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NUOVO MANUALETTO DI LINGUISTICA ITALIANA – M.

DARDANO

Capitolo II – La fonologia
2.1 La fonetica linguistica descrive, classifica e fornisce la trascrizione dei suoni prodotti dall'uomo quando
parla, senza tenere conto della loro capacità di essere impiegati per distinguere parole di diverso significato.
La fonologia studia i suoni presenti nelle lingue umane in rapporto alla loro funzione distintiva. Di tutti i suoni
prodotti dall'apparato vocale umano la fonologia dunque considera soltanto quelli che possono essere
impiegati per distinguere parole di diverso significato. Questi suoni sono detti fonemi.
I fonemi vengono rappresentati nella scrittura per mezzo di segni grafici, o grafemi (le lettere dell'alfabeto),
e nella trascrizione sono indicati da barre oblique / /. L'ortografia è appunto il modo corretto di scrivere in
una determinata lingua.
2.2 Un fono può essere definito come la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio, e nella
trascrizione si usano le parentesi quadre [ ]. Ad es. [r] e [R] (“erre moscia”) sono foni, ossia realizzazioni dello
stesso fonema /r/.
I fonemi si identificano mediante la prova di commutazione: ad es. scambiando la /p/ di prato con /g/ e /i/,
otterremo altre due nuove parole (grato e irato), quindi /p/, /g/ e /i/ sono fonemi. Allo scambio di fonemi
può corrispondere l'annullamento del significato oppure un suo mutamento. Quindi i fonemi sono le unità
linguistiche minime che contribuiscono a determinare il significato di una parola. Due parole che differiscono
tra loro soltanto per un fonema (ad es. dare - care) formano una coppia minima. Un qualsiasi fono ha lo stato
di fonema di una determinata lingua se con esso si riesce a formare una coppia minima.
2.3 Le possibili realizzazioni di uno stesso fonema sono pressoché infinite, e variano con il variare del sesso,
dell'età, della cultura, della regione e dell'ambiente sociale di provenienza del parlante, delle sue
caratteristiche e condizioni fisiche, persino del suo umore. Tanti foni realizzano uno stesso fonema. Ad es. le
tante realizzazioni fonetiche di casa esprimono lo stesso significato ‘casa’.
Non va inoltre trascurata l'influenza esercitata su un suono del linguaggio dai suoi vicini, precedenti e
seguenti: es. in vento la n è dentale, in vengo la n è velare, anche se la consonante è comunque la stessa. In
inglese, la n dentale [n] e la n velare [ŋ] hanno un valore distintivo e corrispondono ai due fonemi /n/ e /ŋ/;
in italiano, invece, quegli stessi suoni non hanno un valore distintivo, ma sono semplici foni di un medesimo
fonema /n/. Si tratta di varianti combinatorie o di posizione (o allofoni), determinate dal suono vicino:
abbiamo cioè una n velare [ŋ] davanti a una velare e una n dentale [n] davanti a una dentale, per un per un
fenomeno meccanico di anticipazione della qualità del suono successivo.
Accanto alle varianti combinatorie dobbiamo considerare le cosiddette varianti libere, che sono realizzazioni
fonetiche individuali, dovute a difetti di pronuncia o a particolari abitudini dei singoli parlanti (ad es. la r
uvulare o “moscia” [R]). Anche le varianti libere non costituiscono unità distintive, ossia fonemi.
2.4 Nell'italiano i suoni linguistici utilizzano l'aria solo nella fase di espirazione. L'aria, uscita dai polmoni, si
incanala nella trachea e passa quindi nella laringe, dove incontra le corde vocali. Si tratta di due pieghe
muscolo-membranose con margini liberi, che possono trovarsi in:
 Posizione aperta: l'aria passa attraverso la glottide, che è la zona libera compresa tra le corde vocali,
senza farle vibrare. Si produce così una consonante sorda (/p/, /t/, /k/, ecc.);
 Posizione accostata: le corde vocali, per l'azione meccanica dell'aria in uscita, entrano in vibrazione
producendo un'onda sonora. Hanno origine in questo modo le consonanti sonore (/b/, /d/, /g/, ecc.)
e tutte le vocali.
