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DANTE ALIGHIERI E FRANCESCO PETRARCA

Con Dante Alighieri Francesco Petrarca è il poeta più rappresentativo del Trecento.
Più giovane dell’autore della Divina Commedia di poco meno di quarant’anni, rivela una personalità artistica ed un
profilo umano profondamente diversi.
Se il primo è il poeta delle certezze, l’uomo alieno da ogni compromesso, l’intellettuale coinvolto nella lotta politica del
Comune di Firenze prima, della penisola dopo, disposto a testimoniare con l’esilio l’ingiustizia patita, il Petrarca è
invece il poeta del dubbio, lacerato com’è dal dualismo cielo-terra che tormenta la sua anima, l’artista raffinato che
rivolge tutte le sue energie all’attività poetica e agli studi, dando così vita alla figura dell’intellettuale professionista, che
pretende ospitalità e protezione dai Signori.
Se l’opera dantesca, almeno quella dopo l’esilio, è tutta piegata ad assolvere una funzione educativa, proponendosi ora
di diffondere il sapere tra gli strati sociali emergenti, ora di tracciare il percorso ideale per guidare l’umanità dalla selva
oscura del peccato e dai conflitti terreni fino alla visione di Dio, Sommo Bene, la vasta produzione petrarchesca,
invece, risulta per lo più orientata ad esprimere e svelare la tensione morale e spirituale, le inquietudini, le aspirazioni,
le angosce, i dubbi, i sogni che agitano e tormentano la sua anima.
Alla luce delle considerazioni fin qui fatte è naturale chiedersi come si spieghino queste e altre differenze.
Certamente Dante è tutto, o quasi, calato nella cultura medievale; la sua educazione morale e letteraria non può
prescindere dalla filosofia e dalla teologia del Medioevo, che assegnano all’individuo un destino ultramondano. La vita
terrena, anche per lui, non è altro che preparazione a quella celeste, per cui l’uomo vive sulla terra esule dalla vera vita,
cui aspira a ritornare.
Il suo rapporto con il mondo classico è superficiale e condizionato dai pregiudizi del tempo, che impongono una lettura
allegorica della letteratura latina.
Petrarca, invece, non sa sottrarsi al fascino delle cose terrene, che attirano la sua anima non meno delle cose celesti.
Egli avverte il fascino della bellezza, il piacere della gloria, il richiamo dell’agiatezza e la voce della passione, ma al
tempo stesso giudica tutto ciò effimero, caduco destinato a svanire come breve sogno. Sa al contrario che Dio e il
destino celeste dell’uomo contano di più; e così si consuma tra il proposito di staccarsi dalle gioie terrene e il richiamo,
che esse esercitano sulla sua anima.
Tale ambiguità spirituale si spiega col fatto che la sua educazione si muove lungo due percorsi culturali inconciliabili.
Il Medioevo per lui rappresenta non, già come per Dante, la continuità dell’età classica, ma la rottura, la soluzione di
continuità che ha il potere di stravolgere valori e ideali secolari.
Da qui la consapevolezza che classicità e cristianità non sono conciliabili, l’una celebrando i valori terreni, l’altra quelli
celesti.
La sua cultura, ugualmente basata sui classici latini e sugli scritti della patristica, è attraversata inevitabilmente da una
contraddizione che provoca sofferenze e tormenti, angosce e pene.
L’opera più significativa e più idonea a rappresentare tale lacerazione spirituale è il “Secretum”: un trattato morale
proposto in tre libri e sotto forma di dialogo.
Nel prologo l’autore immagina che la Verità gli appaia in figura umana e lo affidi a Sant’Agostino, lo scrittore cristiano-
latino che egli ama di più ed elegge a propria guida spirituale, perché sa che anche lui ha dovuto faticare a liberarsi dalle
attrattive e dai piaceri della terra.
Il dialogo fra i due dura tre giorni, tanti quanti sono i libri.
Nel primo libro Agostino aiuta il Petrarca ad individuare le ragioni della sua infelicità, rivelandogli che essa scaturisce
dalla mancanza di volontà, che gli impedisce di durare nel proposito di conseguire il bene e nell’assenza di una seria
meditazione sulla morte.
Nel secondo il poeta ammette le sue debolezze e soprattutto insiste sull’accidia (oggi si direbbe depressione), che
suscita in lui uno stato d’animo di insoddisfazione e di malinconia, nonché di inettitudine morale.
Nel terzo libro Francesco difende appassionatamente quelle che Agostino identifica come le sue due colpe più gravi e
pericolose: l’amore per Laura e la brama di gloria.
Fintantoché non riuscirà a liberarsi da questi mali, Petrarca – secondo Sant’Agostino- non potrà ritrovare la pace e la
felicità, che solo la fede, la preghiera e la meditazione spirituale possono garantirgli.
A ben vedere Sant’Agostino è l’alter ego, l’altra faccia di Petrarca, la sua coscienza, la parte più nobile dell’io, che ha il
coraggio di svelargli le debolezze dell’uomo.
Più che di un vero dialogo si tratta, quindi, di un monologo, che permette al poeta di promuovere uno spietata
autoanalisi, volta a far emergere le debolezze del suo carattere e le contraddizioni delle sue aspirazioni.
Dal “Secretum” emerge così un uomo che conosce il meglio, ma al peggior s’appiglia.
Laura incarna ai suoi occhi tutte le attrattive della vita terrena; non è quindi la donna-angelo dello Stilnovo, che aiuta il
poeta ad elevarsi spiritualmente; ella invece lo lega all’esperienza terrena, che è ugualmente appagante e piena di
fascino, seppure fugace.
E’ stato opportunamente affermato che il Petrarca usa le sue opere per scandagliare il suo animo, per svelare “sé a sé
stesso”. In questo atteggiamento di introspezione psicologica, peraltro riproposto nel Canzoniere, consiste la parola
modernità del poeta aretino.

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