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I fatti soprasegmentali sono fenomeni fonetici e fonologici che riguardano la catena parlata nella sua successione

lineare, agiscono al di sopra del singolo segmento minimo osservando le relazioni fra foni sull’asse sintagmatico. Per
fatti prosodici intendiamo osservare l’andamento melodico della catena fonica da determinarne l’andamento ritmico.
I tratti fondamentali sono l’accento, il tono e l’intonazione, e la lunghezza o durata relativa.

Accento, tono e intonazione


All’interno della sillaba agisce un principio di alternanza di sonorità tra gli elementi, avremo quindi picchi e valli di
sonorità. Per questo, il nucleo di una sillaba è l’elemento più sonoro. Le sillabe si individuano acusticamente come
modulazioni ondulatorie di sonorità. L’alternanza di sonorità si manifesta anche nel ritmo, e in un enunciato coesistono
sia sillabe forti che sillabe deboli.

L’accento è l’intensità di pronuncia di una sillaba, quindi della vocale che svolge il ruolo di apice sillabico. In una
sequenza, detta gruppo tonale, distingueremo le sillabe toniche (prominenza fonica) dalle sillabe atone. [è l’insieme
delle caratteristiche fonetiche che mettono in rilievo una sillaba in una sequenza]

Dal punto di vista fonetico l’accento è composto da tre fattori importanti:

▪ Durata: la durata nel tempo di una sillaba → una sillaba che dura di più è percepita come più prominente;
▪ Intensità: la forza con cui una sillaba viene realizzata → una sillaba più intensa è percepita come più
prominente;
▪ Altezza: la frequenza della vibrazione delle corde vocali → una sillaba pronunciata con una maggiore altezza
tonale è percepita come più prominente.

Non in tutte le lingue tale prominenza ha lo stesso rilievo, e perciò di distingueranno diverse classi linguistiche. Per
esempio:

1. Lingue ad accento dinamico o intensivo, come l’italiano, dipendono prevalentemente dall’aumento di intensità
con cui è prodotta una sillaba e le variazioni di intensità sono comunemente accompagnate da parallele variazioni
di altezza e di durata della sillaba tonica. Sequenze di tre o più sillabe possono presentare, oltre all’accento
principale, altri picchi di intensità, detti accenti secondari.

2. Lingue ad accento tonale o ad accento musicale (es. giapponese, somalo [in Europa] le lingue scandinave [non il
danese] e il serbocroato) utilizzano solamente l’altezza, cioè il tono, per la determinazione dell’accento principale
e nessun ruolo rilevante sembrano avere la durata e l’intensità. La conseguenza pratica di questo tipo di
realizzazione è che per un parlante che possiede un L1 ad accento dinamico, risulterà difficile percepire e
distinguere le parole di questa categoria solo per l’accento.

L’accento come tratto prosodico non dev’essere confuso con l’accento grafico, un simbolo diacritico che in italiano è
impiegato per indicare nella grafia convenzionale le parole plurisillabiche tronche e su alcuni monosillabi, mentre le
parole piane, sdrucciole, ecc. di solito non necessitano dell’accento grafico.

La posizione dell’accento, cioè la posizione della sillaba, all’interno di una parola, su cui cade l’accento può essere
libera o fissa:

1. Nelle lingue ad accento fisso, l’accento è determinato da una serie di regole, difatti data una certa struttura
fonologica della parola, sarà sempre prevedibile la posizione della sillaba accentata.
In francese, l’accento cade sempre sull’ultima sillaba o sulla sillaba finale del gruppo come [kama'ʀad] (camarade
= compagno) e [yn bɛl a'mi] (une belle amie = una bell’amica); in ungherese, finlandese o svedese, l’accento cade
sempre sulla prima sillaba (sillaba iniziale).

2. Nelle lingue ad accento libero, l’accento può cadere su una qualunque delle sillabe della parola, o comunque in
posizioni sillabiche diverse. La posizione dell’accento può assumere un valore fonematico poiché in base alla
posizione della sillaba su cui cade ha valore distintivo oppositivo (due o più parole tra loro segmentalmente uguali).
L’italiano è una lingua ad accento libero. Sulla base della posizione dell’accento una parola si dice:

▪ tronca o ossitona → se l’accento cade sull’ultima sillaba es. [kwali'ta]


▪ piana o parossitona → se l’accento cade sulla penultima sillaba es. [pja'tʃeːre] (è la posizione più frequente
in italiano)
▪ sdrucciola o proparossitona → se l’accento cade sulla terzultima sillaba es. ['kaːmera]
▪ bisdrucciola → se l’accento cade sulla quartultima sillaba (più raro) ['kaːpitano] (=3apers. plurale del presente
del verbo capitare)
▪ trisdrucciola → se l’accento cade addirittura sulla quintultima sillaba (solo in parole composte con pronomi
clitici ['fabbrikamelo] (=fabbrica questo per me)

I clitici sono gli elementi o le parole monosillabiche che nella catena fonica non possono presentare una sillaba
prominente (accentata) e per essere pronunciati devono quindi appoggiarsi ad un’altra parola: come i proclitici che si
‘appoggiano’ sulla parola seguente e gli enclitici che si ‘appoggiano’ sulla parola precedente.

