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SAGGIO INIZIALE – “E’ PIU’ FACILE PERDONARE UN NEMICO CHE UN AMICO”.

LA
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO, LA GIUSTA GIUSTIZIA, LA
GIURISPRUDENZA CONSOLIDATA, L’ORDINAMENTO ITALIANO.
1. UN TEMA TREMENDAMENTE COMPLESSO.
Il tema dei rapporti tra le corti nell’ordinamento europeo è uno dei più attuali.
Sostenere che i giudici statali temono che parte del proprio ruolo venga meno per via
dell’avanzata e dell’erompere della giurisprudenza sovranazionale è solo una scorciatoia
per evitare il problema.
Si consideri, solo per fare un esempio, il valore del precedente giurisprudenziale. Non è
pensabile che un giudice statale intenda limitare il valore giuridicamente vincolante di un
precedente giurisprudenziale europeo solo perché altrimenti diminuirebbe il proprio ruolo 
problema oltre a non essere questo, è più ampio: i primi a saperlo sono gli stessi giudici
italiani  la corte costituzionale, per imprimere un nuovo corso ai rapporti tra giudici italiani
e giurisprudenza della corte europea dei diritti l’uomo, in una sentenza del 2015 ha assunto
un approccio attendista, ritenendo che se i giudici di merito italiani si stanno sempre di più
adeguando al diritto vivente, consolidato, per quale motivo non immaginare che lo stesso
possa avvenire, per tutti i giudici italiani, nei confronti della corte di Strasburgo?
Indirettamente la cassazione e la corte costituzionale, riferendosi alla giurisprudenza
consolidata, hanno anche tentato di favorire la crescita di una cultura del precedente. È
inoltre evidente il peso dato dal giudice delle leggi alla buona riuscita della dottrina del
diritto vivente nel disinnescare i potenziali conflitti interpretativi tra i giudici.
In definitiva la premessa è che appare opportuno evitare banalizzazioni, poiché se davvero
i giudici fossero attenti unicamente a non perdere pezzetti del proprio potere avrebbero gli
strumenti utili per raggiungere questo scopo, i quali non so caso, non sono mai stati
seriamente utilizzati. Una volta entrati nell’ordinamento europeo considerato nel suo
complesso, non è possibile alzare barriere.
2. IL RAPPORTO TRA LE CORTI: UNA VERA E PROPRIA NEVER ENDING STORY
Un primo aspetto sul quale riflettere attiene alla possibilità di costruire un modello valido per
sempre dei rapporti tra le corti nell’ordinamento europeo, in particolare per quanto riguarda
il legame tra la Corte e i giudici statali, non solo quelli costituzionali.  bisogna prendere
atto dell’impossibilità di stabilire a priori quali debbano essere i migliori rapporti  il motivo
principale è che tutti i giudici sono esseri umani che assumono le proprie decisioni in un
determinato ambiente storico, politico, sociale, dal quale non possono non essere
influenzati  di conseguenza lo stare nel sistema da parte dei giudici dipende anche dal
loro immergersi in una determinata realtà dalla quale sono influenzati  non ci si riferisce
alla realtà politico-pratica (da questa i giudici dovrebbero stare distanti), ma dal contesto
politico più generale. Nella realtà infatti si sono alternati periodi di parziale chiusura, e di
apertura.
CASO ITALIANO:
prima del 2007  chiusura, “ognuno il suo orticello”
2007  sentenza corte costituzionale, apertura totale: i giudici italiani devono prestare fede
alla giurisprudenza sovranazionale, e applicarla in toto.
2009  nuova chiusura, la corte afferma che i giudici italiani devono adeguarsi alla
sostanza della giurisprudenza di Strasburgo.
2015  chiusura, sentenza n. 49  i giudici italiani devono rispettare la giurisprudenza di
Strasburgo solo in determinati casi, vale a dire quando si tratta di giurisprudenza
consolidata, indicando taluni indici.
Dimostrazione che i rapporti sono in continuo divenire, anche semplici dichiarazioni
pubbliche di entità di spessore della politica europea, pubbliche prese di posizione anche
informali, possono influenzare i giudici.
3. LA CORTE DI STRASBURGO: QUALCHE CONSIDERAZIONE GENERALE.
La Corte di Strasburgo, dall’istituzione (1959) ad oggi, con la sua giurisprudenza ha
contribuito a rendere più democratici gli Stati membri del Consiglio d’Europa. Ha
sicuramente concorso a un innalzamento della garanzia diritti umani nel contesto europeo.
Ha aiutato la giusta giustizia a trovare maggiore spazio concreto  Giusta giustizia
significa che se la Corte avesse deciso diversamente non sarebbe nato uno scandalo. È
qualche cosa di più della giustizia, ma che molto ha contato e conta per il progresso più
umano e in definitiva più democratico degli ordinamenti.
Sicuramente la corte è andata oltre agli scopi originari dei redattori della Convenzione. Si
consideri l’articolo 3 della convenzione, che vieta la tortura e le pene e i trattamenti inumani
e degradanti  se si leggono i lavori preparatori, si volevano sostanzialmente vietare
punizioni corporali nei confronti dei detenuti, si fece sentire l’esperienza del nazismo 
oggi siamo andati molto più avanti, e la corte, utilizzando anche il concetto di “passe-
partout” della dignità umana, ha sanzionato per fare un esempio, un poliziotto che si era
fatto scappare uno schiaffetto ad un ragazzino.
Si vuole evidenziare che la Corte di S. ha radicalmente ampliato il raggio dei propri
interventi. Lo sviluppo del nostro ordinamento in senso più democratico, in materia di diritti
più umano, si deve non solo ma certamente anche all’attivismo del giudice costituzionale,
che spesso ha aperto la strada al legislatore e in diverse occasioni ha tolto dalla
circolazione disposizioni legislative irragionevoli, limitative senza alcun senso di diritti
costituzionali.
La corte di S. ha fatto crollare interi edifici non più in regola con le prescrizioni che devono
essere rispettate in un sistema che voglia essere più umano e democratico. È riuscita a
propiziare modifiche costituzionali, a stimolare cambiamenti legislativi, a modificare
comportamenti e prassi, per non dire di quanto sia riuscita ad influire nella giurisprudenza e
prima ancora nel diverso modo di pensare dei giudici statali. Inoltre, beneficio indiretto per
coloro che si ritenevano vittime di una violazione di un loro diritto.
4. PER CHI LAVORA LA CORTE?
La corte di S. è il giudice che vigila sul rispetto della Convenzione, sottoscritta e ratificata
da tutti i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Ebbene, dal 1959 al 2014, il 50% delle
sentenze ha riguardato 5 stati. È quindi un dato oggettivo: la corte lavora de facto per pochi
Stati.
La questione dei rapporti tra questa corte e i giudici degli stati membri del consiglio
d’Europa non può non tenerne conto  più la corte di S. si rivolge a un determinato stato,
più questo dovrà affrontare il problema dei suoi rapporti con quella corte.
Questo non vuole dire che le sentenze di S. vincolano l’Italia solo nel caso in cui riguardano
espressamente il nostro paese  se così fosse tanto varrebbe eliminare l’aggettivo
europea dalla denominazione ufficiale della corte.
5. COME LAVORA?
Potremmo dire che assomigli a un giudice costituzionale, nel senso che utilizza taluni
strumenti che le corti costituzionali hanno utilizzato e continuano a utilizzare.
Come la corte costituzionale italiana, anche la corte di S. adopera un fortissimo potere di
selezione: più di nove ricorsi su dieci non passano il vaglio di ammissibilità.
Il giudice delle leggi italiano impone ai giudici di sollevare la questione di costituzionalità
solo se non è possibile interpretare quella legge in senso conforme alla costituzione. La
corte di S. non utilizza strumenti così eleganti, il contrario.
Le decisioni di irricevibilità o inammissibilità sono quasi sempre e quasi tutte composte di
poche righe e senza alcuna motivazione  è semplicemente una lettera riservata inviata
per posta al diretto interessato, al ricorrente. Questo pone diversi problemi.
In primo luogo, le decisioni di irricevibilità/inammissibilità non sono appellabili. Se si
considera che per ricorrere a Strasburgo è necessario di norma aver esaurito i ricorsi
interni, la conclusione è una: le decisioni di irricevibilità/inammissibilità chiudono la partita.
In effetti, l’assenza di motivazione fa logicamente venir meno la possibilità di far ricorso. È
ammissibile che non contengano un briciolo di motivazione? Dovrebbero essere almeno
succintamente motivate.
In secondo luogo, le decisioni di irricevibilità/inammissibilità non possono contenere né
opinioni concorrenti né dissenzienti. Uno strumento, quelle delle opinioni separate, di
straordinario valore per un giudice sovranazionale, poiché permette agli stati e al ricorrente
di comprendere appieno il ragionamento più complessivo della corte. Proprio perché si
tratta di un giudice sovranazionale, le cui decisioni si rivolgono ad una platea
particolarmente rilevante (gli stati) e potenzialmente indeterminata (ogni singolo essere
umano), la regola della presunta unanimità non appare affatto ragionevole.  quali
strumenti potrebbero essere utilizzati, se non le opinioni separate, per colmare questo gap?

il giudice di S., se vuole aumentare la persuasività delle proprie decisioni non può essere
privato della possibilità di stendere decisioni separate, le quali permettono di contenere il
discorso entro termini giuridici, e questa è una forma di auctoritas presunta (ed è la peggior
forma).
In terzo luogo, non esiste ancora alcun database nel quale i giudici statali, gli avvocati, gli
studiosi, possono svolgere compiute e approfondite ricerche sulle decisioni di irricevibilità e
inammissibilità  come è possibile conoscere la giurisprudenza della corte di S. in materia
di irricevibilità e inammissibilità se non esiste alcuna fonte ufficiale di cognizione delle sue
decisioni?
