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FRATE FRANCESCO

rivista di cultura francescana

Felice Accrocca

LA CRONICA DI SALIMBENE.
CRONACA, MATERIALI PER LA PREDICAZIONE
O ALTRO ANCORA?

estratto

Anno 85 - Nuova Serie - Novembre 2019 - n. 2


LA CRONICA DI SALIMBENE.
CRONACA, MATERIALI PER LA PREDICAZIONE
O ALTRO ANCORA?

Felice Accrocca

Frate Salimbene da Parma, costretto al silenzio per quasi sei secoli


(lui, così loquace), ha goduto, negli ultimi decenni, del proprio momento
di gloria1; perfino Umberto Eco, nel suo arcinoto Il nome della rosa, ha
trovato il modo di utilizzarlo2. Infatti, quando Ubertino da Casale narra
al giovane Adso gli inizi dell’esperienza di Gerardino Segarelli, gli vien
posto sulla bocca (Eco, tuttavia, conferisce alla fonte una visione sua pro-
pria) un racconto ripreso letteralmente dalla Cronica del nostro frate3.

1
  Ormai ventisette anni fa Mariano D’Alatri raccolse 147 titoli specifici, computando
insieme edizioni, traduzioni, bibliografie, studi [cfr. Bibliografia salimbeniana 1930-
1991, in J. Paul - M. D’Alatri, Salimbene da Parma testimone e cronista (Bibliotheca
seraphico-capuccina 41), Roma 1992, 245-257], di cui 65 nel solo ventennio 1971-1991:
in generale, sul frate parmense, mi limito a rinviare a: M. D’Alatri, La Cronaca di
Salimbene. Personaggi e tematiche (Bibliotheca seraphico-capuccina 36), Roma 1988;
Salimbeniana. Atti del Convegno per il VII Centenario di fra Salimbene. Parma
1987-1989, Bologna 1991; Paul - D’Alatri, Salimbene da Parma testimone e cronista;
O. Guyotjeannin, Salimbene de Adam: un chroniqueur franciscain (Témoins de notre
histoire), Turnhout 1995; L. Gatto, Dalla parte di Salimbene: raccolta di ricerche sulla
Cronaca e i suoi personaggi, a cura di P. Messa (Medioevo 13), Roma 2006; Salimbene
de Adam e la «Cronica». Atti del LIV Convegno storico internazionale (Todi, 8-10
ottobre 2017), Spoleto 2018, con la bibliografia ivi citata.
2
 Cfr. i riscontri testuali forniti da L. Lazzerini, Fra Salimbene predicatore, in
Salimbeniana, 133-135; per un quadro d’insieme, F. García Matarranz, El franciscanismo
en «El nombre de la Rosa», in Estudios Franciscanos 88 (1987) 243-276.
3
  Ottime edizioni, come quella dell’Holder-Egger, all’inizio del secolo, e di Giuseppe
Scalia, nel 1966, hanno senz’altro favorito il fervore di studi sul frate parmense [nel
1987 Berardo Rossi ha pubblicato la prima traduzione integrale in lingua italiana;
Rossi ha curato poi un’edizione bilingue (Salimbene de Adam da Parma, Cronica, a cura
di B. Rossi, Parma 2007), riproducendo il testo curato nel 1966 da Scalia per gli Editori
Laterza e la traduzione integrale da lui stesso pubblicata nel 1987]. In anni più vicini
a noi Scalia ha curato una nuova edizione in due poderosi volumi [Salimbene de Adam,
Cronica I-II (Corpus Christianorum. Continuatio Mediaevalis 125-125A), Turnholti
1998-1999: faccio riferimento a quest’ultima edizione, d’ora in poi citata semplicemente:
Cronica. Per gli inizi dell’esperienza di Gerardo, cfr. Cronica I, 388-389, rr. 6-8.

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Felice Accrocca

Frate Salimbene, desideroso di raccontare e di raccontarsi

Nato a Parma, da famiglia di agiata condizione sociale, il 9 ottobre


1221, entrato tra i frati Minori nel 1238, Salimbene de Adam non oc-
cupò alte cariche di governo nell’Ordine e, pur dotato di buona cultu-
ra, non sedette su cattedre universitarie. Fu predicatore, è vero, e per
vocazione fu anche girovago, pellegrino instancabile in molte città di
Francia e d’Italia4. La sua fama è legata unicamente alla sua Cronica,
conservatasi nel codice Vaticano latino 7260, ritenuto – ormai comu-
nemente – un autografo5, purtroppo mutilo delle prime 207 carte e
della parte finale, che in più luoghi presenta oggettive difficoltà di
lettura. Essa, peraltro, è l’unica fonte per ricostruire il percorso bio-
grafico del cronista e la sua attività di scrittore: Salimbene compose
infatti diverse altre opere, tutte perdute6.
La Cronica, a cui egli lavorò tra il 1283 e il 1288 (alla fine di
quell’anno dovevano infatti risalire fatti narrati nella c. 526, oggi per-
duta: il cronista vi rimanda in una rubrica inserita a c. 486b), copre
un arco temporale di circa centoventi anni (1168-1287)7. Salimbene si

4
  Cfr. J. Paul, Il viaggio in Francia (1247-1248), in Paul - D’Alatri, Salimbene da
Parma testimone e cronista, 147-159, e il capitolo VII (Le città francesi nella Cronaca
di Salimbene de Adam) in Gatto, Dalla parte di Salimbene, 191-233.
5
  Sulla questione si veda, da ultimo, N. Giovè Marchioli, Il manoscritto della Cronica
di Salimbene de Adam, in Salimbene de Adam e la «Cronica», 43-68; la studiosa osserva
che il Vat. Lat. 7260 è «un codice autografo, o almeno tale è stato sempre ritenuto,
essendo l’attribuzione alla mano di Salimbene purtroppo quanto mai indimostrabile con
certezza, dal momento che non possediamo prove appunto certe della sua scrittura» (43).
6
  Cfr. L. Gatto, Salimbene par soi même, in idem, Dalla parte di Salimbene, 19-56.
7
 Per quanto riguarda i discussi rapporti intercorsi tra Salimbene e Alberto
di Gerardo Milioli, notaio, calligrafo e copista, vissuto a Reggio nel XIII secolo, che
l’Holder-Egger voleva autore di due opere conservate in un codice estense, il Liber de
temporibus et aetatibus e la Cronica imperatorum, in stretto contatto con la Cronica
salimbeniana, risultano convincenti, a mio avviso, le pagine che vi dedica Scalia nella
sua ultima edizione. Secondo l’Holder-Egger, in un primo tempo il Milioli avrebbe
messo a disposizione di Salimbene il suo Liber de temporibus; poi, all’inizio del 1285,
sarebbe stato Salimbene a passare al Milioli i fascicoli della sua Cronica (per gli anni
1281-1284, dunque, il notaio dipenderebbe dal parmense); infine, il Milioli avrebbe
ancora utilizzato la Cronica salimbeniana (che nel Liber de temporibus era stata da
lui sfruttata solo in minima parte), unitamente alla Cronica di Sicardo di Cremona
(ampiamente utilizzata anche da Salimbene), per comporre la Cronica imperatorum,
con la quale veniva a integrare il Liber de temporibus, nel quale si era invece mostrato
attento principalmente ai pontefici. Tale rapporto, notevolmente ridimensionato dal
Cerlini, che con buoni argomenti negò che il codice estense fosse stato per intero vergato
dal Milioli, viene ricostruito con competenza da Scalia, il quale precisa anzitutto che il
Liber de temporibus fu vergato «quasi per intero» dal notaio; la Cronica imperatorum,
invece (scritta quando già il Milioli aveva esemplato – almeno parzialmente – il Liber
de temporibus), «e la maggior parte delle aggiunte marginali al Liber de temporibus

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La Cronica di Salimbene

mostra un cronista curioso, mai sazio di sapere, desideroso di racconta-


re e di raccontarsi; orgoglioso e geloso delle sue prerogative, non riesce
a vincere del tutto i propri pregiudizi. Brillante nel racconto, mordace
nella polemica (ne sono un chiaro esempio il Liber de prelato, un du-
rissimo attacco a frate Elia8, e le pagine velenose contro gli Apostolici
e il loro iniziatore, Gerardino Segarelli9), fortemente partigiano, Sa-
limbene conquista decisamente il lettore, offrendogli una gran messe
di notizie, altrove difficilmente reperibili: particolari inediti sui grandi
personaggi del tempo, sprazzi vivacissimi della quotidianità dei con-
venti e delle città nel Duecento, facezie e beghe tra fazioni cittadine
e Ordini religiosi, e tante altre cose ancora. Su tutto e su tutti egli si
erge arbitro, forte della sua estrazione sociale, orgoglioso della propria
cultura (ci tiene a sottolineare la sua conoscenza biblica)10, certo di aver
optato, con la sua scelta francescana, per la parte migliore.

