreggiare; tediare

umidire
unire
usucapire
usufruire
Esiste un verbo non
corradicale in -are 'vagare'

vagire
vanire

svanire

vanare

verdire
vomire

vomitare

zittire

zittare

[modifica]

Casi particolari

Verbi in -parire: apparire, comparire, disparire, scomparire, sparire, trasparire.


Si tratta di verbi irregolari che possono coniugarsi sia col paradigma regolare in -iscche con quello proprio, eccetto sparire che ammette odiernamente soltanto il primo,
ma anticamente pure il secondo. In generale non ci sono particolari vincoli
desinenziali riguardo al significato, eccezion fatta per comparire e scomparire dove la
forma con -isc- viene fortemente caldeggiata, in onore alla tradizione letteraria, per i
significati, rispettivamente, di figura (far bella figura)' e sfigurare (far brutta
figura).
Solo per il verbi scomparire i dizionari indicano la coniugazione in -isc- come
primaria .

Verbi in -partire: compartire, dipartire, dispartire, partire (bi-, tri, quadri-), ripartire,
scompartire, spartire

solo quanto sono intesi nel senso di spartizione, e non di allontanamento[31],


ammettono come coniugazione il paradigma in -isc-, in via esclusiva oppure
combinato col paradigma ordinario della coniugazione in -ire. In generale, per evitare
ambiguit, i verbi che possono ingenerare confusione hanno solo il paradigma in -isc-,
ovviamente quando significano spartizione, mentre per quelli in cui questo
problema sussiste possibile usare entrambi i paradigmi.

partire (dividere), bipartire, tripartire e quadripartire si coniugano solo col


paradigma in -isc-

ripartire (dividere di nuovo), spartire si coniugano odiernamente solo col


paradigma -isc-, ma anticamente potevano coniugarsi anche secondo quello
ordinario. [28] [29]

compartire, dipartire (dividere in due), dispartire, scompartire si coniugano


con entrambi i paradigmi.

Il verbo sortire: sebbene in continuit di significato, ha un omonimo rispetto al quale


si differenzia per il paradigma di coniugazione. Si coniuga quindi in -isc- sortire (dal
lat. sortire) col significato sostanziale stabilire con sorteggio; destinare, avere in
sorte, ottenere; mentre si coniuga in altro modo sortire (dal fr. sortir) col valore di
estrarre qlc. a sorteggio.

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Errori frequenti

Rappresentando la maggior parte dei verbi della terza coniugazione, capita che anche verbi
coniugabili solo col paradigma tradizionale, vengano, per errore, coniugati con quello
incoativo; casi frequenti sono:

bollire, empire, riempire.

L'errore opposto capita invece frequentemente, col verbo adire (agire in giudizio),
erroneamente scambiato come composto del verbo dire[32] - forse per l'influenza, anche, di
addire/addirsi - e quindi coniugato come esso. Si tratta invece di un verbo di origine latina
'ad ire', usato nelle giurisprudenza nel senso figurato di 'andare verso', e quindi coniugato,
secondo tradizione, come un normale verbo incoativo.
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Modo congiuntivo

Il congiuntivo si usa solitamente nelle proposizioni subordinate per esprimere ipotesi o dubbi
nei casi in cui la subordinata retta da congiunzioni quali "che", "se", "perch", "affinch".
Ci sono due forme semplici di tempo:

presente, usato per un'azione contemporanea ad una espressa dall'indicativo presente o


futuro

imperfetto, usato per un'azione contemporanea ad una espressa da un tempo passato


dall'indicativo, per un'azione passata ma continuata o non terminata rispetto ad una
espressa dall'indicativo presente, o nel periodo ipotetico dell'irrealt o impossibilit.

che danno forma a due ulteriori tempi composti con l'ausiliare coniugato e il participio
passato:

passato (presente+pp), usato per un'azione passata e terminata rispetto ad una espressa
dall'indicativo presente o futuro

trapassato (imperfetto+pp), usato per un'azione passata rispetto ad una espressa da un


tempo passato dell'indicativo, o nel periodo ipotetico del terzo tipo

Nei casi in cui il congiuntivo manca, si usa:

l'indicativo futuro semplice, quando l'azione futura rispetto ad un'azione presente o


futura

l'indicativo futuro anteriore, quando l'azione futura rispetto ad un'azione presente o


futura ma antecedente ad un'altra azione futura

il condizionale passato, quando l'azione futura rispetto ad un'azione passata

Proposizione subordinata
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Una proposizione subordinata una proposizione che dipende da un'altra proposizione.
Non ha un'autonomia sintattica (se considerata da sola), ed retta da preposizioni, locuzioni
avverbiali o congiunzioni. Pu essere esplicita (verbo coniugato in un modo finito) o
implicita (il verbo coniugato in un modo indefinito).
Ad esempio, nella frase Il cane insegue il gatto che scappa, la proposizione subordinata
(proposizione relativa) che scappa, mentre Il cane insegue il gatto la proposizione
reggente, che in tal caso anche la proposizione principale.
All'interno di un periodo complesso, essa ha la stessa funzione di un complemento, come
nella seguente coppia di enunciati:

Senza di te morirei

Se tu non ci fossi, morirei.

Il secondo esempio mostra chiaramente come la subordinata (se tu non ci fossi) assuma lo
stesso ruolo (in questo caso ipotetico) di un'espressione priva di verbo, appunto il
complemento di privazione senza di te.

Indice

[nascondi]

1 Proposizioni subordinate a seconda della funzione


2 Subordinazione esplicita
3 Subordinazione implicita
4 I gradi della subordinazione

[modifica]

Proposizioni subordinate a seconda della funzione

A seconda della loro funzione, quindi, le proposizioni subordinate si suddividono in tre tipi:

Complementari dirette o sostantive dirette, che fungono da soggetto o da


complemento oggetto rispetto alla proposizione reggente

Complementari indirette o avverbiali, che svolgono funzione analoga a quella di un


complemento indiretto o di un avverbio;

Relative o attributive-appositive o aggettive, che hanno funzione analoga a quella di


un attributo o un'apposizione rispetto ad un sostantivo

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Subordinazione esplicita

Tipica della subordinazione esplicita la formazione di una frase secondaria caratterizzata


dall'uso di un verbo coniugabile per modo, tempo e per persona. La secondaria esplicita pu
quindi avere il verbo nel modo indicativo, condizionale o congiuntivo. L'uso di un verbo
coniugato per persona permette di comprendere anche qual il soggetto che pu essere
sottinteso. Esempi:

Penso che sia tardi (congiuntivo; soggetto impersonale)

Arriver dopo che sarai partita (indicativo; soggetto "tu")

chiaro che farei tutto per te (condizionale; soggetto "io")

Rita dice che a casa (indicativo; soggetto ambiguo).

Il tempo usato nella proposizione subordinata istituisce rispetto alla principale un rapporto di
contemporaneit, anteriorit o posteriorit.
[modifica]

Subordinazione implicita

quella ottenuta con l'uso dei modi infinito, gerundio e participio, non coniugabili a seconda
della persona.
Pu succedere che il soggetto della principale coincida con quello della secondaria. questo
il caso dell'ultimo esempio riportato (Rita dice che a casa). A questo punto, vale la pena di
semplificare l'enunciato nel modo che segue:

Rita dice di essere a casa

Il soggetto della subordinata non indicato, dato che l'infinito non coniugabile secondo la
persona. Comunque, esso sar recuperabile dalla principale. Simili considerazioni riguardano
gli esempi seguenti, introdotti dalla subordinata con l'uso del gerundio e del participio:

Partita da Senigallia, Maria si diretta verso Ancona

L'esempio corrisponde alla costruzione con l'esplicita dopo che era partita da Senigallia,
Maria si diretta verso Ancona)

Essendo in ritardo Maria si diretta verso Ancona

(che corrisponde a ...Siccome era in ritardo, Maria si diretta verso Ancona).


La subordinazione implicita spesso possibile addirittura quando i soggetti della principale e
della subordinata non coincidono:

Leggendo, il tempo passa con facilit

In questo caso, comunque, leggendo indica il corrispondente di quando si legge, dunque un


costrutto impersonale, mentre il soggetto della principale il tempo. Costruzioni con la
subordinazione implicita di soggetti in aperto contrasto tra di loro sono possibili, anche se rari
e stilisticamente pi pesanti.

Fallito il progetto di legge, il parlamento dovette ricominciare i lavori da capo.

In quest'ultimo esempio si nota la corrispondenza con un costrutto tipico della lingua latina,
ovvero l'ablativo assoluto, chiamato "assoluto" (absolutus) in quanto privo di qualsiasi
legame grammaticale con la proposizione reggente. Il legame solo sul piano del significato.
[modifica]

I gradi della subordinazione

Le proposizioni subordinate che dipendono direttamente dalla proposizione principale o da


una coordinata alla principale si definiscono "di primo grado"; quelle che dipendono da una
subordinata di primo grado si definiscono "di secondo grado" e cos via.

Congiuntivo presente
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il congiuntivo presente la forma verbale della lingua italiana generalmente usata nella
frase secondaria per indicare eventi visti come non reali o non obiettivi (Spero che voi siate
sinceri) oppure non rilevanti.

Indice
[nascondi]

1 Coniugazione del congiuntivo presente


2 Uso del congiuntivo presente nella frase secondaria
3 Uso del congiuntivo presente nella frase principale
4 Altre lingue
o

4.1 Latino

4.2 Francese e spagnolo

4.3 Inglese

4.4 Tedesco
5 Note

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Coniugazione del congiuntivo presente

Questa forma verbale si coniuga aggiungendo alla radice del verbo le desinenze previste nella
grammatica italiana nelle tre coniugazioni. Dato che il congiuntivo occorre generalmente
dopo la congiunzione che, questa viene spesso ripetuta.
1a
persona
che io

2a
persona
che tu

3a persona a
2a
1 persona
che egli,
persona
che noi
ella
che voi

1a
coniugazione
parlare

parli

parli

parli

2a
coniugazione
ricevere

riceva

riceva

riceva

riceviamo riceviate

ricevano

3a

dorma

dorma

dorma

dormiam dormiate

dormano

parliamo

parliate

3a persona
che essi,
esse

parlino

coniugazione
dormire

Come accade per la coniugazione del presente indicativo, alcuni verbi della terza
coniugazione prevedo l'utilizzo del suffisso isc: Che io finisca, che tu finisca, che egli
finisca, che noi finiamo, che voi finiate, che essi finiscano.

Quasi tutte le forme irregolari possono essere, a mo' di ricetta, derivate dalla prima
persona del verbo al presente indicativo:

dall'indicativo vengo pu essere formato il congiuntivo che io venga (che tu


venga, che egli venga, che noi veniamo, che voi veniate, che essi vengano.);

dall'indicativo muoio pu essere formato il congiuntivo che io muoia (che tu


muoia eccetera);

dall'indicativo faccio pu essere formato congiuntivo che io faccia.

Similmente: che io dica, vada, voglia, possa eccetera. La coniugazione del verbo
dovere si basa sul presente indicativo nella sua forma meno usata (io debbo; che io
debba). Sono pochissime le forme verbali che presentano meccanismi di coniugazione
devianti: che io sia (da essere), che io abbia (da avere), che io dia (da dare), che io
sappia (sapere), che io stia (stare).

Le forme della prima e seconda persona plurale sono quelle che presentano in genere
le minori irregolarit (fra l'altro, la forma in noi coincide sempre con quella
dell'indicativo).

Per i verbi che terminano in -care, -ciare, cere, -gare, -giare, gere e simili, valgono
meccanismi analoghi a quelli della formazione del presente indicativo (alcuni esempi:
che io cerchi, cominci, vinca).

Si ricorda che la coniugazione del congiuntivo presente italiano deriva direttamente


da quella del latino: cantem, cants, cantet, cantmus, canttis, cantnt.[1]

Le tabelle di coniugazione in rete forniscono in genere risultati affidabili: [1]; [2]; [3].

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Uso del congiuntivo presente nella frase secondaria

Per approfondire, vedi la voce congiuntivo.

Viene di solito usato nella frase secondaria introdotta da forme verbali come credere,
pensare, sperare, supporre, ritenere, volere:

Credo che ormai il treno arrivi sul secondo binario.

Pensate che io sia scemo?

Spero proprio che Marta sostenga l'esame.

Suppongo che il film finisca verso le dieci.

Voglio che tu venga alla nostra festa, non dirmi di no!

Viene anche introdotto, tra l'altro, dalle congiunzioni senza che, prima che, nonostante,
malgrado, a meno che, a condizione che, affinch:

Rocco parte senza che io possa salutarlo.

Rocco ha paura dell'esame malgrado/nonostante sia assai studioso.

Ti prego di iniziare quel lavoro, a meno che tu non sia gi troppo occupato con altre
cose.

Si accettano tutti i cani, a condizione che siano in buona salute.

Ti critico soltanto affinch tu ti accorga di qualche piccolo problema.

In alcuni di questi casi, nel parlato pi spontaneo, facile osservare come il presente
dell'indicativo arrivi a sostituire quello del congiuntivo. Da una parte, fenomeni del genere
sono attestabili gi dal Medioevo, dall'altra l'uso del congiuntivo, in alcuni dialetti
centromeridionali, sempre stato leggermente limitato rispetto a quello della lingua standard.
[2]

La sostituzione con il presente indicativo frequente soprattutto il caso della seconda persona
del singolare: Penso che sei qui al posto di penso che (tu) sia qui: il fenomeno in parte
giustificato dal fatto che la coniugazione del congiuntivo al singolare la stessa per le diverse
persone (sia, sia, sia): data la possibilit di un enunciato ambiguo chiaro come l'uso
dell'indicativo possa in qualche modo specificare meglio a chi si riferisce.[3]
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Uso del congiuntivo presente nella frase principale

Si noti come questo tempo possa, in secondo luogo, occorrere anche nella principale.
1) Si pu ricordare in questo capitolo, come introduzione, l'uso dell'imperativo alla terza
persona, anche se per la forma di cortesia, l'allocuzione loro ha un uso molto limitato:

Signora, sia ottimista, tutto si sistemer.

Benvenuti, mi facciano la cortesia di riempire questo modulo, per piacere.

In questi casi, infatti, le voci dell'imperativo si confondono con quelle del congiuntivo.

2) Similmente, nella principale, il congiuntivo presente pu indicare una volont, un


desiderio:

Vogliate farci pervenire il pacchetto il pi presto possibile

Che tu sia maledetto!

Quelle persone vogliono pulire? Bene, allora comincino subito invece di stare tanto a
chiacchierare.

L'uso del tempo presente (sia) indica qui un'azione possibile, mentre in contesti analoghi il
congiuntivo imperfetto indicherebbe irrealt (che ti portassero via!). In altre parole, la
differenza tra il presente e l'imperfetto non , in questo caso, di natura temporale.
3) Il congiuntivo presente pu inoltre indicare un dubbio, una supposizione

Non vedo Valentino. Che sia fuori casa?

laddove l'uso del presente indica il momento dell'enunciazione, mentre l'imperfetto


indicherebbe un momento passato (l'anno scorso Valentino era magrissimo; che fosse
malato?). In questo caso, l'opposizione tra le due forme effettivamente di valore temporale.
4) Il congiuntivo presente ricorre infine in alcune espressioni idiomatiche (che tu voglia o no;
costi quel che costi; sia come sia) oppure in forme verbali cristallizzate e quindi non pi
coniugabili (viva le donne! prendo sia le patatine, sia le verdure).
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Altre lingue

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Latino

In latino il congiuntivo si usa pi regolarmente che in italiano ogni qual volta si presenti
un'azione non reale o un'opinione. Inoltre si utilizza nelle proposizioni interrogative indirette
(es. Nescio quis sit = Non so chi sia) ed anche quando il verbo in questione preceduto da un
pronome interrogativo, caso in cui l'italiano vuole l'indicativo (es. Scio quis sit = So chi
[lett. "So chi sia"]).
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Francese e spagnolo

La coniugazione per il francese e per lo spagnolo assai complessa, come del resto anche
quella italiana. Si propone qui una tabella di confronto per i verbi regolari corrispondenti a
lavorare e dormire, partendo dunque dalla prima e dalla terza coniugazione italiana, assai pi
semplici della seconda (il verbo dormir in spagnolo leggermente irregolare):
italiano

che io lavori

francese

que je travaille

spagnolo

que yo trabaje

che tu lavori

que tu travailles

que t trabajes

che egli lavori

qu'il travaille

que l/usted trabaje

che noi lavoriamo

que nous travaillions

que nosotros trabajemos

che voi lavoriate

que vous travailliez

que vosotros trabajis

che essi lavorino

qu'ils travaillent

que ellos/ustedes trabajen

italiano

francese

spagnolo

che io dorma

que je dorme

que yo duerma

che tu dorma

que tu dormes

que que t duermas

che egli dorma

qu'il dorme

que l/usted duerma

che noi dormiamo

que nous dormions

que nosotros durmamos

che voi dormiate

que vous dormiez

que vosotros durmis

che essi dormano

qu'ils dorment

que ellos/ustedes duerman

La scelta tra indicativo presente e congiuntivo presente, in italiano, rispecchia a grandi linee i
criteri osservabili nelle altre lingue romanze come il francese o lo spagnolo:

Dudo que el restaurante abra a las seis.