Anche nel raro caso in cui la corte emetta decisioni di irricevibilità/inamm. Con ampie
argomentazioni, se ne viene a conoscenza solo per caso.
Sarebbe fondamentale, soprattutto per giudici e avvocati, se la corte ha già dichiarato
inammissibile/irricevibile uno o più ricorsi riguardanti un caso simile.  probabile effetto
indiretto di una diminuzione non indifferente dei ricorsi a S, e anche rendere consapevole il
ricorrente delle reali probabilità che la sua lamentela possa varcare la soglia di
ammissibilità.
La necessità di porre rimedio a questa mancanza è di fondamentale importanza poiché
sono proprio le motivazioni delle decisioni che possono incrementare la fiducia dei cittadini
nel sistema giustizia in generale e in particolare in quello d’avanguardia della corte europea
dei diritti dell’uomo.
6. LA CORTE AL COSPETTO DELLA SUA CONVENZIONE
Se la corte non cambia qualche cosa nel proprio modo di lavorare rischia di violare, essa
stessa e per prima, alcuni articoli della Convenzione che chiede agli Stati di rispettare.
Non si tratta solo di credibilità, ma è anche una questione giuridica. Proprio uno dei giudici,
in una severissima e comprensibilissima opinione concorrente, ha letteralmente messo in
guardia i propri colleghi sostenendo che la giustizia non può essere sacrificata sull’altare
dell’efficacia e che, se si continua di questo passo, non sarà più possibile difendere la
credibilità della corte europea dei diritti dell’uomo.
7. LA CORTE E IL SUO EQUO PROCESSO
Per dimostrare che non si tratta unicamente di un problema di credibilità, approfondiamo
quali sono gli articoli della convenzione che la corte di S. sembra obiettivamente non
rispettare appieno, che apparentemente sembra violare.
Non si può che iniziare dall’equo processo, quindi dall’articolo 6 della convenzione. Se la
sbrigatività delle decisioni di inammissibilità fosse irrinunciabile al fine di garantire un
minimo di celerità nella risoluzione dei casi? La decisione circa l’ammissibilità non giunge
mai prima dei tre anni, in caso di esito positivo, prima della decisione sulla violazione o non
violazione da parte della Sezione trascorre almeno un anno, al quale aggiungere almeno
un altro anno in caso di referral alla grande camera.  con la massima generosità, almeno
un totale di 5 anni, i quali più della metà solo per sapere della ricevibilità. Da solo, il tempo
necessario per arrivare alla decisione sull’ammissibilità copre quasi la metà dell’arco
temporale trascorso il quale la legge Pinto (in Italia) assegna il risarcimento per la
irragionevole durata del processo. ù
Il problema non riguarda unicamente la durata dei procedimenti. Il metodo di lavoro della
corte di S., necessità ulteriori ripensamenti  si consideri l’impossibilità dei detenuti di
presenziare alle udienze  la corte per essere coerente dovrebbe garantire la presenza
fisica (o almeno in videoconferenza) di tutti i ricorrenti che si trovano in condizioni di
restrizione della libertà.
La dubbia compatibilità del metodo di lavoro della corte con l’art. 6 della convenzione,
genera inoltre un problema ancora più grave  il singolo ricorrente, che senza motivazioni
è informato che il suo ricorso è inammissibile/irricevibile, sarà sfiorato dall’idea che si tratta
di una decisione arbitraria
8. LA CORTE E LA PREVEDIBILITA’ DELLE SUE DECISIONI
Se è vero che il 40% delle violazioni riscontrate dalla corte riguarda l’art. 6, è altresì vero
che quasi il 20% delle violazioni riguarda gli artt. 3 e 5 della Conv, il campo di applicazione
è prevalentemente quello penale.
Dal punto di vista di S, la legalità è violata quando non vi è prevedibilità della sanzione. Che
siano previste nelle leggi o nella giurisprudenza non importa, è necessario che le sanzioni e
quindi anche le decisioni di un giudice siano prevedibili.  si può parlare di prevedibilità di
un sistema come quello di S. che nemmeno permette di conoscere quante e quali decisioni
di inammissibilità/irricevibilità sono state adottate in precedenza in casi simili a quello che
un ricorrente ha intenzione di portare dinanzi alla Corte?
Il rischio è che la corte assuma le sembianze di un “non giudice” e questo perché è proprio
l’obbligo di motivazione anche delle decisioni che distingue un giudice da un decisore
politico.
9. LA CORTE E LA SUA GIURISPRUDENZA CONSOLIDATA
Anche se non esiste una fonte di cognizione del tipo delle gazzette ufficiali, esiste un
database nel quale è possibile ricercare tutte le decisioni, delle Sezioni e della Grande
camera, di violazione e non violazione della Convenzione. Risolto il problema della
cognizione, cosa dire rispetto a quello della prevedibilità?  tematica che conduce
inevitabilmente alla questione della giurisprudenza consolidata, l’unica ad oggi che per la
corte Costituzionale italiana vincola i giudici italiani.  appare opportuno discutere di
giurisprudenza consolidata in riferimento alla corte di S? nessuno potrà mai ritenere che un
caso abbia in partenza una soluzione definita.
Ai sensi della Convenzione, è sufficiente, per poter adire la corte, una apparente violazione
dei diritti e delle libertà garantite nel testo convenzionale, ovviamente per come interpretato
dalla giurisprudenza della corte. Non serve che la apparente violazione sia manifesta.
Utilizzando il medesimo concetto si dovrebbe essere in grado, di prospettare una apparente
violazione o meno della Convenzione.
Se la corte costituzionale dice ai giudici che devono interpretare una legge italiana in
conformità alla giurisprudenza consolidata di S, il minimo che si dovrebbe poter accertare è
l’esistenza di siffatta giurisprudenza consolidata.  si torna alla stessa domanda, esiste?
 è necessario approfondire le seguenti questioni.
9.1 UN GIUDIZIO CONCRETO O ASTRATTO?
Primo. La corte di S. è sicuramente un giudice del caso concreto. Situazioni a prima vista
simili, svelano differenze di fondamentale spessore. Il giudice effettua ragionamenti che
non sarebbero comprensibili se non rifacendosi alla concretezza di ciascun singolo caso.
Si può dunque sostenere che la concretezza del giudizio della corte è un ostacolo alla
possibilità che si formi e che si rispetti una determinata giurisprudenza consolidata, ma è
anche vero che quando vuole comunicare agli Stati un previso messaggio o vuole
confermare un precedente giudizio che lo Stato in questione continua a non implementare,
la corte smette gli abiti della concretezza per indossare quelli dell’astrattezza.
9.2 L’ASSENZA DELLA INCONVENZIONALITA’
In secondo luogo, ulteriore questione in merito alla problematica della giurisprudenza
consolidata di S.  il difficile cammino verso il consolidamento non vi è dubbio che dipende
anche dal fatto che la corte di S. non dispone della possibilità di dichiarare incostituzionale
una legge  non può cancellare dall’ordinamento una legge.  in che modo questo incide
sulla questione della giurisprudenza consolidata?  la corte di S. è costretta, per ottenere il
massimo risultato, anche in termini di consolidamento, ad utilizzare strumenti si importanti,
ma spuntati:
- Risarcimenti in termini monetari  non è uno strumento raffinatissimo ma possiamo
sostenere che uno Stato pur di non dover pagare ingenti risarcimenti, preferisce
adeguarsi alla giurisprudenza di S.  la realtà quindi è che S. può accordare
risarcimenti per il soddisfacimento del ricorrente ma anche per consolidare un
proprio orientamento.
Se poi il tutto avviene utilizzando una sentenza pilota, la possibilità di
consolidamento si accresce  prese quando la violazione della convenzione è
strutturale, hanno tra i propri scopi anche quello di concedere tempo agli stati per
adeguarsi, e allo stesso ricorrendo ad un risarcimento di non lieve entità, rafforza la
pretesa di fungere da guida, di stabilizzarsi nel futuro.
- Ruolo del comitato dei ministri del consiglio d’Europa  ha il compito di vigilare
sull’attuazione delle sentenze della Corte. Problema di questo strumento: è un
organo politico, le cui relazioni sull’attuazione delle sentenze della corte, non sempre
riescono a distogliere dall’impressione che la politica abbia fatto il suo corso. Le
relazioni del comitato spesso sono troppo caute, e questo perché si mischiano con
preoccupazioni di natura politica.

9.3 I RAPPORTI CON GLI STATI


In terzo luogo, contribuisce alla difficoltà del consolidamento, il fatto che non è sempre
facile descrivere le decisioni di S. come ragionevoli, persuasive.
Come si misura l’autorevolezza di una sentenza? Attiene al suo immergersi nella realtà che
la circonda, al suo essere in grado di decidere tenendo in considerazione i diversi interessi
in gioco, dalla sua capacità di essere lungimirante  non disponendo della declaratoria di
inconvenzionalità, la corte di S. sa bene che per aumentare le possibilità che gli stati
seguano le proprie pronunce, queste devono essere il più possibile persuasive. Per esserlo
hanno bisogno di confrontarsi anche con elementi extra giuridici, che attengono al contesto
generale nel quale la Corte è chiamata ad operare  da qui nasce l’imprevedibilità, che
non aiuta il consolidamento.
N.B.!!!! LEGGI IL PARAGRAFO 10, SONO LE ULTIME 4 PAGINE.
1. BLJAKAJ E ALTRI V. CROAZIA – L’obbligo statale di proteggere gli avvocati.
Il caso Bljakaj riguarda l’omicidio, commesso da una persona presumibilmente disturbata
mentalmente, di un avvocato durante lo svolgimento della sua attività professionale. Caso
che solleva due principali questioni, che riguardano la specificità della vittima e del reo.
1. Quale protezione dovrebbe essere garantita dallo Stato contro gli atti di un individuo
mentalmente disturbato?
