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La Commedia di Dante Alighieri

È utile avere un quadro generale dell’intera Divina Commedia prima di analizzare


nel dettaglio l’Inferno: Dante compone il suo poema partendo da un progetto
coerente in cui ogni parte è in rapporto con l’altra, e tutto diventa quindi un tassello di
un meraviglioso mosaico.
L’autore impiega gran parte della sua vita nella stesura della Commedia. Comincia a
scrivere l’Inferno intorno al 1307, poco dopo l’esilio da Firenze, e termina
il Paradiso, l’ultima cantica, nel 1321, anno della morte.
La Commedia si compone di tre “cantiche”, Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ogni
cantica comprende trentatré canti che, sommati al canto iniziale con cui si apre
l’opera e che funge da proemio, saranno in totale cento, un numero simbolo di
completezza, essendo una potenza del numero dieci che nella cabala è il numero della
perfezione.   

La rappresentazione dell'Aldilà secondo il sistema aristotelico-tolemaico

Ogni cantica della Divina Commedia è dedicata al regno dell’Aldilà corrispondente,


e scopo principale del racconto è quello di spiegare dove finiranno e come verranno
punite o premiate le anime dopo la morte a seconda del tipo di vita che hanno
condotto.
Il modo in cui Dante presenta le posizioni di questi regni nell’Universo è ripresa
dalla cosmologia medievale: riprendendo il sistema aristotelico-tolemaico si
immagina la Terra al centro del Cosmo, divisa in due emisferi dove solo il primo è
abitato, e che ha al suo centro Gerusalemme. 

Canto I Inferno di Dante: analisi, parafrasi, spiegazione e figure retoriche

Sotto Gerusalemme si apre l’Inferno e dalla parte opposta del globo terrestre sorge
invece la montagna del Purgatorio. Intorno alla Terra ruotano poi nove cieli e
l’Empireo, che è la sede di Dio.
Tutto questo è quanto ripropone Dante ma aggiunge a questi concetti di base una
gerarchia e una suddivisione dettagliatissime che nessuno prima di lui aveva mai
proposto. In questo è un pioniere a dir poco geniale. 
  
L'Inferno della Commedia: struttura e gironi
Come si è formato l'Inferno?

  La voragine dell'Inferno 

La superbia di Lucifero

Lucifero, prima uno degli angeli più belli del firmamento, conduce un giorno una
rivolta contro Dio spinto dalla superbia. La rivolta fallisce miseramente e questo
angelo, ormai dannato, viene fatto precipitare giù dal cielo. Cadendo sulla Terra il
terreno è talmente inorridito che si scansa: si apre un’immensa voragine che sarà
appunto l’Inferno. La terra spostata si rialza dalla parte opposta del globo formando
la gigantesca montagna del Purgatorio (in sostanza il Purgatorio è un calco
dell’Inferno, e capiamo subito quanto questi due mondi, a differenza del Paradiso,
sono profondamente legati al nostro mondo terrestre).
La voragine in cui si trova l’Inferno della Divina Commedia non è un semplice
fosso ma un intero mondo sotterraneo con una sua geografia precisa che Dante, canto
dopo canto, descrive in modo dettagliato:    
 Gerusalemme è la città attraverso cui si accede all’Inferno: dopo
una porta che reca una scritta minacciosa incisa sopra si apre una zona
detta Antinferno dove si trovano gli ignavi, cioè le anime di quelli che in vita non
scelsero mai né di fare del bene ma neppure di fare del male, e sono quindi rifiutati
sia dal cielo e vi troviamo un fiume, l’Acheronte, dove un traghettatore, Caronte,
porta sulla sua barca le anime dei dannati verso la riva opposta. Qui troviamo una
zona detta Limbo – in cui scopriamo le anime dei non battezzati e dei nati prima di
Cristo – oltre la quale si accede finalmente al vero e proprio Inferno.
 L’Inferno di Dante è formato da nove zone, nove “cerchi”, cioè dei
cornicioni giganteschi, uno più in basso dell’altro come in una macabra arena, che
continuano verso il basso fino a raggiungere il centro della Terra dove si trova
conficcato Lucifero dal tempo della sua caduta. La zona più cupa
dell’Inferno comincia a partire dal sesto cerchio, dopo il fiume Stige.
 La Città di Dite è il nome della zona più profonda dell’Inferno che si apre
dopo il quinto cerchio. Questa zona è ulteriormente ramificata: il settimo cerchio
(dove sono punite le anime dei violenti) conta tre diversi “gironi” al suo interno,
l’ottavo cerchio (dove sono punite le anime dei fraudolenti) è a sua volta ripartito in
dieci zone diverse dette “bolge”.
 Dopo le dieci bolge si apre il tetro pozzo dei giganti dopo il quale giungiamo
nell’ultima e più tragica zona dell’Inferno: il nono cerchio, dove sono puniti i
traditori ripartiti in quattro zone diverse.

