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VOLUME 1: DALL’ANNO MILLE ALLA METÀ DEL SEICENTO

CAPITOLO 1: LA SOCIETÀ FEUDALE


1. Marc Bloch, Caratteristiche dell’insediamento germanico nell’impero
 L’impero romano era già pieno di spazi vuoti non coltivati, anche in zone come il Po
o l’Italia del Sud un tempo molto floride: mancava manodopera e l’agricoltura
economicamente non rendeva più, come lamentò anche Simmaco.
 Le migrazioni germaniche sono state un gioco di vuoti riempiti favorito dalla
progressiva infiltrazione di elementi germanici in tutti gli strati della società romana
già da secoli: ai Germani subentrano in Est gli slavi, mentre all’interno delle loro
zone si verificano dei vuoti organici, con una interruzione quasi completa del
popolamento confermata dai dati archeologici.
 Parlare di “invasioni” riserva allo storico qualche sorpresa. Per esempio, la
convenzione degli “invasori” di dividere le terre coi romani secondo proporzioni
precise (si prendevano 1/3 o 2/3...) rimanda alla convenzione romana di assegnare
dei lotti di terra a Germani, Iraniani, Berberi i quali costituivano di fatto tante
guarnigioni permanenti ed ereditarie. Comunque ci fu l’uso della forza bruta, anche
per esempio tra i Goti in Italia, sebbene il loro fu probabilmente il regno più
organizzato ed equilibrato (i Romani perdevano un terzo delle loro terre e pagavano
come tributi un terzo della rendita).
 La spartizione fu vista alla luce dell’hospitalitas, un regime giuridico che riguardava
in origine i rapporti tra civili e militari quando i primi dovevano dare sistemazione ai
secondi.

2. Évelyne Patlagean, Crescita urbana e stagnazione economica in Oriente (secc. IV-VII)


 La città è un importante lascito dell’antichità per i Bizantini, ma si sviluppa più in
senso “cristianizzante” che in senso realmente economico: il lavoro qualificato che vi
si svolge è raro e inelastico, con una domanda limitata. La funzione economica delle
città è soprattutto sociale e assistenziale: c’è una redistribuzione gratuita e il più delle
volte autoritaria del surplus, mentre la popolazione urbana diventa l’uditorio degli
uomini di chiesa e diventa presto milizia a guardia delle mura (in ottemperanza al
modello antico).
 Il sistema della città è rimasto invariato davanti all’aumento della popolazione e della
produzione urbana. Lo sviluppo ediliziò continuò a crescere in maniera omogenea;
ma con un uso sempre maggiore di materiali di reimpiego, e in un sistema sempre più
fragile davanti alle calamità esterne e alla periodica necessità di ricostruzione. La
crescita urbanistica e l’afflusso costante di abitanti nasconde dunque una forte
stagnazione economica.
 Il continuo afflusso di indigenti che faticano ad integrarsi felicemente nel tessuto
economico è testimoniato dalla grande diffusione di monasteri e istituti caritativi in
seno alla sopracitata “cristianizzazione” e l’attestazione di costruzioni effimere
adibite ad attività commerciali più o meno stabili.

3. Stefano Gasparri, Il superamento del dualismo etnico in Longobardia


 Presupposto dell’integrazione dei Romani nella gens Langobardorum fu l’oscurarsi
della propria natura di Romani e del richiamo alle antiche strutture statali: per entrare
nella società longobarda bisognava accettare la società longobarda quale essa era e
piegarsi alle sue leggi istituzionali.sociali
 “Privi di contatto con una realtà statuale romana, gli abitanti indigeni d’Italia erano
dapprima sciovalti in una condizione subordinata, poi, scomparsi gli ultimi epigoni
della vecchia classe dirigente romana, si erano progressivamente inseriti nella nuova
tradizione del regno, seguendo traiettorie e destini individuali e familiari.”

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 Anche il diritto romano, che forgiò il nuovo regime consuetudinario romano-
germanico, fu percepito come usus Etalie e non un elemento reale di
caratterizzazione etnica, storica, culturale.
 Il termine “longobardo” viene utilizzato nel suo valore sociale più che nazionale: mai
in contrapposizione con “romano” se non per indicare il confronto coi bizantini di
Romania, include in sè anche gli uomini di stirpe romana entrati nei quadri
istituzionali longobardi.
 La germanizzazione dei romani è stata assai più forte della romanizzazione dei
Longobardi. La tradizione fondamentale che emerge nel regno è quella dei
Longobardi, per cui esso consiste in un sistema militare capillare che finisce per
corrispondere allo stesso popolo; nell’ultima età longobarda, tuttavia, l’exercitus
tende a farsi anche classe economico-sociale, legata al potere non solo dagli antichi
vincoli militari ma anche da nuovi vincoli, familiari e consuetudinari.

4. Armando Petrucci, Il monachesimo benedettino delle origini


 La conquista ostrogota fu rovinosa per i sistemi di conservazione della cultura: molti
centri culturali andarono distrutti, mentre la classe sociale preposta a tale
conservazione si ritrovò dissolta.
 A torto si è voluto vedere nelle abbazie benedettine il luogo in cui si sarebbe salvata
per i posteri l’opera della civiltà classica: in realtà, la vera innovazione della Regula è
proprio che essa dà corpo alla nuova civiltà che non crede nel libro e nella cultura,
ma che vede la scrittura come un lavoro manuale e vive sui valori della pietà e
l’operosità.
 Nei primi rudi cenobii benedettini la lettura era limitata alla Regula, alle
Scritture e a pochissimi altri testi religiosi; pochi sapevano leggere bene, molti
erano gli analfabeti.
 I monaci non dovevano possedere neque codicem neque natubals neque
graphium: si voleva impedire l’attività culturale indipendente (ai novizi si
davano graphium e tabulae, ma solo per quei pochi testi elementari ammessi).
 Tutto ciò induce a pensare che nei monasteri i libri fossero pochi e copiati
saltuariamente; la cultura grammaticale e retorica era già stata rifiutata dallo
stesso Benedetto.
 A conferma del successo di Benedetto c’è il fallimento del monastero del Vivarium
di Flavio Cassiodoro, che cercava di mantenere vive le vecchie istituzioni culturali.
In un mondo dove era crollata l’istruzione elementare ed erano rotti i collegamenti
fra i centri della cultura, solo l’officina di operarii di Benedettino, nella loro
operosità scienter nescia et sapienter indocta, avrebbe potuto aver successo.
 Questo sistema ha portato a una dolorosa selezione dei testi antichi; inoltre, la
stabilitas benedettina fa di quest’ambiente un mondo rigidamente allontanato dal
mondo, dalla sua storia, dai suoi exempla, dal suo male essenziale.

5. Henri Pirenne, Il Mediterraneo: da mare cristiano a mare islamico


 Con la conquista islamica del Mediterraneo, l’antica unità economica del mare è
infranta, e tale resterà almeno fino all’epoca delle crociate. Mentre gli islamici
avevano una buona flotta e i pirati saraceni presto dominarono tutto il mare, i
germani non erano abili navigatori.
 D’altro canto, la presenza di asiatici e africani in Europa continuò: molti siri giunsero
a Roma e, favoriti dalla loro conoscenza del greco, ottennero di diventare papi o si
spostarono più a Nord, fino alla corte carolingia nel pieno del rinnovamento
culturale. La cultura dell’Asia minore ebbe una certa influenza su quella occidentale,
e molti ecclesiastici andarono in Palestina tornando con reliquie, ma anche
manoscritti e ornamenti. Neppure si deve confondere il movimento di pellegrini e

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dotti con quello delle mercanzie: questo suppone una organizzazione di trasporti e
scambi permanenti. Per esempio, scompare gradualmente il papiro: il papato smette
di usarlo assai dopo la Gallia, nel 1057, non si sa se per smaltire vecchi fondi di
deposito o per commercio con la Sicilia araba. Anche l’alimentazione registra un
progressivo calo di pistacchi, datteri, pepe, garofano, cannella: le spezie diventano
dono prezioso e raro, soprattutto a Nord delle Alpi. Parimenti l’oro si rarefà in Gallia
(Pipino e Carlo Magno preferiscono di gran lunga l’argento per il conio), continua a
circolare in Italia: probabilmente in conseguenza di un commercio che continua nella
penisola, cessa nell’Italia meridionale (per esempio al porto di Marsiglia non
giungono più spezie).
 Gli arabi tendevano a commerciare tra loro ed erano più propensi al saccheggio
di un popolo contro cui si consideravano in guerra: solo in Italia meridionale c’è
un certo commercio; gli Ebrei diventano il popolo tramite di Oriente e
Occidente, pur limitati dalla loro reputazione in Europa.
 (NB: nel tempo queste considerazioni sull’economia sono state un po’ rivalutate:
ciò che importa è la contrazione della società dell’Occidente barbarico.

6. Francois-Luis Ganshof, La diffusione dei rapporti vassallatico-beneficiari


 Il vassallaggio fu un sistema che si diffuse in maniera molto disomogenea in termini
sia quantitativi che qualitativi in base al diverso sostrato istituzionale e alla vicinanza
alla corte carolingia; in generale, si sviluppò attorno alla struttura delle villae
circondate di ampi territori. Costruirsi un’ampia rete vassallatica (i vassalli erano
inizialmente dei guerrieri che custodivano un territorio) era un modo per accrescere il
proprio prestigio e potere.
 Nei secolo VIII-IX quella del vassallo diventa, coi primi Carolingi, un’istituzione
sociale: a loro spetta l’honor, cioè il diritto di essere rispettati e stimati. I vassalli
casati, che avevano dato buona prova di sè e dunque erano stati “sistemati” in un
terreno, avevano più prestigio di quelli che vivevano alla corte del re.
 Nel tempo capita sempre più spesso che le persone legate a un vassallo per honor
godano esse stesse di questo diritto. Il termine vassus indica chi dispone di un cavallo
e armi da guerra, anche se di proprietà del suo patrono: tutto è pronto per l’istituzione
della piramide feudale, quale si costituirà nel secolo XIII (ed impropriamente è usata
per la società dei primi Carolingi).

7. Georges Duby, Economia “naturale” ed economia “monetaria” nel sistema curtense


 L’immagine delle villae signorili come sistema chiuso va rivista e integrata in
complessi economici più vasti, anzitutto perchè di solito più villae dipendevano da
una persona sola.
1) I signori gestivano le proprietà e gli acquisti fondiari in base alle caratteristiche del
territorio e le coltivazioni favorite da ognuno. Per esempio, produrre vino di qualità
da regalare o usare era motivo di grande orgoglio.
2) Siccome spesso un signore aveva più domini, i nobili erano perenni migranti
stagionali da una regione all’altra. In loro assenza agivano i villici, che gestivano le
corvées e la direzione dei lavori (spesso diventava un abuso di potere: il capitolare
De Villis di Carlo Magno agiva proprio a questo riguardo)
3) La molteplicità di corti per ogni padrone richiedeva collegamenti e trasporti, anche
per spostare prodotti specifici dalla corte di produzione a quelle in cui serve.
 Se tendenzialmente quello dei padroni era un ideale autarchico, di fatto una certa
apertura era necessaria. La villa tendenzialmente si estendeva su più radure senza
occuparne interamente nessuna, sicchè altre organizzazioni agricole si
sovrapponevano ad essa. Inoltre, il fatto che le leggi punivano con multe anche
infrazioni leggere fa pensare che ci fosse anche un minimo di paga pecuniaria. Di

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conseguenza, un minimo di scambio economico doveva esserci perchè i signori
avessero monete da versare. Inoltre, per esempio, le abbazie facevano vendere le
derrate pesanti prodotte in territori più lontani per evitare di doverle trasportare. Dei
capitolari tentarono poi di stabilire i prezzi al dettaglio dei cereali, mentre altri
punivano chi comprava tutto il grano o il vino disponibile per poi rivenderlo a prezzo
assai maggiorato.

CAPITOLO 2: L’EUROPA NELL’ETÀ DELLE CROCIATE


1. Raffaello Morghen, Il primato e la libertà della Chiesa nella riforma gregoriana
 L’opera di accentramento del potere della riforma gregoriana riguardava soprattutto
l’episcopalismo. Innanzitutto impediva di dichiarare generale qualsiasi concilio cui
non presiedesse il papa o un suo legato, poi gli permetteva di emanare nuove leggi
secondo la necessità. Se l’elezione del vescovo continuava ad avvenire per clerum et
populum, l’intervento del pontefice poteva precedere tale elezione, annullarla in caso
di irregolarità, riforamarla a suo giudizio insindacabile; il papa può deporre e
riconciliare i vescovi anche senza i concilio, unire vescovati poveri e dividere quelli
ricchi, trasferire i vescovi da una sede all’altra.
 Gregorio VII ribadisce e rinforza alcune verità: per lui la Chiesa corrisponde al
seggio apostolico e la gerarchia ecclesiastica; essa è fondata solo da Dio, ha nei
secoli una funzione infallibile di magistero che nessun’altra sede vescovile può
avere; per la bocca del pontefice è la Chiesa stessa universale che parla.
 Questo doveva implicare la libertà della Chiesa da ogni vincolo alla sua azione:
affermò come dovere di tutti i cristiani la lotta in difesa di tale libertà e degli
“interessi di san Pietro”. L’imperatore, fino ad allora “fratello del sacerdote”, diventa
rappresentante di un potere sprovvisto di ogni investitura soprannaturale e anzi
originatosi da un’investitura demoniaca.
 Il Dictatus ammetteva solo il nome del papa nelle preghiere, sino ad allora
accompagnato anche da quello dell’imperatore; inoltre, egli si arrogava il diritto
di deporre l’imperatore e di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà nei suoi
confronti.
 D’altro canto, Gregorio VII non usò in maniera insistente tali suoi nuovi poteri,
sempre alla ricerca di una continuità con la tradizione; la sua riforma, però, sarà
la base per un accentramento sempre più gravoso per le relazioni internazionali
della Chiesa (cf. Bonifacio VIII)

2. Franco Cardini, Le origini delle crociate


 La base ideologica delle crociate fu un “complesso di Damocle”, vale a dire l’idea di
un imminente pericolo musulmano che in realtà mai trovò riscontro nella realtà
particolaristica e continuamente afflitta da scismi dell’Islam.
 Anzi, quelli aggressivi erano gli Europei delle Repubbliche marinare, che
fondavano la loro futura prosperità combattendo i “regni” corsari nelle
cosiddette “pre-crociate” (così definite sulla base del loro sfondo anche
religioso: lo testimonia la cattedrale di Pisa, costruita con le spoglie dei
saccheggi di mezzo Mediterraneo.
 In realtà, i musulmani furono generalmente benevoli con le masse di pellegrini:
già dai tempi dei Carolingi fu permesso a cristiani di fondare degli ospizi in
Terrasanta. Delle eccezioni ci furono (il califfo egiziano Hakim, eretico per gli
stessi islamici, ordinò la distruzione della Basilica della Resurrezione, la cui
ricostruzione fu finanziata anche dai musulmani, per cui Gesù è pur sempre un
grande profeta); questo, insieme a certi episodi di criminalità a danno dei

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pellegrini, animò il mito dell’imminente minaccia islamica. A questo contribuì
pure la perdita dell’Anatolia da parte dei bizantini in favore dell’Islam.
 L’appello di papa Urbano II del 1095 è stata solo la scintilla che ha fatto deflagrare
un atteggiamento sedimentato da tempo nelle menti europee (anzi: quando egli
esortava i cavalieri francesi ad accorrere in aiuto dei Cristiani d’Oriente forse voleva
solo alludere alle possibilità di ingaggio mercenario per quei signori della guerra
fuori luogo in un’Europa sotto l’egida pacificante della Chiesa riformata.
 Le crociate nascono nel mezzo della crisi della società feudale, in cui certi ceti
vedono una rivalsa mentre altri cercano un consolidamento, anche per mano di una
Chiesa riformante che cerca la legittimità e la difesa politica.

3. Giovanni Cassandro, la città e il vescovo


 Nel mondo medievale in cui ancora non si è verificata la separazione tra Stato e
Chiesa, lo Stato ricrca la collaborazione della Chiesa per difendere la pace di quella
che è una res publica christiana.
 La politica degli Ottoni fu in Italia soltanto il riconoscimento dell’autorità
vescovile, che aveva difeso la città dagli Ungari nella quasi totale assenza dello
Stato e dei conti.
 Il comune non nasce dallo sviluppo lineare di tale “precomune” vescovile, sebbene
l’organizzazione di quest’ultimo abbia parzialmente favorito e forgiato la nascita
degli stessi comuni.
 Con i vescovi lavoravano grandi e piccoli signori feudatari che non sempre
erano itineranti come altrove: nelle mura delle città hanno la propria casa e da lì
gestiscono l’amministrazione fondiaria. Il vescovo diventa poi un punto di
riferimento per la nobiltà minore contro quella maggiore. Si inseriscono quindi
come aristocrazia cittadina in un quadro sociale ancora fluido, che non si
costruisce su opposizioni particolarmente nette tra cives, milites secundi ordinis,
ecc., e che ha un rapporto parimenti aperto con la campagna, con cui si influenza
vicendevolmente proprio a ridosso dell’anno 1000.
 I “consiglieri” del vescovo iniziano spesso ad ereditare le cariche: si forma così
una classe dirigente che non sempre parteggerà per il vescovo stesso. Anche le
classi più povere avranno una costituzione politica mista: è da espungere dunque
la facile opposizione tra una nobiltà di stirpe germanica e reazionaria ad oltranza
e un ceto protoborghese che cerca la propria convalida istituzionale.
 Procedimenti analoghi avvengono anche laddove non sono i vescovi, ma i
signori laici a detenere il potere di fatto.

CAPITOLO 3: LA SOCIETÀ MEDIEVALE NEL DUECENTO


1. Jacques Le Goff, Mestieri leciti e mestieri illeciti
 Alla base della classificazione di mestieri nobili e vili quale essa si configura nella
mentalità medievale ci sono tabù primitivi: del sangue (macellai, chirurghi, speziali
che praticano salari, soldati); dell’imporità e della sporcizia (tintori, cuochi, operai
tessili, lavandai e anche i lavapiatti, che Tommaso finisce per mettere in fondo alla
gerarchia delle professione con argomentazione filosofica e teologica per il loro
contatto con la sporcizia); del denaro (mercenari e più in generale salariati, insieme ai
mercanti considerato come usuari o cambisti).
 La mentalità medievale, in questo senso, coniuga la visione giudaica con quella
romana, per cui solo i mestieri degli antenati hanno la supremazia morale. Non di
rado i cristiani citeranno in proposito i nobili difensori dell’aristocrazia terriera, come
Platone o Cicerone.