2. Quale protezione avrebbe dovuto garantire lo stato contro il possibile uso di violenza
verso l’avvocato nello svolgimento delle sue mansioni?
Il giudice Pinto è d’accordo per quanto concerne la constatazione di una violazione dell’art.
2 (diritto alla vita), derivante dal fatto che le autorità statali non hanno adottato tutte le
misure al fine di proteggere la defunta. Tuttavia, crede che i ricorrenti non disponessero di
rimedi effettivi per invocare la violazione dell’art. 2 e pertanto vi è stata violazione anche
dell’art. 13 (diritto a un ricorso effettivo)
- L’obbligo di protezione dello Stato contro atti di violenza da parte di persone
mentalmente disturbate
Le potenziali vittime di A.N. erano sé stesso, sua moglie, i suoi famigliari e la collettività.
A.N. aveva ripetutamente minacciato di uccidersi. Questa minaccia di suicidio, peraltro
conosciuta alle istituzioni, è da sola sufficiente a far sorgere nei confronti dello Stato
l’obbligo positivo di prevenire il danno alla vita e all’integrità fisica della persona, in virtù
degli artt. 2 e 3 della convenzione. Nell’ordinamento dello stato resistente, tale obbligo è
previsto dalla legge sulla protezione delle persone con disturbi mentali.
Gli ufficiali di polizia hanno ignorato il loro obbligo positivo di proteggere la vita di A.N.
contro atti di autolesionismo. Lo hanno solamente rassicurato e se ne sono andati,
nonostante il suo chiaro avvertimento.
Inoltre A.N. rappresentava un pericolo concreto ed attuale, se non imminente, per alcune
specifiche persone, ovvero moglie e figli, che in passato erano stati ripetutamente molestati
e picchiati e minacciati  esisteva un’alta probabilità che egli potesse ripetere gli stessi
reati  pericolo che doveva suggerire una particolare attenzione agli ufficiali coinvolti,
considerato anche che proprio da questo rischio sorge l’obbligo positivo per lo stato di
proteggere la vita e l’integrità fisica e psichica della moglie e dei famigliari.
Nel momento in cui lo Stato è o dovrebbe essere al corrente che parte dei suoi cittadini, è
soggetta a ripetute violenze e fallisce nella prevenzione del danno, lo Stato stesso può
essere ritenuto responsabile per omissione delle violazioni dei diritti umani che ne derivano.
Non avendo preso alcuna misura precauzionale, gli ufficiali di polizia hanno reso lo Stato
responsabile per il prevedibile danno che A.N. avrebbe potuto cagionare alla moglie e ai
figli.
La minaccia, da parte di un individuo mentalmente disturbato, di provocare un danno a
terze persone, è sufficiente a far sorgere in virtù degli artt. 2 e 3 della Conv., l’obbligo
positivo di prevenite il danno.
- L’obbligo dello stato di proteggere gli avvocati dagli episodi di violenza che
potrebbero derivare dalla loro attività professionale
Una ricerca scientifica indica che diversi professionisti operanti nel campo del diritto
fronteggiano un rischio di violenza e minacce, derivante dall’attività lavorativa, più alto della
media (soprattutto avvocati).
Il presente caso, è un esempio di violenza contro un avvocato, colpito nel suo studio e per
motivi professionali. La maggioranza purtroppo non ha voluto prendere in considerazione
questo aspetto del caso.
Avvocati, giudici, e altri impiegati giudiziari, svolgono tutti una funzione pubblica, dal
momento che collaborano all’amministrazione della giustizia. Ogni aggressione rivolta a
loro, dovrebbe essere valutata al pari di un attacco contro l’intero apparato pubblico della
giustizia. Un idoneo sistema di amministrazione della giustizia, che si premura di garantire
l’indipendenza degli avvocati, è doveroso ai fini del mantenimento dello stato di diritto.
Lo stato è inoltre chiamato non solo a punire ma anche a prevenire queste condotte,
proprio per tutelare lo stato di diritto, i diritti ad un equo processo e l’accesso alla giustizia,
come previsti dall’art. 6 della Conv., oltre naturalmente al diritto della vita e all’integrità fisica
degli avvocati.
- La mancanza di un effettivo rimedio interno
La maggioranza ha accettato le argomentazioni del governo sulla effettività dei rimedi
interni. Il Giudice Pinto invece si discosta da questa conclusione. In prima luogo non
comprende la noncuranza delle autorità responsabili delle sanzioni disciplinari, che hanno
punito gli ufficiali di polizia troppo lievemente. Ancora meno comprensibile la scelta di
assolvere uno degli agenti per l’assenza di prove che dimostrassero l’intenzionale
falsificazione del rapporto di polizia.
In terzo luogo, l’indagine penale è ricca di gravi errori di valutazione che non possono non
essere menzionati. La dichiarazione del procuratore municipale è chiaramente sbagliata,
poiché considera che gli agenti non avevano motivo di considerare AN una persona
mentalmente disturbata, ma tutte le prove dimostrano il contrario. Qualunque diligente
ufficiale di polizia avrebbe potuto e dovuto trattarlo come una persona pericolosa
mentalmente disturbata, alla luce dell’obbligo derivante dal Police act e dalla legge sulla
protezione delle persone con disturbi mentali. Il non aver agito conformemente costituisce
una condotta illecita da parte di un agente dello Stato e comporta la responsabilità dello
stato come previsto dall’art. 13 della legge sull’amministrazione dello stato, oltre alla
responsabilità personale penale e disciplinare dello stesso agente.
In quarto luogo le corti civili hanno commesso il medesimo basilare errore del procuratore
(hanno considerato AN come apparentemente normale)
Infine, ai ricorrenti è stato ordinato di pagare 80.700 kune per costi e spese. Cifra
chiaramente punitiva, tesa a far tacere i ricorrenti ed a evitare che percorressero gli ulteriori
ricorsi ammessi dalla legge statale.  inammissibile punire i ricorrenti per aver avviato le
procedure previste dalla legge  tutto ciò lascia seri dubbi sulla buona volontà dello stato
di portare avanti un’indagine appropriata, di punire i responsabili e rimediare al danno
causato  non si può concludere che i ricorrenti abbiano avuto a disposizione dei rimedi
effettivi. Non è stata resa loro giustizia.
- Conclusione
l’omicidio dell’avvocato avrebbe potuto essere evitato e lo stato resistente è responsabile
per non aver fatto tutto ciò che era in suo potere per prevenirlo. Visto da una prospettiva più
ampia, questo comporta la necessità di sviluppare ulteriormente la teoria degli obblighi
positivi dello stato sia rispetto alle persone violente mentalmente disturbate sia con riguardo
agli avvocati vittime di violenza nello svolgimento della propria professione.

2. TRE’VALEC V. BELGIO - La legittima difesa putativa


- Opinione concorrente del giudice Pinto
Il caso Trèvalec è un classico esempio di legittima difesa putativa, vale a dire di
percezione errata e colpevole delle circostanze di fatto. Si caratterizza per l’assenza di
aggressione reale ed imminente: l’autore degli atti incriminati, interpretando erroneamente
l’esistenza di un pericolo, crede di essere oggetto di un’aggressione.
Secondo il diritto belga, qualora l’agente creda erroneamente nell’esistenza di
un’aggressione, il suo errore può avere natura colposa o non colposa. Nel caso di errore
non colposo, non è responsabile di alcun reato. Se invece l’errore è colposo, non può
essere considerato responsabile di reati che implicano il dolo, ma solo di quelli commessi
con negligenza.
Siffatto approccio valevole per la legislazione belga, in effetti, è simile a impostazioni
adottate in diversi Stati Europei.
I criteri definiti nel diritto belga sono compatibili con l’art.2 della Convenzione. Nei casi di
legittima difesa putativa di sé stessi o di altri, la Corte ricorre ad un criterio di valutazione
dell’azione difensiva né esclusivamente oggettivo né unicamente soggettivo. Pertanto, la
valutazione della condotta del soggetto che credeva di agire per legittima difesa si basa
sulla onesta convinzione considerata, per dei buoni motivi, come valida al tempo dei fatti e
poi rivelatasi successivamente errata.
La mera convinzione dell’agente non è il solo elemento da prendere in considerazione 
agli occhi della corte serve valutare anche la ragionevolezza di siffatta convinzione, e
quanto essa si dimostri conforme rispetto ai comportamenti professionali che di norma sono
tenuti nelle situazioni simili.
Nel caso di specie ci sono diversi buoni motivi per censurare la percezione errata dei
poliziotti. (vedi elenco pag. 165)
I poliziotti hanno sicuramente agito in eccesso di legittima difesa  reazione eccessiva
alla luce dei principi di base delle nazioni unite sul ricorso alla forza e l’uso delle armi da
fuoco da parte dei responsabili dell’applicazione della legge  non hanno lasciato passare
nemmeno un secondo tra l’intimazione e lo sparo, hanno reagito in modo totalmente
caotico e incontrollato.
In conclusione, la legittima difesa putativa da errore colpevole dell’agente rappresenta una
violazione del diritto alla vita tutelato dall’art.2 della Conv. La colpevolezza dell’errore
dell’agente, che riteneva di trovarsi in una situazione di legittima difesa, deve essere
valutata secondo una prospettiva funzionale, che non è solo oggettiva o soggettiva. Allo
stesso modo, l’eccesso di legittima difesa, dinanzi ad un rischio reale o putativo, implica
una violazione del diritto alla vita di cui all’articolo 2 della Conv.
Il fondamentale fattore di esclusione della responsabilità penale dell’agente è costituito
dall’imprevedibilità dell’azione della vittima.
Quando la sua condotta è imprevedibile, la vittima assume in via esclusiva la responsabilità
delle conseguenze delle sue azioni. Tuttavia, se la condotta della vittima risulta prevedibile,
l’agente imputato può essere chiamato a rispondere penalmente.

