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ANNO 116° SERIE IX N.

LE LETTERE / FIRENZE GENNAIO-GIUGNO 2012


DIRETTORE: Enrico Ghidetti
COMITATO SCIENTIFICO: Novella Bellucci, Alberto Beniscelli, Giulio Ferroni, Quinto Marini,
Gennaro Savarese, Luigi Surdich, Roberta Turchi

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Periodico semestrale
SOMMARIO

Saggi
ROBERTA TURCHI, Le serve padrone (1708-1733) .................................... 5

Note
FRANCESCA FAVARO, Cunizza da Romano: dimenticarsi dell’amore, nell’amore . . . . . . . . . . . . . 18
BARBARA FORESTI, Leopardi e la magia: tra erudizione e creazione leopardiana . . . . . . . . . . . . . 23
ANDREA LANZOLA, «Scorrendo via le pagine»: in merito ad una possibile ispirazione
di A Silvia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
DIANA BATTISTI, La scrittura autobiografica: parlare come un estraneo a se stesso .......... 48
MANUELA MANFREDINI, Sanguineti intellettuale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61

Rassegna bibliografica
Origini e Duecento, a c. di L. Surdich, pag. 73 - Dante, a c. di A. Lanza, pag. 96 - Trecento, a c. di
E. Bufacchi, pag. 147 - Cinquecento, a c. di F. Calitti e M. C. Figorilli, pag. 169 - Seicento, a c.
di Q. Marini, pag. 229 - Settecento, a c. di R. Turchi, pag. 279 - Primo Ottocento, a c. di N. Bellucci
e M. Dondero, pag. 293 - Secondo Ottocento, a c. di A. Carrannante, pag. 316 - Primo Novecento,
a c. di L. Melosi, pag. 337 - Secondo Novecento, a c. di R. Bruni e A. Camiciottoli, pag. 353
rassegna bibliografica

tezza dei gruppi sociali che gravitano attorno bo. Tra la morte del Ciminelli e l’editio princeps
al romitorio» (p. 362) e che si concretizza, delle sue Rime (Roma 1502), tra l’edizione del
come chiaramente dimostrato dalla disamina Canzoniere petrarchesco presso Aldo (1501),
proposta nel contributo, negli scritti di Coluc- quella delle Collettanee (1504) e la pubblica-
cio in una sostanziale coerenza tematica e zione degli Asolani (1505), spinte ed esigenze
terminologica pur a distanza di anni tra il De diverse si contendevano il campo, mettendo
seculo et religione e le varie lettere ai confra- in questione la maniera stessa d’intendere il
telli degli Angeli. Il volume si chiude con i fatto poetico, la sua costruzione e fruizione,
contributi di Teresa De Robertis che si occupa all’insegna d’una prassi cortigiana (eclettica)
di Salutati tra scrittura gotica e littera antiqua oppure di una severità nuova, fondata sulla
(vd. pp. 369-399) e di Stefano Zamponi: Iaco- misura e l’equilibrio. Bembo sarebbe morto,
po Angeli copista per Salutati (pp. 401-419) cardinale, il 18 gennaio 1547, e sepolto con
entrambi corredati da tavole con riproduzioni tutti gli onori nella basilica di Santa Maria
dei mss. presi in considerazione. Il volume è a sopra Minerva, fra le tombe dei due papi
sua volta arricchito da indici dei mss. e dei della famiglia Medici. Ma dalla prospettiva del
nomi. [Luciana Furbetta] 1500 o 1504, mentre i letterati celebravano la
scomparsa del menestrello più famoso d’Italia,
simile evoluzione sarebbe risultata né scontata
né prevedibile.
Al 1502 risale la princeps dell’Arcadia, pub-
blicata a Venezia da Bernardino Vercellese
all’insaputa dell’autore. Partendo da simile
episodio Calitti (pp. 647-654) esamina un
fenomeno che attraversa tutto il secolo: quello
delle cosiddette ‘stampe di rapina’. Al caso di
Sannazaro è riservata attenzione, poiché in
esso si rispecchiano le perduranti perplessità
o titubanze degli umanisti italiani di fronte al
bivio tra un testo fissato definitivamente dalla
stampa e la propria maniacale ricerca della
CINQUECENTO perfezione. A causa della spregiudicatezza di
a cura di tipografi senza scrupoli aumentavano i rischi
floriana calitti di plagio, edizioni contraffatte, furti o pubbli-
e maria cristina figorilli cazioni pirata: alcuni, come Ariosto e Aretino,
impararono presto ad avvalersi delle risorse del
nuovo sistema; altri, come Sannazaro e Casti-
glione, con più fatica, e dopo infiniti rinvii,
tollerarono l’approdo vigilato in tipografia.
Atlante della letteratura italiana, a c. Il momento più eclatante concerne Tasso, di
di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, cui è riportata la dolorosa protesta del 1586,
vol. i, Dalle origini al Rinascimento, a c. di circa i tradimenti e i torti subiti da quanti
Amedeo de Vincentiis, Torino, Einaudi, avevano concorso alla divulgazione della Li-
2010, pp. 640-825. berata, mentre egli si trovava nell’Ospedale
di Sant’Anna: «Io son pure il buon Tasso, il
I contributi di argomento cinquecentesco caro Tasso, l’amorevol Tasso; e sono anche
nel primo volume dell’Atlante sono 26 e co- l’assassinato Tasso, massimamente da’ librai e
prono un arco di tempo che dal 1500 (morte da gli stampatori».
di Serafino Aquilano) arriva al 1530 (inco- Sul successo dell’Arcadia ruota anche la
ronazione di Carlo V a Bologna, da parte di scheda di Giancarlo Alfano (pp. 655-659),
Clemente VII). che evoca la storia (plurisecolare) di un ‘mito’,
Gli eventi simbolici con cui, letterariamen- quello della nazione dei pastori, come luogo
te, comincia il nuovo secolo sono ricordati da d’identificazione e autocelebrazione collet-
Floriana Calitti (pp. 640-646), intrecciando tiva — per l’aristocrazia europea — sotto le
le parabole di Serafino Aquilano e Pietro Bem- insegne del «trasferimento edonistico in una

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rassegna bibliografica

contrada tanto lontana nella realtà spaziale nella prefazione alla Teodicea del 1710.
quanto prossima nella topografia simbolica», Che la storia (e la geografia) della lettera-
con parziale tradimento, però, della risentita tura italiana del primo Cinquecento abbiano
lezione di Sannazaro a vantaggio dell’educa- vistose implicazioni su scala europea è ribadito
zione sentimentale e dell’ozio galante. Una dalle mappe e dai grafici che accompagnano
grande carta (pp. 656-657) rappresenta le linee la scheda di Adelisa Malena su Erasmo in
portanti della circolazione dei principali testi Italia (pp. 673-678), dalla quale è tracciato
arcadici e pastorali, tra XVI e XVIII secolo, un discrimine prezioso: al di qua delle Alpi
mentre il grafico di p. 658 illustra, decen- dopo il suo viaggio (1506-1509) e fino al 1520
nio dopo decennio, il numero delle edizioni Erasmo è noto essenzialmente come filologo,
dell’Arcadia. esperto di testi antichi, mentre a partire dal
Come un episodio marginale possa essere terzo decennio del secolo sempre più rilievo
trasformato in evento storico-culturale di ri- acquistano il Ciceronianus e gli scritti teologici
lievo, tramite la manipolazione retorica della e morali (fu poi l’Indice romano del 1559, solo
realtà, è dimostrato da Guillaume Alonge in parte mitigato da quello tridentino del ’64, a
parlando della disfida di Barletta del 1503 (pp. proibire le sue opere, con una condanna netta
660-667). Sono esaminati vari testi, tra cui la e onnicomprensiva).
lettera scritta da Antonio de’ Ferrariis, detto Sui commerci letterari e librari attraverso le
il Galateo, all’amico Crisostomo Colonna. Il Alpi spetta a Romain Descendre una sottoli-
resoconto di Galateo interpretava i fatti in neatura (pp. 679-685): ad Augsburg nel 1504
funzione di un preciso progetto politico, le cui viene stampata la prima edizione del Mundus
coordinate, recepite e rilanciate nei decenni Novus di Amerigo Vespucci, che ebbe entro
seguenti, avrebbero determinato il successo il 1530 un successo strepitoso, a partire dai
della disfida nella letteratura del Cinquecento, circoli dei geografi umanisti (più numerosi
in tre accezioni complementari: tessera di un in area germanofona). L’opera (forse com-
programma filospagnolo e anti-francese; ma- posta a Lisbona, nell’ambiente cosmopolita
nifesto di una concezione della guerra ancora dei mercanti), e redatta in forma di epistola
legata agli ideali feudali e agli schemi cavalle- a Lorenzo di Piero de’ Medici, portava con
reschi; e garanzia di risarcimento morale per la sé la rivelazione di un continente sconosciuto
parte italiana, a dispetto delle ripetute sconfitte e densamente popolato, antitetico per usi e
patite sui campi di battaglia. Per questa via si costumi alle comunità europee del XVI secolo,
giustifica il ritorno della vicenda barlettana in e insieme alla Lettera al Soderini, del medesimo
epoca risorgimentale, con l’esplicito intento di Vespucci, contribuì a modificare l’immaginario
promuovere la «rigenerazione nazionale». della propria epoca.
Erasmo da Rotterdam trascorse parte del­ Poiché molte tappe della letteratura primo-
l’estate del 1504 presso la biblioteca dell’abba- cinquecentesca coincidono con eventi edito-
zia dei premostratensi di Lovanio. Qui scoprì riali, non sorprende la messe di grafici, carte e
le Adnotationes in Novum Testamentum di diagrammi che accompagna le pagine dedicate
Lorenzo Valla, in cui, a partire da una serie a La stampa nel Cinquecento da Federico Bar-
di glosse su problemi circoscritti all’uso e al bierato (pp. 686-693). I fenomeni censiti sono:
significato di singoli lemmi, la conoscenza il primato di Venezia nell’industria tipografica
linguistica e filologica era proposta come via italiana del Rinascimento; il valore effettivo e
d’ingresso privilegiata alla comprensione del simbolico dell’esperienza di Aldo Manuzio,
testo sacro. Pubblicando l’opera, nel 1505, a per la diffusione del pensiero umanistico; la
Parigi, Erasmo ribadì la valenza ermeneutica rivalità tra i Manuzio e i Giunta; il rapporto
della grammatica, in base a stimoli che, dopo tra mercato del libro e questione della lingua;
un decennio, l’avrebbero condotto a proporre il ruolo di editori e curatori sul piano stretta-
la sua traduzione latina del Nuovo Testamento mente letterario. Ne esce un’efficace ricapito-
(1516), dedicata a papa Leone X. I nessi fra lazione, che consente di affiancare a Venezia gli
i vari piani di questa trafila sono illustrati da altri centri principali (Roma e Milano, Firenze
Christopher S. Celenza (pp. 668-672), che, e Bologna, Napoli e Torino,Verona, Ferrara
passando per l’ammirazione di Martin Lutero, e Padova).
arriva a ricordare l’apprezzamento per il De Nel saggio di Jérémie Barthas sugli Orti
libero arbitrio del Valla da parte di Leibniz, Oricellari (pp. 694-701) sono isolate, al cuore

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rassegna bibliografica

della vita politica e letteraria fiorentina, due 716, con le abitazioni private che furono meta
stagioni: quella legata a Bernardo Rucellai di visitatori stranieri e luogo di ritrovo per i
(1505-1506), cui si accompagnarono Giovanni residenti in città.
Corsi, Francesco Cattani da Diacceto e Pietro Ottavia Niccoli per un verso (pp. 719-
Crinito, e quella di Cosimo, nipote di Bernardo 725), Gabriele Pedullà per l’altro (pp. 732-
(1515 ca.), sulla quale svetta il profilo di Ma- 738) disegnano i due volti della cultura romana
chiavelli. Continuità e discontinuità, tra i due del primo Cinquecento. Di uno è emblema la
momenti, vengono sottolineate, per evocare prima edizione a stampa dei versi di Pasquino
che gli Orti di Cosimo furono appunto il «tea- (1509), anonima raccolta di burle, sarcasmi e
tro del magistero sovversivo di Machiavelli», proteste di vario tenore, ma non — come è
sviluppatosi sino ad «affermare, in diretta opportunamente enfatizzato — espressione
polemica con la diagnosi di Bernardo, che diretta della voce popolare, bensì frutto di
la grandezza di Roma sarebbe stata frutto scolari e chierici di Curia, di persone bene
delle lotte sociali e della divisione tra patrizi informate anche se spesso in posizioni margi-
e plebei». nali (deducendosene il progressivo rinnovarsi
A Erasmo e soprattutto Aldo Manuzio, e ampliarsi dei temi, fino a toccare, a lato delle
ovvero all’orbita veneziana, si fa ritorno con critiche e delle osservazioni malevole sulla po-
le note di Lodovica Braida (pp. 702-707), che litica pontificia, la riforma protestante). Circa il
traggono spunto dall’incontro tra i due, nel rovescio della medaglia, è assunto a prototipo
1507, per tracciare i contorni dell’avventura il dibattito fra Pico e Bembo sull’imitazione
(umana e imprenditoriale) di Aldo, menzio- (1512): della questione è ricostruita la storia
nandone: l’unione di sapere tecnico e filologico quattrocentesca (dallo ‘scontro’ tra Poggio e
con una viva esigenza (più volte espressa nelle Valla alla ripresa di Poliziano e Cortesi), mo-
diverse prefazioni) di dottrina, spiritualità strando, però, l’ampliamento della prospettiva
cristiana e moralità dei costumi; la volontà di che il nuovo secolo guadagnò, allorché le idee
favorire la conoscenza delle lingue antiche, furono messe alla prova della filosofia (con
recuperandone il valore propedeutico e stru- implicazioni e diramazioni che coinvolgono
mentale in campo, oltre che letterario, filo- i protagonisti dell’epoca, da Machiavelli a
sofico, scientifico, matematico; l’attenzione Lipsio, da Erasmo fino a Galileo).
ai protagonisti della scena contemporanea Al 1512 risale pure l’ingresso di Teofilo
(da Poliziano a Sannazaro, da Pontano a Folengo nel convento di San Benedetto in
Bembo). Polirone, dove, dall’anno precedente, si tro-
Poiché a questa porzione della storia let- vava Benedetto Fontanini da Mantova, più
teraria italiana è preposta l’etichetta L’età di tardi autore del Beneficio di Cristo. La vicenda
Venezia, con una scelta motivata (anche se, è seguita da Alfano (pp. 726-731), e situata
forse, altre soluzioni sarebbero state possi- nel panorama delle discussioni religiose del
bili, per la ricchezza del ‘momento’), non primo Cinquecento, fermando l’attenzione su
sorprende — ma affascina — la grande mappa due altre date: il 1525, quando Teofilo abban-
allestita da Filippo De Vivo (pp. 708-718), che donò polemicamente l’ordine, avvicinandosi
del mondo lagunare restituisce l’articolata e a Vittoria Colonna e al suo ‘circolo’ (seguì,
complessa fisionomia. Ne emergono i due nel 1526, la stampa dell’Orlandino, in cui
poli: quello politico e religioso, ubicato tra erano evocati la ‘dolcezza’ del dono di Cristo
la basilica di San Marco e Palazzo Ducale, e e la conseguente giustificazione per fede, che
quello economico e commerciale, nei dintorni riconsegnava gli uomini a un percorso verso
di Rialto. Accanto ad essi si ricordano le scuole la salvezza confortato dalle buone opere), e il
e i teatri, le botteghe degli artisti e le confrater- 1542, che, per effetto della riorganizzazione
nite, le chiese, i monasteri, i conventi, i palazzi dell’Inquisizione romana, mise fuori gioco
patrizi e le ville di campagna, che, in assenza le idee e i valori tradizionali dell’ordine be-
di una corte, garantirono molteplici forme al nedettino.
collezionismo artistico e librario, allo scambio Di simili incroci e sovrapposizioni sono
delle idee, alla socialità. Le date e i dati sono ricche la storia e la geografia della letteratu-
forniti con una dovizia che si può esemplifi- ra italiana del Rinascimento. E a tal punto
care menzionando la tavola cronologica di p. dell’Atlante risulta opportuna la sintesi fornita
710 (dal 1509 al 1530), e il repertorio di p. da Giuseppe Antonelli e Marcello Ravesi

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rassegna bibliografica

in merito alla sintomatica ‘questione della di Elena Valeri (pp. 781-785) sui letterati
lingua’ (pp. 739-749). Sono toccati: i fattori che ambasciatori del Rinascimento. Le coordi-
promossero la discussione e gli schieramenti nate generali del fenomeno sono queste: tra
principali; il rapporto dialettico che, in meri- il 1450 e il 1550 viene codificata la funzione
to, si sviluppò tra le voci toscane e quelle, in della diplomazia, come metodo di prevenzione
primo luogo, facenti capo a Roma e Venezia; il e soluzione dei conflitti politici, sicché si dif-
tempestivo ed efficace trapianto del problema fonde la pratica di reclutare gli ambasciatori
in ambito grammaticale e lessicografico (con tra i letterati pronti a trasformare in azione
l’ausilio di due importanti mappe: una per i i propri studi. Fu proprio Machiavelli a ri-
luoghi delle prime edizioni dei testi concernen- marcare come l’impegno politico fosse il più
ti la ‘questione’, l’altra per i luoghi di nascita e alto onore a cui un cittadino potesse aspirare
residenza dei letterati convolti). (secondo Guicciardini il valore di un principe
A Roma, ancora, riporta la celebre lettera si riconosceva dalla qualità dei suoi ambascia-
sulle antichità composta da Castiglione e Raf- tori), e dunque al tempo delle guerre d’Italia
faello e indirizzata a Leone X, che Amedeo poté a certuni parere (ma non a Machiavelli)
Quondam propone come «manifesto del clas- che l’arte della parola bastasse a far fronte alle
sicismo» primocinquecentesco (pp. 750-756). armi. La sconfitta dell’assioma fu bruciante, e
Sentimenti di curiositas e pietas attraversano il dopo il 1550, per effetto di ciò, diminuirono
testo, e la memoria antiquaria dischiude la sua i letterati impegnati sul fronte diplomatico,
funzione modellizzante, generando un’idea di concedendosi loro soltanto la partecipazione
bellezza, sotto le insegne della misura e della alla riflessione poetica o storica.
grazia, che si ritrova nel Cortegiano. L’asse Di luoghi e date salienti della drammaturgia
Urbino-Roma, che la coppia Castiglione-Raf­ rinascimentale parlano Daniele Vianello (pp.
faello sottintende, è ripreso e sviluppato grazie 786-792) e Pedullà (pp. 793-795). Gli estremi
al confronto tra le due corti proposto da Mar- del percorso sono questi: il 5 marzo 1508,
co Folin (pp. 757-773). Analogie e differenze, quando a Ferrara viene recitata la Cassaria di
tra la Urbino di Guidubaldo ed Elisabetta e Ariosto, e il 13 febbraio 1522, quando si assiste
la Roma di Leone X, sono registrate a do- alla prima rappresentazione veneziana della
cumento della varietà di situazioni concrete Mandragola. Vianello fornisce un dettagliato
corrispondenti al concetto di ‘corte’ rinasci- panorama delle scene veneziane di primo Cin-
mentale. Il discorso coinvolge molteplici livelli: quecento, dei luoghi dominanti e dei relativi
da quello inerente la distribuzione dei ruoli e protagonisti (su tutti il buffone Zuan Polo
degli spazi nel palazzo del principe a quello Liompardi, campione di improvvisazione e
relativo all’assetto urbanistico delle due città performance plurilingue, e l’attore Francesco
(monocentrico a Urbino, mosaico di luoghi in de’ Nobili da Lucca, detto Cherea, che impor-
reciproca competizione a Roma). tò le forme del teatro cortigiano). Pedullà,
Nel maggio del 1521, mentre è in viaggio invece, rievoca il prologo umanistico di questa
verso Carpi, come rappresentante della fami- tradizione (coi vari filoni che si intrecciano
glia Medici al capitolo generale dei frati minori, tra il 1486 e il 1507, tramite il reimpiego dei
Machiavelli, da poco riabilitato, incontra Fran- modelli di Plauto e Terenzio), arrivando a
cesco Guicciardini, governatore di Modena e dimostrare poi (cioè dopo il 1508) il primato
Reggio. Dal carteggio che ne seguì John M. della scuola ferrarese, che, grazie al patrocinio
Najemy ricava le spie dell’imbarazzante e acuta estense, si impose sul panorama italiano.
tensione che sempre corse fra i due, vicini per Nel 1523 a Napoli viene pubblicata la prima
origini e cultura, ma lontani per esperienze e edizione del De regnandi peritia di Agostino
convinzioni (pp. 774-780). Le divergenze teo- Nifo, con dedica a Carlo V: un accurato as-
riche, per esempio sul piano dell’analisi della semblaggio, previa traduzione in latino, di
storia, producevano opposti giudizi intorno a molte parti del Principe di Machiavelli, che,
natura e cause della ‘crisi’ di Firenze, così che però, sarebbe stato edito solo nel 1531. Il caso
all’indomani della battaglia di Pavia la cautela è discusso da Pedullà (pp. 796-803), il quale,
diffidente e fatalista di Guicciardini non poté ricostruito il profilo culturale dell’autore (già
che urtare la passione e lo zelo di Machiavelli, nominato da Leone X conte palatino per i
incitanti alla difesa e alla riscossa. meriti acquisiti con la confutazione del De im-
Da queste due figure si diparte il contributo mortalitate animae di Pomponazzi), dimostra

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rassegna bibliografica

che non di plagio si trattò, tuttavia, bensì di gretario). Al cospetto di quest’opera il De pace
una replica o confutazione implacabilmente e il De latinae linguae usu retinendo, le due ora-
incardinata sulla tecnica dell’antitesi. Il con- zioni pronunciate in quei mesi dall’Ama­seo,
fronto Nifo-Machiavelli viene proiettato su più paiono lo specchio di una posizione opposta,
ampia scala, poiché in esso si vede condensata tesa a perpetuare il mito dell’alleanza tra i due
la riflessione medioevale e moderna circa le poteri universali in nome della continuità tra i
differenze tra il principe legittimo e il tiranno, moderni e gli antichi.
e circa il diritto-dovere della difesa della libertà Nell’ultimo contributo del volume (pp.
contro ogni reggitore ingiusto. Ne derivano gli 822-825) Erminia Irace interroga, a modo
argomenti per ribadire la novità della prospet- di consuntivo, la consistenza effettiva della
tiva di Machiavelli (per il quale bene e male, in comunità letteraria del primo Cinquecento.
politica, si misurano solo alla luce dei concetti E perciò mette in fila tre repertori dell’epoca,
di necessità e occasione), e il significato con- come documento di «altrettanti, diversificati
tingente dell’operazione di Nifo, difensore dei punti di vista sulla cultura dei loro tempi»: il
privilegi dei feudatari del Regno. De hominibus doctis di Paolo Cortesi (1490-
Intorno al 1525, l’anno delle Prose di Bem- 91), il De litteratorum infoelicitate di Pierio
bo e della battaglia di Pavia, nonché della bolla Valeriano (1529-58) e gli Elogia veris clarorum
clementina che sanciva l’autonomia ecclesiasti- virorum di Paolo Giovio (I edizione: 1546). La
ca di Venezia, ruotano le due schede di Paolo conclusione è questa: nel giro di mezzo secolo,
Procaccioli, dedicate a Pietro Aretino. La alla consapevolezza umanistica che lungo l’asse
prima (pp. 804-809) tocca lo «scandaloso suc- Firenze-Roma si giocasse la ragione d’esse-
cesso» dei disegni eseguiti (a Roma) da Giulio re della civiltà italiana e del suo primato in
Romano sulle posizioni degli amanti (ovvero Europa, subentra la percezione di una realtà
delle incisioni da essi ricavate da Marcantonio assai meno ordinata e disciplinabile, in cui,
Raimondi), e dei Sonetti lussuriosi dell’Aretino, per effetto della moltiplicazione internazionale
proponendo — evidenziate le difficoltà con- delle voci interessanti, nessun modello sembra
cernenti la datazione dei singoli passaggi della in grado di imporsi in modo definitivo.
vicenda — tale complessiva interpretazione: fu Senza entrare nel merito dell’impostazione
un gesto di sfida provocatorio ed esasperante generale del volume, e delle scelte conseguenti
che, dopo l’incarcerazione del Raimondi, con- circa la parte cinquecentesca, una riflessione
venne a tutte le parti avvolgere nel silenzio, è forse consentita al termine di questa rapida
per approdare, infine, alla lettura censoria e rassegna. Il dominio di Venezia e Roma sulla
moralistica di Vasari nelle Vite del 1564. La cultura letteraria italiana del primo Rinasci-
seconda (pp. 810-814) riguarda l’imporsi di mento — qui documentato e ribadito — è
Aretino sulla scena romana (e poi italiana) schiacciante, ma non produce l’omogeneiz-
dopo il 1520, da poeta d’occasione qual era zazione che si potrebbe credere, o temere,
stato creduto fino a quel momento, come ar- favorendo, anzi, la varietà polifonica delle
bitro del gusto, per mezzo di un abile impiego esperienze (con picchi di problematicità per
dei rapporti epistolari gestiti ai fini dell’attiva Firenze e dintorni): ma suona, al contempo,
militanza, al pari di quel che accadeva nelle quale conferma dell’intelligenza di uomini
cancellerie signorili. Le mappe che accompa- come Pietro Bembo e Baldassarre Castiglione,
gnano questa scheda illustrano la diramazione che subito, per sé e le proprie opere, intuiro-
di simili rapporti, in Italia e in Europa (da no l’orientamento confermato dall’Atlante.
Venezia a Parigi, da Roma a Milano, da Firenze L’assenza, o quasi, in queste pagine di Ferrara
e Urbino a Londra e Toledo). Alle pp. 815-821 per converso, come e più ancora di Mantova
Alfano legge l’impressionante appuntamento e Milano, approfondisce il significato morale
bolognese tra Carlo V e Clemente VII (1529- della scelta ariostesca, che, in nome dell’amore
30) con gli occhi di Francesco Berni, che ne per la propria ‘piccola’ patria, seppe e volle
diede un travestimento grottesco e quasi in- proclamare il suo tormento al cospetto delle
fernale nell’Entrata dell’imperatore in Bologna: spinte centripete in atto, la sua sempre inquieta
una velenosa contestazione in cui si riflette la e difficile integrazione nella storia. Perché,
delusione (politica e culturale) dell’autore, infatti, Castiglione volle per il Cortegiano una
per il fallimento dell’alleanza filofrancese già prima edizione presso gli eredi Aldo, a Vene-
propugnata dal Giberti (di cui il Berni era se- zia, mentre le tre pubblicazioni del Furioso

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rassegna bibliografica

sono ferraresi? La spiegazione eccede forse le nomia della nostra produzione letteraria, non
pressioni del mecenatismo estense e presup- solo marcatamente contrassegnata da istanze
pone, invece, una ferma intenzione dell’autore, conoscitive ma anche talmente impregnata di
sprezzantemente locale e, insieme, universale. implicazioni derivanti da altri saperi da diven-
In quest’ottica una scheda intitolata Ferrara, tare il veicolo principale della nostra identità di
30 giugno 1526 avrebbe potuto evocare la nazione, come ben intuirono De Sanctis, e poi
questione, a partire dall’acquisto, da parte di Croce e Gramsci. A proposito della centralità
Ludovico, della sua nuova casa in Contrada della letteratura, nel primo capitolo citato si
Mirasole, da confrontare, magari, con la dimo- chiarisce un altro aspetto fondamentale del suo
ra di Mantegna a Mantova o, su altra scala, con ruolo di disciplina-guida: a partire da Dante e
quella veneziana della famiglia Bembo, o altre Petrarca, e in modo ancora più approfondito
ancora. Ma ciò s’intenda unicamente a prova tra Quattro e Cinquecento, è la letteratura che
della fertilità degli stimoli e delle categorie si assegna la funzione educativa di indicare i
qui forniti, in ragione della loro pertinenza percorsi per accedere a una saggezza di cui
ed efficacia passibili di infinite estensioni e giovarsi non solo sul piano individuale ma
applicazioni. [Uberto Motta] anche sociale e politico. Nei primi decenni
del Cinquecento si impone un nuovo per-
corso educativo (veicolato da scrittori come
Gian Mario Anselmi, L’età dell’Uma- Castiglione, Machiavelli, Guicciardini) incar-
nesimo e del Rinascimento. Le radici italia- dinato sulle categorie di urbanitas, controllo
ne dell’Europa moderna, Roma, Carocci, e governo di sé, che è componente essenziale
2008, pp. 209. della civilitas, e di magnanimità, che contiene
in sé anche la capacità di non lasciarsi sopraf-
Il volume, che raccoglie pagine edite (ma fare dalla faziosità, mostrando un’apertura
per l’occasione ampiamente rielaborate) e ine- per le posizioni altrui, nella consapevolezza
dite, offre una riflessione sulla centralità delle dell’impossibilità di eliminare dalla società il
prospettive culturali elaborate dall’Umanesi- confligere, che invece va canalizzato in forme
mo e dal Rinascimento italiani per lo sviluppo equilibrate e non distruttive per gli organismi
della moderna civiltà europea. Il libro si avvale politici.
della capacità critica di saldare a uno sguardo Come emerge nel capitolo L’eredità di Pe-
di insieme — in grado di far luce su processi di trarca, punto di riferimento per il processo di
lunga durata, che da Dante e Petrarca hanno rifondazione etica e politica è appunto Petrar-
attraversato la nostra letteratura fino al Seicen- ca, la cui eredità va al di là del petrarchismo,
to, per poi proiettarsi sull’intera cultura occi- mostrando la sua imprescindibilità anche nel
dentale — approfondimenti dedicati a testi, campo della trattatistica storiografica e poli-
autori, e fenomeni più specifici. Le idee forti tica moderna. Da lui deriva il metodo (fatto
che emergono (chiarite sin dall’Introduzione: proprio da Machiavelli) di accostare l’esempio
Le ombre e i volti: la dignità del Rinascimento storico antico a quello moderno, alla luce
ma anche dal capitolo i, Conoscenza storica, dei quell’ideale di “concordanza delle sto-
ermeneutica letteraria e apprendistato politico rie” che avrà una notevole fortuna, anche al
tra Umanesimo e Rinascimento, che anticipa i livello editoriale più divulgativo. A Petrar-
concetti che ispirano le pagine del volume), su ca risalgono temi fondamentali del dibattito
cui si fonda l’interpretazione della nostra tradi- storico-politico e della riflessione svolta da
zione letteraria, si coagulano prevalentemente autori come Alberti, Erasmo, Machiavelli,
intorno a due questioni di notevole importan- Guicciardini, nonché Montaigne e Pascal: il
za, strettamente collegate: la nostra tradizione realismo politico, la questione di una classe
culturale si configura come precipuamente dirigente composta di uomini che, pur senza
letteraria; la letteratura in Italia prende il posto rinunciare alle proprie ambizioni e all’ideale
di altri saperi, inglobandoli, come la teolo- della gloria, non costituiscano una minaccia
gia, la filosofia, la politica e la storiografia. per gli interessi della collettività assecondando
Sono proprio le strette relazioni che la nostra tentazioni tiranniche.
letteratura ha instaurato con altre discipline, L’importanza dell’antecedente petrarchesco
prime tra tutte la filosofia morale e la pratica per la riflessione machiavelliana è ribadita nel
storiografica, a determinare la particolare fisio- capitolo Petrarca e Cola di Rienzo tra lettere

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rassegna bibliografica

disperse e scenari romani, dove la consapevo- tica dell’Umanesimo: la Romagna delle corti,
lezza da parte di Petrarca del rilevante ruolo la riflessione si concentra prevalentemente
del «tribunato della plebe», come del resto la sull’approdo a Faenza di Sabba da Castiglione,
delusione del poeta di fronte agli esiti dell’azio- che, nonostante l’ottica tridentina, nei Ricor-
ne di Cola, incapace di promuovere una po- di, recupera in chiave mediana-popolare la
litica dura ed energica, aperta, se necessario, materia etica del Cortegiano, rimodulandola
al ricorso alla violenza, in grado di spingersi alla luce del più tipico enciclopedismo cinque-
fino all’eliminazione degli avversari aristo- centesco, a cui si deve la singolare estensione
cratici (compresi i Colonna, i cui discendenti dei materiali aneddotici e senteziosi. Dietro
torneranno in celebri pagine machiavelliane), l’ethos che prende forma nei Ricordi agisce la
conduce direttamente al realismo di Machia- lezione morale plutarchea, importante punto
velli, all’idea di una politica che non può essere di riferimento anche per i Dialoghi di Tasso,
disgiunta dalla forza. come è altresì chiarito nel capitolo I «Dialoghi»
Sempre Petrarca (nel capitolo Impeto della di Tasso fra tensione etica e realismo politico
fortuna e virtù degli uomini tra Alberti e Ma- (a Tasso è dedicato anche un altro saggio,
chiavelli) è indicato come l’archetipo di quella Letteratura e Mediterraneo: il caso esemplare
linea della riflessione morale che appunto da della «Liberata» di Tasso). L’altro capitolo
Petrarca, attraverso Alberti, arriva a Machiavelli dedicato all’influenza della cultura padana,
e Guicciardini, incentrata sulla ricerca ossessiva Tasso, i classici e l’Umanesimo padano, mostra
del rimedio virtuoso di fronte alla minaccia l’importanza dello Studio bolognese per la
della fortuna; una linea, laicamente agostinia- formazione tassiana, in direzione dell’acqui-
na, fondativa per il pensiero morale europeo, sizione di un habitus di letterato erudito, ac-
alle radici della modernità, e controcanto del cademico, doctus, profondo conoscitore della
cosiddetto Umanesimo civile fiorentino. cultura greca.
A Machiavelli è dedicato un capitolo molto Da segnalare anche l’interessante capitolo
ampio, La sfida di Machiavelli, che si pone Letteratura ed editoria nel Cinquecento: spunti
come vero e proprio profilo dell’opera e del per qualche riflessione, dove A. sottolinea,
pensiero dello scrittore, mettendone in evi- partendo dal presupposto che un’ispezione
denza gli aspetti nevralgici. L’interpretazione sistematica sulla circolazione e ricezione dei
mira a mettere in luce i punti di rottura che la testi avrebbe senz’altro conseguenze sulla ri-
riflessione machiavelliana segna nei confronti definizione del nostro canone, il ruolo centrale
del pensiero medievale, nel totale recupero svolto dall’editoria per la diffusione di testi
di una romanitas quale si era espletata nel pe- morali, indirizzati al pubblico delle corti, tra
riodo repubblicano (in sintonia con l’avversio- cui un posto ragguardevole è occupato ap-
ne dell’Umanesimo fiorentino per il modello punto dai già citati Moralia di Plutarco, la
imperiale). In ambito più propriamente di cui lettura, come scrive Manuzio (esempio
riflessione politica, la presa di distanza dai emblematico della consapevolezza da parte
retaggi degli assetti delle società medievali di un editore della responsabilità in tema di
emerge con particolare forza nella convinzione promozione di progetti culturali improntati a
machiavelliana che il principe debba condur- un’etica civile) nella prefazione all’edizione del
re una politica filopopolare, fondandosi sul 1509, è utile all’educazione sia del sovrano che
consenso del popolo, e neutralizzando i poteri dei sudditi. [Maria Cristina Figorilli]
“decentrati”, “eccentrici”, rappresentati dalla
sopravvivenza dei vecchi privilegi feudali.
Tra gli altri capitoli, più propriamente di Nicola Gardini, Rinascimento, Torino,
argomento cinquecentesco, uno è dedicato Einaudi, 2010, pp. 323.
a Francesco Guicciardini, autore rappresen-
tativo della linea politica, morale e storio- La monografia di G. propone un vero e
grafica del nostro Cinquecento (Francesco proprio riesame a tutto tondo del concetto di
Guicciardini: riflessione politica, esperienza Rinascimento. Sgombrando subito il campo
vissuta e memoria storica), mentre due sono da possibili malintesi l’autore ricolloca nella
dedicati alla centralità del mondo delle corti realtà geo-politica italiana delle signorie e
della Romagna per la cultura dell’Umanesimo nell’arco temporale di centocinquant’anni —
italiano. Nel primo dei due, Una sponda adria- 1374-1527: dalla morte di Petrarca al sacco

