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(Lezione 18/04/2016)

PARADISO XVII

Cielo di Marte: beati che, in una dimensione cristiana, in vita hanno conseguito la virtù cardinale
della fortezza. Sono stati valorosi combattenti che sono scesi in battaglia per la difesa della fede.

Come in ogni cielo, i beati disegnano delle figure disponendosi coreograficamente. Qui formano
una croce greca di colore bianco ( negli altri cieli: Sole → corona, Giove → aquila, Saturno →
scala).

Il canto XVII è molto importante per la dimensione autobiografica e autorappresentativa di Dante.


Precedentemente avevamo visto questo aspetto dal punto di vista politico (Ciacco, Farinata ecc.)
attraverso delle profezie enigmatiche. Dante aveva chiesto spiegazioni a Virgilio, il quale gli aveva
risposto che i suoi desideri di conoscenza sarebbero stati soddisfatti da Beatrice. Ci si aspetterebbe
quindi che la profezia completa e risolutiva sarebbe arrivata da lei, ma in questo canto avviene una
cosa diversa. Dante, paragonandosi a Fetonte che chiede rassicurazioni sulla sua identità alla madre,
ha il forte desiderio di sapere cosa accadrà alla sua vita: Beatrice capisce questa sua esigenza e lo
esorta a chiedere direttamente a Cacciaguida, suo avo e capostipite, beato nel cielo dei combattenti
per la fede.

Egli fu armato cavaliere da Corrado III di Svevia (Dante fa cominciare qui l'origine della nobiltà
della sua famiglia), e partecipò assieme a lui alla II crociata per liberare i luoghi santi dagli infedeli
musulmani. Morì in battaglia per salvare il sepolcro di Cristo e grazie a questo suo sacrificio
divenne martire della fede.
Questo personaggio è per Dante una persona fondamentale, e rappresenta una sorta di padre ideale,
una forte figura di paternità ( Dante non aveva una grande stima del padre biologico, nobile ormai
decaduto).

Dante interpella Cacciaguida e così ottiene la sua risposta, la quale gli vien data attraverso la storia
di Ippolito; verso 46 ( Ippolito era figlio di Teseo, re d'Atene, il quale si era risposato con un' altra
donna: Fedra. Questa cerca di sedurre il figliastro, ma Ippolito, casto e innocente, la rifiuta. Per
salvare la sua dignità ribalta le parti e lo accusa di averla violentata. Teseo crede alla moglie e
manda Ippolito in esilio, ingiustamente). Tramite questo richiamo mitologico viene annunciato a
Dante il suo futuro allontanamento da Firenze. Insieme ad Ippolito, i due sono uomini giusti che
vengono esiliati con delle false accuse.

Inoltre, Cacciaguida comunica a Dante quanto sarà difficile sopportare la fuga dalla sua città: in
primo luogo a causa del dispiacere di dover lasciare i luoghi amati e i propri possedimenti; in
secondo luogo a causa della necessità di chiedere aiuti e favori per sopravvivere (vv. 58-60: Tu
proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui
scale. → Due teorie sul pane salato: una molto dubbia che fa leva sul fatto che il pane toscano sia
senza sale, e che quindi Dante si sarebbe trovato davanti ad usanze gastronomiche estranee alle sue;
la seconda, più plausibile, riecheggia la condizione di fuggitivi degli ebrei: il pane dell'esilio è
salato poiché intriso delle lacrime generate dal dolore di non poter tornare alla propria terra).

Infine, Cacciaguida riferisce a Dante che egli non solo sarà osteggiato dai guelfi neri ma si
inimicherà anche la fazione dei bianchi, rimanendo solo ed isolato.

Poi seguono alcuni cenni storici sull'esilio: nel 1303-4 la famiglia nobiliare degli Scaligeri ospiterà
Dante a Verona, e Cacciaguida gli comunica che il primo ad accoglierlo sarà Bartolomeo della
Scala, definito il “gran Lombardoˮ (vv.70-72: Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello / sarà la
cortesia del gran Lombardo / che ‘n su la scala porta il santo uccello ).

Il “santo uccelloˮ è l'aquila imperiale raffigurata sopra la scala, simbolo della famiglia. Infatti gli
Scaligeri erano imparentati con l'imperatore e suoi vicari, quindi fedelmente ghibellini.
Cacciaguida descriverà Bartolomeo come un uomo molto generoso e benevolo nei confronti di
Dante, il quale addirittura si renderà disponibile ad aiutarlo prima ancora che egli possa domandare
ospitalità, risparmiandogli così l'umiliazione del gesto.