Je doute que le restaurant ouvre six heures

Dubito che il ristorante apra alle sei.

Una delle maggiori peculiarit del congiuntivo italiano riguarda i costrutti che indicano
un'insicurezza o un'opionione, dunque quelli introdotti dai verbi del pensiero (pensare,
supporre, credere ecc.). In italiano, la scelta dell'indicativo o del congiuntivo condizionata,
oltre che dal registro, anche dalla maggiore o minore sicurezza che caratterizza l'enunciato.
Dunque, la differenza tra questi due esempi:

penso che lui arrogante

penso che lui sia arrogante

pu essere spiegata da un uso pi o meno accurato dei modi, ma anche anche da una
differenza a livello di intenzione comunicativa (asserzione pi o meno perentoria).
Diverso il discorso per il francese o lo spagnolo. In sintesi, i verbi di opinione alla forma
affermativa vengono seguiti dall'indicativo, alla forma negativa sono invece seguiti dal
congiuntivo.
Costrutti come je pense que oppure pienso que da soli non bastano a giustificare l'uso del
congiuntivo. Esso comunque previsto insieme alla negazione:[4]

je pense qu'il est arrogant (indicativo)

je ne pense pas qu'il soit arrogant (congiuntivo):

pienso que l es arrogante (indicativo)

no pienso que l sea arrogante (congiuntivo).

La presenza della negazione un criterio che ha in italiano un'importanza minore e quindi si


riscontra piuttosto di rado (dico che cos; non dico che sia cos).
Discordanze si ritrovano spesso in enunciati che indicano la posteriorit temporale dell'evento
nella secondaria; se questi possono essere indicati in italiano ed in francese con l'indicativo,
lo spagnolo ricorre al congiuntivo presente (e, in testi particolarmente antiquati, al
congiuntivo futuro).

Cuando sea grande, tendr mucho xito (congiuntivo presente)

Quand je serai grand, j'aurai beaucoup de succs (futuro semplice)

Quando sar grande avr molto successo (futuro semplice)

Similmente, avremo

Vistame cuando t quieras (congiuntivo presente)

Viens me rendre visite quand tu veux (presente indicativo)

Vieni a trovarmi quando vuoi (presente indicativo).

Infine, una particolarit francese l'uso del congiuntivo presente nella secondaria retta da una
principale al passato; questo fenomeno dovuto al fatto che il congiuntivo imperfetto
(subjonctif imparfait) oramai caduto in disuso: Je ne pensais pas qu'elle soit Rome ('non
pensavo che lei fosse a Roma').
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Inglese

In inglese, le forme del congiuntivo presente si adattano soprattutto ad indicare una richiesta.
A differenza del presente indicativo, non cambia mai a seconda della persona. Per i verbi
essere ed avere avremo infatti:

I be, you be, he be, we be, you be, they be.

I have, you have, he have, we have, you have, they have.

Manca dunque la desinenza -s tipica della terza persona, come mostrano gli esempi:

I demanded that John leave us. ('ho richiesto che John ci lasci')

We ask that you be kind. ('chiediamo che tu sia gentile')

She asked that he not be told. ('lei chiese che non gli si dicesse/venisse
detto/dicessero')

I insist that he come when I call. ('insisto che lui venga quando chiamo')

La forma presente si distingue da quella passata, usata invece per eventi coloriti di modalit
irreale o comunque improbabili:

I wish I were a butterfly ('vorrei essere una farfalla').

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Tedesco

Il congiuntivo presente corrente anche in tedesco, lingua in cui l'ambito d'uso di questo
modo non coincide con quello delle lingue romanze: infatti limitato soprattutto alla
formazione del discorso indiretto nella frase secondaria. In altre parole, un evento viene
considerato come soltanto detto, e quindi in un certo modo non necessariamente fattuale.
La coniugazione del Konjunktiv I (la forma che ricorda il congiuntivo prestente) prevede che
la desinenza -en dell'infinito venga sostituita da quelle del congiuntivo. Si avr quindi per il
verbo gehen:

Ich gehe, du gehest, er gehe, wir gehen, ihr gehet, sie gehen.

Il discorso indiretto viene formato nello stesso modo indipendentemente dal tempo nella
principale:

Er sagt, er gehe nach Hause ('dice che va a casa')

Er sagte, er gehe nach Hause ('diceva che andava a casa')

Come nelle altre lingue, c' il pericolo che le forme coincidano con quelle corrispondenti
dell'indicativo. In questo caso, si preferir la forma del Konjunktiv II (ossia della forma
vicina al congiuntivo imperfetto). Per dire: Dice che vanno a casa si dir ad esempio Er sagt,
sie gingen nach Hause per non dire Er sagt, sie gehen nach Hause, dato che gehen pu essere
interpretato tanto come congiuntivo, quanto come indicativo.

Congiuntivo imperfetto
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il congiuntivo imperfetto la forma verbale della lingua italiana generalmente usata nella
proposizione subordinata retta da una principale al passato (Speravo che tu fossi sincero).
Indicando una sorta di irrealt, gioca un ruolo di primo piano nella formazione del periodo
ipotetico: se tu fossi sincero, lo sarei anch'io.

Indice
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1 Formazione del congiuntivo imperfetto


2 Cenni storici
3 Il congiuntivo imperfetto nella frase secondaria
4 Uso del congiuntivo imperfetto nella frase principale
5 Altre lingue
o

5.1 Francese

5.2 Spagnolo

5.3 Lingue germaniche


6 Note

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Formazione del congiuntivo imperfetto

Questa forma verbale si coniuga aggiungendo alla radice del verbo delle desinenze previste
nella grammatica italiana nelle tre coniugazioni:

1a
persona
che io

2a
persona
che tu

3a persona a
1 persona
che egli,
che noi
ella

2a
persona
che voi

3a persona
che essi,
esse

1a
coniugazione
am-are

am-assi

am-assi

am-asse

am-assimo am-aste

am-assero

2a
coniugazione
tem-ere

tem-essi

tem-essi

tem-esse

temessimo

tem-este

tem-essero

3a
coniugazione
serv-ire

serv-issi

serv-issi

serv-isse

servissimo

serv-iste

serv-issero

La forma della seconda persona plurale coincide con quella del passato remoto
(cantaste).

Come per l'imperfetto indicativo, la coniugazione di questo tempo in genere


regolare. Alcuni verbi che nell'italiano moderno hanno delle forme abbreviate si
coniugano in maniera particolare. Ad esempio, il verbo fare si coniuga secondo la
vecchia forma dell'infinito facere: facessi, facessi, facesse. Similmente, per il verbo
bere: bevessi; dire: dicessi; tradurre: traducessi. In questo, vengono ripresi i
meccanismi di formazione dell'imperfetto indicativo.

I verbi dare e stare sono molto irregolari: dessi, dessi, desse eccetera; oppure stessi e
cos via.

Per il verbo essere si ha: fossi, fossi, fosse, fossimo, foste, fossero.

Per il resto, si rimanda alle tavole automatiche di coniugazione, che forniscono in


genere indicazioni affidabili:[1]; [2]; [3].

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Cenni storici

Il congiuntivo imperfetto nella sua forma attuale ha sostituito quello originariamente presente
in latino. In questa lingua, per il verbo laudare, si aveva laudarem, ma questa forma oggi
estinta. Con la serie di spostamenti avvenuti nel passaggio dalla lingua latina alle lingue
romanze, il posto del congiuntivo imperfetto originario stato preso da quello che in origine
era il congiuntivo piuccheperfetto latino (laudavissem).[1]
Nell'italiano parlato di tutti i giorni, il congiuntivo imperfetto tende ad essere sostituito dalla
forma corrispondente dell'indicativo, soprattutto nel periodo ipotetico. Comunque, non si
tratta di fenomeni necessariamente recenti, ma di semplificazioni dovute ad un registro pi o
meno formale; almeno in italiano (ma non in francese) il congiuntivo imperfetto tuttora da
considerarsi come forma pienamente vitale.[2]

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Il congiuntivo imperfetto nella frase secondaria

Per approfondire, vedi la voce congiuntivo.

1) Viene di solito usato nella frase secondaria introdotta da forme verbali all'indicativo
(soprattutto forme del passato) di verbi come credere, pensare, sperare, supporre, volere:

Credevo che il treno arrivasse sul secondo binario.

Avete pensato che io fossi scemo?

Speravo proprio che Ida sostenesse l'esame.

Supponevo che il film finisse verso le dieci.

Le forme verbali della principale sono spesso coniugate in tempi del passato, ma non deve
necessariamente essere cos; il verbo della frase principale pu benissimo essere coniugato
anche al presente:

I miei amici erano sempre suscettibili, penso proprio che avessero grossi problemi,

anche se in questi costrutti si usa pi spesso il congiuntivo passato:

I miei amici erano sempre suscettibili, penso proprio che in quel periodo ne abbiano
viste di cotte e di crude.

In questo caso, la differenza tra queste due forme sta nell'aspetto: nel primo enunciato si
indica uno stato o un'abitudine, mentre nel secondo vengono illustrati degli eventi. Va inoltre
detto che se la frase principale al passato, l'uso del congiuntivo passato escluso; se la
principale invece al presente, scegliendo la forma del congiuntivo passato si avranno
sempre buoni risultati.
2) L'imperfetto del congiuntivo viene usato, tra l'altro, nelle secondarie introdotte dalle
congiunzioni senza che, prima che, nonostante, malgrado, a meno che, a condizione che,
affinch:

Rocco partiva senza che io potessi salutarlo.

Rocco aveva paura dell'esame malgrado/nonostante fosse assai studioso.

Ti pregavo sempre di lavorare, a meno che tu non fossi gi troppo occupato con altre
cose.

Si accettavano tutti i cani, a condizione che fossero in buona salute.

Ti criticai soltanto affinch tu ti accorgessi di qualche piccolo problema.

3) Secondo le regole della concordanza dei tempi in questi casi, se nella frase principale si
usa il condizionale, la contemporaneit temporale viene in genere indicata dal congiuntivo
imperfetto:

Vorrei che tu venissi alla nostra festa.

Mi piacerebbe che tu venissi alla nostra festa.

Si dir in questo caso che il condizionale della principale ha funzioni paragonabili a quelle di
una forma verbale del passato.
4) Per la stessa ragione, il congiuntivo imperfetto viene usato nel periodo ipotetico
dell'impossibilit con riferimento al presente:

Mi piacerebbe se tu venissi alla nostra festa.

Infatti, anche in questo caso la frase principale al condizionale presente (mi piacerebbe).
Sono inoltre possibili costrutti con il condizionale passato o misti ad altri modi (imperativo,
indicativo):

Se non ti piacesse ballare, non saresti venuto qui in discoteca.

Se tu avessi fame, apri il frigorifero!

Se tu ne dovessi aver voglia, in cucina ci sono delle birre (costrutto pragmatico tipico
della lingua parlata)

Strettamente correlati al periodo ipotetico sono diversi usi del congiuntivo imperfetto,
introdotti ad esempio dalle congiunzioni caso mai e come se:

Caso mai suonassero, non aprite a nessuno!

Questa gente si comporta come se fosse particolarmente speciale.

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Uso del congiuntivo imperfetto nella frase principale

L'uso di questo tempo nella proposizione reggente (frase principale) abbastanza raro. Esso
pu indicare un desiderio oppure un dubbio. Nel primo caso

se solo fossi un poco pi svelta!

l'uso tempo imperfetto indica irrealt, in opposizione al congiuntivo presente (che tu possa
riuscire!), il quale indica una possibilit.
Nel secondo caso (quello di un dubbio, di una supposizione)

innaffiavo la povera pianta, ma non vedevo miglioramenti. Che fosse morta?

l'uso del congiuntivo imperfetto ha valore temporale. In questo caso, si oppone a quello del
congiuntivo presente, che indica invece l'attualit del momento dell'enunciazione (che adesso
sia morta?).
In dialetto napoletano o nell'italiano regionale del luogo, il congiuntivo imperfetto tende a
prendere le veci del condizionale presente:

Maria, ve vulesse spusare! ('Maria, vorrei sposarla!')

Pronto, buongiorno, mi servisse un piccolo appartamento al mare per il mese di


agosto ('mi servirebbe')

anche nella frase principale.[3]


Negli italiani regionali centromeridionali, inoltre, il congiuntivo imperfetto pu prendere il
posto del congiuntivo presente in una sollecitazione o desiderio:

Chi vuole uscire, uscisse.

Andassero loro, a lavorare.

Questa forma non corrisponde all'italiano standard ma assai diffusa.


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Altre lingue

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Francese

Il congiuntivo imperfetto del francese, si chiama subjonctif imparfait e deriva, come quello
italiano, dal congiuntivo piuccheperfetto latino. Per le tre forme regolari, si riporta la
coniuigazione di alcuni verbi (corrispondono all'italiano cantare, finire, rompere, concepire):
chanter

finir

rompre

concevoir

que je chantasse

que je finisse

que je rompisse

que je conusse

que tu chantasses

que tu finisses

que tu rompisses

que tu conusses

qu'il chantt

qu'il fint

qu'il rompt

qu'il cont

que nous chantassions

que nous finissions que nous rompissions

que nois conussions

que vous chantassiez

que vous finissiez

que vous conussiez

que vous rompissiez

qu'il chantassent

qu'ils finissent

qu'ils rompissent

qu'ils conussent

Il suo uso nella lingua parlata morto. Compare, abbastanza di rado, nella lingua scritta alla
terza persona; si tratta di testi di natura assai formale. Anche in questi casi, comunque,
facile che venga sostituito dal congiuntivo presente oppure dall'imperfetto indicativo:

je ne pensais pas quil ft Paris ('non pensavo che fosse a Parigi'),

je ne pensais pas quil soit Paris,

je ne pensais pas qu'il tait Paris

Per il periodo ipotetico nella protasi si user l'imperfetto indicativo

Si tu tais Paris, je serais contente pour toi.

Se tu fossi a Parigi, sarei contenta per te.

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Spagnolo

Nella lingua spagnola, al nome di subjuntivo imperfecto rispondono oggi due diverse forme
verbali. Il loro uso di solito interscambiabile, almeno nell'ambito geografico del castigliano
in Spagna. La prima proviene dal piucheperfetto indicativo del latino ed pi usata. Se ne
presentano le forme dei verbi cantar, ('cantare'), comer, ('mangiare') e salir, ('uscire'):
cantar

comer

salir

que yo cantara

que yo comiera

que yo saliera

que t cantaras

que t comieras

que t salieras

que l cantara

que l comiera

que l saliera

que nosotros cantramos

que nosotros comiramos

que nosotros saliramos

que vosotros cantarais

que vosotros comierais

que vosotros salierais

que ellos cantaran

que ellos comieran

que ellos salieran

Per avere ed essere, si ha:

haber: hubiera / hubieras / hubiera / hubiramos / hubierais / hubieran

ser: fuera / fueras / fuera / furamos / fuerais / fueran

La seconda forma verbale, meno frequente, diffusa soprattutto in alcune regioni e


rassomiglia a quella dell'italiano, derivando dal piuccheperfetto del congiuntivo latino:
cantar

comer

salir

que yo cantase

que yo comiese

que yo saliese

que t cantases

que t comieses

que t salieses

que l cantase

que l comiese

que l saliese

que nosotros cantsemos

que nosotros comisemos

que nosotros salisemos

que vosotros cantaseis

que vosotros comieseis

que vosotros saliseis

que ellos cantasen

que ellos comiesen

que ellos saliesen

L'uso simile a quello dell'italiano,

Dudbamos que l llegara a tiempo

Dubitavamo che lui arrivasse in tempo

Estara estupendo que nos viramos hoy.

Sarebbe stupendo se potessimo vederci oggi.

Me alegrara que hablramos maana.

Mi farebbe piacere se parlassimo domani.

Si tu fueras yo, tambien estaras triste.