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rassegna bibliografica

di Roma — i limiti cronologici e topografici animava il collezionismo medievale. È sempli-


del Rinascimento, nell’intento di definire un cemente la provenienza dal passato, l’antichità
concetto spesso ridotto a vaga categoria dai appunto, a garantire il valore. Nasce specular-
confini imprecisi e molto flessibili. Se si deli- mente la filologia, esito di una «critica della
mitano tempi e luoghi, si espandono tuttavia la conoscenza senza precedenti». Si rende infatti
portata concettuale e gli ambiti di riferimento, necessario il recupero del significato originale
a partire dalla piena integrazione dell’Uma- che è tutt’uno con il ripristino della forma
nesimo nella cultura rinascimentale, a tutti gli originale. Su questa base gli umanisti iniziano
effetti bilingue. G. ridefinisce il Rinascimento a riesaminare i testi antichi (per correggerne
quale insieme di fenomeni culturali promossi la lingua o gli errori in campo scientifico, caso
all’interno di una ben precisa appartenenza emblematico la Naturalis historia di Plinio)
sociale (aristocratica) che intende legittimare e Lorenzo Valla getta le basi della filologia
la propria egemonia politica e culturale, ri- biblica e arriva a smascherare il celebre falso
cercandone nell’antichità classica il modello della donazione di Costantino.
esemplare. La riscoperta dell’antico, con co- Il nuovo valore del tempo porta con sé una
scienza storica della discontinuità rispetto al profonda rivalutazione della storia che, se da
presente, è infatti il fondamento ideologico del un lato fa crescere l’interesse per il passato,
Rinascimento e insieme con la riorganizzazione stimolando la ricerca storica e i relativi ten-
del sapere in chiave «storica e antiteologica» tativi di definizione metodologica e teorica,
costituisce un punto di svolta rispetto al pas- dall’altro fa riconsiderare anche il valore del
sato medievale. presente guardato con una nuova «prospettiva
Con un excursus storico-culturale e lingui- postuma», consapevole del trascorrere del
stico, l’autore segue l’evoluzione della parola e tempo. La storia, inoltre, si ridefinisce nella
del concetto, fornendo al contempo una breve sua utilità di esempio per gli uomini, tanto
storia della critica del Rinascimento, dalle più che si va includendo nel «fare storia» l’in-
riflessioni dei primi umanisti ai monumentali dagine della soggettività, dunque delle ragioni
studi di Burckhardt e Garin. Il termine «Re- profonde e del significato ultimo dell’agire
naissance» va lentamente affermandosi nei umano. L’abbondanza di scritture biografiche
secoli, esito di elaborazione retorica a partire e soprattutto autobiografiche trae origine pro-
dalla metafora della rinascita e di molteplici prio da questa riscoperta dell’individuo nella
oscillazioni, talvolta contraddittorie e ambiva- sua propria storia, nelle sue contraddizioni e
lenti, viva testimonianza della complessità di nei suoi mutamenti.
questa «rivoluzione gnoseologica». Tale ‘pre- Negli ultimi due capitoli, l’autore affron-
messa’ storico-critica e terminologica occupa ta, infine, le questioni cruciali dell’imitatio e
i primi due capitoli; i seguenti trattano ciascu- della varietas. Attraverso l’imitatio, ben altro
no di un aspetto specifico del Rinascimento, che mera questione stilistica, il Rinascimen-
attraverso un percorso, ora più sintetico, ora to «interroga infaticabilmente la tradizione
corredato da capillari citazioni testuali, fra dialogando e confrontandosi con essa, nello
i molti esponenti noti (Ariosto, Castiglione, sforzo di comprenderla e attualizzarla». E
Machiavelli) e meno noti (Girolamo Cardano, se pure nel dibattito sull’imitazione avranno
Ciriaco d’Ancona) della nuova cultura, in un la peggio i sincretisti a vantaggio dei fautori
serrato dialogo con le loro fonti classiche. dell’unico modello (Bembo), resta originale e
Un punto fondamentale dell’intero saggio sostanziale caratteristica della nuova cultura
è la «concettualizzazione del valore del tempo rinascimentale la speciale e «misteriosa» com-
umano», frutto della presa di coscienza della plessità della «trama imitativa». Analogamente
temporalità e dunque della caducità di tutto e la varietas non si può circoscrivere al piano
di tutti, ivi comprese la poesia e la letteratura formale, almeno finché il neoaristotelismo
non più garanti di immortalità. Non resta che cinquecentesco non la proclamerà «regola»,
il lamento degli storici per l’inevitabile perdita ma va considerata sostanziale questione di
e l’oblio. Ma si afferma anche la ferma volontà contenuti e in ultima istanza dato culturale ed
di conoscere, per quanto possibile, il passato. esperienziale, tanto che G. riconosce in essa la
Si rivalutano quindi le «antiquitates», con radice della machiavelliana capacità di mutare
nuova consapevolezza archeologica, quanto al variare della fortuna.
mai lontana dal gusto per la «stranezza» che Al di là della sintesi complessiva che la

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rassegna bibliografica

monografia offre, l’autore si sofferma di volta tra il 1474 e il 1487, descrive gli anni della
in volta su specifiche interpretazioni secon- gioventù di Niccolò nella Firenze laurenziana,
do le chiavi di lettura proposte. Fra queste fino alla sua nomina a Segretario della Repub-
l’Orlando furioso è riletto quale poema della blica nel 1498. Protetto da Marcello Virgilio
storia, configurandosi proprio in termini di di Adriano Berti, successore di Bartolomeo
macchina narrativa, come tentativo di ricerca Scala (già amico di famiglia) alla cancelleria
storica, inseguimento affannoso della verità. della repubblica, Machiavelli inizia così la
La medesima luna ariostesca è spiegata co- carriera cancelleresca. Molte le lettere spedite
me metafora del tempo passato e perduto. a personaggi eminenti del notabilato fiorentino
Accanto ad Ariosto anche Poliziano è rivi- e le relazioni coltivate nella sfera pubblica.
sitato, iscrivendo le Stanze in un ben preciso Muovendosi attraverso i testi, M. ricostruisce
programma morale e pedagogico legato alla quindi la tessitura delle missioni diplomati-
storia contemporanea e dunque all’ambiente che che portarono il segretario fiorentino ad
mediceo. Giuliano de’ Medici, secondo G., incontrare le grandi personalità politiche del
non è indifferente all’amore, bensì alla politica tempo, tra cui Caterina Sforza, Luigi XII, ma
e all’ideologia laurenziana, cui infine aderisce. soprattutto Cesare Borgia, che tanta centralità
Una lettura che fa delle Stanze un vero e pro- avrebbe avuto nel Principe.
prio manifesto del Rinascimento nell’ottica Il rovescio di fortuna di Machiavelli nel
qui proposta e che fa di Poliziano, dunque del 1512 dà l’avvio alla seconda sezione del libro
poeta, il detentore di un potere equivalente incentrata sul ritiro forzato degli anni 1512-
e complementare a quello politico, dalla cui 1520, in seguito allo sconvolgimento degli
unione si genera «un nuovo ordine civile e ordinamenti repubblicani a Firenze con la
culturale». [Veronica Pesce] restaurazione medicea. Di questi anni sofferti
sono le intense lettere all’amico Francesco
Vettori, utilizzate da M. come ricco serbatoio
Marina Marietti, Machiavel: le penseur di notizie biografiche e considerazioni sulla
de la nécessité, Paris, Éditions Payot & contemporaneità; ma soprattutto a questo
Rivages, 2009, pp. 480. periodo risalgono le grandi opere del Principe
e dei Discorsi, in cui l’ex segretario riversa il
Lo studio di M. costituisce una monografia frutto della propria esperienza nella politica
completa di Niccolò Machiavelli condotta attiva. In questo stesso periodo lo scrittore
essenzialmente lungo la direttrice biografica. politico veste inoltre i panni del poeta, del
In particolare, il senso dell’intera vita del se- narratore e del commediografo, fino al rientro
gretario fiorentino è posto da M. sotto il segno in sordina a Firenze e agli incontri presso gli
della «necessità», concetto cardine del pensie- Orti Oricellari, da cui trasse poi spunto per la
ro politico e antropologico machiavelliano. ripresa degli interrotti Discorsi (1517).
Affiancando la corrispondenza diplomatica La terza ed ultima parte occupa gli ultimi
e privata alle opere politiche e letterarie, M. sette anni della vita dell’autore (1520-1527),
illustra lo svolgersi della riflessione politica trascorsi all’insegna del suo reintegro al servi-
dell’autore a partire dagli inizi della sua car- zio dei Medici, per cui svolse diverse missioni
riera come segretario della seconda Cancel- diplomatiche e militari, dedicandosi anche alla
leria della Repubblica (1498). La narrazione stesura delle Istorie fiorentine come storiografo
biografica risulta così strettamente connessa ufficiale.
agli eventi storici e alle circostanze in cui ma- Nell’epilogo M. ripercorre alcuni nodi criti-
turarono molti dei suoi scritti. ci centrali per la fortuna machiavelliana e per il
Il volume si presenta diviso in tre grandi sorgere e il diffondersi dell’antimachiavellismo
sezioni cronologiche: il primo periodo copre in età controriformistica, da cui trasse linfa la
all’incirca un cinquantennio (1469-1512), dalla trattatistica della ragion di stato.
nascita dell’autore fino al ritiro dalla vita po- Completano il volume una serie di appendi-
litica seguito al rientro dei Medici a Firenze. ci testuali poste in calce alle sezioni; un appro-
Con dovizia di informazioni, M. definisce fondimento finale sulle istituzione fiorentine e
il contesto familiare e gli anni giovanili del sulla discendenza di Machiavelli; un’esauriente
futuro segretario: utilizzando notevolmente cronologia e una bibliografia di opere e critica
il Libro di ricordi del padre Bernardo, steso machiavelliane. [Chiara Di Giorgio]

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Gian Mario Anselmi, Nicola Bonazzi, consapevolezza che nell’opera machiavelliana


Niccolò Machiavelli, Firenze, Le Monnier «tutto si tenga» (ibidem), come dimostra l’ec-
Università, 2011, pp. 242. cezionale fortuna a cui andò incontro nelle
epoche successive. Il saggio introduttivo è
Il volumetto propone una lettura critica seguito da un profilo biografico di Niccolò
dell’opera machiavelliana nel suo complesso Machiavelli e quindi da una sezione di passi
e costituisce un’agile e aggiornata ricognizione antologici commentati a cura di B.; chiude il
delle più importanti interpretazioni sugli scritti volumetto un’utile sezione bibliografica ragio-
e sul pensiero del segretario fiorentino. Il sag- nata per temi. [Chiara Di Giorgio]
gio introduttivo che si deve ad A. tratteggia
un profilo dell’autore in corrispondenza delle
vicende storiche, politiche e biografiche che Maria Cristina Figorilli, Orientarsi
costituirono per Machiavelli moventi primari nelle «cose del mondo»: il Machiavelli
della scrittura. Le opere sono così inquadra- «sentenzioso» di Anton Francesco Doni
te nel procedere dell’esperienza vissuta, con e Francesco Sansovino. «Giornale storico
centralità particolare al Principe e ai Discorsi, della letteratura italiana», clxxxviii (2011)
scaturiti dal forzato ritiro dalla vita pubbli- 623, pp. 321-365.
ca con la restaurazione medicea (1512). A
partire da uno stesso nucleo di riflessione Prima Giovanni Macchia, nella sua capitale
maturato negli anni passati a servizio della crestomazia dei moralisti classici, poi Lia-
Repubblica (1498-1512), le due opere ma- na Cellerino, negli studi dedicati alla «prosa
chiavelliane presentano altrettante risposte ai d’invenzione morale», hanno riconosciuto a
grandi quesiti nati dall’intreccio tra riflessione Machiavelli un ruolo fondativo per il morali-
politica, insegnamento degli antichi, urgen- smo moderno. Dopo aver ricostruito quadro
ze pratiche. Come ricorda A., l’urgenza di culturale, snodi e fortuna del moralismo ma-
stendere il Principe fu assai probabilmente il chiavelliano (Machiavelli moralista. Ricerche su
motivo di una temporanea interruzione dei già fonti, lessico e fortuna, Napoli, Liguori, 2006),
avviati Discorsi, opera diversamente articolata individuando tra l’altro fonti non ancora se-
e meditata nel confronto con il modello antico gnalate quali il petrarchesco De remediis, F.
della repubblica romana. Molti gli elementi torna ora a illustrare due episodi rivelatori
che distanziano il Principe sia dalla tradizione della prima ricezione postuma in chiave mo-
quattrocentesca dei trattati di “buon governo”, rale dell’opera del Segretario, analizzandone
sia dalla riflessione politica sulla sovranità e la presenza negli scritti di Anton Francesco
sull’assolutismo nel periodo controriformisti- Doni e di Francesco Sansovino. In abbrivo
co: il legame tra esperienza e conoscenza, lo l’autrice delinea l’orizzonte metodologico della
spietato realismo, una concezione della politica sua ricerca, che si fonda su un dato acquisito
basata sulla “forza” e non più sui valori della dagli storici della cultura: il fortissimo «legame
morale convenzionale, in nome dell’urgente tra letteratura e politica e quindi tra letteratura
ricerca di una «forma istituzionale in grado e morale» (p. 327) quale tratto peculiare della
di porsi come referente normativo [...] per tradizione fiorentina quattro-cinquecentesca,
far fronte [...] alle drammatiche contingenze attestato anche dalla sostanziale continuità tra
contemporanee» (p. 16). La ripresa della ste- l’Accademia degli Orti Oricellari, frequentata
sura dei Discorsi intorno al 1516, in seguito da Machiavelli, e l’Accademia fiorentina, della
agli incontri negli Orti Oricellari, segna quindi quale furono membri sia Doni sia Sansovino,
il punto di congiunzione tra la politica “pra- entrambi fiorentini “espatriati”. Nel secondo
tica” e gli «esempli delli antiqui» (Discorsi, paragrafo viene ricostruita in estrema — ma
proemio), in coerente continuità con i motivi utile ed efficace — sintesi la fortuna di Ma-
che avevano animato la scrittura del Principe. chiavelli tra i contemporanei di Doni e di
All’insegna di un «umanesimo attivo» (p. 20) Sansovino: il quadro che emerge, sulla scorta
e al contempo di un «pessimismo antropolo- anche dei fondamentali studi di Dionisotti,
gico radicale» (p. 24) devono pertanto essere è quello di un radicato antimachiavellismo,
lette non solo le maggiori opere del segretario riassunto da Luigi Alamanni nella sarcastica
fiorentino, ma l’intera sequela dei suoi scritti, e antifrastica definizione del Principe quale
le commedie, le Istorie fiorentine, l’Asino, nella «aureo libro moral». Appare però significativa

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rassegna bibliografica

la convergenza dei pochi giudizi positivi (da concilia «l’impostazione machiavelliana con
Piero Vettori a Benedetto Varchi sino a Giulia- lo scetticismo guicciardiniano, senza tuttavia
no de’ Ricci) su un preciso aspetto dell’opera rinunciare alla convinzione dell’utilità dello
machiavelliana: la sua «capacità di cavare in- studio della storia per la vita civile» (p. 358).
segnamenti dalla storia per formulare lucide Al Sansovino è dedicato l’ultimo paragrafo
diagnosi sul presente» (p. 337). È dunque del saggio, di straordinario interesse per chi
sullo sfondo di un contesto storico-culturale si occupi di storia della ricezione del pensiero
così delineato che si colloca la densa ricerca di Machiavelli. Sansovino ridusse infatti ad
di F. Il paragrafo più corposo del saggio passa epitome le opere del Segretario, «debitamente
in rassegna, inserendole per la prima volta occultate, smembrate, presentate in forma di
in un discorso organico, tutte le occorrenze aforismi e combinate con materiali guicciardi-
del Machiavelli morale nell’opera di Anton niani» nei Concetti politici (1578), inaugurando
Francesco Doni, il quale tra l’altro, come è così quella modalità, esibita o sotterranea, di
noto, si fece nella Seconda libraria editore della diffusione dei testi machiavelliani compendiati
novella Belfagor, «vantandosi di possederne in Aforismi, Sentenze, Massime, che avrà gran-
l’originale e accusando di plagio Giovanni de fortuna tra Seicento e Ottocento. [Gianluca
Brevio, che aveva incluso la novella tra le sue Genovese]
Rime e prose volgari, stampate a Roma da
Blado nel 1545» (p. 351). In prima battuta,
l’autrice illustra e discute il rapporto tra parola Marina Marietti, Dantismo machia-
e immagine, soffermandosi in particolare sul velliano. «Studi danteschi», lxxvi, 2011,
ruolo del ritratto di Machiavelli nei Mondi, e pp. 81-95.
aggiungendo a quanto già detto dalla critica
(si pensi agli studi decisivi di Giorgio Masi, In questo articolo la studiosa si propo-
e poi all’analisi dell’apparato iconografico ne l’obiettivo di analizzare il rapporto tra la
dei Mondi condotta da Giovanna Rizzarelli) scrittura machiavelliana e l’opera dantesca,
una ipotesi nuova e suggestiva: la presenza indagandone luoghi e modalità. Il punto di
del ritratto «ad apertura del dialogo tra Savio partenza è rappresentato dal Dialogo sulla
e Pazzo, nella sezione dell’opera, cioè, a cui nostra lingua di Machiavelli, in cui Niccolò
Doni affida la costruzione della sua utopica sottolinea, all’interno dell’analogo destino di
città radiale» (p. 342), fa pensare infatti a una «emarginazione cittadina» (p. 81), una sostan-
interpretazione del pensiero machiavelliano in ziale «divergenza di atteggiamento: vendica-
contatto con la scrittura utopica, originale e in tivo quello di Dante, filiale il proprio anche
anticipo di ben quattro secoli. Tra le numerose nei riguardi di una Firenze matrigna» (p. 82).
tessere machiavelliane presenti nei testi donia- Ciò che più colpisce in questo trattatello è
ni, dichiarate o allusive come quelle incluse nei la complicità che si instaura tra il Segretario
Marmi, riveste particolare interesse la presenza e l’Alighieri, pur all’interno di un quadro in
del Segretario come «personaggio sapiente, cui più volte il primo rimprovera il secondo
ammantato di gravità», nel Cancellieri, Libro per non aver sempre conservato, nella pratica
della memoria. Questo testo che, raccogliendo linguistica, «una certa vigilanza nella scel-
aneddoti antichi e moderni sul medesimo ar- ta lessicale» (ivi) che è invece una costante
gomento, riattualizza il modello dei parallela, dell’opera del Machiavelli.
offre all’autrice il destro per una dettagliata Tanto più interessante appare l’atteggia-
analisi della peculiare declinazione doniana mento tenuto da Niccolò verso Dante nel
della concezione della storia, «recuperata da Dialogo se si considera che dell’Alighieri, a
Machiavelli»: è infatti «il ripetersi ciclico e partire dal Primo Decennale (1504-1506), egli
costante degli stessi avvenimenti che rende aveva fatto un maestro indiscusso. Per questo
legittima l’operazione di adattare ai moderni poemetto di argomento storico Machiavelli
i detti degli antichi, nel segno della totale in- sceglie infatti la forma metrica dantesca per
terscambiabilità e dell’osmosi degli aneddoti eccellenza, il capitolo ternario, sul cui utilizzo
passati e presenti» (p. 354). La concezione da parte del Segretario M. contesta l’ipotesi,
della ciclità della storia coinvolge e giustifica la sostenuta da Giorgio Inglese (Introduzione a
composizione dei libri anche nelle dichiarazio- Niccolò Machiavelli, Capitoli, Roma, Bulzoni,
ni del poligrafo Francesco Sansovino, il quale 1981, pp. 31-33), che esso sia stato mediato dal

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rassegna bibliografica

Centiloquio di Antonio Pucci, il quale per pri- e quella di Niccolò» (p. 89): l’ingratitudine
mo aveva applicato tale metro alla narrazione degli invidiosi cittadini verso il «ben operar»
storica. La studiosa propende dunque per una (Asino, iii, 81). Tanto più significativo appare
filiazione diretta dalla Commedia, sulla scorta dunque, in tal senso, il fatto che il terminus
dei numerosi richiami al Paradiso che carat- post quem della favola in versi coincida con
terizzano l’operetta machiavelliana, di cui la il 1512 (quando viene pubblicata l’edizione
terza cantica dantesca può essere considerata latina dell’Asino d’oro di Apuleio di M. Tuccius
un vero e proprio «sostrato» (p. 83). presso i Giunta a Firenze), l’anno in cui Ma-
I tre Capitoli di Machiavelli, Di Fortuna, chiavelli fu licenziato da tutti i suoi impieghi
Dell’ingratitudine, Dell’ambizione, concepiti pubblici. La trama dell’Asino si rivela quindi
e redatti tra il 1506 e il 1509, a stretto con- fitta di memorie dalla Commedia dantesca:
tatto di tempo con il Primo Decennale, sono come già nei Capitoli, il richiamo a Dante è
interpretati da M. «come un dialogo fra i «insieme elogio del poeta e, attraverso una
due grandi fiorentini» (p. 84), stimolato in parodia dissacrante, contestazione parziale
particolare, secondo un’ipotesi di Dionisotti del suo pensiero» (p. 91).
(I capitoli di Machiavelli, in Machiavellerie, Infine, in materia di concezione politica,
Torino, Einaudi, 1980, p. 90; cfr. anche, nello M. fa notare che anche Machiavelli, come
stesso volume, Machiavelli letterato, pp. 252- Dante, riteneva necessaria la separazione del
253), dalla lettura del «cantico encomiastico potere temporale da quello spirituale. [Davide
di Girolamo Benivieni premesso all’edizione Esposito]
giuntina della Commedia nell’agosto del 1506»
(ivi). Di Fortuna, nota la studiosa, chiama
direttamente in causa i vv. 67-96 del canto vii- Francesco Bausi – Antonio Corsaro,
dell’Inferno, da cui Machiavelli prende tuttavia Un capitolo della fortuna ottocentesca di
nettamente le distanze fino ad opporsi all’im- Machiavelli: i sonetti dal carcere a Giuliano
magine dantesca della Fortuna come divinità De’ Medici. Testo e commento. «Inter-
«beata» che «non ode» (cfr. Inf., vii, 94) le pres», xxix, 2010, pp. 96-150.
«sciocche» (ivi, v. 70) lamentele degli uomini,
assumendo il loro punto di vista e invitando Nel primo paragrafo del saggio, steso in
«questa volubil creatura» (Di Fortuna, v. 10), collaborazione da B. e C., si ricostruisce la
«diva crudel» (ivi, v. 19), a leggere quanto egli complessa trasmissione di due sonetti cau-
scrive su di lei e sul suo regno. Per quanto dati indirizzati da Machiavelli a Giuliano de’
riguarda invece il capitolo Dell’ingratitudine, Medici, durante il periodo della sua prigionia,
M., sulla scia di quanto affermato in prece- nel febbraio del 1513. Scartando i testimoni
denza relativamente all’adozione del capitolo cinquecenteschi, il Magliabechiano VII 727
ternario da parte di Machiavelli, sostiene che (MB) e il Vaticano Latino 5225 (V), gli editori
esso sia, dei tre, «quello che maggiormente moderni hanno scelto di attenersi alle Carte
attesta l’assenza di una mediazione munici- Machiavelli (CM), copia che il bibliotecario
pale fra il testo dantesco e la scrittura del Tommaso Gelli dichiarò di aver tratto nel
Machiavelli» (p. 88). Niccolò frequenta infatti 1824 dagli autografi rinvenuti dal filologo
la Commedia da vicino anche nei «passi meno Giuseppe Aiazzi, secondo quanto attestato
diffusi a livello popolare», come dimostrato da anche da Giovanni Rosini e Alexis François
Giorgio Inglese (Introduzione, cit., pp. 34-36) Artaud nelle trascrizioni effettuate pochi anni
per il capitolo Dell’ambizione, in cui è evidente dopo Gelli. Le affinità presenti fra i tre testi-
il richiamo all’episodio di Marco Lombardo moni ottocenteschi inducono a pensare che
(Purg., xvi), nella risposta alle interrogazioni essi discendano dallo stesso antigrafo, ma gli
che si pone Luigi Guicciardini, il dedicatario studiosi dubitano che si tratti di un autografo
dell’opera, circa «l’umano appetito» (Dell’Am- machiavelliano, ipotizzando piuttosto la loro
bizione, 6). derivazione da una copia dell’Aiazzi fornita
M. passa poi ad analizzare il dantismo prima a Gelli e, a distanza di otto anni, a Rosini
del­l’Asino, individuando nelle parole della e Artaud. L’analisi variantistica della chiusa del
duchessa (Asino, iii, 76-81), chiaramente esem- primo sonetto mette in luce che «il presunto
plate su quelle di Brunetto Latini (Inf., xv, 64), autografo (da cui discende la copia Gelli)
«il punto di contatto tra l’esperienza dantesca fosse in realtà una copia raffazzonata “ad arte”

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rassegna bibliografica

nella coda per rendere la chiusa moralmente e autori del canone: anche se resta ancora molto
politicamente più “corretta”, ossia per smus- lavoro da fare sul piano dell’edizione dei testi,
sare da un lato il cinismo del Machiavelli di come non manca di osservare lo stesso C.-R. in
fronte all’esecuzione dei capi-congiura Pier chiusura del volume, si può dire che finalmente
Paolo Boscoli e Agostino Capponi, dall’altro gli studiosi sembra si siano liberati dall’ipoteca
il suo elogio e il suo ossequio nei confronti di del confronto con Machiavelli. Ormai si può
Giuliano de’ Medici e della sua famiglia» (p. dire che Guicciardini stia riconquistando il
110). Alla luce di una possibile opera di falsifi- posto che gli spetta nella cultura italiana ed
cazione diffusa o compiuta dallo stesso Aiazzi, europea (si può segnalare in proposito che
B. e C. preferiscono basare l’edizione critica nella collana Liguori “Protagonisti della cul-
dei due sonetti su MB che presenta una veste tura europea” ci sia un ottimo Guicciardini,
linguistica e stilistica molto più vicina all’uso che si deve a Carlo Varotti, apparso sempre
machiavelliano, mentre V viene accantonato nel 2009), nonostante il pregiudizio derivato
per le lezioni peggiori evidenziate dall’esame dalla condanna desanctisiana sia difficile da
delle adiafore. estirpare del tutto. Non si può negare, infat-
Dopo aver fornito i testi dei sonetti cor- ti, che la sostanziale sfortuna novecentesca
redati di commento, nella seconda parte del sia derivata dal giudizio di De Sanctis, che,
contributo il solo B. argomenta la tesi del falso pur riconoscendo la straordinaria potenza
di Aiazzi, mettendo in luce alcuni episodi dell’ingegno di Guicciardini, ne aveva fatto
della fortuna ottocentesca di Machiavelli. I un esempio emblematico della situazione cul-
due componimenti subirono la stessa sorte di turale italiana del XVI secolo, in grado, sì, di
altre opere capaci di incrinare l’interpretazione raggiungere le più alte vette dell’arte ma soffo-
tradizionale di un Machiavelli tenacemente cata da un realistico scetticismo disincantato,
repubblicano e antimediceo: basti pensare cinico, privo di ogni ideale e completamente
alla mancata pubblicazione di alcune lettere al sorda a quegli slanci etici, civili e politici che
Vettori in un’edizione di fine Settecento curata soli avrebbero potuto contrastare la debolezza
da Tanzini e Follini. L’intervento falsificatore e servitù della penisola. Il volume di C.-R. non
di Aiazzi, teso a nascondere l’atteggiamento solo ha il merito di restituire un profilo della
servile dello scrittore nei confronti del potere figura di Guicciardini completo, articolato,
mediceo, sarebbe da ricondurre alla «ten- aggiornato, documentato ma anche quello —
denza — tipica del suo tempo — a giudicare più difficile da conseguire — di invogliare il
e a criticare moralisticamente i grandi autori lettore a riprendere o a prendere in mano la
del passato per certe scelte di vita» (p. 136) e sua opera. Ciò — molto probabilmente — lo si
al desiderio di contrastare le voci di quanti, deve all’abilità dell’autore di presentare l’am-
nello stesso torno di tempo, iniziavano a pro- pio materiale con uno stile molto piacevole: il
pendere per un’immagine più chiaroscurata e rigore scientifico si coniuga con una scrittura
complessa di Machiavelli in grado di rilevare capace di coinvolgere il lettore e di condurlo
aspetti contraddittori del suo sentire politico. nel vivo delle vicende storico-politiche fio-
[Ilaria Marinelli] rentine, ma anche italiane ed europee, che si
susseguirono nella prima metà del XVI secolo;
vicende di cui Guicciardini, in virtù delle alte
Emanuele Cutinelli-Rèndina, Guic- cariche pubbliche da lui conseguite nel corso
ciardini, Roma, Salerno Editrice, 2009, degli anni, fu un importante protagonista,
pp. 326. lasciandone grazie ai suoi scritti una testimo-
nianza di straordinario interesse.
Negli ultimi decenni l’interesse della critica Il volume si apre con un ampio capitolo,
per Guicciardini si è ridestato, come dimo- Firenze dalla Repubblica al principato: l’uomo
strano i convegni internazionali a lui dedicati, pubblico e lo scrittore segreto, dove, come bene
l’edizione dei carteggi, gli studi volti a portare suggerisce il titolo (che riecheggia il celebre
alla luce aspetti poco conosciuti della sua saggio di von Albertini), si offre un quadro
cultura e produzione. La monografia di C.-R. molto articolato del percorso pubblico di
si inserisce in questo clima di rinnovata atten- Guicciardini, e della sua vicenda invece tutta
zione per lo scrittore, conferendogli il giusto privata di scrittore: infatti egli, come nota
rilievo all’interno di una collana dedicata agli bene C.-R., affiancò alle incombenze legate ai

