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Governare e riformare l’impero

al momento della sua divisione


Oriente, Occidente, Illirico

a cura di Umberto roberto e LaUra meceLLa


GOVERNARE E RIFORMARE L’IMPERO
AL MOMENTO DELLA SUA DIVISIONE

ORIENTE, OCCIDENTE, ILLIRICO


COLLECTION DE L’ É C O L E FRANÇAISE DE ROME
507

GOVERNARE E RIFORMARE
L’IMPERO AL MOMENTO
DELLA SUA DIVISIONE
ORIENTE, OCCIDENTE, ILLIRICO

A cura di Umberto ROBERTO e Laura MECELLA

ÉCOLE FRANÇAISE DE ROME


2016
Governare e riformare l’Impero al momento della sua divisione : Oriente,
Occidente, Illirico / a cura di Umberto Roberto e Laura Mecella
Rome : École française de Rome, 2016
(Collection de l’École française de Rome, 0223-5099 ; 507)
ISBN 978-2-7283-1127-9 (br.)
ISBN 978-2-7283-1128-6 (EPub)

1. Rome -- 379-455 (Théodosiens) -- Politique et gouvernement 2. Rome --


455-476 -- Politique et gouvernement 3. Rome -- Politique et
gouvernement -- 5e siècle 4. Empire byzantin -- Politique et gouvernement --
jusqu’à 527 I. Roberto, Umberto II. Mecella, Laura

CIP – Bibliothèque de l’École française de Rome

Released by fagiolo


ISO/CD 9706

© - École française de Rome - 2016


ISSN 0223-5099
ISBN 978-2-7283-1127-9
PARTE PRIMA

IL GOVERNO DELL’IMPERO
NEL V SECOLO
UMBERTO ROBERTO

INTRODUZIONE

Il convegno « Governare e riformare l’Impero al momento della


sua divisione : Oriente, Occidente, Illirico / Gouverner et réformer
l’Empire à l’épreuve de sa partition : Orient, Occident et Illyricum »
(Roma, 26-27 settembre 2011) si inserisce nella cornice di un più
generale programma di ricerca dell’École française de Rome, inti-
tolato « Riformare la città e l’impero / Réformer la cité et l’Empire :
initiative politique et processus de décision ». Il programma si è
sviluppato tra il 2008 e il 2011 per iniziativa del prof. Yann Rivière,
allora Directeur des études pour l’Antiquité dell’École française de
Rome. Dopo una prima table ronde sulla giurisprudenza e gli sforzi
di codiicazione in età tardoantica (2009), altri incontri sono stati
dedicati rispettivamente all’amministrazione e alle riforme di età
repubblicana, da Appio Claudio ino all’età di Cicerone ; al rapporto
tra ilosoia e prassi politica ; alla storia del lusso e alla genesi e
sviluppo delle leggi suntuarie. A questa prospettiva di analisi tema-
tica è stata afiancata una veriica delle modalità e delle strategie di
« riforma » delle città e dell’impero in congiunture storiche precise.
Per questa ragione, dopo un incontro dedicato all’epoca augustea,
d’accordo con il collega e amico Yann Rivière, si è pensato di dedi-
care un evento di studio e di confronto alla crisi del V secolo d.C. In
particolare, si intendeva analizzare le attività di governo che resero
possibile il diverso destino delle due Partes dell’impero tardoantico
sotto la pressione dei problemi che investirono il mondo romano
nel periodo dalla morte di Teodosio I (395) al regno di Anastasio
(491-518).
Come noto, al termine di questo percorso v’è una drastica
cesura : la ine dell’unità politica del Mediterraneo antico. L’impero
d’Occidente sparisce deinitivamente come istituzione politica
nell’agosto 476. Al suo posto, rimane una frammentazione di
regni romano-barbarici, che costituiscono straordinari laboratori
dove culture diverse interagiscono per la formazione di una realtà
nuova, l’Europa medievale. Alla frammentazione dell’Occidente si
contrappone la ristrutturazione e la riorganizzazione dell’impero
romano d’Oriente. Non v’è dubbio che questo esito dipende tanto
dalle diverse condizioni economiche, sociali e culturali che carat-
8 UMBERTO ROBERTO

terizzano le due grandi aree dell’impero tardoantico ; quanto dalla


diversa risposta dei governi delle due Partes alla crisi del mondo
mediterraneo nei primi decenni del secolo. Da qui l’interesse per il
periodo nell’ambito del programma « riformare la città e l’impero ».
Obiettivo dell’incontro di studio è stato quello di concentrare l’at-
tenzione sulle diverse scelte di governo, sulle linee di riforma
adottate per consolidare le istituzioni e fronteggiare la crisi. Si è
scelto, in particolare, di privilegiare la prospettiva dell’Oriente, allo
scopo di indagare e approfondire le scelte politiche che, attuan-
dosi in un contesto sicuramente più solido rispetto all’Occidente,
consentirono a questa parte dell’impero di superare l’emergenza.
Ma, ovviamente, non si è trattato solo di individuare prassi poli-
tiche e di valutarne i risultati ; o di veriicare la capacità del governo
d’Oriente di pianiicare e realizzare riforme adeguate alle side
dei tempi (si veda sulla questione il contributo di S. Destephen).
Grande importanza hanno rivestito in questa indagine anche le
personalità, gli uomini, i gruppi di potere, che hanno reagito, con
eficacia maggiore o minore, alle urgenze del loro tempo.
Come già nel corso del terzo secolo, così pure nei primi decenni
del V secolo, la crisi si presentò soprattutto come emergenza mili-
tare. Per tale ragione, è stata data particolare attenzione alla capa-
cità di risposta militare dell’Oriente romano. In generale, vi fu sicu-
ramente la necessità di difendere l’unità dell’impero mediterraneo
– esigenza che appare condivisa almeno ino alla fallita spedizione
di Basilisco contro i Vandali nel 468 ; ma ancor più urgenti per
le due Partes furono le strategie per garantire la propria sopravvi-
venza. Per l’Occidente si trattava di lottare contro le popolazioni
barbariche che – ormai penetrate nelle province – minacciavano
l’integrità dell’impero ; allo stesso tempo, occorreva reagire anche
contro gli usurpatori che sfruttavano l’emergenza e le tendenze
centrifughe delle province. Per l’Oriente, si rivelò in tutta chia-
rezza la questione di un controllo delle due frontiere maggior-
mente esposte ai pericoli : la frontiera con il nemico più temibile,
la Persia sasanide ; e la frontiera danubiana, dove la formazione
dell’impero degli Unni costrinse il governo imperiale a mantenere
sempre vigile la sorveglianza. Ma il controllo delle frontiere orien-
tali fu reso possibile anche grazie alle riforme che consentirono
la riorganizzazione dell’esercito, secondo linee di intervento che
misero a frutto le esperienze di terribili conlitti (temi sviluppati
nei due contributi di A. Lewin e S. Janniard). L’esercito annien-
tato ad Adrianopoli nell’agosto 378 era, infatti, quello d’Oriente.
Nonostante la catastrofe militare, durante il V secolo la Pars Orientis
riuscì a riprendersi, dominando e attenuando fenomeni preoccu-
panti come la barbarizzazione, la formazione di eserciti privati agli
ordini di potenti generali, lo sbandamento dell’esercito regolare, la
INTRODUZIONE 9

prevaricazione del potere militare sull’autorità civile. Come eviden-


ziano le vicende di Ricimero, Oreste, Odoacre, si tratta di problemi
gravissimi che l’impero d’Occidente non riuscì a risolvere, non solo
per mancanza di risorse economiche. D’altra parte, per sostenere
lo sforzo difensivo furono determinanti anche le scelte delle alle-
anze e l’attività diplomatica. Casi emblematici, al riguardo, sono
la vicenda degli accordi tra il governo d’Oriente e le tribù arabe ; la
gestione dei foederati nell’area danubiana ; in alcuni periodi, anche
i rapporti diplomatici con i Vandali e i Persiani. È da notare che il
dibattito sull’etnogenesi dei popoli barbarici e il ruolo delle cultura
romana in questo processo non ha ancora del tutto evidenziato la
capacità della cultura orientale di penetrare con diversa lucidità
l’identità delle popolazioni « barbariche ». Ne sono un rilesso la
suggestiva profondità delle analisi di Olimpiodoro, Prisco, Malco,
Procopio di Cesarea, Giovanni Antiocheno, intellettuali e uomini
attivi nell’amministrazione dell’impero d’Oriente.
È evidente che le strategie dell’Oriente romano nel V secolo
si rivelarono particolarmente eficaci, soprattutto per la capacità
di gestire il conine danubiano e mantenere il controllo dell’area
balcanica. Lo studio di quest’area, e dei rapporti tra governo
centrale e popolazioni barbariche nel territorio, è una delle chiavi
di lettura per comprendere il « successo » dell’Oriente nel risol-
vere la crisi (al riguardo si vedano i contributi di G. Zecchini e
A. Laniado). D’altronde, l’importanza dell’Illirico non è legata
solo alla sua realtà di terra dove forte era la presenza dei barbari,
coinvolti peraltro in un enorme processo di etnogenesi. L’Illirico
è anche una frontiera politica e culturale tra Occidente e Oriente
dell’impero, tra due idee di governo e di amministrazione ; tra due
culture, la latina e la greca che convivono e interagiscono. Anche
in questo caso, oltre alle linee generali dell’attività politica, è fonda-
mentale lo studio dei personaggi che hanno rivestito un ruolo nella
costruzione di questo equilibrio. Particolare interesse ha susci-
tato l’attività dell’alano Aspar che, per molti tratti, rappresenta
una igura ancora da approfondire. Aspar fu uomo dalla brillante
carriera nell’esercito e capace mediatore tra governo imperiale e
barbari ; ma anche capo di un vasto gruppo di potere politico-mili-
tare che condizionò la politica dell’Oriente, anche verso l’Occidente
dell’impero, per decenni. E tuttavia, nonostante la sua potenza,
Aspar non ebbe successo nelle sue strategie di uomo politico e
leader dei barbari al servizio dell’Oriente romano. Ne consegue che
il confronto tra la condizione di Aspar e quella dei suoi colleghi
d’Occidente – Stilicone, Aezio, Ricimero – contribuisce a chiarire i
diversi equilibri nel rapporto tra gerarchie militari, milizie barba-
riche e governo imperiale nelle due Partes. Per ragioni organizza-
tive, e per garantire un’articolazione organica al convegno, non è
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stato possibile approfondire troppo le analogie e le differenze tra


Aspar e i suoi emuli in Occidente (si veda comunque il contributo
di T. Stickler al riguardo ; e quello di A. Laniado). Sia suficiente
sottolineare che lo studio dell’ascesa e del drammatico fallimento
di Aspar rappresenta uno strumento formidabile per comprendere
il diverso contesto politico e culturale nel quale fenomeni analoghi
si svilupparono tra Oriente e Occidente. I generali di stirpe barba-
rica d’Occidente, tanto a livello locale, quanto poi a livello di potere
centrale (con Ricimero e Odoacre), riuscirono nell’impresa di
sgretolare l’autorità e la capacità di intervento dell’imperatore. In
Oriente questo non fu possibile. Tra le forze che contribuirono ad
attenuare lo strapotere aggressivo delle élites barbariche vi fu sicu-
ramente la potente ed eficiente burocrazia, palatina e periferica,
espressione del mondo delle vitali e prospere città d’Oriente (un
contesto politico peculiare presentato nel contributo di F. Haarer).
In presenza di un’élite militare frammentata in gruppi diversi –
spesso ricollegabili alle diverse etnie che prestavano servizio nell’e-
sercito d’Oriente : Germani, ma anche Isauri, Armeni, personaggi
di area mesopotamica, etc. – esiste nell’impero d’Oriente una buro-
crazia potente e capace di inluenzare l’imperatore nelle sue scelte.
L’attenzione alla burocrazia palatina è uno dei temi chiave del
convegno. Questa burocrazia, infatti, aumenta il suo potere con il
consolidarsi di Costantinopoli come residenza e capitale dell’im-
pero d’Oriente ; e del resto, anche questo accentramento dell’auto-
rità in una sola, grande capitale è un fenomeno peculiare della Pars
Orientis, rispetto alle spinte centrifughe dell’Occidente. Inoltre, la
burocrazia appare composta tanto dai membri delle aristocrazie
municipali delle città, iorenti nella Pars Orientis attraverso tutto
il V secolo ; quanto da esponenti dei diversi gruppi che formano
l’identità complessa della società orientale. Appartengono ad essa
uomini esperti e dotati di signiicativa paideia. E la loro azione di
governo si concentra intorno ad alcune linee guida che sono già
presenti in età teodosiana, ad esempio nelle scelte di Taziano e di
suo iglio Proculo (si veda il contributo di L. Mecella) e si sviluppano
poi durante il V secolo attraverso l’azione di importanti personaggi
come il prefetto Antemio senior, che amministrò l’Oriente tra 405
e 414 ; e come altri ministri al servizio di Teodosio II. Le capacità
della burocrazia palatina impediscono sicuramente il prevalere del
potere militare, in particolare quello di Aspar. L’impegno di questi
gruppi di funzionari si consolida intorno a un paradigma di valori
politici condivisi : la difesa degli interessi dell’impero contro le
tendenze centrifughe di gruppi di potere locale ; o contro la prepo-
tenza dei gruppi militari ; l’attenzione alla prosperità e al benes-
sere delle città, garanti dell’aflusso di entrate iscali, fondamentali
per la sopravvivenza dell’impero ; la continuità con il passato in
INTRODUZIONE 11

nome della tradizione ; la difesa delle frontiere e la sicurezza, senza


dimenticare – inché possibile – il valore fondamentale dell’unità
dell’impero mediterraneo (si veda in generale il contributo di
S. Cosentino). V’è, inoltre, un altro versante di resistenza politica
che caratterizza l’azione della burocrazia. Come testimoniano le
fonti, tanto a livello locale, quanto soprattutto nel palazzo, la buro-
crazia si oppone alla forza delle chiese cristiane in Oriente, e alla
costante crescita del potere delle gerarchie episcopali. Si tratta di
dinamiche di contrapposizione politica che vedono sovente i più
alti funzionari contendere ai vescovi il favore dell’imperatore ; e
combattere per guidare le scelte del principe a tutela dell’interesse
dell’impero contro gli interessi particolari delle chiese cristiane.
Come nel caso dell’esercito, questa dinamica di scontro è caratte-
ristica dell’Oriente e garantì la forza del governo centrale contro
le spinte centrifughe sostenute dalle gerarchie ecclesiastiche (sul
tema della cristianizzazione dell’impero si veda il contributo di
M. Mazza).
La tensione all’impegno per salvare l’Occidente dai suoi nemici
interni ed esterni è sempre presente nell’azione dei governi orien-
tali tra l’inizio del V secolo e il 468. Del resto, v’era la chiara perce-
zione che la lotta contro comuni nemici, come gli Unni o, soprat-
tutto, i Vandali, recava evidenti beneici anche alla Pars Orientis.
Il ruolo strategico dell’Africa nel conservare l’effettiva unità
dell’impero mediterraneo non sfugge alla visione politica dei ceti
dirigenti dell’Oriente e giustiica i diversi tentativi di eliminare il
regno di Geiserico. Ma questi interventi erano ovviamente condi-
zionati dalle risorse a disposizione dell’Oriente nei diversi periodi
di emergenza. Un personaggio che emerge come rappresentante
di questa esigenza di unità tra le due Partes è certamente l’impe-
ratore Antemio (467-472). La sua breve parabola – che termina
con il drammatico terzo sacco di Roma del luglio 472 – segna un
momento di grande frattura nella speranza dei ceti dirigenti orien-
tali di salvaguardare l’assetto antico dell’impero romano. La morte
di Antemio è il preludio al 476, e la ragione di un cambio signiica-
tivo della politica orientale verso gli affari d’Occidente, almeno per
sessanta anni (su questi temi, come sulla questione del dilemma
strategico dell’Oriente romano si vedano i contributi di P. Heather
e U. Roberto).
Generazioni di studiosi hanno affrontato il tema della divi-
sione dell’impero romano dopo la morte di Teodosio I nel 395 e
analizzato i molteplici fattori che concorsero a costruire un destino
diverso per l’Oriente romano in quel periodo di violenza e terri-
bili prove che fu la prima metà del V secolo per il mondo medi-
terraneo. Perché l’Oriente romano si salvò dalla catastrofe? Il
convegno nasce dalla convinzione che per continuare a rilettere
12 UMBERTO ROBERTO

su questo tema sia necessario approfondire l’azione di governo,


dunque i meccanismi di amministrazione e le scelte riformistiche,
che una parte dei ceti dirigenti dell’Oriente romano seppe adot-
tare per reagire con eficacia alla crisi. I testi raccolti di seguito
negli Atti intendono contribuire a evidenziare alcune linee guida
di questa azione nella Pars Orientis ; e a segnalare l’importanza di
alcune personalità che hanno guidato, agevolato o, talora, ostaco-
lato questi processi. Non v’è, naturalmente, alcuna pretesa di avere
raggiunto una conoscenza esaustiva rispetto ai numerosi problemi
sollevati ; piuttosto, grazie all’impegno di tutti i partecipanti, v’è la
speranza di stimolare la discussione, favorendo nuove prospettive
di ricerca.

Umberto ROBERTO
Università Europea di Roma
SYLVAIN DESTEPHEN

RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE :


ÉLOGE DE LA RÉFORME, ÉLOGE DE LA
RESTAURATION OU ÉLOGE DE LA RÉACTION ?

Le panégyrique se situe à mi-chemin entre l’ordonnancement


idéal de la réalité et le récit de circonstance. Stéréotypée mais
dénuée de valeur réglementaire, personnelle mais de portée géné-
rale, publique sans être dans tous les cas oficielle, la littérature
de l’éloge occupe une place singulière parmi les sources de l’An-
tiquité tardive. Si elle n’est pas toujours le produit d’une autorité
compétente, elle exprime à l’envi la reconnaissance d’un pouvoir
établi. Comme l’acclamation, le panégyrique établit un « rituel
de communication » avec les institutions et leurs représentants.
L’acclamation entend, par son aspect populaire et spontané, mani-
fester une opinion collective, voire publique. Le panégyrique, par
essence sophistiqué et lettré, exprime le jugement des cercles du
pouvoir, sinon des élites1.
À l’échelle de l’Empire ou d’une communauté civique, l’avène-
ment d’un empereur ou la désignation de son héritier, la proclama-
tion d’une victoire militaire ou la nouvelle d’une auguste naissance,
la visite d’un oficiel ou d’un notable, l’entrée en fonction d’un
magistrat impérial ou d’un fonctionnaire municipal, le déroule-
ment d’une réjouissance civique ou d’une festivité religieuse, enin
l’organisation d’un concours et la célébration de son vainqueur
constituent autant d’occasions de solenniser un événement par sa
commémoration verbale. Occasionnel, éphémère, spéciique mais
formel, l’éloge suit des règles de composition qui se rigidiient, sous
l’inluence de manuels d’exercices oratoires préliminaires, suivant
le processus de codiication et de récapitulation du savoir caracté-

1
MacCormack 1981, p. 3 : « These panegyrics were a sophisticated and delicate
means of political communication almost unprecedented in the ancien world » ;
Pernot 1993, p. 621 : « Avant d’être un genre oratoire, l’éloge et la célébration
constituent donc, plus largement, un phénomène politique et social ». En dernière
lecture, Wiemer 2004, p. 59-61.
16 SYLVAIN DESTEPHEN

ristique de l’Antiquité tardive. Une typologie des discours assortie


de considérations générales est établie par le théoricien Aphthonios
d’Antioche (in du IVe siècle), dans la lignée d’Hermogène de Tarse
(IIe siècle) et de Ménandre de Laodicée (IIIe siècle)2.
Cette catégorisation traduit le formalisme d’une produc-
tion discursive considérable dont une part inime a survécu. Les
raisons de la disparition presque totale des éloges prononcés au
Bas-Empire résident surtout dans les aléas de la transmission
des textes antiques, mais force est de reconnaître que les textes
préservés de la destruction par les lecteurs anciens et les copistes
médiévaux traduisent le souci de rassembler des collections de
modèles oratoires dont la valeur circonstancielle s’efface devant la
qualité technique. L’intérêt didactique et non documentaire qui, dès
la in de l’Antiquité, détermine la transmission des panégyriques
anciens, explique leur intérêt aux yeux des philologues plutôt que
des historiens3. Sans surprise, les discours tardifs ont suscité de
nombreuses analyses littéraires et de rares commentaires histo-
riques. Ces derniers se multiplient seulement depuis une vingtaine
d’années, en particulier dans le monde universitaire anglo-saxon4.
La sélection des œuvres rhétoriques grecques et latines,
opérée durant l’Antiquité tardive et le haut Moyen Âge, est sévère
dans la mesure où, de la vaste littérature oratoire du Ve siècle,
ne subsistent, intacts, que trois panégyriques impériaux, ceux
adressés par Sidoine Apollinaire à Avitus, Majorien et Anthémius5.
Pour disposer d’un corpus sufisant de discours oficiels prononcés
et conservés, il faut déplacer des bornes chronologiques devenues
trop étroites et envisager un « grand Ve siècle », allant de la dispa-
rition des constantinides et l’avènement de la dynastie valentinia-
no-théodosienne, en 363-379, à la mort de l’empereur Anastase, en
518. Par-delà ces années et ces règnes, la période trouve son unité
dans la coexistence, quelquefois conlictuelle, de principes succes-
soraux distincts : une conception patrimoniale de l’État favorable

2
Voir Patillon 1997 ; Heath 2004 ; Patillon 2008 ; enin, la synthèse de Pernot
1993, p. 339-345.
3
Une belle étude a été consacrée au panégyriste Claudien, bien que représen-
tant d’un genre littéraire jugé décoratif, faux, détaché des réalités, sans inluence
politique, mais non dépourvu d’intérêt historique : Cameron 1970, p. 37, 41-42, 187,
296 et 380-381 ; voir également la récente publication de Guipponi-Gineste 2010.
4
Outre l’étude pionnière de Dagron 1968, citons entre autres publications, par
ordre chronologique, Kennedy 1983 ; L’Huillier 1992 ; Vanderspoel 1995 ; Wiemer
1995 ; Whitby 1998 ; Hägg - Rousseau 2000 ; Rees 2002 ; Jeffreys 2003 ; Scourield 2007.
5
Dans le recueil des poèmes de Sidoine Apollinaire, les panégyriques d’Avitus,
de Majorien et d’Anthémius portent les numéros 7, 5 et 2.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 17

à une succession dynastique et un principe méritocratique légiti-


mant a posteriori les ascensions rapides, violentes ou inopinées.
L’élargissement du champ d’étude permet de disposer d’environ
trente discours oficiels adressés à une douzaine de souverains
d’Orient et d’Occident (Jovien, Valentinien Ier, Valens, Gratien,
Théodose Ier, Honorius, Arcadius, Avitus, Majorien, Anthémius,
Anastase), mais aussi à de hauts magistrats, en particulier des
consuls de Rome et des gouverneurs d’Achaïe et d’Asie6.

6
Du côté latin, outre Sidoine Apollinaire, il faut mentionner Symmaque,
Pacatus, Claudien, Mérobaude et Priscien de Césarée. Voir la présentation
succincte de Born 1934. La production grecque conservée est plus importante en
volume, mais provient également d’une poignée d’orateurs : Thémistios, Himérios,
Procope de Gaza et, occupant une position marginale, Synésios de Cyrène. Voici
les éditions que nous avons utilisées en classant les auteurs par ordre chronolo-
gique, d’abord pour les auteurs latins : É. Galletier, Panégyriques latins, III, XI-XII.
Discours de remerciement à Julien par Claude Mamertin (362), Panégyrique de
Théodose par Pacatus (389), Paris, 1955, réimpr. 2003 (Collection des Universités de
France, Série latine, 147) ; J.-P. Callu, Symmaque, V, Discours - rapports, Paris, 2009
(Collection des Universités de France, Série latine, 394) ; T. Birt, Claudii Claudiani
carmina, Berlin, 1892, réimpr. Munich, 1995 (Monumenta Germaniae Historica,
Auctores Antiquissimi X) ; W. Taegert, Claudius Claudianus. Panegyricus dictus
Olybrio et Probino consulibus, Munich, 1988 ; J.-L. Charlet, Claudien. Œuvres,
II, Poèmes politiques, 395-398, 2 vol., Paris, 2000 (Collection des Universités de
France, Série latine, 358) ; F. Vollmer, Fl. Merobaudis reliquiae, Blossii Aemilii
Dracontii carmina, Eugenii Toletani episcopi carmina et epistulae, Berlin, 1905
(Monumenta Germaniae Historica, Auctores Antiquissimi XIV) ; C. Luetjohann,
Apollinaris Sidonii epistulae et carmina, Berlin, 1887 (Monumenta Germaniae
Historica, Auctores Antiquissimi VIII) ; A. Loyen, Sidoine Apollinaire, I, Poèmes,
Paris, 1960 (Collection des Universités de France, Série latine, 161) ; A. Chauvot,
Panégyriques de l’empereur Anastase Ier. Procope de Gaza, Priscien de Césarée, Bonn,
1986 (Antiquitas, 1, Abhandlungen zur alten Geschichte, 35) ; puis pour les auteurs
grecs : H. Schenkl, G. Downey, A. F. Norman, Themistii orationes quae supersunt,
3 vol., Leipzig, 1965-1974 (Bibliotheca Teubneriana) ; A. Colonna, Himerii decla-
mationes et orationes cum deperditarum fragmentis, Rome, 1951 ; J. Lamoureux,
N. Aujoulat, Synésios de Cyrène, V, Opuscules, 2, Discours sur la royauté, Paris, 2008
(Collection des Universités de France, Série grecque, 464) ; G. Ventrella, Panegirico
per l’imperatore Anastasio, dans E. Amato (éd.), Rose di Gaza. Gli scritti retorico-so-
istici e le epistole di Procopio di Gaza, Alessandria, 2010 (Hellenica, 35), p. 240-287.
Quant aux éloges de souverains germaniques des Ve-VIe siècles, prononcés par
Dracontius, Florentius, Ennode de Pavie ou Venance Fortunat, nous les avons
laissés de côté. En revanche, nous avons fait usage des panégyriques impériaux de
Libanios et de Julien et des gratiarum actiones de Mamertin et d’Ausone d’après les
éditions de R. Förster, Libanii Opera. Orationes, 4 vol., Leipzig, 1903-1908, réimpr.
Hildesheim, 1963 et 1998 (Bibliotheca Teubneriana), J. Bidez, L’empereur Julien.
Œuvres complètes, I, 1, Discours de Julien César (I-V), Paris, 1932, réimpr. 2003
(Collection des Universités de France, Série grecque, 71), É. Galletier, op. cit. supra,
et C. Schenkl, D. Magni Ausonii Opuscula, Berlin, 1883 (Monumenta Germaniae
Historica, Auctores Antiquissimi V 2).
18 SYLVAIN DESTEPHEN

Prononcés pour des hommes de pouvoir, les panégyriques et


les discours de circonstance constituent une littérature politique
qui loue leurs vertus privées (ascendance, éducation, beauté,
force morales et physiques) et leurs réussites publiques (carrière,
compétences, victoires, décisions)7. Comme le rhéteur Aphthonios
le rappelle, « l’éloge est un discours qui expose les qualités exis-
tantes »8. De cette déinition simple, voire simpliste, découlent deux
principes tout aussi évidents : le panégyriste gloriie son destina-
taire et défend la véracité de ses propos. Devant un auditoire pres-
tigieux et choisi (la cour, le sénat, la cité), qu’il représente à l’oc-
casion comme le ferait un porte-parole, l’orateur, par sa liberté de
ton, prétend honorer le détenteur ou le représentant du pouvoir9.
Le 1er janvier 362, pour remercier l’empereur Julien de lui avoir
accordé le consulat, l’orateur Mamertin se présente devant le
Sénat de Rome comme le représentant de l’opinion publique. Le
1er janvier 370, à l’occasion du troisième consulat de Valentinien Ier,
Symmaque se rend à Trèves pour délivrer à l’empereur un panégy-
rique dans lequel il associe étroitement le règne au rétablissement
de la liberté d’expression dans tous les prétoires. Le 1er janvier 383,
par ses félicitations adressées à l’empereur Théodose Ier pour avoir
conclu une paix avec les Goths, l’orateur Thémistios déclare s’ex-
primer au nom du Sénat de Constantinople. Mieux, dans un éloge
de l’été 389, le rhéteur Pacatus compte parmi les qualités du même
souverain celle de ne recevoir aucune louange forcée10.

7
Voir ainsi Aphth., Prog. VIII, 3 (p. 1323-10 Patillon) ; de même Men. Rh., Rhet.
II, 3756-37623 (éd. et trad. D. A. Russell et N. G. Wilson, Oxford, 1981, p. 88-92).
8
Aphth., Prog. VIII, 1 (p. 1311-2 Patillon) : Ἐγκώμιόν ἐστι λόγος ἐκθετικὸς τῶν
προσόντων καλῶν. Mais, en réalité, le panégyriste « félicite[rait] de préférence les
empereurs pour les qualités qui leur manquent manifestement le plus », comme le
note Dagron 1968, p. 84, n. 2.
9
Il convient ici de citer Pernot 1993, p. 611 : « Même mandaté, l’orateur garde
une part de liberté – dans la décision d’accepter le mandat et dans la composition
du discours lui-même –, et il n’hésite pas à le proclamer. »
10
Claud. Mam., Grat. act. II, 6 (p. 18 Galletier) : Ac licet, maxime imperator,
publico iudicio et nomine agere tibi gratias debeam ; Sym., Or. II, 29 (p. 22 Callu) :
Sonet aput te libertas forensis eloquii quam dudum exulem tribunalibus reddisti ! ;
Them., Or. XVI, 200 c-d (p. 28923-2903 Schenkl - Downey) : Τὴν γὰρ ἡμετέραν φωνὴν
τῆς γερουσίας φωνὴν νομιστέον. Οὐ γὰρ ἐπ᾿ ἄλλῳ τῷ προΐσταται ἡμῶν ἢ ἐπὶ τοῖς λόγοις · ὥστε
τὰ μὲν ῥήματα ἴσως ἐμαυτοῦ φθέγγομαι, ἡ γνώμη δὲ κοινὴ καὶ τῶν ἀκουόντων ἐστιν, ἣν μίαν
ἔχοντες ἅπαντες εἰσεληλύθαμεν ; Pacat., Pan. Theod. II, 4 (p. 70 Galletier) : neminem
magis laudari imperatorem decet quam quem minus necesse est. La littérature
oratoire tardive a été comparée à une presse d’État dans une société dépourvue de
journaux, mais non d’esprit critique ni d’ironie : Kennedy 1983, p. 24-25.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 19

Il importe peu de distinguer le vrai du faux, de dégager l’essen-


tiel du superlu, de séparer l’information historique de l’ampliica-
tion rhétorique. Non seulement le panégyrique dresse toujours un
compte rendu élogieux d’une action politique, mais magniie encore
son auteur au nom de principes élevés établis par les philosophes
comme la clémence, le courage, la piété et surtout la justice11.
L’invocation répétée de ces valeurs justiie l’étude des éloges
pour comprendre les fondements idéologiques du Bas-Empire, en
particulier le sens attribué ou non au concept, presque anachro-
nique, de réforme12. Nous verrons que l’exaltation systématique
du pouvoir impérial contraint les auteurs à s’adapter aux circons-
tances, mais l’incertitude politique les encourage à mépriser l’in-
novation. Mieux, en ouvrant le catalogue des vertus du souverain
idéalisé par les orateurs, nous montrerons que le conservatisme est
érigé en principe de gouvernement. Les élites romaines seraient-
elles, par tradition, hostiles au changement ? Au nom de la justice,
qualité première du bon prince, les orateurs accordent inalement
une valeur positive à la réforme, mais pour rétablir l’ordre.

Éloges de circonstance et létrissure de la réforme


Dans une vision caricaturale de l’histoire politique du Ve siècle,
les usurpations se mêlent aux assassinats, les défaites militaires
aux invasions. En réalité, l’instabilité politique frappe le sommet
de l’État de manière épisodique et devient manifeste, en Occident
seulement, après la mort de Valentinien III en 455. Une dizaine
d’empereurs se succèdent jusqu’à la destitution, devenue fameuse,
de l’obscur Romulus Augustule en 476. Certes, depuis la dispari-
tion prématurée de Julien, en 363, le choix de l’empereur se fait soit
par désignation du candidat des oficiers supérieurs ou des hauts
magistrats (Jovien, Valentinien Ier, Avitus, Majorien), soit par trans-
mission ou partage familial du pouvoir (Valens, Gratien, Honorius,
Arcadius). Les deux possibilités peuvent se combiner par associa-
tion dynastique d’un empereur (Théodose Ier, Anthémius, Anastase).
Chantre de la louange et de la gloire, l’orateur salue chaque avène-

11
On note cette formule de Quint., Inst. III, 7, 6 : Proprium laudis est res ampli-
icare et ornare. Nous devons cette citation à L’Huillier 1983, p. 99 ; cf. Del Chicca
1985, p. 81-82. Nous remercions l’auteur de nous avoir communiqué cette publi-
cation.
12
Dans ces circonstances, il n’est guère étonnant de ne trouver aucune dimen-
sion politique dans Clover - Humphreys 1989, ni dans Elsner - Brenk 1996 ; le
premier ouvrage traite d’histoire culturelle, le second d’histoire de l’art.
20 SYLVAIN DESTEPHEN

ment, mais s’adapte aux événements. La diversité des modes d’ac-


cession au trône lui impose de démontrer, en toute circonstance, la
légitimité du souverain13.
Un premier cas de lexibilité, rhétorique et politique, est fourni
par Libanios. En 348 ou au début de 349, dans le panégyrique
de Constance II et Constant, le rhéteur d’Antioche cite opportu-
nément Platon pour reconnaître la valeur innée des deux frères
au vu de leur lignage distingué. En revanche, dans son discours
adressé en 362 à l’empereur Julien, Libanios oppose, de manière
étonnante, l’incompétence des princes nés dans la pourpre à l’ex-
périence de Julien. Enin, dans son éloge funèbre de l’empereur en
365, le rhéteur reconnaît la valeur de bien des souverains disparus,
mais souligne les origines médiocres de nombre d’entre eux14.
Cette remarquable souplesse politique modèle les discours de
Thémistios. Orateur et membre du Sénat de Constantinople, il
est au service quasi-continu d’empereurs, jeunes ou plus âgés, de
Constance II à Théodose Ier, à l’exception de Julien sans doute15.
En janvier ou février 364, l’orateur loue l’intérêt de Jovien pour
la philosophie ain de tracer un parallèle latteur entre l’empereur,
sans carrière ni lignage remarquables, et ses prédécesseurs les plus
célèbres des Ier-IIe siècles comme Auguste ou Marc Aurèle16. Durant
l’hiver 364-365, pour célébrer l’entente durable entre Valens et
Valentinien Ier, Thémistios érige la fraternité des souverains en

13
Les auteurs de panégyriques seraient les « ouvriers d’une entreprise de légiti-
mation à tout prix » selon la belle formule de Burdeau 1964, p. 5.
14
Lib., Or. LIX, 10 (vol. 4, p. 21312-16 Förster) : Πόθεν οὖν ἄρξασθαι καλόν ; ἦ δῆλον
ὡς ἐκ τῆς αἰτίας ἣ καὶ τούτους ἀγαθοὺς ἀπειργάσατο. Λεγέσθω δὴ τὸ τοῦ Πλάτωνος ἐπ᾿ αὐτοῖς
μᾶλλον τούτοις ἢ ᾿κείνοις πρέπον εἰς οὓς εἴρηται, ὅτι ἀγαθοὶ δ᾿ ἐγένοντο διὰ τὸ φύναι ἐξ
ἀγαθῶν (citation du pastiche pourtant ironique de Plat., Menex., 237 a) ; ibid., XIII,
7 (vol. 2, p. 6512-15) : Τῶν γε μὴν εὐθὺς ἐν ἁλουργίσι τραφέντων ὁ τὰ πρῶτα μετασχὼν ἰδιώτου
τάξεως ἐμπειρότερος εἰς ἀρχήν, ἐξ ἀγορᾶς ἔχων τὴν μάθησιν ὧν διοικήσειν ἔμελλεν ; ibid.,
XVIII, 7 (vol. 2, p. 23911-12) : Ἐγένοντο μὲν οὖν οὐκ ὀλίγοι βασιλεῖς γνώμῃ μὲν οὐ κακοί,
γένει δὲ οὐ λαμπροί. Pour le panégyrique de Constance II et Constant, nous suivons
la datation proposée, certes de manière hypothétique mais séduisante, par Malosse
2001, p. 305 ; sur le principe héréditaire justiié par la vertu personnelle, voir égale-
ment Callu 1987, p. 142-144.
15
Them., Or. XV, 190 a (p. 2755-7 Schenkl - Downey) : ἀνδρὶ τηλικῷδε καὶ
ὁμιλήσαντι ἤδη πρὸς τοσούτους αὐτοκράτορας νέους τε καὶ πρεσβυτέρους. Sur les relations
entre l’orateur et l’empereur Julien, en particulier leurs différends philosophiques
et politiques, voir Vanderspoel 1995, p. 121-125 ; de propos plus général, Previale
1949, p. 83-85.
16
Them., Or. V, 63 d (p. 932-6 Schenkl - Downey) : Οὕτω καὶ οἱ πατέρες τῆς σῆς
βασιλείας τοὺς προγόνους ταύτης τῆς τέχνης προῆγον, τὸν Ἄρειον ἐκεῖνον ὁ Σεβαστός, ὁ
Τιβέριος τὸν Θρασύλον, Τραϊανὸς ὁ μέγας Δίωνα τὸν χρυσοῦν τὴν γλῶτταν, τὸν Ἐπίκτητον
τὼ δύο Ἀντωνίνω.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 21

idéal de gouvernement et de bienfaisance. Suivant une conception


presque « ductile » de l’amour, l’union des deux frères s’étend à leur
famille et, de proche en proche, à tous leurs sujets17. Mieux, pour
justiier la soudaine élévation de Valentinien Ier au trône impérial
par désignation de l’État major, l’orateur juge nécessaire, en mars
368, de remettre en cause la transmission héréditaire de l’autorité
suprême. Il rend le système dynastique responsable, en l’espace de
trois générations, d’une inéluctable dérive autoritaire du sommet
de l’État, allusion évidente à la dynastie constantinienne18. Mais,
dès janvier 369, dans un éloge adressé à Valentinien le Jeune, ils
unique de Valens tout juste promu au consulat à l’âge de deux ans,
Thémistios attribue une égale légitimité à la désignation méri-
tocratique du meilleur candidat et à la succession au sein d’une
famille régnante19. Dix ans plus tard, envoyé à Thessalonique en
ambassade au nom du Sénat auprès de Théodose Ier, associé au
pouvoir par Gratien, l’orateur loue ce dernier d’avoir privilégié
la valeur personnelle aux liens du sang20. Ondoyant et onctueux
avec les souverains, Thémistios adopte une nouvelle posture au

17
Ibid., VI, 76 b-c (p. 11310-14/15-19) : Ἔστι μὲν οὖν καὶ καθ᾿ αὑτὸ ἀγαπητὸν τοῖς
ὑπηκόοις ἡ τῶν βασιλέων φιλαδελφία, καὶ τὸ κυβερνᾶσθαι πλείοσιν ἐκ μιᾶς γνώμης τιμιώτερον
εἰς ῥᾳστώνην ὁμοῦ καὶ ἀσφάλειαν. […] Ἀλλ᾿ οὐ τοῦτό ἐστι τὸ μέγιστον ὧν κερδανοῦμεν, ἀλλ᾿
ὅτι σημεῖόν ἐστι φιλαδελφία φιλανθρωπίας, καὶ ὥσπερ ἀρχὴ καὶ στοιχεῖον τῆς πρὸς ἅπαντας
ἀνθρώπους εὐνοίας ἡ πρὸς τοὺς συγγόνους καὶ ὁμοσπόρους. Dans un autre discours,
Thémistios prétend que Valentinien fut élu par un vote libre et unanime : ibid.,
IX, 124 d-125 a. Sur les circonstances de ce double avènement et sa présentation
par Thémistios comme une désignation divine, voir Schamp - O’Meara 2006,
p. 181-185.
18
Them., Or. VIII, 115 c-d (p. 17325-27 Schenkl - Downey) : Καὶ πολλοὶ τῶν
εὐπατριδῶν τὰ σκῆπτρα ἐκ τριγονίας διαδεξάμενοι ποθεινοὺς ἐποίησαν τοὺς βαρβάρους τοῖς
ὑπηκόοις ; cf. ibid., VI, 72 c (p. 11021-23) : τοσαύτη γένους πολυανδρία ἔρωτι μοναρχίας
ἐξανάλωται ὑφ᾿ ἑαυτῆς. Voir aussi le bref commentaire de Whitby 1994, p. 87-88 ;
ainsi que celui de Roberto 1997, p. 172-173. Un siècle après Thémistios, le même
reproche est adressé à la dynastie valentiniano-théodosienne par Sidon., Pan. Avit.,
v. 540-543 (p. 216 Luetjohann = p. 75 Loyen) : portauimus umbram / imperii, generis
contenti ferre uetusti / et uitia ac solitam uestiri murice gentem / more magis quam
iure pati.
19
Them., Or. IX, 124 b-c (p. 1885-7 Schenkl - Downey) : οἱ μὲν ἀρετῆς ἆθλον
ἐκαρπώσαντο τὴν βασιλείαν, σοὶ δὲ ἡ τοῦ γένους δίδωσι διαδοχή.
20
Ibid., XIV, 182 b (p. 26223-2634) : Καὶ σοφῶς Γρατιανὸς καὶ πολιᾶς, οὐ νεότητος
ἐπαξίως, ὅτι μὴ τὸν οἰκειότατον ἄριστον, ἀλλὰ τὸν ἄριστον ὑπέλαβεν οἰκειότατον. Καὶ καλῶς
ἑαυτοῦ πεποίηται ψῆφον, ἣν προλαβὼν ὁ καιρὸς ἐπεψηφίζετο. Cf. Pacat., Pan. Theod. XII,
1 (p. 79 Galletier) : Alios empta legionum suffragia, alios uacans aula, alios adinitas
regia imposuere rei publicae : te nec ambitus nec occasio nec propinquitas principem
creauerunt ; ibid., XXXI, 2 (p. 97) : te principem in medio rei publicae sinu, omnium
suffragio militum, consensu prouinciarum, ipsius denique ambitu imperatoris
optatum.
22 SYLVAIN DESTEPHEN

début de janvier 383. Il congratule Théodose Ier pour la paix avec


les Goths, conclue par l’intermédiaire de son maître des milices de
Thrace, Saturninus. L’orateur félicite à cette occasion l’empereur
d’avoir honoré du consulat son général méritant plutôt que son ils
prometteur, Arcadius21.
Un troisième et dernier exemple de malléabilité politique et
rhétorique est fourni, au tournant des IVe-Ve siècles, par le poète
et panégyriste Claudien, au service de la cour de Milan et du
Sénat romain. Fluctuant au gré des événements, il défend l’un ou
l’autre principe de désignation du souverain ou de l’homme fort
du régime. En 398, à l’occasion de son quatrième consulat, le
poète exhorte l’empereur porphyrogénète Honorius à favoriser la
morale plutôt que la parenté22. En 399, Claudien loue Honorius
d’élever au consulat les meilleurs membres du Sénat de Rome
comme Fl. Mallius Theodorus, alors que les fastes consulaires de
Constantinople seraient au même moment souillés par la désigna-
tion de l’eunuque Eutrope dont le nom est passé sous silence23. En
400, dans son panégyrique du consulat de Stilicon, son protecteur,
Claudien érige la méritocratie en principe de gouvernement opposé
à la préséance du lignage24. Mais en 404, pour le sixième consulat
de l’empereur Honorius, le poète s’adapte aux événements. Dans
une longue prosopopée de la ville de Rome, il tire argument de la
tradition d’adoption de son successeur par le souverain régnant
pour vanter la méritocratie associée à l’hérédité25.

21
Them., Or. XVI, 204 d (p. 29413-16 Schenkl - Downey) : Ἀλλ᾿ ἔχων ἐν ὀφθαλμοῖς
υἱὸν ἀγαπητόν, ἤδη παῖδα, ἤδη μειράκιον, ἤδη φθεγγόμενον ὁλοκλήρως, τάχα οἷόν τε καὶ
δημηγορῆσαι. Ὢ τῆς καρτερίας · ἡττήθης μᾶλλον τῆς ἀρετῆς ἢ τῆς φύσεως.
22
Claud., IV Cons. Hon., v. 124-125 (p. 154 Birt = vol. 2, p. 14 Charlet) :
Omnibus acceptis ultro te regia solum / protulit et patrio felix adolescis in ostro ; ibid.,
v. 219-220 (p. 158 Birt = vol. 2, p. 20 Charlet) : Altera Romanae longe rectoribus aulae
/ condicio. Virtute decet, non sanguine niti ; ibid., v. 379-380 (p. 164 Birt = vol. 2,
p. 31 Charlet) : Nostro nec debes regna fauori, / quae tibi iam natura dedit.
23
Id., Cons. Mall. Theod., v. 256-257 (p. 185 Birt) : Nec dilata tuis Augusto
iudice merces / oficiis ; ibid., v. 266-269 (p. 186) : Non hic uiolata curulis, / turpia
non Latios incestant nomina fastos ; / fortibus haec concessa uiris solisque gerenda /
Patribus et Romae numquam latura pudorem. Bref commentaire de Cameron 1970,
p. 126-127.
24
Claud., Cons. Stil. II, v. 123-124 (p. 207 Birt) : Euehis et meritum, non, quae
cunabula, quaeris / et qualis, non, unde satus.
25
Id., VI Cons. Hon., v. 417-419 (p. 250 Birt) : Hic illi mansere uiri, quos mutua
uirtus / legit et in nomen Romanis rebus adoptans / iudicio pulchram seriem, non
sanguine duxit. Sur la place de Rome personniiée, voir Cameron 1970, p. 365-366 ;
à propos de l’adaptation du poète aux circonstances des avènements impériaux :
Cameron 1970, p. 377-379 et 431.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 23

En toute circonstance cette casuistique de l’éloge permet de


proclamer et, si nécessaire, de rétablir la normalité politique :
chaque avènement impérial se justiie par l’un des principes établis
d’accession au trône26. Dès lors, nulle élévation ou désignation
n’est surprenante ni singulière, chacune est légitime, car inscrite
dans des traditions, sanctionnées par les élites, de transmission et
d’exercice du pouvoir27. Idéalisées par les orateurs, la succession et
l’action des empereurs ne paraissent entraîner aucune innovation
institutionnelle, mais confortent la pérennité de l’État romain au
proit des élites. En d’autres termes, l’avènement du souverain idéal
ne provoque ni un changement politique ni un bouleversement
social, et ne marque pas de rupture avec ses dignes prédécesseurs28.
À l’inverse, l’instabilité politique caractérise et stigmatise le
tyran, l’usurpateur, le rebelle29. Par exemple, le premier panégy-
rique de Constance II, envoyé en 356 à Constantinople par son
cousin le César Julien, évoque le rétablissement de la paix en 353,
après la mort de l’usurpateur Magnence. Alors que celui-ci aurait
décrété la coniscation, sous peine de mort, de la moitié des biens
des citoyens, la victoire de Constance II établit une politique pater-
naliste de restauration de la fortune des riches et de préservation
de l’aristocratie30. De manière surprenante, en 365, dans l’éloge
funèbre de l’empereur Julien composé sans être toutefois prononcé
par Libanios, Magnence est certes présenté comme un usurpa-
teur, mais le rhéteur, aveuglé par sa détestation de Constance II,

26
Sur ces principes, leur évolution et leur interprétation, voir Straub 1964,
p. 64-69 ; Dagron 1968, p. 123-124 et 137-138 ; Kolb 2001, p. 25-27, 59-61 et surtout
91-102. L’auteur montre l’éloignement entre les deux moitiés de l’Empire au
Ve siècle dans le mode de désignation des empereurs, l’Orient accordant un rôle
déterminant aux civils (Sénat et magistrats), l’Occident aux militaires.
27
Il s’agit du mos maiorum romain et de la πάτριος πολιτεία grecque. Pour le
conservatisme socio-politique induit par ces concepts fondamentaux des Anciens,
voir Giardina 1996, p. XXX.
28
Une belle illustration de cette idée est fournie, en 348-349, dans le pané-
gyrique de Constance II et Constant, par l’idéalisation « iscale » du règne de leur
grand-père, Constance Chlore, d’après Lib., Or. LIX, 15 (vol. 4, p. 2164-8 Förster) : ὁ
δὲ πάντα ἄριστος ἐκεῖνος πάντως που συγγενόμενος Δημοσθένει καὶ τὸν νόμον ἐκεῖθεν λαβὼν
ταμιεῖα μὲν ἀσφαλῆ τὰς τῶν κεκτημένων οἰκίας ἐνόμισεν, οὐδαμοῦ γὰρ ἂν ἐν καλλίονι σωθῆναι.
29
Voir Malosse 2006, p. 174.
30
Jul., Or. I, 34 b (p. 5019-22 Bidez) : καὶ ὡς τοὺς καλοὺς ἐκείνους ἐτίθει νόμους, τὴν
ἡμίσειαν εἰσφέρειν, θάνατον ἀπειλῶν τοῖς ἀπειθοῦσι, μηνυτὰς δὲ εἶναι τὸν βουλόμενον τῶν
οἰκετῶν ; ibid., I, 44 b (p. 624-638) : Τούτους οὖν [ὅτι] πάντας ὑπερβαλλόμενος ἀρετῇ, τοῖς
πλουτοῦσι μὲν τὸ πλουτεῖν ἀσφαλέστερον ἢ πατὴρ τοῖς αὑτοῦ παισὶ κατέστησας, εὐγενείας
δὲ τῆς τῶν ὑπηκόων προνοεῖς καθάπερ ἁπάσης πόλεως οἰκιστὴς καὶ νομοθέτης. Voir le
commentaire détaillé de Tantillo 1997, p. 338-342.
24 SYLVAIN DESTEPHEN

lui reconnaît le mérite d’avoir gouverné dans le plus strict respect


des lois au point de pousser le mauvais empereur, privé de tout
soutien, à recourir aux Germains31. À mots couverts Constance II
plutôt que Julien serait également visé par Symmaque, qui
remercie Valentinien Ier d’avoir rétabli la sécurité dans les provinces
gauloises et rhénanes « abandonnées par la mollesse de [s]es prédé-
cesseurs »32. Par cette révision du passé, Libanios et Symmaque
écornent la légitimité de Constance II et justiient, à rebours, l’un la
révolte en 360 de Julien contre Constance II, l’autre le changement
de dynastie en 364.
Moins inattendu, dans les discours de Thémistios, le soulève-
ment contre l’empereur Valens, mené de septembre 365 à mai 366
par le comte Procope, cousin de Julien, est assimilé à une remise en
cause de l’ordre établi. La révolte politique, la contestation armée
sont caricaturées en une révolution sociale (ἐπανάστασις) projetant
l’annulation des dettes et la réforme agraire. Ce cliché dépréciatif
réduit Procope à un démagogue et ses partisans à des marginaux,
des déclassés. L’échec de l’usurpation marque le rétablissement
des élites politiques, militaires et civiles33. En 389, le nouveau
consul Pacatus félicite l’empereur Théodose Ier de sa victoire sur
l’usurpateur Maxime, coupable en particulier d’avoir conisqué
leurs richesses aux enfants et aux mères des familles distinguées34.
Pour les panégyristes Pacatus et Claudien, la sagesse impose au
bon prince, Théodose Ier ou son ils Honorius, de conserver la
hiérarchie des distinctions par le refus de multiplier les dignités, le
maintien au pouvoir du personnel administratif compétent, enin
par la protection des nantis35. Pour convaincre son auditoire de la

31
Lib., Or. XVIII, 33 (vol. 2, p. 25014-17 Förster) : Μαγνεντίῳ Κωνστάντιος πολεμῶν
ἀφελομένῳ μὲν ἀλλοτρίαν ἀρχήν, ἄρχοντι δὲ αὐτῷ μετὰ φυλακῆς τῶν νόμων πάντ᾿ ᾤετο δεῖν
κινεῖν ἐπὶ τῷ τὸν ἄνδρα ἑλεῖν.
32
Sym., Or. I, 14 (éd. et trad. Callu, p. 7) : prouincias luxu superiorum deditas
ueteris ignauiae pudore defendens. Voir aussi ibid., p. 47, n. 7.
33
Them., Or. VII, 91 c (p. 13810-14 Schenkl - Downey) : ἄντικρυς τὰ Πλάτωνος
τοῦ θεσπεσίου καὶ ἅ φησιν ἐκεῖνος προδεικνύναι τοὺς τυράννους ἐν τοῖς προοιμίοις, χρεῶν
ἀποκοπάς, γῆς ἀναδασμούς, τὴν ἐπὶ Κρόνου καὶ Ῥέας εὐδαιμονίαν, πικρὰ δελεάσματα τοῖς
ὑπὸ τούτων ἁλισκομένοις ; ibid., VIII, 111 a (p. 16710-14) : οὐδ᾿ ὁτιοῦν εὑρίσκων ἀξίως
τοσαύτης καινουργίας μετηλλαγμένον, ἀλλὰ καὶ ταξιάρχους τοὺς αὐτοὺς καὶ στρατηγοὺς καὶ
λοχαγοὺς καὶ δορυφόρους καὶ στρατιώτας καὶ τὸ πλήρωμα τῆς γερουσίας, δικαιότατα δὴ τοῦτο
ἀποσεσωσμένον.
34
Pacat., Pan. Theod. XXVI, 2 (p. 93 Galletier) : Hic aurum matronarum
manibus extractum, illic raptae pupillorum ceruicibus bullae, istic dominorum
cruore perfusum appendebatur argentum.
35
Pacat., Pan. Theod. XXV, 2 (p. 92 Galletier) : Vidimus redactas in numerum
dignitates et exutos trabeis consulares et senes fortunarum superstites et infantum
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 25

valeur d’Anastase et de la médiocrité de son prédécesseur Zénon, le


panégyriste Procope de Gaza trace, sans doute en 502, un parallèle
entre l’action des deux souverains. Tandis que le règne de Zénon
trouble l’ordre social par la remise en cause des élites et l’insécurité
des personnes fortunées, l’avènement d’Anastase rétablit la pros-
périté des notables municipaux. En 503 ou plutôt 513, le panégy-
riste Priscien de Césarée, dans un autre éloge adressé à Anastase,
vante aussi la sécurité retrouvée des puissants36. Selon la phraséo-
logie de Procope de Gaza, la transformation devient synonyme de
bouleversement et la conservation synonyme de développement ; le
changement (μεταβολή) est bienvenu s’il entraîne une restauration
(κατάστασις)37.
En revanche, la volonté de renouvellement discrédite l’action
des dirigeants, qu’ils soient romains ou non. Aux chefs francs
Marcomer et Sunnon qui, proitant de la guerre civile entre Maxime
et Théodose Ier, pillent la Germanie en 388 et menacent la frontière
sur le Rhin, Claudien reproche moins l’opportunisme politique ou
l’agressivité personnelle que leur commune passion du change-

sub ipso sectore ludentium lendam securitatem ; ibid., XX, 1 (p. 86) : Pari benigni-
tate cum plures adicere honoribus uelles quam honorum loca admitterent et angus-
tior esset materia uoluntate nec mentem tuam quamuis diffusum caperet imperium,
quem nondum aliquo prouexisti gradu tamen dignatione solatus es ; Claud., In Ruf.
I, v. 299-300 (p. 29 Birt = vol. 1, p. 74 Charlet) : ditem spoliat, tu reddis egenti ; /
eruit, instauras ; accendit proelia, uincis ; Id., IV Cons. Hon., v. 488-490 (p. 168 Birt
= vol. 2, p. 38 Charlet) : Vt fortes in Marte uiros animisque paratos, / sic iustos in
pace legis longumque tueris / electos, crebris nec succedentibus urges ; Id., Cons. Stil.
II, v. 119-120 (p. 207 Birt) : Denique non diues sub te pro rure paterno / uel Laribus
pallet. En revanche, le renouvellement fréquent du personnel administratif est
porté au crédit de Constance II et de Constant dans leur panégyrique prononcé par
Lib., Or. LIX, 164. Le même orateur illustre le retour de la prospérité en Gaule, sous
l’action du César Julien, par la restauration des élites municipales : ibid., XVIII, 80.
36
Procop. Gaz., Pan. 5 (p. 818-19 Chauvot = p. 24435-2451 Ventrella) : ξένον δέ τι
πρᾶγμα καὶ παρὰ φύσιν ὑπῆρχεν · ὁ γὰρ πλοῦτος τοὺς κεκτημένους ἐλύπει ; Prisc., Anast.,
v. 133 (p. 62 Chauvot) : Gaudes nunc proceres securos idere uita. En guise de compli-
ments introductifs au règne de cet empereur, on lit ces mots d’Evagr. Schol., Hist.
eccl. III, 30 (p. 1251-3 Bidez - Parmentier) : Οὗτος ὁ Ἀναστάσιος, εἰρηναῖός τις ὤν, οὐδὲν
καινουργεῖσθαι παντελῶς ἠβούλετο, διαφερόντως περὶ τὴν ἐκκλησιαστικὴν κατάστασιν. Voir
aussi Cecconi 2005, p. 291 et n. 55. Pour la datation haute de l’éloge de Priscien,
voir Cameron 1974 ; pour une datation basse plus argumentée, voir A. Chauvot,
Panégyriques, cit., p. 98-117.
37
Procop. Gaz., Pan. 5 (p. 826-29 Chauvot = p. 2456-8 Ventrella) : Αὕτη τῆς ἡμετέρας
εὐδαιμονίας ἀρχὴ καὶ κατάστασις πρώτη, τοῦτο πᾶσαν ἤγειρε πόλιν ταῖς εὐπραγίαις, ἐντεῦθεν
ἀκμάζει τὰ καθ᾿ ἡμᾶς καὶ μεταβέβληται. Cf. Lyd., Mag. II, 19, 9 (p. 7512-14 Wünsch) :
Κενόδοξος γὰρ ὢν ὁ Δομιτιανὸς τοῖς νεωτερισμοῖς ἔχαιρεν · ἴδιον δὲ τυράννων ἀνατρέπειν τὰ
πάλαι καθεστηκότα.
26 SYLVAIN DESTEPHEN

ment38. Le panégyrique d’Aetius, prononcé par Mérobaude à Rome


le 1er janvier 446, déroule la prosopopée d’une Furie qui, par haine
de la tradition ancestrale et de l’esprit ancien, déplore la défaite des
Huns et des Vandales devant un consul aimé du peuple, des séna-
teurs et des puissants39.
Les exemples de Marcomer et Sunnon, des Huns et des
Vandales, soulèvent le problème, récurrent dans les panégyriques
et les discours du Bas-Empire, des relations entre Romains et
barbares. La présence croissante et pressante des Germains aux
conins puis au sein de l’État romain et de son armée contraint
les orateurs à la même souplesse rhétorique, aux mêmes circonlo-
cutions pour justiier l’action, cette fois diplomatique et militaire,
des souverains. Au service du pouvoir, invoquant l’autorité de
Platon et multipliant les exemples mythiques et les citations homé-
riques, Thémistios érige l’amour du genre humain (φιλανθρωπία) et
la prévoyance (πρόνοια) en principes dictant à Valens sa politique,
intérieure et extérieure40. Par la promotion opportune d’un idéal
monarchique humaniste et clairvoyant, le rhéteur souhaite réduire
la portée historique du traité établi à l’été 369 entre Valens et le
roi goth Athanaric, et limiter les conséquences militaires de l’ac-
cueil de populations germaniques sur le sol romain. À l’inverse des
généraux de la République expansionniste qui portent les noms de
populations massacrées, de régions pillées ou de cités détruites,
le souverain paciicateur, bienfaiteur et justicier, à l’imitation des
dieux et des héros, accorde sa protection aux peuples étrangers et
assure leur salut. L’action diplomatique controversée de l’empereur
Valens perd son originalité politique et reçoit une valeur éthique41.

38
Claud., Cons. Stil. I, v. 244-245 (p. 198 Birt) : Res auidi concire nouas odioque
furentes / pacis et ingenio scelerumque cupidine fratres.
39
Mer., Pan. II, v. 90 (p. 14 Vollmer) : [maioru] m mores et pectora prisca fugabo ;
ibid., v. 106-107, p. 15 : Aëtium coniunctus amor populique patrumque et procerum
mens omnis habet. Voir aussi l’analyse détaillée de Clover 1971, p. 55-56. Plus
récent, Stickler 2002, p. 117.
40
Voir Daly 1975, en particulier p. 31-32, où l’auteur montre comment l’absolu-
tisme politique du Bas-Empire encourage Thémistios à circonscrire la φιλανθρωπία à
la seule personne du souverain ; dans le même sens, voir Roberto 1997, p. 189-195 ;
plus bref, Penella 2000, p. 200. Sur cette notion dans la législation romaine tardive
et byzantine, voir les exemples réunis par Hunger 1964, p. 149-153.
41
Them., Or. X, 130 d-131 a (p. 19821-24 Schenkl - Downey) : Οὐ γὰρ οὕτως ἀνήκοός
εἰμι Πλάτωνος τοῦ θεσπεσίου ὥστε τὰ αὐτοῦ μὴ μανθάνειν, ὅτι κολοβὸς καὶ βασιλεὺς καὶ
νομοθέτης, ὃς πολεμεῖν μὲν ἱκανός, εἰρήνην δ᾿ ἄγειν οὐχ οἷός τε ; ibid., X, 132 c (p. 2018 - 9) :
φιλάνθρωπος δὲ ἁπλῶς, καὶ βασιλεὺς ὃς μηδένα ἀνθρώπων ὅλως ἀλλότριον τῆς ἑαυτοῦ
προνοίας ποιεῖται ; ibid., X, 140 b (p. 2138-10) : Εἰ δὲ ἐξ ὧν ἀπώλλυον οὗτοι τὰς ἐπικλήσεις
ἐκομίζοντο δικαίως, πολλῷ σὺ δικαιότερον ἂν ἐξ ὧν περιεποίησας ὀνομάζοιο. Voir à ce sujet
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 27

Quelques années plus tard, le problème de la présence barbare


se repose avec acuité après le désastre d’Andrinople, en 378. Malgré
les efforts déployés par le nouvel empereur, Théodose Ier, le terri-
toire romain n’est pas libéré de la présence ennemie. Dès 381, tandis
que la guerre dans les Balkans se prolonge, indécise sinon défavo-
rable aux Romains, Thémistios met son talent oratoire au service du
souverain. Il prépare les élites dirigeantes à l’éventualité d’une paix
négociée avec les Goths au moment où l’un de leurs rois, Athanaric,
déchu mais rallié à l’Empire, fait son entrée solennelle dans la
capitale orientale en janvier 381. Comme sous Valens, Thémistios
constelle son discours de références culturelles plutôt qu’historiques
pour justiier, sur le plan moral, et normaliser, sur le plan politique,
la paix de Théodose Ier avec les barbares. La coniance et la mansué-
tude, la justice et la modération animent le souverain et déterminent
son action imitée de modèles philosophiques et littéraires42. Après
des échecs militaires répétés, Théodose Ier se résout à ouvrir des
négociations avec les Goths par l’intermédiaire de Saturninus, qui
conclut une paix durable en octobre 382. Thémistios ne détaille pas
les clauses d’un traité présenté comme une victoire de l’intelligence
et de la clémence, de l’humanité et de la bonté de l’empereur. Si rien
n’est dit des subsides versés aux Goths ni de leur autonomie au sein
de l’Empire, en revanche l’orateur présente leur installation au sud
du Danube comme un repeuplement et une mise en valeur de la
Thrace. Signe de leur intégration future sur le modèle des Galates,
Thémistios annonce l’octroi de charges militaires et publiques bientôt
accordées aux Goths, qui prendront désormais part à la défense de
l’Empire comme autrefois Massinissa à celle de la République43.

le commentaire de Straub 1943, p. 263-268. Cet article est repris dans Straub 1972,
p. 195-219.
42
Them., Or. XV, 190 d (p. 2762-3 Schenkl - Downey) : Τοιγαροῦν ὧν τοῖς ὅπλοις οὐκ
ἐκρατήσαμεν, τούτους τῇ σῇ πίστει προσηγαγόμεθα αὐτοκλήτους ; ibid., XV, 193 d-194 a
(p. 27922-25) : καὶ πᾶσαι ἔσονταί σοι ἐκεῖθεν αἱ ἐπωνυμίαι, ὁ σωτήρ, ὁ πολιεύς, ὁ ξένιος, ὁ
ἱκέσιος, τοῦ Γερμανικοῦ ὑψηλότερα ὀνόματα καὶ τοῦ Σαρματικοῦ ; ibid., XIX, 229 b (p. 33315-
19
) : Οὐδεὶς γὰρ ἐν ταῖς ἐπικλήσεσι τοῦ θεοῦ τὸν νικητὴν ἢ τὸν θριαμβευτὴν ἀνακαλεῖται ἢ τὸν
Γερμανικὸν ἢ τὸν Σκυθικόν, ἀλλὰ τὸν φιλάνθρωπον καὶ τὸν εὐσεβῆ καὶ τὸν σωτῆρα. Ταύτης
ἀνθεκτέον σοι τῆς ἀρετῆς. Sur l’adaptation de Thémistios à la nouvelle situation
diplomatique, voir Heather - Moncur 2001 p. 211-213 et 216-218 ; Heather 2010,
p. 203-208.
43
Them., Or. XVI, 211 a (p. 30121-23 Schenkl - Downey) : λόγου γὰρ καὶ φιλανθρωπίας
αἱ νῖκαι τοιαῦται, οὐκ ἀνελεῖν, ἀλλὰ βελτίους ποιῆσαι τοὺς λελυπηκότας ; ibid., 211 a-b
(p. 30127-3021) : Πότερον οὖν βέλτιον νεκρῶν ἐμπλῆσαι τὴν Θρᾴκην ἢ γεωργῶν ; Καὶ τάφων
ἀποδεῖξαι μεστὴν ἢ ἀνθρώπων ; Καὶ βαδίζειν δι᾿ ἀγρίας ἢ δι᾿ εἰργασμένης ; Καὶ ἀριθμεῖν τοὺς
πεφονευμένους ἢ τοῦς ἀροῦντας ; ibid., XVI, 211 d (p. 30225-26) : ληψόμεθα δ᾿ οὖν οὐκ εἰς
μακρὰν ὁμοσπόνδους, ὁμοτραπέζους, ὁμοῦ στρατευομένους, ὁμοῦ λειτουργοῦντας. Sur la
28 SYLVAIN DESTEPHEN

Faute d’informations précises, la portée exacte du traité conclu


en 382 fait toujours débat entre historiens. Certains défendent
son caractère novateur et le considèrent comme un tournant pour
l’Empire romain, contraint de reconnaître un nouvel équilibre des
forces qui lui est défavorable. D’autres rappellent la tradition d’ac-
cueil de populations étrangères, mais vaincues et soumises, ce qui
n’est pas le cas des Goths44. La question se pose en des termes sensi-
blement équivalents pour les auteurs anciens, mais elle revêt une
actualité particulière dans le contexte de germanisation de l’appa-
reil d’État : le traité de 382 constitue-t-il ou non un bouleversement
diplomatique, une révolution politique ?
En 399 et 400, deux orateurs, Synésios de Cyrène et Claudien,
offrent chacun leur réponse lors de discours prononcés devant les
cours de Constantinople et de Milan45. Entraîné par sa diatribe
contre les Goths établis dans l’Empire comme fédérés et promus à
des fonctions dirigeantes, Synésios ravale Théodose Ier, victime de
sa magnanimité, du rang de vainqueur à celui de vaincu. À ses yeux,
loin de rétablir une paix durable, le traité conclu par l’empereur, en
offrant aux Goths une alliance, des droits, des dignités et des terres,
crée un précédent détestable qui appelle une réaction populaire
et patriotique46. Synésios critique le caractère novateur et perni-
cieux de cette politique germanique pour convaincre Arcadius de
revenir à une politique sinon d’asservissement, du moins d’exclu-
sion des Goths des postes de commandement. Il réclame une purge
de l’armée romaine et la sujétion des peuples barbares à l’autorité

manipulation des événements et de l’histoire, voir aussi Straub 1943, p. 271-272, et


surtout Portmann 1988, p. 187-188 ; de manière plus large, sur l’image des barbares
dans les panégyriques latins du IVe siècle, voir la mise au point de Del Chicca 1991.
44
Sur ce traité, voir Pavan 1964, p. 5-6 ; Demougeot 1974, p. 154-157 ; Demougeot
1979, p. 151-153 ; Heather 1991, p. 158-165 ; Cesa 1994 p. 39-43 ; Errington 1996,
p. 19-21 ; Heather - Moncur 2001, p. 257-264 ; Leppin 2003, p. 49-52 ; Wolfram
2005, p. 52-54 ; pour une position hypercritique, peu argumentée et rejetant l’exis-
tence même du traité de 382, voir Halsall 2007, p. 181-185.
45
Sur le contexte aulique des éloges, voir MacCormack 1976, p. 41-45 ;
MacCormack 1981, p. 6-10 ; L’Huillier 1992, p. 111-113 et 305-315. Il est à noter
que la franchise du discours de Synésios rendrait sa déclamation et sa publication
improbables selon Brandt 2003, p. 63-69.
46
Syn. Cyr., Regn. 15 (PG 66, col. 1097 A-B = ibid., 21, 3, p. 129 Lamoureux) :
ὁ δὲ τῷ πολέμῳ νικῶν ἐλέῳ παρὰ πλεῖστον ἡττᾶτο καὶ ἀνίστη τῆς ἱκετείας καὶ συμμάχους
ἐποίει καὶ πολιτείας ἠξίου καὶ μετεδίδου γερῶν καὶ γῆς τι ἐδάσατο τοῖς παλαμναίοις Ῥωμαϊκῆς,
ἀνὴρ τῷ μεγαλόφρονι καὶ γενναίῳ τῆς φύσεως ἐπὶ τὸ πρᾶον χρησάμενος ; ibid. 15 (PG 66,
col. 1097 B = ibid., 21, 4, p. 129 Lamoureux) : Καί τινες ἐκφοιτῶσιν ἱπποτοξόται ξένοι
παρὰ τοὺς ῥᾳδίους ἀνθρώπους, φιλοφροσύνην αἰτοῦντες παράδειγμα ἐκείνους τοὺς χείρους
ποιούμενοι · καὶ προβαίνειν ἔοικεν τὸ κακὸν εἰς τὴν καλουμένην ὑπὸ τῶν πολλῶν πειθανάγκην.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 29

impériale47. Héraut en janvier 400 de l’élévation du général vandale


Stilichon au consulat, Claudien évoque, de manière indirecte, les
conséquences de la paix de Théodose Ier, père du jeune Honorius
qui écoute le panégyrique. Loin de constituer une mesure pragma-
tique susceptible d’assurer une tranquillité au mieux provisoire, le
traité de 382 instaure une paix durable, puisque l’ordre rétabli par
Théodose Ier est légué à ses successeurs et respecté des barbares.
Une fois encore, l’action du bon empereur ne constitue ni un début
ni une in, mais perpétue une tradition étatique garantie par la loi
et l’autorité48.

Les vertus du prince et l’éloge de la restauration


En matière de règles successorales comme de politique étran-
gère, les panégyristes et les orateurs soutiennent l’avènement et l’ac-
tion des empereurs par des principes moraux immuables dont ils
vantent l’application rigoureuse. Qu’importe la réalité déformée, la
vérité gauchie ou les faits travestis, l’éloge d’un homme de pouvoir,
empereur, consul ou gouverneur, associe valeur démonstrative et
dimension moralisatrice. Œuvre de commande, le panégyrique se
double d’un discours de recommandation.
Des vertus colorent tous les portraits du bon prince. Certaines
servent de fond uniforme à son règne, lui donnent une tonalité
générale, d’autres soulignent ses moments de gloire et rehaussent
sa personnalité49. À plusieurs reprises, les orateurs énumèrent
les principes moraux qui régissent l’existence et le gouvernement
de l’empereur. Suivant un lieu commun de la pensée antique, la
conduite de l’homme privé explique l’action de l’homme public, la
stabilité extérieure relète l’équilibre intérieur, la commune prospé-
rité dépend de la valeur personnelle du monarque. S’il est inutile et

47
Ibid. 14 (PG 66, col. 1092 D-1093 A = ibid., 19, 7, p. 125 Lamoureux) : Πρὶν οὖν
εἰς τοῦτο ἤκειν ἐφ᾿ ὃ πρόεισιν, ἤδη ἀνακτητέον ἡμῖν τὰ Ῥωμαίων φρονήματα καὶ συνεθιστέον
αὐτουργεῖν τὰς νίκας, μηδὲ κοινωνίας ἀνεχομένους, ἀλλ᾿ ἀπαξιοῦντας ἐν ἁπάσῃ τάξει τὸ
βάρβαρον. Sur cet aspect du discours, voir Hagl 1997 p. 92-95.
48
Claud., Cons. Stil. I, v. 148-150 (p. 194 Birt) : Nulli barbariae motus ; nil
turbida rupto / ordine temptauit nouitas, tantoque remoto / principe mutatas orbis
non sensit habenas ; ibid., v. 162-163 (p. 195) : In quo tam uario uocum generumque
tumultu / tana quies iurisque metus seruator honesti. Voir aussi Cameron 1970,
p. 72-73 et 369-372.
49
Une belle métaphore picturale est présente dans le panégyrique de Gratien
par Sym., Or. III, 5 (p. 25 Callu) : Digna tabula saeculis, digna pictura temporibus
quibus magis utile uidemus eligi quam uolentes ! Une autre, qui a valeur de méthode
biographique, est déjà développée par Plut., Cim. 2, 3-4.
30 SYLVAIN DESTEPHEN

illusoire de prétendre ici rassembler et classer les mérites attribués


comme les qualités vantées, les orateurs évoquent la moralité de
l’individu manifestée par sa continence, sa modestie, sa frugalité,
voire sa simplicité, et soulignent la bonté du souverain exprimée
par son affabilité, sa magnanimité, sa clémence et surtout son
humanité50. Destiné à chanter les louanges d’un homme d’État,
l’éloge insiste davantage sur ses vertus publiques, presque admi-
nistratives. L’une d’elles possède une signiication particulière dans
la construction du souverain idéal, connu ou souhaité, présent ou
futur. Confrontés à un avenir incertain, plongés dans un contexte
troublé par la récurrence des guerres et des usurpations, les orateurs
érigent la sagesse en principe primordial de commandement. Le
rhéteur Aphthonios le rappelle dans son traité d’éloquence : « En
temps de paix, en effet, [la sagesse] institue les lois et mène toute
les formes de l’activité des jours tranquilles ; dans les guerres elle
amène les victoires »51.
Nombre de discours, grecs et latins, scandent cette vertu, véri-
table axiome des hommes de pouvoir du Bas-Empire. La sagesse
politique se décline en règles de gouvernement. À Constance II et
Constant, outre la noblesse de leur naissance et leur éducation,
Libanios attribue les vertus de justice, de prudence, de courage,
d’humanité et de sagesse52. Dans ses deux panégyriques, suivant
une énumération platonicienne ou aristotélicienne des vertus
cardinales, Julien loue chez Constance II le courage, la justice, la
tempérance et la prudence, deux vertus qui fondent la sagesse53. En

50
Original par son paganisme militant peu consensuel, Libanios reconnaît
l’existence d’améliorations techniques de l’armée sous Constance II et Julien, mais
analyse leur défaite ou leur victoire en termes de vertu et de piété : voir Lib., Or. XII,
79 ; ibid., XVIII, 167-168 et 206.
51
Aphth., Prog. VIII, 12 (éd. et trad. Patillon, p. 1369-11) : [σοφία] νομοθετεῖ μὲν γὰρ
ἐν εἰρήνης καιρῷ καὶ παντοδαποῖς ἡσυχίας εἴδεσι κέχρηται, τοῖς δὲ πολέμοις εἰσηγεῖται τὰς νίκας.
52
Lib., Or. LIX, 166 (vol. 4, p. 2931-7 Förster) : Τοσαύτης οὖν ἀρετῆς ἐν μέσῳ
προκειμένης τί χρὴ μέγιστον τῶν ἁπάντων νομίσαι ; πότερον τὴν εὐγένειαν ἢ τὴν τροφήν ; καὶ
πότερον τὴν δικαιοσύνην ἢ τὴν τῶν τρόπων σωφροσύνην ; καὶ πότερον τὴν πρὸς τοὺς πολεμίους
ἀνδρίαν ἢ τὴν πρὸς ἀλλήλους συμφωνίαν ; καὶ πότερον τὴν πρὸς ἕκαστον φιλανθρωπίαν ἢ τὴν
ἁπανταχοῦ σύνεσιν.
53
Jul., Or. I, 10 c (p. 2151-52 Bidez) : ἀνδρεία, δικαιοσύνη, σωφροσύνη et φρόνησις ;
ibid., III, 79 b (p. 15336-37) : ἀνδρεία, σωφροσύνη, φρόνησις et δικαιοσύνη ; ibid., III, 100 c
(p. 17921-25) : δίκη, σωφροσύνη, ἀνδρεία et φρόνησις. Pour l’importance de ces vertus
cardinales dans la pensée néoplatonicienne et l’œuvre de Julien, voir Curta 1995,
p. 204-206. Les vertus du bon roi sont indiquées par Plat., Rep. IV, 428 a (σοφία,
ἀνδρεία, σωφροσύνη, δικαιοσύνη), et Arist., Rh. I, 1366 b (δικαιοσύνη, ἀνδρεία, σωφροσύνη,
μεγαλοπρέπεια, μεγαλοψυχία, ἐλευθεριότης, πραότης, φρόνησις, σοφία). Pour leur usage
dans les panégyriques, voir Pernot 1986, p. 36-37 ; Pernot 1993, I, p. 166-172.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 31

Julien, Mamertin reconnaît la justice, le courage, la tempérance et


la sagesse54. À la in de son exhortation pour Valentinien le Jeune,
Thémistios espère que le très jeune ils de Valens aura de Zeus non
seulement les titres de sauveur, de conseiller et de protecteur de la
cité, mais encore les vertus de prudence et de sagesse55. En 379,
Ausone reconnaît la sage rélexion de Gratien lors des réunions du
conseil impérial. De manière paradoxale, il espère au début de son
discours que Dieu accordera au jeune empereur une sagesse dépas-
sant celle d’Ulysse56. Cette comparaison est également présente
dans le bref éloge versiié adressé à l’empereur Théodose II par
son favori, le poète Cyrus de Panopolis, consul en 44157. Lors du
passage à Athènes, en 382, de Nicomaque Flavien Junior, proconsul
d’Asie, Himérios évoque la sagesse, l’éloquence, l’incorruptibilité,
le courage, la distinction et l’honnêteté58. En 398, à l’occasion des
noces d’Honorius avec Marie, ille de Stilicon, le poète Claudien
voit en la personne du jeune souverain l’association harmonieuse
de vertus jugées inconciliables : la force et l’intelligence, le courage
et la sagesse59. Synésios de Cyrène estime même que la prudente
sagesse constitue la vertu royale par excellence60. Procope de Gaza
et Priscien de Césarée louent en l’empereur Anastase la sagesse
admirable, à la fois modèle de vertu pour ses sujets et principe de

54
Claud. Mam., Grat. act. XXI, 4 (p. 34 Galletier) : Adhibeto tantum tibi
gratuitas et paratu facillimas comites, iustitiam, fortitudinem, temperantiam atque
prudentiam.
55
Them., Or. IX, 126 c-d (p. 19112-14 Schenkl - Downey) : Ὃν δὲ χρὴ καλεῖσθαι
σωτῆρα, ὃν βουλαῖον, ὃν πολιοῦχον, τὰς τοῦ Διὸς ἐπωνυμίας, τὴν τοῦ Διὸς αὐτῷ κτητέον
σωφροσύνην καὶ φιλοσοφίαν.
56
Auson., Grat. act. V, 20 (p. 2220-22 Schenkl) : Auguste iuuenis, caeli tibi et
humani <generis> rector hoc tribuat, ut praelatus antiquis, quos etiam elegantia
sententiae istius antecessisti, uincas propria singulorum : in Menelao regiam digna-
tionem, in Vlixe prudentiam, in Nestore senectutem ; ibid., XIV, 67 (p. 2718-20) : In
illa uero sede, ut ex more loquimur, consistorii, ut ego sentio, sacrarii tui, nullus
umquam superiorum aut dicenda pensius cogitauit aut consultius cogitata disposuit
aut disposita maturius expediuit. Cinq superlatifs, fortissimus, liberalissimus, indul-
gentissimus, consultissimus et piissimus, qualiient ailleurs cet empereur : ibid., II,
7 (p. 203-10).
57
Anth. Pal. XV, 9, v. 5-6 (p. 127 Bufière) : ἐς πινυτὴν δ᾿ Ὀδυσῆι δαΐφρονι πᾶν σε
ἐίσκω, / ἀλλὰ κακῶν ἀπάνευθε δόλων.
58
Him., Or. XII, 23 (p. 9687-88 Colonna) : ἄκρος σοφίαν, δεινὸς εἰπεῖν, ἀνάλωτος φιλίᾳ,
γενναῖος ἐν φόβοις, ὑψηλὸς ἰδιώτης, ἄρχων ἐπιεικής.
59
Claud., Epith. Hon., v. 314-315 (p. 138 Birt = vol. 2, p. 79 Charlet) : Quod
semper dissilit (dissidet), in te / conuenit, ingenio robur, prudentia forti. Voir aussi le
commentaire de Guipponi-Gineste 2010, p. 182.
60
Syn. Cyr., Regn. 3 (PG 66, col. 1064 C = ibid., 7, 5, p. 95 Lamoureux) : Κόσμος
μὲν οὖν βασιλέως ἀρεταὶ πᾶσαι · φρόνησις δὲ ἁπασῶν βασιλικωτέρα.
32 SYLVAIN DESTEPHEN

restauration de l’État61. Dans tous ces textes, la sagesse et les vertus


qui lui font cortège encouragent le temps de la rélexion, l’équilibre
pondéré, le principe de précaution, l’instinct de préservation.
Conservatrices, la société antique et ses élites valorisent et idéa-
lisent le passé. Il n’est guère surprenant que les éloges rappellent
sans cesse à l’empereur, au consul, au gouverneur, le souvenir exem-
plaire de son père, de ses aïeux, de ses prédécesseurs62. Placée dans
une perspective historique rétrograde, l’autorité politique est légi-
timée par ses origines. Dans ces conditions, l’ambition d’un projet
vise au rétablissement d’un état antérieur, la validité d’une mesure
réside dans l’ancienneté de son modèle, l’eficacité d’une solution
dépend de sa idélité à un précédent63. Le traditionalisme de la classe
dirigeante s’exprime, dans les panégyriques et les discours, sous
forme de conseils de modération et d’exemples à suivre donnés à
l’homme d’État accompli ou en devenir. L’enthousiasme du compli-
ment de circonstance se double ici d’un appel répété à l’imitation
des anciens et des ancêtres64. En 356, dans le panégyrique de l’im-
pératrice Eusébie, la bienveillante épouse de Constance II, le César
Julien cite deux vers d’Euripide louant l’expérience pour placer la
sagesse de l’homme âgé au-dessus de celle des hommes jeunes65.

