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INTRODUZIONE

(Si evince il tono enfatico e il pathos che coinvolge l’autore su temi così delicati) Gli uomini
mostrano di essere superficiali e non si occupano con dovizia d’impegno a conservare quei
regolamenti che rendono universali i vantaggi resistendo ai tentativi di chi vorrebbe, invece, che i
vantaggi fossero concentrati nelle mani di pochi a detrimento dei molti. La Storia mostra che
spesso le leggi non sono state fatte per diffondere la maggiore felicità per il maggior numero di
uomini1; esse non derivano dal patto di uomini liberi, ma sono state asservite alle passioni di
pochi. Illustri pensatori hanno correlato le buone leggi con l’accelerazione dei popoli e delle
nazioni verso il bene e di esempi in tal senso il nostro secolo ne ha molti, anche se pochissimi sono
coloro che, invece, si sono soffermati sulla crudeltà delle pene e sugli esempi negativi di
legislazioni criminali, spesso trascurate e irregolari. Riconducendo i sistemi penali e legislativi a
pochi principi si nascondono le atrocità e gli errori che nel passato e nel presente costellano la
storia dei medesimi.
ORIGINE DELLE PENE Cosa sono le leggi? Sono le condizioni che hanno permesso agli uomini di
unirsi in una società che garantisse loro sicurezza per sé e per i loro beni2. Le leggi limitano
l’assoluta libertà naturale degli uomini, ma proprio questa rinuncia consente loro di uscire dallo
stato di conflittualità permanente e di ottenere tranquillità e sicurezza. La sovranità di una nazione
consiste nella sommatoria di tutte queste porzioni di libertà individuali3 a cui i singoli hanno
rinunciato. (esempio: il diritto di farsi giustizia da soli delegando l’uso legittimo della forza allo
Stato.)
Per difendere questo”deposito di libertà” fu necessario ricorrere a motivi sensibili (ovvero le pene
comminate ai violatori delle leggi); l’esperienza insegna che buoni propositi e/o dotta eloquenza
.non sono sufficienti a garantirci dalle usurpazioni.
DIRITTO DI PUNIRE (in cosa consiste?) È determinato dalla necessità di difendere l’interesse di
ciascuno, ma deve essere esercitato nell’ambito della legge e per assoluta necessità. Ogni
punizione attuata senza assoluta necessità e limitandone l’effetto alla sola efficacia correttiva è un
abuso e dunque è tirannica. Le pene giuste sono quelle comminate per difendere dalle usurpazioni
individuali il patrimonio delle libertà di tutti. Nessun uomo rinuncia alla propria libertà senza un
corrispettivo, ovvero gratuitamente, perché ogni uomo è egocentrico4. La società nasce per la
necessità della sopravvivenza5 che costrinse gli uomini a cedere parte della loro libertà.
L’aggregato di queste minime porzioni forma il diritto di punire, mentre la GIUSTIZIA è il vincolo
necessario per tenere uniti gli interessi particolari. (cosa è la giustizia???) Tutte le pene che
oltrepassano questo vincolo sono ingiuste.
(1 È uno dei temi che saranno ripresi dall’utilitarismo di Jeremy Bentham 2 Cfr. Locke “Secondo
trattato sul governo civile”, in cui si motiva l’origine dello Stato proprio in virtù di queste ragioni 3
Notare la differenza con Rousseau che concepisce la sovranità dello Stato nella Volontà Generale
che è altro dalla Volontà di tutti intesa come sommatoria delle volontà dei singoli individui.
Mentre Beccaria riconosce comunque al singolo individuo il primato inderogabile a cui ricondurre
il senso di qualunque legge o autorità dello Stato, Rousseau pensa che la sfera individuale riguardi
soprattutto l’amor proprio, ovvero l’interesse individuale e l’egocentrismo del singolo, e che per
questo vada subordinato ad un interesse superiore, quello dello Stato, espresso dalla Volontà
generale. 4 Il tema dell’egoismo (egocentrismo) umano è ripreso da Adam Smith, autore nel 1776
dell’opera Saggio sulle cause ed origine della ricchezza delle nazioni, in cui sono posti i principi del
liberismo economico. 5 Tema classico si trova in Platone, ma anche negli autori giusnaturalisti
come Hobbes, Locke, Rousseau.)