Lo schema dell'Inferno

Questo mondo così disposto è pieno di demoni, bestie mitologiche, personaggi


che Dante riprende dalla letteratura classica, dall’epica, dal romanzo cortese o
dalla vita reale. Anche gli elementi del paesaggio, fiumi, boschi, rupi, sono tutti
recuperati dalla letteratura precedente o dai paesaggi italiani che Dante conosceva
bene. Ecco lo schema dell’Inferno della Commedia:  
 Gerusalemme
 Antinferno: ignavi
 Acheronte e Limbo (I° cerchio)
 II° - V° cerchio: lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi (Fiume
Stige)
 Mura della Città di Dite
 VI° cerchio: eretici
 VII° cerchio: violenti (divisi in tre gironi) fiume Flegetonte
 VIII° cerchio: fraudolenti (dieci Bolge)
 IX° cerchio: traditori, fiume congelato Cocito
 Lucifero al centro della Terra

Come vengono punite le anime: il contrappasso

La legge del contrappasso: una pena contraria o simile al peccato commesso

La legge del contrappasso presente nell'Inferno e, più in generale, nella Divina


Commedia di Dante ha dei precedenti nella letteratura classica latina e in quella
biblica. Già Seneca ne aveva fatto uso nelle sue opere ma con Dante questa legge
raggiunge la perfezione. L’anima dannata è punita con una pena contraria o simile
al peccato commesso. Un esempio: le anime dei suicidi sono trasformate in alberi
infastiditi da animali rabbiosi. I suicidi hanno trattato il loro corpo come un vegetale,
come qualcosa da buttare e non come qualcosa di sacro a Dio: meritano allora di
essere delle piante, di non avere più una forma corporea. Dopo il Giudizio
Universale, quando ogni anima si potrà ricongiungere al corpo sepolto che risorge, i
suicidi non potranno rientrarne in possesso e getteranno il corpo sulle fronde degli
alberi.
Ogni peccato è punito in questa maniera ed è stimolante la ricerca del significato di
ogni contrappasso che possiamo trovare in questa cantica. 

Inizia il viaggio

Le fiere: allegorie di lussuria, superbia e cupidigia

Dante, all'inizio della cantica della Commedia, l'Inferno, ci parla di un viaggio che


ha intrapreso in prima persona a partire da un momento della sua vita in cui si era
smarrito in una selva oscura.
Tre animali, le tre fiere, impediscono a Dante di tornare indietro o di raggiungere un
colle dove pare esserci più luce. Queste fiere sono delle allegorie, una figura retorica
che Dante usa moltissimo e che è diffusissima, in realtà, in tutta la
letteratura medievale, e che implica che si usino oggetti o animali che per le loro
caratteristiche, stanno a simboleggiare un’emozione, una problematica, una
filosofia. Dante incontra una lonza, un leone e una lupa, che rappresentano
rispettivamente la lussuria, la superbia e la cupidigia, cioè i peccati che
impediscono al Poeta di vivere serenamente. 

Le donne salvifiche e l'incontro con Virgilio


Dante è sempre più spaventato ma qualcuno giunge in suo soccorso: una guida
inviata da Beatrice, dalla Madonna e da Santa Lucia le quali dal Paradiso,
vedendo Dante in grande difficoltà, hanno deciso di accorrere in suo soccorso.
Questa guida è Virgilio, un poeta latino amatissimo da Dante e in realtà molto
importante per il mondo medievale poiché, in una delle sue egloghe, annunciò la
nascita di un bambino che avrebbe salvato il mondo: i cristiani videro in questo
messaggio una predizione della nascita di Cristo. Virgilio annuncia a Dante che non
riuscirà a tornare sulla retta via se prima non intraprenderà un viaggio di conoscenza
e salvazione attraverso i tre regni dell’Aldilà.
I due si avviano verso Gerusalemme e comincia il viaggio nel regno degli inferi. 
 