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 Il cristianesimo poi aggiunge nuove proibizioni: la lussuria (locandieri e tavernieri,
giullari che incitavano a danze lascive ed empie come quella di Salomè, operaie
tessili forse a ragione accusate di prostituirsi); l’avarizia (mercanti, avvocati, notai,
giudici); la gola (cuochi), la superbia (i soldati e la loro “vana ostentazione della
forza, come scrive Alberto Magno).
 L’uomo deve lavorare a immagine di Dio: deve cioè creare o, in alternativa,
trasformare. Ha valore solamente la produzione di materia: struttura essenziale
dell’ideologia medievale è la sua natura materialista in senso stretto.

CAPITOLO 4: PREISTORIA DELLE NAZIONI


1. Giovanni Grado Merlo, Tradizione e rinnovamento nella vicenda della Chiesa
tardomedievale
 Non erano mancate “crisi” della Chiesa culminate nell’elezione di due papi (dei quali
poi uno sarebbe stato poi considerato legittimo erede di s.Pietro), MA nel 1378 per la
prima volta una simile “crisi” perdura tanto a lungo, investendo anche
l’ecclesiologia, e coinvolgendo tutte le maggiori potenze europee.
 Le cause dello scisma sono ancora discusse, anche perchè ad eleggere Urbano
VI a Roma e poi Clemente VII ad Avignone furono in gran parte gli stessi
cardinali. Qualcuno ha pensato ad attriti fra il nuovo papa romano e le pretese
cardinalizie, altri hanno pensato ad una forzatura di mano da parte
dell’aristocrazia romana. In ogni caso, alla base dello scisma ci fu la questione
avignonese: da essa derivarono tanto le difficoltà di reinserimento del papato
nella realtà italiana, quanto la progressiva presa di potere dei cardinali davanti ad
un trono apostolico assai debole.
 La lunga durata dello scisma fu in qualche modo favorita dalle potenze europee,
che si schierarono con questo o quel papa in base a questioni di convenienza, di
territorialità, di legami familiari.
 Lo scisma d’Occidente fu un importante momento di riaffermazione della tradizione
e di rinnovamento della Chiesa.
 Molte erano le vie tradizionali che si sarebbero potute seguire per risolvere il
conflitto: la via cessionis (=abdicazione del papa quando i cardinali lo ritengano
necessario), la via discussionis (basata sulle trattative), la via facti (basata sulle
armi). Fu scelta infine la via concilii, a Pisa: ma ciò non fece che complicare
ulteriormente le cose, stimolando il pensiero ecclesiologico in direzione di una
riforma generale.
 Nonostante ciò, il concilio di Costanza (1414-1418) fu di fatto un’occasione mancata
di riforma. Si stabiliva teoricamente che tutti (anche il papa) dovevano obbedire al
consiglio dei cardinali in quanto rappresentazione della chiesa militante che ha dal
Cristo il potete sulla fede, la riforma, il governo; si stabiliva inoltre che con una
cadenza fissa di dieci anni si dovessero tenere concili generali. Tuttavia, il mito della
monarchia papale e tutti gli atteggiamenti ad esso legati continuavano a permanere, e
spesso il papa aveva una grande influenza nell’elezione dei cardinali.
 Tale riaffermazione di fatto della monarchia pontificia è tanto più rilevante in
quanto proprio allora i re tendevano a controllare e strumentalizzare la realtà
cristiana: il re di Francia, in quanto protettore della Chiesa “gallicana”, convocò
il clero e stabilì, in linea col concilio di Basilea, che il papa non doveva
intervenire nell’assegnazione dei benefici e nell’elezione dei vescovi a danno
dell’autonomia dei capitoli cattedrali.

2. Giorgio Falco, Il Concilio di Costanza: crisi dell’autorità papale e nascita delle nazioni

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 Il Concilio di Costanza fu un momento fortemente politicizzato, in cui si espresse il
senso di ribellione degli Stati, del clero, degli universitari di fronte alle pretese
universalistiche della Chiesa.
 Nel Concilio si può vedere il contrasto tra il cattolicesimo medievale e l’Europa
moderna, tra l’unità della Chiesa e la varietà di una cultura che, soprattutto a
livello universitario, giungeva a una certa coscienza nazionale (si sviluppava
ormai la differenza tra un’intellighenzia spagnola, tedesca, francese, italiana,...)
 La questione dell’elezione papale fu risolta con un consiglio misto di
cardinali e trenta prelati, sei per ciascuna nazione: il papa doeva raccogliere
i due terzi dei voti nel colleggio cardinalizio come nei consigli nazionali.
 “Lo Scisma e i Concilii sono la crisi risolutiva del medio evo (...); istruisce un
processo che mira al papato stesso e all’intero reggimento cattolico del medio evo.
La superiorità conciliare, trasferita da questione dottrinale a problema storico, è la
vittoria del sistema europeo sulla Santa Romana Repubblica.”
 Con le sue contraddizioni, manifesta la sofferenza di un distacco non ancora
compiuto: la minuzia con cui si precisavano certi procedimenti e condizioni
dimostra che si trattava di una questione istituzionale di compromesso politico,
più che del ritrovamento di un’effettiva unità dottrinale cattolica. Fu addirittura
messa in discussione l’infallibilità e l’ingiudicabilità del papa: l’antica fede era
ormai scossa. L’unica certezza è che la Santa Romana Repubblica è
irrimediabilmente persa, a vantaggio degli Stati territoriali.

3. Francoise Autrand, Lo Stato del ‘400: nazionale, territoriale, monarchico


 TERRITORIALE: prima il confine era semplicemente una linea definita nel
paesaggio; assume un significato politico quando il re lo considera la frontiera della
propria giurisdizione, vale a dire quando inizia ad esercitare la propria sovranità (es:
il re di Francia, quando stabilì che i tribunali del territorio francese potevano
appellarsi al parlamento regio.
 La frontiera è anche un limite fiscale: presto appaiono gli uffici di dogana e dalla
fine del Duecento si tassa il commercio estero, come già si faceva in Oriente e
nel Mediterraneo. (es: gli Inglesi misero a punto in un secolo il sistema di
pagamento dei dazi sulla lana, che doveva passare necessariamente per il porto
di Calais a meno che non provenisse dal mercato italiano; nel parlamento il
cancelliere si sedeva su un sacco di lana)
 La frontiera è anche un limite militare: presto si impone anche la questione della
territorialità del mare, che dà adito a soluzioni diverse non senza conflitti e
dispute.
 NAZIONALE: si tratta di una conquista lenta (es: molto tempo ci volle perchè
Francesi e Inglesi si sentissero del tutto estranei gli uni agli altri). La guerra, in
particolare, fece sorgere o talvolta impose il sentimento nazionale. Si tratta di un
percorso difficile, che talvolta prende avvio contro lo Stato (è il caso dei Cechi
nell’impero tedesco) e che usa molti mezzi (per esempio l’imposizione di una lingua
negli ambienti burocratici); prendeva avvio da potenti sentimenti solidali per cui
dallo spirito di campanile si passa al sentimento nazionale.
 In questo la religione non fu tanto un ostacolo quanto un aiuto: il culto dei santi
fioriva, e veniva indirizzato verso i patroni della patria e del re. La crisi del
papato poi favorisce le chiese nazionali e la lettura della Bibbia in volgare.
 Già dalla fine del XIII secolo gli Stati iniziano ad avere dei nomi, che non sono
legati a un sovrano o una dinastia ma a un popolo e al suo territorio.
 È un processo favorito dalle guerre: contro la Scozia in Inghilterra, contro
l’Inghilterra in Francia, contro l’Islam in Spagna, ecc.
 MONARCHICO: al punto che Costanza definisce sacrilego il tirannicidio e, se in

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certi luoghi la centralizzazione fallisce o è limitata, il potere del re si espande a danno
delle assemblee e dei consigli.

4. Angelo Torre, Principe e nazione: il ruolo delle assemblee rappresentative


 Le assemblee rappresentative nascono nel momento critico del passaggio dal sistema
vassallatico a quello monarchico, come concessione data ai principi più influenti in
cambio della fedeltà al re. Si tratta, in generale, di un sistema quasi contrattuale (in
cui si inserisce per esempio l’esenzione dai tributi in alcuni Stati)
 Se in Inghilterra le Camere rappresentano tutto il popolo, nel continente si tratta
più spesso di organi di mediazione tra realtà territoriale e potere centrale. Spesso
dunque i re devono lottare contro il loro stesso sistema, più favorevole a una
legislazione regionale dei costumi; gli stessi monarchi, dal canto loro, non
paiono essere interessati all’uniformazione legislativa della periferia, o
comunque non avevano la forza per pretenderla. In Inghilterra si sente, al
contrario, l’eredità della monarchia medievale, col suo sistema capillare di
delegati e di sheriffs.

5. Alberto Tenenti, Non si può parlare di Stati nazionali nel Quattrocento


 Definirli Stati nazionali è un anacronismo: significa proiettarvi ideali nati solo dopo
la Rivoluzione francese. Il popolo era innegabilmente più legato alla realtà del
campanile e anzi, quando mostrava una supposta unità nazionale, si trattava piuttosto
di contestazione al potere centrale.
 Lo Stato del Quattrocento concilia il carattere contrattuale del principato medievale
(la cui legittimità deriva dal rispetto di esigenze tradizionali quali la difesa della fede
e del territorio, oltre che la tutela delle prerogative di ciascuna classe sociale) con
un’idea assoluta dello stato (che ben risponde alle esigenze della politica estera e
militare, che rendono sempre meno adeguati i sistemi rappresentativi)
 A legare la “nazione” al potere è il legame di fedeltà al principe ben più che il
sentimento nazionale. La comparsa dei re alimentò una certa discussione (anche
tra i giuristi) se fosse giusto uccidere un tiranno, e la conclusione fu che si
trattava di sacrilegio (insomma, un tradimento della fedeltà).
 Se nel Nord Europa ci sono assemblee convocate più o meno regolarmente di
clero, nobiltà e “terzo Stato”, nelle signorie italiane il governo agisce in nome
del popolo senza di fatto chiedere quasi mai il suo parere e anche le repubbliche
si configurano piuttosto come oligarchie.
 Parziali eccezioni furono l’Inghilterra e Paesi Bassi

6. Maurizio Ghiretti, Stati nazionali ed espulsioni antiebraiche


 Nella progressiva alleanza tra nascenti monarchie nazionali e classe media,
scomparve praticamente ogni politica “favorevole” agli ebrei, già sottoposti al volere
individuale del principe nel sistema medievale. Già considerati pericolo spirituale,
furono considerati dannosi anche a livello socioeconomico: mentre i dominicani
incoraggiavano i principi all’antisemitismo, i francecani criticavano il sistema di
prestito a interesse, mentre la borghesia mercantile stava inghiottendo i loro spazi
economici.
 Gli ebrei furono doppiamente “servi del fisco”: venivano espulsi e linciati di
continuo, ma spesso trovavano rifugio presso alcuni principi che li accettavano
come strumento per raccogliere denaro e gestire i prestiti; erano però in ogni
momento suscettibili di espulsione e pagavano tasse spropositate.
 La creazione, in questo contesto, di quartieri chiusi per gli ebrei aiutò anche al
consolidamento degli Stati nazionali, in quanto assecondavano l’ebreofobia degli
europei assicurando a loro e a se stessi una valvola di sfogo che concentrasse su di sè

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il malcontento.

CAPITOLO 5: LA CRISI DEL TRECENTO


1. Wilhelm Abel, Le cause degli spopolamenti (in tedesco: Wüstungen)
(crede che nel tardo Medioevo l’economia agraria sia ormai un’economia di mercato che
risponde alle leggi di mercato: lo spopolamento sarebbe naturale conseguenza della scarsa
remuneratività della terra)
 GUERRE: quelli del Trecento sono anni segnati da tanti scontri bellici (Guerra dei
Cento Anni, Guerra delle due Rose, guerre in Germania; repressione delle rivolte e
dei nuovi movimenti di riforma religiosa)
 MORTALITÀ SUPERIORE ALLA NATALITÀ. La peste non basta a spiegare il
fenomeno: dopo il primo momento esplosivo, si stabilizza come malattia endemica,
per farsi pandemia solo in focolai ristretti per un tempo limitato.
 EMIGRAZIONE SUPERIORE ALL’IMMIGRAZIONE. È però strano che i villaggi
più remoti abbiano subito di meno, in termini percentuali, l’emigrazione rispetto ai
grandi centri: non è possibile ammettere che le epidemie fossero più letali nei centri
più remoti.
 CONDIZIONI ECONOMICAMENTE SFAVOREVOLI: ad essere abbandonati
erano i luoghi di recente dissodamento, oppure in zone con poca acqua, oppure
in zone ricavate a macchia in regioni ostili. Quando la peste lascia senza padroni
terre più favorevoli (grandi o piccole), inizia la migrazione.
 MIGLIORI CONDIZIONI DI VITA IN CITTÀ, tanto più che il mercato agricolo
richiede molto lavoro e non permette di alzare i prezzi: per questo per esempio in
Inghilterra c’è la conversione ai pascoli, indicata come conseguenza dell’avidità dei
nobili ma in fondo plausibile scelta dei contadini secondo le odierne leggi del
mercato.

2. Carlo Maria Cipolla, Fu vera crisi?


 Quella del Trecento era una “strozzatura” fisiologica, come già ce n’erano state nel
Duecento: sotto la pressione dell’incremento demografico, si mettono a coltura terre
poco redditizie, spingendosi spesso oltre i limiti della tecnica agricola.
 A fronte di una globale riduzione delle cifre relative alla produzione, la “crisi” del
1350-1500 fu in realtà nient’altro che il momento di sgravio da parte dell’Europa del
peso sempre maggiore della crescita della popolazione.
 In Inghilterra la produzione era in stagnazione, ma la popolazione era diminuita
di 1/3: ciò significa che la produzione pro capite (questo è il valore da tenere
davvero in considerazione) era aumentato di 1/3
 Quella del Trecento è un’epoca di contraddizioni: la rendita diminuisce ma i salari
aumentano a causa di una relativa scarsità di lavoro; ci fu una redistribuzione del
reddito tra la classe contadina e quella tradizionalmente urbana (le corporazioni
mercantili si affievoliscono a vantaggio delle nascenti corporazioni artigianali).
 La storia del costume conferma quest’andamento: si diffondono quelli che un
tempo erano considerati lussi eccessivi, anche fra quanti esercitano mestieri
manuali (es. Sedie al posto della panca, scodella individuale)
 La rapida ripresa della Francia dopo la Guerra dei Cent’anni dimostra la
potenzialità ormai raggiunta dall’economia medievale.

CAPITOLO 6: L’EUROPA DEL QUATTROCENTO

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1. Bernard Guenée, Gli strumenti del governo monarchico: le finanze. Il caso francese
 In Francia l’amministrazione locale raggiunse la massima complessità.
 Sec. XII: Sul modello di Enrico II Plantageneto, Filippo Augusto pose al di sopra
dei prevosti (funzionari giurisdizionari locali) i balivi (chiamati nel Sud
“siniscalchi”), riuniti in eyres (corti itineranti) che andavano in tournée da un
capoluogo di castellania all’altro: essi hanno funzione giudiziaria e controllato
l’operato finanziario del prevosto.
 Sec. XIII: Per il controllo finanziario, tuttavia, c’è bisogno di un potere NON
collegiale e temporaneo, MA personale e stabile: il balivo diventa
progressivamente un amministratore permanente cui competono diverse
castellanie riunite in un baliato.
 Sec. XIII-XIV: Il balivo è davvero il re nel baliato: riscuote i canoni, trattiene le
eccedenze, riunisce vassalli e sottovassalli, difende le fortezze. Resta però
obbediente al re: è un suo stipendiato, e non vive conflitti di interesse in quanto
non è nato in quel baliato e non vi possiede terre, in quanto periodicamente
cambia baliato, in un sistema davvero prefettizio. Intanto aumentano le figure
sotto di lui: i luogotenenti (che gestiscono le cause ordinarie), gli avvocati e i
procuratori(che difendono gli interessi del re), un capitano generale (che sgravi
gli oneri militari del balivo)
 Sec. XIV: I balivi sono ormai in sostanza dei consiglieri del re che lavorano sul
piano nazionale e solo formalmente sul piano locale.
 Sec. XIV-XV: Per riscuotere le imposte sul nucleo familiare nascono i focatici.
Questi prima si vedono assegnata una diocesi; poi, queste vengono frazionate in
elezioni in cui operano due o tre eletti che fissano la taglia e un esattore che la
riscuote. A controllo degli eletti vengono istituiti i generali della finanza;
inizialmente sono itineranti, poi ottengono un gruppo definito di elezioni
ciascuno che vanno a formare le generalità. Ne vien fuori una doppia maglia
amministrativa particolarmente costosa rispetto agli altri Stati europei, ma che
più di ogni altra risponde alle sollecitazioni dell’amministrazione centrale. Vale
la pena di notare che sono tutti dipendenti del re, scelti direttamente da lui (solo i
focatici erano inizialmente eletti dagli Stati generali).
 Cifra valutativa fondamentale del potere nel Medioevo era la quantità e la prosperità
dei possedimenti. Quanto questi diventano estesi come gli Stati nazionali, non
bastano più gli aiuti previsti dai contratti feudali o la decima che si può imporre al
clero in cambio della partecipazione a una crociata: i re devono chiedere direttamente
aiuto al popolo per mezzo dell’imposta diretta (non senza scontrarsi con l’ovvia
opposizione).
 Ottenuto il consenso, ancor più difficile era definire i criteri di tassazione: il
governo non sa stimare il capitale o le entrate di ognuno, nè definire il numero di
nuclei familiari del regno. I corpi politici di estensione minore, in questo senso,
erano ben più avanzati delle grandi monarchie: già in Inghilterra si riuscì a
stabilire un sistema che divideva beni rurali (tassati di 1/15) e beni urbani
(tassati di 1/10), ma le difficoltà nella definizione dei beni mobili di ognuno (e la
facilità, per contro, di nasconderli) fece abbassare marcatamente le entrate
tributarie negli anni.
 Le difficoltà del sistema di imposizione delle tasse fecero sì che i re contraessero
prestiti con grandi feudatari (cui davano in pegno le terre) ed ebrei (cui davano
gioielli e corone). Mercanti e banchieri italiani giunti a Parigi, Londra, Bruges
furono abili consiglieri e creditori utilissimi; dopo la bancarotta della famiglia
dei Bardi (a metà del ‘300) gli italiani furono più prudenti; l’Inghilterra, che
tanto si era affidata a loro, ebbe difficoltà a trovare finanze altrettanto solide,
mentre la Francia, che era dipesa di meno dagli italiani, fu in questo senso

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favorita (grazie all’attività finanziaria le città crebbero molto: i finanziatori, che
spesso erano ufficiali el re, erano obbligati a prestare senza credito e ne
ottenevano in cambio privilegi per sè e le proprie città).
 Senza credito pubblico, che dava ai governi il denaro necessario al momento giusto,
lo Stato moderno non avrebbe potuto svilupparsi.