sono dovute ad altra mano» (Cronica, XXIII-XXIV). In definitiva, solo una decina di
carte, delle 83 e mezza di cui si compone il codice estense, possono dirsi autografe
del Milioli, il quale fu essenzialmente copista, ingrossatore e rubricatore, e non certo
cronista nel senso pieno del termine. Inoltre, Scalia dimostra in modo convincente che
il codice estense non fu affatto scritto per uso privato, ma per assolvere a una funzione
pubblica. È possibile che il frate parmense – dimorando a Reggio – abbia avuto facile
accesso o alle fonti del Liber de temporibus oppure all’opera stessa, in quanto testo
ufficiale e pubblico; d’altra parte, il Comune di Reggio certamente trovò utile inserire
nel Liber de temporibus brani dell’opera di Salimbene, che in tal caso, ovviamente, non
avrà negato il proprio assenso, fortemente lusingato da tale decisione.
8
 Sulla presenza di frate Elia nella Cronica salimbeniana, cfr. C. S. Nobili, Elia
come antimodello nella Cronica di Salimbene de Adam, in Elia di Cortona tra realtà
e mito. Atti dell’Incontro di studio (Cortona, 12-13 luglio 2013), Spoleto 2014, 145-160;
L. Gatto, Salimbene, testimone di Elia da Assisi, in idem, Dalla parte di Salimbene, 321-
354 (inadeguato per quanto attiene alle fonti agiografiche di san Francesco e ai quadri
interpretativi della storia dell’Ordine). Quel che – a mio avviso – va sottolineato con più
forza rispetto a quanto non facciano i due studiosi è che, in definitiva, per il cronista
parmense il grande torto di Elia fu di aver assegnato ai frati laici un potere molto, ma
molto maggiore del dovuto, consentendo in tal modo la loro inopinata moltiplicazione.
9
  Cfr. M. D’Alatri, Ordini e movimenti religiosi, in idem, La Cronaca di Salimbene,
23-48: 32-36; M. P. Alberzoni, Un mendicante di fronte alla vita della Chiesa nella
seconda metà del Duecento. Motivi religiosi nella Cronica di Salimbene, in Salimbeniana,
7-34: 10-11, 22-24; G. G. Merlo, Salimbene e gli Apostolici, in Salimbeniana, 144-157.
10
  Nel 1258, discutendo a Modena con Gerardo da Borgo San Donnino, può dire
al suo contraddittore: «“Dicas ergo michi” dixi ego, “quia notitiam Biblie bene habeo”»
(Cronica II, 689, rr. 20-21); raccontando di una sua discussione con Guido di Bianello,
afferma: «Cui e contrario taliter respondebam, cum doctissimus essem in Biblia»
(Cronica II, 927, rr. 25-26). Cfr. M. D’Alatri, Clero e cultura, in Paul - D’Alatri,
Salimbene da Parma testimone e cronista, 209; G. Cremascoli, Le fonti bibliche, in
Salimbene de Adam e la «Cronica», 69-84.

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Felice Accrocca

Un modo anomalo di raccontare: le imprese di un frate burlone

Un racconto piacevole e fluido. Eppure il lettore può provare un


senso di fastidio per le continue interruzioni: Salimbene, infatti, pren-
dendo spunto dai fatti narrati, inserisce nella trama lunghe digressioni
per esporre le sue considerazioni su questa o quella materia, su vizi o
virtù. Dei piccoli trattatelli, insomma, farciti di auctoritates bibliche e
patristiche, sugli argomenti più disparati. Faccio un solo esempio, tra i
molti possibili, riferendomi alla persona di un frate burlone, Diotisalvi:
Salimbene parla di lui dopo aver tratteggiato la figura del domenicano
Giovanni da Vicenza, il quale, al tempo dell’Alleluia, aveva preso in
mano il negotium per la canonizzazione del suo fondatore Domenico e
l’aveva portato a conclusione11; costui – al dire di Salimbene –, onorato
dalle folle, beneficato da Dio con il dono della predicazione (gratiam
predicandi), era talmente montato in superbia che i suoi stessi frati, or-
mai, non potendo far altro, si limitavano a sopportarlo. Giovanni, narra
il cronista, si recò un giorno «presso la casa dei frati Minori e, avendogli
il barbiere rasato la barba, se la ebbe molto a male poiché i frati non
avevano raccolto i peli della sua barba per conservarli come reliquie»12.
Frate Giovanni trovò però pane per i suoi denti con frate Diotisalvi,
fiorentino, il quale, secondo il costume dei suoi concittadini, «era un gran
burlone» (magnus trufator); questi, infatti, si recò un giorno nella casa
dei frati Predicatori, e dopo essersi fatto dare un pezzo della tonaca di
frate Giovanni accampando il motivo che voleva averla come reliquia,
recatosi nella latrina prima scaricò il ventre poi – con quella stessa pez-
za – si pulì il posteriore (posteriora terxit) buttando in seguito la pezza
tra lo sterco; quindi, facendo finta che gli fosse caduta incidentalmente,
si fece dare una pertica per ripescarla, rimestando per bene il tutto così
che i frati fossero turbati dal cattivo odore13. Dopo aver narrato un altro
aneddoto di fra Diotisalvi14, Salimbene riferisce che un giorno egli:

nel tempo invernale, camminando per la città di Firenze, scivolò sul


ghiaccio e cadde disteso per terra. Vedendo ciò i fiorentini, che sono gran-

11
 Cfr. M. Rainini, Giovanni da Vicenza, Bologna e l’Ordine dei Predicatori, in
L’origine dell’Ordine dei Predicatori e l’Università di Bologna. Atti del Convegno di
studio (Bologna, 18-20 febbraio 2005), a cura di G. Bertuzzi, Bologna 2006, 146-175
[= Divus Thomas 109 (2006) 146-175]; sulla presenza di frate Giovanni nella Cronica,
cfr. D’Alatri, Ordini e movimenti religiosi, 46-47.
12
  Cronica I, 113, rr. 29-32: «Hic, cum quadam die venisset ad domum fratrum
Minorum, et barbitonsor ei barbam rasisset, valde habuit pro malo, eo quod fratres
pilos barbe sue non collegerant, ut pro reliquiis reservarent».
13
  Cfr. ibidem 113-114, rr. 35-17.
14
  Cfr. ibidem 114, rr. 17-24.

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La Cronica di Salimbene

dissimi burloni, presero a ridere; uno di loro chiese al frate che era caduto
se volesse avere qualcosa d’altro sotto di sé; al che il frate ripose di sì, che
avrebbe cioè voluto avere sotto di sé la moglie di colui che in quel momen-
to l’interrogava. Udendo ciò i fiorentini non ne trassero cattivo esempio,
ma piuttosto elogiarono il frate dicendo: “Sia egli benedetto, in quanto è
dei nostri”. Altri dissero che questa battuta la fece un altro fiorentino che
si chiamava fra Paolo Millemosche, dell’Ordine dei Minori15.

Tuttavia, non è tanto l’esattezza della citazione che sta a cuore al


frate cronista, quanto piuttosto disquisire sul fatto se fra Diotisalvi aves-
se fatto bene o no a rispondere in quel modo16; la risposta di Salimbene è
netta, senza possibilità di equivoci: «E diciamo – sentenzia – che rispose
malamente, per molteplici ragioni»17. Elenca quindi ben otto motivi
per dar conto del proprio dissenso, che costituiscono – con citazioni
bibliche che si susseguono spesso senza soluzione di continuità – un
vero e proprio trattatello scritturistico de lingua18, per dire infine che
fra Diotisalvi, all’inizio riprovato senza riserve, si potrebbe anche
scusare, e pure in tal caso – com’era stato già sostenuto per la sua
riprovazione – «per molteplici ragioni»19. Le digressioni non finiscono
qui, perché anche le ragioni per scusare fra Diotisalvi vengono elen-
cate e sostenute a suon di citazioni scritturistiche20, per allargarsi
infine il discorso ad altri fatti che a Salimbene furono narrati dallo
stesso frate21, che danno al cronista l’opportunità per trattare più in
generale del carattere burlesco dei fiorentini22, prima di concludere:
«Benedetto sia Iddio, che ci ha consentito di poterci liberare da que-