Dopo aver superato le corde vocali, l'aria incontra il velo palatino. Se questo si solleva e si appoggia alla parte
posteriore della faringe, chiudendo così l'accesso alla cavità nasale, l'aria uscirà dalla bocca; avremo in questo
caso una consonante orale. Se il velo palatino è abbassato e l'aria penetra anche nella cavità nasale, avremo
una consonante nasale.
La differenza tra consonanti sorde e sonore, orali e nasali, è fondamentale perché permette di distinguere
fonemi che altrimenti risulterebbero identici (es. /k/ da /g/, oppure /b/ da /m/). Per questo si dice che sordità
e sonorità, oralità e nasalità sono tratti distintivi dei fonemi.
2.4.1 Le divisioni più comune dei suoni linguistici, secondo il modo di articolazione, è quella tra vocali e
consonanti. Se l'aria può uscire dalla cavità orale, o dalla cavità orale e nasale insieme, senza che si frapponga
al suo passaggio alcun ostacolo, abbiamo una vocale. Se invece il canale orale è chiuso o semichiuso in un
certo punto, che cambia di caso in caso, si ha una consonante. I grafemi che usiamo per rappresentare le
vocali sono 5, ma i suoni vocalici dell'italiano sono 7 e si dividono in anteriori, centrali e posteriori:
 /a/ = Vocale centrale, di massima apertura, bassa;
 /ε/ = Vocale anteriore, palatale aperta, medio bassa;
 /e/ = Vocale anteriore, palatale chiusa, medio-alta;
 /i/ = Vocale anteriore, palatale di massima chiusura, alta;
 /ɔ/ = Vocale posteriore, velare aperta, medio bassa;
 /o/ = Vocale posteriore, velare chiusa, medio alta;
 /u/ = vocale posteriore, di massima chiusura, alta.
È possibile raggruppare le vocali nel cosiddetto triangolo vocalico, nel quale si distinguono tre vocali anteriori
o palatali (/i/, /ε/, /e/), una vocale centrale (/a/), tre vocali posteriori o velari (/ɔ/, /o/, /u/). /a/, /ε/ ed /ɔ/ si
dicono anche vocali aperte; /i/, /e/, /o/ ed /u/ si dicono vocali chiuse. In realtà, quando non sono accentate,
le vocali sono sempre chiuse. Fuori accento avremo quindi 5 vocali, non 7.
2.4.2 si produce una consonante quando il canale orale viene chiuso o semichiuso, in un certo luogo e in un
certo modo, da lingua, labbra, denti, palato e/o velo palatino. Le consonanti si distinguono considerando il
luogo in cui si ostacola il flusso d'aria e il modo con cui il flusso d'aria è ostacolato. La cavità orale è composta
di parti rigide e parti mobili; poggiando la lingua in diversi punti della bocca o muovendo le labbra in diversi
modi, riusciamo a creare un gran numero di suddivisioni provvisorie e a pronunciare in questo modo suoni
anche molto differenti tra loro. Secondo il luogo di articolazione, cioè secondo il punto in cui uno degli organi
della fonazione si frappone alla corrente d'aria che sale dai polmoni, le consonanti sono bilabiali,
labiodentali, dentali, alveolari, prepalatali, palatali e velari. Secondo il modo di articolazione le consonanti
si distinguono in occlusive, continue e affricate:
▪ Per pronunciare le occlusive creiamo una momentanea ma completa e chiusura del canale (es. /p/,
/b/);
▪ Le continue o fricative comportano un flusso continuo dell'aria che viene dai polmoni; in questo caso
abbiamo un restringimento del canale. Possono essere:
o Costrittive, dette anche spiranti per il fruscio che producono (/f/, /s/);
o Vibranti (/r/);
o Laterali (/l/).
▪ Le affricate, sebbene vengano percepite dall'orecchio umano come un unico suono, foneticamente
si possono considerare formate da un’occlusiva e da una continua, strettamente fuse tra loro (/ts/ di
zio).
Oltre che dal luogo e dal modo di articolazione, le consonanti vengono individuate da due ulteriori tratti
distintivi: il carattere orale o nasale del fono e la presenza o assenza di vibrazione delle corde vocali, che
determina presenza o assenza di sonorità.
(Vedi Schema riassuntivo 1 per le consonanti)
Le consonanti /p/, /b/, /m/, /t/, /d/, /n/, /k/, /g/, /f/, /v/, /s/, /r/, /l/, /t∫/, /ʤ/, quando si trovano tra due
vocali, cioè in posizione intervocalica, possono realizzarsi come tenui o scempie, oppure come intense o
doppie. In italiano cinque consonanti sono pronunciate sempre intense in posizione intervocalica: /ʎ/, /ɲ/,
/ʃ/, /ts/ e /dz/. La sibilante sonora /z/ è sempre tenue.