2. Giorgio Chittolini, La crisi del comune e la creazione di più ampi organismi territoriali
 La crisi del comune è legata a un generale bisogno di stabilità: le autorità cittadine
faticavano a tenere il controllo del contado e, soprattutto, la compenetrazione
dell’ordinamento politico e delle strutture sociali rendeva le prime troppo volubili.
Resta da chiarire in che modo questa istanza generica abbia portato al profondo
rinnovamento delle strutture economiche e sociali.
 La crisi del Trecento e il rinnovamento dei modi di produzione urbani hanno
decisamente indebolito la vecchia classe popolare. Si tratta ormai di un
organismo che si ripiega su se stesso e che si chiude in una “parabola di
eccezionalità” (giacchè eccezionale fu la mancanza di un superiore, la ricchezza
della compagine ociale, l’intensità della vita economica).
 La società “post-comunale” partecipa del bisogno di accentramento comune a
tutta l’Europa del tempo, e che porta non al consolidamento dei poteri stabili
(che nell’Italia dei comuni non c’erano) quanto all’unione di più centri sotto
l’egida dei maggiori nuclei cittadini o principeschi. L’allargamento
dell’orizzonte politico e il prospettarsi di nuovi possibili assetti territoriali furono
importanti motivi di attrazione per le forze politiche militari che spesso erano
rimaste autonome e costituivano un grave elemento di instabilità.
 Il processo di crescita e legittimazione delle signorie è stato molto eterogeneo: ci
fu la sottomissione del consiglio cittadino a un signore; la concessione al signore
della balìa (=magistratura straordinaria di ampi poteri); i diritti di signoria
venivano donati o acquistati da feudatari (e soprattutto ecclesiastici) i cui diritti
vassallatici erano stati sino ad allora misconosciuti. Tale fluidità delle forme
giuridiche, all’epoca criticata, fu anche conseguenza dell’instabilità del
precedente potere comunale. Il riconoscimento imperiale fu per gli Stati
rinascimentali l’origine della legittimazione formale.
 In definitiva, lo stato signorile non è una realtà assolutistica e accentrata, ma contiene
in sè molte esperienze particolari unite in una struttura flessibile ma delicata, al punto
da apparire talvolta troppo debole, se non fosse per il carattere stabilizzante e
unificante della signoria davanti a delle realtà così vivaci.

3. Norman Davies, Il ruolo della guerra dei Cento anni e lo sviluppo politico di Francia e
Inghilterra
 Mentre gli storici francesi vedono la Guerra sotto una luce positiva come momento
fondamentale di tempra della monarchia, gli storici inglesi la vedono come un
episodio di glorie sporadiche, ma non di grande rilevanza. In realtà, gli inglesi furono
“salvati dalla sconfitta”: grazie ad essa non furono più spese risorse in mal riposte
aspirazioni continentali, l’Inghilterra trovò la sua vera identità insulare sotto un re
autonomo e indigeno, gli Inglesi si trovarono protetti dal mare e furono così gettate le
basi per la fiducia e l’espansione future.

CAPITOLO 7: L’UMANESIMO E IL RINASCIMENTO


1. P. Rossi, La nuova dignità intellettuale dell’artista
 L’arte è nel Trecento un’abilità manuale: agli artisti si dà del tu come ai domestici e

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per i borghesi sarebbe una vergogna diventare artisti. I grandi dell’Umanesimo
avevano origini modeste (Paolo Uccello era figlio di un barbiere, Filippo Lippi di un
macellaio) e i loro mestieri fanno riferimento a corporazioni minori (scultori e
architetti fanno parte di quella dei muratori, mentre i pittori sono sottoposti dell’arte
di medici e speziali insieme agli imbianchini e i macinatori di colori).
 Il mutamento delle idee sull’arte dipende dal carattere sempre più profano della
produzione artistica, sempre più strettamente legata al mondo laico: così già al tempo
del Vasari l’artista è borghese e non più artigiano (anzi, sarebbe indegno accettare
incarichi da artigiano, laddove prima dalle botteghe uscivano stemmi, bandiere,
modelli di tappezzeria, lavori in terracotta).
 Momento fondamentale di questo passaggio fu la tecnica, che il mondo umanista
cercava di conciliare sempre con lo studio dei classici. Così, per esempio,
Brunelleschi non conosceva nè il greco nè il latino, ma imparò matematica e
geometria da un grande dottore padovano. Da quest’impronta pratica deriva la
figura dell’artista “genio”, che come scrive Vasari su Brunelleschi “pur non
avendo lettere gli rendeva sì ragione delle cose con il naturale della pratica e
sperienza”.

2. Manlio Pastore Stocchi, Gli umanisti, troppo ancorati all’antico? Il caso della geografia
 Gli umanisti soffrirono di una certa “presbiopia culturale” (=non riuscivano a vedere
bene da vicino) che determina certe difficoltà nella collimazione del mondo antico e
moderno.
 Per esempio, quando Poggio Bracciolini ottiene da alcuni esploratori delle
descrizioni di prima mano dei rinoceronti asiatici e africani, non usa il nome
latino dell’animale: o non ha capito che è lo stesso animale, oppure non è
interessato a collegare i dati antichi con la realtà contemporanea. Parimenti, i
commentatori successivi di Svetonio e Marziale (che nominano i rinoceronti
come animali da circo) citano solamente Plinio, senza dar conto della ricchezza
delle descrizioni di Poggio.

CAPITOLO 8: IL MEDITERRANEO FRA CRISTIANI E MUSULMANI


1. Marina Formica, Il fascino ambiguo dell’impero ottomano per l’Occidente cristiano
 I dati linguistici e quelli documentari attestano il rilevante ed assiduo contatto fra
Venezia e la Sublime Porta (così veniva chiamato l’impero ottomano in riferimento
alla porta che conduce al palazzo del Gran visir, presso il Topkapi, dove venivano
accolti gli ambasciatori).
 C’era una grande preoccupazione rispetto al problema della lingua franca da
usare: c’era chi si auspicava la seconda morte del latino, e intanto venivano
tradotti i testi arabi, scritti libri sulla Regola del parlare turco, concepita una
burocrazia capace di comprendere l’ottomano (cioè la lingua scritta, opposta al
turco parlato).
 La presenza di turchismi nei più diversi livelli linguistici (del mare e del
commercio, ma anche delle scienze e la matematica; caffè e chiosco non sono
che trascrizioni fonetiche di termini ottomani) dimostrano quanto ampia fosse la
pluralità di figure che aveva direttamente a che fare con questo mondo.
 I rapporti con il mondo ottomano furono regolati dai nuovi valori dell’Umanesimo e
ne sono una interessante manifestazione.
 Il modo degli Europei di rapportarsi agli Ottomani rientra in una più ampia
riflessione identitaria e allotria stimolata, tra l’altro, proprio dalla caduta di
Costantinopoli e le massicce migrazioni dei bizantini in Occidente.

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 I nuovi modi di intendere la religione determinarono un nuovo rapporto con
l’Islam, basato sull’apertura e la tolleranza contro le distorsioni medievali di un
Maometto eretico, quando non stregone o demoniaco.
 Gli sviluppi tecnici permisero una diffusione di dati più precisi sul mondo
islamico: mentre la cartografia faceva importanti passi avanti, Gutenberg
inventava la stampa e permetteva ad un pubblico assai più ampio di stampare e
commissionre opere d’informazione sui commerci e le rotte, ma anche sui
costumi e l’organizzazione dell’alleato e dell’avversario più importante
d’Europa.
 “Il mondo turco veniva dunque a configurarsi come una sorta di realtà parallela alla
propria, distante ma non per questo estranea, eppure irrimediabilmente segnata da
uno stato di sostanziale inferiorità rispetto all’osservatore.”

CAPITOLO 9: VERSO ORIENTE E VERSO OCCIDENTE


1. Oskar Hermann Khristian Spate, Perchè l’Europa?
 Dal XV secolo l’Europa inizia a dominare il mondo; tuttavia, c’erano altri popoli nel
mondo avanzati anche più di quello europeo. Perchè fu dunque l’Europa a
conquistare il mondo?
 Il Rinascimento corrisponde a un momento di generale crisi dell’impero
ottomano, la cui posizione di intermediaria tra Occidente e Oriente era peraltro
assai favorevole.
 L’auri sacra fames d’Europa non aveva corrispondenti nel mondo
sostanzialmente autosufficiente della Cina dei Ming; questi erano giunti nel ‘400
sulle coste orientali dell’Africa, ma dopo sette spedizioni iniziò un periodo di
stasi e di ripiegamento dovuto forse anche alle rinnovate pressioni mongole nel
Settentrione.

2. Lyle N. McAlister, Chi erano i conquistadores? Cosa cercavano in America?


 Tutti sapevano di essere soggetti alla corona; pochi erano spinti dal coraggio della
curiosità; molti sognavano la gloria, come trionfo personale e come onore pubblico.
Essi furono, in genere, uomini pratici, cocciuti, spietati.
 Perlopiù provenivano da famiglie povere e non privilegiate: i nobili stavano bene in
Spagna. Parecchi artigiani e contadini, pochi hidalgos (scalino più basso della
nobiltà), diversi erano i caballeros (termine che indicava in maniera piuttosto incerta
i combattenti a cavallo e che indebitamente rivendicava un valore nobiliare: ma loro
lo sapevano e cercavano un titolo vero).
 Non cercavano di cambiare la società, ma la fuggivano per ir a valer mas en las
Indias: non solo diventare più importanti, ma nello specifico diventare un signore
con dei vassalli, potersi fregiare del titolo di don, avere maggiordomi e domestici,
uno stemma personale, magari una nobildonna da sposare.

3. John H. Elliott, Gli europei e il Nuovo Mondo


 L’evidente lentezza dell’Europa a compiere gli adattamenti mentali necessari ad
inserire l’America nel proprio campo visuale si spiegano con una differenza
fondamentale: mentre gli Europei avevano sempre avuto un’idea - per quanto vaga -
di africani e asiatici, gli amerindi sono un popolo di cui non conoscono
assolutamente nulla che abitano terre sino ad allora completamente ignote.
Nell’inserimento del Nuovo Mondo nell’universo concettuale europe concorrono
quattro distinti processi.

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 OSSERVAZIONE: dà risultati diversi in base a bagaglio culturale e interesse
professionale (soldati, sacerdoti, mercanti, burocrati). Ogni gruppo ha i suoi
propri limiti e pregiudizi, più o meno mitigati nel singolo dal suo personale
vissuto (e per esempio dall’aver ricevuto un’educazione umanistica).
 DESCRIZIONE: per rendere l’insolito comprensibile a chi non l’ha visto. Nella
diffusione delle descrizioni furono grandi ostacoli le scelte editoriali e
l’ossessione di segretezza dei governi. Se la seconda bloccava la strada ad
informazioni che avrebbero potuto essere rilevanti per il mondo intellettuale
europeo, le prime creavano talvolta un’ulteriore confusione (per esempio si
affiancavano a descrizioni brasiliane delle illustrazioni turche, in quanto erano le
uniche a disposizione).
 DIVULGAZIONE: la diffusione di nuove conoscenze che fungano da comune
bagaglio culturale.
 COMPRENSIONE:L'allargamento degli orizzonti per includere l'altro. È tanto p
iù difficile in un mondo intriso di fantastico e meraviglioso (quando Colombo sb
arca, sì meraviglia innanzitutto che non ci siano mostri deformi): gli unici punti 
di riferimento sono la tradizione cristiana e classica. inizialmente, si riconosce in 
America il sogno dell'età dell'oro, dell'Arcadia, dell'Eden: innocenza semplicità f
ertilità abbondanza sono le qualità descritte da Colombo e Vespucci. Non appen
a la realtà si frappone l'Europa e il suo sogno, questo iniziò a dissolversi.

4. Tzvetan Todorov, I “moventi” di Colombo


 L'impresa di Colombo piena di rischi: si sarebbe tutori trovare ai confini al mondo
precipitare nell'abisso. Leggendo il suo diario pare ossessionato dall'oro; in realtà,
questo diario era indirizzato ai regnanti e l'oro, semmai, avrebbe rassicurato i marinai
( scrive anzi Colombo: "Nostro Signore bene che io non sopporto tutte queste fatiche
per accumulare tesori; Io sto bene tutto quanto si fa questo basso mondo e vano se
non lo si fa in onore e al servizio di Dio”). Piuttosto, lo scopo di Colombo era
incontrare il Gran Khan. Marco Polo aveva scritto che questi cercava dei sapienti che
lo istruissero nella fede in Cristo, e Colombo spera proprio di diffondere la parola di
Dio in tutto l’universo.
 In realtà, si tratta di due istanze complementari: Colombo vorrebbe intraprendere
una crociata e liberare Gerusalemme, e il viaggio verso la terra in cui secondo
Marco Polo l’oro “nasceva” in abbondanza gli avrebbe permesso di giungere a
Gerusalemme per via diretta e con i finanziamenti necessari.
 L’uomo che ha dato inizio all’età moderna aveva dunque una mentalità
donchisciottescamente medievale: e questo già presagisce le difficoltà del
rapporto tra europei ed amerindi.

CAPITOLO 10: CARLO V E LA RIFORMA PROTESTANTE


1. Pierpaolo Merli, Carlo V: impero o “monarchia composita”?
 La forza e la debolezza del regno di Carlo V fu la sua incredibile estensione: era il
“maggiore che sia stato fra Christiani da Carlo Magno in qua” e le continue leghe di
stati contro di lui erano, a detta di Guicciardini, una conseguenza fisiologica del suo
impero troppo grande. Parlare di “impero” potrebbe però risultare improprio: non
c’era alcuna effettiva unità territoriale che trovasse riscontro in un’amministrazione e
un sistema economico omogenei.
 È stato scritto in proposito che l’impero era piuttosto un’aspirazione dinastica e
di qualche circolo intellettuale, e che esso consiste in ultima analisi nella sola
persona dell’imperatore (Koenigsberger).

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 Il suo rispetto per le istituzioni e gli usi locali rende difficile l’applicazione del
concetto di “monarchia universale” e lui stesso, del resto, si presentò nei suoi
possedimenti come “re di ciascuno di essi”.
 A ragione si parla piuttosto di “monarchia composita”: per intendere un governo che
dà autonomia alle varie realtà locali e che si basava sul principio di uguaglianza tra le
componenti, cioè del negoziato tra centro e periferie. Autonomia, comunque, non
significa indipendenza: la ricerca di equilibrio tra i poteri locali era fondamentale e,
per mantenerlo, Carlo V non esitò a mettere gli uni contro gli altri.

CAPITOLO 11: LA CRISTIANITÀ LACERATA


1. Peter G. Wallace, Disciplinamento e confessionalizzazione
 Se prima si credeva la Riforma opera di poche anime di cui si studiava
incessantemente la biografia e il pensiero, si è ormai fatta strada l’idea che alle
dinamiche politiche e sociali della Riforma parteciparono le classi popolari. Resta un
problema molto dibattuto: All’origine della riforma ci fu la cultura d’élite o quella
popolare? La storiografia tedesca propende per la prima ipotesi, secondo lo schema
della Konfessionalisierung imposta dall’alto alll’uomo comune; in questo passaggio
dell’eredità culturale starebbe addirittura un fattore di inizio dell’età moderna.

2. Roland Bainton, L’intolleranza calvinista: il caso di Michele Serveto


 La vicenda di Serveto è particolarmente intrigante non solo per la sua figura (che
coniugava Rinascimento e ala sinistra della Riforma), ma anche per l’importanza che
ebbe nella discussione protestante sulla tolleranza e in quanto emblema della comune
ostilità alle eresie e agli elementi di disgregazione dell’autorità ecclesiastica di
cattolici e protestanti.
 Proprio in questa vicenda Calvino si mostra come una delle ultime grandi figure
del Medioevo: in visita ad un Serveto imbestialito e delirante per la notizia della
sua condanna a morte, Calvino sottolinea di non aver nessun rancore personale
nei suoi confronti, ma di stare agendo solo in difesa della stabilità del
cristianesimo, della maestà di Dio, della salvezza delle anime. Non lo sfiora
neppure per un attimo l’idea di stare semplicemente applicando le leggi di una
singola città: le leggi, appunto, del Codice di Giustiniano, che prescrive la pena
di morte contro quanti neghino la Trinità e ripetano il battesimo.
 L’esperimento di Ginevra consistette, in qualche modo, nella rinascita dello
Stato ecclesiastico, la cui società opera sotto le leggi di Dio.

3. Peter Blickle, Le rivolte contadine tedesche del 1524-1525: rivolta o rivoluzione?


 Blickle ha definito le guerre dei contadini come “rivoluzione dell’uomo comune”,
riprendendo l’autodefinizione dei contadini come “uomini comuni”. Questo significa
però applicare a un fenomeno del secolo XVI un concetto scientifico dei secoli XIX-
XX.
 Blickle si giustifica citando la definizione di rivoluzione data da Hannah Arendt:
non sono la violenza o la sovversione o il cambiamento a discriminare la
rivoluzione, ma la voglia di libertà e palingenesi, a cui si subordinano come
semplici mezzi la violenza e la lotta di liberazione. In generale, la rivoluzione è
una trasformazione “violenta, rapida, radicale” (Hans Wassmund) con una base
di massa e che punta alla modifica di almeno una delle stratificazioni di una
società e di uno Stato.
 Le rivlte sono caratterizzate da un simile elemento di violenza, ma si
esauriscono nel rifiuto e non portano con sè nessun carattere innovativo.

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Parimenti, la ribellione è un secondo Chalmers Johnson un momento di rifiuto,
non di rifondazione della società secondo precisi schemi ideologici.
 “Se si adottano i criteri di Johnson, si può affermare che, date le idee emerse sulla
società e sul potere, data la legittimazione ideologica conferita loro dal Vangelo, la
guerra dei contadini va intesa più come rivoluzione che ribellione. Ma per parlare di
rivoluzione del 1525, per stabilire se sia corretto o meno, bisogna analizzare le teorie
della rivoluzione e domandarsi che definizione diano alle sue cause e ai suoi
obiettivi.”