61
Procop. Gaz., Pan. 10 (p. 1314-15 Chauvot = p. 2526-7 Ventrella) : οἷα πατὴρ
ἀγαθὸς σωφρονεῖν μόνον παιδεύσας ; Prisc., Anast., v. 137-139 (p. 62 Chauvot) : Perdita
res populi fuerat sub tempore diro, / restituit tamen hanc domini prudentia mira,
/ periciens irmum quod cepit debile regnum. Ajoutons également un éloge frag-
mentaire, sans doute adressé à cet empereur, mais faussement attribué au poète
Pamprépios (cf. Viljamaa 1968, p. 56) et connu par le P. Vindob. 29788 : Heitsch
1961, p. 110, fr. XXXV, 1, recto, v. 15-16 : τοῖος ἐὼν βασιλεύς τ᾿ ἀγαθὸς κρατε[ρὸς] /
[σ] ῇσι σαοφροσύνῃσι τεὴν παρακάτθ[εο].
62
À Théodose Ier, par exemple, se destine cette formule de Them., Or. XVII,
214 a (p. 30617-18 Schenkl - Downey) : Καὶ ἤνεγκεν ὁ καθ᾿ ἡμᾶς χρόνος βασιλείαν
αἰσθανομένην τῶν τοῖς παλαιοῖς δεδογμένων ; de même, Claud., Cons. Stil. III, v. 112
(p. 224 Birt) : Et patrias iterum clemens exerceat artes. Plus original, car adressé à
une femme certes de pouvoir, ce compliment de Claud., Laus Seren., v. 140 (p. 324
Birt) : Prisca puellares reuerentia transilit annos.
63
Ainsi toutes les réformes ou plutôt les entreprises de restauration portées
au crédit de Julien (cursus publicus, administration provinciale, iscalité civique,
curies, paganisme) sont présentées comme la correction d’abus ou de dérèglements
antérieurs chez Lib., Or. XIII, 42-43 et 45 ; ibid., XVII, 9 ; ibid., XVIII, 142-148. Pour
le discours XIII, voir le commentaire de Wiemer 1995, p. 101-110.
64
Voir à ce sujet Chausson 2003, p. 117.
65
Jul., Or. II, 124 c (p. 9829-31 Bidez) : τὴν ἐμπειρίαν, δι᾿ ἣν ὁ πρεσβύτης ἔχει τι λέξαι
τῶν νέων σοφώτερον. Cf. Eur., Phoen., v. 529-530 : ἀλλ᾿ ἡμπειρία ἔχει τι λέξαι τῶν νέων
σοφώτερον. Sur ce discours, qui latte autant sa destinataire que son époux et son
auteur, voir Tougher 1998 ; Weber 2010, p. 269-270.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 33

Or, le hasard des successions dynastiques et des disparitions


prématurées élève sur les trônes de Trèves, Milan et Constantinople
des adolescents, voire des enfants, comme Gratien (16 ans) en 375
ou Arcadius (17 ans) et Honorius (10 ans) en 395. Le même problème
se pose déjà à Libanios, pour des cas certes moins extrêmes. Dans
son panégyrique adressé peut-être en 348 ou 349 à Constance II et
Constant, alors âgés de 31 et 28 ans, l’orateur reconnaît la jeunesse
des co-empereurs dont l’acuité intellectuelle rivalise toutefois avec
celle des générations précédentes66. Une idée voisine est exprimée
par Thémistios dans son discours adressé à Constance II. Par la
force de son esprit, le souverain maîtrise le bouillonnement de sa
jeunesse et se comporte en père responsable, comme il convient à
un empereur plus qu’à un jeune homme67. Une maturité surpre-
nante et une vieillesse précoce sont attribuées par Thémistios à
Gratien et par Himérios au proconsul Nicomaque Flavien Junior68.
En 368, devant la cour de Trèves, Symmaque justiie la désigna-
tion de Gratien comme Auguste à l’âge de 9 ans – sans doute un
record – au nom de la valeur de ses ancêtres et de l’accumulation
dans sa famille, sur plusieurs générations, de modèles à imiter69.
En 369 ou 370, le même orateur, de nouveau envoyé à Trèves, juge
inutile de préciser l’âge de Gratien, et préfère annoncer la promesse
d’un avenir rassurant et ses prédispositions aux antiques vertus70.
Certes, Ausone constate en janvier 379 que Gratien est un jeune
empereur, âgé de presque 20 ans, mais il éclipse déjà les modèles
anciens par son éloquence, la maturité de sa rélexion, sa sobriété
de vieillard au point dépasser, un jour, la longévité de Nestor71.

66
Lib., Or. LIX, 46 (vol. 4, p. 23022-2312 Förster) : τῷ μὲν χρόνῳ τῆς ἡλικίας εἰς
παῖδας τελοῦντες ἔτι, τῷ δὲ τῆς συνέσεως ὀξυτέρῳ τοῖς πρεσβυτέροις ἁμιλλώμενοι.
67
Them., Or. I, 17 a (p. 2317-20 Schenkl - Downey) : βασιλεὺς δὲ ἅτε νῷ κυβερνώμενος
γαληνιάζειν ἀναγκάζει τὸν κλύδωνα τῆς ἡλικίας, καὶ ἐπ᾿ αὐτοῦ μόνου τὸ « πατὴρ ὣς ἤπιος ἦεν »
ἁρμόττει μὲν διὰ τὴν ἀρετήν, οὐχ ἁρμόττει δὲ διὰ τὸν χρόνον. La citation provient d’Il.,
XXIV, v. 770.
68
Them., Or. XIII, 170 c-d (p. 24425-2452) : Ἡ δὲ σὴ νεότης τῷ Κύρου γήρᾳ
συναριθμηθήσεται καὶ τῇ Μάρκου ἀκμῇ ἡ σὴ ἐφηβία ; Him., Or. XII, 24 (p. 9693-94 Colonna) :
Πρεσβύτης τις ἦν, σεμνὸς ἰδεῖν, ἀρχαῖος τὸν βίον, τὸν λόγον ὅμοιος.
69
Sym., Or. I, 3 (p. 2 Callu) : cum familiae uestrae natura permitteret ut cautela
patris in puero nil timeret, cur tardaret aetas quem tot exempla generis adserebant ?
70
Ibid., III, 2 (p. 24) : Salue noui saeculi spes parta et in gremio rei publicae
nutricis adolesce, laetitia praesentium, securitas posterorum ; ibid., III, 3 (p. 24) :
Errat quisquis ideo censet aetatem. Pro senibus puer dimicas, pro liberis nostris
aequaeuus insudas ; ibid., III, 7 (p. 25-26) : Agnosco in te non adumbrata uestigiis
sed expressa ueterum signa uirtutum.
71
Auson., Grat. act. V, 20 (p. 2220-22 Schenkl) : Auguste iuuenis, caeli tibi et
humani <generis> rector hoc tribuat, ut praelatus antiquis, quos etiam elegantia
34 SYLVAIN DESTEPHEN

Cyrus de Panopolis, dans une épigramme composée en l’honneur


de Théodose II, souligne à la fois la jeunesse relative du souverain
et sa voix bien plus mélodieuse que celle du vieux Nestor72. Devenus
consuls dans leur jeunesse, en 395 et 399, Anicius Olybrius et Anicius
Probinus (premier cas de consulat assumé par des frères) comme
Fl. Mallius Theodorus sont dotés, selon les mots de Claudien, d’une
« âme de vieillard », d’un « esprit mûr »73. Miroir du jeune souve-
rain ou magistrat inexpérimenté, le panégyrique renvoie l’image,
désormais rassurante, d’un homme sans âge, doté d’une sagesse
vénérable et d’une autorité éprouvée74. Les incertitudes que font
peser sur la direction de l’État romain la jeunesse de son chef ou
de son représentant sont surmontées par sa maturité précoce,
son esprit vieilli, ses propos d’un autre temps75. Une compétence
hors du commun est même révélée par une canitie prématurée,
comme celle d’Honorius, âgé de seulement 13 ans et demi lors de
son mariage en 39876. Pour Synésios de Cyrène, la calvitie devient

sententiae istius antecessisti, uincas propria singulorum : in Menelao regiam digna-


tionem, in Vlixe prudentiam, in Nestore senectutem ; ibid., XIV, 66 (p. 2714) : In uino
cuius senis mensa frugalior ? ; ibid., XIV, 67 (p. 2718-20) : In illa uero sede, ut ex more
loquimur, consistorii, ut ego sentio, sacrarii tui, nullus umquam superiorum aut
dicenda pensius cogitauit aut consultius cogitata disposuit aut disposita maturius
expediuit.
72
Anth. Pal. XV, 9, v. 6-8 (p. 127 Bufière) : Πυλίου δὲ γέροντος / ἶσον ἀποστάζεις,
βασιλεῦ, μελιηδέα φωνήν, / πρὶν χρόνον ἀθρήσεις τριτάτην ψαύοντα γενέθλην.
73
Claud., Cons. Prob. et Olybr., v. 154-155 (p. 9 Birt = p. 72 Taegert = vol. 1,
p. 15-16 Charlet) : Sed grauibus curis animum sortita senilem / ignea longaeuo
frenatur corde iuuentus ; Id., Panégyrique du consulat de Mallius Theodorus, v. 18-20
(p. 177 Birt) : Traxit iter primaeque senes cessere iuuentae. / Iam tum canities animi,
iam dulce loquendi / pondus et attonitas sermo qui duceret aures. À propos du
premier texte, voir en guise d’introduction Wheeler 2007 ; une bibliographie est
également fournie par Guipponi-Gineste 2010, p. 141, n. 35.
74
Sur ce motif littéraire, davantage étudié pour le Haut-Empire que le
Bas-Empire, voir Carp 1980 ; Taegert, Claudius Claudianus, cit. n. 6, p. 177 ; Heil
2000 avec la mention de plusieurs exemples bibliques. Malgré son titre, le thème
littéraire n’est pas abordé dans l’article consacré au prophète étrusque Tagès par
Haack 2003. À propos du panégyrique considéré comme miroir du prince au
Bas-Empire, voir Hadot 1972, col. 603-607 ; L’Huillier 1992, p. 132-139.
75
À propos de la rencontre entre Constance III et le jeune Avitus, on lit cette
remarque de Sidon., Pan. Avit., v. 212-214 (p. 208 Luetjohann = p. 62 Loyen) : indole
deixus tanta et miratus in annis / paruis grande bonum uel in ore precantis ephebi /
uerba senis ; de même, au sujet de Procopius, le père d’Anthémius, Id., Panégyrique
d’Anthémius, v. 76-77 (p. 176 Luetjohann = p. 7 Loyen) : Stupuit primis se Parthus
in annis / consilium non ferre senis.
76
Claud., Epith. Hon., v. 325-327 (p. 138 Birt = vol. 2, p. 80 Charlet) : Canities
festina uenit. Cum sorte remota / contingat senio grauitas uiresque iuuentae, /
utraque te cingit propriis insignibus aetas.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 35

même, non sans autodérision, la marque distinctive du sage77. De


manière plus sérieuse, au jeune Arcadius, Synésios offre le modèle
du dieu Hermès, représenté en Égypte sous les traits d’un jeune
homme robuste aux côtés d’un vieil homme réléchi78. De manière
exceptionnelle et paradoxale, l’avenir est convoqué par la rhéto-
rique de l’éloge, mais pour exorciser le présent et, en quelque sorte,
anticiper le passé79.
Des empereurs, consuls ou gouverneurs peuvent se prévaloir
d’accéder au pouvoir et de l’exercer en pleine force de l’âge, comme
Valentinien Ier, âgé de 42 ou 43 ans en 364, Théodose Ier, âgé de
32 ans en 379, Avitus, âgé de peut-être 60 ans en 455, ou Anthémius,
âgé de presque 50 ans en 467. Dans son premier panégyrique de
Valentinien Ier, Symmaque souligne la remarquable expérience
du souverain80. Pacatus estime que Théodose Ier atteint « l’âge qui,
seul chez l’homme, marque le plein développement et possède les
privilèges des deux autres, la vigueur de la jeunesse et la matu-
rité de la vieillesse »81. Plus original, Sidoine Apollinaire oppose le
rajeunissement de Rome, que permettra la vieillesse d’Avitus, à la
décrépitude de l’Empire, provoquée par des empereurs enfants82.
Dépourvu d’une formule aussi frappante, le panégyrique que
l’orateur compose pour l’empereur Anthémius évoque cependant
l’homme d’expérience, blanchi sous le harnois83.

77
Syn. Cyr., Calv. 23 (PG 66, col. 1205 B) : ἂν δὲ φιλόσοφον ἐπαγγείλῃς ἢ ζάκορον,
μέλλει τις ἑστάναι φαλακρὸς ὑπόσεμνος ἐν τῷ πίνακι. Τουτὶ γάρ ἐστι τοὐπίσημον τοῦ
νομίσματος.
78
Id., Regn. 3 (PG 66, col. 1064 B-C = ibid., 7, 3, p. 95 Lamoureux) : Καὶ ἐγὼ
τοῦτο τῶν σοφῶν Αἰγυπτίων ἐθαύμασα · τὸν Ἑρμῆν, Αἰγύπτιοι διπλῆν ποιοῦσι τὴν ἰδέαν τοῦ
δαίμονος, νέον ἱστάντες παρὰ πρεσβύτῃ, ἀξιοῦντες, εἴπερ τις αὐτῶν μέλλοι καλῶς ἐφορεύσειν,
ἔννουν τε εἶναι καὶ ἄλκιμον, ὡς ἀτελὲς εἰς ὠφέλειαν θάτερον παρὰ θάτερον.
79
Emblématique, bien qu’adressé à un magistrat, ce conseil de Claud., Cons.
Mall. Theod., v. 336-337 (p. 188 Birt) : Accipiat patris exemplum tribuatque nepoti
/ ilius et coeptis ne desit fascibus heres. De même, Sidon., Epith. Rur. et Hiber.
(= carmen 11), v. 132-133 (p. 230 Luetjohann = p. 102 Loyen) : Sint nati sintque
nepotes ; / cernat et in proauo sibimet quod pronepos optet.
80
Sym., Or. I, 2 (p. 2 Callu) : Vicisti experientiam singulorum, qui habes omnium.
81
Pacat., Pan. Theod. VII, 5 (éd. et trad. Galletier, p. 74-75) : et ceteris quae
innumera congruebant anni quoque suum iunxere suffragium, qui soli in homine
perfecti bono duarum potiuntur aetatum, uirtute iuuenum et maturitate seniorum.
À noter que l’édition ici retenue indique par erreur iunenum. Voir également le
commentaire de Lippold 1968, p. 232-234.
82
Sidon., Pan. Avit., v. 597-598 (p. 217 Luetjohann = p. 77 Loyen) : En princeps
faciet iuuenescere maior, / quam pueri fecere senem. Voir aussi Watson 1998,
p. 184-185.
83
Sidon., Pan. Anth., v. 99-100 (p. 176 Luetjohann = p. 8 Loyen) : Iam tu ad
plectra ueni, tritus cui casside crinis / ad diadema uenit.
36 SYLVAIN DESTEPHEN

Rappel pédagogique des vertus ancestrales, évocation magni-


iée des générations précédentes, éloge convenu de la vieillesse,
les discours oficiels proclament tous la valeur intrinsèque du
conservatisme, non de l’immobilisme. Si la succession légitime
des empereurs s’accompagne d’une transmission paisible de l’au-
torité et d’un exercice régulier du pouvoir, les orateurs ne passent
sous silence aucune intervention personnelle du souverain dans la
conduite des affaires de l’État. La réconfortante linéarité institu-
tionnelle ou dynastique que leurs propos invoquent sans cesse, au
prix d’une distorsion de la réalité et de ses cautions historiques,
se double d’une conception cyclique de l’évolution de l’Empire84.
Certes, les deux ou trois modèles successoraux connus (méri-
tocratie, hérédité, association) permettent de légitimer tous les
détenteurs durables du pouvoir suprême, mais seuls les principes
moraux qui gouvernent les souverains permettent de corriger l’ac-
tion de prédécesseurs dévoyés et, par conséquent, responsables
d’une décadence. Si la vertu l’exige, le destinataire du panégyrique
ou de la gratiarum actio doit redresser la situation trouvée à son
entrée en fonction : chaque règne rétablit les traditions ancestrales,
la réforme revêtant l’aspect d’une restauration morale.
Déjà, dans le panégyrique de Trajan, discours prononcé en l’an
100 qui servit de prototype latin à une collection d’éloges impé-
riaux composés aux IIIe-IVe siècles, Pline le Jeune loue le souci
du souverain d’exhorter la société romaine et ses élites à se bien
conduire. Ces efforts sont illustrés par l’interdiction des panto-
mimes, spectacles licencieux autrefois autorisés par les princes
pervers des dynasties précédentes. Le terme emendatio, générale-
ment traduit en français par la vague notion de réforme, subit une
inlexion morale et acquiert le sens précis de correction, teintée
de résipiscence, ou d’amendement personnel85. Sans surprise, deux

84
De manière assez paradoxale, l’avènement de Julien équivaut, dans son
éloge funèbre, à une résurrection de l’Empire selon Lib., Or. XVIII, 281 (vol. 2,
p. 35913-14 Förster) : Οὐ τὴν οἰκουμένην ὥσπερ λειποψυχοῦσαν ἔρρωσεν. Un exemple plus
remarquable encore de cette conception « anthropique » de l’État romain est fourni
par Claud., Cons. Stil. II, v. 201-205 (p. 210 Birt) : Te sospite fas est / uexatum laceri
corpus iuuenescere regni. / Sub tot principibus quaecumque amisimus olim, / te
reddis. Solo poterit Stilichone medente / crescere Romanum uulnus tectura cicatrix.
85
Plin., Pan. XLVI, 6 (p. 46 Durry) : Castigauerunt uitia sua ipsi qui castigari
merebantur, iidemque emendatores qui emendandi fuerunt ; ibid., LIII, 1 (p. 53) :
Omnia, patres conscripti, quae de aliis principibus a me aut dicuntur aut dicta
sunt eo pertinent ut ostendam quam longa consuetudine corruptos deprauatosque
mores principatus parens noster reformet et corrigat ; ibid., LXVI, 2 (p. 67) : Inluxerat
primus consulatus tui dies, quo tu curiam ingressus nunc singulos, nunc uniuersos
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 37

siècles et demi après le discours de Pline le Jeune qu’il prend pour


modèle, dans son panégyrique adressé à l’empereur Julien en 362,
le rhéteur Mamertin associe, à son tour, l’emendatio au rétablis-
sement des valeurs morales86. De même en 389, Pacatus emploie
précisément le verbe emendare pour transcrire en termes moraux
la lutte de Théodose Ier contre le luxe insensé des services palatins
et le train de vie fastueux des courtisans87. Le dévoiement des vertus
traditionnelles, provoqué par les mauvais princes, nécessite leur
restauration par les bons princes. Les vices dénoncés soulignent,
en creux, les qualités inhérentes du souverain et les principes qui
dictent son action.
La nature incertaine des torts corrigés traduit et trahit souvent
un cliché et ne laisse présumer ni redressement particulier ni chan-
gement réel dans la conduite de l’État. De manière convenue, le
panégyriste Mamertin déplore la corruption de l’administration
impériale sous le règne de Constance II pour louer sa moralisa-
tion sous Julien88. En février 368, Symmaque se rend à la cour de
Trèves, sur la Moselle, et complimente Valentinien Ier d’avoir chassé
la brigue et la corruption, et rétabli la vertu et la moralité comme
conditions d’obtention des dignités et des magistratures89. Un mois
plus tard, à Marcianopolis, sur le Danube, le rhéteur Thémistios
attribue à l’empereur Valens le soin d’avoir expulsé les comman-
dants militaires incompétents, destitué les hauts fonctionnaires
corrompus, proscrit la mise à l’encan des magistratures, sélectionné
les nouveaux magistrats sur des critères de justice et d’expérience90.

adhortatus es resumere libertatem, capessere quasi communicus imperii curas, inui-


gilare publicis utilitatibus et insurgere. Il est à noter que, quatre siècles plus tard,
l’interdiction des pantomimes est réitérée par l’empereur Anastase d’après Procop.
Gaz., Pan. 16 (p. 1721-189 Chauvot = p. 2581-7 Ventrella).
86
Claud. Mam., Grat. act. IV, 3 (p. 19 Galletier) : Sed emendatio morum iudico-
rumque correctio et dificile luctamen et periculi plenum negotium fuit.
87
Pacat., Pan. Theod. XIII, 2 (p. 80 Galletier) : impendia palatina minuendo nec
solum abundantem reiciendo sumptum, sed uix necessarium usurpando dimensum,
quod natura dificillimum est emendasti uolentes.
88
Claud. Mam., Grat. act. XVIII, 6 (p. 31 Galletier) : Denique omnes in emendo
uidemus repensandi iducia magno erectoque animo aurum argentumque depro-
mere ; ibid., XXI, 4 (p. 34) : Adhibeto tantum tibi gratuitas et paratu facillimas
comites, iustitiam, fortitudinem, temperantiam atque prudentiam. Sur le caractère
conformiste de ces propos, voir le commentaire de Seager 1983, p. 156-157 ; égale-
ment L’Huillier 1992, p. 316-317 ; Lassandro 2000, p. 51-58.
89
Sym., Or. I, 23 (p. 10 Callu) : Possum dicere fugato ambitu uirtuti redditas
dignitates nec iam ad honorum infulas opibus uiam patere sed moribus. Cf. Amm.
Marc. XXX, 9, 3.
90
Them., Or. VIII, 116 d-117 a (p. 17511-1761 Schenkl - Downey) : Ἆρ᾿
38 SYLVAIN DESTEPHEN

En 376, Thémistios félicite en son absence Gratien, qui a succédé


à son père Valentinien Ier l’année précédente, d’avoir débarrassé le
palais impérial des crimes et des tortures, l’administration iscale
des abus et des extorsions de taxes impayées91. En 379, le nouveau
consul Ausone remercie Gratien d’avoir rendu agréable un palais
naguère sinistre et, pour la première fois dans l’histoire de l’Empire,
annulé tous les arriérés d’impôt92. En 381, Thémistios salue avec
retard l’avènement de Théodose Ier et lui reconnaît le mérite d’avoir
favorisé dans le palais de Constantinople un climat de coniance
et de sûreté, et non plus de crainte ni de terreur93. Vingt ans plus
tard, le poète Claudien vante l’intégrité restaurée de l’administra-
tion qu’Honorius a pourtant héritée de son père Théodose Ier94,
et dénonce le faste oriental décadent et le règne de la terreur à la
cour de Constantinople sous le jeune Arcadius, autre successeur de
Théodose Ier95. De règne en règne, la répétition d’une même poli-
tique et l’application des mêmes décisions montrent que la restruc-
turation administrative constitue un lieu commun rhétorique.
La générosité remarquable du nouveau souverain ne s’accom-
pagne pas davantage d’une réforme sociale particulière et n’entraîne

οὖν ταξιάρχους μὲν καὶ λοχαγοὺς ἐξετάξεις καὶ ἡ ξυνωρίς σοι τῶν στρατηγῶν ἐστιν
ἐκκεκαθαρμένη, τοὺς δὲ εἰρηνικοὺς ἄρχοντας τούτους περιορᾷς καὶ λαθεῖν ἔνεστι δώρων
ἁλόντα, ἢ προσεισπράξαντα τοῖς ὡρισμένοις, ἢ παρανόμως γνόντα, ἢ παροινήσαντα ἄλλως εἰς
τοὺς ὑπηκόους ; […] Τοιγαροῦν σπάνιν ἐποίησας τῶν σπουδαρχούντων, καὶ οὐ πρόκειται νῦν
ἀρχῶν ἀγορά, οὐδὲ προκηρύττονται αἱ τῶν ἐθνῶν ἐπιτροπεῖαι, ὥσπερ τὰ ὤνια, ἀλλὰ τὸ ἀρχαῖον
τίμημα ἐπανελήλυθε δικαιοσύνῃ καὶ ἐμπειρίᾳ. Voir aussi le commentaire de Cecconi
2005, p. 289.
91
Them., Or. XIII, 175 c (p. 25116-20 Schenkl - Downey) : Οἰμωγὴ δὲ ἐξελήλαται
τῶν ἀρχείων καὶ τὰ βασανιστήρια δὲ πλέω εὐρῶτος. Λογισταὶ δὲ ἀλιτήριοι καὶ παλαμναίοι
πρακτῆρες ἐξώρων ἐλλειμμάτων καὶ ἐξιτήλων φρούδοι καὶ ἀνώνυμοι ἤδη, καὶ πῦρ ἅπαντα
αὐτῶν τὰ ζώπυρα ἐπενείματο.
92
Auson., Grat. act. II, 3 (p. 2014-15 Schenkl) : palatium, quod tu, cum terribile
acceperis, amabile praestitisti ; ibid., XVI, 73 (p. 287-8) : Vel illud unum cuius modi est
de condonatis residuis tributorum : quod tu quam cumulata bonitate fecisti !
93
Them., Or. XV, 190 c (p. 27519-24 Schenkl - Downey) : Εἰσφοιτᾷ δὲ εἰς τὰ βασίλεια
πατάσσων οὐδεὶς τὴν καρδίαν οὐδὲ τοὺς ὀδόντας ἀράσσων οὐδὲ χλωρὸς ὑπὸ δέους, ἀλλ᾿
εὐέλπιδι τῇ γνώμῃ καὶ ἀνεστηκυίᾳ ὥσπερ εἰς τὰ ἄσυλα τῶν ἱερῶν · οὕτω σοι ἵλεω μὲν τὰ
ὄμματα, ἀθόρυβος δὲ ἡ φωνή, γαλήνη δὲ ἐπικέχυται παντὶ τῷ προσώπῳ.
94
Claud., III Cons. Hon., v. 186-188 (p. 148 Birt = vol. 1, p. 46 Charlet) : Cumque
suo demens expellitur Ambitus auro. / Non (Nec) dominantur opes nec corrumpentia
sensus / dona ualent : emitur sola uirtute potestas.
95
Id., In Eutr., I, v. 414-416 (p. 89 Birt) : Pridem tolerare fatemur / hoc genus,
Arsacio postquam se regia fastu / sustulit et nostros corrupit Parthia mores ; ibid., II,
v. 462-463 (p. 113) : Iam uaga pallentem densis terroribus aulam / fama quatit. Voir
également le commentaire de Zarini 2007, p. 51-52.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 39

pas une quelconque hausse des dépenses publiques. Elle participe


simplement de la tradition ancienne de bienfaisance impériale, de
muniicence oficielle (liberalitas, φιλοτιμία)96. De même, les vertus
de simplicité, de modestie et de frugalité du prince n’augurent ni
une réduction des dépenses ni une baisse des impôts, au mieux
elles relètent son gouvernement sage et son caractère tempéré.
Mamertin vante le gouvernement économe de Julien97. De son côté,
Symmaque complimente Valentinien Ier et son ils Gratien pour
leur semblable modération iscale et l’ampleur de leur libéralité
déployée dans un esprit d’émulation98. Thémistios considère que,
sous Valens, la iscalité impériale, selon un cercle vertueux, reverse
aux contribuables ce qu’elle leur enlève, dans la mesure où sa modé-
ration constitue une forme de générosité99. Pacatus répète cette
idée durant le règne de Théodose Ier100, tandis qu’Ausone, jouant
sur le nom que l’empereur a reçu de son grand-père, rend grâce à
Gratien pour ses gracieusetés innombrables101. Selon le contexte,
qu’il dénonce Ruin en 396-397 ou loue Stilicon en 400, Claudien
incite chacun à suivre le principe naturel d’une vie modeste (par
réaction aux abus « orientaux ») – en des termes qui rappellent le

96
Par exemple, on lit dans le panégyrique de Constance II et Constant par Lib.,
Or. LIX, 156 (vol. 4, p. 28812-16 Förster) : Νῦν δέ γε πολὺς μὲν ἐκ βασιλέων πλοῦτος εἰς τοὺς
ὑπηκόους μεταρρεῖ, πανταχοῦ δὲ τὸ βέβαιον τῇ φιλοτιμίᾳ συνέζευκται καὶ τοῖς λαμβάνουσιν
οὐ μείζων ἡδονὴ τοῦ λαβεῖν ἢ τοῦ μετ᾿ ἀσφαλείας ἔχειν ; dans le second panégyrique de
Constance II, on lit cette formule de Jul., Or. III, 86 c-d (p. 16227-29 Bidez) : πολλοὺς
μὲν εὖ ποιεῖν δύνασθαι, χαρίζεσθαι δὲ ἅπασιν ὅτου ἂν τύχωσιν ἐνδεεῖς ὄντες ; ou ces formules
de Them., Or. XXXIV, 17 (p. 22416-18 Schenkl - Downey - Norman) : Τί δ᾿ ἂν καινότερον
χρυσοῦ τὴν αὐτὴν ὁδὸν ἐκ τῶν ταμιείων ἐπανιόντος πρὸς τὸν ἀδίκως εἰσπεπραγμένον ; ibid.
(p. 22420-22) : Τὸ δὲ καὶ τοῖς χρήσασθαι δεηθεῖσι δοῦναι δωρεὰν καὶ πλείονός γε δοῦναι δωρεὰν
ἢ ὅσῳ χρῆσθαι ᾔτησε.
97
Claud. Mam., Grat. act. X, 3 (p. 25 Galletier) : Maximum tibi praebet parsi-
monia tua, Auguste, uectigal. Sur la frugalité personnelle et la libéralité publique de
Julien, voir Blockley 1972, p. 442-445.
98
Sym., Or. II, 31 (p. 23 Callu) : Moderatum est quod penditur, quia simul
sumitis, amplissimum quod geritur, quia certatim ambo praestatis.
99
Them., Or. VIII, 112 d-113 a (p. 1704-10 Schenkl - Downey) : Ὁ γὰρ κύκλος
εἰς ἑαυτὸν οὗτος περίεισι […] τοὺς βασιλέας ὁρῶμεν εἰς οὓς προΐενται, παρ᾿ ἐκείνων καὶ
ἐρανίζοντας. Τὸ τοίνυν κεφάλαιον τοῦ λόγου τοῦτό ἐστιν, ὅτι ὅσῳπερ ἂν ἐλάττω προσάγηται
βασιλεύς, τοσούτῳ πλείω δωρεῖται.
100
Pacat., Pan. Theod. XXVII, 5 (p. 94 Galletier) : quicquid in ciues manat a
principe redundet in principem, et rei et famae bene consulit muniicus imperator.
101
Auson., Grat. act. VIII, 39 (p. 2414-16 Schenkl) : tu, inquam, Gratiane, qui hoc
non singulis factis, sed perpetua grate agendi benignitate meruisti, cui, nisi ab auo
deductum esset, ab omnibus adderetur ; ibid. XVI, 72 (p. 285-7) : Neque uero unum
aliquod bonum uno die praestas, sed indulgentias singulares per singula horarum
momenta multiplicas.
40 SYLVAIN DESTEPHEN

traité anonyme du De rebus bellicis – ou remercie le nouveau consul


de ses largesses inespérées102. Dans son discours Sur la royauté,
Synésios de Cyrène invite Arcadius à exclure du pouvoir l’orgueil
et la magniicence, et à faire de la générosité imitée de Dieu une
caractéristique de ce même pouvoir103. Dans la personne de son ils,
Théodose II, le poète et consul Cyrus de Panopolis vante la pudeur
et la sobriété, mais aussi la noblesse du lignage104. Il n’est guère
étonnant que Procope de Gaza et Priscien de Césarée vantent tous
deux en Anastase la bienfaisance et la prodigalité105.
De manière générale, et idéale, le bon prince restaure les
inances de son État, car il dépense les deniers publics avec discer-
nement sinon prudence, allège la pression inancière ou plutôt
limite la hausse des impôts, lutte contre la prévarication des repré-
sentants de son autorité plus qu’il ne réprime les abus des agents de
son isc. L’héritage rhétorique d’un empereur économe et juste est
néanmoins grevé par les propos de Libanios, Julien et Thémistios :
les deux premiers reconnaissent qu’un principe de réalité ou une
situation urgente peuvent exiger une hausse des dépenses et donc
des recettes, tandis que le dernier rappelle la tendance des souve-
rains à augmenter peu à peu les impôts pour rendre leur hausse
imperceptible106.

102
Claud., In Ruf. I, v. 215-216 (p. 26 Birt = vol. 1, p. 69 Charlet) : Viuitur exiguo
melius ; natura beatis / omnibus esse dedit, si quis cognouerit uti ; Id., Cons. Stil. II,
v. 152-153 (p. 208 Birt) : Anteuenis tempus non expectantibus ultro / muniicus. Cf.
De rebus bellicis, II, 8 (p. 1221-1425 Giardina) : Denique paulisper felicium temporum
reuolue memoriam, et antiquae paupertatis famosa regna considera quas agros colere
et abstinere opibus norant, qua haec honoris laude per omne aeuum frugalitas incor-
rupta commendent.
103
Syn. Cyr., Regn. 13 (PG 66, col. 1089 C = ibid., 17, 9, p. 121 Lamoureux) :
βασιλείας ἐξοριστέον εἶναι τῦφον καὶ πολυτέλειαν, ὡς οὐ μετὸν αὐτῇ τῶν ἀλλοτρίων ; ibid., 20
(PG 66, col. 1104 A = ibid., 26, 1, p. 135 Lamoureux) : Χαρακτῆρα βασιλείας εὐεργεσίαν
ἐτίθεμεν · τὸν δωρητικὸν πάλιν, τὸν ἀγαθόν, τὸν ἵλεων, τὰς ὁμωνυμίας ἀναπεμπάζομεν
τοῦ θεοῦ. Non sans raison, les avis donnés par Synésios à Arcadius passent pour
convenus et vagues : Cameron - Long 1993, p. 119 et 137-139.
104
Anth. Pal. XV, 9, v. 1-4 (p. 126 Bufière) : Πάντα μὲν Αἰακίδαο φέρεις ἀριδείκετα
ἔργα / νόσφι λοχαίου ἔρωτος · ὀιστεύεις δ᾿ ἅτε Τεῦκρος, / ἀλλ᾿ οὔ τοι νόθον ἦμαρ · ἔχεις δ᾿
ἐρικυδέα μορφὴν / τὴν Ἀγαμεμνονέην, ἀλλ᾿ οὐ φρένας οἶνος ὀρίνει.
105
Procop. Gaz., Pan. 17 (p. 1812-14 Chauvot = p. 2589-11 Ventrella) : Οὐ γὰρ ἀρκεῖν
ἡγήσω μέχρι τῆς κοινῆς χρείας τὴν φιλανθρωπίαν ἐκτείνειν, ἀλλ᾿ ὥσπερ εὐεργετεῖν ἀεὶ ποθῶν
ἐπισκοπεῖς τοὺς εὖ παθεῖν δεομένους ; Prisc., Anast., v. 155 (p. 62 Chauvot) : Diuitias
temnit, quo prodest omnibus unus.
106
Lib., Or. LIX, 15 (vol. 4, p. 2168-11 Förster) : καταλαμβανούσης δὲ δαπανημάτων
ἀνάγκης ἤρκει κηρύξαι τὴν χρείαν καὶ πάντα ἦν χρημάτων μεστὰ ἑκόντων διδόντων τοῖς πέλας ;
Jul., Or. I, 21 d (p. 3516-18 Bidez) : ἐμμένων δὲ οἶμαι τοῖς ἀρχαίοις, πλὴν εἴ που πρὸς βραχὺ
καὶ πρὸς εὔκαιρον ἐχρῆν αἰθέσθαι δαπανηροτέρων τῶν λειτουργημάτων ; Them., Or. VIII,
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 41

Les seules mesures précises dont les panégyriques et les discours


se font l’écho ampliié complètent le portrait d’un souverain pater-
naliste, soucieux du bien-être matériel de son peuple. Il s’agit de
l’augmentation, décidée en 384 par Théodose Ier, des quantités
de blé annonaire distribuées à la population de Constantinople
et, en 498, de l’abolition par Anastase de la taxe professionnelle
du chrysargyre prélevée dans un Empire réduit à sa moitié orien-
tale107. Le primat absolu accordé à la morale publique explique
la faible attention portée aux problèmes socio-économiques,
hormis les manifestations attendues de la bienfaisance impé-
riale que sont l’édilité publique ou les travaux de restauration108.
Après l’examen des panégyriques impériaux et des discours ofi-
ciels subsistant du « grand Ve siècle », il apparaît que les orateurs
défendent, sans surprise aucune, les principes politiques (recon-
naissance de règles successorales), le patrimoine culturel (réfé-
rence aux auteurs et penseurs anciens), les valeurs morales (retour
aux antiques vertus) et les préoccupations sociales (conserva-
tion de l’ordre établi) qui caractérisent les élites au pouvoir109.
Reconnaissance oratoire publique et ampliiée d’une autorité,
d’un talent ou d’une qualité, le panégyrique de l’Antiquité tardive

113 c (p. 1711-4 Schenkl - Downey) : εὖ καὶ πάνυ σοφῶς ἐννοήσας ὅτι τὸ μὲν αὔξειν τὰ
δυσχερῆ κατὰ μικρὸν αἱρετώτερον · οὕτως γὰρ ἂν κλέπτοι τὴν αἴσθησιν ἡ τῆς δυσχερείας
προσθήκη.
107
Pour la hausse de l’annone, voir ibid., XVIII, 222 a (p. 32011-13) : οὑκ ἐκτείνει
μόνον, ἀλλὰ καὶ ἐπαύξει τὸ σιτηρέσιον, ὅτε ἀγαπητὸν ἦν μὴ ἐλαττῶσαι ; pour l’abolition du
chrysargyre, voir Procop. Gaz., Pan. 13-14 (p. 1515-1720 Chauvot = p. 25417-25627
Ventrella) ; cf. Prisc., Anast., v. 152-153 (p. 62 Chauvot) : Quae pater et dominus terrae
deleuit in aeuum / argenti releuans atque auri pondere mundum. Pour la première
mesure, voir l’ouvrage classique de Durliat 1990, p. 254-255 et n. 195 ; pour la
seconde mesure, voir les récentes mises au point de Haarer 2006, p. 194-197 ; Meier
2009, p. 121-124.
108
E.g. Constance II est congratulé pour l’embellissement de Constantinople
par Them., Or. IV, 60 c-d (p. 86 Schenkl - Downey) ; Valens est loué pour son
aqueduc et ses travaux en Thrace : ibid., XI, 151 c-152 d (p. 227) ; ibid., XIII, 168 a-c
(p. 241) ; Théodose Ier pour l’expansion urbaine de la capitale orientale : ibid., XVIII,
222 b-223 a (p. 320-322) ; son ils cadet pour la restauration des remparts de Rome :
Claud., VI Cons. Hon., v. 531-536 (p. 254 Birt) ; d’innombrables travaux de réfection
ou de construction à Hiérapolis de Syrie, Constantinople, Alexandrie et ailleurs
sont portés au crédit d’Anastase : Procop. Gaz., Pan. 7 et 18-21 (p. 1030-114 et 1820-
2025 Chauvot = p. 24625-24829 et 25816-26031 Ventrella) ; Prisc., Anast., v. 184-192 et
266-269 (p. 63-64 et 66 Chauvot). Sur ce programme monumental, voir Haarer
2006, p. 230-245 ; de manière plus large, sur l’idéologie des largesses impériales au
Bas-Empire : Delmaire 1989, p. 531-533.
109
L’orateur se fait le « porte-parole des valeurs d’une communauté » selon
L’Huillier 1992, p. 111.
42 SYLVAIN DESTEPHEN

perpétue une longue tradition d’éloges qui conditionne sa forme


comme son propos. L’idéalisation du passé et l’exaltation du précé-
dent encouragent le maintien à la fois de règles de composition
et de principes institutionnels conirmés par le bon usage et sanc-
tionnés par le temps immémorial. Pour cette raison, le formalisme
du panégyrique traduit, sur le plan littéraire, le conservatisme de
ses idées. Malgré une remarquable capacité à circonstancier leurs
discours selon les événements de nature dynastique, militaire ou
diplomatique, les orateurs ne manquent jamais de louer le main-
tien d’un équilibre, la répétition d’une politique. Des souverains
justes et bons, inspirés d’exemples du passé, mènent la société et
l’État à leur perpétuation. Le passé en tête, la vertu à la bouche, la
tradition chevillée au corps, les panégyristes énumèrent et répètent
les mêmes qualités, publiques et privées, pour souligner la moralité
et la compétence du gouvernant. Engagés dans la réitération de
modèles ancestraux, les rhéteurs et les poètes légitiment le gouver-
nement par attachement à une conception cyclique de l’histoire.
Menacé de décadence par l’immoralité de mauvais souverains et
l’impéritie de leur administration, l’Empire recouvre sa vertu et
sa grandeur dans le perpétuel rétablissement de ses fondements
tant moraux que politiques. L’avènement de l’empereur louangé
se mue en restauration, son programme ambitionne un redresse-
ment, son action concrétise un retour. Soumis à l’attraction d’un
passé magniié, le progrès renoue avec une prospérité passée, le
présent devient la parousie d’un bonheur illimité, le retour d’un
âge d’or110. Dans ces œuvres de commande et de recommandation

110
Claud. Mam., Grat. act. XV, 1 (p. 28 Galletier) : Cis pauculos dies in nouum
ac lorentem statum re publica restituta, sacra mens ad honorum fastigia et magistra-
tuum ornamenta respexit ; Sym., Or. III, 9 (p. 27 Callu) : Et uere, si fas est praesagio
futura conicere, iamdudum aureum saeculum currunt fusa Parcarum ; Them., Or.
XIV, 180 c-d (p. 2609-13 Schenkl - Downey) : Ἡβᾶν δὲ αὖθις ὑπέλαβον, ἡνίκα ἐπυθόμεν
ἐν γράμμασι παρὰ τοῦ κρατίστου τῶν ἡμετέρων ζακόρων ὄψεσθαι τὴν χρυσῆν γενεὰν
ἐπανήκουσαν, ὄψεσθαι ἡμᾶς βασιλείαν ὁλόκληρον καὶ ἀρτίπουν, λάμπουσαν τοῖς κάλλεσιν
ἀμφοτέροις, τῆς τε ψυχῆς καὶ τοῦ σώματος ; Claud., III Cons. Hon., v. 182-184 (p. 147-148
Birt = vol. 1, p. 46 Charlet) : Natorum per regna uenis, qui mente serena / maturoque
regunt iunctas moderamine gentes, / saecula qui rursus formant meliore metallo ; Id.,
In Ruf. I, v. 51-52 (p. 20 Birt = vol. 1, p. 59 Charlet) : En aurea nascitur aetas, / en
proles antiqua redit ; ibid., I, v. 372 (p. 32 Birt = vol. 1, p. 79 Charlet) : Iamque aderit
laeto promissus Honorius aeuo ; Id., Cons. Stil. II, v. 333-335 (p. 214-215 Birt) :
tincta simul repetito murice ila / contulimus pensis et eodem neuimus auro, / aurea
quo Lachesis sub te mihi saecula texit ; ibid., II, v. 449-450 (p. 219) : Eximia regione
domus, contingere terris / dificilis, rutili stabat grex aureus anni ; ibid., II, v. 474-476
(p. 219) : Aureus et nomen praetendit consulis Annus : / inque nouos iterum reuo-
luto cardine cursus / scribunt aethereis Stilichonem sidera fastis ; Sidon., Pan. Avit.,
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 43

qui mêlent la latterie à la démonstration et au conseil, l’innovation


constitue, au mieux, la reconnaissance d’un principe de réalité,
préalable à un rétablissement durable après une adaptation tran-
sitoire aux circonstances111. Alors que l’empereur Julien proclame
son refus de changer quoi que ce soit, le poète Claudien écrit, dans
son panégyrique pour le consulat de Stilicon, qu’« il est plus grand
de conserver que de rechercher l’innovation ». Un demi-siècle plus
tard, alors que la situation politique de l’Empire romain d’Occident
s’est beaucoup dégradée, Sidoine Apollinaire afirme, presque pour
se rassurer, que la nature n’innove jamais112.
Dans ce contexte, quel sens les orateurs peuvent-ils donner à
l’idée de réforme ? Par leur incapacité à concevoir la politique ou
l’économie sinon en termes éthiques, la réforme de l’État se résume
à sa moralisation, car « la morale offre les lois auxquelles doit se
soumettre l’empereur »113. En ce sens, les éloges conient une
mission de redressement au souverain dont la capacité réforma-
trice se limite à abroger les mauvaises lois ain d’assurer la stabi-
lité publique. Pour Libanios et Julien, attachés à la primauté de la
loi, le souverain demeure le gardien du droit : si Libanios félicite
Constance II et Constant de déléguer la justice aux magistrats et

v. 600-602 (p. 218 Luetjohann = p. 77 Loyen) : Felix tempus neuere sorores / imperiis,
Auguste, tuis et consulis anno / fulua uolubilibus duxerunt saecula pensis ; Id., Pan.
Anth., v. 102-104 (p. 176 Luetjohann = p. 8 Loyen) : Cunabula uestra / imperii fulsere
notis et praescia tellus / aurea conuerso promisit saecula fetu ; Procop. Gaz., Pan. 23
(p. 2110-12 Chauvot = p. 2629-10 Ventrella) : Ἀλλὰ γὰρ ἡμῖν τὸ χρυσοῦν ἐκεῖνο γένος τὸ μέχρι
λόγων ᾀδόμενον μόλις ἀπέδειξε τοῖς ἔργοις ὁ χρόνος.
111
Sur les principes de τάξις et d’οἰκονομία, c’est-à-dire d’ordre sacralisé et d’ac-
commodement raisonnable, voir Ahrweiler 1975, p. 134-136 et 142.
112
Jul., Ep. 89, 453 b (p. 15318-21 Bidez) : φεύγω τὴν καινοτομίαν ἐν ἅπασι μέν,
ὡς ἔπος εἰπεῖν, ἰδίᾳ δὲ ἐν τοῖς πρὸς τοὺς θεούς, οἰόμενος χρῆναι τοὺς πατρίους ἐξ ἀρχῆς
φυλάττεσθαι νόμους, οὓς ὅτι μὲν ἔδοσαν οἱ θεοί, φανερόν. Nous devons cette référence à
Dvornik 1966, p. 665-666. Il faut mettre cette critique de l’innovation en parallèle
avec la dénonciation, par le même Julien, de l’héritage politique de Constantin
d’après le témoignage d’Amm. Marc., XXI, 10, 8 (t. 3, p. 66 Fontaine) : Tunc et
memoriam Constantini, ut nouatoris turbatorisque priscarum legum et moris anti-
quitus recepti, uexauit. Voir également Claud., Cons. Stil. II, v. 326-327 (p. 214
Birt) : Plus est seruasse repertum, / quam quaesisse nouum ; Sidon., Pan. Anth.,
v. 12 (p. 174 Luetjohann = p. 4 Loyen) : nil natura nouat. Sur cet attachement au
passé, voir Watson 1998, p. 194. Il faut citer, en écho à ces textes, mais en relation
avec la question de l’itération du baptême et de l’ordination, la formule du pape
Étienne Ier transmise par Cypr., Ep. 74, 2 (p. 280 Bayard) : Nihil innouetur nisi
quod traditum est. Nous devons cette référence à Ladner 1959, p. 139, cf. p. 298
et 304-306.
113
Burdeau 1964, p. 53.
44 SYLVAIN DESTEPHEN

de respecter le droit114, Julien considère Constance II comme le


gardien de lois susceptibles d’être révisées115. Mieux, Thémistios
assimile le souverain à une loi vivante (νόμος ἔμψυχος) dont la bonté
s’inspire de la providence divine116. À l’instar de Julien, il voit dans
la clémence « légiférante » du prince le nécessaire correctif à des
lois devenues coercitives117. Claudien sait gré à Honorius, arbitre
des lois, de conirmer le droit ancien, mais aussi de réformer
(emendare) les lois obsolètes et d’en promulguer de nouvelles118.
Restaurateur espéré comme Avitus ou ordonnateur par nature
comme Majorien, pour Sidoine Apollinaire le souverain détient,

114
Lib., Or. LIX, 162 (vol. 4, p. 2917-13 Förster) : Ἀπὸ τῆς αὐτῆς δὴ γνώμης καὶ
τὴν τῶν ἀμφισβητημάτων διάγνωσιν εἰς τοὺς ὑπάρχους ἀπώσαντο. Σκοπούμενοι γὰρ εὕρισκον
νόμων μὲν ἰσχὺν ἡττωμένην βασιλικῆς ἐξουσίας, ψυχὴν δὲ βασιλέως εἴκουσαν ὄψει δακρύων.
Ἔδεισαν οὖν μὴ πρὸς τὰς ἀντιβολήσεις καὶ τοὺς ὀδυρμοὺς ἐπικλασθέντες φιλανθρωπότερα
πλέον ἢ νομιμώτερα κρίνωσι. Sur la primauté de la loi, voir aussi Lagacherie 2006,
p. 460-468.
115
Jul., Or. III, 88 d (p. 16528-29 Bidez) : φύλαξ δὲ ὢν ἀγαθὸς τῶν νόμων, ἀμείνων
ἔσται δημιουργός, εἴ ποτε καιρὸς καὶ τύχη καλοίη ; ibid., III, 89 c (p. 16611-12) : Νομοθετῶν
δὲ ὑπὲρ τῶν τοιούτων, ὕβριν μέν καὶ χαλεπότητα καὶ πικρίαν τῶν τιμωριῶν ἀφαιρήσει ; ibid.,
III, 100 c (p. 17921-22) : τὴν δίκην μὲν ἐπὶ τὸ κρεῖττον καὶ πρᾳότερον μετατιθείς.
116
Sur cette notion centrale, voir Dagron 1968, p. 128-134 ; Aalders 1969,
p. 319-320 sur l’infériorité de la loi écrite et la supériorité du souverain, deux leit-
motive de la pensée politique de Thémistios ; Chauvot, Panégyriques de l’empereur
Anastase Ier, cit. n. 6, p. 187 et 195. À propos des origines philosophiques de ce
concept, voir Squilloni 1990. Enin, sur cette notion dans la législation byzantine,
voir les exemples réunis par Hunger 1964, p. 118-122.
117
Them., Or. I, 15 b (p. 2110-14 Schenkl - Downey) : Ὁ δὲ φιλάνθρωπος βασιλεὺς
τῷ μὲν γράμματι συγγινώσκει τῆς πρὸς τὸ ἀκριβὲς ἀσθενείας, προστίθησι δὲ καὶ αὐτὸς ὁπόσον
ἐκείνῳ ἀδυνατεῖ, ἅτε, οἶμαι, καὶ αὐτὸς νόμος ὢν καὶ ὑπεράνω τῶν νόμων ; ibid., V, 64 b-c
(p. 9319-943) : Ἀλλὰ βούλει γνῶναι τὴν παρὰ φιλοσοφίας συντέλειαν ; Νόμον ἔμψυχον εἶναί
φησι τὸν βασιλέα, νόμον θεῖον ἄνωθεν ἥκοντα ἐν χρόνῳ τοῦ δι᾿ αἰῶνος χρηστοῦ, ἀπορροὴν
ἐκείνης τῆς φύσεως, πρόνοιαν ἐγγυτέρω τῆς γῆς, ἁπανταχοῦ πρὸς ἐκεῖνον ὁρῶντα, πανταχοῦ
πρὸς τὴν μίμησιν τετα<γ>μένον ; ibid., XVI, 212 d (p. 3043-4) : αὐτὸς νόμος ἔμψυχος εἶ καὶ
ὑπεράνω τῶν γεγραμμένων ; ibid., XIX, 227 d-228 a (p. 3316-11) : γινώσκων ὅτι ἄλλη μὲν
δικαστοῦ, ἄλλη δὲ βασιλέως ἀρετή, καὶ τῷ μὲν προσήκει ἕπεσθαι τοῖς νόμοις, τῷ δὲ ἐπανορθοῦν
καὶ τοὺς νόμους καὶ τὸ ἀπηνὲς αὐτῶν καὶ ἀμείλικτον παραδεικνύναι, ἅτε νόμῳ ἐμψύχῳ ὄντι
καὶ οὐκ ἐν γράμμασιν ἀμεταθέτοις καὶ ἀσαλεύτοις. Voir aussi l’exorde du discours À l’em-
pereur, adressé à Théodose Ier en 383-385, éditée par Amato - Ramelli 2006, en
particulier p. 9 : εἰ ὁ θεός ἐστιν ὁ τιμῶν καὶ τιμωρίων κατ᾿ ἀξίαν ἑκάστῳ νέμων, ἔχει δὲ ταῦτα
καὶ βασιλεύς. Ce passage suscite un bref commentaire des éditeurs (ibid., p. 20-21).
118
Claud., IV Cons. Hon., v. 505-507 (p. 169 Birt = vol. 2, p. 39 Charlet) : Firmatur
senium iuris priscamque resumunt / canitiem leges emendanturque uetustae / accen-
duntque nouae ; Id., Epith. Hon., v. 332-334 (p. 138 Birt = vol. 2, p. 80 Charlet) : Ipse
metus te noster amat, iustissime legum / arbiter, egregiae pacis idissime custos, /
optime ductorum, fortunatissime patrum ; Id., Cons. Stil. III, v. 112 (p. 224 Birt) : Et
patrias iterum clemens exerceat artes.
RHÉTORIQUE ET POLITIQUE AU Ve SIÈCLE 45

par essence, un pouvoir législatif119. Parlant d’une même voix en


deux langues, Procope de Gaza et Priscien de Césarée érigent
Anastase en juge et législateur qui assure le bonheur des hommes
et le renouveau de l’Empire120.
Si la notion moderne de réforme revêt un quelconque sens
positif pour les élites gréco-romaines de l’Antiquité tardive, c’est
quand elle amende la loi, rétablit la justice, assure la sécurité.
Malgré leur éloignement chronologique et géographique, pour des
notables lettrés comme Libanios, Claudien ou Sidoine Apollinaire,
le souverain doit restaurer la liberté, mais une liberté synonyme
d’ordre121.

Sylvain DESTEPHEN
Université de Paris X-Nanterre

BIBLIOGRAPHIE

Aalders 1969 = G. J. D. Aalders, Νόμος ἔμψυχος, dans P. Steinmetz (éd.),


Politeia und Res publica. Beiträge zum Verständnis von Politik, Recht
und Staat in der Antike dem Andenken Rudolf Starks gewidmet,
Wiesbaden, 1969 (Palingenesia, 4), p. 315-329.
Ahrweiler 1975 = H. Ahrweiler, L’idéologie politique de l’Empire byzantin,
Paris, 1975.
Blockley 1972 = R. C. Blockley, The Panegyric of Claudius Mamertinus
on the Emperor Julian, dans American Journal of Philology, 93, 1972,
p. 437-450.
Born 1934 = L. K. Born, The Perfect Prince according to the Latin Panegyrists,
dans American Journal of Philology, 55, 1934, p. 20-35.

119
Sidon., Pan. Avit., v. 558-559 (p. 217 Luetjohann = p. 76 Loyen) : Petimus,
conscende tribunal, / erige collapsos ; Id., Pan. Major., v. 527 (p. 200 Luetjohann =
p. 48 Loyen) : Quod iubet hic, lex rebus erit.
120
Procop. Gaz., Pan. 23 (p. 2112-14 Chauvot = p. 26210-12 Ventrella) : Οὐ μόνον
γὰρ ἡμῖν τὰ βέλτιστα διὰ τῶν νόμων νομοθετεῖς, ἀλλὰ καὶ τὸν σὸν βίον νόμον ἔμψυχον καὶ
παράδειγμα πρὸς σωφροσύνην τοῖς ἀρχομένοις ἀπέδειξας ; Prisc., Anast., v. 180-182
(p. 63 Chauvot) : Auspiciis gaude, princeps, felicibus aulae, / cui Deus omniparens
renouandum credidit orbem / iustitiamque iubet descendere rursus ab axe.
121
Lib., Or. XII, 101 (vol. 2, p. 4422-453 Förster) : Μεταβάλλει γέ τοι τὴν τύχην
αὐτοῖς ἀνὴρ ἀφ᾿ αὑτοῦ τῆς ἐλευθερίας ἀρξόμενος καὶ οὐκ ἐάσας ἐνδυναστεῦσαι τῇ ψυχῇ
τὴν δεσποτείαν τῶν ἡδονῶν (la in de cette formule serait empruntée à Joh. Chrys.,
Comparatio regis et monachi, 1, PG 47, col. 388, d’après Wiemer 1995, p. 159,
n. 43) ; Claud., Cons. Stil. III, v. 114-115 (p. 224 Birt) : Numquam libertas gratior
extat / quam sub rege pio ; Sidon., Pan. Avit., v. 570-571 (p. 217 Luetjohann = p. 76
Loyen) : Haec est sententia cunctis : / si dominus is, liber ero.
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LAURA MECELLA*

L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO E


IL DESTINO DEI LICI TRA TEODOSIO E ARCADIO

Che ine hanno fatto i consoli ? […] E quell’ex prefetto che, come si
riteneva, era invitto e con lo spirito di un leone, in quale morte si è imbat-
tuto ! Dapprima infatti assistette alla decapitazione del proprio iglio ; poi
lui stesso incorse in una sentenza capitale, e la clemenza imperiale fermò la
mano del boia quando già la corda era intorno al collo. Ormai vecchio, visse
un altro po’ tra sofferenze e sventure nella cronica percezione dei propri
mali, e morì nel disonore : questa ine trovò del grande consolato. […] Ciò
non accade, forse, secondo quanto detto nel sapiente libro dell’Ecclesiaste,
cioè che tutto questo è Vanità di vanità, e che gli onori sono fantasmi di
sogni inconsistenti, capaci di arrecare gioia per poco tempo ma subito sfug-
genti, prima in iore e poi avvizziti1 ?

In un’appassionata invettiva contro la brama di potere, che agli


occhi del predicatore non può che essere foriera di tragici destini,
il vescovo di Amasea Asterio ricorda, al termine della sua quarta
omelia, la misera ine a cui furono votati eminenti membri dell’e-

*
Agli amici Alister Filippini e Umberto Roberto, con i quali ho avuto modo di
discutere a lungo, sono grata per i tanti e preziosi suggerimenti. Tutte le citazioni
del Codex Theodosianus sono tratte dall’edizione Mommsen - Meyer 1905 ; quelle
del Codex Iustinianus da Krüger 197015 ; per Libanio, si fa riferimento a Förster
1903-1922.
1
Asterius, Hom. IV, 9, 1.3.5 (p. 43 Datema) : Ποῦ οἱ ὕπατοι ; […] Τὸν δὲ ἐξ ὑπάρχων
ἐκεῖνον, τόν, ὡς ᾤετο, ἄμαχον καὶ λεοντώδη τὴν γνώμην, οἵα τοῦ βίου καταστροφὴ διεδέξατο !
Πρῶτον μὲν γὰρ ἐπεῖδε τὸν ἑαυτοῦ παῖδα ἀποτμηθέντα τῆς κεφαλῆς· εἶτα καὶ αὐτὸς τὴν ἐπὶ
θανάτῳ ψῆφον ἐδέξατο καὶ τῆς σχοίνου προσαχθείσης ἤδη τῷ στόματι φιλανθρωπία βασιλικὴ
ἐκώλυσεν ἐνεργῆσαι τὸν δήμιον. Ζήσας δὲ ὀλίγον ὀδύναις καὶ συμφοραῖς ὁ πρεσβύτης καὶ τῇ
αἰσθήσει τῶν κακῶν ἐπιχρονίσας, ἐν ἀτιμίᾳ ἀπῆλθεν τοῦ βίου, τοῦτο τῆς μεγάλης ὑπατείας
τὸ τέλος εὑράμενος. […] Ἆρα οὖν κατὰ τὸν σοφὸν Ἐκκλησιαστὴν οὐ πάντα, ὅσα τοιαῦτα,
Ματαιότης ματαιοτήτων, καὶ φάσματά ἐστιν τὰ ἀξιώματα ἀνυποστάτων ὀνείρων, τέρψαντα
πρὸς ὀλίγον, εἶτα παραδραμόντα, ἀνθήσαντα καὶ μαρανθέντα ; Sulla misera ine di Taziano
ci informa anche Fozio, che nel cod. 258 della sua Bibliotheca (484b,36-485a,1
[p. 39 Henry]), parlando dei disordini scoppiati ad Alessandria in seguito all’al-
lontanamento di Melezio ordinato da Valente, afferma che il prefetto, reo di gravi
atrocità, avrebbe pagato il io delle proprie colpe terminando la propria vita in
povertà e privato della vista.
52 LAURA MECELLA

stablishment imperiale sul inire del IV secolo2. Nella parte omessa


il brano allude ad alcuni dei personaggi più inluenti della corte
costantinopolitana, ino ad arrivare, in una climax ascendente, al
racconto più doloroso della lugubre rassegna : l’infelice sorte di
Taziano e di suo iglio Proculo.
Dietro al pugnace prefetto ’dal cuor di leone’ si cela infatti la
igura di Flavio Eutolmio Taziano, le cui vicende biograiche sono
note, oltre che da alcune testimonianze letterarie, grazie ad un’im-
portante iscrizione di Sidyma3. Qui viene ripercorso il cursus
honorum del personaggio ino al supremo fastigio del consolato :
originario della Licia ed appartenente ad uno dei più illustri γένη
della regione4, dopo aver esercitato la professione di avvocato (μετὰ
δικανική[ν), intraprese una brillante carriera nei ranghi dell’am-
ministrazione imperiale : dapprima in qualità di assessor (τοῖς
ἄ]ρχουσιν συγκαθεσθείς, ἡγεμόνι, βικαρίῳ, ἀνθυπάτῳ δυσίν τε ἐπάρχοις), e
poi come praeses della Tebaide. Da questa posizione passò poi, tra
il 367 ed il 370, al più alto rango di praefectus Augustalis in Egitto
(ἀρχὴν Θηβαίων λάχην, ε[ἶτ᾽] Αἰγύπτου πάσης)5, mentre nel decennio
successivo lo vediamo attivo come consularis Syriae (κεῖθεν ὑπατικὸς
Συρίης) e comes Orientis (ἠδ᾽ [ἔπ]αρχος ἑῴας) tra il 370 e il 3746 e

2
Su Asterio vd. in generale Speyer 2001 ; per l’identiicazione dei diversi perso-
naggi ricordati nel brano (Ruino, Timasio, Abbondanzio, Taziano, Proculo ed
Eutropio) cf. Datema 1970, p. 231. Pace Rebenich 1989, p. 161, n. 43, non abbiamo
nessun motivo per identiicare il personaggio di cui si ricorda l’esilio in Colchide al
§ 2 (qui omesso) con Taziano, cui Asterio allude invece al § 3 e che più verosimil-
mente Eunapio~Zosimo dicono relegato in Licia, sua terra natale (locc. citt. infra,
n. 20). In esso andrà piuttosto riconosciuto il Flavius Abundantius console nel 393 :
cf. PLRE I, Flavius Abundantius, p. 4s.
3
Si vd. CIG III 4266e (= ILS 8844 = TAM II 1, 186.187) ; Kaibel 1878, p. 919s. ;
Merkelbach 1978. Per il restante materiale epigraico relativo ai due personaggi
cf. Delmaire 1989, p. 62-67 e 104-108.
4
Sul personaggio si vd. in generale Enßlin 1932 ; PLRE I, Tatianus 5, p. 876-878.
Puntuale ricostruzione dello stemma di famiglia in Scharf 1991.
5
Sulla prefettura d’Egitto di Taziano, con un’accurata disamina delle fonti, si
vd. in dettaglio Lallemand 1964, p. 247s., e Delmaire 1989, p. 64s.
6
Come osserva Delmaire 1989, p. 65, « Tatianus combine les charges de consu-
laire de Syrie et de comte d’Orient : cette combinaison peut s’expliquer par le fait
que la cour est alors à Antioche, ainsi que le préfet du prétoire, et que l’on peut
faire l’économie d’un fonctionnaire en réunissant provisoirement les deux postes
sous un seul titulaire ». Nell’esercizio di queste magistrature Taziano si distinse
per il pugno di ferro : Libanio ne criticò la brutalità per l’eccessivo numero di
condanne a morte (Or. XLVI, 8) e forse deriva proprio da una suggestio dell’allora
comes sacrarum largitionum Taziano Cod. Theod. 8, 7, 14 del 25 gennaio 377, che
stabiliva l’esclusione perpetua dai ranghi della burocrazia imperiale per i membri
di quell’oficium che fossero stati scoperti colpevoli di malversazione. Una certa
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 53

come comes sacrarum largitionum (θησαυρῶν τε θείων κόμ[ης]) tra il


374 e il 380. Seguono otto anni di stasi, presumibilmente trascorsi
nella provincia d’origine, ino al 388, quando in seguito alla morte
di Cinegio venne scelto da Teodosio come prefetto al pretorio
d’Oriente (εἶτ᾽ ἔπαρχος μέγας φαν[είς)7. Contemporaneamente gli
venne afiancato come prefetto di Costantinopoli il già ricordato
Proculo (o Proclo, come viene indicato nelle fonti greche), la cui
folgorante ascesa certo dovette molto ai successi del padre8 : egli
era già stato governatore in Palaestina Prima e in Fenicia intorno
al 3809, comes Orientis tra il 383 e il 38410, comes sacrarum largi-
tionum nel 385/386, ino a ricoprire ininterrottamente la prefettura
urbana dal 388 al 392.
Con le nomine di Taziano e Proculo Teodosio intendeva verosi-
milmente sedare i malumori delle élites urbane della propria pars
imperii duramente provate dall’esperienza di Cinegio (PPO Orientis
dal 384 al 388), la cui politica di repressione del paganesimo da
un lato e di aggravio della pressione iscale dall’altro aveva certa-
mente acuito le tensioni tra l’entourage dell’imperatore spagnolo e
le municipalità dell’Oriente ellenistico-romano11.

durezza nella requisizione iscale sembra essere inoltre attestata da Cod. Theod. 10,
20, 8 del 16 febbraio 374, con la quale, in riferimento ai tessitori di lino, viene proi-
bita sia la protezione degli operai in fuga dalle manifatture di stato sia di quegli
artigiani privati (provenienti da Scitopoli) che avessero tentato di evadere il isco ;
sul provvedimento si vd. Stemberger 1987, p. 144 e 147.
7
Cf. anche Zos. IV, 45, 1 (qui e in seguito dall’edizione Paschoud 1979).
8
Enßlin 1957, col. 77, pone il 360 come terminus post quem per la sua nascita,
ed anche Dagron 1991, p. 256 ritiene plausibile che egli sia nato intorno a quella
data ; così pure Lippold 19802, p. 115.
9
Cf. Lib., Or. X, 3 ; XLII, 41 ; si vd. Delmaire 1989, p. 105.
10
Gli viene infatti indirizzata una costituzione del 6 luglio 383 (Cod. Theod. 8,
4, 14) contro indebiti tentativi di adlectiones in senatum.
11
Libanio ricorda con toni drammatici l’attività del feroce prefetto : sobillato
soprattutto dalla moglie Acanzia, egli avrebbe lasciato i cristiani liberi di imper-
versare nelle campagne per reprimere le pratiche cultuali pagane che lì ancora si
celebravano, e di distruggere importanti luoghi di culto, come il tempio di Zeus ad
Apamea e il venerando santuario di Edessa, che in passato lo stesso Teodosio aveva
salvaguardato con uno speciale provvedimento. Lo sgomento dei pagani è espresso
nella celebre orazione XXX, la Pro templis, dove il retore si profonde sull’impor-
tanza dell’antica religione per la tradizione romana ; e sebbene lo scritto abbia
avuto una limitata circolazione, esso costituisce un’utile testimonianza di quelli
che dovevano essere gli umori delle frange più tradizionaliste intorno agli anni ’80
del IV secolo. Per un’analisi del testo e il problema della sua discussa datazione
(che deve comunque ricadere nel decennio 381-391) si vd. ora Jiménez Sánchez
2010, p. 1089-1093 ; Wiemer 2011, insieme al volume di Nesselrath et al. 2011.
54 LAURA MECELLA

I funerali di Cinegio furono celebrati con grande magnii-


cenza12, segno dell’approvazione imperiale all’operato del prefetto.
Ma la sua successione da parte di un personaggio come Taziano,
di origine orientale, pagano13, e già distintosi per la sua attività in
importanti province come la Siria e l’Egitto, appariva un segnale
di distensione nei confronti degli ambienti politici più conserva-
tori, ancora in parte legati all’antica religione e poco inclini ad
accettare l’ingerenza di stranieri nei propri affari. A prescindere
dalla discussa origine di Cinegio (che García Moreno vuole nativo
di Cesarea di Cappadocia, e non spagnolo come generalmente
ritenuto)14, è indubbio che all’inizio del suo regno Teodosio si sia
circondato prevalentemente di uomini provenienti dalle province
occidentali15. Promossi senza troppe remore dall’imperatore e
trapiantati a Costantinopoli, questi personaggi spesso di origine
non nobile, che a malapena conoscevano il greco, totalmente
estranei al milieu politico-sociale locale, erano, per le rafinate
élites delle province ellenizzate, personae non gratae. Con la scelta
di Taziano e Proculo Teodosio intendeva così promuovere un’in-
versione di rotta e tendere una mano ai notabilati delle proprie
province, duramente provati dalla precedente amministrazione,
sperando di ottenerne fedeltà proprio nel cruciale momento in cui
si apprestava a lasciare l’Oriente per reprimere la rivolta dell’usur-
patore Massimo16.

12
Come testimoniano i Consularia Constantinopolitana (ad annum 388), per
un anno la salma rimase addirittura sepolta nella chiesa dei Santi Apostoli, prima
di essere traslata in Spagna : […] cum magno letu totius populi civitatis deductum
est corpus eius ad apostolos die XIIII kal. Apr. et post annum transtulit eum matrona
eius Achantia ad Hispanias pedestre (MGH AA IX, p. 244s.).
13
L’adesione al paganesimo è confermata da diversi dati : oltre che nella legisla-
zione promossa da Taziano contro i privilegi del clero (su cui vd. infra), ne abbiamo
un’implicita testimonianza nel plauso con cui Zosimo loda l’attività politica sua e
del iglio (cf. in partic. IV, 45, 1-2 e 52, 1) ; cf. inoltre Lib., Ep. 899 ; Or. XXX, 53
(ἄνδρα ὀμνύντα θεοὺς πρός τε τοὺς ἄλλους καὶ σέ). Lo stesso Proculo è onorato per la
celebrazione di culti pagani in un’iscrizione di Heliopolis (SEG VII 195). Sulla
base di questi elementi non sembra dunque fondato lo scetticismo di Dagron 1991,
p. 296-299 al riguardo. Decisi assertori del paganesimo di entrambi i personaggi si
dichiarano Sievers 1868, p. 267 e von Haehling 1978, p. 73, 122s., 583, 587s.
14
García Moreno 2002.
15
Cf. Matthews 1971 ; Id. 1975, p. 93-100 ; Leppin 2008, p. 63-69, 72s. ; si veda
anche l’articolo di Cosentino nella presente raccolta.
16
Sulle frizioni tra Teodosio e le élites orientali in questo periodo, acuite
dall’aumento della tassazione per il mantenimento dell’esercito, cf. Mazzarino
199910, p. 739s. ; Gluschanin 1989, p. 231-239 ; di ‘vacillante’ fedeltà dell’Oriente
parla anche Leppin 2008, p. 141, 147-154, 182-187, 204s., 224 ; per la ‘contrapposi-
zione tra autorità imperiale e città’ cf. Roberto 2008, p. 282ss.
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 55

La campagna militare si svolse nel giro di pochi mesi e fu


vittoriosa : nel luglio del 388 il nemico era già stato eliminato.
L’imperatore decise tuttavia di rimanere per alcuni anni in
Occidente, a capo di un impero che ora appariva veramente indi-
viso, nonostante la presenza del puer Valentiniano II. Nessuno
avrebbe potuto farsi illusioni sui reali rapporti di forza tra i due
Augusti, e mai come in questo momento il richiamo all’unità
dell’impero tornò d’attualità ; esso aveva da sempre rappresentato
un elemento centrale nella politica dello spagnolo Teodosio, che
anche da Costantinopoli guardava con estrema attenzione alle
vicende dell’Occidente.
Durante il soggiorno milanese dell’imperatore, Taziano
raggiunse il culmine della carriera, con la designazione al conso-
lato per il 39117 : la buona sorte gli voltò però presto le spalle,
perché tra il 30 giugno e il 26 agosto 392 egli venne improvvisa-
mente deposto e citato in giudizio18. Secondo la puntuale ricostru-
zione degli eventi fornita da Rebenich sulla base del racconto di
Zosimo19, subito dopo la destituzione del padre, senza nemmeno
attendere l’inizio del processo, Proculo, conscio del pericolo,
cercò scampo nella fuga ; ritornato a Costantinopoli su esorta-
zione di Taziano stesso, al quale era stata garantita l’immunità per
il iglio20, nell’inverno 392/393 egli venne invece proditoriamente
arrestato. Nel frattempo aveva avuto inizio il processo a Taziano,
che si sarebbe concluso con una condanna a morte commutata in
extremis, secondo il racconto di Asterio, in un esilio permanente in
Licia21. Nella primavera del 393 anche Proculo venne posto sotto
processo ; condannato a morte, la sua esecuzione fu consumata
il 6 dicembre di quello stesso anno in un sobborgo alle porte di
Costantinopoli denominato Sykai22.

17
Carica detenuta insieme a Q. Aurelio Simmaco, sui cui rapporti con la corte
teodosiana si vd. Vera 1979.
18
Si vd. la mise au point sul problema ad opera di Rebenich 1989, p. 157-158
(con abbondante bibliograia).
19
Rebenich 1989, p. 159-163.
20
Zos. IV, 52, 3. Per questa parte abbiamo la fortuna di confrontare il racconto
di Zosimo con la sua fonte, Eunapio, fr. 59 (FHG IV, p. 40) = 57 Blockley.
21
Cf. anche Eun., fr. 59 (FHG IV, p. 40) e Zos. IV, 52, 3.
22
La data è trasmessa dal Chronicon Paschale : ὑπ. Θεοδοσίου τὸ γʹ καὶ
Ἀβουνδαντίου. Ἐπὶ τούτων τῶν ὑπάτων ἀπεκεφαλίσθη Πρόκλος ἀπὸ ἐπάρχων μηνὶ ἀπελλαίῳ
πρὸ ηʹ ἰδῶν δεκεμβρίων ἐν Συκαῖς (MGH AA IX, p. 245). Non abbiamo motivi per
ritenere, con Rauschen 1897, p. 359, n. 7 e p. 370 (seguito da Noethlichs 1971,
p. 177 ; Cameron 1970, p. 80), che questa indicazione cronologica sia errata e che
si debba datare l’esecuzione all’anno precedente, dal momento che alcune delle
costituzioni del 392 con cui taluni provvedimenti furono abrogati poterono ben
56 LAURA MECELLA

La tradizione letteraria li ha resi tra le vittime più celebri delle


trame del perido Ruino, che avrebbe agito soltanto per invidia :
scrive Zosimo che Taziano e Proculo « erano in contrasto con
Ruino solo per il fatto di ricoprire le cariche di prefetti […] e di
amministrarle in modo assolutamente incorruttibile ed esemplare.
[…] Per salvare le apparenze Ruino ordinò ad altri di condurre il
processo, ma in pratica la sentenza spettava solo a lui »23. Ruino
era all’epoca dei fatti magister oficiorum e con l’eliminazione di
Taziano avrebbe dunque inteso accelerare i tempi per la propria
promozione alla prefettura al pretorio, carica che in effetti ottenne
subito dopo la deposizione di Taziano24.
E tuttavia la durezza dei provvedimenti si rivela scarsamente
comprensibile alla luce di semplici intrighi di palazzo : non solo
entrambi i funzionari furono condannati a morte (e fu soltanto per
un estremo atto di clemenza che Taziano venne graziato), ma ci si

essere promulgate mentre i due funzionari erano ancora in carica, a dimostrazione


di quell’ormai insanabile attrito con la corte che di lì a poco avrebbe condotto alla
condanna. Per la localizzazione del piccolo centro di Sykai cf. Janin 1950, p. 425s.
Che la sentenza venne eseguita alla presenza di Taziano, come narrato da Asterio,
è confermato anche da Claud., In Ruf. I, v. 246s. : iuvenum rorantia collante patrum
vultus stricta cecidere securi (si vd. partic. Levy 19712, p. 70s. e Barnes 1984, p. 229 ;
sul poema di Claudiano cf. più in generale Funke 1984 e Müller 2011, p. 119-143).
Questo lascia pensare che Taziano, ino ad allora tenuto sotto sequestro, sia partito
per la Licia solo dopo la morte del iglio. Secondo la testimonianza di Zosimo IV,
52, 4 anche nel caso di Proculo Teodosio avrebbe tentato di sospendere la sentenza,
ma il messo imperiale sarebbe stato intercettato da Ruino e persuaso a ritardare il
proprio arrivo ino ad esecuzione avvenuta. Ripensamenti in favore dei condannati
costituirono un tratto tipico dell’amministrazione giudiziaria teodosiana : si vd.,
oltre agli apprezzamenti di Temistio della clementia imperiale (Or. XV, partic. §§ 7,
10 e 12 ; Or. XIX [su cui cf. Maisano 1995]), le considerazioni di Leppin 2008,
p. 61-63, 147s., 167-172.
23
Zos. IV, 52, 1-2 : Ῥουφίνῳ προσκεκρουκόσι δι’ οὐδὲν ἕτερον ἢ ὅτι τὰς ὑπάρχους
ἔχοντες ἐξουσίας […], ἀδωρότατα καὶ ὡς ἔνι μάλιστα δεόντως αὐτὰς διετίθεσαν […]. καὶ
τῷ μὲν φαινομένῳ κοινωνεῖν ἐτάχθησαν ἕτεροι Ῥουφίνῳ τῆς κρίσεως, ἐκεῖνος δὲ μόνος
εἶχε τῆς ψήφου τὸ κῦρος [trad. da Conca 1977, p. 248s.] ; cf. anche Claud., In
Ruf. I, v. 238s. (Levy 19712) : causis fallacibus instat, arguit attonitos se iudice, ed
Eun. fr. 63 (FHG IV, p. 42 = Suda P 240). Padre e iglio furono colpiti da damnatio
memoriae : il nome di Proclo venne eraso da entrambe le iscrizioni poste sulla base
dell’obelisco di Teodosio eretto durante la sua prefettura urbana, e solo successi-
vamente reintegrato, mentre quello di Taziano scomparve, per es., dall’iscrizione
incisa sulla porta centrale di uno dei granai pubblici di Andriake (porto di Myra
in Licia) : cf. risp. Rebenich 1989, p. 154 s., 163-165 (con precedente letteratura) e
Manganaro 1992, p. 283-284.
24
Si vd. in proposito Stein - Palanque 1949, p. 212 ; Levy 19712, p. 235s. ;
Paschoud 1979, p. 450s. Di semplice struggle for power parla anche Cameron 2011,
p. 57.
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 57

affrettò anche ad abrogare gran parte delle leggi che da loro erano
state promosse ; inine, ogni altro cittadino licio venne privato
dei propri honores e dignitates. Il provvedimento di Teodosio non
lo conosciamo nel dettaglio ; ne abbiamo notizia solo grazie alla
disposizione di Arcadio che nel 396, dopo la caduta di Ruino, lo
ha abrogato.
Impp. Arcad(ius) et Honor(ius) AA. ad Caesarium P(raefectum)
P(raetori)o. Devotissimae nobis provinciae Lyciae priorem famam meri-
tumque inter ceteras renovari censemus, idque excellens eminentia tua edictis
propositis cunctis faciat innotescere, ne quis posthac civem Lycium contume-
lioso nomine iniuriae audeat vulnerare. Teneant honores suos, quos meritis
ac laboribus perceperunt et a nostra serenitate sumpturi sunt ; habeant prae-
teritas dignitates sperentque sui devotione venturas. Nec unius viri inlus-
tris Tatiani tantum valuerit temporalis offensio, teterrimi iudicis inimici ut
adhuc macula in Lycios perseveret, quae in ipso iam temporis absolutione
consumpta est. Dat. prid. kal. sept. Constantinop(oli) Arcad(io) a. IIII et
Honor(io) a. III conss25.
Gli imperatori Arcadio e Onorio Augusti a Cesario prefetto al pretorio.
Stabiliamo che siano ripristinate tra le altre province la precedente reputa-
zione e le benemerenze della a noi devotissima provincia di Licia, e che la
tua eccellente eminenza tramite l’esposizione di editti lo renda noto a tutti,
cosicché nessuno osi d’ora in poi colpire un cittadino licio con l’oltraggioso
nome dell’infamia. Mantengano gli antichi onori, che ottennero per i loro
meriti e le fatiche, e quelli che potranno ottenere dalla nostra Serenità ;
abbiano i precedenti titoli e sperino in nuovi che verranno grazie alla loro
devozione. Poiché l’offesa momentanea perpetrata da un odioso giudice
ostile contro un solo uomo di rango illustre, Taziano, non valga a tal punto
da continuare a macchiare i Lici, macchia che anche nei confronti di costui
è stata già estinta dall’assoluzione del tempo.

