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GIOVANNI BOCCACCIO

PROFILO UMANO E CULTURALE: PRIMO INTELLETTUALE BORGHESE


CENNI BIOGRAFICI
OPERE MAGGIORI
ASPETTI DOMINANTI DELLA NARRAZIONE: REALISMO, ESALTAZIONE
DELL’INTELLIGENZA, SPIRITO D’AVVENTURA, CONCEZIONE
AMOROSA
ASPETTI FORMALI

Profilo umano e culturale: primo intellettuale borghese

Nel corso del XIV sec. i comuni assistono alla definitiva


affermazione della borghesia, che ha raggiunto ormai il primato
economico e aspira a conseguire quello culturale per legittimare
così la pretesa di affiancare i nobili nell’egemonia cittadina.
Boccaccio è il primo grande poeta e scrittore che la borghesia
esprime nel panorama italiano del Trecento.
Figlio di un banchiere, Boccaccio del Chellino, socio della potente
banca dei Bardi, nacque forse a Certaldo o a Firenze, (non è
credibile l’ipotesi di una sua nascita a Parigi), da una relazione
illegittima del padre nel 1313.
Il suo interesse per la letteratura si fermava alla tradizione
popolare. Era, infatti, accanito lettore dei cantari popolari e della
tradizione letteraria che si rifaceva al ciclo bretone, variamente
riproposto a Firenze dai volgarizzamenti. Istruito senza un preciso
disegno pedagogico, conosceva i primi elementi della lingua greca e
latina; inoltre aveva una certa dimestichezza con i rudimenti basilari
delle discipline economiche.
Proprio per approfondire la sua preparazione nell’arte della
mercatura, fu invitato dal padre a Napoli, per maturare una certa
esperienza nel campo degli affari.
A partire dal 1327 lo troviamo a Napoli, città dove il padre era stato
chiamato a dirigere una filiale della compagnia dei Bardi. Nella città
partenopea, però, anziché stare dietro il banco, comincia a
frequentare la corte angioina, affascinato dal clima elegante e
raffinato che vi aleggia, ma anche attirato dalle belle donne che la
frequentano e dalle dotte conversazioni che si tengono nella
ricchissima biblioteca di Roberto d’Angiò.
Fu autodidatta, almeno fino a quando non incontrò Petrarca, che
egli cominciò considerare come un vero e proprio maestro e
consigliere. Fallita la banca dei Bardi, è costretto a rientrare a
Firenze con sua grande tristezza (1340). A rendere lacerante
l’abbandono di Napoli è la necessità di troncare la relazione
amorosa piuttosto tempestosa con una figlia naturale del re: Maria
D’Aquino.
I primi anni, dopo il suo ritorno a Firenze, furono particolarmente
tristi. Costretto a vivere nelle ristrettezze, dopo una vita dispendiosa
e brillante, si adattò ad umili mestieri: fu copista e impartiva
occasionalmente lezioni private.
Segnalatosi in città per il suo impegno letterario, cominciò ad
assolvere missioni diplomatiche per conto della città. In una di
queste ambascerie si recò a Padova (1351) per offrire al Petrarca
una cattedra all’università di Firenze, la cittadinanza fiorentina e i
beni che erano stati confiscati alla sua famiglia. La missione si rivelò
fallimentare, perché non riuscì convincere l’illustre poeta a
trasferirsi a Firenze; ma sul piano personale per Boccaccio fu,
invece, assai proficua perché tra i due nacque una grande amicizia
consolidata dalla reciproca stima e dagli interessi culturali comuni.
Grazie ai consigli del grande aretino poté riprendere lo studio dei
classici in modo sistematico, approfondendo la conoscenza della
lingua e della cultura greca.
Fu altresì appassionato lettore e ammiratore dell’opera dantesca;
per questo il Comune gli commissionò la lettura e il commento di
alcuni canti dell’Inferno (i primi 17).
Sempre più preso dagli studi si allontanò dalla vita politica attiva,
ritirandosi nella sua casa di Certaldo, dove morì nel 1375.

