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PICCARDA DONATI

Donati. - Antica famiglia fiorentina cui di recente si è voluto dare un'ascendenza romana: " romanos attigit
avos ", Si legge in un manoscritto Passerini; ma i Donati non ebbero avi romani, e neppure potenza di origine
feudale, per quanto storici del secolo scorso li affermassero, falsamente, signori di castelli nel contado.
Già nel sec. XI avevano raggiunto un sì alto grado di ricchezza fondiaria da poter pensare alla fondazione di
enti di beneficenza. Il 29 ottobre 1065 un tal Fiorenzo, detto Barone, del fu Domenico, istituì un ospedale nel
luogo Fulceraco, nella zona di Firenze che oggi porta il nome di Borgo Pinti, non lungi dalla chiesa di S. Pier
Maggiore. Quest'ospedale quando fu sottoposto all'abbazia vallombrosana di S. Paolo di Razzuolo in
Valdisieve prese a chiamarsi di S. Paolo con l'aggiunta di Pinti dal luogo dov'era stato eretto. Il Fiorenzo
capostipite ebbe un figlio pur esso di nome Fiorenzo, che accrebbe la dotazione dell'ospedale donando altri
beni il 18 dicembre 1088. Il medesimo Fiorenzo, " figlio Baroni ", col consenso del padre, il 31 ottobre 1076
aveva consentito a che una tal Clarizia del fu Romolo rinunziasse al monastero di S. Felicita un terreno alla
Romola; e poi, indicato come Fiorenzo del fu Barone, risulta confinante di un terreno a Montelatico nel
suburbio orientale di Firenze. Pazzo di Fiorenzo " Baruni " comprò il 30 giugno 1159 delle terre per conto
dell'ospedale di S. Pier Maggiore. Più tardi, l'8 agosto 1165, Donato figlio di Pazzo comprò dei terreni per
donarli all'ente pio: questo Donato fu l'eponimo della stirpe.
Questi antichi Donati possedettero molti beni nella zona fuori della porta che dal monastero di S. Pier
Maggiore prese il nome, nei luoghi detti Pinti e Montelatico, i quali beni giungevano sino al torrente Affrico;
però avevano preso dimora all'interno della cinta murata della città (come par chiaramente dimostrato da
carte dell'anno 1061 dove si parla della pur vicina chiesa di S. Procolo e di suoi beni, confinanti con " Baroni
de Sancto Martino ") dentro la Porta di S. Pier Maggiore, sul rovescio dell'abbazia di S. Maria e di fianco alla
chiesetta di S. Martino che già allora si chiamava del Vescovo e dipendeva dall'abbazia predetta. Forse a
questi Donati appartengono i documenti dell'agosto 1072 e del febbraio 1073 riferentisi ai fratelli Vivenzo e
Baroncello figli di Domenico per terreni da essi presi a livello dall'abbazia di S. Maria e situati " non longe
de ipsa ecclesia Sancti Martini ". Un Fiorenzo del fu Vivenzo, che, forse, nel suo rifaceva il nome dell'avo, si
trova confinante con terra e vigna a Montelatico nel 1107. Degno di attenzione anche il Guglielmo " filii
Baroni de Vadolongo ", teste a un atto del novembre 1072; al qual Guglielmo si può accostare suo fratello
Bernardo " filio Baroni de Vadolongo ", che appose il suo signum manus a una carta del 18 aprile 1090.
Barone di Vadolongo, cioè di Varlungo, non fu altro che Fiorenzo detto Barone. Varlungo è anche oggi una
località sull'Arno, alla sinistra del fiume, a monte della città. Appunto in questa zona i Donati ebbero i
possessi più ricchi ed estesi, nei luoghi detti Girone, Quintole, Coverciano, Rovezzano. Le chiese di Girone e
Quintole furono di loro patronato, segno che loro stessi dovevano averne curata la costruzione. A Castiglione
della Rufina nel Mugello, i Donati godevano il giuspatronato della chiesa di S. Pietro de Casis; e così
apparteneva alla famiglia quello sulla chiesa di Acone, luogo di origine della famiglia Cerchi. In quelle
località sull'Arno e sulla via per Arezzo, assai vicine alla città, i Donati avevano costruito case di abitazione
più che decorose, come un ‛ palatium ' al Girone, con annesse casette con gualchiere. Questi piccoli opifici
lanari e i mulini sfruttavano la forza motrice delle acque dell'Arno, e i loro redditi rappresentavano un non
indifferente cespite a rincalzo delle entrate puramente agrarie.
In città, le case dei Donati e delle altre famiglie da loro diramate e costituenti la consorteria come quelle dei
Giandonati, Uccellini, e in primo luogo i Calfucci - pur essi ricordati nella Commedia (Pd XVI 106) - erano
intorno a una piazzetta o gravitavano verso una piazzetta che si chiamò la corte dei Donati (oggi denominata
piazza dei Donati, alla quale si accede da via del Corso mediante una volta).