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rassegna bibliografica

suoi prestigiosi incarichi una pratica scrittoria sociale diversa), in virtù del suo atteggiamento
concepita come esercizio quotidiano finalizza- antilibresco e della sua posizione a favore di
to alla comprensione del presente. Da queste un governo “stretto”. I valori sostenuti da
pagine — che ricostruiscono con dovizia di Bernardo del Nero sono quelli stessi in cui ha
particolari la rapida e brillante carriera di sempre creduto Guicciardini: la «prudenzia»,
Guicciardini (strettamente intrecciata agli av- l’«esperienzia», la «saviezza», il «giudicio», la
venimenti politici e militari che travagliarono «discrezione», che si acquistano con la lunga
la penisola ma anche alla profonda mutazione pratica delle cose di governo. Di qui l’idea che
del governo di Firenze, dagli anni della repub- torna costantemente dell’importanza della ri-
blica soderiniana all’avvento del principato di gida selezione della classe dirigente, dei mem-
Cosimo), uomo dell’oligarchia, sempre molto bri del consiglio ristretto, che deve comporsi
vicino al potere, nella sua funzione di consi- esclusivamente di persone atte a condurre
gliere prima di Lorenzo de’ Medici, poi dei la cosa pubblica, senza alcuna possibilità di
papi Clemente VII e Paolo III, infine del duca accesso per uomini non adeguati, non pre-
Alessandro (ma non di Cosimo, che appena parati, incompetenti. L’opzione aristocratica
giunto al potere, giovanissimo, grazie anche non impedisce che si insinui nel testo, come
al sostegno di Guicciardini stesso, subito volle novità rispetto alle giovanili Storie fiorentine
emanciparsi dal consiglio ristretto) — emerge e al precedente Discorso di Logrogno, una
il profilo di uno scrittore che, pur non essendo dura critica della classe ottimatizia fiorentina,
un letterato, praticò diverse forme di scrittura aspramente accusata per le divisioni al suo
(privata, familiare, memorialistica, storiogra- interno, che le hanno impedito di prendere
fica, politica) come mezzi di chiarificazione, decisioni politiche adeguate.
razionalizzazione e riflessione, nonché come Il terzo capitolo, Dalla storia municipale alla
strumenti di conoscenza di sé. Una scrittura, storia nazionale, è dedicato agli scritti storio-
quella di Guicciardini, connotata da moda- grafici e al metodo di lavoro di Guicciardini,
lità argomentative su cui si proietta la sua che, rispetto alla tradizione, si impone per la
formazione giuridica (a questo proposito va “modernità” con cui l’autore utilizza le fonti.
ricordato che recenti sono le acquisizioni della A tale proposito, viene in soccorso della critica
critica relative all’attività forense svolta da la notevole quantità che ci è giunta di spogli,
Guicciardini), che ha lasciato tracce appa- estratti, nonché di note e postille a margine
riscenti nella tendenza a esaminare i pro e i dei manoscritti; tutti materiali insomma che
contra, a valutare una situazione da diverse permettono di entrare nell’officina dell’au-
prospettive, a sostenere una tesi fino in fondo tore. Sin dalle Cose fiorentine, Guicciardini
per poi impegnarsi con altrettanta carica per- si avvale di un numero non indifferente di
suasiva a ribaltarla, affermando il contrario; il testi precedenti, e — novità per il metodo
tutto non con finalità di virtuosismo sofistico storiografico tradizionale — di una mole di
ma per penetrare più a fondo nei diversi aspetti documenti archivistici, compulsati in parti-
di una questione. colar modo quando la narrazione si avvicina
Il secondo capitolo, Il problema del reggi- agli anni più recenti. Le diverse fonti vengono
mento fiorentino: modelli ideali e realtà storica, confrontate, sottoposte a un vaglio accurato
prende in considerazione gli scritti politici, e attento, con l’obiettivo di presentare i fatti
attraversati da alcune coordinate ideologi- nel modo più veritiero possibile. La ricerca
che costanti, prima fra tutte l’opzione per il del vero permea anche il capolavoro della
governo misto, concepito nella sua essenza di moderna storiografia europea, la Storia d’Italia,
governo aristocratico, in cui il potere oligar- dove non a caso l’autore sceglie di raccontare
chico è legittimato e garantito dalla presenza fatti molto recenti (a partire dalla discesa di
del Senato, sul modello della repubblica ve- Carlo VIII in Italia, indicata come inizio della
neziana. In queste pagine si può leggere una crisi italiana); fatti di cui in parte egli è testi-
approfondita e accurata analisi del Dialogo mone diretto. L’aspirazione a una narrazione
del reggimento di Firenze, dove si offre un’in- obiettiva si manifesta, oltre che nell’indefesso
teressante interpretazione del ruolo di uno studio delle fonti e dei materiali d’archivio,
dei quattro interlocutori, Bernardo del Nero, anche nell’attenzione con cui si indagano le
vecchio consigliere di Lorenzo de’ Medici, al- motivazioni psicologiche che inducono i di-
ter ego dell’autore (nonostante la provenienza versi personaggi all’azione. Ne nascono dei

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rassegna bibliografica

ritratti di straordinaria intensità, già presenti lettore diversi sondaggi, condotti tra le varie
nelle giovanili Storie fiorentine (giustamente opere, sull’usus linguistico e sulla ricerca sti-
celebre il ritratto di Lorenzo il Magnifico), listica dell’autore, con considerazioni sulle
dove l’autore, con una sintassi che si prolunga complesse architetture sintattiche che suggel-
avvolgendo l’intera argomentazione, penetra lano il periodare guicciardiniano, nonché sul
nell’interiorità dei protagonisti, mettendone lavoro di revisione che emerge dalle diverse
a nudo ambizioni, reazioni, pulsioni, indoli stesure delle sue opere, che, infatti, in più
e inclinazioni. L’elemento valutativo è sotte- casi si “moltiplicano” in redazioni multiple)
so alla narrazione, e talora emerge in forme e Sguardo sulla fortuna critica, ed è chiuso da
di breve riflessione (per lo più debitrici dei una Bibliografia essenziale. [Maria Cristina
Ricordi), dove è l’io dello scrittore a imporsi. Figorilli]
Gli errori commessi dai singoli e dai soggetti
collettivi vengono individuati con formidabile
lucidità come anche con amaro distacco si «Tra mille carte vive ancora». Ricezione
indaga il potere della fortuna, degli accidenti del Furioso tra immagini e parole, a c. di
che ostacolano le intenzioni degli uomini, Lina Bolzoni, Serena Pezzini, Giovanna
i loro progetti, nel segno di una inevitabile Rizzarelli, Lucca, Maria Pacini Fazzi
sfasatura tra le aspettative e l’effettivo esito Editore, 2010, pp. 470.
degli eventi.
Il quarto capitolo, Il libro segreto, è dedicato Il volume testimonia il lavoro di ricerca
all’analisi dei Ricordi: dopo la presentazione compiuto dagli studiosi che hanno preso parte
della storia redazionale del testo, dalle raccol- al Progetto di Rilevanza Nazionale dedicato a
tine di Q1 e Q2 alle redazioni A (da cui deriva L’«Orlando furioso» e la sua traduzione in im-
la princeps e quindi la fortuna del testo, che magini, progetto già tradottosi nell’omonima
circolò in forma incompleta e con sostanziali collezione digitale (www.ctl.sns.it/furioso)
manipolazioni editoriali) e B, e infine C, si che raccoglie i paratesti iconici e verbali di
precisa, secondo le più recenti acquisizioni alcune delle più importanti edizioni veneziane
ecdotiche, come C rappresenti, sì, l’ultima illustrate del poema ariostesco (Zoppino 1536,
redazione da un punto di vista cronologico, Giolito 1542 e Valvassori 1553). La descrizione
ma non certo la stesura definitiva, nel senso di queste edizioni — insieme a quella delle al-
che l’autore con ogni probabilità non l’av- tre due che dovrebbero confluire nell’archivio
vertiva come tale. Si mette quindi in evidenza in rete, ossia Valgrisi 1556 e de’ Franceschi
la natura di work in progress del testo, la sua 1584 — è affidata a Carlo Alberto Girot-
fisionomia di opera suscettibile di integrazioni, to (Appunti su alcune edizioni illustrate del
spostamenti, rielaborazioni. I Ricordi, pur Furioso, pp. 13-58), mentre Serena Pezzini
riallacciandosi in parte a forme di scrittura illustra i criteri alla base dell’allestimento
privata, familiare e memorialistica, si pongono di questo Furioso virtuale (Una collezione
come il risultato della sperimentazione di un digitale dedicata all’«Orlando furioso» e alla
nuovo genere, dove l’autore, insofferente di sua traduzione in immagini, pp. 59-73). I due
ogni forma di generalizzazione e teorizzazione contributi — oltre all’Introduzione firmata
(rimproverate con determinazione all’amico da Lina Bolzoni (pp. 9-11) — costituiscono
Machiavelli nelle Considerazioni intorno ai un’utile chiave d’accesso ai saggi presenti nel
“Discorsi”), non rinuncia a offrire ai propri volume, strutturato in una prima parte dedi-
discendenti, e più genericamente ai posteri, cata a Temi, percorsi e personaggi alle soglie del
il frutto di una saggezza improntata al valore testo: illustrazioni e paratesti del «Furioso», e
dell’esperienza e del discernimento. Nondime- una seconda incentrata su Interpretazioni e
no, accanto all’intento pedagogico, il fascino riusi del Furioso.
dell’opera risuona dalle tonalità più interiori Nella prima sezione l’analisi è focalizzata
che permeano la scrittura, conferendole i tratti sulle modalità con cui i paratesti — incisioni
di un petrarchesco dialogo con la propria ani- innanzi tutto, ma anche allegorie ai canti,
ma, di una segreta espressione dell’io. prefazioni, dediche, etc. — agiscono sulla
Il volume, seguendo il disegno editoriale rappresentazione ed illustrazione dell’Orlando
della collana che lo ospita, prosegue con due furioso, e allo stesso tempo contribuiscono alla
capitoli, Lingua e stile (dove si presentano al sua diffusione e canonizzazione. Esemplare il

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rassegna bibliografica

caso descritto da Martina Urbaniak («Quella cavaliere nelle allegorie scritte da Dolce per
benigna e saggia incantatrice». Melissa attra- l’edizione giolitina, simbolo di vita attiva (con-
verso i paratesti e le illustrazioni dell’edizione trapposta alla vita contemplativa incarnata da
Giolito 1542, pp. 77-98), che riconosce una Astolfo) nel testo di Valgrisi, profondamente
netta divaricazione fra il modo in cui il per- influenzato dalla Spositione sopra l’Orlando
sonaggio di Melissa è descritto nelle incisioni furioso di Simone Fornari. Sempre nell’ambito
della giolitina del 1542, con la conservazione della canonizzazione editoriale dell’opera si
di un’iconografia tradizionale dell’immagi- inserisce anche il contributo di Daniela Ca-
nario magico e demoniaco, e il modo in cui racciolo, Per un’esegesi figurata dell’«Orlando
la figura femminile è invece interpretata da furioso»: il caso Valgrisi (pp. 233-252), che
Lodovico Dolce nell’Apologia che accompa- sposta l’attenzione su una delle edizioni vene-
gna il poema, tesa «a ridurre e a snaturare la ziane più complesse e articolate, da un punto
pregnanza narrativa del magico» (p. 98). Nella di vista iconografico e (para)testuale (grazie al
stessa direzione si muove Federica Pich (Per contributo di Girolamo Ruscelli).
gli occhi del lettore. False e vere visioni nelle Alla ricezione del poema ariostesco — al di
illustrazioni cinquecentesche del «Furioso», pp. là e, allo stesso tempo, a dimostrazione della
99-128) che, proprio a partire dal tema della sua canonizzazione — è dedicata la seconda
magia (dall’invisibilità garantita dall’anello di parte del volume, che presenta fin dall’ini-
Angelica alle serie di genealogie dipinte per zio alcuni esempi significativi di riscrittura
incanto sulle pareti di castelli e padiglioni), dell’opera, da un punto di vista spirituale (è
propone una riflessione ad ampio spettro sulla il caso di alcune operette di secondo Cinque-
rappresentazione dell’atto del vedere nelle cento analizzate da Andrea Torre, Orlando
varie edizioni illustrate del poema. Sempre sul santo. Riusi di testi e immagini tra parodia e
lungo arco cronologico dell’editoria veneziana devozione, pp. 255-279) e dialettale (come nei
del Cinquecento si collocano le analisi delle travestimenti bergamaschi e padovani illustrati
immagini dello spazio e del tempo del Furioso da Luca D’Onghia, Due paragrafi sulla prima
cui sono dedicati rispettivamente i contributi fortuna dialettale del «Furioso», pp. 281-298).
di Serena Pezzini (Dalle mappe alle figure. Oltre alle ottave di Ariosto, Luca Degl’Inno-
Spazio e luoghi nelle illustrazioni del «Furio- centi («Ex pictura poesis»: invenzione narrativa
so», pp. 129-159) e di Giovanna Rizzarelli e tradizione figurativa ariostesca nelle «Prime
(Tempo delle immagini e tempo del racconto imprese del conte Orlando» di Lodovico Dolce,
nelle edizioni cinquecentesche illustrate del pp. 299-316) dimostra come anche il corredo
Furioso, pp. 161-194), che permettono di iconografico del Furioso possa influenzare la
riconoscere nelle scelte editoriali ben preci- successiva produzione cavalleresca, «fino al
se prospettive di lettura ed interpretazione limite di far emanare l’inventio poetica di-
dell’opera. Sull’orizzonte ermeneutico si col- rettamente ex pictura» (p. 304). Il testo non
loca anche l’intervento di Maria Pia Ellero (Il genera però soltanto imitazioni o parodie,
lavoro delle api. La ricezione del Furioso nelle ma influenza ampiamente anche la produ-
edizioni illustrate del secondo Cinquecento, zione impresistico-emblematica, gli apparati
pp. 195-211), che si sofferma sulle differenti spettacolari e i giochi cortigiani: al tema è
modalità di presentazione del testo da parte dedicato il contributo di Alessandro Benassi
di commentatori o curatori editoriali, che ten- («Ogni giocatore è un simbolo heroico». Riprese
tano una canonizzazione del poema, ora da un secentesche di Ariosto tra giochi e metafore, pp.
punto di vista propriamente retorico-stilistico, 317-337) che, a partire da un passo del Can-
ora invece in chiave morale-comportamentale. nocchiale aristotelico di Tesauro, ricostruisce
Quest’ultima è l’ottica che guida la lettura la storia e la struttura del curioso gioco del
(e la pubblicazione) del Furioso da parte di ‘labirinto dell’Ariosto’, ricordato anche nel
Giolito e Valvassori che — come dimostra trattato Des ballets anciens et modernes del
Claudia Lo Rito (Il perfetto cavaliere e l’uomo gesuita Claude-François Ménestrier. Ritornano
virtuoso nelle allegorie delle edizioni Giolito e su una ricezione più propriamente letteraria
Valvassori dell’«Orlando furioso», pp. 213-231) del Furioso Gianluca Genovese (Ariosto a Na-
— «traggono dal poema ariostesco una silloge poli. Vicende della ricezione del «Furioso» negli
di precetti» (p. 213) basata sull’interpretazione anni Trenta e Quaranta del Cinquecento, pp.
della figura di Ruggero, esempio di perfetto 339-355) — che si sofferma sulla fortuna, spe-

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rassegna bibliografica

cialmente linguistica, di Ariosto in alcune ope- nell’«Orlando furioso». «Studi italiani»,


re di Benedetto Di Falco e nel Vocabulario di xxii (2010) 2, pp. 5-35.
Fabrizio Luna, retroterra culturale di un’altra
operazione editoriale giolitina, il Discorso sopra Tradizionalmente negletto dagli studiosi del
il principio di tutti i canti d’Orlando furioso di poema ariostesco, il tema delle lacrime e del
Laura Terracina — e Carlo Alberto Girotto pianto non è certo estraneo, da un lato, alla
(Lettori, bibliofili e postillatori a confronto col tradizione epica e, dall’altro lato, alla cultura
Furioso, pp. 371-393) — che commenta alcune rinascimentale: partendo dalla considerazione
edizioni postillate del poema tra XVI e XVII della lunga durata del tema sul piano letterario,
secolo. Nunzio Ruggiero (L’epistola eroica tra dal pianto disperato di Achille sul corpo di
Ariosto e Tasso. Un caso di transcodificazione di Patroclo a quello di Carlo Magno a Roncisvalle
genere, pp. 357-369) ragiona invece sulla for- nella Chanson de Roland, e della sua diffusa
tuna dei personaggi ariosteschi (e tassiani) nel presenza sul piano culturale, tra medicina e
genere delle epistole eroiche, genere letterario filosofia, nel Quattro e Cinquecento, con le
particolarmente fortunato nel primo Seicento riflessioni di Ficino sulla malinconia e di Lo-
(come testimoniano Marino, Bruni e Della renzo dei Medici sulle lacrime calde e fredde
Valle) e recentemente al centro di una vera e nel Comento de’ miei sonetti, l’autore costrui-
propria riscoperta (è tornato sul tema Lorenzo sce un denso e appassionato saggio alla ricerca
Geri, L’epistola eroica in volgare: stratigrafie di un’assenza, il pianto in quanto indicibile sul
di un genere seicentesco. Da Giovan Batti- piano poetico, e di un impossibile, il pianto
sta Marino ad Antonio Bruni, in Miscellanea in quanto indicatore di quei sentimenti e di
seicentesca, a c. di Roberto Gigliucci, Roma, quella psicologia di cui i personaggi arioste-
Bulzoni, 2011, pp. 79-156). Sulla ricezione schi, pre-moderni, sarebbero inesorabilmente
del poema nelle ‘arti applicate’ richiamano privi. Un vero e proprio saggio di metodo,
invece l’attenzione i contributi conclusivi di quindi, che parte, ginzburghianamente, da
Federica Caneparo (Ariosto valtellinese: en- una “scommessa” (la rilevanza di un tema
trelacement fra palazzi, ville e castelli, pp. apparentemente marginale quantitativamente
395-422) e di Monica Zampetti (La fortuna e insignificante qualitativamente) per sfidare
dell’edizione giolitina dell’«Orlando furioso» interpretazioni troppo comode e rassicuranti:
nelle maioliche. Due coppe del Museo statale il metodo chiama in causa strumenti stati-
d’arte medievale e moderna di Arezzo, pp. stici (la verifica delle ricorrenze dei lemmi),
423-444), dedicati alla riproduzione di passi antropologici (le varie recenti storie e teorie
ariosteschi, rispettivamente, nelle decorazioni del pianto e delle lacrime), letterari (la rico-
interne di dimore valtellinesi e sulla produzio- struzione tematica, la ricerca delle fonti e gli
ne in ceramica del XVI secolo (altro settore di orizzonti di genere), culturali (la diffusione
nuovo interesse critico: penso, ad esempio, al dell’argomento nella trattatistica contempo-
contributo di Gabriele Pedullà, Paladini d’ar- ranea) e psicologici (il rapporto tra pianto e
gilla: Ariosto sulle ceramiche, in Atlante della soggettività, ai fini dell’individualizzazione del
letteratura italiana, a c. di Sergio Luzzatto e personaggio). L’argomento è del resto legitti-
Gabriele Pedullà, vol. II, Dalla Controriforma mato non solo dalla tradizione petrarchesca,
alla restaurazione, a c. di Erminia Irace, Torino, con l’esibizione dell’identità tra pianto e poesia
Einaudi, 2011, pp. 19-30). fin dal sonetto proemiale del Canzoniere, non
La ricchezza degli interventi e la varietà solo dalla immediatamente successiva (rispetto
degli ambiti d’interesse presi in esame rendono ad Ariosto) fortuna di Pianti e Lacrime sacri
il volume un prezioso ed oggi indispensabile (Vittoria Colonna, Tansillo, Tasso), non solo
strumento per riflettere sulla fortuna e sulla ri- da una trattatistica fisiologica più tarda (Gia-
cezione dell’Orlando furioso, opera che, come como Ferrari, Democrito et Eraclito. Dialoghi
scrive Caracciolo, «si pone veramente come del riso, delle lagrime e della malinconia, 1627,
il vertice di un modello iconico esemplare» (p. e Giuseppe Lanzoni, Dissertatio de lacrymis,
252). [Francesco Lucioli] 1692), non solo dalla sua densità e frequenza
sulla scena tragica (Giraldi Cinzio, Rucellai,
Tasso), ma soprattutto dalla sua lunga fortu-
Alessandro Capata, «Queste non son na epica, dai tanti pianti degli eroi omerici e
più lacrime». Per una teoria del pianto virgiliani fino, come si è detto, alla Chanson de

185
rassegna bibliografica

Roland, già oggetto di un saggio specifico di La ricerca tematica si rivela in conclusione


Lucien Beszard nel 1903 e ripensati trent’anni non solo legittima sulla base di considerazioni
fa da Guido Baldassarri a proposito dell’epos interne al genere letterario o legate alla storia
post-ariostesco (in un paragrafo sull’“eroe culturale, ma soprattutto come sintomo che
piangente” nel suo Il sonno di Zeus, pp. 60- consente di scoprire un sistema, dettaglio che
68). Proprio di un rilancio epico con Ariosto illumina il quadro: attraverso il pianto dei suoi
si tratterebbe, visto l’incremento quantitativo personaggi, e soprattutto del suo eroe, Ariosto
del tema rispetto ai precedenti più immediati, si conferma autore di confine, che mette in
il Morgante, l’Innamoramento di Orlando e il gioco una dimensione di crisi e di transizione
Mambriano. Eppure il pianto occupa non lo a fini tanto di osservazione quanto di supera-
spazio dell’epica, ma quello dell’elegia, visto mento. Trasmutazione del petrarchismo verso
che è legato alla dimensione della frustrazione, la modernità e trasmutazione dell’epica verso
dell’amore incompiuto e del desiderio insoddi- il romanzo: su questi due fronti di lettura
sfatto: Ariosto esplora in tal modo, all’interno del poema ariostesco, in parallelo con le più
del genere cavalleresco, la crisi di un personag- recenti ricerche sull’identità e la parola dei
gio che non vive più, come nella tradizione personaggi del Furioso (dovute soprattutto ai
romanzesca, in un mondo fatto tutto per lui, sondaggi a cura di Gian Paolo Giudicetti), C.
ma si scontra con ciò che gli è esterno e può fornisce un contributo magistrale, che andrà
sconvolgerlo. Il pianto di Orlando è esemplare preso come riferimento per ulteriori ricerche
al riguardo, perché, dimostra C., si presenta in questa direzione. [Stefano Jossa]
più come collerico che come malinconico, sulla
base dell’identificazione ficiniana tra collera
e temperamento amoroso e della distinzione Raffaele Girardi, Orlando imbestiato e
laurenziana tra lacrime calde di dolore e la- la sindrome dello specchio concavo. «Critica
crime fredde di gioia: Ariosto procede a una letteraria», xxxix (2011) 2, pp. 211-244.
trasmutazione del pianto elegiaco dalla pura
lamentazione alla scoperta di forme poeti- Collocando la follia di Orlando nel contesto
che di proto-soggettività, «conformandosi al della più generale riflessione rinascimentale
nuovo profilo del Furioso come “romanzo di sulla pazzia cortigiana, fra Aretino, Castiglio-
transizione” che vede nella drammatizzazione ne, Bruegel, Durer e Holbein, con alle spalle
dei personaggi il primo, vero salto identitario le riflessioni di Agrippa ed Erasmo, l’autore
da una vita interiore del tutto inesistente o propone di leggere l’imbestiamento di Orlan-
debolissima, come nel caso della tradizione do come «vicissitudine anamorfica dell’essere»
canterina e ancora in Boiardo, a una interiore (p. 231), perdita del sé che prelude a una
che presenta un primo nucleo di autonomia ricomposizione sul piano mitico anziché su
caratteriale» (p. 29). Si tratta di un salto di quello storico: denudatosi, Orlando cono-
qualità del petrarchismo, che fuoriesce da sce una regressione, nel segno della perdita e
topoi elegiaci per farsi veicolo di individualità, dell’alienazione, ma si prepara al tempo stesso
come nel caso dei pianti di Angelica e Olimpia a un rifugio, che avverrà solo sul piano onirico,
esposte all’orca, cui solo le lacrime consentono capace di restaurare «l’irrestaurabile, ossia l’in-
di evitare la pietrificazione e la morte (perché tegrità del ‘cavaliere antico’» (p. 244). Sguardo
attraverso le lacrime viste, Angelica, o il pian- nostalgico o ironico? Se, travisato, guasto, rot-
to sentito, Olimpia, attivano l’interesse dei to e diviso, come, con terminologia ficiniana,
rispettivi salvatori). Lacrime legate quindi Orlando si trova a essere nel momento in cui
a un principio di vita e di espressione, che la crisi del corpo denuncia l’abisso esistenziale
potrebbe funzionare anche come reazione a dell’eroe, irriconoscibile agli occhi di chi lo
un comico di maniera contemporaneo che incontra, Angelica inclusa, è l’universo ideale
proibiva il pianto; liberazione anche etica, nello scontro col reale, il poema sembrerà
infine, in vista di una potenzialità del soggetto ambire a una fanciullezza perenne, mentre
cavalleresco che finalmente conosce il dolore e la nozione di crisi, come messa in scena del
la delusione, di contro a tutta una trattatistica transito, tanto storico quanto del soggetto, con
comportamentale (Machiavelli, Castiglione, tutte le sue oscillazioni interne, resta probabil-
Aretino) che invitava a regolare, controllare e mente ancora la più produttiva per superare la
nascondere le lacrime. polarità ragione-follia da cui questa lettura è

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rassegna bibliografica

solcata, sia pure all’insegna dell’aggiornamento del cardinale Ippolito durante la battaglia
del paradigma attraverso una discussione delle vittoriosa della Polesella contro i veneziani
categorie di Folly (positiva) e Insanity (nega- (1509); il secondo, segnato dalla stagione del
tiva) proposte da Ernesto Grassi e Maristella duca Alfonso, che celebra il genio militare di
Lorch. Unificato il versante della pazzia, non quest’ultimo durante la battaglia di Ravenna
resta che il passaggio del simbolico dal piano (1512); il terzo che è dominato invece dalla
poetico a quello personale, nello «spazio sem- figura di Francesco I di cui, dopo la vittoria di
plice e umanissimo della vita di un cortigiano Marignano (1515), l’Ariosto si fa sostenitore
schivo, innamorato e frustrato» (p. 239). Non in vista di una possibile elezione al soglio
sarebbe allora più produttivo contrapporre imperiale.
alla metafora reificata del cortigiano-pazzo, A seguire è il contributo di Gerarda Stima-
così ben ricostruita dall’autore, l’altrettanto to su Identità o omonimia. Il problema della
reificata metafora dell’eroe-nudo, potenziale doppia Melissa nell’«Orlando furioso» (pp.
premessa alla conquista di libertà dell’eroe 45-58). L’autrice avanza un’ipotesi che tenta
che adempirà il suo compito storico non più di risolvere il mistero, solo superficialmente
come dover essere del cavaliere, ma come indagato, dell’omonimia tra la maga Melissa,
natura ed essenza sue proprie? Una ricerca di uno dei personaggi principali del Furioso, e
soggettività, rivolta al futuro, anziché nostalgia la Melissa protagonista della novella narrata a
del mondo cavalleresco. [Stefano Jossa] Rinaldo nel canto xliii. Con argomenti invero
convincenti S. dimostra il ruolo, per così dire,
encomiastico della seconda Melissa, la quale è
L’uno e l’altro Ariosto. In corte e nelle non solo elemento centrale di una novella che
Delizie, a.c. di Gianni Venturi, Firenze, esalta la castità matrimoniale ma soprattutto
Olschki, 2011, pp. 334. è intimamente collegata a personaggi storici
esempio di indubbia morigeratezza, tra i quali
Continua col presente volume l’indagine di spicca naturalmente la marchesa di Mantova,
V. intorno a quelli che lui chiama “i paesaggi Isabella d’Este; più congetturale appare invece
estensi”, luoghi della realtà o dello spirito l’identificazione, di cui Ariosto non fa menzio-
attorno (o grazie) ai quali si sviluppa la gran- ne alcuna nel poema, tra le due Melisse che,
dezza artistica (solo in parte letteraria) della secondo S., sarebbero lo stesso personaggio a
Corte ferrarese. differenza di dieci anni.
In quest’ultimo volume della collana l’at- Lo stile brillante e piacevolmente poco
tenzione si concentra sul maggiore dei poeti accademico fanno leggere tutto d’un fiato il
estensi e, come lo stesso curatore ricorda nella contributo di Michel Paoli, Ariosto inviava
breve Introduzione (pp. v-vi), la doppiezza di davvero le sue satire? (pp. 59-68); esso ri-
cui si parla nel titolo riflette sia la contraddi- prende un tema già trattato dal critico in altri
zione poetica dell’Ariosto, sempre sospeso tra luoghi (ad esempio cfr. «Quale fu la prima
spazio fisico e spazio della mente, sia la dualità satira che compose?: storia vs letteratura nelle
dei centri di indagine del volume (la Corte satire ariostesche», in Fra satire e rime arioste-
appunto e le Delizie estensi) viste come luoghi sche, Milano, Cisalpino, 2000, pp. 35-64). La
variamente toccati dalla poesia del ferrarese: critica di P. ruota intorno al valore storico-
centri di ispirazione o strumento di esaltazione documentario delle Satire, il quale era stato
della sua grandezza poetica. già discusso dal Catalano e poi rivalutato dal
A inaugurare questa raccolta di saggi è duo Debenedetti-Segre nei loro celebri scritti.
Marco Dorigatti, Manoscritto dell’«Orlando P. confuta agilmente le interpretazioni che
furioso» (1505-1515) (pp. 1-44), in cui l’autore vogliono le Satire scritte “in presa diretta” da
della mirabile edizione critica del primo Fu- parte dell’Ariosto sull’onda di una presunta
rioso (1516) torna ancora sull’analisi della sua indignazione, a favore di una lettura che esalti
gestazione, tentando di fissare le tappe della l’aspetto tematico (e non quello situazionale)
produzione ariostesca anche in rapporto al come unico vero motore dell’opera.
tema ideologico-encomiastico. In particolare Il saggio di Marcello Ciccuto, Nella tra-
lo studioso afferma che si può suddividere dizione figurata del «Furioso»: fedeltà e tradi-
l’attività del poeta in questa prima fase in tre menti (pp. 69-80), è il primo lavoro del volume
periodi: il primo, che culmina nell’esaltazione a concentrarsi sul rapporto della maggiore

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rassegna bibliografica

opera ariostesca con una disciplina extralet- drammaturgiche e ragioni politiche (pp. 113-
teraria: la pittura. C. riflette innanzitutto sulla 140), che analizza la ricezione del Furioso
fondatezza della tesi di un rapporto di diretta basandosi sulla fortuna della sua teatralizza-
ispirazione tra le opere pittoriche del tempo zione. R. si concentra sulla drammatizzazione
e singoli episodi dell’Orlando Furioso, come delle giunte dell’ultima edizione, le quali si
sostenuto da critici quali Ceserani e Conte, prestavano ad essere estrapolate dal poema
concludendo che essa appare non sufficiente- e sottoposte a riscritture teatrali, tra queste
mente documentabile. Dal suo punto di vista, soprattutto le novelle e la digressione finale
peraltro, il rapporto tra il Furioso e le opere che narra la vicenda di Ruggiero e Leone. Il
pittoriche che da esso hanno tratto ispirazio- tema portante di quest’ultimo episodio diventa
ne, principalmente nella prima fase della sua il motore di diverse opere incentrate sul tema
diffusione, sembra basarsi più sulle funzioni del rischio della morte e del binomio amore-
che non sui singoli personaggi e d’altra parte amicizia, aprendo un dibattito che coinvolgerà
il solo che abbia avuto la capacità di riflettere lo stesso Tasso. In seguito, ricorda sempre
la grandiosità tematica della poesia ariostesca R., lo stesso Tasso con l’Aminta, riscriverà
rimane comunque Tiziano. Nella parte finale i fondamenti del rapporto amore-amicizia
del saggio C. si sofferma sul problema del- in senso decisamente più tragico rispetto al
la ricezione del Furioso che egli vede come modello ariostesco, pur mantenendo il finale
notevolmente influenzata dalle illustrazioni comico così come da tradizione del genere
delle prime edizioni a stampa, le quali hanno pastorale. Dalla metà del Seicento la tensione
determinato, a suo dire, la stessa fortuna ico- del barocco porterà a focalizzare l’attenzione
nografica dell’opera. sul solo Ruggiero fino a perdere nel Settecento
«Quel gran pittor de l’armi e degli amori». anche tale accezione per ritrovare una funzione
Il ritratto di Ariosto nella Galeria del Marino eminentemente encomiastica a causa del ma-
(pp. 81-104) è il titolo del saggio di Pasquale trimonio tra Maria Beatrice d’Este e l’arciduca
Sabbatino che presenta il tema del rapporto Ferdinando d’Austria.
poesia-pittura in Ariosto all’interno di un esa- L’intervento di Timothy Wilson, Le il-
me puntuale della presenza del poeta estense lustrazioni dell’«Orlando Furioso» del pitto-
nella Galeria del Marino, opera nella quale re di maioliche Francesco Xanto Avelli (pp.
il poeta napoletano esalta la supremazia del 141-152), torna ad analizzare il rapporto del
ferrarese rispetto ai due suoi principali “anta- Furioso con l’arte pittorica, prendendo però
gonisti”, Boiardo e Tasso. S. rileva come queste come punto di riferimento un’arte minore
considerazioni siano dovute principalmente e tuttavia molto sviluppata nella Ferrara del
all’influenza su Marino della trattatistica ar- tempo: le maioliche. In particolare W. si con-
chitettonica del secondo Cinquecento, e in centra sull’opera di Francesco Xanto Avelli, tra
particolare all’opera di Giovan Paolo Lomaz- i maggiori pittori di maioliche del tempo, di cui
zo. Nell’ultima parte si analizza invece la simi- ricostruisce la biografia e illustra due opere che
larità, rinvenuta dal poeta barocco, tra Tiziano traggono ispirazione direttamente da episodi
e Ariosto, sempre ripresa da considerazioni di del Furioso, la liberazione di Ruggiero dal
Lomazzo, che consta soprattutto nella capacità castello di Atlante (OF, IV, 46) e Astolfo nella
di entrambi di conferire alla propria disciplina terra delle donne (OF, XLI, 25-29), variamente
suggestioni dell’altra. modificati probabilmente per l’influsso delle
Su un tema già ampiamente discusso torna illustrazioni su edizioni a stampa.
anche Francesco Furlan con La geografia Jane E. Everson parte da un tema a lei
dell’Ariosto (pp. 105-112), una disamina delle molto caro per introdurre il suo contributo su
fonti che avrebbero costituito la base per la Il Mambriano di Francesco Cieco da Ferrara.
narrazione dei viaggi di Astolfo e di Ruggiero. Tra tradizione cavalleresca e mondo estense
In particolare si afferma che un manoscritto, il (pp. 153-174): il paradosso che ha portato
Portolano mediceo-laurenziano 1351, sia alla alla nascita, all’evoluzione e alla diffusione
base dell’identificazione ariostesca tra Senapo dei poemi cavallereschi in un mondo ancora
e prete Gianni. intriso di studia humanitatis. Il Mambriano,
Un taglio interdisciplinare ha anche l’in- nell’ottica della studiosa, appare il poema
tervento di Laura Riccò, Ruggiero e Leone. ideale per indagare tale paradosso poiché si
L’erofilomachia dal poema al teatro fra ragioni trova in perfetta sintonia con questo mondo in