Nel 1316 Dante ritorna a Verona e molto probabilmente scrive in questo periodo il canto XVII.

Proprio a causa di questo ritorno farà pronunciare a Cacciaguida alcuni passi importanti della
profezia: in particolare l'avo riferirà a Dante che avrà l'onore di vedere colui che è così influenzato
dalla stella di Marte da divenire un valoroso guerriero in grado di compiere imprese straordinarie. Si
tratta di Cangrande della Scala, fratello di Bartolomeo, incontrato da Dante quando egli era ancora
un bambino (cioè nel suo primo soggiorno del 1303-4).

Questa notizia è importante perché Dante identifica in Cangrande colui che potrà ripristinare
l'impero in Italia.

Poi facciamo un passo indietro per parlare della missione profetica di Dante. All'inizio dell'inferno
Virgilio aveva risposto solo alla seconda delle sue domande (perché venirvi? Chi 'l concede?); la
seconda risposta verrà data soltanto da Beatrice in Purg. XXXII, vv.103-5: Però, in pro del mondo
che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive. Dante è
stato incaricato di scrivere, una volta tornato alla vita terrena, quello che ha visto nell'aldilà. Viene
data a Dante un'investitura profetica, come ai profeti nella Bibbia (Isaia, Ezechiele, Giovanni ecc.).
Il profeta viene insignito da Dio per raccontare agli uomini i messaggi da lui rivelati. In particolare,
viene attivato qui il modello dell'Apocalisse di san Giovanni; all'inizio c'è una voce che dice a
Giovanni: quod vides scribe in libro (ciò che hai visto scrivilo in un libro). Così Dante si trova a
dover scrivere in un libro ciò che ha sperimentato nei tre regni, a vantaggio del mondo terreno che
si trova nel peccato e nel vizio. Egli dovrà, tramite questo suo sforzo poetico, favorire la
conversione del mondo che vive nel male mostrandogli ciò che ha visto nel suo viaggio.

Con l'annuncio definitivo del suo esilio si genera però un problema: se Dante dovrà scrivere tutto
ciò che ha visto, sarà costretto anche ad inserire una numerosa serie di invettive contro principi,
papi, città ecc. Sarà quindi molto difficile per lui muoversi in l'Italia senza attirare su di sé l'odio
delle persone. Dante ha paura delle possibili ritorsioni che potrebbe avere se dovesse scrivere la sua
Commedia (vv. 106-111).

Cacciaguida però lo rassicura e conferma la sua investitura: lo sprona a scrivere senza indugi, e gli
dice che molti avranno la coscienza sporca riconoscendosi intimamente colpevoli alle sue accuse.
All'inizio le sue parole saranno spiacevoli per l'Italia, ma in un secondo momento fungeranno da
linfa vitale per il rinnovamento morale. (vv. 130-132: Ché se la voce tua sarà molesta / nel primo
gusto, vital nodrimento / lascerà poi, quando sarà digesta.)

PARADISO XXX

Dopo aver attraversato il paradiso “di segniˮ Dante arriva nell'empireo: un cielo di luce intellettuale,
pieno d'amore, di vero bene e di felicità.

Identità dei beati: in tutto il paradiso Dante non è mai riuscito a vedere ed identificare il volto dei
beati, a causa della forte luce scaturente dai loro sorrisi di felicità e beatitudine. Il loro sorriso
sprigiona una luce così intensa che Dante, con il suo corpo fisico e sensibile, non riesce a penetrare
con lo sguardo in quel bagliore. I beati più sono felici e più sono fiammeggianti e splendenti, e di
conseguenza la vista riesce di meno ad inquadrarli.
Nell'empireo però la luce di Dio (paradossalmente) è così forte da vincere quella dei beati, e così
Dante, per la prima volta, vede le loro facce e li riconosce.

PARADISO XXXIII

Dante, alla fine, vede l'empireo, il quale si presenta come un grande anfiteatro sul quale sono
disposte le anime dei beati del paradiso. Più precisamente è come se fosse una rosa, avente per
petali i beati.

Un passo indietro al canto XXXI: mentre Beatrice sta mostrando i visi dei beati a Dante, lui si gira
verso di lei ma non la trova; al suo posto vede un anziano solenne e ben vestito. Egli è san Bernardo
di Chiaravalle, ultima guida del poeta nonché celebre teologo, mistico e oratore cristiano. Il suo
compito sarà quello di accompagnare Dante nella contemplazione della rosa dei beati.