Figlia di Simone Donati e sorella di Forese e Corso, giovinetta pia e religiosissima, entrò nel convento di S.
Chiara a Firenze per farsi monaca. Il fratello Corso, forse nel periodo in cui fu podestà e poi capitano del
popolo a Bologna (1283-1293), per motivi di convenienza politica la volle dare in sposa a Rossellino della
Tosa, violento esponente dei Guelfi Neri; per questo Corso venne a Firenze con un gruppo di facinorosi, la
rapì dal monastero e la costrinse alle nozze con Rossellino. Antichi cronisti e commentatori danteschi
riferiscono che Piccarda, appena tolta dal monastero, si ammalò e morì, anche se di questo non c'è alcuna
conferma diretta. Secondo altre fonti, ugualmente poco attendibili, il nome da monaca di Piccarda sarebbe
stato Costanza.
Dante la include tra gli spiriti difettivi del I Cielo della Luna e ne fa la protagonista del Canto
III del Paradiso. La sua condizione di beata è preannunciata in Purg., XXIV, 8-15 dal fratello Forese,
incontrato da Dante fra i golosi della VI Cornice: alla domanda del poeta se sappia qual è il destino
ultraterreno della sorella, Forese risponde che Piccarda, buona e bella durante la vita mortale, triunfa lieta /
ne l'alto Olimpo già di sua corona (14-15). Dante incontra poi Piccarda in Par., III, 37 ss., fra gli spiriti che
gli appaiono nel I Cielo simili a immagini evanescenti come se fossero riflesse nell'acqua. Dopo
che Beatrice gli ha spiegato che sono anime e non immagini, invitandolo a rivolgersi a loro, Dante parla a
una di esse chiedendole di rivelare il proprio nome. La beata dichiara di essere Piccarda e racconta di essere
stata vergine sorella, essendo relegata fra questi spiriti per aver mancato al proprio voto. Dante le chiede se
lei e gli altri beati di questa schiera desiderino un più alto grado di beatitudine, ma Piccarda spiega
sorridendo che la loro volontà è conforme a quella di Dio, per cui esse desiderano solo ciò che a Dio piace e
non chiedono altro. A questo punto Dante domanda quale sia il voto che lei non ha portato a termine e la
beata spiega che in un Cielo più alto c'è l'anima di santa Chiara d'Assisi, che fondò l'ordine monastico delle
Clarisse nel quale Piccarda entrò da giovinetta. In seguito, uomini a mal più ch'a bene usi (il fratello e i suoi
complici, non nominati direttamente) la rapirono fuori dal chiostro, in modo analogo a quanto avvenne
all'imperatrice Costanza d'Altavilla che risplende accanto a lei. Dopo aver intonato Ave, Maria  Piccarda
svanisce come un oggetto che affonda nell'acqua scura.