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rassegna bibliografica

bilico. Nell’articolo si ricostruisce la trama del stica e libertà nella poetica ariostesca (pp. 239-
poema di Francesco Cieco facendo emergere 262), indagando l’opera ariostesca in rapporto
il legame delle tre parti dell’opera con precisi al ruolo del poeta al suo interno. Dimostrando
riferimenti culturali: la tradizione medievale una forte influenza da parte dell’Ars Poetica
per la sezione riguardante la guerra tra Mam- di Orazio, il critico sottolinea la volontà di
briano e Rinaldo (p. 155); l’incorporazione Ariosto di essere ben presente all’interno delle
della tradizione epica latina per le campagne varie opere e di apparire con le caratteristiche
di Orlando in Africa (p. 161); l’ingresso del oraziane del buon poeta, marcando la sua
mondo estense per le varie imprese condotte alterità all’interno della Corte. La presenza
da Rinaldo e Orlando (p. 167). del poeta-personaggio all’interno del racconto
Andrea Marchesi presenta uno studio teso permette inoltre di far emergere tratti sottili
a ricostruire il volto autentico della Delizia del ma fondamentali della propria poetica che non
Belvedere, distrutta dopo la devoluzione del sono solo di straniamento ma anche di disvela-
1598 (Oltre il mito letterario, una mirabolante mento del reale. Tutto ciò, peraltro, continua
fabbrica estense, pp. 175-214). M. ricostruisce sempre C., non sarebbe stato possibile senza
innanzitutto la genesi dell’opera, iniziata con una struttura narrativa piegata a queste esi-
ogni probabilità nei primi del Cinquecento (i genze: basti osservare con attenzione la novità
primi documenti su di essa sono presentati in nell’uso dell’entrelacement o comprendere
appendice all’articolo) per volontà del duca appieno la rappresentazione dello spazio e
Alfonso I, desideroso di competere con l’in- del tempo nel Furioso, per nulla finalizzata
stauratio Romae che Giulio II stava progettan- alla trasposizione del caos labirintico ma al
do nella capitale pontificia. contrario funzionale all’equilibrio delle storie
Sempre sulla Delizia di Belvedere si concen- narrate. Da ciò si comprende come l’armonia
tra l’attenzione di Vincenzo Farinella, Venere e la classicità debbano essere certamente re-
sull’Eridano di Battista Dossi e Girolamo Carpi: cuperate, ad opinione di C., ma non in senso
un nuovo dipinto ariostesco per la Delizia di crociano bensì come risultato consapevole di
Belvedere?, pp. 215-226), che indaga in par- una selezione da parte dell’Ariosto tutta rivolta
ticolare le opere scultoree in essa conservate, alla creazione di un’opera che demistifichi
le quali vennero utilizzate dall’Ariosto per le con i suoi mondi illusori le vecchie ideologie
descrizioni presenti nel canto xliii; quindi lo consolidate e sia capace non di asserire verità
studioso si concentra sull’analisi del Trionfo di ma di svelare falsità.
Venere di Battista Dossi, il cui rifacimento ad Con l’intervento di Camilla Cavicchi, Mu-
opera di Girolamo Carpi si dimostra ispirato sici, cantori, ‘cantimbanchi’ a corte al tempo
proprio al canto ariostesco citato. dell’«Orlando Furioso» (pp. 263-290), il volu-
Con il saggio di Andrea Gareffi, La Le- me si apre all’analisi di un’altra disciplina: la
na, commedia ad orologeria (pp. 227-238), ci musica. Si indaga in primo luogo l’importanza
spostiamo finalmente dall’Ariosto poeta al di Ferrara come polo musicale almeno fino al
drammaturgo con un’interessante disamina sul 1505, anno della morte di Ercole I, grande
tempo, appunto, nella Lena. In quest’opera si estimatore di quest’arte. Con Alfonso, più a
assiste ad un’alternanza tra misurazione sacra suo agio fra i cannoni che fra gli strumenti mu-
del tempo e misurazione profana, densa di sicali, si assiste ad un progressivo venir meno
significati e responsabile del ritmo che fa muo- delle esibizioni pubbliche, pur rimanendo un
vere l’azione scenica. Tale alternanza si unisce grande interesse da parte di alcuni membri del-
poi al tema della parodia del sacro, la quale in la corte per la musica, come Lucrezia Borgia
ogni caso rientra presto all’interno dei binari e Isabella d’Este, grandi amanti della musica
canonici annullandosi nel finale, così come av- frottolistica. Nei primi anni del Cinquecento
viene per la trasgressione amorosa. Si teorizza si assiste poi ad un fatto di rilievo: l’abbando-
infine un parallelo tra l’accavallarsi narrativo no dei ritmi classici per far posto alla messa
della Lena e la doppiezza del Furioso, entram- in musica dell’ottava cavalleresca e lo stesso
be espressioni della contraddizione ariostesca Pigna sottolineerà l’importanza dei cantastorie
che nel poema si sintetizza nella freschezza per la diffusione dello stesso Furioso.
dell’ottava mentre nella commedia si snoda in Nell’intervento conclusivo Giovanna Riz-
modo deforme ed espressionistico. zarelli presenta L’«Orlando Furioso» e la
Alberto Casadei riflette invece su Precetti- sua traduzione in immagini: progetto per un

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rassegna bibliografica

archivio digitale (pp. 291-298): un interes- tuali collazioni alle edizioni cronologicamente
sante progetto di digitalizzazione di tutte le prossime alla princeps. Si avvale inoltre delle
illustrazioni delle prime edizioni a stampa del edizioni moderne approntate da Curzio Mazzi
Furioso portato avanti dalla Scuola Normale (N. Campani, Le rime di Niccolò Campani detto
Superiore di Pisa e dalle Università di Pisa e lo Strascino da Siena, a cura di C. Mazzi, Siena,
della Basilicata. Con tale archivio non solo si Gati, 1878), Menotti Stanghellini (N. Campani
renderanno accessibili tutte quelle immagini detto Strasino, Strascino. Commedia rusticale,
che hanno accompagnato insieme alle parole testo critico, note e commento di M. Stanghel-
la diffusione e la canonizzazione del poema ma lini, Siena, Accademia dei Rozzi, 2001), Silvia
si offriranno nuovi strumenti per analizzare le Longhi (Poeti del Cinquecento, tomo i, Poeti
dinamiche che hanno inciso sulla traduzione lirici, burleschi, satirici e didascalici, a cura di G.
visiva del poema. [Matteo Galiffa] Gorni, M. Danzi e S. Longhi, Milano-Napoli,
Ricciardi, 2001, pp. 938-43) e Bianca Persiani
(Commedie rusticali senesi del Cinquecento, a
Marzia Pieri, Lo Strascino da Siena e la cura di B. Persiani, con un saggio introduttivo
sua opera poetica e teatrale, Pisa, Edizioni di P. Trifone, Siena, Betti, 2004, pp. 11-56). Al
ETS, 2010, pp. 304. fine di agevolarne la lettura, P. modernizza i
testi dal punto di vista grafico e interpuntivo
P. raccoglie in un unico volume l’opera om- e, quando possibile, interviene a regolarizzare
nia di Niccolò Campani, lo Strascino da Siena, la prosodia. Una nota della curatrice introduce
il più famoso tra i cosiddetti comici pre-Rozzi comunque ogni singolo testo per presentarlo
che animarono la vita spettacolare della città criticamente, ripercorrerne la fortuna edito-
toscana tra gli ultimi anni del XV secolo e il riale e rendere conto, di volta in volta, dei
quarto decennio del XVI. testimoni e dei criteri utilizzati per editarlo.
Della produzione di questo «performer L’Egloga bellissima alla martorella intitulata
musicante» (p. 67), che godette di ampia for- Strascino, stampata a Siena nel gennaio del
tuna presso i suoi contemporanei e la cui fama 1512, è il più antico dei testi drammaturgici
viene tramandata dalle opere di autori quali pervenutici di Campani. Si tratta di un com-
Aretino, Bandello, Castiglione e Trissino, so- ponimento di 247 endecasillabi, in distici a
pravvivono oggi appena tre operette teatrali rima alternata, in cui quattro fratelli contadini,
e un lungo lamento, cui si aggiungono sette indebitatisi con il proprio affittuario, sono
capitoli rusticali, una mascherata in ottave dai condotti di fronte a un giudice. La lingua dei
toni ammiccanti e osceni e una canzone che si villani si scontra con quella dei cittadini, in
presenta come «una riscrittura parodica» (p. particolare con quella del giudice, infarcita di
290) di RVF ccvi. La canzone, ricondotta dalla frasi in un latino approssimativo. Una frottola
P. a un sentire antipetrarchesco affine a quello in ottave accompagnava, al termine della rap-
che caratterizzava gli autori gravitanti intorno presentazione, un ballo tondo.
alla senese Accademia Grande, costituisce Più complessa la struttura della Comedia
l’unico testo confluito nel volume rimasto overo farsa [...] intitulata Magrino, composta
finora inedito, trasmesso unicamente da un da 639 endecasillabi in terzine, con due sonetti
codice cartaceo del XVI secolo posseduto e una barzelletta finale in ottonari. L’argomen-
dalla Biblioteca Comunale di Pioppi. to, recitato dalla dea Cerere, introduce la storia
Nella Nota ai testi (pp. 67-70) la curatrice d’amore dai toni patetici e quasi tragici tra i
esplicita le finalità del volume: «restituire ai cittadini Erminia e Lattanzio, inframezzata
lettori moderni l’opera di Strascino, uno di dalla perturbante presenza comica del villano
quei “fantasmi” della nostra storia letteraria Scorteccia. La pièce, composta a Roma, fu
strategicamente collocati in crocevia storici stampata a Siena nel 1514.
e culturali di grande complessità» (p. 67). In Appartiene all’ultima produzione di Cam-
particolare, P. si prefigge di presentare i testi pani Il Coltellino, stampato a Siena nel 1520
come «fresca derivazione delle sue celebra- come Egroga villanesca del poeta Strascino [...]
tissime recite» (p. 68). In linea con gli intenti la commedia del Coltellino. Il testo, introdotto
espressi, divulgativi più che filologici, P. sceglie da un prologo, consta di 652 versi in cui la ter-
di editare i testi basandosi principalmente sulla za rima si alterna all’ottava, concludendosi con
più antica stampa reperibile, limitando le even- una canzone di cinque distici in rima baciata.

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rassegna bibliografica

L’operetta si presenta come una parodia dei consumo» (p. 10). Niccolò Campani nasce
più famosi topoi bucolici gravitanti intorno al a Siena nel 1478, cresce e si forma nella città
tema del suicidio per amore; gesto pianificato, toscana, a contatto con una vivace vita festiva,
ma poi non realizzato, dal villano Berna sul in cui musica e danza assumono ruoli di primo
nobile esempio di un fantomatico pastore di piano; nei primi anni del nuovo secolo, sotto
nome Fosco Biancastrino. Il testo è infarcito di la protezione di Agostino Chigi, si trasferisce
strambotti da cantarsi con l’accompagnamento a Roma. «Il policentrismo mecenatesco, la
musicale dell’immancabile “citarino”. qualità della ricerca antiquaria, la presenza di
Fu con ogni probabilità composto con fi- una folta colonia spagnola [...], il contributo
nalità recitative anche il Lamento [...] sopra degli ebrei provenienti da svariate diaspore,
el male incognito, considerato da P. «il testo l’eredità erudita della filologia» (pp. 21-22)
più ricco e suggestivo di Strascino» (p. 42). sono gli elementi che contribuiscono, nella
Si tratta di un poemetto di 167 ottave in cui Roma di Leone X, a promuovere una speri-
l’autore racconta la sua personale lotta contro mentazione teatrale ampia e diversificata il
la sifilide. Il testo, nel suo nucleo originale, fu cui frutto più celebre sarà, nel 1525, la prima
composto a Roma intorno al 1508, per poi redazione della Cortigiana di Aretino. Nella
essere rivisto e ampliato nel 1519. La princeps dinamica vita spettacolare romana Campani
dell’operetta uscì a Venezia nel 1521 per i figura tra i principali protagonisti, amman-
torchi di Niccolò Zoppino. Il monologo co- tato di una sorta di «trasversalità culturale e
stituisce la prima e unica opera edita a cura sociale» (p. 22) che gli consente di accedere
dell’autore, che morirà di lì a poco nel 1523, alle stanze del pontefice così come di esibirsi
e testimonia come Campani avesse sviluppato, per spettatori popolari.
in anticipo rispetto agli autori del coevo teatro Canto, danza, capacità istrioniche, unite a
italiano “regolare”, un particolare interesse per una comicità dai «tratti corporei e bachtiniani»
la stampa; egli si presenta pertanto nelle parole (p. 36) simile a quella che caratterizzerà, nel
di P. come «un vero e proprio apri-pista, ca- corso del secolo, la poesia burlesca, sono i tratti
pace [...] di immaginare e raggiungere sempre distintivi delle variegate recite di Campani. E
nuove fasce di interlocutori con prodotti di proprio nelle sue eccezionali doti di performer,
volta in volta adattati su misura per le loro esi- sulle quali «concordano tutti i testimoni» (p.
genze», passando dalle piazze senesi ai palazzi 25), P. riconosce la chiave dello straordinario
romani e alle corti del Nord Italia, giungendo successo di Campani presso i suoi contempo-
quindi, per mezzo della stampa, ad allargare il ranei. Lo Strascino si presenta infatti come «un
proprio raggio d’azione fino «a un’udienza di bravo recitante, ma un mediocre scrittore» (p.
lettori potenzialmente molto vasta, che infine 42). Le sue opere drammaturgiche ci appaiono
lo avrebbe riconosciuto come autore quasi oggi «un patchwork di materiali recitativi
leggendario» (p. 186). e musicali diversi entro un contenitore non
P. non accoglie nel suo volume due egloghe ancora unitario ma che aspira comunque a
rusticali tramandate anonime dalle stampe del diventare tale» (p. 96). Al di là del valore
Cinquecento la cui paternità Menotti Stan- letterario, i testi di Strascino recano tuttavia
ghellini ha recentemente proposto di attri- preziosa testimonianza di come, nei primi anni
buire proprio a Niccolò Campani (cfr. N. del ’500, la commedia si presentasse come
Campani, Egloga del danno dato per le capre un «oggetto espressivo e artistico aperto e
al cittadino. Egloga del porcello fatto per mana relazionale» (p. 44).
fiorenna, testo critico, note e commento di Al termine dell’introduzione, una dettaglia-
Menotti Stanghellini, Siena, Accademia dei ta Cronologia (pp. 47-66) raccoglie insieme
Rozzi, 2006). notizie biografiche e bibliografiche intorno a
Nell’ampia Introduzione (pp. 9-46) P. ri- Campani, riferimenti circostanti di tipo storico
costruisce le vicende umane e artistiche di e letterario e indicazioni sull’uscita a stampa,
Strascino, sottolineando il valore esemplare entro il 1523, delle operette degli altri autori
di un’esperienza intellettuale che si consuma comici senesi, al fine di «tracciare una mappa
in quell’ «irripetibile ventennio del sedicesimo abbastanza significativa del teatro nascente e
secolo in cui si definiscono linguaggi e generi della nuova letteratura volgare di cui Campani
della letteratura volgare e si cominciano a è un esponente di spicco» (p. 47, nota 1). Si
elaborare modelli festivi e teatrali di largo tratta, come sottolinea la stessa P., di una map-

191
rassegna bibliografica

pa continuamente suscettibile di modifiche e strumentazione ausiliaria per la comprensione


aggiornamenti, anche a seguito di possibili della figura di Aretino, ma soprattutto dei testi,
nuovi rinvenimenti bibliografici. Un piccolo giacché, come è noto, nelle edizioni è bandito
tassello all’utile prospetto tracciato dalla P. il commento: in questa direzione altrettanto
può essere aggiunto fin da subito: il volume prezioso si rivela il volume inaugurale della
miscellaneo 92.C.29. della Biblioteca dell’Ac- collana, In utrumque paratus. Aretino e Arez-
cademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana di zo, Aretino a Arezzo: in margine al ritratto di
Roma conserva al suo interno un esemplare Sebastiano del Piombo. Atti del Colloquio
di una stampa del 1518 di un’anonima Egloga internazionale per il 450° anniversario della
pastorale di Cupido (Impresso in Siena: per morte di Pietro Aretino (Arezzo, 21 ottobre
Simione di Niccolo cartolaio, adi 9 di dicem- 2006), Roma, Salerno Editrice, 2008.
bre 1518) che altro non è se non Il Vallera di Venendo al saggio di W., che investe la
Bastiano di Francesco Lanaiuolo, la cui prima carriera di Aretino negli anni 1525-1545, le
edizione conosciuta risaliva finora al 1546 (cfr. idee sull’obiettivo del lavoro sono immedia-
Cristina Valenti, Comici artigiani: mestiere e tamente chiare all’autore: «Questa ricerca
forme dello spettacolo a Siena nella prima meta riguarda l’uso che Pietro Aretino (1492-1556)
del Cinquecento, Modena, Panini, 1992, pp. fa di mezzi espressivi e di generi letterari nuo-
164-169). [Annamaria Suriani] vi per alimentare un’idea di sé che poi va
costantemente oltre la sua stessa produzione
intellettuale» (p. 9). Il volume, va detto come
Raymond B. Waddington, Il Satiro preambolo, è teso a dimostrare, con efficacia,
di Aretino. Sessualità, satira e proiezione come Aretino faccia un uso cosciente della
di sé nell’arte e nella letteratura del XVI “maschera” del satiro, con una precisa strate-
secolo, traduzione di Cristiano Spila, gia culturale, aspetto che, vedremo, compor-
Roma, Salerno Editrice, 2009, pp. 328+48 terà varie implicazioni.
pp. di tavv. Entra, senza mezzi termini, nella questio-
ne il primo capitolo (‘Ostentatio genitalium’:
L’innovativo lavoro di W., appena lancia- rivalutazione della sessualità, pp. 29-78), che
to nel 2004 (Toronto, University of Toronto insiste sul ruolo attribuito ad Aretino (celatosi
Press), ha incassato un riconoscimento fulmi- dietro le maschere di Pasquino e Priapo) di
neo sia oltreoceano (si sfoglino le recensioni profeta della sessualità, in un clima di riven-
favorevoli di Fabian Alfie, in «Forum Itali- dicazione dell’arte erotica antica. Un motivo
cum», xxxix, 2005, 1, pp. 262-64, di Mauda insistente, a detta di W., sarebbe proprio la
Bregoli-Russo, in «Quaderni d’Italianistica», sessualità, che non rappresenta un simbolo del
xxxvii, 2006, 1, pp. 131-34, e di Wiley Fein- peccato originale, ma è inscrivibile all’interno
stein, in «Italica», lxxxiii, 2006, 2, pp. 324-26) del recupero di una tradizione mitologica
sia nella nostra accademia (valgano le parole che esalta personaggi emblemi della vitalità
spese da Marcello Ciccuto, Identità satiresca e della fertilità, come Priapo, Bacco e Pan.
di Pietro Aretino, «Italianistica», xxxiv, 2005, Caratteristica di Aretino, in questa direzione,
1, pp. 151-52). è la consapevole ripresa proprio del mito di
La solidità documentaria e il taglio originale Priapo, alla cui immagine veniva accostata la
di questo saggio, finalmente di ampio respiro, statua di Pasquino (si vedano, al proposito, i
hanno spinto il Comitato dell’Edizione Nazio- due recenti contributi di Paolo Procaccioli,
nale delle Opere di Pietro Aretino a promuo- «Tu es Pasquillus in aeterno». Aretino non
vere una traduzione in italiano (con qualche romano e la maschera di Pasquino e di Chri-
minimo aggiornamento bibliografico: cfr., ad stopher Cairns, Pasquino come “intervento
es., pp. 250-251 nota 94), anche tenendo conto diretto nella storia” rivisitando le commedie di
della penuria, negli ultimi anni, di monografie Pietro Aretino e le loro “storie”, in Ex marmore.
dedicate allo scrittore (il volume di Paul La- Pasquini, pasquinisti, pasquinate nell’Europa
rivaille, Varia aretiniana, uscito per i tipi dalla moderna. Atti del Colloquio internazionale
casa editrice manzianese Vecchiarelli nel 2005, [Lecce-Otranto, 17-19 novembre 2005], a c.
accorpa saggi scritti tra il 1972 e il 2004). La di C. Damianaki, P. Procaccioli, A. Romano,
traduzione del libro di W., ad opera di S., va Manziana, Vecchiarelli, 2006, rispettivamente
ad alimentare la collana di studi che funge da alle pp. 67-96 e 97-106). Ulteriore oggetto

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rassegna bibliografica

del capitolo è rappresentato dall’Aretino an- del ritratto migliore», p. 132) e sulle medaglie
tipetrarchista e autore dei Sonetti lussuriosi, («Aretino aveva imparato che le medaglie
collocato nel contesto storico e letterario (in hanno il potere di conferire il riconoscimento
clima di ostentationes, ma con altro signifi- popolare dell’identità individuale (la fama) e
cato, va data notizia del saggio sull’anasur- di renderlo durevole (l’immortalità) nel de-
ma di Frédérique Verrier, Caterina Sforza et cennio passato a Roma», p. 140): si pensi che
Machiavel ou l’origine du monde, Manziana, Aretino, più scaltro che vanitoso, fece eseguire
Vecchiarelli, 2010). dai nove ai dodici ritratti diversi su medaglia,
Il secondo capitolo (Aretino e la cultura un numero altissimo per l’epoca, che soltanto
della stampa, pp. 79-116) mette a fuoco il papi e principi potevano permettersi (l’argo-
passaggio di Aretino da poeta cortigiano a mento va ora integrato con due importanti
poligrafo (1534), a partire dal proficuo in- contributi, quello di Élise Boillet, L’autore e
contro con Marcolini. Un passaggio nodale il suo editore. I ritratti di Pietro Aretino nelle
di questa parte si legge a p. 93: «Dal punto di stampe di Francesco Marcolini (1534-1553) e
vista dell’autore, se i rischi derivano dal fatto di quello di Christopher Cairns, Pietro Aretino:
essere un free lance, allora il potenziale ritorno the distorted Frame, entrambi contenuti in
economico può essere anche maggiore nella Officine del nuovo. Sodalizi fra letterati, artisti
combinazione della dedica con le vendite, e ed editori nella cultura italiana fra Riforma e
persino più grande grazie al ricorso a dediche Controriforma, già qui recensito nel prece-
multiple o a dedicatari sempre nuovi nelle va- dente numero).
rie edizioni. Le possibilità di Aretino si molti- Il quarto capitolo (Il satiro e l’autore di sati-
plicarono grazie alla sua propensione a rendere re, pp. 174-213) mette in luce la vocazione di
pubbliche a mezzo stampa tanto la tirchieria Aretino nel presentarsi come autore di satire,
quanto la munificenza del mecenate, o solo nel contro i costumi della Corte romana, la pedan-
minacciare di farlo. Le innovazioni derivano teria e l’accademismo diffusi: vocazione che
curiosamente proprio dalla prostituzione si lega alla raffigurazione del satiro — essere
come modello per il poligrafo», e prosegue a dotato di sessualità sfrenata e di un’istintiva
p. 97: «Per tutto il Rinascimento, il “genio”, tendenza a raccontare la verità, denunciando i
ossia la creatività intellettuale, è mascoliniz- vizi — sul rovescio di alcune medaglie aretinia-
zata; quindi le analogie estensibili — libreria ne, secondo l’accostamento satira/satiro allora
come bordello, libro come cinedo, autore accreditato (sul tema del satiro, nel frattempo,
come ruffiano — leggono questa prostituzione gli studi hanno fatto registrare l’uscita del volu-
come una trasformazione sessuale figurata. me di Françoise Lavocat, La syrinx au bûcher.
L’atteggiamento aiuta a spiegare bene la sua Pan et les satyres à la Renaissance et à l’âge ba-
attrazione quasi ossessiva per le puttane». roque, Genève, Droz, 2005 e quella del saggio
Il terzo capitolo (L’immagine migliore: ri- di Gabriele Niccoli, Modalità metaforiche nella
tratti in parole, in legno, in bronzo, pp. 117- figura e funzione del maggior satiro ferrarese del
173) procede ad una minuziosa lettura degli tardo Cinquecento, «Quaderni d’italianistica»,
strumenti della propaganda aretiniana: il libro 29, 2008, 2, pp. 5-16). Preziosa è poi la parte
di lettere («pensato per presentarsi come un che W. dedica al celebre motto terenziano
ritratto dell’autore in qualità di oratore dimo- Veritas odium parit, fatto proprio da Aretino
strativo, in atto di dispensare elogi e biasimi», (a partire dal 1533 o 1534), che conserva un
p. 129), il ritratto dell’autore stesso, attenta- suo specifico significato in rapporto alla satira
mente studiato, che evidenzia le caratteristiche (si vedano in part. le pp. 184-185). Lo studioso
eccezionali della persona (soprattutto attraver- così sintetizza il frutto delle ricerche: «il perso-
so l’abbigliamento), e nel quale viene evitata naggio del satiro è molto simile al personaggio
ogni allusione al mestiere di scrittore. W. si di Pietro Aretino. Per entrambi, la pretesa di
sofferma sui ritratti nelle xilografie contenute una sessualità naturale e innocente conferma
all’interno delle opere («Mentre Erasmo ave- da sola la devozione alla verità e l’odio per la
va vantato la superiorità del ritratto verbale, corrotta natura umana che motiva le attività
Aretino rimane fedele al principio del “ritratto degli autori di satire» (p. 209).
parlante” dei precedenti Sonetti lussuriosi e dei Nel quinto e ultimo capitolo (Il gioco serio:
sonetti sui ritratti di Tiziano (iniziati nel 1537): dal satiro al sileno, pp. 214-275), W. si cimenta
parola e immagine collaborano alla creazione nell’analisi del significato della figura del sati-

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rassegna bibliografica

ro, a partire da una medaglia cinquecentesca, mi (pp. 309-323) e Indice delle tavole (pp.
che da un verso presenta una testa formata da 324-326) concludono il volume. [Giuseppe
falli e dall’altro un fauno o un silvano. La testa Crimi]
fallica viene messa a confronto con produzioni
simili, nelle quali il profilo di un satiro è com-
posto da vari animali che riassumono i quattro Alessandro Luzio, Saggi aretiniani, a c.
elementi e i quattro umori («il ritratto com- di Paolo Marini, Manziana, Vecchiarelli
posito cattura piacevolmente la diversità e la Editore, 2010 pp. 379.
complessità dell’immagine del satiro», p. 222).
Le medaglie falliche, secondo W., sarebbero Solleva questioni attualissime l’introduzio-
databili ad un periodo compreso tra il 1536 e ne ai saggi aretiniani di L. firmata da M. (anche
il 1544: una tipologia di raffigurazione posta in autore della premessa). Presentando la figura
relazione con le opere, più tarde, dell’Arcim- del noto erudito, fra i primi collaboratori del
boldo. Tuttavia la testa fallica del satiro non «Giornale storico della letteratura italiana»,
corrisponde a un semplice gioco: si tratta di il curatore insiste sulla acribia appassionata
un chiaro esempio del concetto umanistico di e, soprattutto, sulla vocazione allo scandaglio
serio ludere che, tra i versi del Vertumnus di puntiglioso degli archivi che caratterizza il
Gregorio Comanini, viene associato ad un al- primo grande scopritore dell’Aretino. Secondo
tro concetto basilare ai fini del discorso, quello L., infatti, «per far storia della letteratura oc-
del Sileno di Alcibiade. Il satiro di Aretino, corre, in primo luogo, studiare storia» (p. 17).
difatti, evoca la descrizione di Socrate come Non è affermazione di poco conto. A fronte
sileno-Marsia fatta da Alcibiade nel Simposio, della vasta schiera degli epigoni di De Sanctis,
e ripresa da Firenzuola e da Erasmo: una figura «ingegni che si perdono in bizzarre contempla-
apparentemente ridicola, che invece racchiude zioni estetiche, che si sforzano, infelici Icari, a
la divinità. Tutto questo non poteva non avere voli sintetici, senza base di studi» (p. 319: cito
implicazioni stilistiche e linguistiche, oltreché dal saggio pubblicato in appendice e intitolato
ideologiche: «Con il silenico Socrate, come Due scuole: Francesco De Sanctis e Alessandro
Aretino continuava ad insistere per sé, lo stile D’Ancona, pp. 317-322), lo studioso rivendica
è realmente l’uomo: usando il bruttissimo, la necessità di far spazio alle ricerche erudite,
ottuso volto della lingua volgare, ironicamente utili alla comprensione della vicenda non solo
intendeva dare un significato alla verità interio- letteraria di un autore. Quella di Aretino, ad
re» (p. 238). Un’associazione visiva tra Aretino esempio. Senza le indagini di L. non si avrebbe
e il satiro è ben presente nel noto ritratto di quell’immagine a tutto tondo, fondata sull’ese-
Sebastiano del Piombo, risalente alla metà gesi del dato esterno e sulla ricostruzione del
degli anni del Cinquecento: nella porzione contesto, che ha radicalmente trasformato gli
inferiore della tela, sulla sinistra, si osservano studi sul “Flagello dei principi”. Convinto
due maschere, una delle quali riproduce un che Aretino sia stato un grande innovatore
satiro, per l’appunto; immagine che occhieg- dell’età sua, capace di far diventare la sua
gia anche nel ritratto silografico nella Vita di stessa biografia un capolavoro, L. interroga le
Maria Vergine (Venezia, Marcolini, 1539). A carte, soprattutto concentrandosi sull’Archivio
questa sovrapposizione si aggiunge quella con Gonzaga di Mantova: attraverso uno studio
Marsia, figura cui W. dedica pagine pregnanti attento dei carteggi diplomatici, L. riesce a rin-
(pp. 257-269). Va aggiunto che questa parte novare l’immagine stereotipata dello scrittore
costituisce un saggio che va ben oltre l’opera e toscano che già per De Sanctis rappresentava
la biografia aretiniane, e si legge piacevolmente la quintessenza della decadenza rinascimentale
come un capitolo sulla storia della cultura e a ristabilirne le fattezze in quanto poliedrico
cinquecentesca, applicabile a più di un artista, autore di pasquinate, di commedie, di agio-
primo fra tutti Michelangelo. Coerentemente grafie, di lettere assunte al rango di pubblica
con questa persuasiva chiave di lettura, l’epi- rappresentazione di sé.
logo del volume è incentrato sulla decifrazione Di fatto, attraverso L. e soprattutto attra-
dello Scorticamento di Marsia di Tintoretto, nel verso la pubblicazione in volume degli scritti
quale si celerebbe un dialogo fra il pittore e il aretiniani, per la prima volta raccolti insieme,
poligrafo (pp. 270-275). si vuole non solo dare risalto all’importanza
Bibliografia (pp. 279-306), Indice dei no- del lavoro dell’erudito marchigiano, ma anche

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rassegna bibliografica

rilanciare la validità degli studi storici: è vero, dell’Ottocento fino ai primi del Novecento L.
del resto, che L. seppe fare da apripista alle è il principale punto di riferimento degli studi
successive generazioni di studiosi (nella pre- sull’Aretino, tanto che, anche grazie al suo
messa, M. ricorda le prime edizioni critiche, piglio da polemista e alla sua penna partico-
le ricerche biografiche di Paul Larivaille, il larmente vivace, egli può assumere «il ruolo
lavoro per l’Edizione nazionale delle Opere) di collettore e di giudice autorevole di tutto
che hanno potuto restituire ad Aretino il suo ciò che di nuovo venga prodotto in merito
giusto ruolo all’interno della società letteraria alla vicenda biografica e artistica del Flagello
rinascimentale. Per i soggiorni, spesso coatti, de’ Principi» (p. 34). Ed è spesso feroce con
da una città all’altra, da una corte all’altra, per coloro che non hanno metodo o che rischiano
l’utilizzo, spregiudicato ed intelligente, della di lasciarsi condizionare dai pregiudizi mentre,
tipografia veneziana che amplifica la portata al contrario (come succede nella recensione a
della maldicenza, per la capacità di farsi pro- Vittorio Rossi nel 1891), mostra di apprezzare
motore di se stesso al punto di influire sulla il lavoro dello studioso sulle pasquinate legate
politica addirittura europea, per i contatti al conclave che portò al papato Adriano VI,
con gli altri scrittori, l’autore della Cortigiana fornendo addirittura materiale inedito da lui
rappresenta infatti un passaggio imprescindi- recuperato.
bile per chiunque si voglia accostare al ‘500 Al di là quindi del prezioso lavoro svolto da
italiano e non solo. M. — ogni saggio contiene un rinvio specifico
Collaboratore di giornali e riviste prima ai brani delle Lettere citati oppure alla biblio-
che direttore d’archivio, L. sarà stato certo grafia menzionata, non sempre con precisione,
incuriosito dalla carriera di quel letterato che da L. — questa raccolta vuole sottolineare
molta critica ottocentesca, da Chasles a De l’importanza di un metodo storico fondato
Sanctis, era abituata a definire «primo giorna- sulla verifica costante e sulla frequentazione
lista della storia» (pp. 15-16): Aretino, grazie degli archivi. Non solo. Rendendo più age-
ai suoi rapporti privilegiati con la stampa e alla vole la consultazione degli articoli sparsi del
sua collocazione di primo piano sulla scena marchigiano, essa lascia intendere quanto sia
letteraria delle corti italiane, diveniva così il necessario tornare a curiosare fra le carte dei
simbolo dei cambiamenti culturali intervenuti padri fondatori della scuola legata al «Giornale
nel ‘500, che andavano indagati partendo da storico», riscoprendone la grande e ancora
nuovi scavi in ambito bibliografico ed archi- valida lezione. [Paola Cosentino]
vistico. A fronte di improbabili biografie o
testi letterari mistificanti (tutti soggetti alle
implacabili stroncature di L.: si vedano qui le Un giardino per le arti: «Francesco Mar-
recensioni al dramma storico di Fambri, pp. colino da Forlì». La vita, l’opera, il cata-
147 e sgg., al saggio di Gauthiez, pp. 221 e ss., logo. Atti del Convegno internazionale
al romanzo di Gottschall, pp. 229 e ss.), lo stu- di studi (Forlì, 11-13 ottobre 2007), a c.
dioso marchigiano si concentra sugli anni gio- di Paolo Procaccioli, Paolo Temeroli,
vanili dell’autore toscano e da questo indefesso Vanni Tesei, Bologna, Editrice Compo-
lavoro ricava il volume Pietro Aretino nei suoi sitori, 2009, pp. 503, ill.
primi anni a Venezia e la corte dei Gonzaga (To-
rino, 1888) e, successivamente, Un pronostico Delle giornate di studio dedicate al forlivese
satirico di Pietro Aretino (Bergamo, 1900). Con Francesco Marcolini, tenutesi nel 2007, vedo-
queste pur significative monografie dialogano no la luce gli atti, curati da un “marcolinologo”
gli articoli ripubblicati da Vecchiarelli, che di prim’ordine, Paolo Procaccioli, con Paolo
vanno da Le opere ascetiche di Pietro Aretino Temeroli e Vanni Tesei: un ampio bilancio
del 1880, passando per le due recensioni al che unisce varie prospettive, in prevalenza
Saggio di Giorgio Sinigaglia e per il lavoro sulla quelle storiche, storico-artistiche e letterarie.
famiglia dello scrittore pubblicato sul iv tomo Il volume consta di ventiquattro contributi
del neonato «Giornale storico» nel 1884, fino ed è arricchito dalla trascrizione della tavola
alle considerazioni apparse sulla «Stampa» rotonda finale.
del 1923 e nate a seguito della pubblicazione L’introduzione di Paolo Procaccioli, Fram-
delle più belle pagine aretiniane nell’antologia menti di sinopia. Indizi, chiose, illazioni intorno
a cura di Massimo Bontempelli. Dagli anni ’80 a Francesco Marcolini (pp. 11-138), avvia il