4. Emmanuel Le Roy Ladurie, Il massacro della notte di san Bartolomeo: una spiegazione
antropologica
 Il massacro non fu guidato, come pure si è detto, da un movente economico, ma fu
anzi una sincera opera di purificazione volta ad eliminare gli ugonotti, divenuti ormai
capro espiatorio per le guerre, la miseria, le pestilenze che si abbattevano sulla
Francia. I saccheggi non furono che “epifenomeni” e non certo indici di una lotta di
classe.
 Non a caso, con gli ugonotti si compivano riti di purificazione, con l’acqua e il
fuoco: li si bruciavano, i corpi si lanciavano nella Senna.
 Gli ugonotti erano certo in prevalenza borghesi, ma la loro presenza era
trasversale alle classi sociali: poveri e ricchi erano presenti in maniera
consistente in entrambi gli schieramenti.
 La violenza fu doppiamente giustificata: da Dio, che puniva con le pestilenze e
la carestia una Francia che lo tradiva; dalle autorità, che come consueto si
pascono di qualsiasi capro espiatorio cui imputare le colpe della guerra e delle
sue devastanti conseguenze.

5. Henry Kamen, Religione e capitalismo: la fine di una controversia


 All’inizio de Novecento ebbe notevole successo la teoria secondo cui ci sarebbe stato
un legame diretto tra protestantesimo (soprattutto calvinista) e attitudine capitalista.
 Nessuno più ormai crede che ci sia un legame senza pari tra i due fenomeni; la
discussione è diventato ormai un caso studio tipico, ma resta sostanzialmente
irrisolta nei suoi passaggi specifici.
 Interessante la tesi di Weber (e dei suoi successori): la tendenza capitalista
sarebbe qualcosa di innato dell’uomo ed è indubbio che certi sistemi capitalistici
si svilupparono già prima della Riforma; d’altro canto l’impulso dato dal
calvinismo all’etica borghese del lavoro, del successo, della produzione sarebbe
un fattore non trascurabile, confermato dall’attitudine più marcatamente
capitalista degli Stati del Nord Europa e a maggioranza protestante.
 L’eccezione dell’Italia deriverebbe dalla sua frammentarietà: i borghesi, in
Stati troppo deboli e soggetti alla Chiesa, non potevano pretendere di
liberarsi da essa, ma svilupparono comunque una “pratica calvinista” a
fronte di una “mentalità cattolica”, presagendo così i futuri scontri tra
Chiesa cattolica e Stato borghese.

CAPITOLO 12: LA CONTRORIFORMA CATTOLICA


1. Adriano Prosperi, Controriforma e Riforma cattolica: due concetti storiografici
 Il termine Riforma è discusso [in maniera analoga a Rinascimento]: non si tratta di
dare nuova forma al presente, ma di tornare all’antico. Parimenti, parlare di
Controriforma o di Riforma cattolica non è facile: il primo termine denoterebbe una
Chiesa totalmente negativa, che si limita a riaffermare cocciutamente la propria
tradizione, e in questo appiattirebbe la complessità della storia della Chiesa nella

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prima età moderna; il secondo, invece, implica che qualcosa da riformare nella
Chiesa ci fosse.
 Sarebbe più giusto usare entrambi i termini: accanto ad una “Riforma cattolica”,
nata già prima di Lutero, come movimento interno formato di minoranze e
piccoli gruppi che fu reso travolgente proprio dalla Riforma di Lutero, ci fu una
“Controriforma” intransigente contro i nuovi “eretici”, e che anzi proprio tramite
la “Riforma” svuotava di senso le argomentazioni dei suoi avversari.

2. Wolfgang Reinhard, Il Concilio di Trento fu “moderno”?


 Il concilio di Trento fu una riaffermazione della tradizione passata attraverso una
faticosa rielaborazione che coniugasse principi e privilegi tradizionali con i nuovi
problemi del tempo. In questo senso, può essere paragonato al concilio Vaticano II
(e, parimenti, ha ottenuto le critiche dei tradizionalisti più estremi così come dei
riformatori radicali).
 Sotto un altro punto di vista, invece, i due concilii sono specularmente opposti: il
primo nacque come opera difensiva e riuscì a dare alla Chiesa un assetto tutto
sommato stabile fino ai secoli XIX-XX; il secondo, invece, fu convocato nel
clima di ottimismo e rinnovamento del secondo dopoguerra e mirava a una
riconfigurazione positiva dei rapporti tra Chiesa e mondo, ma ha lasciato dietro
di sè una scia di delusione non indifferente.

3. Adriano Prosperi, La confessione: il “tribunale della coscienza” della Controriforma


 Per Carlo Borromeo il confessore era inteso come un giudice, la confessione come un
tribunale che erogasse pene adeguate alle colpe dei fedeli per fare giustizia e
ricondurre alla norma i rapporti sociali.
 Si tratta di un’azione parallela e complementare a quella del potenziamento della
parrocchia e a quella dell’Inquisizione. Se quest’ultimo però mira
all’emarginazione e all’isolamento, la confessione invece mirava ad avere un
certo controllo morale sulla società ed indirizzare su questa via quanti se ne
stavano discostando. Non a caso, se ai peccati minori corrispondevano pene
private e spirituali, quelli maggiori si potevano espiare solo con umilianti
penitenze pubbliche. Nel caso di peccati socialmente noti, poi, bisognava
dimostrare all’intera comunità di essersi pentiti e aver posto fine a tutte le
condizioni che determinavano tale peccato: è un principio affermato a Trento e
su cui proprio Borromeo ribattè con fermezza.
 Le maggiori opposizioni vennero dagli ordini più legati al rito della confessione,
e in particolare i neonati gesuiti: questi sapevano che il fedele cercava più il
perdono e l’oblio che non la giustizia, e ironizzavano - per esempio - sulla
puntualità della casistica confessionale proposta al concilio.

4. Gigiola Fragnito, La censura ecclesiastica: l’ Indice dei libri proibiti


 L’opera della Congregazione dell’Indice fu piuttosto lenta anche entro le stesse
biblioteche ecclesiastiche; se questo fu da un lato dovuto a problemi di capillarità sul
territorio, si avverte da parte dei regolari una chiara riluttanza a soddisfare le richieste
romane, tanto più negli ambienti monastici e intellettuali. Si chiedevano di continuo
giustificazioni per i ritardi: si trattava certo di giustificazioni valide, ma è più che
plausibile che i regolare speravano di ottenere nuove proroghe in attesa che il ciclone
si allontanasse. Si trattava, del resto, di un patrimonio preziosissimo e inestimabile.
Ma si trattava di una resistenza obbligata prima o poi a cedere.

5. Brian P. Levack, Chi erano le streghe?


 Eccezion fatta per la Russia, l’Estonia e i Paesi scandinavi, la stragrande

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maggioranza delle persone accusate di stregoneria erano donne: si trattava di un
crimine non specificatamente sessuale, ma comunque connesso col sesso. Le
percentuali di uomini accusati di praticare magia nera aumenta nei periodi di caccia
all’eresia: era questo infatti un crimine non legato al sesso. Nei primi processi per
stregoneria, poi, i giudici si concentravano più sull’aspetto eretico della pratica che
sull’aspetto del maleficium: accade così che più uomini furono accusati di stregoneria
all’inizio della lotta alle streghe che non al suo apice.

CAPITOLI 13 E 14: L’ETÀ BAROCCA. IL VANGELO, I “SELVAGGI”, GLI


“INFEDELI”
1. John H. Elliott, La tesi della “crisi generale del XVII secolo”
 Il fascino intellettuale di una rivoluzione generale che avrebbe reso irriconoscibili in
cinquant’anni (1650-1700) gli assetti d’Europa rischia di viziare l’oggettività
dell’analisi storica. La tesi delle “Six contemporaneous revolutions” (quella catalana,
quella del Portogallo contro la corona spagnola, quella di Masaniello, di Palermo,
quella inglese, la fronda) è stata infatti ampiamente riconsiderata alla luce della
specificità delle singole rivolte.
 Si attribuisce la causa di tale “crisi generale” alla deflagrazione in
contemporanea delle debolezze strutturali del modello monarchico. Ma se tali
debolezze furono davvero tanto più accentuate nel ‘600, come si spiega lo
scoppio di tante rivoluzioni per esempio nel solo decennio 1560-70? É
indicativo che nessuno storico parli di “crisi generale” per questo e altri periodi
comparabili.

2. Rosario Villari, Un secolo di contrasti


 Da etichetta artistica, il termine “barocco” è passato a indicare il mundus furiosus del
secolo di ferro in cui homo homini lupus (così dicevano i contemporanei, in una
prospettiva negativa che non vedeva il cambiamento come tappa obbligata verso un
superiore ordine sociale) che provoca per reazione il trionfo del reazionarismo, del
classicismo bizzarro ed esuberante in arte, dell’assolutismo in politica.
 Del Seicento si è evidenziata soprattutto la conflittualità tra atteggiamenti
incompatibili e contraddittori: tradizionalismo e ricerca del nuovo, amore della
verità e culto della dissimulazione, saggezza e follia, sensualità e misticismo,
giusnaturalismo e assolutismo. Ma la storiografia, anzichè prender atto di tale
complessità, ha spesso preferito far fede all’immagine negativa che l’età barocca
ha lasciato di sè.
 Spinoza, Galileo, Cartesio, Bruno, Bodin diventano così isolate figure
anticipatrici che non autentica espressione del loro tempo; anzichè dar conto
di una certa dinamicità delle dinamiche politiche, si è voluto vedere nelle
proteste della società il segno dell’ingorgo e della stasi delle forze
propulsive.

3. Geoffrey Parker, Filippo II: re prudente o re inflessibile?


 Se, da un lato, i documenti d’archivio e le carte del re giunte sino a noi hanno portato
a una rivalutazione dell’interpretazione “eroica” della sua biografia, d’altro canto la
definizione di debil con poder che viveva all’ombra del grande nome paterno pare
troppo severa: il secondo Cinquecento fu un periodo di straordinaria complessità
politica e tutti i sovrani furono esitanti e non sapevano che linea tenere.

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 Significativo è che il Rey prudente per antonomasia non avesse alcuno schema
prestabilito di politica estera: nessun obiettivo predisposto avrebbe potuto essere
presumibilmente applicato.
 A fronte della sottomissione delle Americhe e della conquista di Portogallo e
Filippine stanno comunque tante sconfitte di Filippo II che furono soltanto colpa sua
(perdita di quasi tutti i possessi nordafricani a vantaggio dell’Islam, ascesa dei
Borboni in Francia, disfatta dell’Armada, rivolta dei Paesi Bassi): bisogna però
comprendere come queste colpe si radicano nella sua personalità e nell’ambiente
mentale in cui essa si è formata.
 Un agente inglese nei Paesi Bassi notò che “l’orgoglio del regime spagnolo e la
causa religiosa” costituivano “l’ostacolo principale al raggiungimento di un
accordo accettabile”. Filippo II mai avrebbe trattato con degli eretici o dei
musulmani, nè con dei ribelli (sebbene i momenti favorevoli a un accordo, in
tutte queste battaglie, non mancarono).
 Egli non fu un “debole con sommo potere”, piuttosto un uomo di princìpi rigidi:
proprio quando tali principi si rivelavano inattuabili egli si mostra in una
prorompente debolezza. Caratteristica tipica della sua azione fu la riluttanza a
mutare indirizzo fino all’ultimo momento; non perchè convinto di fare la volontà
di Dio, ma perchè - anche in affari in cui Dio non c’entrava nulla - la sua
personalità lo spingeva ad agire in questo modo.
 La reazione di Filippo II al caso Perez fu improntato alla stessa riluttanza:
quest’uomo, accusato di aver ucciso il segretario di un fratellastro di
Filippo, rese poi pubblici dei carteggi che dimostravano come lo stesso
Filippo fosse il mandante dell’omicidio; si rifugiò alla corte suprema
aragonese, ma Filippo ordinò che fosse dato all’Inquisizione spagnola
(Perez riuscì a dileguarsi durante dei tumulti a Saragozza, fino alla morte in
povertà a Parigi nel 1611).

4a. Johan Huizinga, Parsimonia nella società olandese del Seicento


 La semplicità dei costumi, la parsimonia, la pulizia sono caratteristiche fondamentali
della società olandese e determinanti nel suo successo secentesco.
 Lo stesso paesaggio olandese predispone a quest’atteggiamento: piano, senza
natura impervia e senza le antiche roccaforti dell’Europa meridionale, ricoperta
di verde e percorsa da esili rivoli d’acqua.
 “Benessere e ricchezza non sono mai riusciti a cancellare del tutto questa antica
caratteristica, la generale semplicità”: l’ “antica fama di semplice gravità
dell’Olanda” di cui parlava Huygens sopravvisse al secolo d’oro e anzi ne fu una
importante caratteristica.
4b. Simon Schama, Abbondanza nella società olandese del Seicento
 Se è vero che l’abbondanza e l’ostentazione olandesi non furono evidenti nelle forme
curtensi e civiche di Italia e Spagna, è pur vero che una certa propensione allo spreco
proveniva alla civiltà olandese dalla cultura borgognona, ineguagliato modello di
finezza e splendore rinascimentali.
 Processioni religiose, competizioni pubbliche fra poeti, parate settimanali delle
guardie civiche, fuochi d’artificio, spettacoli teatrali pubblici erano tutti
momenti di ostentazione che in questi termini nulla hanno da invidiare alle loro
controparti meridionali.
 Il palcoscenico più importante ed efficace del patriziato olandese fu però la casa
[famose sono le cifre esorbitanti spese per un Rembrandt o un Vermeer e l’idea
di un Olanda austera basata sull’etica del lavoro è stata ridimensionata in sede
storiografica].

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CAPITOLO 15: LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA
1. Paolo Rossi, il “ritratto” dello scienziato
 Durante la rivoluzione scientifica, nasce una nuova idea di scienziato: naturalmente
modesto e paziente, dalle maniere gravi e composte, con una buona attitudine alla
comprensione e la pietà
 Siamo più vicini alle visioni dei primi umanisti e meno a quelle medievali e
rinascimentali (basate sulla santità individuale, l’immortalità letteraria,
l’eccezionale personalità demoniaca, l’irrequietezza)
 Iniziano a formarsi, quella consapevolezza delle incredibili potenzialità umane e
quel senso del cosmopolitismo che saranno di lì a poco delle caratteristiche
fondamentali dell’Illuminismo.

2. Margaret Jacob, Il contesto sociale del copernicanesimo


 Nel processo della rivoluzione scientifica si possono riconoscere specifiche élite
culturali che hanno determinato il favore o l’opposizione per la nuova scienza: la
Chiesa; i principi delle corti, che potevano proporsi come mecenati, offrire
protezione, promuovere le proprie idee in maniera funzionale al proprio potere; i
ricchi mercanti che leggevano libri, usavano la matematica nella vita di tutti i giorni,
erano insomma dotati di quel senso geometrico comune e quotidiano cui Galileo
costantemente si appella.
 L’atteggiamento della Chiesa non era scontato e uno scontro tra scienza e
religione non era inevitabile; anzi, tutto dipendeva da certe congiunture culturali
in cui la messa in discussione di alcune idee fondamentali sull’universo
costituivano una minaccia per l’ortodossia religiosa. Nell’Europa preindustriale
non mancarono però ecclesiastici che difesero le nuove idee.
 Significativo il caso di Galileo: egli opera in una Firenze in cui circa un
terzo della popolazione è coinvolta nel commercio della stoffa; l’arte
fiorentina era insieme mercantile e dotta, ben memore dell’esperienza
umanistica; il clero era eterogeneo, composto tanto di predicatori popolari
quanto di fini teologi. Ma la Chiesa era in crisi: dopo la Riforma, quando
ormai i protestanti avevano preso il controllo di non poche università, nel
delicato momento in cui dei filosofi eretici (primo fra tutti Bruno)
proponevano un ritorno alla religiosità degli antichi pagani per ritrovare il
senso di una religione universale e vagavano nelle corti a predicare il loro
nuovo messaggio. Invano Galilei si appellò proprio agli aristocratici e i
mercanti in cerca di aiuto, dichiarando che la scienza si confaceva
perfettamente tanto ai loro interessi quanto alla loro educazione e
intelligenza.

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VOLUME 2: DALL METÀ DEL SEICENTO ALLA FINE
DELL’OTTOCENTO
CAPITOLO 1: GEOPOLITICA DELL’EUROPA NELL’ETÀ DEGLI
ASSOLUTISMI
1. Michel Foucault, L’Europa dopo Westfalia
 La guerra dei Trent’anni segna il passaggio da un concetto “singolare” di Europa ad
uno “plurale”, non più sotto l’egida universalistica di un impero o una religione, ma
basata sull’equilibrio di potere tra vari Stati i cui governanti sono tutti parimenti
indipendenti gli uni dagli altri.
 Il principio della “bilancia d’Europa” si estende però solo al limitato numero
degli Stati maggiori, formando una sorta di “aristocrazia egualitaria tra Stati”.
 All’ “escatologia assoluta” dell’impero si sostituisce l’ “escatologia relativa” e
fragille del pluralismo statale. “È evidente che ora si è in una prospettiva storica,
ma anche in una forma della tecnica diplomatica molto diversa rispetto al
Medioevo, in cui ci si attendeva la pace dalla Chiesa dato che essa rappresentava
la potenza unica e unificante. Ora invece ci si aspetta la pace dagli stati stessi e
dalla loro pluralità.”

2. Francesco Benigno, Rivoluzione inglese e rivoluzione francese: due revisionismi a


confronto
 Le due rivoluzioni sono state sottoposte a un processo di revisionismo che ha
ridimensionato tre aspetti dominanti dell’interpretazione storiografica:
 L’idea che alla base delle rivoluzioni ci sia un movente soprattutto sociale ed
economico, con la conseguente inscrizione dei fenomeni in mutamenti più lenti e
profondi e in particolare nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo; si
sottolinea oggi anche l’aspetto ideologico-politico degli avvenimenti.
 La loro definizione come tappa decisiva e fondamentale nell’evoluzione verso la
democrazia politica; oggi si riconosce il carattere congiunturale, quando non
accidentale degli eventi che le hanno provocate.
 Il loro significato irriducibilmente progressivo in favore della fase nascente,
rivoluzionaria, della società borghese; tale aspetto è oggi sfumato o addirittura
negato.