25
Cod. Theod. 9, 38, 9. È forse possibile cogliere un riferimento a questa
sanzione in Claud., In Ruf. I, v. 232s. (excindere cives funditus et nomen gentis delere
laborat) su cui cf. Levy 19712, p. 67 e Barnes 1984, p. 227s. Taziano e Proculo sono
stati sicuramente accusati del crimen maiestatis : cf. Rebenich 1989, p. 160. Sempre
secondo Rebenich 1989, p. 161 n. 42 le notizie fornite da Asterio e Fozio citt. supra
(n. 1) sulla misera ine di Taziano non sarebbero da considerarsi attendibili perché
in contrasto con tale disposizione ; nulla tuttavia ci assicura che l’antico prefetto
sia vissuto tanto a lungo da poterne godere gli effetti. Già Seeck 1906, p. 288,
pur ricordando che l’uso dell’espressione vir illustrius anziché illustris memoriae
vir lascerebbe pensare che al momento della redazione della legge Taziano fosse
ancora vivo, riteneva attendibili le testimonianze letterarie e datava la morte di
Taziano all’estate 396 ; così pure Rauschen 1897, p. 360 e 371, secondo cui quando
questa sentenza venne emanata Taziano era già morto. Un’eco della miseria in cui
era precipitata la famiglia dopo le tristi vicende del 393 è d’altro canto ravvisabile
nel v. 8 (τὴν δὲ δίκην μερόπεσσιν ὁμέστιον ὤπασε πείνᾳ) dell’epigramma con cui l’omo-
nimo nipote di Taziano, tra il 450 e il 452, celebrò il restauro di una statua onoraria
dello zio (SEG XV 661) : sul tema si vd. da ultimo Livrea 1997, p. 45.
58 LAURA MECELLA

Dietro il nomen iniuriae che colpisce l’intera provincia si coglie


soprattutto la volontà di sradicare dai vertici provinciali e dagli
oficia burocratici e prefettizi tutti gli elementi evidentemente più
vicini ai due prefetti : come ha ben dimostrato Scharf, Taziano e
Proculo avevano approittato della loro posizione di potere per
promuovere uomini appartenenti alla propria cerchia familiare e
clientelare26, ed è proprio contro costoro che sembra scagliarsi, in
primis, l’ira dell’imperatore. Dell’operato dei due Lici doveva essere
cancellata ogni traccia.
Per giustiicare la repressione, la cancelleria imperiale ha
addossato sui due prefetti l’accusa di malversazione : due costitu-
zioni del Teodosiano ricordano veri e propri atti di proscrizione
inalizzati alla conisca di beni dietro il pretesto dell’esazione

26
Scharf 1991, p. 224s. ; cf. inoltre Lippold 19802, p. 115. Già nel 388 era diven-
tato governatore della Tebaide Fl. Eutolmio Arsenio (PLRE I, Arsenius 5, p. 111),
legato al ramo materno della famiglia, a cui succedette, dopo la breve parentesi
di Fl. Settimio Eutropio (probabilmente da identiicare con un insigne esponente
del notabilato antiocheno e antica conoscenza del prefetto di Costantinopoli),
Fl. Asclepiade Esichio, che prima di divenire assessor e consularis Syriae aveva
esercitato l’avvocatura ad Antiochia proprio negli anni in cui Proculo ricopriva la
carica di comes Orientis (vd. infra, con n. 79). Del 388 è noto l’affaire che portò, per
ferma volontà di Taziano, alla deposizione del consularis Syriae Luciano (PLRE
I, Lucianus 6, p. 516s.) ; è probabile dunque che sempre all’interessamento del
prefetto al pretorio si debba poi l’afidamento della carica a Eustazio di Caria
(PLRE I, Eustathius 6, p. 311s.), il cui genero (o comunque un suo congiunto), non
a caso, nel 391 venne nominato praeses Armeniae (PLRE I, Heraclius 7, p. 419) :
così Petit 1955, p. 203, 212, 229, 267 ; sull’episodio cf. anche Seeck 1920, p. 90-95,
che lo interpreta come un’espressione di lotta religiosa, mentre per un’analisi
dell’Or. LVI di Libanio, κατὰ Λουκιανοῦ, si vd. Casella 2010, p. 67-69, 77-89, 135-192.
Signiicativa, in questo contesto, Cod. Theod. 1, 5, 9 del 2 marzo 389, rivolta contro
gli abusi degli iudices : all’immediata deposizione della carica da parte dei governa-
tori provinciali scoperti di lassismo e malversazione si accompagna la possibilità,
da parte del prefetto al pretorio, di scegliere i loro sostituti. Si potrebbe dunque
intendere il provvedimento come frutto di una suggestio di Taziano, che con il
pretesto della lotta alla corruzione avrebbe tentato, appena entrato in carica, di
ritagliarsi un margine d’azione per la promozione dei propri protetti ; cf. anche
Cod. Theod. 12, 1, 120 del 17 dicembre 389, dove si prescrive la rimozione per
coloro che avevano indebitamente aspirato a ricoprire un uficio. Sembra andare
comunque troppo in là la ricostruzione di Cameron 1970, p. 81s., secondo cui
Taziano avrebbe riempito di Lici tutti gli ufici statali : la massiccia promozione di
elementi pannonici da parte di Valentiniano e Valente richiamata dallo studioso
come termine di paragone non è così probante, poiché il raggio d’azione di un
prefetto era ben minore rispetto a quello imperiale. Discutibile è anche la sua inter-
pretazione (sulla scorta di Mommsen e Mendelssohn) di Zos. IV, 45, 1 in base alla
quale Taziano avrebbe esercitato dalla Licia la sua magistratura : come ha ben
puntualizzato Paschoud 1979, p. 439, n. 189, « ce qui serait sans précédent et du
reste parfaitement invraisemblable ».
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 59

iscale (Cod. Theod. 9, 42, 12-13, entrambe del 393), ed altrove è


ricordata una non meglio precisata tassa che Taziano avrebbe arbi-
trariamente imposto ai provinciali27. Su questa stessa linea si sono
mossi anche alcuni studiosi moderni, secondo cui l’episodio non
sarebbe altro che uno dei tanti fenomeni di corruzione ben attestati
nell’amministrazione tardoantica28. Sarebbe metodologicamente
sbagliato escludere a priori l’ipotesi di un reato di concussione ;
ma questo sembra piuttosto rappresentare un comodo pretesto del
legislatore per legittimare l’allontanamento dal potere di elementi
diventati ormai scomodi (e non si può nemmeno escludere, d’al-
tronde, che tali accuse si riferiscano alla legislazione contro ricchi
curiali e senatori che verrà esaminata più oltre).
Un secondo ilone interpretativo ha privilegiato altri aspetti, in
primis la dimensione religiosa del conlitto : per il concorrere di
diversi fattori, a partire dal 392 si assistette ad un inasprimento delle
pene contro i culti tradizionali, a cui certamente non dovette essere
estranea l’azione di Ruino, fervente cristiano (e non a caso console
per quello stesso anno)29. È presumibile che questo abbia compor-
tato anche una rideinizione degli equilibri tra pagani e cristiani
all’interno della corte : Taziano e Proculo sono apparsi così vittime
del nuovo indirizzo di politica religiosa impresso da Teodosio negli
ultimi anni del suo regno30 ; d’altra parte la loro amministrazione
sembra essere stata poco conciliante nei confronti del clero, contri-

27
Cod. Theod. 11, 1, 23, su cui cf. Sirks 2007, p. 135s.
28
Così Enßlin 1932, col. 2466 ; Rauschen 1897, p. 358 ; Lippold 19802, p. 114s.
29
L’atto di penitenza di Teodosio dopo l’eccidio di Tessalonica favorì il rafforza-
mento delle posizioni dei cristiani (in primis di Ruino, non estraneo alla riconcilia-
zione tra l’imperatore ed Ambrogio) e determinò la recrudescenza dell’intolleranza
religiosa. Per limitarci ai provvedimenti indirizzati ai due prefetti, in Cod. Theod. 2,
8, 20 (del 17 aprile 392, rivolta a Proculo) vengono proibiti i giochi del circo durante
il dies solis eccetto che nei dies natalicii degli imperatori – cioè, come chiarito in
Cod. Theod. 2, 8, 19, il giorno di nascita e quello dell’inizio del regno dell’impe-
ratore (sul provvedimento cf. Bianchini 1986, p. 255 n. 38, e soprattutto Les lois
religieuses 2009, p. 48-51) ; Cod. Theod. 2, 8, 21 del 27 maggio 392 (ripresa e inte-
grata in Cod. Just. 3, 12, 7), indirizzata a Taziano, proibisce lo svolgimento di tutti
i tipi di actus, sia pubblici che privati, durante i 15 giorni pasquali (cf. Les lois
religieuses 2009, p. 50-51). Due leggi fortemente antipagane erano comunque già
state promulgate tra il febbraio e il giugno del 391 (Cod. Theod. 16, 10, 10-11 su cui
cf. Magnou-Nortier 2002, p. 376-379 ; Les lois religieuses 2005, p. 438-442) ; come
sottolinea Hunt 1993, p. 157, questa normativa, « despite the apparent comprehen-
siveness of its prohibitions, is in fact directed at the behaviour of public igures, and
not at the population at large ». Già prima del rientro di Teodosio a Costantinopoli
si stavano dunque creando i presupposti per quel dissidio tra l’imperatore e i suoi
prefetti che poi sarebbe sfociato nelle condanne del 393.
30
Demougeot 1951, p. 121s.
60 LAURA MECELLA

buendo ad alimentare le già acute tensioni tra pagani e cristiani di


questo periodo31.
Già Petit aveva individuato nella prefettura di Taziano il
punto più alto della reazione pagana alla politica del cristianis-
simo Teodosio, e come frutto di un atteggiamento ‘anticlericale’
sono stati da altri interpretati alcuni importanti provvedimenti del
prefetto32. Con la prima parte di Cod. Theod. 16, 2, 27, del 21 giugno
390, il reclutamento delle diaconesse è limitato alle donne oltre i
sessanta anni di età, che vengono anche private della possibilità
di donare i propri beni ai poveri o alla Chiesa33 ; la gravità della
disposizione è sottolineata dalla reazione stessa di Teodosio, che ne
decide l’abrogazione dopo soli due mesi34. Medesima sorte anche

31
Benché, naturalmente, anche nel corso della loro amministrazione Teodosio
abbia promosso provvedimenti di matrice cattolica, come Cod. Theod. 9, 35, 5
del 6 settembre 389 (rivolta a Taziano), con cui furono vietati i supplizi corpo-
rali durante la quaresima (su cui cf. Bianchini 1986, p. 248-250, 262 e Les lois
religieuses 2009, p. 180-181) o Cod. Theod. 16, 5, 17 del 4 maggio 389 sull’interdi-
zione testamentaria degli eunomiani (Magnou-Nortier 2002, p. 220-223 ; Les lois
religieuses 2005, p. 256-259) ; contro gli eretici sono rivolte anche Cod. Theod. 16,
5, 19-21 (Magnou-Nortier 2002, p. 224-227 ; Les lois religieuses 2005, p. 260-263),
mentre gli apostati costituiscono il bersaglio di Cod. Theod. 16, 7, 4-5 (Magnou-
Nortier 2002, p. 316-319 ; Les lois religieuses 2005, p. 362-365). Si vd. inoltre le
altre costituzioni degli anni 391-392 già discusse supra, n. 29.
32
Si vd. Petit 1955, p. 203 ; PLRE I, Tatianus 5, p. 878. Per l’incidenza esercitata
dalla prefettura pretoriana sull’attività legislativa si vd., inter aliis, le considera-
zioni di Harries 1993, p. 8 : « the main source of suggestiones on the running of the
Empire in general would be the praetorian prefects, the authorities to which all
provincial governors and vicarii ultimately looked. […] A suggestio, proposal, from
the oficial backed by a report was the most common means of […] prompting an
imperial decision » ; e ancora : « considerable importance must be attached to the
praetorian prefects as the most proliic source of proposals affecting the provinces
of the Empire » (ibid., p. 14). Sulle suggestiones cf. anche Millar 2006, p. 207-214 ;
più cauti invece nella valutazione delle capacità decisionali dei singoli magistrati
Cameron - Long 1993, p. 4-7, che insistono piuttosto sull’importanza del consisto-
rium come organo collegiale.
33
Per una puntuale analisi del testo di legge si vd. Barone-Adesi 1993,
p. 251-254 ; Magnou-Nortier 2002, p. 140-145 ; Les lois religieuses 2005, p. 170-175
(con ulteriore bibliograia).
34
Cod. Theod. 16, 2, 28 del 23 agosto 390, su cui cf. Martini 1993 ; Magnou-
Nortier 2002, p. 144-145 ; Les lois religieuses 2005, p. 176-177. Non mi sembra condi-
visibile il giudizio di Delmaire in Les lois religieuses 2005, p. 177 n. 3, che nel suo
commento alla legge attribuisce il ripensamento di Teodosio alle sue tensioni con
Ambrogio dopo l’eccidio di Tessalonica (ad un’inluenza ambrosiana pensa anche
Martini 1993 ; più scettica al riguardo Magnou-Nortier 2002, p. 144 n. 88). L’elevato
numero dei provvedimenti emanati nel corso dell’amministrazione di Taziano e poi
abrogati, non coninati all’ambito della politica religiosa, permette infatti di ricon-
durre all’attività del prefetto la causa dei ripetuti interventi dell’imperatore.
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 61

per un altro provvedimento probabilmente sollecitato da Taziano,


Cod. Theod. 16, 3, 1, con il quale nel 390 era stato proibito ai monaci
l’ingresso nelle città35. Taziano avrà avuto buon gioco nel presen-
tare le numerose intemperanze dei monaci, resisi colpevoli di non
pochi atti di violenza in diversi centri orientali36, come la dimostra-
zione della loro carica pericolosamente eversiva, inducendo l’impe-
ratore a legiferare in materia37 ; ma che tale misura rilettesse più
le preoccupazioni del prefetto che non di Teodosio lo dimostra la
successiva costituzione Cod. Theod. 16, 3, 2 del 392, con la quale la
proibizione venne revocata38. Potrebbe essere dovuta ad una sugge-
stio di Taziano anche Cod. Theod. 9, 40, 15, del 13 marzo 392, con la
quale viene vietato qualsiasi tipo di intervento (compreso il diritto
d’appello) da parte dei chierici volto a sottrarre il reo all’esecuzione
e si comminano gravi sanzioni a giudici e funzionari che non si
attengano a tale disposizione39.

35
Si vd. in proposito Magnou-Nortier 2002, p. 180-181 ; Les lois religieuses
2005, p. 216-217 (con ampia bibliograia).
36
Come opportunamente ricordato da De Giovanni 19913, p. 69-72, il 1 agosto
388 a Callinico i monaci avevano dato alle iamme sia una chiesa di Valentiniani
che una sinagoga (Ambr., Ep. 1 [41], 1 [Zelzer 1982, p. 145]), e Libanio (Or. XXX, 8)
attesta la distruzione da parte loro di templi pagani e veri e propri atti di saccheggio
nei confronti delle proprietà private (ibid., p. 9-11), su cui cf. anche Zos. V, 23, 4
(con il commento di Paschoud 1986, p. 176ss.). Sulla polemica antimonastica di
questo torno di anni cf. Cracco Ruggini 1972, p. 288-300.
37
Al mantenimento dell’ordine pubblico era stata d’altro canto dedicata già
Cod. Theod. 16, 4, 2 del 16 giugno 388, sempre rivolta a Taziano, con la quale
l’imperatore in partenza per l’Occidente aveva vietato, pena la morte, qualsiasi
discussione pubblica in materia religiosa (cf. Magnou-Nortier 2002, p. 184-187).
Similmente nel 381 Teodosio aveva vietato che nel foro di Costantinopoli si tenes-
sero assemblee per discutere della natura e della sostanza di Dio (Soz., H.E. VII,
6, 7 Bidez). Sul provvedimento cf. da ultimo Les lois religieuses 2005, p. 220-221.
38
Secondo De Giovanni 19913, p. 70, tuttavia, anche questa seconda dispo-
sizione rivelerebbe un atteggiamento sostanzialmente negativo nei confronti dei
monaci : a suo dire, infatti, l’espressione iudiciariis aluntur iniuriis con cui sembra
giustiicarsi il nuovo orientamento legislativo rivelerebbe che « si concede ai
monaci l’ingresso nelle città non per benevolenza nei loro confronti ma per evitare
che essi, se perseguitati dai giudici, possano atteggiarsi a martiri e acquistare
maggiore popolarità presso le masse di cui, com’è noto, i monaci spesso appog-
giavano le cause : in CTh 16.3.2 si sceglie, in sostanza, quello che si ritiene il male
minore » (dello stesso avviso Magnou-Nortier 2002, p. 181, n. 4). Nella sostanza il
provvedimento fa comunque un’importante concessione al movimento monastico
e non mi sembra casuale il fatto che esso sia stato promulgato nel 392, quando cioè
la corte costantinopolitana era già dominata dalla personalità del christianissimus
Ruino. Sulla costituzione cf. anche proposito Les lois religieuses 2005, p. 218-219.
39
Già Costantino aveva proibito la possibilità del ricorso in appello per i
crimini più gravi (Cod. Theod. 11, 31, 6). Ad una fattispecie diversa appartiene
62 LAURA MECELLA

Particolarmente degna d’attenzione è però Cod. Theod. 12, 1,


121 del 17 giugno 390, dove l’esenzione iscale per i decurioni attivi
come presbiteri, diaconi o esorcisti è limitata a coloro che abbiano
svolto queste funzioni solo ino al 388, poiché post memorati
consulatus tempora […] omni sciat cedendum esse patrimonio (il
beneiciario è la curia di appartenenza, come si evince dalle linee
precedenti). La perdita dell’intero patrimonio a favore della curia
d’origine per coloro che avessero abbracciato la carriera ecclesia-
stica è d’altro canto ribadita anche in Cod. Theod. 12, 1, 123 (28
luglio 391), dove la stessa disposizione è prevista anche per i decu-
rioni che fossero entrati in senato40.
Tali provvedimenti si rivelano signiicativi perché si riallacciano
al più ampio problema della sopravvivenza delle curie41. Nell’annosa
contesa tra lo Stato e i decurioni recalcitranti a far fronte ai propri
obblighi iscali, il regno di Teodosio ha rappresentato un momento
cruciale : proprio in questo periodo si intensiica la legislazione
contro la diserzione dalle curie, e da questo punto di vista l’ammi-
nistrazione di Taziano appare perfettamente in linea con le prin-
cipali direttrici della politica teodosiana. Già ai tempi di Cinegio
l’imperatore aveva imposto un rigido controllo sul comportamento
dei curiali, compito di cui tuttavia il prefetto non si sarebbe dimo-
strato all’altezza, stando alla testimonianza (forse tendenziosa) di
Libanio42 ; sta di fatto che il problema viene sistematicamente riaf-
frontato da Taziano in una lunga serie di costituzioni.
In Cod. Theod. 12, 1, 119 (21 giugno 388) si ricorda come
siano stati riportati nelle rispettive città i curiali che erano fuggiti
da quattro centri della Bitinia43, mentre in Cod. Theod. 13, 5, 19

invece Cod. Theod. 9, 40, 16pr. del 27 luglio 398, rivolta contro chierici e monaci
che intendano sottrarre l’accusato ad un processo. Arcadio non rinnega il diritto
ecclesiastico all’intercessio – che, sottoposta al giudice competente e, tramite la
relatio di questi, al prefetto al pretorio può permettere la richiesta di una nuova
istanza – ; l’imperatore si scaglia però contro l’abuso di tale strumento, che non
pochi disordini aveva causato in alcune diocesi. Sulla legge del 392 in esame si
vd. Gaudemet 1958, p. 319 ; Manfredini 1986, p. 45s. ; Bassanelli Sommariva 1995,
p. 550s. ; Les lois religieuses 2009, p. 200-201.
40
Su entrambe le leggi si vd. Noethlichs 1972, p. 145 e 151 ; Les lois religieuses
2009, p. 322-327.
41
Per un’introduzione al problema mi limito a citare i fondamentali lavori di
Liebeschuetz 1972, p. 119-166 ; Id. 2001 ; Laniado 2002, p. 3-26.
42
In generale sul tema si vd. Jones 1964, I, p. 162 e 166 ; Leppin 2008, p. 77s.
Speciicamente sull’attività di Cinegio cf. Lib., Or. XLIX, 3-5 e le osservazioni di
Petit 1951, p. 298s. ; Id. 1955, p. 37.
43
Su cui si vd. Laniado 2002, p. 13s. ; cf. anche Lib., Or. XLIX, 31, dove Taziano
è lodato per aver personalmente recuperato alla curia tre membri : ἐπαινεῖν ἔχω τὸν
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 63

(8 settembre 390) vengono ribadite l’obbligatorietà e l’eredita-


rietà dei munera curialia (compresi quelli dei navicularii). Taziano
iscrive a forza un certo Silvano, avvocato, nella curia di Antiochia44 ;
Proculo riiuta l’accesso in senato all’antiocheno Talassio, che in tal
modo si sarebbe sottratto ai munera, nonostante le sue ripetute
insistenze e le raccomandazioni di Libanio45 ; stessa sorte sembra
essere toccata al iglio dell’oratore, Cimone46, e il prefetto non
sembra aver appoggiato nemmeno le istanze del soista Eusebio,
che gli Antiocheni avrebbero voluto iscrivere tra i buleuti e che
dopo lunghi processi riuscì ad evitare il reclutamento solo grazie
all’intervento di Teodosio47. Contro i decurioni che tentassero di
eludere i propri obblighi iscali è rivolta anche Cod. Theod. 12, 1,
122 (2 settembre 390), che impedisce loro l’ingresso in senato pur
consentendo il mantenimento della dignitas già acquisita per la
richiesta di adlectio48 ; il provvedimento sembra limitare ulterior-
mente le concessioni previste da una già restrittiva legge inviata
a Proculo durante la sua comitiva Orientis (Cod. Theod. 12, 1, 90),
con la quale si permetteva ai curiali l’ingresso in senato a condi-

νῦν τοῦτον ὕπαρχον τρεῖς τινας ἀπὸ δικαζόντων <τῶν> θρόνων εἰς βουλὴν μετενεγκόντα ;
cf. inoltre ibid., §§ 1 e 14.
44
Cf. Lib., Or. XXXVIII, 20 : ὃν εἰς μὲν ἐκείνης (scil. la bulè) κατάλογον ἐνέγραψεν
ἡ μεγίστη τῶν ἀρχῶν ; come sottolinea Petit 1955, p. 39s., il passo fa indubbiamente
riferimento all’attività di Taziano. Silvano riuscì comunque a sfuggire ai propri
obblighi grazie all’ottenimento di una carica burocratica comprata con argento
prestatogli ad usura.
45
Lib., Or. XLII e LIV, 66 ; per le numerose lettere cf. Seeck 1906, p. 291 ; si
vd. inoltre Petit 1955, p. 31, 37, 214, 344s., 363 ; Liebeschuetz 1972, p. 32 ; Heather
1994, p. 11 e 31 ; Norman 2000, p. 145-148 (ma cf. anche Id. 1992, p. 459-461).
46
Sulla vicenda cf. Seeck 1906, p. 81s. ; Petit 1955, p. 18, 31, 214, 339, 344s. ;
Liebeschuetz 1972, p. 6 ; Norman 1992, p. 462-464 ; al riguardo l’oratore indirizzò
a Taziano l’epistola 959.
47
Cf., tra le altre, Lib., Ep. 906-907, 909 ; Or. LIV, 52 ; si vd. inoltre Petit 1955,
p. 40s., 342 e 418s. ; PLRE I, Eusebius 24, p. 305 ; Norman 1992, p. 454-459.
Signiicativamente, nel 390 Taziano non aveva ancora ratiicato la decisione impe-
riale (Lib., Ep. 919).
48
Prerequisiti per l’ammissione in senato erano infatti lo svolgimento effettivo
di una carica amministrativa oppure il conferimento di una dignitas codicillaria,
la « nomina cioè ad una carica amministrativa onoraria […]. Se così ad esempio
un curiale avesse ottenuto, ai ini di brigare l’ammissione, i codicilli di governa-
tore di provincia onorario, avrebbe potuto mantenere tale titolo onoriico, pur non
costituendo esso idonea giustiicazione per il perfezionamento della procedura di
ammissione » (Garbarino 1988, p. 272) ; sulle dignitates dei decurioni è incentrata
anche Cod. Theod. 12, 1, 127 del 30 giugno 292, indirizzata a Taziano, mentre l’ob-
bligatorietà e l’ereditarietà dei munera curialia (e di quelli dei navicularii) sono
ribadite anche in Cod. Theod. 13, 5, 19 dell’8 settembre 390 (sempre rivolta al
Nostro).
64 LAURA MECELLA

zione che avessero adempiuto a tutti i munera cittadini e che si


lasciasse un sostituto nella curia di origine49.
Per mantenere in vita delle curie in grado di adempiere efi-
cacemente alle proprie funzioni, era però soprattutto necessario
evitare l’eccessiva disparità sociale, ed economica, all’interno dei
consigli stessi : il conlitto sociale non nasceva soltanto dall’opposi-
zione tra la classe dei curiali e il restante corpo civico, ma anche dal
contrasto tra i curiali più ricchi e potenti (i potentiores) e i curiali di
più modesta condizione, vessati dai primi50. Ed è proprio in difesa
dei curiali meno abbienti che sembra levarsi la voce di Taziano51 :
egli cercò di alleggerire la siriarchia (una delle liturgie più costose
che prevedeva l’organizzazione di spettacoli) autorizzando i buleuti
di Antiochia a prelevare dai senatori (supponiamo solo quelli di
origine siriaca) una collatio speciale52, e probabilmente sempre sui
senatori avrebbe tentato di far gravare le spese per la calefactio

49
D’altra parte contro la fuga dei curiali Taziano era già stato impegnato
durante il suo servizio in Egitto : cf. Cod. Theod. 12, 18, 1 del 10 maggio 367.
50
Cf. e.g. Lib., Or. XLIX, 8 e 13. I potentiores non solo godevano all’interno
dei consessi cittadini di una preminenza assoluta, ma grazie alle loro aderenze
nelle alte sfere del potere sfuggivano ai propri compiti sia con la corruzione che
per il loro più facile accesso al senato e alle carriere burocratiche ; a farsi carico
degli oneri delle liturgie erano dunque quasi esclusivamente i curiali più poveri,
che non disponendo di fortune così ingenti spesso non riuscivano a far fronte ai
propri obblighi. Inoltre mentre questi ultimi, in qualità di susceptores, nel processo
di riscossione delle tasse non avevano che mere funzioni esecutive, i principales
avevano la possibilità di arricchirsi fraudolentemente a spese dei contribuenti.
Solo a loro infatti, in qualità di exactores, era riservato il potere di procedere alla
vendita dei beni dei debitori del isco : attuando soprusi di ogni genere con la conni-
venza dei governatori provinciali essi realizzavano quei sollemnia lucra ai danni
dei cittadini tanto deplorati dalle fonti antiche. Per un’introduzione al problema si
vd. De Salvo 1995, p. 300-316, con le precisazioni di Delmaire 1996 (che sottolinea
l’apporto anche di altre categorie sociali al processo di esazione iscale) e la più
sfumata posizione di Laniado 2002, p. 17s., 103-107, 113-115, 117-120, 201-211 ;
cf. inoltre le osservazioni di Petit 1955, p. 353-358 e Norman 1977, p. 411-419. Più
in generale, sui potentiores come soggetti giuridici cf. Santucci 1996 ; sulla diffe-
renziazione sociale all’interno delle curie tardoantiche, soprattutto in riferimento
alla pars Occidentis dell’impero e per un periodo successivo a quello qui preso in
esame, cf. inoltre Cecconi 2006.
51
Contra Gluschanin 1989, p. 241 (« meines Erachtens entsprach die Politik
Tatians in bezug auf die Kurien letzten Endes den Interessen der principales ») che
tuttavia non fornisce argomentazioni al riguardo.
52
Cf. Cod. Theod. 6, 3, 1 del 27 febbraio 393, con cui il provvedimento venne
abrogato. Come sottolinea Petit 1955, p. 286, n. 3, Taziano capovolse la politica
di Costanzo II, che nel 361 aveva impedito ai governatori di attingere ai beni dei
senatori per la costruzione di ediici pubblici (Cod. Theod. 15, 1, 7).
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 65

thermarum53. Queste misure vennero abrogate dopo la sua caduta,


ma in parte riprese negli anni successivi, a testimonianza della
necessità dei provvedimenti54.
Contro le prevaricazioni dei potentiores è rivolta Cod. Theod. 9,
1, 17 (15 febbraio 390), in cui viene sancita l’opportunità della
loro presenza alle udienze, mentre come una disposizione in
difesa della proprietà dei piccoli curiali dobbiamo forse interpre-
tare anche Cod. Theod. 5, 11, 12, sul problema dell’occupazione
degli agri deserti da parte di nuovi coltivatori. Rispetto alla prece-
dente legislazione in materia essa introduce un’importante novità,
perché dà facoltà all’antico dominus del fondo abbandonato di
rivendicarlo entro un biennio55. Sullo sfondo si coglie il problema
della progressiva trasformazione del paesaggio agrario dovuta alla
diminuzione della piccola e media proprietà fondiaria. Sebbene

53
Cf. Cod. Theod. 12, 1, 131 del 27 febbraio 393 con cui si revoca il provve-
dimento ; d’altra parte già una legge del 383 indirizzata a Proculo, allora comes
Orientis, aveva ribadito l’assoluta volontarietà di questo munus. Sulla siriarchia e
la calefactio thermarum cf. Petit 1955, p. 48-52, 72, 132-139, 213 e partic. p. 56 e
136 per i provvedimenti di Taziano ; Liebeschuetz 1972, p. 141-144 e 148s. Volta ad
alleggerire gli oneri tributari è anche Cod. Theod. 8, 11, 5 del 28 aprile 389, che vieta
prelievi iscali in occasione di pubblici festeggiamenti. Questo indirizzo politico è
forse ravvisabile già nella sua attività di comes sacrarum largitionum, dal momento
che per il 374 viene ricordata una costituzione volta a mitigare il contributo che i
privati dovevano versare allo stato nel momento in cui decidevano di far monetare
l’oro da essi posseduto : Cod. Theod. 9, 21, 8 issa a due once per ogni libbra d’oro
la tassa per la monetazione, a fronte del sequestro dell’intero quantitativo d’oro
portato alla zecca previsto dalla precedente legge del 369 (Cod. Theod. 9, 21, 7) ; sul
provvedimento si vd. Painter 2007, p. 430 ; Schmidt-Hofner 2008, p. 207-208. Si
inserisce invece in una tradizione ben consolidata Cod. Theod. 9, 21, 9 (27 giugno
389) indirizzata a Taziano, con la quale la falsiicazione della moneta viene giudi-
cata un crimen maiestatis : per gli opportuni confronti cf. e.g. Bauman 1980, p. 202
con n. 259.
54
Con Cod. Theod. 15, 1, 32 del 21 giugno 395, indirizzata al comes sacrarum
largitionum Eusebio, Arcadio e Onorio devolvono de reditibus fundorum iuris rei
publicae tertiam partem reparationi publicorum moenium et thermarum subustioni,
mentre Cod. Theod. 12, 1, 169 del 27 settembre 409 recita : sescentorum solidorum
praebitionem, qua magistratuum census Antiochenae per Syriam civitatis, cum
frequenter nutaret, erectus est, gratanter admisimus. Fruatur itaque decora civitas
tuae provisionis iugiter incrementis et largitione nostrae clementiae, ut sub hac
oblectatione populus sua tristitia consoletur. Inine, nel 465 un provvedimento di
Leone I (Cod. Just. 1, 36, 1) vieterà ai curiali d’Antiochia l’assunzione, inanco a
titolo volontario, sia dell’alitarchia (ora afidata all’oficium del comes Orientis) che
della siriarchia (prerogativa dell’oficium del consularis Syriae).
55
De Dominicis 1971, p. 350 ; cf. anche Id. 1964, p. 73-82 ; Jones 1964, II,
p. 812-814 ; Szlechter 1983, p. 53-55 ; Crogiez-Pétrequin - Jaillette 2009, p. 352-353 ;
più in generale Jaillette 1996, passim e partic. p. 354-355 e 397.
66 LAURA MECELLA

la norma in oggetto si inserisca in una serie coerente di disposi-


zioni non coninate alla pars Orientis dell’impero, è indubbio che
il periodo di due anni consentito per la rivendicazione del bene
superi di gran lunga quelli indicati in analoghi provvedimenti, dove
si parla di pochi mesi56. Nella costituzione indirizzata a Taziano
sembra quindi di poter scorgere la volontà da parte del legislatore
di tutelare in primo luogo gli interessi degli antichi possessores, e
dunque la sopravvivenza della classe dei piccoli e medi proprietari
che costituiva il nerbo del ceto curiale57.
Inine, del 9 aprile 392 è una costituzione (Cod. Theod. 1, 29,
8) con la quale vengono aumentate le prerogative dei defensores
civitatum, ora preposti anche alla repressione del brigantaggio
e al controllo dei patrocinia, il cui abuso da parte dei potentiores
alterava pericolosamente gli equilibri sociali. La defensio civitatis
era stata istituita già da Valentiniano I come organo di difesa
della plebe contro le ingiurie dei potenti nei rapporti di patronato,
ma è solo con il provvedimento in oggetto (a cui fa da pendant
Cod. Theod. 1, 29, 7 dello stesso 392) « che si realizzò un notevole
incremento delle attribuzioni dei defensores orientali […] a favore
di tutti i sudditi, anche se con vantaggio prevalente, com’è logico,
per quelli di basso ceto sociale »58.

56
Cf. Cod. Theod. 5, 11, 11 del settembre 386, dove i proprietari che si erano
allontanati dai loro fondi vengono invitati a riappropriarsene entro il successivo
mese di maggio, pena la perdita del diritto di proprietà, o Cod. Just. 11, 58, 11 del
400, dove il termine è perentoriamente issato in sei mesi.
57
Cf. anche Cod. Theod. 9, 14, 2, rivolta ai provinciali di entrambe le partes
dell’impero, dove si afferma il più generale principio della legittimità della giustizia
privata contro qualsiasi forma di aggressione perpetrata contro i propri beni sia da
soldati che da privati che da nocturni populatores.
58
Per il dibattito sui prodromi di questo istituto e sul suo diverso sviluppo
nelle due partes dell’impero cf. Mannino 1984, partic. p. 1-134 (citazione a p. 118).
Sulle implicazioni sociali del provvedimento insiste anche Günther 1977, p. 202.
Si vd. inoltre Liebeschuetz 1972, p. 201 ; Bellomo 2009, p. 261-263. Frakes 2001,
p. 137, pone piuttosto l’accento su un altro aspetto del problema, poiché a suo
dire la legge sarebbe stata volta soprattutto a frenare i tentativi di corruzione
nei confronti degli stessi defensores, che « may have been turning a blind eye to
certain problems, especially the growing institution of patrocinium » ; più in gene-
rale sull’uso (e abuso) dell’istituto del patrocinium da parte dei principales nel
periodo in questione cf. anche Liebeschuetz 1972, p. 192-208 ; per un’introduzione
al problema utile anche Giglio 20082. Come rilevato da Harmand 1955, p. 57-66
e Norman 1977, p. 497s., è probabilmente da escludere l’ipotesi di un’identiica-
zione tra la disposizione teodosiana in esame e il provvedimento cui allude Lib.,
Or. XLVII, 35 ; inoltre, « although it may be tempting to regard C. Th. 1. 29. 8 as the
reaction of the government to Libanius’ appeal [scil. la stessa Or. XLVII], the case
remains unproved » (ibid., p. 498).
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 67

E sempre in favore dei meno abbienti potrebbe esser stato


rivolto anche un precedente provvedimento di Proculo. Stando alla
testimonianza di Libanio, l’allora comes Orientis aveva imposto ad
Antiochia un canone agli occupanti delle botteghe situate negli
intercolumni dei portici59 : a detta del retore, l’ordinanza mirava a
ridurre le spese della municipalità, destinando i nuovi introiti all’al-
leggerimento delle liturgie60, ma come ha recentemente proposto
Saliou non si può nemmeno escludere da parte del funzionario la
volontà di preservare anche gli interessi degli afittuari, per lo più
artigiani di modesta condizione che spesso utilizzavano tali alloggi
come abitazione. Una norma dell’11 giugno 383 (Cod. Theod. 15,
1, 22) aveva infatti disposto la distruzione di tutti gli ediici privati
eretti nei fora o in altri spazi pubblici : in questo caso Proculo
potrebbe aver dunque optato per un’interpretazione meno rigorosa
della legge, sostituendo alla demolizione una tassa e consentendo
così l’uso di quelle aree61.

59
Lib., Or. XXVI, 20.22-23 : Παρρησιάσομαι δὴ καὶ περὶ τῶν ἀπὸ τῶν ἐν μέσῳ τῶν
κιόνων σκηνῶν, τί γὰρ ἂν ἄλλο τις εἴποι ταῦτα ; συλλεγομένων χρημάτων. τουτὶ γὰρ ἥκιστα
χρῆν γεγονέναι τὸ ἔργον, ἐφ’ ᾧ κακῶς μετὰ δακρύων ἀκούομεν […] Πρόκλου γὰρ εἶναι τοῦτο
ἔργον φήσει τις. οὐ μὰ τὸν Δία καὶ τὴν Ἀθηνᾶν, ἀλλὰ τῶν εἰσπραττόντων ἡμῶν. […] τὸ δὲ ἔτι
δεινότερον, ὅτι κἀκείνου χείρους γινόμεθα. πῶς ; Πρόκλος τῶν λειτουργούντων τοῖς πένησι
πόρον τινὰ τοῦτον ἀνεῦρεν […] νῦν δὲ ἐπὶ τὴν σκηνὴν τοῦτο τέτραπται, ὅπως ἃ κλάων ὁ
χειροτέχνης τίθησιν, ἐκ τούτων εἴη τρυφᾶν ὀρχησταῖς τε καὶ μίμοις […]. Parlerò con schiet-
tezza delle somme riscosse dalle baracche – come si potrebbero designare altrimenti ?
– che si trovano tra le colonne. Questa, infatti, è un’azione che non avrebbe dovuto
aver luogo, di cui sentiamo dir male tra le lacrime […] Qualcuno dirà che questo
è opera di Proculo. No, per Zeus e Atena, ma di noi che riscuotiamo la tassa […] e
questo è più terribile, che noi siamo diventati peggio di lui. Come ? Proculo aveva
escogitato questa tassa come un mezzo per procurare delle risorse a coloro che adem-
piono la liturgia dei poveri […] adesso la tassa è stata versata alla cassa del teatro,
così che ciò che l’artigiano versa piangendo, permette ai danzatori ed ai mimi di
vivere nel lusso […] (trad. Casella 2010, p. 337). La stessa prassi era in vigore anche
a Beyrouth (ibid., § 23), ma non abbiamo elementi per affermare che lo fosse già
all’epoca del governatorato di Proculo sulla Fenicia, come invece sostenuto da
Saliou (cit. infra, n. 61).
60
Il passo libaniano è stato giudicato sehr dunkel da Sievers 1868, p. 164 n. 77,
che ne ha fornito la seguente spiegazione : « zwischen den Säulen waren Hütten, die
man auch Zelte hätte nennen können, auf der den Wohnungen entgegengesetzten
Seite angebracht. Handwerker hatten hier ihre Läden aufgeschlagen […]. Proclus
verlangte hierfür eine Abgabe, durch welche den ärmeren unter den Liturgie
Leistenden oder eigentlich denen, die auf Erbauung der Zelte etwas verwandt
hatten, eine Hilfe gewährt werden sollte. Icarius führte nun diesen Beschluss aus,
wendete aber den Erlös den Tänzern und Mimen zu ; dadurch wurden die bishe-
rigen Inhaber hinausgetrieben, ohne dass für neue Läden gesorgt wurde ».
61
Saliou 2005, p. 212-214 : « la taxe imposée aux échoppes pourrait alors être
assimilée à la redevance compensatoire (solarium) prévue par le droit romain
68 LAURA MECELLA

Nel tentativo di limitare la disparità sociale, la politica di


Taziano e Proculo appare dunque coerentemente volta a garantire
la sopravvivenza della vita cittadina nelle sue forme classiche e può
essere riassunta in quattro punti principali62 :
- alleggerimento delle liturgie : non si tratta, com’era avvenuto
nel caso di Cinegio, di rendere le liturgie facoltative, provvedimento
che avrebbe indebolito le curie e depauperato le città, ma di porre i
curiali nelle condizioni migliori per far fronte alle liturgie stesse63 ;
- aumento del numero dei curiali, sia attraverso il recupero dei
fuggitivi, sia limitando il numero delle adlectiones in senatum ;
- concessione ai curiali meritevoli della comitiva tertii ordinis,
ma non senza signiicative precauzioni. In Cod. Theod. 12, 1, 127
(30 giugno 392) viene infatti accordato ai principales l’onore della
comitiva, determinando così un’effettiva rivalutazione della loro
funzione sociale ; ma questo privilegio veniva concesso soltanto a
coloro che avessero consacrato la vita alla città, rimanendo al suo
servizio (ita tamen ut hoc honore donatus a nexu propriae originis
non recedat). Si preveniva in tal modo il pericolo di una diserzione
dalla curia dei beneiciari ;
- difesa dei culti tradizionali e rideinizione, in senso restrittivo,
dei privilegi del clero cristiano, il cui sempre maggiore peso poli-
tico ed economico rischiava di tradursi in un fattore di instabilità
per la vita municipale.

classique en cas d’occupation constatée de l’espace public n’entraînant pas une


gêne telle que la démolition soit nécessaire » (citazione a p. 214). D’altra parte,
come sottolinea la studiosa, le entrate garantite da tali locazioni non dovevano
essere molto alte : sembra dunque riduttivo considerare il provvedimento come
una misura di ordine esclusivamente iscale.
62
Elementi già opportunamente messi in luce da Petit 1955, passim e soprat-
tutto p. 386s. Naturalmente non tutte le disposizioni loro indirizzate consentono
di trarre precise valutazioni sulla loro attività : Cod. Theod. 1, 15, 13 del 28 aprile
389 si limita a stabilire il numero di apparitores della diocesi d’Asia e sempre
sulla disciplina degli apparitores è anche Cod. Theod. 8, 4, 16 del 5 maggio 389
(cf. Cod. Just. 12, 57, 7) ; Cod. Theod. 6, 27, 6 ratiica i privilegi degli agentes in rebus
anche dopo la ine del loro mandato (cf. De Paola 2005, p. 102s.) ; Cod. Theod. 16, 8,
8 conferma ai Giudei il diritto di pronunciare sentenze sulla loro religione (su cui
vd. Magnou-Nortier 2002, p. 332-333 ; Les lois religieuses 2005, p. 380-383) ; inine,
Cod. Theod. 10, 22, 2 del 18 ottobre 388 regola i rifornimenti delle fabbriche d’armi.
63
Per Cinegio, cf. e.g. Cod. Theod. 12, 1, 109 del 26 aprile 385 (riguardante
l’agonotesia) ; in ogni caso Taziano non trascurò nemmeno gli interessi del isco
imperiale, come dimostra anche Cod. Theod. 13, 9, 4 del 18 luglio 391, dove si
puntualizza che le perdite dei naufragi non devono costituire un detrimento per
le casse statali.
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 69

Linea di governo, questa, per molti versi vicina a quella


giulianea64 – e d’altro canto Taziano, nato verosimilmente nel
secondo quarto del secolo, avrà avuto modo di apprezzare l’ope-
rato dell’Apostata. In tale programma di tutela della tradizione
polìade greca rientra anche quell’attenzione per il decoro urba-
nistico, gli impianti termali, gli ediici di spettacolo e le manife-
stazioni sceniche che aveva già caratterizzato l’attività di Proculo
come comes Orientis tra il 383 e il 384 ; quest’ultimo ne aveva otte-
nuto un tale favore, che anche dopo il termine del mandato erano
rimasti ad Antiochia suoi sostenitori tra le fazioni del teatro65. Ad
Antiochia Proculo aveva infatti intrapreso un’importante serie di
costruzioni, facendo riparare o abbellire strade, portici e piazze,
ed erigendo delle terme a proprie spese ; a lui si dovette anche
l’ampliamento del plethron, l’ediicio che ospitava i giochi olim-
pici, giochi che tra l’altro inanziò personalmente per l’anno 38466 ;
ed è con lui che a Costantinopoli venne eretto l’obelisco dell’ippo-
dromo67. Negli anni della sua prefettura, anche Taziano riempì di
iscrizioni e gruppi scultorei i più importanti centri dell’Oriente68,
e ben noti erano i suoi interessi letterari69 : veramente pepaideu-

64
Su cui si vd. speciicamente l’esaustivo saggio di Bonamente 1983.
65
Lib., Or. XXVI, 2-4.6-7.14, su cui cf. Petit 1955, p. 228s. e Liebeschuetz 1972,
p. 212.
66
Sui giochi olimpici del 384 ed il correlato ingrandimento del plethron
cf. Lib., Or. X, con le osservazioni di Petit 1955, p. 143s., 213, 277, n. 10 ; sulle altre
opere pubbliche cf. Lib., Ep. 852 e Or. XLII, 41, con Petit 1955, p. 319 (in parti-
colare sulla costruzione delle terme). Questa riorganizzazione urbanistica si può
forse riconnettere alla già menzionata legge dell’11 giugno 383 (Cod. Theod. 15,
1, 22), indirizzata proprio a Proculo ; un analogo provvedimento verrà emanato
durante la sua prefettura urbana (Cod. Theod. 15, 1, 25). Tali disposizioni, tese a
salvaguardare il decoro degli spazi urbani, si inserivano in una tradizione giuridica
ben consolidata : cf. Geyer 1993, p. 69-74.
67
Cf. CIL III 1, 737 ; CIG IV 8612 ; Marcellinus comes, Chron. a. 390 (MGH AA
XI, p. 62).
68
Cf. Robert 1948, p. 47-53 ; Roueché 1989, p. 47-52. Durante il suo soggiorno
in Egitto, ad Alessandria aveva inoltre fatto costruire un acquedotto e delle porte
dorate : Consularia Italica ad annum 375 : hic condidit in Alexandria luvium qui
vocatur Tatianus et portas fecit auro perfusas, quae nunc dicuntur Petrinas (MGH
AA IX, p. 296).
69
Da Libanio veniamo a sapere che compose versi epici legati all’opera
omerica : εὐρυτέρας τῆς παιδεύσεως ὑπὸ σοῦ γεγενημένης ποιήσεως συναφθείσης τῇ παρ’
Ὁμήρου δι’ αὐτῶν τῶν Ὁμήρου (Ep. 990) ; nel prosieguo si ricorda anche che l’opera
ebbe tre edizioni e venne adottata come testo scolastico. Come sottolinea Norman
1992, p. 375 n. d : « this epic poem on a Homeric theme apparently combines
Homeric material with verses of his own composition. That it should undergo
three revised editions and be accepted as a regular school text is testimonial to
the literary ability of Tatianus no less than to his position ». Dal canto suo Livrea
70 LAURA MECELLA

menoi, i due personaggi seppero farsi interpreti delle istanze cultu-


rali delle popolazioni ellenizzate a loro sottoposte.
Nella faticosa dialettica tra ἀρχή imperiale e πολιτείαι locali (così
ben illustrata dalle recriminazioni di un Libanio o dalle polemiche
di cui fu vittima Temistio)70, l’opera di Taziano e del iglio sembra
dunque aver tracciato una via di compromesso. Appartenenti
a quella cerchia di ellenofoni che non si rinchiuse nel proprio
πολίτευμα ma scelse di partecipare alla gestione dell’impero, essi
seppero però ben comprendere i bisogni delle classi dirigenti
locali : non a caso, Libanio avrà parole di grande apprezzamento
per Taziano71, e la sua ostilità nei confronti di Proculo appare
dovuta esclusivamente a risentimenti di carattere personale72.

1997, p. 46-49, ipotizza invece che a lui si debba quella continuazione dell’Iliade
menzionata dall’imperatrice Eudocia nel proemio premesso al proprio rifacimento
degli Ὁμηρόκεντρα di Patrizio vescovo. Lo stesso studioso (ibid., p. 48s.) gli
attribuisce anche i quattro epigrammi dell’Anthologia Palatina tràditi sotto il nome
dello scholasticus Eutolmius (VI, 86 ; VII, 608 ; VII, 611 ; IX, 587 Dübner), come già
in precedenza aveva proposto Lallemand 1964, p. 248.
70
Per un’introduzione al tema rimangono istruttivi Dagron 1968 e Id. 1969,
p. 26-29, con i distinguo di Cracco Ruggini 1972, passim ; più recentem. si
vd. Raimondi 2003, p. 197-199 ; Casella 2010, p. 22-25, 27-34, 199s., 311-313.
71
Cf. Or. LVI, 21 ed Ep. 18, 840 (in cui si ricorda l’aiuto prestato da Taziano al
retore), 851, 855, 871-873, 899, 970, 987, 990, 1021 ; cf. inoltre Ep. 941, 992 e 996 ;
su questo materiale vd. in generale Seeck 1906, p. 285-288 e Petit 1994, p. 240-243.
Come riassume Petit 1955, p. 171, « […] de tout les préfets, Tatianus fut le plus
constant dans sa politique en faveur d’Antiochie. Les appréciations que Libanius
porte sur son œuvre permettent de voir que son action fur directe et personnelle,
bien qu’il ne soit pas venu dans la cité à l’époque de sa préfecture. Tout cela sufit
à prouver que, de Constantinople même, un administrateur consciencieux et actif
pouvait exercer une forte et précise inluence sur la vie municipale » ; cf. anche
ibid., p. 367s. e Liebeschuetz 1972, p. 27. Precipuamente dedicati a sensibilizzare
il prefetto sul problema della sopravvivenza delle curie sono invece gli scritti :
Or. XLIX (sulla cui controversa datazione si vd. le osservazioni di Liebeschuetz
1972, p. 270-272) ; Ep. 851 e 871.
72
Libanio ha parole molto aspre per il funzionario imperiale, descritto come
un tiranno violento e sanguinario (Or. I, 221-223 ; XXVI, 30 ; XXVII, 13.30.39-41 ;
XXIX, 10 ; XLII, 40-41 ; XLVI, 8), arrivando ad affermare : ricordarmi di Proclo mi
fa tornare in mente furia, tempesta, piaghe e sangue (Πρόκλου δὲ μνησθεὶς χειμῶνός τε
μέμνημαι καὶ αἰγίδος καὶ πληγῶν καὶ αἵματος [Or. I, 212, che si riferisce al momento in
cui Proculo era comes Orientis]) ; altrove lo deinisce dispregiativamente κόκκος
(Or. XXVI, 30 ; XXVII, 13.30.39.41 ; XXIX, 10). Di questa efferata crudeltà non
abbiamo però altre testimonianze ; cf. Petit 1955, p. 277s. ; Liebeschuetz 1972,
p. 32. In ogni caso, fu proprio sotto il governatorato di Proculo che Libanio venne
onorato con un ritratto nel buleuterion di Antiochia, privilegio forse connesso al
conferimento del titolo onoriico di prefetto pretoriano (cf. Lib., Or. XLII, 43-44 ;
Liebeschuetz 1972, p. 6 e 275), ed in seguito lo stesso retore non si esimerà dal
lusingare il prefetto urbano per ottenerne i favori : cf. Ep. 822, 840, 847, 856, 874,
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 71

I problemi, tuttavia, non tardarono ad arrivare, come mostra


un’altra costituzione (Cod. Theod. 1, 10, 4). Il 15 aprile 391 l’impe-
ratore, ancora residente a Milano, si trovò costretto ad intimare
al comes sacrarum largitionum Severino73 un maggiore riguardo
nei confronti del prefetto urbano di Costantinopoli74. Come emerge
dal testo del provvedimento, Proculo dovette aver lamentato presso
l’Augusto la spregiudicatezza del tesoriere imperiale, che a sua
insaputa aveva duramente colpito i mercanti attivi in città75 : con
estrema fermezza ci si affrettò a rivendicare il rispetto delle compe-
tenze del praefectus urbi e del suo oficium, cui urbs tota subiacet76.
Agendo di propria iniziativa e senza il permesso di Proculo, Severino
aveva trasceso la propria giurisdizione, arrogandosi compiti spet-
tanti al prefetto : il caso appare emblematico delle tensioni serpeg-
gianti tra il funzionariato palatino e gli organi di governo cittadini,
decisi a salvaguardare ogni forma di libertà municipale contro l’in-
gerenza della corte. Signiicativa in tal senso è anche Cod. Theod. 3,
17, 3 del 27 dicembre 389, con la quale al prefetto urbano, con
l’assistenza di un gruppo di senatori e del pretore per le cognitiones
tutelari, viene afidata anche l’assegnazione dei tutori e curatori
dei minori77 ; è evidente come la magistratura di Proculo segni un

922, 938-940, 953, 967, 970, 990, 991, 1022, 1028 ; cf. anche Ep. 885 e 952 (lettere
di raccomandazione per il retore Eusebio [PLRE I, Eusebius 25, p. 305] e per il
iglio del senatore Domnino [PLRE I, Domninus 2, p. 265s.]). Per uno spoglio della
documentazione cf. anche Seeck 1906, p. 248-250 e Petit 1994, p. 213-217.
73
Oltre alla menzione in alcune costituzioni imperiali, le uniche informazioni
sul personaggio provengono dall’epistolario di Libanio, di cui Severino fu allievo
probabilmente durante il regno di Valente (cf. Ep. 945, 879, 980, 1000, 1455) :
da qui apprendiamo semplicemente che egli non era di Antiochia (Ep. 1455, 2).
Sulle tappe della sua carriera si vd. in partic. Keune 1923 e PLRE I, Severinus
3, p. 830-831. Per la provenienza quasi esclusivamente orientale degli allievi di
Libanio ancora utile Petit 1957.
74
In parte riutilizzata dai compilatori del codex giustinianeo : cf. Cod. Just. 1,
28, 4.
75
Si vd. il commento di Pharr 1952, p. 22, n. 8 : « The count of the largesses
had apparently employed severe measures for the collection of taxes and other
iscal dues ».
76
Come sottolinea De Martino 19752, p. 355 « i corporati […] erano sotto-
posti alla giurisdizione del prefetto ed in ogni caso spettava agli apparitores sedis
urbanae di condurre l’istruttoria » ; al comes sacrarum largitionum spettava giuri-
sdizione esclusiva solo nelle cause d’appello (ibid., p. 267, partic. n. 55).
77
La portata innovativa del provvedimento era già stata rilevata da Solazzi
1929, p. 81-83, su cui si vd. tuttavia le puntualizzazioni di Grelle 1960, p. 217s.
Sullo stesso tema cf. anche Cod. Theod. 3, 17, 4 (cf. Cod. Just. 5, 35, 2) del 21
gennaio 390, indirizzata a Taziano, che prevede l’esercizio della tutela anche per le
madri rimaste vedove.
72 LAURA MECELLA

momento di grande rafforzamento dell’istituto prefettizio urbano a


Costantinopoli78. E a questo proposito vale anche la pena di ricor-
dare l’eccezionale lunghezza del suo mandato, di ben quattro anni,
a fronte dell’uno e mezzo / due di media degli altri prefetti urbani.
Quando l’imperatore, dopo tre anni di assenza, rientrò nel
settembre 391, trovò dunque una situazione profondamente
mutata. La iducia accordata alle élites orientali con la conces-
sione di un ampio margine di potere non sembrava ai suoi occhi
essere stata ripagata : Taziano ne aveva approittato per colpire gli
interessi del clero cristiano e dei maggiorenti delle curie ; Proculo
aveva tentato di rafforzare l’autorità del prefetto urbano anche a
costo di conlitti con altri funzionari ; uno dei loro sodali, il consu-
laris Syriae Esichio, aveva sottratto con la frode dei documenti al
patriarca Gamaliele, rischiando di alterare i faticosi equilibri con
il mondo ebraico già duramente compromessi dall’incendio della
sinagoga di Callinico79. Un’amministrazione, quella di Taziano
e Proculo, che si inseriva perfettamente nella tradizione poli-
tica dell’Oriente ellenistico (la tutela delle città, il rispetto degli
antichi culti, l’autonomia dei poteri municipali), ma che doveva
apparire troppo audace al difensore dell’autorità centrale80. Con

78
In tal senso è stata interpretata anche Cod. Theod. 14, 17, 10 del 25 giugno
392, con cui si decretava che i membri delle scholae avrebbero potuto usufruire
del privilegio dell’annona civica solo in virtù del proprio merito e dei servizi effet-
tivamente resi, e non per diritto acquisito come invece precedentemente stabilito
(cf. Cod. Theod. 14, 17, 9 del 26 giugno 389) e come successivamente verrà confer-
mato (Cod. Theod. 14, 17, 12 del 20 novembre 393, che abroga il provvedimento
di Proculo). Come sottolinea Gluschanin 1989, p. 240 – seguito da Maraval 2009,
p. 242s. – tale innovazione avrebbe aumentato il potere del prefetto urbano sulle
scholae a scapito del magister oficiorum da cui esse dipendevano : la reazione
di Ruino non si sarebbe fatta attendere, determinando nel 392 il passaggio del
controllo delle fabbriche d’armi dalla prefettura pretoriana al magisterium ofi-
ciorum. Su quest’ultimo punto va tuttavia osservato che, come evidenziato da
Giardina 1977, p. 15 e 66-69, il controllo del magister oficiorum sulle fabricae è
attestato già dal 390, ed è dificile stabilire a quando risalga questo trasferimento
di compiti. Sulle scholae palatinae si vd. in generale Frank 1969.
79
Cf. Hier., Ep. 57, 3 : dudum Hesychium, virum consularem, contra quem
patriarcha Gamalihel gravissimas exercuit inimicitias, Theodosius princeps capite
damnavit, quod sollicitato notario chartas illius invasisset (p. 57 Labourt). Le preoc-
cupazioni di Teodosio risultano evidenti dall’asprezza della condanna : vd. inoltre
PLRE I, Hesychius 4, p. 429 (da identiicare, secondo Scharf 1991, p. 225, n. 17 con
PLRE I, Asclepiades 8, p. 115) e supra, n. 26. Sui rapporti tra Taziano ed Esichio
cf. in partic. Lib., Ep. 855 ; per l’episodio di Callinico vd. supra, n. 36.
80
Come già sintetizzava Gluschanin 1989, p. 241 : « Die länger dauernde
selbständige Regierung Tatians und seine factio in der Reichsverwaltung bewiesen
allerdings, daß die Elite der östlichen Kurialen den Wunsch hatte […] die inneren
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 73

una costituzione del 20 novembre 393 indirizzata ad Aureliano


(Cod. Theod. 14, 17, 12), l’imperatore abrogò alcuni provvedimenti
che erano stati presi da Proculo a sua insaputa (quae vero ad arbi-
trium Proculi datae nobis nescientibus) : Teodosio denuncia l’abuso
di potere attuato dal funzionario, che avrebbe osato agire senza
il suo preventivo consenso, rivendicando con fermezza il rispetto
dovuto alla propria autorità.
È su questo sfondo che va considerata l’azione intentata da
Ruino contro il rivale Taziano. Originario della Gallia e divenuto
nel giro di pochi anni l’uomo forte della corte81, l’inluente magi-
ster oficiorum avrà avuto buon gioco a presentare Taziano e suo
iglio come potenziali traditori, approittando poi della situazione
anche per sbarazzarsi dei loro sostenitori ; ma dietro alle rivalità
personali si cela non solo il ben più delicato braccio di ferro tra
gli esponenti dei notabilati orientali e i loro colleghi occidentali,
ma soprattutto il contrasto tra le istanze dei ceti dirigenti locali e
la politica accentratrice e autoritaria dell’imperatore e dei funzio-
nari a lui più fedelmente legati. D’altra parte, in quella complessa
metamorfosi vissuta dalla pars Orientis dell’impero nel corso del
IV secolo che portò alla trasformazione di un ‘impero di città’ in
uno stato burocratico fortemente centralizzato con il suo perno
a Costantinopoli, proprio il regno di Teodosio ha rappresentato
un momento cruciale82. Nella tradizione eunapiana conluita in

Probleme ihrer Region ohne Einmischung von Fremden zu lösen, und so etwa auch
die Finanzen des Ostreiches ausschießlich zu dessen Nutzen zu verwenden. Der
Fall Tatians zeigt im übrigen, daß der Weg zum erneuten Aufbau einer vom Westen
unabhängigen Regierung nicht ohne einen Kampf gegen die zeitgenössische
Reichsspitze, die den universalistischen Kurs unterstützte, möglich war ». Appare
dunque riduttiva la prospettiva di Dagron 1991, p. 258, secondo cui agli occhi
dell’imperatore sarebbe stato soprattutto lo stretto legame di parentela tra i due
prefetti a costituire una minaccia.
81
Cf. Leppin 2008, p. 221-223 ; PLRE I, Ruinus 18, p. 778-781. Al di là della sua
carismatica personalità, sull’enorme potere esercitato dai magistri oficiorum cf. in
partic. Giardina 1977, p. 55-64 e, più recentem., Aiello 2007.
82
A partire dalla crisi del III secolo la perdita della libertà – in termini di
una sempre maggiore ingerenza dell’autorità imperiale nella vita municipale, della
rinuncia a privilegi e immunità, della presenza di milizie entro le mura – era stato
il prezzo pagato dalle città per la propria sicurezza : si vd. sul tema Lepelley 1996.
Non sarebbe tuttavia cessata l’opposizione, di volta in volta più o meno mani-
festa, delle aristocrazie provinciali di antica cultura greca alle propensioni auto-
cratiche dell’imperatore, come si riscontra ancora in età giustinianea : cf. Mazza
1996, p. 316-325. « À l’instar de leurs prédécesseurs, les notables protobyzantins
perpétuent la tradition de l’autonomie municipale » ; non a caso la novella 149
promulgata nel 569 da Giustino II, con la quale ciascuna provincia, nelle persone
dei vescovi e dei notabili municipali, sarà libera di scegliere il proprio governatore,
74 LAURA MECELLA

Zosimo (IV, 28-29), è su Teodosio che ricade la responsabilità di


aver devoluto somme enormi per spese suntuarie legate al mante-
nimento della corte e all’abbellimento del palazzo e della capitale,
di aver inaugurato la vendita delle cariche e delle dignità imperiali,
di aver gravato le città con una iscalità onerosa83, rovinando i citta-
dini e distruggendo la politeia tradizionale con la moltiplicazione
dei funzionari : ritroviamo qui il Leitmotiv libaniano della capitale
come divoratrice di oro e divoratrice di uomini, che sottrae alle
province le loro forze migliori84.
Emblematica di questa nuova situazione può essere conside-
rata Cod. Theod. 7, 4, 19 : alle province più povere, dove vi erano
dificoltà di trasporto, viene imposto il pagamento dell’annona
destinata agli ufici civili85. Con l’istituzione di una tassa apposita,
i provinciali vengono così gravati del peso del mantenimento non
solo dell’esercito, ma anche dell’apparato burocratico : è un radicale
cambiamento di rotta rispetto alla precedente gestione di Taziano.
Laddove quest’ultimo aveva tentato di ridurre le spese della peri-
feria attribuendole all’amministrazione centrale, ora è il governo

« marque l’apogée de cette autonomie » (Laniado 2002, p. 253s. ; cf. anche ibid.,
p. 225-252 per un’approfondita analisi del provvedimento, di cui comunque l’au-
tore invita a non sopravvalutare la portata).
83
Su questo punto in particolare rimane istruttivo Bransbourg 2008, che riper-
corre la storia del problema lungo tutto l’arco del IV secolo, rintracciandone le
radici anche nell’età altoimperiale.
84
Cf. e.g. Lib., Or. XXX, 6 e XLIX, 2 ; Ep. 1452, 2 ; recentem. cf. Francesio 2004,
p. 107-137, ma partic. p. 124s. Per la polemica contro il fasto della corte cf. anche
Syn. Cyr., Regn. 15s. ; ibid., § 25 per la gravosa esazione iscale che opprime le
province (su cui si vd. Lamoureux - Aujoulat 2008).
85
Tatiano P(raefecto) P(raetori)o. Oficiorum annonas dispositione providentis-
sima his provinciis distributas, quae nec transvectioni publicae nec arcae possunt
aliquod deferre conpendium, conprobamus. Dat. prid. kal. Aug. Const(antino)p(oli)
Theodosio a. III et Abundantio V. C. conss. L’anno consolare rimanda al 393, quando
tuttavia il prefetto al pretorio era Ruino, non Taziano. Come sottolinea Pharr 1952,
p. 161, n. 43 « the thought seems to be that in the poorer provinces, where tran-
sportation was dificult, the tax payments were used for the payment of the sala-
ries of the local ofice staffs ». Cod. Theod. 7, 4, 35 del 14 febbraio 423 speciicherà
più esattamente i beneiciari di questa distribuzione, cioè i membri dell’apparato
burocratico centrale e gli addetti al palazzo : annonas omnes, quae univ(er)sis ofi-
ciis atque sacri palatii ministeriis et sacris scriniis ceterisque cunctarum adminiculis
dignitatum adsolent delegari […]. Mentre in precedenza alla loro retribuzione non
era stato dedicato un apposito bilancio, « a partir de Théodose au contraire, une
iscalité annonaire destinée à la rémunération des bureaux civils et des servants du
palais est imposée par l’administration impériale à certaines provinces ; ces rations
distribuées par l’État sont transformées assez vite en salaire versé en numéraire,
suivant un tarif d’adération déini par l’État. Mais les reinsegnements détaillés
manquent » (Vogler 1979, p. 297).
L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 75

imperiale ad esigere dalle realtà locali la copertura di spese ino ad


allora sostenute dal centro.
I particolarismi e le aspirazioni all’autonomia municipale di
cui agli occhi di Teodosio Taziano e Proculo erano stati espressione
dovevano essere soffocati, in nome delle esigenze e del bene dello
Stato ; nella prospettiva dell’imperatore era dunque necessario,
onde evitare la recrudescenza di spinte centrifughe, eliminare dai
vertici statali uomini troppo legati alle singole realtà locali : che
l’esperienza dei Lici fungesse da monito a tutto l’Oriente.
Ben diversa sarà invece la situazione nell’età di Arcadio,
quando la partitio dell’impero e il mutato scenario internazionale
contribuiranno non solo a ridisegnare le linee guida della grande
politica ma anche a rideinire le attese e le aspirazioni delle élites
locali. Grazie anche alla progressiva emersione di nuovi ceti, a
Costantinopoli iniziò a prendere forma quello che Fergus Millar
ha deinito the Greek Roman Empire : un impero ‘romano’ nelle
istituzioni ma ormai esclusivamente greco-orientale per tradizioni
culturali e interessi territoriali86. Dopo la morte di Ruino, l’ultimo
Occidentale a ricoprire un prestigioso incarico sul Bosforo, la
corte del debole Arcadio sarà dominata da un gruppo di estrazione
completamente orientale, compiuta espressione di quella nuova
nobiltà costantinopolitana di burocrati e funzionari civili che si
era venuta formando nel corso del IV secolo. Al di là dei dissensi
tra un Aureliano e un Eutichiano, per es., la classe dirigente attiva
tra la ine del IV e l’inizio del V secolo (l’Arcadian establishment
di Liebeschuetz) promosse una coerente azione di governo : da un
lato, essa mirava a salvaguardare la propria autonomia contro lo
strapotere dei generalissimi che invece imperversava in Occidente
(ed esemplare in questo senso è la vicenda di Gaina), dall’altro
era decisa a tutelare i propri interessi sia contro il pericolo unno
e visigoto che nei confronti delle pretese universalistiche di uno
Stilicone87. Nonostante l’insistenza sull’unanimitas imperii da parte
di Arcadio e il festeggiamento a Costantinopoli del compleanno
di Onorio nel 396, è questa prospettiva orientale ed ellenica ad
imporsi sulla scena in questi anni88.

86
Millar 2006 ; in particolare sul problema linguistico ancora utile Dagron
1969, p. 29-54.
87
Liebeschuetz 1990, p. 89-145 ; si veda anche l’articolo di Cosentino nella
presente raccolta.
88
Dagron 1991, p. 71 ; per i festeggiamenti del compleanno di Onorio sul
Bosforo cf. Cod. Theod. 6, 4, 30.
76 LAURA MECELLA

Di fronte alle molteplici e persistenti minacce, l’Oriente aveva


dunque bisogno di serrare le sue ila : in questo quadro, diventa
pienamente intellegibile l’immediata riabilitazione dei Lici all’in-
domani della morte di Ruino. Dissoltosi ormai l’ideale teodosiano
dell’unità, i gruppi egemoni dell’Oriente si ritroveranno uniti nella
difesa del proprio impero. Nel giro di qualche generazione, la
stessa famiglia di Taziano tornerà ai suoi antichi fasti : nel 464 sarà
proprio un discendente del prefetto, anche lui di nome Taziano, a
guidare per conto di Leone I un’ambasceria ai Vandali89.

