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Divisione in sillabe e dittonghi (a.s.

2012-2013)

Divisione in sillabe [dal www.treccani.it] La divisione in sillabe segue convenzionalmente le seguenti regole: (a) Una vocale sola allinizio della parola costituisce sillaba a s, salvo che non sia una liquida (a.go, m a al-bero). (b) Le vocali contigue che formano uno iato contano ognuna per una sillaba (po.e.si.a); le vocali contigue che formano invece un dittongo (o un trittongo) fanno parte di ununica sillaba, in quanto le semiconsonanti (o semivocali) i ed u di un dittongo, foneticamente, non rappresentano i suoni vocalici [i] e [u] bens i suoni consonantici approssimanti [j] e [w] (mie.le, fuo.ri; zai.no, Eu.ro; miei, tuoi). (c) Non va inoltre separata dalla successiva vocale la i diacritica usata per rendere graficamente un suono palatale (scien.za, rag.gio, a.ran.cia, so.gnia.mo; ma far.ma.ci.a perch la i, essendo tonica, mantiene il suo valore fonetico). (d) Una consonante sola costituisce sillaba con la vocale che segue (ca.sa, na.ve, ta.vo.lo). Questa regola vale, necessariamente, anche per la x (ta.xi), che rappresenta [ks], e per laffricata alveolare sorda intervocalica (foneticamente sempre intensa) quando scritta con una sola z (a.zio.ne [a tsjone]). (e) Una sequenza di due consonanti, generalmente, si separa (sal.to, ser.pen.te), cos come si separano le coppie di grafemi che rappresentano le cosiddette consonanti doppie, ovvero intense (bal.lo, non.no, goc.cia, piog.gia, paz.zo, raz.zo, ot.tet.to, a cui si aggiunge anche il digramma cq: ac.qua, sciac.qua.re). Si tengono per unite le sequenze formate da s + consonante (co.spi.ra.re, co.sto) e quelle tradizionalmente indicate come muta cum liquida, cio b, c, d, f, g, p, t, v + l oppure r (ca.bla.re, li.bro, ci.clo, a.cre, qua.dro, ri.fles.so, A.fri.ca, ne.gli.gen.te, re.gres.so, du.pli.ce, a.tle.ta, ne.vro.si), come anche i digrammi gl, gn e sc, usati per rendere i suon i palatali, quasi sempre intensi [], [] e [] (rac.co.gli.to.re, ra.gno, fa.sci.co.lo), e i digrammi ch e gh usati pe r mantenere il valore velare di c e g davanti a vocale palatale (ri -chie-de-re, nu-ra-ghe). (f) Una sequenza di tre (o, raramente, pi) consonanti richieder la separazione della prima consonante (con.trol.lo, im.pres.sio.ne, rim.brot.ta.re, sol.sti.zio) tranne quando questa sia una s (co.stret.to, di.sprez.za.re). Dittongo [dal www.treccani.it] 1. Definizione Il dittongo una sequenza di suoni formata da due vocali appartenenti alla stessa sillaba (tecnicamente, tautosillabiche): contengono dittonghi, ad es. le parole piede, fuoco, fiato, euro, baita, pausa. Tradizionalmente, il dittongo considerato il contrario dello iato, in cui le vocali contigue sono invece eterosillabiche (cio appartengono a sillabe diverse). La dittongazione un processo di indebolimento rispetto allo iato, dal momento che, nel dittongo, uno dei due segmenti vocalici perde il suo carattere sillabico. 2. Struttura del dittongo In un dittongo si soliti distinguere un elemento forte e prominente (la testa del dittongo), associato nella sillaba con la posizione di nucleo o apice, e un elemento debole, detto approssimante (le approssimanti sono suoni prodotti con articolazione relativamente aperta e rapida, con un restringimento ridotto del canale epilaringeo; Mioni 2001: 51-54). Tale elemento debole pu occupare, a seconda dei contesti e della lingua, diverse posizioni nella sillaba: pu essere associato sia allattacco che alla coda. Nel primo caso si parla di dittonghi ascendenti (ingl. ongliding), nel secondo di dittonghi discendenti (ingl. offgliding) (cfr. 4). Le approssimanti vocaliche non sillabiche di un dittongo possono infatti essere definite anche legamenti (parola che traduce in italiano il termine inglese glides, per certi versi comunque ambiguo; cfr. Ladefoged & Maddieson 1996: 322). Nella tradizione italiana le approssimanti dei dittonghi si distinguono in semivocali [i] e [u] e semiconsonanti [j] e [w], rispettivamente a seconda che seguano o precedano la vocale che forma il nucleo sillabico. Questa distinzione non solo terminologica, ma riflette differenze sia a livello fonetico che fonologico (cfr. 4). In un dittongo, infatti, la maggiore debolezza dellapprossimante rispetto alla vocale tautosillabica si manifesta sia per lunghezza che per timbro. La durata dei segmenti vocalici approssimanti di norma inferiore a quella delle vocali contigue che costituiscono il nucleo sillabico. In particolare, in italiano soprattutto la durata delle semiconsonanti ad esser ridotta rispetto alla durata standard delle vocali ( quantit fonologica; cfr. Salza, Marotta & Ricca 1987). In generale, i segmenti vocalici che diventano asillabici, hanno unarticolazione pi rapida e pi chiusa (Maddieson 1984).