Paradiso III

Canto III del Paradiso: trama e struttura


Canto 3: dialogo con Piccarda
Il canto è dominato dal dialogo con Piccarda Donati, una nobildonna fiorentina che Dante ebbe modo di
conoscere quando era ancora in vita come si evince dalla terzina 61-63, in cui il poeta fiorentino ammette di
aver, finalmente, riconosciuto la donna. 
Smarrimento di Dante di fronte agli spiriti difettivi
Il suo ingresso nel canto viene annunciato da una lunga introduzione (vv. 10-18) in cui Dante descrive il suo
smarrimento di fronte a delle figure evanescenti che sono, così come gli appaiono, quelle degli spiriti
difettivi assegnati al cielo della Luna. La vaghezza di questi spiriti viene descritta con una lunga serie di
similitudini in cui il poeta definisce la loro indefinitezza simile a quella di un’immagine riflessa in un vetro o
in uno specchio d’acqua (vv. 10-13) o, con un riferimento decisamente più raffinata, a quella della pallida
luminosità di una perla sulla bianca fronte di una dama: similitudine che fa riferimento all’uso delle giovani
nobili dell’epoca, quale era Piccarda Donati, di portare una perla sulla fronte; Dante, credendo appunto di
trovarsi davanti a delle figure riflesse, si gira credendo di avere quelle reali alle sue spalle (vv. 17-18) e
commettendo in tal modo l’errore opposto di colui che “accese amor tra l’omo e ‘l fonte”, un riferimento
al mito greco di Narciso, un cacciatore di divina bellezza che, vedendo la propria immagine riflessa in un
lago, muore affogato nel tentativo di afferrarla e baciarla. Il poeta, in preda alla confusione, si rivolge a
Beatrice, che gli spiega di trovarsi davanti ad immagini reali. 

Paradiso di Dante Alighieri: analisi e struttura

Presentazione di Piccarda Donati


Inizia così il dialogo con lo spirito che si presenta come Piccarda (v. 49): il lungo confronto con Dante, che
come detto occupa praticamente tutto il Canto, può essere suddiviso in due parti, la prima delle quali (vv. 34-
57) ci presenta la protagonista del dialogo, che dice di essere stata una monaca quand’era in vita (v. 46) e di
essere stata assegnata al Cielo più basso poiché non rispettò i suoi voti: ma né lei, né gli spiriti come il suo,
soffrono questa condizione perché sono comunque partecipi della Grazia divina.
Spiegazione dei gradi di beatitudine
La seconda parte del dialogo (vv. 58-90) è quello che, dal punto di vista contenutistico e teologico, appare
più denso di tematiche. Dante, infatti, chiede a Piccarda perché non desideri assurgere ad un cielo più alto e
quindi essere maggiormente partecipe della Grazia divina. Piccarda gli spiega che, essendo pervase dalla
carità, non desiderano altro rispetto a quello che già hanno, anzi lo stato di beatitudine necessita l’uniformità
dei propri desideri con quelli divini.  
Inadempienza del voto di Piccarda e di D’Altavilla
A questo punto, però, Dante chiede a Piccarda quali siano i voti cui non ha tenuto fede (vv. 91-120), e lo
spirito gli spiega di aver deciso in gioventù di seguire i voti dell’ordine fondato da santa Chiara, la quale si
trova in un cielo più elevato, ma che uomini più abituati a far male che a far del bene la rapirono e
l’allontanarono definitivamente dalla vita che aveva scelto. Stessa triste sorte, dice Piccarda indicandola, era
toccata all’anima che le stava affianco che era quella di Costanza d’Altavilla, moglie dell’imperatore Enrico
VI di Svevia e madre di Federico II.  
Sparizione delle anime
Finita quest’ultima spiegazione l’anima di Piccarda compare come un sasso inghiottito dall’acqua
(v.123) intonando l’Ave Maria, ed il Canto si avvia alla fine (vv. 121-130). Dante, stupito e ancora
desideroso di fare altre domande, si gira verso Beatrice, che però lo fulmina con lo sguardo. 
Il canto si può perciò distinguere in queste cinque parti: 
1 – 33: apparizione di Piccarda Donati;
34 – 57: presentazione di Piccarda Donati;
58 – 90: Piccarda istruisce Dante sui vari gradi di beatitudine;
91 – 120: l’inadempienza di Piccarda e Costanza d’Altavilla;
121 – 130: sparizione di Piccarda e Costanza, conclusione del Canto.
Piccarda e Costanza
Le anime difettive: Piccarda e Costanza
Le due anime difettive che Dante ci presenta nel cielo della Luna sono quelle di Piccarda Donati e Costanza
d’Altavilla che, pur accomunate da un destino simile, hanno nel Canto un peso notevolmente diverso dato
che la prima domina l’intero episodio mentre la seconda scompare senza aver mai aperto bocca.  
Piccarda: nobildonna fiorentina
Piccarda è una giovane donna fiorentina appartenente alla nobile famiglia dei Donati, tra i protagonisti della
vita politica del Comune di Firenze nella seconda metà del XIII secolo, e sicuramente era conosciuta
dall’autore che, nonostante le difficoltà causate dall’evanescenza della sua figura, alla fine ammette di averla
riconosciuta (vv. 62-63). Alla sua figura si era già fatta allusione in un altro momento della Commedia, cioè
nel Canto XXIV del Purgatorio quando Dante, nella cornice dei golosi, incontra Forese Donati, uno dei due
fratelli della pia donna che assicura Dante del fatto che, per certo, la troverà tra i beati (Purg. vv. 13-15).  
Rapimento e matrimonio combinato con un esponente dei Guelfi neri
L’altro fratello è Corso, esponente della fazione politica dei Guelfi Neri che, probabilmente nel periodo in
cui era podestà di Bologna, rapì Piccarda dal convento di clarisse in cui ella aveva voluto rinchiudersi, per
darla in sposa ad un altro esponente politico dei Guelfi Neri, per sancire così una definitiva alleanza politica.
Protagonista di una vita avventurosa e violenta, Corso muore assassinato nel 1308, cioè dopo la scrittura
della Cantica ma prima del viaggio immaginifico di Dante il quale, per questo motivo, può far profetizzare a
Forese che il fratello finirà per certo all’Inferno. 
Morte di PiccardaDella vita di Piccarda invece, oltre a ciò che viene narrato da Dante, si sa ben poco, ma
è probabile che sia morta poco dopo il suo rapimento. 