Se tu fossi me, saresti triste anche tu.

malgrado alcune differenze. La prima tra le due seguenti coppie di enunciati indica che il
verbo pensare in italiano richiede il congiuntivo anche senza la negazione (a differenza di
quanto accade in spagnolo); il secondo esempio illustra invece un uso del congiuntivo
spagnolo per formare una domanda cortese:

Pensaba que el estaba enfermo (indicativo)

Pensavo che lui fosse malato (congiuntivo)

Quisiera irme temprano hoy. (congiuntivo)

Vorrei andarmene prima oggi (condizionale)

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Lingue germaniche

Le lingue germaniche non hanno forme veramente corrispondenti a quelle del congiuntivo
imperfetto romanzo. Un confronto pu al massimo basarsi sul fatto che anche queste lingue
dispongono di una forma analitica del congiuntivo con riferimento a domini referenziali come
quelli dell'irrealt con riferimento al presente. Malgrado ci ben riconoscibile, proprio nel
caso del Past Subjunctive inglese e del Konjunktiv II tedesco, una forte parentela morfologica
tra le loro forme e quelle passate dell'indicativo.
In sintesi, le loro funzioni tendono a coincidere con quelle del congiuntivo imperfetto
romanzo soprattutto nel caso del periodo ipotetico.
In inglese, le forme del Past Subjunctive coincidono con quelle del Simple past, eccezion
fatta per to be ('essere'): I were, you were, he (she, it) were, we were, you were, they were.
L'uso del Past Subjunctive, assai diverso da quello del congiuntivo imperfetto nelle lingue
romanze. Introdotto dal verbo wish, indica un desiderio collocato piuttosto nel mondo
dell'irreale:

I wish I were in Africa ('mi piacerebbe essere in Africa').

Analogamente al congiuntivo imperfetto italiano, la forma gioca un ruolo di primo piano


nell'espressione di un'ipotesi nella protasi del periodo ipotetico irreale ed in costrutti
analoghi:

If I had a million, I would buy everything. ('se avessi un milione comprerei tutto')

If that were true, I'd know it. ('se fosse vero, lo saprei')

He speaks as if he were the President ('parla come se fosse il presidente')

In contesti informali, la forma were del verbo essere viene spesso sostituita da was:

If he weren't so stupid, he would help us

If he wasn't so stupid, he would help us ('se non fosse cos stupido ci aiuterebbe')

I wish I were a girl

I wish I was a girl ('mi piacerebbe essere una ragazza')

In conclusione, si tratta di una forma il cui nome, Past Subjunctive, congiuntivo passato, non
rende giustizia alle funzioni della voce verbale, ma al massimo alla sua forma.
Per quanto riguara invece la lingua tedesca, le forme del forme del Konjunktiv II sono di
solito interscambiabili con quelle del Konditional. L'uso di queste forme ricopre - all'incirca gli ambiti riservati in italiano al congiuntivo imperfetto nella principale,

Wre er wenigstens freundlich! ('fosse almeno gentile!'),

il periodo ipotetico irreale

Wenn ich eine Million htte, wrde ich nach Afrika gehen

Wenn ich eine Million htte, ginge ich nach Afrika ('se avessi un milione andrei in
Africa'),

e gli usi del condizionale presente italiano:

Ich kme gern, wenn mglich ('verrei volontieri, se possibile').

Congiuntivo passato
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il congiuntivo passato una forma verbale della lingua italiana generalmente usata per
indicare passati o conclusi, visti come non reali o non obiettivi o non rilevanti (Tutti pensano
che io sia andata via).

Indice
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1 Coniugazione del congiuntivo passato


2 Uso del congiuntivo passato nella frase secondaria

3 Uso del congiuntivo passato nella frase principale


4 Altre lingue
o

4.1 Francese e spagnolo

4.2 Tedesco ed inglese


5 Bibliografia

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Coniugazione del congiuntivo passato

Questa forma verbale si coniuga combinando le forme del congiuntivo presente degli ausiliari
avere (a) o essere (b) con il participio passato del verbo in questione:
a. che io abbia cantato, che tu abbia cantato, che lei/lui abbia cantato,
che noi abbiamo cantato, che voi abbiate cantato, che loro abbiano cantato.
b. che sia andato/a, che sia andato/a, che sia andato/a,
che siamo andati/e, che siate andati/e, che siano andati/e.

Per quanto riguarda il resto, la coniugazione segue le particolarit del passato prossimo (vedi
anche questa forma). Per qualsiasi dettaglio, si rimanda alle tavole automatiche di
coniugazione, che danno in genere risultati abbastanza affidabili [1]; [2].
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Uso del congiuntivo passato nella frase secondaria

Per approfondire, vedi la voce congiuntivo.

Viene di solito usato nella frase secondaria introdotta dal presente indicativo delle forme
verbali come credere, pensare, sperare, supporre:

Credo che ormai i pacchi siano arrivati.

Pensate che qui, ieri sia piovuto?

Spero proprio che Ida abbia sostenuto l'esame.

Suppongo che tu abbia finito.

La sua funzione quella di esprimere anteriorit temporale (o aspetto compiuto) rispetto al


momento presente indicato nella frase principale.
Il congiuntivo passato prende inoltre il posto del passato prossimo nelle subordinate
introdotte da congiunzioni come senza che, prima che, nonostante, malgrado, a meno che, a
condizione che:

Rocco parte senza che io abbia potuto salutarlo.

Rocco ha paura dell'esame malgrado/nonostante abbia studiato parecchio.

Ti prego di iniziare quel lavoro, a meno che tu non l'abbia gi fatto.

Si accettano tutti i cani, a condizione che siano stati vaccinati almeno un mese prima
del loro arrivo.

Il congiuntivo passato si distingue dal congiuntivo imperfetto per il fatto di non poter essere
usato in costruzioni dove il verbo della principale al passato. Un costrutto introdotto con
pensavo che oppure speravo che richiede infatti il congiuntivo imperfetto (o trapassato).
Nel complesso, l'uso del congiuntivo passato rispecchia quello degli altri tempi di questo
modo (in base alle regole della concordanza dei tempi), anche se con singole restrizioni
dovute alle sue caratteristiche temporali. Ad esempio, assai difficile che occora nelle
subordinate finali (introdotte da perch oppure affinch), o in quelle consecutive (introdotte
da in modo che). Tra le varie forme del congiuntivo, quella che meno si presta ad indicare
una volont o desiderio.
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Uso del congiuntivo passato nella frase principale

Nella frase principale, l'uso di questa forma assai raro e si limita soprattutto all'espressione
di un dubbio formulato sotto forma di domanda:

Sento qualcuno salire le scale: che Rocco sia gi arrivato?

L'espressione di una volont invece, con l'uso del congiuntivo passato, assai improbabile.
Nei toni spenti del costrutto irreale, perfino il congiuntivo trapassato ed il congiuntivo
imperfetto si adattano meglio del congiuntivo passato ad indicare una volont o desiderio:

Se tu fossi gi arrivato!

Se tu fossi gi qui!

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Altre lingue

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Francese e spagnolo

Nelle lingue romanze, la forma del congiuntivo passato ha funzioni analoghe, che solitamente
emergono nella secondaria introdotta dalla principale al presente. In francese, avremo come
in italiano due ausiliari, avoir e tre. Per il verbo aller, il subjonctif pass sar questo:

que je sois all(e)

que tu sois all(e)

qu il/elle soit all(e)

que nous soyons all(e)s

que vous soyez all(e)s

qu ils/elles soient all(e)s

Dato che l'ausiliare essere, le forme del participio vanno accordate. Ad esempio, si dir:

Jaime bien que vous soyez venus me visiter.

Mi fa piacere che siate venuti a trovarmi

Je doute quelle soit arrive

Dubito che lei sia arrivata.

Per quanto riguarda lo spagnolo, la forma il pretrito perfecto del subjuntivo si forma con il
verbo avere come tutti i tempi composti. Per il verbo il verbo andare, in spagnolo ir, si avr:

que yo haya ido

que t hayas ido

que l haya ido

que nosotros hayamos ido

que vosotros hayis ido

que ellos hayan ido.

Ad esempio:

Me alegro que hayas venido.

Mi fa piacere che tu sia venuto/a

Dame una seal cundo hayas terminado el trabajo.

Fammi un segno quando avrai terminato il lavoro.

Il secondo esempio mette in luce la maggior predisposizione dello spagnolo ad indicare un


evento futuro con il congiuntivo.
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Tedesco ed inglese

Nella lingua tedesca, si usano due ausiliari per ottenere la forma composta del Konjunktiv I.
Per gehen, che corrisponde ad andare, abbiamo

ich sei gegangen

du seiest gegangen

er sei gegangen

wir seien gegangen

ihr seiet gegangen

sie seien gegangen

La forma si usa nella secondaria per formare il discorso indiretto con anteriorit temporale
rispetto alla principale. Ad esempio, si veda il seguente esempio di discorso diretto
(pronunciato da Tom):

Wir waren gestern im Schwimmbad. ('Ieri siamo stati in piscina').

Riportato al discorso indiretto, l'enunciato sar

Tom erzhlt, dass sie gestern im Schwimmbad gewesen seien ('Tom dice che loro sono
stati in piscina').

La costruzione non cambia se la principale al passato, che sia essa al presente oppure al
passato:

Tom erzhlte, dass sie gestern im Schwimmbad gewesen seien ('Tom ha detto che loro
erano stati in piscina').

Per quanto riguarda la lingua inglese, il present perfect subjunctive si distingue dalla forma
corrispondente dell'indicativo soltanto alla terza persona: (that he have done al posto di that
he has done). Questo tempo verbale logicamente e grammaticalmente possibile, ma raro
nell'inglese moderno, sicch viene in genere ignorato.

Congiuntivo trapassato
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il congiuntivo trapassato (o congiuntivo piuccheperfetto) una forma verbale della lingua
italiana generalmente usata per descrivere un fatto visto come non reale o non obiettivo, che
si distingue per l'anteriorit temporale rispetto ad un momento passato (io credevo che a
mezzanotte tutti fossero arrivati da parecchio).

Questa forma verbale viene inoltre utilizzata nella formazione del periodo ipotetico
dell'irrealt con riferimento al passato (Se avessimo fatto attenzione, avremmo potuto evitare
l'errore).

Indice
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1 Coniugazione del congiuntivo trapassato


2 Cenni storici
3 Uso del congiuntivo trapassato nella frase secondaria
4 Uso del congiuntivo trapassato nella frase principale
5 Forme paragonabili in alcune lingue
o

5.1 Spagnolo

5.2 Francese

5.3 Tedesco

5.4 Inglese
6 Bibliografia

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Coniugazione del congiuntivo trapassato

Questa forma verbale si coniuga combinando le forme del congiuntivo imperfetto degli
ausiliari avere (a) o essere (b) con il participio passato del verbo in questione:
a. che io avessi cantato, che tu avessi cantato, che egli avesse cantato,
che noi avessimo cantato, che voi aveste cantato, che essi avessero cantato.
b. che fossi andato/a, che fossi andato/a, che fosse andato/a,
che fossimo andati/e, che foste andati/e, che fossero andati/e.

Per quanto riguarda il resto, la coniugazione segue le particolarit del passato prossimo (vedi
anche questa forma).
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Cenni storici

La forma latina cantavissem, che ricorda da vicino il congiuntivo imperfetto, aveva in origine
il ruolo di congiuntivo trapassato. Con la catena di sostanziali cambiamenti che ha
caratterizzato il passaggio dal sistema verbale latino a quello delle lingue romanze, la forma

cantavissem cambi significato prendendo le veci di congiuntivo imperfetto. Il ruolo di


trapassato fu comunque assunto dalla forma attualmente in uso (avessi cantato),
Si trattava di una forma nuova, dato che in latino classico non si aveva la possibilit di usare
forme composte con un verbo ausiliare e con il participio passato, come appunto il
congiuntivo trapassato oppure il passato prossimo.

Uso del congiuntivo trapassato nella frase


secondaria
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Per approfondire, vedi la voce congiuntivo.

Si tratta di una delle forme verbali pi complesse dell'italiano (dato che indica
contemporaneamente anteriorit temporale rispetto ad un momento passato e poi ancora una
qualche forma di irrealt). La forma verbale viene utilizzata secondo le regole della
concordanza dei tempi e viene di solito usato nella frase secondaria introdotta da forme
verbali al passato di verbi come credere, pensare, sperare, supporre. In questo caso, ha la
caratteristica di indicare anteriorit temporale rispetto al momento indicato dalle forme di
questi verbi:

Ho creduto che ormai i pacchi fossero arrivati;

Pensai che l fosse piovuto

Speravo proprio che Ida avesse sostenuto l'esame;

Non avevo pensato che tu avessi finito.

Il suo uso nella subordinata retta da una principale al presente indicativo abbastanza raro,
ma senz'altro adeguato quando sia possibile immaginare l'anteriorit temporale rispetto ad un
momento passato (penso che all'et di sedici anni mio nonno avesse gi imparato l'inglese).
Il congiuntivo trapassato pu inoltre esprimere un desiderio nei costrutti introdotti da verbi
dal significato volitivo (come volere e preferire), purch siano coniugati al condizionale:

Vorrei tanto che tu avessi finito.

In questo caso, il congiuntivo perde il suo significato basilare di trapassato, cio di 'passato
nel passato': infatti, la sua funzione quella di indicare la compiutezza o la semplice
anteriorit temporale di un evento situato nel mondo dell'irreale.
Il congiuntivo trapassato prende anche il posto del trapassato prossimo nelle subordinate
introdotte da congiunzioni come senza che, prima che, nonostante, malgrado, a meno che, a
condizione che:

Io ero partito senza che tu avessi potuto salutarmi;

Rocco aveva paura dell'esame malgrado/nonostante avesse studiato parecchio;

Ti pregai di iniziare quel lavoro, a meno che tu non l'avessi gi fatto;

Si accettavano tutti i cani, a condizione che fossero stati vaccinati almeno un mese
prima del loro arrivo.

A differenza delle forme semplici di questo modo, il congiuntivo trapassato non si presta bene
all'uso nelle finali (introdotte da perch oppure affinch), n in quelle consecutive (introdotte
da in modo che).
Uno dei principali usi del congiuntivo trapassato si incontra nella frase secondaria del periodo
ipotetico dell'impossibilit con riferimento al passato (protasi):

Se tu mi avessi lasciato, ieri non avrei saputo che cosa fare:

in questo caso, il congiuntivo trapassato indica la condizione necessaria affinch l'evento


accada. La principale (apodosi) pu essere al condizionale passato come nell'esempio appena
esposto ma, a seconda della costellazione temporale degli eventi, pu essere anche al
condizionale presente:

Se tu ieri non mi avessi aiutato adesso non saprei che cosa fare.

Nel periodo ipotetico, la funzione del congiuntivo trapassato non quella di indicare
anteriorit rispetto ad un momento passato, bens quella di indicare un passato irreale.
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Uso del congiuntivo trapassato nella frase principale

L'uso di questo tempo nella frase principale raro. Il trapassato indica talvolta un dubbio in
una domanda:

Non sentivo nessuna voce e mi guardai intorno: che Luciana mi avesse lasciato solo?

Nell'esempio appena esposto, la funzione del congiuntivo trapassato quella di esprimere


un'anteriorit (o aspetto compiuto) rispetto al passato indicato nel contesto dell'enunciato. Si
tratta comunque di un uso marginale.
Pi spesso, nella principale, il trapassato indica un desiderio:

Ah, avessi giocato quei numeri al lotto!

In questo caso, la funzione temporale del congiuntivo trapassato non quella di esprimere il
passato nel passato: ci si limita invece ad indicare che il desiderio arriva a compimento
soltanto nel mondo di un passato immaginario. L'esempio si avvicina alla struttura di una
frase subordinata con omissione della principale (come sarebbe bello se avessi giocato quei
numeri).
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Forme paragonabili in alcune lingue

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Spagnolo

Nella lingua spagnola, il pretrito pluscuamperfecto del subjuntivo mostra diverse


somiglianze con quello italiano. Si ottiene coniugando le forme del congiuntivo pretrito
imperfecto (il congiuntivo imperfetto spagnolo) del verbo avere; queste vengono
accompagnate dal participio passato.
Dato che per il congiuntivo imperfetto spagnolo esistono due forme concorrenziali, logico
che anche il trapassato del congiuntivo spagnolo potr esser formato in due maniere. Per il
verbo cantar, avremo:

que yo hubiera cantado

que t hubieras cantado

que l hubiera cantado

que nosotros hubiramos cantado

que vosotros hubierais cantado

que ellos hubieran cantado

oppure:

que yo hubiese cantado

que t hubieses cantado

que l hubiese cantado

que nosotros hubisemos cantado

que vosotros hubieseis cantado

que ellos hubiesen cantado.

Il congiuntivo trapassato utilizzato come verbo della possibilit o dellirrealt dopo le forme
al passato di diversi verbi che indicano una sorta di dubbio o impossibilit:

Dudaba/Dud que Mara hubiera cantado.

Dudaba/Dud que Mara hubiese cantado.

Dubitavo/dubitai che Maria avesse cantato.

anche molto usato tanto nella principale che nella secondaria del periodo ipotetico irreale al
passato accompagnato dalle forme del condizionale:

Si por lo menos hubiera sido amable!

Se per lo meno fosse stato gentile!