Lingua e metrica nell'Inferno di Dante
La lingua
I diversi linguaggi della Commedia
Dante Alighieri è da molti considerato il padre della lingua italiana: ovviamente la nascita di
una lingua è una questione complessa e non possiamo dare il merito solamente ad una
persona per questo. Di certo Dante è riuscito a dare finalmente al volgare il prestigio che
meritava, ponendolo sullo stesso piano del latino.
Dante nella Commedia usa due tipi di linguaggio molto diversi: passando dall’Inferno al
Paradiso si passa infatti a una sintassi, un lessico e una morfologia molto diversi fra loro e
cioè dallo stile aspro, basso, licenzioso dell’Inferno, a un linguaggio “intermedio” che
ricorda la poesia stilnovista nel Purgatorio, fino al linguaggio aulico, teologico e filosofico
del Paradiso.
In tutto questo si alternano parole relative ad un lessico tecnico, come termini dedotti dal
linguaggio dell’astronomia (come cenìt ‘zenit’, epiciclo), dall’anatomia (come idropesì
‘idropisia’, gonna ‘membrana dell’occhio’) oppure termini dialettali non fiorentini
(canonscenza, siculo). Il volgare fiorentino trova in quest’opera una legittimazione e un
grandissimo arricchimento.   

I tre stili di Dante nella Commedia

La metrica
Per quanto riguarda la metrica un particolare tipo di strofa caratterizza la Commedia e
prende appunto il nome di “terzina dantesca”.
Questa prevede gruppi di endecasillabi incatenati tre a tre con rime concatenate, per uno
schema ABABCBCDC...
Le rime hanno un ruolo fondamentale: è attraverso le rime che la lingua
dell’Inferno raggiunge i picchi poetici ed espressivi più alti. Si arriva ad avere una grande
musicalità oppure una grande asprezza resa attraverso rime difficili come ad esempio
l’alternanza di desinenze -azzi, -icchi, -isma, -ozza, -uffa. 
  
Le figure retoriche
Abbondano le figure retoriche, troviamo a dismisura, fra le più comuni:   
 Perifrasi: es. Canto V, v.91: il re dell’universo (ovvero: Dio); Canto X, v.22: la città del
foco (l’Inferno)
 Metonimia: Canto III, v. 93 più lieve legno convien che ti porti (barca); Canto VIII,
v.53: di vederlo attuffare in questa broda (melma, fango)
 Allitterazione: Canto IV, v. 25-26: Quivi, secondo che per ascoltare / non avea pianto mai
che di sospiri;
 Similitudine: Canto V, v.40: E come li stornei ne portan l’ali (gli stormi di uccelli); Canto
XV, vv. 95-60: però giri Fortuna la sua rota/come le piace e l’ villan la sua marra (la Fortuna
faccia il suo corso così come il contadino usa il suo arnese).
Introduzione al Canto I dell’Inferno

Dante e Virgilio — 

La funzione del 1° canto dell'Inferno

Dante Alighieri fa svolgere al Canto I dell’Inferno una doppia funzione: il canto


apre la prima cantica della Commedia, quella di ambientazione infernale, ma
assume anche il ruolo di prologo dell’intero poema. È qui che Dante presenta la
situazione iniziale e illustra le motivazioni del suo viaggio nei tre regni ultraterreni
dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso: smarritosi, all’età di trentacinque
anni in una foresta buia e impervia (allegoria del peccato), egli racconta di esserne
uscito solo dopo un lungo viaggio, in un percorso di purificazione e redenzione
spirituale. Ad accompagnarlo per due terzi di questo percorso vi è il poeta
latino Virgilio, che fa la sua prima comparsa nel poema proprio in questo canto;
dopodiché a guidare Dante sarà un’anima più degna, che sappiamo essere
Beatrice.    
Nel primo Canto dell’Inferno vengono quindi esplicati da Dante: 
 La situazione iniziale: la perdita della «diritta via», con il conseguente
smarrimento nella selva del peccato, e l’inizio del viaggio redentore in compagnia di
una guida, Virgilio, emblema della ragione.
 Le motivazioni del viaggio: la purificazione dell’anima di Dante, ma non
solo. Il percorso di redenzione intrapreso dal poeta deve, infatti, rappresentare un
modello per l’intera umanità.
 La struttura dell’intero poema:Dante, per bocca di Virgilio, illustra per
sommi capi l’itinerario del suo viaggio attraverso i regni ultraterreni dell’Inferno, del
Purgatorio e del Paradiso.
Inferno, Canto I: i personaggi

Protagonisti del 1° canto

Il I Canto dell’Inferno, in quanto canto proemiale dell’intera opera, ci presenta


innanzitutto il protagonista della Commedia, Dante, accompagnato da colui che
costituirà la sua guida per due terzi del viaggio, il poeta latino Virgilio. Altri
personaggi di fondamentale importanza, per la comprensione non solo del Canto in
questione ma del poema intero, sono le tre fiere, le belve che precludono a Dante il
cammino.
  
