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Spiegato bene: https://www.lagrammaticaitaliana.

it/lezioni/203/l-
accentohttps://www.lagrammaticaitaliana.it/lezioni/203/l-accento

https://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/accentazione/

Allora: quelle citate tra parentesi (evapòra, valùto, guaìna, amàca, scandinàvo, pudìco,
salùbre, devìo, istìga, irrìta, ossimòro, Florìda ecc) nella domanda sono tutte
parole piane o parossitone  perché l'accento tonico cade sulla penultima sillaba e
quella indicata è la pronuncia corretta. Nella lingua italiana abbiamo in prevalenza
parole piane, seguite dalle parole sdrucciole o proparossitone  nelle quali
l'accento tonico cade nella terzultima sillaba (pàllido, sàndalo, tàvolo, giùggiola,
zùcchero, imbevìbile, dèroga). Poi abbiamo le parole tronche  che hanno l'accento
sull'ultima sillaba… per farla breve, in italiano abbiamo parole tronche, piane,
sdrucciole, bisdrucciole e trisdrucciole. Le ultime due sono meno numerose. C'è,
infine, da sottolineare che se questo è quanto dice la grammatica, in pratica (nel
parlato, cioè) quelle parole indicate nella domanda possono anche essere
pronunciate sdrucciole, ovverosia, con l'accento sulla terzultima sillaba.

In poche parole direi che si tratta di un fenomeno di analogia: sono perlopiù


sillabe che prevedono spesso l'accento sdrucciolo (o per etimologia, cioè per la
quantità breve della penultima sillaba latina, o per analogia "primaria"). Tuttavia, a
volte questi elementi risalgono ad altri etimi, che prevedono dunque un accento
diverso. Ad esempio, la pronuncia evàpora  si basa sul modello di rincòrpora,
collàbora, commèmora, impórpora  ecc. Anche le altre parole citate hanno il loro
modello:

 vàluto  come esècuto, rècluto, àmputo  …
 guàina  come zàino, telàio, tràina  … L'accento aì è invece tipico di
prestiti relativamente recenti che designano certe sostanze
(cocaìna, betaìna) o provenienza (bilbaìna).
 àmaca  come fàrmaco, stòmaco, mònaco …
 ecc.

È un fenomeno interessante in quanto del tutto inesistente  nella maggior parte


delle altre lingue romanze (paragonabile però con fenomeni sardi, cf. cámpana  <
CAMPĀNA, bàlere  < VALĒRE¹ ecc.). In spagnolo, ad esempio, il numero di parole
sdrucciole è molto limitato, parzialmente a causa di sincopi (ANIMA > alma,
HOMINEM > hombre ecc.), parzialmente per analogia (signifíca, perdér  ecc.), e in
francese l'accento cade comunque sempre sull'ultima sillaba.

Sono quindi, a prima vista, sorprendenti  questi casi in italiano, tanto più che forme
linguistiche tendono generalmente ad avvicinarsi a una struttura "meno marcata"
(fuorché la forma marcata introduca una plusvalenza espressiva), cioè alla
generalizzazione della forma più frequente che nella nostra questione sarebbe,
naturalmente, l'accento piano — e difatti ci sono anche casi di questo processo nei
dialetti.

Quanto alla domanda: Penso che si tratti di un fenomeno di analogia, ristretto a un


gruppo relativamente piccolo di parole: tetrasillabi all'infinito le cui forme del
singolare e terza plurale presente non sono già sdrucciole "per etimologia". Infatti,
ci sono molti casi in cui la pronuncia sdrucciola è etimologicamente "giustificata":
CÒLLŎCO > còlloco, RÈPLĬCO > rèplico, ÀUGŬRO > àuguro  ecc. Non trovo né
sorprendente né preoccupante (ma naturalmente ognuno può avere riserve
estetiche nei confronti di innovazioni linguistiche) se poi si aggiungono anche
EVĪTO > èvito, EDŪCO > èduco  o INDĪCO > ìndico. Non so se un giorno si dirà
pure sàluto, ma sono piuttosto sicuro che questo fenomeno non interesserà altre
forme, prive di un modello analogo su cui riformare la struttura degli accenti.

¹ Nel caso dei verbi in -ere  non è da escludere che la -e finale sia stata percepita
come vocale paragogica che, come si sa, è sempre la stessa dell'ultima vocale della
parola, tipo SĔMPER > sèmpere. Ovviamente, le parole piane con vocale paragogica
divengono sdrucciole tantoché, forse, sembrava naturale spostare l'accento anche
nei verbi in -ere.
http://www.alfacert.unibo.it/resources/progetti/corsi_moduli/ita_a2/modules/gramm/a1_
3/accento_tronche_piace_sdrucciole.htm