15
  Ibidem, rr. 24-33: «Cum autem quadam die tempore yemali per civitatem Florentie
ambularet, contigit ut ex lapsu glatiei totaliter caderet. Videntes hoc Florentini, qui
trufatores maximi sunt, ridere ceperunt. Quorum unus quesivit a fratre qui ceciderat
utrum plus vellet habere sub se. Cui frater respondit quod sic, scilicet interrogantis uxorem.
Audientes hoc Florentini non habuerunt malum exemplum, sed commendaverunt fratrem
dicentes: “Benedicatur ipse, quia de nostris est”. Aliqui dixerunt quod alius Florentinus
fuit qui dixit hoc verbum, qui vocabatur frater Paulus Millemusce ex Ordine Minorum».
Anche questi passaggi vengono ripresi da Umberto Eco, come segnala già Lazzerini, Fra
Salimbene predicatore, 137, nota 9 (non però nell’epilogo, come indica la studiosa, ma nelle
battute finali della prima parte (Notte) del settimo giorno (cfr. U. Eco, Il nome della rosa,
Firenze-Milano 2019, 550-551).
16
  Ibidem 114, r. 2: «Sed querendum nobis est utrum frater bene responderit necne».
17
  Ibidem, r. 3: «Et dicimus quod male respondit, multiplici ratione».
18
  Cfr. ibidem 114-118, rr. 3-7.
19
  Ibidem 118, rr. 11-12: «Frater vero Deustesalvet, cuius occasione ista posuimus,
excusari potest multiplici ratione».
20
  Cfr. ibidem 118-120, rr. 12-26.
21
  Cfr. ibidem 120, rr. 28-29.
22
  Cfr. ibidem 110-121, rr. 11-20.

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Felice Accrocca

sto argomento»23. Il giro, però – potremmo dir così –, non è ancora


finito, perché, visto che sta trattando di burle e burloni, Salimbene
parla anche di Primate, un canonico di Colonia, grande imbroglione
e burlone e impareggiabile compositore di versi, da lui prodotti con
gran velocità24, prima di ritornare all’anno 1233, dal quale aveva pre-
so spunto per parlare di Giovanni da Vicenza – che in quell’anno, nei
fatti riguardanti l’Alleluia25, aveva dato prova di grandi oratorie – e,
per conseguenza, di fra Diotisalvi.

La Cronica: un espediente a servizio dei predicatori e della predicazione?

Come si vede, il racconto finisce per appesantirsi e perdere in sciol-


tezza. Lo faceva notare, già nel 1976, Mariano D’Alatri, il quale ne
concludeva che la Cronica, «oltre e più che per la diletta nipote Agnese,
fu scritta in vista dei predicatori e della predicazione»26; per Salimbe-
ne, infatti, «il racconto offre materia per la riflessione e, tanto spesso,

23
  Ibidem 121, r. 21: «Benedictus Deus, qui nos de hac materia expedivit!».
24
  Cfr. ibidem 121-126, rr. 24-15. A parere di A. Bisanti, La fortuna della Cronica di
Salimbene de Adam fra Trecento e Quattrocento, in Salimbene de Adam e la «Cronica»,
167-218, la caratterizzazione che Salimbene dà di Primate, «magnus trutannus et
magnus trufator et maximus versificator et velox» (121, rr. 24-25), viene letteralmente
ripresa da Boccaccio, «come attesta, con tutta evidenza, la perfetta sovrapponibilità
delle due espressioni “grande e presto versificatore” e maximus versificator et velox».
Bisanti ne deduce quindi, «con discreta determinazione», «che Boccaccio ebbe della
Cronica di Salimbene – o, almeno, di alcune sezioni di essa – una sicura contezza»
(186-187). Salimbene però dice che Primate fu «maximus versificator», non «magnus»,
mentre una tale qualifica la riserva invece per le sue capacità di imbrogliare e burlarsi;
inoltre, la valenza e la velocità compositiva di Primate goderono probabilmente di fama
pubblica, in tal senso recepita anche da Salimbene; mi sembra quindi azzardato poter
dedurre da ciò «che Boccaccio ebbe una sicura contezza» della Cronica. Anche in altri
raffronti testuali, ad esempio quelli volti a documentare i legami tra Dante e Salimbene
(cfr. 172-182), mi sembra che Bisanti mostri un’eccessiva generosità.
25
  Sul Movimento dell’Alleluia la bibliografia si è ormai accumulata, anche se la
successiva non è riuscita ad andar troppo oltre il saggio, ormai datato, di A. Vauchez,
Une campagne de pacification en Lombardie autour de 1233. L’action politique des
Ordres Mendiants d’après la réforme des statuts communaux et les accords de paix, in
Mélanges d’archéologie et d’histoire 78 (1966) 503-549.
26
 M. D’Alatri, Predicazione e predicatori francescani, in idem, La Cronaca di Salimbene,
186 (cfr., più ampiamente, 185-188): il saggio era stato originariamente pubblicato in
Collectanea Franciscana 46 (1976) 63-91. In tale direzione si era mosso già N. Scivoletto,
Fra Salimbene da Parma e la storia politica e religiosa del secolo decimoterzo, Bari 1950,
67-68. Per quanto attiene alla produzione salimbeniana di Mariano D’Alatri, si vedano
le riflessioni di P. Vian, «Debet historiarum scriptor communis esse persona». Gli studi
salimbeniani di Mariano D’Alatri, in Mariano D’Alatri. Il percorso di uno storico, a cura
di F. Accrocca, Roma 2009, 35-52.

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La Cronica di Salimbene

diventa il tema di una vera e propria predica»27; lo studioso elencava


quindi i «temi, quasi tutti di carattere parenetico-morale, che nella
Cronaca vengono trattati più o meno ampiamente»28.
Spingendosi in avanti, Antonio Ivan Pini29 ha ipotizzato che il ge-
nere cronachistico sia stato soltanto un espediente di cui Salimbene si
servì per mettere a disposizione dei confratelli un liber exemplorum da
impiegare nell’esercizio dell’officium praedicationis: la Cronica appare
così ai suoi occhi «innanzitutto un contenitore per raccogliere e veicola-
re ai confratelli predicatori una quantità incredibile di exempla di cui
si è sperimentato personalmente l’efficacia sugli ascoltatori»; le tantis-
sime citazioni scritturistiche, quindi, non hanno «lo scopo, come gene-
ralmente si è ritenuto, di chiarire, illustrare, commentare le res gestas,
di interpretare, in altre parole, la realtà alla luce delle Sacre Scritture
[...] ma sono piuttosto l’a priori testuale da “glossare”, da spiegare, da
rendere comprensibile alla luce della realtà e della quotidianità». Per-
ciò Pini ritiene che «le tanto fastidiose, e mal sopportate dal lettore
moderno, citazioni vetero e neotestamentarie» siano «il motivo vero, di
fondo, potremmo dire “promozionale”, dell’opera salimbeniana»30.
Che dire in proposito? Certamente, è difficile classificare Salimbene:
la Cronica appare, senza alcun dubbio, a dir poco sorprendente, assom-
mandosi in essa una serie di contraddizioni che finiscono per manife-
starsi anche nella «lingua singolare» utilizzata dall’autore, quel «latino
vitalissimo, grossus fino al macaronismo (ovviamente “irriflesso”), eppu-
re provvisto d’una sua romanica solennità»31. Lucia Lazzerini elenca una
serie di passi nei quali Salimbene utilizza termini volgari che poi traduce
in latino per essere più comprensibile, osservando che egli appare, in tal
senso, un vero e proprio «precursore»32 che – come capitava ai predicatori
attivi in territori i più diversi – «può esprimersi talvolta in una sorta di
glossario interregionale (bi- o plurilinguismo “orizzontale”)»33.

27
  D’Alatri, Predicazione e predicatori francescani, 187.
28
  Ibidem; per l’elenco completo, cfr. 186-187.
29
  Bologna e la Romagna nella «Cronica sive Liber exemplorum ad usum praedicantium»
di Salimbene de Adam, in Salimbeniana, 174-197: 174-179.
30
  Ibidem 178.
31
 Così Lazzerini, Fra Salimbene predicatore, 135. Cfr. anche O. Guyotjeannin, Salimbene
de Adam, 73-114 (nel cap. 3 dell’introduzione, l’autore prende in esame “Forme et sens”
dell’opera).
32
  Ibidem 138.
33
 Ibidem. Anche S. Bordini, Una selva di citazioni. La «Cronica» di Salimbene
tra storia e autobiografia intellettuale, in Parole Rubate 3 (2011) 3-26, osserva che
l’alternarsi dei registri e dei linguaggi rientrava nel metodo di divulgazione adottato
dai predicatori (cfr. 13).