Produzione letteraria

La produzione letteraria del Boccaccio è quanto mai vasta e varia.


Per poterla illustrare ordinatamente viene solitamente suddivisa in
due periodi: 1. periodo napoletano, 2. periodo fiorentino.
Al primo periodo appartengono opere di minore importanza
artistica, tuttavia in grado di anticipare aspetti peculiari dell’arte del
Boccaccio maggiore. Ad esso si fanno risalire le seguenti opere: “La
caccia di Diana”(1334), breve poemetto satirico, in cui si passano in
rassegna le nobildonne napoletane;
a) “Il Filostrato” (1335), poemetto in ottave, inserito nella mitica
guerra di Troia, ma a contenuto amoroso, dal momento che
tratta la storia d’amore e di gelosia che lega Troilo, figlio di
Priamo, alla bella, ma infedele Criseide. L’opera si conclude
con la morte di Troilo ucciso da Diomede in battaglia; l’eroe
greco era diventato nel frattempo amante di Criseide;
b) “Il Filocolo”, lungo racconto in prosa che propone una
romantica e contrastata storia d’amore, che ha come
protagonisti Florio e Biancifiore, il primo figlio del re spagnolo,
la seconda una trovatella che era stata portata a corte dopo
essere stata strappata ai genitori, due patrizi romani, durante
un loro pellegrinaggio a San Jacopo di Compostella. Nel
Filocolo, Boccaccio immagina una serie di racconti d’amore che
vengono proposti nella corte napoletana a Florio per
consolarlo, mentre è impegnato a ricercare Biancifiore. Tale
ampia digressione è ritenuta giustamente come anticipazione
di quel racconto cornice che caratterizzerà il Decameron.
Stava componendo a Napoli il “Teseida”, poemetto in ottave, in
dodici libri, che raccoglie gli amori di Arcita ed Emilia alla corte di
Teseo, quando dovette trasferirsi a Firenze. Qui terminerà il
poemetto che propone una complicata storia d’amore e di amicizia:
Arcita e Polemone, due amici, amano la stessa fanciulla, Emilia,
decidono allora di affrontarsi in un duello. Vince Arcita, ma cadendo
da cavallo riporta una ferita mortale. Allora, poco prima di spirare,
affida l’amata a Polemone. Sia “Il Filostrato”, sia “Il Teseida”,
rientrano nel terzo filone della poesia ciclica, di contenuto classico.
Occorre notare però che gli eroi dell’antichità hanno assunto
atteggiamenti propri dei cavalieri medievali.
Al periodo fiorentino, invece, si fa risalire un esempio di romanzo
psicologico a motivo autobiografico, intitolato “Elegia di madonna
Fiammetta”. Panfilo è dovuto partire e ha lasciato a consumarsi di
dolore e gelosia Fiammetta. La donna lontana dall’amato si strugge
di malinconia e si dispera. A parti rovesciate Boccaccio concretizza
il suo stato d’animo rispetto a Maria d’Aquino.
Sempre allo stesso periodo si fanno risalire il “Ninfale fiesolano” e il
“Ninfale d’Ameto”. Il primo è un poemetto in ottave che racconta la
storia d’amore tra il pastore Africo e la ninfa Mensola. Si tratta di un
poemetto che propone un mito eziolgico; il secondo, invece, è
un’opera in prosa e in versi, in cui viene celebrata la potenza
dell’amore. Ameto è un uomo rozzo, ma viene ingentilito dall’amore
per Lia.
Il capolavoro del Boccaccio è, però, il Decameron, una raccolta di
100 novelle incastonate dentro un racconto-cornice, secondo la
tradizione che nel Medioevo imponeva di ordinare la produzione
novellistica. L’opera è in prosa e propone le novelle create
dall’autore, quelle riprese e rielaborate dalla tradizione popolare, o
dalla storia. Il racconto è costituito da un doloroso avvenimento: la
peste, che infuria a Firenze mietendo vittime, costringe tre giovani e
sette fanciulle che si sono ritrovati in chiesa, a decidere una fuga in
campagna. Qui, inseriti in un locus amoenus, tra le altre cose,
s’intrattengono in “bei conversari”: ogni giorno viene nominato un
re o una regina, che stabilisce il tema dei racconti. Tutti sono
obbligati a rispettarlo, eccetto Dioneo, che narra a contenuto libero.
Il giorno dell’elezione a re di Dioneo tutti narrano a tema libero. Il
soggiorno in campagna dura 14 giorni; il venerdì e il sabato,
considerati giorni di preghiera e penitenza, l’allegra brigata si
astiene dal raccontare.