La GIUSTIZIA non è una cosa reale o una forza fisica; essa è un semplice modo ‘d’intendere degli
uomini che influisce sulla loro felicità.6
Prima conseguenza: Solo le leggi possono stabilire il tipo di pena, non può certamente l’arbitrio del
magistrato aggravare la pena prevista dalla legge. Seconda conseguenza: Esiste un contratto che
pone obbligazioni dei singoli verso lo Stato e dello Stato verso tutti i singoli. Il Sovrano che
rappresenta tutti non
può avere il potere giudiziario che è terzo rispetto al Sovrano ed ai cittadini e solo chi è terzo può
giudicare se c’è stata o meno violazione del patto. Terza conseguenza: Se l’atrocità delle pene è
dimostrato essere inutile al ristabilimento del contratto sociale, essa è di per sé una violazione del
patto medesimo. Quarta conseguenza: il giudice non può essere interprete delle leggi; il giudice
deve stabilire solamente la colpevolezza o meno dell’imputato e comminare la pena prevista dalla
legge. Le leggi non possono essere oggetto d’interpretazione, questo condurrebbe ad
un’insicurezza nella conduzione dei processi e nella comminazione delle pene. L’interprete della
legge non può che essere il sovrano che è il rappresentante di tutti; il giudice deve solamente
applicarle7. Il Codice di leggi deve essere osservato alla lettera, la nozione di giusto o ingiusto non
può essere affare di controversia.
OSCURITÁ DELLE LEGGI È sicuramente un male come l’interpretazione delle leggi. Se
l’interpretazione può portare all’arbitrio del giudice, l’oscurità di un testo legislativo che non sia
facilmente comprensibile dal popolo è ancora peggio. Soprattutto quando la legge è scritta in una
lingua straniera (es. il LATINO) che pone i molti alla mercè di pochi. Il codice delle leggi deve essere
scritto e pubblicato a stampa affinché tutti possano leggerlo, conoscerlo e dunque rispettarlo.
Tanto maggiore la conoscenza delle leggi è diffusa tanto minore è la diffusione dei delitti8
PROPORZIONE FRA DELITTI E PENE Poiché esistono delitti di varia gravità, così devono esservi pene
diverse, proporzionali ai delitti commessi. Per stabilire la gravità di un delitto è necessario prima di
tutto definirlo. DELITTI sono tutte le azioni opposte al bene pubblico. Il più grave è quello che
distrugge immediatamente la società, il meno grave quello che lede minimamente la giustizia
privata di un membro. Tra questi due estremi vi sono tutte le azioni che è lecito chiamare delitti.
Ora le pene comminate devono essere proporzionali ai delitti commessi. Per Beccaria non
dobbiamo lasciarci condizionare dai cosiddetti vizi o virtù, perché l’onore e il vizio si sono
modificati continuamente nei secoli, per cui ciò che è vizio in un secolo, diventa virtù nel seguente
o viceversa. Non si deve neppure comminare la pena in base all’intenzione di chi commette il
delitto, ma si deve tenere presente solamente il danno arrecato al bene pubblico. La giustizi a si
fonda sull’utilità comune. Solo Dio è legislatore e giudice allo stesso tempo. L’unica misura dei
delitti è il danno arrecato alla società. a) Delitti che arrecano danno alla sicurezza sociale sono i più
gravi. b) Delitti che arrecano danno alla sicurezza dei singoli (furti, omicidi, ecc…) c) Delitti che
turbano la tranquillità sociale (contro i regolamenti di polizia urbana, ecc…) sono i meno gravi
Beccaria è critico verso coloro che si appellano al cosiddetto codice d’onore per giustificare azioni
contrarie al codice civile. L’onore è un concetto così volubile che giustifica un’azione violenta ( di
riparazione) non consentita dalla legge e che, non è altro che un ritorno al primigenio stato di
natura9. (6 Mi sembra si possa notare un certo “realismo” da parte di Beccarla che esula da
qualsiasi tentativo di definire la giustizia come valore trascendente, o come realtà sussistente a cui
tutti gli uomini si devono conformare. Per questo precisa che non si intende qui parlare della
giustizia divina. Ogni popolazione ha il suo modo d’intendere la felicità e dunque di concepire il
modo di difenderla e mantenerla. 7 Oggi esistono vari gradi di processo per cui succede che un
imputato condannato in primo grado venga poi assolto o condannato ma con attenuati ecc… ecc…
Mentre questo è un progresso delle norme di amministrazione della giustizia a tutela
dell’imputato, Beccaria considerava ciò un arbitrio del giudice che dava adito ad abusi
inaccettabili, come era tipico dei tempi dell’Ancient Regime. Basti pensare alla richiesta di Habeas
Corpus da parte del Parlamento inglese nel 1679. 8 Si nota come per Beccaria sia fondamentale un
livello d’istruzione che metta tutti i cittadini in grado di conoscere personalmente il sistema
legislativo, ovvero le regole della convivenza civile. 9 È il caso, ad esempio, del cosiddetto delitto
d’onore che è riconosciuto in alcuni sistemi giuridici. In Italia il delitto d’onore era riconosciuto in
alcuni casi come ad esempio l’adulterio. In questi casi l’assassino godeva di una serie di attenuati
che ne riducevano la pena. Anche la faida e il duello rientrano in questa concezione del cosiddetto
codice d’onore. In uno stato di diritto, il principio è che il singolo non può legittimamente farsi
giustizia da solo.)