3. KHOROSHENKO V. RUSSIA
Il ricorrente adisce la Corte invocando la violazione dell’art. 8 (diritto al rispetto della vita
privata e familiare) e dell’art. 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione.  la
legislazione russa prevede che tutti gli ergastolani, per il solo fatto di esserlo, debbano
essere sottoposti a un regime detentivo particolarmente rigoroso, specialmente per quanto
riguarda visite e contatti per l’esterno  la grande camera riscontra all’unanimità la
violazione dell’art. 8 e dichiara non necessario esaminare la doglianza in riferimento all’art.
14. (opinione condivisa concorrente dei giudici Pinto e Turkovic)
- La risocializzazione come fine principale della pena detentiva
Giudice Pinto insoddisfatto per il ragionamento della Grande Camera, che non ha
esaminato la legittimità delle regole del codice russo sulla esecuzione delle condanne
penali applicabili ai condannati all’ergastolo e detenuti in una speciale colonia correzionale
e sottoposti ad un regime detentivo particolarmente severo.
La pena può avere uno o più dei seguenti fini:
1. Rieducazione del reo
2. Neutralizzazione del reo
3. Rafforzamento della norma violata
4. Deterrenza dei potenziali autori di reato
5. Retribuzione per l’atto colpevole del reo
6. Riparazione
Nella sua giurisprudenza, la Corte ha compiuto una chiarissima scelta su quale debba
essere il fine prevalente della pena  risocializzazione del reo
Il governo russo nel caso in esame, non ha contemplato il fine della reintegrazione sociale
ed ha sostenuto che lo scopo del regime di detenzione in questione era unicamente quello
di isolare gli individui come il ricorrente  fini della pena dell’ergastolo la retribuzione e la
neutralizzazione a vita, basandosi sul presupposto che il solo modo di punire il reo per
alcuni reati è privarlo della libertà per il resto della vita.  lo stato russo quindi declina ogni
interesse per la vita umana diverso dalla mera sopravvivenza del detenuto.
In aggiunta, il governo russo fa riferimento alla neutralizzazione del reo per tutta la vita,
basata sulla presunzione che la specifica pericolosità richieda che sia separato dalla
collettività per un tempo più lungo possibile, la vita.  presunzione inaccettabile per due
motivi:
1. È basata su criteri predittivi altamente problematici
2. Offusca il confine tra rei responsabili e mentalmente sani e non responsabili e sani.
In un contesto simile, le visite familiari, servono unicamente ad ulteriormente aggravare la
vocazione punitiva del regime penitenziario  noi non consideriamo le visite familiari un
privilegio revocabile, ma un diritto derivante dall’art. 8, del detenuto e della sua famiglia al
fine di mantenere i loro legami  in questo case relazione padre-figlio completamente
persa.
Il sacrificio di questi diritti, dovrebbe giustificarsi avendo a riguardo legittimi interessi penali
e alla protezione della sicurezza, ma il governo russo non ha fornito alla Corte nessuna
dimostrazione che la limitazione ai diritti di visita assolvesse uno scopo diverso
dall’aggravare il regime detentivo.
- L’obbligo dello stato di garantire un programma trattamentale individualizzato.
il pilastro di una politica penale volta alla risocializzazione dei detenuti è il programma
trattamentale individualizzato, attraverso il quale dovrebbero essere definiti i rischi e i
bisogni del singolo detenuto (in questo caso contatti con la famiglia).  basilare principio
riconosciuto e affermato dalle più alte autorità politiche europee e mondiali, come ad
esempio il Comitato dei ministri del consiglio d’Europa e il Il Comitato europeo per la
prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT).
Per tanto, un programma trattamentale individualizzato, almeno per i condannati alla pena
dell’ergastolo e di lunga durata, è un obbligo internazionale positivo basato sull’art. 3. Lo
scopo principale è assicurare che ciascun singolo detenuto possa comprendere appieno il
significato della propria detenzione, anche al fine di prepararlo alla conduzione di una vita
rispettosa della legge una volta tornato libero. Come ha affermato la corte una valutazione
periodica dei progressi del detenuto sono necessari per soddisfare gli obblighi positivi
derivanti dagli artt. 3 e 8, incluso l’obbligo di salvaguardare la vita famigliare del detenuto.
Gli stati dovrebbero considerare molto più seriamente l’obbligo internazionale di permettere
ai detenuti di scontare la condanna in modo costruttivo e rieducativo.
- Il diritto del detenuto di ricevere visite familiare secondo il diritto
internazionale
Il terzo punto è la limitata frequenza delle visite familiari sproporzionata rispetto alle
motivazioni indicate dal governo  la grande camera ha quasi lasciato la preoccupante
impressione che la limitatezza della frequenza delle visite potesse essere accettata nel
caso i cui fosse stata considerata in riferimento ad altri fattori valutabili parallelamente alla
gravità della sentenza di condanna.
Una regola che permette visite familiari ai detenuti solo una volta ogni 6 mesi è di per sé
inumana.
Non possiamo essere d’accordo con la corte costituzionale russa quando sostiene che le
disposizioni del loro codice delle condanne penali non rappresenta di per se restrizioni
ulteriori rispetto a quelle che derivano dall’essenza stessa di una punizione come la
detenzione.  palese che si vada ben oltre, inasprisce gli effetti deleteri delle pene di lunga
durata.
La grande camera, avrebbe dovuto compiere un ulteriore passaggio logico, ossia
prospettare come requisito indispensabile che l’esame delle richieste di visite familiari sia
valutato caso per caso, secondo una considerazione individualizzata dei rischi e dei bisogni
del detenuto contenuti nel programma trattamentale di ciascun detenuto  ogni automatica
restrizione è inammissibile, è l’esatta antitesi di ciò che richiedono gli standard europei:
- Regole penitenziare europee del 2006  garantire un ragionevole livello minimo di
contatto.
- Raccomandazione del comitato dei ministri  sforzi particolari per prevenire la
rottura dei legami famigliari.
- Principi nazioni unite  diritto di essere visitata e corrispondere in particolare con la
propria famiglia.
Affermiamo come questione di principio, alla luce dell’obbligo dello stato di garantire i mezzi
per la reintegrazione sociale dei detenuti, che ciascun detenuto ha il diritto di ricevere visite
il più frequentemente possibile. Secondo l’art. 8, sono un diritto e non un privilegio. La
legge dovrebbe garantire un numero minimo e non massimo di visite. Nessuna distinzione
dovrebbe essere fatta tra condannati all’ergastolo e altri detenuti. Di conseguenza qualsiasi
limitazione al diritto del detenuto di ricevere visite dovrebbe basarsi unicamente su
esigenze di sicurezza, in ogni caso con la minor ingerenza possibile.  conclusione è che
esiste un crescente consenso europeo sul non porre distinzione tra ergastolani e altri
detenuti e che almeno tra 1 e 4 volte al mese
- Conclusione
La legislazione russa contestata è chiaramente illegittima poiché fonda la disciplina dei
detenuti unicamente sulle esigenze della retribuzione e dell’isolamento. In ogni caso è
anche sproporzionata poiché la frequenza delle visite è estremamente ridotta, e ciò non fa
che aggravare la violazione dell’art.8. lo stato deve non solo risarcire il ricorrente, ma anche
garantire un programma trattamentale individualizzato. Anche importante allineare la
normativa agli standard europei.
4. KMC V. UNGHERIA – il licenziamento senza validi motivi
- Opinione concorrente del giudice Pinto
La ricorrente adisce la corte invocando la violazione dell’art. 6 (diritto a un equo processo),
in quanto l’assenza di motivazioni del licenziamento aveva precluso la possibilità di
rivolgersi a un giudice. La corte constata all’unanimità la violazione.  caso particolare
perché l’Ungheria non è parte dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO).  è
legittimo interpretare l’art. 6 utilizzando gli standard utilizzati dalla ILO anche nei confronti di
uno stato che non ha ratificato questa convenzione?
- La cessazione del rapporto di lavoro nel diritto internazionale del lavoro
La convenzione ILO stabilisce le seguenti garanzie fondamentali: validi motivi per il
licenziamento, i lavoratori devono esserne a conoscenza e poter replicare, il diritto di
ricorrere in sede giurisdizionale, ripartire onere della prova e diritto al risarcimento. 35 stati
in tutto il mondo hanno ratificato questa convenzione ma l’Ungheria non è tra questi.
Criteri che impediscono che un lavoratore venga licenziato a meno che non vi sia una
ragione valida connessa alle sue attitudini o condotte oppure in base alle esigenze
operative dell’impresa.
- La cessazione del rapporto di lavoro nel diritto internazionale dei diritti umani
Il comitato sui diritti economici sociali e culturali delle nazioni unite ha osservato che
violazioni del diritto del lavoro possono verificarsi quando gli stati non intervengono per
disciplinare le attività di individui e gruppi al fine di prevenire la possibilità di essere ostacolo
al diritto di lavorare di altri. Per gli stati obbligo di prendere tutte le misure necessarie
affinché non venga negato il diritto al lavoro. L’Ungheria è vincolata dal patto sui diritti
economici sociali e culturali, e il divieto di licenziamento illegittimo deriva da esso.
- La cessazione del rapporto di lavoro nel diritto europeo dei diritti umani
Ai sensi della carta sociale europea tutti i lavoratori hanno il diritto di non essere licenziati
senza valide ragioni basare sulle loro attitudini, condotte o esigenze operative  gli stati
membri si impegnano a garantire un indennizzo ai lavoratori licenziati ingiustamente 
disposizione non accettata dall’Ungheria.
Previsione della carta sociale europea rafforzata anche dalla carta dei diritti fondamentali
dell’Unione Europea.