2.5 Le semiconsonanti sono quei foni per produrre i quali il canale orale si stringe più che per le vocali chiuse;
ne risulta un suono intermedio tra quello delle vocali quello delle consonanti. Sono la semiconsonante
palatale /j/, detta jod, e la semiconsonante velare o labiovelare /w/, detta uau.
Le semiconsonanti necessitano sempre di una vocale, alle quale si appoggiano e con la quale formano un
dittongo. I dittonghi sono unità sillabiche formate da una vocale in funzione di centro della sillaba e da una i
oppure una o con funzione consonantica, ovverosia di margine della sillaba. Possono essere:
 Ascendenti, nei quali la semiconsonante precede la vocale (la sonorità aumenta passando dal primo
al secondo elemento): ià, iè, ié, iò, iù; uà, uè, ué, uò, uì → Il primo elemento è chiamato
semiconsonante (/j/ o /w/);
 Discendenti, nei quali è la vocale a precedere la i o la u semivocali: ài, èi, éi, òi, όi, ùi; àu, èu, éu → il
secondo elemento è chiamato semivocale (/j/ o /w/).
NB: i termini semiconsonante e
semivocale sono spesso usati come
sinonimi.
NB2: Nelle parole che terminano in
“vocale accentata + i”, la -i è vocale
sillabica se è alla fine della frase,
mentre è asillabica, cioè il secondo
elemento di un dittongo
discendente, se si trova al centro di
una frase.
Due semiconsonanti legandosi ha
una vocale formano un trittongo (es.
aiuola /a’jwɔla/). lo iato è invece
l'incontro di due vocali che non
formano dittongo perché
appartengono a sillabe diverse.
2.6 Esistono anche i dittonghi mobili,
che si trovano:
 in alcuni verbi, nei quali le
forme accentate sulla radice
(o rizotoniche) si oppongono
a quelle non accentate sulla
radice (o rizoatone): muòre -
morìvano.
 nei derivati da una base Schema riassuntivo 1 (NB: secondo le norme IPA, il segno ’ precede la sillaba su cui
dittongata: ruota - rotèlla; cade l'accento o sillaba tonica)
 nelle forme che hanno la stessa radice di verbi accentati sul dittongo: muovere - moviménto.
Ma:
 Le parole composte e gli stessi avverbi in -mente conservano spesso il dittongo (buongiorno,
lievemente);
 i verbi nuotare, vuotare, abbuonare (“togliere un debito”) hanno in tutta la coniugazione uo, per
evitare ogni possibile ambiguità con le forme corrispondenti di notare, votare, abbonare (“stipulare
un abbonamento”); con altri verbi si hanno oscillazioni tra forme con dittongo e forme senza dittongo
(suona - soniamo oppure suoniamo);
 l'influenza di alcuni vocaboli molto comuni ha fatto mantenere il dittongo anche nei derivati (fieno
→ fienile);
 i superlativi novissimo, bonissimo sono stati sostituiti con nuovissimo, buonissimo;
 l'influsso dell'analogia si è fatto sentire particolarmente per ie/e e nel campo dei verbi (oggi diciamo
presiedendo e non *presedendo).
2.7 In un sistema alfabetico il grafema è la più piccola unità distintiva del sistema di scrittura di una lingua.
Lo studio scientifico dei grafemi è compiuto dalla grafematica. L'ortografia è la resa grafica di una
determinata lingua secondo un modello di riferimento. la scrittura fonetica deve essere distinta da quella
ideografica e da quella pittografica, nelle quali ciascun segno (con un diverso livello di astrazione) è simbolo
di una cosa, di un'azione, di un'idea.