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Quanto al timbro, le approssimanti sono caratterizzate da una struttura formantica ( fonetica acustica, nozioni e termini di) meno definita e meno intensa delle vocali corrispondenti: nelle semivocali e soprattutto nelle semiconsonanti, i bersagli sia articolatori che acustici non risultano pienamente raggiunti. 3. Aspetti tipologici I dittonghi sono presenti in tutte le lingue del mondo, anche se il loro statuto fonologico pu differire a seconda della lingua. In linea di massima, qualunque vocale pu essere seguita o preceduta da un altro segmento vocalico, formando cos un dittongo. Ci sono per dei vincoli sulle possibili combinazioni dei segmenti vocalici. In primo luogo, esiste una relazione tra altezza della vocale e tendenza alla perdita della sillabicit: nelle lingue del mondo infatti sono soprattutto le due vocali alte ([u] e, soprattutto, [i]) a perdere la loro natura vocalica, formando cos dittongo con una vocale contigua. Le vocali alte perdono la sillabicit con maggiore facilit perch sono pi brevi, pi tese e pi chiuse delle vocali medie e delle vocali basse; infatti, ceteris paribus, la durata intrinseca media di [i] minore rispetto a quella di [e] e di [a]. In secondo luogo, esistono vincoli sulla combinazione di vocali dallo stesso timbro: per es., le sequenze [ji] e [wu], come pure [ii] e [uu], sono sfavorite, data leccessiva prossimit articolatoria e percettiva dei due segmenti contigui. Il criterio di distintivit che vige nelle lingue naturali richiede infatti che ci sia una pur minima differenza tra segmenti contigui, per facilitare la discriminazione tra gli elementi nella stessa sillaba (cfr. Jakobson 1966). In italiano, come in buona parte delle lingue, tali sequenze non sono ammesse; non mancano per alcuni esempi di tali combinazioni fonetiche, anche nei dialetti; ad es., nella parlata di Altamura (Puglia), sono possibili sia [jI] che [wU] (Loporcaro 1988); lo stesso accade in diverse parlate della Puglia settentrionale e della Campania. Tra le lingue, lapprossimante pi comune la semiconsonante palatale [j]: nel campione di lingue prese in esame da Maddieson (1984) attestata con una percentuale pari all86,1%. Segue lapprossimante labio -velare [w], attestata nel 75,7%. Vi sono inoltre talune implicazioni di tratti: la presenza di [w] implica di solito quella di [j]; analogamente, la presenza di [j] e [w] presuppone le vocali omorganiche [i] e [u], anche se in una percentuale bassa (7,3%) del campione analizzato da Maddieson, [w] ricorre senza [u]. La maggiore frequenza di [j] rispetto a [w] come elemento di un dittongo deriva da un lato dalla diffusione pressoch universale nelle lingue naturali di [i], di cui [j] rappresenta la controparte non sillabica, dallaltro dalla minore durata intrinseca della vocale alta anteriore, che la predispone pertanto a processi di riduzione segmentale e di indebolimento; daltro lato, tra le vocali periferiche [u] pu essere assente nellinventario fonologico di una lingua naturale, ed dotata di una durata intrinseca maggiore di [i]. Altre approssimanti vocaliche, pur esistenti nelle lingue del mondo, sono tuttavia molto pi rare. Spesso si tratta di varianti di [j] o di [w]: ad es., gli allofoni desonorizzati, laringalizzati e nasalizzati dei due segmenti citati. Merita per segnalare almeno lapprossimante labiopalatale [], che rappresenta il segmento asillabico corrispondente alla vocale alta anteriore arrotondata [y], e che risulta pertanto articolata nella zona palatale ma con arrotondamento labiale. Presente, ad es., nel francese [li] lui lui, [pi] puis poi e in altre lingue, comunque da ritenersi abbastanza rara, perlomeno come segmento autonomo; a conferma, nel campione utilizzato da Maddieson non raggiunge neppure il 2% di attestazione. Anche in italiano, si trova come allofono ( allofoni) lapprossimante labio-palatale [], dovuta a coarticolazione con [j] seguente; questo segmento ricorre tipicamente nei trittonghi ascendenti formati da due semiconsonanti e una vocale, ad es. in parole come quiete, seguiamo, ecc. (Marotta 1987: 880; Bertinetto & Loporcaro 2005: 139). Nelle lingue del mondo sono attestati anche elementi vocalici asillabici di media apertura; ad es., nei dittonghi ascendenti del rumeno, oltre a [j] e [w], si trovano anche [e ] e [o]: beata [beata] ubriaca; coarda [koarda] corda (cfr. Mioni 2001: 98). In alcune lingue, come il nepalese, nello stile colloquiale una qualsiasi sequenza di vocali pu diventare un dittongo: diventa asillabica di volta in volta la vocale pi alta; a parit di altezza tra i due timbri, la prima subisce la riduzione ad approssimante (Ladefoged & Maddieson 1996: 323). Anche in italiano, bench la grammatica preveda dittonghi costituiti solo da approssimanti corrispondenti alle vocali alte [i] e [u], nel parlato connesso e non accurato si formano di continuo dittonghi fonetici in presenza anche di vocali medie, soprattutto se si tratta di parole di uso comune e frequente; ad es., aereo, stereo, video, meteo, tutte suscettibili di essere pronunciate con il dittongo [eo]. 4. Dittonghi ascendenti e discendenti Nella grammatica italiana, come di norma nella romanistica, i dittonghi si distinguono in ascendenti (ad es., piede [pjde], biada [bjada], fuoco [fwko], quando [kwando]) e discendenti (ad es., baita [baita], pausa [pausa], poi [pi], Europa [eurpa]), rispettivamente a seconda che la sonorit cresca o diminuisca nella sequenza. La distinzione tra dittonghi ascendenti e discendenti rappresenta uninnovazione moderna, dal momento che la grammatica classica, sia latina che greca, riservava il termine dittongo esclusivamente alle sequenze bivocaliche in cui 2

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lelemento approssimante segue la vocale sillabica. Lo stesso uso restrittivo si mantenuto nella tradizione degli studi di indoeuropeistica, nei quali sono considerati dittonghi solo i gruppi formati da vocale + semivocale, mentre le sequenze di tipo semivocale + vocale sono assimilate ai gruppi costituiti da consonante + vocale (Marotta 1987). Il valore di sonorit associato ai segmenti vocalici direttamente proporzionale al loro grado di apertura: quanto pi una vocale aperta, tanto pi alto sar il suo valore in sonorit. La scala di sonorit di norma assunta in fonologia prevede che il polo di massima sonorit sia associato alle vocali basse, pi aperte (per litaliano [a]), il polo minimo alle vocali alte e chiuse, cio [i] e [u]. Ancora inferiori rispetto alle vocali chiuse sono i valori di sonorit delle approssimanti non sillabiche, che entrano nella composizione di un dittongo o di un trittongo, dal momento che questi segmenti hanno una natura per cos dire ibrida, in quanto sono elementi vocalici, ma privi di sillabicit. Dalla distinzione tra dittonghi ascendenti e discendenti deriva quella tra semiconsonanti e semivocali, che sono rispettivamente approssimanti che precedono o seguono la vocale sillabica ( semivocali). Nel passaggio da una semiconsonante a una vocale (ad es., in italiano [ pjano] piano, [kwindi] quindi) si ha un aumento, pi o meno marcato, del grado di apertura e di intensit sonora, mentre nel passaggio da una vocale ad una semivocale (ad es., in italiano [flauto] flauto, [laido] laido) si verifica una diminuzione del grado di apertura diaframmatica e di intensit sonora. Tenere distinte semiconsonanti e semivocali, e quindi dittonghi ascendenti e dittonghi discendenti, non un mero fatto terminologico, ma riflette una differenza sia fonetica che fonologica. Dal punto di vista fonetico, le semiconsonanti sono pi brevi e pi chiuse tanto delle vocali corrispondenti quanto delle semivocali; in ragione della