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Costanza d’Altavilla: regina e imperatrice


L’altra figura che compare in questo Canto è quella di Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II il
Normanno: data la caratura del personaggio, su di essa si hanno notizie abbastanza certe. Dante la pone tra le
anime difettive anche se l’imperatrice non prese mai i voti sacri. 
Matrimonio forzato con Enrico VI di Svevia
Nella storia raccontata dal poeta fiorentino troviamo l’eco di una vera e propria leggenda che ebbe credito
per lungo tempo, e secondo la quale Costanza venne portata via dal convento nel quale si era ritirata per
ordine di papa Celestino III che, per convenienze politiche, le impose il matrimonio con Enrico VI di Svevia,
unione dal quale nacque Federico II, ultimo esponente di primo piano degli Hohenstaufen. 
Curiosità
Già nel Purgatorio, nel Canto XXIV, si parlava di Piccarda, attraverso le parole di suo fratello Forese: «La
mia sorella, che tra bella e buona / non so qual fosse più, triunfa lieta / ne l’alto Olimpo già di sua corona».
La disposizione delle anime del Paradiso
La figura di Piccarda si caratterizza per la sua incorporeità
Piccarda Donati è la prima anima beata che Dante incontra nella sua ascesa paradisiaca, una figura che si
caratterizza immediatamente per la sua incorporeità, che Dante rende attraverso una serie di efficaci
similitudini nella prima parte del canto, in cui hanno una decisa predominanza quelle che si basano sul tema
acquatico: se all’inizio l’immagine della beata appare simile a quella riflessa da “acque nitide e tranquille”
(v. 11), quando essa scompare lo fa come qualcosa che viene inghiottito dall’ “acqua cupa e grave”.
L’incorporeità è una caratteristica che differenzia decisamente le anime beate da quelle penitenti e,
soprattutto, da quelle dannate. Se la figura di Piccarda è resa più eterea e bella (v. 48) dalla beatitudine, al
punto che Dante stenta a riconoscerla, le figure di dannati e penitenti sono legate in maniera quasi concreta e
materiale ad una corporeità attraverso cui patiscono le loro pene o si purgano dai peccati. 
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Le anime beate sono poste nel cielo dell’Empireo