Si l hubiese tenido ms dinero habra venido con nosotros.

Se avesse avuto pi denaro sarebbe venuto con voi.

Si lo hubiese sabido no habra venido

Se lo avessi saputo non sarei venuto

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Francese

Il subjonctif plus-que-parfait, congiuntivo trapassato della lingua francese, si ottiene in


maniera analoga a quello italiano, sicch per il verbo chanter ('cantare') abbiamo:

Que j'eusse chant

Que tu eusses chant

Qu'il, qu'elle, qu'on et chant

Que nous eussions chant

Que vous eussiez chant

Qu'ils, qu'elles eussent chant

tuttavia essenziale ricordare che in francese si tratta di una forma ormai desueta. Per
indicare anteriorit temporale rispetto alla frase principale al passato, infatti possibile usare
il congiuntivo passato. Invece di dire

Il ne pensait pas que tu eusses commis cette btise. ('non pensava che tu avessi
commesso questa sciocchezza')

si dir di solito:

Il ne pensait pas que tu aies commis cette btise.

Nel periodo ipotetico irreale, il trapassato (plus-que-parfait) dell'indicativo ad indicare


l'irrealt nel verbo della protasi:

S'il avait eu plus d'argent, il serait venu avec nous

Se avesse avuto pi denaro, sarebbe venuto con noi.

Je ne serais pas ici s'il ne m'avait pas aid

Non sarei qui se lui non mi avesse aiutato

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Tedesco

Per quanto riguarda la lingua tedesca si propone la forma composta del Konjunktiv II, per
molti versi paragonabile a quella del congiuntivo trapassato. Per il verbo singen, che
corrisponde a cantare, si ha:

ich htte gesungen

du httest gesungen

er/sie htte gesungen

wir htten gesungen

ihr httet gesungen

sie htten gesungen

Come in molte altre lingue, si utilizzano i verbi essere ed avere per la formazione del tempo
composto. Il tempo indica soprattutto irrealt nel passato:

Wre er wenigstens hflich gewesen!

Se perolmeno fosse stato gentile!

Nella costruzione del periodo ipotetico irreale con il riferimento al passato, viene usato sia
nella protasi che nell'apodosi:

Htte ich das gewusst, wre ich nicht gekommen.

Se lo avessi saputo, non sarei venuto

Wenn er mehr Geld gehabt htte, wre er mitgekommen.

Se avesse avuto pi denaro, sarebbe venuto con noi.

Infatti, la forma composta del Konjunkiv II fa anche le veci del condizionale passato:

An deiner Stelle wre ich sicher gestorben

Al tuo posto sarei sicuramente morto

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Inglese

Il pluperfect subjunctive inglese prende il posto del trapassato prossimo nei costrutti irreali.
Tuttavia, le sue forme coincidono con quelle del corrispondente indicativo: to sing, 'cantare',
si forma infatti con le stesse identiche forme dell'ausiliare.

I had sung,

you had sung

he had sung

we had sung

you had sung

they had sung.

Ha il ruolo di forma verbale dell'irrealt:

I wish I had had more money ('vorrei aver avuto pi denaro'),

il che ben visibile nella protasi del periodo ipotetico irreale al passato:

If I had seen you, I definitely would have said hello.

Se ti avessi visto, ti avrei salutato senz'altro.

I wouldn't be here if he hadn't helped me.

Non sarei qui se lui non mi avesse aiutato.

Come in italiano, la frase principale viene invece formata grazie al condizionale.

Periodo ipotetico
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
In questa voce o sezione gli argomenti sono trattati con un'ottica geopolitica
limitata.
Contribuisci ad ampliarla o proponi le modifiche in discussione.
Se la voce approfondita, valuta se sia preferibile renderla una voce secondaria, dipendente
da una pi generale.

Il periodo ipotetico un'unit logica della sintassi composta da una proposizione subordinata
condizionale e dalla sua reggente.

La proposizione subordinata condizionale (o ipotetica), detta prtasi (dal greco), esprime la


premessa, cio la condizione da cui dipende quanto si dice nella reggente; la proposizione
reggente, detta apdosi, indica la conseguenza che deriva o deriverebbe dal realizzarsi della
condizione espressa dalla proposizione subordinata.

Indice
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1 Lingua italiana
o

1.1 Periodo ipotetico della realt

1.2 Periodo ipotetico della possibilit

1.3 Periodo ipotetico dell'irrealt


2 Voci correlate

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Lingua italiana

Nella lingua italiana, il periodo ipotetico, a seconda del grado di probabilit dei fatti indicati
nella prtasi, viene tradizionalmente suddiviso in tre tipi:
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Periodo ipotetico della realt

Periodo ipotetico della realt: l'ipotesi presentata come un fatto reale o comunque
probabile. Il verbo all'indicativo sia nella prtasi sia nell'apdosi (in quest'ultima
pu essere anche all'imperativo).
Se non partiamo subito (prtasi), non arriveremo in tempo. (apdosi)
Se passeremo di l (prtasi), verremo di sicuro a trovarti. (apdosi)
Se il raccolto era buono (prtasi), tutti i contadini facevano festa. (apdosi)

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Periodo ipotetico della possibilit

Periodo ipotetico della possibilit: l'ipotesi presentata come soltanto possibile,


perch il fatto potrebbe o non potrebbe accadere. Il verbo al congiuntivo imperfetto
nella prtasi, al condizionale presente o all'imperativo nell'apdosi.
Se glielo chiedessi tu (prtasi), forse accetterebbe. (apdosi)
Se te lo chiedesse (prtasi), non dirgli dov'ero sabato. (apdosi)

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Periodo ipotetico dell'irrealt

Periodo ipotetico dell'irrealt: l'ipotesi nella prtasi non vera o impossibile, non pu
realizzarsi o avrebbe potuto ma non mai accaduta. Se l'ipotesi irrealizzabile si
riferisce al presente, il verbo al congiuntivo imperfetto nella prtasi, al condizionale
presente nell'apdosi; se l'ipotesi irrealizzabile si riferisce al passato, il verbo al
congiuntivo trapassato nella prtasi e al condizionale passato nell'apdosi.
Se fossi stato in te (prtasi), non mi sarei comportato cos. (apdosi)
Se l'avessi saputo (prtasi), sarei venuto immediatamente. (apdosi)

Naturalmente, a seconda della configurazione temporale degli eventi, possibile combinare,


ai due tempi del condizionale (presente e passato), entrambi i tempi del congiuntivo
(imperfetto e trapassato):
Se non fossi tifoso del Bari (prtasi), non sarei venuto qui allo stadio. (apdosi)
Se fossi andato allo stadio (prtasi), sarei eccitato. (apdosi).
Nella lingua parlata, le veci di queste forme tendono ad essere prese dall'imperfetto indicativo
(se mi avvertivi, venivo anch'io alla festa), nonostante ci sia scorretto dal punto di vista
grammaticale. L'uso di questa forma perci sconsigliabile non soltanto nella lingua scritta,
ma anche nella lingua parlata di livello standard.
Esiste inoltre il periodo ipotetico misto, cio quello che nelle diverse variet dell'italiano
ricalca solo in parte gli schemi qui esposti:

Se venisse Maria, dille che sto bene

Se venisse Maria, io scappo, perch non la sopporto

Il secondo un chiaro esempio di italiano colloquiale, laddove l'uso del presente indicativo
ha la funzione di dare maggiore enfasi all'enunciato, anche se non da considerarsi corretto.

Concordanza dei tempi


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La concordanza dei tempi l'insieme di regole che stabiliscono l'uso dei tempi e dei modi
della frase principale e della frase subordinata. In italiano, essa corrisponde a grandi linee alla
consecutio temporum della grammatica latina. Si tratta soprattutto di definire i concetti di
contemporaneit, anteriorit, e posteriorit indicati dalle varie forme dei tempi. Nell'esempio
che segue, il trapassato prossimo (era morto) pu indicare, nella subordinata, anteriorit
temporale rispetto ad un secondo evento:

Ero tristissima perch il giorno prima Fido era morto.

In questo caso, l'anteriorit si riferisce al momento indicato dalla forma dell'imperfetto nella
principale (ero tristissima).

La concordanza dei tempi descrive solamente il rapporto temporale tra principale e


subordinata. Il rapporto temporale tra le diverse frasi principali invece una questione di
coesione del testo, un problema pi di correttezza stilistica che strettamente sintattico e
grammaticale.

Indice
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1 Concordanza dei tempi dell'indicativo


o

1.1 Frase principale al presente

1.2 Frase principale al passato


2 Concordanza dei tempi del congiuntivo

2.1 Frase principale al presente

2.2 Frase principale al passato


3 Bibliografia

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Concordanza dei tempi dell'indicativo

Queste regole stabiliscono l'uso dei tempi all'indicativo nella frase subordinata e rispecchiano
le caratteristiche fondamentali dei tempi (ad esempio, il trapassato indica un passato nel
passato, oppure il condizionale passato pu indicare il futuro nel presente). L'insieme di
queste regole tra l'altro fondamentale per la formazione del discorso indiretto.
Nonostante la rigidit logica della concordanza dei tempi, possibile una vasta gamma di
variazioni, dovuta alle diverse funzioni che possono assumere i vari tempi e modi a seconda
del contesto. Ci sono inoltre variazioni dovute al registro linguistico, che pu essere pi o
meno sorvegliato: logicamente, si avranno delle differenze tra parlato di tutti i giorni e lingua
scritta. Tutto ci fa s che la concordanza dei tempi in italiano, come costrutto di regole, ha un
valore descrittivo e normativo notevolmente inferiore rispetto a quello che caratterizzava la
consecutio temporum in latino.
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Frase principale al presente

Frase principale

frase subordinata

rapporto temporale

Luisa sa (presente) che ieri sono andato a Roma (passato prossimo) anteriorit
che adesso vado a Roma (presente)

contemporaneit

che domani andr a Roma (futuro semplice)

posteriorit

La tabella indica gli usi pi frequenti. In quanto segue, si propongono alcune precisazioni ed
approfondimenti:

Il rapporto di posteriorit pu normalmente essere indicato con l'uso del presente


indicativo (Luisa sa che dopodomani vado a Roma) al posto del futuro. L'uso del
presente denota in questo caso una maggior sicurezza, un evento immediatamente
posteriore oppure una variet di italiano dal registro o stile semplificato.

Anche il condizionale semplice nella principale vale in questi costrutti come forma
del presente (Luisa spiegherebbe agli altri come mai sono andato/vado/andr a
Roma); essi seguiranno dunque questo schema.

Il rapporto di anteriorit pu chiaramente essere espresso anche dal passato remoto e


dall'imperfetto indicativo (Luisa si ricorda di come andai/andavo via), a seconda
delle diverse caratteristiche di queste forme verbali.

Un discorso a parte merita il periodo con la frase principale al futuro: La


contemporaneit e la posteriorit rispetto a questa frase vengono normalmente
indicate nella secondaria dal futuro semplice; l'anteriorit temporale viene invece
indicata di solito dal futuro anteriore (Luisa sapr dire domani se sar andato a
Roma).

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Frase principale al passato

Se il verbo della frase principale al passato (passato prossimo e remoto, imperfetto,


trapassato) le forme verbali della subordinata si riferiscono al momento indicato dalla
principale e vengono quindi adattate. Il presente della subordinata si trasformer in
imperfetto, il passato diventer trapassato eccetera:

Frase principale

Luisa sapeva
(imperfetto)

frase subordinata

rapporto
temporale

che ero andato a Roma (trapassato


prossimo)

anteriorit

che andavo a Roma (imperfetto)

contemporaneit

che sarei andato a Roma (condizionale


passato)

posteriorit

Vi sono ad ogni modo diverse particolarit:

Un processo attualmente in corso pu in ogni caso essere indicato con l'uso del
presente (Luisa sapeva che Roma la capitale) anche se, ad esser precisi, si trova in
rapporto di contemporaneit con momento indicato dalla forma verbale della reggente
(sapeva).

Il passato prossimo nella principale pu essere interpretato tanto come forma del
passato quanto come forma del presente, a seconda del contesto (Poco tempo fa,
Luisa ha saputo spiegare come mai vado a Roma; parecchio tempo fa, Luisa ha
saputo spiegare come mai andavo a Roma).

Il futuro nel passato pu essere indicato dall'imperfetto (Ieri, Luisa ha spiegato agli
altri che partivo per Roma pi tardi.), soprattutto se il registro linguistico non
particolarmente alto.

Per quanto riguarda il condizionale presente della secondaria retta da una frase al
presente: so che senza il denaro avresti problemi diventa al passato condizionale
passato: sapevo che senza il denaro avresti avuto problemi. Simili considerazioni
valgono per il periodo ipotetico: So che se tu non ricevessi il denaro, avresti problemi
diventa al passato Sapevo che se tu non avessi ricevuto il denaro, avresti avuto
problemi.

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Concordanza dei tempi del congiuntivo

Spesso, la frase principale contiene un verbo che richiede l'uso del congiuntivo nella
secondaria:

Mi sembra che tutti siano arrivati

Altre volte, l'uso del congiuntivo dettato dal tipo di frase secondaria, spesso indicato da una
congiunzione (nell'esempio che segue, si tratta di una proposizione concessiva):

Stiamo ancora aspettando, bench tutti siano arrivati.

Nonostante l'uso del congiuntivo, la scelta del tempo verbale segue regole simili a quelle
finora descritte. Il presente indicativo della subordinata sar sostituito dal congiuntivo
presente; il passato prossimo, dal canto suo, verr sostituito dalla forma corrispondente,
quella del congiuntivo passato; al trapassato prossimo subentrer il congiuntivo trapassato.
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Frase principale al presente

Frase principale

frase subordinata

rapporto
temporale

Luisa pensa
(presente)

che io sia andato a Roma (congiuntivo


passato)

anteriorit

che io vada a Roma (congiuntivo presente)

contemporaneit

che andr a Roma (futuro semplice)

posteriorit

Come per le subordinate all'indicativo, il rapporto di posteriorit temporale pu


chiaramente essere espresso anche dal presente, normalmente congiuntivo (Luisa
pensa che io pi tardi vada a Roma).

Nella secondaria, per esprimere anteriorit rispetto al presente della principale pu


essere usato anche il congiuntivo imperfetto, purch si indichi uno stato oppure
un'abitudine (Luisa pensa che gli antichi Romani fossero persone abitudinarie).

Il futuro nella principale vale di norma come tempo del presente (Luisa non
permetter che io vada a Roma).

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Frase principale al passato

Se il verbo della frase principale al passato, le forme verbali della secondaria andranno
adattate a quella della principale:

Frase principale

Luisa pensava
(imperfetto)

frase subordinata

rapporto
temporale

che fossi andato a Roma (congiuntivo


trapassato)

anteriorit

che andassi a Roma (congiuntivo


imperfetto)

contemporaneit

che sarei andato a Roma (condizionale


passato)

posteriorit

Se la frase subordinata al congiuntivo, anche il condizionale presente nella principale vale


di norma come forma verbale del passato:

Luisa vorrebbe che io andassi a Roma (contemporaneit nel passato)

Vorrei tanto che Luisa avesse studiato abbastanza prima dell'esame (anteriorit nel
passato).

Questa particolarit del condizionale spiega l'uso (poco trasparente) dei tempi nel periodo
ipotetico dell'irrealt o della possibilit:

Luisa sarebbe contenta se io andassi a Roma (contemporaneit)

Sarei molto pi contento se Luisa avesse studiato (anteriorit)

Fra l'altro, anche il periodo ipotetico reale si forma con le stesse regole che determinano l'uso
dei tempi nella concordanza dei tempi.
Spesso si pu sostituire il congiuntivo con il tempo infinito, allora esso posizionato e
strutturato correttamente (subordinazione implicita):

Luisa mi guardava fissamente, sembrava vedere attraverso i miei occhi la verit dei
fatti alle bugie delle mie parole.

Luisa mi guardava fissamente, sembrava intuire attraverso i miei occhi la verit dei
fatti alle bugie delle mie parole.

Luisa mi guardava fissamente, sembrava sapere attraverso i miei occhi la verit dei
fatti alle bugie delle mie parole.

Imperativo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
L'imperativo un modo verbale della lingua italiana e di molte altre lingue. usato per
esprimere esortazioni e si distingue in questo dagli altri modi: se infatti l'indicativo o il
condizionale (e normalmente il congiuntivo) vengono generalmente usati per le asserzioni,
con l'imperativo si possono formulare divieti, preghiere o consigli in maniera pi o meno
perentoria (vieni qui!).
Sono peraltro frequenti i casi in cui le esortazioni vengono formulate usando altri modi
verbali, oppure le forme di imperativo nelle quali la funzione di esprimere un'esortazione
appena riconoscibile.
Si tratta di un modo fondamentalmente difettivo: nelle varie lingue mancano infatti le forme
coniugate di una o pi persone.