Per Beccaria ogni cittadino può fare tutto ciò che non è contrario alla legge (p.78)10 In ogni caso
tutti i delitti devono essere codificati e non possono essere lasciati all’arbitrio del giudice. Ogni
cittadino deve sapere quando compie un’azione che va contro la legge oppure no. Così come
ognuno deve sapere se è reo oppure innocente.
CAP. XII Definiti i delitti, quali sono le pene giuste da applicare ad essi? Bisogna stabilire il fine di
una pena : il fine di una pena non è tormentare o affliggere un essere sensibile, né disfare un
delitto già commesso. (La pena non è neppure una vendetta). Il fine di una pena è d’impedire al
reo la reiterazione di nuovi danni ai cittadini e la dissuasione degli altri dal commetterli. Quali pene
, dunque, saranno più efficaci per conseguire il fine di cui abbiamo detto? Qualunque accusa
necessita di un buon numero di testimoni credibili e di prove oggettive del reato commesso. In
caso di assenza di questi requisiti prevale il principio della presunzione d’innocenza.
CAP. XIV B. parla della necessità di ammettere un impianto accusatorio basato su prove chiare e
certe. Il giudice dovrà essere coadiuvato da persone estratte a sorte (i cosiddetti giudici popolari)
fra persone di estrazione sociale simile a quella dell’imputato. In ogni caso nel processo non deve
assolutamente prevalere un pregiudizio sociale dei giudici sia nei confronti del reo che
eventualmente dell’accusatore. B. è contrario anche all’utilizzo di accuse e testimonianze
segrete11
CAP. XVI DELLA TORTURA B è contrario alla tortura ritenuta una crudeltà inutile consacrata
dall’uso. La tortura è ingiusta e inaffidabile perché: a) Se utilizzata durante un processo per far
confessare l’imputato è illegittima perché un giudice non può infliggere tormento ad alcuno prima
né dopo che esso sia riconosciuto colpevole. Infatti una tortura preventiva finalizzata a far
confessare una persona sospettata, ma non ancora colpevole, viola comunque il diritto di
presunzione d’innocenza e, dunque, rompe il patto dello Stato che assicura a tutti la protezione e
la sicurezza. b) Se utilizzata allo scopo di far confessare un sospettato essa è uno strumento
insicuro perché ingiusto e perché favorisce non il presunto innocente ma il colpevole. Infatti chi è
colpevole è maggiormente motivato a sopportare il dolore di chi, invece, è innocente e si lascia
andare alla disperazione perché non comprende questo accanimento nei suoi confronti. Inoltre la
tortura favorisce non il presunto innocente, ma colui che ha una maggiore prestanza fisica e che
riesce a sopportare meglio il dolore, anche se è colpevole. Per queste ragioni la tortura non deve
essere mai utilizzata. Fra le altre ragioni che B. non accetta vi è quella di coloro che sostengono
che il dolore della tortura purifica in qualche modo dall’infamia; e il caso in cui è utilizzata quando
il presunto reo cade in contraddizione. Ma sotto il dolore fisico si confesserebbe qualsiasi cosa per
farlo cessare. La tortura non è né utile, né affidabile nello scoprire la verità oltre ad essere una
crudeltà, per questo B. è contrario [si nota come la pena non coincida più con il supplizio12, cioè
l’accanimento nei confronti del corpo del condannato]
CAP XVII ….. Con la tortura il giudice s’impadronisce del corpo del condannato ed esige una
confessione estorta con il dolore e lo strazio del corpo al punto che una confessione stragiudiziale
(fuori dal rio giudiziario) acquisita senza la tortura stessa non viene ritenuta valida. B. fa una critica
al processo offensivo ovvero quello in cui l’accusatore e il giudice sono la stessa persona e,
dunque, il rito processuale serve per confermare l’impianto accusatorio; il vero processo è il
processo informativo (oggi accusatorio) l’inquirente (procuratore) ed il giudice non due persone
diverse.