2.8 In teoria ci dovrebbe essere una corrispondenza perfetta tra i segni del sistema ortografico e i suoni del
sistema fonologico, tra grafemi e fonemi: ogni segno dovrebbe rappresentare costantemente un solo suono,
e ogni suono dovrebbe essere costantemente rappresentato da un solo segno. Ma le cose non stanno proprio
in questo modo. Le frequenti incoerenze tra pronuncia e scrittura si spiegano, in generale, con il fatto che la
lingua parlata si evolve più velocemente di quella scritta, che resiste in forme più o meno cristallizzate, per
forza d'abitudine o per rispetto della tradizione. Il nostro alfabeto è essenzialmente quello latino. Come può
questo sistema rappresentare perfettamente la nostra lingua? Rispetto al latino, in italiano sono nati i nuovi
suoni, per i quali l'alfabeto latino non aveva un simbolo. Le maggiori incertezze del nostro alfabeto riguardano
quel grafemi o insiemi di due grafemi che possono rappresentare ciascuno due suoni diversi, estranei alla
lingua latina. Diagramma è l'insieme di due grafemi indicante un unico fonema. In italiano esistono 7
diagrammi: gl (+i) /ʎ/, gn /ɲ/, sc (+e, i) /ʃ/, ch /k/, gh /g/, ci (+a, o, u) /tʃ/, gi (+a, o, u), /ʤ/, e 2 trigrammi: sci
(+a, o, u) /ʃ/, gli (+a, o, u) /ʎ/.
2.9 La sillaba è un'unità di pronuncia, più estesa di un suono e più piccola di una parola. Tuttavia non è facile
darne una definizione scientifica. Può essere considerata una struttura elementare, che in una determinata
lingua regola ogni raggruppamento di fonemi. Dal punto di vista articolatorio, a ogni sillaba corrisponde un
incremento della pressione dell'aria. Dal punto di vista acustico si nota che, in una sequenza di suoni, alcuni
sono più sonori, e che ciascun culmine di sonorità corrisponde a un centro di sillaba, rappresentato, per
l'italiano, da una vocale. Ma in altre lingue il centro sillabico può essere rappresentato anche da una sonante.
Le sillabe che terminano con una vocale sono dette aperte o libere (te-le-fo-no); quelle che terminano con
una consonante sono dette chiuse o implicate (im-por-tan-za). Talvolta c'è un contrasto tra sillabazione
grafica e sillabazione fonetica (es. paglia: la prima sillaba è chiusa perché termina in consonante [‘paʎ-ʎa],
anche se la sillabazione scritta è pa-glia). Le parole composte di una sola sillaba sono dette monosillabi; le
altre sono dette polisillabi (distinguibili in bisillabi, trisillabi, quadrisillabi).
2.10 L'accento si sovrappone al segmento fonico: per questo è considerato un tratto soprasegmentale. È
detto soprasegmentale quell’elemento linguistico che è in rapporto con gli altri elementi della frase parlata
non secondo la successione lineare, ma in simultaneità con uno o più di essi. I tratti soprasegmentali (o
simultanei) più importanti sono l'accento, che riguarda la parola, è l'intonazione, che riguarda l'enunciato.
In alcune lingue l'accento può essere mobile. In questi casi ha funzione distintiva: serve Cioè a distinguere
alcune parole tra loro (àncora - ancόra). In altre lingue l'accento ha una posizione fissa; in questi casi ha
funzione demarcativa: segnala cioè il confine delle parole.
L'intonazione serve a distinguere enunciati di diverso significato (Vieni con Paola! - Vieni con Paola?). Esistono
anche tratti paralinguistici (volume della voce, velocità dell'eloquio, esitazioni, pause, silenzio) che
contribuiscono in vario modo e in diverse circostanze a fondare il significato degli enunciati.
Si dicono accentati questi clienti della catena fonica che emergono rispetto agli altri per tratti come: la durata,
l'intensità dell'articolazione, l'altezza melodica. Si distingue un accento dinamico o di intensità, che consiste
in un aumento della forza espiratoria, è un accento musicale o tonale, fondato su una variazione melodica
(aumento o diminuzione delle vibrazioni delle corde vocali). La sillaba e la vocale accentata si chiamano
toniche. Le altre sillabe e vocali sono dette atone; ma si distingue tra protonica (o pretonica), quella che
precede la tonica, e postonica, quella che la segue. Si chiama intertonica quella che si trova tra un accento
secondario e uno principale (la sillaba -ve- di /bεlve’dere/). Molte parole hanno un accento primario e uno
secondario. la sento secondario è una via di mezzo: le sillabe colpite da esso sono pronunciate più
intensamente delle normali sillabe atone, ma meno intensamente di quelle toniche.