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rassegna bibliografica

discorso intorno alla figura di Marcolini, in nelle edizioni marcoliniane: uso e abuso del
particolare nel suo ruolo di editore in rapporto sistema delle dediche, pp. 171-181) e le opere
con i letterati coevi, Aretino in primis. Il vo- non strettamente letterarie uscite dalla tipogra-
lume si articola in sei sezioni. In Contesti: i. fia del forlivese (Mario Armellini, Francesco
Forlì sono inclusi quattro contributi. Angelo Marcolini stampatore di musica, pp. 183-224, e
Turchini, Politica, società e cultura a Forlì nel Pier Nicola Pagliara, L’“ingenioso” Francesco
primo Cinquecento (pp. 41-49), offre uno spac- Marcolini da Forlì, editore di libri di architettu-
cato delle vicende storiche e culturali forlivesi ra, pp. 225-246).
nella prima metà del XVI secolo (studio che si La quarta sezione, Marcolini autore: «Le
segnala per il recupero di più di un “buletino Sorti», include i saggi di E nrico Parlato,
de la ventura” del 1528). Anna Colombi Fer- Abecedario iconografico marcoliniano (pp. 249-
retti, Da Forlì a Venezia. Tre casi figurativi (pp. 267), un dettagliato percorso tra le silografie
51-66), si concentra su tre casi (due pitture e delle Sorti; di Antonella Imolesi Pozzi, L’at-
una scultura), che testimoniano l’asse “artisti- tribuzione del frontespizio de «Le Sorti»: una
co” Venezia-Forlì nel corso del Cinquecento. Il questione aperta o un falso problema? (pp.
breve contributo di Fabio Massimo Bertolo, I 269-298), che esamina il problema intorno
fratelli De Gregori da Forlì: possibili precedenti all’attribuzione del celebre frontespizio, il cui
in tipografia? (pp. 67-70), segnala la presenza autore, dal cartiglio, risulterebbe Giuseppe
di due fratelli forlivesi, i De Gregori, alle prese Porta; di Angelo Papi, Il frontespizio delle
con la tipografia nella città lagunare, poco «Sorti»: un ritratto veneziano della pazienza
prima dell’impresa marcoliniana. ferrarese (pp. 299-314), che si cimenta in una
La seconda sezione, Contesti: ii. Venezia, lettura del frontespizio delle Sorti (1540), nel
consta di tre contributi. Nel saggio di Piero quale il giovane alla sinistra di Iside-Fortuna
Lucchi, Nuove tessere veneziane per la vita sarebbe identificabile con Ercole II; e di Eli-
perduta di Francesco Marcolini (pp. 73-96), de Casali, Libri di ventura e divinazione nel
vengono pubblicati alcuni documenti inediti Cinquecento (pp. 315-335), la quale ripercorre
che forniscono notizie, seppur esigue, sulla la storia dei libri di ventura alla luce delle più
biografia di Marcolini (i documenti alle pp. recenti acquisizioni, segnalando al contempo
91-92). Alla stampa tra Forlì e Venezia nella alcuni manoscritti e stampe antiche — finora
prima metà del Cinquecento, ovviamente in ignorati — assegnabili al genere.
funzione marcoliniana, sono dedicate le pagine Nella quinta sezione (Arte e artisti in cata-
di Paolo Temeroli, La stampa tra Forlì e Vene- logo) sono raggruppati cinque saggi sulle arti
zia da Paolo Guarini a Francesco Marcolini (pp. figurative in relazione alle opere marcoliniane.
97-116), e quelle di Lorenzo Baldacchini, Augusto Gentili, Marcolini, Doni e le immagi-
Libri in volgare e strategie editoriali a Venezia ni della “maniera” veneziana (pp. 339-352), si
tra gli anni Venti e Trenta del Cinquecento occupa di alcune allegorie presenti nelle Sorti
(pp. 117-124). e nella Zucca; Mattia Biffis, Le immagini del
Nella terza sezione, L’editore e il suo catalo- ‘Petrarca spirituale’ (1536): strategie retoriche
go: letteratura, musica, architettura, sono rag- e significati religiosi (pp. 353-363), procede a
gruppati sei interventi. Amedeo Quondam, Le un’analisi del Colloquio tra Petrarca e Girolamo
ragioni di un catalogo (pp. 127-132), presenta Malipiero, stampato nel verso del frontespizio
alcune riflessioni sul catalogo marcoliniano. del Petrarca spirituale. Massimiliano Rossi,
Federico Della Corte, Nell’officina di Mar- Alessandro Vellutello e Giovanni Britto che
colini. I collaboratori editoriali (pp. 133-139), «per sé fuoro». Sul corredo grafico della «Nova
si sofferma sulle figure che collaborarono nella esposizione» (1544), pp. 365-382, offre una
tipografia marcoliniana, dal 1533 al 1542: serie di puntuali riscontri tra l’apparato ico-
Agostino Ricchi, Niccolò Franco e Lodovico nografico della Comedia commentata del Vel-
Dolce. L’ampio e dotto contributo di Giorgio lutello (1544), ad opera di Giovanni Britto, e
Masi, Il Doni del Marcolini (pp. 141-167), con- quello del Polifilo, indugiando su altre incisioni
testualizza le opere doniane uscite dai torchi assegnabili al Britto; Maria Goldoni, «Vene-
di Marcolini (in appendice, alle pp. 168-169, tiis in officina Francisci Marcolini»: aspetti del
si leggono due sonetti inediti di Alfonso de’ complesso silografico per l’«Officium Beatae
Pazzi). Altri saggi indagano gli aspetti parate- Mariae Virginis» del 1545 (pp. 383-421), pren-
stuali (Marco Paoli, Le dedicatorie del Doni de in esame il caso della stampa dell’Officium

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rassegna bibliografica

Beatae Mariae Virginis, del quale sono giunte posto all’interno della storiografia volgare:
a noi otto matrici lignee. La studiosa legge nel proprio da qui, ovvero dalle considerazioni
dettaglio i bordi figurati dell’opera, sia quelli di Vasoli, di Moyer, di Galasso come dalle
verticali sia quelli orizzontali, registrando le ricerche di Plaisance e di Simoncelli sull’Ac-
peculiarità rispetto alla tradizione. cademia medicea, prende avvio il prezioso
La sesta sezione, Fortuna: Marcolini e i suoi lavoro di V., che esamina la Storia d’Europa
lettori e collezionisti, si apre con il contributo alla luce non solo della prima bozza esistente
di Vanni Tesei, Scipione Casali. Patriota, bi- e conservata presso la Biblioteca Nazionale di
bliofilo, annalista (pp. 425-438), che traccia Firenze (il Compendio di storia universale [...],
un profilo storico e biografico dell’autore degli ms 111, Magliabechiano, classe XXIV), ma
Annali del Marcolini, sulla base dei documenti anche della formazione dell’autore, ghibellino
presenti nella Biblioteca Comunale di Forlì. per tradizione familiare ed erudito capace di
Maria Cristina Misiti, Un libro ‘capriccioso’: attingere alle fonti più diverse.
la fortuna delle «Sorti» nel collezionismo tra La fortuna ottocentesca dell’opera si deve,
’700 e ’900 (pp. 439-449) esamina alcuni esem- in primo luogo, a Pietro Giordani il quale,
plari delle Sorti, compresi nelle biblioteche di rilanciando l’Historia del Giambullari, volle
studiosi e bibliofili, a partire dalla seconda mettere in rilievo soprattutto gli aspetti legati
metà del Cinquecento, quando appare la più alla prosa modellata sull’italiano trecentesco.
antica nota di possesso, dovuta alla mano Del resto, sottolinea l’autore, proprio il pe-
di tale Ioannes Carpentarius. Massimiliano riodo storico che costituisce l’oggetto di atten-
Quadrara, Legature e lettori nel Marcolini zione del fiorentino (la storia narra le vicende
editore e tipografo (pp. 451-459), dà conto europee dall’887, anno a cui risale la divisione
del rapporto tra il tipo di legatura di dodici dell’impero carolingio in tre regni, fino al 950
edizioni marcoliniane e i lettori ai quali gli circa) sembrò piacere molto a un’età nella
esemplari erano destinati. quale si riscopriva l’importanza del Medioevo
La Tavola rotonda (pp. 461-472) registra gli insieme al valore dell’idea di nazione. Attra-
interventi di Marcello Ciccuto, Iain Fenlon, verso un’attenta ricostruzione delle alterne
Harald Hendrix, Gherardo Ortalli, Paolo vicissitudini del testo, V. mostra dunque come
Trovato, Silvia Urbini, Paolo Temeroli e Paolo fosse necessario ritornare su un compendio
Procaccioli: si segnala, nello specifico, quello che chiude virtualmente la serie delle storie
di Silvia Urbini, che aggiunge alcune tessere redatte da Machiavelli, poi da Vettori e infine
per lo studio dell’iconografia delle Sorti (pp. da Guicciardini, ponendosi in qualche modo
467-471). Chiudono l’Indice delle illustrazioni sulla scia delle trasformazioni di Firenze, co-
(p. 473-482) e il corposo Indice dei nomi (pp. mune medievale divenuto, sotto Cosimo I, uno
483-503). [Giuseppe Crimi] stato regionale capace di intrattenere rapporti
con un contesto internazionale.
Nel capitolo centrale del suo volume, l’ana-
Francesco Vitali, Pierfrancesco Giam- lizza poi i modelli e le fonti della storia del
bullari e la prima «Storia d’Europa» dell’età Giambullari, utili ad inquadrare le specificità
moderna, Milano, FrancoAngeli, 2011, di un lavoro poi edito postumo nel 1566, a
pp. 183. Venezia, grazie alle cure di Cosimo Bartoli,
che ne firmava la lettera dedicatoria. Punto
Dell’importanza dell’Historia dell’Europa di di riferimento per l’erudito fiorentino fu Ero-
Pierfrancesco Giambullari si accorse per pri- doto, quale esempio di narrazione attenta agli
mo Carlo Dionisotti in un articolo comparso su aspetti antiquari, etnici e geografici della storia
«Lettere italiane» nel 1972: dopo la riscoperta di un popolo, esempio cui pure non furono
ottocentesca, coincidente con le trenta edizioni risparmiate critiche da parte degli studiosi, più
che riempivano un vuoto durato circa due favorevoli al modello tucidideo. Per allestire,
secoli, l’opera era stata maltrattata da Croce invece, un panorama che comprendesse non
come testo privo di «pensiero storico» (p. solo i fatti storici italiani, ma anche quelli
11), per nulla animato da «prudenza politica europei, Giambullari si rivolse a quei testi
e morale» (ivi). Eppure, studi più recenti resti- che meglio potevano guidarlo nel suo lavoro:
tuiscono al canonico laurenziano, accademico dal Flavio Biondo dell’Italia illustrata e delle
fiorentino e raffinato grammatico, un suo Decades fino alle storie europee di Antonio

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rassegna bibliografica

Bonfini, di Polidoro Virgilio, di Paolo Emilio, di una poderosa raccolta di Lettere di principi,
dai testi coevi degli umanisti germanici alla le quali o si scrivono da principi o a principi o
miscellanea basileese pubblicata nel 1532, ragionano di principi (1570-1577), lasciasse
vero «tassello centrale per la scrittura della trapelare nella lettera di premessa al suo Modo
Storia d’Europa» (p. 92), lo storico utilizzava di comporre versi nella lingua italiana (1559) un
soprattutto quelle opere che potevano offrirgli futuro progetto di allestimento di una silloge
una prospettiva non più solo municipale, ma in volume di epistole altrui e di sue proprie
italiana ed insieme europea. in risposta ad esse, tuttavia questo «libro di
Se nella prima parte del libro V. prende in lettere» non vide mai la luce. Tale particolare
esame il profilo del Giambullari, appassionato indiziario non è l’unico, come ben evidenzia
studioso di greco, latino ed ebraico che ebbe P. nella sua Introduzione al volume, che mostri
un ruolo di primo piano in quell’Accademia una viva intenzione da parte del poligrafo di
fiorentina nata sotto i buoni auspici di Cosimo riordinare, o quantomeno riunire, sue lettere
(e saranno gli anni delle lezioni dantesche, del in volume.
Gello, delle teorie linguistiche “aramaiche”), Il corpus curato da G. e P., e pubblicato
nell’ultima sezione, l’autore compie un’ampia da Vecchiarelli nella collana di testi e studi
ricognizione, ripercorrendo le tappe della dedicati alla letteratura italiana del XVI secolo
Storia d’Europa soprattutto per evidenziare la “Cinquecento”, costituisce il primo inaugu-
prospettiva filoimperiale assunta dallo storico rale testo di un più vasto progetto editoriale
fiorentino: il racconto si fonda, infatti, sulla finalizzato a studiare importanti poligrafi del
completa adesione, da parte del canonico lau- Cinquecento come Lodovico Dolce, Lodovico
renziano, «alla tesi della traslatio imperii, che dal Domenichi e Francesco Sansovino, ed offre al
mondo romano giunge, passando per Bisanzio, lettore moderno la possibilità di leggere ven-
al mondo germanico grazie a Carlo Magno» tiquattro lettere del Ruscelli e trentadue a lui
(p. 96). Vicino alle teorie espresse da Dante indirizzate: fra i destinatari ci si può imbattere
nel De monarchia, il Giambullari sottolinea in illustri corrispondenti, rappresentativi per
l’importanza politico-religiosa dell’impero più aspetti di un’epoca, come l’Aretino (al
e soprattutto la centralità che, nella storia quale sono indirizzate tre missive: pp. 11-15 e
dell’Europa medievale, aveva assunto la Ger- pp. 28-30; e che, a sua volta, risulta mittente
mania. In linea con la politica antifrancese di altre tre: pp. 16-17 e pp. 52-53), il marchese
del duca Medici (se guardiamo, almeno, agli Della Terza (pp. 18-21), Giorolamo Ferlito
anni compresi fra il 1543 e il 1550), l’autore (pp. 33-34, la cui risposta si legge alla pagina
della Storia d’Europa dimostra infatti come seguente), Lucrezia Gonzaga (pp. 36-38 alla
non tanto l’impero carolingio, quanto quello quale risponde, pp. 39-40, e della quale può
sassone abbia dato l’avvio alla prima moder- leggersi un’altra missiva alle pp. 48-49), Pe-
na civilizzazione urbana: l’esaltazione delle tronio Barbati (pp. 41-47), Niccolò Franco
potenzialità economiche e culturali del con- (pp. 56-59 alla quale risponde, pp. 60-64),
tinente, secondo una linea già individuata da Bartolomeo Ricci (pp. 99-103), il cardinale
Sebastian Münster, diventa un’occasione per Borromeo (pp. 170-171 e pp. 180-182), Mar-
narrare avvenimenti atti a spiegare le origini co degli Emili (pp. 134-138), Filippo II (pp.
del potere imperiale e di conseguenza, utiliz- 139-166), Alfonso d’Este (due missive: pp.
zando il passato come specchio del presente, 167-168 e pp. 200-203), il Pigna (destinatario
per celebrare l’operato di Carlo V d’Asburgo, di quattro missive: pp. 67-75, 93-98, 110-113),
cui nel periodo della composizione dell’opera, Scipione Gonzaga (pp. 172-174) e Onofrio
Cosimo de’ Medici guardava come al suo più Panvinio (tre missive: pp. 183-185, 194 e 197,
importante alleato. [Paola Cosentino] con responsiva alla prima, pp. 186-193); fra
i mittenti spiccano ancora i nomi del Giovio
(pp. 3-4), del Tolomei (pp. 5-6), del Caro (sei
Girolamo Ruscelli, Lettere, a c. di missive: pp. 7-10, 65-66, 125-133, 178-179 e
Chiara Gizzi e Paolo Procaccioli, Ro- 195-196), di Girolamo Muzio (pp. 22-27), di
ma, Vecchiarelli, 2010, pp. 240. Luca Contile (pp. 31-32), del Doni (pp. 50-
51), di Bernardo Tasso (nove epistole: pp. 76-
Quantunque Girolamo Ruscelli, da teorico 92, 104-109 e 114-120), di Johannes Basilius
dell’epistolografia cinquecentesca e curatore Herold (pp. 121-124) e di Luigi Groto (due

198
rassegna bibliografica

missive: pp. 175-177 e pp. 198-199). per mezzo delle quali gli stampatori e la Re-
Buona parte delle lettere, in special modo pubblica veneziana verificavano la conformità
quelle indirizzate al Ruscelli, risultano già edite dell’opera da stampare con le vigenti esigenze
modernamente in altre raccolte, ma le puntuali politiche e religiose (App. i); l’interessante
annotazioni poste a corredo dei testi, numerati testo della premessa “A i lettori” al Modo di
da uno a cinquantasei, consentono di mettere comporre in versi nella lingua italiana (App.
a fuoco una serie di interessanti aspetti che ii); la minuta di una lettera (forse del Pigna)
vanno dalle vicende personali alle relazioni al duca di Ferrara (App. iii); due minute di
intellettuali di un prestigioso letterato, che si una provvisione del 1562 con la quale Alfonso
è lanciato in iniziative tipografiche innovative, d’Este assegna al Ruscelli una pensione an-
e soprattutto di approfondire alcuni suoi soda- nua (App. iv); una lettera di Stefano Santini,
lizi, rapporti di lavoro e trattative, essendo il datata 6 marzo 1564, nella quale si racconta
maggior numero dei testi occasionali e mossi l’incontro del mittente con il Ruscelli (App.
quindi da urgenze. v ); una lettera di Luigi Groto a Giovanni
Tutte le missive superstiti, delle quali Ru- Maria Bonardi (App. vi) e la scheda relativa a
scelli è mittente, risalgono al periodo venezia- Onofrio Panvinio tratta dalle Imprese illustri
no, che segue l’esperienza romana dell’Acca- (App. vii).
demia dello Sdegno, e sono datate fra il 1550 Una sintetica Nota ai testi dà conto delle
e il 1565, anni in cui egli risultava protagonista scelte editoriali e dei criteri seguiti nelle tra-
dei dibattiti culturali e delle iniziative editoriali scrizioni. Completano il volume un regesto
della città. P. precisa che gli spezzoni del car- bibliografico e una serie di indici che suppor-
teggio ruscelliano non consentono di seguire tano e semplificano la consultazione del corpus.
esaustivamente tutte le fila che il poligrafo [Enrico De Luca]
ha intrecciato con i suoi vari interlocutori,
ma quanto meno tali frammenti superstiti
possono dare un’idea dei fitti rapporti e della Maurizio Vitale, L’Omerida italico:
profondità delle relazioni intessute, ma soprat- Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lin-
tutto di quali fossero le modalità di lavoro del gua dell’«Italia liberata dai Gotthi», Vene-
poligrafo viterbese. zia, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed
Particolare rilievo viene rivolto, nell’ampia Arti, 2010, pp. 254.
Introduzione, ad illustrare le caratteristiche
della corrispondenza con Bernardo Tasso, che La prima parte del libro è dedicata alla
risulta significativa per comprendere il ruolo studio della tendenza ellenizzante di Trissino,
del Ruscelli in àmbito politico ed editoriale che nell’Italia liberata dai Gotthi (1547-48)
(di tale scambio purtroppo non è giunta a noi preferisce il modello epico omerico a quello
nessuna lettera di risposta alle nove ricevute), virgiliano, come dichiarato dallo stesso autore
ma anche con l’Herold, che attesta come la in più punti del poema e nella dedicatoria a
professionalità del letterato ed editore fosse Carlo V. Oltre alla ripresa di temi, personaggi
apprezzata oltre i confini italici, e con il re di e situazioni dell’Iliade, la polemica di Trissino
Spagna Filippo II; in quest’ultimo caso più nei confronti della tradizione latina si gioca
che di lettera vera e propria si potrebbe meglio soprattutto sul piano dell’elocuzione e delle
parlare di “memoriale”, un testo con il quale scelte stilistiche. V. evidenzia la riabilitazione
si consegnava un parere articolato e disteso su della forma espressiva omerica della sentenza,
un tema di attualità. di cui fanno parte «figure di espressione, di pa-
Nelle Note linguistiche, curate da G., viene, rola, di pensiero, figure grammaticali» (p. 57).
in un certo qual modo, verificata l’osservanza Oltre ad analizzare la formularità trissiniana, il
di precetti ortografici e grammaticali, indicati volume passa in rassegna similitudini e aggetti-
e seguiti nelle edizioni curate dal Ruscelli, vazioni epiche. Dallo studio emerge, poi, una
nella sua prassi scrittoria epistolare, parten- coerenza tra teoria linguistica e prassi poetica:
do dai segni interpuntivi e dagli accenti per la lingua dell’Italia è caratterizzata, infatti, da
poi giungere per rapidi cenni dalla grafia alla una presa di distanza dal fiorentino letterario
sintassi. proposto da Bembo e da una commistione
Seguono sette appendici che contengono, in di settentrionalismi fonetici (morfologici e
ordine: le fedi di stampa, cioè le dichiarazioni lessicali) e di scelte latineggianti e grecizzan-

199
rassegna bibliografica

ti. Il poema di Trissino, quindi, rappresentò dell’opera (1545) o agli ultimi anni del quinto
«un’autentica novità letteraria [...], destinata decennio» (ivi).
al gusto dei dotti, in netto contrasto con i La successiva opera oggetto d’analisi è la
fortunati poemi cavallereschi, retoricamente Giunta fatta al ragionamento degli articoli et de’
“umili”» (p. 213). In appendice al volume si verbi di messer Pietro Bembo, uscita a Modena
riproduce il testamento autografo di Trissino nel 1563 ma composta, molto probabilmente,
(1543) conservato nella Biblioteca Bertoliana «negli stessi anni della Ragione (1559)» (p.
di Vicenza. [Antonella Scarfò] 133), e comunque prima della fuga dall’Italia.
In essa il Castelvetro propone alcune consi-
derazioni sui verbi, dalle quali si può intuire
Carlo Pulsoni, Castelvetro e la liri- una sua lettura dei codici trobadorici di cui è
ca provenzale. «La parola del testo», xiv entrato in possesso.
(2010) 1, pp. 127-144. Molto più ricca di riflessioni è la Correttio-
ne d’alcune cose del «Dialogo delle lingue» di
In questo articolo lo studioso si propone Benedetto Varchi, uscita postuma nel 1572. In
l’obiettivo di «riaffrontare ex novo il dossier essa, Castelvetro si dedica al provenzale in tre
delle citazioni esplicite e delle allusioni alla luoghi: prima quando discute sull’attribuzione
lirica provenzale reperibili nella produzione di e la ricostruzione testuale dell’incipit proven-
Castelvetro» (p. 128), in modo da aggiornare zale di RVF 70; poi quando si sofferma sull’as-
il lavoro di Santorre Debenedetti su Gli studî setto testuale di Purg., xxvi, 140-147; e infine
provenzali in Italia nel Cinquecento (1911; ed. quando contesta le etimologie provenzali di
riveduta, con integrazioni inedite, a c. e con alcune parole che Varchi aveva proposto sulla
postfazione di C. Segre, Padova, 1995), di cui scia del Bembo. Il primo luogo corrisponde in
P. richiama, in apertura, le conclusioni, inte- pratica a quanto Castelvetro espone nell’opu-
grate con le più recenti acquisizioni in materia, scolo stampato dal Muratori con il titolo di
merito di Maria Careri (Il canzoniere proven- Come Pietro Bembo voleva dare ad intendere
zale H (Vat. lat. 3207). Struttura, contenuto, di sapere e d’avere quello che non sapeva e che
fonti, Modena, Mucchi, 1990) e di Giuseppe non aveva, libretto molto probabilmente nato
Frasso (Per Lodovico Castelvetro, «Aevum», «per avere una circolazione autonoma» (p.
lxv, 1991, pp. 453-478). 134). In esso, successivamente inserito nella
L’analisi parte dal commento di Castelvetro Correttione con alcune lievi modifiche rispetto
alle Rime del Petrarca, uscito a stampa nel 1582 al testo pubblicato da Muratori, Castelve-
ma datato, nel manoscritto dell’opera noto al tro accusa Bembo di non conoscere l’autore
Muratori, all’ottobre del 1545. I luoghi in cui il della canzone Drez et raison es qui eu ciant
critico si sofferma sulla lirica provenzale sono emdemori e di non averla mai letta, sfruttando
naturalmente la canzone 70, con la citazione pretestuosamente un passo dell’Hercolano
pseudo-arnaldiana che chiude la prima strofa, di Varchi. Per quanto riguarda invece la di-
e il iv capitolo dei Trionfi d’Amore, che ospita scussione sui versi provenzali di Purg., xxvi,
una rassegna di poeti d’oltralpe. In realtà, Castelvetro, dopo aver accusato il Varchi di
per quanto riguarda RVF 70, Castelvetro si non comprenderli, propone la sua edizione,
limita a riproporre, seguendo l’auctoritas del facendola seguire dalla rispettiva traduzione:
Bembo, la paternità arnaldiana del testo citato il suo lavoro, pur rappresentando un passo in
da Petrarca, e a fornire una traduzione cor- avanti rispetto al solo verso incipitario fornito
retta del v. 10. Nel commentare il passo dei dal Varchi, non può certo essere considerato
Trionfi, invece, egli «allude a un lavoro futuro «un prodotto degno di un provenzalista ante
con Gianmaria Barbieri» (p. 132), sul quale litteram» (p. 138).
tuttavia non dà ulteriori notizie. Per il resto, Nella Giunta al i libro delle Prose di Bembo,
il modenese non fa altro che proporre «o una stampata di seguito alla Correttione, P. trova
semplice parafrasi dei versi — priva perfino ulteriore spazio per la sua ricerca. In essa
dei nomi degli autori citati —, o riferimenti infatti, nel ripercorrere il tracciato delle Prose
alla tradizione classica o alla Commedia di bembiane, Castelvetro prima di tutto assegna
Dante» (ivi), senza ricorrere nemmeno alle la palma del primato nel comporre poesia
vidas. Secondo P., per la datazione di queste ai siciliani, anteponendoli ai provenzali. In
note bisogna attenersi «alla datazione originale seguito, pur riconoscendo che in alcuni casi i

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rassegna bibliografica

poeti italiani abbiano imitato forme metriche vari blocchi in attesa di un ordinamento finale
provenzali, Lodovico afferma che i rimatori mai definito» (p. 46), insomma «una non-
italiani «si sono dimostrati più innovativi ri- struttura d’autore» (p. 47). Se è impossibile
spetto al modello» (p. 140), come testimonia ricostruire, perché mai dall’autore raggiunto,
il caso della sestina, soggetta a varie speri- un finale compiuto ordinamento dell’intero
mentazioni prima da parte di Dante e poi di corpus lirico di Tansillo, il ritrovamento di nuo-
Petrarca. Infine, dopo aver criticato le etimo- vi codici in Spagna, dove la poesia tansilliana
logie provenzali che Bembo aveva proposto, «era stata letta e intensamente imitata» (p. 191)
egli passa in rassegna i vocaboli presenti nel prima che in Italia, ha finito per mobilitare una
trattato bembiano, «smentendone in maniera tradizione che Percopo «aveva immaginato
più o meno approfondita l’origine provenzale» convergere senza scosse e dispersioni nel finale
(ivi). [Davide Esposito] approdo del codice Casella» (p. 15), restituen-
do diversi tentativi di raccolta d’autore, come
testimoniano il cod. 888 della Biblioteca Geral
Luigi Tansillo, Rime, introduzione de Universidade di Coimbra (Cu) ed i due
e testo a c. di Tobia Raffaele Toscano, codici, in unica rilegatura, della Biblioteca del
commento di Erika Milburn – Rossano Instituto de Valencia de Don Juan, 26.IV.26
Pestarino, Roma, Bulzoni, 2011, 2 tomi, (J-J1), dalla «pressoché identica struttura» (pp.
pp. 1017. 13-14), imparentati con il ms. XIII H 49 della
Nazionale di Napoli (N1). La comparazione
La presente edizione si propone di risolvere sinottica della sequenza dei componimenti
con originali e funzionali soluzioni la comples- di Cu, J e N1 «consente di isolarli, all’interno
sa storia testuale della produzione lirica di dell’intera tradizione manoscritta delle rime
Tansillo, che non giunse mai, al pari di quella del Tansillo, come gli unici testimoni di una
di Di Costanzo e differentemente da quella di raccolta d’autore, offerta al destinatario [Gon-
Rota, ad una definitiva forma canzoniere. A zalo Fernández de Córdoba, Duca di Sessa]
tal proposito, un punto fermo apparve esser nella forma Cu nel gennaio 1546» (p. 26) e
raggiunto dall’edizione del Canzoniere del ribadita, con l’aggiunta di sei testi esclusi in
1926 (ma segnata 1927) a cura di Erasmo Per- Cu, in J nel 1550, in occasione dell’invio di
copo, basata sul fondamentale codice Casella una seconda raccolta al Duca di Sessa, quella
(C, ora a Napoli, Biblioteca della Facoltà di testimoniata da J1, «quasi ideale completa-
Lettere e filosofia dell’Università “Federico mento» (p. 30) della prima, per l’introduzione
II”), apografo dell’autografo perduto; l’opera- della tematica religiosa lì assente. Dunque,
zione, rimasta allora incompleta per la morte differentemente da C, i codici spagnoli (e N1)
dell’editore, fu portata a termine, a seguito testimoniano vere raccolte d’autore cui Tan-
del ritrovamento del codice, che era rimasto sillo affidava la sintesi, in organica struttura di
«per circa settant’anni il convitato di pietra liber, della propria vena lirica. La lettura delle
di una tradizione manoscritta orfana di un raccolte per il duca di Sessa offre così la possi-
testimone» (p. 13), dallo stesso T., nel ’96. La bilità di rendere più mossa la prospettiva sulla
benemerita operazione di Percopo si basava lirica meridionale della prima metà del XVI
però sull’esagerata considerazione di C, che, secolo, nella quale l’«endemica latitanza di
seppur testimone «di eccezionale importan- “canzonieri”» va ascritta, più che alla carenza
za», in quanto fotografia di «un antigrafo di di libri di rime, alla mancata «decisione di ren-
mano dell’autore in cui erano annotate corre- derli pubblici» (p. 187). Data questa situazione
zioni, doppie e talvolta triple lezioni, note di testuale, T. si propone l’«ambizione precipua»
lavoro, intenzioni circa la volontà di escludere di «ricostruire la storia della produzione lirica
o includere o ricollocare determinati compo- di Tansillo, recuperando le strutture in cui l’au-
nimenti» (p. 36), non assume il crisma, che gli tore nel corso degli anni venne organizzando
riservò lo studioso, di raccolta definitiva d’au- per selezione i suoi testi, senza tuttavia privare
tore. Difatti, la sequenza dei testi di C riflette il lettore della dinamica variantistica che li
«niente più che un’accumulazione di difficile coinvolge»: l’editore presenta infatti i testi «in
razionalizzazione», motivo per il quale «si deve forma sinottica, affiancando in corrispondenza
inferire che l’autografo perduto, descritto da dei singoli versi la variante evolutiva trasmessa
C, si sia venuto formando dall’assemblaggio di da C» (p. 109) e costruendo un sistema di ri-