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Felice Accrocca

Forse, il precursore comune, quello dal quale tutti hanno preso


esempio, è stato l’evangelista Giovanni: fu soprattutto lui a inserire nel
suo vangelo termini della lingua utilizzata da Gesù, che tradusse poi in
greco per renderli comprensibili34. Certo, uno dei segreti del fascino di
Salimbene sta nel suo realismo, nella sua capacità di descrivere le cose
senza infingimenti e senza veli, di riferire discorsi che non difettano di
crudezza e rudezza plebea, non di rado sconfinanti nella rozzezza e nel-
la volgarità, tali che difficilmente si ritrovano altrove35. Salimbene, che
pure godeva nel dar sfoggio delle sue capacità intellettuali (o, almeno,
di quelle che lui riteneva tali), non si fece scrupolo a riferire discorsi
reali, o perlomeno ci dà la possibilità di capire in qual modo tanta gen-
te si esprimeva, non solo la gente povera, ma pure le classi altolocate,
che in tanti loro membri sapevano dar mostra di un’ignoranza crassa e
quanto a volgarità non avevano da invidiare nulla a nessuno.

Un contenitore multiforme

Certamente, poi, la Cronica è un contenitore multiforme, difficile da


incasellare in un «unico modello compositivo»36 e quindi con uno scopo

34
 Solo un esempio, il più evidente tra tutti, l’incontro di Gesù con i primi due
discepoli (1, 35-42), che cito nella lingua in cui Salimbene aveva imparato a conoscerlo:
«Altera die iterum stabat Ioannes et ex discipulis eius duo, et respiciens Iesum
ambulantem dicit: “Ecce agnus Dei”. Et audierunt eum duo discipuli loquentem et
secuti sunt Iesum. Conversus autem Iesus et videns eos sequentes se dicit eis: “Quid
quaeritis?”. Qui dixerunt ei: “Rabbi – quod dicitur interpretatum Magister – ubi
manes?”. Dicit eis: “Venite et videbitis”. Venerunt ergo et viderunt, ubi maneret, et apud
eum manserunt die illo; hora erat quasi decima. Erat Andreas, frater Simonis Petri,
unus ex duobus, qui audierant ab Ioanne et secuti fuerant eum. Invenit hic primum
fratrem suum Simonem et dicit ei: “Invenimus Messiam” – quod est interpretatum
Christus; adduxit eum ad Iesum. Intuitus eum Iesus dixit: “Tu es Simon filius Ioannis;
tu vocaberis Cephas” – quod interpretatur Petrus».
35
 Alcuni esempi in proposito offrono Lazzerini, Fra Salimbene predicatore, 137;
C. Segre, Livelli stilistici e polifonia linguistica nella Cronica di Salimbene da Parma,
in Salimbeniana, 227-228; ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
36
  Bordini, Una selva di citazioni, 5. Opportunamente, A. Bartola, Salimbene e i
suoi autori. Compresenze e intertestualità nella Cronica, in Salimbene de Adam e la
«Cronica», 85-105, ritiene che «qualsiasi tentativo di collocazione e classificazione in
uno dei generi letterari del medioevo latino non renderebbe giustizia alla complessità
di un’opera che ne racchiude in sé più di uno» (97). Anche M. Zabbia, La cronachistica
cittadina al tempo di Salimbene de Adam, in Salimbene de Adam e la «Cronica», 219-
233, parla di «carattere composito» della Cronica, «che ben difficilmente avrebbe se
fosse stata scritta nel Trecento o nella prima metà del Duecento» (223). Fu nell’ultimo
quarto del Duecento, infatti, che «gli autori più consapevoli provarono a sperimentare
nuove soluzioni» (ibidem).

462
La Cronica di Salimbene

chiaro, delimitato e ben definito37. In essa trovano posto l’autobiografia,


la storia di famiglia (della famiglia di sangue e della propria famiglia
religiosa), una galleria di ritratti – non di rado al vetriolo38, spesso cor-
redati di descrizione fisica (non così frequente, almeno non così ricca di
particolari)39 –, la cronaca cittadina e la storia degli Ordini mendicanti.
Insomma, di tutto un po’ e ben più di un poco40, giacché poche fonti sono
altrettanto ricche di aneddoti, tali da consentire al lettore moderno di
percepire tutta la rabbia e la ferocia di cui l’età di Salimbene fu capace,
il potente slancio religioso della sua epoca, perfino le risate goliardiche
che potevano risuonare nel coro o i trucchi escogitati da abili predicatori
per costruire il consenso.
Ecco! Le risate goliardiche in coro e i trucchi per costruire il con-
senso... Si prenda ad esempio il riferimento a frate Aldevrando, ori-
ginario della diocesi di Imola, con il quale madre natura era stata
tanto avara dal punto di vista estetico che frate Albertino da Verona,
celebre predicatore, diceva, per gioco, che fra Aldevrando aveva avuto
qualche turpe pensiero contro Dio: quando a costui, che pure era un
frate ministro, quindi il superiore di un’intera provincia religiosa, toc-
cava intonare l’antifona dell’inno Caput draconis, poiché aveva una

37
 Cfr. Guyotjeannin, Salimbene de Adam, 112-114.
38
 Esemplare, in proposito, il giudizio che Salimbene proferisce su Ezzelino da
Romano, forse “il cattivo” per eccellenza nella galleria dei personaggi presentati nella
Cronica: Salimbene lo definisce infatti «membrum diaboli et filium iniquitatis» (Cronica
II, 559, r. 5); «peior homo de mundo» (ibidem, rr. 9-10); Ezzelino e suo fratello Alberico
«duo demones extiterunt» (ibidem, rr. 24-25); neppure Nerone, né Decio, né Diocleziano,
né Massimiano «in malicia fuerunt similes sibi» (ibidem, rr. 22-23). In definitiva, egli
afferma: «Non credo revera quod, ab initio mundi usque ad dies nostros, fuerit ita malus
homo» (ibidem, rr. 10-11). Salimbene non ha dubbi, persino Federico II non fu tanto
crudele quanto lo fu Ezzelino (cfr. Cronica II, 889, rr. 19-21). Sul modo in cui Salimbene
costruisce il personaggio di Ezzelino si concentra il saggio di S. Nobili, La Cronica e la
pluralità dei generi letterari, in Salimbene de Adam e la «Cronica», 233-250.
39
  Si dirà poco più sotto (cfr. nota 41 e testo relativo) di frate Aldevrando; il cardinale
Latino Malabranca (su cui si veda nota 43 e testo relativo), «quantum ad similitudinem
corporis, Petro Capritio de Lambertinis de Bononia similis videbatur, secundum
meum iuditium» (Cronica I, 259, rr. 7-9); frate Elia, «quantum ad effigiem corporis
[...] totaliter assimilari potest fratri Ugoni de Regio, qui dictus est Hugo Paucapalea»
(ibidem 252, rr. 7-9); la figlia di Paolo Traversari di Ravenna «fuit pulcherrima domina
et bene morigerata, mediocris tamen stature, id est nec nimis longa nec nimis parva»
(ibidem 256, rr. 8-9). Gli esempi, ovviamente, si potrebbero moltiplicare. La menzione
di Pietro Caprizio e Ugo Pocapaglia rinvia pure a un pubblico ben determinato e, in
qualche modo, circoscritto.
40
 Cfr. Bordini, Una selva di citazioni, 6.

463
Felice Accrocca

testa deforme con tanti peli sulla fronte, tutti i frati ridevano al punto
che egli ne restava turbato e arrossiva41.
Quanto agli artifizi per costruire il consenso, emblematico è quan-
to accadde al tempo dell’Alleluia, quando i frati Minori e Predicatori
spinsero molte fazioni cittadine a stipulare accordi di pace. «Questi
solenni predicatori – rivela Salimbene – si riunivano di tanto in tanto
in qualche luogo e programmavano le loro predicazioni, riguardo al
luogo, al giorno, all’ora, al tema». Tutto poi si svolgeva così come ave-
vano concordato. Gherardo da Modena, una volta smesso di predicare
sulla piazza del comune di Parma, si tirò il cappuccio sulla testa e
parve immergersi in una profonda meditazione; «poi, dopo una lunga
sosta, rimosso il cappuccio, diceva al popolo ammirato, quasi citas-
se l’Apocalisse, cap. 1: “Fui rapito in spirito nel giorno del Signore
e ascoltai il nostro diletto fratello Giovanni da Vicenza, che predica
presso Bologna, sulla ghiaia del fiume Reno, davanti a una gran folla,
e tale fu l’inizio della sua predicazione [...]”. Lo stesso diceva di frate
Giacomino; lo stesso dicevano gli altri di lui. Si meravigliavano gli
astanti e, mossi dalla curiosità, mandavano alcuni inviati per cono-
scere la verità di quello che dicevano gli uni degli altri. E constatando
che quanto detto era veramente accaduto, restavano indicibilmente
meravigliati [...]. E in diversi modi e in molte parti del mondo, come
io vidi con i miei occhi, al tempo di quella devozione furono fatte molte
cose buone»42. Trucchi del mestiere, posti a servizio di una campagna
di pacificazione: tante altre volte, prima e dopo di allora, si è fatto ri-
corso a tecniche simili – benché spesso assai più sofisticate –, ma non
sempre le si è poste a servizio del bene comune...