3a. George Macaulay Trevelyan, La Gloriosa rovluzione: una “rivoluzione de buon


senso”
 Trevelyan, esponente della storiografia liberale (di tradizione whig), sostiene che
“un’epoca eroica pone delle questione, ma ci vuole un’epoca di buon senso per
risolverle”: la Gloriosa rivoluzione fu un fondamentale momento della storia della
diplomazia, favorito da una popolazione doppiamente delusa (da Cromwell e dai
successivi monarchi).
 Si tratta di una rivoluzione piuttosto atipica: fatta non per rovesciare le leggi, ma
per difenderle da un re che le violava; non per imporre un credo politico o
religioso, ma per garantire la libertà di avere quello che si voleva. “Fu
contemporaneamente liberale e conservatrice; la maggior parte delle rivoluzioni
non sono nè l’uno nè l’altro, ma rovesciano le leggi e non tollerano poi se non
un unico modo di pensare.”
3b. Nicholas Henshall, Il ruolo del parlamento inglese dopo la Gloriosa rivoluzione
 Henshall ritiene che non si debbano esagerare le conquiste del parlamento dopo il
1688, nè farsi ingannare dalla frequenza delle riunioni. Piuttosto, bisogna considerare
se il parlamento fu un alleato/critico del re o un suo sostituto, distinguendo
chiaramente il potere del King in Parliament e l’autorità che invece risiedeva

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unicamente nella corona.
 Il parlamento doveva approvare solo le politiche fiscali (laddove per esempio in
Francia esso non aveva funzioni legislative, ma doveva ratificare ogni
provvedimento del re): in tempi di pace, in realtà, le funzioni del parlamento
erano molto limitate, e comunque il re poteva dichiarare guerra anche senza il
consenso del parlamento, e lo stesso valeva per la nomina e la dimissione dei
ministri.

4. Gianfranco Poggi, Il re e la nobiltà in Francia


 Se Luigi XIII (guidato da Richelieu e poi da Mazzarino) si era preoccupato di
eliminare la resistenza della nobiltà e degli altri ceti, Luigi XIV proseguì la sua
opera, che ampliò soprattutto facendo della figura del re il fulcro assoluto della
discussione politica.
 Fondamentale fu la creazione della corte di Versailles: allontanando i nobili
dalle loro origini fondiarie e dalla dinamica realtà di Parigi, il re li escluse dalla
politica ripagandoli in denaro; li teneva sempre sotto il palcoscenico che era la
Reggia. Le rivalità tra nobili diventano questione puramente individuale, che
concerne soprattutto i favori del re e riaffermano, in tal modo, la sua supremazia.
 Orinava e defecava in pubblico; appena moriva (in pubblico), il suo cadavere
veniva dissezionato in pubblico e le varie parti cerimoniosamente affidate ai
personaggi di alto rango che si erano affaccendati intorno a lui nel corso della
sua vita.

5. Norbert Elias, La strategia governativa di Luigi XIV


 Per evitare che i nobili si unissero tutti contro di lui, Luigi XIV fece sì che tra loro si
creassero rapporti di interdipendenza e quindi di competitività. Come scrisse Saint-
Simon, uomo politico e memorialista francese a cavallo tra ‘600 e ‘700: “il re
utilizzava le numerose feste, gite, passeggiate come mezzo per ricompensare o
punire, invitando l’uno e non invitando l’altro. Sapendo di non avere sufficienti
favori da dispensare per fare impressione, sostituiva le ricompense reali con altre
inventate, suscitando gelosie, dispensanso piccoli favori quotidiani, esibendo la sua
benevolenza.”
 Il re conosceva bene i rapporti di equilibrio della corte e li sfruttava al massimo
per avere dei suoi fidati irriducibili in un mondo estremamente fluido in cui le
alleanze sociali e politiche cambiano da un giorno all’altro: con grande
indignazione della nobiltà autentica, difendeva tutti i personaggi che senza di lui
non sarebbero mai potuti essere importanti (la sua amante, i figli illegittimi, i
suoi ministri) senza mai schierarsi apertamente rispetto a personaggi importanti
come il Delfino o il duca d’Orléans suo nipote.

6. Robert Kinloch Massie, Modernizzare la Russia


 Quella ereditata da Pietro I è una Russia in cui i contadini sono autosufficienti e le
uniche, timide botteghe nascono solo nelle città per far fronte alle esigenze dello zar,
dei boiari, dei mercanti.
 La modernizzazione, in effetti, partì proprio dai settori di interesse bellico
(fonderie, officine, pelletterie, manifatture tessili); con politiche quasi
mercantilistiche, poi, Pietro rese poco conveniente l’acquisto di prodotti esteri.
 Fondamentali per la modernizzazione furono d’altro canto proprio gli stranieri
che si riversarono in Russia durante il suo regno. Per questo, come si rese conto,

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era fondamentale la tolleranza religiosa: “Per la mia città intendo imitare
Amsterdam”, scrisse, dopo aver visto di persona come un sistema in cui tutti
possono praticare la propria religione purchè non daneggino le chiese altrui
“contribuiva moltissimo all’affluenza di stranieri e conseguentemente
aumentava le entrate pubbliche”.

CAPITOLO 2: IL MONDO DELLA GUERRA DAL SEICENTO AL


SETTECENTO
1. Piero del Negro, L’età degli eserciti permanenti
 Il Settecento, come secolo in cui la perenne corsa agli armamenti determinò la
nascita degli eserciti permanenti, registrò l’aumento del divario tra grandi Stati
(compresi alcuni nuovi: Austria, Russia, Prussia) e piccoli Stati (compresi alcuni
precedentemente fondamentali negli equilibri europei: Spagna, Olanda, Svezia,
Venezia).
 Se continua il “mercato internazionale della guerra per il reclutamento”, d’altro
canto molti Stati impongono ai propri cittadini la coscrizione (sul modello della
Svezia di fine Seicento).
 La nascita di eserciti permanenti ebbe buoni risvolti sul piano civile: eserciti
pagati con una certa regolarità e ben forniti da una logistica più efficiente erano
meno propensi al saccheggio; i soldati iniziano poi a vivere con un proprio
codice comportamentale, improntato anche all’idea che i civili debbano esser
tenuti fuori dalle contese militari. La recessione delle grandi epidemie di peste
contribuì ad una limitazione degli effetti negativi dei conflitti.

2. Paolo Malanima, Eserciti permanenti e finanze di Stato


 La nascita di eserciti stipendiati costituì un peso enorme sulle finanze e sul debito
pubblico (laddove in età feudale e comunale ogni cittadino e ogni signore si
trasformava all’occorrenza in soldato).
 Gli eserciti nazionali sono meno costosi di quelli mercenari; ma vanno
mantenuti anche in pace e sono assai più numerosi. Inoltre, le tecniche belliche
sono dal Seicento più sofisticate e costose. Tutte queste nuove caratteristiche
degli eserciti hanno fatto parlare, non a torto, di una “rivoluzione militare”
durante la guerra dei Trent’anni.

3. Paul Kennedy, La geopolitica del Settecento: il caso francese


 Nell’instabilità generale del Settecento il fattore geografico diventa una nuova,
importante preoccupazione per i governi: nasce allora la geopolitica.
 La Francia, nello specifico, ebbe problemi per il suo carattere ibrido, con le sue
energie divise tra ambizioni continentali e interessi marittimi e coloniali. Nelle
sue mire continentali era poi molto limitata dal territorio (verso l’Olanda il
territorio era disseminato di roccaforti e corsi d’acqua, verso la Germania
mancavano le vie di comunicazione adeguate), mentre in quelle marittime dalla
presenza della Royal Navy tanto vicina alla madrepatria e alle colonie.
 “La Francia dell’ancien régime restò per sempre, per via delle sue dimensioni e
della sua ricchezza, il maggiore stato europeo, ma non fu mai grande abbastanza,
o abbastanza bene organizzata, da diventare una superpotenza. Limitata
territorialmente e troppo dispersa sui mari, non potè mai prevalere contro le
coalizioni che inevitabilmente le sue amvizioni scatenavano.” Servirà uno
sconvolgimento interno grande quanto la Rivoluzione e l’impero napoleonico
per permetterle di superare le vecchie barriere geopolitiche.

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CAPITOLO 3: CENTO MILIONI DI SUDDITI
1. Thomas Robert Malthus, Saggio sul principio di popolazione : la crescita demografica
 Mentre la popolazione aumenta in progressione geometrica (=esponenziale), la
sussistenza aumenta in progressione aritmetica. Solo grazie al “costante effetto della
dura legge della necessità” l’incremento della prima può essere adeguato a quello
della seconda. La “costante tendenza al popolamento” che si registra nell’uomo
determina continue fasi di progresso e regresso intervallate da prosperità e miseria
(aumenta la popolazione => non ci sono risorse => il lavoro manca o è sottopagato
mentre il costo degli alimenti sale => c’è bisogno di più lavoratori in campagna => la
situazione si normalizza, diminuisce nuovamente la miseria => aumenta il benessere
=> aumenta la popolazione =>...)

2. Augusto Placanica, La rivoluzione agraria nel Settecento


 Nel Settecento si determinò la prima grande ripresa economica su vasta scala che ha
dato forma alla società di oggi.
 Non si tratta, ovviamente, di un fenomeno completo: per quanto l’immagine di
un Seicento di assoluta crisi sia stata piuttosto ridimensionata, comunque la
prima fase del Settecento continuò a subire i contraccolpi di una crisi più o meno
generale; in tutto il secolo e oltre, comunque, l’economia resta sostanzialmente a
base agraria.
 In una società dominata dall’agricoltura, le innovazioni in ambito agrario
costituiscono un fattore a dir poco fondamentale. Il Settecento porta a compimento il
cambiamento nei rapporti di proprietà dei secoli XVI-XVII (fittavoli, coltivatori,
braccianti, coloni, salariati,...) e, in definitiva, il passaggio da un’economia naturale a
una economia monetaria.
 I costi di tale passaggio, in regime di aumento dei prezzi e poi di inflazione,
vengono scaricati dal grande proprietario al fittavolo e poi al coltivatore; questi
ha dal canto suo molte spese fisse che, in un mondo che si avvia verso la
moderna concezione di contratto a medio e breve termine, difficilmente può
sperare di recuperare nelle annate successive.
 Il reale senso della “rivoluzione agricola” sta nel circolo virtuoso che si crea tra
una rinnovata produzione di surplus, l’ampliamento del mercato, la creazione di
nuove infrastrutture, gli investimenti nelle attività manufatturiere. Il settore
primario diventa così una importante base d’appoggio per lo sviluppo
industriale, che si innesta su quello agricolo.
 Questo è vero anche in termini finanziari: la rivoluzione industriale poteva
svilupparsi solo se il mercato fosse riuscito ad assorbire la sua produzione
sempre crescente (il quale mercato era perlopiù fondato sui reddit agricoli).

3. Pierre Deyon, La rivoluzione delle manifatture rurali


 La fortuna delle manifatture rurali (per cui dall’inizio alla fine del Settecento alcune
città vedono raddoppiarsi il numero di stoffe vendute, dimezzarsi quello dei telai
dentro le loro mura) dipende fondamentalmente da due fattori:
 Sfruttano una sorta di vuoto consuetudinario, sfuggendo ai regolamenti delle
città e agli obblighi corporativi;
 In campagna la manodopera costa di meno (si mostra meno esigente e comunque
trova nell’attività agricola una risorsa complementare di guadagno).
 C’erano inoltre dei contadini con terreni troppo esigui per poter
sopravvivere di essi soli.

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 Il successo delle manifatture rurali, in ogni caso, non intaccò l’importanza del
capitale nel commercio e soprattutto il ruolo del mercante di città, la cui abilità e
buona informazione è fondamentale per il successo di un mercato spesso
tendenzialmente incerto.

4. Luciano Guerci, La nascita del capitalismo finanziario


[i finanzieri sono figure che nascono già dal Rinascimento, in Italia e Germania, che
approfittano del progressivo decadimento del divieto del prestito a interesse. I re e i nobili
contraevano prestiti e spesso, non riuscendo a ripagare in tempo e vedendo i tassi di
interesse alzarsi a dismisura, risolvevano aumentando le tasse alla popolazione urbana e
soprattutto rurale.]
 Il capitalismo finanziario settecentesto si radica nella tradizione economica feudale,
entrando a volte anche in aperto conflitto col sistema bancario (di matrice urbana).
 Mentre il finanziere era inserito perfettamente nei quadri politico-sociali come
“colui che maneggia i denari del re”, il banchiere era meno condizionato dagli
ingranaggi tradizionali e si muoveva in un quadro cosmopolitico: si dedicava
alle attività più diverse (dal commercio di schiavi agli armamenti nazionali,
finanche i prestiti al re, che erano normalmente alvoro per finanzieri), ma era
spesso straniero ed attirava sospetti e risentimenti tinti di xenofobia.
 I banchieri operano con segni, biglietti, lettere di cambio, insomma i vari sistemi
di “moneta scritturale” inventati nell’Alto Medioevo per facilitare il commercio
internazionale; i finanzieri sono vicino al regime “feudale” e quello della
“moneta metallica del reame agricolo”, tipica della società non commerciante.
 Se è vero che il denro circolava più rapidamente che nel passato, è pur vero che
la preferenza degli investitori andava ai prestiti allo Stato, considerati meno
rischiosi di quelli nell’industria e nel commercio. È questo un tratto di arcaismo
che, senza nulla togliere alla grandiosità del mercato azionario settecentesco,
segna tuttavia una profonda frattura con quello del secolo XIX. “La finanza
internazionale del XVIII secolo era impegnata troppo a gonfo negli aggari degli
anciens régimes, troppo legata alle loro istituzioni, alle loro intrinseche
debolezze e alla loro sorte politica per non subire un terribile contraccolpo a
causa della Rivoluzione.”

CAPITOLO 5: L’ETÀ DEI LUMI


1. Alain Pons, L’Enciclopedia: il sapere al servizio della borghesia
 Nel secolo XVIII c’erano tutte le condizioni necessarie perchè nascesse il progetto
dell’enciclopedia: non solo lo sviluppo avanzato di un ampio ventaglio di discipline
(dalla storia naturale alla filologia, che muovevano i propri primi passi come
scienze), ma soprattutto una condizione di spirito tale per cui il centro di interesse era
“sceso dal cielo sulla Terra”.
 L’Enciclopedia manifesta una nuova formulazione del rapporto degli uomini
con Dio, con gli altri uomini, con la natura: la Terra diventa la patria dell’uomo,
una patria da esplosare e sistemare.
 Agli occhi della fede si sostituiscono quelli della ragione: il senso profondo e la
verità ultima delle cose non è in Dio, ma nella stessa realtà e nell’uomo come
essere biologico e sociale.
 Per vedere tutta l’ “istruzione in cerchio” bisogna avere un punto di vista da cui
osservare l’intero mondo in contemporanea: tale punto è l’uomo.
 Tutte le nuove concezioni che l’Enciclopedia porta con sè presuppongono un nuovo
tipo di uomo, che denuncia tutti gli ostacoli che vede verso il diritto al progresso e la

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felicità, che afferma orgogliosamente la sua presenza, che vuole osservare e
catalogare il mondo per aumentare il proprio capitale scientifico e tecnologico:
insomma, l’uomo borghese.
 “Mentre per il cristiano il lavoro è il risultato di una maledizione, l’uomo
borghese non solo deve, ma soprattutto vuole lavorare (...) Il borghese non si
contenta di vivere in mezzo agli esseri del mondo: vuole conoscerli non per
curiosità disinteressata, ma per sapere a che cosa servono, qual è la loro utilità, il
loro rendimento, e di conseguenza il loro prezzo.”
 Con valori quali l’uguaglianza e la libertà, l’Enciclopedia si fa anche portavoce più o
meno astratta delle aspirazioni della borghesia: la fine del privilegio aristocratico, la
possibilità di entrare in politica, la libertà di pensiero come quella di scambio. Il
successo dell’Enciclopedia deriva proprio dalla sua capacità di rispondere alle
aspirazioni di una intera classe sociale, peraltro di una classe tanto vitale nelle società
di ancien régime.

2. Roger Chartier, La rivoluzione della lettura


 A permettere la “febbre di lettura” che già gli illuministi riconobbero attorno a loro,
furono molteplici fattori che presentanto un grado di continuità più o meno alto con il
passato.
 C’è un forte aumento di pubblicazione e circolazione di testi satirici,
pornografici, narrativi, saggistici che va a scapito di quelli religiosi, la cui
presenza sul mercato diminuisce drasticamente.
 Non sono pochi i metodi illegali di diffusione dei testi: in Francia sono 720 i
livre philosophiques vietati, che sono tuttavia “merce pericolosa ma molto
richiesta”; mentre la nascita di formati più piccoli agevola la lettura, il prezzo dei
testi sale anche di otto o nove volte, ma può essere facilmente ridotto tramite la
pubblicazione clandestina (senza cioè aver ottenuto la licenza di pubblicazione,
per la quale era necessario l’acquisto del manoscritto dall’autore e molte spese di
cancelleria).
 La circolazione libraria aumenta a dismisura grazie a diversi sistemi che permettono
la lettura senza l’acquisto del libro:
 Circulating libraries: pagando l’abbonamento si possono leggere sul posto o
prendere in prestito libri
 Coffeehouses: mettono a disposizione dei clienti giornali, riviste e pamphlets
 Book clubs: pagando una quota annuale si possono prendere in prestito i libri
acquistati collegialmente, che vengono rivenduti alla fine dell’anno
(Subscription libraries: i libri venivano conservati di volta in volta nella
biblioteca della società)

3. Luisa Dolza, Invenzioni e macchine per imparare


 Nel corso dell’illuminismo si fa timidamente strada l’idea di una paternità scientifica
delle invenzioni, che lentamente modifica l’immagine dell’inventore come sedicente
artista in cerca della gloria più che dell’utilità.
 Non è in realtà l’inventore ad essere nobilitato, ma l’accademico che, davanti ai
legami sempre più stretti di scienza e industria, contesta la legittimità del sapere
dell’inventore per invadere il suo campo. Le macchine vengono ora esposte
come strumenti didattici; “l’invenzione passa anche per lo studio, il confronto e
l’emulazione (...) le macchine e gli attrezzi vengono smontati, studiati ed
esposti.” I diritti di marchio e di proprietà una volta scaduti diventano di
dominio pubblico; in Francia nasce, nel 1799, il Conservatorio di arti e mestieri,
una sorta di museo-gipsoteca didattica per esporre le invenzioni.

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4. Vincenzo Ferrone, Il ruolo dello scienziato nel Settecento
 Nel momento del suo trionfo, la figura dello scienziato vive una profonda crisi e un
sensibile rinnovamento: diventa una figura “alla moda”, tutti vogliono essere dei
“piccoli scienziati”, tutti assistono agli esperimenti pubblici sul magnetismo animale
e il flogisto. Aumentano esponenzialmente, anche in gazzette e bollettini, le feroci
diatribe tra scienziati.
 “La cultura scientifica entrava a far parte di diritto della formazione intellettuale
delle moderne élites urbane.” Si tratta spesso di dilettanti, ma il loro impatto
sociale e pubblico è incredibile.
 Nascono così nuove esigenze comunicative: nascono le riviste scientifiche, più
rapide e correnti delle comunicazioni ufficiali accademiche, meno disinvolte e
polemiche dei giornaletti scandalistici.
 Si inizia a configurare lo scienziato come figura compiuta, con una sua propria
gavetta e i suoi propri traguardi, capace di diventare un vero e proprio mostro
sacro celebrato dalla stampa e conteso da istituzioni e governi.