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rassegna bibliografica

chiami interni che eviti la ripetizione dei testi in qualche caso di un decennio abbondante»
che si ripresentano in più raccolte. Alle prime (p. 182), prove che, invece, collocate, come
due sezioni, occupate dalle raccolte di Rime nella presente edizione, nei loro “libri” of-
per Gonzalo Fernández de Córdoba III Duca frono la più corretta immagine di un Tansillo
di Sessa, fanno seguito i Sonetti per la presa che, parallelamente a Bembo e a Della Casa,
d’Africa (SA), unica raccolta lirica da Tansillo «aveva trovato la sua via e impostato la sua
licenziata a stampa (1551), e la raccolta per “voce” di poeta lirico, segnando una tappa
Ruy Gómez de Silva tradita dal ms. 9-2160 mediana tra l’asincronismo metrico sintattico
(olim 12.11.1, n. 15) della Biblioteca della di Sannazaro e gli approdi definitivi della
Real Academia de la Historia di Madrid (S) gravitas dellacasiana, di suo conferendo non
del 1555, entrambe, però, contrassegnate ri- sparse note di acutezza che lo fecero apparire
spetto alle altre da «caratteri più marcatamente ai poeti delle generazioni successive [...] un
celebrativi e di occasionalità» (p. 33). C’è da parente prossimo piuttosto che un remoto
sottolineare come tutte e quattro le raccolte antenato» (p. 185). L’edizione è corredata,
siano avallate da testimoni che si «promuovo- laddove necessario, da note introduttive ai
no al rango di originali», come nel caso di SA singoli componimenti curate da T., mentre
e S, i quali presentano «correzioni autografe tutti i testi sono accompagnati da una nota
di Tansillo» (p. 112), o comunque «idiografi» metrica e da un’ampia fascia di commento, a
come J e J1. Le organiche raccolte d’autore cura di M. e P., finalizzata, mediante richiami
sono seguite, sempre adottando il criterio dei intra e intertestuali, a descrivere gli inevitabili
rimandi interni che evita la ripetizione dei testi legami tra la poesia tansilliana e la tradizione
già presenti nelle altre sezioni, dalle rime tra- petrarchista, meridionale in particolare, senza
smesse dal codice Casella, presentate secondo però tralasciare i molteplici rapporti di questo
«il criterio più tradizionale di rendere conto in poeta — che, soprattutto nelle raccolte per il
apparato della varia lectio», in quanto si tratta Duca di Sessa, tendeva a «proporsi negli anni
di «ultima revisione» (p. 111); seguono infine cruciali del radicarsi della poesia italianizzante
le rime a testimonianza unica, suddivise in in terra di Spagna come ideale continuatore
quelle manoscritte ed a stampa, e i sonetti, solo (sia pure in un’altra lingua) dell’esperienza di
tre, di dubbia attribuzione. Il corpus lirico di Garcilaso e Boscán» (p. 191) — con la cultura
Tansillo viene fissato in 419 unità: 351 sonetti, spagnola. [Mauro Marrocco]
22 canzoni, 1 sestina doppia, 25 madrigali, 1
ode, 8 capitoli in terza rima, 6 stanze in ottava
rima, 4 strambotti, 1 terzina epigramma, cui si Tobia Raffaele Toscano, Antonio Ter-
aggiungono i 3 sonetti dubbi. La visione della minio da Contursi poeta umanista del XVI
produzione poetica di Tansillo nel dispiegarsi secolo, pref. di Amedeo Quondam, Con-
diacronico delle sue raccolte ha il merito di tursi Terme, Il Fauno edizioni, pp. 119.
restituire l’immagine di un poeta che, già nel
’50, aveva raggiunto notevoli risultati stilistici Il volume si presenta come «un rapido
«sulla scia di Sannazaro, nella ricerca di solu- excursus sulla breve e tuttavia intensa attività
zioni più complesse nella dialettica tra sintassi letteraria» (p. 87) di Antonio Terminio, poeta
metrica e sintassi logica» (p. 182). T. ipotizza latino e volgare, che solo raramente godé
al fondo della rinuncia ad una sistemazione di attenzione critica, come viene ricordato
definitiva delle proprie rime da parte di Tan- nel primo capitolo dedicato ai preliminari
sillo, sistemazione che non sarà andata al di là bio-bibliografici. Nato a Contursi probabil-
della ragionevole soglia del «biennio 1558-60» mente nel 1528/29, come l’autore stabilisce,
(p. 183), oltre che la «perdita di interesse a correggendo Croce, sulla base della famosa
vantaggio di opere più impegnative» (p. 188), elegia autobiografica, pubblicata e tradotta in
come il poema religioso Le lagrime di San appendice, Ad M. Montenigrum ianuensem,
Pietro (analogamente a Di Costanzo che virò Terminio, di origine contadina, seppe attra-
dalla giovanile produzione lirica alla scrittura verso la letteratura guadagnarsi «la protezione
della Storia del Regno di Napoli), la dirompente e la stima [...] di esponenti dell’aristocrazia e
comparsa della postuma princeps delle rime del mondo dell’alta finanza» (p. 87) che lo
di Della Casa (1558), che lo avrà indotto a portarono da Napoli a Genova, da Genova a
ritenere «superate tante sue prove, anteriori Venezia, per morire nella città ligure in anno

202
rassegna bibliografica

imprecisato. Il primo sostanziale episodio della Imperiali. Giolito, però, non attese l’invio della
sua biografia intellettuale è la partecipazione seconda parte delle rime di Terminio, destinan-
ad un volume collettaneo di versi latini, Car- do quelle già in suo possesso ad una posizione
mina (Venezia, Giolito, 1554), da Lodovico preminente nell’antologia che andava allesten-
Dolce dedicato al «giovane genovese di ricca do. All’analisi tematica delle rime di Terminio
famiglia, dichiarato senza perifrasi allievo di è dedicato il quarto capitolo del volume, che
Terminio», Matteo Montenero, cui si devono propone una lettura bipartita corrispondente
probabilmente i «contatti» di Terminio «con alle due “forme” che nelle antologie venne
gli altri genovesi residenti a Napoli» ed il suo assumendo il “libro” del poeta di Contursi: «i
stesso trasferimento a Genova, «dove con- 73 sonetti e la serie di 30 ottave confluite nel
trasse matrimonio» (p. 26). Proprio il rilievo “libro settimo” (1556)» raccontano «la storia
di Terminio nella raccolta, che lo vedeva in di un amore infelice, cui fa da sfondo Napo-
posizione preminente rispetto anche a per- li»; la seconda raccolta del ’63, «da leggere in
sonaggi del calibro di Molza e Rota, induce pendant con le due serie di ottave stampate lo
l’autore ad ipotizzare «che proprio il giovane stesso anno nella Seconda parte delle stanze»
Montenero possa essere stato l’ispiratore (se (Giolito, Venezia), «“racconta” una biografia
non proprio il finanziatore) dell’operazione sentimentale bipartita fra l’infelice esperienza
editoriale» (p. 27). I versi di Terminio aprono del primo amore e l’approdo [...] a un più
e chiudono la raccolta, secondo una bipar- tranquillo legame (trasfigurazione forse del
tizione che potrebbe riflettere «due piccoli matrimonio) nella nuova dimora genovese» (p.
“libri”»: uno con «nume tutelare» Leonardo 59), dove si era trasferito a partire dal 1557 al
Caracciolo, conte di S. Angelo dei Lombardi, seguito di Franco Lercari, cui nel 1559 dedicò,
che, insieme al figlio Gian Giacomo, potrebbe in appendice alle Rime spirituali di Ferrante
essere strato il «primo patrone del giovane Carafa (curate dallo stesso Terminio), il Di-
Terminio», l’altro «sotto le insegne di Matteo scorso della miseria umana e della vera felicità.
Montenero» (p. 29). T. passa poi ad analizzare [Mauro Marrocco]
la produzione volgare di Terminio che si di-
spiega nelle Rime di diversi signori napoletani
[...], Venezia, Giolito, 1556, per la quale T. Ludi esegetici ii. Giovan Maria Cecchi,
ipotizza un’«operazione editoriale allestita ad Lezione sopra il sonetto di Francesco Berni
usum Terminii, finalizzata cioè a creargli uno «Passere et beccafichi magri arrosto», testo
spazio rilevante in compagnia prestigiosa», proposto da Franco Pignatti, Manziana,
sempre a carico di Matteo Montenero, e nel Vecchiarelli, 2010, pp. 294.
Secondo volume delle rime scelte da diversi
eccellenti autori [...], Venezia, Giolito, 1563. Il volume si colloca nell’ambito di un più
Riveste una certa rilevanza nella storia della ampio progetto editoriale che prevede la pub-
lirica meridionale la suggestione, avanzata blicazione di un corpus di commenti burleschi
da T., di interpretare come “edizioni” di un del Cinquecento: del 2005 l’uscita del primo
“libro” di rime le due presenze antologiche, (Ludi esegetici, Berni, Comento alla Primiera;
nelle quali i componimenti di Terminio, per lo Lasca, Piangirida e Comento di maestro Nic-
più sonetti, passano da «73 (1556) a 132 (1563) codemo sopra il Capitolo della salsiccia, testi
e alcuni di questi nel passaggio alla seconda proposti da Danilo Romei, Michel Plaisance,
edizione appaiono mutati in vari punti» (p. Franco Pignatti; con una premessa di Paolo
39). L’ipotesi è da T. supportata sulla base delle Procaccioli), mentre il 2010 ha visto l’uscita
dediche delle due raccolte che «autorizzano anche del terzo, con i commenti tramandati
a ritenere che in buona misura Terminio sia sotto lo pseudonimo di Grappa (Ludi esegetici
stato personalmente coinvolto nella realizza- iii, sempre a cura di P.). In questo secondo
zione dell’operazione editoriale, almeno nel volume P. propone il fortunato commento bur-
1563» (p. 39). Dalla dedica di quest’ultima lesco di Giovan Maria Cecchi sull’altrettanto
si ricava infatti che Terminio aveva «lasciato fortunato sonetto di Francesco Berni. Il testo
personalmente» a Giolito «una parte delle sue fu stampato nel 1583 con il titolo Lezione overo
rime da stampare» con l’intenzione di farne cicalamento di maestro Bartolino dal canto de’
«un autonomo volume di rime, diviso in due Bischeri, all’interno di un progetto editoriale
parti e da dedicarsi» (p. 58) al genovese David della Crusca che doveva comprendere diversi

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rassegna bibliografica

testi comici e burleschi, quasi tutti risalenti sto aderente al dettato del sonetto berniano,
ad anni anteriori — la prima redazione della giocando le potenzialità del burlesco soprat-
Lezione risalirebbe infatti agli anni Cinquanta. tutto sul versante del doppio senso, ma senza
In occasione della stampa, però, il testo fu sot- concedere molto a digressioni descrittive o
toposto ad un vero e proprio rimaneggiamen- narrative, come avviene invece nei commenti
to, con l’aggiunta della premessa del Gatta, di Caro, Grazzini, Grappa. Anche i motivi po-
una sostanziale revisione stilistica, interventi lemici — che saranno accentuati nella stampa,
censorî e soprattutto l’interpolazione di sette soprattutto nel senso di un nazionalismo lin-
brani di dimensioni cospicue, che in parte mo- guistico — risultano meno marcati rispetto agli
dificano la prospettiva dell’esegesi stessa. La altri commenti burleschi; uno spunto parodico
maggior parte degli argomenti lascia pensare si può cogliere nella proposta di un’interpreta-
che non si tratti di una rielaborazione d’autore, zione filosofica del sonetto, «diretto al nuovo
ma della sapiente revisione di un editor, che modo di accostarsi ai testi poetici diffusosi in
potrebbe essere identificato in Bastiano De’ seno all’Accademia fiorentina, che subentrava
Rossi. Per questo, P. opta per l’edizione della all’habitus umanistico di attenersi alla lettera,
redazione primitiva del testo, restituendoci in corredandola con un’indagine soprattutto re­
appendice i passi aggiunti ex novo e in appa- torica e storico-erudita» (p. 37).
rato le varianti della stampa. La stampa modifica in maniera sostanziale
Nell’Introduzione, P. ricostruisce innan- l’assetto dell’opera. Se la Lezione era legata al
zitutto il profilo dell’autore: Giovan Maria piano dell’oralità e nella versione originaria
Cecchi è noto soprattutto per la sua cospicua alludeva alla circostanza della sua declama-
produzione teatrale, ma ha lasciato anche ope- zione attraverso un gioco di annominazione,
re di altro genere, di cui si propone una breve nella stampa vi si sostituisce una cornice più
rassegna. Interessanti soprattutto la Dichia- generica. Ma soprattutto si introducono nuovi
razione di molti proverbi e detti e parole della passaggi che ne ampliano notevolmente la
nostra lingua (1557), in cui emerge l’attenzione prospettiva. Netta è l’accentuazione della sen-
di Cecchi per le espressioni popolari del fioren- sibilità per le questioni di lingua, testimoniata
tino, e le rime, che testimoniano un esercizio innanzitutto dalla premessa del Gatta, che
poetico non occasionale, anche per quanto dipinge maestro Bartolino come «nato, nutrito
riguarda il versante burlesco. Se l’inventiva e cresciuto in Firenze», specificando che ha
dei capitoli pervenutici è piuttosto limitata, scritto «questa faccenda in lingua Fiorentina,
rilevante nella nostra prospettiva è invece il e non Bergamasca, e non Italiana» (pp. 193-
loro destinatario, Giovan Battista Deti, tra i 194), ma anche dall’aggiunta all’interno del
fondatori e primo arciconsolo dell’Accademia testo di alcune digressioni filologiche. Per
della Crusca, che suggerisce di ricondurre la quanto riguarda il sonetto, le lezioni con-
produzione burlesca di Cecchi all’attività in- giuntive dimostrano la dipendenza del testo
formale dell’accademia prima della sua istitu- cecchiano da quello delle tre stampe del Primo
zionalizzazione. A Cecchi erano state attribuite libro dell’opere burlesche uscite per le cure del
da Giuseppe Rigutini, su basi essenzialmente Lasca presso i Giunti (1548, 1550, 1552). Nel
stilistiche, anche le ottave Contro il matrimo- primo verso, però, Cecchi mette a testo una
nio: P. ne conferma l’attribuzione, osservando lezione alternativa (passere), discordante da
come, al di là dell’affinità tematica con alcune quella restituita dalle giuntine (1548: cancheri,
commedie, come la Maiana o lo Sviato, e della come nelle precedenti stampe ferrarese e ve-
presenza di numerose intertestualità, le ottave neziana; 1550: cancherri; 1552: gambberi). La
ci offrano un’indicazione precisa sulla data stampa introduce una digressione per spiegare
di nozze del loro autore che coincide per- l’intervento, filologicamente inesatta, ma che
fettamente con la biografia di Cecchi. Sullo testimonia il modo di «interpretare il testo
stesso argomento antiuxorio verte anche la berniano nella seconda metà del Cinquecento,
Lezione, che però ha davvero poco in comu- dove le opere del poeta di Lamporecchio tro-
ne con il tono moraleggiante delle ottave e vano la loro consacrazione tipografica e insie-
delle commedie, e sembra rappresentare una me sollecitano dubbi e interrogativi testuali»
stravaganza all’interno della sua produzione, (p. 51). Ancor più interessante il caso della
da intendersi soprattutto come esperimento lezione del v. 2, charnesecca, discordante sia
letterario. Cecchi pratica un’esegesi piutto- dalle giuntine, che recavano carbonata, sia dalle

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rassegna bibliografica

edizioni seniori, che davano carne salsa. La altre macroaggiunte non sembrano ascrivibili
giunta esegetica di maestro Bartolino illustra alla mano di Cecchi, come del resto il proce-
come carneseccha e carbonata, più scoperta- dimento di riscrittura morfosintattica e lessi-
mente allusivo, siano in realtà equivalenti. «Ci cale; resta ferma dunque l’idea di una figura
sarebbe da chiedersi, osserva P., se nella trafila indipendente dall’autore che intervenne sulla
carne salsa-carnesecca-carbonata non sia da in- copia destinata alla stampa. I rapporti della
travedere un’evoluzione del termine generico a stampa con gli altri testimoni sembrano inoltre
quello più corrente e quasi specializzatosi nella escludere l’esistenza di una tradizione diversa,
letteratura burlesca [...] di cui nuovamente la mentre la presenza di errori individuali esclude
stampa giuntina costituirebbe il punto d’arrivo che vi siano codici descripti. In conclusione
e di stabilizzazione dentro un modo “toscano” P. propone un’ipotesi stemmatica: se la pre-
di leggere Berni non scevro di forzature del senza di un medesimo errore congiuntivo nei
testo originale» (pp. 53-54): considerazioni diversi testimoni porta a postulare l’esistenza
che investono tra l’altro il problema ancora di un unico archetipo, la tradizione sembra
aperto dell’edizione delle rime di Berni. Altra poi biforcarsi in due rami: a (NP) e b (MF).
aggiunta della stampa, tra le più indiziate di [Francesca Jossa]
non essere opera dell’autore, è la citazione
del passo del Comento di maestro Niccodemo
del Lasca sull’uso non fiorentino di melone al Carla Chiummo, «Sì grande Apelle,
posto di popone (Appendice i, 6), che ne indica e non minore Apollo»: il nonsense del
come bersaglio l’esegesi burlesca di Caro, Bronzino manierista, in «Nominativi fritti
ribadendo così le ragioni di un nazionalismo e mappamondi». Il nonsense nella lettera-
linguistico riconducibile alla Firenze degli anni tura italiana. Atti del Convegno di Cassino
Ottanta ed in particolare all’ambiente dell’Ac- (9-10 ottobre 2007), a c. di Giuseppe An-
cademia. La stampa vede anche l’inserimento tonelli e Carla Chiummo, Roma, Salerno
di digressioni narrative: se alcune risultano Editrice, 2009, pp. 93-124.
pertinenti al contenuto della Lezione — e i
numerosi riferimenti al linguaggio giuridico L’analisi delle rime burlesche del Bronzino
potrebbero riportare alla cultura notarile di condotta da C. mette fin da subito in rilievo la
Cecchi — difficilmente riconducibili alla mano necessità metodologica, tutt’altro che trascura-
dell’autore sono alcune aggiunte anomale, co- bile, di «valutare fino a che punto sia legittimo
me l’ampliamento dell’episodio del cortigiano parlare di nonsense, relativo o assoluto che
che ruba il burro (Appendice i, 5). sia» (p. 94). Il tema viene inserito all’interno
Nell’ampia Nota al testo (pp. 65-132), P. di una questione ben più ampia, quella della
illustra la tradizione manoscritta e a stampa. definizione di Manierismo, interpretabile, da
Gli esemplari di interesse per l’edizione del un punto di vista pittorico come letterario, sia
testo sono i quattro manoscritti — Firenze, come imitazione classicistica (e, poeticamente,
Biblioteca Nazionale centrale, Magliabechiano petrarchista o bembista), sia come ribaltamen-
vii.877 (M); ii.ix.45 (N); Palatino 723 (P); Sie- to anticlassicistico (e, poeticamente, burlesco).
na, Biblioteca comunale, ms. H.xi.55 (S) — e L’arte e la poesia di Bronzino rispondono ad
la stampa fiorentina del 1583 per Domenico entrambe le categorie di Manierismo, ponen-
Manzani (F). L’ipotesi di datazione dell’opera dosi anzi come significativo esempio degli
scaturisce da P, datato al 1579, e da N, che scarti, talvolta minimi e spesso impercettibili,
presenta i testi secondo l’ordine cronologico: fra produzione seria e faceta.
poiché la lezione segue dei testi del 1595 e Elogiato da Cellini, Vasari, Lasca, Doni,
precede testi riconducibili agli anni 1560-61, Caro e soprattutto Varchi, figura di spicco di
può essere verosimilmente collocata tra la fine quell’Accademia degli Humidi poi confluita
degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta (nel nell’Accademia Fiorentina, Bronzino è autore
testo della Lezione inoltre si può cogliere un di componimenti burleschi differenti, testi che,
riferimento alla messa all’indice delle opere seppur accomunati dal costante riferimento
di Berni, avvenuta nel 1559). P. discute poi ai modelli di Burchiello e Berni, raggiungono
ampiamente il problema del rapporto tra le risultati divergenti proprio in relazione al tema
due tradizioni. Se in alcuni casi F sembra del nonsenso. I Capitoli in terza rima risultano
portatrice di una seconda redazione d’autore, infatti decisamente legati all’universo del co-

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rassegna bibliografica

mico cinquecentesco piuttosto che al concetto stadio di elaborazione del testo «avanzato, se
di nonsense, rivelando un profondo anticlas- non propriamente compiuto» (Nota al testo,
sicismo di matrice umanistica, che gioca con pp. 137-144: 140). R. ritiene tuttavia che le
frequenza con i rovesciamenti ludici e parodici glosse di commento all’opera di Orazio co-
propri del genere dell’elogio paradossale. stituiscano il frutto, stratificatosi nel tempo,
«Ben più interessanti per il territorio del di una riflessione pluriennale condotta da
nonsense — comunque parziale, mai assolu- Alessandro Piccolomini intorno ai testi del
to — i suoi Saltarelli, in continuità diretta e poeta latino, «punto di riferimento costante
ineludibile con i Mattaccini di Annibal Caro» nella vita di Piccolomini» e «importantissimo
(pp. 106-107). Si tratta di undici sonetti cau- modello poetico, filosofico e morale» (Intro-
dati che, pur risentendo del (doppio) modello duzione, pp. 7-20: 15), almeno a partire dagli
burchiellesco-berniano a livello retorico, me- anni Quaranta e Cinquanta.
trico e semantico, si inseriscono nell’aperta La prima parte del volume (pp. 21-136) è
(e serissima) disputa linguistico-letteraria che costituita da uno studio critico in cui R. riela-
aveva contrapposto Annibal Caro e Lodovico bora e sviluppa la sua tesi di laurea, discussa
Castelvetro a partire dal 1555. C. non ripercor- nel luglio 2007 presso l’Università degli Studi
re la storia della diatriba, preferendo rimarcare di Pisa. R. riflette sul carattere di opera poetica
la presenza nei testi di possibili componenti priva di «methodus» e di «ordo scientificus»
oscene e parodiche, apparentemente estranee (p. 22) che Alessandro Piccolomini riconosce
al dibattito, eppur fondamentali nell’orizzonte all’epistola ai Pisoni, in contrapposizione con
dei commenti burleschi e delle tenzoni pseudo- una tradizione esegetica medievale e uma-
erudite. In quest’ottica vengono letti ed inter- nistica che vedeva nell’operetta un vero e
pretati i sonetti i, ii, iv e ix, componimenti in proprio trattato sistematico in versi (cap. i,
cui il linguaggio osceno risulta profondamente pp. 21-32); illustra quindi la scelta di Picco-
legato alla parodia (specie dantesca) e ad una lomini di commentare Orazio procedendo
consapevolezza letteraria «che si inserisce nel per annotationes, percepita come funzionale
cuore delle polemiche anticlassicistiche e che all’obiettivo «di prendere parte al dibattito
svela la sua chiave manieristica nella stessa avviato dagli interpreti precedenti» (cap. ii, pp.
citazione diretta di quei dibattiti e di tutto un 33-48: 33). Nel terzo e nel quarto capitolo R.
territorio post-quattrocentesco, squisitamente procede contestualizzando le posizioni poeti-
fiorentino, delle baie, burle e poesie alla bur- che espresse dall’autore senese nella più am-
chia» (p. 123). [Francesco Lucioli] pia riflessione teorica della seconda metà del
Cinquecento, soffermandosi a indagare due
spunti particolarmente significativi offerti dalle
Eugenio Refini, Per via di Annotationi. Annotationes: il legame tra poesia e filosofia
Le glosse inedite di Alessandro Piccolomini (cap. iii, pp. 49-84) e le complesse dialettiche,
all’«Ars Poetica» di Orazio, Lucca, Maria poste alla base della comunicazione poetica,
Pacini Fazzi Editore, 2009, pp. 246. tra i poli dell’ars e dell’ingenium, del delectare
e del prodesse (cap. iv, pp. 85-106). Il quinto
Il volume è dedicato alle Annotationes quae- capitolo (pp. 107-136) prende infine in esame
dam super Artem Poeticam Horatii di Alessan- alcune caratteristiche specifiche attribuite da
dro Piccolomini, operetta tramandataci, in Piccolomini al linguaggio poetico, esplorando
copia unica, dall’ultima sezione di un mano- i concetti di verosimile e di meraviglioso e
scritto autografo conservato presso la Biblio- individuando nella metafora «una forma pri-
teca Comunale degli Intronati di Siena (ms. vilegiata di imitazione poetica, dotata di una
H.VII.25, cc. 155r-167r). notevole potenzialità conoscitiva» (p. 135).
L’esame delle filigrane permette a R. di La seconda parte del volume (pp. 137-219)
collocare la stesura del manoscritto, intera- presenta un’edizione delle Annotationes con-
mente riservato al commento dell’opera omnia dotta con criteri conservativi a partire dall’unico
di Orazio, a non prima del sesto decennio testimone finora conosciuto. Il testo è corre-
del XVI secolo. Il codice, per l’accuratezza dato da una traduzione italiana a fronte. Al
dell’impaginazione e la rigorosa numerazione termine, un apparato critico (pp. 217-219)
per fascicoli, lascerebbe pensare «ad una copia segnala gli errori di copiatura, subito cor-
(o quasi) per lo stampatore», conservando uno retti da Piccolomini, e i successivi interventi

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rassegna bibliografica

operati dall’autore sul testo. Nelle note ese- relazione con le altre opere cinquecentesche
getiche poste a piè di pagina R. confronta le che riguardano il comico, il riso, il ridicolo.
posizioni poetiche e filologiche espresse nelle Ecco cosa scrive Paolo Manuzio del trattato
sue glosse dall’autore senese con quelle dei sul riso del Paravicino: «Credetemi Signor
principali commentatori e interpreti tardo- Paravicino mio, egli è così ben formato in tutte
antichi (Pseudo-Acrone e Pomponio Porfi- le sue parti, che è per porger alla posterità
rione) e umanistico-rinascimentali (Cristoforo maraviglia, e al nome vostro perpetua gloria.
Landino, Aulo Giano Parrasio, Josse Bade, L’invenzione è divina, e quello che maggior
Bernardino Daniello, Vincenzo Maggi, Fran- lode le può recare, è tutta vostra, non vi essen-
cesco Robertello, Giason de Nores, Giovan do contentato di ornarvi con le fatiche de gli
Giorgio Trissino) dell’Ars poetica di Orazio; Antichi, come pare, che giovi a molti di fare
approfondisce e chiarisce inoltre il pensiero [...] i vostri scritti vi fanno scorgere non solo
teorico dell’autore con frequenti rimandi ai per singolar Filosofo naturale, la qual cosa può
suoi celebri commenti alla Retorica (1565-69) bastare per l’intiera perfezione di Medico, ma
e alla Poetica (1575), nella costatazione che nel ancor per uomo versatissimo nella Filosofia
lavoro critico-interpretativo di Piccolomini morale, il che vi rende attissimo a’ governi
l’apporto di Orazio «si confronta e si integra e a’ messaggi del mondo». Basilio, dunque,
costantemente con quello aristotelico» (p. 19); da medico e anche da filosofo studia il riso e
le Annotationes costituirebbero pertanto un dichiara la sua meraviglia che gli antichi non
importante documento della «fase più avanza- lo abbiano studiato e investigato.
ta di quel complesso processo intellettuale che Opportunamente la studiosa, delineando il
Marvin T. Herrick ha definito come ‘fusione’ trattato di Basilio, prende in considerazione
delle linee critico-teoriche aristotelica e orazia- altri autori che si sono occupati del riso: ricor-
na» che caratterizza la riflessione poetica del rono i nomi di Castelvetro, del Robortello, dei
pieno ’500 (p. 12). [Annamaria Suriani] vari commentatori della Poetica di Aristotele,
di Vincenzo Maggi, del Trissino, del Muzio, del
Minturno, del Fracastoro, dello Scaligero, del
Florinda Nardi, Comico e modernità Giraldi Cinzio, solo per citarne alcuni. Così co-
nel «Discorso del riso» di Basilio Paravi- me N. sottolinea quanto anche lo spazio delle
cino, Lecce, Pensa MultiMedia Editore, Accademie (da quella degli Intronati a quella
2010, pp. 203. degli Alterati, e Umoristi fino all’Accademia
degli Infiammati) dia rilevanza al tema del
Il libro di N. che vede la luce ne “La Sta- comico, attraverso le lezioni, le “sposizioni” e
dera”, collana di Linguistica, Letteratura e i commenti: «il dibattito teorico sul comico,
Glottodidattica, diretta da Pasquale Guara- svoltosi negli ambienti accademici attraverso
gnella e Patrizia Mazzotta, è l’ultimo lavoro le erudite e ufficiali forme di lezioni, orazioni
di una studiosa che da tempo si dedica a studi o discorsi, non poteva quindi non riportare le
sul comico, e che, al riguardo, ha pubblica- tracce inconfondibili dell’esperienza di quegli
to: Percorsi e strategie del comico. Comicità e autori che quotidianamente si confrontavano
umorismo sulla scena pirandelliana (Manzia- con la produzione letteraria: Alessandro Pic-
na, Vecchiarelli, 2006), L’umorismo nel tea- colomini, ma anche Francesco Bonciani, Fran-
tro italiano del primo Novecento. Peppino de cesco Sansovino o Niccolò Rossi — solo per
Filippo e Achille Campanile (sempre Manziana, citare degli esempi più evidenti — mostrano
Vecchiarelli, 2007) e ha curato inoltre volumi questo carattere duplice e biunivoco di pro-
quali Carlo Goldoni e la “professione di scrittor fessori della teoria e “professori” (non certo
di commedie” (Roma, Nuova Cultura, 2009) “professionisti”) della pratica» (p. 119).
e “L’emozione feconda”. Pirandello e la crea- La particolarità dell’opera di Paravicino
zione artistica (Roma, Nuova Cultura, 2008). consiste nella sua capacità di mantenere legami
Ora ci propone il Discorso del riso di Basilio e caratteristiche con la tradizione che lo ha pre-
Paravicino. Chi è costui? Su di lui esistono ceduto: il medico comasco, tuttavia, ha saputo
scarne notizie biografiche ma la studiosa, con coniugare le diverse posizioni come i diversi
un linguaggio critico molto chiaro e penetran- saperi (umanistico e scientifico) e le molteplici
te, coglie la sostanza innovativa dell’opera di discipline, per essere così in grado di anticipa-
Basilio sul riso, mettendola giustamente in re, anche in maniera molto netta e profonda, le

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rassegna bibliografica

rivoluzioni del moderno, della scienza, come poco, le posizioni della Scienza con quelle del-
della società. Ed è proprio nell’atteggiamento la Chiesa, ma già proiettando l’antico verso il
che il Paravicino ha verso questi suoi predeces- moderno» (p. 189). N., quindi, al termine delle
sori, sia essi antichi e moderni, che «si rivela sue esaustive e condivisibili analisi sull’opera
una notevole e consapevole modernità». dell’autore comasco e sul territorio culturale
Il Discorso del riso vera proprietà dell’huomo coevo al Paravicino osserva che la modernità
venne portato a termine nel 1574, e a questa dell’atteggiamento di Basilio e la «carica in-
data molte erano le opere attinenti alle va- novativa della sua trattazione del riso si evin-
rie forme e tipologie del comico. Comunque ceranno anche dalla più approfondita analisi
l’opera del Paravicino si colloca in un decennio degli argomenti da lui trattati, così come nel
cruciale, fondativo, che vede, da un punto modo in cui essi vengono affrontati si leggerà
di vista teorico, il passaggio dalla riflessione la fiducia nella superiorità dei moderni» (p.
nata sotto l’impulso offerto dalla riscoperta 92). Inoltre, per facilitare la consultazione
della Poetica di Aristotele alla fine del secolo del testo qui pubblicato, la studiosa ha voluto
precedente — «veicolata da traduzioni, volga- «redigere un indice ricavato dagli argomenti
rizzamenti, annotazioni e commenti — a una annotati a margine con la funzione, ora co-
più autonoma valutazione delle problemati- me allora, di sottolineare le cose notabili e
che connesse al riso, capaci di tenere conto di aiutare il lettore ad orientarsi nel testo».
non soltanto delle innumerevoli prospettive [Carmine Chiodo]
attraverso le quali guardare alla comicità e al
suo caleidoscopio di espressioni, quanto della
necessaria aderenza a una realtà sociale e cul- Giancarlo Alfano, Torquato Tasso,
turale in piena trasformazione» (p. 9). Firenze, Le Monnier Università, 2011,
N. non trascura alcun elemento di novità pp. 254.
del trattato, per esempio, osserva che l’in-
tero frontespizio dell’edizione  porta subito Che una guida alla lettura dell’opera di
all’attenzione elementi che meritano tutti di Torquato Tasso, pur pregevolissima perché
essere rimarcati: Discorso del riso vera pro- affidata alle cure di A., debba sottostare a
prietà dell’huomo. Nel quale con fondamenti delle regole imposte dall’agilità di una collana
e naturali, e morali si dichiarano a pieno le volta ad offrire dei profili critici e una scelta
cause e gli effetti suoi, e quanto, e insino a che antologica, con note esplicative e di commen-
termine à gentili, e costumate persone esso non to, dei nostri maggiori della tradizione lette-
disconvenga. Opera non meno utile, che dilet- raria, è, ovviamente, quasi scontato. Ma che
tevole ad ogni giudiciosa persona. Composta queste regole, probabilmente troppo rigide e
da M. Basilio Paravicino da Como Medico, e restrittive riguardo alla “quantità” dell’anto-
Filosofo. In Como, appresso Hieronimo Frova logia da offrire, pur rispettando e anzi quasi
mdcxv. L’indagine su questo “piccolo trattato” dimostrando la “coerenza” con «l’ipotesi cri-
(l’oggetto è dunque il riso inteso come «vero e tica», obblighino, in effetti, a delle esclusioni,
proprio accidente dell’huomo») si concentra dispiace. E in questo caso ancora di più perché
sull’uomo e sulle sue passioni, con l’obiettivo la bella introduzione di A. dal titolo Tra spinte
di analizzare le cause che contribuiscono a contrapposte. La corte, la scrittura e l’opera
caratterizzare questa “proprietà umana” e gli (pp. 1-38) inquadra una biografia eccezionale
effetti che ad esse conseguono. Il metodo è come quella del Forestiero Napolitano (la
scientifico, specifico del Medico e del Filosofo maschera, alla maniera di Platone, dietro cui
Naturale, che però, vista la particolarità della si è spesso celato Tasso stesso, soprattutto nei
materia, non potrà fare a meno di sostenere Dialoghi e nell’Apologia, cfr. Profilo biografico,
la sua ricerca anche con l’“altra Filosofia”, pp. 39-44) in quel contesto così delicato come
tanto che, dopo questa opera — come preve- quello storico, politico, religioso in cui si trova
de l’amico Paolo Manuzio — l’autore potrà a vivere, e che A. connota subito come nodo
avvalersi anche del titolo di Filosofo Morale indistricabile e non disgiungibile dall’arte,
(p. 12). Basilio Paravicino indaga il riso con vista la consapevolezza di Torquato, sin da
rigore scientifico, mantenendosi fedele alle ragazzo, che il «vincolo tra attività letteraria
posizioni della scienza e a quelle della chiesa e vita di corte» sia «caratteristico del sistema
o, meglio «coniugando ancora, ma forse per culturale cinquecentesco: a quell’epoca, tra

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rassegna bibliografica

gli “incommodi” del letterato c’era di doversi da lui medesimo riformata, in cui cercava di
adattare ai voleri di un signore». Poi, oltre a convincere della superiorità della Conquistata
tratteggiare con piena padronanza della ma- rispetto a quell’altra opera oramai considerata
teria, la storia di un capitolo fondamentale alla stregua di un figlio illegitimo, sia di asso-
della nostra letteratura nella sua fondazione luta rilevanza per tutta (non solo per la Geru-
teorica, proprio perché così centrale in tutta salemme) l’opera di Tasso. Così come per il
l’opera tassiana, offre anche, a chiusura, Alcuni mondo dei gentiluomini letterati la sterminata
nodi bibliografici che testimoniano una volta produzione di rime mai sistematizzata in un
ancora l’accuratezza dello scandaglio, in par- canzoniere (al più tentativi di ragguppamenti
ticolare nelle acquisizioni critiche più rilevanti tematici e di genere), abbia rappresentato
degli ultimi anni, proprio a dimostrazione di un esempio davvero significativo di come la
quanto il panorama degli studi più recente produzione lirica fosse il sistema del «ricono-
abbia smosso un quadro forse troppo conso- scimento sociale», fosse il modo privilegiato
lidato nell’attraversamento e suddivisione tra di «stringere relzioni», fosse ribadire per uno
opere maggiori e minori. Proprio tutta questa scrittore come Tasso così infelicemente legato
precisa coscienza del portato delle novità fi- al mondo delle corti, il «carattere sociale di
lologiche, interpretative e critiche avrebbe questo tipo di scrittura» (pp. 4-5). E allora
fatto immaginare una diversa articolazione perché escludere una scelta, anche se senza
e presenza dei testi antologizzati. L’indice, dubbio non facile, delle Rime? Visto che, lo
infatti, prevede una ampia scelta dall’Aminta, sappiamo, in un poeta come Tasso poesia e
quella dal i al xx canto della Gerusalemme filosofia, poesia e teoria dei generi, fondazione
liberata e tra i Dialoghi la scelta è caduta su della lirica, disquisizioni e lezioni in accade-
Il Gianluca overo delle maschere. Stupisce, mia, sono strettamente collegati, come sotto-
dunque, l’esclusione di una antologizzazione linea A. stesso nel Profilo biografico (p. 40):
dalle Rime e dalla Gerusalemme Conquistata, «Egli, infatti, non fu solo un poeta cortigiano,
se non altro, per quest’ultima almeno, come ma anche un intellettuale capace di affrontare
termine di paragone imprescindibile con la con discreta competenza argomenti teorici e
Liberata che, come spiega A. stesso, è l’unica filosofici». A parte il, forse eccessivamente ri-
opera ad essere letta e divulgata, malgrado duttivo, «discreta», non si può non concordare
la contraria volontà dell’autore: «Anche noi, con A. e una “campionatura” sia dei versi sia
oggi, a più di quattrocento anni di distanza, di alcune delle lezioni o discorsi così intima-
continuiamo a leggere il primo poema, no- mente connessi a tutta la questione del poema,
nostante la più recente critica abbia portato dell’epos, dell’eroico, dei generi letterari e
nuovi argomenti per una corretta valutazione della Poetica aristotelica, dello statuto della
della Conquistata, di cui ha messo in rilievo le poesia, del verosimile, dell’imitazione, anche
dinamiche narrative, la costruzione ideologica, se per la maggior parte giovanili, non possono
la forza poetica di alcuni passaggi. Ma proprio non essere considerati appieno per le ricadute
il fatto che ci siano state queste nuove indagini che hanno avuto, non solo sulla sofferta opera
tassiana, ma su tutta la letteratura a venire.
conferma, paradossalmente, il giudizio sui due
[Floriana Calitti]
poemi: la Liberata è un capolavoro; il poema
rivisto è importante, ma rimane un’opera di
valore minore, di minore impatto estetico e
cognitivo. È per questo motivo che le pagine Pietro Petteruti Pellegrino, «Have-
seguenti sono dedicate esclusivamente a una te essempio?» Le annotazioni inedite di
lettura della Gerusalemme liberata» (pp. 20- Attendolo al canzoniere di Dell’Uva, in
21). Se non altro per l’ obiettivo didattico Quaderno di Italianistica 2011, a c. della
che la collana si prefigge, sarebbe stato forse S ezione di I taliano dell ’U niversità
utile mostrare direttamente come il lavoro di di Losanna, Pisa, Edizioni ETS, 2011,
riforma compiuto sulla Gerusalemme liberata, pp. 145-176.
la revisione affrontata durante il periodo di
segregazione a Sant’Anna e la dialettica con- Esperto studioso della lirica tardo-cinque-
tinua e drammatica con i “giudici-revisori” centesca d’ambito regnicolo, l’autore esamina
del primo poema e l’importanza di uno scritto un commento adespoto a una raccolta di rime
come il Giudicio sovra la sua ‘Gerusalemme’ anonime, contenuto in un manoscritto miscel-

209
rassegna bibliografica

laneo della Biblioteca del Museo Provinciale Uguale acribia filologico-interpretativa P.