41
 Cfr. Cronica I, 206-207, rr. 34-8. L’inno era stato composto da Gregorio IX: in merito
alla paternità gregoriana, rinvio a F. Accrocca, Escatologia e francescanesimo nel Duecento,
in idem, Un ribelle tranquillo. Angelo Clareno e gli Spirituali francescani fra Due e Trecento, S.
Maria degli Angeli-Assisi 2009, 254-255, nota 18; idem, «Sancta plantatio Fratrum Minorum
Ordinis». Gregorio IX e i Frati Minori dopo Francesco, in idem, L’identità complessa. Percorsi
francescani fra Due e Trecento, Padova 2014, 111, nota 77.
42
  Salimbene de Adam, Cronica I, 111, rr. 12-14.20-30.32-33: «[...] isti sollemnes
predicatores congregabantur interdum in aliquo loco et ordinabant de predicationibus
suis, scilicet de loco, de die, de hora et de themate [...]. Deinde post longam moram
miranti populo, remoto caputio, loquebatur. Quasi diceret, Apoc. I: “Fui in spiritu
in Dominica die et ascultavi dilectum fratrem nostrum Iohannem de Vicentia, qui
predicat apud Bononiam in glarea fluminis Reni et habet magnum populum coram
se, et tale fuit predicationis eius initium: Beata gens cuius est Dominus Deus eius,
populus quem elegit in hereditatem sibi”. Item dicebat de fratre Iacobino, idem illi de
isto. Mirabantur astantes et curiositate ducti nuntios mittebant nonnulli, ut istorum
que dicebantur cognoscerent veritatem. Cumque veraciter hec omnia repperissent,
indicibiliter mirabantur [...]; et diversimode et in multis partibus mundi multa bona
facta sunt tempore devotionis illius, ut vidi oculis meis».

464
La Cronica di Salimbene

Che dire poi delle reazioni delle nobili signore – dal cronista rife-
rite con malcelata ironia – nei riguardi di alcune ordinanze del cardi-
nale Latino Malabranca, legato di papa Niccolò III in Toscana, nella
Romagna e nel nord Italia, che miravano a imporre abiti più sobri,
vale a dire, vesti più corte, tali che, giunte fino a terra, non eccedesse-
ro oltre la lunghezza di un palmo? Il cardinale fece promulgare quella
sua prescrizione dal pulpito, ordinando ai sacerdoti di non assolvere
le inadempienti; la qual cosa, commenta il cronista, fu per quelle don-
ne «più amara di ogni morte». Non solo! Il cardinale ordinò pure che
portassero veli in testa, ciò che fu da esse ritenuta una cosa orribile.
A questo però, assicura Salimbene, trovarono rimedio facendosi con-
fezionare veli di seta e bisso intessuti d’oro43.

E tuttavia, pur sempre cronaca, con un sovrapporsi dei piani

Contenitore multiforme, dunque, la Cronica; possiamo, tuttavia,


dirla tale, oppure il genere cronachistico è da considerarsi un espe-
diente, come voleva Antonio Ivan Pini? Da parte mia, considero troppo
spinta l’ipotesi di Pini, poiché la Cronica salimbeniana è in realtà una
vera e propria cronaca44: la concatenazione temporale è comunque evi-
dente per poterla dire solo un espediente strumentale e tante notizie in
essa contenute sono proprie e peculiari del genere cronachistico; come
giustificare ad esempio, qualora la cronaca fosse stato solo un espe-
diente, tante notizie di ordine meteorologico, così importanti per i cro-
nisti medievali, che siano essi vissuti in secoli diversi e in diverse aree
geografiche? Cosa avrebbe spinto Salimbene a precisare che nel terri-
torio di Reggio la pioggia fu talmente abbondante, nell’inverno 1275-
1276, e che sui monti nevicò con tale abbondanza che in alcune parti la
neve si era accumulata fino a un’altezza di cinque e perfino sei braccia,
sì da provocare un’abbondante moria di maiali perché non c’era nulla
da mangiare, al punto che si cuoceva il fieno e si triturava per pascere i
maiali45? E pure in tal caso gli esempi si potrebbero moltiplicare...

43
  Cfr. ibidem 259, rr. 10-29; si veda, in proposito, L. Gatto, Bellezza, moda ed eleganza
nella Cronaca di Salimbene, in idem, Dalla parte di Salimbene, 463-491: 486, 489.
44
  Cfr., sul genere cronachistico, le osservazioni, in verità piuttosto sommarie, di
L. Gatto, I precedenti della Cronaca, in idem, Dalla parte di Salimbene, 653-660; più in
specifico, Zabbia, La cronachistica cittadina al tempo di Salimbene de Adam.
45
 Cfr. Salimbene de Adam, Cronica II, 744, rr. 27-7. Offre un quadro dell’attenzione
riservata da Salimbene ai fenomeni naturali A. Paravicini Bagliani, Salimbene e
la natura, in Salimbene de Adam e la «Cronica», 341-357. Lo studioso osserva che
Salimbene rivela, in proposito, un «rapporto antiretorico con la realtà», rapporto «che
la quasi totalità dei cinquanta capitoli in cui figura un concetto o un tema relativo

465
Felice Accrocca

Non è d’altronde tipico del genere cronachistico descrivere gli ef-


fetti devastanti dei terremoti46? Salimbene non fa differenza, rivelando
però, pure in tal caso, la sua singolarità, perché è proprio sui terremoti
che si mostra in tutta evidenza il sovrapporsi dei piani, per cui al ge-
nere cronachistico egli finisce per sovrapporre quello autobiografico47.
Narra infatti che il grande terremoto che nel giorno di Natale del
1222 scosse la città di Reggio e interessò «tutta la Lombardia e la To-
scana» «fu chiamato in particolar modo terremoto di Brescia», perché
in quella città fu sentito più forte. Caddero molte case, torri e castelli,
ma i bresciani «si erano così assuefatti a quel terremoto che, quando
cadeva un pinnacolo di qualche torre o casa, guardavano e ridevano
con forza»48. La disperazione, ovviamente, era arrivata a un punto
tale che si cercava di esorcizzarla mettendola in ridicolo.
Il cronista, tuttavia, non si ferma qui, aggiungendo anche riferi-
menti personali. Sua madre, infatti, raccontava spesso un fatto che l’a-
veva ferito non poco: «Al momento di questo grande terremoto io stavo
nella culla ed essa prese le mie due sorelle – che erano piccoline –, una
di qua e una di là sotto le sue ascelle, e scappò nella casa di suo padre
e di sua madre e dei suoi fratelli, abbandonando me nella culla. [...]
E per questo c’era qualche ombra nel bene che io le volevo, poiché
doveva curarsi più di me, maschio, che delle figlie. Ma lei diceva che
loro erano molto più idonee da portare, essendo più grandicelle»49.
Narrazione straordinaria, illuminante sotto tanti aspetti!
Interessante è poi registrare le conoscenze sui terremoti che mo-
strava di avere un uomo di buona cultura come il nostro cronista nella
seconda metà del XIII secolo. A suo dire, infatti, «il terremoto si veri-

alla natura mette in evidenza» e che «appare straordinariamente omogeneo nella sua
modernità» (357).
46
  Accenno ai terremoti, poiché Paravicini Bagliani, Salimbene e la natura, non vi
si è soffermato.
47
  Sulla parte autobiografica del racconto, cfr. G. Petti Balbi, Lignaggio, famiglia,
parentela in Salimbene, in Salimbeniana, 35-47.
48
 Ibidem I, 50, rr. 2-4.7-9: «Et fuit iste terremotus per totam Lombardiam et
Tusciam. Et appellatus fuit terremotus Brixie specialiter [...]. Et ita erant Brixienses
assuefacti ex illo terremotu, quod, quando cadebat pynaculum alicuius turris vel domus,
aspiciebant et cum clamore ridebant».
49
  Ibidem I, 51, rr. 24-28.29-32: «Solita erat mater mea michi referre quod tempore
istius magni terremotus iacebam in cunabulis, et ipsa accepit duas sorores meas, sub
qualibet ascella unam (erant enim parvule), et me in cuna dimisso cucurrit ad domum
patris et matris et fratrum suorum. [...] Et ex hoc non ita clare diligebam eam, quia
plus debebat curare de me masculo quam de filiabus. Sed ipsa dicebat quod aptiores
erant sibi ad portandum, cum essent grandiuscule». Cfr., in proposito, G. Petti Balbi,
Lignaggio, famiglia, parentela, 37; più in generale, A. Zaninoni, La donna e le donne
nella Cronica di Salimbene, in Salimbeniana, 266-271.