5. Elena Brambilla, L’educazione delle donne nell’Illuminismo, tra moralità e salotti


 Durante l’Illuminismo il problema dell’educazione femminile trova due modalità di
sviluppo diverse.
 Molti si auspicano un’educazione prettamente morale in educandati femminili;
valga l’esempio della Sophie descritta da Rousseau nel capitolo 5 dell’Emilio,
compagna predisposta a fare la felicità del marito e la cui educazione solo a
questo si rivolge.
 C’è anche chi rivendica per le donne pari opportunità di accesso alla cultura e
della sociabilità, augurandosi tra l’altro la fine di clausura e celibato forzato. In
questo senso si può dire che “l’Illuminismo è donna”: è il primo momento in cui
le donne vengono associate alla civiltà e non solo alla natura, e inoltre
fondamentale fu il loro ruolo di salonnières per gli stessi illuministi.
 L’educazione femminile non viene mai però percepita come acquisizione di
un sapere “alto”, ma sempre con un intento morale: contro la Chisa, non si
crede che la buona educazione debba prepararle solo alla vita domestica, ma
anche a ben condurre delle “conversazioni” e a saper entrare in società,
gestendo conversazioni e “l’onesto commercio del viver civile”.

6. William Doyle, Le riforme in ambito educativo


 I philosophes sapevano bene che una completa sradicazione della Chiesa dal mondo
della formazione era impossibile: si accontentavano così di chiedere che le materie
religiose fossero insegnate solo agli ultimi anni di corso, quando il giudizio si era già
formato, e che l’apprendimento si basasse più sull’esperienza che sulla memoria,
anche attraverso l’inserimento di materie pratiche come la matematica e le scienze.
 Anche dopo lo scioglimento dei gesuiti, la morsa ecclesiastica sull’istruzione
diminuì in maniera tutto sommato trascurabile. Era nell’interesse dei governanti
avere una popolazione tutto sommato suddita.

CAPITOLO 4: L’IMPERO BRITANNICO E LA RIVOLUZIONE AMERICANA


1. Dino Carpanetto, Il sistema delle alleanze e la Guerra dei sette anni
 La definizione della Guerra dei sette anni come “prima guerra mondiale” può
risultare impropria e forzata; d’altro canto, essa mette in evidenza le dimensioni
mondiali del conflitto e per la sua importanza nella storia d’Europa e delle sue

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colonie.
 Essa segna in qualche modo la fine del principio dell’equilibrio quale era stato
annunciato a Westfalia, le cui guerre erano un gioco raffinato di contrappesi e
barriere volto a contenere qualsiasi deflagrazione.
 È la prima guerra dopo il 1648 a sconvolgere effettivamente gli equilibri
europei, dopo un secolo di guerre a carattere dinastico i cui esiti in termini di
confini erano per questo piuttosto prevedibili e comunque mai traumatici per gli
Stati (tolta la parziale eccezione della Spagna). Quella dei Sette anni è invece la
prima guerra di carattere economico, nella quale le potenze europee si divisero
tra quelle con orizzonti continentali e quelle con interessi oltremare: questo
rende sempre più difficile il gioco di contrappesi del Gleichgewicht, che entra in
crisi.

2. Eric Foner, Una rivoluzione in nome della libertà


 La “pazzia per la libertà” degli Americani li portò a vedere la loro Guerra di
indipendenza non come lotta contro una legislazione specifica, ma come parte di uno
scontro globale tra libertà e dispotismo, in cui loro erano vittime di un complotto per
distruggere la libertà dell’America e ridurre in schiavitù le colonie.

3. Tiziano Bonazzi, Gli aspetti politici della Rivoluzione americana


 La rivoluzione rappresenta il culmine della formazione dei rapporti sociopolitici
americani, tanto diversi da quelli europei. Si tratta quindi di uno scontro politico, in
cui vinse il sistema flessibile e aperto, che premiava il dinamismo degli individui.
 A determinare il successo della guerra furono anche certi ideali utopici, come
quello repubblicano, che coronava il sogno di un’America come anti-Europa.
 D’altro canto, certi aspetti “europei” sopravvissero all’indipendenza: il modello
capitalista e la falsa idea che il sistema democratico impedisse l’imposizione
degli interessi di un gruppo su quelli degli altri, in particolare, fecero sì che le
spinte gerarchizzanti provenienti dalle strutture economiche potessero realizzarsi
piuttosto facilmente.
 La Rivoluzione americana non fu dunque nè un trionfo della libertà in quanto tale, nè
una semplice anticipazione della Rivoluzione francese: è un momento
preminentemente politico della storia degli Stati d’Europa, che contribuì a porre in
atto certe condizioni e certi principi (dello scambio politico, del consenso, della
partecipazione) fondamentali per il pluralismo e la democrazia.

4. Gordon S. Woods, Il concetto di uguaglianza in America


 L’idea di uguaglianza fu un motore fondamentale per i neonati Stati Uniti d’America,
che la posero al centro delle loro speculazioni e delle loro azioni.
 L’uso dell’appellativo di cittadini, in questo senso, si contrapponeva a quello di
gentiluomo, usato dai membri della nobiltà e della gentry del Parlamento
inglese. Progressivamente ai titoli professionali e sociali venne a sostituirsi, per i
maschi adulti, quello di “mister”.
 Quest’uguaglianza non era a tutti gli effetti egualitaria; era piuttosto un’istanza
di pari opportunità che voleva imporre le abilità e il merito come fattori di
autorità al posto del ceto di nascita e la parentela. Ma si tratta di una passione
quotidiana, che si viveva giorno per giorno: questo ha reso l’uguaglianza un
propulsore tanto importante per gli Stati Uniti.

5. Eric Forner, La schiavitù e la libertà americana


 La schiavitù non era necessriamente in contraddizione con la libertà. Per esepmio,
eliminando la grande massa di poveri dalla nazione politica, la prima aveva reso

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possibile la seconda.
 La libertà era intesa, soprattutto, come proprietà: la schiavitù era un tipo
importante di proprietà. Anzi, il diritto alla proprietà come garanzia della libertà
impediva al governo di togliere gli schiavi a chi li possedeva.
 D’altro canto, l’idea di libertà universale propugnata dai rivoluzionari era un
argomento contro la schiavitù. Le false illusioni generate dalla rivoluzione
saranno riprese dagli schiavi quando si emanciperanno (dopo che, nella
rivoluzione, avevano vissuto tanto a contatto con questi paladini della libertà e
avevano potuto assistere più o meno passivamente alla loro lotta).

CAPITOLO 6: LA RIVOLUZIONE FRANCESE


1. Michel Vovelle, L’ “irreversibilità” della rivoluzione
 Più che una continuazione degli ideali illuministici, la rivoluzione appare una
creazione istantanea, nella quale la riflessione dei Lumi viene assimilata e digerita
fino a diventare irriconoscibile.
 Ci si è chiesto, per esempio, cosa avrebbe pensato un Voltaire o un Rousseau
della Rivoluzione. In essa si rivela la differenza “tra mutamento sognato e
mutamento vissuto”, realtà resa tanto più evidente dalle difficoltà dei
philosophes (come Condorcet) che hanno partecipato all Rivoluzione.
 Non bisogna neppure vedere la Rivoluzione come un tradimento dell’eredità dei
Lumi: come ha scritto Saint-Just, “la forza delle cose ci può portare a risultati
aui quali non avevamo affatto pensato”: gli ideali illuministici sono trasformati
radicalmente in forza degli eventi. Si pone, in particolare, il problema della
Salute pubblica davanti ai tanti fattori destabilizzanti degli anni della
Repubblica.

2. Lynn Hunt, Simboli e propaganda rivoluzionaria


 Durante la Rivoluzione anche oggetti e abitudini quotidiani venivano investiti di un
significato rituale o politico e potevano generare scontro sociale. Gli abiti, i colori, il
modo di indossare un cappello, i calendari, le carte da gioco erano tutti “segni di
schieramento”.
 Porsi contro il governo attuale (sia esso quello tradizionale oppure quello
rivoluzionario, in un periodo dinamico in cui varie autorità di breve durata si
susseguirono) implica l’opposizione agli accessori di tale governo; ma i
protagonisti della Rivoluzione non provenivano da un partito organizzato con un
piano preciso, per cui dovettero inventare simboli e rituali lungo il cammino.
 Proprio perchè i Borbone avevano dato molto rilievo agli accessori
simbolici del dominio i rivoluzionari erano particolarmente sensibili alla
loro importanza; l’esecuzione in pubblica piazza del re e poi della regina
furono momenti importanti in questo senso.
 La portata rivoluzionaria della politica della Rivoluzione non sta tanto nel gran
numero di giornali e club (che pure è un dato impressionante e assolutamente
nuovo), quanto nel modo in cui essi facevano esperienza della politica, convinti
com’erano di stare fondando una intera nuova comunità, mettendo in
discussione tutti i costumi, le tradizioni, i modi di vita.
 Tramite la “politicizzazione del quotidiano” i rivoluzionari non solo volevano
demolire fino all’ultima briciola l’ancien régime, ma rifiutavano anche la politica
organizzata in favore di un drastico ampliamento dei luoghi di esercizio del potere e
delle tattiche utili ad adoperarlo.

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3. George Rudé, Il popolo della Bastiglia
 La sollevazione popolare che colpì la Bastiglia si era formata già l’11 luglio, alla
notizia della destituzione di Necker. Nei due giorni successivi andarono alla ricerca
di armi, mentre emarginati e senzatetto si univano alla massa, convincendo il re a
creare una milizia cittadina con coscrizioni per distretto. Il 14 luglio assalirono
l’Hotel des Invalides, poi la Bastiglia.
 Gli storici monarchici hanno tentato di screditare come pazzi o tipi poco
raccomandabili gli asslitori della Bastiglia, nella quale c’erano solo 7 prigionieri. In
realtà, l’attacco aveva un carattere prima di tutto simbolico la Bastiglia come odiato
simbolo del dispotismo compare anche nei cahiers); inoltre, nella Bastiglia erano
stipati dei cannoni e della polvere da sparo. Era tanto più importante impossessarsene
dopo che s’era diffusa la voce che la milice bourgeoise avesse fatto strage in rue
Saint-Antoine.
 In realtà lo scopo iniziale non era neppure di assaltare la Bastiglia con un attacco
frontale: ciò avvenne infatti solo dopo i falltiti tentativi di mediazione con il
governatore.
 L’idea dei vaniqueuers de la Bastille tutti vagabondi e criminali è confutata dalle
liste che ci sono giunte dei partecipanti all’assalto. Dei tre elenchi che
possediamo uno, sebbene incompleto, riporta anche indirizzo e occupazione dei
coinvolti: si tratta in grandissima parte di commercianti, piccoli mastri di
bottega; c’era una precisa minoranza di salariati, qualche decina di soldati, una
donna lavandaia.
 È invece vero che molti dei partecipanti erano residenti stabili del quartiere
di St.Antoine; ma si tratta perlopiù di persone di origini provinciali.

3. Simon Schama, Il significato dell’insurrezione della Vandea


 La rivolta della Vandea (a sud della Loira, comprende anche Nantes) nacque come
opposizione alle tasse e la coscrizione per la guerra ma assunse un carattere sempre
più cattolico e realista. La brutalità dell’insurrezione e della repressione derivano dal
linguaggio “manicheo” e demonizzante adoperato da entrambe le parti della guerra
rivoluzionaria.
 La Vandea non fu che la precursione di tante rivolte contadine (nell’Italia
Settentrionale al grido di “Viva Maria”, in Calabria, in Belgio, in Spagna), tutte
di stampo religioso e tutte favorite dalla buona conoscenza del territorio, guidate
da uomini di Chiesa, coadiuvate dalle famiglie dei contadini che assicuravano la
continuazione dei lavori agricoli e i rifornimenti di cibo e vestiario.
 Questo sistema mise in difficoltà l’esercito repubblicano, addestrato a
cingere d’assedio le città ma decisamente poco abituato alla pattuglia di
zone ampie e poco conosciute in cui ogni luogo poteva essere oggetto di una
imboscata.
 Si parlò allora di petite guerre, tradotto in Spagna qualche anno dopo con
guerrilla: da lì l’attuale “guerriglia”.

4. François Furet, La forma politica del Terrore


 Il Terrore, invocato dai sanculotti prima contro gli accaparratori e poi contro i
traditori, era - stando appunto alle circostanze in cui nacque - un sistema specifico
della mentalità rivoluzionaria legata a precise convinzioni politiche. In questo senso,
esso esiste già dall’estate del 1789 (già l’Assemblea costituente considerava
inevitabile la restrizione dei diritti dell’uomo in caso di pubblica necessità).
 La Rivoluzione si nutrì dunque anche di una forma generale e sistematica di
sospetto coadiuvata dalla sopravvalutazione delle forze avversarie.
 Il Terrore come forma esplicitamente istituzionalizzata avviene progressivamente,

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per le pressioni della guerra e per il modo in cui i montagnardi sfruttarono le sezioni
parigine per assicurarsi il controllo, incaricandole di tener d’occhio quanti
considerassero “sospetti”. Dirà Danton: “siamo terribili per dispensare il popolo
dall’esserlo”.
 Il Terrore sarà un braccio del governo rivoluzionario: al vertice stanno i due Comitati
(e in particolare quello di sicurezza generale), alla base i vari comitati locali che
devono arrestare i “sospetti” e rilasciare i certificati di civismo.
 I Tribunali speciali si ritrovano presto ad accelerare il più possibile i tempi: le
deliberazioni sono segrete e a maggioranza di voti, e presto le uniche due
alternative che si fanno strada nella mente dei giudici sono l’assoluzione o la
morte.

5. Jacques Godechot, Una rivoluzione politica atlantica


 La rivoluzione francese può essere considerata parte di un’unica grande rivoluzione,
tra il 1770 e il 1848, che ha interessato i Paesi di Europa e America (dunque quelli
affacciati sull’Atlantico) e che ha avuto origine ovunque dalle stesse cause, di volta
in volta declinate secondo le specificità dei contesti politici.
 Prima della metà del ‘900 si è imposta, alla luce ella centralità della Francia in
Europa tra i secoli XVIII e XIX, l’idea di tante rivoluzioni separate (francese,
americana, delle Province Unite, svizzera, ecc.) tra le quali quella francese aveva
l’indiscussa preponderanza, ammettendo tutt’al più un’influenza dell’America
sui fatti del 1789-99. In realtà, già in quel decennio si percepiva la Rivoluzione
come parte di un processo ben più grande (per esempio, nei club giacobini
c’erano le bandiere americana, francese, polacca).
 L’inizio di tale rivoluzione va collocato all’inizio della Rivoluzione americana,
sebbene essa sia stata preparata dalla pubblicazione dell’Enciclopedia (1750) e
del Contratto sociale (1762). Per la fine, bisogna arrivare al ‘48. Le rivoluzioni
di quest’anno, pur provocate da motivi simili alle altre (per esempio, le carestie
causate da un clima ostile), presentano la fondamentale novità della neonata
classe proletaria: chiudono la stagione “atlantica” e aprono dunque una nuova
fase rivoluzionaria culminata in Russia nel 1917. Per quanto riguarda il nome,
Lefebvre ha proposto il titolo di rivoluzione borghese o capitalista: ma anche
sanculotti e contadini vi parteciparono, e d’altro canto rivoluzioni borghesi sono
anche quella giapponese del 1868 e quella cinese del 1911. Pare allora
appropriato definirla Atlantica od Occidentale, giacchè i Paesi coinvolti furono
gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania occidentale, l’Italia.

CAPITOLO 7: L’IMPERO DI NAPOLEONE


1. John Keegan, L’esercito di Napoleone
 La Rivoluzione rese l’esercito davvero meritocratico: se nel 1780 quasi tutti gli
ufficiali erano nobili, nel 1794 tale valore scende al 3%. L’esercito di Napoleone in
quanto tale era molto misto e comprendeva anche ufficiali nobili, che magari erano
emigrati e poi tornati a servire la causa dei rivoluzionari: in sostanza si trattava di
un’ampia amalgama di personaggi uniti a servire una Francia nuova, ma anche
consapevoli delle ricompense che potevano arrivare da una carriera sotto le armi.
 La lotta dei rivoluzionari ad ogni forma dell’ancien régime e la loro natura di
soldati volontari realmente seguaci della causa nazionale rendeva quest’esercito
miscellaneo semplicemente superiore; i nemici erano invece ancora prigionieri
dell’ubbidienza cieca e delle tattiche stereotipate.
 La Grande Armée di Napoleone non era l’esercito rivoluzionario: era diventata uno

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strumento statale anzichè ideologico, pur comprendendo molti personaggi che
avevano combattuto nel ‘93-’96. Questa natura mista non impediva comunque la
presenza di un sufficiente ethos rivoluzionario perchè le grandi vittorie di Austerlitz e
Jena apparissero come un prolungamento di quelle d’epoca rivoluzionaria.

2. Vincenzo Cuoco, dal Saggio storico sulla rivoluzione partenopea del 1799
 La causa del fallimento della rivoluzione partenopea sta nella sua natura “passiva”,
importata dall’estero senza esser adattata agli usi e costumi caratteristici del luogo, e
insomma senza dar conto delle reali esigenze del popolo (che dal canto suo tanto
aveva sentito parlar male dei fatti di Francia da nobili e clero).
 “Ecco il segreto delle rivoluzioni: conoscere ciò che tutto il popolo vuole, e
farlo; egli allora vi seguirà: distinguere ciò che vuole il popolo da ciò che
vorreste voi, ed arrestarvi tosto che il popolo più non vuole; egli allora vi
abbandonerebbe.”

3. Renzo de Felice, Il triennio rivoluzionario in Italia


 L’idea degli “epigoni del Cuoco” e di quanti parlano di una “rivoluzione passiva”
risponde in maniera piuttosto parziale alla realtà. Le masse popolari non erano
assolutamente refrattarie alle rivoluzioni, ma anzi vedevano in esse una certa
possibilità di riscatto (pur limitata da certi attriti ideologici, per esempio, in ambito
religioso); le insurrezioni arrivano solo in un secondo momento, quando videro che il
nuovo regime era per loro peggiore dell’antico
 L’incontro tra masse popolari e giacobini è un aspetto decisamente trascurato del
triennio rivoluzionario in Italia, ma che invece giocò un ruolo fondamentale (per
esempio e soprattutto nella Rivoluzione partenopea, dove l’intervento popolare
causò fra l’altro una profonda rottura nel fronte democratico).
 La storiografia ha visto in maniera troppo negativa il triennio rivoluzionario e
l’azione dei giacobini in Italia: in realtà, questi si avvidero della necessità della
partecipazione nazionale alla rivoluzione. Per questo il periodo ’96-’99 segna una
profonda frattura nella storia d’Italia: se ancora a lungo i moderati avranno la meglio
in politica, questi eventi influenzeranno profondamente i movimenti settari di primo
Ottocento, il ‘48 italiano, il movimento mazziniano.
 Pure è sbagliato contrapporre un triennio meridionale “tutto luce” a uno
settentrionale “tutto ombre”, perdendo così il carattere unitario dell’azione
giacobina in Italia.