Laura MECELLA
Università Europea di Roma

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89
L’episodio è narrato da Prisco, exc. 31, 5 e 32, 1-2 (p. 70s. Carolla, risp. ELG
15 e ELR 11 = 41, 1-2 Blockley). Per i discendenti di Taziano cf. Scharf 1991,
p. 227-229 ; Roueché 1989, p. 63-66 ; Heather 1994, p. 29 con n. 78. La riabilita-
zione di Arcadio ebbe pieno effetto anche per i loro conterranei : il padre del ilo-
sofo neoplatonico Proclo (scolarca dell’Accademia di Atene dal 437/438 al 485, su
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L’AMMINISTRAZIONE DI TAZIANO E PROCULO 83

Speyer 2001 = W. Speyer, Asterios v. Amaseia, in Reallexicon für Antike und


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Wiemer 2011 = H.-U. Wiemer, Für die Tempel ? Die Gewalt gegen heid-
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Imperiale und lokale Verwaltung und die Gewalt gegen Heiligtümer,
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Vienna, 1982 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 82).
SALVATORE COSENTINO

PROVENIENZA, CULTURA E RUOLO POLITICO


DELLA BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA
TRA TEODOSIO II E ZENONE

Cinque mesi dopo essere stato proclamato imperatore,


Teodosio I (379-395) era a Tessalonica1. Se Graziano aveva puntato
su un uomo d’azione per riparare al più presto al disastro di
Adrianopoli, la sua scelta non avrebbe potuto dirsi migliore. Il
nuovo augusto, infatti, muovendosi da Occidente, il 19 giugno del
379 si trovava già in una città che distava poche centinaia di chilo-
metri dal luogo della carneicina2. Qui, ad attenderlo, era giunto
uno degli intellettuali più famosi del mondo romano, il maestro di
ilosoia e retore Temistio, che, proprio in virtù della sua facondia,
era stato nominato senatore da Costanzo II. Davanti al neo impera-
tore, Temistio porse formalmente i saluti del senato costantinopoli-
tano, invitando l’augusto a recarsi prontamente nella nuova Roma
e a risiedervi ; inoltre, lo sollecitò a confermare alla nobile assem-
blea tutti i privilegi concessi dai sovrani precedenti e ad accrescere
la dignità dei suoi membri3. Ma l’allocuzione del vecchio maestro
riuscì persuasiva solo ino ad un certo punto. Teodosio avrebbe
fatto il suo ingresso trionfale a Costantinopoli il 24 novembre del
380 ma, quanto a prendersi cura dei senatori costantinopolitani,
sarebbe stato piuttosto carente. La prima parte del suo regno,
infatti, fu caratterizzata dalla precisa strategia di collocare nei posti
di responsabilità dell’impero uomini di sua iducia o appartenenti
alla sua cerchia famigliare4. In larga parte si trattò di esponenti del

1
Teodosio venne proclamato imperatore a Sirmium (nell’attuale Serbia) il
19 gennaio del 379 : cf. Leppin 2008, p. 47.
2
Ibid., p. 49.
3
Incontro tra Teodosio I e Temistio : Dagron 1974, p. 53 ; le argomentazioni
di Temistio sono contenute in Them., Or. XIV, 5 (Temistio, Discorsi a cura di
R. Maisano, Torino, 1995, p. 540). Sui primi anni del governo di Teodosio, dopo
Adrianopoli, cf. la recente sintesi di Roberto 2010a, p. 153-158.
4
Cf. Matthews 1971 ; Matthews 1975, p. 107-115.
86 SALVATORE COSENTINO

ceto dirigente occidentale, non orientale. Il primo praefectus prae-


torio Orientis da lui nominato fu Neoterius, che era probabilmente
nativo di Roma (380-381)5. Postumianus, prefetto nel 383 era sicu-
ramente un occidentale6. Maternus Cynegius, comes sacrarum
largitionum nel 383, poi quaestor sacri palatii, inine prefetto per
l’Oriente dal 384 al 388 era spagnolo, come l’imperatore7. È vero
che il suo successore nella prefettura al pretorio, Tatianus, era
originario della Licia8 ; ma alla caduta di questi, nel 388, la prefet-
tura venne assegnata ad un ex magister oficiorum, Ruinus, che
era nativo della Gallia meridionale. Gallico era anche Marcellus,
magister oficiorum nel 394-3959, mentre Hosius, il suo successore
in questa carica, era, anche lui, spagnolo10.
Le cose cambiarono alla morte di Ruino, assassinato nel 395
mentre, insieme al neo-imperatore Arcadio, passava in rassegna
i reggimenti orientali ritornati a Costantinopoli dopo la vitto-
riosa campagna di Teodosio I contro l’usurpatore Eugenio11.
La Prosopography of the Later Roman Empire elenca 42 praefecti
praetorio Orientis tra il 395 e la ine del V secolo. Tra essi, quattro
provenivano dall’Egitto (Anthemios 405-414, Fl. Anthemios
Isidoros 435-436, Cyros 439-441 e Erythrios 466, 474/491), due
dalla Phrygia (Constantinos 447, 456, 459 e Epinicos 475), due
dalla Syria (Florentios 428-430, Antiochos 448), due dalla Persia o,
comunque, avevano origini persiane (Hormisdas 448-450, Pusaeos
465-467), uno dall’Osrhoene (Abgaros 451), uno dalla Cappadocia
(Constantinos 471), uno dalla Lycia (Dioscoros 472-475, 489),
uno dall’Isauria (Illus Pusaeos, 480/486), uno forse dalla Tracia
(Fl. Monaxios) e uno forse dalla Grecia (Asclepiodotos, 423-425)12.
Più di 1/3 dei prefetti al pretorio dell’Oriente del V secolo siamo sicuri
che venisse da regioni sottoposte al governo di Costantinopoli, non
di Ravenna ; e vi è ragione di credere che anche molti tra coloro la
cui origine non è nota fossero nativi dell’Asia Minore, del Vicino
Oriente o dei Balcani orientali. Siamo di fronte ad un fenomeno
tipico dell’età successiva a Teodosio I, che testimonia tanto nella
parte occidentale, quanto nella parte orientale una riduzione della

5
PLRE I, p. 623.
6
PLRE I, p. 718.
7
PLRE I, p. 235-236.
8
Cf. l’articolo di Mecella in questo volume.
9
Cf. PLRE I, p. 551 (Marcellus 7). Era nativo di Bordeaux.
10
PLRE I, p. 445.
11
Cf. Jones 1973, p. 230.
12
V. infra, n. 23. Sull’isaurico Illus, cfr. Elton 2000.
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 87

mobilità del funzionariato tra le due valve dell’impero13. Tuttavia,


se questa dinamica è comune ad ambo le partes, esistono anche
differenze a questo proposito tra l’una e l’altra. Dagli anni ’30 del V
secolo la praefectura praetorio per Italiam è rivestita con regolarità
dall’aristocrazia senatoria di Roma, che esclude dal suo esercizio
membri di estrazione nord-italica o gallica. In Oriente, invece,
tanto le due prefetture pretoriane (Oriente e Illirico), quando le
cariche civili del consistorium, sono più aperte ad individui di
nascita non costantinopolitana. Anzi, gli alti gradi della burocrazia
palatina attirano nella capitale orientale gli esponenti più inluenti
delle aristocrazie provinciali o uomini nuovi i quali, proprio in virtù
del loro servizio, si radicano nella città sul Bosforo. In Occidente,
invece, né Ravenna né Roma sono in grado di svolgere questa
funzione di nobilitazione degli individui. La prima – Ravenna –
perché è sede imperiale troppo recente e centro urbano inospi-
tale, come ricordano due celebri lettere di Sidonio Apollinare14,
una città in cui le grandi famiglie romane non amano trasferirsi15,
sebbene la corte imperiale vi risieda quasi continuativamente tra il
402 e il 44016. La seconda – Roma – perché è invece troppo antica
e culla delle tradizioni del mos maiorum, nella quale solo espo-
nenti di primissimo piano hanno la possibilità di inserirsi e non
senza dificoltà, se pensiamo alle vicende dell’imperatore Antemio.
Il gallico Rutilio Namaziano, al momento di lasciare l’Urbe, dopo
averne esercitato la prefettura urbana per un breve periodo (27
maggio-17 settembre) compreso tra il 410 e il 415, esprime con
chiarezza il privilegio della nascita romana : « oh, quanto e quante
volte posso chiamar beati quelli che han meritato di nascere in
questa fausta terra e, generosa progenie dei nobili romani, portano
al sommo grado l’onore della nascita per la gloria di Roma ! (trad.
E. Castorina) » (O quantum et quotiens possum numerare beatos /
nasci felici qui meruere solo / qui Romanorum procerum generosa
propago / ingenitum cumulant Urbis honore decus : cf. Red. I, vv.
7-10)17. A partire dall’età post-teodosiana ha ine la consuetudine,
tipica degli imperatori dei secoli precedenti, di trascorrere lunghi

13
Cf. Porena 2010, p. 574-575.
14
Sidonio visitò Ravenna nel 467, lasciando una vivida memoria del suo
soggiorno in due lettere indirizzate rispettivamente a Herenius e a Candidianus,
cf. Sidon., Ep. I, 5, 5-6 e I, 8, 2-3 (cf. Sidoine Apollinaire, II, Lettres [Livres I-IV]
texte établi et traduit par A. Loyen, Paris 1970, p. 14-15, 27-28). Sui passi di Sidonio
Apollinare, si vedano le osservazioni di Mazza 2005, p. 7-8.
15
Pietri 1991, p. 291.
16
Cf. Gillett 2001.
17
Per un commento alle parole di Rutilio, cf. Roda 1993.
88 SALVATORE COSENTINO

periodi fuori dalle proprie residenze, impegnati in prima persona a


condurre campagne militari. Essa aveva comportato una conside-
revole mobilità del comitatus, ed un reclutamento da ogni angolo
dell’impero degli uomini che ne facevano parte18. Ma né Arcadio,
né i suoi successori ino ad Eraclio (610-641), ripresero questa
consuetudine. La stabile residenza dell’augusto a Costantinopoli
agì come un potente magnete nell’attirare nella città sul Bosforo
i vertici delle aristocrazie provinciali. Questo fenomeno si riper-
cosse sull’ornatus civitatis, giacché le famiglie civili e militari più in
vista della capitale fondarono in essa palazzi, chiese e monasteri.
Fu anche grazie alla loro committenza che, alla metà del V secolo,
Costantinopoli era passata dall’essere una città di re ad una regina
di città (Giovanni Malalas).
Se gli aspetti di cui si è parlato inora sono noti alla storio-
graia e non v’è bisogno di insistervi, ulteriori considerazioni
merita forse il tema della provenienza geograica e della forma-
zione culturale dell’alto funzionariato costantinopolitano. La costi-
tuzione e il funzionamento della burocrazia nella tarda antichità
sono stati oggetto, anche di recente, di studi importanti. Tali studi
per lo più si sono concentrati sul ruolo che essa ha avuto come
fattore propulsivo o, al contrario, di ritardo nello sviluppo civile
del mondo tardoantico19. A letture che hanno individuato nell’am-
ministrazione post-dioclezianea un elemento che ha oggettiva-
mente costituito, a motivo delle sue numerose disfunzioni e della
corruzione, un fattore di « declino » sociale20, ve ne sono state altre
che, al contrario, l’hanno valutata come un corpo indispensabile
agli augusti per consentire loro la governabilità del vasto spazio
dell’impero21. I contemporanei erano comunque perfettamente
consapevoli dell’importanza dei dignitari per lo svolgimento della
vita politica e sociale. Il loro concetto di « merito » nell’acquisi-
zione di un honos pubblico era inluenzato da diversi parametri
tra i quali la nobiltà della nascita, la ricchezza familiare, la fedeltà
all’imperatore, la preparazione culturale, avevano un ruolo22. Come
si è accennato, per il V secolo abbiamo menzione di 42 praefecti
praetorio Orientis23. Colpisce il fatto che dei 17 individui di cui è

18
Cf. Porena 2010, p. 529-533.
19
Si vedano i contributi di Mac Mullen 2006 e Cecconi 2005.
20
Come quella, nota, di Mac Mullen 1988.
21
Cf. Kelly 2004.
22
Cecconi 2005, p. 291 ; cf. anche Grelle 1986.
23
I volumi I e II della Prosopography of the Later Roman Empire attestano
42 prefetti al pretorio d’Oriente tra il 400 e il 505 : Fl. Eutychianus 5, tre volte
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 89

possibile appurare l’area di provenienza, per oltre la metà dei casi


essa si riferisca ad una regione del Crescente Fertile24. Questo fatto
non dipende, occorre precisare, dalla conformazione geograica
della stessa prefettura d’Oriente, che includeva al proprio interno
l’Egitto, la Siria, la Palestina, l’Osrhoene e la Mesopotamia. A capo
della prefettura dell’Illirico, nello stesso periodo, troviamo tre
o quattro prefetti di origine egiziana (Strategios, Fl. Anthemios
Isidoros, Florentios, Erythrios), uno forse di estrazione siriaca
(Zoilos), un persiano (Hormisdas) e un cappadoce (Thalassios)25.
Il primato di quest’alta presenza di vicino-orientali ha, piut-
tosto, motivazioni di carattere economico e culturale. È stato

in carica (397-399, 399-400, 404-405) : PLRE I, p. 319 ; Fl. Caesarius 6, due volte
in carica (395-397, 400-403) : PLRE I, p. 171 ; Anthemius 1 (405-414) : PLRE II,
p. 93-95 ; F. Monaxius, due volte in carica (414, 416-420) : PLRE II, p. 764-765 ;
Aurelianus 3, due volte in carica (399, 414-416) : PLRE I, p. 128 ; F. Eustathius 12
(420-422) : PLRE II, p. 436 ; Asclepiodotus 1 (422-425) : PLRE II, p. 160 ; Aetius 1
(425) : PLRE II, p. 19 ; Fl. Hierius 2, due volte in carica (425-428, 432) : PLRE II,
p. 557 ; Fl. Taurus 4, forse due volte in carica (433-434 e, forse, nel 445) : PLRE II,
p. 1056-1057 ; Fl. Anthemius Isidorus 9, che regge la praefectura d’Oriente nel
435-436, dopo che già aveva retto quella dell’Illirico nel 424 : PLRE II, p. 631-633 ;
Darius 3 (436-437) : PLRE II, p. 348 ; Fl. Florentius 4, che regge la carica almeno
due volte (428-430 e 438-439) : PLRE II, p. 478-479 ; Fl. Taurus Seleucus Cyrus 7
praefectus urbi e, contemporaneamente, praefectus praetorio Orientis nel 439-441 :
PLRE II, p. 336-339 ; Eutychianus 2, forse in carica tra il 441 e il 450 : PLRE II,
p. 446 ; Thomas 3, praefectus (forse della prefettura orientale) nel 442 : PLRE II,
p. 1113 ; Apollonius 2 (442-443) : PLRE II, p. 121 ; Zoilus 2 (444) : PLRE II, p. 1204 ;
Hermocrates (444) : PLRE II, p. 550 ; Fl. Constantinus 22, in carica per tre volte
(447, 456, 459) : PLRE II, p. 317-318 ; Fl. Flor(entius) Romanus Protogenes, in
carica forse due volte (prima del 448 e nel 448-449) : PLRE II, p. 927-928 ; Antiochus
10 (448) : PLRE II, p. 104 ; Hormisdas, prefetto d’Oriente nel 449-450, dopo che nel
448 avere retto la prefettura dell’Illirico : PLRE II, p. 571 ; Abgarus 2, prefetto nel
451, probabilmente dell’Oriente : PLRE II, p. 1 ; Parnassius 2 (451) : PLRE II, p. 882 ;
Palladius 9 (450-455) : PLRE II, p. 820-821 ; Fl. Vivianus 2 (459-460) : PLRE II,
p. 1179-1180 ; Pusaeus, in carica due volte (465, 467) : PLRE II, p. 930 ; Nicostratus
1 (468) : PLRE II, p. 784 ; Armasius (469-470) : PLRE II, p. 147 ; Constantinus 8
(471) : PLRE II, p. 312-313 ; Erythrius 1, in carica forse tre volte (sicuramente nel
472 e, forse, anche nel 466 e tra il 474 e il 491) : PLRE II, p. 401 ; Dioscorus 5, forse
in carica due volte (472-475, 489) : PLRE II, p. 367 ; Epinicus (475) : PLRE II, p. 397 ;
Laurentius 5 (475/476) : PLRE II, p. 658 ; Sebastianus 5, in carica forse due volte
(476, 484) : PLRE II, p. 984-985 ; Fl. Illus Pusaeus (480/486) : PLRE II, p. 339-340 ;
Aelianus 4, in carica due volte (480, 484) : PLRE II, p. 14 ; Basilius 5 (486) : PLRE II,
p. 214-215 ; Arcadius 5 (490) : PLRE II, p. 131 ; Matronianus 2 (491, forse nella
prefettura orientale) : PLRE II, p. 736 ; Arcadius 6 (491/505) : PLRE II, p. 131.
24
Vedi supra, p. 86.
25
Per Fl. Anthemios Isidoros, Florentius, Erythrios, Zoilos e Hormisdas, che
nel corso della loro carriera rivestirono anche la praefectura praetorio Orientis,
vd. supra, n. 23 ; su Strategius 3, cf. PLRE II, p. 1033.
90 SALVATORE COSENTINO

notato che tra i senatori costantinopolitani, coloro che sembrano


dotati di una maggiore ricchezza fondiaria sono gli egiziani26.
Dall’Aegyptus e, in genere, dal Crescente Fertile, non solo prove-
nivano gli amministratori più ricchi, ma anche quelli che avevano
una formazione culturale più rafinata. Anthemios, prima comes
sacrarum largitionum (400), poi magister oficiorum (404), inine
prefetto (404-414), fu il reggitore virtuale dell’impero all’avvento
al trono di Teodosio II (che nel 405 aveva solo sette anni). Egli –
Anthemios – è descritto da Socrate come un uomo colto, rafinato
e intelligente, amico del soista Troilos di Side, il quale era in corri-
spondenza con Sinesio di Cirene27. E che dire di Flavios Tauros
Seleucos Cyros Hierax, che ricoprì due volte la prefettura urbana,
fu prefetto d’Oriente tra il 439 e il 441 e venne reputato dai suoi
contemporanei un poeta di talento28 ? Egli era nativo di Panopolis,
nell’alto Egitto, lo stesso centro che diede i natali a Nonno e ad altri
poeti minori come Horapollon, Triphiodoros e Pamprepios ; nella
vicina Ermopoli nacque Andronicos e a Tebe uno dei più impor-
tanti storici del V secolo – storico per noi, perché egli si conside-
rava un poeta – Olimpiodoro29. Le realizzazioni pratiche di uomini
come Anthemios e Cyros non furono meno signiicative della loro
preparazione intellettuale. Il primo, com’è noto, fu responsabile
della costruzione delle mura di Costantinopoli, mentre il secondo,
oltre ad interventi sulle stesse mura, introdusse un sistema d’illu-
minazione nelle strade della capitale30. Stando ad un frammento
di Malco anche un altro prefetto egiziano, Erythrios, in carica nel
466 e nel 472, fu un amministratore capace31. Così come lo fu il
siriano Fl. Florentios, che ebbe una carriera ricca di soddisfazioni :
fu prefetto urbano nel 422, prefetto al pretorio dell’Illirico tra il 422

26
Cf. Čecalova 1998, p. 124.
27
Cf. Socr., H.E. VII, 1, 1, 3 (Sokrates Kirchengeschichte, herausgegeben von
G. C. Hansen, mit Beiträgen von M. Širinjan, Berlino, 1995 [G.C.S, Neue Folge, 1]).
Cf. anche Holum 1982, p. 88-90.
28
Sulla carriera di Seleucus Cyrus, v. supra, n. 23. Sulla sua formazione cultu-
rale, cf. Cameron 1965a, p. 473, 498-499 e, soprattutto, Cameron 1982 (entrambi
ristampati in Cameron 1985, rispettivamente I e III) ; cf. anche Holum 1982, p. 190,
n. 72.
29
Su questi poeti cf. Cameron 1965a ; Whitby 2013, p. 195-197.
30
Secondo una notizia forse risalente a Prisco, cf. Prisc., fr. 60* Carolla
(Priscus Panita, Excerpta et Fragmenta, edidit P. Carolla, Berlino, 2008) = fr. 8
Blockley (R. C. Blockley, The Fragmentary Classicising Historians of the Later
Roman Empire. Eunapius, Olympiodorus, Priscus and Malchus, II, Liverpool, 1983)
= fr. 3a Müller~Dindorf (rispettivamente in FHG IV e HGM I).
31
Cf. Malch., fr. 7 Blockley = fr. 6 Cresci (Malco di Filadelia, Frammenti, a cura
di L. R. Cresci, Napoli, 1982) e Müller (FHG IV).
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 91

e il 428, due volte prefetto dell’Oriente, nel 428-429 e nel 438-439,


e, inine, console ordinario nel 42932.
Questi uomini, che venivano dalle aree a più alta civilizzazione
e sviluppo economico dell’impero, portavano a Costantinopoli
non solo la propria cultura e capacità amministrativa. Essi reca-
vano con sé anche atteggiamenti mentali, gusti estetici e alimen-
tari, preferenze per modelli architettonici e pratiche artistiche in
uso nelle regioni native. Il nonno del menzionato Anthemios, Fl.
Philippos, da salsicciaio era diventato prefetto di Costanzo II (tra il
344 e il 351), mentre il iglio dello stesso Anthemios, Fl. Anthemios
Isidoros rivestì anche egli la prefettura d’Oriente nel 435-436 ; un
suo omonimo nipote diventò l’imperatore in Occidente tra il 467
e il 47233. Non sappiamo quali legami avesse mantenuto questa
famiglia senatoria di Costantinopoli con la terra d’origine. Ma, nel
caso di un’altra importante casata egiziana, che si sarebbe messa
in luce nella capitale orientale agli inizi del VI secolo, quella degli
Apioni, i legami tra Costantinopoli e l’Egitto restarono molto
stretti. Il seme di questa dinastia di latifondisti venne comunque
gettato nell’età di Teodosio II, in quanto il loro capostipite, Flavios
Strategios, curiale del villaggio di Tampemou, era amministratore
dei beni dell’imperatrice Eudocia nell’Ossirinchite34. Gli alti digni-
tari di origine egiziana, siriaca, persiana, frigia, licia, cappadoce,
isaurica, ateniese, tracia contribuirono alla costruzione di un’iden-
tità aristocratica costantinopolitana di matrice culturale ellenisti-
co-cristiana, composita e ricca di tradizioni regionali. Gli auspici
rivolti da Temistio a Teodosio I, nel già ricordato discorso del 379,
si avverarono dunque solo una trentina di anni dopo l’allocuzione.
Fu nella prima metà del V secolo che – parafrasando il testo del
retore – oltre alle colonne, alle statue e all’acquedotto, oltre ai
teatri alle piazze e ai ginnasi, donati dai principi del passato a
Costantinopoli, gli augusti accrebbero il prestigio dei propri patres
conscripti conferendo loro importanti onori e cariche35.
Ma un discorso su provenienza, cultura e ruolo politico della
burocrazia costantinopolitana tra Teodosio II e Zenone non può
non dedicare un certo spazio ad un funzionariato nuovo, o relati-
vamente nuovo, nell’apparato amministrativo del mondo romano :
quello composto dai dignitari eunuchi. Sebbene già dall’età di

32
Cf. PLRE II, p. 478-479.
33
Sui primi due personaggi rimando ai riferimenti della PLRE contenuti a
n. 23 ; sull’imperatore Anthemios cf. PLRE II, p. 96-98.
34
Cf. lo studio molto documentato di Mazza 2001, p. 52-53.
35
Cf. Them., Or. XIV, 5.
92 SALVATORE COSENTINO

Elagabalo (218-222) si segnali una loro limitata presenza nel


servizio imperiale36, è solo a partire dalla metà del IV secolo che il
loro ruolo incominciò a diventare rilevante. Esso fu enormemente
accresciuto dalla sedentarizzazione della corte nel corso del V
secolo. La igura degli eunuchi ha conosciuto una cospicua atten-
zione nella recente storiograia bizantinistica, che rispecchia da un
lato la loro considerevole importanza nella pratica di governo del
mondo romano-orientale tra il VI e il XII secolo, dall’altra gli inte-
ressi della gender history37. Nell’ambito degli studi tardoantichi la
loro rilevanza non è sfuggita, ma rimane piuttosto diffusa nella
letteratura, malgrado studî di notevole spessore38, una valutazione
che ne limita l’azione alla sfera della macchinazione, dell’intrigo,
dei poteri dietro al trono. Non che questa dimensione non sia vera,
intendiamoci. I ciambellani eunuchi erano sicuramente igure
con deboli reti di sostegno nella società, ma di grande inluenza
nel mondo del palazzo. Soprattutto i cubicularii e le cubiculariae
di più basso livello erano sensibili alla corruzione e al dono inte-
ressato. Cirillo, patriarca di Alessandria, nel 431 aveva inviato a
Paulus, praepositus di Pulcheria, 50 libbre d’oro (3.600 solidi), oltre
a vari presenti alle cubiculariae Droseria e Marcella, per cercare
di convincere la sorella di Teodosio II ad avallare la sua linea di
condotta nel concilio di Efeso39. Tuttavia i dignitari eunuchi non
avrebbero conquistato terreno solo grazie alla corruzione e all’in-
trigo. Alcuni di essi, come Eusebius, praepositus sacri cubiculi di
Costanzo II tra il 337 e il 361, Eutropius praepositus sacri cubiculi
di Arcadio tra il 395 e il 399 e Chrysaphios, spatharius di Teodosio II
tra il 443 e il 450, il potere lo esercitarono davvero, fronteggiando
situazioni di grande dificoltà. Molti prefetti al pretorio d’Oriente
del V secolo avevano ricevuto un’educazione scolastica di stampo

36
Cf. Kueler 2001, p. 63.
37
Cf. Guilland 1943 ; Tougher 1997 ; Tougher 1999a ; Tougher 2002 (contributi
di W. Stephenson, S. Tougher, G. Sidéris, M. Mullet, N. Gauls) ; Tougher 2004 ;
Tougher 2009 ; Ringrose 2003 ; Spadaro 2006 ; Cosentino 2006.
38
Si veda Hopkins 1963 ; Cameron 1965b ; Guyot 1980 ; Schlinkert 1994 ;
Scholten 1995 ; Tougher 1999b ; Sidéris 2000 ; Sidéris 2003 ; Kueler 2001.
39
L’episodio è analizzato da Batiffol 1919 ed è ricordato in Holum 1982,
p. 180 ; Brown 1992, p. 15-17 ; Kelly 2004, p. 171-172 ; Mac Mullen 2006, p. 480-481.
Fonte per l’episodio è la lettera inviata da Epifanio, arcidiacono della chiesa di
Alessandria, e sincello di Cirillo, a Massimiano, vescovo di Costantinopoli, allegata
agli atti del concilio di Efeso del 431 (cf. Concilium Universale Ephesenum, edidit
E. Schwartz, IV, Collectionis Casinensis sive synodici a Rustico diacono compositi
pars altera, Berlino-Lipsia 1922-1923, p. 222-225) su cui mi ripropongo di ritornare
in un mio prossimo contributo.
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 93

retorico e ilosoico40. Ma gli eunuchi, che tipo di formazione rice-


vevano ? Purtroppo, su questo aspetto non sappiamo nulla. L’età
in cui era praticata l’evirazione variava dagli otto agli undici anni,
un intervento che la medicina antica, stando alla trattazione di
Paolo di Egina, affrontava senza eccessive dificoltà41. È presumi-
bile che i fanciulli destinati alla corte venissero istruiti nel cerimo-
niale di palazzo ma che, nello stesso tempo, fosse impartita loro
una qualche nozione più generale. In ogni caso la conoscenza della
macchina amministrativa era garantita agli appartenenti al cubi-
culum dalla possibilità di frequentare la residenza imperiale, dove
avevano sede gli scrinia del magister oficiorum. Secondo un’ipotesi
formulata da A. H. M. Jones, ad Eutropius si dovrebbe l’impalca-
tura degli ufici civili e militari della pars Orientis trasmessaci dalla
Notitia dignitatum42. La grande maggioranza degli eunuchi prove-
niva dall’area caucasica e mesopotamica. L’impronta della cultura
nativa doveva essere in loro piuttosto tenue, data l’età nella quale
erano portati a corte. Tuttavia, se a qualcuno di loro capitava di
intraprendere carriere di successo era sempre possibile che fosse
raggiunto da qualche familiare o conterraneo. Inoltre, taluni ciam-
bellani di probabile origine persiana, come Arsacius o Antiochos,
arrivarono a Costantinopoli quando erano già adulti43. Questo
spinge a ritenere che essi fossero uno dei canali con i quali l’im-
pero orientale, nel corso del V secolo, fu sollecitato ad affacciarsi
alle aree di reclutamento militare dell’Armenia, dell’Iberia e della
Lazica, il cui massiccio sfruttamento, tuttavia, cominciò solo con
il secolo successivo44.
Un’analisi del ruolo politico dell’alta burocrazia romano-o-
rientale nel periodo in questione dovrebbe mirare – al di là delle
posizioni che caratterizzarono ora l’uno, ora l’altro dignitario – a

40
Di Anthemios e Cyrus, si è già detto ; Fl. Monaxios, in carica due volte nel
414 e tra il 416 e il 420, è descritto nella Vita Hypatii (XXI, 11) come imbevuto di
paideia (pepaideumenos) ; il prefetto Constantinus, attivo nel 471, aveva studiato
il latino, secondo Giovanni Lido (Lyd., Mag. II, 20) ; Dioscorus era grammatikos
a Costantinopoli e fu precettore delle iglie di Leone I ; Laurentios (475/476) si
professava retore.
41
Spadaro 2006, p. 550, n. 65.
42
Jones 1973, II, p. 230.
43
Arsacius, custode dei leoni imperiali nell’età di Costanzo II : PLRE I,
s.v. Arsacius 1 ; su Antiochos, cf. Greatrex - Bardill 1996, specialmente p. 170-180.
44
Cf. Cosentino 2013 ; Sartor 2008.
94 SALVATORE COSENTINO

mettere in luce orientamenti di governo ad essa comuni e la difesa


di interessi collettivi rispetto ad altri gruppi concorrenti. Sotto
questo proilo si può affermare che dalla morte di Teodosio I e ino
agli anni ‘20 del V secolo l’aristocrazia civile della pars Orientis
assunse un atteggiamento di disimpegno nei confronti dell’Occi-
dente romano45. Esso fu motivato da diversi fattori. In primo luogo,
sull’onda lunga delle apprensioni vissute dall’opinione pubblica
della capitale orientale dopo la battaglia di Adrianopoli, si pensò
agli interessi nella prospettiva di un quadro regionale più ristretto.
Inoltre, i gruppi di pressione del senato cercarono di sfruttare a
proprio vantaggio i beneici derivanti dall’avere un imperatore
che ora risiedeva permanentemente nella capitale. Dalla morte di
Onorio I al regno di Leone I la linea politica fu, invece, altalenante
e per certi versi ambigua. Nel 425 e nel 431 furono inviati contin-
genti militari a Ravenna e in Africa, contro l’usurpatore Giovanni
e in aiuto del comes Bonifacio46, ma, almeno in quest’ultimo caso,
senza che fossero ottenuti grandi risultati. È strano che il coman-
dante del corpo di spedizione inviato in Africa, Flavius Aspar, forse
già in quel momento magister militum per Orientem, pur essendo
stato sconitto sul campo, si fermasse a Cartagine. Qui, infatti,
rimase ino al 434 e venne insignito del consolato per la parte occi-
dentale proprio in quell’anno. Forse, come è stato ipotizzato47, egli
strinse una qualche forma di accordo con Geiserico. Sta di fatto
che ino a quando lo stesso Aspar rimase l’uomo più in vista degli
alti comandi militari in Oriente, il governo costantinopolitano si
disimpegnò da qualsiasi serio tentativo di riconquista dell’Africa e
non sembra che gli alti burocrati abbiano osteggiato questa linea.
L’abbandono di una politica di intervento mediterraneo su larga
scala nel secondo quarto del V secolo fu dunque comune tanto ai
generali quanto ai ministri orientali. Le cose cambiarono a partire
dalla seconda metà degli anni ‘60. L’avventura dell’imperatore
Antemio in Occidente, iniziata nel 467 e la grande spedizione per
la riconquista dell’Africa, guidata da Basilisco nel 468, segnarono
il cambiamento48. Ma tra i suoi arteici non pare vi fossero rappre-

45
Secondo l’interpretazione di Roberto 2010a, p. 165-166, 180 con la quale
concordo. Si veda anche Roberto 2009.
46
Sugli eventi cf. Stein 1959, p. 283-284 (425), p. 321 (431).
47
Cf. Roberto 2010b, p. 207.
48
Su entrambi gli eventi si veda Heather 2006, p. 469-489.
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 95

sentanti dall’alta burocrazia civile. Piuttosto, si trattò di un nuovo


gruppo di potere militare – Antemio, prima di diventare impe-
ratore, era stato magister militum utriusque militiae49, Basilisco
magister militum per Thracias e poi magister militum praesentalis50,
Zenone nel 466 era fresco della nomina a comes domesticorum51
– che sfruttò le dificoltà che avevano colpito la clientela di Aspar,
dopo che il iglio di questi, Ardabur iunior, nel 466, era stato accu-
sato di alto tradimento e deposto dalla carica di magister militum
per Orientem.
Ma in tema di potere e politica, la caratteristica forse più
marcata delle dinamiche dalla pars Orientis fu il protagonismo che
in essa i civili seppero ritagliarsi a vantaggio dei militari, del tutto
sconosciuto nell’impero occidentale tra l’età di Stilicone e il 476.
All’indomani della strage dei Goti a Costantinopoli, il 12 luglio del
400, secondo Eunapio il praefectus urbi organizzò giochi nell’ippo-
dromo nei quali era drammatizzata la cacciata dei barbari52. Altri
festeggiamenti vi furono nel gennaio del 401, quando nella capitale
fu portata la testa di Gainas, che fu fatta silare nelle strade della
città. È anche possibile che questo episodio sia alla base di una ceri-
monia di signiicato apotropaico, messa in scena nel palazzo impe-
riale, che Costantino Porirogenito tramanda nel suo De cerimoniis
sotto il nome di gotthikon53. Dai due comandi militari più presti-
giosi e importanti dell’impero orientale – il magisterium militum in
praesentia e il magisterium militum per Orientem – i barbari spari-
rono tra il 400 e il 41954, anno in cui è testimoniato come magister
militum praesentalis Flavius Plinta. Non è forse un caso che questo
periodo coincida in larga parte con la prefettura esercitata da
Anthemios. Quest’ultimo, il magister oficiorum Helion e lo spatha-
rius Chrysaphius per tutto il corso del regno di Teodosio II seppero
tenere a freno il protagonismo dei capi di origine barbarica55. È
vero che il clan degli Ardaburii iniziò la propria ascesa al potere
a partire dagli anni ’20 del V secolo. Questa ascesa, che era ormai
conclusa alla ine degli anni ’30, non dovette passare inosservata
e, forse, provocò apprensione a corte. Appare plausibile o, quanto

49
Nominato in tale carica dall’imperatore Marciano : PLRE II, p. 96.
50
PLRE II, p. 212-213.
51
PLRE II, p. 1201.
52
Cf. Eun., fr. 68 (p. 108 Blockley) = Excerpta de sententiis 72 Boissevain
(Excerpta historica iussu imperatoris Constantini Porphyrogeniti confecta, edide-
runt U. Ph. Boissevain, C. de Boor, Th. Büttner-Wobst, IV, Berlino, 1910, p. 96).
53
Su di essa si veda Cosentino 2012.
54
Cf. PLRE II, Fasti, p. 1290-1291.
55
Su Chrysaphius e Helion, cf. PLRE II, rispettivamente p. 295-297 e p. 533-534.
96 SALVATORE COSENTINO

meno, non del tutto priva di fondamento, l’ipotesi avanzata da Alan


Cameron che il perduto poema epico intitolato Gainias o Gainea,
scritto dal poeta egiziano Ammonio, e recitato a corte nel 438, nel
rievocare le vicende del condottiero goto che era stato ad un passo
dall’impossessarsi di Costantinopoli, in realtà mirasse a denun-
ciare la posizione di potere acquisita dal clan di Ardabur senior56.
Certo, va detto che il proilo dei comandanti di origine barbarica
attivi in Oriente nel secondo terzo del V secolo non è in alcun modo
assimilabile al grado di inserimento che aveva raggiunto Gainas
nell’aristocrazia romana del suo tempo. Fl. Plinta, Ardabur senior,
Ardabur Aspar, Ardabur iunior, Fl. Ariobindus, Fl. Dagalaiphus,
pur sviluppando strategie di azione a tutto campo che includevano
rapporti di amicizia con diversi condottieri del barbaricum, erano
in tutto e per tutto aristocratici romano-orientali : ottennero il
consolato, in alcuni casi il patriziato e avevano domus poste nei più
prestigiosi quartieri residenziali della capitale57. Il loro rapporto
con l’elemento civile fu improntato alla massima cautela, almeno
ino al regno di Marciano. È forse solo una pura casualità, ma
contro l’eunuco Chrysaphios, eminenza grigia della corte tra il 443
e il 450, non conosciamo alcuna produzione letteraria di contenuto
diffamatorio. Questo nel passato era invece accaduto nei confronti
di altri ciambellani, giacché proprio i militari erano stati gli oppo-
sitori più energici del nascente ruolo degli eunuchi. Si pensi al
fosco ritratto di Eusebio, praepositus sacri cubiculi di Costanzo II,
tracciato da Ammiano Marcellino ; oppure all’In Eutropium di
Claudiano rivolto, appunto, contro Eutropio. Ammiano riteneva
Eusebio responsabile della caduta in disgrazia del magister militum
Ursicinus, sotto il quale egli aveva servito come protector dome-
sticus58. Claudiano scrive la sua spietata invettiva contro Eutropio
sotto la protezione di Stilicone, che non aveva affatto gradito l’as-
segnazione al praepositus del consolato onorario nella pars Orientis
nel 39959. Gli Ardaburii furono liberi di agire senza un reale potere
civile di contrasto solo a partire dal regno di Marciano. Da questo
momento, in effetti, il peso della burocrazia civile sembra decli-
nare nella lotta politica. Ma bisogna anche aggiungere che il regno

56
Cameron 1982, p. 255.
57
Su di essi PLRE II, p. 892-893 (Fl. Plinta), p. 137-138 (Fl. Ardabur), p. 164-169
(Fl. Ardabur Aspar), p. 135-137 (Ardabur iunior), p. 145-146 (Fl. Ariobindus),
p. 340-341 (Fl. Dagalaiphus, padre del magister militum per Orientem Fl. Areobindus
Dagalaiphus Areobindus, attivo tra il 503 e il 504).
58
Cf. Amm. Marc. XIV, 9, 1.
59
Cf. Schweckendieck 1992 ; Long 1996.
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 97

di Leone I e quello di Zenone sono caratterizzati da una scarsa


documentazione rispetto al cinquantennio precedente. Non si deve
nemmeno dimenticare che, al termine del tormentato periodo tra
il 466 e il 491, l’imperatrice Ariadne scelse proprio un silentiarius
come nuovo imperatore, Anastasio, un uomo pacato e intelligente,
che aveva, secondo Giovanni Malalas, un occhio nero e un occhio
blu e fu per questo soprannominato « ho dikoros ».
L’alta burocrazia civile ebbe dunque un ruolo politico impor-
tante soprattutto nel lungo regno di Teodosio II. Questa importanza
fu alimentata dalla debole personalità dell’augusto e dall’accesa
dialettica tra i gruppi di pressione che si sviluppò a corte all’ombra
di sponsor potenti come le due imperatrici Pulcheria e Eudocia.
Nella seconda metà del V secolo, il protagonismo dei civili appare
in declino. Sotto il proilo sociale il ceto degli alti dignitari civili
era sostanzialmente suddiviso in due componenti non assimila-
bili l’una all’altra : da una parte vi erano i detentori delle prefetture
pretoriane, della prefettura urbana e degli alti ufici del comitatus,
che provenivano dal senato costantinopolitano o dalle aristo-
crazie provinciali ; dall’altra vi erano gli eunuchi. L’importanza del
regno di Teodosio II è stata sintetizzata dalla formula del Greek
Roman Empire di Fergus Millar60. A questo impero lo studioso
britannico riconosce, nel complesso, un’omogeneità amministra-
tiva, culturale, linguistica e religiosa considerevole, che non era
stata raggiunta prima e che non sarebbe stata mai più raggiunta
dopo il VII secolo61. Indubbiamente, la sottolineatura della ster-
zata « greca » avutasi in Oriente, a seguito della divisione dell’im-
pero del 395, appare dificilmente contestabile. Proprio tra i perso-
naggi che sono stati menzionati in questo contributo, il prefetto
al pretorio Ciro è accreditato da Giovanni Lido di avere permesso
che testamenti e sentenze venissero scritti in greco, per facilitarne
la comprensione tra la gente comune62. Ma l’idea dell’omogeneità
non rende forse ragione dei fenomeni di sperimentazione politica,
di mimetismo sociale e di interculturalità che si svilupparono nella
pars Orientis nel corso del V secolo. L’analisi della provenienza
geograica e dell’educazione scolastica dei detentori della prefet-

60
Cf. Millar 2006. Per un bilancio del regno di Teodosio II, si veda ora anche
Kelly 2013.
61
Millar 2006, p. 130.
62
Cf. Lyd., Mag. II, 12 e III, 42 (ed. Wünsch) ; Chron. Pasch. a. 450 (p. 588-589
Dindorf).
98 SALVATORE COSENTINO

tura al pretorio d’Oriente, consente di parlare sostanzialmente di


una vivacità dell’ellenismo, la cui diffusione non sembra legata
semplicemente ai circoli culturali pagani63. Nella seconda Roma
dell’età post-teodosiana forse Elio Aristide avrebbe ancora potuto
pronunciare il suo famoso discorso rivolto ad Antonino Pio (138-
161), salvo che ora le tradizioni regionali sembrano avere un’inci-
sività nel processo di acculturazione del ceto dirigente che appare
assai più rilevante che nella Roma del II secolo d.C. D’altro canto,
sia l’ascesa dei dignitari eunuchi, sia la comparsa degli Isaurici nei
regni di Leone I e di Zenone, lasciano intravedere una dinamica
sociale e culturale non perfettamente circoscrivibile ai tradizio-
nali conini dell’ellenismo. Gli eunuchi provenivano dal Caucaso,
dall’Armenia, dalla Persia ed erano esposti ad inluenze di matrice
sasanide. Gli Isaurici erano originari di una regione montuosa,
nella quale la civiltà in senso greco-romano – l’ideale di vita urbano
quale più alto grado di socialità dell’uomo – doveva essere una
nozione piuttosto evanescente. Il V secolo visto nello specchio
della burocrazia costantinopolitana rilette certamente la divarica-
zione tra le società latinofone e grecofone dell’impero romano. Ma
sbaglieremmo, credo, a minimizzare la vivacità e le novità che in
esso vi furono nelle sperimentazioni del potere e nella ricerca dell’e-
gemonia sociale da parte di componenti aristocratiche che erano
tanto luide quanto quelle del contemporaneo Occidente romano.
Gli eunuchi e gli Isaurici preigurarono un cambio di prospettiva
politica e di mobilità sociale tra il centro e le periferie dell’impero
che si veriicò compiutamente nel corso del VI secolo. In età giusti-
nianea si fecero spazio nello stato romano cospicue componenti
armeno-iraniche che ne modiicarono la morfologia del ceto diri-
gente e la struttura dell’esercito in una forma non assimilabile a
quella che la pars Orientis aveva alla morte di Teodosio I.

Salvatore COSENTINO
Università di Bologna

63
Sull’ellenismo nella tarda antichità si vedano, da ultimi, Kaldellis 2007,
p. 13-173 ; Mazza 2009. Diversi membri dell’aristocrazia orientale del V secolo
potrebbero ritrovarsi nell’idea, espressa con forza da Cameron 2011, che la lettera-
tura classica era esplorata sia dai pagani che dai cristiani senza eccessivi pregiudizi
(sebbene, personalmente, sia scettico su diversi punti del libro, in specie quando
sostiene una quasi completa cristianizzazione delle élites romane già nell’età di
Teodosio I). Interessante, ai ini che qui interessano, la prospettiva di Elm 2012.
BUROCRAZIA COSTANTINOPOLITANA TRA TEODOSIO II E ZENONE 99

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102 SALVATORE COSENTINO

Atti della LIII Settimana di Studio (Spoleto, 31 marzo - 5 aprile 2005),


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MARIO MAZZA*

L’AUTORITÀ DELLA LEGGE


E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO :
QUALCHE (BREVE) CONSIDERAZIONE
SUL LIBRO XVI DEL TEODOSIANO

Per gli studiosi della Tarda Antichità il codice teodosiano non


è più certamente l’erbämliches Flickwerk, la « pietosa abborraccia-
tura » di cui parlava Otto Seeck nella sua originale, epperò umorale,
Geschichte des Untergangs der antiken Welt (1895-)1. Nel inora
insuperato ed ancor oggi insostituito Commentario di Jacques
Godefroy (1665), con Santo Mazzarino possiamo anzi considerarlo
come « […] ancor oggi [1954] la principale opera a cui lo studioso
del mondo tardo-romano debba rivolgersi per intendere l’organiz-
zazione amministrativa e giuridica dell’impero »2. Testimoniano
dell’attuale ripresa di interesse per il Teodosiano, specie nella
storiograia in lingua inglese, i penetranti lavori di Jill Harries, di
Tony Honoré, di John Matthews – e in altri paesi, quelli di Dieter
Liebs, Boudewjin Sirks, dei nostri Lucio De Giovanni, Elio Dovere,
per non ricordarne che alcuni3.
Di questo rinnovato interesse ha particolarmente goduto il XVI
libro. Un’importante monograia del già ricordato De Giovanni e
notevoli lavori di altri studiosi ne testimoniano. È indicativo il
cambiamento di orientamento negli studi. Per la sua particolare
materia – questioni religiose ed ecclesiastiche – nella sistematica
romanistica il XVI libro ha sofferto di una certa marginalità : negli

*
Versione rivista, leggermente ampliata e corredata di note della relazione
letta al Convegno. Le note sono ridotte all’essenziale.
1
Seeck 1920, p. 176. Seeck meriterebbe apposita monograia ; si vd. per ora
Leppin 1998 ; Rebenich 1998 ; Id. 2000 ; Lorenz 2006.
2
Mazzarino 2009 [1954], riedito a cura di Mazza 2009, con la citazione a p. 387.
Per una valutazione della posizione di Mazzarino si vd. Mazza 2009, p. 363ss.
3
Harries 1999 e Harries - Wood 1993 ; Honoré 1986 ; Id. 1998 ; Matthews
2000 (ed alcuni dei saggi raccolti in Id. 1985) ; Liebs 1987 ; Sirks 1985 ; Id. 1993 ;
Id. 2007 ; De Giovanni 1991 ; Dovere 19992 ; Humfress 2007 ; Cracco Ruggini 2009.
104 MARIO MAZZA

studi dedicati ad individuare l’adesione della codiicazione teodo-


siana ai precedenti schemi sistematici, Cod. Theod. 16 è apparso
solo come un’appendice a un sistema già esistente. Nei suoi studi
sulla sistematica dei codici antecedenti al giustinianeo Gaetano
Scherillo così osservava : « […] Nelle nostre indagini, potremmo
prescindere dal libro XVI ; la materia stessa di cui si occupa dimo-
stra che è vano cercare i precedenti o gli addentellati in opere
precedenti, la sua collocazione in coda a tutti gli altri lo indica
chiaramente come un’appendice ad un sistema già esistente »4. In
realtà gli importanti libri di Gian Gualberto Archi su Teodosio II
e il Teodosiano5, le acute monograie di De Giovanni e di Dovere
hanno pienamente indicato la pertinenza del XVI al sistema del
Teodosiano – e soprattutto illustrato la sua importanza ai ini
della valutazione del signiicato politico-ideologico della codi-
icazione teodosiana. Non è senza signiicato la pubblicazione
autonoma e anticipata, con traduzione e commento, del XVI, con
l’aiuto di vari studiosi, curata da Roland Delmaire per le Sources
Chrétiennes6.
La tensione dialettica tra ius principale (imperium) e catholica
lex percorre tutto il libro XVI. Tensione che si rileva soprattutto
nei tituli 16, 1 De ide catholica, 16, 4 De his qui super religione
contendunt, 16, 11 De religione. Di carattere chiaramente program-
matico, sono tituli che contengono pochissime costituzioni.
Signiicativamente, il primo e il terzo rispettivamente aprono e
chiudono il XVI libro. Anche il secondo titulus, sebbene prenda
in esame solo « i rilessi sociali delle dispute religiose » e non la
vera « sostanza della fede » (Archi)7, non solamente per la gene-
rica natura ‘religiosa’ delle costituzioni ivi riportate, ma anche per
altri motivi che in seguito indicheremo, appare profondamente
omogeneo agli altri due.

4
Scherillo 1933a, con la cit. a p. 517 (si vd. anche Scherillo 1933b,
partic. p. 251ss).
5
Archi 1976 ; su Teodosio II vanno ora tenute presente le importanti Sather
Lectures di Millar 2006.
6
Mommsen - Rougé - Delmaire 2005 ; si vd. inoltre Mommsen - Meyer - Krüger
- Rougé - Delmaire et al. 2009.
7
Archi 1976, p. 168. Per Archi è Cod. Theod. 16, 11 a considerare « la sostanza
della fede ». Per Archi, la divisione operata dai compilatori – che, avverte lo
studioso, « al proposito dovevano avere una sensibilità che oggi a noi sfugge, in
quanto essi operavano in un ambiente nel quale i problemi della fede erano all’or-
dine del giorno e di capitale importanza » – sarebbe giustiicata dal fatto che i due
tituli si troverebbero, giuridicamente, su « due piani diversi ».
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 105

Iniziamo dal titulus di carattere più generale, da 16, 11 De reli-


gione. Cod. Theod. 16, 11, 1, del 20 agosto 3998, data in Padova
da Arcadio e Onorio al proconsole d’Africa Apollodoro, interviene
infatti su una quaestio assai generale, ed estremamente delicata :
quella del vescovo e del suo spazio giurisdizionale. L’intervento è
chiaro e deinitorio : ogni volta che si tratti di questioni riguardanti
la religione, puntualizza il legislatore, bisogna riferirsi ai vescovi
(Quotiens de religione agitur, episcopos convenit agitare) – mentre,
per le altre cause (ceteras vero causas), quelle che sono di compe-
tenza dei giudici ordinari e trattano degli usi di diritto pubblico,
bisogna tenere udienza secondo le leggi ordinarie. Si può subito
osservare che la naturale sedes materiae codiicatoria di questa
costituzione sarebbe dovuta essere Cod. Theod. 1, 27 De episcopali
deinitione – oppure Cod. Theod. 16, 2 De episcopis. Il compila-
tore teodosiano ha tuttavia ragionato in una prospettiva profon-
damente diversa. Egli ha inteso soprattutto mettere in evidenza
non tanto l’allora vigente regolamentazione istituzionale, quanto
invece l’oggetto speciico, del tutto particolare, della competenza
esclusiva del vescovo, cioè la religione cattolica, la catholica ides9.
A questa interpretazione predispone la stessa struttura formale
del testo, che polarizza l’attenzione del lettore/destinatario sulla
religio e sui compiti dei vescovi, mentre scadono in secondo piano
le ceterae causae, destinate alla giurisdizione ordinaria. Con un’ul-
teriore conseguenza, che alza il velo sulle procedure dei compila-
tori del Teodosiano : una costituzione ‘territoriale’, relativa all’A-
frica proconsolare, per la posizione che ora le viene conferita nel
Codice, tende « a travalicare l’originario e ristretto ambito territo-
riale » (Dovere), soprattutto conferendo rilievo al rapporto privi-
legiato che il sovrano appare riconoscere esistente tra la religio e
l’attività pastorale10.

8
Cod. Theod. I, 2, p. 905 Mommsen ~ p. 469 Rougé-Delmaire : Impp. Arcad(ius)
et Hon(orius) AA. Apollodoro proc(onsuli) Afric(ae). Quotiens de religione agitur,
episcopos convenit agitare ; ceteras vero causas, quae ad ordinarios cognitores vel
ad usum publici iuris pertinent, legibus oportet audiri. Dat. XIII kal. Sept. Patavio
Theodoro v.c. cons. Haec lex interpretatione non indiget. Recente, esaustiva, analisi
di questa costituzione da parte di Dovere 2008. Sul tema della episcopalis audientia
mi permetto di offrire solo qualche indicazione generale : oltre Gaudemet
1958, p. 230-231, n. 2, con ampia bibliograia – e Girardet 1975 ; Cimma 1989,
partic. cap. III – cf. Selb 1967 ; Waldstein 1976 ; cf. anche Crifò 1988, p. 75ss., 85ss. ;
Caron 1993, p. 245-263.
9
Dovere 19992, p. 138.
10
Così ancora Id., ibid., p. 139.
106 MARIO MAZZA

La costituzione appare così assumere un signiicato eminen-


temente politico. Testimoniato dal fatto che, solo pochi anni dopo
la pubblicazione del Teodosiano, Valentiniano III appare richia-
marsi ad essa, ricordandola all’inizio di una particolare e arti-
colata Novella, e segnalandone sia l’antica paternità imperatoria
sia l’accoglimento nel Codice : […] quoniam constat episcopos [et
presbyteros] forum legibus non habere nec de aliis causis secundum
Arcadii et Honorii divalia constituta, quae Theodosianum corpus
ostendit, praeter religionem posse cognoscere (Nov. Valent. 35pr.)11.
Non bisogna forse sopravvalutare il signiicato della recezione
di questa costituzione onoriana (e arcadiana) nel Teodosiano.
Per Dovere – e non a torto – essa « […] molto probabilmente non
voleva essere altro che la presa d’atto teodosiana, sul piano dei
principi generali, di un dato dalla riconoscibile esistenza ogget-
tiva ; in quanto tale, il legislatore lo dichiarava estraneo alla propria
potestà ». Ma Dovere non ha tuttavia dubbi ad ammettere che
tale considerazione, una volta inserita nel più ampio contesto del
Codice, e delegata ad iniziare il titolo De religione, si trasformava
per ciò stesso in affermazione squisitamente ideologica12.
L’osservazione di Dovere è molto pertinente ; e soprattutto essa
risulta assai utile per indicare i meccanismi con i quali costitu-
zioni venivano incorporate nel Codice – ed insieme la costruzione
del suo apparato politico-ideologico. Anche Cod. Theod. 16, 11, 2 e
11, 3, le altre due costituzioni del titolo, risultano di grande rilievo
politico-religioso. La prima, data in Ravenna il 5 marzo 405, è volta
ad assicurare l’unità religiosa delle Africanae regiones, a tutte per
editto notiicando che si deve mantenere l’unica e vera fede catto-
lica del Dio onnipotente, quella professata da recta credulitas (per
diversa proponi volumus, ut omnibus innotescat dei omnipotentis
unam et veram idem catholicam, quam recta credulitas conitetur,
esse retinendam)13. La seconda, data in Ravenna il 14 ottobre 410,

11
Cod. Theod. II, p. 142 Meyer-Mommsen.
12
Dovere 19992, p. 139.
13
Cod. Theod. I, 2, p. 905-906 Mommsen ~ p. 470 Rougé - Delmaire. Su
Fl. Pionius Diotimus, proconsole d’Africa tra il 5 marzo e l’8 dic. 405, cf. PLRE
II, Diotimus 2, p. 368. Su questo edictum de unitate (del quale due frammenti
sono conservati in Cod. Theod. 16, 5, 38 e 16, 6, 3) si vd. Kaden 1953, p. 61ss. In
un imponente e ricchissimo volume, Shaw 2011 ha trattato con grande compe-
tenza il contrasto tra le chiese cattoliche e le chiese donatiste nell’Africa setten-
trionale tardoantica (sul manicheismo in Africa si vd. il cap. 7, partic. p. 315ss.).
Il complesso intreccio tra Stato, Chiesa nell’amministrazione civile, gerarchia
ecclesiastica e potere spirituale nell’età di Teodosio II è acutamente analizzato da
Sir Fergus Millar nel IV capitolo di Millar 2006, p. 130-167. Sull’atteggiamento di
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 107

mentre riafferma l’illegalità del donatismo, della novella super-


stitio, ribadisce che tutte le disposizioni relative alla catholica lex,
tramandate dall’antichità e dall’autorità veneranda dei Padri e
confermate dallo stesso Onorio, devono essere conservate intatte
e inviolate (ea, quae circa catholicam legem vel olim ordinavit anti-
quitas vel parentum nostrorum auctoritas religiosa constituit vel
nostra serenitas roboravit, novella superstitione submota integra et
inviolata custodiri praecipimus)14.
È stato acutamente osservato che questi due testi rappresen-
tano la « risultante frammentata » (Dovere) di testi più ampi15. Un
estratto dall’edictum de unitate menzionato in Cod. Theod. 16, 11,
2 è riportato in Cod. Theod. 16, 5, 38 (dato in Ravenna, 12 febbraio
405)16, un estratto dello stesso editto è in Cod. Theod. 16, 6, 3 ed
un testo ancor più ampio dello stesso si ritrova in Cod. Theod. 16,
6, 4-517 – si tratta della copia indirizzata al prefetto al pretorio
Adriano. Chiara l’operazione : i compilatori teodosiani, nel titolo
De religione, inseriscono un testo connesso con l’editto ravennate
del 405 per ribadire la concezione di Teodosio II sulla catholica
ides. Le parole di Onorio sono utilizzate per proclamare che la
religio – quella che nella costituzione precedente era considerata di
esclusiva pertinenza del vescovo – era retinenda come una et vera
ides catholica. Essa era garantita dalla clementia del principe, era
diffusa e difesa dalla massima autorità statale. Anche la formu-
lazione di Cod. Theod. 16, 11, 3 trova riscontro in un altro testo
normativo, non di carattere ‘generale’ ma proveniente da un prov-

Teodosio II nei confronti dell’eresia vanno ancora tenute presenti le considerazioni


di Luibhéid 1965.
14
Cod. Theod. I, 2, p. 906 Mommsen ~ p. 470 Rougé - Delmaire. Si tratta del
frammento di una epistula al tribunus et notarius Flavius Marcellinus (PLRE II,
Marcellinus 10) per convocare la conferenza di Cartagine del 411 sulla questione
donatista (testo completo della lettera in Lancel 1972, p. 562-568).
15
Dovere 19992, p. 140.
16
Cod. Theod. I, 2, p. 867 Mommsen ~ p. 470 Rougé - Delmaire : Nemo
Manichaeum, nemo Donatistam, qui praecipue, ut conperimus, furere non desistunt,
in memoriam revocet. Una sit catholica veneratio, una salus sit, trinitatis par sibique
congruens sanctitas expetatur. Quod si quis audeat interdictis sese inlicitisque miscere,
et praeteritorum innumerabilium constitutorum et legis nuper a mansuetudine
nostra prolatae laqueos non evadat e si turbae forte convenerint seditionis, concitatos
aculeos acrioris commotionis non dubitet exserendos. dat. prid. id. Feb. Rav(ennae)
Stilichone II et Anthemio conss. Cf. anche Kaden 1953, p. 61.
17
Cod. Theod. I, 2, p. 881-883 Mommsen ~ p. 344-350 Rougé - Delmaire. Sul
prefetto al pretorio Hadrianus cf. PLRE I, Hadrianus 2, p. 406 (vd. anche PLRE II,
p. 527) ; su queste costituzioni e sull’edictum più generale, cf. De Giovanni 1991,
p. 102-103 ; Dovere 19992, p. 140ss.
108 MARIO MAZZA

vedimento imperiale di minore importanza conservato nei Gesta


conlationis Carthaginiensis del 41118 : si tratta della lunga serie di
istruzioni impartite da Onorio, nell’ottobre del 410, al tribunus et
notarius Flavio Marcellino afinché questi conoscesse pienamente,
ed in dettaglio, la volontà imperiale circa il modo di condurre una
conlatio della chiesa africana sullo scisma donatista19. Anche nei
Gesta cartaginesi, sin dall’inizio, è manifestata la preoccupazione
imperiale di essere guidati, sia in tempo di pace che in tempo di
guerra, unicamente dalla catholica lex. Dalla devota popolazione
dell’orbe imperiale sia rispettato il vero culto : […] Inter imperii
nostri maximas curas, catholicae legis reuerentia, aut prima semper
aut sola est. Neque enim aliud aut belli laboribus agimus, aut pacis
consiliis ordinamus, nisi ut uerum Dei cultum orbis nostri plebs
deuota custodiat20. Nel pragmaticum rescriptum – quale formal-
mente sembra essere il provvedimento21 – la catholica lex è dichia-
rata guidare le istruzioni dell’imperatore, sempre indirizzate ad
conirmandam catholicam idem. Ed appunto alla catholica lex si fa
riferimento in un’altra sezione del testo, quella scelta dai commis-
sari teodosiani e collocata nel Codice con qualche lieve, ma signi-
icativa, variante (superstitione per subreptione) : id ante omnia
seruaturus, ut ea quae circa catholicam legem vel olim ordinauit
antiquitas, vel parentum nostrorum auctoritas religiosa constituit,
vel nostra serenitas roborauit, novella subreptione submota, integra
et inuiolata custodias.
Rispetto a 16, 1 De ide catholica ed a 16, 4 De his qui super
religione contendunt, Cod. Theod. 16, 11 considera la sostanza della
ides22. È merito di un insigne studioso come Gian Gualberto Archi
aver giustamente ribadito questo punto. Anche se non immedia-
tamente percepibile, la ratio delle tre costituzioni collocate in 16,
11 risulta evidente : lo Stato non entra nel merito delle discussioni
teologiche in quanto tali, il loro contenuto speciico è dichiarato
estraneo alla competenza imperiale. Ma lo Stato non può tuttavia
disinteressarsene : la conquistata unità della ides catholica è un
bene del quale lo Stato si ritiene compartecipe e che dunque si

18
Vd. supra, n. 14.
19
Sulla personalità di Flavius Marcellinus vir inprimis prudens et industrius,
omniumque honorum studiorum appetentissimus (Oros. VII, 42, 16) si vd. PLRE
II, Marcellinus 10, p. 711-712 – e Frend 1994 ; Shaw 2011, p. 555-556, 717-718 e
passim.
20
Gesta conlationis Carthaginiensis I, 4, 4-8 (~ 3, 29, 2-6), p. 562 Lancel.
21
Dovere 19992, p. 147 – ma va tenuta tutta presente l’ottima trattazione dello
studioso, p. 135ss.
22
Archi 1976, p. 168ss.
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 109

sente autorizzato a salvaguardare. Per riprendere la formula-


zione dello studioso sopra ricordato « […] Avendo lo Stato aderito
alla ides catholica, proprio perché di questa adesione si intende
la fondamentale importanza nella società del V secolo, è neces-
sario che sia salvaguardata l’unità nell’indirizzo e nei metodi, che
si considerano ormai appartenenti alla tradizione della politica
imperiale »23.
Se Cod. Theod. 16, 11 considerava, per riprendere la formula
già impiegata, la ‘sostanza’ della catholica ides, opportunamente
concludendo l’ultimo libro del Teodosiano, Cod. Theod. 16, 1 De
ide catholica, che lo apre, riguarda la forma della ides – si può
anche dire il modo in cui l’imperium, lo Stato, deinisce e consente
la ides. Per comprensibili ragioni di spazio, delle quattro costitu-
zioni contenute nel titulus, trascurerò mio malgrado la prima –
Cod. Theod. 16, 1, 1, data in Milano nel 364 da Valentiniano I e
comminante la condanna a morte e la conisca del patrimonio a
qualunque funzionario imperiale, sia iudex sia apparitor, che ad
custodiam dei templi pagani avesse posto homines christianae reli-
gionis24 – e ricorderò cursoriamente la seconda, la in troppo famosa
costituzione emanata da Teodosio I in Tessalonica il 28 febbraio
380, e rivolta ad populum urbis Constantinopolitanae. Quella
costituzione cioè con la quale l’imperatore imponeva (volumus)
a tutti i popoli sottoposti alla sua obbedienza (cunctos populos,
quos clementiae nostrae regit temperamentum) di professare la reli-
gione che Pietro, il divino apostolo, aveva trasmesso ai Romani
e che era stata seguita dal ponteice Damaso e da Pietro vescovo
di Alessandria : la religio che, secondo l’insegnamento (disciplina)
degli apostoli e la dottrina evangelica, comportava la fede in un’u-
nica divinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, sub parili maiestate et
sub pia trinitate. Solo questi popoli Teodosio ordina siano raccolti
(amplecti) sotto la denominazione di christiani catholici ; gli altri,
insensati e folli, devono subire l’ignominia haeretici dogmatis, le
loro riunioni (conciliabula) non riceveranno il nome di ‘chiese’, e
devono essere colpiti prima dalla vendetta divina e poi dalla puni-

23
Id., ibid., p. 168.
24
Cod. Theod. I, 2, p. 833 Mommsen ~ p. 112 Rougé - Delmaire. Da Arcadio
Carisio la cura aedium è posta, alla ine del III secolo, tra i munera personalia
municipali (D. 50, 4, 18, 10) ; attestazioni ad Arsinoe e a Ossirinco : cf. Drecoll 1997,
p. 173. Per una puntuale analisi della costituzione De Giovanni 1991, p. 27-31 ; per
una collocazione nel quadro della politica religiosa di Valentiniano, Rougé 1987,
partic. p. 292-293.
110 MARIO MAZZA

zione dell’azione (motus) imperiale, ispirata dalla volontà celeste


(quem ex caelesti arbitrio sumpserimus)25.
Esula dalla prospettiva del presente intervento discutere di
questa costituzione, pur fondamentale nella storia del tardo impero
e dei rapporti tra Stato e Chiesa. Come tutti ben conosciamo, essa
è stata approfonditamente studiata da coloro che si sono specii-
camente occupati di questa materia26. Mi permetterò tuttavia di
sottolineare soltanto due punti, importanti anche per quello che
osserverò in seguito. Nel testo di Cod. Theod. 16, 1, 2, almeno nella
trascrizione dei commissari del Teodosiano, la formulazione della
fede nicena è espressa in maniera assai semplice, quasi elemen-
tare : non è mai impiegato il termine homoousios, non si accenna
al consustanziale. Sembrano ignorate le polemiche che su questi
punti avevano dilacerato il mondo cristiano. Alle astratte formule
teologiche – è il secondo punto da rimarcare – appare sostitu-
irsi il rimando diretto alle persone, in questo caso ai vescovi di
Roma e di Alessandria, Damaso e Pietro, quali arbitri e garanti
dell’ortodossia27. « Esigenze di brevità e di chiarezza della legge »,
che Teodosio II, sia nella fase di programmazione che in quella
di realizzazione del Codice avrebbe ripetutamente manifestato28 ?
Anche, ma non soltanto – e ino ad un certo punto. Si tratta piut-
tosto del conformarsi alla linea generale formulata nel titulus
conclusivo del codice e speciicamente in Cod. Theod. 16, 11, 1 :

25
Cod. Theod. I, 2, p. 833 Mommsen ~ p. 114 Rougé - Delmaire. La costituzione
va datata al 28 febbr., e non al 27 come in Mommsen, in quanto il 380 era anno
bisestile. Sull’importante testo, oltre la ‘standard’ monograia di Ensslin 1953, p. 2
(e King 1961), si vd. Barcelò - Gottlieb 1993, partic. p. 425ss.
26
Sulla politica religiosa di Teodosio I – oltre il sempre importante Ehrhardt
1964, e Mac Lynn 1994, p. 106ss. (sono acutamente individuate le ragioni tattiche
di Teodosio – e le cause della sua rivalità con Graziano ; cf. ancora Id. 1998), Lizzi
Testa 1996, e i documentati articoli di Errington 1997a, partic. p. 412ss. e Id. 1997b
– si vd., oltre il classico libro di Lippold 1980 (tutte le fonti riguardanti il regno di
Teodosio I sono raccolte e analizzate nel lavoro di Ernesti 1998) – più recentemente
Leppin 2008, p. 206ss. ; Fargnoli 2005 ; Maraval 2009, p. 97ss., 104ss., 117-145 ; De
Giovanni 2008 ; Escribano Paño 2008 ; Moreno Resano 2013.
27
Cf. su questo punto le considerazioni di Maraval 2009, p. 104ss. ; Leppin
2008, p. 81ss. ; Escribano Paño 2008, p. 126ss. – ma va sempre tenuto presente
Ensslin 1953, p. 5ss. ; Gaudemet 1982 ; Id. 1993 ; De Giovanni 1991, p. 33 ; Dovere
19992, p. 180-181, 198, 201-202, 216.
28
De Giovanni 1991, p. 33. Forse su questo punto De Giovanni appare troppo
deciso. Ritengo che invece abbia pienamente ragione quando osserva che, nel
Teodosiano, « […] la legislazione speciicamente attribuita a Teodosio II ha, il più
delle volte, la funzione di ribadire, precisare o correggere il senso e la portata di
quella di precedenti imperatori, per imprimervi il segno della politica teodosiana »
(De Giovanni 2008, p. 120).
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 111

quotiens de religione agitur, episcopos convenit agitare. Ripetiamo,


è la delicatissima quaestio del vescovo e del suo spazio giurisdi-
zionale : la materia religiosa nella catholica ides è di competenza
esclusiva del vescovo ed è a lui che si fa riferimento. Le astra-
zioni del dogma sono rese reali dalla disciplina, dalla catechesi del
vescovo.
Maggiore attenzione va invece rivolta alla costituzione succes-
siva, Cod. Theod. 16, 1, 3. Proprio per la grande importanza storica
della precedente, essa è generalmente, ed ingiustamente, trascu-
rata dai commentatori29. Anche, e soprattutto, è in Cod. Theod. 16,
1, 3 enfatizzato il ruolo ed il signiicato dei vescovi, della funzione
episcopale30. Data da Teodosio I in Eraclea, il 30 luglio 381, ed indi-
rizzata al proconsole d’Asia Ausonio, Cod. Theod. 16, 1, 3 è stata
ritenuta la risposta ad una lettera rivolta all’imperatore dai vescovi
riuniti per l’ultima sessione del concilio di Costantinopoli (maggio
381) – lettera nella quale si sarebbe chiesto all’imperatore la
conferma per iscritto dei risultati ottenuti31. Per quanto acuta, a più
attenta analisi la tesi appare poco plausibile. Più credibile invece
la tesi di chi ritiene che essa sia stata emanata al ine di eliminare
i dubbi che potevano sorgere alle autorità civili circa la concreta
applicazione delle disposizioni contenute in un’altra importante
costituzione, in Cod. Theod. 16, 5, 6, nella quale Teodosio aveva
legiferato in termini durissimi contro coloro che non seguivano il

29
Cod. Theod. I, 2, p. 834 Mommsen ~ p. 116 Rougé-Delmaire : Idem
[Impp. Gr(ati)anus, Val(entini)anus et The(o)d(osius)] AAA. ad Auxonium proc(on-
sulem) Asiae. Episcopis tradi omnes ecclesias mox iubemus, qui unius maiestatis
adque virtutis patrem et ilium et spiritum sanctum conitentur eiusdem gloriae,
claritatis unius, nihil dissonum profana divisione facientes, sed trinitatis ordinem
personarum adsertione et divinitatis unitate, quos constabit communione Nectari
episc(opi) Constantinopolitanae ecclesiae nec non Timothei intra Aegyptum
Alexandrinae urbis episcopi esse sociatos…
30
Hos ad optinendas catholicas ecclesias ex communione et consortio probabi-
lium sacerdotum oportebit admitti : omnes autem, qui ab eorum, quos commemo-
ratio specialis expressit, idei communione dissentiunt, ut manifestos haereticos ab
ecclesiis expelli neque his penitus posthac obtinendarum ecclesiarum pontiicium
facultatemque permitti, ut verae ac Nicaenae idei sacerdotia casta permaneant nec
post evidentem praecepti nostri formam malignae locus detur astutiae (cf. Socr.,
H.E. V, 8 e Soz., H.E. VII, 9, 6). Insieme ai lavori citt. supra, alle nn. 26-27, si
vd. speciicamente Errington 1997b, partic. p. 29ss., 47-50, con, ovviamente, anche
Errington 1997a, partic. p. 411ss., 440 ss. – e soprattutto, per l’azione spesso preva-
ricatrice dei vescovi, Escribano Paño 2008, partic. p. 129ss. (Libellus precum : la
prevaricaciòn episcopal y el uso de las leyes).
31
Congettura per la prima volta prospettata da Mansi 1759, p. 557.
112 MARIO MAZZA

credo niceno32 – haec profecto nobis magis probata, haec veneranda


sunt, ribadisce il christianissimus imperatore.
Il rapporto tra le due costituzioni – Cod. Theod. 16, 1, 3 e
Cod. Theod. 16, 5, 6 – non ha bisogno di dimostrazione. Dopo
durissime minacce agli eretici, Cod. Theod. 16, 5, 6 si chiude
con l’ingiunzione che « […] cunctis orthodoxis episcopis, qui
Nicaenam idem tenent, catholicae ecclesiae toto orbe reddantur ».
Correlativamente Cod. Theod. 16, 1, 3 si apre con l’ordine (iubemus)
che tutte le chiese siano immediatamente restituite ai vescovi
che professano il credo niceno : « Episcopis tradi omnes ecclesias
mox iubemus, qui unius maiestatis adque virtutis patrem et ilium
et spiritum sanctum conitentur eiusdem gloriae, claritatis unius
e.q.s. ». Anche in questa costituzione, come in Cod. Theod. 16, 1,
2, ci si riferisce al credo niceno in termini piani e sintetici, senza
introdurre astratti e complicati teologumeni. Ed anche qui sono
soprattutto i vescovi a tenere il ruolo principale ; sono nominati-
vamente indicati i vescovi con i quali i cristiani d’Oriente devono
unirsi in comunione per garantirsi l’ortodossia ([…] quos constabit
comunioni […] esse sociatos). Sono Nettario di Costantinopoli,
Timoteo di Alessandria, Pelagio di Laodicea etc. – sono i campioni
dell’ortodossia, che hanno combattivamente difeso nel concilio di
Costantinopoli33.
Cod. Theod. 16, 1, 4, l’ultima costituzione del titulus, ha da
sempre costituito un problema per i commentatori e gli studiosi
del Teodosiano. Data il 23 gennaio 386 in Milano dall’imperatore
Valentiniano II ed indirizzata al prefetto del pretorio Eusignio,
accordava la facoltà di riunioni liturgiche (copiam colligendi) ai
credenti secondo le dottrine al tempo dell’imperatore Costanzo
decretate eternamente valide (in aeternam mansura) nel concilio
di Rimini, e confermate dal concilio di Costantinopoli del 36034.

32
Così Archi 1976, p. 160, n. 12. Il paragrafo 3 di Cod. Theod. 16, 5, 6 è molto
chiaro : […] Ab omnium submoti ecclesiarum limine penitus arceantur, cum omnes
haereticos inlicitas agere intra oppida congregationes vetemus, ac, si quid eruptio
factiosa temptaverit, ab ipsis etiam urbium moenibus exterminato furore propelli
iubeamus, ut cunctis orthodoxis episcopis, qui Nicaenam idem tenent, catholicae
ecclesiae toto orbe reddantur (Cod. Theod. I, 2, p. 857 Mommsen ~ p. 236 Rougé -
Delmaire). Concilio di Costantinopoli : Socr., H.E. V, 8 ; Soz., H.E. VII, 9 ; decisioni
del concilio : Socr., H.E. V, 8, 13-20 ; Soz., H.E. VII, 9, 5-7).
33
Oltre i lavori generali sul Concilio di Constantinopoli, si vd. Schwartz 1937 ;
si vd. ancora Turner 1914 ; King 1957 ; Errington 1997b, p. 33ss.
34
Cod. Theod. I, 2, p. 834 Mommsen ~ p. 118-120 Rougé-Delmaire : Impp. Val(en-
tini)anus, Theod(osius) et Arcad(ius) AAA. ad Eusignium p(raefectum) p(raetori)
o. Damus copiam colligendi his, qui secundum ea sentiunt, quae temporibus divae
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 113

Dottrine sottoscritte, in quei concili, anche dai vescovi che, alla


data della promulgazione della costituzione, sono tuttavia noti per
le loro posizioni di dissenso (qui dissentire noscuntur). Assai severe
le punizioni previste : pagando con la loro vita e il loro sangue subi-
ranno la pena di alto tradimento, come autori di sedizione e di
turbativa della pace della chiesa, sia coloro che, ritenendo sia stato
solo a loro accordato il diritto di riunirsi, tentassero di fomentare
turbulentum quippiam contra nostrae tranquillitatis praeceptum, sia
quelli che, surrettiziamente o furtivamente, tentassero di presen-
tare all’imperatore suppliche contrarie al provvedimento35.
Il problema sta nel fatto che la costituzione appare indubbia-
mente in contrasto con le due precedenti – nonché di incongruo
inserimento in un titolo De ide catholica. Per questo inserimento il
grande Godefroy, nel suo ancora insuperato Commentario, chiamava
in causa la oscitantia (oscitatio) dei commissari del Teodosiano36 –
e, al suo seguito, con molto pessimismo la dottrina romanistica
ha considerato l’inserzione ulteriore prova della incapacità e negli-
genza con cui è stato compiuto il lavoro di ricezione dei testi nel
Codice. Con molto sense of humour Robert M. Errington ha rite-
nuto, cito testualmente, che « […] by an odd quirk of fate this anti-
catholic law was included in the Code ironically in the rubric De
Fide Catholica » ; l’ironia starebbe nell’avere i compilatori confuso,
secondo questo studioso, il riferimento, nel testo, al « Concilio
di Costantinopoli » come relativo al concilio ‘ortodosso’ del 381,
mentre si intendeva nel fatto il concilio « homeo » di Costanzo II
del 36037.
A ben considerare, la questione però è meno semplice di quanto
appaia a prima vista – ed è bene resistere alla tentazione di inierire
sulle povere teste di turco dei compilatori del Teodosiano. La loro,
pretesa, negligenza non poteva giungere al punto di non accor-

memoriae Constanti sacerdotibus convocatis ex omni orbe Romano expositaque ide


ab his ipsis, qui dissentire noscuntur, Ariminensi concilio, Constantinopol(itano)
etiam conirmata in aeternum mansura decreta sunt […].
35
Ibid. : Conveniendi etiam quibus iussimus patescat arbitrium, scituris his, qui
sibi tantum existimant colligendi copiam contributam, quod, si turbulentum quip-
piam contra nostrae tranquillitatis praeceptum faciendum esse temptaverint, ut sedi-
tionis auctores pacisque turbatae ecclesiae, etiam maiestatis capite ac sanguine sint
supplicia luituri, manente nihilo minus eos supplicio, qui contra hanc dispositionem
nostram obreptive, aut clanculo supplicare temptaverint. Dat. X kal. Feb. Med(iolano)
Honorio nob. p. et Evodio conss.
36
Gothofredus 1743, p. 20 – con le considerazioni di Archi 1976, p. 161ss.
37
Errington 1997a, p. 434.
114 MARIO MAZZA

gersi dell’importanza di una legge così nota e che aveva fatto molto
discutere. Ambrogio l’aveva implicitamente criticata in una lettera
a Valentiniano (Ep. 21), impugnandone la validità per il motivo
che una legge umana non può porsi al di sopra di quella divina : è
la legge divina ad averci insegnato la via da seguire, le leggi umane
non possono insegnarla ; possono strappare, estorcere ai pavidi
un cambiamento esteriore, ma non possono ispirare una reale
adesione, una vera ides (Ecce, imperator, legem tuam iam ex parte
rescindis : des utinam non ex parte, sed in universum ! Legem enim
tuam nollem esse supra Dei legem. Dei lex nos docuit quid sequamur,
humanae leges hoc docere non possunt. Extorquere solent timidis
commutationem, idem inspirare non possunt)38. Essa poneva il
problema che, con terminologia moderna, potremmo deinire
dell’« obiezione di coscienza ». Storici ecclesiastici (Sozomeno,
Ruino, Cassiodoro, Hist. trip., e Gaudenzio di Brescia) ricordano
un episodio assolutamente nuovo nella prassi della burocrazia
imperiale : il comportamento del magister memoriae Benivolus,
fervido seguace del credo niceno che, designato per la sua carica
di stendere il testo della legge, si riiuta di svolgere il suo compito,
dichiarando di preferire le dimissioni dal suo uficio alla perma-
nenza in una carica – e ad una quasi sicura promozione – che
tuttavia lo costringa a vivere nell’empietà39. L’episodio fece scalpore
e, come traspare dalle fonti, doveva essere piuttosto risaputo tra i
funzionari della corte. Appare dunque piuttosto improbabile che i
compilatori non lo conoscessero quando accoglievano nel titulus
del Codice appunto Cod. Theod. 16, 1, 4.
Che i compilatori fossero pienamente consapevoli dell’im-
portanza della costituzione – cioè di Cod. Theod. 16, 1, 4 – e che
operassero delle scelte ben precise, appare inoltre confermato dal
fatto che la parte conclusiva di Cod. Theod. 16, 1, 4 è stata risiste-
mata, con qualche taglio, come la prima costituzione del titolo 4
De his qui super religione contendunt40. Abbiamo qui una delle c.d.

38
Ambr., Ep. LXXV (21), 10 (CSEL 82/3, p. 78).
39
Soz., H.E. VII, 13, 5-7 ; Ruf., H.E. (GCS 9, II, 1021-1022) ; Gaud. Brix., Praef. 5
(CSEL 68) ; Cassiod., Hist. trip. IX, 21, 2 ; PLRE I, Benivolus, p. 161 ; cf. De Giovanni
1991, p. 34-38 ; Dovere 19992, p. 180ss., 213ss. ; Errington 1997a, p. 434-435.
40
Cod. Theod. I, 2, p. 853 Mommsen ~ p. 218 Rougé - Delmaire :
Impp. Valentinianus, Theod(osius) et Arcad(ius) AAA. Eusignio p(raefecto)
p(raetori) o. His, qui sibi tantummodo existimant colligendi copiam contributam,
si turbulentum quippiam contra nostrae tranquillitatis praeceptum faciendum esse
temptaverint, ut seditionis auctores pacisque turbatae ecclesiae, maiestatis capite
ac sanguine sint supplicia luituri. Dat. X kal. Feb. Constant(ino)p(oli), Honorio
nob. p. et Evodio v.c. conss. La costituzione è oggetto di acute considerazioni da
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 115

costituzioni geminate, dottamente studiate da Jean Gaudemet41.


Mi permetterei tuttavia di dire che l’illustre studioso non abbia
visto completamente giusto quando ritiene che, per Cod. Theod. 16,
4, 1, i compilatori abbiano lavorato sul testo di Cod. Theod. 16, 1, 4
in modo tale da far cambiare senso alla costituzione, eliminando la
parte iniziale nella quale si concedeva copiam colligendi a coloro che
accettavano le decisioni dei concili di Rimini e di Costantinopoli
del 360 – cioè gli ariani ‘homei’42. Nel fatto Cod. Theod. 16, 4, 1 si
conigurava come un preciso avvertimento, anche ai cattolici (his,
qui sibi tantummodo existimant colligendi copiam contributam), di
non fomentare disordini e così turbare la pace della chiesa43.
Nel contesto della campagna militare contro l’usurpatore
Massimo44, nel 387 invasore dell’Italia, va interpretata un’altra
discussa costituzione. Data il 14 giugno 388 in Stobi, in Macedonia,
da Valentiniano II e indirizzata a Trifolio prefetto al pretorio
d’Italia, Illirico e Africa, Cod. Theod. 16, 5, 15, con la minaccia di
severissime punizioni, a tutti i membri diversarum peridarumque
sectarum, vieta assemblee, riunioni, incontri segreti e soprattutto
di erigere altari di una nefaria praevaricatio e di simulare la cele-
brazione dei misteri (cioè celebrare messa) ad iniuriam verae
religionis45. La costituzione è stata ritenuta come la risposta di
Valentiniano, forse su consiglio dello stesso Teodosio46, alle inizia-
tive di Massimo in materia religiosa – che, secondo Ruino H.E. XI,
16, si comportava come per togliersi d’addosso la fama di tiranno e,
per mostrarsi come legittimo principe, datis litteris impium prote-

parte di Archi 1985. In generale sul titulus e sulla costituzione Cod. Theod. 16, 4, 2
si vd. Escribano Paño 2005.
41
Gaudemet 1957 ; Id. 1961 ; Id. 1976.
42
Gaudemet 1979, p. 309-310.
43
Convengo in ciò con le considerazioni di De Giovanni 1991, p. 34-38.
44
Vicenda di Magno Massimo : sempre utile la voce Maximus 33, in RE XIV 2,
1930, col. 2546-2555 – si vd. anche PLRE I, Maximus 39, p. 588 ; più recentemente
Matthews 1975, p. 173ss. ; J. Curran in CAH XIII, 1998, p. 105ss. ; Leppin 2008,
p. 107-124 e passim ; Maraval 2009, p. 201-213 e passim. Sulla politica religiosa,
speciicamente Birley 1983.
45
Cod. Theod. I, 2, p. 860-861 Mommsen ~ p. 254 Rougé-Delmaire : Iidem
[Impp. Gratianus, Val(entini)anus et Theod(osius)] AAA. Trifolio p(raefecto) p(rae-
tori)o. Omnes diversarum peridarumque sectarum, quos in deum miserae vesania
conspirationis exercet, nullum usquam sinantur habere conventum, non inire
tractatus, non coetus agere secretos, non nefariae praevaricationis altaria manus
impiae oficiis inpudenter adtollere et mysteriorum simulationem ad iniuriam verae
religionis aptare […] e.q.s. Su Trifolio PPO Italiae, oltre il sopra cit. articolo di Birley
1983, 14ss., si vd. PLRE I, Trifolius, p. 923.
46
Suda s.v. Οὐαλεντινιανός (III 574, 763 Adler).
116 MARIO MAZZA

statur inceptum, idem dei impugnare et statuta catholicae ecclesiae


subrui […] coepit47. È in realtà una forzatura mettere in rapporto
Cod. Theod. 16, 5, 15 con Cod. Theod. 16, 1, 4 : non risulta esserci un
nesso diretto tra le due costituzioni. Cod. Theod. 16, 5, 15 non ha
come speciico ine l’abrogazione di Cod. Theod. 16, 1, 4. La costi-
tuzione sembra avere un obiettivo più ampio e di portata più gene-
rale : essa appare piuttosto conigurarsi come un provvedimento di
emergenza, volto ad impedire qualsiasi forma di aggregazione e di
pratica cultuale diversa dalla religione uficiale.
Possiamo ora ritornare alle questioni poste all’inizio di questo
mio intervento. Non posso che invidiare la iducia e la tranquillità
di Tony Honoré e di John Matthews quando, rispettivamente, affer-
mano che non c’era nessun disegno ideologico nella composizione
del Codice e che, per quanto riguarda il sedicesimo libro, la sua
collocazione alla ine dell’opera « […] is simply a consequence of
its not being at the beginning »48. Per parte mia mi tengo ancora
saldo agli splendidi lavori di Edoardo Volterra dei primi anni ’80
del secolo scorso e credo fermamente, per usare le stesse parole
dello studioso, « […] che la scelta delle costituzioni da inserire nel
Codice Teodosiano non sia basata su un puro criterio cronologico,
bensì su un criterio ideologico e religioso e risponda ad un preciso
disegno politico di riunire in una compilazione ordinata secondo
determinati intendimenti e in una costruzione organicamente
elaborata la normativa legislativa dei soli imperatori cristiani,
escludendo tutte quelle precedenti e anche il prodotto dell’attività
della giurisprudenza classica […] »49. Con il Codice, il potere impe-
riale avrebbe inteso costituire in tutto l’orbe romano « […] un’unica
ed esclusiva normativa che attuasse la sicurezza della norma giuri-
dica e della sua applicazione »50.
La particolare posizione di Cod. Theod. 16 si spiega appunto
all’interno di questo disegno ideologico-politico. Il libro è inte-
ramente dedicato alla questione cruciale tra IV e V secolo, alla
questione religiosa. Le 201 costituzioni in esso raccolte riguar-
dano i cristiani, i pagani e gli ebrei e, a testimoniare la volontà di
ortodossia, sono soprattutto numerosi i testi che perseguitano e

47
Ruf., H.E. XI, 16.
48
Honorè 1998, ch. 6 : Understanding the Theodosian Code, p. 123-153,
partic. 127ss. ; cf. anche Id. 1986, p. 167ss. ; Matthews 2000, p. 120 ; vd. anche
p. 190 ; Id. 1993.
49
Volterra 1980 ; Id. 1981 ; Id. 1983, ora in Id. 1994, rispett. p. 281-317 ; 341-380 ;
415-497 ; la cit. è a p. 350.
50
Id. 1994, p. 351.
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 117

puniscono gli eretici, colpiti da moltissime restrizioni : in partico-


lari casi è per loro prevista addirittura la pena di morte. Colpisce
l’importanza che i compilatori attribuiscono alla lotta contro
l’eresia. Questa è combattuta non solo per ragioni religiose, ma
anche, e soprattutto, per ragioni politiche : l’eresia mette in peri-
colo non solo l’unità della fede, ma anche l’omogeneità dell’im-
pero. Va soprattutto rilevato il fatto che, delle tante costituzioni
di portata religiosa promulgate a partire dall’inizio del IV secolo,
sono state prese in considerazione solo quelle che servivano all’or-
todossia romana51 – l’osservazione è di Gaudemet. Pressoché nulla
è stato conservato della legislazione degli imperatori pagani come
Giuliano – o di imperatori eretici come Costanzo II. Solo in via
eccezionale, e forse perché non si poteva più riconoscere il loro
signiicato originario, nel Codice sono state accolte alcune costitu-
zioni ‘pagane’ o ‘eretiche’. « Un choix fut donc fait. Il témoigne d’une
politique religieuse, du choix d’une orthodoxie », ha rilevato Jean
Gaudemet52 – e più decisamente il cattolicissimo Biondo Biondi
ha asserito che il Codice Teodosiano testimonia fermissimamente
della volontà di assicurare il trionfo del cristianesimo romano53.
Risponde a questo disegno politico, ponendolo in piena
evidenza, la peculiare struttura ‘circolare’ del libro XVI54. Com’è
stato acutamente osservato, il primo titolo – 16, 1 De ide catholica
– palesa subito l’ideologia che ha guidato il lavoro dei compila-
tori, mentre il titolo conclusivo – Cod. Theod. 16, 11 De religione
– evidenzia il nucleo di questa ideologia, espressamente deinendo
i limiti dell’intervento statale nelle questioni religiose55. Tra questi
due poli si articola la produzione legislativa – ed è appunto « […]
dall’armonizzazione degli interessi della fede con quelli dello Stato
che trae origine il progetto politico di CTh XVI »56. Tra il titolo
iniziale e quello inale sono redatti in Cod. Theod. 16 le rubriche
che speciicano i vari argomenti della materia considerata : da
Cod. Theod. 16, 2 a Cod. Theod. 16, 7 l’istituzione ecclesiastica, nei
suoi rapporti con la realtà mondana e con i problemi interni di
dottrina e di disciplina, del dissenso religioso, dell’eresia, dell’a-
postasia ; da Cod. Theod. 16, 8 a Cod. Theod. 16, 10 i titoli che trat-

51
Gaudemet 1986. Del titolo V De haereticis di Cod. Theod. 16 tratta con equili-
brio e competenza il già cit. lavoro di Cracco Ruggini 2009, p. 21ss.
52
Gaudemet 1976, p. 272 (ora in Id. 1979, p. 362) ; Id. 1982.
53
Biondi 1952, p. 4-8.
54
Archi 1976, p. 158ss.
55
De Giovanni 1991, p. 160.
56
Id., ibid., p. 160.
118 MARIO MAZZA

tano delle religioni non cristiane, esaminate nel loro interno e nei
rapporti con l’esterno, particolarmente con il cristianesimo.
Non è mia intenzione discutere distesamente dell’ideologia
sottesa nelle scelte compositive del Teodosiano. Non mi sembra
questa la sede opportuna. Per concludere, vorrei brevissimamente
accennare solo a due punti, per i quali in altra sede penso di poter
offrire adeguata trattazione. Il primo punto sta nel deciso riiuto
della tesi di coloro che presentano il Teodosiano come il necessi-
tato risultato di un continuo processo di cristianizzazione sfociato
nel ‘cesaropapismo’ degli imperatori ‘bizantini’, da Teodosio II a
Giustiniano e oltre57. Da par suo, Gilbert Dagron ha mostrato le
insidie di tale concetto58. Con molto acume ma anche con molto
buonsenso Alois Dempf ha ravvisato la Grundlage del Teodosiano
nel « Zusammenwirken von Kirche und Reich auf den entschei-
denden Konzilien von Konstantinopel, Ephesos und Chalkedon,
in dem Kirche und Reich utriusque iuris waren »59. Ed in effetti,
la necessità di un sapiente dosaggio tra le antiche tradizioni del
diritto romano e le nuove realtà giuridico-politiche emerse in
seguito alla konstantinische Wendung appare aver guidato il lavoro
dei commissari teodosiani60. La loro opera di mediazione si mostra
tanto più signiicativa quando si consideri che, nel complesso,
questi commissari non erano teorici di diritto, ma operatori di
diritto, uomini di governo direttamente impegnati nella condu-
zione della vita politica ed amministrativa dello Stato tardoantico.
Il secondo punto, più tecnico, può spiegare la presenza,
nel Teodosiano, di Cod. Theod. 16, 1, 4 – come di altre costitu-
zioni ‘eterodosse’. Come è noto – da Cod. Theod. 1, 1, 5 e 6 – nel
Teodosiano sono raccolte tutte, e solamente, le constitutiones
generales (leges generales) emanate dagli imperatori a partire da
Costantino61. Costituzioni valevoli, in linea di principio, per le due
partes dell’impero e vincolanti in omnibus negotiis iudiciisque. Esse
erano espressione della volontà di mantenere l’aeternitas di tutti gli

57
Valga, tra tutte, la posizione di De Francisci 1948, p. 180 : « In tal modo
il Cesarismo si mutava rapidamente in Cesaropapismo : l’imperatore pretendeva
che anche in materia religiosa le sue decisioni avessero valore di canoni, mirava
a sostituirsi o a sovrapporsi al capo della Chiesa, a fare di questa un proprio stru-
mento di governo ».
58
Dagron 1996.
59
Dempf 1964, p. 137.
60
De Giovanni 1991, p. 170. Molto equilibrata ed articolata la posizione dello
stesso studioso nel più recente Id. 2007, p. 237ss.
61
Cod. Theod. I, 2, p. 28-29 Mommsen (del 26 marzo 429 e del 20 dic. 435).
L’AUTORITÀ DELLA LEGGE E LA CRISTIANIZZAZIONE DELL’IMPERO 119

imperatori nella loro funzione appunto di legislatori : manet igitur


maneatque perpetuo elimata gloria conditorum (Nov. Theod. 1, 3)62.
La lex generalis diventa, nella Tarda Antichità, la forma di produ-
zione legislativa privilegiata dagli imperatori63. Secondo Wolfgang
Kunkel vi sarebbe allora stata, nella sostanza, una sola valida distin-
zione, in tema di fonti, dovuta all’attività imperiale : quella tra leges
generales e rescripta, sollecitati da singoli ed in risposta a situazioni
speciiche64. Lex, come constitutio, si afianca, nel linguaggio della
cancelleria imperiale, a ius. Trascurare questo dato offerto dalle
costituzioni imperiali di IV e V secolo signiica, nel fatto, preclu-
dersi la piena comprensione del nuovo linguaggio giuridico : il
binomio « leges et iura » ha appunto la funzione di operare una
sintesi storica65. Tuttavia, tanto a Ravenna quanto a Costantinopoli
non solo l’attenzione si polarizza sulla lex generalis e sul rescriptum,
quando si parla di fonti normative, ma il binomio viene inteso in
una posizione di antitesi. Appunto nel rapporto dialettico tra i
due termini, tra lex generalis e rescriptum, va individuato il punto
di tensione, a partire da Costantino, nella produzione legislativa
tardoantica66. Iura (populi romani) e lex generalis non vanno sepa-
rati : va mantenuto il rispetto e il mantenimento di quegli iura che
venivano per l’appunto dichiarati generalia67. Poiché, come recita
Cod. Just. 1, 14, 4 (Cod. Theod. 1, 1, 5a Krüger), adeo de auctoritate
iuris nostra [degli imperatori] pendet auctoritas.