La figura di Dante nel primo canto dell'Inferno

Il duplice ruolo di Dante


Già dal Canto I dell’Inferno emerge, in modo chiaro, il duplice ruolo
di Dante all’interno del poema. Egli è, infatti, sia personaggio (agens) che autore
(auctor). Vediamo insieme le differenze tra i due diversi ruoli:  

 Dante agens è colui che compie il viaggio dall’Inferno al Paradiso,


attraversando i tre regni ultraterreni nell’ottica di un percorso di redenzione. Dovendo
ancora percorrere il suo itinerario e non essendo a conoscenza di ciò che incontrerà,
egli appare insicuro, impaurito, timoroso e pieno di dubbi; per questo motivo ha
bisogno di una guida che dia lui le giuste indicazioni per muoversi nel regno
dell’aldilà. È sottomesso al tempo della storia, che è il tempo passato.

 Dante auctor è soggetto della scrittura e narratore dell’intera


vicenda. Avendola già vissuta (la sta, infatti, raccontando a posteriori), egli possiede
già la verità e si dimostra quindi sicuro e saggio. Ad egli compete il tempo della
narrazione, che è il tempo presente.

Nel I Canto dell’Inferno, questa distinzione appare particolarmente chiara


all’altezza del verso 4, «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura», in
cui Dante auctor usa il tempo presente (è cosa dura) per spiegare la sua difficoltà nel
descrivere la foresta in cui Dante agens si perde, evento narrativo caratterizzato
dall’utilizzo del tempo passato (qual era). 

La figura di Virgilio nel canto 1 dell'Inferno


Perché Dante sceglie Virgilio come guida?

Dal verso 61 fa il suo ingresso, all’interno del I Canto dell’Inferno e


dell’intera Commedia, Virgilio, che sarà la guida di Dante nei regni
ultraterreni dell’Inferno e del Purgatorio.
Nato nel 70 a.C. ad Andes, nei pressi di Mantova, Virgilio fu il più grande poeta
dell’antica Roma. Autore delle Bucoliche e delle Georgiche, divenne celebre in
particolar modo per la composizione dell’Eneide. Entrò nel circolo di Mecenate e fu
protetto dallo stesso imperatore Augusto; morì a Brindisi nel 19 a.C., quindi prima
della venuta di Gesù: per questo motivo si trova nel limbo infernale, dove risiedono le
anime dei morti non battezzati e degli uomini virtuosi vissuti prima di Cristo.  

Virgilio come poeta ideale

Perché la scelta di guida ricade proprio su Virgilio? Diverse sono le


motivazioni. La prima è Dante stesso a suggerircela quando, ai versi 85-87
del Canto I dell’Inferno, elogia il poeta latino come suo «maestro» e suo «autore»,
colui dal quale ha appreso «lo bello stilo» che lo ha reso celebre. Virgilio viene
quindi scelto innanzitutto in quanto poeta ideale, indicato come più alto esempio di
stile sublime e di perfezione formale. Egli era, inoltre, il modello latino da seguire
per i poemi epici, e tanto più per un poema che raccontasse l’oltretomba in quanto,
nel VI libro dell’Eneide, aveva raccontato proprio della discesa di Enea agli Inferi.   

  I gironi danteschi — 

Virgilio come mago e profeta

Cantore dell’Impero (di cui Dante era fervido


sostenitore), Virgilio nel Medioevo veniva inoltre considerato alla stregua di un
mago e di un profeta: il suo poema veniva letto allegoricamente come poema sacro,
quasi profetico nei confronti del Cristianesimo. Questo è vero soprattutto in relazione
all’ecloga IV, nella quale si esalta la nascita di un bambino che, al raggiungimento
dell’età adulta, avrebbe portato una nuova era di pace e prosperità;
il Medioevo interpretava questo fanciullo come Cristo e questa presunto profetismo
della venuta del Figlio di Dio potrebbe essere uno degli altri motivi che avrebbero
spinto Dante a scegliere Virgilio come sua guida. 
  