Anche limitandomi a considerare tali risultanze letterarie, ritengo


che sia assolutamente chiaro che la letteratura del Boccaccio non
ha secondi fini oltre a quello ben visibile dell’intrattenimento.
La sua letteratura, infatti, mira a dilettare, a divertire, ad
intrattenere, mentre rinuncia a svolgere tematiche morali e
politiche.
La lettura delle 100 novelle ci permette di ricostruire alcuni aspetti
della personalità artistica ed umana di Boccaccio.
Diversamente da Dante e dal Petrarca, che provenivano
rispettivamente dall’aristocrazia fiorentina di antica data e dagli
ambienti impiegatizi, che operavano per conto del papato,
Boccaccio è il primo intellettuale borghese con tutte le peculiarità e
con tutte le caratteristiche che una tale definizione comporti.
Pertanto se Dante piega la sua opera letteraria a svolgere temi di
vostro respiro come quello politico, quello morale e quello religioso,
finendo per proporsi come guida dell’umanità sulla via del sommo
Bene, se poi il Petrarca utilizza la sua produzione poetica per
scandagliare la sua anima e esprimerne i moti, i sogni, le
inquietudini, le ansie, le delusioni personali, il Boccaccio rifugge da
tutto ciò e chiede alla sua arte di rappresentare la realtà e far
rivivere tipi umani, che esprimono vizi e virtù, pregi e difetti di tutti
gli uomini. Felice è la rappresentazione che è stata data dal
Boccaccio: “Sta come alla finestra, curiosando tra i vicoli e le vie di
una Firenze piena di vita e popolata da un gran numero di individui
scaltri, spiritosi, avidi, lussuriosi.” Opportunamente, dunque, il De
Sanctis definì il Decameron la “Commedia Umana”, riconoscendole
la capacità di descrivere e proporre un mondo autentico, affollato
da un’umanità multiforme e varia, che generalmente chiede alla
vita il diritto di divertirsi, di essere felice, senza particolari scrupoli
religiosi.
Il Boccaccio, infatti, fino alla maturità, riesce a rimuovere dalla sua
coscienza inquietudini religiose. Sembra si aspetti dal suo tempo la
possibilità di godere le gioie terrene, siano esse legate alle tante
avventure amorose, siano, invece, volte a sfruttare agi e comodità
di una società che sa garantire talvolta una qualità di vita superiore.
Opportunamente il poeta e regista Pierpaolo Pasolini ha osservato
che senza il Boccaccio si sarebbe avuta un’immagine parziale del
Medioevo, colto da una prospettiva aristocratica e ancorato a un
quadro sociale caratterizzato dalla classe dominante.
Il Boccaccio, invece, allarga il suo raggio di osservazione e
coinvolge strati sociali come la borghesia e l’artigianato cittadino,
fino ad arrivare al proletariato urbano, che risultano descritti in
modo veritiero e trovano spazio nei soggetti letterari.
Per questo accanto alle figure eroiche e grandiose di Dante
Alighieri, accanto a una concezione esistenziale che esalta
l’individualismo, così come ci risulta dalle opere del Petrarca,
nell’opera del Boccaccio ci è dato trovare tutto il genere umano.
Boccaccio, infatti, si cura solo ed esclusivamente di rappresentare
l’uomo sul palcoscenico della vita, ora cittadina, ora feudale, ora
contadina. Non ha, invece, alcuna sensibilità religiosa, come si
evince dalle novelle in cui critica il fanatismo, la superstizione,