CAP XIX Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso sarà tanto più giusta e
utile. L’incertezza protratta crea inutile ansia e tormento al reo. La detenzione in attesa di giudizio
deve essere ridotta al minimo indispensabile e deve essere meno dura possibile, essa serve ad
impedire la fuga e l’occultamento delle prove.13
(10 Si nota come Beccaria sia un sostenitore della libertà d’iniziativa purché non vada contro la
legge. Tutto ciò che non è illegale è legale. Se da un lato questo favorisce la libertà, dall’altro lato
lascia ampie zone d’ombra in cui il comportamento umano è regolato non dalla legge, bensì dalla
morale o dalla religione. 11 Un procedimento che utilizzava anche accuse e testimonianze segrete
era il processo inquisitorio per stregoneria. 12 Cfr. Foucault , Sorvegliare e punire, in cui viene
descritto un pubblico supplizio. 13 È questo un problema che purtroppo riguarda il sistema
giudiziario italiano in cui i processi durano tantissimo e quindi l’imputato che sia innocente o
colpevole deve comunque, per ragioni diverse, sopportare quelle ansie e tormenti inutili di cui già
Beccaria si era reso conto nel XVIII secolo.)
Poiché lo scopo della pena e la dissuasione dal reiterare un determinato delitto, essa deve essere il
più possibile conforme ad esso.
CAP XX Le violenze alla persona devono essere puniti con pene corporali e non possono essere
convertite in pene pecuniarie che avvantaggerebbero il ricco rispetto al povero; né, d’altra parte,
devono esserci privilegi che avvantaggino i nobili o il clero (come normalmente avveniva in quel
periodo)
CAP XXI Per i furti B. propone una pena pecuniaria che impoverisca il ladro quanto egli ha rubato
per arricchirsi. Ma poiché i furti sono perpetrati da persone che vivono nella totale miseria, oppure
perché togliere al ladro metterebbe nell’indigenza anche i suoi famigliari che sono innocenti, B.
propone di comminare una pena che preveda i lavori forzati per quel tanto che serva a restituire
alla società la ricchezza che le è stata tolta.14
CAP XXVII DELLA DOLCEZZA DELLE PENE B. è convinto che una pena deve essere infallibile e non
crudele. Dunque occorre vigilanza dei magistrati ed inesorabilità da parte del giudice. La certezza
della pena fa più timore di un castigo terribile ma unito alla speranza dell’impunità. Tanto più una
pena è crudele, tanto maggiore sarà la forza che il reo avrà per cercare di schivarla. L’atrocità delle
pene provoca un indurimento dell’animo umano al punto che non faranno più la paura per cui
erano state concepite. Alla lunga la paura del supplizio è uguale alla paura della prigionia
perpetua. Il male comminato dalla pena deve essere tanto quanto basta per eccedere il bene che
si ricava dal delitto senza eccedenze che sarebbero un’inutile crudeltà e, dunque, un ricadere nella
tirannia. Bisogna conservare una proporzione fra il delitto e la pena. Un supplizio provoca
raccapriccio e per questo cessa, in quanto pena, di avere quella funzione educativa nella società.
Gli uomini fremono nel vedere sofferenze inutili inflitte con fredda determinazione ad infelici, pur
se colpevoli, e provano indignazione15
CAP XXVIII DELLA PENA DI MORTE Il problema che B. si pone è se la pena di morte sia utile e giusta
in uno Stato ben organizzato. La pena di morte non può essere un diritto. (Argomentazione) La
comminazione della pena di morte non può derivare dalla sovranità dello Stato in quanto tale
sovranità non è altro che la sommatoria delle libertà individuali a cui ognuno rinuncia in favore
dello Stato che esercita il potere derivandolo da esse (libertà) per la salvaguardia stessa dei singoli.
Ora in questa delega non può essere previsto la rinuncia alla vita che è il bene massimo che ogni
uomo possiede16. Dunque la pena di morte non è un diritto, ma uno “stato di guerra” della
nazione contro il cittadino, perché la sua distruzione è giudicata utile o necessaria. Se, dice B.,
dimostrerò che la morte di un cittadino non è né utile né necessaria, allora potrò affermare che la
pena di morte è inutile e dannosa e, con ciò, vincerò la causa dell’umanità. La morte di un
cittadino è necessaria in due casi esclusivi: 1) quando egli pur imprigionato costituisca ancora un
pericolo per la società; 2) quando la sua morte dissuada gli altri uomini dal reiterare tale delitto.