466
La Cronica di Salimbene

fica abitualmente nei monti cavernosi, nei quali si racchiude il vento,


che, volendo uscire, poiché non ha spiraglio per farlo, scuote la terra,
che trema, e per questo si sente il terremoto». E bella è l’analogia che
segue: «Ne abbiamo un esempio nella castagna non castrata, che sal-
tando con violenza e potenza schizza via dal fuoco spaventando quelli
che siedono attorno»50.
Inoltre, se la Cronica fosse stata davvero un espediente, perché
mai Salimbene, nella prima, ampia parte oggi perduta, si sarebbe pre-
so cura di mutuare il testo di Sicardo di Cremona51? È lui stesso, infatti,
a riferire di aver seguito il cronista fino all’anno 1212; dopo di che egli
si preoccupa di avvertire che le parole del vescovo di Cremona vennero
meno e che quelle che ad esse avrebbero fatto seguito nient’altro sa-
rebbero state che «parole incolte, rudi, grossolane e superflue, che in
molti luoghi non tengono conto della grammatica, ma che conservano
un ordine congruo alla storia»52. Al di là del luogo comune dell’impe-
rizia dello scrivente (Salimbene aveva, in realtà, ben altro concetto di
se stesso), resta il fatto che tali affermazioni – oltre a un’attestazione
indubitabile del valore dell’opera alla quale Salimbene attinse53 – ma-
nifestano nel nostro cronista una chiara coscienza del proprio compito
e una deliberata adesione alle leggi cui doveva sottomettersi chiunque
avrebbe voluto scrivere di storia.
Pure il discusso rapporto di Salimbene con Alberto di Gerardo
Milioli, per cui rinvio a quanto detto sopra54, dimostra che il genere
cronachistico non può, nel caso della Cronica, ridursi a mero suppor-
to strumentale55. D’altronde, lo stesso Salimbene sembra aver avuto

50
  Ibidem II, 827-828, rr. 25-30: «Nota quod terremotus consuevit fieri in montibus
cavernosis, in quibus includitur ventus, et volens egredi, quia non habet spiraculum ad
egrediendum, concutitur terra et tremit, et inde terremotus sentitur. Patet exemplum
in castanea non castrata, que ex igne saltando violenter et fortiter prosilit, pavorem
circumsedentibus immittendo».
51
  Sul vescovo di Cremona, si veda la messa a punto di R. Gamberini, Sicardo di
Cremona: un cronista universale tra le fonti di Salimbene, in Salimbene de Adam e la
«Cronica», 107-127.
52
  Salimbene de Adam, Cronica I, 43, rr. 35-2: «Hic verba Sichardi episcopi defecerunt.
A[modo] incurrimus verba inculta et rudia et grossa et superflua, que etiam in multis
locis gramaticam non observant, sed ordinem ystorie habent congruum».
53
  L’afferma con chiarezza anche Gamberini, Sicardo di Cremona, 123, che omette
però di citare e commentare le affermazioni che a noi più interessano, quelle appunto
nelle quali Salimbene dichiara di voler seguire «ordinem ystorie congruum».
54
  Cfr. nota 7.
55
  Anche Giuseppe Scalia ritiene che l’ipotesi di Antonio Ivan Pini, «pur suggestiva,
sembra forse non tenere nel dovuto conto la insistenza con cui il frate rivendica in primo
luogo, verso gli altri, la sua posizione di scrittore di cronache impegnate, e ottime a suo
giudizio, e la circostanza che almeno qualcuna di tali cronache, oltre la nostra, quella

467
Felice Accrocca

presente le possibili obiezioni, che probabilmente qualcuno gli aveva


già posto, forse anche a proposito delle cronache da lui precedentemen-
te stilate; il cronista avverte infatti che, se qualche volta egli divaga
abbandonando momentaneamente la materia trattata, egli ha tre ra-
gioni a sua discolpa: qualche volta infatti ciò gli avviene perché non
può evitare di parlare sotto la pressione della coscienza (conscientia
instigante), in quanto lo Spirito soffia dove vuole (evidente il riferimen-
to al Vangelo di san Giovanni 3,8); inoltre, egli scrive comunque cose
buone e utili e degne di essere riferite (meritano, cioè, che se ne fissi la
memoria); infine, perché egli finisce comunque per ritornare alla storia
interrotta per condurla a termine56.
Resterebbe peraltro da spiegare, se davvero il fine di Salimbene
fosse stato quello di mettere insieme un liber exemplorum a beneficio
dell’officium praedicationis, quale sia stata la logica del percorso propo-
sto, giacché si faticherebbe non poco a ricercarne il bandolo. Le raccolte
di sermoni, generalmente, seguono un ordine preciso57, che ci si attenga
al tempo liturgico oppure al calendario dei santi, oppure ci si concentri
sui cosiddetti sermoni ad status, mentre Salimbene sembra non avere
un ordine alcuno, limitandosi egli a inserire i materiali così come veni-

per esempio sugli “scelera” di Federico II, fosse con tutta probabilità di natura da essa
non dissimile, e che, pertanto, la singolare struttura dell’unica cronaca conservatasi,
la maggiore, oggi per noi così difficile da interpretare e classificare, non sia il risultato
di un’operazione escogitata nell’età matura, frutto quasi d’un espediente, ma rifletta
piuttosto il suo modo di intendere e concepire opere del genere, e ne costituisca il
dictamen abituale» Introduzione, in Salimbene de Adam, Cronica I, XIX-XX.
56
  Salimbene de Adam, Cronica I, 281, rr. 14-23: «Et quia aliquando videmur
digressionem facere alicubi a materia inchoata, parcendum est nobis propter tria.
Primo, quia preter intentionem nostram talia nobis occurrunt, que quandoque
convenienter vitare non possumus, conscientia instigante quia Spiritus ubi vult
spirat, nec est in hominis dictione prohibere Spiritum, ut habetur Io. III et Eccle. VIII.
Secundo, quia semper dicimus bona et utilia et digna relatu, et que possunt optime
in hystoria computari. Tertio, quia optime redimus postea ad materiam inchoatam et
nichil dimittimus propter hoc de veritate narrationis historie primitive».
57
  Sulla predicazione nel XIII secolo, cfr. F. Morenzoni, Des écoles aux paroisses.
Thomas de Chobham et la promotion de la prédication au début du XIIIe siècle, Paris
1995; N. Bériou, L’avènement des maîtres de la Parole. La prédication à Paris au
XIIIe siècle I-II, Paris 1998. Sulla predicazione francescana rinvio a F. Accrocca, La
predicazione francescana. Intorno a «Reg. bull.» IX, in «Negotium fidei». Miscellanea
di studi offerta a Mariano D’Alatri in occasione del suo 80° compleanno, a cura di
P. Maranesi, Roma 2002, 107-125; B. Roest, Franciscan learning, preaching and
mission c. 1220-1650. Cum scientia sit donum Dei, armatura ad defendendam sanctam
Fidem catholicam, Leiden 2014; A. Horowski, Bonaventura predicatore e i sermoni su
Francesco d’Assisi, in Bonaventura da Bagnoregio ministro generale. Atti dell’Incontro
di studio (Foligno, 20-21 luglio 2018), c.d.s.: ringrazio Aleksander Horowski per avermi
consentito di leggere il suo testo ancora inedito.

468
La Cronica di Salimbene

vano: sembra, in definitiva, che le motivazioni che egli elenca a propria


discolpa, siano in realtà, quelle davvero più pertinenti di altre a spiegare
l’accumulo di materiali predicabili. In tal senso, la proposta di D’Alatri
sembra cogliere maggiormente nel segno che non quella di Pini.

Per chi fu scritto questo scrigno di notizie?