4. Salvo Mastellone, La democrazia nel giacobinismo italiano


 I giacobini vedevano nella repubblica il modo per realizzare la pubblica felicità, in
linea con l’insegnamento di Rousseau, per cui l’unico governo davvero democratico
ed egualitario è quello repubblicano.
 Altro grande maestro per i giacobini italiani è Montesquieu: se il più citato fu
Rousseau, quello dell’autore dello Spirito delle leggi compare in assoluto più di
frequente. Un modello particolarmente fortunato fu quello della repubblica
democratica rappresentativa basata sulla divisione dei poteri: più pratica
dell’utopia rousseauviana, essa tiene conto della natura umana dei rappresentanti
eletti e la “limita” per mezzo della divisione dei poteri.
 Il tema della democrazia fu molto importante per i giacobini italiani. Si venne a
creare così la stessa dicotomia linguistica che si era creata in Francia tra rivoluzionari
e reazionari.

5. Charles Gillispie, La spedizione in Egitto e il progresso delle scienze


 Nella spedizione d’Egitto Napoleone portò con sè molti tecnici e ingegneri che

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dovevano costruire o riparare fortificazioni, strade, canali; si trattava di giovani e di
neolaureati che avevano studiato al Politecnico, nato nel 1794, in cui il disegno era
materia assai importante (con matita, riga, compasso e carta millimetrata avrebbero
potuto riprodurre qualsiasi struttura).
 Tra il 1809 e il 1828 fu pubblicato La Description de l’Égypte, in 10 volumi di
tavole, 2 atlanti (con 837 incisioni su rame, di cui molte con più illustrazioni e
50 a colori), un terzo atlante (con carta topografica di Egitto e Terrasanta in 47
fogli), nove volumi di testo “al cui confronto una enciclopedia attuale farebbe
una figura decisamente modesta”. Le tavole della prima parte cotituirono il
primo quadro esauriente della valle del Nilo per gli Europei, che allora
consideravano l’Egitto una terra esotica, di cui nulla sapevano più di dicerie
sulle dimensioni delle piramidi e il mistero della sfinge.
 Gli autori di quest’opera non sapevano però cosa stessero copiando, e come
uniche guide avevano i testi antichi (Erodoto, Strabone, Diodoro Siculo);
dovremo aspettare il 1822 perchè Champollion decifri il nome di Tolomeo
sulla stele di Rosetta. “Queste tavole illustrano il soggetto di una disciplina
in assenza della disciplina stessa”; eppure in molti casi la loro accuratezza
ha salvato dal tempo reperti i cui originali sono andati persi.
 L’eccezionalità dell’ambiente egiziano fu anche utile allo studio delle scienze
naturali: all’epoca napoleonica, infatti, risalgono i primi studi fisici sulla natura
dei miraggi.

6. Stuart J. Woolf, Il senso di superiorità dei frncesi in epoca napoleonica


 La spoliazione napoleonica dei patrimoni artistici europei si lega a un più ampio
senso di superiorità dei francesi, convinti di essere investiti di una missione
universale in quanto “vettori di civiltà”, convinti che il loro modello fosse tanto
migliore degli altri da dover essere emulato o esportato a suon di baionette
(nonostante gli ammonimenti di Robespierre a riguardo), convinti che “il regno delle
arti deve passare alla Francia per confermare ed abbellire quello della libertà”.

CAPITOLO 8: LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

1. Phyllis Deane, Le interpretazioni della Prima rivoluzione industriale


 La ricerca di una data di inizio ha dato a esiti diversi. Dal 1880 per circa mezzo
secolo si è assunta come data il 1760; in opposizione a questa teoria, sottolineando la
continuità della storia, si è fissato l’inizio della Rivoluzione ai secoli XVI-XVII. Gli

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studi degli storici dell’economia hanno infine collocato la data al 1780 circa: il
saggio di sviluppo economico, calcolabile soprattutto sulla base dei dati del
commercio internazionale (quello meglio documentato), dimostra come le curve di
import-export britannico cresce quasi verticalmente proprio alla fine della guerra con
l’America.
 Rostow ha proposto il periodo 1783-1802 come “il grande spartiacque nella vita
delle società moderne”: sarebbe questo il periodo di “decollo verso lo sviluppo
sostenuto” della Gran Bretagna.
 Non bisogna credere che lo Stato fosse ininfluente nei processi della Rivoluzione. La
carenza di leggi, l’abrogazione di vecchie leggi e l’istituzione di nuove fu un fattore
decisivo nello sviluppo di precisi settori in precisi momenti favorevoli. “Uno dei miti
che si è sviluppato riguardo alla rivoluzione industriale inglese è stato che essa
avvenne più in assenza di interventi pubblici che per effetto degli stessi. In realtà, col
procedere dell’industrializzazione, lo Stato interveniva nell’economia sempre più a
fondo e con maggiore efficacia di quanto non avesse mai fatto in precedenza.”

CAPITOLI 9 E 10: DALLA RESTAURAZIONE AL 1848


1. Federico Chabod, Il romanticismo alla base dei movimenti nazionali
 La coscienza nazionale consiste nel “senso di individualità storica”: si instaura quindi
nel momento di lotta alle tendenze “livellatrici” dell’Illuminismo, che sotto la spinta
della filosofia sopprimeva la passione, il sentimento, la fantasia, l’individualità.
 Un confronto tra la politica del ‘700 e quella dell’800 contribuisce a chiarire tale
differenza. Nel ‘700, come disse Federico il Grande, “il cittadino non deve
accorgersi che il re fa la guerra”, tutto si basa sulla diplomazia e sul freddo
calcolo in un’Europa che è come una scacchiera in cui le grandi potenze sono le
figure e gli Stati minori le pedine che servono a compensare e controbilanciare
le parti in gioco. Quella dell’800 è invece una politica che, anche in casi estremi
(come il freddo e razionale “cancelliere di ferro” Bismarck), cerca la propaganda
per infiammare gli animi della nazione, per farne un’arma della disputa
diplomatica.
 “La politica acquista pathos religioso; e sempre di più, con il procedere del secolo e
con l’inizio del secolo: ciò spiega il furore delle grandi conflagrazioni moderne. La
patria diventa la nuova divinità del mondo moderno.”

2. Eric J. Hobsbawm Il liberalismo e la sua concezione di nazione


 Per capire come mai alcuni popoli furono riconosciuti come nazioni e altri no
nell’800, le dicussioni su territorio, lingua, etnia, ecc., fruttano poco: è più utile
affidarsi al “principio della taglia minima”, che si pone come prerequisito
fondamentale. Altre tre caratteristiche importanti erano:
 Essere associati a uno Stato esistente o possedere un notevole passato.
 L’esistenza di una élite culturale consolidata, con una letteratura nazionale
scritta e un gergo amministrativo.
 Capacità di conquista.
 Altro è il caso dei popoli contenuti in compagini statali ormai obsolete e “condannate
dalla storia”, come l’Impero ottomano o quello asburgico.

3. Metternich, La Restaurazione
 Il concetto di libertà può basarsi soltanto su quello di ordine: la libertà non è un punto
d’inizio, ma un punto d’arrivo permesso solo dall’ordine.
 Dal punto di vista legislativo, tale ordine deve essere espressione della tradizione

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nazionale “e non il prodotto di uno spirito inquieto e, come tale, passeggero”.

4. Johann Gottlieb Fichte, L’idea di nazione


 I tedeschi sono un ramo dei germani, popolo che seppe fondere la propria identità
con l’ordine sociale della “vecchia Europa” con la “vera religione, conservatasi nella
vecchia Asia”; al contrario degli altri popoli germanici, però, i tedeschi non hanno
mai abbandonato la loro posizione e hanno mantenuto pressocchè intatti i caratteri
del loro antico popolo
 “Popolo” e “patria”, come parole di denotazione genetica, linguistica, spirituale, sono
parole ben più importanti di “stato” e “ordine sociale”.
 L’amor di patria deve governare lo stato e deve limitarlo nella scelta dei mezzi
atti a mantenere la pace interna. La libertà naturale degli individui deve essere
limitata a questo scopo e ristretta al minimo, in favore di manifestazioni
omogenee e regolate.

5. Pierre-Joseph Proudhon, Il socialismo e la fine della proprietà privata


 Il possesso è nel diritto (come dimostrano cinquemila anni di storia), la proprietà è il
suicidio della società. Abolendo la proprietà, ogni cosa diventa collettiva e
indivisibile; ciò può avvenire per effetto del lavoro, quando questo sia lo stesso per
tutti.

6. Eric J. Hobsbawm, Diversità e significati delle rivoluzioni dal 1815 al 1848


 Nonostante gli enormi sforzi delle autorità per evitare il pericolo di una nuova guerra
rivoluzionaria, mai come nel primo Ottocento lo spirito di rivoluzione fu endemico
dell’Europa. Si possono riconoscere in questo senso tre fasi:
 1820-1824. Sono insurrezioni nel Mediterraneo (Napoli, Spagna, Grecia) e tutte
fallirono, tranne quella greca.
 1829-1834. L’ondata investì tutta l’Europa e anche l’America (dove il presidente
Andrew Jackson proponeva grandi riforme e misure severe contro il monopolio
finanziario). In questi anni sono comprese anche le rivolte del biennio ’30-’31. É
forse l’unico momento nella storia moderna in cui la Gran Bretagna va di pari
passo col resto d’Europa: nel 1829 la sola minaccia di insurrezione in Irlanda
portò all’emancipazione dei cattolici e, non fosse stato per la saggia politica dei
due partiti, anche qui si sarebbe potuto sviluppare qualcosa di simile a una
rivoluzione.
 Quest’ondata, assai più seria della prima, segnò la sconfitta definitiva del
potere aristocratico da parte della borghesia (nell’Europa occidentale).
L’istituzione tipica dei decenni successivi sarà quella della monarchia
costituzionale retta dalla grande borghesia delle banche e delle industrie, in
cui gli aristocratici devono piegarsi alle logiche borghesi e il pericolo della
democrazia è scongiurato con la presenza del re e dei limiti censitari.
 D’altro canto, queste insurrezioni segnano proprio la nascita ufficiale della
classe operaia come forza indipendente e autocosciente, oltre che di molti
movimenti nazionalisti.
 1848. Questa terza ondata è la più grande ed è il prodotto della crisi economica
capitalista nata in seno alla nuova società del 1830. In quest’anno quella che era
stata nel 1789 la rivoluzione di una sola nazione diventa la “primavera dei
popoli” di tutto un continente.

7. Robert Price, Dopo il 1848: la controrivoluzione


 L’investimento nelle comunivazioni e nel rinnovamento urbano incentivo il
commercio e la produzione, determinando un aumento di prosperità che conciliò

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molte persone con i regimi illiberali; a questo si aggiunse il vantaggio militare dello
Stato e la sua progressiva restaurazione dell’autorità.
 A favorire i fatti del 1848 fu una precisa congiuntura cronologica: le ultime scintille
del 1789 e delle antiche tensioni sociali ed economiche venivano a sommarsi con i
rapidissimi cambiamenti che stava apportando la rivoluzione industriale. L’efficacia
della repressione, sommata al crescente conservatorismo delle classi medie che solo
ora si avvedevano dei pericoli di una rivoluzione, determinarono la fine delle rivolte
e la loro canalizzazione in vie legittime ma più sicure, nei sindacati e nell’attività
politica.
 Il ‘48 si risolse con una crescita delle tensioni tra nazioni (dentro e tra gli Stati),
mentre non furono spodestate le piccole élite che controllavano la politica. Le sue
furono conquiste graduali, che si ricollegano alla crisi agricola del 1845-46 (tra le
cause principali dello stesso ‘48) e al progressivo ingresso degli interessi delle masse
nei governi, allorquando questi vedevano le opposizioni disposte ad appoggiare una
rivoluzione. “Il 1848 - proprio come il 1789 - fu dunque il prodoto di una società in
via di transizione e di tensioni che si erano sviluppate come parte del processo di
trasformazione economica.

8. Mike Repport, Il 1848: un fallimento totale?


 Il 1848 non fu solo fallimento: dopo gli eventi di quell’anno “milioni di europei
acquisirono il gusto della politica” e senza di esso mai sarebbe accaduto che operai e
contadini entrassero perfino in parlamento.
 L’abolizione del servaggio contadino fu una grandissima conquista: essa rafforzò
l’autorità dello Stato contro i nobili delle campagne, comportando la diretta
giurisdizione dello Stato sui personaggi coinvolti. Così si preparò anche
l’integrazione dei contadini come cittadini dello Stato a tutti gli effetti, senza
l’onerosa mediazione dei nobili.
 Le richieste del movimento rivoluzionario non furono soffocate: anzi, i conservatori
furono da allora in poi costretti a tenerne conto più che mai.
 Spesso anzi furono quarantottardi pentiti e riconciliatisi con le autorità a portare
avanti importanti riforme: è questo per esempio il caso della trasformazione
dell’Impero austriaco in Austro-Ungheria sotto Francesco Giuseppe.

9. Anna Foa, Il 1848 e l’emancipazione degli ebrei


 Se Napoleone aveva riconosciuto l’uguaglianza agli ebrei, i governi della
Restaurazione (tranne quello francese) avevano misconosciuto tale principio; nel ‘48
gli ebrei tornano ad essere uguali agli altri cittaini, e si provedette alla chiusura dei
ghetti e all’accesso a mestieri e professioni prima vietate. In Italia, tali diritti
torneranno col processo risorgimentale.
 Nonostante ciò, fu piuttosto ridotta la quantità di ebrei che parteciparono al
Risorgimento, “immersi com’erano in una sorta di immobilismo sociale e
culturale. Così per esempio il ghetto romano, il più antico della diaspora
occidentale e il più numeroso d’Italia, vedeva continuamente i suoi cancelli
aprirsi e chiudersi in base alle posizioni politiche dei vari papi, finchè nel 1870
non ottennero l’uguaglianza.

CAPITOLO 11: IL RISORGIMENTO


1. Felice Mondella, Il dibattito scientifico nell’Italia risorgimentale
 In Italia non c’erano istituti politecnici di alta formazione e gli studi naturali
rientravano molto spesso in quelli filosofici (anche, per esempio, l’agronomia). Nel

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primo Ottocento, tuttavia, compaiono le prime rivise e iniziano i primi congressi di
scienziati, creati sul modello estero. In tali occasioni, ad attrarre l’attenzione non
erano le ricerche teoretiche di ampio respiro, ma quelle pratiche e tecniche
(regolamentazione carceraria, igiene delle risaie, ecc.), a testimonianza della
progressiva diffusione di una certa coscienza nazionale e civile anche nel ceto
intellettuale; la divisione interne delle discipline di tali incontri rispecchiano la
situazione economica italiana (vi era per esempio una sezione di Agronomia e
Tecnologia).

2. Alberto Maria Banti, La diffusione degli ideali risorgimentali in Italia


 Nell’ambito dell’esaltazione per il riformismo di Pio IX, i simboli della tradizione
cattolica si ritrovarono intrecciati a un nuovo repertorio politico: nelle feste in cui si
esalta il nuovo papa e si chiedono garanzie costituzionali, giuramenti collettivi ed
esaltazioni degli eroi nazionali (come quelli della Lega lombarda) accompagnano i
Te Deum.
 Del resto, molti furono gli uomini di Chiesa che parteciparono tanto a queste
feste quanto alle insurrezioni, pur frenati (nell’azione e non certo nelle loro
convinzioni patriottiche) dalla svolta che Pio IX prese nel 1848. Anzi, proprio
tale presenza permise la mediazione dei simboli e degli ideali nazionali alle
masse contadine come non erano mai riusciti a fare mazziniani e moderati (ma si
tratta pur sempre di sentimenti volatili, legati più alla predicazione nazional-
patriottica di un ecclesiastico che non a reali e profondi convincimenti
nazionali).
 Le città, invece, fornirono un gran numero di giovani volontari appassionati dai più
vari ambienti sociali.
 Nelle manifestazioni e sulle barricate c’erano anche molte donne, sebbene la
retorica risorgimentale le abbia poi relegate al ruolo della madre, figlia, sorella,
fidanzata, moglie che consola gli uomini in combattimento e che serbano l’onore
e il senso della patria mentre loro combattono per esso). Alle donne, in fondo,
non venivano riconosciuti diritti politici, neppure nella tanto avanzata
Repubblica romana.
 Interessante il caso della milanese Cristina Trivulzio, che affittò un battello
a vapore e partì con 180 volontari alla volta di Genova e infine verso la sua
Milano dove era iniziata la rivolta. Proprio lei finirà per essere “relegata” al
ruolo di infermiera nella Repubblica romana.

3. Gilles Pécout, I due Risorgimenti di popolo ed élite


 Anche a causa della retorica polemica postrisorgimentale si è sedimentata l’idea di
un Risorgimento popolare (intendendo generalmente popolazione attiva e passiva di
stampo radicale e democratico), mazziniano e rivoluzionario, opposto ad un
Risorgimento “dall’alto” guidato da Cavour e dedito innanzitutto alla “volontà di
potenza” del Piemonte. In realtà i due movimenti non sono sempre così chiaramente
distinti.
 I due nazionalismi si nutrivano di certi temi comuni (liberalismo, progresso
umanitario), e questo ha giovato al processo di unificazione.
 L’incontro si è spesso risolto in una strumentalizzazione del Risorgimento
“basso” da parte di quello “alto”: questo porta a sfumare il dualismo che è stato
importante componente strutturale del Risorgimento.
 Ancora oggi in Italia si alternano le visioni di “un paese senza Stato e di uno
Stato senza nazione”, e anche questo scontro politico determina la querelle
storica.