l’apprensione delle coscienze, attraverso la menzogna. I religiosi
sono lussuriosi, furbi, senza scrupoli. La loro parola è sempre
mistificazione della verità, volta ad ingannare la gente credulona.
Ironizza spesso sulla questione delle reliquie, della facilità con cui
s’innalzano fior di farabutti agli onori degli altari.
Anche in materia politica il Boccaccio appare generico e
superficiale. Crede nell’istituzione comunale e vi si pone al servizio
come ambasciatore, ma non ha una coscienza politica vera e
propria, anzi sembra mosso più dal campanilismo che dalla
coscienza storica di appartenere ad un preciso sistema politico.
Sul piano sociale è consapevole del crescente ruolo della borghesia
nella penisola e in tutto l’Occidente; ciò nonostante avverte come
un senso di ammirazione per l’aristocrazia, di cui apprezza la
capacità di vivere la vita in modo elegante e raffinato, nonché lo
spirito di cortesia e di munificenza. Se la borghesia è la classe cui
dedica maggior spazio nel Decameron, l’aristocrazia rappresenta
per lui l’ideale cui vorrebbe pervenire.
L’amore è uno dei temi più ricorrenti insieme con la beffa nel suo
capolavoro. Esso viene rappresentato in tutte le sue sfaccettature:
ora come desiderio carnale e gioco erotico e sensuale, ora come
torbida passione, ora come gioioso legame affettivo privo di pudore,
ora come sentimento cortese, ora come ostinazione e conquista,
ora come torbida passione, ora persino come morboso
attaccamento all’innamorato.
La beffa, invece, risponde a un pregiudizio ideologico proprio
dell’autore, il quale crede che l’umanità sia divisa in due categorie:
scaltri, furbi, intelligenti, da una parte, ingenui, creduloni, sciocchi,
dall’altra. Questi ultimi sembrano posti sulla Terra per divertire e
rallegrare i primi, ai quali va naturalmente la simpatia dello
scrittore. L’intelligenza è, secondo lui, insieme con la fortuna, il
motore della storia.
Nessuna meraviglia di fronte a una tale asserzione, se pensiamo
che questa è la tesi comune a tutto il mondo borghese. La fortuna è
un’entità indefinibile, se pensiamo alla provvidenza medievale. Si
tratta, infatti di una forza imprevedibile, casuale, capricciosa,
perché ora ti rivolta le spalle, poco dopo ti arride.
Il Decameron diventa epopea della borghesia laddove descrive
l’intraprendenza, il coraggio, lo spirito d’avventura, l’avidità di
denaro, della classe mercantile.
Mercanti e banchieri girano in lungo e in largo l’Europa continentale,
solcano senza paura i mari del bacino del Mediterraneo, visitano
paesi e popoli mai conosciuti, mossi soltanto dall’ansia di
concludere buoni affari e dalla fiducia di riuscire a fronteggiare
qualsiasi imprevisto.
Le novelle più significative a tale proposito sono:
• Andreuccio da Perugia; del filone
• Laudolfo Rufolo; mercantile
• Elisabetta da Messina;
• Simona e Pasquino; del filone erotico - sentimentale
• Nostagio degli onesti;
• Federigo degli Alberighi;
• Sei Ciappelletto; del filone dissacrante
• Frate cipolla; della fede religiosa
• Chichibio; del filone delle
• Calandrino e l’Elitropia; beffe
• Cisti fornaio del filone sociale, che rappresenta
la contiguità
tra borghesia e aristocrazia