A differenza delle anime delle altre cantiche, inoltre, quelle beate non sono disposte nei vari cieli attraverso
cui Dante ascende, ma si trovano tutte poste nel cielo dell’Empireo, che è quello divino. Tuttavia, anche tra i
beati esiste una differenza nella beatitudine data ad una maggiore o minore vicinanza all’Eterno, che
quindi le fa beneficiare in maniera diversa della Grazia divina secondo uno schema che, secondo la critica,
Dante avrebbe desunto dal De civitate Dei di Agostino. 
Le anime difettive si trovano più distanti dalla fonte di beatitudine
Le anime difettive, cioè quelle che, come Piccarda, sono venute meno ai loro voti, sono quelle che si trovano
più distanti dalla fonte di beatitudine, ciononostante non hanno desiderio di aumentare il loro grado di felicità
(vv. 71-84). I beati si conformano quindi al volere divino, ma senza forzature, e solo in virtù della carità (v.
71) e, rispetto alle esperienze terrene, mostrano un sereno distacco: ne è la prova il tono che Piccarda usa per
raccontare il suo rapimento, definendo i suoi rapitori come “a mal più ch’ a bene usi” (v. 106), non
pronunciando quindi parole di condanna, quanto di compassionevole commiserazione. 
Tono aulico della Donati
Sempre sul piano linguistico e lessicale è da notare il tono decisamente aulico del discorso della Donati in
merito all’ordine Paradisiaco, e alla volontà dei beati che si impronta naturalmente a quella divina,
caratterizzato dall’uso di parole in latino per chiudere le rime della terzina 77/79. 

Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto, Quel sole che, per primo, mi scaldò il petto
di bella verità m'avea scoverto, mi aveva insegnato la bella verità,
provando e riprovando, il dolce aspetto; con numerose prove, sul dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo  ed io, per dimostrare d'aver corretto
me stesso, tanto quanto si convenne me stesso, più di quanto è necessario
leva' il capo a proferer più erto; alzai dritto il capo per parlare;

ma visïone apparve che ritenne  ma apparve una visione che prese
a sé me tanto stretto, per vedersi, su di sé il mio sguardo in modo così forte
che di mia confession non mi sovvenne. da distrarmi da ciò che dovevo dire.

Quali per vetri trasparenti e tersi,  Come attraverso vetri trasparenti e puliti,
o ver per acque nitide e tranquille, o acque limpide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi, non così profonde da nascondere i fondali,

tornan d'i nostri visi le postille  rispecchiano i particolari dei nostri volti
debili sì, che perla in bianca fronte così debolmente, che una perla su una fronte bianca
non vien men forte a le nostre pupille; non appare così vistoso ai nostri occhi;

tali vid'io più facce a parlar pronte;  così io vidi dei visi pronti a parlare;
per ch'io dentro a l'error contrario corsi per i quali feci l'errore contrario di
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte. colui che s'innamorò dell'acqua.

Sùbito sì com'io di lor m'accorsi,  Appena m'accorsi di loro,


quelle stimando specchiati sembianti, ritenendole immagini riflesse,
per veder di cui fosser, li occhi torsi; girai gli occhi per vedere di chi fossero;

e nulla vidi, e ritorsili avanti  ma vidi nulla, e riguardando avanti


dritti nel lume de la dolce guida, dritti nel volto della mia dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. che, sorrideva con gli occhi accesi.

«Non ti maravigliar perch'io sorrida»,  «Non ti meravigliare del mio sorridere»,


mi disse, «appresso il tuo püeril coto, mi disse, «per il tuo pensare puerile,
poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida, perché il che il tuo pensiero ancora diffida della verità,
ma te rivolve, come suole, a vòto:  rivolgendoti, come al solito, all'errore:
vere sustanze son ciò che tu vedi, quelle che vedi sono vere sostanze,
qui rilegate per manco di voto. che sono qui perché non rispettarono i voti.

Però parla con esse e odi e credi; Però parla con loro e dà loro fiducia;
ché la verace luce che le appaga che la luce divina che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi». non permette che si allontanino da lei».