Nel caso 1) la morte è ammissibile solamente in caso di guerra o di anarchia, quando lo stato si
trova in una condizione di estrema debolezza ed è costretto a difendersi con tutti i mezzi possibili,
fino alle estreme conseguenze, da un nemico che potrebbe minacciarlo fintantoché resta in vita.
Ma non si capisce che danno possa arrecare un reo, quando è imprigionato e strettamente
sorvegliato, ad uno Stato ben organizzato. Dunque la pena di morte è inutile e risulta essere una
pena eccessiva. Nel caso 2) la pena di morte agisce assai meno da deterrente per eventuali altri
uomini intenzionati a commettere un reato simile, in quanto l’esperienza c’insegna che non è
l’intensità della pena ma l’estensione di essa ad essere il deterrente più efficace. Non un supplizio,
dunque, ma una condanna certa ai lavori forzati a vita che per B. costituisce un deterrente
maggiore ed un insegnamento quotidiano dal momento che tutti possono osservare l’effetto di un
comportamento delittuoso. Dolcezza, certezza e durata della pena sono i parametri che Beccaria
ha in mente.
(14 In questo capitolo B. modifica la seconda edizione rispetto alla prima livornese del 1764. Nella
prima B. definisce la proprietà privata << un terribile, ma forse necessario diritto >>; nella seconda
definisce la proprietà << terribile, ma forse non necessario diritto >>, probabilmente perché
influenzato dalle discussioni settecentesche sull’origine e legittimità della proprietà privata 15 Una
pena eccessiva provoca indignazione come, se non di più, il delitto per cui viene comminata.
Questo fa sì che la pena cessi di avere la funzione educativa che, invece, dovrebbe avere. 16
Sarebbe assolutamente contrario alla ragione costituire un’istituzione come lo Stato, concepito
per la salvaguardia dei propri beni e della propria persona (il massimo bene), per poi delegargli il
diritto di togliere la vita proprio a colui che lo ha costituito per difenderla.)
La paura della pena di morte che dura un attimo è inferiore alla paura di chi immagina se stesso
schiavo per lunghi anni di fronte ai suoi simili. [leggere corsivo] Egli è pur convinto che un buon
sovrano debba sì punire ma porre le condizioni di prevenzione del delitto. Spesso l’ignoranza, la
miseria e l’ingiustizia sociale provoca le condizioni di un’azione delittuosa.
[cap XLI, pag. 153] B. propone alcune iniziative per prevenire il delitto. Fare leggi chiare e semplici
che impegnino tutta la nazione a difenderle. Leggi che favoriscano tutti gli uomini e non alcune
classi sociali. Fare che gli uomini temano le leggi: il timore delle leggi è salutare, non lo è il timore
dell’uomo per l’uomo.
Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà
[cap. XLIII, pag 157] Un altro mezzo per prevenire i delitti è interessare i magistrati all’ osservanza
delle leggi che non alla loro corruzione.
[cap. XLIV, pag 157] Un altro mezzo per prevenire i delitti è ricompensare la virtù.
[cap. XLV, pag 158] Uno dei mezzi più sicuri per prevenire i delitti è migliorare l’educazione dei
cittadini.17
(17 Mi sembra opportuno riflettere sulla parte terminale dello scritto di Beccarla in cui il pensatore
illuminista evidenzia il rapporto fra la condizione sociale e il comportamento delittuoso. Si
comprende lo spirito illuminista e riformista che anima il Beccaria convinto assertore della bontà
delle riforme volte a migliorare la condizione dei meno fortunati ed a limitare i privilegi e gli abusi
favoriti da un sistema, quello della società per ceti ( o ordini sociali), tipico di una realtà politica
quella dell’assolutismo non illuminato e fautore, dunque, di oscurantismo. L’appello ai principi
affinché promuovano tali riforme è assai palese. Pochi anni dopo, il 30 Novembre 1786, il
Granduca di Toscana Pietro Leopoldo promulgherà un Editto che prevede l’abolizione della tortura
e della pana di morte nel sistema penale dello Stato, un esempio di come le idee degli illuministi
siano state assimilate dalla dirigenza politica dell’epoca costituita dai principi.)