La corte ha già stabilito che un diritto sociale può legittimamente derivare da una
disposizione della Convenzione, anche quando il diritto nello specifico è previsto dalla carta
sociale europea alla quando la parte non è vincolata.
In sintesi, nella giurisprudenza europea dei diritti umani, il diritto alla protezione in caso di
cessazione del rapporto di lavoro ha un contenuto minimo, costituito da 4 requisiti
fondamentali: comunicazione formale scritta da parte del datore, opportunità di rispondere
al datore prima del licenziamento, valida ragione, possibilità di fare ricorso.
- L’applicazione al caso di specie dello standard europeo
Sebbene l’Ungheria non faccia parte della convenzione ILO, essa è comunque vincolata
tanto dalla Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea, quanto dal patto internazionale
sui diritti economici sociali e culturali.
In effetti, non può essere accettato che uno Stato debba rispettare un doppio standard in
materia di cessazione del rapporto del lavoro, a seconda delle diverse organizzazioni
internazionali delle quali è membro, e che di conseguenza, si atterrà a standard inferiori nei
confronti del Consiglio d’Europa rispetto a quelli più elevati che invece rispetterà quale
membro delle nazioni Unite e dell’Unione Europea.
5. MEREZHNIKOV V. RUSSIA – L’uso eccessivo della forza da parte della polizia
Il ricorrente M. (detenuto), adisce la corte invocando la violazione dell’art. 3 (proibizione di
tortura) della Conv., dopo che degli agenti hanno provocato la frattura del suo braccio nel
tentativo di obbligarlo ad uscire dalla cella. La corte non riscontra alcuna violazione
- Opinione dissenziente del giudice Pinto
Il presente caso riguarda l’uso eccessivo della forza da parte della polizia nei confronti di un
detenuto in un centro di detenzione temporanea. La particolarità è che si tratta di danni
causati per negligenza. Il governo resistente sostiene che i poliziotti hanno risposto
ragionevolmente ai comportamenti del ricorrente, che il trattamento non era intenzionale, e
che in ogni caso la sofferenza non ha raggiunto il livello minimo di gravità per rientrare nel
campo di applicazione dell’art. 3  Pinto non trova convincente questa argomentazione.
Le autorità, avevano il dovere di proteggerlo. Il ricorrente era solo con almeno tre agenti
presenti. Il governo non ha dimostrato l’esistenza di un rischio così grave ed imminente da
poter giustificare la forza impiegata in questo caso.
Le lesioni erano prevedibili e potevano essere evitate  alla luce di ciò l’uso della forza
contro il ricorrente non era strettamente necessario.
Si osserva inoltre che il governo contesta il fatto che il trattamento subito abbia raggiunto il
livello tale di gravità richiesto perché esso rientri nell’ambito di applicazione dell’art. 3 
non possiamo accettare questa tesi. Il trauma subito ha causato sofferenza fisica, sono
state necessarie delle cure d’urgenza ed è stato impossibilitato a lavorare per 3 settimane
 questi elementi portano a pensare che il trattamento esercitato sulla persona del
ricorrente ha assunto un carattere inumano e degradante.
Si nota inoltre la tolleranza della corte nei confronti di atti violenti da parte della polizia, non
affatto compatibile con il solenne appello al rispetto del principio della dignità umani nei
servizi di polizia. Un “braccio teso”, è certamente, alla luce dell’art. 3, non meno grave di
uno schiaffo (caso poliziotto che da uno schiaffo a un ragazzo, condannato al risarcimento).
Alla luce dei principi che stanno alla base dell’art. 3, tali lesioni, anche per mera negligenza,
non possono essere accettate.
La possibilità di utilizzo della forza fisica implica una professionalità che ne garantisca l’uso
al solo fine di proteggere la società  ciò non è accaduto  violazione art. 3.
6. PONTES V. PORTOGALLO - adozione di un bambino figlio di genitori
tossicodipendenti
I ricorrenti decidono di rivolgersi alla Corte, invocando la violazione dell’art.8 (diritto al
rispetto della vita priva, familiare), non solo per la rottura del legame famigliare tra loro e il
piccolo P, dovuto al divieto di visita, ma anche per il diverso trattamento rispetto ai suoi
fratelli, che hanno potuto nel tempo lasciare gli istituti e tornare con i genitori  constata
violazione dell’art. 8 sia riguardo il diniego alle visite, sia riguardo la decisione di sistemare
il piccolo P in un istituto in vista dell’adozione, ritenuta non proporzionata agli scopi
prefissati.
- Opinione parzialmente concorrente e parzialmente dissenziente dei giudici
Sajo e Pinto
Il presente caso pone quattro questioni:
1. La violazione del diritto di visita dei ricorrenti
2. Il diritto di godere di una vita famigliare pur in presenza di una procedura di adozione
3. Il diritto di chiedere l’annullamento di una decisione tramite la quale i giudici statali
avevano disposto l’adozione di P
4. L’equo soddisfacimento

1) La violazione del diritto di visita dei ricorrenti


I ricorrenti dichiarano che è loro impedito esercitare il diritto di vista nei confronti del figlio P.
lo stato resistente contesta con vigore queste dichiarazioni. Il fascicolo del caso non
contiene elementi sufficienti per decidere questa questione di fatto.
Spetta logicamente ai ricorrenti provare che la misura statale ha effettivamente impedito
l’esercizio del loro diritto di visita e questo poiché intendono farne fondamento della pretesa
di accertamento della violazione dell’art.8.  non si può concludere che il diritto di visita
dei ricorrenti è stato violato da parte dello Stato resistente poiché non è riuscito a
dimostrare che la misura in questione non ha impedito l’esercizio del diritto.
Non si può nemmeno sostenere che siano stati i giudici statali a determinare una crisi
famigliare, semplicemente perché il fascicolo del caso non contiene alcun elemento di
prova. Infine, non è nemmeno possibile concludere in modo obiettivo che si sia verificato un
impedimento, sistematico o occasionale, permanente o temporaneo, dell’esercizio del
diritto di visita degli interessati.
Tuttavia, come la maggioranza, Pinto ritiene che lo Stato resistente abbiamo violato il diritto
di visita del ricorrente, ma per un motivo diverso  la perdita della potestà genitoriale ha
come conseguenza giuridica immediata l’interdizione del diritto di visita. Dal momento in cui
i ricorsi depositati dai ricorrenti sono accolti da giudici, la suddetta interdizione è stata
sospesa.  a questo punto però i ricorrenti si sono lamentati della difficoltà di esercitare il
diritto di visita e lo stato non ha avviato alcuna indagine per chiarire la questione, anche se
avrebbe dovuto farlo  Per questa mancanza di tipo procedurale che sorge la
responsabilità dello Stato in riferimento all’art. 8.
2) la violazione del diritto dei ricorrenti di poter godere di una vita famigliare con il
loro bambino P a causa dell’avviata procedura di adozione
a) Principi generali
in caso di revoca della potestà genitoriale, la salvaguardia dell’interesse del bambino deve
venire prima di ogni altra considerazione. La valutazione dell’interesse del minore si basa
su due fondamentali considerazioni. In primo luogo, è nell’interesse del bambino mantenere
legami con la sua famiglia biologica. In secondo luogo, è sempre nell’interesse del bambino
crescere in un ambiente equilibrato e sano. Il fatto che un bambino possa essere collocato
in un contesto più favorevole alla sua educazione non può di per sé giustificare
l’allontanamento forzato dalla cura dei suoi genitori biologici  se il mantenimento del
rapporto del bambino con la sua famiglia biologica mettesse in pericolo il suo sviluppo e la
sua salute, i genitori biologici non potrebbero pretendere di avere il diritto di godere di una
vita famigliare con il loro bambino invocando l’art.8
per quanto riguarda la procedura di revoca della potestà genitoriale in sé, è fondamentale
che i genitori possano parteciparvi per esporre tutti gli argomenti a favore del mantenimento
dei legami biologici. Come la corte ha più volte affermato, il suo compito non è sostituirsi
alle decisioni delle autorità statali competenti, poiché sono in una posizione migliore per
effettuare questa valutazione, per via della vicinanza con il contesto.
b) Applicazione dei principi sopramenzionati al caso di specie
I) la responsabilità dei genitori per la rottura dei legami famigliari con P
Nella fattispecie, la sentenza del Tribunale di Villa Franca ordinava la sistemazione di P. in
vista dell’adozione sulla base dell’incapacità genitoriale di prendersi cura dei propri figli,
sulla particolare vulnerabilità di P. per via della sua età, e sulla mancanza di legami affettivi
tra P. e i ricorrenti.
Per quanto riguarda l’incapacità dei genitori, riconosciamo che la situazione di P era
insopportabile, i genitori erano già ricaduti nella tossicodipendenza e rifiutavano aiuti per
uscirne. Per quanto riguarda l’assenza di legami ricordiamo che il bambino è stato preso in
carica dall’autorità sin dalla nascita, quindi aveva stretto pochi legami.
Riconosciamo che il tribunale di Villa Franca, la Corte d’appello e la Suprema corte di
giustizia, abbiano svolto un esame approfondito esame della situazione famigliare. Hanno
preso in considerazione la ricaduta nel consumo, la vulnerabilità di P. hanno valutato gli
interessi di tutte le parti interessate, in particolare del bambino, al fine di raggiungere una
soluzione stabile che comprendesse uno stabile ambiente di vita. Il superiore interesse del
bambino è sempre stato al centro delle preoccupazioni.
In particolare, hanno considerato il rischio al quale era esposto il bambino per il consumo di
droghe da parte dei ricorrenti, e questo può giustificare la sistemazione del bambino in vista
dell’adozione.  in queste circostanze ci sembra ragionevole la conclusione dei giudici
statali che attribuiscono ai genitori la responsabilità della rottura dei legami con il figlio, e ciò
ha portato i giudici ad adottare una misura straordinaria ma necessaria, ovvero la revoca
della potestà genitoriale.