Le tre fiere
Il significato delle tre fiere
A partire dal v. 31 del primo Canto dell’Inferno, il cammino di Dante – e, nello
specifico, la sua salita al colle – è ostacolato dall’apparizione in sequenza delle tre
fiere, tre belve che non permettono a Dante di proseguire e, anzi lo spingono a
tornare indietro, verso la terribile selva. Si tratta, nel dettaglio, di:  
 una lonza
 un leone
 una lupa
Le tre fiere hanno, senza ombra di dubbio, un significato allegorico; diverse però
sono state nei secoli le interpretazioni e le teorie. Secondo la più accreditata – basata
su San Giovanni, su San Tommaso e supportata anche dalla maggior parte dei primi
commentatori di Dante – esse rappresenterebbero lussuria (lonza), superbia (leone) e
cupidigia-avarizia (lupa), le tre colpe più diffuse nel Medioevo, nonché le più
biasimate dalla letteratura religiosa del Duecento. Le tre fiere sarebbero quindi
allegoria di tre pericolosissimi vizi, a causa dei quali è impossibile condurre una vita
retta e proseguire nell’ascesa verso Dio.  

Inferno di Dante: gironi e struttura

Esistono, tuttavia, altre ipotesi: secondo alcuni, ad esempio, la lonza, il leone e la lupa
rappresenterebbero rispettivamente l’ incontinenza, la violenza e la frode, le tre
disposizioni al male punite nell’Alto, Medio e Basso Inferno. Secondo altri ancora,
invece, sarebbero allegoria delle tre potenze guelfe – Firenze, Francia, Roma – che,
opponendosi agli ideali imperiali, avrebbero contribuito alla corruzione della società. 
 
Canto I Inferno: sintesi e spiegazione
Versi 1-27. All’età di trentacinque anni, Dante si ritrova smarrito in una foresta
oscura e intricata, il cui pensiero ancora lo turba. Non è in grado di dire come vi sia
entrato. Al mattino, però, riesce ad uscire da essa, ritrovandosi ai piedi di un colle la
cui sommità è illuminata dai primi raggi dell’alba; è un’immagine che riesce un poco
ad acquietare la sua paura e a ridonargli speranza.
Versi 28-60. Dopo essersi riposato, Dante riprende il cammino su un pendìo che
conduce al colle ma, non appena iniziata la salita, gli si presenta davanti una
minacciosa lonza dal manto maculato. La luce del sole e la stagione primaverile gli
donano la speranza di riuscire ad oltrepassare quel primo ostacolo, ma ecco
comparire di fronte a lui un leone affamato che gli sbarra il cammino. Dopodiché
compare anche una lupa, magra e vorace, che lo spinge a indietreggiare verso la
foresta. 
Versi 61-90. Mentre torna sui suoi passi, Dante vede una figura umana nella
penombra e chiede aiuto. Questa si presenta: dice di essere un’anima e fornisce
ulteriori dettagli sulla sua persona, come di aver avuto genitori lombardi, di aver
vissuto all’epoca di Giulio Cesare e sotto l’imperatore Augusto e di aver cantato le
gesta di Enea. Dopodiché chiede a Dante perché non stia proseguendo il suo
cammino verso la vetta del colle. Dante, a questo punto, lo riconosce: si tratta
di Virgilio, poeta latino che definisce suo maestro di alto stile poetico e a cui dichiara
tutta la sua devozione artistica. Infine, spiega a Virgilio il motivo del suo
indietreggiare indicandogli la lupa. 
Versi 91-136. Virgilio suggerisce a Dante di prendere un altro percorso dal momento
che la lupa costituisce, per ora, un ostacolo insormontabile. Contro di essa però,
spiega ancora il poeta latino, si batterà un giorno un Veltro – modello di sapienza,
amore e virtù – che la sconfiggerà e la ricaccerà all’Inferno, luogo da cui era uscita.
Virgilio, a questo punto, si offre come guida di Dante: lo condurrà nei luoghi
dell’Inferno e del Purgatorio, per poi affidarlo in Paradiso a un’anima più
degna. Dante, allora, lo prega di guidarlo e inizia a seguirlo. 
Analisi del Canto I dell’Inferno: elementi tematici e narrativi
Il viaggio di Dante