Si apre perciò la questione dei veri destinatari della Cronica. Infat-


ti, se non si può del tutto escludere tra essi la nipote Agnese, bisogna
pure convenire che molte pagine non si rivelavano a lei proprio adatte,
a meno di pensare che le sue orecchie non fossero troppo pudiche58! Bi-
sogna peraltro tener presente che nel Medioevo un testo ‘privato’ non
era mai strettamente tale59: la Cronica poteva essere dunque utilizzata
per scopi diversi. Credo perciò che Salimbene avesse presenti anche – e
forse principalmente – i suoi confratelli più giovani che non avevano
avuto, come lui, occasione di girare e conoscere il mondo, soprattutto
quelli di una determinata area geografica. Certi riferimenti a tratti
somatici di persone concrete ci spingono a restringere il cerchio dei suoi
possibili destinatari: dire infatti che il cardinale Latino Malabranca
somigliava a Pietro Caprizio dei Lambertini di Bologna o che frate
Elia somigliava a fra Ugo da Reggio, detto Ugo Pocapaglia, risultava
un paragone indubbiamente improponibile per frati che fossero risul-
tati estranei al contesto emiliano-romagnolo60. Così pure, di città site
in altri territori o in Oltralpe, Salimbene si preoccupa di precisarne
la collocazione geografica, ciò che non si sogna di fare per i più piccoli
centri o castelli della sua terra d’origine, cosa inspiegabile se coloro
ai quali l’opera era destinata non fossero stati in grado di orientarsi
agevolmente in quello stesso contesto.
Una vera e propria cronaca, dunque, quella di Salimbene, nella qua-
le il suo autore sembra voler metter dentro tutto quanto aveva a disposi-
zione: ricordi, materiali predicabili, piccoli trattati, aneddoti, desideroso
com’era di raccontare e di raccontarsi. Una cronaca-zibaldone, quindi; in
fondo, anche Ubertino da Casale, per un’opera del tutto diversa, quale

58
 Anche C. Segre, Livelli stilistici e polifonia linguistica, 224, osserva: «Non
penseremo che Salimbene abbia scritto quel monumento che è la Cronica solo per la
nipote». Contini, citato da Lazzerini, Fra Salimbene predicatore, 142 e nota 20, osserva
che nei ritratti la Cronica si mostra aperta «al realismo più illimitato e magari plebeo»
(G. Contini, Letteratura italiana delle origini, Firenze 1970, 22).
59
  Si vedano in proposito le considerazioni formulate da N. D’Acunto, Introduzione
a Pier Damiani, Lettere [1-21] (Opere di Pier Damiani, edizione latino-italiana 1/1),
Roma 2000, 84-87.
60
  Cfr. i riferimenti indicati sopra, nota 39.

469
Felice Accrocca

l’Arbor vitae crucifixae Iesu, neppure vent’anni dopo Salimbene, copie-


rà interi trattati d’altri autori, vi riunirà suoi vecchi sermoni, creando
una non sempre perfetta armonia tra le parti61. Ma proprio quest’azione
di raccolta risulta essere uno dei punti di forza del testo della Cronica,
testimone prezioso – indubbiamente – per molteplici aspetti, vera e pro-
pria miniera di notizie altrove difficilmente reperibili.
Si legga, ad esempio, lo stimolante saggio sulle corone di Federico II,
pubblicato da Mirko Vagnoni nella miscellanea di studi in onore di
Errico Cuozzo62: tanta bibliografia egli cita, che non ho potuto per-
sonalmente controllare, quindi non so dire se ivi sia stata segnalata
la testimonianza di Salimbene, che non trovo menzionata nelle sue
pagine. Il Parmense narra infatti che Federico scaricò la sua rabbia
contro Parma dalla fine di giugno 1247 fino al 18 febbraio 1248 (era
un martedì, precisa il cronista), giorno in cui i parmigiani conquista-
rono la città di Vittoria ricacciando l’imperatore. I parmigiani, assicu-
ra, «portarono via all’imperatore tutto il suo tesoro», impossessandosi
anche della «corona imperiale, che era di gran peso e valore, tutta
d’oro e tempestata di pietre preziose, con molte immagini in rilievo
lavorate, che sembravano cesellature. Era grande come un’olla (pen-
tola). Aveva il valore più di dignità e di tesoro, che la funzione di orna-
mento sul capo. Avrebbe infatti coperto tutto il capo con il volto, senza
il supporto di una certa pezza che la teneva sollevata. Io – assicura
Salimbene – l’ho tenuta nelle mie mani, perché si conservava nel-
la sagrestia della cattedrale di Parma, dedicata alla beata Vergine».
«Questa corona la trovò un ometto di media statura, che chiamavano,
in modo ironico, “Cortopasso”, per il fatto che era piccolo [di statu-
ra]. E la portava pubblicamente nelle mani, come si porta un falcone,
mostrandola a tutti coloro che volevano vederla, in lode della vittoria
conseguita e dello scorno sempiterno di Federico». Quella corona poi
i parmigiani la comperarono da Cortopasso, dandogli «duecento lire
imperiali e un fabbricato presso la chiesa di S. Cristina, dove in antico
vi era stato il lavatoio dei cavalli. E fu stabilito che chiunque avesse
qualcosa dei tesori di Vittoria, se ne tenesse la metà e l’altra metà la

61
  Su Ubertino, rinvio a F. Accrocca, Il punto su Ubertino da Casale, in Il Santo 55
(2015) 317-334.
62
  Cfr. M. Vagnoni, Imperator Romanorum. L’iconografia di Federico II di Svevia,
in «Quei maledetti Normanni». Studi offerti a Errico Cuozzo per i suoi settant’anni da
Colleghi, Allievi, Amici, II, ed. J.-M. Martin, R. Alaggio, Ariano Irpino-Napoli 2016,
1225-1234.

470
La Cronica di Salimbene

consegnasse al comune»63. Sanatorie e condoni, ovviamente, non sono


un’invenzione moderna!
Una delle sfide impellenti della società medievale era quella della
fame; i raccolti non fruttavano certo quanto consentono di raccogliere
oggi le moderne tecniche e molto spesso la povera gente non era in
grado neppure di seminare. Le pagine di un altro cronista, di diversa
area geografica e di un altro secolo, Raoul Glabro, sono al riguardo
emblematiche64. Tuttavia, anche sul tema del cibo (e sulle speculazio-
ni che la carenza di cibo sapeva innescare) la Cronica offre preziose
notizie e aneddoti gustosi. Veniamo così a sapere – per quell’inestri-
cabile sovrapporsi dei piani, per cui la cronaca diventa autobiografia –
che la sera in cui fu ricevuto nell’Ordine (era un giovedì), malgrado
Salimbene avesse cenato splendidamente in casa di suo padre, i frati
lo fecero mangiare ancora benissimo. Tuttavia, per lui le cose cambia-
rono presto al peggio:

In seguito – afferma infatti rammaricato – poi mi diedero sempre dei


cavoli, con i quali dovetti cibarmi tutti i giorni della mia vita; e giam-
mai nel secolo avevo mangiato cavoli, anzi li detestavo tanto che non
avrei nemmeno mangiato carni che fossero state cotte con essi65.

63
  Cronica I, 308, rr. 6-7.9-16.23-27.1-6: «Item Parmenses abstulerunt imperatori
totum thesaurum suum [...] et coronam imperii, que erat magni ponderis et valoris, et
tota erat ex auro et lapidibus pretiosis intexta, multas habens ymagines fabrefactas
et elevatas, ut celaturas putares. Grandis erat sicut una olla; nam magis erat pro
dignitate et thesauro quam pro capitis ornamento. Totum enim caput cum facie
occultasset, nisi remedio alicuius pecie sublevata stetisset. Hanc habui in manibus
meis, quia in sacristia maioris ecclesie Beate Virginis servabatur in civitate Parmensi.
[...] Hanc coronam invenit quidam homo parvus medie stature, qui dicebatur yronice
Curtuspassus, eo quod parvus esset; et portabat eam publice in manibus, sicut
portatur nisus, demonstrando omnibus qui videre volebant, ad laudem victorie
habite et sempiterni opprobrii Friderici. [...] Coronam igitur supradictam emerunt
Parmenses ab illo concive suo et dederunt ei pro ea ducentas libras imperialium
et unum casamentum prope ecclesiam Sancte Christine, ubi lavatorium equorum
antiquitus fuerat. Et statuerunt ut quicumque de thesauris Victorie aliquid habuisset,
medietatem haberet et medietatem assignaret communi».
64
  Rinvio, per comodità, a: Rodolfo il Glabro, Storie dell’anno Mille. I cinque libri
delle Storie. Vita dell’abate Guglielmo, a cura di G. Andenna, D. Tuniz (Le origini:
storie e cronache 1), Milano 1981; anche alcune pagine di questo cronista vengono
riprese da Uberto Eco, terzo giorno, ora di Sesta, quando Salvatore riferisce ad Adso
alcune confidenze sulla propria vita (cfr. Eco, Il nome della rosa, 220-221).
65
  Cronica I, 144, rr. 24-27: «[...] processu vero temporis dederunt michi caules,
quibus oportuit me uti omnibus diebus vite mee; et nunquam in seculo comederam
caules, immo in tantum aborrebam eos, quod nec carnes comedissem, que in eis
decocte fuissent». Sull’argomento, rinvio all’ampio saggio di L. Gatto, Alimentazione

471
Felice Accrocca

Vi furono, in ogni caso, delle eccezioni. Narrando la visita che nel


1248 Luigi IX fece al Capitolo provinciale dei frati Minori riunito a
Sens, Salimbene ci trasmette addirittura l’intero menù che il re fece
servire nell’occasione:

Quel giorno, dunque, avemmo per prima ciliegie e pane bianchissimo;


venne servito anche vino abbondante e speciale, come era conveniente
alla magnificenza regia... Poi avemmo fave fresche cotte nel latte e
pesci e gamberi e pasticcio di anguille, riso al latte di mandorle con
polvere di cannella, anguille abbrustolite con ottima salsa, torte e
giungate e la frutta d’uso, tutto in abbondanza e buono66.