loro minore durata, sono caratterizzate anche da rapide transizioni e dalla mancanza parziale o totale di parte stabile nella loro struttura formantica (Maddieson & Emmorey 1985). Le semivocali hanno invece una durata ed una struttura formantica comparabile a quella delle corrispondenti vocali (per questo in inglese sono anche dette vowel-like segments); nella loro rappresentazione acustica predomina infatti la parte stabile sulle transizioni. In termini articolatori, potremmo quindi dire che nelle semivocali il bersaglio timbrico viene fondamentalmente raggiunto, pur con una certa instabilit (cfr. Mioni 1986: 56; Mioni 2001: 176 segg.). Non sembra dunque casuale che nellalfabeto IPA ( alfabeto fonetico) si usino simboli diversi per indicare le semiconsonanti ([j w]), cio gli elementi asillabici dei dittonghi ascendenti, mentre le semivocali sono trascritte con le vocali corrispondenti con laggiunta del segno diacritico [ ] che indica asillabicit. Parimenti, nella trascrizione fonetica larga, il diacritico delle semivocali pu essere omesso, mentre le semiconsonanti vengono sempre indicate con il loro simbolo specifico. Dal punto di vista fonologico, la distinzione tra semiconsonanti e semivocali si collega alla struttura sillabica, con conseguente diversa rappresentazione dei due tipi di dittongo. Nei dittonghi a scendenti, lapprossimante si associa allattacco sillabico, in ragione della sua distribuzione, comparabile a quella di una consonante, e dunque non vincolata rispetto ad eventuali consonanti precedenti come pure alla vocale seguente (cfr. ad es., piuma, chiave, chiodo, fieno, tiepido, con [j]; buono, quadro, qui, guanto, guercio, quercia, con [w]). Nei dittonghi discendenti, la semivocale fa invece parte della rima, sia che si tratti del complemento del nucleo sia che risulti associata alla coda sillabica (Marotta 1988). Di conseguenza, il grado di solidariet strutturale con la vocale tautosillabica sar diverso nei due tipi di dittongo, maggiore nel caso del dittongo discendente, in cui i due membri vocalici appartengono entrambi allo stesso costituente sillabico (la rima), minore nel caso del dittongo ascendente, in cui lapprossimante mostra solidariet pi con la consonante che la precede che con la vocale che la segue. In effetti, le dittongazioni spontanee che si verificano in sincronia come in diacronia a partire da vocali lunghe danno luogo tipicamente ad un dittongo discendente. 5. Origine e frequenza nel lessico italiano In italiano i dittonghi ascendenti sono molto pi frequenti di quelli discendenti. La motivazione di ci va cercata nella storia della lingua, dal momento che mentre i secondi sono presenti quasi solo nei prestiti o nei latinismi, i dittonghi ascendenti rappresentano unimportante innovazione romanza rispetto al latino. Le sequenze con [j] possono avere origine diversa: (a) processo di dittongazione romanza a partire dalla vocale media anteriore breve latina in sillaba tonica; ad es., lat. petram > ital. [pjtra] pietra, lat. decem > ital. [djti] dieci, lat. heri > ital. [jri] ieri; (b) indebolimento in approssimante di una vocale alta o media in iato; ad es., lat. rabia > ital. [ rabja] rabbia, lat. vindemia > ital. [vendemja] vendemmia; (c) riduzione ad approssimante di una consonante laterale prevocalica nei nessi muta cum liquida; ad es., lat. plantam > ital. [pjanta] pianta, lat. blondum > ital. [bjondo] biondo. Lorigine delle sequenze con [w] pu essere dovuta a una delle cause seguenti: (a) processo di dittongazione romanza, analogo a quanto visto sopra per [j], a partire dalla vocale media posteriore breve latina in sillaba tonica; ad es., lat. novum > ital. [ nwvo] nuovo, lat. bonum > ital. [bwno] buono, lat. homo > [wmo] uomo; 3