Mario Mazza
« Sapienza » Università di Roma

62
Nov. Theod. 1, 3 (Cod. Theod. II, 4 Mommsen - Meyer).
63
Kunkel 19732, p. 144 : « From Constantine onwards, however, the dominant
element is the leges generales, some of which contain bold innovations ; but their
centre of gravity lies entirely in the ield of administration and of economic and
social policy ». Si vd. in generale la trattazione di De Giovanni 2007, p. 246ss., con
la preced. bibliograia ; cf. inoltre il saggio di van Wal 1981 – e Sirks 2003.
64
Kunkel 19732, p. 145ss.
65
Id., ibid., p. 145ss. ; vd. anche Liebs 1987.
66
Archi 1976, p. 51-53 ; Id., Il problema delle fonti del diritto nel sistema romano
del IV e del V secolo, ora in Id. 19902, p. 3ss.
67
Id., ibid., p. 107.
120 MARIO MAZZA

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FIONA HAARER

DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE


OF LATE ANTIQUE CITIES

Introduction : The nature of the problem


The narrative of the change from the classical polis to the
Islamic town or medieval city has become one of the key debates
in Late Antiquity. There is now an overwhelming number of publi-
cations exploring every facet of this development, including ques-
tions of timing, the reasons behind the change, and explanations
for it1. The crucial issue – whether the changes within the cities
might be labelled decline, transition or transformation, or devel-
opments – has propelled the narrative of the city into the centre
of the larger debate concerning the decline and fall of the Roman
Empire2. While it is undoubtedly true that the evidence from the city
is part of this debate, it has left it open to emotive treatments about
decline. These tend to focus on a bigger assumed picture (which
can easily become outdated with the discovery of new archaeolog-
ical or papyrological inds) rather than a detailed examination of
what was actually happening in the cities and countryside3.
The main problems which are disputed are the speed and timing
of change in cities, and it is not dificult to pick out iconic examples
of cities which either declined at an early date or lourished into
the late sixth century or beyond4. In this paper, I will focus mostly

1
It is not possible now to give a full list of the vast literature on this topic.
Below is a selection of the seminal and most recent publications : Alston 2002,
Barnish 1989, Broglio - Ward-Perkins 1999, Burns - Eadie 2001, Christie - Loseby
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Mendelovici 1988, Nijf - Alston 2011, and Whittow 1990.
2
On the terminology, Haldon 1985, p. 76-77.
3
See, for example, Liebeschuetz et al. in Lavan 2001.
4
Poulter 2007, p. 1-49, esp. 23-25 challenges the view of continued prosperity
in the east, even in cities such as Ephesus and Aphrodisias and argues that the
picture in the east is not so different from the Balkans where it is certainly far
easier to argue for an abrupt end to Roman administration.
126 FIONA HAARER

on the cities of the eastern empire and how well they survived up
to the end of the sixth century, so I will not be concerned with the
period post Persian invasions and Arab conquests ; although the
debate which considers the long durée of late antiquity nowadays
often strays well past that date5.
Research to date has examined the extent to which the late
antique city adhered to the deining attributes of the classical polis,
identiied as : governance (the predominance of the local élite of
propertied families, the bouleutic or curial order, who sat on the
town councils) ; the close relationship between the built-up urban
centre and surrounding rural area, linked by the curial class who
used the wealth from their lands for the beneit of the city ; and the
physical appearance of the city : the theatre, baths, public foun-
tains, temples, well-paved streets laid out on a grid plan, all often
paid for by the curial class whose muniicence was celebrated in
inscriptions. If another governing structure replaced the local
curiales and the tenets of Christianity (private charity and church
building) replaced some of the traditional expressions of classical
culture (public benefactions and monumental secular architec-
ture), should we ascribe these changes to a narrative of decline
or to the natural continuing evolution of the city ?6 There are now
alternative views to the proposition of Jones and Liebeschuetz that
the demise of institutions such as the curia inevitably led to the

5
For a different approach, see Alston 2009-2010 who takes as his starting point
the rich urban culture of Bilad al-Sham (Jerash-Gerasa) in the seventh century and
works backwards from here.
6
The writings of Liebeschuetz favouring a narrative of decline have dominated
the debate for the last forty years. In his seminal book (2001) 415, he concludes :
« The story of the city in Late Antiquity involves the end of a political tradition,
the end of a pattern of urban design related to the political tradition, the end of a
particular ideal of what makes for the good life, the end of a secular ideal of educa-
tion, and in many cases the shrinkage of population. All this happened within a
context of the collapsing structures of an empire and of the associated economic
system. It abundantly merits to be described as decline ». Lavan 2003 comments
that a fondness for the structures of municipal life (such as committees and elec-
tions) and a fear of the Church’s interference in secular matters, sentiments shared
by the fourth-century Libanius and nineteenth and twentieth-century historians,
have coloured the debate (for example, Saradi-Mendelovici 1988 who argues that
the different priorities and ideals of the Christians resulted in the failure of the clas-
sical city). Lavan argues for the re-ordering of society (the same tasks continued to
be carried out, if by different people) rather than a collapse, akin to Whittow’s insti-
tutional re-arrangement, referred to below. Alston 2009-2010, p. 40ff. argues that
if the cities are considered as economic centres rather than political and cultural
institutions, and if non-élite led economic structures are taken into account, then a
more positive view of the late antique and early Islamic world emerges.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 127

decline of urban prosperity and the weakening of civic life, and


the subsequent fall of the city to the Persians and Arabs7. This view
was challenged by Whittow when he argued that the decline of the
curiales was merely an « institutional rearrangement » and that « if
the focus is shifted away from the history of institutions, the contin-
uous history of the late Roman urban élite right through to the
early seventh century and beyond is revealed »8. However, Whittow
himself has been challenged by others who also support an argu-
ment of continuity but wish to argue for the ongoing presence of
curiales in cities for longer than Whittow allows9. Picking up on
another strand of the argument, there is some agreement, following
Gascou’s important study on oikoi, that the great landowners took
over many of the administrative tasks previously carried out by the
curiales. However, there are different views as to whether the impe-
rial government had intervened to create this structure to beneit
its own administration and obliged the landowners to carry out
these tasks, or whether the landowners had organized themselves
voluntarily, and if the latter, whether the imperial government was
grateful or felt threatened10. And inally, to the numerous studies
focused on the cities themselves, we can now add to the debate a
number of works devoted to understanding the late antique coun-
tryside. Recent advances in the archaeological studies of rural areas
indicate growth in the number and size of rural settlements and
suggest a more upbeat picture of the vibrancy of the land which
supported the urban centres11.

7
See, for example, the different approach of Burns - Eadie 2001, p. XIV who
suggest that while some priorities may change, in essence « the city remained
at the conceptual core of Roman society ». The wealthy, as always, seek greater
prominence in the community, whether this be via the town council (as in the
early empire) or via imperial ofice (as in the later period). Wickham 1984, p. 14-15
argues that although civic ofice had lost its attraction, the city as an institution
remained strong.
8
Whittow 1990, p. 3. The signiicant date, following a military argument,
would be 602.
9
For example, Jones 1964, II, p. 760 distinguishes between the council which
now played an insigniicant role in the governance of the city, and the curial order
itself : « decurions still did their share in collecting the imperial revenues ». See also
Holum 1996.
10
Gascou 1985 ; see the discussion below.
11
Decker 2009, p. 27 : « Rather than a dilapidated group of impoverished
eastern provinces falling to the Muslim conquerors, one may reasonably suppose
that rural prosperity continued in many areas well into the sixth century, and
perhaps into the seventh century and later ». See also, for example, the studies on
rural areas in Burns - Eadie 2001 and especially the work of Banaji 2001.
128 FIONA HAARER

In this paper, I examine some of the key issues : the rule of


the cities by curia, the aims and achievements of the emperors,
Anastasius and Justinian in their legislative programmes, and
inally the nature of post-curial government. As the role of the
curiales has been central to the debate, it is with a consideration of
the history and development of the curia that I shall begin.

History of the Curia


Although familiar ground, it is worth reprising the main points
of how the late antique city was governed. Since their conquest
of the eastern Mediterranean, the Romans had governed through
the medium of town councils (known as the boule in Greek, curia
in Latin) made up of the existing local landowning élites. These
councillors (bouleutai or curiales) became responsible for the
collection of taxes (crucial for the imperial government) and the
general upkeep of the city. As it happened, the latter task became
not so much a chore but a matter of pride as curial families
competed both within their city and with other neighbouring cities
to erect the grandest theatres, baths, temples and monumental
arches, commemorating their achievements with inscriptions.
Government by town council arrived in Egypt rather later than
the rest of the eastern empire. It was in AD 200/1 when Septimius
Severus allowed the city élites to form councils with responsibility
for urban administration, including taxation, military supplies
and the internal administration of the city. The new magisterial
class of councillors quickly followed in the tradition of competitive
expenditure in the provision of games, building programmes and
the corn dole, and increased their sphere of authority outside the
city to the rest of the nome12.
However, before they could become as irmly established as
their counterparts in other parts of the empire, the problems of
the third century (especially acute in Egypt) swiftly made the ofice
more of a burden than a privilege throughout the empire13. The

12
On the introduction of the boule in Egypt, Bowman 1971, chapter 1, Bowman
- Rathbone 1992, Bagnall 1993, p. 55ff. ; Sarris 2006, p. 178.
13
Alston 2001, p. 249-259 ; Bowman 1971, p. 123 ; Bagnall 1993, p. 56ff. ; Sarris
2006, p. 178f. Alston 2001, p. 259 sees the problem at this stage, at least in Egypt, as
not one inlicted by the imperial government either in imposing direct rule through
centrally appointed oficials or raising taxes, but resulting from the over compet-
itive ambitions of the civic élite who found that their wealth was not suficient to
support the expenses called for by the city itself.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 129

reasons why the curiales wished to abandon their traditional urban


responsibilities following the disruptions of the third century are
not disputed : soaring inlation meant that the revenue from their
endowments, on which they had previously relied, was devalued.
In turn, cities which had depended on the inancial support of the
curiales lost their economic autonomy and began to look to central
government for additional funds, which responded by coniscating
civic lands and taxes to cover local expenses14. The curiales rapidly
found their prestige dwindling, while their assigned duties for
both empire and city remained, and they naturally looked for ways
to free themselves of their responsibilities. Many of them were
able to take advantage of new prestigious opportunities created
by the growing involvement of central government in provincial
administration, as well as the establishment of the new senate at
Constantinople15.
By the fourth century, it appears that the curiales were under
extreme inancial pressure, as amply attested in the writings of
Libanius16. In Oration XLVIII, he notes that the membership of
the curia in Antioch had dropped from six hundred to sixty by the
380s17 and despite his own personal views on the signiicance of
curial government, his depiction of the selishness and incompe-
tence of the local élite makes it easy to understand why the impe-
rial government wished to strengthen its control, channelling more
direct rule though the provincial governors18. Even in the fourth
century, it seems that the town councils wielded little absolute
power and, although building work may have been carried out

14
Lands and taxes were coniscated probably irst by Constantius, restored by
Julian, but coniscated again by Valens. However, in 374, he agreed to return one
third of their revenues to the cities, in order for them to maintain essential services,
including keeping the walls in good repair. See further, Jones 1940, p. 149ff. ; Jones
1964, p. 732-734.
15
On the options open to the curiales and legislation, Jones 1940, p. 192ff. ;
Laniado, 2002, p. 3-26 ; on how the curiales sought to secure immunity or to
manipulate their inferiors on the Council, Loseby 2009, p. 145f. ; on the emergence
of the new senatorial aristocracy, Sarris 2006, p. 181ff. ; Whittow 1990, p. 9-10.
16
Lib., Or. XLVII and XLVIII.
17
Lib., Or. XLVIII, 4.
18
As Delmaire 1996, p. 60-66 notes, successive emperors tried to curb corrup-
tion : an exactor was appointed to curb the excesses of the curiales ; a compulsor
was appointed in turn to oversee the exactor (Majorian, Novels 2 and 7). Defensores
and patres were also introduced to help ensure justice. The creation of the post
of vindex was Anastasius’ attempt to implement an eficient and fair system (see
further below).
130 FIONA HAARER

by curiales, it was at the instigation of the governors19. There is


certainly little evidence to suggest that the change of city govern-
ance from curiales to provincial governors, along with the others
who illed the vacuum (landowners and the clergy), caused any
interruption to the provision of services in the city, at least to start
with. I will pick up on the role of landowners later when consid-
ering the signiicance of the great estates (oikoi) in local govern-
ance ; and the increasing importance of the bishop is also clear,
especially from the reign of Anastasius (also discussed below).

Changes in the Curia


In response to the changing role of the local town council, and the
ability of the curiales to perform their duties, many of the old ranks
and positions were discontinued or evolved to include different tasks.
In Egypt, the changes were readily apparent from the very beginning
of the fourth century. The prytanis (chair of the council) continued
through the fourth century, though his role was reduced20. The old
divisions of the nomes into districts known as toparchies ended in
c. 307/8 and were replaced by pagi, administered by the praepositi
pagi and the strategos (previously in charge of the nome) was replaced
by the exactor21. In 302, the ofice of the logistes was introduced.
Equivalent to the Greek curator civitatis, his purview extended to
magisterial nominations, public order, agricultural management
and taxation, urban inances, food supply and entertainment ; his
post obviously encompassed duties previously carried out by other
magistrates22. From the 320s, evidence for the ekdikos begins to
appear in our sources. It is not clear how the duties of the ekdikos
differed from the sundikos whose remit had certainly included judi-
cial matters amongst other duties ; but after 339, it appears that the
ekdikos replaced the sundikos. The ekdikos is mostly closely associ-
ated with the Latin defensor civitatis, on which see further below23.
From the 340s, the ofice of the riparius is also found in our sources.
The riparii were responsible for security, especially in matters to do
with taxation. By the sixth century in Egypt, the pagarch, logistes,
ekdikos and riparius had become the major ofice-holders24.

19
Liebeschuetz 1972, p. 101-105.
20
Bowman 1971, chapter 3.
21
On the exactor and later developments, Jones 1940, p. 152.
22
Alston 2001, p. 278, Bagnall 1993, p. 60.
23
Alston 2001, p. 280.
24
Alston 2001, p. 277-281.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 131

The detail of these changes in ofice-holding in Egypt in the


fourth century is interesting for a number of reasons. First, all
these new posts were probably inanced by the imperial govern-
ment and although, in theory, they were all imperial appointments,
in practice, the ofice-holders were locals from the curial order.
This must have had the effect of extending the inluence of the local
élite. Second, these reforms meant that ofices were held for longer
periods of time and were limited in number leading to the concen-
tration of power in a small body within the curial class25. Given
that the argument for decline in the sixth century often rests on the
issue of the concentration of power among a few of the wealthiest
landowners and that changes to the nature of the magistrates led to
a decline in urban infrastructure, it is instructive to note that this
evolution in ofices and titles was already taking place in the fourth
century and led to no such decline26.
Other changes following a similar pattern of the consolidation
of duties into a smaller number of more powerful ofices are well
documented empire-wide. For example, the rank of curator civi-
tatis, known from the reign of Trajan (98-117), like its counterpart,
the logistes, evolved to encompass many general municipal tasks
also carried out by the curiales. In the fourth and ifth centuries,
many curatores were also curiales, but in the sixth century, this
was not the case27. There were also new posts, such as the defensor
civitatis, irst introduced in the Theodosian Code in 368 to secure
justice for the poor. However, this was another role which changed
over time as later emperors added other duties to the original remit,
even concerning tax collection, thus creating a potential conlict of
interests28.
Another new post was the pater civitatis (πατὴρ τῆς πόλεως). The
date of the introduction of this post is uncertain, but it is mentioned
in Cod. Just. 10, 44, 3 (465) in a law of Leo I who allowed cities to
offer the title to those who had discharged their duties as a decu-
rion, if they wished it. During the reign of Zeno, the pater seems

25
Bowman 1971, p. 121-127 who concludes that actual power was in the
hands of a few who were answerable to central government, while the remaining
members of the council continued to carry out their duties but had no responsi-
bility. Bagnall 1993, p. 61 (followed by Sarris 2006, p. 179) identiies an inner group
(the propoliteuomenoi) who from the fourth century exercised increasing authority
over their fellow town councillors.
26
Alston 2001, p. 281.
27
Laniado 2002, p. 33.
28
For studies on the defensor civitatis, Rees 1952, Frakes 2001. See also
Justinian’s Novel 15 (discussed below).
132 FIONA HAARER

to have been given responsibility for the administration of the city


revenues, and in the sixth century, the role seems to have included
responsibility for the civic revenues, gaming and protecting the
rights of children. The title has been found in inscriptions asso-
ciated with public works dated either by the pater, or also by the
provincial governor, suggesting that more than one source of
revenue had been drawn on. The sites where these inscription
have been found include Aphrodisias29, Miletus, Smyrna, Attalia,
Side, Tarsus, Caesarea (Palestine), Sepphoris and Jerusalem. It had
been proposed by Jones that the titles pater and curator referred
to the same position, and that one of these oficials was present in
every city. However, Roueché argued that the epigraphic evidence
suggests that not all cities had a pater, and that such an oficial was
only needed in a city which still collected a substantial income from
its own possessions ; such cities were therefore able to maintain
greater independence from both the imperial government (via the
provincial governors) and the Church. This explanation certainly
its well with cities such as Aphrodisias and Caesarea which were
known for their continuing traditionalism and prosperity30. The
last point to note about the patres here is that they were chosen not
by the curia, but by the curiales, landowners, bishop and clergy31.
The landowners and clergy were mentioned above as illing the
vacuum in local governance created by the so-called « light of the
curiales », and this grouping will be discussed further below.
Alongside these new civic ofices, it was naturally to the provin-
cial governors that much of the curial power devolved, and they
began to boast of their imperial rather than civic honours32. In
Aphrodisias, in the late ifth century, a certain Asclepiodotus was
described as a man « who at that time took pride in the honours
and dignities with which the emperor was loading him, and was
a leader in the βουλή of Aphrodisias »33. However, although we are
apt to draw a distinction between the local curiales and governors
imposed by the central government, in reality the divisions between

29
See Roueché 1979 for her discussion of the statue and epigram honouring
Flavius Palmatus, erected by Flavius Athenaeus, the πατὴρ τῆς πόλεως.
30
Justinian’s Novel 160 (undated) was drafted in response to an appeal from
Aristocrates, another pater of Aphrodisias, over the management of large legacies
which had been left to the city. It is clear that the tradition of public benefactions
by individuals continued here well into the sixth century ; cf. Roueché 1979, p. 182.
31
See Feissel 1987, p. 220 for a comparison with other civic posts.
32
Roueché 1998a, p. 31-36.
33
Zach. 17 (trans. Roueché 1989a, pp. 89-90). PLRE II, Asclepiodotus 2,
p. 160-161.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 133

the two strands of administration must have been rather more


blurred. In the late ifth and sixth centuries, two governors with
the epithet agonothetai had obviously organized local contests, a
task which previously would have been carried out by a decurion ;
in fact, one of these governors was himself a local citizen34.

Continuity in the Curia


Despite its own role in diminishing the role of the curia, the
central government still supported curial administration of provin-
cial towns, as evidenced by the mass of legislation passed aimed
at binding the curiales to their traditional duties. The Twelfth
Book of the Theodosian Code contains one hundred and ninety
two constitutions under de decurionibus, attempting to keep the
curiales in their place and halt their movement to superior posi-
tions in Constantinople35. This policy continued as far as the sixth
century and there is plenty of evidence from Justinian’s legislative
programme that he continued to try to maintain the curia ; his laws
assume that cities continued to spend money on their own munic-
ipal purposes36. Lingering examples of traditional building works
by curiales remain : an inscription from Bostra in 490/1 reads :
ἐπὶ το͂ μεγάλοπρ(επεστάτου) κόμ(ητος) Ἡσυχίου ἡγε<η>μόνος κα̣[ὶ]
σ̣̣χ̣ο̣(λαστικο͂) ἐ̣κ̣τ̣ί̣σ̣θ̣η̣ ἀ̣πὸ θ̣ε̣μ̣ε̣λ̣ί̣ων̣ τὸ ἡγ̣ε̣ι̣μ̣[ο]ν̣ι̣κ̣ὸ̣ν̣ π̣ρ̣α̣ι̣τ̣ώ̣|[ριον], κόμιτος Παύλου
λαμπρ(οτάτου) καὶ πολιτευομ̣[ένου] ἐπιμελουμένου ἐν ἰνδικτ(ιῶνος) ιγ’, ἔτους τπε’37.

Attestations to the boule (curia) and bouleutai (curiales), still


collecting taxes and carrying out civic duties, continue in the
Egyptian papyri throughout the sixth and seventh centuries38. The
seventh-century Hermopolis iscal code records payments made
δ(ιὰ) τῆς βουλ[ῆ]ς Ἀντινόο[υ39.

34
Roueché 1989a, p. 69, 106-107 ; Ead. 1998a, p. 35.
35
Johnson - West 1946, p. 103, Jones 1940, p. 192, Haas 1997, p. 52-53 on
Cod. Theod. 12, 1, 191 (436) concerning the length of service, Laniado 2002,
p. 19-22, Loseby 2009, p. 144-145.
36
Holum 1996, p. 618-619, 629ff., Laniado 2002, p. 75-87.
37
« Under the most magniicent count Hesychius, governor and advocate, the
government house was built from the foundations under the supervision of the
clarissimus count and decurion Paul » ; IGLS XIII/1 9123.
38
Geremek 1990 ; Liebeschuetz 1996, p. 389-408 ; Sarris 2006, p. 156-157.
39
Geremek 1990, p. 48. The debate over whether the terms βουλευτής and
πολιτευόμενος are synonymous has somewhat complicated the argument as to the
extent to which town councillors continued to operate : see Bowman 1971, 31 ;
Laniado 1997 ; Worp 1999 ; Banaji 2001, p. 115. In Bagnall’s view (1993, p. 61) it is
the lack of evidence that masks the activity of the Council up to the seventh century.
134 FIONA HAARER

So far, three points are clear. The so-called « light of the curiales »,
shufling of duties and invention of new ofices, was well under way at
an early stage suggesting that there is no simple correlation between
the decline of the town council in the fourth century and the decline
of the city in the sixth. The later period saw several systems of local
governance operating in tandem : wealthy curiales continued to play
a prominent role alongside the provincial governor and we have
seen hints of the growing importance of the bishop and wealthy
land owners. Lastly, there was no clear cut division between these
various oficials : imperial appointments were not always external
but were often local men, but this tendency merely helped to consol-
idate power within an increasingly small body of men at the very
top of the curia. We turn now to examine how these developments
played out in the legislation of Anastasius and Justinian.

Anastasius’ reforms for provincial cities


The idea that the imperial government had lost faith in the city
councils (leading to an inevitable decline in the quality of urban
life in the provinces) is based on an erroneous understanding of
evidence from the reign of Anastasius. One of this emperor’s most
controversial policies was the introduction of the vindices (the ofi-
cials responsible for the isc) by his praetorian prefect, Marinus.
Our evidence about this reform comes not from any laws40, but
from the writings of John Lydus, Malalas and Evagrius who suggest
that these new oficials, who were appointed by the praetorian
prefect but could bid for ofice, replaced the curiales in all cities.
The relevant extracts are as follows :
ἐκλαβὼν τοίνυν Σύρος ἀνὴρ καὶ πονηρὸς ὡς ἐπιεικὲς τοὺς φόρους, τὰ μὲν
βουλευτήρια πασῶν παρέλυσε τῶν πόλεων, ἀπεμπολῶν τοὺς ὑπηκόους παντί, ὡς
ἔτυχεν, εἰ μόνον αὐτῷ τὸ πλέον ὑπόσχοιτο, καὶ ἀντὶ τῶν ἀπέκαθεν στηριζόντων τὰ
προστάγματα βουλευτῶν προχειρίζεται τοὺς λεγομένους βίνδικας (<οὕτως γὰρ ἔθος>
Ἰταλοῖος <νεμέτορας> θεῶν ἀποκαλεῖν), οἳ παραλαβόντες τοὺς συντελεῖς οὐδὲν
πολεμίων ἧσσον τὰς πόλεις διέθηκαν41.

40
The ofice of vindex is mentioned only in later laws : for example, Edict XIII,
Novels 38 (536) and 128 (545) ; cf. Laniado 2002, p. 29-33.
41
« Now, when [Marinus], as Syrian and knavish, as is usually the case, had taken
over the taxes, he undid the curial councils of all the cities, selling off the subjects to
anyone, as it chanced, provided only that the latter promised him the greater amount,
and, in place of the municipal councillors, who from the irst had been ixing the tax
requisitions, he appointed the so-called vindices (for thus the Italians are accustomed
to call the ‘avengers of the gods’), who, when they had gotten control of the contribu-
tors, treated the cities as nothing less than enemies ». Lyd., Mag. III, 49 (trans. Bandy).
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 135

ὅστις τοὺς πολιτευομένους ἅπαντας ἐπῆρε τῆς βουλῆς, καὶ ἐποίησεν ἀντ᾽ αὐτῶν
τοὺς λεγομένους βίνδικας εἰς πᾶσαν πόλιν τῆς Ῥωμανίας42.
περιεῖλεν δὲ καὶ τὴν τῶν φόρων εἴσπραξιν ἐκ τῶν βουλευτηρίων, τοὺς
καλουμένους βίνδικας ἐφ᾽ ἑκαστῃ πόλει προβαλλόμενους, εἰσηγήσει φασὶ Μαρίνου
τοῦ Σύρου τὴν κορυφαίαν διέποντος τῶν ἀρχῶν, ὃν οἱ πάλαι ὕπαρχον τῆς αὐλῆς
ἐκάλουν. Ὅθεν κατὰ πολὺ οἵ τε φόροι διερρύησαν τὰ ἄνθη τῶν πόλεων διέπεσεν. Ἐν
τοῖς λευκώμασι γὰρ τῶν πόλεων οἱ εὐπατρίδι πρόσθεν ἀνεγράφοντο, ἑκάστης πόλεως
τοὺς ἐν τοῖς βουλευτηρίοις ἀντὶ συγκλήτου τινὸς ἐχούσης τε καὶ ὁργιζομένης43.

These passages suggest that the reform was wide-ranging, both


geographically and politically, and was extremely detrimental to
local curial government44. However, it is worth remembering in the
irst instance that since Evagrius and John were both traditional-
ists and John himself had a personal dislike of Marinus, they are
hardly the most reliable of sources. As to what we know about how
the ofice of vindex operated, there is very little evidence and it has
been suggested that the pagarchy might provide useful compar-
ative evidence45. As noted earlier, pagarchs were known in Egypt
from the beginning of the fourth century and by the sixth century,
the pagarch had become the chief administrative oficer whose
main duty was the supervision of the collection of taxes. In this
sense, he perhaps replaced the ofice of exactor to which there are
few references in this period46. Similarly, as there is no evidence
for personnel attached to the ofice of the vindex, the collection of

42
« [Marinus] dismissed all members of the city councils and in their place
created the vindices, as they were known, in each city of the Roman state ». Malalas
XVI, 12 (400, trans. Jeffreys - Jeffreys - Scott).
43
« He also removed the collection of taxes from local councillors and appointed
the so-called vindices over each city, at the suggestion, they say, of Marinus the
Syrian who exercised the highest of ofices which men of old called the prefect
of the palace. As a result of this the revenues were greatly reduced and the lower
of the cities lapsed : for in former times the nobility were inscribed in the cities’
albums, since each city regarded and deined those in the councils as a sort of
senate ». Evagr., H.E. III, 42 (trans. Whitby).
44
Claude 1969, p. 108-114 argued for the temporary abolition of the curia in
the time of Anastasius, after which Justinian attempted to revive them. Chrysos
1971 argued that the councils were not dissolved but merely enfeebled by Marinus’
action in giving the task of tax collection to the vindices. De Ste Croix 1981, p. 473
commented that in the reign of Anastasius « the city Councils ceased to matter very
much in the local decision-making process, and perhaps even to meet ». Whittow
1990, p. 12 suggested that the curia simply withered away to become an institution
without content ; cf. Haarer 2006, p. 207-210.
45
Liebeschuetz 1973, esp. p. 45 sees close connections between the two
reforms and credits Anastasius with both. On the pagarchy, see also Rouillard
1928, p. 52-62.
46
Johnson - West 1946, p. 324-325 ; Liebeschuetz 1973, p. 39f. and 1974, p. 164f.
136 FIONA HAARER

taxes must have continued to be borne by the curia as a whole. It


is also signiicant that vindices are attested in Alexandria, Antioch,
Anazarbus and Tripolis. Justinian’s Edict XIII mentions both the
pagarch and vindex so it is possible that they denote alternative but
parallel forms of administration47. Given that there is evidence for
vindices in only the four cities cited above, it is clear that uniformity
in tax collection was no longer maintained, making it perfectly
possible that the pagarchy could be one of the alternatives. Both
ofices seem to have been appointed by the praetorian prefect,
although the pagarch (and possibly the vindex) was a local appoint-
ment and the ofice was independent of the provincial governor ;
perhaps indicative of Anastasius’ policy of reversing the decline in
civic self-determination48. Taking all the evidence into considera-
tion, it does not appear that Anastasius’ vindices were responsible
singlehandedly for any widespread weakening of the curia49.
In this spirit, Anastasius passed another four laws and two
edicts in which he tried to limit opportunities for immunity50.
However, he was also concerned to promote greater eficiency even
if that meant by-passing the curial order and sanctioning what
in any case may already have been the practice ; that is, effective
government carried out by a group of local leaders, bishop and
landowners51. In 505, he addressed a law to his praetorian prefect
of the East, Eustathius, legislating that defensores should be chosen
by bishops, clergy, honorati (ex-oficials of senatorial rank), the

47
Johnson - West 1946, p. 323 note that the vindex does not appear in the
papyri of this period and assume that the other cities of the Nile valley were admin-
istered differently.
48
Liebeschuetz 1973, p. 45-46 suggests that if there was an attempt to make
the pagarchy part of the curial order as, for example, the exactor had been, this
attempt failed. At Oxyrhynchus, the Apion family illed the ofice for several gener-
ations, backed by a huge clerical department and strong military support ; in this
case, the pagarchy must have been stronger than any representatives of either the
curial order or imperial government.
49
Delmaire 1996, p. 66 points out the inherent contradiction in the picture
presented by John and others : on the one hand, the curiales were keen to escape
their tax collecting duties ; on the other, Anastasius is accused of ruining the curial
order by removing their responsibility for tax collection.
50
Laniado 2002, p. 37-38.
51
Loseby 2009, p. 146f. also suggests that the informal nexus of local leaders,
the bishop and great landowners which had evolved to ill the gaps in local govern-
ance, was formalised by Anastasius and Justinian. Holum 1996 argues that this
group which effectively was carrying out the duties of the curia would itself meet
as a Council. He sees it as an expansion of the curia to include the powerful city
dwellers, the bishop and wealthy landowners, as opposed to a replacement of the
curia, as argued by Claude 1969, p. 114.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 137

possessores (great landowners) and the curiales, and stipulating


that the ofice holder should be orthodox52. The innovatory nature
of this law in the early sixth century has been confused by a law of
409 (Cod. Just. 1, 55, 8), passed by Honorius which entrusted the
appointment of the defensor to this same group and also decreed
that the defensor should be orthodox. It has been suggested,
however, that the editors of the Codex, inluenced by Anastasius’
law, altered the wording of Honorius’ decree. Indeed, it would be
surprising for the bishop and clergy to be involved and for the
criterion of orthodoxy to be introduced at such an early date. A
later law passed in 458 by Majorian records a change to the elec-
toral body but appears to ignore the criterion of orthodoxy53 ; if the
legislation of Honorius was passed as it now survives, Majorian’s
law is dificult to explain54.
It is especially from the reign of Anastasius that the bishop
becomes much more important55. The irst legal references date
from 491/505 concerning the election of the sitones (responsible
for the grain supply)56. This shift in balance is borne out by a frag-
mentary inscription from Corycus in Cilicia I, dated 500/510 which
carries a request from the bishop, clergy and notables, both land-
owners and inhabitants (lines 5-8), that elections should not be
ixed in advance. These are, of course, the very categories to which
Anastasius entrusted the election of the defensor except the inscrip-
tion does not record the curia57.

Justinian’s reforms for provincial cities


The legislation of Justinian shows a continuation of the trend
developed under Anastasius : a concern not to abandon the curia
(or at any rate the curiales who continued to carry out the duties),
at the same time as recognising that a certain reconiguration of
local governance had taken place and that a new landowning aris-

52
Cod. Just. 1, 55, 11. Jones 1940, p. 209. On Eustathius, PLRE II, Eustathius
11. On Anastasius and the defensor, see Rees 1952, p. 91.
53
Novel 3. There is a lacuna in the text so it is not possible to be entirely certain
that the criterion of orthodoxy was not included. Interestingly, in his Novel 7 (458),
Majorian describes the decurions as the « sinews of the state and the vital organs
of the cities » ; Loseby 2009, p. 147.
54
Laniado 2002, p. 38-39, Laniado 2006.
55
Loseby 2009, p. 147ff. focuses on the effects of the twin changes of
Christianisation and fortiication on the late antique city.
56
Cod. Just. 1, 4, 17 (= Cod. Just. 10, 27, 3).
57
MAMA III 197A, Liebeschuetz 2001, p. 55-56.
138 FIONA HAARER

tocracy and the Church now fulilled many of the leading posi-
tions in provincial cities. As the greatest concern of the imperial
government (and certainly of Justinian) was the eficient running
of the provinces to ensure the timely collection of taxes, the new
system, as long as it worked effectively, was not necessarily a disad-
vantage58. However, Justinian’s reforms, far more than those of
Anastasius (or perhaps it is just because we have more evidence),
seem driven by political and ideological concerns. The rhetoric of
the laws and the slant of our historical sources help to obscure the
actual state of the governance and prosperity of provincial cities in
the sixth century.
Justinian’s apparent concern to see the continuation of the
curia is voiced in the preface to Novel 38 (536), where it was
deined as a « senate » of « men of noble rank » instituted « by means
of which the public business could be regularly conducted ». It
was noted that the curiales had lourished as long as there were
enough of them to shoulder the burden of inance and adminis-
tration between them, but some had discovered ways of removing
themselves from the register (album curiae) and now there were
too few, and with reduced resources at their disposal. In this Edict,
Justinian tried to stop the upward mobility of the curiales, no
longer excusing new imperial senators or those with an honorary
ofice, but only patricians, consuls and the highest prefectures and
military commands59.
Several of Justinian’s laws mention civic resources : these
would be the revenues from remaining civic estates, from land
forfeited by decurions who had deserted their post, and from
traditional voluntary donations. These resources continued to be
spent on municipal activities and duties, such as aqueducts, baths,
harbours, fortiications, bridges and roads, even if the priority now
lay with repairing existing structures rather than erecting new
ones ; and the purchase of corn. However, it is notable that the
laws no longer mention games which were transferred to imperial
revenues, although the Apions and other great estates might make
contributions.
The major change from earlier times was that civic resources
were now designated for speciic purposes ; the curia was no longer

Sarris 2006, p. 208-217 on Justinian’s legislation.


58

Novel 38, 3. Laniado 2002, p. 58-62 suggests that Justinian’s efforts in safe-
59

guarding the property of the curiales were more successful than attempts to tie the
curiales to their status as desertion to monasteries, bishoprics and priesthoods was
dificult to monitor and the Church offered protection to the curiales.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 139

authorized to draw up its own budget. Furthermore, the manage-


ment of the works would have been administered by individuals
appointed by the bishop and notables60. As we have seen, there is
plenty of evidence for tax-collecting oficials, often still referred to
as « decurions », in the legislation of this period, suggesting that
the curiales continued to perform an essential function in the
running, but not the governing, of the city. It is likely that, instead
of competing with each other, they now carried out duties assigned
to them ; personal civic expenditure was no longer demanded,
although it may still have been encouraged. Those who did volun-
teer did so on the understanding that further contributions would
not be expected from themselves or of their children (thus disman-
tling the idea of hereditary duty expected from the curial order)61.
So, the role of the curiales in tax collection and municipal
expenditure lessened, while their input in the inspection of munic-
ipal inance disappeared ; and we can compare Cod. Just. 11, 32,
3, 2 (469), noting curial involvement, with Cod. Just. 1, 4, 26 (530)
in which the inspection is entrusted to the bishop and especially
the notables sent by the emperor. Bishops also now acted as munic-
ipal ambassadors and curiales were no longer involved in judicial
matters nor, for instance, in the election of the Chairs of Rhetoric.
The Paraphrasis Theophili deines the curia, citing tax collection last
in the list of duties after the maintenance of horses in the hippo-
drome62. Interestingly, of course, the element of responsibility in tax
collection had been gradually eroded from as early as the 360s by, for
example, the appointment of the exactores ; so again this was not a
new development in the sixth century which might be held account-
able for any decline in the fortunes of the provincial city. Like the
contradiction of the censure of Anastasius’ action in appointing
vindices, the role of the curiales in tax collection was quite marginal
by the sixth century, yet still desertion from the curia was considered
a great risk, as can be seen by the volume of Justinian’s legislation.
Since the curiales were no longer in a position to govern effec-
tively, Justinian also had to focus on strengthening those who
could and he did not hesitate to introduce innovations to help the
smooth-running of the provinces, where necessary. At the same
time as he was passing Novel 38 commenting on the decline of

60
Cod. Just. 1, 4, 26.
61
Cod. Just. 10, 30, 4. Liebeschuetz 1996, p. 391-392.
62
The Paraphrasis Theophili was a gloss on Justinian’s Institutes, dated to the
540s ; cf. Laniado 2002, p. 89-91.
140 FIONA HAARER

the curia, he passed a series of laws in which he sought to restruc-


ture the administration of the provinces, the main aim being to
stamp out the abuses of the « mighty » in tax evasion, the seizure
of property and keeping bands of armed thugs. His dissatisfaction
at the corruption of the élite in Cappadocia, for example, was said
to make him go red with anger (ἐρυθριῶμεν εἰπεῖν μεθ’ ὅσης ἀλῶνται
τῆς ἀτοπίας)63. Novel 8 (17 April, 535) applied to all provinces and
prohibited the sale of provincial governorships. A number of laws
for speciic provinces followed64. These laws are notable for their
references to the greatness of Rome’s past and the reinstatement
of Latin titles, despite the fact the laws were, of course, written
in Greek. Improving the prestige of provincial governors was
Justinian’s means of aligning the provinces more closely with the
central government and thus improving their administration, espe-
cially of justice65. It is therefore suggested that Tribonian’s use of
antiquarian language was designed to remind Justinian’s provin-
cial subjects of the kind of control the Romans were perceived as
having previously exercised66.
Eliminating corruption is certainly the theme of Novel 17,
passed in 535. Provincial governors were to seek from tax collec-
tors details of the landholdings and tax payers so that the amount
of tax due might be compared with the amount of tax received.
If the tax collectors did not provide these igures, they were to be
punished by having their hands cut off. Curiales were not to take
advantage of any confusion in the sale of an estate to illegally seize
the property. Landowners who erected signs claiming ownership
over the estates and factories of others were to have their own
property seized67. Provincials were banned from bearing arms and
maintaining armed retainers. In two of his Edicts, Justinian legis-
lates to prevent the granting of licences of iscal exemption as it
was often the case that the tax collectors continued to collect the
tax and keep it for themselves68.

63
Novel 30, 5, 1.
64
18 May, 535 : Pisidia (24), Lycaonia (25), Thrace (26) and Isauria (27) ; 16
July, 536 : Helenopontus (28) and Paphlagonia (29) ; 18 March, 536 : Cappadocia
(30) and Armenia (31) ; 27 May, 536 : Arabia (102) and Palestine (103).
65
Stein 1949, II, p. 446-483.
66
It has been suggested that the use of antiquarian language was to mask
Justinian’s innovations, although many of these laws were rather conirming
practices or arrangements which were already established. For full discussion,
Roueché 1998b, p. 85ff.
67
This clause is also in Novels 28, 5 and 29, 4.
68
Edict II and X where the Church is also guilty of this practice.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 141

Our major source for provincial reform is Edict XIII. Here


again, Justinian complains about the disorganized and corrupt
condition of inances, this time with reference to Egypt, stating
that the collection of tax was a source of proit to the pagarchs,
curiales, collectors and even the prefects :
ἀλλ’ οἱ μὲν συντελεῖς καθάπαξ ἰσχυρίζοντο πάντα εἰς ὁλόκληρον ἀπαιτεῖσθαι, οἱ
παγάρχοι δὲ καὶ οἱ πολιτευόμενοι καὶ οἱ πράκτορες τῶν δημοσίων καὶ διαφερόντως
<οἱ> κατὰ καιρὸν ἄρχοντες οὕτω τὸ πρᾶγμα μέχρι νῦν διετίθεσαν, ὡς μηδενὶ δύνασθαι
γενέσθαι γνώριμον, αὐτοῖς δὲ μόνοις ἐπικερδές69.

Justinian therefore sought to reorganize the administration,


giving the augustal prefect control over Alexandria and the two
Egypts, and making the dux of the two Thebaids equal in status
to him. The salaries of both were increased to encourage greater
loyalty to the emperor. Meanwhile, the military and civil oficia
beneath them were merged to produce greater co-operation and
eficiency. Justinian repeated the curtailment of licences of iscal
exemption, and had a warning for all those involved in the collec-
tion and payment of taxes : tax collectors and their heirs carried full
responsibility to make good the shortfall for any taxes they failed to
collect ; soldiers who failed to carry out their duties were to be sent
to the northern frontier or face capital punishment ; tax payers who
did not pay were threatened with exile and the coniscation of their
property70. Pagarchs were also targeted : incompetent pagarchs
would have their family estates coniscated and Justinian asserted
imperial control over their appointment and dismissal71.
The Edict is also interesting for the details it provides about
the budget for Alexandria. Potamon, the vindex appointed by
Anastasius, had drawn up a budget regulating how the proceeds of
the export duty should be divided up. The igures are as follows : four
hundred and ninety two solidi for the public baths, four hundred
and eighteen solidi for the anticantharus (we are not certain what

69
« […] the tax payer insisted absolutely that everything had been exacted in
its entirety, but the pagarchs and curiales and collectors of the public taxes and
the various governors at the time used to so administer the business hitherto that
it was impossible for anyone to become at all acquainted [with its workings] and
they alone proited ». Edict XIII, proemium 13-15 ; trans. Sarris 2006, p. 3. See also
Rouillard 1928, p. 16- 25, 169-171 on the crisis of 536-538 and the promulgation
of Edict XIII.
70
Sarris 2006, p. 212-213.
71
Banaji 2001, p. 100.
142 FIONA HAARER

this was) and ive hundred and ifty eight and a half solidi for the
transportation of grain. Over time, some of the exporters of pottery
and other goods had managed to arrange for their exports to be
exempt from duty, thus reducing the amount of income. Justinian
restored the income, and was able to inance the increased stipend
of the prefect and dux. The baths, anticantharus and transport of
the corn supply were to be inanced from other funds detailed in an
appended schedule which is no longer extant. In addition, the poli-
teuomenoi had to contribute one hundred solidi, seemingly for the
horse races in the hippodrome, and the prefect had to offer three
hundred and twenty solidi for the thirty-ive horses he provided for
the races, presumably from imperial revenues. From the evidence
available, it appears that Alexandria relied mostly on funding from
the imperial government72. As we saw above, it is also clear that
there were a number of sources of revenues which were assigned
speciically to a range of expenses73. Imperial taxes were collected
and handed over to the city, presumably directly to the relevant
oficials. The tax collectors were allowed to keep a fraction of the
revenue they had collected, but were forbidden to keep any of the
city’s share. Justinian tried to ensure that once it had been handed
over to be spent by the civic functionaries, there should be no inter-
ference from the provincial governors or representatives of the
central inance departments74.
Novel 128, 16 (545) is yet another prescription from Justinian
for running a provincial city : the bishop, leading citizens and
landowners were to have responsibility for the nomination of the
pater, the sitones, defensor, and other administrators75. The law also
sought to protect the funds of the city from taxation. Neither the
tax collectors, landowners nor the governor and his oficium were
to interfere with this money. Annual accounts were to be presented
and examined at the end of the year by the bishop and a panel of
ive proteuontes.
Other laws saw Justinian tinkering with the nature of the various
civic ofices. In his Novel 15 (535), he turned his attention to the
role of the defensor. He increased his powers in civic administra-
tion, making him head of the municipal government with power to
pass verdicts and impose penalties in minor criminal cases. He was

Johnson - West 1946, p. 104-105.


72

Liebeschuetz 1996, p. 390.


73
74
Liebeschuetz 1996, p. 390-391.
75
Rees 1953-1954, p. 94. Jones 1940, p. 209 suggests that this had been done
by Anastasius but the constitution is not preserved.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 143

still ranked beneath the bishops and clergy and the term of ofice
was limited to two years ; and important citizens became liable in
rotation. In these reforms, Justinian was undoubtedly seeking to
make the ofice more eficient and responsible, but in so doing he
altered the fundamental nature of the ofice. Now paid by an hono-
rarium levied from the very tax payers whose interests he had been
designed to protect, there was now a signiicant conlict of interest,
and his power to pass judgement in legal cases again went against
the spirit of « defending » the people, as originally conceived by
Valentinian76. In this respect, it was the bishops who took over the
role of championing the cause of the poor77.
It has been argued that this detailed attention to the govern-
ance of provincial cities suggests that Justinian was seeking to
restore the curia78. However, it is more likely that, like his prede-
cessors, Justinian wished to maintain the staff and property of
the curia (the instrument of imperial tax collection and adminis-
tration), and that although the curiales no longer constituted the
local aristocracy, they were nevertheless relatively wealthy and
enjoyed high social standing79. At the beginning of this section, I
suggested that ideology and politics also played a role. The rhet-
oric of the legislation which portrayed the emperor as protecting
the rights of his people against the corruption and avarice of the
élite (including the tax collectors) is naturally contradicted by the
hostile contemporary sources. Among these, Procopius’ Anecdota
is an obvious source, but the zeal and brutality of Justinian’s tax
collectors is also clear from the writings of John Lydus, Agathias
and Evagrius80. It is suggested that we place far more importance
on this struggle between the imperial authorities and the aristoc-
racy for the wealth from the land. The relationship between the
public and private hold over land is at the centre of a long-running
debate which stems from the rise of the provincial aristocracy and

76
Jones 1940, p. 209 ; Rees 1952, p. 92-93.
77
Saradi-Mendelovici 1988, p. 276ff.
78
Claude 1969, p. 113-114.
79
Laniado 2002, p. 58ff. He sees the scarcity and unequal distribution of the
sources as a signiicant part of the problem : disappearance of evidence does not
necessarily mean the disappearance of the institution itself ; contra Whittow 1990.
See Laniado 2002, p. 75-87 appendix, for a list of the latest dates for the mention
of curia ; for example, Tyre in 553, Bostra 555/6 and Gortyn 668. There are later
attestations in Egypt and Italy, up to Leo VI’s Novel 46 which spelt out the end of
municipal curia.
80
Procop., Anec. 19, 1 ; Lyd., Mag. III, 57 and III, 62 ; Agath. V, 14 ; Evagr.,
H.E. IV, 30 ; cf. Sarris 2006, p. 4ff.
144 FIONA HAARER

the great estates (the oikoi, in Egypt). Was the central government
undermined by the growth of great estates ; were the great estates
undermined by the central government (the view of Procopius and
John Lydus) ; or was there co-operation between the two, fostered
by Constantinople ?81 Before we focus on these questions, I begin
irst by looking at the evolution and identity of the new élite.

A new provincial aristocracy


It is clear that the municipal élite who had been the domi-
nant landowners in the fourth century were replaced by major
new groups. But what were the origins of these groups ? Where
did they come from ? The lack of evidence means that it is very
dificult to trace continuity, either in ofice-holding or landholding,
between generations of the same family, whether of imperial, sena-
torial or provincial status. It is likely that the emergence of the
new aristocracy followed from two developments. First, a diver-
gence within the curial order between the ordinary members and
a small group of the very wealthy and powerful who were able to
manage the increased burden between them, continuing to fund
lucrative building projects, overseeing the collection of taxes to the
disadvantage of their less powerful colleagues and, most signii-
cantly, claiming their estates when they failed to deliver ; so adding
to their own already large landholdings. Second, the imperial
administrators accumulated land and became the new aristocracy
« economically powerful and socially dominant »82. Whatever the
origins of the new aristocracy, it is clear that its members (from
the provincial governor himself to middle and lower level bureau-
cratic oficials) took over positions in the city administration and
also became the local landowners. It has been suggested that the
curiales, who might have simply acquired more land as necessary
to offset increased civic demands, found it more dificult after 360
when new legislation altered the pattern of landownership. For
Egypt, evidence from the papyri corroborates the evidence from
the legal texts : the land around Hermopolis was almost exclusively
controlled by the municipal élite up to the mid fourth century ;
thereafter, veterans, soldiers and lower bureaucrats account for
almost half the landlords. By the sixth century, the pattern had
changed again to include middle level bureaucrats who employed

81
Sarris 2006, p. 1-9, 149.
82
Banaji 2001, p. 216.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 145

local managers. By the seventh century, however, a yet more drastic


change had taken place : almost all these categories of landowner
had been replaced by a small number of very powerful landowners,
namely the very highest level of imperial administrator and institu-
tions such as the Church and monasteries83.
It is interesting that neither Banaji nor Laniado who consider
this new aristocracy from different angles see any decline in the
countryside or in the governance of the local cities. Indeed, Banaji
suggests that the economic conditions of the late empire were
revolutionized by the establishment of gold as a stable high-value
coinage. The new aristocracy, beneiting both from the expansion
of the imperial governing class in the fourth century and from
the stability of the gold solidus, supplanted the old curial order as
the ruling class and also became businesslike landowners. Banaji
argues that, in turn, these new wealthy landowners, taking a direct
interest in the cultivation of their estates, invested money in their
estates, especially in irrigation, which led to an expansion of the
rural economy84.
For his part, Laniado argues that the new aristocracy (the
notables) succeeded in governing and administering the cities
after the heyday of the curia, and that the evolution of municipal
terminology masks change and development rather than decline85.
He suggests a model for how a successful post-curial government
of a provincial city might have worked. A group of ten or twenty
principales, proteuontes, protoi predominated and the curia was
replaced by a council of notables, although there is little evidence
of this body as an institution. This Council would have included
the surviving leading elements of the curia and the highest levels
of non-curial oficials. Along with the bishop, it would have been
responsible for the inspection of municipal inances, the nomina-

83
Banaji 2001, p. 213-221.
84
Decker 2009 follows Banaji in his view on the sequence of the establishment
of the gold coinage, the generation of wealth and the rise of the new aristocracy,
leading to the overall prosperity of the late antique countryside ; contra Kehoe 2003.
He agrees that a new ofice-holding bureaucratic élite, including civil and military
oficials who received their salaries in gold, came to dominate the top jobs, but he
argues that they grew richer at the expense of the curial class and the peasantry.
He therefore thinks that Banaji’s picture is too optimistic and that far from being
of wider beneit, the new system led to a much narrower distribution of wealth.
85
Laniado 2002, chapter 8, for example, p. 180-184 the discussion on posses-
sores. Once almost synonymous with the term curiales, these terms were later used
for moderate and great landowners ; these were clearly the curiales’ successors at a
social, if not institutional, level.
146 FIONA HAARER

tion of magistrates, the assigning of munera, episcopal elections


and negotiations with hostile forces. Many of the munera which
had proved so burdensome began to disappear (for example, those
relating to imperial and pagan cult) and others (sending ambassa-
dors) were taken over by the Church. More than anything, Laniado
argues for continuity within the evolution of municipal aristocracy,
at least at a social level. Landownership prevailed as the key access
to wealth and high positions in local government.

The Rise of the Great Estates


A close inspection of the operations of the great estates in
Egypt may allow us to get a clearer impression of both the land-
owners’ own ambitions and the imperial government’s expectations.
Undoubtedly, the rise of the great estate and landowner, for which we
have most of our evidence from the documentary papyri of Egypt,
had a great impact on the local governance of cities. Evaluations
of this phenomenon have been complicated by misunderstand-
ings over the evolution of the process, the effect on the peasantry,
the view of the imperial government, and a view that this change
necessarily led to decline. Those who wish to argue that there was
continued economic prosperity in the late antique world have often
been forced to argue away or minimise the concept of change here
when it may be that change, in fact, fostered greater prosperity.
The emergence of the great estates or oikoi, where the land-
owner and his representatives collected the taxes in place of local
municipal oficers, is another change which began in the third
century, in this case resulting from concerns of Diocletian to limit
the unpredictability of the land tax86. To ensure regular payments
and to maximise land productivity by ensuring a stable workforce,
peasants (coloni adscripticii) were now tied to the land and the
landowner was responsible for collecting the taxes of those regis-
tered under him87. Early research which assumed this resulted in a
worsening of conditions for the peasantry and a general economic
decline in Egypt has been shown to be misguided88. For us, however,
of greatest interest is the relationship of the great landowners to

On the rise of the great estates, Sarris 2006, p. 177ff. On the use of the term
86

oikos in relation to the great estates, see Mazza 2011, p. 264ff. ; Tuck 2011, p. 288ff.
87
See Sarris 2006, p. 137-139 summarising the work of Carrié on this devel-
opment.
88
As argued by Bell 1917, p. 103 ; contra, for example, Johnson - West 1949,
Rouillard 1953, MacCoull 1988, Keenan 1993, and Sarris 2006, p. 132-137.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 147

the curiales. Clearly, the former saw tax collection as a beneicial


enterprise. An imperial constitution from 409 (Cod. Theod. 11, 22,
4) records the instance where a number of landowners refused
to allow the imperial tax collectors onto their estates but had
collected the taxes themselves ; this was described as a right – a ius
« vulgo autopractorium vocatur », which was obtainable by impe-
rial decree. This right was given more frequently during the ifth
century : in 429, for example, it was extended to all landowners in
Africa89. Gascou took this argument further, suggesting that all the
iscal and liturgical duties which had previously been undertaken
by the curia were subsequently undertaken by the great estates of
the aristocracy (and Church)90. Hardy had argued similarly that the
new landed aristocracy « established wide-ranging iscal autonomy
through the autopract exemption of their own estates and pagar-
chic control over the taxation of the residual rural territories »91. He
concluded that this was evidence for a total breakdown of provincial
government and the weakening of central government92. However,
Gascou, arguing that the great estates became semi-public institu-
tions responsible for the collection of not just the taxes from their
own tenants but more widely, concluded that this aggrandizement
of the great landowners was assisted by the imperial government
who allocated to them further public, imperial and municipal
property. The great estates were united into collectives of « contrib-
utors » (syntelestai) and the various responsibilities were divided
between households.
The exact implications of Gascou’s theory of « iscal participa-
tion » have been analysed in detail93. Sarris argues that the evidence
regarding the adscription of the state workforce and the associated
phenomenon of autopragia do not suggest that the great estates
were semi-public94. Liebeschuetz sees no evidence for the system-
atic privileging of selected estates which would then mediate
between the tax payer and the government to simplify adminis-
tration95. He therefore disagrees with Gascou’s suggestion that a

89
Sarris 2006, p. 140.
90
Gascou 1985.
91
Banaji 2001, p. 89-90.
92
Hardy 1931. Benaji 2001, p. 89ff. does not see any weakening of central
authority in the sixth century.
93
For example, Liebeschuetz 2001, p. 182ff. ; Sarris 2006, p. 155 ; Mazza 2001,
p. 105 and Banaji 2001, p. 93.
94
Sarris 2006, p. 149ff.
95
Liebeschuetz 1996, p. 395-396 ; Liebeschuetz 2001, p. 182-183 ; contra
Gascou 1985, p. 49-51.
148 FIONA HAARER

collector (συντελεστής) was the technical term for a member of a


consortium of landowners responsible for the taxes of a city or
village, or that there is any specialised vocabulary to support the
suggestion of a deliberative government policy96. On the contrary,
he suggests that the system was far more irregular and unsatisfac-
tory from an imperial point of view.
However, it is true that there are numerous examples from
the papyri demonstrating the long-term involvement of the great
estates in carrying out civic duties or a munus once associated with
the curiales. The Houses of Theon and Timagenes held the ofice
of exactor civitatis in Oxyrhynchus with responsibility for regis-
tering change of landownership, and therefore taxation, not just
in Oxyrhynchus but further aield, including Nessana and Petra.
The earliest example dates from 432 and references to the House
of Timagenes continue up to the late sixth century when this oikos
had other or additional munera97. Interestingly, although these
munera were assigned to this oikos, others might actually carry out
the work :
Φλ(αουίῳ) Ἀπίωνι [τῷ πανευφ]ήμῳ καὶ ὑπερφυεστάτῳ
ἀπὸ ὑπάτων [ὀρδιν(αρίων) καὶ] πατρικ(ίῳ) γεουχο͂ντι κ̣αἰ̣ ̣
ἐντᾶθα τῇ [Νέᾳ Ἰουστίν]ου πόλε̣ι̣ λ̣αχ̣ ό̣ντ̣ ι̣ ̣ τ̣ὴν̣ ̣
πατρερίαν κ̣αἰ̣ ̣ [προεδρίαν] καὶ λογιστε̣ία
̣ ν̣ ̣ ἐ̣πὶ̣ ̣ τῆς εὐτ̣υχ̣ (̣ ο͂ς)
πέμπτης [ἰνδ(ικτίονος) ὑπὲρ] οἴκου το͂ τῆς περιβλέ(πτου)
μνήμης [Τιμαγέν]ους ὑπὲρ ὀνόματος
Θεοδοσ [c ? δι]ὰ σο(͂) Θεοδώρο(υ) το͂ αἰδεσ(ίμου)
διαδόχ[ου Αὐρήλιο]ς̣ Πετρώνιος στιπποχειρ(ιστὴς)98.

The epithet « exactoria » refers to the ofice of the exactor and


was most prominent in the fourth century. By the ifth and sixth
centuries, his role had been taken over by the pagarch (see above)
but there is no reason why the clerical ofice of the exactor should
not have continued to function, keeping the land register up to

96
See also Sarris 2006, p. 159-162 on the use of vocabulary.
97
On the House of Timagenes, see Tuck 2011, p. 291-292.
98
PSI Congr. XVII, 29, 3-5 (432) ; SB XII, 11079 : « To Flavius Apion the most
famous and most magniicent ex consul ordinarius and patricius, large landowner
also here in the New City of Justin (i.e. Oxyrhynchus), who is bearing the charges of
pater civitatis, president of the curia and exactor civitatis for the fortunate ifth indi-
cation for the house of Timagenes of spectabilis memory, for the name of Theodos
[…] through you Theodorus, honest substitutus, I Aurelius Petronius agent of the
tow merchants […] », trans. Mazza 2011, p. 273 ; P. Oxy. 3583 (date 444), P. Warren
3 (500), P. Oxy. 1887 (538) all referring to the House of Timagenes ; P. Oxy. 126
(572) referring to the staff of the tax ofice provided by the House of Theon, with
Liebeschuetz 1996, p. 398.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 149

date. The Houses of Timagenes and Theon seem to have taken


permanent responsibility for the stafing of these ofices99.
The House of Timagenes also had responsibility over a long
period of time for the main civic ofices of the prytaneis / proedria
(Chair of the Council), logistes / curator and pater. The papyri
attest examples in 458, 553 when it was held by the patrician
lady, Gabrielia, and 571 when held by the head of the House of
the Apions100. Where a woman could hold ofice, this suggests that
the duties were mainly the provision of inance, rather than active
leadership. In 584, the ofice of pater and stratelates were handled
by the patrician, Theophasia, and her two daughters who had
inherited the positions from their father, Strategius (possibly of the
House of the Apions).
The pagarch himself (with his own ofice staff) may have been
provided by a different house to the Houses of Timagenes and
Theon who had responsibility for the exactoria. We have details
of aristocratic landowners from Antaeopolis Iulianus, who held
the ofice alone, and sometimes with other landowners, such as
Kemetes, Euthyrius and Patricias whose duties were performed for
her by Menas, her dioketas, and a pagarch himself101. The pagarchy
of Arsinoe and also Oxyrhynchus was frequently held by the head
of the House of the Apions. As they often resided at Constantinople,
the duties must have been carried out by representatives.
The House of the Apions was also involved in the running of the
cursus publicus or cursus velox, the imperial post service102. Two
papyri reveal details of contracts of service between the Apions
and individuals, including the director of the imperial post at
Oxyrhynchus103. Another duty undertaken by the estate owners was
the rota of riparii (police oficers). We have evidence of the « riparii
of the House of Theon » over one hundred and ive years, ending
in 562/3, although again some of these riparii were provided by the
Apions. Other Houses were responsible for shorter periods of time,
perhaps depending on their wealth. And it is possible that a compe-
tent riparius might have carried on, inanced by another house104.

99
Tuck 2011, p. 298-299.
100
Liebeschuetz 1996, p. 401-402 ; Tuck 2011, p. 299-300.
101
For references, see Mazza 2011, p. 270ff., and Liebeschuetz 1996, p. 400-401 ;
Tuck 2011, p. 300.
102
See the discussion by Tuck 2011, p. 296-297 on the imperial and private
post services.
103
P. Oxy. 140 (550) and P. Oxy. 138 (610/11) with Liebeschuetz 1996, p. 399-400.
104
Liebeschuetz 1996, p. 401.
150 FIONA HAARER

From the above evidence, it is observable that there are a


number of similarities between the oikia and the curial fami-
lies105. Both paid for civic and imperial services out of their own
property. Although there was no obligation for an individual to
hold a series of curial ofices, particular duties were attached to
particular houses for an indeinite length of time. As a result, the
same mix of landholding, wealth, rights and duties, high munic-
ipal ofices, and the exercise of power and inluence, whether in
the same proportions or gained by the same method, were true for
both curiales and the oikoi. Much is sometimes made of the fall in
civic euergetism, evidenced, for example, by the drop in traditional
monumental buildings and a feeling that the great estates outside
the city showed no interest in city life. Yet the evidence from the
papyri shows two phenomena. First, the rich transferred some of
their civic euergetism to churches, oratories, chapels, monasteries
and hospitals on their own estates. They gave regular amounts of
wheat and money to religious institutions of the village and epoikia
connected with their estates, and were involved with the mainte-
nance and restoration of the architectural structures106. Second,
the Apions, at least, were not so remote from city life. We have
already seen from the papyri that they held a number of ofices,
such as the pagarchy and the pater. Their palace was situated just
outside Oxyrhynchus and connected by a stairway to the hippo-
drome. They inanced the circus factions and chariot races, and
had a private seat in the hippodrome107. In inancing the public
baths, the Apions enjoyed the same popularity as curiales would
have done four centuries earlier when again the provision of urban
services was not a burden.
It is clear that, along with straightforward tax collection, the
owners of great estates undertook other duties familiar from curial
government including the management of municipal inances,
assigning of munera and the nomination of oficials. They were also
involved with episcopal elections and local foreign policy, such as
the organisation of ransom and the sending of hostages. Obviously,
other traditional duties, such as those relating to imperial or pagan
cult were no longer applicable, and others, such as the despatch of
ambassadors, were dealt with by the Church. But there is certainly
still evidence of involvement in and concern for civic affairs, and

Tuck 2011, p. 302-304.


105

Mazza 2011, p. 278.


106
107
On the Apions, see Alston 2001, p. 108-109, 313-314 ; Mazza 2011, p. 278 ;
Sarris 2006, p. 17-24, 78-80 on their wider iscal responsibilities.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 151

« the entrepreneurial and the cultural role of the oikoi within the
cities […] » is well attested in the documentary papyri108.
This suggests to me that the new élite were keen to take on many
of the curial duties109. As for the imperial government’s strategy
and view, it is not necessary to go as far as Gascou to say that
the oikoi were deliberately built into long-term arrangements by
the imperial government to ensure the functioning of civic admin-
istration110. The legislation of Anastasius and Justinian suggests
that, while the imperial government was keen to beneit from the
eficient collection of taxes by the great landowners (however this
was carried out), they did not wish this system to entirely supplant
civic structures in the provinces. Rather, they preferred to keep the
great landowners within the system, as it were. During the fourth,
ifth and sixth centuries, heads of the powerful aristocratic houses
were enrolled into the senatorial order of Constantinople in which
all but the highest rank, the illustres, remained liable for curial
responsibilities. And in practice, they were also part of the body
of « notables » comprising the bishop, clergy, and holders of sena-
torial ofice which we see in the legislation of the ifth and sixth
centuries111.
One solution is to conclude that the two systems, the notables
(a continuation of the curia) and the great landowners worked

108
Laniado 2002, p. 214 ; Mazza 2011, p. 283.
109
Liebeschuetz 1996, p. 405 suggests that they volunteered in order to wield
power, undermining the curial system. Haldon 1985 and 1990, chapter 3, with
the addendum, 459-461 argues that the wealthy landowners were no longer inter-
ested in using the surplus for the beneit of their cities, but to obtain titles and
inluence at Constantinople, and that the state was interested only in caring for
buildings which were useful (i.e. defences) and ensuring tax collection (via the
landowners). These two developments culminated in the near eclipse of urban life
seen in the seventh and eighth centuries. This theory is dificult to maintain against
the evidence of imperial legislation which shows continued concern for urban life,
and against the papyrological evidence showing the continued interest of the great
landowners in city life, such as the Apions in Egypt, or in other parts of the eastern
empire throughout the sixth century (cf. Holum 2005, p. 100-102).
110
Sarris 2006, p. 159, 175-176 argues that the state tried to harness the ambi-
tions and authority of the élite and concludes that rather than the great estates
becoming semi-public, the state was becoming semi-private.
111
The legislation of Anastasius and Justinian which maintains the notion of
an institutional body, however loosely deined, of which the great landowners form
a part : Cod. Just. 1, 4, 19 = 1, 55, 11 ; Laniado 2002, p. 38. For discussion on the
similarities in the nature of this new grouping and the old curia, see Holum 1996,
p. 619ff. ; Sarris 2006, p. 158. Liebeschuetz 1996, warns that this is perhaps the
impression that Justinian wished to achieve, rather than what the actual position
was. See also Mazza 2011 on this leading group.
152 FIONA HAARER

in tandem112. Concentration on the great estates as promoted


by Gascou has perhaps encouraged the belief that Councils
completely ceased to exist. Liebeschuetz points out that, although
the great landowners held ofices and performed munera, there
is less evidence that they were involved in making decisions and
enforcing them113. The pagarchate was certainly an executive
ofice : its holder incurred personal liability for taxes it failed to
collect and it had coercive power. However, that still leaves a gap
in leadership, co-ordination and long-term planning which would
before have been carried out by a council of notables114.

A Footnote from Petra


Evidence from the Petra papyri appears to corroborate the
picture suggested above which is otherwise only discoverable
from the Egyptian papyri. Serious political and economic decline
occurred relatively early in Petra following the 363 earthquake but
an archive of carbonized Greek documents, the largest corpus of
written sources found in Jordan, discovered in the magniicently
decorated church complex, offer a window onto the governance
structures of the sixth century. The papyri belong to an extended
family and concern transactions of real estate, mortgages, loans,
dispute settlements, tax receipts, inheritance and marriage
contracts from 528 (or possibly 513) to 592. There is no mention of
the curia (boule), though politeuomenoi do feature. However, most
of the oficials appear to belong to the upper class possessores,
suggesting a situation not dissimilar to Egypt where the oikoi domi-
nated, rather than imperial administration. Also noteworthy is the
dominant role of the church : bishops, archdeacons and presbyters
frequently appear in the documents and settlements out of court
were sealed by oaths in church. Private Christian charity is evident
by frequent references in wills to donations to religious institu-
tions, but a desire for ostentatious display continued, though with
regard to church construction rather than secular buildings115.

Laniado 2002, p. 71, 103-104 ; Sarris 2006, p. 157 ; Tuck 2011, p. 287-288.
112

Liebeschuetz 1996, p. 404.


113
114
In coming to any conclusions there are a number of serious caveats : it is
not possible to know to what extent we can apply the evidence from Egypt to other
provinces of the eastern empire ; pagarchs, for example, are known only in Egypt,
and our information about the operation of the great estates and civic duties comes
only from the papyri and not from the extant legislation.
115
Fiema 2001, p. 111-131.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 153

The Flourishing of the Past : the inscriptions of Scythopolis


Another way to measure the continuing importance of the
concept of the urban centre is the study of the physical appearance
of cities and the continuation of classical features. Enthusiasm for
urban traditions, especially in the form of architectural patronage by
local citizens, continued and even increased during the ifth and sixth
centuries in many parts of the east116. Even if the benefactors prided
themselves on imperial, rather than civic, honours, their desire to
commemorate their benefaction displays a desire to carry on past
traditions117. One of the key examples is Scythopolis, the metropolis
of the newly founded province of Palaestina Secunda at the beginning
of the ifth century. Excavations reveal an expansion of the city in the
irst half of the sixth century when the city was at its greatest, accom-
modating between thirty and thirty-eight thousand inhabitants,
making it the largest city in Palestine after Caesarea and Jerusalem.
It lourished particularly during the reigns of Anastasius and Justin
and the boom in building activity is documented in numerous
building inscriptions118. These begin to fall off during the reign of
Justinian, perhaps due to instability caused by the various revolts
of the Samaritans and possibly the effects of the plague of 542. The
city wall was repaired in the 520s inanced by imperial muniicence
at the request of Flavius Arsenius in the time of the governor, Flavius
Anastasius, as we know from a series of inscriptions:
+ Ἐκ τῆς δοθείσης θίας | φιλοτιμίας, κατὰ αἴτησιν Φλ(αουίου) Ἀρσενίου τοῦ
ἐνδοξ(οτάτου), | τὸ πᾶν ἔργον τοῦ τίχους | ἀνενεώθη ἐν χρ(όνοις) Φλ(αουίου) Λέοντος
| τοῦ μεγαλοπρ(επεστάτου) ἄρχ(οντος), ἰνδ(ικτιῶνος) α’ (or δ’)119.

Flavius Arsenius belonged to a leading Scythopolitan


family well known from inscriptions and literary sources
though, as a Samaritan, not well liked. He was a member of the
Constantinopolitan senate and seems to have used his inluence
with Justinian and Theodora to arrange for repairs to the wall120.
His father, Silvanus, had been responsible for repaving one of the

116
For a positive picture, see Holum 2005.
117
Barnish 1989, p. 390ff. ; Roueché 1979.
118
See, for example, Tsafrir and Forester 1997 and Di Segni 1999b.
119
SEG VIII 34-35. « With a grant made by the imperial liberty at the request
of the most glorious Fl. Arsenius, the whole fabric of the city wall was renovated,
in the time of Fl. Leon, the most distinguished governor in the third indiction »,
trans. Di Segni 1999a, p. 635.
120
See Procop., Anec. 17, 3-19 on Arsenius.
154 FIONA HAARER

city centre streets (subsequently known as Silvanus Street) which


led to the Silvanus Basilica, built in 500/1 (or 515/6) with a grant
from Anastasius obtained by Silvanus and his brother Sallustius.
Two inscriptions, one in hexameter verse, one prose, commemo-
rate the construction :
+ Μέλλεν ἐμὲ προθέλυμνον ἐπὶ χθόνα | διανερύσσαι
πουλὺς πανδαμάτωρ πόλιο[ς] χρόνος ἄψοφος ἕρπων·
Σιλβανὸς [δέ με στῆσε] | πόνων ἐγκύμονι τέχνῃ
ὄλβῳ Ἀνασ[τασίου τε,] πολυκτεάνου βασιλῆ[ος].

+ Ἐκ δωρ<ε>ᾶς Φλ(αουίου) Ἀναστασίου


αὐτοκράτ(ορος) Αὐγούστ(ου) ἡ βασιλικὴ
μετὰ τῆς στέγης καὶ τῆς κερα-
μώσεως ἐγένετο διὰ Σαλλουστίου
καὶ Σιλουανοῦ σχο(λαστικῶν) ἀδελφῶν
παίδων Ἀρσενίου σχο(λαστικοῦ) Σκυθοπολιτῶν
ἐν ἰνδ(ικτιῶνι) θ’ ἐν χρ(όνοις) Ἐντριχίου μεγαλο-
πρεπεστάτου ἄρχοντος121.

Another area of building work was the modiication of Palladius


street and the construction of the so-called sigma, a semi-circular
plaza paved with colourful mosaics, and surrounded by shops and
ofices with decorated apses. Two identical inscriptions on lime-
stone blocks, carefully engraved with crosses, decorative elements
and Christian symbols tell us that the work was carried out in
506/7 by Theosebius, governor of Palaestina Secunda, under the
supervision of Silvinus :
+ haedera A + Εὐτυχῶς + Ω +
θεσσέβιος υἱὸς Θεσσεβίου
πόλεως Ἀμίσου ἐπαρχίας
Ἑλενοπόντου, ἄρχ(ων) Παλαιστ(ίνης) (δευτέρας),
ἐκ θεμελίων ἔκτισεν τόδε
τὸ σίγμα ἔτους οφ’, ἰνδ(ικτιῶνος) ιε’ προ-
νοησαμένου Σιλβίνου Μαρίνου
+ λ(αμπροτάτου) κόμ(ητος) καὶ πρῶτου122.

121
« Venerable time, the all-subduer, silently creeping, was going to drag me
down to earth from the foundations : but Silvanus raised me with full labours and
with the riches of Anastasius, the wealthy king » ; Di Segni 1999a, p. 638. « From a
grant of emperor Flavius Anastasius Augustus the basilica was built, together with
the roof and roof-tiles, through the brothers Sallustius and Silvanus, Scythopolitan
lawyers, sons of Arsenius the lawyer, in the 9th indiction, at the time of the most
magniicent governor Entrichius » ; trans. Di Segni 1999a, p. 639 and Tsafrir -
Forester 1997, p. 124.
122
« Good luck ! Theosebius, son of Theosebius, of the city of Amisos in the
province of Helenopontus, governor of Palaestina Secunda, built this sigma from
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 155

The same Silvinus was also responsible for work carried out on
a section of the road in the south quarter from the city centre to the
amphitheatre which was repaved and new water pipes were laid
next to the amphitheatre’s northeastern corner. Two inscriptions
commemorate this work :
+ Ἀρχὴ ἔργου
θαυμαστοῦ
Φλ(αουίου) Ὀρέστου
μεγαλοπρ(επεστάτου) ἄρχ(οντος).

Ἐπὶ Φλ(αουίου) Ὀρέστου μεγαλοπρ(επεστάτου)


κόμ(ητος) καὶ ἄρχ(οντος) τὸ περιβοητὸν ἔργον
τῆς πλακώσεως μετὰ κ(αὶ) τοῦ νέου
ὑδρίου ἐγένετο, προνοησαμένου
Σιλβίνου Μαρίνου λ(αμπροτάτου) κόμ(ητος)
κ(αὶ) πρώτ(ου) ἐν ἰνδ(ικτιῶνι) ιε’
ἔτ(ους) επφ’123.

Lastly, the western bathhouse (to the west of Palladius Street)


was developed, each stage documented by stone and mosaic
inscriptions which mention, among others, « the most magniicent
comes and governor Severus Alexander », Flavius Megalas « most
magniicent archon », Flavius Leo, another « most magniicent
archon », and Flavius Theodorus, « most magniicent comes and
consularis »124.
It is evident from this epigraphic corpus that there are certain
differences from earlier inscriptions. Much of the work has been
carried out by the provincial governors, rather than by curiales.
Almost all private donations were to the church, monasteries or
synagogues, rather than for civic buildings or institutions. One
possible exception is that in 534/5 by Flavius Nysius (or Anysius)
who paid for the portico of the western bathhouse, « without using
public money ». However, Silvanus and Sallustius merely managed
to obtain the donation from Anastasius in the same way that

the foundations in the year 570, indiction 15, under the supervision of Silvinus
son of Marinus, clarissimus comes and principalis » ; trans. Di Segni 1999a, p. 636.
123
« Starting point of the wondrous work of Flavius Orestes, the most magnif-
icent governor » ; trans. Di Segni 1999a, p. 637. « In the days of Flavius Orestes,
the most magniicent comes and governor, the celebrated work of the pavement
together with the new water channel was carried out, under the care of Silvinus
son of Marinus, the most distinguished count and principalis, in the 15th indiction,
year 585 » ; trans. Di Segni 1999a, p. 637.
124
Di Segni 1999a, p. 634-635.
156 FIONA HAARER

Arsenius organised the grant for rebuilding the city walls. While we
have just seen evidence of a boom in building activity, the appear-
ance of the centre must have changed signiicantly with the aban-
donment and decay of temples and statues of the gods ; the new
building projects were undoubtedly inferior in the quality of their
architecture and ornamentation ; and although in the city centre an
attempt was made to adhere to the straightness and width of the
Roman streets, in the suburbs the strict grid plan was abandoned.
These are certainly all examples of change in the classical polis,
but in Scythopolis, they do not necessarily amount to a decline. At
a time when it had lost its formal planning and monumental archi-
tecture, evidence for commercial prosperity and social activity
continues, and the many inscriptions demonstrate the desire to
commemorate contributions to the city of whatever form, showing
above all, the continuation of at least the perception of the impor-
tance of urban life.

Conclusion
The importance of the perception of continuing urban tradi-
tions carries over into the literary evidence. In his de Aediiciis,
Procopius appears to be carrying out the advice of Menander the
Rhetor written over two hundred years before in how to praise a
city125. What was important to a classical city : the porticoes, streets,
sewers, markets, theatres, aqueducts and baths appear to remain
central, even if churches, imperial palaces and fortiications are also
now important. But to what extent is Procopius merely producing
a rhetorical topos of the ideal city ? It has been pointed out that his
description of Justiniana Prima (Justinian’s birthplace) is some-
what optimistic126. Contemporary with Procopius, but geographi-
cally distant, the same accusations have been levelled at Dioscorus
of Aphrodito : in his panegyric to Colluthus, he mentions the boule
and prytanis. Is this merely an example of the classicizing language
of the intellectual Dioscorus, or can this reference be taken as
evidence for the functioning of a town council in sixth century
Antinoe127 ? We know now that town councils did not continue to
function as they had and nor did the emperors, such as Anastasius
and Justinian, seek unrealistically to prolong their life. Change in

125
Menander Rhetor, ed. and trans. D. A. Russell and N. G. Wilson, Oxford,
1981, p. XI, XXIV-XXV.
126
Procop., Aed. IV, 1, 17-27 ; Holum 2005, p. 89-90.
127
MacCoull 1988, p. 49.
DEVELOPMENTS IN THE GOVERNANCE OF LATE ANTIQUE CITIES 157

the curia had started in the fourth century following the problems
of the third, and cannot be wholly responsible for a « decline » in
the sixth or seventh centuries. Other evolving systems of govern-
ance, led by the notables and the great landowners, came into
being and eventually took over from the old curia. And as we have
seen from the inscriptions of Scythopolis and the Egyptian papyri,
euergetism continued in many ways128.
The discussion above has focused on all the changes taking
place in the governance and organisation of late Roman cities and
estates, but it seems clear that these changes do not by themselves
imply that the cities were less lourishing than before. However, their
governance was transformed, and it was different people holding
different ofices who looked after the condition of their cities.