II) La particolare situazione di P in rapporto al fratello e alle sorelle
La corte d’appello di Lisbona ha giustificato la decisione di affidare P. alle cure di un istituto
in vita dell’adozione affermando che non si deve confondere la situazione del bambino con
quella del fratello e delle sorelle, viste le differenze d’età e di percorso. P infatti aveva solo
due anni al momento della seconda sistemazione in istituto e quindi era particolarmente
vulnerabile  crediamo che i giudici statali abbiano impostato la questione della particolare
vulnerabilità di P in modo ragionevole. Era inoltre necessario trovare una soluzione in tempi
rapidi poiché essendo un bambino era più urgente.
III) La valutazione, da parte dei giudici statali, di provvedimenti meno drastici
I giudici statali avevano anche vagliato la possibilità di adottare misure meno drastiche 
hanno cercato di reinserire P nella sua famiglia e persino di restituirlo ai genitori, dopo aver
attentamente valutato che era stato posto rimedio alle situazioni di pericolo. Nonostante
l’assistenza sociale fornitagli e nonostante il monitoraggio del hanno beneficiato, i genitori
di P sono ricaduti nella tossicodipendenza e quindi si sono rivelati incapaci di provvedere al
mantenimento, all’educazione, alla sicurezza e al benessere dei loro figli.
Per quanto riguarda l’aiuto che avrebbero potuto prestare i componenti della famiglia
allargata, dimostrato che non era una valida alternativa.
IV) principio di sussidiarietà
La Corte si è soffermata anche sulla questione del superiore interesse del minore. Le
decisioni dei giudici statali, rese nei tre gradi di giudizio, tutte dello stesso avviso, hanno già
considerato praticamente tutti gli elementi utili al fine di valutare quale fosse il superiore
interesse del minore. I giudici statali hanno ampiamente discusso e dibattuto su ogni
questione, di conseguenza la Corte avrebbe comunque potuto esercitare solo con estrema
moderazione il suo controllo sul superiore interesse del minore, cosa che non ha fatto  il
principio di sussidiarietà non è stato rispettato (se un ente inferiore è capace di svolgere
bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire)
V) conclusione
Riteniamo che il provvedimento che ha portato all’adozione di P non è stato preso in
violazione dell’art. 8
3. La richiesta di annullamento dell’adozione disposta dal tribunale statale e del
conseguente ritorno del bambino presso la famiglia
La maggioranza ha voluto mantenere la situazione attuale del bambino, rigettando la
richiesta. Inoltre, la Corte non poteva pronunciarsi sulla sorte del bambino sostituendosi ai
tribunali statali.
I legami affettivi devono prevalere sulla relazione biologica, dal momento che il bambino
vive ormai da molto tempo presso la sua famiglia adottiva. Questo è il motivo per il quale i
giudici statali devono fare tutto ciò che serve per proteggere il bambino da qualsiasi
circostanza che possa minarne l’equilibrio emotivo e psicologico
4. L’equa soddisfazione
La constatazione di una violazione dell’art. 8, esclusivamente basata sulla violazione del
diritto di visita dei ricorrenti, ha dato luogo ad un risarcimento eccessivo. Casi precedenti
ben più gravi, come la scomparsa di un bambino, hanno riconosciuto risarcimenti di tre
volte inferiori, quindi il risarcimento risulta chiaramente esorbitante.
7. FABER V. UNGHERIA – l’esposizione di una bandiera a sfondo politico
Il signor Fabèr adisce la corte lamentando la violazione degli artt. 10 (libertà di
espressione), 11 (libertà di riunione e di associazione) 6 (diritto ad un equo processo) e
14(divieto di discriminazione) della Convenzione. La maggioranza attesta la violazione
dell’art. 10 e 11, e all’unanimità che non è necessario esaminare il ricorso rispetto agli altri
due articoli.
- Opinione concorrente del giudice Pinto
Il caso Faber riguarda l’utilizzo di simboli con un connotato politico in spazi pubblici. Pinto
sottoscrive la riscontrata violazione dell’art. 10, ma non si trova d’accordo con il
ragionamento della decisione. Secondo lui utilizzati troppi criteri giuridici per valutare la
proporzionalità dell’ingerenza statale sulla libertà di espressione, e non sono stati valutati
tutti i fattori rilevanti da tenere in considerazione quando si ricorre al test della
proporzionalità e non si concretizza il test invece obbligatorio della necessità.
- La natura dell’ingerenza
L’ingerenza è consistita in una serie di atti positivi commessi dalle autorità statuali,
precisamente la condotta degli agenti di polizia durante la dimostrazione, la condanna e
sanzione del dipartimento di polizia nei confronti del ricorrente e la susseguente conferma
di tale sanzione da parte del tribunale centrale distrettuale di Pest.
Per tanto, il nocciolo della questione riguarda la condotta della polizia e la decisione del
tribunale centrale distrettuale di Pest, i quali hanno interferito con la libertà di espressione
del ricorrente, e non come ha argomentato il governo, il dovere delle autorità nazionali di
adottare azioni positive per consentire una pacifica prosecuzione della manifestazione.
Infine, il ricorrente non può ora essere rimesso nella situazione in cui si trovava prima
dell’azione di polizia e ciò sta ad indicare che l’obbligo dello stato nel caso presente era di
natura negativa.
Le azioni della polizia e del tribunale sono da valutare entro i termini degli obblighi negativi
che nascono dall’art. 10 della Conv., i quali restringono l’ampiezza del margine di
apprezzamento.
- La forma dell’espressione
Un simbolo, come una bandiera, un motto ecc. possono essere un mezzo potente per
trasmettere un messaggio. Nel caso di espressione politica, un simbolo può sintetizzare
una dottrina o un’ideologia, stesso discorso per la religione. In aggiunta, l’esposizione di un
simbolo in un luogo pubblico può essere un problema di interesse generale, e sia l’utilizzo
sia la dissacrazione di un simbolo possono essere perseguiti, entro rigidi termini giuridici,
penalmente. Pertanto, l’ostentazione di un simbolo, come una bandiera, in uno spazio
pubblico è una forma di espressione protetta dall’art. 10, che può essere ristretta
unicamente entro i limiti indicati.
Dal momento che l’uso della bandiera a strisce di Arpad era legittimo al momento degli
eventi e poiché obiettivamente questa bandiera non può essere confusa con quella del
partito della croce frecciata, allo stato resistente compete un margine di apprezzamento
molto ristretto.
- Lo spazio e la tempistica dell’espressione
Siccome l’utilizzo di una bandiera o di qualsiasi altro simbolo che rappresentano
un’ideologia politica, un regime, un partito ricadono per sé sotto la protezione dell’art.10,
queste forme di espressioni possono perderla qualora provochino un chiaro ed imminente
pericolo di disordine pubblico, un reato o una violazione dei diritti altrui. Il pericolo non è
connesso al simbolo stesso ma al suo utilizzo in un particolare contesto.
In questi casi gli Stati hanno uno stretto margine di apprezzamento, ma quando un luogo o
un momento scelto per l’espressione di un pensiero è connesso alla storia del paese, agli
Stati va riconosciuto un margine di apprezzamento più ampio, poiché sono nella migliore
posizione per valutare l’impatto che potrebbe avere sulla società.
- Il test della proporzionalità
In questo caso, la natura della ingerenza statale e la natura dell’espressione del ricorrente
spingono a considerare ristretto il margine di apprezzamento.
Mettendo sul piatto della bilancia entrambi questi fattori, ne deriva che complessivamente il
margine di apprezzamento si rivela ristretto.
Il tribunale distrettuale di Pest ha fornito due motivazioni:
1) Il comportamento è stato provocatorio
2) È stato anche offensivo, poche la bandiera era posizionata sopra la bandiera
nazionale
Entrambi gli argomenti non reggono: il primo è infondato, il secondo inammissibile in una
società democratica.
Il primo argomento si basa sulla necessità di proteggere l’ordine pubblico come legittimo
scopo per la restrizione della libertà di espressione  diversi fatti negano questo:
- Mai mostrati aggressivi
- Numero chiaramente minore alla polizia e agli altri gruppi di manifestanti
- Distanza tra i gruppi di manifestanti
- Polizia presente in ogni momento e manteneva separati i gruppi
- Nessun incidente precedente era stato segnalato per giustificare la preoccupazione
che potessero causare disordine
 Quindi insostenibile un chiaro ed imminenti pericolo
Il secondo argomento riguarda la protezione della bandiera nazionale ungherese 
certamente denigrare una bandiera può essere una forma di espressione punibile ai sensi
della legge penale  nel caso presente, le autorità nazionali non hanno accusato il
ricorrente di vilipendio alla bandiera nazionale  difficile comprendere il motivo per il quale
il Tribunale di Pest abbia considerato rilevante questa circostanza per decidere per una
sanzione di tipo amministrativo.
- Il test della necessità
L’esigenza sociale perseguita dalla polizia avrebbe potuto essere soddisfatta senza una
così forte interferenza nella libertà di espressione del ricorrente? Si.  al posto di
ammanettare il ricorrente, la polizia avrebbe potuto mantenere la situazione sotto controllo,
attuando una più rigida sorveglianza  nessun pericolo chiaro e imminente, per cui misure
meno intrusive.
La violazione della libertà di espressione del ricorrente è stata aggravata dal fatto che, dopo
la detenzione, egli è stato persino sanzionato per aver disobbedito agli ordini della polizia.
- Conclusione
Libertà di espressione violata  ingerenza statale non giustificata.