Indice
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1 La formazione dell'imperativo in italiano


o

1.1 Prima e seconda persona dell'imperativo

1.2 Terza persona dell'imperativo

1.3 Sintesi
2 L'uso dell'imperativo

3 L'imperativo nella formazione delle parole


4 L'imperativo in altre lingue
o

4.1 Francese

4.2 Inglese

4.3 Tedesco

4.4 Spagnolo
5 Note
6 Bibliografia

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La formazione dell'imperativo in italiano

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Prima e seconda persona dell'imperativo

Le forme dell'imperativo in senso stretto sono quelle alla seconda persona singolare e
plurale e (almeno in italiano) alla prima persona plurale: tu, noi, voi. Il pi delle volte,
esse coincidono con quelle del presente indicativo (esempi: esci, vai, prendi;
usciamo; andiamo, prendiamo; uscite, andate, prendete). La maggiore eccezione
riguarda le forme regolari della coniugazione in -are: infatti, la seconda persona
singolare ha la desinenza -a al posto di i (mangia, ricorda, dimentica): si tratta di una
diretta eredit dalla lingua latina.

Sulla base di queste caratteristiche morfologiche dell'imperativo, si ricaveranno tutte


le forme regolari e molte di quelle irregolari. Per cantare, si avranno cos le forme:
canta, cantiamo, cantate. Per il verbo prendere, si avr prendi, prendiamo, prendete;
per il verbo sentire, le forme sono senti, sentiamo, sentite. Per pulire: pulisci,
puliamo, pulite.

Le forme irregolari della seconda persona singolare dei verbi in -are, sono dai, fai,
stai, vai, come al presente indicativo. Vengono spesso abbreviate: da', fa', sta', va'.

Le irregolarit del presente indicativo vengono rispecchiate in quasi tutte le forme


dell'imperativo delle coniugazioni in -ere ed -ire (tieni! vieni! muori!). Per il verbo
dire, si ha di' (secondariamente attestabile anche la forma d).

Le forme di essere ed avere sono molto irregolari (sii, siamo, siate; abbi, abbiamo,
abbiate). Per sapere, si ha sappi, sappiate.

I pronomi clitici vengono posposti: cantaci qualcosa; facciamola finita. Le forme


abbreviate dei verbi dare, stare, fare andare e dire alla forma in tu prevedono in
questo caso il rinforzamento della consonante iniziale dei pronomi (tranne gli)
secondo i meccanismi del raddoppiamento fonosintattico: dimmi tutto; stammi a
sentire; datti da fare!; facci un t; anzi, fanne due; falla finita; dillo a Roberto;
vattene.

L'imperativo della forma in tu, combinato con la negazione, si forma usando l'infinito:
non fumare, non bere, non partire!

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Terza persona dell'imperativo

Esiste inoltre l'imperativo alla terza persona, che acquist una certa importanza
quando, in epoca moderna, il lei cominci a soppiantare il voi come forma di cortesia.
La terza persona prende in prestito le sue forme (regolari e irregolari) dal congiuntivo
presente: canti, cantino; prenda, prendano; dorma, dormano.

In questo caso, conformemente alle regole di formazione di modi come il congiuntivo


o l'indicativo, i pronomi clitici verranno anteposti alla forma verbale: ci canti
qualcosa!.

Tra la forma in tu e quella in lei viene a formarsi un'opposizione basata sulle


desinenze -a ed -i:
verbi in -are

verbi in -ere, -ire

tu

canta, scusa

prendi, senti, pulisci

lei

canti, scusi

prenda, senta, pulisca

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Sintesi

L'imperativo per natura un modo difettivo, dato che non prevede la forma della prima
persona singolare; al suo posto si pu utilizzare il presente indicativo con funzione iussiva o
deontica: adesso mi concentro!. In alternativa, si pu creare, retoricamente, un alter ego
virtuale, un "altro io": Adesso concentrati!'Riassumendo, si avranno queste forme regolari
per tre coniugazioni.

1a coniugazione
cant-are

2a persona
tu

3a persona
egli, ella

1a persona
noi

2a persona
voi

3a persona
essi, esse

cant-a

cant-i

cant-iamo

cant-ate

cant-ino

2a coniugazione
scriv-ere

scriv-i

scriv-a

scriv-iamo

scriv-ete

scriv-ano

3a coniugazione
sent-ire

sent-i

sent-a

sent-iamo

sent-ite

sent-ano

3a coniugazione
pul-ire

pul-isci

pul-isca

pul-iamo

pul-ite

pul-iscano

Per i verbi ausiliari si avr invece: sii, sia, siamo, siate, siano e abbi, abbia, abbiamo,
abbiate, abbiano. normale che il soggetto non venga specificato.
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L'uso dell'imperativo

Non sempre l'atto linguistico riesce bene con l'uso dell'imperativo, che pu dare l'effetto
sgradito di un'imposizione.[1] Infatti, le regole sociali impongono determinati comportamenti
di cortesia, per cui spesso un'esortazione non viene espressa con l'uso dell'imperativo ma
seguendo vie alternative: si tratta degli atti linguistici indiretti.[2] Per esempio, l'esortazione

vieni domani!

pu venire formulata sotto forma di dichiarazione o di domanda,

vorrei che tu venissi domani

puoi venire domani?

talvolta addirittura con l'uso di altre forme modali come il congiuntivo ed il condizionale. Pi
categorico invece l'uso delle forme dell'indicativo (domani tu vieni/verrai).
Nonostante tutto, esprimere un'esortazione in maniera diretta non significa necessariamente
infrangere le regole di cortesia: infatti, sotto questa forma si possono esprimere senza alcun
problema degli inviti, le scuse, gli auguri, le offerte o semplicemente un consiglio.[3]
soprattutto in questi casi che - mancando l'intenzione di esprimere un ordine vero e proprio all'uso dell'imperativo non posta alcuna restrizione:

Vieni domani alla nostra festa, non fare complimenti!

Accomodati, e fa' come se fossi a casa tua!

La stazione? Giri qui a sinistra

Mi scusi tanto...

Si figuri!

Faccia buon viaggio!

Dato che l'intenzione primaria del locutore (vedi illocuzione) non quella di far fare qualcosa
a qualcuno, il rischio di minacciarne in qualche modo il territorio e l'autodeterminazione[4]
non dato. Per questo l'uso dell'imperativo risulter diretto, ma senz'altro cortese ed adeguato
al contesto. Simili considerazioni, anche se per le ragioni opposte, valgono per le offese ed
invettive in genere:

Vada al diavolo!

Infatti, neanche in questi casi il locutore ritiene opportuno dover adottare misure particolari
per evitare una sorta di minaccia o aggressione.
Data la variet di usi non stupisce che talvolta le forme verbali perdano - del tutto oppure in
parte - la loro funzione di impartire ordini. Il fenomeno si riscontra soprattutto in forme
ripetute nei rituali, come i saluti in latino vale e valete (rivolti rispettivamente a una o pi
persone): esse hanno in parte perso il loro senso letterale. A questo proposito si noti come
anche in alcuni segnali discorsivi il significato della forma verbale all'imperativo rischia di
diventare quasi irriconoscibile, come si pu constatare nel seguente esempio di lingua parlata:

Guarda che io non ho mica detto questo!

L'interazione faccia a faccia viene regolata da un segnale che ha in buona parte perso sia il
senso di 'guardare', sia quello di un'esortazione vera e propria. Similmente: E dai, lasciatemi
uscire!, laddove la forma verbale non viene neanche pi adattata al soggetto della frase.
Per finire, si noti come le forme dell'imperativo in tu possono, a volte, indicare un'azione
ripetuta[5] soprattutto quando le forme dello stesso verbo vengono ripetute:

Quella giara era stretta di collo. Z Dima, nella rabbia, non ci avev
(Luigi Pirandello, La giara)
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L'imperativo nella formazione delle parole

Concordemente al tipo di esempio appena proposto, le voci dell'imperativo vengono


utilizzate nella formazione di sostantivi che come i verbi indicano un'azione: il tira e molla, il
via vai, l'andirivieni il saliscendi, il fuggi fuggi. Anche in questo caso si tratta di parole che
indicano un'azione ripetuta.
Inoltre, le forme di questo modo possono venire impiegate nella formazione di parole
composte (aggettivi o, soprattutto, sostantivi): lavastoviglie, reggiseno, giramondo,
rompiscatole. Si riferiscono a soggetti che compiono l'azione.
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L'imperativo in altre lingue

In diverse lingue come in italiano, l'imperativo una forma difettiva. A seconda dell'idioma,
mancheranno dalla sua coniugazione determinate persone grammaticali. Del resto, anche in

italiano l'imperativo della terza persona viene espresso utilizzando una struttura sostitutiva
come quella del congiuntivo presente.
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Francese

Nella lingua francese, come in italiano, le forme dell'imperativo sono molto vicine a quelle
del presente indicativo, e comprendono anche la forma in noi:

Prends une aspirine - prendi un'aspirina

Tournez gauche au feu - girate a sinistra al semaforo

Mangeons! - mangiamo!

Come in italiano, comunque, le forme della prima coniugazione (verbi in are oppure in er
come fumare e fumer) al tu coincidono con quelle del presente alla terza persona:

Pardonne-moi - scusami

Fume si tu as envie - fuma se ne hai voglia

Come in italiano, i pronomi clitici vengono posposti (scusami).


La differenza principale tra francese ed italiano sta nell'uso piuttosto diverso degli allocutivi
di cortesia (Lei - voi). Infatti in francese la forma in lei quasi inesistente.
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Inglese

Nelle lingue germaniche, facile che le forme mancanti dell'imperativo possano essere
sostituite da un intero costrutto frasale chiamato perifrasi.
In inglese, la formazione dell'imperativo assai semplice, dato che le varie forme di questo
modo coincidono in genere con quelle dell'infinito, tanto al plurale quanto al singolare. La
dicotomia tra il tu e la forma di cortesia inoltre scomparsa:

Excuse me - scusami/scusatemi/mi scusi

Turn to the left - gira a sinistra/girate a sinistra/giri a sinistra

La combinazione tra la prima persona singolare ed il plurale (noi) viene per ottenuta
utilizzando una perifrasi speciale. Si usa infatti una specie di verbo ausiliare (to let),
combinato al pronome complemento us (simile all'italiano noi) ed il verbo da coniugare. Dato
che il pronome us viene di solito abbreviato (aferesi), si usa un apostrofo:

Let's go! - andiamo

Dato che non si tratta di un fenomeno di coniugazione vera e propria dell'imperativo, la


forma considerata una specie di costrutto di riserva.

Per quanto riguarda la forma excuse me va peraltro ricordato che questa ha perso, nel
linguaggio moderno, parte del suo signficato di richiesta di scuse: spesso viene infatti usata
semplicemente per attirare l'attenzione.
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Tedesco

In tedesco, per la forma in tu i verbi regolari prevedono la desinenza -st, che per pu cadere
(troncamento); la forma al voi coincide con quella del presente. In entrambi i casi, mancher
la specificazione del soggetto:

Gehe!/ geh! - vai

Geht! - andate

Per la forma di cortesia (Sie), viene usata al posto dell'imperativo la voce del presente
indicativo. Dunque non vi sar omissione del soggetto, che per viene posposto:

Gehen Sie! - vada

Un uso simile di un ausiliare come quello inglese per la forma in noi si ritrova anche nella
lingua tedesca. Il verbo, come l'inglese to let, corrisponde all'incirca all'italiano lasciare ed
lassen: Lat uns gehen! - andiamo. Neanche questa perifrasi considerata una forma
dell'imperativo.
Come facilmente intuibile dagli esempi, il punto esclamativo obbligatorio ed ha la funzione
di marcare, dunque di rendere riconoscibili le forme dell'imperativo (pi che quella di dare
enfasi all'esortazione).
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Spagnolo

Sono quattro le persone per cui usato l'imperativo.


La seconda singolare in generale composta dalla terza singolare dell'indicativo:

Come - mangia

Esistono alcune eccezioni a tale regola.


La seconda plurale composta dall'infinito ma al posto della r finale c' la d:

Comed - mangiate

Per le forme di cortesia invece si usano le forme del congiuntivo presente.

Coma - mangi

Coman - mangino

Nelle forme di negazione invece, per tutte le persone si usano le forme del congiuntivo
presente.

Articolo (grammatica)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Questa voce o sezione sull'argomento linguistica non cita alcuna fonte o le fonti
presenti sono insufficienti.
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Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida
sull'uso delle fonti. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento.

Un articolo una parola che si riferisce ad un sostantivo limitandone e specificandone il


concetto.
Nella grammatica italiana una delle parti variabili del discorso e precede il nome o il
sintagma nominale, concordandosi genere e numero.
Si distinguono generalmente in articoli determinativi, articoli indeterminativi ed articoli
partitivi.

Indice
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1 Articoli determinativi
1.1 Italiano

1.1.1 Uso
1.2 Altre lingue

2 Articoli indeterminativi
2.1 Italiano

2.1.1 Uso
2.2 Altre lingue
3 Articoli partitivi
4 Voci correlate

5 Note
6 Collegamenti esterni

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Articoli determinativi

[modifica]

Italiano
femminil
e

maschile
z, pn, gn, ps,
x, y
davanti a:
s+cons.,
vocale

tutti gli
altri
tutti i casi
casi

singolar
e

lo (l'(1))

il

la (l'(1))

plurale

gli (gl'(2))

le (l'(2))

(1) Davanti a vocale o alla lettera "h" seguita da vocale, non davanti ad una "i" semiconsonantica (es. ione,
iena).
(2) Gli articoli "le" e "gli" si elidono raramente e solo se le due vocali, specialmente le "e", sono uguali.

Unica eccezione: "il dio" ha plurale "gli dei" a causa del processo di deglutinazione.
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Uso

L'articolo determinativo si usa:

quando il nome si riferisce a una cosa sola, ben precisa

con gli aggettivi e i pronomi possessivi

con nomi astratti o di significato generale, compresi i colori

con parti del corpo o vestiti

con le date, se non sono precedute dai giorni della settimana

nelle descrizioni fisiche, con il verbo avere

prima del cognome di una famiglia o di un casato

davanti a titoli di rango o professioni seguiti da un nome

davanti a nomi di persone famose (alla latina, come a dire "il famoso" o "proprio
quello")

pu essere usato davanti ai nomi propri femminili, quando sono adoperati in registro
familiare-affettivo, ma non davanti ai nomi propri maschili[1]

Viene invece omesso nei seguenti casi:

con gli aggettivi possessivi di fronte a nomi di parentela singolari

nelle descrizioni e nelle numerazioni

nelle apposizioni

davanti ai nomi di citt, tranne rarissime eccezioni: la Spezia, l'Aquila, il Cairo, il


Pireo, la Mecca, l'Aia. Anche in questo caso l'articolo segue le normali regole
grammaticali, in particolare per l'uso delle minuscole e della formazione di
preposizioni articolate

in una serie di espressioni particolari:


o nella maggioranza delle locuzioni avverbiali (in fondo, di proposito, a zonzo)
o nelle espressioni che hanno valore di avverbi qualificativi (con audacia, con
intelligenza, con serenit)
o con i complementi di luogo, in alcuni casi (tornare a casa, abitare in
campagna, recarsi in chiesa)
o davanti a nomi che formano con il verbo una sola espressione predicativa
(aver(e) fame, sentire freddo, prendere congedo)
o nelle locuzioni in cui un sostantivo integra il significato di un altro (carte da
gioco, sala da pranzo, abito da sera) e nei complementi predicativi
(comportarsi da galantuomo, parlare da esperto, fare da padre)
o in alcuni espressioni di valore modale o strumentale (in pigiama, in bicicletta,
senza cappotto)
o nelle frasi proverbiali (buon vino fa buon sangue, can che abbaia non morde)
o nei titoli dei libri o dei capitoli (Grammatica italiana, Canto quinto) e di
insegne (Entrata, Uscita, Arrivi, Partenze, Merceria, Ristorante, Giornali...)
o in alcune espressioni formate da verbo + preposizione + nome (parlare di
sport, giocare a scacchi (o agli scacchi), prendere qualcuno per matto)

o per ragioni di brevit, nel linguaggio telegrafico e nella piccola pubblicit dei
giornali (partecipiamo vostra gioia, vendo appartamento zona centrale)
o con la preposizione senza, l'articolo indeterminativo si pu esprimere o meno
(girare senza (una) meta, offendersi senza (un) motivo apparente)
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Altre lingue

Le lingue romanze sono quelle con un uso dell'articolo pi simile a quello italiano:

italiano

maschile
singolare

spagnol catalan portoghes frances


o
o
e
e

il, lo (l'
(1)
)

maschile plurale

i, gli

femminile
singolare

la (l' (1))

femminile
plurale

le

el, l' (1)

el

los

els

la, el (2) la (l' (1))

las

les

os

as

(1) davanti a vocale


(2) davanti ad a tonica

Derivano per lo pi dal dimostrativo latino ille, illa (quello, a)


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Articoli indeterminativi

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Italiano
maschile

femminile

gn, i + vocale, p tutti


+ n, p+ s, s+
gli
davanti a:
tutti i casi
consonante (s
altri
impura), x, y, z casi
singolar

uno

un

una

rumeno

le (l' (1))

-l, -ul
caso obl.lui

les

-i
caso obl.lor

-a, -ua
la (l' (1)) caso obl.ei

les

-le
caso obl.lor

(un' (1))

e
plurale

--

--

--

(1) davanti a vocale, esclusa la i semiconsonante (es. iena)

In italiano non esiste l'articolo indeterminativo plurale, dato che in espressioni come gli uni e
gli altri ha il ruolo di pronome.
Dove si userebbe l'articolo inderminativo plurale, l'italiano utilizza l'articolo partitivo o
aggettivi indefiniti come alcuni o qualche ("alcuni libri", "qualche libro").
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Uso

L'articolo indeterminativo viene usato:

con i sostantivi non numerabili

davanti a nomi di professioni o che indicano un'intera categoria

con i nomi propri di persona o i cognomi che indicano un'opera d'arte

nell'espressione un po'

Al maschile non si usa mai l'apostrofo con l'articolo indeterminativo. La presenza di


un apostrofo pu indicare il genere maschile o femminile: un'utente infatti la forma
femminile, mentre un utente indica il maschile

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Altre lingue

Come per l'articolo determinativo, anche per quello indeterminativo le maggiori somiglianze
si hanno con le lingue romanze:

italiano

spagnol catalan portoghes frances


o
o
e
e

rumeno

maschile
singolare

un, uno

un

un

um

un

un
caso obl.
unui

maschile
plurale

-- (2)

unos

uns

uns

-- (2)

nite
caso obl.
unor

femminile
singolare

una (un'
(1)
)

una

una

uma

une

o
caso obl.

unei
femminile
plurale

--

(2)

unas

unes

umas

--

(2)

nite
caso obl.
unor

(1) davanti a vocale


(2) si utilizza il partitivo
[modifica]

Articoli partitivi

Per approfondire, vedi la voce articolo partitivo.