Personalità e gusto letterario del Boccaccio

Il terzo grande poeta del Trecento, dopo Dante e il Petrarca, fu


Giovanni Boccaccio. Pochi anni separano questi tre importanti autori
della letteratura italiana; ciò nonostante essi rivelano una
personalità, interessi letterari, una formazione culturale e modi di
pensare alquanto diversi. Per spiegare tale diversità, secondo il mio
parere, basta riferirci alla diversa situazione sociale nel cui contesto
i tre operano.
Dante, infatti, discende da una famiglia aristocratica, che lascia
tracce marcate sulla sua educazione rigorosa e sul suo carattere
altero.
Il Petrarca, vivendo alla corte pontificia di Avignone, ha modo di
assimilare vasti interessi letterari e di partecipare di un’eleganza e
di una raffinatezza di tratto, che non hanno nulla da invidiare allo
stile nobiliare, specie per quel che riguarda l’inclinazione
all’illusione, al sogno, al desiderio mai pago di studiare e conoscere,
al gusto di vivere esperienze, sensazioni non comuni. Conseguenze
di queste esperienze di vita è una formazione umana e culturale di
vostro respiro, complessa e varia, che rende, quindi, sia Dante sia
Petrarca, grandi.
Al contrario il Boccaccio proviene da una famiglia borghese; infatti è
figlio di un banchiere, un tale Chellino Boccaccio; il quale è in affari
con la potente Banca dei Bardi. Cresciuto nell’ambiente mercantile
ed affaristico, deriva alcuni tratti che caratterizzano la borghesia
emergente in Firenze: concretezza d’ingegno, vivacità e gioia di
vivere, spensieratezza e sfrontatezza, attenzione viva verso la
realtà che lo circonda, inclinazione al sorriso.
Tali caratteristiche sono facilmente riscontrabili dal momento che il
Boccaccio sa trasfonderle nei molti personaggi, che la sua
intelligenza e la sua fantasia riescono a creare e a proporci
soprattutto nel Decameron. Quest’opera si rivela ad un attento
lettore essenzialmente come l’epopea della borghesia del Trecento.
Se è vero, infatti, che non mancano nel capolavoro del Boccaccio
personaggi aristocratici, è pur vero che essi sono nettamente
sovrastati dalle molte figure borghesi che finiscono per occupare in
maniera preponderante un maggior spazio ed una più netta
rilevanza artistica.
Leggendo le sue opere si ha la sensazione che dalle pagine del suo
capolavoro emerga un mondo che fino ad allora era rimasto escluso
dalla letteratura: il Medioevo rivela per così dire l’altra faccia, quella
caratterizzata da un’umanità che insegue la ricchezza, la felicità, il
successo, che non sa rinunciare alle gioie terrene, alle passioni, agli
svaghi.
Non a caso il De Sanctis ebbe a definire il Decameron la Commedia
umana. Scorrendo le pagine che l’antologia propone e
richiamandomi alle indicazioni e alle spiegazioni dell’insegnante, mi
appare chiaro che in ognuno di questi personaggi il Boccaccio ha
inserito una parte del suo mondo interiore, che si rivela privo delle
tensioni spirituali proprie di Dante, sgombro dei laceranti dubbi,
delle malinconie e dell’inquietudine propria del Petrarca.
Il Boccaccio, infatti, non avvertì in modo drammatico il problema
metafisico, la sua attenzione ed il suo interesse furono rivolti a
studiare e ad analizzare quel mondo cittadino che gli appariva
brulicante di vita. Diventò così non il cantore veggente del destino
ultramondano dall’uomo come Dante, né il commosso poeta che
scruta nelle pieghe della propria anima come il Petrarca, ma il
narratore attento ad una realtà varia, movimentata; l’esaltatore
dell’intelligenza e della perspicacia umana.
A questo scopo preferì la prosa, in quanto strumento espressivo più
maneggevole rispetto alla poesia.
Passando ad analizzare altri aspetti della personalità del Boccaccio
credo che meriti un’attenzione particolare la sua formazione
letteraria. Al pari degli altri due grandi poeti, studiò e lesse molte
opere degli autori classici, ma senza l’impostazione critica del
Petrarca e senza la vastità di lettura dell’Alighieri.
Del resto era un autodidatta e leggeva in modo contuso e
disordinato, affiancando a queste letture l’interesse per il volgare e
la produzione franco – provenzale.
Ultimo aspetto della sua personalità che merita di essere trattato è
quello relativo alla concezione dell’amore.
A differenza di Dante che considerava l’amore per Beatrice un
tramite per elevarsi a Dio ed un anelito di perfezione morale, sogno
di un’anima casta e pura; diversamente dal Petrarca che descriveva
l’amore per Laura come struggente desiderio, come fonte di gioia o
causa di dolore e che pur sempre idealizzava l’oggetto dell’amore; il
Boccaccio concepì l’amore per Fiammetta come prorompente
passione, come desiderio focoso e sensuale. Da qui derivano le
gelosie, i litigi, nonché i momenti di abbandono e di esaltazione.
Fiammetta è essenzialmente una donna capricciosa, volubile,
possessiva, gelosa, leggera, capace di amare appassionatamente,
ma anche di ordire tradimenti. Come sono lontane le figure di
Beatrice e Laura!
L’una creatura angelica, impassibile ed astratta, l’altra più reale, ma
per sempre idealizzata in quella bellezza e castità che la elevano in
una sfera superiore.
Per concludere, per riconoscendo al Boccaccio una sfera di interessi
meno ampia, egli ci appare non meno importante e valido rispetto
alle altre due personalità che dominavano la letteratura delle
origini. A conferma di ciò basti considerare che ancora oggi il
Decameron è tradotto in moltissimi lingue ed è studiato con
grandissimo interesse.
REALISMO DELLA NARRATIVA DEL BOCCACCIO