Fiona HAARER
King’s College London

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128
It was still considered meritorious to found a city, and emperors from
Diocletian to Justinian continued to build new cities and name them after them-
selves ; cf. Jones 1940, p. 86ff.
158 FIONA HAARER

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PARTE SECONDA

LA DIFESA DELL’UNITÀ
MEDITERRANEA
UMBERTO ROBERTO

POLITICA, TRADIZIONE E STRATEGIE FAMILIARI :


ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ
DELL’IMPERO (467-472)

Nel biennio 471-472 si veriicano eventi tra Oriente e Occidente


dell’impero che confermano l’importanza della adinitas, dell’alle-
anza matrimoniale tra élites, nella costruzione di una nuova aristo-
crazia del potere. Si tratta di eventi che vedono protagonisti gli
uomini più importanti dell’impero nella seconda metà del V secolo :
in Oriente, l’imperatore Leone e il suo magister e patricius Aspar ;
in Occidente, l’imperatore Antemio e il suo magister e patricius
Ricimero, suo genero già dal 467. Eventi che si concludono con un
drammatico fallimento del tentativo di integrazione tra Romani e
barbari su base familiare, ai più alti livelli della società1.
Il fallimento dell’alleanza tra Antemio e Ricimero fu solo un
aspetto di una grave crisi politica che scosse l’impero d’Occidente.
Al culmine della tensione, nel marzo del 471, l’Italia si trovò spez-
zata in due parti, con un suggestivo anticipo di future lacerazioni.
Da Milano, Ricimero controllava il Nord : la fertile pianura padana,
le fortezze dell’esercito, le vie d’accesso agli altri regni romano-bar-
barici ; Antemio, a Roma, aveva il controllo del centro-sud dell’Italia,
e manteneva i contatti con Costantinopoli. Il rischio di una guerra
civile era altissimo ; al punto che aristocrazie e clero dell’Italia del
Nord si mossero per evitare la guerra e inviarono come ambascia-
tore il vescovo di Pavia, Epifanio. Ricevuto a Roma da Antemio,
Epifanio ascoltò lo sfogo dell’imperatore, che viene così immagi-
nato e ricostruito nella Vita scritta da Ennodio parecchi anni dopo :
Santo vescovo, i motivi della mia amarezza verso Ricimero non si
possono esprimere a parole, e a nulla è valso averlo onorato con i più grandi
beneici. Addirittura (e questo non può dirsi senza vergogna del mio regno

1
Cf. sulla drammatica ine di Aspar : Croke 2005 ; Roberto 2009 ; sulla posi-
zione di Aspar alla corte d’Oriente : von Haeling 1988. In generale sui matrimoni
misti come strategia di integrazione per i barbari cf. Mathisen 2009. Sui pregiudizi
relativi ai matrimoni misti cf. Mathisen 2012.
164 UMBERTO ROBERTO

e del mio sangue) lo abbiamo accolto nella nostra famiglia, concedendo


all’amore per lo Stato ciò che sembrava compiuto in odio ai nostri : chi mai
degli imperatori precedenti, per amor della pace comune, pose la propria
iglia fra i doni che bisognava dare a un Geta coperto di pelli ? Nel salvare il
sangue altrui, non abbiamo voluto aver pietà del nostro2.

Al di là della inzione narrativa, Ennodio attribuisce all’impera-


tore Antemio dure parole che fanno riferimento a un patto di alle-
anza stipulato all’inizio del regno, nel 467, attraverso il matrimonio
tra Ricimero e Alypia, iglia di Antemio. Fu un passo necessario per
consolidare il potere. Antemio era stato inviato in Occidente dall’im-
peratore Leone, allorché il senato di Roma e Ricimero avevano
chiesto aiuto all’Oriente contro i Vandali di Geiserico. Antemio
sbarcò in Italia con i suoi collaboratori e un esercito. Per assicurarsi
l’intesa con il potente magister, che da dieci anni governava l’Italia,
fu raggiunto un accordo. Nella primavera del 467, infatti, Antemio e
Ricimero si trovavano entrambi in posizione di debolezza. Antemio,
perché appena arrivato in Italia, e perché considerato da una parte
degli Occidentali come uno straniero ; un greco in una regione che,
per pregiudizi antichi, difidava delle ingerenze orientali. Infatti,
nonostante i proclami di unità e unanimitas dell’impero, a partire
dalla morte di Teodosio II (450) e Valentiniano III (marzo 455) i
destini delle due Partes procedevano drasticamente divaricati e,
talora, perino in contrapposizione. Anche Ricimero, da parte sua,
era in crisi di autorità. Nei primi anni sessanta, conidando sull’ap-
poggio del potente gruppo senatorio dei Decii, aveva sostenuto il
governo di Libio Severo, allontanandosi dall’intesa con l’Oriente di
Leone. La morte di Libio Severo nel 465 aveva sancito il fallimento
delle sue alleanze. La sua fama era oscurata soprattutto a causa
dell’emergenza militare : non gli era più possible contenere l’ag-

2
Cf. Ennod., Vita Epif. 67-68 ; trad. Cesa 1988, p. 91-92 : quamvis inexplica-
bilis mihi, sancte antistes, adversus Ricemerem causa doloris sit et nihil profuerit
maximis eum a nobis donatum fuisse beneiciis, quem etiam, quod non sine pudore
et regni et sanguinis nostri dicendum est, in familiae stemma copulavimus, dum
indulsimus amori reipublicae quod videretur ad nostrorum odium pertinere. Quis
hoc namque veterum retro principum fecit umquam, ut inter munera, quae pellito
Getae dari necesse erat, pro quiete communi ilia poneretur ? Nescivimus parcere
sanguini nostro, dum servamus alienum. Ennodio compose la Vita Epifani tra il
501/502, anno della morte di Rusticio di Lione, e il 504, anno della spedizione di
Teoderico contro Sirmium. Cf. per il testo e la traduzione Cesa 1988 ; Gillett 2003,
p. 148-171 ; per un invito alla prudenza nel valutare l’attendibilità della testimo-
nianza di Ennodio, sicuramente da calare nel contesto, successivo di trenta anni,
dello scisma acaciano, cf. le considerazioni di Henning 2007, p. 178-179.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 165

gressività dei Vandali e la loro minaccia sull’Italia3. Ad ampliicare


la debolezza di Ricimero intervenne pure la trasformazione degli
equilibri di potere a causa dell’arrivo di Antemio. In particolare,
oltre ad essere personalmente un comandante valoroso, il nuovo
imperatore inviato da Oriente portò con sé Marcellino, un magi-
ster destinato ad afiancare Ricimero. Marcellino non era un amico
di Ricimero. Al contrario : nel 461, dopo l’assassinio dell’impera-
tore Maioriano, Ricimero tolse il comando a Marcellino, che era
comes in Sicilia. Marcellino si ribellò e raggiunse la Dalmazia, dove
instaurò un governo autonomo ; poi, in seguito a un’ambasceria di
Costantinopoli, si avvicinò all’imperatore Leone, pur mantenendo
una relativa indipendenza politica. Nel 464/465 Marcellino attaccò
di sua iniziativa i Vandali, distruggendo una loro lotta in Sicilia.
La vittoria convinse Leone a coinvolgere Marcellino nel piano
che prevedeva l’invio di Antemio in Occidente come imperatore
e la successiva guerra contro i Vandali. Così Marcellino tornò in
Occidente come generale e consigliere di Antemio, nuovo impera-
tore. Quando poi Antemio lo nominò patricius, Marcellino raggiunse
lo stesso rango di Ricimero, che in quel momento era unico deten-
tore in Occidente delle due cariche di magister utriusque militiae
e patricius. Si trattava di una situazione insolita per l’Occidente
dell’impero, dove l’abbinamento tra la carica di magister e patricius
era riservato al solo Ricimero. Evidentemente, Antemio portava in
Occidente una prassi di governo diffusa in Oriente, dove numerosi
erano i personaggi elevati al rango del patriziato. L’ingombrante
presenza di Marcellino preoccupava Ricimero, che aveva perduto
formalmente la sua condizione di supremazia, a tutto vantaggio di
Antemio ; e favoriva l’allontanamento di molti dal magister barba-
rico, e dal suo gruppo di potere4.

3
Pur in un contesto elogiativo di Ricimero, Sidonio Apollinare, Paneg. Anth.,
v. 381-386, ricorda la debolezza del magister, e la necessità di un intervento di
Antemio dall’Oriente per eliminare il pericolo vandalico.
4
Riferisce delle critiche ad Antemio come imperatore Graeculus anche
Ennodio, Vita Epifani 54 ; Sul pregiudizio politico e culturale contro Antemio
cf. O’Flynn 1991. Sulla paideia di Antemio cf. le lodi di Sidon., Paneg. Anth.,
v. 156-194, con particolare attenzione alla cultura ilosoica e alla conoscenza della
cultura latina ; cf. pure Vassili 1938. Per la debolezza di Ricimero nel 466-467 :
Sidon., Paneg. Anth., v. 317-386 ; In particolare sulla necessità per Ricimero di rice-
vere sostegno militare da Antemio cf. v. 381-386. Sul panegirico cf. in generale
Loyen 1942. Cf. su Marcellino : Gaggero 1982 ; Henning 1999 ; Kulikowski 2002,
partic. p. 185-186, interpreta il frammento 30 (39, 1 e 40, 1 Blockley) di Prisco
sull’ambasceria di Leone a Marcellino (462 o 463), e la successiva campagna di
Marcellino contro i Vandali (464-465), come segno evidente della sua indipen-
denza politica. Sul contrasto tra Marcellino e Ricimero cf. pure Oppedisano 2013,
166 UMBERTO ROBERTO

Per evitare lo scontro diretto e consolidare la loro intesa


Antemio e Ricimero scelsero di ricorrere alla adinitas, l’alleanza
matrimoniale. Conoscevano entrambi, e condividevano, l’impor-
tanza di questo vincolo di parentela. Sull’adinitas, infatti, Antemio
aveva costruito il suo prestigio in Oriente. Aveva sposato una iglia
di Marciano, Eufemia ; e dal momento che Marciano era sposato a
Pulcheria, sorella di Teodosio II, per alleanza di parentela Antemio
era divenuto membro della dinastia di Valentiniano e Teodosio,
che dal 455 in Occidente (morte di Valentiniano III), e dal 457 in
Oriente (morte di Marciano) non era più al potere. Antemio, d’al-
tronde, aveva pure accresciuto il suo prestigio quando suo iglio
Marciano aveva sposato una delle iglie dell’imperatore Leone.
Anche il potere di Ricimero era sostenuto da una complessa rete
di relazioni di parentela. Come poi Teoderico l’Amalo, anche
Ricimero aveva consolidato le sue alleanze con i sovrani dei regni
romano-barbarici d’Occidente attraverso i matrimoni. Del resto,
già la sua nascita era avvenuta a suggello di un’alleanza di paren-
tela tra la famiglia reale visigota, la madre era una iglia del re
Vallia (416-418), e quella sueva, per parte di padre. Sua sorella,
inoltre, aveva sposato il re dei Burgundi5.
Il matrimonio tra Ricimero e Alypia fu da tutti salutato come
pegno di concordia e di salvezza dello Stato. Sidonio Apollinare,
ambasciatore dei sudditi d’Arvernia presso il nuovo imperatore,
giunse a Roma mentre si celebravano i festeggiamenti per le nozze.
Una sua lettera (I, 5, 9-11) testimonia il clima di festa diffuso in
città. La giovane sposa, Alypia, rappresentava la speranza di un
pubblica securitas, di una pace solida tra il nuovo imperatore e
Ricimero. Attraverso le nozze si realizzò un foedus concordiae,
un patto di concordia, che divenne fondamento dell’alleanza tra
i due personaggi ; e la relazione tra concordia e adinitas è motivo
presente tanto in Sidonio Apollinare, quanto in Ennodio-Epifanio.
D’altra parte, questo vincolo personale intendeva rilettere su un
piano politico la rinnovata unità tra impero d’Oriente e impero
d’Occidente alla vigilia di una guerra contro il comune nemico,

p. 263-266. Sulle preoccupazioni di Ricimero per la politica di Antemio, favorevole


alla creazione di nuovi patricii cf. Mathisen 1991, p. 197-199 ; cf. pure Henning
1999, p. 92 e Kulikowski 2002, p. 187-188.
5
Cf. Sidon., Paneg. Anth., v. 360-370. Sulle relazioni di parentela di Ricimero
cf. O’Flynn 1991, p. 125. Sulle circostanze della nascita cf. Gillett 1995 : la nascita
di Ricimero sarebbe da collocare a seguito di un’alleanza matrimoniale tra Vallia e
la famiglia reale sueva subito dopo il 418.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 167

Geiserico6. Ancora una volta, per contrastare la minaccia più grave,


l’impero tornava unito. Unità di obiettivi, di intenti e di sforzi. Per
qualche tempo, l’intesa sembrò funzionare. Forte dell’appoggio e
delle risorse dell’Oriente, Antemio riuscì a frenare l’atteggiamento
antiromano dei Visigoti in Gallia, mentre gran parte della prefet-
tura tornava a riconoscere la sua autorità : Siagrio e i Franchi nel
Nord, Riothamus rex dell’Armorica, e, soprattutto, i territori del
Sud della Gallia si rimisero al suo potere. Ma la partita decisiva era
ancora quella contro i Vandali di Geiserico. Con il pieno sostegno
inanziario e militare dell’Oriente venne organizzata una grande
spedizione. La campagna antivandalica divenne il segno concreto
della nuova intesa tra Oriente e Occidente propiziata dall’accordo
tra Antemio e Leone. Anche Leone, infatti, auspicava l’unità del
Mediterraneo sotto il controllo romano. Nella propaganda di
Antemio, la riconquistata unità tra Oriente e Occidente dell’im-
pero è uno dei temi più presenti. È importante sottolineare che
pure in questo caso si tratta di una intesa consolidata dall’adi-
nitas : il iglio di Antemio, Marciano, aveva infatti sposato Leontia,
una delle iglie di Leone I. Era un auspicio concreto di rinnovata
unità. Infatti, attraverso il vincolo di parentela, v’era speranza che
Oriente e Occidente tornassero presto ad unirsi sotto una sola
dinastia, quella di Leone e Antemio. Tanto sul versante delle sue
relazioni con l’Oriente, quanto sul versante del suo potere all’in-
terno dell’Occidente, Antemio puntò sull’adinitas per rinforzare il
suo potere7.
Antemio e Leone consideravano il trionfo militare sui Vandali
come vera priorità per confermare il nuovo corso politico. Da
Costantinopoli partì una lotta al comando di Basilisco, cognato
di Leone e magister praesentalis. La guerra contro i Vandali iniziò
nella primavera del 468 e fu dapprima segnata dal successo dell’im-
ponente schieramento romano. Poi l’esitazione di Basilisco nello
sferrare l’attacco inale contro Cartagine provocò il fallimento
dell’intera spedizione. A questo punto, il magister Aspar bloccò la
prosecuzione della campagna contro i Vandali. La Pars Orientis

6
Per la testimonianza di Sidonio sull’evento cf. Sidon., Ep. I, 5, 10 : Interveni
etenim nuptiis patricii Ricimeris, cui ilia perennis Augusti in spem publicae secu-
ritatis copulabatur. Sul rapporto tra adinitas e concordia come fondamento del
matrimonio tra Ricimero e Alypia cf. Sidon., Paneg. Anth., v. 483-485 e 521-522 ;
Ennod., Vita Epif. 67 ; Joh. Ant., fr. 301. Sul giudizio di Sidonio Apollinare cf. le
interessanti osservazioni di Watson 1998.
7
Sul tema dell’unità tra Oriente e Occidente nella propaganda di Antemio cf.,
ad es., diversi passi di Sidon., Paneg. Anth., v. 64-67 ; 221-222 ; 314-316. Cf. pure
Kaegi Jr. 1968, p. 36-43.
168 UMBERTO ROBERTO

stipulò infatti una pace separata con Geiserico : l’esercito orientale,


che aveva ripreso la Tripolitania, e la lotta si ritirarono. In breve
i Vandali recuperarono la Sardegna, la Tripolitania e occuparono
perino la Sicilia8.
Dopo la sconitta di Antemio ad opera dei Vandali nel 468,
Ricimero cambiò obiettivi e alleanze ed entrò in urto con l’impe-
ratore. È signiicativo il rimorso di Antemio, che abbiamo letto
nella rievocazione di Ennodio. La sua famiglia era stata sacrii-
cata all’interesse dello Stato e della pace comune. Alypia era stata
offerta a Ricimero come pegno di concordia. Si trattò di una scelta
ponderata, che Antemio avrebbe ripetuto in avvenire. Suo iglio
Antemiolo, forse il primogenito, cadde infatti nel 471 alla testa
di un esercito romano inviato a salvare la prefettura gallica dalla
minaccia del re dei Visigoti Eurico. Sacriici che anticipano quello
dello stesso Antemio, più tardi, nel luglio 472. Motivo di rimorso
per Antemio – nella inzione immaginata da Ennodio – non è solo
il sacriicio dei suoi per il consolidamento dell’autorità imperiale
in Occidente. A destare grande amarezza (causa doloris) era l’aver
aperto la famiglia ad ‘un geta coperto di pelli’. Turbava Antemio
l’alleanza matrimoniale con un personaggio di stirpe barbarica.
In nome di quella che anacronisticamente potremmo chiamare
‘ragion di Stato’, Antemio aveva sacriicato l’onore della famiglia,
gettandola nella vergogna. Gli eventi dimostrarono che la decisione
si rivelò perino inutile, dal momento che Ricimero agì da cinico
opportunista contro ogni consuetudine e obbligo familiare.
Come giustiicare questo drastico giudizio di Antemio contro
l’adinitas con Ricimero, in un’epoca in cui le alleanze matrimo-
niali rappresentano uno strumento privilegiato per la costruzione
di una nuova élite di potere, soprattutto tra Romani e barbari
integrati nell’impero ? E soprattutto nel caso di un personaggio
come Antemio, che aveva bisogno di consolidare il suo potere in
Occidente ? Importante è tener presente il gruppo di parentela di
appartenenza e il milieu culturale del personaggio.

8
Il ruolo di Aspar nel vaniicare l’impresa di Basilisco e Antemio, o comunque
nello sfruttarne con eficacia il fallimento, è di grande importanza. La spedizione
contro i Vandali venne infatti decisa in un periodo di indebolimento di Aspar e del
suo gruppo. Ed anzi, la decisione di Leone di attaccare Geiserico va sicuramente
interpretata in un più generale progetto di eliminazione dell’inluenza di Aspar
dal governo dell’Oriente. La sconitta di Basilisco consentì al magister alano di
riprendere il controllo della situazione : cf. al riguardo O’Flynn 1991, p. 125 ; Mazza
1997-1998, p. 127-133.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 169

Antemio non era un parvenu. Era iglio di un magister militum


per Orientem, Procopio. Per parte di padre, la sua famiglia discen-
deva da un parente dell’imperatore Giuliano, Procopio, usurpatore
contro Valente nel 365-366. Un ambiente familiare, dunque, dove
ben presente era l’incontro stimolante e fecondo tra paideia elleni-
stica e prassi di governo, che aveva ispirato gli ideali politici della
basileia di Giuliano9.
Il magister Procopio fece un ottimo matrimonio. Si unì in alle-
anza matrimoniale con uno dei personaggi più importanti della
corte costantinopolitana. Per parte di madre, infatti, Antemio era
nipote di un potente ministro di Arcadio e Teodosio II, del quale
portava il nome, il prefetto del pretorio d’Oriente tra il 405 e il 414,
Antemio senior.
Antemio, probabilmente di origine egiziana, appartiene al
gruppo di personaggi che, con un’accorta azione di governo e
opportune riforme, consentirono all’Oriente romano di sfuggire
agli effetti disastrosi della crisi che avvolse, all’inizio del V secolo,
l’Occidente. Era discendente di un’importante famiglia senatoria
– un suo antenato, Filippo, era stato console nel 348 – incline al
paganesimo e al rispetto della tradizione. Uomo dotato di cultura e
di capacità politiche e diplomatiche, Antemio si distinse già nel 399
nel corso di un’ambasceria presso i Persiani. Fu poi al servizio di
Aureliano e Eutichiano durante il loro governo dell’impero. Ricoprì
le cariche di Comes sacrarum largitionum nel 400 e di Magister ofi-
ciorum tra ine gennaio e ine luglio 404 ; fu poi nominato console
per il 405. Al momento della caduta di Eutichiano, tra 11 giugno e
10 luglio 405, prese il suo posto di prefetto del pretorio d’Oriente,
divenendo, di conseguenza, reggente di tutto l’Oriente. Nel 406
ottenne anche il rango di patricius10. Con l’aiuto di valenti consi-
glieri, tra cui Emiliano, suo successore come magister oficiorum,
Antemio governò abilmente l’impero d’Oriente tra 404 e 408 ;

9
Sulla famiglia e sulla carriera di Antemio cf. Idazio, Chronicon, 234 e 235
(230-231 Burgess) ; Prisco, Exc. 44 = Evagr., H.E. II, 16 ; Marcellinus Comes,
Chron. a. 467, 1 ; Cassiod., Chron. 1283 ; Sidon., Paneg. Anth., v. 75-93. Antemio
aveva inoltre ricoperto l’incarico di magister utriusque militiae, patricius e console :
cf. PLRE II, Anthemius 3 ; Henning 1999, p. 42-45. Sulla parentela, testimoniata
dalla tradizione di Prisco (in Iordanes, Romana 336 e Evagr., H.E. II, 16) cf. pure
Girotti 2008. Sull’esercito al seguito di Antemio cf. Idazio, Chron. ad ann. 247 (241
Burgess). Cf. pure Loyen 1942, p. 86-88 ; O’Flynn 1991, p. 124.
10
Cf. Sidon., Paneg. Anth., v. 94-98. Sulle origini e l’iniziale carriera di Antemio
cf. Zakrzewski 1928, p. 422-423. L’ultima costituzione attribuita a Eutichiano come
prefetto del pretorio è datata 11 giugno 405 (cf. Cod. Just. 5, 4) ; la prima attribuita
ad Antemio prefetto è del giorno 10 luglio (Cod. Theod. 7, 10, 1a).
170 UMBERTO ROBERTO

poi, nel maggio 408, gestì la transizione tra Arcadio e suo iglio
Teodosio II, princeps puer, escludendo ogni possibile ingerenza di
Onorio, imperatore d’Occidente e zio del bambino. La capacità
di garantire la successione del princeps puer Teodosio II al padre
Arcadio senza usurpazioni o turbamenti fu segno del consenso e
della forza di Antemio. L’encomio di Socrate, H.E. VII, 1, 3 sotto-
linea la sua inclinazione a governare coinvolgendo amici e consi-
glieri, ed elaborando molto attentamente le decisioni : φρονιμώτατος
δὲ τῶν τότε ἀνθρώπων καὶ ἐδόκει καὶ ἦν, καὶ ἀβούλως ἔπραττεν οὐδέν, ἀλλὰ
ἀνεκοινοῦτο πολλοῖς τῶν γνωρίμων περὶ τῶν πρακτέων. Un segno di buon
governo nella visione politica antica. D’altra parte, taluni dei colla-
boratori di Antemio – come Monaxius e Helion – mantennero la
posizione di eminenti personalità nei successivi anni di governo
di Teodosio II. Con la sua lunga permanenza al potere, e un’ac-
curata attività di selezione e controllo dei nuovi funzionari della
burocrazia, Antemio costruì un’élite di potere che fu sicuramente
d’aiuto nel mantenere il prestigio politico dei suoi discendenti.
D’altra parte, il suo successo è direttamente collegato alla crescente
importanza di Costantinopoli che, sotto Arcadio, diviene residenza
stabile dell’imperatore ; e alla progressiva ascesa del gruppo di
dignitari e funzionari presente a corte al servizio del principe come
ceto dirigente dell’impero d’Oriente11.
Per quanto riguarda l’attività di governo, Antemio impostò una
politica di interventi e riforme destinata a rinforzare il ruolo dello
Stato centrale rispetto alle autonomie locali e alle tendenze centri-
fughe delle province. Combatté in particolare i latifondisti e i loro
privilegi. La cura dei ceti sociali più disagiati fu una preoccupa-
zione di Antemio, che mirò a favorire la coesione sociale. In parti-
colare, cercò di limitare gli eccessi del iscalismo sottoponendo a
maggiore controllo gli uficiali del isco ; nel suo sforzo per una
maggiore giustizia iscale combatté gli abusi dei curiali e dei nota-
bili più potenti ; e volle che fossero ricontrollati la lista dei contri-
buenti e i catasti municipali. Il buon funzionamento delle città fu
un obiettivo primario della sua azione di governo. E non si trattava
solamente di garantire l’ordine a Costantinopoli e nelle province.
Nella capitale, in seguito a una rivolta urbana che provocò la
cacciata del prefetto della città Monaxius, si cercò di assicurare un
migliore funzionamento del rifornimento di grano da Alessandria.
E in realtà, Antemio cercò ovunque di rafforzare le dimensioni e

11
Cf. Zakrzewski 1928, p. 430-433 con riferimento, ad esempio, al regola-
mento di servizio nella milizia palatina realizzato dopo l’affare di Polychronius :
Cod. Theod. 7, 4, 21 del 4 aprile 410 ; cf. pure Cod. Theod. 6, 13, 15, 17, 20.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 171

la coesione delle curie cittadine, evitando fenomeni di abbandono ;


allo stesso tempo cercò di alleviare gli oneri che gravavano sui
curiali. Di grande interesse – perché si tratta di una chiara linea
di governo – è la giustiicazione offerta alla decisione di ridurre
le spese delle curie per i giochi pubblici : ne inconsulta plausorum
insania curialium vires, fortunae civium, principalium domus,
possessorum opes, rei publicae robur evellant (Cod. Theod. 15, 9, 2
del 25 febbraio 409)12.
Vigorosa fu pure la sua azione per arginare l’inluenza della
chiesa costantinopolitana sul governo dell’impero. In particolare,
nei primi anni di governo, Antemio mantenne una linea di tenace
contrapposizione rispetto alle proteste di quanti volevano il ritorno
di Giovanni Crisostomo dall’esilio ; e all’ingerenza dell’Occidente,
che sosteneva il partito favorevole al patriarca esiliato. In questo
modo, evitando gli eccessi dei suoi predecessori, seppe sgoniare
con abilità una minaccia all’ordine e alla coesione sociale dell’O-
riente romano13. In politica estera, Antemio fu arteice di una pace
duratura con l’impero persiano, caratterizzata dall’intesa fra le due
dinastie regnanti. Il precettore di Teodosio II fu infatti un persiano,
l’eunuco Antioco ; e una signiicativa testimonianza di Procopio
(Pers. I, 2) – forse tratta da Prisco di Panion – informa della deci-
sione di Arcadio di afidare al re di Persia, il sasanide Yazdgerd
I, la sicurezza e la difesa del iglio Teodosio II. Al momento della
delicata successione, i Persiani non si mossero ; e qualche tempo
dopo la morte di Arcadio, Antemio realizzò un accordo commer-
ciale con la Persia (Cod. Just. 4, 63)14. Antemio si impegnò pure
nella lotta contro i barbari interni nelle province, libici e isauri ; e
contro quelli esterni all’impero, mostrando particolare attenzione

12
Per le circostanze della rivolta contro Monaxius cf. Marcell., Chron. a. 409 e
Chron. Pasch. a. 412. Altri provvedimenti per le curie : Cod. Theod. 12, 1, 167-168.
Per i provvedimenti ispirati alla giustizia iscale cf. Cod. Theod. 12, 1, 169, 173 ; e
11, 28, 9, con l’abolizione delle tasse dovute allo Stato ino al 407. Anche l’aboli-
zione degli irenarchi va considerata come misura di difesa dei ceti più a disagio.
Per la la lotta contro gli abusi dei notabili più potenti cf. Cod. Theod. 13, 1, 20 ; 11,
12, 4 ; 11, 22, 5 ; 12, 1, 172 ; 9, 22, 4 ; cf. pure Cod. Theod. 12, 14, 1.
13
Cf. Joh. Chrys., Ep. 147 ; Syn. Cyr., Ep. 66. Zakrzewski 1928, p. 423-424.
14
Sulla notizia dell’accordo tra Arcadio e Yazdgerd I a protezione di Teodosio
II bambino cf. pure Zonara XIII, 22, 3, Teofane A.M. 5900, Cedreno I, 586.
Cf. Zakrzewski 1928, p. 426-427, che condivido ; lo studioso discute anche il passo
di Sozomeno IX, 4, 1, che allude a una pace di cento anni tra Romani e Persiani.
Si aggiunga, inoltre, che l’eventuale accordo va inserito nel più generale rapporto
tra regalità e ruolo dei due imperi, romano e persiano, come imperi carismatici.
Sull’accordo e l’afidamento di Teodosio all’eunuco persiano Antioco, già presente
alla corte di Costantinopoli cf. Greatrex - Bardill 1996.
172 UMBERTO ROBERTO

alla difesa del conine danubiano. Rafforzò la lotta danubiana,


rinvigorì le fortiicazioni delle città dell’Illirico ; respinse gli Unni
di Uldin, che nel 408-409 erano penetrati nella diocesi dacica. Una
parte dei superstiti, Sciri di stirpe germanica, vennero sistemati
come coloni in Asia Minore15.
A questa decisa difesa dei conini e dell’ordine, si associa, ino
all’agosto 408, un atteggiamento di grave ostilità nei confronti di
Stilicone, che tentava di estendere la sua inluenza anche sull’O-
riente romano. Come già Ruino ed Eutropio, suoi predecessori,
anche Antemio temeva l’ingerenza dell’Occidente sull’equilibrio
politico d’Oriente. Ferma fu la sua opposizione alle manovre di
Stilicone. Si raggiunse uno dei momenti critici nella primavera del
408, quando Antemio, in previsione di un attacco, ordinò il conso-
lidamento delle mura delle città d’Illirico (Cod. Theod. 11, 17, 4
dell’11 aprile 408). Una decisione che trova corrispondenza pure
nella costruzione delle grandi mura di Costantinopoli, a difesa della
capitale. E tuttavia, dopo la morte di Stilicone le tensioni si allenta-
rono, e la politica di Antemio si aprì a un programma di rinnovata
unità dell’impero. Anzi, Antemio si adoperò per la riconciliazione
tra le due partes, che ebbe come principale effetto la politica di
intesa tra Oriente e Occidente durante il regno di Teodosio II16.
Il successo del governo di Antemio deinì le linee generali della
politica difensiva dell’impero d’Oriente anche per il futuro : pace
con la Persia sulla frontiera dell’Eufrate ; mantenimento dell’ordine
nelle province ; contrasto attivo della minaccia barbarica, alter-
nando diplomazia a impegno militare, lungo il Danubio. Mentre
l’Occidente era sottoposto a terribili lacerazioni per le invasioni
barbariche e il proliferare di usurpatori, l’Oriente venne paciicato
dalla sua accorta azione. Fu la premessa necessaria al periodo di
pace e prosperità dell’epoca di Teodosio II.
La buona e prudente amministrazione dell’impero d’Oriente
da parte di Antemio non fu mai disgiunta dalla pratica assidua e
costante della paideia. Antemio frequentava i circoli ilosoici di
Costantinopoli, mantenendo rapporti con ilosoi, come Troilo di

15
Cf. Cod. Theod. 5, 6, 2-3. Per la difesa del Danubio cf. pure Cod. Theod. 7, 17.
Sulla repressione degli Isauri cf. Feld 2005, p. 172-173.
16
Per la costruzione delle mura di Costantinopoli cf. Socr., H.E. VII, 1, 3 ;
CIL III 7404 = ILS 5339. Le nuove mura furono terminate entro il 4 aprile 413
(Cod. Theod. 15, 1, 51). Altri provvedimenti furono presi a vantaggio della capitale
dell’impero : Cod. Theod. 15, 1, 44-46, 50. L’attenzione di Antemio alle gravi condi-
zioni dell’Illirico (vastato Illyrico) e, in particolare, delle sue città è testimoniata
dal provvedimento che consente il sostegno dei senatori alle curie cittadine della
regione : cf. Cod. Theod. 12, 1, 177.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 173

Side, poeti e letterati. Pur essendo di fede cristiana, la sua adesione


al cristianesimo non gli impedì di avere rispetto e ammirazione per
gli intellettuali pagani ; anzi, la lotta al fanatismo religioso fu uno
dei caratteri principali del suo governo17. L’importanza della paideia
come strumento per l’esercizio del potere rappresenta un tratto
caratteristico della famiglia di Antemio e del suo entourage. E può
spiegare l’avversione verso gli eccessi dell’integrazione barbarica.
Antemio si mostrò fortemente contrario alla crescita del potere
dei barbari al servizio dell’impero e alla loro inluenza nel mondo
romano. In particolare, proseguendo la politica di Aureliano,
cercò di favorire un modello di esercito ‘nazionale’ formato da
provinciali, sottoposti alla coscrizione obbligatoria, e comandato
da uficiali romani, o comunque provenienti da etnie diverse da
quelle dominanti nel modello militare teodosiano. In linea con le
esigenze dell’autorità imperiale, Antemio era contrario al prolife-
rare di milizie urbane, anche se ben comprendeva la necessità di
una difesa anche a livello locale contro la minaccia dei barbari.
Ancor più vigorosamente, riiutava il ricorso alle reclute barba-
riche : voleva così arginare il fenomeno della barbarizzazione tra le
truppe e gli uficiali. I comandanti di stirpe barbarica furono sosti-
tuiti da uficiali ‘romani’, in parte esponenti dalle colte élites muni-
cipali imbevute di paideia, come i tre corrispondenti di Sinesio
Simplicio, Costante e Peonio18. Dobbiamo necessariamente tener
presente questo retaggio familiare, politico e culturale, nel valu-
tare il giudizio di Antemio iunior contro il genero Ricimero. Queste
idee circolavano nella sua famiglia, e spiegano il prezzo pagato
dall’imperatore per la concordia ; e l’amara delusione, allorché il
signiicato politico del matrimonio tra il barbaro Ricimero e sua
iglia Alypia venne meno.
Dopo l’aprile 414 si perdono le tracce di Antemio. Il suo ritiro
dal potere non fu tuttavia un allontamento. Forse Antemio decise di

17
Sulla politica di Antemio, cf. in generale Stein 1959, p. 245-247 ; Demougeot
1951, p. 338-351 ; Antemio come portavoce del senato di Costantinopoli : cf. Dagron
1991, p. 200-204. Con particolare riferimento ai rapporti con l’Occidente : Bayless
1977, p. 45. Sul rapporto tra Antemio e il ilosofo Troilo di Side cf. Socr., H.E. VII,
1, 3. Il lemma del lessico Suda, T 1080, informa che Troilo fu autore di πολιτικοὶ
λόγοι. Cf. pure la testimonianza di Syn. Cyr., Ep. 73 e 118.
18
Sull’atteggiamento antibarbarico di Antemio senior cf. Stein 1959, p. 247.
Dagron 1991, p. 361-362. Sulle riforme militari : Zakrzewski 1928, p. 428-430, che
rileva la preoccupazione di favorire una maggiore concordia tra esercito e città,
stabilendo regole precise per l’annona e l’ospitalità delle truppe : cf. al riguardo
Cod. Theod. 7, 4, 27-29 e 31-32 ; Demougeot 1951, p. 340-344, discute la dificoltà di
garantire eficienza al nuovo esercito.
174 UMBERTO ROBERTO

lasciare ; forse morì in servizio. Ad ogni modo, i suoi familiari conti-


nuarono a svolgere brillanti carriere al servizio dell’imperatore. È
questo il caso di Fl. Antemio Isidoro, iglio di Antemio senior, che fu
prefetto del pretorio di Illirico nel 424 ; e nel 435-436, come già suo
padre, prefetto del pretorio d’Oriente. A queste cariche aggiunse
anche il consolato nel 436. Pari successo ebbe il genero Procopio,
padre di Antemio iunior. Poco conosciamo di Procopio, generale
nell’esercito di Teodosio II. È interessante, tuttavia, sottolineare che
fu attivo come ambasciatore nelle trattative del 422, che riportarono
la pace tra Romani e Persiani. È possibile pensare che la parentela
con Antemio senior, mediatore tra Costantinopoli e la Persia, abbia
favorito la sua opera. Ad ogni modo nel 422 ottenne l’incarico di
magister utriusque militiae per Orientem e il rango di patricius19.
Antemio iunior, nipote di Antemio senior, seppe accrescere
il prestigio raggiunto dalla famiglia. Iniziò la sua attività sulle
orme del padre, abbracciando la carriera militare. La svolta arrivò
quando Antemio realizzò un’alleanza matrimoniale con il succes-
sore di Teodosio II, Marciano. Prima del 453/454, sposò infatti Aelia
Marcia Eufemia, unica iglia dell’imperatore. Poi, con l’incarico di
comes, raggiunse la frontiera danubiana, salvaguardando la pace
mentre l’impero unnico, dopo la morte di Attila e la battaglia del
iume Nedao, si sgretolava. Tenere il Danubio signiicava proteg-
gere Costantinopoli. La missione ebbe successo, e Antemio ottenne
grandi onori. Divenne magister utriusque militiae, ebbe il rango di
patricius e fu nominato console per il 455. Cariche, evidentemente,
che si spiegano con la volontà di Marciano di elevare il prestigio del
genero in vista della successione.
Nel 457 Marciano morì. Antemio era per nobiltà e prestigio e
legami di parentela uno dei più sicuri candidati al trono imperiale,
ma gli sforzi di Aspar ostacolarono la sua ascesa. Le sue aspira-
zioni vennero infatti deluse dalla proclamazione di Leone, organiz-
zata dal magister. Comunque, Antemio mantenne la sua posizione
di potere, distinguendo sotto Leone nella guerra contro gli Unni
di Hormidac20. Nel frattempo proseguì nella ricerca di opportune
strategie matrimoniali per i suoi igli. A motivo dei successi, la sua
presenza alla corte d’Oriente divenne ingombrante. Leone riuscì

Su Procopio, padre di Antemio iunior, cf. Sidon., Paneg. Anth., v. 67-93 ;


19

PLRE II, Procopius 2, p. 920. Per valutare gli equilibri delle gerarchie militari nei
primi anni di Teodosio II, è anche interessante sottolineare che Procopio venne
nominato al posto di Ardabur, padre di Aspar.
20
Sulle campagne contro gli Unni cf. il panegirico di Sidonio Apollinare per
Antemio e PLRE II, Anthemius 3, p. 97.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 175

inine ad allontanarlo, assegnandogli il trono d’Occidente. Nella


primavera del 467, Antemio partì per l’Italia insieme a un eser-
cito orientale. A Brontotas, a poche miglia da Roma, fu proclamato
Augusto, il 12 aprile 46721.
Come fu accolto Antemio al suo arrivo ? Una preziosa notizia
di Teofane, A.M. 5957, ricorda che, in situazione di vacanza del
trono, Leone inviò Antemio dopo una formale richiesta dell’istitu-
zione politica più prestigiosa in Occidente, il senato di Roma. Una
parte maggioritaria dei senatori, dunque, apprezzava Antemio. Ma
dietro questa richiesta v’era evidentemente il consenso di Ricimero.
Il magister d’Occidente aveva bisogno dell’alleanza con Leone e
l’Oriente in un momento di grave minaccia da parte dei Vandali.
Il nuovo imperatore era dunque, una necessità ; anche se sgradita
a Ricimero, a parte dell’aristocrazia, alla popolazione, alla chiesa
romana. Come abbiamo già veduto, fu dunque stabilita un’alleanza
tra i due uomini al potere in Occidente, Antemio e Ricimero ; e si
scelse il vincolo del matrimonio. Perché Antemio, che ben conosceva
il valore dell’adinitas, accettò di dare in sposa sua iglia Alypia, prin-
cipessa imperiale e nipote dell’imperatore Marciano, al magister e
patrizio Ricimero ? Sicuramente lo fece per il bene comune, per la
pace e la sicurezza dei sudditi. E tuttavia, lo fece malvolentieri : la
sua scelta fu contraria ai principi sui quali si fondava la politica
della sua famiglia in dall’epoca di Antemio senior. Il risentimento
espresso al cospetto del vescovo Epifanio indica che Antemio appar-
teneva ai gruppi conservatori che, tra Oriente e Occidente, riiuta-
vano la prospettiva di un’allargamento dell’aristocrazia imperiale
attraverso i matrimoni misti con i barbari. Accettare il matrimonio
tra il barbaro Ricimero e sua iglia Alypia era stato un passo poli-
tico : una scelta dificile, anche se inevitabile, per salvaguardare la
pace. Quando l’intesa fallì, Antemio avvertì tutto il peso del suo
errore tanto per l’impero, quanto per la sua famiglia.
C’è un altro aspetto da considerare. Da anni Antemio aveva
già avviato strategie di parentela ai livelli più elevati in Oriente.
Aveva sposato la iglia dell’imperatore Marciano, Eufemia. Quando
Aspar impose sul trono Leone, Antemio cercò l’alleanza matrimo-
niale anche con il nuovo principe. Sperava che uno dei suoi igli

21
Cf. Humphries 2003, p. 44. All’incoronazione sarebbe seguita una proces-
sione in dentro la città. Cf. Sidon., Paneg. Anth., v. 212-215 ; Cassiod. 1283 ;
Theoph. A.M. 5957. Sui rapporti tra Antemio e Leone cf. Vassili 1937a, p. 165-166.
176 UMBERTO ROBERTO

ne sposasse una iglia. La decisione di Leone di inviare Antemio


in Occidente, sostenendone l’autorità come imperatore, non ebbe
conseguenze sulle ambizioni del nostro personaggio. Antemio
aveva la nobiltà e l’autorità per sperare che, alla morte di Leone,
imperatore senza igli maschi, fosse uno dei suoi igli a cingere la
corona d’Oriente. Oltre ad Alypia, Antemio aveva avuto da Eufemia
quattro igli maschi : Antemiolo, forse il primogenito, che lo aveva
seguito in Occidente ; Flavio Marciano, Procopio Antemio e Romolo,
che presumibilmente rimasero in Oriente, in quanto ancora adole-
scenti. È interessante che, oltre ai nomi di famiglia, uno dei igli
porti il nome del fondatore di Roma ; evidentemente, le ambizioni
sulla corona d’Occidente non erano frutto di strategie occasionali,
e il nome rivela un auspicio. Attraverso i suoi igli, Antemio aspi-
rava a ristabilire l’unità dell’impero sotto un’unica famiglia, che
aveva tuttavia le sue radici in Oriente. Il matrimonio tra suo iglio
Marciano e la giovane iglia di Leone, Leonzia – celebrato forse nel
471, dopo la morte di Aspar – rafforzò questa speranza22.
La presenza di Antemio a Roma contribuì a rinvigorire i contatti
tra Occidente e Oriente. In primo luogo, dal punto di vista politico
e culturale ; infatti, anche nel suo ruolo di imperatore, Antemio agì
conservando le sue idee, di ispirazione ‘orientale’, sulla gestione del
potere e del governo, sulla necessità di paideia nell’azione politica,
sulla subordinazione delle gerarchie ecclesiastiche cristiane allo
Stato. In particolare, colpì i contemporanei la tendenza di Antemio
a una politica di libertà religiosa nel dificile contesto romano. La
prassi di un’azione governativa che mediasse tra fazioni opposte
evitando lacerazioni e stemperando le tensioni appariva in piena
sintonia con un modello auspicato dalla più colta aristocrazia
d’Oriente. La famiglia di Antemio appariva politicamente legata a
questa tendenza. Salendo al potere, Antemio cercò di realizzare un
modello di tolleranza e convivenza anche a Roma e in Occidente.
Per il suo atteggiamento, pur essendo cristiano ortodosso, Antemio
si guadagnò ben presto la fama di Ἑλληνόφρων23. Come conseguenza
del clima di libertà favorito da Antemio si videro frequentare la corte

22
Quando avvenne il matrimonio ? Secondo PLRE II, Marcianus 17, p. 717, avvenne
dopo l’eliminazione di Aspar nel 471. In questi anni di drammatica crisi dell’impero
d’Occidente, e di lotta per la sopravvivenza, il potere evocativo – forse perino apotro-
paico – del nome del fondatore di Roma appare condiviso tra Oriente e Occidente.
Oltre a uno dei igli di Antemio, anche il iglio di Oreste porta questo nome e lo conserva
al momento dell’ascesa al trono come ultimo imperatore, Romolo Augustolo.
23
Fonti sull’ortodossia di Antemio cf. Teoph., A.M. 5957 e 5964 ; Niceph. Call. XV,
11 ; Chron. Pasch. a. 469 : Antemio fece costruire una chiesa a Costantinopoli in
onore di San Tommaso. Sull’arianesimo del genero Ricimero cf. Mathisen 2009a.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 177

personaggi vicini o dichiaratamente aderenti al paganesimo. Una


fonte pagana, Damascio, ricorda la decisione di Antemio di richia-
mare a Roma Messio Febo Severo, un pagano originario di Roma
e fuggito in esilio ad Alessandria. Per volontà di Antemio, Severo
tornò nell’Urbe, divenne prefetto della città e console nel 470. Fu un
ritorno che avvenne in un clima di rinascenza della città : Ἀνθεμίου
παρασχόντος ἐλπίδας, ὠς ἡ ῾Ρώμη πεσοῦσα πάλιν δι᾽ αὐτοῦ ἀναστήσεται.
Anche Marcellino, che aveva accompagnato come consigliere e
comandante militare Antemio, era un pagano di grande cultura24.
Oltre ai pagani, anche gli eretici cristiani non furono inizialmente
molestati dal nuovo principe. Furono amicizie e relazioni che non
aiutarono il rapporto di Antemio con la chiesa di Roma. Già pochi
mesi dopo l’inizio del regno, infatti, Antemio aveva mostrato gene-
rosa disponibilità nei confronti di Filoteo, che predicava una eresia
teosoica ariana a Roma. Ben presto Papa Ilaro lo richiamò, ricor-
dandogli che un Augusto non poteva trattare con affabilità eretici
e pagani. L’imperatore si piegò, si oppose all’introduzione di riti
eretici e Filoteo fu costretto al silenzio25. D’altronde, non era solo
questa inclinazione moderata a suscitare il conlitto con la chiesa
romana. Da imperatore, Antemio pensava di poter gestire i suoi
rapporti con la Chiesa secondo un modello ‘orientale’, dunque
sottoponendo la suprema autorità ecclesiastica alla suprema auto-
rità temporale. Erano idee che Antemio recepiva dalla cultura poli-
tica della sua famiglia ; già il nonno Antemio, infatti, aveva cercato
di arginare l’autonomia delle chiese cristiane in Oriente. Tuttavia,
a Roma, e in Occidente, la forza della Chiesa era assai più svilup-
pata ; e il programma di Antemio incontrò decisa ostilità26.

24
Damascio, Vita Isidori 64 = Fozio, Biblioteca 242, 64 ; cf. pure §§ 66-68, per
altre interessanti informazioni su Severo nel suo forzato esilio ad Alessandria. Per
i frammenti di Damascio cfr. Zinzten 1967 ; sul passo : Kaegi 1976 ; Vassili 1938,
p. 40-41, esagera nell’affermare che Antemio intendeva restaurare la fede pagana.
Altre informazioni su Severo cf. Suda ∑ 182. Su Marcellino Suda M 202 ; e ancora
Damasc. in Phot., Bibl. 242, 91 ; Marcell., Chron. a. 468.
25
Sulla questione di Filoteo cf. Coll. Avellana XCV, 61 (CSEL XXXV) : cum
Filotheus Macedonianus eius familiaritate suffultus diversarum conciliabula nova
sectarum in urbem vellet inducere. La vicenda è da collocare all’inizio del regno di
Antemio, dal momento che papa Ilaro morì il 29 febbraio 468.
26
Sull’atteggiamento di Antemio nei confronti della chiesa romana : Vassili
1938, p. 38-39 ; Cf. O’Flynn 1991, p. 127-128. Tanto più pesante per la chiesa
romana doveva sembrare il nuovo atteggiamento di libertà religiosa di Antemio, in
quanto negli anni passati l’egemonia di Ricimero, ariano, non aveva sicuramente
favorito le aspettative degli ortodossi. Interessante l’attenzione di Anicio Olibrio
e di Glicerio, suoi successori, contro la vendita delle cariche ecclesiastiche : cf. al
riguardo Lizzi Testa 2012, p. 464 e 471.
178 UMBERTO ROBERTO

Pur partendo da una posizione sfavorevole – all’imperatore si


rimproveravano la sua origine e i suoi costumi orientali – Antemio
seppe rovesciare il giudizio dei Romani. Nei suoi cinque anni di
regno, conquistò il consenso della popolazione urbana e di parte
della sua aristocrazia. Non è un caso che, al momento dell’assedio
di Roma e della guerra civile nel 472, Giovanni di Antiochia, fr. 303
(che riprende da Prisco), ricordi che il popolo e la gran parte dei
senatori (oi en telei) si schierarono dalla parte del legittimo impe-
ratore. Ebbero sicuramente un peso in questa inaspettata situa-
zione gli sforzi di Antemio per un clima di maggiore libertà e di
tolleranza, soprattutto religiosa ; come pure, le sue strategie di
consenso verso l’aristocrazia, gratiicata di nuove cariche e titoli
onoriici. In particolare, giovò alla posizione di Antemio l’appoggio
della famiglia dei Decii e del loro forte gruppo di potere27.
Un ruolo importante giocò in questo rovesciamento pure
la decisione di Antemio di risiedere stabilmente a Roma. Anche
questa era un’idea che apparteneva al bagaglio politico e culturale
del nuovo Augusto proveniente da Oriente. Per Antemio Roma
aveva un valore simbolico, perché antica capitale dell’impero.

27
Sulla generosa disponibilità di Antemio nell’assegnare, ad esempio, la carica
onoriica di patricius, secondo l’uso orientale, anche a esponenti dell’aristocrazia
gallica, e a principi barbarici, cf. Mathisen 1991, p. 198-200. Sul rapporto con i
Decii cf. Zecchini 1981, p. 129-130. Il favore nei confronti di Antemio durò presso
l’aristocrazia romana anche dopo la sconitta e la morte nel luglio 472. Nei giorni
immediatamente successivi al terzo sacco della città, e all’ingresso di Olibrio,
questa situazione emerge dal clima di riconciliazione che caratterizzò le esequie e
la successione del principe : cf. Roberto 2014. Un altro segno della positiva memoria
lasciata da Antemio è ricavabile dalle scelte signiicative dei suoi tre igli rimasti in
Oriente. Fl. Marciano, console nel 469 e nel 472, e sposo di una iglia di Leone, svolse
una resistenza attiva al governo di Zenone. L’ultima notizia che lo riguarda è rela-
tiva alla sua missione in Italia per conto dell’usurpatore Illo, che intendeva guada-
gnare l’appoggio di Odoacre contro Zenone (cf. Giovanni di Antiochia, fr. 306, 6-9,
presumibilmente da Candido Isaurico). È evidente che Illo inviò Marciano perché
questi godeva di relazioni favorevoli con l’aristocrazia senatoria romana. Anche suo
fratello, Procopio Antemio, fu attivo contro Zenone ; in seguito alla fallita rivolta
del 479, guidata dal fratello Marciano, lasciò l’Oriente e trovò protezione a Roma,
probabilmente presso le famiglie che conservavano la memoria del buon governo
del padre Antemio. Stessa sorte ebbe l’altro fratello Romolo, anch’egli riparato a
Roma dopo il 479. Per entrambi cf. Theoph. A.M. 5971 = Theod. Lect., Epit. 420.
Procopio Antemio tornò a Costantinopoli durante il regno di Anastasio, Joh. Lyd.,
Mag. III, 50. Tra i gesti più signiicativi che indicano il rispetto di Antemio per il
senato di Roma vi fu la decisione di far condurre ai senatori il processo contro
Arvando, prefetto del pretorio delle Gallie che si macchiò di crimen laesae maie-
statis per i suoi intrighi con i Visigoti. Arvando era tra coloro che maggiormente
avevano criticato l’ascesa al trono di Antemio, uomo di formazione e cultura greca,
un orientale e, dunque, un imperator Graecus : cfr. Sidon., Ep. I, 7, 5.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 179

Seguendo l’esempio dell’ultima fase di Valentiniano III (dal 450 al


455), Antemio decise di insediare la sua corte in città. Fu una deci-
sione che favorì il consenso. Dall’epoca di Massenzio, infatti, nessun
imperatore aveva scelto Roma come sua sede. Con questa scelta, il
nuovo principe cercò di rivitalizzare lo spirito e la grandezza di
Roma, sollecitando la ripresa di cerimonie e feste alle quali parteci-
pava personalmente. Antemio era convinto dell’importanza che tali
momenti avevano per la conservazione dell’identità cittadina ; tanto
più in un periodo nel quale la città viveva la contrapposizione tra
le antiche memorie imperiali e la nuova Roma cristiana che emer-
geva. Anche se poco numerose, le testimonianze di questa condotta
politica sono di grande fascino. In particolare, Antemio cercò il
favore della popolazione restituendo splendore agli spettacoli e ai
luoghi del divertimento. Al riguardo è di alto signiicato simbo-
lico il contorniato con la rappresentazione di Ercole conservato al
Cabinet des Médailles di Parigi. Oltre all’immagine di Antemio v’è
rafigurato Ercole che sostiene un bimbo. L’iscrizione indica che
si tratta di (Ip)o(dr)omos Heracleos, dunque Ippodromo, uno dei
cinquanta igli che Ercole ebbe dalle cinquanta iglie di Tespio. Nel
contorniato l’immagine rafigura probabilmente un gruppo scul-
toreo che Antemio fece realizzare e donò ai Romani come simbolo
dell’ippodromo di Roma, cioè il Circo Massimo, uno dei luoghi più
importanti per la popolazione urbana. Nel donare il gruppo scul-
toreo e questi contorniati alla popolazione Antemio sottolineava il
suo favore per gli spettacoli circensi abbinando la sua immagine
appunto a quella di un mito pagano che evocava direttamente l’ip-
podromo. Non a caso, del resto, il console pagano Severo ebbe l’in-
carico di provvedere al restauro dell’arena del Colosseo28.
Già al tempo di Valentiniano III, il ritorno dell’imperatore aveva
avuto effettivi positivi su tutta la vita cittadina. In primo luogo, per

28
Signiicativo pure il caso della ripresa dei Lupercalia, che attirò su Antemio
l’ostilità della chiesa : cf. McLynn 1997, part. p. 172-173 ; McLynn tende tuttavia
a ridurre la portata culturale dell’intervento di papa Gelasio I. Sulla capacità di
Antemio di comprendere Roma e la sua popolazione cf. pure Gillett 2001, p. 165 ;
Zecchini 2014. Sul contorniato con rafigurazione di Ercole e suo iglio Ippodromo
cf. Manganaro 1958-1959. Lo studioso parla anche delle maestranze orientali che
vennero a Roma al seguito di Antemio e di Severo. Tra questi l’Andreas che, a suo
giudizio, scolpì il gruppo di Ercole e Ippodromo poi donato alla popolazione di
Roma ; il suo nome è conservato nell’esergo del contorniato. È possibile che pure i
dittici consolari di Severo fossero realizzati da artisti forse di origine alessandrina :
cf. Delbrueck 2009, p. 269-279. Si tratta di esperti maestri e artisti che lavorarono
anche per le committenze cristiane : cf. Delbrueck 1952, p. 184. Sul restauro del
Colosseo sotto il consolato di Severo cf. CIL VI 32091 = ILS 5634.
180 UMBERTO ROBERTO

quanto riguarda la sicurezza. La decisione di lasciare Ravenna fu


sollecitata anche dall’urgenza di controllare la minaccia vandalica.
Non è infatti un caso che Valentiniano III abbia deciso di spostarsi
stabilmente a Roma quando gli effetti del blocco vandalico comin-
ciarono a farsi sentire sulle disponibilità dell’aristocrazia urbana
e sulla vita della sua grande popolazione. Tornando in città,
Valentiniano portò tanto una nuova azione di governo, quanto la
speranza di concreto sostegno alla città con la sua res privata, il
suo patrimonio personale29. Anche la presenza di Antemio ebbe
positive conseguenze sull’assetto economico di Roma, che stentava
a riprendersi dal sacco del 455. Sotto il suo governo si consoli-
darono i rapporti di scambio e i contatti già esistenti tra Roma
e l’Oriente. Erano rapporti che si erano sviluppati soprattutto in
seguito alla conquista vandalica dell’Africa ; e al blocco imposto da
Geiserico. Merci provenienti dalla Grecia e dall’Egeo sono attestate
nel circuito mercantile romano, il bacino economico più impor-
tante dell’area occidentale, durante questi anni. L’arrivo del nuovo
imperatore da Oriente portò beneicio pure alla disponibilità del
tesoro imperiale. Antemio, infatti, aumentò considerevolmente la
consistenza della res privata a disposizione dell’Augusto d’Occi-
dente grazie al suo patrimonio personale. E queste risorse torna-
rono subito utili.
Tra i primi urgenti impegni di Antemio vi fu infatti la guerra
contro il nemico comune dell’impero, il vandalo Geiserico.
Antemio era stato inviato in Occidente per questo scopo. Fu orga-
nizzata una grande spedizione, che doveva rappresentare il segno
concreto di una rinnovata concordia tra Oriente e Occidente,
dopo alcuni anni di divisione. Le casse dell’impero d’Occidente,
tuttavia, erano vuote. Antemio rimediò attingendo alla sua res
privata, che si fondava soprattutto sulle rendite delle proprietà

29
Dopo l’assenza eclatante di Onorio, il giovane Valentiniano III tornò più
frequentemente a Roma. Un primo e più lungo soggiorno dell’Augusto è attestato
dal 445 al 447 ; poi, a partire dal 450, Valentiniano è stabilmente a Roma ino al 455.
Sulla decisione di Valentiniano cf. Gillett 2001 : Valentiniano tornò per consolidare
il rapporto con l’aristocrazia senatoria romana ; si veda pure Humphreys 2003 :
l’imperatore scelse di tornare in città perché convinto che centro dell’impero d’Oc-
cidente fossero l’Italia e il Mediterraneo ; il luogo migliore per controllare questo
spazio era dunque Roma. Si tratta di una prospettiva già presente nella politica di
Stilicone all’inizio del secolo. Un’altra ipotesi ora in McEvoy 2010. Per l’impegno di
Valentiniano III nella ripresa della città cf. per l’iscrizione del restauro del Colosseo
Orlandi 2004 ; e la Novella 5 del 3 marzo 440 relativa al ritorno dei pantapolae, a
difesa del benessere del popolo romano (ut cura pervigili ubertas populo ministretur
et in rebus suspectis a maiore multitudine civitas possit habitari) : cf. Giardina 1981.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 181

d’Oriente. Scrive infatti Candido Isaurico (fr. 2 Müller) che Leone


e Antemio, insieme, fecero fronte ad una spesa di 7.408.000 solidi.
Più di un terzo della cifra sborsata nel 468, apparteneva al patri-
monio personale, alla res privata, di Antemio. Il suo gesto indicava
la sincera volontà di eliminare i Vandali per restituire sollievo a
Roma, all’Italia, all’Occidente. E d’altra parte, anche questa gene-
rosa disponibilità dell’imperatore era segno di un nuovo rapporto
tra Occidente e Oriente. L’eliminazione dei Vandali, infatti, avrebbe
liberato i canali di circolazione tra le due parti dell’impero da una
minaccia terribile, restituendo unità al mondo mediterraneo. Per
questo obiettivo, Antemio, che vedeva l’impero in una dimensione
unitaria, era disposto a grandi sacriici ; era disposto a impiegare
non solo la sua famiglia, ma anche il suo patrimonio. E di nuovo,
la sua azione appare ispirata a un’antica tradizione e a modelli
illustri. Sia Valentiniano III, nel recente passato, sia, soprattutto,
Giuliano – personaggio al quale la sua famiglia si ispirava – avevano
utilizzato parte del loro patrimonio personale per le necessità dello
Stato30.
Nel tentativo di salvare l’impero d’Occidente Antemio si piegò
all’adinitas con il barbaro Ricimero. Si trattò di un passo neces-
sario per consolidare il potere, ma fu tollerato a fatica da un uomo
che per le sue strategie di parentela guardava invece verso Oriente,
e aveva come obiettivo l’unità dell’impero sotto un’unica dinastia.
Come abbiamo visto, l’ostilità contro l’alleanza matrimoniale
con i barbari era un’idea condivisa tanto da Antemio, quanto
dall’imperatore Leone. Sotto questo punto di vista, il 471 segna la
ine dei tentativi dell’aristocrazia barbarica di pervenire al potere
imperiale attraverso le strategie di parentela. Prima in Oriente, poi
in Occidente, l’esito di un’integrazione mancata, ed anzi duramente
osteggiata, fu drammatico. L’imperatore Leone, infatti, aveva per
anni resistito alle pressioni del potente generale di stirpe alana,
Aspar, che spingeva perché suo iglio Patrizio potesse ottenere in
moglie una delle iglie dell’imperatore. Leone era una creatura di
Aspar, ed era asceso al trono con il sostegno del barbaro. Aspar, d’al-
tronde, non era un parvenu. Era iglio e nipote di potenti generali di

30
Sul inanziamento della spedizione, oltre a Candido Isaurico, fr. 2 Müller
(= Suda X 245), cf. pure Ioh. Lyd., Mag. III, 43. Per la generosa disponibilità di
Antemio cf. Mazza 2009, p. 111-113 ; Cosentino 2010, p. 22-26, soprattutto per
la diversa consistenza del patrimonio tra Oriente e Occidente nel V secolo. Per la
continuità con Valentiniano III cf. Cod. Theod. 11, 1, 36 ; Giuliano utilizzò parte del
suo patrimonio per inanziare l’approvvigionamento di Roma : Pan. Lat. XI, 14, 2.
In generale sulla res privata cf. Delmaire 1989.
182 UMBERTO ROBERTO

stirpe barbarica al servizio dell’impero. All’apice del potere, dopo


la morte di Teodosio II, Aspar era capo di un gruppo militare, che
controllava l’esercito romano d’Oriente. Riuscì con la sua inluenza
a gestire la successione al trono, imponendo prima Marciano, poi
Leone. In quanto ariano, e barbaro, non poteva personalmente
aspirare al trono imperiale, e ne era consapevole ; sperava, tuttavia,
di legare la sua famiglia alla dinastia regnante attraverso le stra-
tegie matrimoniali. Leone fu costretto a promettere una iglia in
sposa, ma temporeggiò ; le sue manovre durarono ino al 471,
quando le circostanze resero possibile una svolta violenta della
contesa. L’imperatore invitò a banchetto Aspar e i suoi igli ; e li
fece massacrare all’interno del palazzo. Come nel caso del rapporto
tra Antemio e suo genero Ricimero, così pure in quello tra Leone
e Aspar, l’ostilità all’adinitas con i barbari portò a tragiche conse-
guenze. Nell’arco di pochi mesi, nel 471, si veriica un doppio falli-
mento, con conseguenze diverse tra Oriente e Occidente : fallisce
in una guerra civile l’alleanza tra Ricimero e Antemio ; e fallisce in
un sanguinoso massacro l’intesa tra Aspar e Leone. Considerando
questa evidenza, appare tanto più suggestiva la decisione di Leone
e di Antemio di suggellare il comune riiuto dell’adinitas con i
barbari attraverso una loro alleanza matrimoniale, appunto il
matrimonio tra Leonzia e Fl. Marciano. È una scelta che ha un
chiaro valore politico. Leone e Antemio esprimono una rottura
netta con le idee del passato. Riiutano il modello di integrazione
con i barbari offerto da Teodosio il Grande e dalla sua famiglia ; e si
oppongono drasticamente all’ingresso dei barbari ai più alti livelli
del potere attraverso le strategie familiari. È opportuno, al riguardo,
fare un passo indietro. Dopo Adrianopoli, Teodosio aveva favorito
una nuova stagione di rapporti tra Romani e barbari. L’imperatore
puntò all’integrazione per garantire la pace ; e volle dare l’esempio
attraverso il suo personale comportamento e le sue scelte fami-
liari. Così, si circondò di generali di stirpe barbarica ; acconsentì
alle nozze tra sua iglia adottiva Serena e uno dei suoi generali,
Stilicone, che era iglio di un vandalo. Teodosio non aveva dubbi :
la pace e la convivenza tra Romani e barbari andavano costruite
sull’accordo, la frequentazione, l’unione. Le strategie matrimoniali
rientravano in questa politica. Oltre a concedere Serena, Teodosio
afidò i due giovani principi a Stilicone, che fu nominato tutore
in caso di morte dell’imperatore. E quando la morte giunse, nel
gennaio 395, Stilicone si trovò a svolgere il ruolo di parens dei due
giovani principi. Anche Arcadio si mosse sul solco della politica
ilobarbarica della famiglia. Sposò infatti Aelia Eudoxia, iglia del
generale franco Bauto, una donna di stirpe barbarica. L’aspetto e
l’indole confermavano questa sua ascendenza. E il giovane prin-
cipe, Teodosio II, era dunque per metà di sangue franco. La dispo-
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 183

sizione di Arcadio all’alleanza di parentela con i barbari troverebbe


conferma in un’altra importante testimonianza conservata dal solo
Procopio (Pers. I, 2, 1-7). Secondo questa testimonianza, Arcadio,
non idandosi di Onorio e Stilicone, avrebbe addirittura afidato il
iglio Teodosio al re di Persia, perché svolgesse il ruolo di tutore
del bambino. Si è discusso sull’attendibilità della notizia, riportata
dal solo Procopio. Senza dubbio, anche la tradizione di Procopio
evoca l’importanza delle strategie di parentela con i barbari per la
dinastia teodosiana31.
A metà del V secolo, fu evidente la carica eversiva delle alle-
anze matrimoniali tra famiglia imperiale e barbari per la stabilità
dell’impero. Ne fece dolorosa esperienza l’Occidente. Dapprima
per le pretese di Attila, intorno al 450. La principessa Onoria, iglia
di Galla Placidia e sorella di Valentiniano III era stata destinata
alla vita monastica. Dopo la scoperta di un suo amore segreto con
un servitore, era stata promessa in sposa ad un anonimo senatore.
Per evitare questo umiliante accomodamento, Onoria non esitò
a rivolgersi al più temibile nemico dell’impero, Attila. Il re degli
Unni, che era all’epoca anche magister militum d’Occidente, rice-
vette una richiesta di matrimonio e un anello come pegno per il
idanzamento. Attila non si lasciò sfuggire l’occasione. E in breve
reclamò da quello che riteneva il capo famiglia, Teodosio II, la
principessa e una dote adeguata. In particolare, bramava la Gallia,
da annettere al suo grande impero danubiano. Valentiniano III
reagì con durezza alle manovre della sorella e alle richieste di
Attila, e il suo riiuto signiicò la guerra. Nonostante la sconitta in
Gallia, nel 451, e il fallimento della spedizione italiana, Giordane,
Getica 223, afferma che Attila rinunciò ad assalire Roma, ma
dichiarò al Papa Leone che : gravioria se in Italia inlaturum, nisi
ad se Honoriam, Valentiniani principis germanam, iliam Placidiae
Augustae, cum portione sibi regalium opum debita mitterent. Il
passo deriva dalla tradizione di Prisco. Si tratta di un dato impor-
tante. Prisco presta grande attenzione alle strategie di parentela
dei sovrani barbarici, e alle implicazioni di carattere politico ed

31
Anche l’esperienza di Galla Placidia e Ataulfo, nonostante le circostanze
drammatiche del Sacco di Roma nel 410, si inserisce nella politica di alleanze
familiari tra dinastia imperiale e aristocrazia barbarica. Sui progetti politici di
Ataulfo e Placidia cf. Zecchini 1994, p. 97-98. Il legame tra dinastia teodosiana e
dinastia sasanide trova piena giustiicazione nella visione della regalità e del potere
carismatico afidato alle famiglie regnanti dei due grandi imperi : cf. al riguardo
Panaino 2004.
184 UMBERTO ROBERTO

economico delle loro manovre32. Ancora da Prisco, infatti, viene


un’altra importante notizia sulle strategie familiari di Geiserico,
re dei Vandali. Questi era uomo consapevole del peso dei legami
di parentela. Figlio illegittimo del re, aveva combattuto per otte-
nere il regno. E prima di morire lasciò una legge che stabiliva con
precisione le formule della successione. La trasmissione del potere
per via familiare era per lui questione di massima urgenza. Come
pure l’eficacia delle strategie matrimoniali nell’ambito della poli-
tica e della diplomazia. Dopo la guerra del 439-442, e la presa di
Cartagine, Valentiniano III e Geiserico suggellarono la pace con
la promessa di matrimonio tra Unerico, iglio del re dei Vandali, e
Eudocia, iglia dell’imperatore. Era un grande successo per il re dei
Vandali, che poteva aspirare ad unirsi in matrimonio con la dina-
stia regnante in Occidente. Inoltre, Valentiniano III era senza igli.
V’era la fondata speranza che un giorno il iglio di Unerico potesse
cingere la corona vandalica e quella di imperatore d’Occidente.
Con la morte di Valentiniano III, come sappiamo, le cose presero
una piega diversa, ma Geiserico continuò nella sua politica di alle-
anze di parentela. Secondo la preziosa testimonianza di Prisco
(fr. 30), dopo la morte di Valentiniano III e il Sacco di Roma del
455, Geiserico giustiicò le sue spedizioni contro le coste mediter-
ranee con la richiesta del patrimonio spettante a Eudocia, moglie
di suo iglio Unerico. Questa pretesa indica la capacità di Geiserico,
come di altri sovrani di stirpe barbarica, di sfruttare i meccanismi
che regolavano la vita sociale ed economica nell’impero romano ;
e di farne uso per le proprie ambizioni. L’alleanza matrimoniale
con la famiglia imperiale non rappresentava solo uno strumento
di integrazione ai massimi livelli nella società romana. V’erano
anche importanti aspetti politico-economici che, tanto Attila nella
questione di Onoria, quanto Geiserico nelle sue rivendicazioni,
avevano chiari. Nel caso di un’alleanza matrimoniale con la fami-
glia imperiale, il matrimonio diveniva uno strumento per acquisire
enormi ricchezze. In particolare, Geiserico aveva compreso che le
strategie matrimoniali, e le connesse rivendicazioni di patrimonio,
erano strumento di grande importanza per il controllo dell’impero,
e dei suoi più ricchi territori.
L’aspirazione di Geiserico a controllare il trono d’Occidente
attraverso le strategie di parentela appare evidente anche grazie

32
Cf. Prisco, Exc. 15-17 (20, 1 ; 20, 3 e 22, 1 Blockley) ; e Joh. Ant., fr. 292. Non è
da escludere che, dietro le trame di Onoria e Attila, vi fosse la stessa Galla Placidia,
desiderosa di recuperare prestigio attraverso il matrimonio della iglia con Attila e
di sbarazzarsi del suo nemico Aezio : Zecchini 1994, p. 99-107.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 185

a un’altra operazione, che si realizzò dopo la tragica morte di


Valentiniano III e il conseguente sacco di Roma del 455. Prima
del sacco, Placidia, l’altra iglia di Valentiniano III, e sorella della
moglie di Unerico, Eudocia, era stata promessa in sposa ad Anicio
Olibrio, un esponente della potente famiglia degli Anicii. Anche se
non ne conosciamo la data precisa, il matrimonio si svolse negli
anni successivi al 455. A quel tempo, Olibrio si trovava alla corte
di Leone, profugo dalle devastazioni del sacco. Le conseguenze
politiche dell’unione con Placidia furono di grande importanza : in
quanto cognato della moglie di Unerico, Olibrio divenne parente
della famiglia reale vandalica. Fu in seguito al consolidamento
del legame di parentela che Geiserico pensò di appoggiare le aspi-
razioni di Olibrio al trono imperiale d’Occidente. D’altra parte,
avendo sposato una iglia di Valentiniano III, Olibrio era anche un
forte pretendente al trono occupato ino al 455 dalla dinastia di
Valentiniano e Teodosio. La sua posizione venne sanzionata dalla
decisione di Leone di nominarlo console per il 464. Oltre al rango
consolare, Olibrio ebbe anche il titolo di patrizio. Per prestigio e
vincoli di parentela, Olibrio era anche più autorevole dell’impera-
tore Antemio. Questi rivendicava un legame con l’antica dinastia
per il suo matrimonio con la iglia di Marciano, sposato a sua volta
con l’ultima rappresentante in Oriente della dinastia imperiale,
Pulcheria, morta nel 453. La lotta politica tra i due contendenti si
svolgeva anche sul piano della forza dei legami di parentela con
la dinastia che per decenni aveva governato l’impero romano. E
di nuovo si coglie l’importanza delle valutazioni economiche nelle
strategie di confronto tra Geiserico e l’impero. La conquista di
Cartagine gli consentiva di controllare il lusso di grano e rifor-
nimenti verso Roma e l’Italia, e dunque, all’occorrenza, di ricat-
tare l’imperatore con la minaccia di una carestia ; la costruzione
di legami di parentela con la famiglia imperiale e con gli Anicii
gli garantiva il controllo di immense proprietà e grandi ricchezze
nell’impero.
La scelta di Anicio Olibrio di trovare nei Vandali di Geiserico
un sostegno politico alle sue ambizioni indica la lacerazione all’in-
terno dell’aristocrazia romana, tra Oriente e Occidente, intorno
al valore delle strategie matrimoniali miste. Mentre la famiglia
di Antemio e quella di Leone erano ostili ad alleanze di parentela
con i barbari, gli Anicii apparivano più disposti a continuare nel
solco della tradizione teodosiana. In generale, per comprendere le
drammatiche vicende di Roma nel V secolo occorre tener sempre
presente l’azione delle grandi famiglie romane ; e quella della
chiesa di Roma. Due gruppi di potere dominano la vita politica a
Roma durante il V secolo. La fazione legata ai Decii, ilodinastica,
ilorientale e antibarbarica ; e la fazione legata agli Anicii, ilobar-
186 UMBERTO ROBERTO

barica e cattolica, vicina al Papa33. Da decenni, gli Anicii si mostra-


vano favorevoli ai barbari. Tanto che nel 472, Anicio Olibrio poté
aspirare al trono imperiale grazie ai suoi legami di parentela con
Unerico e all’appoggio dei Vandali. A suo sostegno arrivò anche
l’inaspettata svolta di Ricimero. In seguito a tensioni con Antemio,
tra 470 e 471 Ricimero mutò radicalmente la sua politica. Cercò
l’intesa con i Vandali, e si dichiarò pronto ad appoggiare le ambi-
zioni degli Anicii al trono d’Occidente. Furono i rovesci militari
contro Vandali e Visigoti a indebolire la posizione dell’imperatore
e a persuadere Ricimero a cambiare le sue alleanze. Anzi, Ricimero
divenne il punto di riferimento di quanti speravano di sbarazzarsi
di Antemio, e della sua visione politica ‘orientale’.
Inesorabilmente si consumò la rottura del patto di adinitas
tra Antemio e Ricimero. Fu un atto gravissimo, che suscita la
condanna di tutte le fonti interessate agli eventi che portarono
all’assedio di Roma, al terzo sacco della città nel luglio 472, al
brutale assassinio di Antemio. Rompendo il vincolo di adinitas,
Ricimero tradì il suo imperatore e annullò gli accordi politici con
il suo alleato e i vincoli di parentela con suo suocero. L’amarezza
di Antemio, che abbiamo segnalato, deriva dal fallimento di una
politica che lo aveva indotto alla dificile scelta dell’adinitas con
Ricimero. L’apertura a Ricimero era stato un azzardo, estraneo
alla mentalità e ai costumi della sua famiglia. Alypia, la giovane
sposa, era stata sacriicata agli interessi politici del padre. I fatti
avevano poi rivelato la malvagità del barbaro. Ancora nel discorso
al vescovo Epifanio, che Ennodio ricostruisce, Antemio si lamenta
della perida rottura del vincolo di adinitas da parte del genero :
Ma onde svelare pienamente alla tua veneranda persona il senso dei
tentativi di costui, sappi che Ricimero si è rivelato un nemico ancora più
acceso ogni volta che lo abbiamo coperto dei favori più grandi. Quante guerre
ha preparato contro lo Stato ? Quanto si è rafforzata, grazie a lui, la furia
delle popolazioni straniere ? Inine, quando non poté danneggiarci diretta-
mente, ha dato esche a chi poteva nuocerci. E noi daremo pace a costui ?
Sopporteremo costui che si ammanta di amicizia, e che è un nemico interno,
che neanche i vincoli di parentela tennero legato al patto di concordia ?34

33
Cf. Zecchini 1981 ; Roberto 2012 ; non è condivisibile l’interpretazione ridu-
zionista del ruolo dell’aristocrazia romana nella storia d’Occidente nella seconda
metà del V secolo presente in Cameron 2012 : sulla scena di un impero che cade
senza rumore, gli interessi e l’azione politica delle grandi famiglie romane sareb-
bero a suo giudizio relegati al solo ambito urbano.
34
Cf. Ennod., Vita Epif. 68-69 ; trad. Cesa 1988, p. 92-93 : sed ut tuae venerationi
ad liquidum conatus illius aperiamus, quotiens a nobis maioribus donis cumulatus
est Ricemer, totiens gravior inimicus apparuit. Quanta contra rempublicam bella
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 187

Dunque, all’inizio del 471, Antemio riconosce il suo errore. In


diverse occasioni Ricimero aveva violato il vincolo di adinitas,
sostenendo l’opposizione al principe. Nella rappresentazione di
Ennodio-Epifanio, e nella percezione dei contemporanei, l’adinitas
doveva rappresentare un limite condiviso da Antemio e Ricimero
alla loro ostilità. Del resto, anche in un altro passo dell’opera che
descrive la vita del vescovo Epifanio riemerge il valore fondamen-
tale della adinitas, in riferimento al rapporto tra Gundobado e
Teoderico. E per Teoderico Ricimero rappresentò un modello
anche nell’abile uso delle reti di parentela per suggellare alleanze
e amicizie. Ricimero, infatti, conosceva bene il valore delle stra-
tegie di parentela, che praticò verso le famiglie dell’aristocrazia
barbarica d’Occidente. Con queste strategie si spiega la discesa di
Gundobado al suo ianco nel 472. Gundobado, infatti, iglio del re
dei Burgundi, era suo nipote, perché iglio di sua sorella, che aveva
sposato Gondioc re dei Burgundi. Anche per questa ragione, la
violazione del vincolo di parentela da parte di Ricimero non lasciò
spazio a illusioni di pace : il magister rinnegava il suo legame con
il romano Antemio, avvalendosi dello stesso legame con le fami-
glie barbariche per ottenere un’alleanza militare. Attingendo a una
fonte comune, tutte le voci a noi pervenute sugli eventi insistono
sulla malvagità di Ricimero che ruppe per interessi personali il
vincolo di adinitas. Nonostante le contrapposizioni politiche e la
brutalità della lotta, destava ancora stupore la scelta di contravve-
nire a questo legame. Tradendo il suocero, Ricimero era andato
oltre i limiti dell’interesse politico. Aveva spezzato un vincolo che
Romani e barbari consideravano sacro, tanto nei loro sistemi
familiari, quanto nelle loro relazioni. Ora Antemio era destinato a
pagarne le drammatiche conseguenze35.
Nonostante il tentativo di salvaguardare un’immagine di
concordia, le tensioni tra Antemio e Ricimero si ampliicarono
già in occasione della sconitta subita dai Vandali. Nell’agosto 468
avvenne la misteriosa morte del concorrente diretto di Ricimero,
il magister e patricius Marcellino. Si arrivò poi allo scontro aperto

praeparavit ? Quantas externarum gentium per illum vires furor accepit ? Postremo
etiam, ubi nocere non potuit, nocendi tamen fomenta suggessit. Huic nos pacem
dabimus ? Hunc intestinum sub indumento amicitiarum inimicum sustinebimus,
quem ad foedus concordiae nec adinitatis vincula tenuerunt ?
35
Esiste una linea ‘italiana’ di interpretazione dei fatti che sottolinea la malva-
gità di Ricimero, colpevole di aver aggredito il suocero contro il ius adinitatis.
Cfr. al riguardo il Chronicon di Cassiodoro (Chron. 1293). Sul rapporto di adinitas
tra Teoderico e Gundobado cf. Vita Epifani 163.
188 UMBERTO ROBERTO

nel 470. Colpito da una grave malattia, Antemio fu sul punto di


morire. Tornato in salute, decise di colpire un personaggio vicino
al gruppo di Ricimero, l’ex magister oficiorum e patricius Romano.
Costui fu considerato responsabile di trame volte all’eliminazione
dell’imperatore ; fu arrestato, condannato e giustiziato. La reazione
di Ricimero fu molto dura. Lasciò Roma con il seguito di seimila
soldati e con i suoi uomini, e si ritirò a Milano. L’Italia, in questo
modo, si trovò divisa : sotto il controllo dell’imperatore legittimo
le regioni del centro-sud ; sotto il governo del magister barbarico il
nord36.
Dopo una breve tregua, ottenuta per intercessione del vescovo
Epifanio, tra la ine del 471 e l’inizio del 472, Antemio e Ricimero
entrarono nuovamente in conlitto. Dopo aver ricevuto l’aiuto dei
Burgundi, Ricimero pose l’assedio a Roma. Davanti alla minaccia
barbarica, il senato (oi en telei, secondo Giovanni di Antiochia)
e il popolo dell’Urbe rimasero fedeli all’imperatore ; pur lacerata
in due parti, la città oppose resistenza per lunghi mesi. Nel frat-
tempo, Ricimero avviò trattative con Geiserico e accettò la volontà
del re dei Vandali di far salire sul trono d’Occidente Anicio Olibrio.
Nell’aprile del 472, mentre Antemio era ancora sotto assedio a
Roma, Olibrio raggiunse l’accampamento di Ricimero e venne
proclamato Augusto. Le milizie del magister avevano occupato
Gianicolo e Vaticano ; la battaglia che sbloccò l’assedio avvenne
presso il Mausoleo di Adriano e fu una disfatta per l’esercito di
Antemio. Le truppe di Ricimero entrarono in città e posero Roma
a sacco. Antemio, che aveva trovato rifugio presso la chiesa di San
Crisogono, venne riconosciuto da Gundobado e ucciso l’undici
luglio 472.
La violazione dell’adinitas da parte di Ricimero non fu solo un
atto ostile alle consuetudini antichissime dei Romani in materia
di alleanze di parentela. Fu pure la conferma di un riiuto da
parte di Ricimero della possibile ricomposizione dell’unità tra
Occidente e Oriente dell’impero. Ricimero rappresenta, invece,
una nuova mentalità che privilegia ormai le nationes romano-bar-

36
La favorevole accoglienza di Ricimero a Milano fu dovuta anche alla memoria
del suo intervento militare che, nel 464, aveva salvato la città dal saccheggio degli
Alani. Cf. Joh. Ant., fr. 299 ; Cassiod., Chron. 1289 ; Paul. Diac., Hist. Rom. XV,
2. Sulle circostanze della misteriosa morte di Marcellino cf. Kulikowski 2002,
p. 188-189. Successore di Marcellino nella carica di magister fu – probabilmente
già nel 468 – Fl. Valila, un personaggio di stirpe barbarica e fede ortodossa, perfet-
tamente integrato nella società romana e apprezzato dall’aristocrazia senatoria.
Rimase fedele ad Antemio e mantenne ino alla morte (intorno al 483) il suo ruolo
di prestigio ; cf. al riguardo Roberto 2013.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 189

bariche rispetto all’idea universale di impero. Infatti, anche se


aveva violato gli obblighi derivanti dall’adinitas con Antemio,
Ricimero fondò sull’adinitas la sua preziosa alleanza con Visigoti,
Suevi e Burgundi. A decapitare Antemio, imperator Graecus, che
s’era nascosto tra i profughi afluiti a San Crisogono, fu appunto il
burgundo Gundobado, iglio della sorella di Ricimero37.
Nonostante la vittoria, neppure la posizione del nuovo impera-
tore Anicio Olibrio appariva solida. La sua ascesa al potere impe-
riale, certo giustiicata dalla nobiltà e dalla potenza della sua fami-
glia, era tuttavia sostenuta dall’adinitas con i Vandali ; e dalle armi
di Ricimero, dei Burgundi, degli Ostrogoti. Il nuovo imperatore
era espressione di un’alleanza tra una grande famiglia romana
e i barbari che avevano maggiore potere dentro e fuori l’impero
d’Occidente. Ricimero era l’arteice di questa alleanza. La chiara
consapevolezza che una coalizione barbarica aspirava a mettere
sul trono un imperatore della stirpe degli Anicii ebbe probabil-
mente un ruolo nel suscitare l’ostilità di parte dell’aristocrazia
senatoria – dei Decii, in particolare – e della popolazione romana
contro Olibrio. Anche quando fu chiara la sua candidatura al
ruolo di Augusto, Roma continuò a resistere al ianco di Antemio.
E a suo favore si schierò pure l’imperatore d’Oriente Leone, che
non riconobbe Olibrio come nuovo imperatore, neppure dopo la
morte di Antemio38. Il regno di Olibrio durò poco. Il 19 agosto morì
Ricimero ; il 2 novembre 472 morì anche Olibrio. Finirono così le
ambizioni imperiali di Geiserico. Per qualche tempo, i vincitori
della guerra del 472 continuarono a governare l’impero. Il succes-
sore di Olibrio, Glicerio, era un uomo favorevole agli Anicii, e in
grado di mediare tra l’aristocrazia senatoria romana e l’esercito

37
Fonti principali sugli avvenimenti sono Giovanni di Antiochia, fr. 303, che
utilizza una fonte italiana ben informata ; da questa stessa fonte trae le sue infor-
mazioni Paolo Diacono, Hist. Rom. XV, 3 ; qualche dettaglio anche in Cassiodoro,
Chron. 1293. Sugli eventi che portarono al terzo sacco di Roma, nel luglio 472,
cfr. Roberto 2012, p. 157-196. Sugli schieramenti politici e le scelte di Ricimero
Zecchini 1981, p. 130-131.
38
L’impero d’Oriente appoggiò in modo chiaro la causa di Antemio. Consoli,
infatti, per il 472 sono in Occidente un esponente del senato e, in particolare, della
famiglia dei Decii che appoggia Antemio, Flavio Ruio Postumio Festo ; in Oriente,
uno dei igli di Antemio. Cf. Bagnall et al. 1987, p. 478-479. Leone intendeva in
questo modo affermare il suo sostegno ad Antemio minacciato da Ricimero. Sul
mancato riconoscimento di Olibrio, e del suo successore, l’aniciano Glicerio (marzo
473-474) cf. Vassili 1937, p. 161-162 ; Clover 1978, p. 195 ; Gusso 1992, p. 175. Il
resoconto conluito nella tradizione di Prisco, e da qui in Giovanni di Antiochia,
deriva da una versione ostile ai rappresentanti degli Anicii : tanto a Olibrio, quanto,
per gli eventi del 455, a Petronio Massimo.
190 UMBERTO ROBERTO

comandato dal burgundo Gundobado. Governò dal marzo 473 al


giugno 474. E tuttavia, nel volgere di quattro anni dal Sacco del
472, l’impero romano d’Occidente era destinato a scomparire39.
In conclusione : per la storia dei rapporti tra Romani e barbari,
il biennio 471-472 fu un periodo decisivo. Nel volgere di pochi mesi
fallirono clamorosamente i tentativi di consolidare un sistema di
governo e di relazioni tra gruppi fondato sull’unione tra aristo-
crazie barbariche e dinastie regnanti attraverso le strategie matri-
moniali ; fallì l’adinitas tra Romani e barbari ai vertici supremi
dell’impero ; e fallì il modello teodosiano di integrazione e gestione
condivisa del potere. In Occidente Ricimero affossò la pace che
garantiva la tenuta del regno di Antemio, rinnegando l’adinitas
con l’imperatore. Sul vincolo di adinitas si fondò il tentativo di
contrapporgli Anicio Olibrio, imparentato con Geiserico. Ma con la
morte di Olibrio, dopo il terzo sacco di Roma, ebbero pure termine
le manovre di Geiserico per controllare il potere imperiale attra-
verso le strategie di parentela. La svolta fu signiicativa : Geiserico,
infatti, cambiò la sua visione del mondo mediterraneo, non rite-
nendo più necessario un impero romano d’Occidente, sottoposto
allo stretto controllo dei Vandali e degli altri popoli barbarici. La
pace del 474 con Zenone sancì un nuovo equilibrio con l’impero
romano d’Oriente ; un equilibrio destinato a durare ino alla ricon-
quista di Giustiniano. Malco di Filadelia prosegue l’opera di Prisco
di Panion, condividendone anche alcuni interessi. In particolare,
anche Malco riporta utili informazioni sulle strategie familiari tra
Romani e barbari. Dai frammenti della sua storia provengono due
importanti notizie. In primo luogo, Malco riferisce di una signii-
cativa decisione di Unerico, re dei Vandali. Suo padre Geiserico
aveva fatto delle rivendicazioni sul patrimonio di Eudocia, moglie
di Unerico, una causa di guerra contro l’impero romano. Geiserico
aspirava a riprendere il controllo economico e patrimoniale dei
beni appartenenti all’eredità di Valentiniano III ; e per questa
ragione manteneva alta la tensione con l’impero. Suo iglio Unerico
decise di chiudere la questione. Malco, fr. 13 Müller (17 Blockley),
ricorda che nel 478 un’ambasceria guidata da Alessandro, che
era tutore della moglie di Olibrio, Placidia, venne da Cartagine
a Costantinopoli con un importante messaggio per l’imperatore
Zenone. Per consolidare la pace tra Romani e Vandali, Unerico
rinunciava a ogni pretesa sul patrimonio di sua moglie Eudocia,

39
Sul regno di Glicerio, uomo vicino agli Anicii e gradito a Gundobado,
cf. Gusso 1992 ; Roberto 2014.
ANTEMIO E L’ULTIMA DIFESA DELL’UNITÀ DELL’IMPERO (467-472) 191

defunta dal 472. Il re dei Vandali rinunciava in questo modo a una


delle principali strategie per consolidare la sua posizione di forza
all’interno del mondo romano. Il patrimonio di Eudocia, come
quello di Anicia Giuliana, iglia di Placidia e Olibrio (e nipote di
Unerico), era immenso. Ma non era più tempo per Unerico di
inseguire la restituzione dei beni e del denaro che « Leone aveva
sottratto a sua moglie ». Un’ulteriore conseguenza delle dramma-
tiche vicende del 471/472 è ancora conservata da Malco (fr. 16
= 18, 3 Blockley). Nel 479, alla notizia che Teoderico l’Amalo e
Teoderico Strabone avevano raggiunto un accordo, Zenone tentò
di slegare l’Amalo dall’alleanza. Gli promise ingenti ricchezze e, per
farlo desistere dal suo impegno, « gli avrebbe concesso in moglie la
iglia di Olibrio o un’altra donna nobile di Costantinopoli ». Era
un’offerta importante : non solo Anicia Giuliana era ricchissima ;
era anche imparentata con la dinastia di Teodosio il Grande, con la
potente famiglia degli Anicii, e con la dinastia regnante dei Vandali.
Ma Teoderico non accettò. In realtà, dopo la conquista dell’Italia,
l’Amalo Teoderico, re degli Ostrogoti, fece delle strategie di paren-
tela con i sovrani di stirpe barbarica dell’Occidente uno dei pila-
stri del suo potere. Conosceva bene il valore dell’adinitas e le sue
potenzialità politiche. E tuttavia, Teoderico, che era un abile poli-
tico e aveva a lungo vissuto a corte come ostaggio (ino, appunto,
al 471-472), riiutò l’offerta di sposare Giuliana : la memoria dram-
matica, e ancora fresca, dei fallimenti di Aspar in Oriente e di
Ricimero in Occidente consigliava di rinunciare a un’esperienza
considerata ormai fallimentare e priva di vantaggio politico40.