Campano di Capua (il ms. Busta 338), e ne impiega nella disamina delle caratteristiche del
assegna la paternità al poeta Giovan Battista commento, che ha la sua maggiore peculiarità,
Attendolo, uno dei tre componenti, insieme come egli ritiene, nel costituire un parere di
con Benedetto Dell’Uva e Camillo Pellegrino, lettura relativo a un’intera raccolta e non a
del celebre «laboratorio manieristico capua- un singolo testo. Esso riguarda una redazione
no» (p. 146). Le rime oggetto del commento delle poesie di Dell’Uva antecedente a quel-
sono, invece, attribuite a un altro esponente la poi stampata in Parte delle rime e punta
importante del gruppo capuano, il monaco soprattutto a evidenziare nei componimenti
cassinese Benedetto dell’Uva, autore di alcuni contraddizioni logiche, al modo castelvetriano,
poemetti religiosi e di un canzoniere edito in e a suggerirne miglioramenti stilistici, con la
Parte delle Rime (1584), la raccolta miscellanea proposta di un ampio campionario di casi e
che Scipione Ammirato allestì, pubblicando di specimina pure riferiti agli aspetti metrici.
insieme le poesie di Dell’Uva, di Attendolo e Attendolo affida al suo commento anche una
di Pellegrino (di quest’ultimo, vi è compreso proposta di diverso ordinamento per le rime
anche il dialogo Il Carrafa, all’origine della di Dell’Uva, privilegiando un assetto di tipo
querelle Ariosto-Tasso), come significativo tematico e argomentativo, poi non seguito da
documento delle nuove tendenze in via di Ammirato nella sua silloge del 1584, come rile-
formazione nella lirica meridionale. va il prospetto sinottico offerto da P. (pp. 163-
L’attribuzione delle rime a Dell’Uva si fon- 164). Un simile assetto si allinea con evidenza
da, secondo P., sul dato che molte delle poe- alle innovazioni strutturali della lirica coeva,
sie del manoscritto «trovano riscontro nei ma, per il resto, il commento di Attendolo ap-
componimenti delluviani accolti in Parte delle pare perlopiù, per orientamenti interpretativi
Rime» (p. 148). L’assegnazione del commento e indicazioni esegetiche, una «mediazione tra
ad Attendolo è avanzata, invece, sulla base le istanze normative del classicismo bembiano
dell’analisi di una chiosa polemica dell’esegeta. e le esigenze di innovazione del manierismo
Parlando di un sonetto di Dell’Uva a Fabio tassiano» (p. 166), rivelando così la cifra estre-
Giordano, il commentatore si rifiuta, infatti, mamente fluida e articolata della lirica napo-
di prenderlo in esame, lamentandosi del fatto letana di fine Cinquecento, dialetticamente
che in un primo momento tale sonetto era scissa fra tradizione e modernità anche nei
stato indirizzato a lui stesso, prima del cambio suoi interpreti più originali e audaci.
di destinatario, tanto da avergli sollecitato Chiude il saggio una «Postilla», dedicata al
in risposta la composizione di un’orazione ms. cassinese 709, oggi perduto, che riportava,
epidittica. Il sonetto in questione è Fabio, cui senza però alcuna pretesa di sistemazione
diede il ciel doti sì rare, incluso con quest’in- strutturale, un gruppo di rime autografe di
cipit in Parte delle Rime, ma effettivamente Dell’Uva. Il suo contenuto è a noi noto, infatti,
dedicato in origine da Dell’Uva proprio ad solo attraverso altre fonti e per P. tale mano-
Attendolo, come dimostra la prima stampa scritto non è affatto sovrapponibile al codice
del componimento (con differente incipit e autografo (di cui non è rimasta alcuna trac-
con alcune varianti) in apertura dell’Oratione cia, neppure indiretta), tenuto presente per il
militare che Attendolo pubblicò nel 1573 per commento alla raccolta dalluviana, che doveva
celebrare la vittoria di Lepanto. Il sonetto per invece trasmettere i componimenti di Dell’Uva
Fabio Giordano, oltre a disvelare l’identità già sotto la forma di una raccolta definita e
dell’autore del commento, ne consente per ordinata, come risulta dallo stesso intervento
P. anche la datazione: l’avvio della redazione esegetico di Attendolo. [Marco Leone]
sarebbe certamente posteriore al 1573, anno
della pubblicazione dell’Oratione militare (o al
più, al 1571, anno della battaglia di Lepanto); Gabriele Bucchi, «Meraviglioso diletto».
e non sforerebbe comunque il 1582, data in La traduzione poetica del Cinquecento e le
cui fu pubblicato uno dei poemetti religiosi di «Metamorfosi d’Ovidio» di Giovanni Andrea
Dell’Uva, Il pensier della morte, dal momento dell’Anguillara, Pisa, ETS, 2011, pp. 397.
che alcune «chiose di Attendolo al poemetto
riguardano una redazione anteriore a quella Alla traduzione delle Metamorfosi ovidiane
stampa» (p. 150). realizzata dal letterato di Sutri Giovanni An-

210
rassegna bibliografica

drea dell’Anguillara ha dedicato ben due in- rappresenta un punto di snodo — «quale che
terventi Alessio Cotugno, nel 2006 e nel 2007, sia la scelta metrica che adotta, viene sempre
il secondo dei quali più lungo e dettagliato più spesso ad essere non solo imitatore del
(Le «Metamorfosi» di Ovidio “ridotte” in otta- poeta antico, ma anche suo commentatore e
va rima da Giovanni Andrea dell’Anguillara. interprete» (p. 47).
Tradizione e fortuna editoriale di un best-seller Il secondo capitolo (Aspetti della ricezione
cinquecentesco, in «Atti dell’Istituto Veneto delle «Metamorfosi» nel Cinquecento, pp. 57-
di Scienze, Lettere ed Arti. Classe di scienze 123) indaga la ricezione delle Metamorfosi
morali, lettere ed arti», clxv, 2007, pp. 461- fino agli anni Sessanta del Cinquecento, anche
531). Sulla scia di queste prime esplorazioni attraverso la riscrittura di episodi estrapolati
si situa il recente volume di B., che prende in dal poema ed inseriti in altri testi letterari. Il
esame l’argomento alla luce di un più ampio discorso viene avviato dal commento di Raf-
contesto cinquecentesco. faele Regio, con il quale viene abbandonata
Nella Premessa (L’ombra e la carne, pp. la lettura allegorizzante del poema latino, e
9-21) B. fissa gli obiettivi della ricerca, la dall’Interpretatio di Georg Schüler (conosciuto
traduzione e la riscrittura delle Metamorfosi anche come Sabinus), che prosegue con una
ovidiane nel corso del Cinquecento, concen- lettura morale gli episodi delle Metamorfosi;
trandosi più diffusamente sulla traduzione inoltre, «nell’interpretazione del Sabino è ben
dell’Anguillara: «Il lavoro vorrebbe dunque avvertibile una nuova preoccupazione, che
essere un capitolo di una storia della ricezione sarà di tanti altri interpreti e traduttori nella
del poema di Ovidio nella cultura volgare del seconda metà del secolo: quella cioè di ridurre
tardo Rinascimento italiano, tra il Furioso e la i mirabilia descritti da Ovidio nello spazio
Gerusalemme liberata» (p. 11). Va specificato del verosimile» (p. 63). Nel corso del secolo,
che dall’indagine viene esclusa la fortunata Ovidio si impone come un esempio di vir-
versione di Niccolò degli Agostini, basata sul tuosismo retorico, apprezzato per la varietas.
volgarizzamento tardo-trecentesco di Giovan- Singole fabulae del poema, nella prima metà
ni dei Bonsignori. del Cinquecento, erano state imitate libera-
Nel primo capitolo, quasi con un intento mente: tra gli esponenti maggiori di questa
introduttivo (La traduzione poetica nel Cinque- pratica si annoverano Lodovico Alamanni
cento, pp. 23-56), viene esaminata la dignità e Bernardo Tasso: «l’attenzione dei poeti si
assunta dalla figura del traduttore nella secon- orienta soprattutto verso quelle favole a sfondo
da metà del Cinquecento in Italia, non senza erotico che permettevano una riscrittura in
alcune incursioni sul versante francese. Il pe- chiave tragica e patetica. Pubblicati all’inter-
riodo cruciale dal quale muovere il discorso è il no di opere originali (raccolte poetiche, una
1530-1540, quando iniziano a circolare nuove commedia, un’antologia di lettere amorose),
versioni dei classici, in concomitanza con lo questi poemetti ambiscono a proporsi anzi-
sviluppo dell’industria tipografica. B. illustra la tutto come opere autonome, al pari di altre
riflessione teorica sulla traduzione, sviluppata- poesie contenute nel macrotesto di cui fanno
si nella seconda metà del secolo, che coinvolge parte» (p. 74). Un’opera segna una svolta, le
letterati come Ludovico Castelvetro, Fausto da Trasformationi di Ludovico Dolce (Venezia,
Longiano, Orazio Toscanella, Benedetto Var- Giolito, 1553), letterato che già nel 1539 si era
chi, Ludovico Dolce e Girolamo Ruscelli: una cimentato in una traduzione in endecasillabi
riflessione che investe, di frequente, la dualità sciolti del primo libro del poema. Si trattava di
metafrasi/interpretazione (la seconda nel senso un’impresa ambiziosa: la traduzione in ottave,
di ‘traduzione’). A questo problema se ne ag- secondo il modello ariostesco, accompagnata
giunge un secondo, di non poco rilievo (legato da un ampio corredo iconografico attribuito
alle traduzioni dei poeti classici), che consiste a Giovanni Antonio Rusconi. L’operazione
nella scelta del metro: B. fa osservare come si rivelò fortunata: la traduzione conobbe sei
l’impiego dell’endecasillabo sciolto, registrato edizioni, mentre Dolce era ancora in vita, e due
negli anni 1530-1540, si riduca per affiancarsi postume, nonostante gli attacchi di Girolamo
all’uso dell’ottava nei primi anni Cinquanta, Ruscelli, pubblicati tempestivamente nei Tre
che successivamente andrà incrementandosi, discorsi a M. Lodovico Dolce nel 1553 (ora in
anche sulla spinta della fortuna del Furioso. anastatica con lo studio di S. Telve, Ruscel-
Quanto alla figura del traduttore — e questo li grammatico e polemista nei ‘Tre discorsi a

211
rassegna bibliografica

M. Lodovico Dolce’, Manziana, Vecchiarelli, indugiato sulla presenza della voce del narrato-
2011). re presente e sui riferimenti ai lettori, B. passa
Il terzo capitolo, il più corposo (Le «Meta- poi ad interrogarsi sulla percezione dell’Ovidio
morfosi d’Ovidio» di Giovanni Andrea dell’An- comico da parte dell’Anguillara e sulla ricezio-
guillara, pp. 125-294), si concentra, come reci- ne dell’Ovidio lascivo. Sul piano linguistico le
ta il titolo stesso, sulla versione dell’Anguillara. Metamorfosi dell’Anguillara utilizzano «un co-
Il primo libro delle Metamorfosi uscì per tipi dice aulico di base petrarchesca, passato nella
del veneziano Griffio nello stesso anno della narrazione in ottave soprattutto attraverso la
versione del Dolce, che molto probabilmente mediazione del modello di Ariosto» (p. 265).
era a conoscenza del progetto del letterato di Ultimo aspetto del capitolo risiede nell’analisi
Sutri. Come rileva B., fu una competizione degli interventi testuali dell’Anguillara dalla
iniziata ad armi impari: basti pensare alla di- traduzione del 1553 (primo libro), passando
versa tipologia dei rispettivi editori, alla qualità per quella del 1554 (tre libri), fino alla versione
dei volumi (povero quello dell’Anguillara, completa del 1561.
riccamente illustrato quello del Dolce), e al Nel quarto e ultimo capitolo («La facilità e
differente status culturale dei due traduttori. B. la vaghezza insieme»: un successo editoriale e i
si concentra sul rapporto delle due traduzioni suoi lettori, pp. 295-309), B. decide di seguire
con l’originale, ma soprattutto individua le ca- la fortuna delle Metamorfosi dell’Anguillara
ratteristiche della traduzione dell’Anguillara, dopo il 1561, quando nelle edizioni viene
che, ricordiamolo, fu in grado di raggiungere affiancato al testo un ampio materiale para-
meglio un pubblico medio, affermandosi sulla testuale, come le Annotationi di Giuseppe
versione di Dolce: ad es., B. esemplifica come Orologi (a partire dall’ed. Venezia, Griffio,
«per l’Anguillara riscrivere Ovidio signifi- 1563), gli argomenti in ottave di Francesco
chi riassumere in un’unica voce autoriale le Turchi (dall’ed. Venezia, Francesco de’ Fran-
molteplici funzioni che nelle edizioni latine ceschi, 1571) e le incisioni di Giacomo Franco
erano distinte e demandate a diversi sussidi (Venezia, Bernardo Giunti, 1584). Una ricerca
paratestuali (glosse, parafrasi, allegorie)» (p. motivata da un dato evidente: «La Metamorfosi
134). Lo studioso si sofferma con ricchezza dell’Anguillara si affermarono, fin dalla loro
di esemplificazioni sulle «strategie di amplia- prima edizione completa, come uno dei più
mento dell’originale più diffuse», che consi- grandi successi editoriali della seconda metà
stono nella digressione narrativa (teorizzata del secolo: dal 1561 al 1600 si contano infatti
da Daniello e Trissino) e nella creazione di ventinove edizioni (tutte veneziane) che con-
più intrecci narrativi. Un problema di natura sacrano questa traduzione come la versione
strutturale, che l’Anguillara si trova ad af- di riferimento del poema ovidiano» (p. 295),
frontare, illustrato anche in questo caso con un successo paragonabile solo alle Epistole
puntualità, consiste nella concatenazione delle d’Ovidio con la versione in endecasillabi sciolti
favole, in parte risolta, rispetto al testo latino, di Remigio Nannini: versioni cinquecentesche,
con aggiustamenti che limitano le cesure tra i che insieme con l’Eneide del Caro, riuscirono
libri. Un terzo aspetto caratterizzante la ver- a far presa anche sul pubblico per ben due
sione dell’Anguillara è la contaminazione («il secoli.
fenomeno per il quale il traduttore decide di In coda allo studio il lettore troverà tre
tener conto, oltre che del poema ovidiano [...], appendici: la prima (pp. 311-319) offre una
di altri testi, antichi e moderni, che presentino sinossi sia delle Trasformationi di Dolce e
affinità tematiche con l’originale», p. 159), su delle Metamorfosi dell’Anguillara raffrontate,
cui B. insiste particolarmente. Il quarto ele- separatamente, con Ovidio; la seconda (Gio-
mento è costituito dall’intervento attualizzante vanni Andrea dell’Anguillara: profilo biografico,
del traduttore, relativo a oggetti, personaggi e pp. 321-334) costituisce lo studio biografico
luoghi: gli interventi più sostanziosi sono rela- più aggiornato sul poeta sutrino, condotto su
tivi agli oggetti e ai luoghi «portati a maggior inediti documenti d’archivio, grazie ai quali
splendore e magnificenza rispetto all’originale si può fissare con certezza l’arco della vita
ovidiano, non solo per renderli più affascinanti tra il 1519 e il 1569; la terza appendice (pp.
per il lettore, ma anche [...] per adattarli al “de- 335-345) censisce e descrive ventinove stampe
coro” dei personaggi» (p. 199), ma incidono cinquecentesche delle «Metamorfosi d’Ovidio»
anche sulla moralità dei personaggi. Dopo aver dell’Anguillara, impresse tra il 1553 e il 1598

212
rassegna bibliografica

(«non si tratta di una bibliografia analitica società italiana tra ’400 e ’500. Ne emerge un
completa, che esula dalle competenze di chi quadro articolato in cui la Bibbia e i testi della
scrive, ma di un catalogo che vuole offrire un tradizione devozionale circolano in traduzioni
primo quadro sicuro, ancorché parziale dal a stampa e manoscritte (quali la «bibbia in
punto di vista descrittivo, della fortuna di que- veste “mercantesca”» prodotto di “copisti
sta traduzione nel Cinquecento», p. 335). per passione”, p. 9) all’interno di «circuiti
Il volume è completato dalla Bibliogra- di scambio privati o semi-privati» legati al
fia (pp. 347-370), da diciannove tavole (pp. mercato dell’usato o a punti di incontro tra
372-382), dall’Indice dei nomi di persona (pp. laici e religiosi come le confraternite (pp. 10-
385-391), e dall’Indice dei passi citati (Ovidio, 11). Ridotti gli spazi di libertà nel processo di
Anguillara, Ariosto) (pp. 393-397). [Giuseppe confessionalizzazione del mondo cattolico e
Crimi] riformato, traduttori e parafrasti laici come
Antonio Brucioli vedono svanire il sogno della
divulgazione dei testi sacri ancora cullato in
Dynamic translations in the Europe- pieno ’400 da Feo Belcari e Niccolò Malerbi
an Renaissance. La traduzione del mo- col ricorso all’illustre precedente di s. Girola-
derno nel Cinquecento europeo, Atti del mo, «prototipo del traduttore biblico» nonché
Convegno internazionale (Università di «primo volgarizzatore [...] canonizzato dalla
Groningen, 21-22 ottobre 2010), a c. di Chiesa» (p. 5). L’urgenza di Brucioli è doppia,
Philip Bossier, Harald Hendrix, Paolo perché comprende anche la questione del
Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli Edi- rinnovamento formale e linguistico di una
tore, 2011, pp. xvii, 362. traduzione concepita per intercettare la nuova
sensibilità del lettore cinquecentesco. Si tratta
Felicissima la scelta dei curatori di struttura- della medesima istanza stilistica attualizzante
re il convegno su un solido nucleo di indagini che condurrà il “compare” Pietro Aretino sul
improntate, in primo luogo, allo scavo do- versante opposto e parallelo della riscrittura
cumentario e filologico. L’opportunità dop- del sacro.
piamente vantaggiosa di tale opzione si può Col saggio di Evelien Chayes, «I vini ge-
ora apprezzare nel volume degli Atti, in linea, nerosi che non picano al gusto, se non quando
per qualità e ricchezza di dati acquisiti, coi passano il mare». L’usage de la traduction aux
precedenti elaborati del gruppo di ricerca inte- cercles ambulants: émancipation littéraire et
runiversitario Cinquecento plurale. Da un lato sociale, du domaine florentin du XVe siècle aux
infatti, come sottolineano B. e H. al termine cercles vénitiens du XVIe siècle (pp. 23-39), si
dell’Introduzione, si è offerto agli studi «un passa alla considerazione dettagliata dell’opu-
contributo fatto di serie cronologiche e rasse- scolo De re uxoria di Francesco Barbaro del
gne bibliografiche, di ispezioni sistematiche di 1415, volgarizzato nel 1548 da Alberto Lol-
fondi librari e di indagini autoptiche su esem- lio e poi incluso nel Dialogo della institution
plari, con acquisizioni di informazioni inedite delle donne di Lodovico Dolce. Individuato
su annotazioni o aspetti materiali di primaria il destinatario dell’operazione nel pubblico
importanza» (p. xvii). D’altro canto si è evitato delle accademie padane e, più in generale, del
di appiattire il tema della traduzione del mo- patriziato veneziano, Ch. si sofferma sulle con-
derno (e nel moderno) sulla mera riflessione nessioni intertestuali (Plutarco e Ficino) che
teorica, che invece, dosata con sapienza, specie caratterizzano la «“traversée” géographique et
a tirare le fila dei singoli interventi, risulta assai culturelle» del testo di Barbaro per il tramite
proficua anche sotto il profilo metodologico, di Lollio (p. 25).
proprio perché corona ricerche di prima mano Giuseppina Stella Galbiati, nei suoi Pri-
ancorate alla considerazione globale dei con- mi sondaggi sulla traduzione delle ovidiane
testi storico-culturali interessati. «Heroides» di Remigio Nannini (pp. 41-61),
Il contributo di Sabrina Corbellini, «Se le affronta il caso di una traduzione prodotta «nel
scienze e la scrittura sacra fussino in volgare, cuore del periodo (1540-1560 circa) che vide
tu le intenderesti»: traduzioni bibliche tra Me- l’esplosione di una vera moda dei volgarizza-
dioevo e Rinascimento in manoscritti e testi menti e lo sviluppo di un grande “progetto
a stampa (pp. 1-21), offre uno sguardo sulla di modernità” ad opera dei polimati» (p. 42).
diffusione del testo biblico volgarizzato nella Sono gli anni in cui, facendo leva sul medium

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rassegna bibliografica

tipografico, questi agguerriti “moderni” fanno francesi», 161, pp. 261-276). Di questo impor-
valere il nuovo principio di emulazione e supe- tante esempio di traduzione del moderno viene
ramento su quello tradizionale di imitazione. messo in rilievo l’intento divulgativo: laddove
Basti pensare agli assunti di Sperone Speroni, Garzoni «mantiene il discorso sempre ad un
Alessandro Piccolomini e Girolamo Ruscelli a alto livello di erudizione, il traduttore sembra
sostegno della traduzione come fondamentale piuttosto procedere all’avvicinamento di un
veicolo di arricchimento lessicale nel processo pubblico il più ampio possibile» (p. 89). B.
di emancipazione del volgare dal latino in ogni nota inoltre come Chappuys si mostri parti-
disciplina. Dell’opera di Nannini sono messi colarmente attento a conservare le citazioni
in luce gli elementi di svolta (ad es. la scelta dai grandi dell’antichità, e, per contro, altret-
dell’endecasillabo sciolto) e di continuità (ad tanto sciolto nel sopprimere quelle da autori
es. il processo di allegorizzazione e moraliz- italiani contemporanei, volta a volta «ridotti,
zazione cui è sottoposto il testo) rispetto alla solo accennati e, comunque, non tradotti in
storia dei volgarizzamenti medievali delle He- francese» (p. 91).
roides. Ferma restando la «fedeltà all’autore», Il saggio di Bruna Conconi, 1539-1618:
la traduzione «non è servile, è volta all’emu- tempi, luoghi, protagonisti della traduzione
lazione e cerca un suo stile» caratterizzato da di Pietro Aretino in Francia. Con un primo
«tendenza all’amplificatio», «accentuazione del repertorio (pp. 101-167), primo dei quattro di
registro patetico» e «ricerca di una ‘poeticità’ ambito aretiniano, va senza dubbio inserito
di linguaggio, come a voler mostrare la maturi- nel novero delle acquisizioni documentarie
tà e dignità della nuova tradizione volgare» (p. che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni
47). E in questa ricerca, non per caso, entra in di studi sull’opera del “Flagello de’ principi”
gioco anche l’intertesto ariostesco del Furioso, e sulla sua fortuna postuma. Al di là del pre-
ossia l’opera che più di ogni altra incarna agli zioso repertorio bibliografico in appendice
occhi dei poligrafi la concreta possibilità di un (testimonianza confortante della praesentia
classico moderno alla pari con gli antichi. Aretini in piena temperie controriformistica),
L’excursus trecentesco proposto nell’inter- sono numerosi gli spunti di riflessione offerti
vento di Wout Jac. van Bekkum, Immanuel dal panorama a tutto tondo delineato da C.
of Rome (1261-1332) (pp. 63-72), riguarda nell’analisi, esemplare per metodo e chiarezza,
l’esperienza poetica in lingua ebraica e in vol- del contesto storico in cui vengono elaborate
gare italiano di Manuello Romano. Il rapporto le traduzioni quasi contemporanee di Jean
coi modelli danteschi della Vita nova e della de Vauzelles, quelle secentesche di Pierre de
Commedia è al centro dell’analisi dei suoi Larivey e François de Rosset, o le altre edite
Machberoth Immanuel di cui vengono oppor- da Pierre Chevillot (dove l’Aretino pornogra-
tunamente accennate in prospettiva le alterne fico si pubblica insieme a Du Bellay). Si parte
fortune tra XV e XVII secolo. dalla presa di coscienza del «ruolo di primo
Si torna al contesto cinquecentesco con le piano, addirittura esclusivo per almeno un
note di Sebastian Sobecki sul primo lessico trentennio, giocato dalle opere sacre, le sole
di legislazione inglese curato dal «polymath» ad essere state tradotte e ritradotte per intero
John Rastell (Certain obscure and dark terms: nella Francia di Ancien Régime» (p. 101). Dalle
John Rastell and the first english law lexicon, note sui «fantasmi librari», come le traduzioni
1524, pp. 73-84). L’intento divulgativo di un’im­ voselliane delle Vite di Maria e s. Caterina, e
presa destinata a una «unrestricted reader- sul basso tasso di sopravvivenza delle edizioni
ship» nazionale (p. 75) rivela profondi legami censite (circa 1,5 esemplari per edizione), si
con l’opera del grande giurista John Fortescue passa alla considerazione dettagliata delle prin-
oltre che con quella di Thomas More, cognato cipali esperienze nell’ambito dell’italianismo
di Rastell. d’Oltralpe cinquecentesco, che è, in realtà, «la
Riccardo Benedettini, in «Dio immortale, storia di una lotta costante per l’affermazione
quanti cervelli sono al mondo!» Una traduzione della cultura francese» (p. 113).
di Garzoni nel Cinquecento: il «Theatre des Nel contributo Tra sacro e profano: Jean de
divers cerveaux du monde» di Gabriel Chappuys Vauzelles traduttore dell’Aretino (pp. 169-206),
(pp. 85-99), prosegue l’indagine sulla versione Élise Boillet, autrice del primo importante
francese del Teatro garzoniano (Parigi, 1586) studio monografico sulle parafrasi bibliche
già affrontata in un articolo del 2010 («Studi aretiniane (L’Arétin et la Bible, Genève, Droz,

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rassegna bibliografica

2007), ha innanzitutto il merito di restituire sio Lando in Francia. In margine a una bi-
il debito spessore storico alla figura del pri- bliografia (pp. 249-270) si dispone a ridosso
mo traduttore francese di cose aretiniane. dell’imponente bibliografia landiana pubbli-
L’evidente organicità delle quattro traduzioni cata di recente dallo studioso sul sito web di
prodotte da Vauzelles (1539-1542) al progetto Cinquecento plurale. L’analisi dettagliata dei
culturale e religioso che anima la corte di Mar- casi dei Paradossi, dei Sermoni funebri e dei
gherita di Navarra è indagata in profondità. Dubbi, da cui C. ricava il profilo di un autore
Ne emerge un contesto molto più articolato realmente «‘europeo’ piuttosto che italiano»
del previsto, dove l’ammirazione sconfinata (p. 249), apre alla riflessione sulle modalità
per la maniera aretiniana si associa a calibrate della traduzione cinquecentesca tra versioni
prese di distanza di un Vauzelles attento a fedeli, rifunzionalizzazioni e riscritture degli
evitare coinvolgimenti ufficiali della sorella di originali.
Francesco I nella traduzione di un letterato Il contributo di Chiara Lastraioli dedicato
con lo scomodo pedigree di Aretino, in rela- a La traduzione francese del «Pasquino in Esta-
zioni non idilliache col Cristianissimo e, dal si» di Celio Secondo Curione (pp. 271-299),
1536, al soldo degli imperiali. Nel complesso muove dalla ricostruzione della complessa
rapporto con l’originale, in bilico tra riverenza storia testuale di un dialogo «che, durante la
e ansia di emulazione, resta però intatta la vita dell’autore, muta a seconda del contesto
consapevolezza di Vauzelles della straordina- politico-religioso e del pubblico cui è rivolto»
ria intuizione stilistica aretiniana che fonda (p. 278). Il caso della traduzione pubblicata
la riscrittura della storia sacra sul principio nel 1547 a Ginevra da Jean Girard (che risulta
di delectatio. ricavata dall’edizione latina del 1544 dello
Nel successivo intervento, Aretino’s «L’ipo- stesso Girard), è vagliato con sapienza nei
crito» translated and adapted to the Ducht stage singoli aspetti, dalla questione dell’identità
by Hooft and Bredero (1618), pp. 207-222, del traduttore alla considerazione dell’impresa
Eddy K. Grootes illustra con perizia la storia in seno alla pubblicistica riformata del milieu
della traduzione olandese dell’Ipocrito di cui ginevrino. In tale prospettiva, l’espunzione dei
nel 1979 ha prodotto un’edizione critica. Si riferimenti agli scontri in atto tra i teologi (che
tratta di un episodio minore dalla fortuna po- L. attribuisce alla volontà di offrire un’imma-
stuma di Aretino che riveste tuttavia un grande gine compatta del fronte della Riforma, pp.
interesse come testimonianza della diffusione 292-293) induce a riflettere sulle traduzioni
europea della sua produzione comica nell’età come barometro indicativo del clima culturale
del grande teatro elisabettiano. e politico del contesto cui sono indirizzate.
La relazione di Paolo Procaccioli, Aretino Chiude il volume un ampio saggio di En-
e la traduzione del moderno. Il lettore, il para- rico Garavelli su Annibal Caro in Francia
fraste, il committente, l’autore (pp. 223-248), (1553-1560), pp. 301-346. La vicenda relativa
chiude opportunamente il cerchio dei con- alla traduzione della canzone Venite a l’ombra
tributi aretiniani con importanti indicazioni. de’ gran gigli d’oro, che vede coinvolti insieme
Anche osservata da questo punto di vista la a Caro insigni rappresentanti della Pléiade con
parabola artistica di Aretino appare caratteriz- Lodovico Castelvetro nei panni del detrattore,
zata da una spiccata eccezionalità che la rende è inquadrata nel disegno farnesiano di penetra-
sui propri generis, sia che si guardi a lui come al zione culturale all’interno della corte di Enrico
committente e al fruitore di traduzioni di testi II. Al termine della ricostruzione minuziosa di
erasmiani, sia che lo si consideri come il para- questo importante capitolo delle relazioni let-
fraste che riscrive Bibbia e agiografie, ovvero terarie tra Italia e Francia, G. mette in guardia
come l’autore a sua volta letto e tradotto. A dal «rischio [...] di reimpostare il rapporto tra
fronte della polarizzazione delle scelte operate rimeria farnesiana e Pléiade in termini di pura
nei diversi contesti europei (il pornografo in derivazione», segnalando tuttavia come «tale
Spagna, il parafraste in Francia), P. individua penetrazione [...] presto trascenda i motivi
proprio nell’interesse extraletterario per un contingenti del suo approdo, si faccia moda,
“personaggio” dai tratti estremi e contraddit- gusto, maniera». La provata «osmosi testuale»
tori la ragione principale della fortuna e delle tra questi due poli poetici contemporanei
tante traduzioni delle opere di Aretino. sollecita una volta di più la necessità di non
Il saggio di Antonio Corsaro su Orten- sacrificare la dimensione “sincronica” dell’imi-