La fama di Giovanni Boccaccio è indiscutibilmente legata al


successo che fece registrare il Decameron già al momento della sua
pubblicazione, avvenuta tra il 1351 ed il 1353. Quest’opera
riconosciuta tuttora unanimamente come il capolavoro del
Certaldese è costituita da cento novelle, unite insieme in una
“cornice” narrativa che serve a dare unità alla vasta e multiforme
materia.
Anche un lettore distratto, leggendo alcune novelle del Decameon
non può fare a meno di notare la diversità e la varietà dell’opera,
specialmente se ha ancora nella mente gli echi ed i motivi delle
composizioni del Petrarca e dell’Alighieri.
Il Decameron, infatti, disegna una realtà completamente diversa
rispetto a quella che emerge dalla produzione letteraria di Dante e
dal Canzoniere del Petrarca. Se Dante in molte occasioni giunse a
disprezzare la borghesia affaristica ed avventuriera del suo tempo,
condizionato dalla sua estrazione aristocratica, che gli impediva di
riconoscere l’importanza della nuova classe sociale, se il Petrarca
rimase sostanzialmente indifferente di fronte ai mercanti e ai
banchieri, che prosperavano ed accumulavano ingenti ricchezze,
tutto compreso dal conflitto interiore che estenuava la sua
esistenza ed informava la sua poesia, il Boccaccio, invece, guarda
con attenzione a questa nuova realtà sociale, da cui derivano
personaggi e situazioni per il suo capolavoro. Alla luce di tali
considerazioni, ben a ragione, secondo la mia opinione, Vittore
Branca parla del Decameron come dell’epopea dei “mercanti”. Il
Boccaccio, infatti, cresciuto nell’ambiente mercantile ed affaristico
di Firenze, rivela subito una grande attenzione verso questo mondo
borghese, del quale non può fare a meno di notare l’ingegnosità, la
vivacità e la gioia di vivere, l’inclinazione al sorriso e la sfrontatezza,
lo spirito d’avventura e l’assenza di qualsiasi scrupolo morale.
Quindi a questa umanità che esalta come ideale di vita la ricerca
continua dell’utile, che respinge qualsiasi preoccupazione
metafisica, fortemente ancorata com’è alla realtà terrena, di cui
vuol godere gioie e piacere, il narratore assegna il ruolo di
protagonista del suo capolavoro. Nel Decameron, in verità, non
mancano neppure figure aristocratiche, personaggi “cortesi”, come
Federico degli Alberighi, oppure popolani come Cisto il fornaio;
tuttavia è innegabile che predominano in modo netto figure di
commercianti senza scrupoli, di speculatori, di usurai, di truffatori,
vale a dire quella tipologia umana che nel corso del Trecento,
puntando sull’intelligenza e sull’operosità, era riuscita ad occupare
la scena della vita economica e sociale. Le novelle del Boccaccio,
pertanto, nella loro stragrande maggioranza sono rivolte a
rappresentare realisticamente questa umanità alle prese con i
problemi di tutti i giorni. In questo modo l’opera finisce per essere
un importante documento delle avventure e degli imprevisti, delle
vicende o delle fortune dei commercianti, come accade nella
novella “Andreuccio da Perugia”. In questa novella il realismo
narrativo del Boccaccio si fa forte dell’esperienza diretta che
l’autore ebbe di questo mondo di affaristi ingenui e di truffatori
senza scrupoli. Basti ricordare, infatti, che durante la pratica
commerciale condotta a Napoli, il Boccaccio dovette proprio
frequentare quegli ambienti, che poi proporrà come sfondo delle
vicende di Andreuccio. Ma il Boccaccio non si limita a narrare le
avventure dei mercanti, si appropria anche, entro certi limiti, della
loro ideologia, del loro ottimismo; ne esalta l’intraprendenza,
l’astuzia e talvolta persino i vizi. Partendo da tali considerazioni
posso quindi affermare che questo ceto sociale emergente irrompe
nella “commedia umana” del Decameron e la domina con la sua
esuberante vitalità. Il grande scrittore toscano riuscì in questo modo
a rendere il Decameron veramente specchio del mondo. Per il taglio
realistico di molte di queste novelle si può affermare che scorre
davanti agli occhi del lettore la “realtà” quotidiana della Firenze del
’300 con i suoi fondachi, le sue contrade, i suoi personaggi spiritosi
e truffaldini. E’ comunque un realismo che non indugia, se non di
rado, sul paesaggio e sull’ambiente, anzi è tutto rivolto a cogliere
nella loro vera essenza i tipi umani che affollano gli operosi comuni
toscani del Trecento. In conclusione grazie all’opera del Boccaccio è
possibile ai lettori conoscere l’altro volto “dell’autunno medievale”.