Umberto ROBERTO
Università Europea di Roma

40
Nonostante il riiuto di Teoderico, i matrimoni misti come strumento
di formazione di una nuova élite del potere continuarono, anche in Oriente.
Soprattutto gli Anicii di Costantinopoli sembrano impegnati in questa politica
familiare. La disponibilità teodosiana all’alleanza con i barbari attraverso l’adi-
nitas caratterizza a lungo le scelte degli Anicii. Dopo il riiuto di Teoderico l’Amalo,
Anicia Giuliana sposa Fl. Areobindo Dagalaifo Areobindo. Più tardi, l’unione tra
Anicii e Amali si realizza attraverso il matrimonio tra Germano e Matasunta, nel
550. Anche Flavio Massimo, in Occidente, sposa una principessa amala. Cf. in
generale Momigliano 1960 ; su Anicia Giuliana : Capizzi 1968.
192 UMBERTO ROBERTO

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PETER J. HEATHER

EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY

Two propositions concerning East Roman attitudes towards


the breakdown of centralised imperial rule in the western
Mediterranean have become quite irmly entrenched in some
recent scholarly literature. First, it is now regularly argued that
the imperial authorities in Constantinople were content more or
less to stand by and watch as the western Empire collapsed. There
are many components to this line of thought, but it was postu-
lated more than a generation ago now that the period after the
death of the Emperor Theodosius I saw the deinitive partition of
the old uniied Roman Empire into two more or less independent
halves. Then, building in some new ways on this starting point,
Walter Goffart subsequently argued that, because of its propensity
to throw up dangerous usurpers who would also seek power in
Constantinople, the eastern political establishment came to regard
its ostensible western counterpart much more as a threat than a
natural ally. There was consequently a recalibration of priorities in
the east, where outside ‘barbarian’ powers came to be seen as much
less of a problem than a powerful western Empire. As a result, the
eastern authorities were perfectly content to allow intrusive bodies
of non-Roman military manpower to annex different parts of the
western Empire’s tax base, since this undermined its capacity to be
a source of dangerous usurpation. The aim was probably not the
complete destruction of the Roman west, which could not be fore-
seen, but the new attitudes in Constantinople constituted a major
contributory factor to western collapse, because they made the
Roman east unwilling to contribute serious resources to the task of
propping up the west1.

1
Division of Empire : Demougeot 1951, with the crucial extension of the argu-
ment in Goffart 1981. For varying degrees of positive reception of Goffart’s ideas
in some recent Anglophone textbooks, but they are all positive to some extent, see
e.g. Mitchell 2007, p. 102ff. ; Innes 2007, ch. 2 ; Rollason 2012, p. 27-29.
200 PETER J. HEATHER

The second proposition its in quite neatly with the irst, although
it in fact evolved separately. This argues that there is no sign that
the eastern imperial authorities saw anything of great signiicance
as having occurred in late summer 476, when Romulus Augustulus
was deposed, in what has traditionally been viewed as the inal act
in the destruction of the Roman west. At the time, the deposition
was viewed in Constantinople as no more than the latest in a series
of swift regime changes, and it was only two generations later, in
the 520s, that Odovacar’s coup d’etat came to be identiied as the
inal moment of western imperial dissolution, and then for reasons
which were entirely to do with affairs of that later period2. This is
obviously a much more precise kind of argument than the broad
revisionist sweep offered by the irst proposition, but the purpose
of this paper is to reconsider both of these lines of argument. In
my view, there is good reason to argue both that the deposition
of Romulus Augustulus marked a major break in established East
Roman policy lines towards the political situation in the western
Mediterranean, and that those policy lines – in general terms – had
encompassed a degree of practical assistance for the ailing Roman
west which was substantial, even if it had never amounted to the
proverbial blank cheque.

East & West


The place to start is by laying out the full range of known
Constantinopolitan interventions in ifth-century west Roman
affairs. What follows is essentially a list, with some items requiring
rather more comment than others.

402 (& 407/8)


Since this used to be taken as fact, it is important to underline
that there is no evidence at all that Alaric was positively sent west
into Italy from the East Roman Balkans by the imperial authorities
in Constantinople. One line from the poet Claudian was understood
to demonstrate this, but this interpretation misconstrued the rele-
vant passage. More generally, the evidence suggests that Alaric
made the move entirely off his own bat, when it became clear,
following the fall of the eunuch Eutropius in 399 and the years
afterwards, that the Constantinopolitan political establishment,
whomever was in charge, was not going to be willing to replicate

2
Croke 1983 ; cf. its recent acceptance by Wickham 2009, p. 79.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 201

the highly advantageous relationship the Goth had enjoyed with it


from 397, when for two years he held the post of Magister Militum
per Illyricum3.

409/10
New ight was put into the Emperor Honorius by the arrival of
an East Roman leet in the port of Ravenna. He was about to lee
to the east in the face of the combined pressure being placed upon
him by the usurper Constantine III and Alaric’s second Italian
expedition, but the leet brought 4000 soldiers which encouraged
him to hold on at a moment of great crisis. As subsequent events
showed, there in fact remained enough military resources avai-
lable to his regime within Italy, properly handled, to re-establish
his hegemony over much of the western Empire. Once Alaric’s
Goths, now led by Athaulf, had been starved out of Italy in 411/12,
Flavius Constantius was able to mobilise these forces irst to defeat
the usurpers and then to force the Goths into submission. Britain
fell out of the western imperial system at this point, and parts of
Spain remained under the control of Vandals, Alans, and Sueves,
but at least two further political generations of life were put back
into the western Empire by the imperial comeback of the 410s.4.

424/5
The regime of Theodosius II mounted a major expedition
under the command of Ardaburius and Aspar to put Valentinian III
on the western throne following the deaths in quick succession of
Fl. Constantius (Constantius III) and Honorius, and the usurpation
of the primicerius John5.

3
See Bayless 1976 on the misunderstanding. For the general circumstances of
Alaric’s irst invasion of Italy, see Heather 1991, p. 206-213.
4
Soz., H.E. IX, 8, 6 ; cf. Zos. VI, 8, 2. Here and in the remaining elements
of the list which follow, I generally follow the seminal discussion of Kaegi 1968,
ch. 1, whose inluence on what follows should be taken as read unless otherwise
signalled although, for reasons of economy, I will not provide a precise reference
at each footnote. In this instance, Kaegi’s discussion – Kaegi 1968, p. 16f. – already
provided a necessary corrective to the dismissive comments of Demougeot 1951,
p. 493, and for fuller discussion of the ‘comeback’ which Honorius’ survival of
this moment of crisis made possible, see Matthews 1975, ch. 13-14 ; Heather 2005,
p. 233ff.
5
Refs. as PLRE II, Ardaburius, p. 137f. and ibid., John, p. 594f.
202 PETER J. HEATHER

427 (or 421)


An east Roman intervention expelled Hunnic forces from
Pannonia, traditionally part of the western Empire. The event gets
only one line in the Chronicle of Marcellinus Comes, so that its size
and signiicance is hard to judge, but this may well have been the
occasion when a large force of Goths was detached from Hunnic
hegemony and relocated to Thrace, to provide the manpower for
the Thracian Gothic foederati who would be a major feature of the
east Roman military establishment down to the 470s. If so, the
brevity of the surviving record must not be allowed to hide the
substantial nature of the action6.

431/4
East Roman troops under the command of Aspar operated
in Roman North Africa against those surviving elements of the
Vandal-Alan coalition led by Geiseric which had crossed over the
Straits of Gibraltar from Spain in 429. No detailed narrative of the
action has come down to us, but Aspar’s intervention was part of
a moderately effective containing operation which led Geiseric to
accept an initial treaty in 435/6. This restricted him only to some
of the less desirable provinces of North Africa : Mauretania and
Numidia, rather than Proconsularis and Byzacena7.

438
A major legal reform project begun in 429 culminated in the
publication of the Theodosian Code in 437/8. The commission
was based in Constantinople, but western legal sources were
consistently drawn upon, including some highly signiicant recent
western rulings, so that the project, while eastern-led, must be
understood as a joint one. The inal solemnisation of the marriage
alliance between Valentinian III and Theodosius’ daughter Eudoxia
in 437 was tied into the ceremonies orchestrated around the publi-

6
Theoph., A.M. 5931 ; cf. Procop., Vand. I, 2, 39-40 with the discussion of Croke
1977, p. 360. The year could have been 421 rather than 427 because Theophanes
says that the Gothic resettlement happened in the 19th year of Theodosius II, whose
reign, at different points, Theophanes dates both from 402 (when Theodosius
became Augustus) and 408 (when he became sole Augustus).
7
Refs. as PLRE II, Aspar, p. 164ff. A recent discussion of these events is
provided by Merrills and Miles 2010, p. 52ff.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 203

cation of the inished Code further to emphasise a commitment to


imperial unity at this point8.

441/2
Large numbers of eastern troops, taken mostly from the Danube
front, were moved to Sicily as part of a joint east-west expedition
whose object was the reconquest of Carthage and the richest North
African provinces which Geiseric had seized in 439 when he broke
the earlier treaty of 435/6. The expedition never sailed because
Hunnic attacks in the Balkans forced the return of its eastern
troops, but there’s no doubting the size of the eastern commitment,
not least because it was the absence of the Danubian forces which
allowed the Huns suficient leeway to launch their assault9.

447
This year saw the irst exchange of new imperial laws between
east and west (Novellae) after the completion the original Theodosian
Code project. We have explicit evidence only of an eastern compi-
lation of laws being sent to the west, and nothing vice versa. But
the Novel of Theodosius II which introduced and ratiied the new
collection explicitly requested that Valentinian III should send a
similar compilation of his news laws to Constantinople in return.
Theodosius’ intention was to initiate a regular exchange of new
legal rulings between the two halves of the Empire10.

452
Eastern forces attacked the central European heartlands of
the Hunnic Empire while Attila and the majority of his striking
forces were engaged in their own expedition into northern Italy.
E.A. Thompson denied that the Marcian referred to in our brief
Chronicle source for this event could be the eastern emperor,
arguing that Constantinople was too frightened of the Huns to

8
The so-called Law of Citations of 426 – Cod. Theod. 9, 43, 1 – is an excellent
example of a western law whose potential impact in the east from 438 was enor-
mous (even if its original signiicance was more limited, as argued by Matthews
2000, p. 221 ; cf. Humfress 2007, p. 67). For partly contrasting accounts of the legal
reform process behind the Theodosian Code, see Honoré 1998 ; Matthews 2000 ;
Sirks 2007.
9
Kaegi 1968, p. 28f. provides an excellent account with full refs.
10
Nov. Theod. II 2, 2-3 of October 1 447. Its validity for the west was conirmed
by Nov. Val. III 26 of June 3 448.
204 PETER J. HEATHER

risk Attila’s wrath. He was, on the contrary, an unknown western


commander. As others have argued subsequently, however, this is
a decidedly forced interpretation, and most scholars have been
happy to accept that Constantinople launched a diversionary coun-
terattack of some kind while Attila was busy in Italy, as well as
providing Aetius with some direct military assistance within Italy
itself11.

467/8
The Eastern Emperor Leo negotiated with the western general
and king-maker, the Patrician Ricimer, to put Anthemius, an
eastern general and son-in-law of the former eastern Emperor
Marcian, onto the western throne. Constantinople then mounted
a huge seaborne expedition under the command of Leo’s brother-
in-law Basiliscus to attempt to reconquer the richest provinces of
North Africa from the Vandal-Alan coalition of Geiseric12.

What broad conclusions emerge from this inventory of east


Roman engagement with the western Empire in the ifth century ?
Quite clearly, the imperial authorities in Constantinople were
never willing to write their western counterparts a blank cheque.
In the end, the eastern political establishment stood aside as what
had remained a substantial rump of the western Empire fell apart
in the years between Basiliscus’ defeat (468) and Odovacar’s coup
d’état (476), at a point when the east still had signiicant military and
inancial resources to hand. If Zeno was not in the most comfort-
able of positions in the summer of 476, having just regained the
throne from Basiliscus after an eighteen month hiatus, neither was
the eastern Empire on the point of collapse13. There were distinct
limits, therefore, to Constantinople’s commitment to the cause of
Empire in the west. Nonetheless, even on a quick read through, the
list does amount to a record of substantial engagement in support
of the ifth-century west, with serious amounts of assistance being
provided on a number of separate occasions. Some further relec-
tions strengthen this initial impression.

11
Hyd., Chron. 154 with the argument of Maenchen-Helfen 1973,
p. 137f. vs. Thompson 1948, p. 148. The scale and precise direction of the East
Roman manoeuvre is, however, unknown.
12
For a more detailed discussion & full refs., see Heather 2005, p. 390-407.
13
Brooks 1893 remains an excellent account of these court manoeuvres.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 205

To start with, I doubt very much that the list is comprehen-


sive. It has to be reconstructed from disparate sources of a wide
variety of kinds, largely taking the form of very brief entries in
western Latin chronicles, and longer narrative histories in Greek
from the east. But the former, by their very nature, omit many
matters, and the second, while originally, I suspect, amounting to
a pretty full account of east-west relations in the ifth century –
via the sequential combination of the histories of Olympiodorus,
Priscus, Malchus and probably Candidus (lying behind the mate-
rial extant in the text of John of Antioch) – survive only in extracts
made in the tenth century under the supervision of Constantine
VII Porphyryogenitus. And because the surviving extracts come
from a small number of volumes of Constantine’s project, with very
speciic titles which closely dictated the matter to be excerpted (De
Legationibus and De Insidiis in particular), they tend to deal only
with very speciic types of action. This has to be an argument from
silence, but I think it highly likely that the record of other moments
and possibly even whole types of assistance – for instance in the
form of cash advances – has not survived, especially in the early
410s and again after Valentinian III was put on the western throne
in the later 420s, when relations were demonstrably close between
east and west14.
More positively, on some occasions, the amount of eastern
assistance committed to the west was extremely large. We have
few details, but the expedition of 424/5 to enthrone the young
Valentinian was clearly substantial. This could be dismissed as
mainly an exercise dynastically-inspired civil war, and hence
of little if any beneit to the western Empire as a whole, so that
the two expeditions against the Huns in 441/2 and 468 arguably
provide better examples15. Famously, that of 441/2 never managed
to leave the island of Sicily, but the eastern commitment was

14
An excellent introduction to Constantine’s 50 volume project, of which only
4 partly or wholly survive, is Lemerle 1971, p. 280-288. On the likely origin of John
of Antioch’s (fragmentary) material on the reign of Zeno in the history of Candidus,
see Heather 1991, p. 237-238.
15
I would not myself be so dismissive. Establishing a regime in power with
whom the east could work was a necessary precondition for further cooperation,
in the same way that Fl. Constantius dealt with usurpers irst in order to be able
to unite the military establishment of the west against the Goths of Alaric/Athaulf
and the Rhine invaders of 406 (refs. as above note 5). In this case, the eastern inter-
vention against the Huns in Pannonia, if that occurred in 427 (note 6) should be
viewed as a further outcome of putting Valentinian III on the western throne, since
it may not have happened without that precursor.
206 PETER J. HEATHER

large enough to destablise its Danubian frontier, being exploited


by Attila and Bleda to launch the irst major attack of their joint
reign. Obviously the record here is mixed, since the authorities in
Constantinople ordered the troops to return at this point – a further
conirmation that the eastern cheque was never a blank one – but
there is no doubting the number of troops and hence the inancial
expense of the effort, however fruitless it turned out to be. With
the Hunnic menace now safely out of the way thanks to a series
of large-scale subject revolts, the way was clear by 468, inally, for
an unfettered attempt to reconquer Carthage. The recorded igures
suggest an extraordinary level of commitment. Procopius states
that Leo employed 100,000 troops, and spent altogether 130,000
pounds of gold, while Cedrenus reckons the number of ships at
1,113. Some of these igures are suspiciously round, but that’s no
excuse for doubting the basic size of Constantinople’s commitment
to the task, strongly suggestive of an attempt actually to destroy the
Vandal-Alan alliance of Geiseric (an end that the western Empire
itself had once come close to achieving in Spain in the 410s). We
know with hindsight that the expedition failed, but Belisarius’
success in the early 530s, with a considerably smaller force, shows
that it might have succeeded and the 468 expedition was certainly
large enough to do so. The effort left the east Roman treasury still
registering ‘empty’ ive years later on the death of its organiser, the
Emperor Leo16.
The scale of the east’s commitment to western defence has to be
reckoned larger still in my view, when proper account is taken of
the overall strategic context. When thinking about how much assis-
tance to give to the west, the different regimes in Constantinople
needed to balance western need against the requirement that their
own territories should not be left unguarded. And, in fact, the ifth
century posed the east a whole series of pressing strategic prob-
lems. Above all, the Persian front could not be left unguarded.
Persia was not only the East’s traditional enemy, but a successful
Persian attack on the central Mesopotamian front would quickly
inlict damage one of the eastern Empire’s key revenue-generating
regions : the Fertile Crescent. In the ifth century, famously, relations
with Persia were relatively peaceful, compared to the fourth and

16
Procop., Vand. I, 6, 1 ; Cedr. I, 613 Bekker ; cf. Lyd, Mag. III, 43. Kaegi 1968,
p. 44ff. provides more or less a maximalist commentary, but even more guarded
accounts recognise that the expedition must have been ‘massive’ : Merrills - Miles
2010, p. 121-122.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 207

sixth centuries, but there were moments of hostility nonetheless,


and relations with Persia were never so good that particularly the
Mesopotamian frontier could be left unguarded. In the late fourth
century army listings of the Notitia Dignitatum, something like one
third of the entire military establishment of the total Empire – east
and west – was stationed on the eastern front. I imagine – although
there is no hard evidence – this was allowed to decline somewhat
during the ifth century (certainly defensive fortiications required
a major refurbishment at the start of the sixth), but troop numbers
could never have been allowed to fall very far. Although Persia faced
its own periodic nomad threat particularly from the Hephthalite
Huns, if Constantinople’s eastern front had become too weak, then
there is every reason to suppose that the Persians would have taken
advantage of it to score some quick and proitable victories17.
If that were not enough, the ifth-century also saw an unprec-
edented level of threat emerge on the eastern Empire’s northern,
Danubian front. Before the late fourth century, Constantinople
faced the strategic problem in that quarter of managing a series
of small-to-medium-sized, largely Germanic-dominated client
states north of the river. Broadly-speaking, one major campaign
per generation (every twenty to twenty-ive years) was required to
keep these entities operating within lines acceptable to the Roman
authorities, backed with carefully structured lines of economic and
cultural diplomacy18. The rise of Hunnic power in south-eastern and
then central Europe, by contrast, united an unprecedented quan-
tity of the warrior groups at the heart of these client states under
Hunnic dominion. By the time of Attila and Bleda in the 440s, the
Hunnic Empire included several previously independent groups of
Goths, Rugi, Suevi, Gepids, Sciri, and Alans amongst many others.
Its overall structure was always fragile, since conquest was the
primary means by which uniication had been achieved, and many
of the new Empire’s subjects were only too happy to take every
opportunity to break away from Hunnic domination. Nonetheless,
particularly in the 430s under Rua and in the 440s under Attila,
an entity had come into being which could directly challenge
Roman hegemony on the Danube. 447 represented the nadir, Attila
inlicting sequential defeats on both the eastern Empire’s Thracian

17
Croke - Crow 1983 and Whitby 1986, with refs., discuss the evident East
Roman need to refurbish Mesopotamian defences in c. 500 AD. A good overall
introduction to Roman/Persian relations in late antiquity is generated by a combi-
nation of Dodgeon - Lieu 1991 ; Greatrex - Lieu 2002 ; Dignas - Winter 2007.
18
The evidence is collected and analysed in Heather 2001.
208 PETER J. HEATHER

and Praesental ield armies, but, from the mid 420s onwards, any
help for the west had to be balanced against the opportunity that
major troop transfers in that direction – even temporary ones –
might offer to the Huns19.
Nor, indeed, did the heightened level of threat on the Danube
disappear with Attila’s sudden death in 453, although it certainly
changed nature. At that point, the enforced unity created by
Hunnic dominion was progressively overturned, and, as this
process unfolded, probably in the ive years after Attila’s death, the
threat of any really large armies bursting onto east Roman terri-
tory from north of the Danube subsided. But, again, the process of
Hunnic collapse was itself a violent one with serious consequences
for Constantinople on two levels. First, the struggles threw various
uninvited refugee groups onto east Roman territory in the late 450s
and early 460s, who then needed to be dealt with in some way20.
Second, as new winners began to emerge from the process, such as
the Amal-led Goths in Pannonia, their leaderships showed preda-
tory intent towards East Roman wealth, and began to manoeuvre
against it in order irst to extract and then increase annual gold
subsidies. At the end of one invasion of east Roman Illyricum, in
the early 460s, for instance, the Amal-led Goths increased their
annual subsidy to 300 pounds of gold per annum, and, ten years,
later exploited political disarray in Constantinople to throw them-
selves onto east Roman territory for a more extended, ifteen year
period, to increase the low of Roman wealth in their direction. Not
until Theoderic led them out of the Balkans again in autumn/winter
488/9 did the level of threat subside, by which time central impe-
rial authority in the west had ceased to exist21. Throughout pretty
much the whole of the ifth century, therefore, any aid sent to the
ailing west was being provided despite the fact that Constantinople
faced threats on two other fronts : an implicit Persian menace to
the eastern Empire’s jugular, and an extremely unstable situation
on the Danube.
Sometimes, at least, this assistance was also appropriate and
coherent. A reliable garrison for Ravenna in 409/10, for instance,
was exactly what Honorius needed in order to ind some political
breathing space from the immediate pressures placed upon him

19
On the rise of Hunnic power, see e.g. Thompson 1948 ; Maenchen-Helfen
1973 ; Heather 2009, esp. ch. 4-5.
20
The evidence is collected and discussed in Heather 2009, 238ff.
21
A detailed discussion of this period can be found in Heather 1991, pt. 3.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 209

by the manoeuvres of Constantine III and Alaric. Re-endowed with


one point of security, the emperor was then in a position to ind a
military eminence grise of suficient talent to mobilise the consid-
erable forces still available to the regime within Italy irst to restore
its control there, and then, of the vast majority of the Roman west.
This was achieved by Fl. Constantius in Honorius’ name from 411,
but, without the east’s assistance, Honorius would probably have
led to Constantinople and the western Empire could easily have
fragmented at this point. Attacking the Hunnic homelands left
vulnerable by the despatch of a major long-distance expedition in
452 was also a classic mechanism employed on several other occa-
sions by eastern imperial regimes to disrupt an attacking force, by
playing on the natural concerns of warriors for their families. In
this case, however, there was also a further dimension. Many of the
Huns’ subjects had been incorporated only unwillingly into Attila’s
Empire, and, as our sources demonstrate, took every opportunity
to attempt to throw off Hunnic domination22. Attacking Attila from
behind in 451 potentially generated another context for a major
loss of Hunnic subjects (such as happened in 427 when a Gothic
force was detached from Hunnic rule Pannonia and resettled in
Thrace).
But the clearest evidence of what can in my view reasonably
be considered strategic thinking in Constantinople is in my view
again provided by the great Vandal expeditions of 441/2 and
468. If the situation was already serious beforehand, the Vandal
seizure of Carthage and the richest provinces of North Africa in
439 plunged the western Empire into deep crisis. The consequent
loss of tax revenues directly and immediately threatened the size
of western military establishment that could be maintained, which
in turn meant that still greater opportunities for expansion (with
further losses of tax revenue and hence troop numbers) would fall
open to the Visigoths and other centrifugal forces already estab-
lished on western soil, most of them with recent origins beyond
the imperial frontier, and which even the pre-439 western military
establishment had struggled to contain. The immediate context
of Vandal success in 439 was the three year war Aetius had had
to wage against the Visigoths from 436 to prevent them adding

22
There has been a tendency in some recent literature to suppose that
all the subject peoples chose to become fully integrated and fully enfranchised
‘Huns’ under Attila, and then chose to cease being so afterwards. In my view this
massively understates the evident instability and internal contradictions of the
Hunnic Empire ; for a full discussion, see Heather 2009, p. 227ff. with refs.
210 PETER J. HEATHER

substantial new territories to those granted them in the Garonne


valley in 418/19. Against this broader backdrop, attempting to land
a knock-out blow on the Vandals made perfect strategic sense. At
one and the same time, it would both have removed one of the
major centrifugal forces established on western soil, and added
an extremely valuable low of potential revenues back into the
western Empire’s coffers. Proconsularis, where the Vandals and
Alans had settled and redistributed a sizeable quantity of landed
estates, would not have produced much tax revenue for some time,
but landholding patterns in Byzacena and Numidia had been left
intact, so that a substantial low of revenues might be expected
from these provinces more or less immediately23. No other avail-
able option had the same potential to arrest the erosion of west
Roman central imperial power.
Nor, perhaps more surprisingly, is there much sign of any great
difference in the willingness of the various eastern regimes to
provide assistance to the west, when, in principle, there might very
well have been. Theodosius II, of course, was expressing a strong
dynastic commitment when putting his young cousin Valentinian III
on the western throne in 424/5, but, during his reign, help was not
conined merely to keeping a Theodosian on the throne. The expe-
ditions under Aspar to North Africa to the 430s and again to Sicily
in 441/2, preparatory to an attempt to recapture Carthage, both
showed a wider interest in the general health of the west Roman
polity. It has been suggested that Constantinopole’s interest in the
west then tailed off under Theodosius II’s non-dynastic successor,
the Emperor Marcian, since his reign (450-457), saw no large-scale
expedition to the west. On relection, however, I think this is prob-
ably mistaken. Marcian was willing to launch at least a spoiling
attack in 452 to help force Attila’s withdrawal from northern Italy.
Disease also played its part in the Huns’ retreat, as famously did
Pope Leo I, but this was no small act to have undertaken. And, after
452, political instability in the west set in so fast with the deaths
in quick succession of Attila (453), Aetius (454) and Valentinian III
himself (455) that there was simply no opportunity to negotiate
and mount a major expedition to the west before Marcian’s own

In both Italy after the sojourn of Alaric’s Goths in 408-11 and Numidia after
23

the Vandal occupation of 435-9, the Empire had to concede massive tax reductions
(of up to 8/9ths of the normal revenues) to areas brought back under the impe-
rial wing after ‘barbarian’ occupations : Cod. Theod. 11, 28, 7, 12 ; Nov. Val. III 13.
A restored Proconsularis would presumably have seen similar levels of revenue
disruption, but the Vandals had maintained Roman taxation structures elsewhere.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 211

death in 457. Given the pace of ancient communications, where


everything moved at an arthritically slow 40 kms per day, you have
to calculate that a lead-in time of two to three years was required
to undertake the political negotiations, and then to move troops
and assemble the necessary logistic supplies for a major military
intervention in the west. It was, for instance, only two years later,
in 441 that the counter-expedition even began to gather in Sicily
following Geiseric’s seizure of Carthage in 439. From this perspec-
tive, it is simply the case that no western regime between the deaths
of Attila and Marcian lasted long enough for the East to be able to
think of doing anything major to strengthen the strategic position
of the west. Our sources are also far too lacunose to make it at all
a safe conclusion that smaller-scale assistance was not again being
provided in the meantime24.
Under the Emperor Leo, the approach of Constantinople
remained broadly similar to what we can observe under
Theodosius II and Marcian. Leo was certainly not prepared to
support just any ruler of the west. Libius Severus was never recog-
nised at all, and Majorian only, it seems, after a considerable
delay. Leo was also much happier, naturally enough, to provide
weighty support for his own candidate : the Emperor Anthemius.
Nonetheless, there was no dynastic link between these two men,
yet still Leo was willing to put together an armada to attempt to
reconquer Carthage in 468. As I have argued elsewhere, I do think
this expedition was part of the price that Anthemius had negoti-
ated on leaving Constantinople for the west, and that Leo had polit-
ical interests in wanting him gone in the mid 460s, since he was a
potential candidate for the throne in what was at that point a highly
unstable situation, Leo having no heir. But if dynastic calculations
always played a part in the decision-making process, so, evidently,
did a broader commitment to the west which transcended changes
of regime in Constantinople, and was not dependent on close
familial ties between rulers of east and west.
The argument must not, of course, be overstated. The help
provided by Constantinople was always highly calculated, with a
distinct element of self-interest, and never exceeding the limits of
strategic safety, which, as in 441/2, always put the security of the
East irst. But to expect anything else, I think, would be unrealistic.
And within these parameters, it does seem to me that the Eastern

24
This is the only point on which I substantially disagree with Kaegi 1968,
p. 29-31.
212 PETER J. HEATHER

Empire’s record of assistance to the west in the ifth century is actu-


ally a perfectly respectable one. Help was provided not just when
the west was run by a fellow member of the same ruling dynasty,
but much more generally, and, in fact, quite consistently across the
sequence of regimes of under the overlordship of three different
eastern Emperors : Theodosius II, Marcian, and Leo I. It was also
on occasion large-scale, generating very considerable costs for the
east, and, in strategic terms, well-directed. Reconquering Carthage
and its surrounding provinces from the Vandals was the single
military move which promised to achieve the maximum beneit for
the western Empire.
In particular, Constantinople’s record of assistance to the
ifth-century west stands up extremely well, I would argue, in
comparison to kinds of manoeuvring observable within the conines
of the ninth-century Carolingian Empire as Charlemagne’s crea-
tion came to be divided irst between the three surviving sons of
Louis the Pious in 840, and then between their various descendants
subsequently. Each of the many territorial divisions which followed
(as did the run up to the irst partition while Louis himself was still
alive in the 830s) saw major bouts of direct, full-scale battle between
the different protagonists. This was supplemented by another kind
of conlict when the rulers of different parts of Charlemagne’s
former Empire stirred up problems for their fellow Carolingians by
providing inancial and military support for younger nephews and
then cousins, as the latter started to demand a share of their fathers’
domains. A third type of conlict was also occasionally evident in
the form of the ruler of one part of the Empire negotiating directly
with groups of outsiders (usually Vikings) to cause trouble for a
fellow Carolingian in charge of another portion25. Little of this kind
of direct military conlict between dynastically-related (or even
unrelated) Roman rulers is evident in the ifth century after the
crystallisation of the division between east and west in 395, and the
two large-scale intrusions onto Roman territory of outsiders in the
370s and again in the irst decade of the ifth century.
The entire ifth century, between 400 and 476, saw just one threat-
ened and one actual bout of internecine East-West Roman conlict
with overtones of barbarian involvement. In 405, Stilicho was
gearing up to try to reattach East Illyricum to the western Empire
with Alaric’s assistance (I think because he wanted a broader mili-

25
An excellent introduction in English is provided by a combination of Nelson
1992 ; Goldberg 2006 ; Costambeys et al. 2011. But there are of course equally good
alternatives in all the major European languages.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 213

tary alliance with Alaric whose followers were occupying the region
at the time) when irst Radagaisus’ invasion of Italy, and then the
Rhine crossing derailed his plans. In 424/5, likewise, the usurping
western regime of the primicerius John recruited Hunnic assis-
tance for its pending struggle for survival against the campaign of
Ardaburius and Aspar, but the campaign was concluded before the
Huns could arrive. Those two instances apart, the period saw no
major bouts of east-west conlict. There is also no evidence whatso-
ever that Constantinopolitan rulers directly encouraged any of the
‘barbarian’ invasions of the western Empire’s territories, or directly
negotiated with former outsiders now established on western
territory with the intention of undermining the power of any west
Roman central imperial authority26. The Carolingian pattern of
much greater conlict between the separate sub-rulers of a once-
united Empire is much more applicable to the fourth century,
before the formal division of the Roman Empire in 395, when civil
war was a regular feature of the imperial system, even sometimes
when different parts of the Empire were ruled by members of the
same dynasty, and different contenders would on occasion stir up
‘barbarian’ neighbours to cause trouble for their rivals (the barbar-
ians of this period, of course, being established beyond rather than
within the defended frontier)27. Viewed from this perspective, it
would seem that far from stirring up trouble between east and west,
the formal division of the Empire generally worked to limit internal
conlict between the two halves of the Empire, refocusing political
rivalries from full-scale civil war between those at the head of each
part, to much more limited – and much less damaging – struggles
for power within each of the two imperial courts, while relations
between the two were generally good.
Bringing in the Carolingians may seem like an odd twist of
argument, but I think it is perhaps to the point that Walter Goffart
started life as a Carolingian historian. His famous article on east and
west Rome in the fourth and ifth century never makes an explicit
comparison, but it seems worth at least suggesting that his view of

26
On Stilicho’s manoeuvres, see Heather 1991, ch. 6. 424/5 : refs. as above note 5.
27
The only ‘successful’ division of the Empire in the fourth century – meas-
ured as one which generated no known conlict – was that between the brothers
Valentinian and Valens, which only lasted for about ten years from 364. Otherwise,
all the non-dynastic Tetrarchic and dynastic Constantinian divisions generated
consistent political tension between notionally joint rulers, and regular civil war,
while Theodosius I found it impossible, subsequently, to share power. Famously
Julian accused his cousin Constantius II of stirring up Alamanni against him ; the
evidence is discussed in Heather 2001.
214 PETER J. HEATHER

east-west relations was inluenced by the behaviour of the rulers


of Rome’s Carolingian successor in the ninth century. There, once
the Empire had been divided, the rulers of its various portions did
largely (but not completely) act as though they were the rulers of
separate and for the most part rival realms. And in the Carolingian
case, it was these continuous internal rivalries which fundamen-
tally undermined the existence of Charlemagne’s Empire, while the
role of outside attackers – whether Vikings, Magyars, or Saracens
– was decidedly marginal to the process of imperial dissolution.
The overall effect of Goffart’s argument, therefore, is to recast the
fall of the Roman west broadly along the well-established lines of a
Carolingian model of imperial collapse. One consequent problem,
however, is that the nature of relations between Constantinople and
the west in the ifth century, as explored here, does not it at all well
with the ninth-century model. Where ninth century Carolingian
rulers were, on the whole, content to stir up any amount of trouble
for their relatives, the Roman east gave direct, large-scale, and
entirely apposite assistance to the west. Nor, indeed, are some of
the broader dimensions of the ninth-century model so easily appli-
cable either. Post-Carolingian Europe for the most part ended up
in the hands of wide variety of indigenous elites, who had come to
the fore in an extended internal political process of struggle and
civil war, but the vast majority the successor states to the western
Roman Empire were founded around the military power of intru-
sive outsiders (Goths, Burgundians, Vandals, Franks etc.)28. This is,
of course, the subject of another paper, but it does on the face of it
suggest that outsiders had a larger role to play in the ifth century
than they did in the ninth, where internal rivalries of various kinds
clearly did hold centre stage.

The Year 476


Turning now to the second of the propositions, it is entirely
correct to state that no contemporary Roman author – eastern or
western - before Marcellinus Comes wrote his Chronicle in 517/18
explicitly identiies the deposition of Romulus Augustulus as the
end-point of the western Empire. That is not exactly the same thing
as saying that no one before Marcellinus had seen this event as
one of great or even epochal signiicance, and, in fact, the kinds of

28
Only the Duchy of Normandy among post-Carolingian entities was
constructed around the military power of a new elite which had recent origins in
groups of intrusive outsiders.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 215

broader conclusion that have been drawn from this initial and enti-
rely persuasive observation about Marcellinus’ Chronicle – that the
events of 476 passed by contemporaries generally unnoticed – mark
a distinct step beyond the main argument being put forward in the
original paper from which they derive, and were not central to its
purposes. In that study, Brian Croke’s main purpose was to put a
inal nail in the cofin of an historical argument, mounted mainly
by Ensslin and Wes (but partly supported too by Momigliano), that
the lost Roman history of Q. Aurelius Symmachus, the consul of
485, was the original source behind Marcellinus’ view of the signii-
cance of the events of 476. According to this hypothesis in its fullest
form, Symmachus wrote his history in the time of Theoderic the
Ostrogoth, and its emphasis on a lost Roman past was one strand
in a broader effort on the part of its author, his famous son-in-law
the philosopher Boethius, and other supportive Roman senators, to
encourage the eastern half of the Roman Empire to reconquer Italy
and return it to a properly Roman political afiliation. In this view,
it was these treasonable connections which eventually led to the
downfall and executions of both Symmachus and Boethius late in
Theoderic’s reign. Croke’s study used Marcellinus’ view of the year
476 as the starting point for a highly successful demolition of what
is in fact a chain of increasingly implausible hypothesis required
to make all this hang together, and to argue – entirely convincingly
– that it was Marcellinus’ own view, and not something taken from
Symmachus, that the western Empire had ended with the deposi-
tion of Romulus Augustulus29.
So far, so good : but establishing this fundamentally historio-
graphical point is, as Croke himself explicitly notes, not remotely
the same thing as arguing either that Marcellinus’ Chronicle was
the irst moment that any Roman had ever viewed the deposition
of Romulus Augustulus as the inal moment of western imperial
demolition, or that contemporaries at the time had not regarded
the events of 476 as momentous30. Both of these propositions –
not so much argued for by Croke himself, but relecting the
broader reception of his paper in subsequent scholarship – are
extremely doubtful. In my view, it is relatively straightforward to
show both that the ending of central western imperial authority
was well-recognised in the 470s, and that it profoundly affected
Constantinopolitan policies towards the western Mediterranean.

29
Croke 1983 engaging with Ensslin 1948 ; Wes 1967 ; Momigliano 1955.
30
Croke 1983, p. 114f.
216 PETER J. HEATHER

To start with, it is worth recalling just how much of an argu-


ment from silence it is to suppose that no one in Constantinople
prior to Marcellinus had thought of 476 as marking the end of the
western Empire. Before Procopius’ history of the reign of Justinian,
our long run of contemporary classicising Greek accounts of ifth-
and early sixth-century events survive, as we have already seen, only
in fragmentary form, and in relation to highly speciic subject areas,
particularly ‘embassies’ and ‘plots’31. It is hardly surprising, there-
fore, that no sustained treatment survives in the historical record
of the broader Constantinopolitan response to the deposition of
Romulus Augustulus. More positively, when you look at the avail-
able evidence as a whole, there are considerable indications, even if
they are sometimes indirect, that the coup of 476 and the handful
of years leading up to it were recognised as a highly signiicant
moment of political transformation both inside the eastern imperial
court at Constantinople, and more broadly in the Roman west itself.
The single most important piece of evidence survives in Malchus
of Philadelphia’s account of a pair of embassies which arrived in
Constantinople in the autumn of 476, shortly after Odovacar’s
successful coup. One was from Odovacar himself, the other osten-
sibly from the Roman Senate acting in the name of Romulus
Augustulus, although Odovacar had carefully coordinated the effort,
so that the senators were primed to say exactly what their new over-
lord wanted. In these embassies, both the senators and Odovacar
himself explicitly stated that the western Empire had come to an
end, and, indeed, part of their mission was to hand over western
imperial regalia – which it was treasonable for anyone but a legiti-
mate emperor to wear – to the eastern Emperor Zeno32. Odovacar’s
purpose here, I take it, was to try to head off any possibility that Zeno
might actively support a restoration of the deposed Julius Nepos,
currently sulking in Dalmatia – Nepos had plenty of eastern contacts
and also sent an embassy at the same time to Constantinople asking
for assistance (as Malchus also tells us in the same fragment) – but
that doesn’t mean that both Odovacar and the Senators of Rome
were not also extremely clear in their own minds that the whole
concept of a western Roman Empire was now an anachronism.
Indeed, by the autumn of 476 this had become a straightforwardly
sensible conclusion to draw, since the western half of the former
Roman superstate was now divided between a series of successors,

31
Refs. as above note 14.
32
Malch., fr. 14.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 217

many of them headed by former outsiders to the Roman system


such as Goths, Vandals and Alans, Sueves, Burgundians, Franks
and Anglo-Saxons. Such was the extent of political fragmenta-
tion by 476 (although boundaries remained in lux) that none of
the successors looked remotely imperial in character and extent,
certainly not Odovacar’s realm which encompassed only Italy and
its immediate surrounds. Monolithic Empire had given way to a
series of (emerging) regional powers, and contemporaries were not
stupid enough to miss the point. The western Empire was over, and
both Odovacar and the greater landowners of Italy were perfectly
well aware of the signiicance of this transformation.
If it was entirely obvious to all the interested parties in the
former Roman west that events had drawn a line under the
continued existence of Empire, Zeno’s ostensible response to
Odovacar’s approach was more guarded. Instead of accepting the
generalissimo’s declaration that the western Empire was over, the
emperor responded that the west still had an emperor in the person
of Julius Nepos who had been driven out of Italy the year before,
and that Odovacar should both receive him back into Italy and look
to him for the title he desired. At the same time, however, Zeno
said that he would have granted Odovacar the rank of Patrician
had Nepos not done so – clearly Nepos had already made some
kind of a grant, perhaps as part of an exploratory move to see if
the new ruler of Italy would receive back – so the emperor did not
reject the generalissimo’s approach outright. And up to a point, at
least, Odovacar was willing to obey orders. He made no moves to
receive Nepos back into Italy, but the coinage of Italy continued to
acknowledge him as Augustus up to his death by assassination in
48033. At irst sight, Zeno’s guarded response might suggest that, in
476, Constantinople was still holding on to the continued impor-
tance of the concept of a western Empire, but a bit more thought
suggests that such a conclusion is mistaken. Substantial changes
in eastern behaviour at the same time signal that, whatever Zeno’s
reasons for fending off Odovacar’s approach in the way he did, a
continued belief in the viability of a west Roman imperial state was
not one of them.
Most important, the years after 468 saw no further major
eastern interventions in west Mediterranean affairs. The entirely
coherent strategy of conquering Vandal Africa to return the richest

33
Malch., fr. 14 with Croke 1983, p. 115 on the coinage.
218 PETER J. HEATHER

available revenue source to the rump western imperial taxbase, the


only policy which offered any hope of putting signiicant new life
back into the western Empire, was deinitively abandoned after
the defeat of Basiliscus. The sources report that the treasury in
Constantinople had still not recovered from the costs of that expe-
dition at the time of the Emperor Leo’s death in 474, but lack of
cash was not the only reason that no further Vandal expeditions
were launched or even planned. Above all, the expedition’s defeat
quickly generated a major adjustment in prevailing balances
of political power in the remaining territories of the western
Empire. As soon as news came through of Basiliscus’ defeat, Euric
‘suddenly’ (so Jordanes tells us) realised that he no longer needed
to take account of potential western imperial power, and began a
series of major conquests. In half a decade from 468, he extended
the boundaries of the original realm he had inherited, conined just
to the Garonne valley and the city of Narbonne (added in 462),
northwards to Tours on the Loire, eastwards to the old provincial
capital at Arles, and southwards right across the Iberian peninsula
to the straits of Gibraltar. This created a new Visigothic kingdom
which was signiicantly more expansive than the territories still
controlled from Rome and Ravenna. In the same era, others,
too, were busy annexing everything they could lay their hands
on. Burgundian expansion southwards down the Loire gathered
a certain momentum until the Visigoths halted it, and Frankish
groups were busy further north. The prospect of a western imperial
comeback via a successful conquest of Vandal Africa had just about
kept these centrifugal forces in check through the late 450s and
earlier 460s, and Anthemius had still ruled a substantial imperial
rump as late as 467/8. But Basiliscus’ defeat drew a line under any
possibility of imperial renewal, and these territories were quickly
divided up between various predatory rivals in its immediate after-
math34.
In a very real sense, therefore, Basiliscus’ defeat unleashed the
inal dissolution of the western Empire, and this was clearly recog-
nised in Constantinople, where it generated a fundamental change
in policy towards the west. At the same time as Zeno was giving his
guarded answer to the ambassadors of Odovacar and the Roman
Senate, the Emperor was also in the middle of inalising a deinitive
peace treaty with the Vandals. Negotiations had begun as early as

34
Euric : Jord., Get. 237, with the detailed account of Wolfram 1988, p. 181ff.
On the full consequences of Basiliscus’ defeat right across the Roman west, see
Heather 2005, p. 407ff.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 219

473/4 when Zeno’s ambassador got as far as sorting out a truce and
some exchanges of prisoners. Held up, perhaps, by internal polit-
ical problems (Basiliscus’ coup exiled Zeno from Constantinople
for eighteen months or so from January 475), negotiations for a
full and inal peace treaty did not come to fruition until late 476.
There had, however, been no further hostile eastern moves towards
Vandal Africa after 468, and the delay must not be allowed to
hide the colossal signiicance of Constantinople’s change of tack.
Re-conquering Vandal Africa was the one move which might have
put some serious life back into the western Empire. The decision to
make peace with the Vandals in the aftermath of Basiliscus’ defeat
is itself a clear sign that Constantinople too had given up hope that
there was any serious possibility of a western imperial survival,
whatever Zeno might have said to Odovacar on the subject of
Julius Nepos. It was chronological coincidence that peace with the
Vandals inally came in exactly the same year as the deposition of
Romulus Augustulus, but even if a inal peace had been negotiated
a year or two earlier, this would not change the point. By the early
to mid-470s, it was crushingly obvious not only in the west (explic-
itly, at the very least, to Euric, Odovacar, and the Roman Senate
– and implicitly to the rulers of the Franks and Burgundians) that
the western Empire was past its sell-by date, but also to the eastern
imperial authorities in Constantinople, whose acquiescence in the
face of the new, brute strategic realities was irmly signalled by
their acceptance of the necessity of negotiating an overarching
peace deal with the Vandals35.
The point is conirmed by some other profound changes in
behaviour. More symbolic perhaps, but important nonetheless,
the period after Romulus’ deposition saw no further exchanges of
new legal rulings between east and any power of the new west.
Famously, the regimes of both Odovacar and particularly Theoderic
the Ostrogoth tried to stay within a Roman ideological frame-
work. They maintained the tradition of appointing consuls, most
of whom were recognised in Constantinople, and passed any new
laws in the form of edicts, which more junior Roman magistrates
than emperors had long had the right to do. They neither claimed
the right to issue fully-ledged novellae, however, nor were any new
imperial laws made in the Constantinople transmitted to their
domains. Even if both regimes maintained some kind a façade of

35
473/4 : Malch., fr. 5. On the inal peace treaty, see now Merrills - Miles 2010,
p. 122-124.
220 PETER J. HEATHER

formal Romanness (which can be observed, likewise, in the fact


that exchanges of public letters also continued at intervals between
eastern emperors and the Roman Senate), the formal legal frag-
mentation makes it clear that after 476, as far as Constantinople
was concerned, there no longer existed a Roman imperial authority
structure in the west36.
Even when a new power of imperial stature appeared in the
west, this attitude did not change. From 511 onwards, a point that
is sometimes missed, Theoderic was ruling Italy and Sicily, Spain,
southern Gaul, Dalmatia, and parts of Noricum and Pannonia
directly, and exercising hegemony over the Vandal and Burgundian
kingdoms. He had, in short, put back together a very considerable
chunk of the former western Empire, ruling far more of it than had
Anthemius, the last western Emperor to receive direct eastern assis-
tance. Theoderic was also well aware of the extent of his achieve-
ments and clearly wanted to be recognised as western emperor,
adopting a style of rule, both in terms of ceremonial and propagan-
distic self-projection, which made the point entirely clear. In several
rounds of negotiation, however, Constantinople refused to recog-
nise Theoderic’s imperial pretentions and, when it could, sought
to rein them in, making his successors agree, for instance, that
the emperor’s name should be read out irst in proclamations and
that imperial statues, rather than those of the Gothic royal house,
should be placed on the right in the position of honour. At least one
of Theoderic’s senatorial subjects was ready to hail his ruler with
the uniquely imperial title of semper Augustus, but Constantinople
not only rejected the Goth’s pretentions, but consistently worked to
undermine his power as circumstances offered opportunity, initially
concocting an alliance with his Frankish rival Clovis in the irst
decade of the sixth century, and then taking advantage of a succes-
sion crisis in the 520s, caused by the early death of Theoderic’s
chosen heir, to stir up religious dissentions within the kingdom and
seduce the Vandal and Burgundian kingdoms from their Gothic
allegiance37. No matter how powerful and how apparently Roman

36
On the carefully-crafted Romanness of Theoderic, see, amongst many possi-
bilities, Heather 1993.
37
He was hailed as semper Augustus by the Senator Caecina Mavortius Basilius
Decius (ILS 827), and the imperial pretentions of his ceremonial protocols emerge
from the negotiations of the 530s recorded at Procop., Goth. I, 6, 2-5. On the extent
of Theoderic’s imperial pretentions and their fundamental reality after 511, see
Heather 1996, ch. 8. An excellent account what can be reconstructed of the Goth’s
various rounds of diplomacy with Constantinople is Prosto-Prostynski 1994.
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 221

a political structure emerged in the western Mediterranean after


476, therefore, Constantinople was no longer willing to recognise it
as properly imperial, and, on the contrary, was now entirely ready
to exploit the west – for the irst time – as a dumping ground for
its own problems. Much scholarly ink has been expended debating
the precise terms on which Theoderic originally moved into Italy,
but the central point is that Zeno’s prime motivation was to remove
him and his Gothic military following from the east Roman
Balkans. After a decade and a half of intermittent conlict and peri-
odic assassination attempts, relations between emperor and Goth
had reached a complete impasse, to which overthrowing Odovacar
offered a mutually convenient solution. The perspective which has
sometimes been anachronistically applied to Alaric’s arrival in Italy
really does apply to that of Theoderic. By the 480s, Italy was no
longer a peer centre of Empire, but a convenient disposal site for
unwanted, eastern barbarians38.
Two broad conclusions follow from this reconsideration of East-
West Roman relations in the ifth century. First, it was not until 518
that the year 476 was speciically identiied in any of our surviving
texts as the end point of Empire in the west, and Brian Croke is
entirely convincing that this was indeed the view of Marcellinus
Comes himself, rather than a relection of some bizarre, historio-
graphic plot hatched within Ostrogothic Italy. Nonetheless, there
is every reason to suppose that leading contemporary Romans of
both east and west fully understood that events of epochal signif-
icance were unfolding around them in the mid-470s. For west
Romans, the evidence is entirely explicit. Those located in Italy
itself were participants in diplomatic contacts which went to
Constantinople straightforwardly to proclaim the end of Empire
in 476, while the Roman elites of central and southern Gaul and
Spain just lived through the direct experience of passing from the
control of a rump imperial state to that of different successor state
kings of recent non-Roman origins in the few years since the defeat
of Basiliscus’ armada in 468. That the East Roman authorities too

38
Jones 1962 is a valiant attempt to sort out the details of Theoderic’s precise
constitutional position, but this was a moving target (see previous note) not least
because the overriding necessity had been to get him out of the Roman Balkans :
Heather 1991, ch. 9.
222 PETER J. HEATHER

were conscious of the end of Empire is less explicit, but no less


certain. For one thing, they actually received the Roman senato-
rial embassy which told them so, and their acknowledgement of
the reality of this fact is evident above all in the end of any further
attempts to reconquer Vandal Africa.
My other main conclusion is that, contrary to a perception
which has taken hold in some recent scholarship, the eastern half
of the Roman Empire did in fact provide signiicant assistance to
the west in the years after 400, and that there is no evidence at all
that its leadership (across multiple imperial reigns and individual
regimes) at all preferred to work with the barbarian dynasts who
now controlled parts of the Roman west, or to use them to weaken
the power of the western Empire, as a guard against potential impe-
rial rivals. There is, as we have seen, some evidence that emperors
and would-be emperors of the fourth century were willing to use
externally situated barbarians in this way, but none at all of the same
kind of behaviour once some of these outsiders began to settle on
western territory in the ifth century. Indeed, the whole tone of rela-
tions between the two halves of the Empire altered substantially
in the ifth century, compared to the fourth. Where western-based
emperors and usurpers regularly confronted and sometimes even
defeated eastern-based emperors in the fourth century, and tension
between notionally joint rulers was the norm rather than an excep-
tion, relations in the ifth century were normally good, with only
occasional bouts of tension and just the one head to head conlict
initiated by Constantinople in the mid-420s.
Thinking more broadly about this extraordinary transforma-
tion, I think one can make the argument that the strikingly good
relations of the ifth century probably were facilitated by the fact
that the western Empire’s tax revenues and hence military power
had been damaged by its losses of territory to intrusive outsiders.
In its crucial irst two decades, permanent and temporary losses
of tax base in Britain, northern Gaul, and Spain meant that no
western emperor could stand any longer as a credible rival to a
Constantinopolitan peer, and hence the Roman west no longer
posed the same kind of potential threat to eastern politicians. But
that – it must be emphasised – is not remotely the same thing as
arguing that Constantinople somehow manufactured barbarian
annexations of western territories in order to achieve this outcome.
On the contrary, we have no evidence of direct contacts between
Constantinople and the leading barbarians of the west, and plenty
of evidence, as we have seen, of eastern help for west Roman rulers
struggling to limit the damaging effects of these outside settle-
ments. To my mind, the conclusion is inescapable that, despite past
rivalries and conlicts, the political establishment of the Roman
EAST AND WEST IN THE FIFTH CENTURY 223

east saw its western counterpart as a very special partner, to whom


it was closely tied by bonds of shared history and cultural common-
ality. Constantinopolitan-based imperial regimes were thus willing
to expend major resources in trying to prop up the Roman west, for
as long as there was any chance that a properly Roman imperial
power could still be maintained there.

Peter J. HEATHER
King’s College London

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ARIEL S. LEWIN

L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE


NEL V SECOLO

Il punto di partenza non è improntato ad un grande ottimismo.


A. H. M. Jones nel suo The Later Roman Empire metteva in luce che
la storia dell’esercito d’Oriente nel V secolo è perino più oscura di
quella dell’esercito occidentale1 e a distanza di anni sono rimasti
veramente esigui i documenti letterari ed epigraici capaci di illu-
strarci l’organizzazione dei quadri militari ed il carattere degli eser-
citi romani impegnati in battaglia. Un posto a parte merita però
l’Egitto, con la sua documentazione papiracea capace di fornire
informazioni di grande interesse2.
Tuttavia, è abbastanza sorprendente rilevare che un nuovo
esame della documentazione letteraria, dell’indagine archeologica
più recente e dei testi epigraici, può indurci ad affrontare con un
certo ottimismo alcune problematiche di ampio respiro. In questa
relazione, pertanto, pur tenendo presente l’estrema dificoltà di
costruire un quadro in qualche modo coerente, intendo mettere
in luce alcuni elementi di rilievo della storia militare del vicino
Oriente nel V secolo. Ne emergerà un quadro di un certo interesse,
che, interpretato alla luce delle vicende del secolo precedente e di
quello successivo, potrà illuminarci anche sull’evoluzione della
strategia imperiale romana che ebbe un suo snodo signiicativo
proprio nel V secolo, precorrendo soluzioni di tipo diverso che
saranno inaugurate nel secolo seguente.

L’esercito romano. Continuità e trasformazioni


Com’è noto la Notitia Dignitatum rappresenta un eccezionale
documento per la storia dell’esercito romano del vicino Oriente,
dal momento che elenca tutte le unità esistenti intorno al 400 d.C.

1
Jones 1964.
2
Mitthof 2001 ; Palme 2002 ; Zuckerman 2004 ; Benaissa 2010.
226 ARIEL S. LEWIN

Per quanto riguarda le truppe limitanee il nostro documento ci


informa anche del luogo in cui ciascuna unità aveva la propria base.
Ci troviamo, dunque, davanti a dei dati importanti che possono
perlomeno consentirci di fare delle ragionevoli ipotesi riguardo alla
consistenza degli effettivi. Tuttavia, in linea con quanto premesso
nell’introduzione di questo articolo, dobbiamo rilevare che non è
possibile avere informazioni precise riguardo ai cambiamenti che
avvennero nel corso del V secolo negli assetti militari dei singoli
ducati e nemmeno fra le forze a disposizione del magister militum
per Orientem.
Una comparazione interessante rimane però quella che
possiamo ora istituire fra gli eserciti dell’epoca di Antonino Pio
e quelli descritti nella Notitia. Grazie ad alcuni diplomi militari
pubblicati negli ultimi anni possiamo farci ora un’idea abbastanza
precisa riguardo al numero e alla tipologia delle unità ausiliarie
che erano stazionate nelle province di Arabia e di Syria Palaestina.
Credo, infatti, che nel caso di queste due province gli elenchi
presenti nei diplomi militari siano abbastanza completi, presen-
tando tutto – o pressoché tutto - l’apparato ausiliario che era di
stanza all’epoca di Antonino Pio. Bisognerà poi integrare questo
dato col calcolo degli uomini della legione III Cyrenaica che era
stazionata in quegli anni in Arabia e delle due legioni, la X Fretensis
e la VI Ferrata, che erano invece di stanza nel medesimo tempo
in Syria Palaestina. A questa stima ho contrapposto quella risul-
tante da un esame degli elenchi della Notitia delle unità stazionate
nei ducati di Arabia e di Palaestina. Veniamo ai risultati dell’inda-
gine : il calcolo degli effettivi estratto dalla lista delle unità elencate
nella Notitia sembra presentare una sostanziale stabilità rispetto
alle cifre deducibili dall’elenco delle forze ausiliarie attestate nei
diplomi del regno di Antonino Pio. Tuttavia, appare assai interes-
sante il fatto che assistiamo ad un totale capovolgimento della
tipologia delle unità presenti nelle medesime aree. La cavalleria,
infatti, che era una componente minoritaria dell’esercito di Arabia
e Syria Palaestina nell’età di Antonino con rispettivamente il 17,7%
ed il 14,4%, emerge come nettamente maggioritaria intorno al 400
d.C. con il 61,5% in Arabia ed il 60,6% in Syria Palaestina3.
Evidentemente i Romani col tempo adeguarono la tipologia del
loro apparato alla necessità di poter combattere un nemico parti-
colarmente eficiente a cavallo e fu così che dilatarono in modo
enorme i quadri della cavalleria. Si potrebbe discutere quanto

3
Lewin 2008, p. 9-46.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 227

questa tendenza fosse già stata in atto nel corso del III secolo e
quanto invece debba essere ritenuta il frutto dell’iniziativa degli
imperatori del IV. Va però osservato che gli studiosi sono abba-
stanza convinti del fatto che un impiego massiccio dei cavalli nella
penisola arabica sia iniziato solo nel IV secolo4.
Cerchiamo di comprendere ora, forti della documentazione
archeologica e di qualche rara fonte letteraria, quale possa essere
stato il tipo di evoluzione a cui questi eserciti andarono incontro
nel corso del V secolo. In primo luogo notiamo che l’indagine
archeologica nel settore rivela una certa lessione nell’occupa-
zione di alcuni siti militari. Possiamo osservare questa tendenza in
Giordania centrale, ove Parker ha condotto ricerche assai impor-
tanti5, ma anche nella zona del Djebel Druze ove a quanto pare
alcuni forti attivi all’inizio del IV secolo furono abbandonati nel
secolo successivo. Inoltre, pare certo che fu proprio durante il V
secolo che venne smantellato il sistema costruito da Diocleziano
nella zona desolata oltre il Djebel Rawaq in Siria, e che faceva parte
di quella catena di installazioni militari che costituiva la Strata
Diocletiana. Ancora nella Notitia i forti lungo questo percorso
risultano occupati da unità militari, ma Procopio narra di come
all’epoca di Giustiniano questa zona fosse ormai deserta, oggetto
di contesa fra le tribù arabe alleate dei Romani e quelle al soldo
dei Persiani6. In deinitiva, sembrerebbe di poter notare che nel
corso del V secolo le autorità imperiali decisero di abbandonare
alcuni settori della frontiera. Inoltre, sembra emergere che proprio
nel medesimo arco di tempo delle legioni, come la IV Parthica che
nella Notitia risulta stazionata a Circesium, e la I Illyricorum che
secondo lo stesso documento aveva come base Palmira, fossero
state trasferite in città più lontane dalla frontiera7.

4
Vedi MacDonald 1996 ; Robin - Theyab 2002.
5
Vedi soprattutto Parker 2006.
6
Procop., Pers. II, 1, 1, 8.
7
Lewin 2008, p. 109-153 ; Lewin 2011. Nel primo caso è probabile che la
base della I Illyricorum fosse stata spostata a Emesa che era divenuta la nuova
sede ducale. È anche importante notare che una legge di Leone, Cod. Just. 12, 59
(60), 5, attesta l’esistenza all’epoca di Leone di un novus limes Phoenices. Vedi
Greatrex 2007. Il fatto che nel 527 Giustiniano decise di rinvigorire Palmira
inviando un’unità di comitatensi e trasferendo nuovamente la sede ducale in
questa città rappresenta la spia del fatto che in quel tempo nella città era stazio-
nato un numero ristretto di soldati. La IV Parthica è attestata di stanza a Circesium
in Not. Or. XXXV, 24, mentre nella seconda metà del VI secolo aveva come base
Beroea. Vedi Theoph. Sim. II, 5, 9. Whitby 1986, p. 725 è probabilmente nel giusto
ipotizzando che il trasferimento sia avvenuto nel V secolo, mentre invece questa
proposta non è avanzata in Whitby - Whitby 1986, p. 51.
228 ARIEL S. LEWIN

In generale, è possibile anche supporre che la tendenza in voga


fu la medesima che emerge dalla documentazione proveniente
dall’Egitto : quasi ovunque l’esercito limitaneo fu indebolito, e gli
effettivi delle unità che rimasero nelle loro basi furono sensibil-
mente ridotti8.
La pratica di non mantenere il pieno organico delle unità era
stata normale anche nell’alto impero in condizioni di pace. Per
quanto riguarda il vicino Oriente del V secolo il motivo dietro
questa tendenza con ogni probabilità deve essere ricercato nel
carattere dei rapporti con la Persia, che in quel periodo furono
quasi sempre abbastanza rilassati, tranne che per soli due brevi
episodi di frizione. Nell’ambito di una situazione di questo tipo
anche l’attività ostile delle tribù arabe al soldo dei Persiani dovette
rimanere limitata9.
Il potere romano ritenne dunque opportuno alleggerire i costi
del mantenimento degli eserciti nei siti più marginali dell’impero,
ai conini del deserto, ove la logistica era particolarmente impegna-
tiva. È inoltre possibile che circostanze speciiche abbiano prodotto
dei vuoti di un qualche peso nella consistenza degli effettivi. In
particolare è stato supposto che alcuni limitanei delle province di
Arabia e di Palaestina possano avere partecipato alla sfortunata
spedizione inviata da Leone in Africa, in cui l’esercito romano
fu decimato. Questa situazione d’indebolimento spiega probabil-
mente il motivo per cui un capo arabo di cui parleremo fra poco,
Amorkesos, fu in grado di penetrare all’interno della Palaestina
e di rivendicare da Leone territori e la carica di ilarco di quella
provincia. Evidentemente Amorkesos approittò di un indeboli-
mento dell’apparato militare romano per penetrare con successo
in Palaestina10.
D’altro canto non possiamo enfatizzare troppo un decadimento
dell’organizzazione militare nelle zone marginali. Vari testi lette-
rari che hanno il pregio di aprire uno squarcio sulla vita alle fron-
tiere ci offrono incidentalmente informazioni preziose in senso
contrario : l’anonimo autore della Vita di Alessandro l’acemeta

Vd. Zuckerman 2004b.


8

Blockley 1992, p. 51-87 ; Mazza 2005.


9
10
Malch., fr. 1 (R. C. Blockley, The Fragmentary Classicising Historians of the
Later Roman Empire : Eunapius, Olympiodorus, Priscus and Malchus, II, Liverpool,
1983 [Arca : Classical And Medieval Texts, Papers and Monographs, 10]). Sulla spedi-
zione vandalica vedi la discussione in Shahid 1989, p. 91-96.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 229

descrive un sistema, quello del settore fra Resafa, Oriza e Palmira,


ancora attivo alla ine degli anni ’10 o agli inizi degli anni ’20 del V
secolo, scandito da una serie di installazioni occupate da soldati,
distanti fra loro 10 o 20 miglia11. Da parte sua, Giovanni Rufo
nella vita di Pietro l’Ibero testimonia di come all’epoca di Zenone,
intorno al 480, vi fossero ancora soldati di stanza nelle desolate
regioni dell’Arnona, presso il wadi Zarqa e le terme di Ba’ar a sud
di Madaba12.

Gli alleati arabi


Prendiamo adesso in esame un altro elemento di importanza
primaria, quello dell’integrazione degli alleati arabi nell’organizza-
zione militare romana. L’utilizzazione da parte romana di potenti
tribù arabe alleate è testimoniata esplicitamente solo dall’epoca di
Costanzo II, anche se è probabile che tale pratica fosse già stata
avviata in precedenza. Nella tarda antichità questi hypospondoi
rappresentarono un fattore di rilievo nell’ambito del conlitto che
vide contrapposti Romani e Persiani. Entrambe le superpotenze
assoldarono dei capi arabi con le loro tribù per danneggiare i terri-
tori e gli interessi del nemico. Le fonti ricordano che i Saraceni
devastarono ripetutamente le province del vicino Oriente, sia all’e-
poca di Diocleziano che in quella di Costanzo II13. La loro forza,
dunque, non deve essere sottostimata : in almeno un caso, quello
della tribù guidata dalla regina Mavia, alla ine del regno di Valente,
gli Arabi furono in grado di tenere in scacco gli eserciti imperiali,
giungendo quasi a sconiggere un esercito romano in battaglia
campale14.
La documentazione relativa al V secolo presenta tratti impor-
tantissimi di novità riguardo alle modalità di impiego degli alleati
arabi. C’è un episodio celebre che è emblematico riguardo all’e-
mergere di una situazione non precedentemente attestata : intorno
al 420 un capo arabo, Aspebetos, lasciò il territorio dei Persiani di
cui era alleato e si trasferì con la sua tribù nelle province del vicino

11
V. Alex. Acoem. 33. Riguardo a questo tratto di frontiera vedi la discussione
con bibliograia relativa in Lewin 2011, p. 235-243. Cf. Konrad 2000. Per la fron-
tiera lungo l’Eufrate vedi Gschwind - Hasan 2006.
12
Vedi Joh. Rufus, Vita Petri Iber. 123, in Horn - Phenix jr. 2008, p. 181-182.
Sulla localizzazione delle terme di Ba’ar vedi Clamer 1999.
13
Io. Mal. XII, 38-40 (307-308) ; 48 (313) ; Pan. Lat. XI, 4, 2 ; 5, 4 ; 7, 1 ;
Amm. Marc. XIV, 4 ; XXIV, 2 ; 4 ; Jul., Or. I, 19a ; 21b.
14
Per una discussione delle fonti vedi Lewin 2007, p. 246-250.
230 ARIEL S. LEWIN

Oriente dell’impero romano. La sua posizione fu formalizzata ed


egli fu nominato ilarco dei Saraceni alleati in Arabia, cioè della
provincia di Arabia15. Non sappiamo se già in precedenza i Romani
si fossero serviti di questa pratica di nominare un ilarco a capo
di tutte le forze degli Arabi alleati di una singola provincia, o se,
invece, questo sia stato il primo caso del genere. Va però consta-
tato che prima della nomina di Aspebetos non sappiamo niente
riguardo all’esistenza di ilarchi con poteri a livello provinciale. In
particolare sembra signiicativo il fatto che le fonti non esplicitino
che la tribù di Mavia era parte di un’organizzazione militare basata
su di un comando ilarchico provinciale.
La vicenda di Aspebetos presenta dei tratti di straordinario inte-
resse, dal momento che questi si convertì al cristianesimo con tutta
la sua tribù, fondò un accampamento dotato di chiese nel deserto
della Giudea e mutato il proprio nome in quello di Pietro divenne
vescovo dei suoi uomini, partecipando inine anche al concilio di
Efeso e prendendo posizione su questioni dottrinali.
Non è chiaro se Terebon, il iglio di Aspebetos, abbia detenuto
anch’egli la posizione di ilarco in capo di Arabia. Sappiamo però
che questi fu coinvolto in gravi dissidi con un symphylarchos e che
in conseguenza di ciò egli fu anche imprigionato dal dux Arabiae16.
La spiegazione più logica di tale conlittualità è una lotta per il
potere supremo a livello provinciale, ma – dobbiamo rilevarlo – la
nostra fonte non esplicita l’oggetto della contesa né la posizione
uficiale che detenne il iglio di Aspebetos.
Dobbiamo attendere alcuni decenni per trovare un’altra atte-
stazione di un ilarcato a livello provinciale : nel 473 il capo arabo,
Amorkesos, penetrò in alcune zone periferiche della Palaestina e
dall’alto della sua provata capacità militare, in una posizione di forza,
richiese di essere nominato ilarco della Palaestina o - più probabil-
mente - ilarco di una parte di quella provincia. L’imperatore Leone
accolse la richiesta ed invitò Amorkesos a Costantinopoli perché
fosse insignito della carica17. L’ipotesi più probabile è che Amorkesos
fosse informato riguardo all’esistenza di una pratica adottata dai
Romani di nominare ilarchi con competenze provinciali.

15
Cyr. Scyth., V. Euthym. 10 ; Sartre 1982, p. 149-150 ; Grouchevoy 1995,
p. 120-121.
16
Cyr. Scyth., V. Euthym. 34.
17
Malch., fr. 1 (p. 404-406 Blockley) ; Lewin, in c.d.s.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 231

Varie fonti, fra cui anche alcune uficiali, attestano che nel
VI secolo la presenza in ciascuna provincia del vicino Oriente di
un ilarco in capo di tutti gli Arabi alleati costituiva una pratica
corrente. Questi ilarchi avevano il rango di lamprotatos ed afian-
cavano il dux, a cui erano in qualche modo subordinati, a livello
provinciale. Il dux tuttavia deteneva un rango superiore, quello di
spectabilis/peribleptos18.
Tuttavia, nel 528/529 avvenne un fatto nuovo. Procopio narra
che, per contrastare la straordinaria capacità del ilarco in capo
di tutti gli alleati arabi di Persia, Al Mundhir, che aveva condotto
devastanti attacchi contro le province romane del vicino Oriente,
Giustiniano elevò il ilarco di Arabia Arethas ad una posizione di
preminenza fra i ilarchi alleati. Inoltre, l’imperatore lo insignì di
alcune onoriicenze prestigiose19 e, a quanto pare, lo innalzò ad
una dignità superiore a quella di semplice lamprotatos. In realtà
è pressoché certo che Arethas spartì parte del proprio potere col
proprio fratello Abu Kharib, la cui dignitas fu parallelamente accre-
sciuta. I due fratelli esercitarono il potere su due differenti sezioni
della frontiera : ad Arethas fu data autorità su Phoenice ed Arabia e
probabilmente Syria ed Euphratensis, mentre Abu Kharib control-
lava la Palaestina e l’Hedjaz20. I motivi di questa scelta rimangono
dificilmente spiegabili, a meno di non prendere in considerazione
una motivazione particolarmente signiicativa nell’ambito strategi-
co-militare. Ma di questo torneremo a parlare fra poco.