8. VONA V. UNGHERIA – Il razzismo e lo scioglimento di un’associazione
Il ricorrente Vona, presidente della Guardia Ungherese, un’associazione il cui obiettivo
dichiarato era preservare le tradizioni e la cultura ungheresi, adisce la Corte sostenendo la
violazione dell’art. 11 (libertà di riunione e di associazione), in seguito alla decisione della
magistratura di sciogliere la sua associazione per il coinvolgimento in cortei paramilitari che
intimidivano la comunità Rom.  La Corte non risconta alcuna violazione, poiché lo Stato
ha il diritto di adottare misure limitative nei confronti di associazioni che pregiudicano i diritti
di altre persone, minando i valori fondamentali su cui si basa la democrazia.
- Opinione concorrente del giudice Pinto
- Gli obblighi internazionali di criminalizzazione della diffusione del razzismo
L’art. 4 della Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di
discriminazione razziale (ICERD) richiede che gli Stati membri condannino penalmente le
condotte a sfondo razzista, come la diffusione di idee basate sulla superiorità razziale,
l’incitamento all’odio e gli atti di violenza.
Inoltre, l’ICERD richiede che gli stati membri dichiarino illegali e proibiscano tutte le
organizzazioni che promuovano e incitano alla discriminazione razziale, e che non appena
possibile siano pronti a procedere contro tali organizzazioni. Dal momento che questi
obblighi sono vincolanti, non è sufficiente dichiarare punibili questi atti solo sulla carta. Al
contrario, le leggi penali e gli altri provvedimenti giuridici che proibiscono la discriminazione
razziale devono anche essere effettivamente implementati dai tribunali statali competenti.
La Convenzione internazionale sulla soppressione e punizione del crimine di
apartheid richiede agli Stati membri che perseguano penalmente gli atti commessi da
organizzazioni allo scopo di stabilire il dominio di un gruppo razziale su un altro.
Statuto di Roma della Corte penale internazionale, considera crimine contro l’umanità la
persecuzione contro qualsiasi gruppo o comunità che si identifichi in una particolare
appartenenza razziale, etnica, religiosa.
Dopo che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000 aveva proibito
la discriminazione basata sulla razza, colore, lingua, religione e cazzi vari, l’Unione
Europea ha procedure con la repressione della diffusione del razzismo tramite la Decisione
quadro del 2008, in base alla quale comportamenti commessi con scopo razzista o
xenofobo, devono essere puniti come reato.
Gli Stati membri devono assicurare che questi crimini siano punibili con pene effettive,
proporzionate e deterrenti.
Inoltre, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio
d’Europa si è rivolta fin dalla nascita alle attività di certi gruppi che hanno una matrice
apertamente anti Rom o antisemita.
L’esercizio dell’azione penale per i reati di natura razzista o xenofoba dovrebbe avere una
alta priorità ed essere attivamente e regolarmente posto in essere. L’ECRI inoltre ha
consigliato di proibire le organizzazioni razziste laddove ciò si consideri possa contribuire
alla lotta contro il razzismo.
Più recentemente, il comitato dei ministri ha adottato la dichiarazione sull’aumento della
Rom-fobia, e ha incoraggiato gli sforzi volti a prevenire e condannare le organizzazioni
estremiste che incitano o commettono questi crimini.
In piena coerenza con questi Standard, la Corte di S. ha enfatizzato l’importanza vitale di
combattere la discriminazione razziale in tutte le sue forme e manifestazioni, e ha affermato
che la violenza razziale rappresenta una particolare minaccia alla dignità umana e richiede
una speciale vigilanza e una vigorosa reazione da parte delle autorità.
Pertanto, gli stati parte della convenzione hanno il dovere di prevedere come reati ogni
forma di diffusione del razzismo, xenofobia e intolleranza etnica e proibire ogni riunione e di
sciogliere ogni gruppo, organizzazione, associazione o partito che promuova queste idee.
Un obbligo positivo internazionale di questo tipo deve essere riconosciuto, anche grazie
all’ampio e duraturo consenso sopra menzionato, come un principio di diritto internazionale
consuetudinario vincolante per tutti gli stati e come una norma non derogabile da
nessun’altra norma di diritto internazionale o statale.
- Lo scioglimento di una associazione
Lo scioglimento di un’associazione dipende dalle rigorose condizioni previste nell’art. 11
della Conv., ossia il perseguimento di interessi di sicurezza nazionale e di ordine pubblico,
la prevenzione dei disordini o dei reati, la protezione della salute o della morale, della
protezione dei diritti e delle libertà altrui. Inoltre, la limitazione della libertà di associazione,
si giustifica soltanto se supera un duplice test: quello della necessità, e quello della
proporzionalità.
Lo scioglimento è legittimo soltanto laddove lo scopo primario dell’organizzazione sia
illegale. Quando uno scopo illegale dello statuto può essere rimosso, lo scioglimento è in
linea di principio non opportuno, e le autorità dovrebbero dare la precedenza alla rimozione
dello scopo illegale.
Lo scioglimento di un’associazione consiste nella cessazione di tutte le sue attività, incluse
quelle relative alle sue sezioni, diramazioni e movimenti.
La questione della tempistica dello scioglimento deve essere affrontata con estrema
prudenza per evitare, da un lato, un’azione precipitosa, dall’altro, una reazione tardiva
verso condotte pericolose.  l’associazione può essere sciolta soltanto laddove ci sia un
chiaro e imminente pericolo rispetto agli interessi protetti dall’articolo 11.
- Il test della proporzionalità
Chiariti i criteri, l’ingerenza contestata deve essere esaminata per determinare se è stata
proporzionale allo scopo legittimo conseguito e se è stata corrispondente ad un bisogno
sociale urgente, il che significa comprendere se le specifiche motivazioni date appaiano
pertinenti e sufficiente-
I membri del movimento della guardia ungherese hanno sfilato e incitato alla difesa
dell’etnia ungherese contro la “criminalità dei Rom”  le corti nazionali hanno considerato
che queste azioni erano nella loro essenza discriminatorie, violavano il diritto alla libertà e
alla sicurezza degli abitanti e minacciavano l’ordine pubblico. Motivazioni pertinenti e
sufficienti.
In linea di principio, ogni forma di discorso che separa la popolazione in un noi e i un loro,
laddove “loro” rappresenti un gruppo razziale o etnico a cui sono attribuite condotte e
caratteristiche negative, è incompatibile con la Conv. L’espressione “criminalità dei rom”,
fomenta odio contro quel gruppo etnico.
Di fatto, la necessità di prevedere come reati i discorsi e le espressioni a sfondo razzista, la
proibizione delle riunioni e lo scioglimento delle associazioni che promuovono il razzismo,
sono compatibili con la libertà di espressione e con il diritto di associarsi. Gli articoli 10 e 11
vanno interpretati in modo compatibile internazionale consuetudinario del quale si è detto
prima. L’esercizio della libertà di espressione, comporta doveri speciali, tra cui l’obbligo di
non diffondere idee a sfondo razzista
Col passare del tempo è diventato evidente che le attività dell’associazione presentavano
un chiaro e imminente pericolo per l’ordine pubblico e per i diritti di persone terze 
scioglimento misura proporzionale a causa delle espressioni e delle attività
dell’associazione, che negava alle persone pese di mira il diritto di essere rispettati in
quanto esseri umani, mettendo a repentaglio la loro sicurezza e l’ordine pubblico.
- Il test della necessità
Lo scioglimento di un’associazione deve essere l’ultima misura. Prima di intraprendere una
scelta così drastica, lo stato deve porre in essere altre misure meno invasive.
In questo caso, le autorità statali avevano dato all’associazione una opportunità di rivedere i
propri modi e di rendere la propria pratica conforme alla legge  opportunità non colta 
scioglimento unico mezzo adeguato per reagire al pericolo che rappresenta rispetto ai diritti
di persone terze e all’ordine pubblico
- Conclusione
I ragionamenti sui quali si è basato lo scioglimento contestato erano pertinenti e sufficienti e
il conseguente provvedimento corrispondeva a una urgente esigenza sociale.
9. ALTINAY V. TURCHIA – diritto di accedere alla formazione
Il ricorrente invoca la violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione) in combinato con
l’art. 2 del protocollo n.1 (diritto all’istruzione) in relazione alle nuove regole che hanno
riformato l’ammissione all’Università, che attribuiscono un punteggio differente a seconda
della provenienza scolastica, e senza una disciplina transitoria.
La corte all’unanimità riscontra una violazione per l’assenza del regime transitorio, ma non
constata alcuna violazione per la previsione di coefficienti differenti.
- Opinione parzialmente dissenziente dei giudici Vucinic e Pinto
Il caso Altinay riguarda l’accesso al sistema di alta formazione da parte di studenti
provenienti da una istruzione professionale. Il caso pertanto si colloca a metà tra il
processo di Bologna e il processo di Copenaghen, rispettivamente i processi europei di ala
formazione e di istruzione professionale. D’accordo sulla violazione per la mancanza di
disposizioni transitorie, dal momento che i cambiamenti nel sistema di accesso all’alta
formazione devono essere accompagnati da una necessaria tutela delle aspettative degli
studenti, non presente nel caso di specie.
Tuttavia, in disaccordo per quanto attiene alla non violazione rispetto alla discriminazione
nei confronti degli studenti provenienti dal sistema di istruzione professionale che vogliono
accedere all’alta formazione.
- La discriminazione nei confronti degli studenti che provengono da un istituto
professionale
La differenza nei coefficienti, così come la sua giustificazione (materie che non
corrispondono a una specializzazione), sono di per sé discriminatorie. La conseguenza di
questo sistema è che, per entrare alla facoltà di scienze delle comunicazioni, gli studenti
provenienti da una scuola professionale specializzata in scienze della comunicazione,
venivano discriminati in favore degli studenti provenienti dal liceo.
Sistema che non solo non ha alcuna giustificazione giuridica, ma è anche privo di ogni
logica. Solo un forte pregiudizio classista può spiegare tale scelta politica, palesemente
inaccettabile in una società democratica.