ASPETTI FORMALI

Chi studia l’opera del Boccaccio non può fare a meno di notare che
è la prosa, il linguaggio artistico più congeniale al certaldese. E’
vero, infatti, che scrive molte opere anche in versi, ma il suo
capolavoro è composto attraverso un linguaggio formale che si
caratterizza per i periodi lunghi, per un’esposizione ampia e
complessa di concetti, o semplicemente di pensieri, che la lirica non
avrebbe potuto esprimere.
La prosa, infatti, si piega meglio a realizzare quella
rappresentazione così varia e mutevole della realtà che altrimenti
sarebbe rimasta inespressa, soffocata dal rigore della poesia. Inoltre
la fertilità poetica si trasferisce nel linguaggio prosaico e in questo
modo la parola scritta in libertà assume significati ambigui e
suggestivi, che rappresentano la componente più significativa
dell’invenzione artistica.
Se si vogliono cercare elementi e termini di paragone tra la prosa
del Boccaccio e precedenti esperienze letterarie, viene naturale
pensare alla lingua latina ciceroniana. Il periodo, infatti, si sviluppa
con una preferenza per l’ipotassi (principale + subordinata), che
consente una costruzione organica e ben strutturata di lunghi
periodi. Dal punto di vista del lessico lo scrittore si rifà, invece, al
fiorentino parlato che viene elevato a dignità letteraria dalla sua
arte. E’ stato osservato, giustamente, che il repertorio lessicale col
Boccaccio si amplia notevolmente. Ciò trova una facile spiegazione:
lo scrittore appartiene alla borghesia, che ha notoriamente un
approccio meno codificato e rigoroso con la lingua d’arte, per
l’abitudine di usare molto il dialetto vivo. A ciò si aggiunge il fatto
che i realismo del Boccaccio sviluppa notevolmente il campo
d’indagine letteraria, cosicché oggetti, situazioni, azioni insolite
nella letteratura tradizionale, si impongano nel linguaggio scritto.
Ma non meno a dettare questa varietà e vivacità della lingua
interviene la fantasia ridanciana dell’autore laddove si diverte a
inventare epiteti e termini che hanno l’intento d’ispirare un effetto
comico esilarante.