L'articolo partitivo indica una quantit indeterminata:

maschile singolare: del, dell', dello

femminile singolare: della, dell'

maschile plurale: dei, degli

femminile plurale: delle

Come accennato, le sue forme plurali fungono anche da forma plurale dell'articolo
indeterminativo. Si tratta del resto dell'uso pi comune del partitivo in italiano.

Sostantivo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il sostantivo la parte variabile del discorso che indica una persona, un luogo, una cosa o,
pi in generale, qualsiasi entit animata, inanimata o pensata. I sostantivi sono anche detti
nomi, anche se il primo termine viene preferito in ambito linguistico per il suo significato
maggiormente pregnante: significa infatti provvisto di una propria sostanza, di una realt di
cui possiamo parlare, sia essa tangibile, sotto i nostri occhi (tavolo), sia che esista solo nella
nostra mente (virt). I nomi, insieme ai verbi sono gli elementi primari di una lingua e
costituiscono il pilastro su cui la frase si costruisce.

Indice
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1 Analisi linguistica

1.1 Nomi comuni e nomi propri di cose

1.2 Nomi concreti e nomi astratti

1.3 Nomi individuali e nomi collettivi

1.4 Nomi numerabili e nomi non numerabili


2 Nomi difettivi
3 Nomi sovrabbondanti
4 Voci correlate

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Analisi linguistica

Analizzati in base alle loro caratteristiche semantiche, morfologiche e in base alla formazione
di nuove parole.
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Nomi comuni e nomi propri di cose

I nomi comuni indicano persone, animali, cose, luoghi, ecc. in modo generico come
appartenenti ad una classe; il nome libro pu indicare uno qualsiasi dei possibili libri
esistenti, se non viene a esso aggiunto qualche maggiore elemento di identificazione:

il mio libro

il libro di matematica che ho lasciato sul tavolo

I nomi propri, invece, sono nomi o cognomi di persone, appellativi geografici, storici,
letterari, culturali e sociali; indicano non ci che generico ma ci che individuale, non la
classe ma l'elemento singolo, e questa singolarit viene evidenziata tramite l'uso della lettera
maiuscola:

Parigi

Lombardia

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Nomi concreti e nomi astratti

I nomi concreti sono quei nomi che si utilizzano per indicare elementi tangibili come:

ragazza, sedia, profumo,superficie, casa, albero, ospedale.

I nomi astratti sono quei nomi che esprimono elementi intangibili come:

bont, bellezza, male, paura, fragore, fede, giustizia.

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Nomi individuali e nomi collettivi

Il nome individuale designa un'entit singola che pu essere una persona, un animale, una
cosa o un concetto, indicandola con il nome proprio o con il nome comune della classe a cui
questo appartiene. Questa categoria comprende la maggior parte dei nomi:

Luisa, donna, lupo, tazza, virt

Per indicare una pluralit di individui, questi nomi devono essere usati al plurale.
Il nome collettivo, invece, pur essendo al singolare designa gruppi o insiemi di persone
(folla), cose (fogliame) o animali (mandria). Quando il nome collettivo in funzione di
soggetto, il verbo di solito va al singolare; si potrebbe considerare corretto l'uso del plurale
nel solo caso in cui il nome collettivo sia seguito da un complemento di specificazione:

Uno stormo di uccelli volava/volavano nel cielo

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Nomi numerabili e nomi non numerabili

Si dicono numerabili le cose che si possono contare:

un libro, dieci libri

Si dicono non numerabili i nomi che indicano quantit indistinte di una certa sostanza
(acqua, miele); questa quantit indistinta infatti non pu essere contata: in genere non
possiamo dire un'acqua, due acque, ecc. I nomi non numerabili richiedono, per indicare una
quantit, l'articolo partitivo o una locuzione:

Maria ha chiesto del sale

Maria ha chiesto un po' di sale

Spesso, sono presenti entrambe le accezioni in uno stesso nome:

Prendo del caff (non numerabile)

Prendo due caff (numerabile)

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Nomi difettivi

Si dicono nomi difettivi quei sostantivi usati solo al singolare o solo al plurale.
Ad esempio, hanno solo la forma singolare:

nomi di mesi o festivit: aprile, Natale, maggio, Pasqua

nomi di malattie: la varicella, l'Alzheimer, la peste

elementi chimici o metalli: l'idrogeno, l'uranio, il rame

nomi di alimenti: l'orzo, il latte, il grano

nomi astratti: la pazienza, la costanza, il coraggio

nomi collettivi: il fogliame, la prole

nomi di elementi unici: il sud, l'occidente, l'equatore

nomi di sensazioni fisiche: la sete, la fame, il sonno

Esempi di nomi difettivi solo plurali sono:


le congratulazioni, le nozze, le ferie.
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Nomi sovrabbondanti

I nomi sovrabbondanti sono quelli che presentano:

due singolari e un plurale (per es. singolari arma / arme, plurale armi;singolari
nocchiero / nocchiere plurale nocchieri;singolari scudiero / scudiere, plurale scudieri)

due singolari e due plurali (per es. singolari orecchio / orecchia, plurali orecchi /
orecchie)

un singolare e due plurali (per es. singolare braccio, plurale bracci / braccia ;
singolare corno, plurali corni / corna ; singolare filo , plurali fili / fila)

L'ultima categoria la pi importante perch le due forme del plurale hanno spesso un
significato diverso: le due forme non sono interscambiabili in tutti i contesti. In genere una
delle due viene utilizzata maggiormente per indicare un oggetto concreto, l'altra viene
prediletta per il senso figurato (per es. i gesti / le gesta).
Quasi tutti i nomi di questo tipo derivano da sostantivi neutri della seconda declinazione
latina.

Aggettivo qualificativo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Voce principale: Aggettivo.
Per approfondire, vedi la voce Gradi dell'aggettivo e la comparazione.

Gli aggettivi qualificativi indicano una qualit del nome. Grazie ad essi il nome viene
descritto con maggior precisione ed accuratezza.
senza aggettivo

La bimba piange spesso.


Marco un ragazzo.
ho bevuto una spremuta.

con aggettivo

La bimba piccola piange spesso


Marco un ragazzo intelligente
Ho bevuto una spremuta freschissima.

Come si pu notare, l'aggiunta degli aggettivi qualificativi modifica il senso delle frasi. A dire
il vero, non sempre gli aggettivi sono necessari; sono, per, sempre importanti, perch ci
permettono di precisare il nostro pensiero, di renderlo pi efficace e di esprimere sfumature
rilevanti. Di un'auto, ad esempio, possiamo dire che bella, ma possiamo anche aggiungere
che metallizzata, scattante, rossa, nuova, comoda, sciccosa, slanciata, ecc. Non c' limite al
numero degli aggettivi qualificativi, perch essi possono riguardare qualsiasi aspetto della
realt o della fantasia.
forma

triangolare, sferico, rotondo, romboidale, quadrato...

tempo

quotidiano, invernale, diurno, notturno, serale, pomeridiano ...

colore

rosso, verde, giallognolo, grigiastro, violaceo ...

sensazioni fisiche

caldo, dolce, piccante, freddo, ruvido, fragrante ...

stati d'animo

gioioso, felice, triste, malinconico, euforico, ansioso ...

valutazioni morali

nobile, altruista, pettegolo, generoso, disonesto, maleducato ...

dimensioni

lungo, largo, stretto, elevato, grande, vasto, piccolo ...

modi di essere

stanco, riposato, esausto, indolenzito, rilassato ...

materia

marmoreo, ligneo, bronzeo, ferroso, eburneo ...

aspetto

solido, cadente, fatiscente, robusto, florido, allampanato ...

Possono funzionare da aggettivi qualificativi anche i participi dei verbi, quando sono legati ad
un nome:
Le fabbriche emettevano scarichi inquinanti.
Fa piacere passeggiare nei prati puliti.
Indice
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1 Primitivi, derivati, alterati e composti


o

1.1 Aggettivi primitivi

1.2 Aggettivi derivati

1.3 Aggettivi alterati

1.4 Aggettivi composti


2 Genere e numero
2.1 Approfondimento

3 La concordanza
4 La posizione dell'aggettivo qualificativo
5 L'aggettivo sostantivato e con valore avverbiale

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Primitivi, derivati, alterati e composti

In riferimento alla loro struttura, gli aggettivi qualificativi si possono distinguere in quattro
gruppi.
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Aggettivi primitivi

Gli aggettivi primitivi hanno una forma propria che non deriva da altre parole (utile, alto,
rosso, onesto) e sono formati soltanto dalla radice e dalla desinenza.
radice

desinenza

aggettivo primitivo

util-

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-e

utile

Aggettivi derivati

Gli aggettivi derivati hanno origine da altri aggettivi, nomi o verbi, con l'aggiunta di un
prefisso, di un suffisso o di entrambi.
prefisso

radice

suffisso

desinenza

deriva da

im-

moral

-e

un aggettivo

in-

capac

-e

un aggettivo

lun

-ar

-e

un nome

poet

-ic

-o

un nome

tem

-ibil

-e

un verbo

ced

-evol

-e

un verbo

cred

-ibil

-e

un verbo

in-

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Aggettivi alterati

Gli aggettivi alterati si hanno quando la forma base dell'aggettivo viene alterata con i suffissi
-ello, -ino, -etto, -uccio, -astro, -one, -accio, -acchione, ecc; l'alterazione pu essere
diminutiva, vezzeggiativa, accrescitiva, dispregiativa e serve per esprimere delle sfumature
di qualit:
furbetto e furbino indicano un modo simpatico di essere furbi;
furbone e furbacchione indicano un modo negativo di essere furbi;
furbastro indica una furbizia condannabile.
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Aggettivi composti

Gli aggettivi composti sono formati dall'unione di due elementi che possono essere:

due aggettivi (grigio + verde = grigioverde, agro + dolce = agrodolce);

un prefissoide pi un aggettivo (auto + sufficiente = autosufficiente, psico +


attitudinale = psicoattitudinale);

un sostantivo o un prefissoide pi un suffissoide (petrolio + fero = petrolifero, franco


+ fono = francofono).

Gli aggettivi composti, anche quando sono formati da elementi accostati da un trattino
(didattico-educativo, russo-afgano, ecc.) si comportano come una parola unica e formano il
femminile e il plurale cambiando soltanto la desinenza del secondo elemento.
maschile sing.

femminile sing.

maschile plur.

femminile plur.

sordomuto

sordomuta

sordomuti

sordomute

fotostatico

fotostatica

fotostatici

fotostatiche

esterofilo

esterofila

esterofili

esterofile

si possono confondere anche con gli avverbi


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Genere e numero

L'aggettivo una parte variabile del discorso, in quanto, come fa il nome, cambia la
desinenza in rapporto al genere (maschile e femminile) e al numero (singolare e plurale). Gli
aggettivi variabili e declinabili si raggruppano secondo il modo in cui formano il femminile e
il plurale.

Gli aggettivi della prima classe terminano al maschile singolare in -o, variano sia nel
genere sia nel numero e presentano, perci, quattro diverse desinenze:
singolare

plurale

maschile

buon-o

buon-i

femminile

buon-a

buon-e

Gli aggettivi della seconda classe hanno due sole desinenze, una per il singolare e una
per il plurale, senza distinguere tra maschile e femminile

maschile
femminile

singolare

plurale

vivac-e

vivac-i

Esistono poi aggettivi che terminano in -a, i quali hanno una forma per il singolare e
due per il plurale:
singolare

plurale

maschile

entusiast-a

entusiast-i

femminile

entusiast-a

entusiast-e

Appartengono a questa categoria gli aggettivi in:

-ista: pessimista, comunista...

-cida: omicida, moschicida...

-ita: ipocrita, vietnamita ...

-asta: iconoclasta...

-ota: epirota, idiota ...

C' infine un gruppo di aggettivi con la desinenza invariabile, che hanno cio una
sola forma per entrambi i generi e i numeri. A questo gruppo appartengono:
o gli aggettivi in -i (pari, impari, dispari...);
o gli aggettivi indicanti colori, derivati da nomi (rosa, viola, ciclamino,
indaco...);
o gli aggettivi usati in coppia o uniti a un nome, per indicare sfumature di colore
(verde pastello, giallo limone, rosa pallido, verde bottiglia, grigio ferro...);

o gli aggettivi di origine straniera (blu, snob, zul...);


o alcuni aggettivi formati da anti- pi un nome (antinebbia, antifurto,
antiruggine ...);
o le locuzioni avverbiali usate come aggettivi (perbene, dabbene, dappoco...).
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Approfondimento

Per la formazione del plurale, generalmente, gli aggettivi seguono le stesse regole valide per i
nomi, ma necessario considerare alcune particolarit.

Gli aggettivi che finiscono in -co (femm. -ca) formano il plurale in:
-chi (femm. -che) se sono piani: bianco/bianchi/bianche, sporco/sporchi/sporche
eccezioni: amico/amici/amiche, nemico/nemici/nemiche, greco/greci/greche;
-ci (femm. -che) se sono sdruccioli: magico/magici/magiche,
politico/politici/politiche
eccezioni: carico/carichi/cariche, dimentico/dimentichi/dimentiche.

Gli aggettivi che finiscono in -go (femm. -ga) formano sempre il plurale in -ghi
(femm. -ghe): largo/larghi/larghe, analogo/analoghi/analoghe.

Eccezioni gli aggettivi che finiscono in -logo e -fago (femm. -loga e -faga), i quali hanno il
plurale maschile in -gi (monaco teologo/monaci teologi; popolo antropofago/popoli
antropofagi), hanno il plurale femminile regolare in -loghe e -faghe.

Gli aggettivi in -io (femm. -ia) con la i accentata formano il plurale maschile in -ii:
restio/restii, pio/pii; se la i non accentata, formano il plurale maschile con una sola -i
(savio/savi, proprio/propri, serio/seri); il plurale femminile regolare in -ie:
restia/restio, seria/serie.

Gli aggettivi femminili in -cia e -gia formano il plurale femminile:


in -cie e -gie quando la c e la g sono precedute da vocale (sudicia/sudicie);
in -ce e -ge quando la c e la g sono precedute da consonante (saggia/sagge)

Gli aggettivi composti formano il plurale modificando solo la desinenza finale


(paleocristiano/paleocristiani).