Inoltre, il fatto che non è possibile trasferirsi dal sistema di formazione professionale al
sistema liceale, aggrava il tutto, non lasciando chance di sfuggire dalla trappola
discriminatoria.
- Gli standard internazionali in materia di formazione professionale
Inoltre, la Turchia disattende i propri impegni internazionali derivanti dal processo di
Bologna e dal processo di Copenaghen, nonché gli obblighi in riferimento al consiglio
d’Europa, ovvero, da una parte, di ampliare la gamma di vie di accesso all’alta formazione,
dall’altra parte, di aumentare l’attrattiva all’educazione professionale e facilitare percorsi
che consentano alle persone di avanzare dalla formazione professionale all’alta
formazione.
Le scelte politiche dello stato resistente non hanno invece favorito una pari considerazione
tra la formazione professionale e i licei. Al contrario il pregiudizio verso il sistema di
istruzione professionale si è aggravato, diminuendo la sua attrattiva.
- Il riconoscimento della discriminazione
Per di più, diverse autorità pubbliche, tra cui il Primo ministro, hanno esplicitamente
riconosciuto la natura discriminatoria di questo sistema di accesso, promettendo
l’abolizione di tutte le discriminazioni nei confronti degli studenti provenienti dalle scuole
professionali. Tuttavia, la situazione è peggiorata, dato che i coefficienti attuali sono
addirittura più discriminatori.
- Conclusione
Lo Stato resistente ha stabilito, per ragioni estranee agli interessi dell’educazione
professionale e dell’alta professione, un sistema discriminatorio e arbitrario di accesso
all’università  si constata la violazione dell’art. 14 della Conv. In combinato disposto con
l’art.2 del protocollo n.1.

10. TARANTINO E ALTRI V. ITALIA – il numero chiuso nelle Università


I ricorrenti si rivolgono alla Corte invocando la violazione dell’art. 2 (diritto all’istruzione) del
protocollo n.1 della disciplina italiana che equipara le università pubbliche e quelle private,
prevedendo per entrambe il regime del numerus clausus basato essenzialmente sulle
risorse degli atenei e sulle esigenze del mercato. La maggioranza non riscontra alcuna
violazione. Il caso affronta la questione del margine di apprezzamento che gli Stati hanno
nel decidere le regole di accesso all’Università e quindi dei limiti oltre i quali gli Stati non
possono spingersi se non vogliono violare il diritto umani all’istruzione universitaria.
- Opinione parzialmente dissenziente del giudice Pinto
Il caso, verte sul criterio di proporzionalità nel regolamentare il numero chiuso. Non
concorda con la maggioranza, poiché ritiene che i criteri utilizzati dallo Stato resistente
siano effettivamente non proporzionali.
- L’istruzione universitaria come diritto umano
Il diritto all’istruzione universitaria è un diritto umano. Nonostante la formulazione negativa
dell’art.2 del protocollo n.1, gli stati parte hanno l’obbligo positivo non solo di assicurare
l’accesso alle scuole e agli istituti di istruzione esistenti e di riconoscere in modo ufficiali gli
studi compiuti, ma anche quello di promuovere l’accesso allo studio di ogni persona,
prevedendo, ove necessario, anche ulteriori opportunità di istruzione.
Siffatto obbligo verso gli Stati coincide con il diritto umano all’istruzione all’interno di un
sistema scolastico pubblico, comprese le università statali.
Gli stati infatti hanno sicuramente il potere di disciplinare l’accesso all’istruzione e agli studi
universitari, ma sono soggetti al controllo della Corte.
Dal momento che il diritto all’istruzione comprende la libertà di provvedere all’educazione,
l’art. 2 protocollo 1 abbraccia anche il diritto di fondare e gestire scuole e università private.
Sebbene questo diritto non comporti un obbligo positivo per lo Stato di finanziare scuole e
università private, esso impone l’obbligo negativo di non discriminarle, imponendo vincoli o
divieti ingiustificati.
- Il margine di apprezzamento dello Stato nella disciplina delle università
I governi godono di una certa discrezionalità nell’esercizio delle loro funzioni di disciplinare
le scuole statali, ma non possono esercitare lo stesso livello di controllo sulle scuole
private, che devono godere di un grado di autonomia maggiore.
L’autonomia istituzionale include, come minimo, il controllo sull’ammissione, la valutazione,
la selezione e la promozione del personale accademico, e l’organizzazione finanziaria e di
bilancio dell’istituto. In quanto garanzia fondamentale della libertà accademica, l’autonomia
istituzionale è al contempo la migliore garanzia della libertà di insegnare e del diritto
all’istruzione  qualora il governo intervenisse nella disciplina di uno di questi aspetti,
dovrebbe farlo conformemente agli inderogabili principi di necessità e proporzionalità.  ne
consegue che il margine di apprezzamento degli stati è più ampio in relazione alla
disciplina delle scuole pubbliche e meno ampio in relazione alle scuole private. Un margine
di apprezzamento ancora più limitato si applica all’istruzione superiore, nella quale
l’autonomia istituzionale svolge un ruolo chiave. Per contro, tanto più uno stato finanzia le
scuole private e le Uni, tanto maggiore è il suo margine di apprezzamento.
- L’applicazione al caso di specie dello standard convenzionale.
Il governo italiano ricorre al numero chiuso per quanto riguarda l’accesso alla laurea in
medicina e odontoiatria, nelle uni pubbliche e private. Si basa su due criteri:
- La capacità e le potenziali risorse universitarie
- L’esigenza della società di una determinata professione
In realtà il secondo criterio fa riferimento alle esigenze del settore sanitario nazionale
pubblico.
Il numero dei posti per ciascun ateneo è stabilito su base regionale.
Il primo criterio è giustificato dal governo sulla base della necessità di garantire elevati
standard qualitativi e un alto grado di professionalità di medici e odontoiatri, garantendo, un
rapporto bilanciato tra studenti e personale accademico, e l’accesso controllato ai tirocini
presso ospedali pubblici.
Il secondo criterio motivato dal governo che lo ritiene funzionale ad evitare una spesa
pubblica eccessiva, dal momento che l’insegnamento e il tirocinio comporta una spesa
notevole, alla quale aggiungere anche quella dovuta ad un’eventuale saturazione del
mercato del lavoro.
Purtroppo, entrambi i criteri privi di fondamento.
- La capacità e le potenziali risorse delle università come motivazioni del
numero chiuso
Il governo non ha fornito alla corte alcun dato relativo all’offerta potenziale del sistema
universitario che possa giustificare il numero chiuso. Non ha neppure avanzato spiegazioni
sul perché il numero chiuso debba essere applicato alle università private.
In effetti, nessuna motivazione tecnica, ma solo scelte discrezionali. Non sussiste alcun
fondamento oggettivo per questa scelta politica.
Ancor peggio, questo criterio ignora il fatto che in Italia le uni private sono in larga parte
indipendente dal finanziamento statale, e pertanto potrebbero aumentare a proprie spese il
numero di posti disponibili.
Il governo dispone di un margine di apprezzamento limitato nell’imporre limitazioni alle uni
private, pertanto, hanno il diritto di determinare propri limiti al numero delle
immatricolazioni, tenendo conto delle rispettive risorse umane, materiali e finanziarie.
Quindi, il numero chiuso imposto dallo stato alle uni private, lede in maniera grave la libertà
di provvedere all’educazione, dato che impedisce alle uni private, che dispongono di
infrastrutture materiali adeguate e sufficiente personale, di aumentare il numero di posti
disponibili a proprie spese. Inoltre, ostacola anche il diritto all’istruzione, in quanto nega
l’accesso all’università a coloro che sono in grado di finanziare a proprie spese il costo di
questo servizio.
- L’esigenza della società di una determinata professione come motivazione del
numero chiuso
Il governo, interpreta le esigenze e i bisogni della società in riferimento al fabbisogno del
servizio sanitario pubblico italiano  criterio che aggrava ulteriormente la non
proporzionalità dell’ingerenza dello Stato nel diritto all’istruzione, in quando ignora il fatto
che il settore sanitario include anche il settore privato, che ha esigenze proprie.
Inoltre, questo criterio non tiene conto del fatto che l’Italia è parte di un mercato più esteso
di servizi, ossia l’Unione Europea, nel quale i liberi professionisti hanno la facoltà di
circolare e lavorare liberamente. Per di più, questo criterio è sostanzialmente in contrasto
con lo sviluppo dello spazio europeo dell’istruzione superiore sviluppatesi grazie al
processo di Bologna.
Considerato da una prospettiva più ampia, questo criterio non rispetta l’obbligo degli Stati di
rendere l’istruzione superiore egualmente accessibile a tutti, sulla base del merito.
Il criterio più importante per valutare i candidati è il merito, non le esigenze e i bisogni del
mercato.
L’infelice esito pratico dell’attuale regime del numero chiuso è stato quello di limitare la
competizione tra i professionisti del settore sanitario e di mantenere il mercato della sanità
rigido e inefficiente, dipendente dall’offerta statale o da servizi con tariffe artificiosamente
elevate.
In conseguenza, le persone sono costrette ad andare a studiare all’estero, ma pochi
possono permetterselo.
L’arbitrarietà di questo regime, deriva dal semplice fatto che non è servito ad altro scopo se
non quello di avvantaggiare i professionisti che già operano nella sanità. La miglior prova di
questo è il fatto che alla task force che discute e determina le quote dei posti disponibili
partecipano le associazioni professionali  conflitto di interessi
- Conclusioni
I criteri stabiliti dal governo per disciplinare il numero chiuso si sono rivelati del tutto privi di
fondamento, se non addirittura arbitrari, sia per il modo in cui sono stati progettati, sia per il
modo in cui sono stati messi in pratica. Pertanto, l’ingerenza nel diritto all’istruzione del
ricorrente non è proporzionata e vi è stata violazione dell’art. 2 del protocollo n.1.