In italiano distinguiamo i seguenti clitici: i pronomi clitici possono combinarsi tra loro in sequenze complesse.

▪ determinanti clitici (articoli determinavi)


▪ clitici ‘segnacaso’ (le preposizioni di, a e ia)
▪ pronomi personali atoni (mi, ti, lo, la, ci, vi, li, le) es. me e lo → in fabbricamelo.

In italiano l’accento differenzia pertinentemente parole diverse a seconda della sua posizione e di conseguenza il
significato cambierebbe:

▪ [’ka.pi.to] → 1a pers. sing. di capitare


▪ [ka.pi.’tɔ] → 3a pers. sing. del passato remoto del verbo capitare
▪ [ka.’pi.to] → 1a pers. sing. di capire

▪ [’su.bi.to] → avverbio
▪ [su.’bi.to] → participio passato del verbo subire

Nelle parole con quattro o più sillabe di solito oltre all’accento principale vi sono anche uno o più accenti secondari:
▪ càposquàdra [,ka.po.’skwa.dra]
▪ ìmprovvìsamènte [ ,im.prov.,vi.sa.’men.te]

L’accento è un elemento centrale nella strutturazione prosodica dell’enunciato perché l’alternarsi di sillabe atone e
sillabe toniche, connesso con fenomeni di durata, darebbe luogo al ritmo. Ogni lingua possiede un proprio ritmo;
l’italiano è una lingua a “isocronismo sillabico” in cui le sillabe atone possiedono una durata analoga; diverso è l’inglese,
una lingua a “isocronismo accentuato”, in cui si creano fenomeni di cancellazione o di modificazione poiché per
mantenere costante la distanza fra gli accenti, viene assegnata una durata via via minore alle sillabe atone che sono
numerose.

Dal punto di vista fonologico, l’unità ritmica è il “piede” che corrisponde appunto all’associazione di una sillaba forte
e una sillaba debole. A seconda dell’ordine dei componenti del piede, si hanno il ritmo trocaico (sillaba tonica precede
quella atona) e il ritmo giambico (sillaba atona precede quella tonica).

I fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l’altezza musicale con cui le sillabe sono pronunciate e la curva
melodica a cui la loro successione dà luogo. Il tono è l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba, dipendente
fondamentalmente dalla tensione delle pliche vocali e della laringe e quindi dalla velocità e dalla frequenza di
vibrazione delle pliche vocali, determinando così la frequenza fondamentale.

Il tono in molte lingue del mondo ha valore distintivo, cioè viene utilizzato per distinguere una parola da un’altra. Nel
lessico di una lingua tonale le parole sono immagazzinate, non solo con le informazioni di significato e di pronuncia
legate alla parola, ma anche con quelle che riguardano l’altezza tonale di ciascuna sillaba della parola.

Es. sono lingue tonali (in maniere diverse) il serbo-croato, lo svedese, il cinese, il vietnamita, il thailandese, molte lingue
africane (per es. lo yorúba).
Es. in cinese mandarino, a seconda del tono utilizzato cambia il significato della parola; la distinzione di tono ha
un’importanza fondamentale perché il cinese è una lingua in cui le parole sono principalmente monosillabiche e mono
morfematiche:

▪ Má con tono alto costante → “mamma”


▪ Mă con tono alto ascendente → “lino, canapa”
▪ Mã con tono alto discendente → “ingiuriare, bestemmiare”
▪ Mâ con tono basso discendente-ascendente → “cavallo”
▪ ma con intonazione neutra funge da particella interrogativa posposta alla frase.

L’intonazione è l’andamento melodico con cui è pronunciato un gruppo


tonale o gruppo ritmico (cioè la parte di una sequenza pronunciata con una
sola emissione di voce) o un intero enunciato. In gran parte delle lingue
l’intonazione distingue il valore pragmatico di un enunciato (o vi è
associata): permette cioè di capire se si tratta di un’affermazione,
un’esclamazione, un ordine, una domanda, un’ammissione. L’intonazione
consente di differenziare gli enunciati, sennò sarebbero tutti identici.

Potremmo rappresentare così tre diverse curve intonative all’enunciato


Gianni viene:

1. intonazione ascendente (domanda)


2. intonazione costante (affermazione)
3. intonazione discendente (esclamazione)

La lunghezza riguarda l’estensione temporale relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti, ogni fono può essere
breve o lungo, ovvero durare nella realizzazione per un tempo più o meno rapido. La quantità delle vocali può avere
valore distintivo.

La lunghezza consonantica in italiano non ha valore distintivo, a meno che si realizzi una distinzione di durata
basandoci sulla grafia delle consonanti doppie. Possiamo analizzare una consonante doppia come un fonema a sé,
dato che sono considerate lunghe, mentre quelle singole saranno semplici brevi. In questa prospettiva l’opposizione
lunga-breve costituirebbe una coppia minima.

La lunghezza vocalica in italiano non è pertinente: una parola pronunciata con una vocale lunga individua
un’accentuazione enfatica della stessa parola, in genere si tratta della vocale della sillaba tonica. Difatti, le vocali
toniche in sillaba libera sono tendenzialmente lunghe. Nella trascrizione fonematica non si segnalerà mai la lunghezza
vocalica.