In italiano, si possono avere parole:
 Piane o parossitone: l'accento cade sulla penultima sillaba (cavalleria);
 Tronche o ossitone: l'accento cade sull'ultima sillaba (virtù);
 Sdrucciole o proparossitone: l'accento cade sulla terzultima sillaba (mòbile);
 Bisdrucciole: l'accento cade sulla quartultima sillaba (rècitalo);
 trisdrucciole: rare, l'accento cade sulla quintultima sillaba (rècitamelo).
Si deve distinguere naturalmente tra accento tonico, proprio di ciascuna parola, e accento grafico, usato di
norma soltanto nelle parole tronche in alcuni monosillabi (già, può, ciò, dì come ‘giorno’ e imperativo di dire,
dà come verbo). All'interno della parola l'accento grafico può essere usato per distinguere coppie come
prìncipi - princìpi, oppure per distinguere la vocale chiusa da quella aperta (vénti - vènti). In tali circostanze
si usa l'accento acuto <´>, che si mette sulla e e sulla o chiuse, e l’accento grave <ˋ>, che si mette sulla e e
sulla o aperte e su tutte le altre vocali. L'accento circonflesso <^> si metteva sulla desinenza plurale dei nomi
e aggettivi in -io.
2.11 La fonetica sintattica si occupa di tutti quei fenomeni fonologici che si producono nel contatto tra due
parole susseguentisi nella catena parlata, ad esempio i fenomeni di adattamento (es. al'interno di una
frase, le parole a [a] e casa [‘kasa] si uniranno e la [k] raddoppierà la sua intensità [ak’kasa]). A tale
categoria appartengono anche quei fenomeni che permettono di evitare l'incontro di due vocali: l'elisione,
che è la perdita della finale atona di una parola davanti alla vocale iniziale della parola seguente (lo oste →
l’oste), e l'apocope o troncamento (uno amico → un amico). Il raddoppiamento o rafforzamento
(fono)sintattico è causato da un’assimilazione fonetica. Quest'ultimo fenomeno si è avuto non soltanto
all'interno della parola (ADMĬTTO → ammetto), ma anche nel contrasto di due parole (AD CĂSAM →
[ak’kasa]). La grafia registra il fenomeno soltanto quando si ha avuta l'univerbazione (ad es. appena,
giammai, soprattutto). Il rafforzamento, se non si verificano dei mutamenti prosodici (pause, allungamento
della vocale finale, cambiamento di tono) è prodotto da:
 Tutte le parole polisillabiche con l'accento sulla vocale finale (es. perché, però, ventitré, gilet);
 Tutti i monosillabi con l'accento grafico (es. dì, dà, là, lì, già, giù, sé, ciò, più, tè);
 I monosillabi “forti”: a, da, su, tra, fra; ho, ha, da, fa, fu, va, sto, sta; che, chi, qui, qua, se
(coniugazione), ma, e, ho; tu, blu, blu, tre; te, me (accentati).
2.12 Si ha l’enclisi quando un elemento, per lo più composto da una o due sillabe, si appoggia, per quanto
riguarda l'accento, alla parola che lo precede (es. -lo in lèggilo). Iin italiano sono enclitici i pronomi atoni mi,
ti, si, ci, vi, lo, la, ne ecc. e gli avverbi ci, vi. Tali elementi si possono unire all'avverbio ecco (es. eccolo) e ad
alcune forme verbali: l'imperativo (parlagli), all'infinito (parlarle), il gerundio (parlandone) e il participio
passato (superatolo). Dopo una parola tronca e dopo la prima persona dell’imperativo dei verbi andare,
fare, dare, stare, la consonante iniziale dell’enclitica si rafforza: dimmi, fammi, facci. Si possono avere anche
accoppiamenti di pronomi: daglielo, diccelo. in italiano Gli enti lirici non provocano lo spostamento
dell'accento (es. incàricatene). Il pronome clitico che segue un infinito preceduto da un ausiliare può
“risalire” in capo all’enunciato: voglio bere un bicchiere → voglio berlo → lo voglio bere.
Gli elementi atoni che si appoggiano alla parola seguente si chiamano proclitici (articoli, preposizioni, alcuni
pronomi e avverbi); anche in tal caso si possono avere accoppiamenti di pronomi (me lo disse). Enclitici e
proclitici costituiscono nel loro insieme la classe dei clitici; con il termine clisi si comprende sia l’enclisi sia la
proclisi.

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