Non indugio sull’argomento, avendovi già prestata attenzione Lu-


dovico Gatto. Mi limito a riferire un episodio dallo studioso passato
sotto silenzio, perché capace di gettar luce sulla saggezza popolare. Nel
1286, in molte città del nord Italia si registrò una grave mortalità di
galline, tanto che «nella città di Cremona a una sola donna ne moriro-
no in un breve spazio di tempo quarantotto». Ciò fece sì che una sola
gallina finisse per vendersi a «cinque denari piccoli». Ciononostante,
la sagacia di alcune donne partorì un rimedio efficace a contrastare
l’improvvisa moria: dettero infatti da mangiare alle loro galline «del
marrubio pestato o tritato, impastandolo con acqua e crusca o farina»,
e «grazie a tale antidoto» salvarono i loro animali67.

e gastronomia, cibi e ricette nella Cronaca di Salimbene, in idem, Dalla parte di


Salimbene, 429-462; sul passo in questione, cfr. ibidem 441-442.
66
  Cronica I, 339, rr. 20-21.23-28: «Habuimus igitur illa die primo cerasas, postea
panem albissimum; vinum quoque, ut magnificentia regia dignum erat [...]. Postea
habuimus fabas recentes cum lacte decoctas, pisces et cancros, pastillos anguillarum,
risum cum lacte amigdalarum et pulvere cynamomi, anguillas assatas cum optimo
salsamento, turtas et iuncatas et fructus necessarios habuimus abundanter atque
decenter». Su questo straordinario pranzo, cfr. Gatto, Alimentazione e gastronomia,
442, 458. Gatto rileva che il grosso luccio offerto in quell’occasione al re generò un
qualche sconcerto nel cronista, poiché «il luccio a Salimbene non pare un pesce pregiato»
(444); probabilmente ciò fu perché Salimbene risentiva l’influsso del poeta Ausonio il
quale, nel suo poema sulla Mosella definiva il luccio, pesce abituato a sguazzare nel
fango, un cibo plebeo: cfr. A. Donati, Dal mare al fiume: la pesca sul finire dell’antichità,
in La pesca. Realtà e simbolo fra tardo antico e medioevo, a cura di A. Donati, P. Pasini,
Milano 1999, 15.
67
  Cronica II, 921, rr. 19-20.28-32: «Et in civitate Cremone uni soli mulieri brevi
temporis intervallo mortue sunt XLVIII galline. [...] Et inde accidit quod pro V denariis
parvis una gallina dabatur. Verumtamen alique mulieres sagaces dabant marubium
pistum sive tritum et mixtum cum aqua et furfure vel farina gallinis ad manducandum.
Et ita benefitio talis antidoti galline liberabantur et mortem evadebant». Sui rincari
dei prezzi, cfr. D. Romagnoli, Dal simbolo alla statistica. Il numero nella Cronica di

472
La Cronica di Salimbene

Una parola per concludere

Salimbene, dunque, vero e proprio cronista anche se in tutto singo-


lare, ciarliero e pettegolo, scopertamente partigiano, affascina il lettore
con il suo modo di raccontare disinibito e – a tratti – fortemente rea-
listico, con il suo linguaggio straordinariamente accattivante, capace
di colpire quanto più s’addentra nel racconto aneddotico. Riferisce, ad
esempio, dei diversi socii avuti da Giovanni da Parma nel tempo del
suo generalato, il settimo dei quali fu Bartolomeo Guiscolo da Parma,
«grande gioachimita», che era stato nel secolo maestro di grammatica,
capace di scrivere, miniare e predicare68: eppure il frate colpisce soprat-
tutto per il modo in cui apostrofa gli ubriaconi in Francia: i francesi,
infatti, per la loro facilità a svuotare i bicchieri, guardandosi al mattino
negli occhi e vedendoli stravolti, non esitavano a chiedere un «miraco-
luccio» (così – con una punta di humour, che non mancava mai nei suoi
saggi – Mariano D’Alatri69) ai frati: si recavano infatti, conciati in tal
modo dal sacerdote che aveva appena celebrato messa, pregandolo di
versare sui loro occhi qualche goccia dell’acqua utilizzata per l’abluzio-
ne delle mani; perciò fra Bartolomeo Guiscolo, a Provins (Salimbene
assicura di averlo udito più volte), diceva loro: «Alé! Ke mal onta ve don
Dé! Metti de l’aighe in le vins, non in lis ocli» («Andate! Che Dio vi dia
male! Mettete acqua nel vino, non negli occhi!»)70.
Straordinario Salimbene, si diceva all’inizio. La sua Cronica non
offre certo notizie di prima mano sul fondatore dell’Ordine dei fra-
ti Minori, che possiamo invece leggere nella cronaca di Giordano da
Giano, o sulla vita dei frati negli anni Venti del secolo XIII, come
testimoniano l’opera dello stesso Giordano e di Tommaso da Eccle-
ston71; essa tuttavia – senza dimenticare che ci trasmette una testi-
monianza preziosa e insostituibile sull’opera agiografica di Tommaso

Salimbene, in Salimbeniana, 205-208; qualche cenno anche in Gatto, Alimentazione e


gastronomia, 445.
68
 Cfr. Cronica II, 831, rr. 9-13; su Bartolomeo Guiscolo gioachimita, cfr. J. Paul, Il
gioachimismo e i gioachimiti alla metà del Duecento, in Paul - D’Alatri, Salimbene da
Parma testimone e cronista, 135-139.
69
 M. D’Alatri, La vita quotidiana del frate minore, in idem, La Cronaca di Salimbene.
Personaggi e tematiche, 154.
70
  Cronica I, 333, rr. 20-27; l’episodio viene riferito anche da L. Gatto, Le città
francesi nella Cronaca di Salimbene de Adam, 204, tuttavia in modo erroneo.
71 
Cfr. A. Marini, Giordano da Giano, la Chronica, in Frate Francesco 84 (2018)
375-391; idem, Il De adventu Fratrum Minorum in Angliam di Tommaso da Eccleston,
in Frate Francesco 84 (2018) 215-229.

473
Felice Accrocca

da Celano72 – offre un quadro d’importanza decisiva per studiare la


presenza dei frati e il loro ruolo nell’Italia centrosettentrionale nel
corso del Duecento.
Un quadro vivacissimo, parziale finché si vuole, ma ricco di no-
tizie, tale che di esso difficilmente potrà fare a meno chiunque voglia
scrivere su quell’area geografica nel secolo che fu di Salimbene. Per
questo, ma non solo per questo, vale la pena di leggerlo.

72
  Cronica I, 267-268, rr. 22-22: «Hic [frater Crescentius de Marchia Anchonitana]
precepit fratri Thome de Cellano, qui primam legendam beati Francisci fecerat, ut
iterum scriberet alium librum, eo quod multa inveniebantur de beato Francisco
que scripta non erant. Et scripsit pulcherrimum librum tam de miraculis quam de
vita, quem appellavit “Memoriale beati Francisci in desiderio anime”. Sed processu
temporis a fratre Bonaventura generali ministro, ex his omnibus, compilatus est unus
optime ordinatus. Et adhuc multa repperiuntur, que scripta non sunt»; su questa
testimonianza, rinvio a F. Accrocca, Due diverse redazioni del «Memoriale in desiderio
animae» di Tommaso da Celano? Una discussione da riprendere, in Collectanea
Franciscana 74 (2004) 5-22: 8, 15-16, 21.

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