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(b) mantenimento dei segmenti labiovelari latini; ad es., quando, acqua, cinque, sangue; (c) sviluppo di una sequenza [gw] nei prestiti germanici; ad es., guerra, guanto, guardare. Viceversa, i dittonghi discendenti continuano spesso forme latine colte (ad es., Europa, aureo, laurea, eufemismo) oppure sono dovuti allincontro di morfemi, spesso finali di parola nel caso della sem ivocale anteriore [i ] (ad es., poi, mai, noi, voi). Mentre nella formazione dei dittonghi ascendenti non ci sono restrizioni sulla combinazione di semiconsonanti e vocali seguenti (specialmente per [j]), nel caso delle semivocali, specialmente per quella posteriore, si registrano diverse lacune distribuzionali; ad es., non ci sono sequenze formate da vocali posteriori medie + semivocale [u ], cio *[u ou]; parimenti, non attestata *[iu]. Da notare anche che i dittonghi discendenti con [i ] possono essere realizzati come iati, articolati quindi in due sillabe diverse, in contesti stilistici accurati o in condizioni di rallentata velocit deloquio. In effetti, la discriminazione tra dittongo e iato non sempre facile, nel caso dei dittonghi discendenti, specialmente se finali di enunciato o in presenza di un confine di morfema, come in mangiai, mai, poi, o nei derivati come co-incidenza, auto-ipnosi. La frequenza delle due diverse strutture nel lessico italiano assai diversa: a fronte di unelevata incidenza dei dittonghi ascendenti (pari ad oltre il 61% sullintero numero delle sequenze bivocaliche in sillaba interna di parola; cfr. Marotta 1987), si rileva una assai scarsa presenza di dittonghi discendenti (nel complesso, inferiore al 12%). La ragione di questa discrepanza da ricercarsi nellevoluzione storica della lingua: come abbiamo gi visto, i dittonghi ascendenti non sono solo la diretta continuazione delle vocali medie brevi latine in sillaba tonica, ma originano anche dallo sviluppo in [j] di segmenti laterali e di vocali in iato; i dittonghi discendenti limitano invece la loro distribuzione essenzialmente a un numero ristretto di prestiti, o dalle lingue classiche o da quelle germaniche. Per quanto riguarda la frequenza sintagmatica, unanalisi quantitativa (Chiari 2002: 220) condotta sul campione romano del Lessico dellitaliano parlato (LIP; corpora di italiano) ha mostrato che le combinazioni bivocaliche pi frequenti sono invece quelle con semivocale [i ], ma il dato da leggersi in rapporto allelevata frequenza duso di elementi funzionali (ad es., dei) o forme verbali monosillabiche come sei, sai, hai, ecc. Tra i dittonghi ascendenti, sono risultate pi frequenti le sequenze con [w], trainate da parole molto frequenti nel corpus come questo, qui, qualcosa, quando, et similia. 6. I dittonghi mobili dellitaliano Resta infine da segnalare la presenza prosodicamente regolata dei cosiddetti dittonghi mobili (termine introdotto da Benedetto Buommattei nel 1623), vale a dire dittonghi ascendenti in sillaba tonica che alternano con monottonghi in sillaba atona, come ad es.: cuore ~ coraggio fuoco ~ focolare muovere ~ movimento nuovo ~ novit piede ~ pedone siede ~ sediamo tiene ~ tenete uomo ~ ometto uovo ~ ovale vuole ~ volont

Come si evince anche dagli esempi, il fenomeno interessa sia la flessione che la derivazione ed regolato dalla presenza o assenza dellaccento di parola. Nellevoluzione dellitaliano si osserva una tendenza marcata verso il livellamento analogico delle basi lessicali, particolarmente attivo in epoca recente, che tende ad imporre in tutti i contesti una sola forma, di solito quella dittongata (van der Veer 2006). Di conseguenza, a fronte di alternanze come buono ~ bonissimo suono ~ sonatore, sonata tuono ~ tonava

usuali in epoca antica, si registrano ormai solo le forme dittongate anche in sillaba atona: suonatore, suonata, buonissimo, tuonava. In parallelo, si riscontra la tendenza a creare forme derivate dittongate; ad es., presiedeva, infuocato, piedino.