Bello, grande, santo e buono hanno pi forme di singolare e di plurale, che dipendono
dalla lettera iniziale del nome cui si riferiscono.

davanti a z, ps, gn,


x, s preconsonantica

davanti alle
altre
consonanti

davanti a
vocale

davanti al
femminile

dopo il
sostantivo

bello
sing.
plur.
-

grande
sing.
plur.
-

bello zaino,
psicologo, scoglio
begli zaini
psicologi, scogli

bel cane, libro


viso
bei cani, libri
visi
belli i cani, i
libri, i visi

grande zaino,
specchio,gnu
grandi zaini
specchi, gnu

gran o
gran o grande
grande
grande'
sogno,
donna,
amico,
pranzo, fascino
amica, storia
amore
grandi o gran
grandi
grandi
sogni, pranzi,
donne,
amici, amori
fascini
amiche,
storie

buono
sing.
plur.
-

buono o buon
zelo, psichiatra,
scherzo
buoni
scherzi

santo
sing.
plur.
-

santo Stefano (solo


davanti
a s presonantica)

santi
Stefano e Luigi

[modifica]

buon padre,
biscotto, gatto
buoni padri,
biscotti, gatti

san Giulio,
Francesco
Saverio
santi Pietro e
Paolo

bell' uomo,
armadio,
emporio
begli uomini
armadi,
empori

buon'
amico,
umore,
ancoraggio
buoni amici,
umori,
ancoraggi

bella donna,
amica,
stagione
cane,viso,,
belle donne libro bello
amiche,
stagioni

buona
(buon')
amica,
buona zia,
torta
buone
amiche,
zie, torte

sogno,pranzo,
fascino
grande
sogni, pranzi,
fascini grandi

padre,
biscotto,
gatto buono
padri, biscotti,
gatti buoni

santa Paola
o
sant' Adele ======
santi Aimo e
sante Teresa
Vermondo
e Maria
sant Antioco

La concordanza

Un aggettivo qualificativo non pu mai essere usato da solo, deve essere sempre legato a un
sostantivo, direttamente o indirettamente, per esempio tramite un verbo. Per questo motivo,
l'aggettivo deve concordare in genere e numero con il nome cui si riferisce:
gatto grigio, gatta grigia, gatti grigi, gatte grigie
ragazzo felice, ragazza felice, ragazzi felici, ragazze felici
Quando l'aggettivo accompagna un solo nome, l'applicazione della regola risulta semplice;
quando, invece, l'aggettivo si riferisce a pi sostantivi, bisogna distinguere:

con pi nomi di genere maschile --> concordanza al plurale maschile:

Marco e Andrea sono simpatici.


Ho acquistato un tavolo e due divani antichi.

con pi nomi di genere femminile --> concordanza al plurale femminile


Francesca e Marta sono simpatiche.
un uomo di intelligenza e volont straordinarie.

con nomi di genere e numero diversi --> concordanza al plurale maschile:


Marco e Francesca sono simpatici.
Possiedo guanti e sciarpa rossi.
Mandarini e arance profumati colmavano il vassoio.

Se i nomi di genere diverso sono entrambi plurali, la concordanza pu avvenire anche col
nome pi vicino (Ho comprato maglioni e camicie nuove); siccome questa soluzione pu
generare confusione, preferibile usare l'aggettivo al plurale maschile (Ho comprato
maglioni e camicie nuovi). Se l'aggettivo preceduto da un articolo si dice aggettivo
sonstantivato ad esempio:gli antichi
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La posizione dell'aggettivo qualificativo

L'aggettivo qualificativo pi essere posto sia prima sia dopo il nome cui si riferisce. In
generale, l'aggettivo posto prima del nome esprime una maggiore soggettivit, una certa
enfasi emotiva o una ricercatezza stilistica; quello posto dopo il nome ha rilievo particolare:
Apparvero in lontananza riarsi terreni.
Apparvero in lontananza terreni riarsi.
L'aggettivo riarsi indica in entrambe le frasi una qualit di terreni: nella prima frase d
maggior risalto al nome, nella seconda assume esso stesso un rilievo maggiore.
A volte, posto prima del nome, l'aggettivo ha un valore puramente descrittivo; posto dopo
assume un valore restrittivo:
Usa di preferenza i vecchi giocattoli;
Usa di preferenza i giocattoli vecchi. (non quelli nuovi)
In alcuni casi, per, la diversa posizione dell'aggettivo determina un totale cambiamento di
significato; questo accade in espressioni come quelle che seguono e in parecchie altre simili:
pover'uomo = uomo meschino, di basso livello morale;
uomo povero = uomo non ricco, privo di mezzi;
diverse occasioni = numerose occasioni;
occasioni diverse = occasioni di vario tipo.
Ci sono, inoltre, alcuni aggettivi per i quali la posizione fissa, essi vanno cio collocati dopo
il nome; sono quelli che indicano:

nazionalit: donna messicana, ragazzo tedesco ...

forma: cesto ovale, tavolo rettangolare ...

materia: terreno argilloso, roccia calcarea ...

colore: calze blu, gonna nera, maglione giallo ...

Fanno parte di questa categoria anche gli aggettivi alterati: una bimba grassottella, un uomo
magrolino ... e quelli seguiti da un complemento: un testo ricco di spiegazioni, un piano
opaco di polvere ...
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L'aggettivo sostantivato e con valore avverbiale

La funzione principale dell'aggettivo quella di accompagnare un nome, per qualificarlo o


determinarlo meglio. Talvolta, per, l'aggettivo assume la funzione del nome; ci si verifica
quando viene sostantivato con l'articolo:
Rispetta i coraggiosi = Rispetta gli uomini coraggiosi.
Arrivano delle straniere = Arrivano delle donne straniere.
L'uso di alcuni aggettivi sostantivati cos consolidato che in alcune parole l'originario valore
di aggettivo non pi avvertito: il caldo, il quotidiano, il futuro, i mondiali, i poveri ...
Quando un aggettivo qualificativo anzich riferirsi a un nome, accompagna un verbo,
modificandolo o qualificandolo meglio, esso ha valore di avverbio e si definisce aggettivo
con valore avverbiale:
Cammina piano. (in modo lento)
Lavorano duro. (duramente)
Parlate chiaro. (chiaramente)
Ho visto giusto. (in modo giusto)

Plurale dei sostantivi e degli aggettivi in


italiano
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Plurale dei sostantivi nella lingua italiana)
Voce principale: Grammatica italiana.

Il plurale dei sostantivi nella lingua italiana differisce per formazione da quello di diverse
altre lingue europee: se in spagnolo e in inglese si aggiunge una s al sostantivo, in italiano si
cambiano le desinenze. Albero al singolare diventa quindi alberi al plurale: con il
cambiamento da o in i la lunghezza del nome resta invariata. Analoghe regole valgono per
sostantivi ed aggettivi.
Le principali desinenze dei nomi italiani sono le seguenti:

genere

desinenza singolare

desinenza plurale

maschile

-o (gelato)

-i (gelati)

femminile

-a (oliva)

-e (olive)

maschile

-e (pesce)

-i (pesci)

femminile

-e (noce)

-i (noci)

Abbiamo inoltre, meno frequenti, le desinenze:


genere

desinenza singolare

desinenza plurale

maschile

-a (problema)

-i (problemi)

maschile

-i (l'alibi)

-i (gli alibi)

femminile

-i (l'oasi)

-i (le oasi)

Indice
[nascondi]

1 Casi particolari
2 Plurale degli aggettivi
3 Note
4 Bibliografia
5 Voci correlate
6 Collegamenti esterni

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Casi particolari

Un'altra caratteristica della lingua italiana la complessit nella formazione del plurale del
nome. Esistono infatti diversi casi particolari di formazione del plurale, di cui si riportano i

principali (che corrispondono alla grande maggioranza sia dei sostantivi, sia degli aggettivi
che presentano un comportamento deviante):

Diverse parole maschili che terminano per -a (generalmente termini astratti) formano
il plurale in -i: il problema, i problemi; il dilemma, i dilemmi. Si tratta soprattutto di
parole di origine greca. Restano invariate le parole boa e boia.

Le parole provenienti da altre lingue, se non italianizzate, sono generalmente


invariabili; il numero indicato quindi dall'articolo (il film, i film; il computer, i
computer). Questo vale anche quando la forma base usata al plurale (il murales, i
murales).

Sono invariabili in italiano i sostantivi che terminano in vocale accentata (la virt / le
virt), i sostantivi (quasi tutti di origine straniera) che terminano in consonante (il bar
/ i bar), i sostantivi che terminano in -i (il bikini / i bikini, la crisi / le crisi).

I sostantivi che terminano per -io non formano un gruppo omogeneo. Se la i


accentata, il morfema -o viene semplicemente sostituito da -i, per cui si avr: lo zo,
gli zi. Se l'accento cade altrove, la forma al plurale si scriver con una sola i:
l'armadio, gli armadi. In altre parole, il numero di sillabe che compone il sostantivo
dovr restare invariato. In passato vigeva la regola di mettere una i con accento
circonflesso, oppure una doppia i, nei casi in cui il plurale di sostantivi terminanti in
-io portassero ad ambiguit. Per esempio: principe diventa principi; principio pu
diventare, per chiarezza, principii o princip (la prima forma per sconsigliabile
perch suggerisce una doppia i che nella pronuncia non c'). Comunque, al giorno
d'oggi questa forma obsoleta. Per distinguere tra il plurale di principio quello di
principe, al pi si usa segnare l'accento tonico: princpi e prncipi; normalmente si
ritiene superflua questa attenzione, dato che solitamente il contesto in cui queste
parole si trovano impedisce quasi sempre situazioni di ambiguit. (v. Plurale delle
parole in -io)

La coppia uomo, uomini si distingue da altre per la variazione del numero di sillabe. Il
fenomeno si spiega con i diversi etimi: mentre la forma singolare deriva da homo,
quella plurale viene da homines.

Le parole femminili in -o, generalmente abbreviazioni, restano invariabili: la radio, le


radio (corrisponde a radiotrasmettitrice, radiotrasmettitrici); similmente: la moto, le
moto. Fa eccezione la mano, le mani.

Le parole in -cio e -gio formano il plurale in -ci e -gi (laccio, lacci).

Le parole in -co e -go hanno il plurale in -ci e -gi oppure in -chi e -ghi in funzione di
diversi fattori, fra i quali il pi importante la posizione dell'accento. Se la parola ha
l'accento sulla penultima sillaba, come la maggior parte dei sostantivi italiani, si avr
il pi delle volte -chi e -ghi: sacco, sacchi, lago, laghi. In caso contrario, il plurale di
solito in -ci e -gi: medico, medici, psicologo, psicologi. Restano in ogni caso diverse
eccezioni (es. amico, amici). Spesso si usa spiegare, ma solo a titolo di ricetta, che i
nomi di persone hanno normalmente il plurale in -ci e -gi, e gli altri (nomi di cosa ed
animale) in -chi e -ghi. (v. Plurale delle parole in -co e -go)

Le parole in -cia, -gia formano il plurale mantenendo la 'i' se l'ultima lettera prima
della desinenza una vocale (la camicia, le camicie), e perdendola se una
consonante (la frangia, le frange; la roccia, le rocce). La regola ha validit solo per la
-i- non accentata. Nel caso di parole come allerga, chiaro che la i sar conservata:
allerge. Fra le eccezioni principali, ricordiamo ciliegia e valigia, per le quali sono
diffuse e accettate entrambe le forme[1] (anche se le varianti conformi alla regola sono
di gran lunga pi frequenti;[2] studiosi conservatori preferiscono attenersi a criteri di
natura etimologica).(v. Plurale delle parole in -cia e -gia)

Le parole in -cie, -gie o -glie sono variabili al plurale (la superficie, le superfici;
l'effigie, le effigi; la moglie, le mogli), con l'eccezione di specie (le specie).

Le parole che finiscono per -ista sono sia maschili che femminili: il turista, la turista;
le forme del plurale sono comunque diverse a seconda del genere: i turisti, le turiste

I sostantivi che indicano le parti del corpo non seguono regole precise.

Molti hanno una forma maschile al singolare ed una forma femminile al


plurale: il braccio, le braccia. Similmente: il ginocchio, il dito, il labbro, il
ciglio; appartiene a questa categoria il sostantivo uovo. In questi casi,
possibile che esista anche una forma plurale maschile i bracci che per non
indica la parte del corpo in s (i bracci di una croce; i cigli delle strade).

Oppure, nel caso del sostantivo osso, la forma plurale femminile (le ossa) si
riferisce ad un insieme specifico di una parte del corpo (le ossa del cranio, le
ossa di una gamba), mentre la forma plurale maschile (gli ossi) si riferisce a
gruppi non appartenenti ad una sezione specifica del corpo (la clavicola e il
femore sono due ossi).

Per il sostantivo orecchio esiste anche una forma femminile: orecchia; mentre
al singolare si usa soprattutto quella maschile, al plurale si preferisce quella
femminile (le orecchie).

Buona parte dei nomi che indicano le parti del corpo prevedono solo forme
regolari: il gomito, i gomiti; la fronte, le fronti.

Costituiscono un caso a parte i sostantivi arma (le armi) ed ala (le ali).

Anche alcune parole non indicanti parti del corpo sono sovrabbondanti, ossia hanno
pi di un plurale (per esempio legno, che al plurale fa legna quando riferito a un
quantitativo di legname, legni se s'intendono gli strumenti orchestrali); un sostantivo
(pomodoro) ha addirittura tre possibili plurali: pomidoro, pomidori e pomodori
(quest'ultimo oggigiorno di gran lunga il pi usato).

Vi sono delle parole con due forme plurali: maschile e femminile. In tal caso, ai
diversi generi corrisponder in genere un diverso significato: Braccio: i bracci (del
mare, del fiume, di una croce), le braccia (del corpo). Si tratta di un caso
abbastanza diffuso (v. Plurali sovrabbondanti).

Alcune forme sono difettive, vale a dire dispongono di una sola forma basilare (anche
se possibile, in determinati casi, riscontrare anche l'altra forma): i pantaloni, gli
occhiali, la peste, il ferro.

In casi singoli pu essere d'aiuto l'uso del dizionario.

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Plurale degli aggettivi

Valgono regole del tutto analoghe, anche se con minore variet di forme, per la formazione
del plurale nell'aggettivo.

Pronome personale in italiano


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Voce principale: Pronome personale.

I pronomi personali sono quei pronomi che rappresentano, in funzione deittica, la persona
che parla, la persona che ascolta oppure la persona, l'animale o la cosa di cui si parla, senza
specificarne o ripeterne il nome.
Io sono pronto per la partenza, tu no;
Abbiamo discusso con loro dei risultati elettorali.
Indice
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1 Forme dei pronomi personali


2 Pronomi personali soggetto
o

2.1 Approfondimento
3 Pronomi personali complemento

3.1 Approfondimento

4 Influenze dialettali
5 Pronomi personali riflessivi
6 I pronomi allocutivi di cortesia
6.1 Uso dei diversi sistemi

7 Note

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Forme dei pronomi personali

I pronomi personali in italiano per la funzione soggetto sono i seguenti:

io e noi indicano la persona che parla o il gruppo di persone al quale appartiene chi
parla (prima persona);

tu e voi indicano la persona o le persone a cui ci si rivolge (seconda persona);

lui e loro indicano la persona o le persone di cui si parla (terza persona).

I pronomi personali hanno forma diversa, secondo la persona, il numero, il genere e la


funzione. Tale funzione pu essere di soggetto o di oggetto. I pronomi di alcune persone
variano di forma a seconda che l'oggetto sia diretto o indiretto. I pronomi personali usati
come complemento hanno due forme:

forma forte o tonica;

forma debole o atona.


funzione complemento
persona

funzione soggetto
forma tonica

forma atona

1 singolare

io

me

mi

2 singolare

tu

te

ti

maschile

lui, egli, esso[1]

lui, s (stesso)

lo, gli, si

femminile

lei, ella, essa[1]

lei, s (stessa)

la, le, si

noi

noi

ci

3 singolare

1 plurale

2 plurale

voi

voi

vi

maschile

loro, essi[1]

loro, s (stessi)

li, ne, si

femminile

loro, esse[1]

loro, s (stesse)

le, ne, si

3 plurale

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Pronomi personali soggetto

I pronomi personali soggetto indicano la persona che protagonista dell'azione o che effettua
la comunicazione.
Lui ascolta la musica rock.
In italiano, a differenza di quanto accade in altre lingue, il pronome personale soggetto
normalmente sottinteso a causa della sua ridondanza. La desinenza del verbo, infatti, gi di
per s sufficiente ad indicare chi compie o subisce l'azione espressa dal verbo stesso, ragion
per cui il pronome soggetto diventa superfluo:
dormo = io dormo;
mangi = tu mangi;
vede = egli vede.
Ci sono casi particolari, tuttavia, in cui il pronome deve essere espresso. Ci avviene:

quando si vuole specificare il maschile o il femminile:


Chi stato? stato lui. No, stata lei;

quando il verbo presenta la stessa forma per pi persone, ad esempio nel congiuntivo
presente:
Bisogna che io sappia la novit; Bisogna che tu sappia la novit;

quando si vuole dare rilievo al soggetto:


Certo che voi siete proprio una bella compagnia;

quando si vogliono contrapporre pi soggetti:


Io lavoro e lui si diverte.

