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Canto 3

Il canto terzo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nell'Antinferno,


dove sono puniti gli ignavi, e poi sulla riva dell'Acheronte, primo dei fiumi
infernali; siamo nella notte tra l'8 e il 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o
secondo altri commentatori tra il 25 e il 26 marzo 1300.

Incipit
« Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno
e del fiume d’Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza
opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e
come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di
papa Cilestino. »
(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)

La porta dell'inferno – vv. 1-21


« 'Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,


per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e 'l primo amore;
dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch' intrate. »
(vv. 1-10)
Con questa martellante anafora (per me - per me- per me) inizia il viaggio
nell'Inferno di Dante, che riporta l'iscrizione sulla Porta dell'Inferno, come
spesso si trovavano sulle porte delle città. La scritta è su tre terzine e
insiste continuamente sul dolore (due volte), sull'eternità (tre volte) delle
pene senza speranza di sollievo, chiudendosi con il famoso verso
lapidario Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.
L'iscrizione recita poi come essa fu costruita in funzione della giustizia
della Trinità, indicata con i suoi attributi:
Divina podestate = Padre
Somma sapienza = Gesù
'L primo amore = lo Spirito Santo
Infine l'iscrizione come essa fu creata dopo che solo cose eterne furono
create, per questo a sua volta essa è imperitura: si riferisce al fatto che
l'Inferno fu creato dopo la caduta di Lucifero (che segnò l'inizio del male),
prima della quale esistevano solo gli angeli, la materia pura, i cieli e gli
elementi, tutte cose incorruttibili. Nella conclusione di lasciare ogne
speranza la porta sottolinea come il viaggio dei dannati nell'Inferno sia di
sola andata e riecheggia un analogo verso dell'Eneide della discesa
di Enea nell'Averno (VI 126-129).
Dante, che ha riportato le parole dell'iscrizione come se esse si fossero
pronunciate da sole, chiede poi a Virgilio una spiegazione del loro significato.
Il maestro risponde che quello è il punto dove si deve lasciare ogni
esitazione (sospetto) e titubanza, essendo il luogo del quale gli aveva già
parlato, cioè dove sono punite le genti dolorose che hanno perduto Dio, il
bene intellettuale per eccellenza. Poi Virgilio conforta Dante prendendolo
per mano e mostrando un lieto volto: entrano così nelle segrete cose (cioè
segregate, separate dal mondo).