E io a l'ombra che parea più vaga  All'ombra che sembrava più desiderosa
di ragionar, drizza'mi, e cominciai, di parlare, mi rivolsi, e le dissi,
quasi com'uom cui troppa voglia smaga: quasi come uomo confuso da troppo desiderio:

«O ben creato spirito, che a' rai  «O spirito ben nato, che ai raggi
di vita etterna la dolcezza senti della vita eterna assapori quella dolcezza
che, non gustata, non s'intende mai, che, se non gustata, è impossibile capire,

grazïoso mi fia se mi contenti  mi faresti cosa gradita araccontarmi


del nome tuo e de la vostra sorte». del tuo nome e della vostra storia».
Ond'ella, pronta e con occhi ridenti: Al che lei, subito e con occhi gioisi:

«La nostra carità non serra porte  «La nostra carità non chiude le porte
a giusta voglia, se non come quella ai giusti desideri, come quella che
che vuol simile a sé tutta sua corte. vuole simile a sé tutti i beati.

I' fui nel mondo vergine sorella;  In vita fui una monaca;
e se la mente tua ben sé riguarda, e se la tua mente ben ricorda,
non mi ti celerà l'esser più bella, non ti nasconderà il mio esser ora più bella,

ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,  e riconoscerai che sono Piccarda,


che, posta qui con questi altri beati, messa qui con gli altri che sono beati,
beata sono in la spera più tarda. e messi nella sfera più lenta.

Li nostri affetti, che solo infiammati  I nostri sentimenti, che da soli si scaldano
son nel piacer de lo Spirito Santo, del piacere dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati. gioiscono dell'ordine da lui stabilito.

E questa sorte che par giù cotanto, E questo destino che sembra così umile,
però n'è data, perché fuor negletti ci vien data perché trascurammo
li nostri voti, e vòti in alcun canto». i nostri voti, talvolta mancandoli».

Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti  Allora le risposi:«Nel vostro ammirevole aspetto
vostri risplende non so che divino risplende un ché di divino che
che vi trasmuta da' primi concetti: vi fa diversi da come eravate in terra:

però non fui a rimembrar festino; però non fui veloce a ricordare;
ma or m'aiuta ciò che tu mi dici, ma ora mi aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m'è più latino. ed il ricordare mi è più facile.

Ma dimmi: voi che siete qui felici,  Ma dimmi: voi che siete beati,
disiderate voi più alto loco desiderate un cielo più alto
per più vedere e per più farvi amici?». per contemplare meglio Dio ed essergli più vicini?».

Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;  Mi sorrise con le altre ombre;
da indi mi rispuose tanto lieta, poi mi rispose così lieta,
ch'arder parea d'amor nel primo foco: che sembrava ardere dell'amor divino:

«Frate, la nostra volontà quïeta  


virtù di carità, che fa volerne «Fratello, la nostra carità acquieta
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. i nostri desideri, e li fa desiderare
solo ciò che abbiamo, senza volere altro.
Se disïassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri  Se desiderassimo un cielo superiore,
dal voler di colui che qui ne cerne; i nostri desideri non rispetterebbero
il volere di Colui che qui ci mise;
che vedrai non capere in questi giri,
s'essere in carità è qui necesse,  cosa che vedrai non ha spazio qui,
e se la sua natura ben rimiri. se è necessario qui vivere in carità,
e se questa valuti adeguatamente.
Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,  Anzi si conforma la nostro essere beati
per ch'una fansi nostre voglie stesse; attenersi alla volontà divina,
e farla uguale ai nostri desideri;
sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace  e così, come noi siamo disposti in vari gradi
com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia. in questo regno, a tutti i beati piace la loro disposizione
come dei sudditi che vogliono lo stesso del re.
E 'n la sua volontade è nostra pace:
ell'è quel mare al qual tutto si move  Nel suo volere è la nostra pace:
ciò ch'ella crïa o che natura face». è quel mare verso cui tutto tende
ciò che essa crea o che essa fa».
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia  Allora mi fu chiaro come ogni luogo
del sommo ben d'un modo non vi piove. in cielo è ugualmente Paradiso, anche se la Grazia
di Dio non vi cade in ugual modo.
Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia
e d'un altro rimane ancor la gola,  Ma così come accade di saziarsi di un cibo
che quel si chere e di quel si ringrazia, ed aver ancora desiderio d'un altro,
quando si chiede una cosa e si ringrazia per altra,
così fec'io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela  così io feci con il mio atteggiamento e le parole,
onde non trasse infino a co la spuola. per farmi dire da lei quale fu il compito
che non portò a termine.
«Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù», mi disse, «a la cui norma  «Una vita perfetta e grandi meriti mette
nel vostro mondo giù si veste e vela, una donna su in cielo», mi disse, «secondo la cui regola
nel vostro mondo si veste e mette il velo,
perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch'ogne voto accetta  perché fino alla morte veglie e dorma
che caritate a suo piacer conforma. con quello sposo che accetta ogni voto
che si conforma alla sua carità.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi  Da giovinetta, per seguirla, dal mondo
e promisi la via de la sua setta. mi separai, e mi chiusi nel suo abito
e m'impegnai a seguire la sua regola.
Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra: Poi degli uomini, abituati più al male che al bene,
Iddio si sa qual poi mia vita fusi. mi rapirono e portarono fuori dal convento:
Iddio poi sa quale fu la mia vita.
E quest'altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s'accende  E quest'altro spirito accanto a me
di tutto il lume de la spera nostra, alla mia destra e che risplende
di tutta la luce del nostro cielo,
ciò ch'io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta ciò che dico di me, vale per lei;
di capo l'ombra de le sacre bende. fu suora, e allo stesso modo le fu tolta
dal capo il sacro velo.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,  Ma dopo che fu riportata al mondo
non fu dal vel del cor già mai disciolta. contro il suo volere ed i buoni usi,
in cuor suo non venne meno ai voti.
Quest'è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave  Questa è l'anima della grande Costanza
generò 'l terzo e l'ultima possanza». che dal secondo imperatore di Svevia
generò il terzo che fu l'ultimo».
Così parlommi, e poi cominciò 'Ave,
Maria' cantando, e cantando vanio  Così mi disse, e poi cominciò a cantare
come per acqua cupa cosa grave. l' Ave Maria, e cantando svanì
come un sasso nell'acqua scura.
La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,  La mia vista, che la seguì finché
volsesi al segno di maggior disio, le fu possibile, dopo averla persa,
si volse al simbolo di maggior desiderio,
e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo  e si diresse tutta su Beatrice;
sì che da prima il viso non sofferse; ma lei folgorò il mio sguardo così
che all'inizio non potei sopportarlo;
e ciò mi fece a dimandar più tardo.
 e ciò mi frenò dal domandare.

Figure retoriche
 V. 1, Quel sol ... petto – Perifrasi per intendere Beatrice.
 Vv. 10 – 16, Quali per … parlar pronte – Lunga similitudine in cui Dante paragona le figure delle
anime alle immagini che s'intravedono attraverso i vetri puliti o l'acqua limpida.
 V. 23, Dolce guida – Perifrasi per Beatrice.
 V. 26, püeril coto – “Coto” è latinismo che deriva dal verbo latino cogitare, cioè pensare, per cui il
“coto” è da leggere come “pensiero”.
 V. 57, li nostri voti, e vòti … - Gioco ci parole tra “voti” e “vòti” per indicare il venire meno ai voti
monastici.
 V. 69, primo foco – Perifrasi per Spirito Santo.
 Vv. 95 – 96, per apprender… la spuola – Metafora in cui il voto non osservato viene paragonato ad
una tela la cui tessitura non viene portata a compimento.
 V. 97, inciela – Neologismo dantesco che vuol dire, come si può intuire, “portare in cielo”.
 V. 101, sposo che ogne voto accetta – Perifrasi per Cristo.
 V. 109, splendor – Sineddoche dove la caratteristica dell’anima indica l’anima stessa.
 V. 119, secondo vento di Soave – Perifrasi per Federico II di Svevia.