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Approfondimento

Io, tu, noi, voi sono invariabili per genere.


Io e tu vengono sostituiti da me e te nei seguenti casi:

nelle esclamazioni formate con un aggettivo qualificativo:


Povero me!

dopo il verbo essere se svolgono la funzione di parte nominale:


Tu non sei me;

nei paragoni introdotti da come e quanto:


Marco alto quanto te;

ma se il verbo ripetuto si usano io e tu:


Marco alto quanto sei alto tu;

quando accompagnano un participio assoluto:


Sono stato deluso da molte persone, te compreso.

Il pronome di terza persona singolare e plurale presenta forme diverse in concorrenza tra loro:

lui e lei
si usano nel linguaggio comune parlato e scritto per indicare persone e animali:
Chi stato? stato lui;

egli e ella
si usano nel linguaggio parlato e scritto di alto registro per indicare persone:
Dante uno dei pi importanti poeti italiani. Egli ha scritto la "Divina Commedia";

esso e essa
si usano nel linguaggio parlato e scritto di alto registro per indicare animali o cose:
Il leone un felino. Esso trova il suo habitat preferenziale nelle savane africane;
possono riferirsi tuttavia anche a persona:
uno scrittore colto e sensibile, ma anch' esso legato a una forma letteraria
superata;

loro
si usa nel linguaggio comune parlato e scritto per indicare persone o animali:
Loro sono andati al mare;

essi e esse

si usano nel linguaggio parlato e scritto di alto registro per indicare persone, animali o
cose.
Quando ci rivolgiamo a persone con cui siamo in confidenza, si usa generalmente il tu. Con
le persone con cui non siamo in rapporti di familiarit, invece, usiamo i pronomi di terza
persona Lei e (molto pi raramente trattandosi di una forma ormai in disuso) Loro, validi sia
per il maschile sia per il femminile:
Venga anche Lei a controllare i risultati dell'esperimento;
Ascoltino anche Loro.
Nel Meridione ancora diffusa la forma di cortesia con il pronome di seconda persona
plurale Voi. Esso viene usato anche nella corrispondenza commerciale quando ci si riferisce
non ad una persona fisica, ma ad una azienda, societ, ufficio:
Rispondiamo alla Vostra lettera del 4/7 per comunicarVi che accettiamo la proposta.
Queste forme, dette pronomi di cortesia, si scrivono di solito con la maiuscola.
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Pronomi personali complemento

I pronomi personali complemento si usano quando nella frase il pronome svolge una funzione
diversa da quella di soggetto e cio:

complemento oggetto: La (lei) vedr. Ti (te) ascolter.

complemento di termine: Le (a lei) regaler delle rose. Ti (a te) regalo una rosa.

gli altri complementi indiretti: Vieni con me (c. compagnia) a mangiare un gelato?
Lavoro per lui.

Si distinguono in due forme differenziate:


1. Le forme toniche o forti (me, te, lui, s, noi, voi, essi, loro' ...), dette cos perch
hanno un accento proprio e, quindi, assumono particolare rilievo nella frase;
possono essere usate per parecchi complementi e vengono collocate generalmente
dopo il verbo:
Penso a te;
Cerco loro;
2. o deboli (mi, ti, lo, gli, si, la, ci, loro ...), dette cos perch non hanno un accento
proprio e per la pronuncia si appoggiano sempre al verbo che le precede (enclitiche)
o che le segue (proclitiche):
Verr a trovarci (enclitica):
Ti dico di s (proclitica).

Le forme atone, chiamate anche particelle pronominali, vengono adoperate esclusivamente


per il complemento oggetto (Verr a trovarti = Verr a trovare te) o per il complemento di
termine (Ti consiglio = consiglio a te). La scelta tra le forme forti o deboli relativa alle
esigenze espressive:

se si vuole dare rilievo al pronome si usa la forma forte: Per quella partita hanno
scelto me (la forma forte me ha un valore esclusivo: chi parla sottolinea che stato
preferito ad altri);

se invece si desidera attenuarne la presenza, si usa la forma debole: Mi hanno scelto


per quella partita (con la forma debole mi la frase assume un tono puramente
informativo: ci si limita ad una constatazione).

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Approfondimento

S viene usato quando, in una proposizione, la persona, cui il pronome personale


complemento si riferisce, coincide col soggetto della frase:
Gli egoisti pensano solo a s.

Esso, essa, essi, esse si usano al posto di lui, lei, loro quando si tratta di animali o
cose:
Le mie galline non mi danno uova, eppure dedico a esse tante cure.
Questo zaino eccezionale, con esso ho effettuato molte escursioni.

Ci, vi, forme deboli di pronomi personali complemento di prima e seconda persona
plurale, equivalgono a: noi, a noi, voi, a voi:
Quel pescatore ci porter (porter noi) fino a Panarea.
Ci (a noi) piace la tua cucina.
Vi vedr (vedr voi) dopo cena.
Vi (a voi) restituir le racchette stasera.
o Queste forme possono avere una funzione avverbiale col significato di: l, di
l, qua, di qua, l, di l:
Ci (=l) andr domani.
Il posto gli piaceva e decise di rimanervi (=l).

Ne una forma debole di pronome di terza persona singolare e plurale e significa di


lui, di lei, di loro, da lui, da lei, da loro:
Ha un amico a Bologna e ne (=di lui) parla sempre;
o Pu avere funzione avverbiale col significato di: da qui, da l, di qui, di l:
Ve ne (=di qui) potete andare.

me lo

te lo

se lo

ce lo

ve lo

me la

te la

se la

ce la

ve la

me li

te li

se li

ce li

ve li

me le

te le

se le

ce le

ve le

me ne

te ne

se ne

ce ne

ve ne

Mi, ti, ci, vi, si possono essere usati in coppia con gli altri pronomi lo, la, li, le, ne,
dando vita a forma come quelle riportate nello schema, in cui il primo pronome
assume una forma un po' diversa (mi -> me; ti -> te; ci -> ce...).
In queste sequenze il primo elemento un complemento di termine, il secondo un
complemento oggetto, salvo nel caso di ne, che costituisce di solito un complemento
di specificazione:
Me lo disse (a me disse questo).
Te lo rese (a te rese questo).
Ce ne dia dieci (a noi dia dieci di questi).

Gli unito con i pronomi personali lo, la, li, ne forma un'unica parola: glielo, gliela,
glieli, gliele, gliene: Glielo spiegher di nuovo; Non gliene voglio anche se pi
corretto dal punto di vista grammaticale la scrittura staccata glie lo (vedi nota a
fondo pagina).
In genere la coppia di pronomi precede il verbo; lo segue quando all'infinito, al
gerundio o all'imperativo e pu formare con esso un'unica parola:
Se vuoi il pollo arrosto, vado a comprartelo.
Si convinto parlandogliene.
Se hai bisogno della spesa, dimmelo.

Nel linguaggio familiare gli (=a lui) tende a sostituire le, il corrispondente pronome
femminile, ma bene evitare questo errore e usare la forma corretta:
Ho visto Mara e gli ho dato tue notizie Ho visto Mara e le ho dato tue notizie.
o Ricorda quindi che:

gli = a lui usato per il genere maschile;

le = a lei usato solo per il genere femminile;

il plurale di entrambi loro. Quando loro usato come complemento


di termine, pu fare a meno della preposizione a, se collocato dopo il
verbo:

Ho chiesto loro Ho chiesto a loro.


o Nella lingua parlata si va sempre pi diffondendo l'abitudine di usare gli al
posto di loro (= a loro):
Mi hanno chiamato e io gli (=a loro) ho risposto; questa forma pu creare equivoci.
Ad esempio: Gli ho portato dei cioccolatini. A chi? a lui oppure a loro?
Risulta pi chiara e corretta la forma normale: Ho portato loro dei cioccolatini.
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Influenze dialettali

L'uso dei pronomi personali induce spesso in errore, a volte per influenza di usi dialettali. In
questa sezione sono riportati gli errori pi frequenti.
Espressioni come:

Pensa te a spolverare i mobili.

sono sbagliate, perch nello standard si usa te solo come complemento. , dunque, pi
corretto dire:

Pensa tu a spolverare i mobili.

Per lo stesso motivo (te la forma forte del pronome in funzione di complemento) errato
dire Io e te in luogo del pi corretto Tu ed io.
Questo uso del pronome te anche in funzione di soggetto, diffuso in passato solo in alcune
zone del Centro e Nord Italia tra le fasce di popolazione meno acculturate, viene incentivato
da alcuni anni a questa parte dalla musica leggera. Se in passato se ne facevano degli usi
sporadici per esigenze di rima (in italiano sono rarissime le parole terminanti in -u che
possono far rima con tu), oggi alcuni autori sostituiscono regolarmente il tu con il te. Questo
innaturale "bombardamento" mediatico ha contribuito a cambiare la percezione di questo
errore, seminando dubbi o addirittura facendo credere che l'uso del "te" come soggetto sia
corretto. Confronto: esempi di uso corretto e scorretto di tu/te in note canzoni di musica
leggera:
Che cosa c'
c' che mi sono innamorato di te
c' che ora non mi importa niente
di tutta l'altra gente
di tutta quella gente che non sei tu
(Ornella Vanoni, Gino Paoli: Che cosa c')

Da solo non mi basto


stai con me
solo strano che al suo posto
ci sei te, ci sei te
(Nek: Laura non c')

Le espressioni a me mi, a te ti, a lui gli sono considerate sbagliate dai normativisti perch le
forme atone mi, ti, gli, ci sono ritenute ripetizioni ridondanti. Si tratta, tuttavia, di forme
comunemente usate nella lingua parlata, le quali possono essere collegate nell'ambito della
cosiddetta dislocazione a sinistra, la quale comprende anche forme del tipo Il giornale l'ho

comprato io. La reduplicazione del pronome ha una funzione intensificativa di


evidenziazione del soggetto: A me mi piace ha il significato di: proprio a me che piace,
non a qualcun altro. La reduplicazione morfologica un processo produttivo e trasparente
nelle lingue del mondo, compreso in italiano, come avviene ad esempio con la reduplicazione
aggettivale: un elefante grande grande. In spagnolo, ad esempio, la reduplicazione
pronominale corretta e frequente: a m me gusta. Il meccanismo rientra dunque in una
categoria ben nota della lingua colloquiale, anche se resta comunemente sconsigliato nella
scrittura formale.
sbagliato usare il pronome ci (o ce) per dire a lui, a lei, a loro, gli, le. Ci significa noi, a
noi; pertanto non corretto dire:

Ce lo dico io; Ci ho fatto vedere tutto.

La forma esatta :

Glielo dico io; Gli ho fatto vedere tutto.

Ugualmente sbagliate sono le espressioni diccelo, faccelo, daccelo in casi in cui il significato
diglielo, faglielo, daglielo.
Alcuni impieghi non standard dei pronomi, diffusi nel parlato e nello scritto in tutta Italia,
sono stati recentemente inquadrati nella categoria dell'italiano neostandard.
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Pronomi personali riflessivi

I pronomi personali riflessivi indicano che l'azione compiuta dal soggetto "si riflette" sul
soggetto stesso:
Marco si veste = Marco veste s stesso;
Leonardo pensa solo a s = Leonardo pensa solo a s stesso.
I pronomi riflessivi' sono:
singolare

plurale

1 persona

mi

ci

2 persona

ti

vi

3 persona

si, s

si, s (loro)

Le forme si e s si usano per la terza persona singolare e plurale:


Marco si lava;
I miei genitori si amano.

Al plurale la forma s sostituita da loro quando si tratta di un riflessivo reciproco,


generalmente introdotto da tra, in mezzo a, vicino a:
Gli alunni parlano tra loro durante la lezione.
Il pronome personale riflessivo s va scritto sempre con la "e" accentata, anche quando
seguito da stesso e medesimo. L'accento, infatti, serve a distinguerlo dalla congiunzione se.
Tuttavia, molti scrittori hanno cominciato ad usare le forme se stesso e se medesimo senza
accento. Per la 1 e la 2 persona singolare e plurale, invece, vengono usate le particelle
pronominali mi, ti, ci, vi:
Io mi pettino; Tu ti prepari; Noi ci vestiamo; Voi vi lavate.

Ci, vi e si, certe volte, conferiscono al verbo valore reciproco:


Ci salutiamo = Ci salutiamo a vicenda.

Alcuni verbi, detti pronominali, sono sempre accompagnati dalle particelle mi, ti, ci,
vi, si che, in questo caso, non hanno un valore riflessivo, ma costituiscono parte
integrante del verbo.

Sono verbi pronominali: arrabbiarsi, vergognarsi, lavarsi, pentirsi, pettinarsi....


Stefano si pentito della sua scelta.
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I pronomi allocutivi di cortesia

I pronomi personali sono usati in italiano anche per indicare un registro formale con chi si
parla, anche se in contrasto col loro significato letterale. Tali pronomi sono detti pronomi
allocutivi di cortesia, e si scrivono in maiuscolo. Il pi antico sistema, che trae origine dalla
Roma imperiale, il "dare del Voi". Tale sistema, oggi meno usato che in passato, consiste
appunto nel rivolgersi all'interlocutore indicandolo con "Voi" piuttosto che con "tu", ed
accordando i verbi alla seconda persona plurale:

Buon giorno signor Carlo, come state? - Bene e Voi?

Da notare che per una lunga parte della storia antica, Roma inclusa, non si sentito alcun
bisogno di tali registri formali, affidando ai titoli il rispetto ed il livello sociale. Praticamente
si dava del tu anche all'imperatore ("Tu, nostro imperatore ..."). Dopo il primo uso del "Voi"
per l'imperatore, la forma si estesa come segno di rispetto. Praticamente nessuna lingua o
dialetto derivato dal latino ha fatto a meno di tali forme, sebbene contrarie alla logica;
ovviamente il fenomeno non si fermato a questo gruppo di lingue: addirittura l'introduzione
del "Voi"da parte dei normanni in Gran Bretagna ha causato il disuso di "thou", ovvero la
traduzione letterale di "tu" in inglese[2].
Un altro sistema quello di "dare del Lei" all'interlocutore, indifferentemente dal suo sesso:

Buon giorno signor Carlo, come sta? - Bene e Lei?

Tale sistema sembra derivare dal '500[3]. Infine, si pu dare della terza persona utilizzando un
titolo:

Il Signore gradisce un caff?

Dall'altro lato chi parla pu darsi del "noi" o ("Noi"). A seconda del contesto, si distingue tra
plurale di modestia (pluralis modestiae, generalmente scritto in lettera minuscola) e plurale
maiestatico (plurale maiestatis, scritto in lettera maiuscola). Il plurale di modestia viene
spesso usato nella lingua scritta per il narratore di un racconto, volendo limitare
l'individualit di quanto scritto. Dall'altro lato il plurale maiestatico una vera e propria
dimostrazione del proprio status, e generalmente usato da papi, sovrani o persone di potere,
dato che altrimenti potrebbe essere considerato indice di scarsa umilt.
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Uso dei diversi sistemi

Come detto, in passato l'uso del "Voi" era molto pi diffuso di oggi. Durante il fascismo
infatti si tentato di vietare l'uso del "Lei"[4], scelta ai tempi criticata addirittura da alcuni
fascisti; questa scelta ha fatto associare il "Voi" al regime fascista, per cui alla fine del regime
si avuto il declino di tale forma (da alcuni addirittura e ingiustamente considerata di
invenzione fascista). Ad esempio Benedetto Croce, che da sempre usava il "Voi" essendo
campano, inizi a dare del "Lei". Comparando le due forme, quella in "Voi" viene percepita
come formale ma non indiretta, per cui crea meno distaccamento tra gli interlocutori.
Importante anche il fatto che nei dialetti generalmente non si pu tradurre la forma in "Lei"
(la cui traduzione in molti dialetti solo letterale: terza persona di genere femminile) mentre
spesso gi usata da secoli la forma in "Voi", fatto che contribuisce a mantenere quest'ultima
forma anche in italiano.
Attualmente, il "Voi" in Italia ancora comunemente usato nel meridione, dove lo si usa
normalmente, ad esempio, nelle scuole per il dialogo alunno-professore (e quindi in dialoghi
in lingua italiana e non in dialetti). Altre differenze tra le diverse zone d'Italia possono essere
trovate nell'uso dei pronomi di cortesia. Nell'Italia settentrionale, la recente tendenza quella
di usare largamente il "tu" nel parlato. Questa potrebbe essere una sorta di "reazione
psicologica" verso l'uso della seconda persona contro l'uso della terza persona (almeno nel
parlato, mentre nello scritto l'assenza dell'interlocutore permette pi liberamente il "Lei"), ed
infatti molto limitato nelle zone in cui il "Voi" viene molto usato.