Gli ignavi - vv. 22-69


La prima impressione di Dante sull'Inferno è uditiva: sospiri, pianti e urla
risuonano nell'aere sanza stelle (cioè senza cielo), per i quali Dante si
commuove subito iniziando a piangere: in un crescendo di suoni egli
ascolta parole di dolore, accenti d'ira, / voci alte e fioche, colpi di mano
percosse... il tutto in una coltre atmosferica sanza tempo tinta, cioè dove
non si riconosce nemmeno se è giorno o è notte, come in una tempesta di
sabbia (come la rena quando turbo spira). Rispetto alla descrizione dei suoni
dell'Averno dell'Eneide (VI 557-558) quella di Dante, sebbene
chiaramente ispirata da essa, focalizza molto di più sullo sconforto che tali
sensazioni procurano su Dante quale uomo vivo, piuttosto che sulla semplice
registrazione esteriore di Virgilio.
Con la testa piena di error (di dubbi) Dante chiede allora a Virgilio che cosa
siano questi suoni, questa gente che sembra così vinta dal dolore. Questo
verso è ambiguo perché alcune versioni riportano anche "orror"; quindi se
fosse buona la seconda evidentemente Dante aveva la testa piena di orrore.
Virgilio inizia così a spiegare il luogo nel quale si trovano, l'Antinferno dove
sono punite miseramente le tristi anime che vissero sanza 'nfamia e sanza
lodo. Essi sono i cosiddetti ignavi, anime che in vita non operarono né il bene
né il male per loro scelta di vigliaccheria.
Tra questi uomini vi sono gli angeli che, al tempo della rivolta di Lucifero,
non presero né la parte di Lucifero né quella di Dio, ma si ritirarono in
disparte estraniandosi dai fatti della rivolta: un'invenzione puramente
dantesca, ispirata forse da leggende popolari, che non ha echi precedenti
né scritturali né nella patristica (per lo meno in quella pervenutaci).
Questi dannati sono cacciati dal cielo, perché ne rovinerebbero lo
splendore, e nemmeno l'inferno li vuole perché i dannati potrebbero
gloriarsi rispetto ad essi, avendo essi almeno scelto, nella vita, da che parte
stare, sia pure nel male.
Dante chiede anche perché essi si lamentino così forte e Virgilio gli
risponde spiegando la loro pena: senza speranza di morire (terminando così
il loro supplizio) essi hanno qui un'infima cieca vita che fa invidiar loro
qualsiasi altra sorte; nel mondo non lasciarono alcuna fama, sdegnati anche
da Dio (misericordia e giustizia)... Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
E mentre i due passano ignorandoli Dante descrive comunque la loro pena:
essi inseguono una 'nsegna (in senso militare, come una bandiera, da alcuni
interpretata, visto il tono del canto, come un cencio senza valore), che corre
senza posa; sono una schiera così grande che Dante non avrebbe nemmeno
mai creduto che la morte ne avesse mai uccisi così tanti.
Per contrappasso, sono condannati per l'eternità a correre nudi, tormentati
da vespe e mosconi che rigano di sangue il loro corpo, ed ai loro piedi un
tappeto di vermi che si nutrono delle loro lacrime miste al sangue (vv. 65-
69): la pena è più degradante che dolorosa e Dante insiste sulla loro
meschinità: loro che mai non fur vivi.
Con la tecnica del contrappasso, qui trovata per la prima volta, Dante riesce
a creare immagini reali e rende al lettore i sentimenti che affiorano lenti
fra le righe della Commedia, inquadrando l'opera della giustizia divina.
Interessante notare come questi peccatori siano disprezzati sia da Virgilio,
che dice a Dante di passare senza degnarli di uno sguardo, sia dai diavoli
che non li accettano neanche nel vero e proprio inferno.
Il disprezzo del poeta verso questa categoria di peccatori è massimo e
completo, perché chi non seppe scegliere in vita, e quindi schierarsi da una
parte o dall'altra, nella morte resterà un paria costretto a rincorrere un
bandiera che non appartiene a nessun ideale. Tanto accanimento si spiega,
dal punto di vista teologico, perché la scelta
fra Bene e Male, deve obbligatoriamente essere fatta, secondo la religione
cattolica. Dal punto di vista sociale, inoltre, nel Medio Evo lo schieramento
politico e la vita attiva all'interno del Comune erano quasi sempre
considerate tappe fondamentali ed inevitabili nella vita di un cittadino. Se
l'uomo è un essere sociale, chi si sottrae ai suoi doveri verso la società non
è degno, secondo la riflessione dantesca, di stima ed ammirazione.

Il gran rifiuto
« Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto. »
Dante nota tra le anime "colui che fece per viltade il gran rifiuto", ma non
lo nomina: questa persona potrebbe essere identificata come Celestino
V, Giano della Bella, Esaù,Ponzio Pilato o anche un personaggio puramente
simbolico. A sostegno della prima ipotesi si considera che Dante lo riconosce
spontaneamente, quindi è facile che si tratti di un suo contemporaneo.
Inoltre quando egli cita persone senza nominarle spesso è perché erano così
famose da essere sufficiente un'allusione a inquadrarle. Infatti i principali
commentatori suoi contemporanei indicano Celestino V come artefice del
"gran rifiuto" e anche i miniaturisti dipingevano di solito una figura con la
tiara nella schiera.
A partire da Benvenuto da Imola però si mise in dubbio questo
riconoscimento, che da quel momento in poi perse quasi totalmente il favore
dei critici danteschi, anche per il cambiamento di valutazione circa Pietro
da Morrone a partire dall'apologia che ne fece Francesco Petrarca nel De
vita solitaria; inoltre nel 1313 Celestino V fu canonizzato, quando Dante era
ancora in vita. Nonostante ciò Dante forse potrebbe aver voluto
sottolineare comunque il suo giudizio negativo contro Celestino e
contro Papa Clemente V che l'aveva beatificato, lasciando comunque
l'indeterminatezza del nome mancante.
Ad oggi la critica non sembra identificare il personaggio in modo concorde,
scartando l'ipotesi che si tratti di Ponzio Pilato.