La vita umana come cammino di redenzione


Fin dal primo Canto dell’Inferno emerge chiaramente l’idea – tipicamente
cristiana e appartenente, soprattutto, al Cristianesimo medievale – di vita umana
come itinerarium mentis, cammino di redenzione ed espiazione dei propri peccati
in un percorso di ascensione verso Dio. Dante, paradigma dell’umanità intera,
intraprende il suo viaggio ultraterreno partendo dal basso, dal buio della selva, per poi
giungere alla visione di Dio. Il poeta si prefigura quindi, al pari di ogni uomo,
come viator, pellegrino in cammino verso la salvezza eterna, essere imperfetto alla
ricerca della perfezione divina. Per questo motivo, nel Canto I
dell’Inferno prevalgono immagini e lessico appartenenti al viaggio e al movimento.  

La «Selva Oscura»
La selva oscura come allegoria del peccato

Quello della selva è un motivo ricorrente in tutta la cultura occidentale, sia classica


che medioevale, in quanto luogo misterioso, intricato e pieno di sorprese/pericoli. In
particolare, la connotazione negativa che Dante le dà nel Canto I
della Commedia proviene da una tradizione biblico-patristica, e in particolar modo
da sant’Agostino.
È in quest’ottica che la «selva» diviene, per il poeta, allegoria del peccato in cui un
uomo può cadere nel corso della propria vita; essa è «oscura» perché non vi batte la
luce divina. Si tratta, nello specifico, della «selva erronea di questa vita» di
cui Dante parla nel Convivio (IV, XXIV, 12), nella quale è difficile «tenere lo buono
cammino».
Non sappiamo dove si trovi precisamente, nonostante negli anni gli studiosi abbiano
avanzato diverse ipotesi: secondo alcuni si tratterebbe della selva nei pressi di
Gerusalemme, secondo altri vicino Firenze. Non ci sono, tuttavia, elementi sufficienti
per accogliere queste ipotesi.  

La profezia del Veltro: significato allegorico e spiegazione

A partire dal verso 100 del primo Canto dell’Inferno – in un luogo, quindi, topico
del testo – Dante inserisce la prima profezia della Commedia, nonché la più
celebre e problematica dell’intero poema: quella del Veltro. È d’obbligo, però, una
premessa riguardo la componente profetica dell’opera dantesca.
Uno dei mezzi con i quali Dante tenta maggiormente di dare una dimensione divina
alla propria opera è quello delle profezie. L’intera Commedia è costellata da
predizioni, visioni, sogni anticipatori, capaci di dare al lettore la sensazione di
trovarsi di fronte ad un qualcosa scritto per ispirazione di Dio. Bisogna stare ben
attenti a non confondere la finzione con il reale: come ben sappiamo, tra il viaggio di
Dante nei mondi ultraterreni e la stesura del poema intercorrono diversi anni. Risulta
quindi facile per l’autore “profetizzare” nel tempo della storia narrata (quello che
appartiene, come abbiamo visto, a Dante agens) qualcosa che, nel tempo della
scrittura (appartenente invece a Dante auctor), è già accaduto.  
Tradizionalmente, perciò, sono state suddivise le profezie della Commedia in due
diverse tipologie:
 Le profezie post eventum: si tratta di quelle “predizioni” che si riferiscono a
momenti compresi tra la primavera del 1300 e la loro scrittura e che giocano quindi
sull’espediente della retrodatazione dantesca.
 Le profezie ante eventum: si tratta di pochi ed isolati casi in cui le predizioni
fanno riferimento a fatti che, al momento della scrittura dell’opera, devono ancora
accadere.

Veltro, veloce e agile cane da caccia (levriero)


— Fonte: Istock
La profezia del Veltro, presente nel Canto I dell’Inferno, appartiene alla seconda
tipologia, ben più rara della prima. In essa viene predetto l’arrivo del Veltro, un
cane che si nutre di «sapienza, amore e virtute» e che salverà «quella umile Italia»
uccidendo la bestia che è causa dei mali dell’intero Paese: la Lupa, una delle tre fiere
che appaiono a Dante nella selva.  
Identificare questo cane, destinato secondo la profezia a salvare l’Italia, con un
personaggio/evento storico è cosa difficile: diversi sono stati i commentatori e i critici
che, nel corso dei secoli, hanno cercato invano di dargli un volto. La profezia del
Veltro perciò non si risolve in una sola, definitiva interpretazione, ma resta indefinita,
aperta a letture multiple; probabilmente era proprio questa la volontà di Dante.