La nuova organizzazione
Abbiamo notato che nel corso del V secolo vi fu un qualche
ridimensionamento della presenza militare nelle zone di frontiera
del vicino Oriente e che proprio in questa epoca il potere romano
iniziò la pratica di nominare un ilarco a capo degli alleati arabi
di ciascuna provincia. Questo capo con le forze a sua disposizione
doveva afiancare il dux ed i limitanei, pur rimanendo subordinato
all’autorità del comandante romano. I ilarchi provinciali erano
così diventati degli uficiali romani21. L’apparato militare imperiale

18
Lewin 2015.
19
Procop., Pers. I, 45-47.
20
Vedi Lewin 2015. Pur dotati di onori e di un rango superiore rispetto agli
altri ilarchi, i due personaggi rimasero titolari effettivi di un comando ilarchico
provinciale. Arethas continuò a ricoprire la carica di ilarco di Arabia e Abu Kharib
di ilarco di Palaestina.
21
Vedi la chiara formulazione di Liebeschuetz 2006, p. 138.
232 ARIEL S. LEWIN

a livello ducale dovette pertanto rimanere del tutto eficiente, dal


momento che ad un taglio degli effettivi delle antiche unità corri-
spose un più intenso impiego degli alleati arabi. Abbiamo prece-
dentemente notato come già la Notitia mostri chiaramente che
l’esercito limitaneo era ormai costituito in massima parte da cava-
lieri. Ora la presenza di contingenti arabi che afiancavano le unità
romane veniva a dare un carattere del tutto particolare alle forze
militari a disposizione dell’impero in questo settore, che dove-
vano risultare sicuramente adatte al tipo d’impegno che dovevano
affrontare.
Nel corso del V secolo si veriicarono degli eventi particolar-
mente signiicativi, che testimoniano di una proicua collabora-
zione fra impero e ilarchi. Abbiamo già avuto modo di constatare
come fu di particolare successo e durata il rapporto con la casata
di Aspebetos, il cui iglio Terebon fu anch’egli ilarco, anche se è
dificile stabilire se quest’ultimo mantenne la carica di ilarco in
capo di una provincia. Nel VI secolo visse il nipote di quel Terebon,
che portava il medesimo nome e che era in amicizia con Cirillo di
Scythopolis che lo descrive come celebre ilarco22.
Un elemento importante di tutta la vicenda è rappresentato
dalla cristianizzazione delle tribù arabe. Molto spesso fu l’incontro
con santi uomini a risultare decisivo per la conversione degli Arabi
che vivevano da tempo all’interno delle province o che si erano
installati da poco nel mondo romano. Già nella seconda metà del
IV secolo la tribù di Mavia si convertì, avendo tratto beneicio
dell’attività di guaritore del monaco Moses e in anni non lontani
da questo evento anche il capo di un altro gruppo di alleati arabi,
Zokomos, aveva abbracciato il cristianesimo in seguito all’inter-
vento miracoloso di un sant’uomo cristiano23. Tuttavia, fu soprat-
tutto proprio il V secolo che rappresentò un’epoca straordinaria in
cui masse di Arabi lasciarono la propria antica religione volgen-
dosi al cristianesimo24. Fu in quell’epoca che Aspebetos si convertì
con la sua tribù in seguito alla miracolosa guarigione di suo iglio
Terebon operata da Eutimio. Nei medesimi anni altri ilarchi si
accalcavano coi loro uomini davanti alla colonna di Simeone lo
stilita per chiedere benedizioni o guarigioni25. Questa così diffusa
adesione al cristianesimo da parte delle popolazioni arabe dovette

Cyr. Scyth., V. Euthym. 18.


22

Soz., H.E. VI, 38. Vedi l’importante discussione in Sartre 1982, p. 140-146.
23
24
Vedi Millar 2005.
25
Cyr. Scyth., V. Euthym. 10 ; Sartre 1982, p. 149-153 ; Thdt., H. rel. 26 ; Millar
2010, p. 204-205.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 233

accentuare la loro integrazione nella compagine dell’impero. Un


altro aspetto è anch’esso di grande rilievo : la pratica di accogliere
nell’impero nuove tribù arabe favorì la crescita di insediamenti in
varie zone marginali. Uno studio sui dati acquisibili riguardo alla
steppa della Siria è indicativo in tal senso26.
Nel V secolo il conlitto con i Persiani fu del tutto circoscritto a
brevi episodi, e dobbiamo dedurne che in generale anche le tribù
arabe alleate dei Persiani si astennero dall’attaccare il vicino Oriente
romano. Tuttavia, esistevano sempre motivi di preoccupazione :
come si è visto nuovi capitribù potevano muovere i loro uomini
contro le province romane per rivendicare la stipula di nuove alle-
anze e il conseguimento di prestigiose posizioni in seno all’impero.
Tali ambizioni dovevano necessariamente provocare delle ripercus-
sioni importanti. Nel caso di Amorkesos le autorità romane furono
dapprima costrette ad accettare le richieste di questo personaggio,
ma poi appena possibile intervennero per rioccupare la stazione
commerciale di Jotabe che gli era stata consegnata.
Un’adeguata protezione delle province del vicino Oriente contro
tribù arabe esterne era necessaria per altri motivi : gravi carestie
potevano causare movimenti improvvisi e pericolosi delle tribù con
effetti devastanti sui raccolti e sull’incolumità stessa delle persone.
Altre volte predoni arabi giunsero a saccheggiare il raccolto e a
depredare le abitazioni nei kastra della frontiera27.
In deinitiva, occorreva sempre tenere la guardia alta e mante-
nere un apparato militare eficiente.

Gli Arabi nell’ambito della strategia difensiva romana


Abbiamo osservato come nel V secolo lo stato romano si fosse
strutturato per proteggere le province del vicino Oriente con un
tipo di organizzazione militare complessa, in cui un ruolo impor-
tante per il mantenimento della pace era svolto, a differenti livelli,
oltre che dai limitanei e dalle forze di polizia delle città, anche
dalle tribù arabe comandate dai ilarchi che detenevano un ruolo
uficiale a livello provinciale. Possiamo dunque constatare come
questi importanti capi arabi, con i loro armati, furono inseriti nello
schema predisposto per costituirne una parte importante.

26
Vedi Liebeschuetz 2006.
27
Vedi l’episodio avvenuto ad Oriza descritto in V. Alex. Acoem. 34.
234 ARIEL S. LEWIN

La novella XXIIII di Teodosio II mostra chiaramente che i


Saraceni, intesi qui come Arabi al soldo di Roma, avevano lo status
di foederati. Anzi, essi dovevano essere agli occhi del legislatore i
foederati per eccellenza, dal momento che in un punto del testo si
ordina che niente venga trattenuto dalle autorità militari romane
de Saracenorum vero foederatorum aliarumque gentium annonariis
alimentis. È molto probabile che questa legge sia stata predisposta
per federati del tipo nuovo, cioè per quelle tribù arabe comandate
da ilarchi che erano ormai uficialmente parte della struttura mili-
tare romana. I duces detenevano un compito importante nell’or-
ganizzazione dei rifornimenti alimentari delle truppe ilarchiche.
Sembra di poter capire che ancora nel IV secolo le alleanze con
i capi tribù arabi avevano seguito quella che era stata la pratica
in uso, secondo cui di volta in volta erano stipulati accordi speci-
ici che prevedevano una cooperazione con l’impero. Niente ci fa
supporre che personaggi come Imrul’qais, o come i ilarchi con
cui Costanzo II stipulò alleanze o come il capotribù di cui Mavia
fu vedova ebbero una posizione uficiale a livello provinciale. La
medesima cosa, ovviamente, vale per la stessa Mavia. Tutti questi
erano hypospondoi secondo la deinizione tradizionale.
Sicuramente nel V secolo l’inserimento dei ilarchi arabi
provinciali con i loro armati all’interno del sistema militare
romano rappresentò un punto di svolta importante. Questi contin-
genti erano particolarmente adatti per affrontare le tribù alleate
dei Persiani o comunque per intervenire con rapidità contro dei
banditi. Tuttavia, il raggio d’azione di questi ilarchi fu più vasto
e, nel 528/529, comprese anche un eficace intervento di polizia
condotto da Abu Kharib, fratello di Arethas e ilarco di Palaestina,
a ianco del dux contro la sollevazione dei Samaritani28.
I ilarchi con i loro uomini costituirono un importante elemento
di sostegno ai duces, che avevano un compito gravoso, impegnati
com’erano a mantenere l’ordine all’interno delle province e a
respingere le incursioni di tribù ostili. I duces erano gli eroi della
vita alle frontiere. Un’iscrizione ricorda come il dux Zenodorus
rimase ucciso in un conlitto in Paniade, a Quneitra, nell’anno
46129. Una dedica onoriica rinvenuta a Beer Sheva magniica le
imprese del dux Dorotheos che molto probabilmente deve essere
identiicato con un personaggio dello stesso nome che una fonte
letteraria ricorda come impegnato in un conlitto militare nel

28
Io. Mal. XVIII, 35 su cui vedi Sartre 1993.
29
SEG VII 249, p. 250.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 235

Moab30. Molto probabilmente era un dux anche quell’Orion le cui


gesta sono gloriicate in un’iscrizione di Petra databile al V, o forse
più probabilmente al VI secolo. Questi ricostruì le mura della città
e fece strage di nemici barbari, sicuramente delle tribù arabe che
avevano terrorizzato l’area31.
Gli eventi militari che si susseguirono in seguito alla rivolta
nel 377 di una tribù araba alleata dei Romani guidata dalla regina
Mavia svelano che gli eserciti imperiali avevano predisposto una
strategia difensiva suficientemente complessa per affrontare con
successo gli attacchi di un certo peso portati da tribù arabe contro
il territorio romano. Si trattava di un sistema basato sulla difesa in
profondità, che prevedeva un intervento concertato dei limitanei
e dei comitatenses. Una volta venuto a conoscenza di un attacco
portato, il dux di una determinata provincia raccoglieva alcune
unità sotto il suo comando e trasmetteva l’informazione della pene-
trazione avvenuta al magister militum per Orientem. Questi, a sua
volta, aveva il compito di radunare alcune delle sue unità, dislocate
nei vari forti lungo la frontiera, per accorrere il più prontamente
possibile sul teatro delle operazioni. È anche interessante notare
che le fonti relative alla rivolta di Mavia mostrano che l’esigenza di
una cooperazione per una determinata campagna militare poteva
ingenerare il sorgere di profondi contrasti fra il dux ed il magister
militum per Orientem32.
Intorno al 452 il magister militum per Orientem Ardabur si
trovò ad operare presso Damasco, proprio nei medesimi anni in
cui Dorotheos, un dux Palaestinae, era impegnato in operazioni
militari nel Moab. Evidentemente, in modo simile a quanto era
accaduto nell’episodio che aveva visto come protagonista la tribù
di Mavia, i comandanti romani si attivarono per reprimere un
attacco di rilievo, che non poteva essere affrontato dal solo dux
di una provincia. In questo caso però non si trattava della solleva-
zione temporanea di una tribù alleata, ma di un evento bellico che
dovette vedere come protagonisti dei gruppi arabi esterni all’im-
pero che minacciarono per vari anni la tranquillità provinciale33.
All’epoca della guerra combattuta da Ardabur e da Dorotheos
era già trascorso più di un quarto di secolo da quando i Romani

30
Feissel 1984, p. 545-558 ; Niceph. Call. XV, 9.
31
Lewin 2007, p. 250-254.
32
Lewin 2007. Sull’episodio vedi osservazioni importanti di Lenski 2002 ;
Roberto 2003.
33
Vedi sopra n. 29 e Prisc., fr. 26 Blockley. Da Prisc., fr. 10 apprendiamo, infatti,
che già nel 447 i Saraceni stavano devastando le province orientali dell’impero.
236 ARIEL S. LEWIN

avevano iniziato la pratica di nominare un ilarco arabo che avesse


autorità a livello provinciale. È lecito ritenere che questi con i
suoi uomini fosse chiamato dal dux a partecipare anche a scontri
importanti contro altri Arabi che attaccavano le province del vicino
Oriente. I ilarchi divennero, dunque, una componente di una certa
importanza nell’ambito della vigente strategia difensiva.
Tuttavia, ciò non implica un ridimensionamento del ruolo dei
limitanei. Un’importante documentazione ci svela che ancora nel
V e nel VI secolo i limitanei del vicino Oriente erano rimasti delle
unità combattenti. Bisognerà allora seguire Benjamin Isaac, che
ha rilevato come non ci sia motivo di ritenere che l’eficienza di
questa categoria di soldati fosse stata gravemente indebolita dal
fatto che essi ora possedevano delle terre. La condizione di soldati
agricoltori non ne faceva automaticamente degli uomini inadatti
alla guerra34. L’unico vero problema poteva essere invece rappre-
sentato dalla corruzione dei funzionari e delle stesse autorità mili-
tari che così come sottraevano le annone ai federati potevano disin-
teressarsi di mantenere eficiente ed esercitato l’esercito limitaneo.
Tuttavia, come si è visto, nel caso dell’episodio di Mavia furono
proprio i limitanei comandati dal dux a salvare la situazione
sul campo di battaglia. Vi sono poi molti altri episodi di grande
interesse che ebbero i limitanei come protagonisti ancora nel
VI secolo. Si va dalle battaglie sostenute dagli uomini del dux di
Mesopotamia insieme al dux Armeniae nel 502, a quelle del dux
Osrhoenae nel 503 nel contesto della guerra persiana dell’epoca di
Anastasio, in cui le forze limitanee si mostrarono assai valide. I
duces della Phoenice e della Syria accorsero a sostenere Belisario,
allora dux Mesopotamiae, che doveva respingere i nemici. Ma l’epi-
sodio che maggiormente colpisce è quello avvenuto negli anni
intorno al 528 quando, per vendicare la cattura e l’assassinio del
ilarco di Palaestina, i Romani lanciarono una spedizione in terre
lontane della penisola arabica. Vi parteciparono i duces di Arabia,
Phoenice, Euphratensis e Mesopotamia, insieme ai ilarchi in capo
di queste provincie e la campagna fu un grande successo. Nel 531
quando i Persiani con i loro alleati arabi penetrarono nel territorio
romano il dux della Euphratensis, Sounikas, accorse nel settore del
ducato che era stato raggiunto dai nemici, e senza attendere l’in-
tervento del magister militum per Orientem, ancora attardato oltre

34
Isaac 1988, p. 145-147 = Isaac 1998, p. 377-378. Su una documentazione
importante riguardo la continuità di una presenza dell’esercito nel VI secolo vedi
anche Fiema 2002 ; Fiema 2007. Zuckerman 2004a, p. 160 è convinto di una note-
vole lessione del numero dei soldati.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 237

l’Eufrate, attaccò con qualche successo delle unità nemiche presso


Gabboulon. Evidentemente egli agì come aveva già fatto l’anonimo
dux dell’epoca di Valente che aveva salvato il magister militum per
Orientem sul campo di battaglia contro gli uomini di Mavia. Per
intercettare gli invasori, Sounikas aveva radunato varie unità fra
quelle sotto il suo comando e che erano disseminate nei forti alla
frontiera. In questo caso il conlitto di autorità col magister militum
per Orientem riguardò l’opportunità da parte del dux di attaccare
battaglia senza avere atteso l’arrivo delle forze sotto il magister
militum per Orientem35.
Ancora una volta dunque appare chiaro che i limitanei avevano
un ruolo ben preciso nella strategia imperiale. In caso di attacco
nemico dovevano concertare il proprio intervento con il magister
militum per Orientem. I limitanei non avevano possibilità di poter
intercettare un importante attacco nemico solo con le proprie forze.
I soldati disseminati alla frontiera necessitavano di un tempo,
comunque, non grande, prima di poter radunarsi per inseguire un
nemico mobilissimo. Il compito del dux era quello di radunare gli
uomini di varie unità disperse sul territorio e di concentrarli sotto
il proprio comando per ostacolare l’avanzata del nemico in attesa
dell’intervento dell’esercito del magister militum per Orientem. Per
poter sperare di affrontare con successo il nemico era fondamen-
tale che le truppe agli ordini del magister potessero giungere sul
luogo il prima possibile e che vi fosse un eficace coordinamento
fra dux e magister. Il compito strategico dei comitatenses, dissemi-
nati nelle città delle province, era quello di accorrere il più rapida-
mente possibile sul teatro delle operazioni. Tuttavia, questi eserciti
stazionati all’interno di varie province del vicino Oriente avevano
bisogno di maggior tempo rispetto a quello che occorreva ai limi-
tanei prima di poter radunarsi e accorrere sul teatro delle opera-
zioni.
Perché questa concezione strategica potesse essere operativa
in tempi relativamente brevi occorreva una condizione indispen-
sabile, e cioè che il magister militum per Orientem non si trovasse
occupato oltre l’Eufrate a combattere i Persiani. Nel 527 l’impe-
ratore nutriva buone speranze di poter proteggere le province del
vicino Oriente dagli attacchi arabi servendosi dell’usuale azione del
magister militum per Orientem. Nell’arco di pochi mesi Hypatius

35
Per una descrizione di tutti questi eventi, con le fonti relative, vedi Lewin
2008, p. 82-101.
238 ARIEL S. LEWIN

fu nominato a questa carica, ma incapace di respingere gli assali-


tori provocò il risentimento dell’imperatore e fu quindi rimosso36.
Gli succedette Belisario, che si trovò ben presto impegnato in
Mesopotamia ad affrontare i Persiani37. Fu dunque in questa circo-
stanza che nel 528/529 l’imperatore decise di accrescere il potere di
Arethas, nominandolo a capo di quante più tribù arabe possibile e
donandogli un riconoscimento uficiale più elevato.
In deinitiva, i gravissimi attriti che emersero fra le due super-
potenze nel VI secolo imposero la necessità che il magister operasse
stabilmente oltre l’Eufrate. Ciò mise in crisi la concezione stra-
tegica che dal IV secolo era stata prevista per proteggere le altre
province del vicino Oriente. È dificile sfuggire all’impressione che
la concessione ad Arethas di più importanti prerogative si spieghi
con la necessità di trovare una nuova soluzione strategica alterna-
tiva a quella che era stata impiegata in precedenza, ma che ormai
la cronica lontananza del magister militum per Orientem dalle
province a sud dell’Eufrate e la sua incapacità di poter soccorrere i
duces di queste aree aveva reso obsoleta.
È interessante notare che negli anni della pace eterna, fra le due
guerre persiane di Giustiniano, le autorità romane non ritennero di
dover ripristinare il sistema che era stato in vigore ino al 528/529.
Al contrario, l’esercito del magister militum venne maggiormente
indebolito nei suoi effettivi. Fra l’altro le autorità imperiali usarono
con maggiore frequenza la pratica di porre unità comitatensi alle
dipendenze dei duces o dei governatori civili38. Per quanto riguarda
i limitanei pare signiicativo che le ricerche condotte da Parker
nella Giordania centrale hanno rivelato che in quel settore già alla
metà del VI secolo la presenza limitanea era stata completamente
smantellata39. Tuttavia, è probabile che in altre zone della frontiera
la situazione sia stata diversa : per esempio, la documentazione
archeologica ha evidenziato che i forti fra Sura e Palmira conti-
nuarono ad essere occupati ino alla conquista araba, mentre le
iscrizioni e papiri attestano una presenza militare in Palaestina40.
Arethas mantenne il proprio potere e col tempo lo aumentò
ulteriormente, ino alla morte. Dopo decenni di conlitti, nel 554,

36
Io. Mal. XVII, 20 ; XVIII, 34 ; Greatrex 1998, p. 152-153.
37
Procop., Pers. I, 13, 9-10.
38
Questa pratica è attestata per la prima volta in una legge di Anastasio,
Cod. Just. 12, 32, 15, del 492. Vedi Liebeschuetz 1977, p. 427.
39
Parker 2006.
40
Konrad 2000 ; Fiema 2002 ; Fiema 2007. Vedi anche Isaac 1995 = Isaac 1998,
p. 437-469 ; Di Segni 2004.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 239

egli riuscì inine a sconiggere in battaglia e a uccidere il proprio


rivale, il capo dei Lakhmidi (Nasridi) alleati dei Persiani che per
decenni aveva terrorizzato le province del vicino Oriente guidando
ripetute incursioni. In questa circostanza Arethas perse il proprio
iglio, che fu seppellito in un martyrion presso il villaggio prossimo
al luogo in cui era avvenuto il confronto bellico41. Due elementi di
questa narrazione sono per noi di straordinario interesse. In primo
luogo, è signiicativo che la grande vittoria di Arethas avvenne
alle fonti di Ouda’ye presso Calcide nella Siria settentrionale42.
Come abbiamo visto, Giustiniano aveva deciso di porre gran parte
delle tribù arabe dei ducati del vicino Oriente sotto il comando di
Arethas e aveva concesso a questi il potere di intervenire al di fuori
della provincia di cui era ilarco. La vittoria alle fonti di Ouda’ye
conferma della bontà della scelta strategica di Giustiniano di attri-
buire ad Arethas competenze regionali. Un altro elemento è degno
di rilievo : il seppellimento da parte di Arethas del proprio iglio
Jabala costituì un simbolo della grande integrazione religiosa dei
Jafnidi : « The devout Arethas buries his son not on the spot where
he was killed, but in a martyrion, a Christian place of worship,
implying that he died as a martyr, and that the Ghassanid victory
was Christian victory over thr pagan Lakmids »43.
Tuttavia, vari decenni dopo, i discendenti di Arethas entrarono
in conlitto con l’impero romano. È stato spesso sostenuto che
ciò fu dovuto ai contrasti religiosi, dal momento che gli Jafnidi
avevano abbracciato il monoisitismo. La storiograia più recente
ha però ridimensionato l’idea che le diverse posizioni nel campo
religioso siano state la causa dell’insanabile frattura che si veriicò
fra gli imperatori e gli Jafnidi44. Dobbiamo invece supporre che
dietro questi contrasti vi siano stati soprattutto dissidi di carattere
speciicatamente personale e che comunque riguardavano l’ecces-
sivo potere e indipendenza che avevano raggiunto i capi arabi della
dinastia.
Nel 581 Mundhir, iglio di Arethas, fu deposto dall’incarico
che aveva gestito distinguendosi sul terreno di battaglia ed inine
esiliato. Dopo un efimero tentativo da parte dei Romani di sostitu-

41
Mich. Syr., Chron. II, 269 (tr. Greatrex - Lieu 2002, p. 153 ; 163-165).
42
Per la contestualizzazione dell’evento vedi Shahid 1995, p. 241-244.
43
Shahid 1995, p. 243.
44
Cf. Whittow 1999 ; Fisher 2011 che controbattono eficacemente la visione
proposta da Shahid 1995. Gli importanti lavori di Millar 2009 ; Hoyland 2009
discutono il tema della cristianizzazione degli Arabi alla luce di una ricca docu-
mentazione.
240 ARIEL S. LEWIN

irlo nelle funzioni con uno dei igli, Nu’man che fu inine anch’egli
esiliato nel 584, il sistema basato sulla concessioni di poteri e di
onori particolari ad un ilarco arabo della dinastia degli Jafnidi ebbe
termine45. Il potere della dinastia jafnide si frammentò in quindici
ilarcati, e la maggior parte di questi trasferì la propria alleanza ai
Persiani. Tuttavia, il tramonto degli Jafnidi non signiicò la ine di
un sistema difensivo romano che prevedeva la presenza a ianco
dei limitanei anche di quella degli alleati arabi. Sappiamo, infatti,
che il governo romano continuò a nominare dei ilarchi – verosi-
milmente a livello provinciale – e che nuove tribù ottennero il rico-
noscimento di alleati nella zona sudorientale del vicino Oriente,
ove rimasero di guardia ino all’invasione araba46.
La concessione di un potere regionale e di speciali onoriicenze
ad Arethas e a Mundhir era stato un passo di notevole signiicato,
che deve essere visto nell’ottica del perfezionamento della strategia
difensiva nel settore. L’intenzione era stata quella di consentire agli
eserciti ilarchici un più eficace intervento a livello regionale47.
Dobbiamo immaginare che con la dissoluzione del potere degli
Jafnidi si tornò, invece, al precedente sistema basato sulla fram-
mentazione del comando a livello ilarchico. L’impero rimase così
amputato di un elemento importante nella strategia difensiva. È
dificile ritenere, infatti, che nei ducati situati a sud dell’Eufrate il
sistema basato su di una complementarità di azione fra i limitanei
e le forze a disposizione del magister militum sia stato ripristinato
a livelli di buona eficienza operativa e che quindi la macchina
militare romana sia stata messa nella condizione di reagire vali-
damente in caso di un attacco nemico. Con ogni probabilità ha
ragione Walter Kaegi a supporre che la strategia in profondità in
uso nell’epoca conidava soprattutto sulla rapidità di intervento
degli alleati arabi48.
È interessante notare che all’epoca delle invasioni arabe nel 629
un uficiale romano, il vicarius Theodorus, giocò un ruolo molto
interessante. Questi doveva essere un comandante militare infe-

Joh. Eph., H.E. III, 42-43.


45

Vedi Sartre 1982, p. 191-194.


46
47
D’altra parte, come abbiamo osservato, pur dotati di onori e di un rango
superiore rispetto agli altri ilarchi, i due personaggi erano rimasti titolari effettivi
di un comando ilarchico provinciale. Arethas era ilarco di Arabia e Abu Kharib
di Palaestina.
48
Kaegi 1992, p. 59-61.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 241

riore in grado al dux Palaestinae. Un frammentario editto impe-


riale scritto in greco, probabilmente proveniente da Beersheva,
menziona un vicarius della Palaestina secunda49 ; e dobbiamo
pertanto ritenere che i duces avessero tre vicarii, uno in ciascuna
delle tre Palaestinae50.
Theodorus dunque si trovava in un villaggio chiamato Mouchea
(non identiicato) e avendo appreso da un saraceno della tribù
Koraish dell’imminente attacco condotto da quattro emiri dell’e-
sercito di Maometto, prese l’iniziativa di radunare le varie forze
militari disperse nei forti presso il deserto. L’azione del vicarius fu
coronata da successo : egli riuscì a sconiggere i nemici e ad ucci-
dere tre degli emiri in un villaggio chiamato Mothous (anch’esso
non identiicato). Il contesto degli eventi rivela comunque che i
fatti si svolsero nella parte orientale della Palaestina tertia51.
Theodorus agì seguendo quella che, come abbiamo visto, era
stata normalmente la pratica in uso nella tarda antichità, quando il
dux gestiva la strategia difensiva. Non esistono fonti che attestino
l’esistenza di questi vicarii prima del tardo VI secolo e dobbiamo
supporre che la creazione di questo tipo di uficiali sia il risultato
di una nuova organizzazione militare che sollevava il dux da alcuni
compiti, garantendogli la possibilità di coordinare meglio dalle
retrovie una risposta militare in caso di attacco nemico.
È di straordinario interesse notare che la nostra fonte afferma
che il motivo di Maometto dietro l’elezione dei quattro emiri era
stato quello di combattere gli Arabi cristiani52. Dobbiamo dedurne
che questi ultimi erano delle tribù arabe federate che servivano a
ianco dei limitanei. Le fonti menzionano più volte che gli Arabi
alleati dei Romani si opposero agli invasori53.
Rimane viceversa dificile precisare chi fossero quegli Arabi
che, in seguito all’offesa ricevuta da un eunuco imperiale che riiutò
di consegnare loro i normali pagamenti, si offersero di aiutare gli
invasori. Si trattava di tribù beduine che erano pagate per rimanere
paciiche nelle loro terre del Sinai e per accompagnare i viaggiatori

49
Di Segni 2004, p. 154.
50
Va però osservato che secondo Di Segni 2004, p. 146-147 il termine vicarius
non designava sempre il medesimo tipo di uficiale. In alcuni casi sarebbe stato il
sostituto di un tribunus. Comunque sia, vuoi nel frammento da Beer Sheva, vuoi
nel caso di Teodoro, abbiamo sicuramente a che fare con un importante uficiale
che rappresentava il dux a livello di una delle tre Palaestinae.
51
Theoph., A.M. 6123 de Boor ; Mayerson 1964, p. 177-178 = Mayerson 1994,
p. 75-76 ; Kaegi 1992, p. 71-74.
52
Theoph., A.M. 6123 de Boor.
53
Vedi Kaegi 1992.
242 ARIEL S. LEWIN

lungo i percorsi accidentati in quelle aree desertiche ? O invece si


trattava di quegli alleati arabi che servivano l’esercito ducale sotto
il comando di un ilarco ? Comunque sia, questi Arabi che in prece-
denza erano stati al soldo di Roma guidarono gli invasori lungo il
percorso che attraversava il deserto ino alla città di Gaza54. Si trattò
di un episodio che ebbe un ruolo di grande importanza nell’ambito
del conlitto che portò all’epocale vittoria dell’esercito islamico.

Conclusioni
Nel corso del V secolo il governo romano adottò la pratica
di organizzare gli Arabi alleati come dei piccoli eserciti capeg-
giati da un ilarco provinciale che afiancava il dux. Il ilarco ed i
suoi uomini divennero così una componente uficiale del sistema
romano. Le novelle di Giustiniano riguardo all’amministrazione
delle province del vicino Oriente testimoniano con chiarezza l’esi-
stenza di un quadro di questo tipo. Tuttavia, il medesimo impera-
tore, alla luce di considerazioni di tipo militare-strategico decise di
accrescere l’autorità dei dinasti jafnidi. Si trattò di una scelta che
ebbe grandi risultati.
Non occorre però allinearsi all’interpretazione di tipo generale
offerta da Irfan Shahid, che in una serie di studi ha sostenuto che
gli Arabi alleati di Roma divennero una sorta di scudo difensivo
dell’impero nella guerra che li contrapponeva ai Persiani55. Infatti,
occorrerà ribadire che, anche se come abbiamo notato gli Arabi
alleati di Roma furono una componente importante nel conlitto
militare della tarda antichità, in realtà proprio nell’epoca in cui
il conlitto aveva raggiunto il suo culmine, nel VI secolo, gli Arabi
alleati erano già da tempo divenuti una componente degli eserciti
provinciali e non una realtà autonoma56. Nel corso dei secoli l’im-
pero romano mostrò inine di apprezzare il valore in battaglia delle
tribù arabe e giunse ad inserirle come una presenza importante
nella macchina militare e nella vita civile delle province. Evagrio
è un perfetto testimone del motivo per cui sempre più i Romani si
afidarono alle tribù arabe per proteggere i propri territori : esse
erano l’unica forza in grado di poter sconiggere gli Arabi alleati dei
Persiani perché si servivano dei medesimi veloci cavalli57.

Ariel S. LEWIN
Università della Basilicata

54
Mayerson 1964, p. 177-178 = Mayerson 1994, p. 75-76.
55
Shahid 1995 ; Shahid 2002.
56
Si veda anche Fisher 2011b per una critica all’impostazione di Shahid.
57
Evagr., H.E. V, 20.
L’ESERCITO DEL VICINO ORIENTE NEL V SECOLO 243

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SYLVAIN JANNIARD

LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE AUX


MODES DE COMBAT DES PEUPLES DES STEPPES
(FIN IVe-DÉBUT VIe SIÈCLE APR. J.-C.)

Au Ve siècle apr. J.-C., les Huns, puis les peuples proto-turcs


(Bulgares et Sabirs), ont posé aux armées romaines des problèmes
militaires sans commune mesure avec les dificultés qu’avaient
pu susciter les peuples des steppes précédemment rencontrés par
l’Empire. Leur armement, mais surtout leurs capacités opération-
nelles et organisationnelles rendent compte de cette situation. Or,
la spéciicité en ces domaines des Huns et des peuples proto-turcs
n’a pas été toujours correctement appréciée, une lacune que je me
propose de corriger dans cette contribution, tout en présentant une
étude détaillée des solutions techniques et tactiques mises en place
par l’outil militaire romain pour faire face à ces nouvelles menaces.

Le cadre historique
Les Huns forment une coalition de peuples dont l’origine est
à rechercher entre l’Altaï et le Lac Baïkal. Leur histoire demeure
toutefois dificile à retracer avant le dernier quart du IVe siècle
apr. J.-C1. Vers 360 au plus tard, les Huns, alors vraisemblablement
dominés par un groupe de mongoloïdes turcophones, se déplacent
des Steppes kazakhes et de l’est de la Volga aux territoires des Alains
du Don puis des Greuthunges d’Ukraine, qu’ils soumettent. Ils
razzient la Valachie en 376 et, à partir de 378, sont responsables de
nombreuses incursions dans l’Empire romain2. Contre ce dernier,

1
Altheim 1959, ch. 1, Maenchen-Helfen 1973, ch. 8-10, Sinor 1990, p. 177-179,
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p. 209-213, Jin Kim 2013, p. 26-39.
2
Amm. Marc. XXXI, 16, 3 (378 p. C.), Epit. de Caes. XLVII, 3 et XLVIII, 5,
Zos. IV, 34, 6 (381 p. C.), Claud., Cons. Stil. I, v. 109-111, Claud., In Ruf. I, v. 308-331
248 SYLVAIN JANNIARD

leurs premières campagnes d’envergure affectent, entre 395 et 398,


la Thrace et simultanément les diocèses du Pont et d’Orient3. Depuis
le Danube inférieur, ils dévastent ensuite le nord des diocèses de
Mésie et de Thrace en 404-405 et 408-4094. Après s’être solidement
installés dans la Plaine hongroise, sur la Tisza, ils menacent encore
deux fois la Thrace en 422 et 434 ain d’obtenir de l’empereur
Théodose II qu’il achète auprès d’eux la stabilité de ses frontières
danubiennes5. Ce sont cependant les campagnes menées par Bleda
et son frère Attila, puis par ce dernier seul à partir de 444-445,
qui, en raison de leur ampleur, ont impressionné l’historiographie
passée et moderne. Entre 441 et 447, les démonstrations de force
que constituent les invasions en règle des diocèses de Mésie et de
Thrace permettent aux deux rois de réafirmer une autorité, voulue
incontestable, sur l’Europe danubienne et ses marges septentrio-
nales et orientales. De l’Empire d’Orient défait, ils obtiennent aussi
les subsides nécessaires au maintien immédiat de leur pouvoir sur
la vaste confédération de peuples que les potentats huns successifs
avaient rassemblée autour d’eux depuis au moins une génération.
Forts et cités fortiiés sont pris et quelquefois détruits, par deux
fois l’armée régulière romaine est défaite en bataille rangée6. À
partir de 450, Attila tourne ses ambitions vers l’Empire d’Occident,

(392 p. C.). Cf. Thompson 1948, p. 21-26, Altheim 1959, ch. 14, Maenchen-Helfen
1973, p. 18-40, 46-48, Sinor 1990, p. 179-181, Heather 1995, p. 5-8, Bóna 2002,
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2009, p. 49-55, Heather 2010, p 162-164.
3
Claud., In Ruf. II, v. 22-36, 45-53, Claud., In Eutr. I, v. 242-251, II, v. 564-575,
Socr., H.E. VI, 1, 6-7, Soz., H.E. VIII, 1, 2, Philost., H.E. XI, 8. Cf. Thompson 1948,
p. 26-28, Maenchen-Helfen 1973, p. 51-59, Sinor 1990, p. 182-184, Heather 1995,
p. 8-9, Kazanski 2006, p. 115-116, Stickler 2009, p. 55-57.
4
Soz., H.E. VIII, 25, 1, IX, 5, Cod. Theod. 5, 6, 3. Cf. Thompson 1948, p. 28-30,
Maenchen-Helfen 1973, p. 62-67, Sinor 1990, p. 184-185, Bóna 2002, p. 20-22,
Stickler 2009, p. 57-60.
5
Marcellinus comes, Chron. a. 422 (3), Socr., H.E. VII, 42-43, Theod., H.E. V,
37, 4, Priscus, fr. 2 Blockley. Cf. Thompson 1948, p. 70-75, Maenchen-Helfen 1973,
p. 76, 90-94, Sinor 1990, p. 186-188, Blockley 1992, p. 59-60, Bóna 2002, p. 38-39,
Heather 2005, p. 202-205, Escher - Lebedynsky 2007, p. 41-42, Stickler 2009,
p. 62-63, 66-69.
6
Chronique gauloise de 452, 130, 132, Priscus, fr. 6, 9.1, 9.3, 9.4 Blockley,
Marcellinus comes, Chron. a. 441, 442 (2), 447. Cf. Thompson 1948, p. 78-86,
90-94, Maenchen-Helfen 1973, p. 108-125, Sinor 1990, p. 189-190, Blockley 1992,
p. 62-67, Bóna 2002, p. 39-41, 51-52, Heather 2005, p. 300-304, 306-312, Escher -
Lebedynsky 2007, p. 43-45, 47-50, 138-140, Stickler 2009, p. 71-78, Kazanski 2013,
p. 92-94, Jin Kim 2013, p. 71-72, 84 (qui ne voit pas les limites à l’action militaire
des Huns révélées par ces campagnes – analysées infra – et en surévalue les effets
sur l’Empire d’Orient).
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 249

avec la volonté d’exercer sur ce dernier, et peut-être même en son


sein, une autorité pérenne. Ses premiers objectifs de campagnes
paraissent avoir été les principales régions de cantonnement et
d’approvisionnement des grandes concentrations militaires occi-
dentales. En 451, après avoir remonté les vallées du Danube et du
Rhin, il franchit ce dernier leuve probablement à la hauteur de
Mayence, envahit la Germanie I et les Belgiques avant d’inléchir
le cours de sa marche vers la Lyonnaise et Orléans. Repoussé puis
défait lors de son repli, entre Troyes et Châlons-en-Champagne,
il envahit l’Italie par les Alpes Juliennes à l’été 452 et dévaste le
nord de l’Italie annonaire7. Après sa mort et la dislocation de son
« empire », de rares incursions des Huns dans la partie orientale
de l’Empire sont encore attestées entre 466 et le début du règne de
Zénon8. De 395 au début de la décennie 450, la chronique militaire
des Huns semble ainsi ponctuée d’une longue suite d’opérations
militaires remarquables par leur rayon d’action, la diversité des
armées affrontées et la récurrence des victoires hunniques.
Les Huns ne formaient cependant que les premiers des
nombreux peuples proto-turcs avec lesquels l’Empire d’Orient dut
apprendre à composer. Au début de la décennie 460, les Sabirs de
la moyenne Volga migrent vers le nord du Caucase, sous la pres-
sion des Avars. Solidement installés au nord-est du Kouban, ils
razzient les diocèses du Pont et d’Orient au début du VIe siècle9.
Leur précédent déplacement depuis le sud de la Sibérie occidentale
avait surtout chassé les Oghurs – un rameau du grand ensemble
des T’ie-Lö – des Steppes kazakhes, qu’ils occupaient depuis
les migrations des Huns, vers les régions pontiques. Différents
groupes, Kutrighurs, Utrighurs, s’installent entre Don et Dniepr,
tandis que d’autres se mêlent aux Huns subsistants pour former
plus à l’ouest les Bulgares. Ces derniers montent de profondes

7
Chronique gauloise de 452, 139, 141, Hyd., Chron. 142, 145-146 Burgess,
Priscus, fr. 17, 20-23 Blockley, Prosp., Chron. 1364-1367, Jord., Get. XXXVI,
184-XLII, 224, Greg. Tur., Hist. Franc. II, 7. Cf. Thompson 1948, p. 130-148,
Maenchen-Helfen 1973, p. 129-143, Zecchini 1983, ch. XI, Sinor 1990, p. 192-197,
Blockley 1992, p. 67-68, Bóna 2002, p. 53-58, Heather 2005, p. 334-342, Escher -
Lebedynsky 2007, p. 51-56, 140-159, Stickler 2009, p. 89-99, Jin Kim 2013, p. 78-80,
83-84 (qui, à tort, fait des deux campagnes des succès pour les Huns).
8
Priscus, fr. 48-49 Blockley, Jord., Get. LIII, 272-273, Marcellinus comes,
Chron. a. 469. Cf. Thompson 1948, p. 154-158, Maenchen-Helfen 1973, p. 165-168,
Sinor 1990, p. 198-199, Blockley 1992, p. 73, Bóna 2002, p. 76-77, Escher -
Lebedynsky 2007, p. 173-174, Stickler 2009, 103-105.
9
Marcellinus comes, Chron. a. 515 (5), Io. Mal., Chron. XVI, 17 (p. 406
Dindorf), Evagr., H.E. III, 43, Golden 1992, p. 104-106, Golden 2011, p. 146-147.
250 SYLVAIN JANNIARD

expéditions de dévastation de la Thrace entre 493 et 502. Au cours


des deux premières, ils l’emportent sur les armées des maîtres des
milices dépêchées pour les arrêter, poussant l’empereur Anastase à
(re)construire les Longs Murs10.

Les modes de combat des Huns


Comme leurs prédécesseurs originaires des steppes, les Huns
faisaient reposer une large part de leur supériorité militaire sur
leurs tactiques. Sur le champ de bataille, ils menaient contre leurs
adversaires des assauts répétés et coordonnés d’archers montés, que
venaient parachever les charges décisives de leur cavalerie « lourde »
quand l’objectif initial de désorganiser la ligne adverse était atteint.
Cette complémentarité entre les armes laissait cependant un
rôle essentiel aux archers montés dans l’obtention des victoires
hunniques : il était dificile de s’opposer eficacement à leur tech-
nique d’assaut et de repli rapides ; il l’était tout autant d’anticiper
les directions de leurs attaques, à plus forte raison quand une partie
d’entre eux avait dissimulé sa présence sur le champ de bataille ;
vitesse et surprise faisaient enin courir à ceux qui les affrontaient le
risque de l’encerclement. Cependant, à la in du IVe siècle, les armées
romaines disposaient d’une solide expérience en matière d’affronte-
ment avec les archers montés des steppes, forgée au moins depuis
les premières rencontres avec les cavaliers parthes six siècles aupa-
ravant. Il convient donc d’attribuer à d’autres raisons que la supé-
riorité tactique les succès des Huns en bataille rangée, en proposant
un réexamen attentif du petit nombre de sources latines et grecques
à nous faire connaître leurs modes de combats11.

10
Priscus, fr. 40 Blockley, Marcellinus comes, Chron. a. 493 (2), 499 (1), 502
(1), Zon. XIV, 3, 26 et 4, 8-10. Cf. Golden 1990, p. 256-260, Golden 1992, p. 92-104,
Blockley 1992, p. 86-87, Haarer 2006, p. 104-109, Ziemann 2007, p. 24-103,
Meier 2010, p. 137-148, Golden 2011, p. 29, 31-33, 70-71, 136-144, Jin Kim 2013,
p. 131-133, 137-142. Les incursions des Bulgares et des Kutrighurs dans l’Empire
d’Orient se poursuivent jusque dans le deuxième tiers du VIe siècle.
11
Généralités sur les techniques de guerre des Huns : Thompson 1948, p. 50-54,
Maenchen-Helfen 1973, p. 201-203, Sinor 1990, p. 204, Anke 1998, p. 138, Bóna
2002, p. 18-19, Luttwak 2009, p. 20-22, Nikonorov 2010, p. 273-274, 279-281. Cf.,
pour les aspects tactiques, Amm. Marc. XXXI, 2, 8, et pugnant non numquam laces-
siti sed ineuntes proelia cuneatim (« et ils combattent parfois après avoir été provo-
qués, mais ils engagent les batailles en formation de combat ») et 9, Claud., In Ruf. I,
v. 330-331, acerrima nullo/ ordine mobilitas insperatique recursus (« mobilité aiguë/
sans ordre et retours sans qu’on s’y attende », trad. Charlet), Zos. IV, 20, 4 ; pour les
Bulgares : Procop. Gaz., Pan. 7. Sur les modes de combat communs aux cavaliers
des steppes : Sinor 1981, Di Cosmo 2002, May 2006, Golden 2011, p. 89-113.
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 251

Dans la présentation générale qu’il donne des Huns, Ammien


Marcellin, un contemporain de leurs premières opérations contre
l’Empire, décrit de la façon suivante leurs pratiques militaires12 :
utque ad pernicitatem sunt leues et repentini, ita subito de industria
dispersi uigescunt, et inconposita acie cum caede uasta discurrunt, nec inua-
dentes vallum nec castra inimica pilantes prae nimia rapiditate cernuntur
Et si, à in de rapidité, ils sont peu équipés et imprévisibles, ils tirent
en revanche leur force de s’être soudainement et délibérément séparés et,
en ordre de bataille dispersé, ils se déplacent en faisant un grand carnage ;
du fait aussi de leur trop grande rapidité, on ne les voit pas se jeter sur le
retranchement ni piller le camp adverse.

Précédemment, Ammien avait émis un jugement sur les spéci-


icités tactiques des Huns qui, même poussés à la bataille, main-
tenaient une forme d’organisation (cuneatim, cit. n. 11). Cette
proximité dans le texte a laissé penser aux traducteurs et aux
commentateurs que la phrase à peine citée et traduite constituait
elle-aussi une appréciation des qualités tactiques des Huns. Il n’en
est rien. Ammien cherche à expliquer le contraste entre l’équipe-
ment léger et l’absence apparente d’ordre des cavaliers hunniques,
qu’il attribue à juste titre à la recherche de la rapidité de mouve-
ment, et les succès militaires des Huns : ils tirent précisément
leur force (uigescunt) de leur capacité à couvrir de vastes espaces
(discurrunt), en groupes dispersés (de industria dispersi, inconpo-
sita acie), ain de frapper des adversaires qui ne s’y attendent pas
(cum caede uasta, nec […] cernuntur). Ammien considère que la
supériorité militaire des Huns se situe au niveau opérationnel : au
cours de leurs campagnes, ils auraient été capables de déplacer
sur de grandes distances des forces que leur dissimulation rendait
susceptibles de fondre sur leurs objectifs par surprise13. La victoire
qu’ils remportent contre les Tervinges en 375 sert d’illustration
parfaite à l’appréciation d’Ammien. Alors qu’ils viennent de défaire
les Greuthunges d’Ukraine, dont ils ont attaqué les territoires à
l’improviste (repentino impetu, ui subitae procellae), les Huns se

12
Amm. Marc. XXXI, 2, 8. Sur la description qu’Ammien Marcellin fait des
Huns, se reporter, de façon générale, à Richter 1974 et Matthews 1989, p. 332-342.
13
Pour une déinition du niveau opérationnel de la guerre, distinct de la tech-
nique, de la tactique et de la stratégie, cf. Luttwak 2002, p. 165-167, part. p. 165-166 :
« C’est à ce niveau que les méthodes d’ensemble pour la conduite de la guerre sont
mises en œuvre […]. C’est au niveau opérationnel que le commandement de l’en-
semble des forces impliquées se déploie et, plus encore, c’est à ce niveau que l’on
peut appréhender l’affrontement dans sa totalité, avec toutes ses péripéties et ses
retournements de situation. »
252 SYLVAIN JANNIARD

trouvent confrontés à l’armée du tervinge Athanaric, campée à


l’ouest du Dniestr. Tournant les forces de reconnaissance envoyées
contre eux, ils franchissent de nuit la distance de plus de trente kilo-
mètres qui les sépare du camp des Tervinges et, après avoir passé
le leuve à gué, ils l’attaquent par surprise sans même attendre le
point du jour (ictu ueloci)14. Ammien attribue cet exploit à leurs
capacités d’analyse du terrain et des situations militaires dans
lesquels ils se trouvent placés (sunt in coniectura sagaces). Il faut
lire ici surtout l’eficacité de leur propre système de reconnais-
sance, qui leur a permis de localiser les différents groupes adverses
à éviter et à atteindre, puis de parcourir secrètement une telle
distance de nuit, assorti du franchissement d’un leuve. La stupeur
que provoque chez les Tervinges cette manœuvre exceptionnelle
(res noua, Ammien XXXI, 3, 7) montre bien les différences que les
contemporains eux-mêmes percevaient entre les Huns et les autres
peuples des steppes, les Tervinges connaissant bien les modes de
combat des Sarmates et des Alains.
Trois autres évènements militaires auxquels les Huns ont
participé, comme adversaires ou alliés des Romains, pourraient
conirmer leur pratique de la surprise au niveau opérationnel. En
août 378, au début de la bataille d’Andrinople, l’arrivée et la charge
inopinées de la cavalerie ostrogothique et alanique empêchent
les cavaliers romains de protéger le lanc droit de leur infanterie,
désormais exposé, et jouent ainsi un rôle important dans le délite-
ment inal et la défaite de la ligne impériale15. Or, les commenta-
teurs peinent à expliquer l’échec des troupes d’éclairage romaines à
reconnaître la position de la cavalerie ostrogothique et à prévenir son
arrivée soudaine et dévastatrice16. L’une des explications pourrait
être la distance à laquelle cette cavalerie a commencé son mouve-

14
Amm. Marc. XXXI, 3. Part. 3, 6 : Huni enim, ut sunt in coniectura sagaces,
multitudinem esse longius aliquam suspicati, praetermissis quos uiderant, in
quietem, tamquam nullo obstante, conpositis, rumpente noctis tenebras luna, uado
luminis penetrato, id quod erat potissimum elegerunt, et ueriti ne praecursorius
index procul agentes absterreat, Athanaricum ipsum ictu petiuere ueloci. Pour le
contexte des affrontements entre Huns et Tervinges, se reporter à Thompson 1948,
p. 21-24, Heather 1996, p. 98-104, Stickler 2009, p. 51-53.
15
Amm. Marc. XXXI, 12, 17. Sur les conséquences de cette charge sur la presse
de l’infanterie impériale, après que l’aile gauche de cavalerie romaine a elle aussi
été bousculée : Amm. Marc. XXXI, 13, 2-3. Sur l’épisode, avec des vues différentes :
Burns 1973, p. 342-344, Nicasie 1998, p. 250-251, Santosuosso 2001, p. 203-205,
Syvänne 2004, p. 461-462, Rocco 2012, p. 498.
16
En contradiction avec la pratique de maintenir les exploratores en éveil sur
le champ de bataille ain d’être continument informé des mouvements adverses,
cf. e.g. Arr., Alan. 11.
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 253

ment offensif vers le champ de bataille. Dans le récit d’Ammien,


les Goths Tervinges semblent attendre avec anxiété son arrivée,
pourtant prévue mais rendue incertaine par l’éloignement : procul
agens et accita, nondum uenerat, XXXI, 12, 12 et ut […] equites
sui redirent, quos adfore iam sperabant, XXXI, 12, 13. Ils avaient
précédemment tenté de regrouper l’ensemble de leurs troupes
dans l’éventualité d’un affrontement massif, mais manifestement
les Ostrogoths n’avaient pu obéir immédiatement à l’injonction de
rallier les autres Goths, étant donné leur position écartée. En effet,
in juillet, les Alains qui agissent avec ces derniers sont signalés
aux Castra Martis, à environ dix jours de chevauchée au nord-ouest
d’Andrinople17. Les Alains, qui avaient déjà eu tout le loisir d’imiter
les modes de combat des Huns dont ils avaient subi la domination
in Barbarico, opéraient de surcroît dans l’Empire accompagnés
de mercenaires Huns18. Ils ont donc pu suggérer aux Ostrogoths
d’adopter l’une des spéciicités militaires de ces derniers, de ne
pas rejoindre immédiatement le gros des forces hostiles à l’Em-
pire mais, tout en restant en contact avec les autres groupes goths,
de prévoir de terminer leur long et dissimulé mouvement offensif
directement sur le champ de bataille, avec l’effet que l’on sait.
Les principaux récits sur l’affrontement qui opposa, en 406,
les troupes romaines de Stilichon et les Goths de Radagaise diver-
gent. Un élément militaire apparaît cependant commun à l’Histoire
nouvelle de Zosime et à l’anonyme Chronique gauloise de 452 : le rôle
de la surprise et de l’encerclement dans la destruction de tout ou
partie des envahisseurs. Or, le chroniqueur attribue spéciiquement
l’exécution de cette manœuvre aux alliés huns de Stilichon, dont
la présence est attestée dans toutes les sources19. L’encerclement a
pu être réalisé de multiples façons, débordement, enveloppement,

17
Amm. Marc. XXXI, 11, 6. L’identiication des Alains attestés aux Castra
Martis avec ceux qui combattent peu après à Andrinople est acceptée par Wolfram
1988, p. 125 mais contra Heather 1991, p. 145 et Burns 1994, p. 34.
18
Amm. Marc. XXXI, 8, 4 et 16, 3.
19
Chronique gauloise de 452, 52 : Multis ante uastatis urbibus Radagaisus occu-
buit ; cuius in tres partes per diuersos principes diuisus exercitus aliquam repugnandi
Romanis aperuit facultatem. Insigni triumpho exercitum terciae partis hostium
circumactis Chunorum auxiliaribus Stillico usque ad internicionem deleuit, Zos. V,
26, 5, καὶ τοῖς βαρβάροις ἀπροσδοκήτοις ἐπιπεσὼν ἅπαν τὸ πολέμιον πανωλεθρίᾳ διέφθειρεν,
ὥστε μηδένα σχεδὸν ἐκ τούτων περισωθῆναι, πλὴν ἐλαχίστους ὅσους αὐτὸς τῇ Ῥωμαίων
προσέθηκεν συμμαχίᾳ. Emploi des Huns par Stilichon : Orosius VII, 37, 12, Zos. V,
26, 4, Marcellinus comes, Chron. a. 406 (3). Sur l’invasion de Radagaise, se reporter
à Burns 1994, p. 197-199.
254 SYLVAIN JANNIARD

embuscade, mais il n’est pas interdit de penser que les Huns ont pu
en l’occurrence agir par surprise au niveau opérationnel, comme
ils l’avaient fait une génération auparavant.
Une hypothèse que vient encore conforter le troisième et dernier
épisode. En juin 451, une nuit précédant l’affrontement entre
forces impériales et hunniques au Campus Mauriacus, un corps
de Gépides, dont Attila appréciait la idélité, tombe sur un groupe
de Francs de la coalition romaine. Les pertes mutuelles auraient
été importantes, selon l’historien Jordanès, mais les deux forces
sont tout de même présentes dans leurs camps respectifs le jour du
choc décisif20. L’épisode est souvent interprété comme la tentative
par les troupes d’Attila de s’opposer à l’arrivée tardive des Francs
proromains sur le champ de bataille, mais le retard des Francs à
rejoindre la coalition impériale n’est attesté dans aucune source et
leurs forces semblent au contraire avoir précocement rallié Aetius
dans sa campagne21. Les pratiques militaires dont les Huns ont
laissé le témoignage à partir de 375 permettent d’avancer une autre
interprétation : Attila a probablement cherché à faire contourner
nuitamment la coalition impériale par ses alliés Gépides de façon
à produire, au moment de la bataille attendue, l’effet de surprise
opérationnel caractéristique des armées hunniques. Trois quarts
de siècle après leur première rencontre avec ces dernières, les
troupes impériales étaient cependant au fait des pratiques des
Huns : les Francs devaient avoir été placés en éveil et employés à
patrouiller sur de longues distances ain d’éviter la dissimulation et
la survenue inopinée des Gépides. L’échec de l’emploi d’une tech-
nique classique et éprouvée explique probablement, en plus des
conditions de son repli hors des Gaules, « l’abattement » d’Attila,
malignement rapporté par Jordanès, et rend compte surtout des
multiples erreurs de commandement du souverain danubien, lais-
sant le choix et la maîtrise du terrain à ses adversaires, comme
nous le verrons22.

20
Jord., Get. XLI, 217 : exceptis quindecim milibus Gepidarum et Francorum,
qui ante congressionem publicam noctu sibi occurrentes mutuis concidere vulne-
ribus, Francis pro Romanorum, Gepidas pro Hunnorum parte pugnantibus. Sur la
présence des Francs et des Gépides au Campus Mauriacus : Jord., Get. XXXVIII,
197-199, Greg. Tur., Hist. Franc. II, 7. Fidélité des Gépides à Attila : Jord.,
Get. XXXVIII, 199.
21
Arrivée tardive des Francs : e.g. Zecchini 1983, p. 269. Ralliement précoce
d’une partie des Francs à Aetius et ses raisons : Jord., Get. XXXVI, 191, Priscus,
fr. 20.3 Blockley.
22
Abattement et erreurs d’Attila : Jord., Get. XXXVII, 195, XXXVIII, 201.
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 255

L’explication technique générale apportée par Ammien


Marcellin aux succès des Huns semble corroborée par quatre
récits de bataille, survenues dans des contextes géographiques très
éloignés, du Dniestr à la Champagne, sur un arc chronologique
de plus de soixante-quinze ans. Les deux premiers récits ont été
transmis par Ammien lui-même, mais les deux suivants l’ont été
par trois chroniqueurs et historiens différents, écrivant indépen-
damment à près d’un siècle de distance. La principale particularité
militaire des Huns paraît donc s’être exprimée au niveau opéra-
tionnel de la guerre, dans leur capacité à déplacer et à dissimuler
loin derrière leurs adversaires des forces susceptibles de créer
la surprise au moment de la bataille. Une telle capacité, mise en
œuvre sur des terrains peu ou pas connus par les Huns, suppose
chez ces derniers un système de remonte, d’éclairage et de commu-
nication particulièrement remarquable23. Elle contraste surtout
avec les techniques de guerre inspirées des cultures des steppes
que les armées romaines avaient dû jusque-là affronter. Rien dans
la chronique des combats entre Romains et Sarmates ou Alains,
avant le IVe siècle, ne peut être rapproché de la surprise opération-
nelle pratiquée par les Huns. Les Parthes semblent en revanche
l’avoir utilisée pour s’emparer du dépôt de machines de guerre
d’Antoine lors de la campagne de ce dernier en Médie Atropatène
en 36 av. J.-C., mais c’est un unicum dans l’histoire des relations
militaires romano-parthes, qui plus est mis en œuvre au sein même
du territoire arsacide24. Les Sassanides peuvent l’avoir employée en
deux occurrences : en 232 apr. J.-C., l’un des corps d’invasion que
Sévère Alexandre avait envoyé descendre l’Euphrate est surpris,
encerclé et détruit par une armée perse, déplacée discrètement et
rapidement depuis la Médie Atropatène ; en 359 apr. J.-C., pour
brouiller la direction réelle de son opération et obtenir des infor-
mations sur les mesures de défense romaine, Sapor II dépêche en
Mésopotamie une avant-garde très mobile, qui perturbe l’action du

23
Supériorité des Huns au niveau opérationnel de la guerre : Luttwak 2009,
p. 28-36, mais qui ne mentionne ni n’analyse aucune des quatre batailles que nous
venons de rappeler. Pour Nikonorov 2010, p. 273, les succès des Huns s’expliquent
surtout par l’emploi de la surprise au niveau stratégique, qui autorisait une péné-
tration en profondeur des territoires visés et était rendue possible par la qualité de
leurs montures et de leur système de renseignement.
24
Plut., Ant. 38, Dio Cass. XLIX, 25. Au cours de cette même campagne, les
Parthes ont systématiquement recouru à l’encerclement des colonnes romaines
battant en retraite hors de leur territoire, un procédé courant qui ne peut être
assimilé à la surprise opérationnelle des Huns (Plut., Ant. 41, 45-50, Dio Cass.,
XLIX, 28).
256 SYLVAIN JANNIARD

magister peditum Ursicin, le surprend par deux fois à Nisibe et à


Amida, bloquant même une partie des forces romaines dans cette
dernière place25. Les méthodes opérationnelles des Huns semblent
donc plutôt annoncer les pratiques militaires des nomades des
steppes ayant déferlé sur l’Europe après eux26.
La supériorité démontrée par les Huns au niveau opérationnel
de la guerre s’appuyait aussi sur une supériorité technique dans le
domaine de l’archerie montée. Leurs guerriers utilisaient un arc
composite précontraint pourvu à l’extrémité de ses deux branches
de longues extensions en os (ig. 1a). Ce type d’arme particulière-
ment redoutable, y compris contre des troupes cuirassées, était déjà
employé par les forces romaines et par certains de ses adversaires,
Arsacides et Sassanides par exemple, dès avant la in du IVe siècle,
mais le modèle introduit par les Huns a marqué les contemporains
par son eficacité. Celle-là devait reposer sur une meilleure répar-
tition des masses et de l’élasticité le long de l’arme ainsi que sur
une taille plus élevée : aucun exemplaire d’arc fonctionnel retrouvé
dans des contextes associés aux Huns ne fait, tendu, moins de 140
cm de long, une dimension qui ne trouve pas d’équivalent dans
l’histoire de l’archerie des steppes (ig. 1b). Facteur de puissance
en elle-même, cette taille élevée s’explique tout particulièrement
par la longueur exceptionnelle des extensions en os ixées aux
extrémités des branches (17 à 39 cm). Par rapport aux modèles
utilisés jusque-là, l’effet de levier de ces extensions se trouvait donc
renforcé lorsque l’archer bandait l’arme. L’allonge plus grande de
la corde ainsi obtenue permettait d’accumuler plus rapidement, et
en plus grande quantité, l’énergie transférée ensuite à la lèche à la
décoche. Lorsqu’après la décoche, l’arc commençait à reprendre
sa forme initiale, le poids de ces extensions risquait de faire vibrer
inutilement les branches qui les portaient et de perturber la trajec-
toire et la vitesse de la lèche. Les branches de l’arc devait donc
être alourdie pour équilibrer l’arme – par exemple en renforçant la
poignée par des plaques en os – ce qui rendait nécessaire pour l’ar-
cher un entraînement plus poussé au maniement d’un arc pesant.

25
232 : Hdn. VI, 5, 5-10, mais l’auteur est le seul à fournir ces détails sur l’issue
incertaine de la campagne romaine de 232 ; 359 : Amm. Marc. XVIII, 6, 8-17, XVIII,
8 et 9.
26
Voir e.g. pour les Mongols, May 2007, ch. 5 : après une exploration en
profondeur du territoire à envahir, la progression s’effectue en plusieurs colonnes ;
celles-là demeurent constamment en communication les unes avec les autres ain
de pouvoir à tout moment se concentrer et détruire les forces principales de l’ad-
versaire à l’improviste.
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 257

Fig. 1a - Mobilier de la tombe d’un guerrier hunnique découverte près du Kourgane


21 de Jaman-Togaï (Kazakhstan, IVe-Ve siècle). Le défunt a été inhumé avec
un carquois et un grand arc asymétrique tendu, dont les extensions en os sont
conservées et les branches restituées en pointillés. Source : I. Bóna, Les Huns. Le
grand empire barbare d’Europe (IVe-Ve siècles), Paris, p. 118 et 197-198 (ig. 100).

Les arcs hunniques possédaient une capacité vulnérante et une


portée sans commune mesure avec les armes qu’employaient les
archers montés précédemment rencontrés par les forces romaines.
Pour celles-ci, sur le champ de bataille, la distance à partir de
laquelle les traits des Huns pouvaient représenter un danger réel
se trouvait allongée par rapport aux expériences passées d’affron-
tement avec des cavaliers-archers. Cela réduisait la supériorité
dont les archers à pied romains avaient jusque-là bénéicié sur
258 SYLVAIN JANNIARD

Fig. 2 -. Selles en bois hunniques, à arcades


hautes, reconstituées à partir des garnitures
métalliques retrouvées à Pécs-Üszögpuszta,
Léva, Mundolsheim, Chipovo (kourgane 3),
Novohryhorivka (dépôts VIII-IX) (1), Mélitopol’
(2). Source : I. Bóna, Les Huns. Le grand empire
barbare d’Europe (IVe-Ve siècles), Paris, p. 127,
205-206, ig. 123.

Fig. 1b - Reconstitution d’un


arc composite précontraint
à partir des renforts et des
extensions en os retrouvés dans
la tombe hunnique de Vienne Fig. 3 - Petite applique en bronze montrant
- 11 - Simmering (Autriche). un archer nomade, peut-être Xiongnu, sur
Source : I. Bóna, Les Huns. Le sa monture (Mongolie intérieure). Source :
grand empire barbare d’Europe I. Bóna, Les Huns. Le grand empire barbare
(IVe-Ve siècles), Paris, p. 117- d’Europe (IVe-Ve siècles), Paris, p. 19 et 159
118 et 196-197 (ig. 98-99). (ig. 1).

leurs adversaires montés, qu’ils maintenaient à distance respec-


table de leurs lignes grâce à leurs arcs plus longs et puissants.
Les archers hunniques pouvaient presque rivaliser en puissance
et en portée avec les archers à pied romains, tout en les surclas-
sant par leur mobilité de cavaliers. Ajoutons que l’arc hunnique
était asymétrique, la branche inférieure étant plus courte que la
branche supérieure, ce qui facilitait grandement son maniement à
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 259

cheval27. L’emploi de l’arc était rendu encore plus eficace grâce à


la stabilité qu’assurait aux archers montés un harnachement parti-
culier. Les cavaliers hunniques utilisaient en effet une selle dure,
dont la structure était en bois et renforcée par de hautes arcades
dissymétriques (ig. 2). Cette forme, déinitivement mise au point
dans le dernier quart du IVe siècle ap. J.-C., fournissait une bien
meilleure assise au cavalier que les selles connues jusqu’alors dans
le bassin Méditerranéen et rendait le tir à cheval plus précis28. Un
dernier élément assurait la supériorité des cavaliers hunniques :
leurs montures, dont les qualités de résistance et de docilité ont
forcé l’admiration des contemporains (ig. 3).29
Si les archers légers constituaient tactiquement l’arme princi-
pale des Huns, ils agissaient aussi conjointement avec une cavalerie
« lourde ». Elle accomplissait l’acte décisif sur le champ de bataille,
une fois l’adversaire désorganisé par le harcèlement des archers
montés. Dans les sources littéraires, les mentions d’équipements
défensifs corporels liés d’ordinaire à ce type de cavalerie sont en
petit nombre pour les Huns. La rareté de ces mentions ne peut
être corrigée par les trouvailles de matériels archéologiques, elles
aussi très peu nombreuses : la pratique de ne pas enterrer avec les
défunts de couteuses et réutilisables protections corporelles devait
être courante. Toutefois, deux contextes funéraires attribués aux
Huns ont livré des pointes de contus, une arme réservée à la cava-
lerie de choc (ig. 4)30. Il n’était cependant pas nécessaire pour les

27
Eloges antiques des archers huns : Amm. Marc. XXXI, 2, 9, Olymp.,
fr. 19 Blockley, Sidoine Apollinaire, Panégyrique d’Anthemius, v. 266-269, Jord.,
Get. XXIV, 128, XLIX, 255 et L, 261. Généralités sur l’archerie hunnique et témoi-
gnages archéologiques : Werner 1956, p. 46-50, Maenchen-Helfen 1973, p. 222-228,
Anke 1998, p. 55-73, Bóna 2002, p. 117-121, 196-198, Nikonorov 2010, p. 266-267,
Reisinger 2010. Réévaluation pertinente de la supériorité de l’arc hunnique : Bivar
1972, p. 283-284, Coulston 1985, p. 242-244, Heather 2005, p. 155-158, Luttwak
2009, p. 22-28. Mécanique de l’arc et les conséquences qui peuvent en être tirées
sur le fonctionnement et la construction de l’arme des Huns : Kooi 1991, 1993,
1996, Kooi - Bergman 1997.
28
Werner 1956, p. 50-53, Maenchen-Helfen 1973, p. 209-210, Anke 1998,
p. 115-121 et vol. II, taf. 83, Bóna 2002, p. 126-129, 205-206. Sur les appliques en métal
typiques de ces selles, cf. e.g. les exemplaires retrouvés à Mundolsheim en Alsace et
étudiés en dernier lieu par M. Kazanski et I. Akhmedov (Kazanski - Akhmedov 2007).
29
Végèce, Traité d’hippiatrie III, 6, 2 et 5 ; Maenchen-Helfen 1973, p. 203-207,
Nikonorov 2010, p. 271.
30
Mentions littéraires de casques et de cuirasses pour les Huns : Nikonorov
2010, p. 268-270 (ajouter Panégyriques latins XII (2), 33, 4) ; voir aussi Maenchen-
Helfen 1973, p. 243. Trouvailles archéologiques : Bóna 2002, p. 125, Kazanski 2012,
p. 195. À titre de comparaison, une cavalerie cuirassée est attestée chez les Oghurs
et les premiers Turcs, cf. Gorelik 2002, p. 128-131.
260 SYLVAIN JANNIARD

Huns d’équiper et d’entretenir en propre une cavalerie « lourde »,


quand leurs dépendants sarmates et alains étaient largement en
mesure de leur fournir ce type d’arme (ig. 5)31.
En effet, après la surprise opérationnelle et la supériorité de
leurs archers montés, le dernier élément à pouvoir expliquer le
danger qu’ont représenté les Huns pour l’Empire romain est leur
capacité à agréger à leurs armées des compétences martiales
variées et complémentaires.
Avant même leur arrivée sur le Don, les groupes hunniques
en mouvement depuis le Baïkal avait soumis et intégré à leur
ensemble politico-militaire d’autres nomades iranophones ou
turcophones, qui avaient ainsi renforcé l’archerie montée des
Huns tout en fournissant les premiers éléments d’une cavalerie
« lourde »32. Dès le dernier quart du IVe siècle, l’incorporation des
Alains du Caucase avait renforcé chez les Huns cette dernière arme
avant que leur progression régulière vers la Plaine hongroise ne
leur permette d’assujettir les populations du Barbaricum est-euro-
péen et leurs troupes à pied33. Dès le premier quart du Ve siècle,
les Huns étaient donc en mesure d’opposer à l’Empire des armées
alignant fantassins, cavaliers lourds et légers, un dispositif mili-
taire qu’au même moment, parmi les adversaires de Rome, seuls
les Sassanides pouvaient déployer. L’incorporation à leurs forces
des peuples nord-caucasiens et nord-danubiens offraient aux Huns
une meilleure connaissance des conditions locales – en particu-

31
Présence de lanciers montés cuirassés parmi les groupes sarmato-alains :
Simonenko 2001, p. 248-281, 295-305, Lebedynsky 2002, p. 162-176, Kouznetsov -
Lebedynsky 2005, p. 72-80, 130-134, Simonenko 2009, p. 79-90, 107-150, 235-254
(résumé en anglais : p. 288-290, 293-295, 299-304).
32
La cavalerie cuirassée est bien attestée chez les nomades centrasiatiques de
l’Antiquité, grâce aux artefacts, aux textes et aux représentations igurées. L’une
des plus riches représentations se trouve être une scène de bataille gravée sur une
plaque de ceinture trouvée dans le Kourgane 2 d’Orlat (Ouzbékistan). Les propo-
sitions de datation oscillent majoritairement entre le Ier et le IVe siècle ap. J.-C. et
l’ensemble funéraire pourrait être attribué aux cultures sace, tokharienne ou chio-
nite ; cf., dans une bibliographie abondante, Mode 2008, préférant une datation
basse à la suite des hypothèses de B. Marshak et B. Brentjes.
33
Sidoine Apollinaire, Panégyrique d’Avitus, v. 319-325, Priscus, fr. 2 et 11,
l. 240-259 Blockley, Jord., Get. XXIV, 126, XXXVIII, 198-200, L, 259-261 ; Kazanski
1992, p. 205-207, Stickler 2002, p. 96-102, Heather 2005, p. 329-333, Escher -
Lebedynsky 2007, p. 79-88, 94-102, 132-137, Stickler 2009, p. 79-87, Nikonorov
2010, p. 274-275, Heather 2010, p. 221-223, Kazanski 2013, p. 92-94. Pour les traces
archéologiques laissées, entre le Nord du Caucase et la Moravie, par l’élite militaire
« non hunnique » sous contrôle des Huns, cf., dans une bibliographie abondante,
Kazanski 1996, Kazanski 1999, Tejral 2007, Kazanski 2013, p. 95-96.
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 261

Fig. 5 - Mobilier de la tombe d’un riche guerrier découverte


en 1975 à Kichpek (Kabardino-Balkarie, Fédération de
Russie, milieu du IVe siècle). Il révèle l’équipement que
pouvaient arborer les cavaliers lourds alains, à la veille de
l’arrivée des Huns dans le Caucase du Nord : un casque
lamellaire, une longue lance d’arrêt ou contus (longueur
de la pointe conservée : 28 cm), une cotte de maille. Le
kourgane contenait aussi des éléments de harnachement,
une selle en bois à garnitures métallique et une épée courte,
non représentés. Source : M. Kazanski, Les tombes des chefs
alano-sarmates au IVe siècle dans les steppes pontiques, dans
Id. (éd.), La noblesse romaine et les chefs barbares du IIIe au
VIIe siècle, Saint-Germain-en-Laye, 1995, p. 199, ig. 4.

Fig. 4 - Pointe en fer d’une longue lance de cavalier,


retrouvée dans le dépôt funéraire hunnique de Pécs-
Üszögpuszta en Hongrie (taille : 27,9 cm). Source : I. Bóna,
Les Huns. Le grand empire barbare d’Europe (IVe-Ve siècles),
Paris, p. 125 et 205, ig. 120.

lier topographiques – dans lesquelles ils pouvaient être amenés


à combattre et, surtout, élargissaient leurs possibilités militaires.
Une infanterie nombreuse, couplée à des capacités inancières et
logistiques non négligeables, permit ainsi aux Huns d’exploiter
au mieux les savoir-faire acquis aux contacts des Perses ou des
Romains en matière de poliorcétique : les campagnes de 441 à
452 montrent que les armées hunniques utilisaient systématique-
ment, et avec succès, les sièges pour atteindre leurs objectifs mili-
262 SYLVAIN JANNIARD

taires, une particularité qui ne laissa pas de stupéfaire les histo-


riens antiques habitués à la déiance des « barbares » à l’égard
de ce type de guerre34. L’élargissement de la palette militaire des
Huns ne signiiait pas pour autant l’abandon complet des formes
d’opération ou de combat qui avaient fait leur succès. Au mitan
du Ve siècle, ils n’avaient pas entièrement converti leurs armées à
l’infanterie comme croyait l’avoir démontré R. P. Lindner il y a plus
de trente ans35. L’argument principal de l’auteur était l’incapacité
de l’Alföld à nourrir sufisamment de chevaux pour permettre aux
Huns de poursuivre un mode de vie strictement nomade. Outre
que la Plaine hongroise n’est pas le seul territoire de pâture que
les Huns contrôlaient, les calculs de R. Lindner sous-évaluent le
nombre théorique de montures qu’elle pouvait supporter et suré-
valuent les besoins en remonte des cavaliers. Denis Sinor estimait
que les Mongols pouvaient entretenir sur l’Alföld environ 200 000
chevaux, pour une cavalerie de plus de 60 000 hommes à raison de
trois montures par cavalier36. La mobilisation de la moitié de ces
effectifs aurait sufi aux Huns pour s’assurer une supériorité mili-
taire incontestable sur l’Empire romain d’Orient. En outre, il est
possible que pour nourrir leurs troupeaux les Huns aient utilisé, en
plus de la pâture, une partie des céréales qu’ils prélevaient sur les
populations sédentaires sous leur domination37.
La diversiication de leur organisation militaire imposait toute-
fois aux armées hunniques de nouvelles contraintes et bouleversait
leurs pratiques opérationnelles et tactiques. Nous avons déjà vu
supra l’échec de l’armée d’Attila dans l’emploi de la surprise opéra-
tionnelle avant la bataille du Campus Mauriacus en 451. Rien de ce
que nous pouvons connaître de cette même bataille ne correspond
aux modes de combat habituels des peuples des steppes : après
avoir laissé à leurs adversaires le choix du terrain, en pente et peu
propice aux mouvements de cavalerie, les Huns ne semblent pas
déployer contre eux leur technique de harcèlement par l’archerie
légère montée. Défaits, ils ne prennent pas la fuite mais s’enferment
dans leur camp38. En sus de révéler la capacité de l’Empire romain à

34
Priscus, fr. 6.2 Blockley, Jord., Get. XLII, 220-221, Greg. Tur., Hist. Franc. II, 7.
35
Lindner 1981.
36
Sinor 1972.
37
Pour une critique récente et détaillés des arguments de R. Lindner,
cf. Nikonorov 2010, p. 275-279. Pour les prélèvements en céréales des Huns sur
leurs dépendants : Priscus, fr. 49 Blockley, Kazanski 2013, p. 94-95.
38
Jord., Get. XXXVII, 195-196 (hésitation d’Attila à offrir la bataille) ; XXXVIII,
197, 200, XXXIX, 204 (choix du terrain) ; XL, 207 et 210 (corps-à-corps immédiat
avec assaut sur les forces d’Attila) ; XL, 210-213 (refuge des Huns dans leur camp
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 263

désormais s’adapter aux méthodes de guerre des Huns, la campagne


de 451 montre surtout chez ces derniers une perte de mobilité
opérationnelle et tactique consécutive à l’emploi d’une infanterie en
nombre substantiel, tant pour investir les places, appuyer leur cava-
lerie qu’élargir la gamme de leur possibilités tactiques. Au cours des
opérations, l’effet de surprise pouvait plus dificilement être atteint
avec des colonnes ralenties par les fantassins et l’équipement de
siège ; tactiquement, le harcèlement coordonné des cavaliers légers
devait désormais prendre en compte la présence sur le champ de
bataille d’une infanterie moins mobile et éventuellement vulné-
rable. Une infanterie plus nombreuse augmentait aussi les difi-
cultés logistiques rencontrées par les Huns dans leurs expéditions,
un phénomène particulièrement sensible dès la décennie 440 : elles
sont probablement responsables du repli d’Attila hors de Gaule en
451, en plus de l’échec de ses objectifs militaires. La faillite de la
campagne de 452 en Italie du Nord est, quant à elle, expressément
rapportée aux dificultés d’approvisionnement qui affectaient alors
les Huns, tout comme les troupes impériales par ailleurs (Hydace,
Chronique, 146 Burgess). De la même façon, le coût que représen-
taient désormais des opérations militaires plus longues et plus
complexes pour un appareil logistique probablement embryon-
naire, explique l’insuccès des campagnes balkaniques de 441-442
et 447 : malgré l’ampleur des destructions sur le dispositif militaire
danubien et ses pénétrantes, dès 443 l’Empire d’Orient cesse ses
subsides aux Huns de même que la livraison des transfuges ; près
de deux ans de négociation suivent la campagne de 447, à l’issue
desquels Attila n’obtient qu’une faible part de ses exigences en
termes de versement monétaire, tandis qu’il abandonne ses reven-
dications de livraison des transfuges et d’annexion d’une partie des
provinces romaines du Danube moyen et inférieur. Les demandes
des Huns ne peuvent réellement aboutir faute d’une pression mili-
taire réitérée annuellement sur l’Empire d’Orient : une politique
qu’Attila ne peut mettre en place en raison du coût que représente
désormais chacune de ses opérations. L’étude des campagnes balk-

de chariots) ; cf. Sinor 1990, p. 194, Nikonorov 2010, p. 274-275, 278-279 ; Jin Kim
2013, p. 73-78, propose une analyse de la bataille qui révèle une méconnaissance
profonde des conditions de la guerre dans l’Antiquité ainsi qu’une incompréhen-
sion des positions des belligérants et des phases de leur affrontement, tel qu’il
est décrit par Jordanès, dont le latin ne semble pas non plus toujours bien saisi
(e.g. pour XL, 213).
264 SYLVAIN JANNIARD

aniques de 441-442 et 447 montre aussi la réorientation des objec-


tifs militaires des Huns : en plus des raids à long rayon d’action
destinés à pousser l’Empire à composer, ils cherchent de façon plus
classique à entamer le potentiel militaire et les moyens d’action de
leur adversaire ain de l’amener à résipiscence. Cette réorientation
explique l’ampleur des destructions de forts et de cités fortes dans
les diocèses de Thrace et de Mésie : sont ainsi atteints des garni-
sons terrestres et luviales mais surtout des lieux indispensables à
la circulation et à la logistique des troupes romaines et dont la perte
gêne considérablement la reprise du territoire. Cette réorientation
des visées militaires des Huns se lit aussi dans les campagnes de
451 et 452 en Gaule et en Italie : les armées d’Attila semblent vouloir
frapper, en Germanie I et en Belgique d’abord puis en Vénétie et en
Emilie l’année suivante, les lieux de cantonnement des dernières
grandes concentrations militaires d’Occident.
Dès la décennie 440, contraints d’assurer la cohérence d’un
empire naissant, les souverains hunniques ont monté des campagnes
supposées leur valoir des rétributions matérielles et symboliques,
en termes de victoire militaire, sans commune mesure avec ce que
leurs prédécesseurs avaient pu obtenir de Rome39. Leurs nouvelles
attentes les amenèrent à adapter, non sans dificulté parfois, leurs
objectifs et leurs méthodes de guerre traditionnels au nouvel outil
militaire dont ils disposaient.

Conclusion partielle et mise en perspective


L’étude des Huns montre bien qu’il n’est pas possible d’envi-
sager les techniques de guerre des peuples des steppes comme un
ensemble uniforme. Si l’archerie montée, apprise précocement, est
également prédominante parmi ces peuples, les formes des équipe-
ments et leur emploi, l’équilibre entre les différentes composantes
de la cavalerie peuvent varier d’un groupe à l’autre. Surtout, entre
ceux-là, le principal élément de discrimination demeure l’organisa-
tion militaire au sens large, de la discipline à la logistique40.
Au moment de leurs premiers contacts avec l’Empire romain,
les Huns semblent avoir connus des structures politiques assez
lâches et une division en plusieurs hordes, inégales entre elles et
parfois rivales, dominées chacune par leurs primates. Toutefois, les
transferts inanciers croissants depuis l’Empire romain et l’exten-

39
Cf. aussi Thompson 1948, p. 177-181, Sinor 1990, p. 197-198.
40
Cf. Di Cosmo 2002, Mai 2006.
LES ADAPTATIONS DE L’ARMÉE ROMAINE 265

sion rapide du territoire contrôlé par les Huns au Nord du Danube,


favorisèrent la concentration du pouvoir au proit de quelques clans
privilégiés41. Sur les groupes hunniques coalisés et l