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4. Lucy Riall, Il mito di Garibaldi
 L’ammirazione per Garibaldi, che raggiungeva i limiti del fanatismo quando lui era
ancora in vita e che gli valsero grandi numeri di donazioni e volontari negli anni ‘50,
è tanto più spettacolare poichè egli fu sempre escluso dalla partecipazione al potere
politico. Questo avvenne perchè l’emergere della figura di Garibaldi coincise con una
rivoluzione in senso popolare nel campo dell’editoria e della lettura: solo questo
permise di diffondere notizie su un escluso e un rivoluzionario in barba alle
istituzioni tradizionali.
 Il successo di Garibaldi in questo senso deriva dal fatto che (con Mazzini) lui fu
tra i primi a sfruttare questi nuovi mezzi politici; inoltre, egli agiva in un mondo
dove il sovrumano e il sacro mantenevano ancora un saldo significato politico e
sociale.
 I suoi successi militari svolsero un ruolo cruciale nel suo fascino politico, e le
sue idee in campo militare erano sia politicamente innovative che largamente
popolari; anche il suo esperimento dittatoriale in Sicilia nel 1860 è pieno di
innovazione. Le lettere dell’epoca dimostrano la sua grande abilità nell’actio
oratoria, quando non nella dissimulazione: il suo magnetismo fisico ed erotico si
accompagnava a una modestia e un’onestà incomparabili.
 A poco valgono i tentativi della storiografia di distinguere “l’uomo dietro la
maschera”: nella figura di Garibaldi realtà e finzione si fondevano in un
unicum passante per l’America del Sud e per Caprera, oltre che per
innumerevoli battaglie personali e private. Questo ci dà interessanti risultati
riguardo la più generale funzione dei miti nell’ambito dei movimenti
nazionali: non sono nè autentici nè inventati; nè spontanei nè imposti;
insomma, sono il prodotto di un intricato processo di negoziazione tra
“attore” e “pubblico” in cui è difficile capire chi sia chi; e riguardano, al
loro apice di potenza e plasticità, un uomo vivente e vitale.

CAPITOLI 12 E 13: IL SECONDO OTTOCENTO E LA SOCIETÀ BORGHESE


1. Francesco Traniello, La visione economico-sociale della Chiesa e l’enciclica Rerum
Novarum (1891)
 L’enciclica di Leone XIII sulla “questione operaia” è un fatto storico fondamentale,
in quanto essa fonda la “dottrina sociale” della Chiesa e divenne punto di riferimento
per il sindacalismo e la politica cattoliche.
 Nonostante questo, va notato che lo spirito e il senso dell’enciclica stanno
soprattutto nel suo richiamo al primato dei beni spirituali su quelli materiali: le
discussioni interpretative riguardano piuttosto la possibilità di costruire una
dottrina sociale su una base religiosa ed escatologica.
 L’enciclica “finiva per assumere l’aspetto di una piattaforma generale sulla
quale quasi tutte le punte più oltranziste ma anche quelle più innovatrici del
movimento cattolico risultavano smussate”. Rispetto alla bozza originale del
gesuita e teologo Matteo Liberatore, in effetti, il testo magisteriale presenta un
tono molto meno pratico e pragmatico, nonostante certe precise indicazioni (“è
che il quantitativo della mercede non sia inferiore al sostentamento
dell’operario, frugale, s’intente, e ben costumato”; si approva il formarsi
ovunque di “associazioni siffatte [=come le antiche corporazioni], sia di soli
operai, si a miste di operai e padroni”).

2. Vittorio Marchis, La cultura tecnica nella Seconda rivoluzione industriale


 Nell’Ottocento, soprattutto a seguito dell’apertura delle prime scuole di ingegneria, la

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letteratura tecnica cresce a dismisura: intorno alla figura dell’operaio e al problema
della profitto nascono la meccanica, la fisica industriale (oggi diremmo
“ingegneria”), l’economia politica e quella commerciale, l’igiene, l’amministrazione
(gli studi di diritto civile dei regolamenti e le osservanze che crescono a dismisura
per il gestore di un’azienda).
 Non solo la scienza teorica diventa più avanzata (perchè si possa calcolare con
preisione la resistenza meccanica di un materiale, il ruolo dell’attrito, insomma i
parametri fisici difficilmente misurabili ma fondamentali per l’industria); anche
la terminologia, come già a inizio Settecento, si vede notevolmente espansa.
 In Italia è proprio nell’uso terminologico che si rintraccia il passaggio da
una società agricola a un nuovo mondo industriale: dall’Enciclopedia
chimica scientifica e industriale, ossia colle applicazioni all’agricoltura e
industrie agronomiche del 1868-78 si arriva all’Enciclopedia delle arti e
delle industrie del 1878-98 (entrambe pubblicate a Torino da due editori
diversi).

3. Rondo Cameron, Il libero scambio in Europa tra 1850 e 1870


 Un momento fondamentale verso il libero scambio fu il trattato Cobde-Chevalier del
1860. Stipulato dopo l’alleanza di Inghilterra e Francia nella guerra di Crimea, esso
dava sfogo alle tendenze liberiste francesi tradizionalmente soffocate dallo Stato
protezionista e porta il nome di due economisti, tra loro amici. Col trattato, la Gran
Bretagna si impegnava ad eliminare tutti i dazi (facevano eccezione per motivi fiscali
quelli su vino e brandy, prodotti di lusso per gli inglesi di allora); la Francia, invece,
abbassò i dazi a un massimo del 30% e revocò l’embargo sui tessuti inglesi,
giungendo così a una forma più moderata di protezionismo.
 Fondamentale era la clausola della “nazione favorita”: se una delle due nazioni
fosse stata favorita da una terza, tale beneficio avrebbe dovuto trasmettersi
indirettamente anche sull’altra. Questa clausola ebbe molta fortuna in tutti gli
accordi liberoscambisti dell’Europa di fine Ottocento: il continente si ritrovò in
un circolo virtuoso di trattati e “nazioni favorite” che creò quanto di più vicino ci
sarebbe stato al libero scambio delle merci fino al secondo dopoguerra.
 I trattati favorivano anche l’efficacia tecnica e la produttività: in un regime
che abbandonava progressivamente il protezionismo era necessario
modernizzarsi per non fallire nel mercato internazionale.

4. Madeleine Rebérioux, La Francia della Terza repubblica e il repubblicanesimo


 “La repubblica in Francia non è soltanto un regime, un complesso di istituzioni: è, in
pari tempo, soprattutto una tradizione di lotta, un oggetto d’amore, un tema
inesauribile di riflessioni e infine uno sviluppo di sentimenti di appartenenza,
diversificati e insieme unificati per un tempo abbastanza lungo.”
 La Terza repubblica si pone al culmine di questo processo d’innamoramento
dopo decenni di tira e molla. La Repubblica è rappresentata come una donna che
si vuole amare, come dice una canzone popolare del centro della Francia. Se le
autorità ne rappresentano gli aspetti positivi e opulenti (con le spighe di grano e
serti di foglie), i radicali e i popolari si riconoscono di più nella Repubblica col
berretto frigio che calpesta catene e gigli monarchici.
 Il motivo del lungo successo della Terza repubblica sta nella sua capacità, soprattutto
durante i primi anni, di mostrarsi come condizione per uno sviluppo senza limiti nel
solco della legalità.
 Emblematico il caso dell’istruzione, che mostra come il governo repubblicano
riuscisse ad unire vari aspetti della società: non si vietava l’istruzione privata,
ma si riconosceva che un’educazione elementare dovesse essere obbligatoria per

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permettere ai cittadini di ogni classe di esercitare efficacemente i propri diritti, e
in quanto tale doveva essere un onere economico dello Stato.

5. Arnaldo Testi, L’appello alla nazione nel Proclama di Lincoln


 Quando nel 1863 emette il Proclama che abolisce la schiavitù, Lincoln è in una
situazione molto difficile: a lungo aveva taciuto sul tema per paura di inimicarsi gli
schavisti ancora nell’Unione, nè voleva ostacolare un eventuale rientro dei
secessionisti. Aveva dunque incoraggiato i singoli Stati ad agire a riguardo, per
esempio concedendo indennizzi a chi liberasse i propri schiavi.
 Quando dal Congresso giungono pressioni per riforme più radicali, Lincoln
risponde:
“Il mio oggetto fondamentale in questa lotta è quello di salvare l'Unione, e non
è né per salvare né per distruggere la schiavitù. Se potessi salvare l'Unione
senza dover liberare gli schiavi lo farei e se potessi salvarla liberando tutti gli
schiavi lo farei lo stesso; se poi potessi salvarla liberandone solo alcuni e
lasciando gli altri in una condizione di schiavitù, lo farei anche.”
Aggiunge poi che questo è il suo desiderio in quanto presidente, e ciò non
interferisce con il suo desiderio personale che tutti gli uomini fossero liberi, che
lo stava appunto portando a un’emancipazione parziale e progressiva.
 Con il Proclama, Lincoln risolve la questione in favore della guerra: la schiavitù
veniva abolita solo nei territori dove la popolazione fosse in aperta ribellione con gli
Stati Uniti. Esso non solo conquistò l’opinione pubblica antischiavista europea, ma
fece anche svanire ogni possibilità di iterventi europei a fianco della Federazione, tra
l’altro migliorando i rapporti con l’Inghilterra (che pure aveva venduto delle navi ai
sudisti).
 Col Proclama la guerra si tinse di ideologico, tra sistemi sociali: se già alcuni
schiavi erano fuggiti dai padroni per arruolarsi, ora le fila dei fuggitivi si
ingrossano.

6. David K. Fieldhouse, Le contraddizioni interne all’imperialismo


 Gli Stati europei non avevano conquistato colonie con l’obiettivo di governarvi in
maniera definitiva [a partire dal ‘500]; tale governo, inoltre, di rado serviva agli Stati
per conseguire i propri obiettivi primari, quando non era incompatibile con essi. Ne
derivano così due contraddizioni interne:
 La prima contraddizione è tra gli scopi iniziali del possedimento coloniale e i
successivi metodi di colonizzazione. All’interesse per le risorse o per le
comunità europee di un territorio corrispondeva un impegno emotivo,
economico, politico prosciugante.
 La seconda contraddizione è fra la natura del colonialismo e la volontà dei
colonizzati di accettarlo. Se l’imposizione del nuovo governo poteva significare
poco per delle unità che non si erano ancora costituite in Stati nazionali,
condizione perchè questo accadesse era che non si interferisse radicalmente nei
valori e le istituzioni locali: i colonialisti, invece, trattarono i governati come
fossero europei, e anzi accorciarono la distanza tra colonizzatori e colonizzati.
 Queste due contraddizioni porteranno alla fine spontanea del colonialismo: quando il
peso delle colonie sarà diventato ormai intollerabile, sarà passato abbastanza tempo
perchè nelle colonie si fossero formati almeno dei piccoli gruppi di individui con una
coscienza nazionale di forma europea.

7. Daniel R. Headrick, I progressi della “medicina coloniale”


 Il colonialismo portò molti buoni risultati alla medicina e all’epidemiologia, in
quanto la spinta degli europei all’esplorazione e alla conquista inevitabilmente si

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scontrava con l’ostacolo delle malattie come il colera, il vaiolo, il tifo, la malaria.
 Emblematico il caso del chinino, utilizzato già dagli indios contro la malaria e
importato in Europa dal 1640: solo con l’invasione francese in Algeria iniziò
l’interesse per questo terapeutico, e anche l’interesse delle autorità inglesi ed
olandesi nei suoi confronti aveva moventi coloniali.
 D’altro canto è bene precisare che “la sanità pubblica, come le altre tecnologie, era
un bene con un valore economico, peraltro costoso, e al pari di tutti i beni costosi non
era pensata per il benessere dell’umanità bensì per il benessere di alcuni esseri
umani”.
 La politica per interventi massivi era spesso di isolare gli europei o gli americani
nei loro quartieri e circoscrivere ad essi il trattamento, ignorando completamente
le aree abitate dai locali. Intanto, in molti luoghi dove migliorava la salute dei
bianchi, quella degli autoctoni peggiorava, a causa delle malattie portate da
soldati, mercanti e altre figure in viaggio tra Europa (o America) e colonie.

CAPITOLO 14: DA CONTADINI A ITALIANI. LA MONARCHIA FINO AL 1900


1. Carlo Maria Cipolla, La situazione economica italiana dopo l’Unità
 Se è vero che l’Italia si sviluppò meno rapidamente di potenze come la Danimarca o
la Germania, e che con politiche più accorte avrebbe potuto ammodernarsi più
rapidamente, è pur vero che la politica postunitaria riuscì finalmente a porre la
nazione sui binari dell’industrializzazione: il bilancio non può dunque essere che
positivo.
 Un confronto delle attività di esportazione dal 1861 al 1914 evidenzia come
l’Italia, immessasi nei mercati grazie a prodotti di natura più agricola che
industriale (filo di seta, olio, canapa, zolfo, marmo), finisce per esportare i
prodotti che prima comprava.
 D’altro canto è evidente che la crescita italiana fosse segnata dalla disparità
geografica e da limiti sostanziali che lasciavano l’Italia nella condizione di “parente
povero dei Paesi ricchi”: lo dimostra il fenomeno dell’emigrazione, non per formare i
quadri dirigenti di nuovi Paesi (come era per l’Inghilterra), ma per svolgere i lavori
più umili in condizioni dure e precarie.

2. Rosario Romeo, Gli effetti positivi della politica economica della Destra
 Il carattere autoritario dell’instaurazione della Destra nel Mezzogiorno, pur tanto
criticato, fu in realtà condizione necessaria per quel poco di sviluppo che ci fu nel
Meridione; la Destra, più in generale, si ritrovò davanti a disavanzi e debiti pubblici
di dimensioni davvero pericolose, ma proseguendo sulla linea cavouriana riuscì a
finanziare una politica estesa di opere pubbliche e di cooperazione con il grande
capitale straniero.
 Il liberoscambismo della Destra permise l’Italia a superare la sua fase iniziale,
resa tanto più critica dalla generale espansione dei commerci fino al 1874 e la
successiva crisi agraria. Gli effetti di queste politiche sul Mezzogiorno vanno
quindi riconsiderati anche alla luce della situazione generale e, soprattutto, dello
stato in cui le Regioni del Sud versavano all’indomani dell’unificazione.
 Del resto, in generale i liberisti avevano sottovalutato ovunque la portata in
termini di aumento delle disparità delle politiche che proponevano.

3. Giovanni Spadolini, Il ruolo sociale dei cattolici e dell’Azione cattolica


 L’Azione cattolica nasce dallo sforzo di “proselitismo” di Papa Pio IX che,
nell’ambito della questione romana, cercava innanzitutto di sottrarre la mentalità

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popolare all’appoggio dello Stato per garantirsi il monopolio delle menti. Si trattava
a tutti gli effetti di una crociata, in cui la Chiesa voleva sostituirsi allo Stato in quelle
occasioni sociali, educative, assistenziali che avevano sempre assicurato il suo
dominio, e che ora ricadevano sotto la rivendicazione della “libertà della Chiesa”.
 Il Partito popolare erediterà proprio questo senso di scissione e quasi di
revanscismo che il papa promuoveva tramite il Non expedit.

4. Lucio Villari, La politica estera di Crispi


 “Francesco Crispi aveva una intenzione e sentimenti diversi da quelli di Depretis.
Riteneva che l’Italia avrebbe dovuto svolgere una politica estera più energica e
combattiva e che, quanto più il governo si fosse rivelato forte e determinato, tanto più
avrebbe avuto ragione nei contrasti internazionali e nei conflitti politici e sociali
interni”.
 Depretis aveva dichiarato, al congresso di Berlino del 1878, di voler mantenere
le “mani pulite” e di non voler entrare in questo indecoroso commercio di
uomini e terre; Crispi, invece, non voleva che l’Italia restasse ai margini del
concerto internazionale e per questo lanciò la nazione in imprese militari dal
forte impatto sulla politica interna e sull’opinione pubblica.
 L’impresa coloniale si inseriva oltretutto in un momento molto delicato
della storia d’Italia: il governo, per favorire in ogni modo
l’industrializzazione, aveva trascurato i problemi delle classi lavoratrici e la
“questione sociale”; sono gli anni in cui il protezionismo causa la crisi
agricola e il disagio sociale continua a crescere in tutta la nazione.

5. Gian Paolo Calchi Novati, Il colonialismo e la passione per l’Africa


 Gli eventi di Eritrea e Somalia appassionarono gli italiani, affascinati dai misteri
africani e fieri di ogni progresso compiuto. Quotidiani, periodici di viaggio e
d’esplorazione, saggistica divulgativa venivano venduti in numeri enormi che
testimoniano l’eccitazione generale: col tempo aumentò la cura di inculcare nei
lettori l’orgoglio nazionalista, con un mix di esotismo e ammirazione per le
“intrepide fatiche dei pionieri”, dotati di raro coraggio e brama intellettuale.
 Ricorrono vocaboli tipici (ebbrezza, incanto, maledizione, seduzione, sgomento,
solitudine, terrore) ed aggettivi per descrivere l’Africa (affascinante,
lussureggiante, misteriosa, nera, perfida, selvaggia, tenebrosa). “Nei casi
migliori troviamo felici note di colore e suggestivi climax che riproducono il
crescendo di sensazioni; ma in misura maggiore prevalgono stucchevoli
oleografie, prevedibili clichés e una superficiale presentazione del “diverso”.
 A poco a poco entrano in Italia le prime parole africane. Pascoli è tra i primi
ad usare in rima voci e toponimi esotici (divelta/l’hellelta,
ripara/d’Amhara,...)
 Le sconfitte di Dogali e Adua sono tanto più per questo dei duri contraccolpi, che
amplificano la voce dei tanti anticolonialisti impegnati a denunciare il mancato
rispetto dei popoli da parte dell’Italia postrisorgimentale e l’ “accademismo dei
monumenti”, della retorica dell’eroe martire, delle pubbliche cerimonie ad essa
relative.

6. Angelo del Boca, Adua: una vittoria per l’Africa


 Per gli Italiani fu terribile essere battuti da un popolo che avevano sempre
considerato barbaro, inetto, incapace di usare le moderne tecnologie; ma gi abissini,
che agirono senza l’aiuto tecnico di nessuno, sanno anche agire con moderazione e
lungimiranza dopo la vittoria per non guastare tale conquista.
 La notizia della vittoria si diffonde presto in Europa e in Africa: è finito ormai il

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tempo in cui un piccolo contingente con un paio di cannoni sbarcava e
conquistava intere regioni del continente.
 “È un avvenimento che per l’Africa sarà l’inizio di una nuova era”, si scrisse in
proposito sul Times: e davvero l’Etiopia con la sua vittoria riaccese un
nazionalismo africano che pareva ormai spento per sempre, “ha intaccato i
reticolati del più vasto campo di concentramento della terra”; diventa una
potenza da corteggiare, con missioni sanitarie, militari, politiche; attira
l’attenzione di tecnici, avventurieri, giornalisti, scrittori, commercianti che
“scoprono la strada dell’Etiopia, un paese libero da duemila anni e che tutti
avevano dimenticato”.

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