Il fiume Acheronte e Caronte - vv. 70-129


Guardando oltre Dante vede delle genti assiepate sulla riva di un grande
fiume, pronte a attraversarlo, e chiede a Virgilio chi siano: ciò però gli sarà
raccontato solo quando arriveranno alla trista riviera dell'Acheronte:
Dante allora si vergogna della sua impazienza e con li occhi vergognosi e
gravi si astiene dal parlare fino alla riva.
Ecco che arriva una barca (o nave) guidata da un vecchio, canuto per antico
pelo (per la vecchiaia avanzata) che grida"Guai a voi anime
prave! (malvagie)". La descrizione di Caronte, il traghettatore di anime, è
mediata da quella che ne dà Virgilio nell'Eneide (VI 298-304), ma Dante dà
solo dei tratti più concisi e carichi di significato rispetto alla descrizione
più completa e statica del poeta latino.
Segue poi l'invettiva di Caronte che sconforta le anime e sottolinea
l'eternità della loro pena: (parafrasi) "Non sperate mai più di rivedere il
cielo. Io vi porto sull'altra riva nel buio eterno, nel fuoco o nel gelo"
(allusione alle pene infernali). Poi si rivolge direttamente a Dante dicendogli
che, in quanto anima viva, deve separarsi dai morti; ma Dante esita. Allora
Caronte gli dice che questa non è la barca adatta a lui: gli spetta un
altro lieve legno che lo porti a una spiaggia (quella del Purgatorio).
Allora Virgilio gli parla dicendogli di non crucciarsi (e pronunciando il
nome Caròn per la prima volta): Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si
vuole e più non dimandare (Par. "Sia fatto ciò che nel cielo Empireo è stato
ordinato, e non importi più").
Allora le lanose gote del traghettatore si quietano, ma non gli occhi come
cerchiati di fuoco.
Le anime dei nuovi dannati, stanche e nude, nel frattempo, dopo aver sentito
l'invettiva di Caronte, sbiancano dalla paura, battono i denti
e bestemmiano Dio, i loro genitori, la specie umana e il luogo, l'ora, la stirpe
e il seme che li aveva generati .
Poi si raccolgono tutte assieme piangendo, in quella riva del male dove va a
finire chi non teme Dio; Caronte dimonio con occhi come brace le fa
raggruppare e batte con il remo chiunque rallenta: così come le foglie in
autunno cadono una dopo l'altra finché il ramo resta spoglio, così quel mal
seme d'Adamo, la stirpe dei dannati, partono dalla spiaggia ed entrano nella
barca a una a una, come uccello ammaestrato richiamato dal segnale
(nella falconeria). Passano poi il fiume torbido (l'onda bruna) e nel
frattempo un'altra nuova schiera si è già adunata dall'altra parte.
Adesso Virgilio giudica il momento opportuno per la spiegazione: tutti quelli
che muoiono in ira a Dio convengono in quel luogo da ogni paese; la giustizia
divina li sprona a passare questo fiume, così che anche il loro timore diventa
attesa e desiderio; Caronte si lagnava di Dante perché qui mai è passata
un'anima buona, perciò questo è quello che voleva dirgli. Virgilio quasi
sottintende che vi è una legge divina che vieta a coloro che non sono dannati
di salire sulla barca per passare l'Acheronte, infatti, anche nel caso di
Dante, sembra per coerenza mantenere questa legge, in quanto nonostante
Dante oltrepassi comunque il fiume, la sua salita nella barca non viene
raccontata, quasi a lasciar intendere che il suo passaggio è avvenuto in
maniera diversa lasciata a qualsiasi immaginazione del lettore.

Terremoto e svenimento di Dante - vv.130-136


Virgilio ha appena finito di parlare quando la terra buia trema, ma così forte
che solo a ripensarci al Dante-narratore si bagna ancora la fronte di sudore.
Dalla terra imbevuta di lacrime fuoriescono sbuffi di vapore e un fulmine
rosso balena nell'aria: ciò vince ogni senso in Dante ed egli sviene come uomo
che cade nel sonno. Secondo Aristotele e la scienza a lui contemporanea si
riteneva infatti che i terremoti fossero causati da forti correnti di vento
presenti nel sottosuolo, i quali, dilatati dalle fonti di calore non trovassero
via d'uscita verso l'alto e l'esterno. Inoltre questi fatti hanno una
riconducibilità alla Scrittura, dove molto spesso il verificarsi di fenomeni
naturali quali terremoti, venti, lampi e tuoni erano dovuti alla discesa di Dio
che irrompeva nella storia.
All'inizio del prossimo canto Dante rinverrà al rumore del tuono di quello
stesso lampo e si troverà in maniera sovrannaturale dall'altra parte del
fiume: quest'espediente gli permette di passare l'Acheronte senza essere
un dannato e mostra come Dante ammetta di tanto in tanto elementi
sovrannaturali nel suo viaggio; essi sono dopotutto espressione del volere
divino, che, vedremo spesso, nel regno dell'oltretomba spesso contravviene
a suo piacimento a quelle leggi naturali che esso stesso ha posto nel mondo
dei vivi.