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rassegna bibliografica

tazione, quella «orizzontale, emulativa», alla poesie dedicate al ritratto del poeta: l’effigie
«“profondità” di matrice umanistica, in nome sarà dono fatto all’amata, con conseguente
di una malintesa “dittatura” del Bembo» (pp. rovesciamento dei topoi consueti. Il poeta offre
326-327). [Paolo Marini] alla donna il suo cuore insieme con il ritratto,
rischiando di perdere se stesso, mettendo a re-
pentaglio la sua identità. Ma può creare anche
Lina Bolzoni, Poesia e ritratto nel Ri- un «doppio», perché il ritratto è al contempo
nascimento, testi a c. di Federica Pich, «ombra di un’identità perduta» e «strumento
Bari, Laterza, 2008, pp. 288. per ricreare un legame con chi è all’origine
dell’alienazione». Sarà Marino a sfruttare ogni
A partire dal mito classico, come Narciso o possibile esito «concettoso» di questa doppia
Pigmalione, il ritratto rappresenta il bisogno di valenza del ritratto, fino a sovrapporre poesia
sostituire un’assenza, riproducendo l’effigie di e pittura: «con due penne e due lingue i pregi
qualcuno che non c’è. Non per caso molte sto- tuoi / scriverem, canteremo, ed egli, ed io».
rie si sviluppano intorno a tre elementi di base: Infatti se al ritratto si rimprovera di essere
due amanti (di cui uno assente) e il ritratto. Ma nient’altro che illusione, esso può in qualche
cosa può restituire davvero l’immagine? Essa modo acquistare vita attraverso la poesia, poi-
è mera apparenza o vero specchio dell’anima? ché la pittura parla alla vista, i versi all’udito.
E quale rapporto si instaura tra la parola e Poesia e ritratto si intrecciano anche nella
l’immagine, tra poesia e ritratto? Da questi celebrazione del potere, ed è proprio qui che si
interrogativi prende le mosse il percorso — da innesta tutto il valore e la forza della scrittura
Petrarca al pieno Rinascimento e oltre — che poetica, capace di rendere vitale il ritratto, in
la studiosa offre nel saggio introduttivo, suddi- una sorta di competizione-complementarità
viso in quattro capitoli tematici corrispondenti con la pittura. Emblematico il caso di Aretino
e complementari alle sezioni di cui si compone che lodando i ritratti di Francesco Maria della
l’antologia, rispettivamente Il ritratto dell’ama- Rovere e di Eleonora Gonzaga eseguiti da
ta, Il ritratto del poeta, Il ritratto come celebra- Tiziano, onora l’artista per aver «saputo anche
zione e l’omaggio all’artista e La poesia davanti impadronirsi di una qualità — la rappresenta-
al ritratto. I confini fra le parti, tuttavia, si zione dell’anima — tradizionalmente riservata
attraversano e si riattraversano fino a sfumare: alla poesia». Marino si spingerà ancora oltre,
il dialogo tra pittura e poesia intorno al ritratto quasi alle soglie del paradosso, elogiando il
ha molteplici vie che spesso si sovrappongo- ritratto di Ambrogio Spinola dipinto da Ber-
no. B. ne restituisce la complessità non solo nardo Castello: «Taccio, poi ch’al mio stil ciò
affrontando in prospettiva i grandi temi, in un non è dato: / parleran ben per me le tele tue,
biunivoco legame con l’immagine pure nella / poi che per te le tele han lingua e fiato». Se
pratica testuale che si sostanzia di frequenti l’omaggio all’artista arriva, ancora con Marino,
rimandi alle tavole di cui il volume si correda, ad esprimersi nella forma dell’inganno alla
ma anche penetrando fra le pieghe dei singoli natura («Dubbia tra ‘l finto e ‘l ver, non sa
testi, accompagnati da un ricchissimo apparato Natura / nell’artificio tuo sceglier se stessa»),
di note, a cura di P., che aprono ulteriormente il potere illusorio dell’arte giunge addirittura
il ventaglio delle interpretazioni. a sfidare il tempo, gli dèi e la morte. È qui che
Petrarca, con i due celebri sonetti dedicati il ritratto si intreccia con il tema delle rovine,
al «perduto e presunto» ritratto di Laura ese- permettendo, ancora una volta, di declinare la
guito da Simone Martini, definisce un modello superiorità della parola sull’immagine.
che avrà fortuna secolare. Si imiterà infatti la Ma la competizione più serrata tra lettera-
forma del dittico, insieme con una serie di tura e pittura emerge nella «poesia davanti al
topoi quali la lode al pittore, l’appello diretto ritratto», dove la trasparenza dell’effigie, ossia
al ritratto, fino ai grandi nodi tematici come la sua capacità di rappresentare l’interiorità è
la questione cruciale del rapporto tra poesia esattamente speculare all’espressività poetica.
e immagine, l’illusione che quest’ultima porta Le parole di Laura Battiferri non lasciano
con sé («se risponder savesse a’ detti miei»), dubbi: «come la propria mia novella imago, /
cui fa pendant l’evocazione, esplicita o impli- della tua dotta man lavoro altero, / ogni mio
cita, del mito di Pigmalione. affetto scuopre, ogni pensiero, / quantunque
Cambia ovviamente la prospettiva con le il cor sia di celarlo vago». Non per caso Bron-

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rassegna bibliografica

zino, autore della «novella imago», risponde letteratura e nell’arte, ma anche più complessi-
evocando un’immagine di trasparenza: «La vamente nell’intera società laica e religiosa: una
casta e bella, ov’io mi sano e ‘mpiago, / mia panoramica dunque sul lavoro delle donne e
Dafne, o bella e casta Dafne, il vero / più chiaro sull’attività socio-culturale femminile nel ’500.
scuopre, il vivo bianco e nero / girando, che Il volume, che si correda pure di una cronaca
bel piè tranquillo lago». La competizione fra le delle giornate di studio e di un indice dei nomi,
capacità espressive della poesia e della pittura è entrambi a cura di Paola Pagano, raggruppa
riproposta «in nuova forma, duplice, quella del gli interventi in nove sezioni, all’interno delle
rispecchiamento». D’altra parte per Marsilio quali si moltiplicano, differenziandosi tra loro,
Ficino l’anima dell’amante diviene specchio le tematiche affrontate e i metodi d’analisi,
dell’immagine dell’amato. E lo specchio non di carattere ora testuale e interpretativo, ora
è sempre e solo una metafora, se è vero che storico-documentario: La letteratura, Teatro,
Castiglione — ce lo riferisce Antonio Beffa musica, danza, Le scienze della natura, Donna e
Negrini, suo biografo — conservò nascosto in società laica, In convento, Le norme di compor-
un congegno a specchio il ritratto di una donna tamento, Le arti figurative, La vita quotidiana,
(forse Elisabetta Gonzaga) e due sonetti, già La donna e il libro.
noti per autonoma tradizione quali Sonetti del Nella prima parte, programmaticamente
specchio. Così il ritratto diventa materialmente letteraria, dopo un primo breve intervento di
un doppio ritratto, perché il poeta medesimo Michele Cataudella (Carlo Gesualdo: una
riflette la propria immagine nello specchio tragedia familiare) che ricostruisce la dram-
mentre contempla l’effigie dell’amata. matica vita delle due mogli di Carlo Gesualdo,
Il percorso testuale e figurativo offerto da eleggendo la vicenda biografica dell’uomo e la
B. attraversa tutti i grandi autori: Tiziano, Car- sua produzione poetica e musicale a emblema
paccio, Raffaello, Piero della Francesca, così della fine di un’epoca, si procede sul doppio
come Bembo, Della Casa, Tasso, Castiglione, binario dell’analisi dei testi scritti da donne e
Marino; non relega al silenzio le voci femminili dell’esame dell’immagine della donna nell’ope-
della poesia cinquecentesca come Gaspara ra letteraria. Attraverso la figura di Isabella
Stampa o Laura Battiferri e neppure i poeti Morra e soprattutto attraverso l’analisi tema-
meno noti. Repertorio inesauribile di topoi tica, formale e strutturale del suo pur esiguo
tradizionali e rivisitati davanti all’immagine canzoniere, Matteo Palumbo (Le «trame»
che a sua volta rinnova la sua iconografia o al femminile) individua una piena e consa-
giocato su trovate ingegnose, meccaniche o pevole adesione femminile al petrarchismo.
retoriche, il dialogo tra immagini e parole, si Flavia Luise (La figura femminile nel Novel-
rivela sempre portatore di profonde istanze lino di Masuccio Salernitano) ricava, invece,
culturali, prima fra tutte la celebrazione della importanti informazioni sul ruolo femminile
poesia al vaglio delle sue potenzialità espres- nel Regno Aragonese dalla rappresentazio-
sive. [Veronica Pesce] ne della donna nel Novellino, leggendolo in
chiave di denuncia della decadenza morale.
Concetta Ranieri (Vittoria Colonna e il ce-
La donna nel Rinascimento meridionale, nacolo ischitano), infine, guarda al rapporto
Atti del convegno internazionale, Roma, della poetessa con il cenacolo di Ischia do-
11-13 novembre 2009, a c. di Marco San- ve proficui sodalizi intellettuali sollecitarono
toro, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, Vittoria Colonna alla riflessione su istanze
2010, pp. 474. neoplatoniche in una complessiva maturazione
filosofica e religiosa. La seconda sezione (Tea-
Questo prezioso volume, curato da S., rac- tro, musica, danza) prosegue ancora sulla linea
coglie gli interventi presentati al convegno interpretativa e analizza la rappresentazione
promosso dall’Istituto Nazionale di Studi della donna nell’arte, con due interventi che
sul Rinascimento Meridionale, in occasione si spartiscono rispettivamente il campo del
del ventesimo anniversario della scomparsa sacro e del profano. Tonia Fiorino (La santità
del suo fondatore: Mario Santoro. Ventinove femminile tra iconografia e drammaturgia nel
relazioni (più due non confluite negli atti) Cinquecento meridionale) esamina alcuni casi
analizzano a tutto tondo il ruolo delle donne di santità femminile (la Madonna Addolorata,
nel Rinascimento meridionale, non solo nella la Madonna col bambino, Maddalena e S.

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rassegna bibliografica

Lucia) nell’iconografia tipica dei Compianti, sociale femminile veicolato dalla letteratura,
dei drammi sacri, quali le sacre rappresen- colto in un preciso momento (fra ’500 e ’600)
tazioni aversane, e di altre opere figurative, di svolta verso la modernità. Giovanni Muto
individuando una sostanziale originalità nella (Gli spazi femminili nei cerimoniali pubbli-
rappresentazione della santità femminile nel ci napoletani) su ampia base documentaria,
meridione. Nicoletta Mancinelli (Passione, individua nella figura del vicerè D. Pedro
norma e trasgressione. Gli effetti dell’amore de Toledo, e nel suo tentativo di riprodurre
nelle eroine di Giovan Battista Della Porta) si nella sua corte il modello reale per elegger-
sofferma su alcune figure di donna del teatro la a riferimento politico-sociale, una precisa
dellaportiano da un lato punteggiato di balie attribuzione di ruoli e funzioni assegnati al
e di madri, funzionali al lieto fine, con i loro mondo femminile, sempre subalterni a quello
inganni e stratagemmi, come i servi nella com- maschile a qualunque livello, ivi compresa
media dell’arte, e d’altro canto ricco di ‘eroine’ la figura della viceregina più analiticamente
intrise di alte memorie letterarie. esaminata. Di particolare interesse si rivela lo
È di grande interesse la terza sezione de- studio di Francesco Guardiani (Da Ariosto a
dicata a Le scienze della natura che traccia un Marino, da Alcina a Falsirena: la maga seduttri-
vivido profilo di storia socio-culturale. Alle ce fra tradizione e innovazione). Premesso sulla
competenze medico-scientifiche sulla donna scorta di Quondam e soprattutto di McLuhan
guarda Daniela Castelli (Simone Porzio e il ruolo imprescindibile ricoperto dall’inven-
il ‘De puella germanica’: echi italiani di un zione e dalla diffusione della stampa in varie
dibattito europeo) attraverso lo scritto di Si- trasformazioni culturali e in ultima istanza
mone Porzio, e relativo volgarizzamento, sul nel passaggio alla modernità e dunque alla
caso clinico cinquecentesco di anoressia di cultura individuale, G. dimostra con un capil-
Margaretha Weiss, evidenziandone l’approc- lare percorso testuale il mutamento del topos
cio scientifico volto alla ricerca delle cause della maga seduttrice che ostacola l’eroe nel
naturali in una sostanziale desacralizzazione passaggio dalla figura di Alcina brutta vecchia
rispetto all’approccio mistico medievale. I due e adulatrice dell’Orlando furioso alla pudica
successivi interventi si focalizzano invece sul giovane Falsirena dell’Adone. Si colloca fra
coinvolgimento femminile nell’attività medica l’ultimo scorcio del ’500 e il primo ’600 l’in-
o protomedica. Maria Conforti (Vetulae, tervento di Françoise Decroisette (Penelope
matrone, mammane. Le donne e la cura), do- nelle tragedie di Giovan Battista Della Porta: da
po una breve panoramica sulla trattatistica mito a personaggio), che ripercorre attraverso
medico-scientifica cinquecentesca e le sue due testi, Penelope, 1591 e Ulisse, 1614, la
progressive acquisizioni in direzione del co- trasformazione dellaportiana della figura di
siddetto “femminismo galenista”, dove si fa Penelope da immagine mitica silente e obbe-
cautamente strada la nozione di differenza ses- diente a vero e proprio personaggio dotato di
suale, suggerisce alcune vie di ricerca su precisi voce e forza scenica. Nella sezione In convento
ruoli protomedici specificamente femminili, in il discorso si concentra sulla realtà religiosa
una sostanziale assenza di testimonianze del ed è ancora una volta declinato sul duplice
punto di vista del paziente: l’ostetrica, altri fronte documentario e interpretativo. Adriana
tipi di curanti ‘empiriche’, le vetulae. Corinna Valerio (Donne e religione a Napoli tra riforme
Bottiglieri (Tra Medioevo e Rinascimento: la e controriforme) ripercorre la parabola delle
memoria delle mulieres Salernitanae) si soffer- esperienze monastiche femminili napoletane
ma sul caso specifico della Fortleben delle mu- del ’500, dall’innovazione animata di spirito
lieres Salernitanae nella letteratura medievale riformatore di Maria Richenza Longo, fonda-
e rinascimentale, in particolare nel caso della trice, con il genovese Ettore Vernazza, della
“Trotula”, argomentando per via filologica le Santa Casa degli Incurabili e poi del primo mo-
stratificazioni testuali e i percorsi critici che di nastero delle donne Cappuccine ispirato alla
volta in volta ne hanno fatto il titolo e l’autrice regola di Chiara d’Assisi, fino alla repressione
di vari trattati medici. post-tridentina, così come Fulvia Caracciolo,
La successiva sezione (Donna e società laica) monaca di San Gregorio Armeno, registra nel-
affronta il rapporto della donna con la società la sua Cronaca (1580). È invece di carattere
ancora sul doppio binario della ricerca d’ar- bibliografico e propone una ricognizione fra
chivio e dell’analisi dell’immagine del ruolo le recenti ricerche in materia di santità e vita

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rassegna bibliografica

religiosa femminile (dedicati in particolare a nella Contessa di Acerra, amica e destinataria


Caterina da Siena e all’Osservanza Domeni- di un ritratto di Isabella, commissionato prima
cana e Francescana) l’intervento di Gabriella a Mantegna e poi a Giovanni Santi. Luciana
Zarri (Santità femminile in transizione e mo- Mocciola (La regina Margherita d’Angiò Du-
delli agiografici: studi recenti). Nella sezione razzo e l’emblema del drago) focalizza la sua
seguente (Le norme di comportamento) Elisa relazione su Margherita d’Angiò Durazzo, in
Novi Chavarria (Dame di corte, circolazione particolare sulle sue committenze artistiche,
dei saperi e degli oggetti nel Rinascimento me- individuando nell’emblema del drago che
ridionale) prende in esame il ruolo delle donne compare su alcune di esse il simbolo della
nel mecenatismo culturale delle grandi fami- santa sua eponima Margherita d’Antiochia.
glie, in termini di committenza e di collezioni- L’ottava sessione è dedicata a La vita quoti-
smo artistico e librario. Gli altri due interventi diana. Domenico Defilippis (Agostino Nifo:
indagano il ruolo sociale delle donne attraverso l’institutio della donna nell’ambiente di corte)
scritti femminili (più rari) e maschili. La voce mette a confronto il secondo libro del De re
maschile, con qualche eccezione fra i poeti, si aulica di Agostino Nifo con il modello del
rivela poco attendibile perché la trattatistica è Cortegiano ed enuclea le molteplici differenze
assai convenzionale e troppo divaricata dalla e le specificità della realtà sociale meridionale
realtà sociale effettiva (Michèle Benaiteau, in anni di profondi mutamenti socio-politici.
Tracce e spie letterarie di storia delle donne del Aurelio Cernigliaro (Madonne, ancelle, po-
Regno di Napoli tra XV e XVI secolo). Se nella polane dal Rinascimento meridionale in veste
trattatistica cinquecentesca l’esercizio della giuridica) affronta la tematica femminile sotto
scrittura risulta essere l’unico gesto manuale la specola del diritto, ripercorrendo alcuni
nobilitante e veramente intellettuale non sarà degli studi specifici sul tema che resta in ogni
casuale che Laura Terracina ne faccia «il fulcro caso poco frequentato nella storia giuridica.
della sua poesia come espressa rivendicazione Isabella Nuovo (Dal fuso al libro: i saperi delle
intellettuale» (p. 245), come mette in evi- principesse meridionali tra XV e XVI secolo) ri-
denza Mercedes López Suárez (Gestualità percorre attraverso numerose opere, non solo
ed espressione. Civil conversazione e silenzio. di autori meridionali, la progressiva evoluzione
La scrittura). La settima sezione è dedicata a della condizione femminile nella società aristo-
Le arti figurative. Paola Zito (Né sante né cratica di antico regime: dal «fuso», ossia dalla
regine. Le labili tracce del femminile cartaceo) totale sottomissione al potere maschile che la
analizza incisioni e apparati iconografici nella costringe alla sola attività manuale domestica,
produzione libraria del Meridione, sempre alla progressiva apertura al mondo della corte,
all’insegna della rappresentazione allegorica, anche attraverso il «libro» e la scrittura.
con l’eccezione di qualche singolo caso che Chiude il volume (con l’ultima sezione: La
offre una rappresentazione femminile più rea- donna e il libro) una riconsiderazione del ruolo
listica ascrivibile a produzioni editoriali meno della donna nella circolazione e nella produ-
raffinate e di più largo consumo. Si muove zione culturale e libraria. Marco Santoro
contemporaneamente su tre linee di ricerca (Imprenditrici o «facenti funzioni»?) passa in
l’intervento di Cettina Lenza (Le donne e le rassegna numerose figure femminili impegnate
arti figurative nel Rinascimento napoletano: a diverso titolo nell’attività editoriale e ne
pratica artistica, committenza e iconografia) rimarca il compiuto ruolo di imprenditrici,
che guarda alle donne in veste di artiste, di pur in un contesto che almeno formalmente
committenti e di soggetti iconografici, pas- vede spesso le donne celate in formule quali
sando in rassegna la scarsa letteratura critica “per gli eredi” e similia. Affronta il medesimo
esistente ed esaminando con attenzione alcune tema Rosa Marisa Borraccini (All’ombra degli
peculiarità iconografiche dell’Arco di Alfonso eredi: l’invisibilità femminile nelle professioni
in Castelnuovo a Napoli. Gennaro Toscano del libro) ma con una maggiore specificità
(Scambi di doni tra Costanza d’Avalos e Isabella geografica e diacronica: la Marca Anconetana
d’Este) offre un vivo spaccato della società a cavallo tra ’500 e ’600. Antonella Orlandi
meridionale quattro-cinquecentesca, pubbli- esamina le Donne nelle dediche, sia autrici
cando in appendice al suo intervento alcune di epistole dedicatorie sia destinatarie della
lettere inedite di Isabella d’Este, Costanza dedica, vagliandone singole specificità e al-
d’Avalos, quest’ultima identificata con certezza lineamento al codice dell’encomio. Carme-

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rassegna bibliografica

la Reale (Echi di notorietà: le donne nella chez Jacques Duval (1555-1615) (pp. 15-26),
tradizione bibliografica meridionale) guarda sulla figura dell’ermafrodito: creatura stra-
alle presenze femminili nei repertori biblio- vagante per eccellenza, destinata al rigetto
grafici, particolarmente esigue e comunque sociale, può essere anche oggetto di curiosità
penalizzate dall’inevitabile filtro memoriale scientifica, come nel testo del medico Jacques
maschile. Concetta Bianca (Le biblioteche Duval (1612), testimonianza di uno sguardo
delle principesse nel regno aragonese), infine, che cerca di «comprendere la differenza, per
analizza le biblioteche femminili svelandone sottrarla alla maledizione e alla condanna»
la concezione prevalentemente patrimoniale, (p. 26). Concetta Pennuto individua una
spesso parte della dote della sposa. Difficile stravaganza nella rilettura della figura mitica
stabilire la stessa esistenza della biblioteca di Ippolito come modello di Anteros — inteso
personale di una donna in presenza dell’uso come avversario di Eros — nel De amoris ge-
di siglare i codici con l’emblema di entrambi neribus o Anterotica (1492) di Pietro Capretto,
gli sposi. opera moralizzante che, assumendo la figura di
Risulta quindi un corpus organico pur nel- Ippolito come esempio di moderazione in gra-
la ricchezza e nella varietà degli argomenti do di distruggere la lussuria, la riporta ad una
proposti. L’eterogeneità dei temi trattati e la misura conforme alla regola (L’anti-érotisme
poliedricità degli approcci dei singoli autori è d’Hippolyte: une extravagance amoureuse?,
tutt’altro che controproducente; giova piutto- pp. 27-36). Se la letteratura rinascimentale
sto alla vitalità dello studio che offre un impor- tende a rileggere il mito in chiave comica e
tante spaccato del ruolo della donna, dentro e dissacrante, lo stesso non avviene nell’arte
fuori la letteratura, nell’epoca rinascimentale. figurativa, che sembra rifarsi ad una concezio-
[Veronica Pesce] ne tradizionale della mitologia. Rappresenta
un’eccezione a questa norma Leda e il cigno
di Tintoretto nell’interpretazione proposta da
Extravagances amoureuses: l’amour au- Francesca Alberti («Giove uccellato»: quand
delà de la norme à la Renaissance. Strava- les métamorphoses se font extravagantes, pp.
ganze amorose: l’amore oltre la norma nel 41-70). Nella versione non tagliata della tela,
Rinascimento. Actes du colloque inter- è possibile leggere una dinamica narrativa che
national du groupe de recherche Cinque- trasforma la vicenda del mito in una beffa:
cento Plurale, Tours, 18-20 septembre Leda, quasi cortigiana, sembra attirare il dio
2008, sous la direction d’Élise Boillet trasformato in cigno verso una gabbia, dove
et Chiara Lastraioli, Paris, Champion, la sua domestica è pronta a chiuderlo insieme
2010, pp. 465. ad altri più umili uccelli.
La seconda sezione, dedicata a modelli e
Il volume raccoglie gli atti del convegno antimodelli, è aperta dal contributo di Phi-
internazionale nato dalle ricerche del gruppo lippe Guérin, La nymphe trivialisée: descriptio
Cinquecento Plurale; come precisa Élise Boillet mulieris et réecriture de Boccace dans les «Azo-
nella premessa, partendo dalla considerazione lains» de Pietro Bembo (pp. 73-89). G. mette in
che, in ambito amoroso, nel Rinascimento relazione la descrizione della donna amata da
«la norma è piuttosto quella di una costan- parte di Gismondo (libro ii, cap. xxii) con la
te infrazione alla legge religiosa e morale» rappresentazione delle ninfe nella Commedia
(p. 7), i diversi interventi si propongono di delle Ninfe fiorentine di Boccaccio (capp. ix,
riesaminare testi che nella loro stravaganza xii e xv), osservando che, nella prospettiva
costituiscono un’espressione caratteristica di dialettica degli Asolani, una tale ripresa ha
quella cultura, e che necessitano oggi di una la funzione di neutralizzare la pathosformel
valutazione equilibrata, libera da pregiudizi della ninfa boccacciana: la stravaganza rap-
moralistici ma al tempo stesso attenta a non presentata da questa descrizione esigerà in-
sopravvalutarne il valore letterario in nome fatti il riassorbimento nel successivo discorso
della contestazione. sull’amore ideale. Le stravaganze amorose
La prima sezione, dedicata a mito e storia, nella bucolica rusticale e nel teatro di area
si apre con il contributo di Jacqueline Vons, senese e veneta sono indagate Francesca Bor-
Curiosités de la nature et curiosité médicale: toletti, Canti d’amore per ninfe e villanelle.
hermaphrodites, androgynes et gynanthropes Travestimenti bucolici e mimesi rusticale nel

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rassegna bibliografica

primo Rinascimento (pp. 91-124). Osserva B. stravagante esperimento de La Cazzaria ci


che nell’incontro con il volgare, la «connatu- introduce il contributo di Maria Teresa Ricci,
rata “rusticità”» dell’egloga tende ad assumere Antonio Vignali e «La Cazzaria» (pp. 181-190):
«una chiara connotazione rusticale» (p. 93), scritta tra il 1525 e il 1526 dall’accademico
venendo in contatto con tensioni linguistiche intronato Vignali, si presenta come un dialogo
e sperimentazioni poetiche stravaganti, che osceno-burlesco tra due gentiluomini su que-
portano ad una dilatazione compositiva: sul stioni di carattere sessuale; se nella seconda
topico lamento del pastore si innestano temi parte nasconde anche un’allusione politica
encomiastici, politici, autobiografici, parodici. alle vicende senesi, l’operetta si caratterizza
Tale ampliamento mimetico porta all’approdo soprattutto per una sfacciata misoginia e per
dell’egloga alla scena rappresentativa, finché una ostentata difesa della sodomia come amo-
con l’opera di Ruzante il mondo rusticale re libero da ogni finalità riproduttiva. Paul
non assumerà un ruolo complementare, quasi Larivaille traccia il percorso di Aretino dalla
alternativo, a quello pastorale. Attraverso un Roma dei Sonetti lussuriosi alla Venezia dei
percorso interno al testo, Giuseppina Stella Ragionamenti (1525-1534: L’Arétin, de la por-
Galbiati illustra il discorso sull’amore nella nographie ouverte au camouflage métaphorique,
fabula dell’Aminta: un discorso condotto su pp. 191-208). Ritornando sulla questione della
piani diversi — l’amore nobile di Aminta, datazione, propone di leggere i Sonetti come
l’amore mondano di Dafne, l’amore istintivo una rivendicazione della libertà di Pasquino
e ferino rappresentato dal Satiro — che non di fronte alla censura del datario pontificio,
conduce ad un esito armonizzante, ma resta che nel 1525 non aveva permesso la pubbli-
aperto e problematico (Problematicità ed apo- cazione delle pasquinate più mordaci. Dopo
rie della concezione d’amore nell’«Aminta» di averne messo in luce alcuni elementi costanti,
Tasso, pp. 125-138). In Bacco et Amor volgon la tra cui la crudezza del lessico, L. riflette sul
lingua mia: le (in)caute stravaganze tansilliane cambiamento stilistico di Aretino nella Venezia
de «Il Vendemmiatore» (pp. 139-155), Carmine grittiana, dove non potrà rischiare di perdere
Boccia osserva che la disinibita morale del la protezione del doge: nel noto passo della
Vendemmiatore di Tansillo, con il suo invi- prima giornata dei Ragionamenti, quasi in
to alle donne a godere i piaceri dell’amore, risposta alla derisione degli eufemismi della
appare in netta antitesi all’ideale femminile Puttana errante di Venier, L. legge dunque
tratteggiato nel Cortigiano, in cui delle donne un’affermazione della necessità di censurare
è elogiata proprio la continenzia, mentre la ses- il proprio linguaggio sotto un velo metaforico
sualità è ricondotta ad una finalità procreativa in nome di considerazioni etiche ed estetiche.
all’interno del matrimonio: una trasgressione, Enrico Garavelli si sofferma sulla figura di
forse, ma da valutare soprattutto in termini Annibal Caro, ben poco stravagante dal pun-
di lusus. to di vista biografico, ma non altrettanto da
Cecilia Mussini apre la sezione dedicata quello letterario (Stravaganze di Annibale.
ai linguaggi della stravaganza tra esibizione Rappresentazioni cariane dell’amore in verso e
e dissimulazione proponendo la lettura de- prosa, pp. 209-234): le sue rime si distinguono
gli epigrammi erotici (e spesso omoerotici) per un’idea eccentrica d’amore come dissidio
dell’umanista veneziano Girolamo Balbi, Un ed inquietudine, mentre i sonetti scambiati
esempio di poesia erotica nell’umanesimo lati- con Della Casa in parodia delle rime di Var-
no: gli epigrammi di Girolamo Balbi (pp. 159- chi denotano un’insofferenza verso i moduli
180). Fatti circolare a Parigi dallo stesso auto- stereotipi dei canzonieri cinquecenteschi (G.
re, con dedica a Guillaume Tardif, gli valsero individua tra l’altro il secondo di questi so-
l’immediata divulgazione di un Antibalbica. M. netti in O sorelle del Sol fenestre ardenti). G.
ne prende in analisi la struttura ed il rapporto si sofferma poi sulla Diceria di Santa Nafissa,
con le molteplici fonti, mettendone in luce un recita accademica inscritta nel rituale della
costante procedimento compositivo: «il poeta cena di Carnevale: ricostruendo l’occasione,
sembra partire da uno spunto offertogli da il contesto, il destinatario e gli interlocutori,
un testo letto, sia esso antico o umanistico, invita a leggere l’èkphrasis della statuetta che
e su di esso innesta una seconda fonte che Caro offre in dono al Re della serata come
serve di norma a ribaltare in senso osceno la «parodia canonizzante» di una reale disputa
prima parte dell’epigramma» (p. 173). Allo d’antiquaria (p. 229). Di norma, nella poesia

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rassegna bibliografica

volgare il tema dell’omosessualità appartiene dove costituiva motivo di preoccupazione per


alla sfera del comico; il contributo di Danilo le autorità cittadine. L’Origine delli volgari pro-
Romei si sofferma invece su quei poeti che han- verbi di Loise Cinzio delli Fabrizi, pubblicata
no cantato “sul serio” l’amore maschile (Saggi a Venezia nel 1526 con dedica a Clemente
di poesia omoerotica volgare del Cinquecento, VII, può dunque essere considerata come
pp. 235-262). Dal punto di vista del codice un’opera di denuncia, una sorta di «appello
letterario, due erano le possibili soluzioni per condotto per antifrasi» (p. 306). Alla denun-
esprimere l’eterodossia sessuale: il platonismo cia dei costumi dei religiosi andrà ricondotto
petrarchesco, alle cui motivazioni filosofiche anche il Ragionamento aretiniano: P. invita
sono improntate la produzione michelangiole- alla lettura di alcuni episodi che, considerati
sca e quella di Varchi, e il classicismo bucolico, fin oggi nell’ottica dell’invenzione letteraria,
cui si rifanno i versi di Antonio Brocardo. sono invece riferimenti a consuetudini, se
All’amato Alessi dedica versi petrarcheschi e non a precisi episodi, ben noti al pubblico
pastorali il Coppetta: ma la descrizione che ce di allora, e che presentano un riscontro nelle
ne offre, improntata al canone rappresentativo Origini come nei verbali delle ispezioni mo-
delle bellezze muliebri, è per R. emblema del nastiche. Le affinità tra le due opere però si
fatto che la poesia omoerotica «non sviluppa fermano qui: «da una parte, una scrittura a
affatto forme autonome riconoscibili. Anzi, tesi, [...] dall’altra un’opera di narrativa» (p.
forse punta proprio alla non riconoscibilità 323). La trasgressione di una norma sociale è
come mezzo di autoprotezione» (p. 262). spesso motore del meccanismo comico della
Si passa poi alla quarta sezione, dedicata alla commedia: il contributo di Bianca Concolino
trasgressione dell’ordine sociale e della legge Mancini Albran, Jeux interdits. Amori leciti
morale. Il contributo di Stéphan Toussaint, e illeciti nella commedia del Cinquecento (pp.
Un autre amour, un autre corps. De l’exces 325-337), si sofferma su quella specificamente
érotique chez Politien, Ficin e Le Loyer (pp. amorosa. Innanzitutto l’adulterio: ne offre un
265-278), si apre con un passo del Discours des esempio la Calandria, ma soprattutto la Man-
Spectres di Pierre Le Loyer, che ci prospetta dragola, in cui la trasgressione è accentuata
una concezione medica, ippocratica e ficiniana dal fatto che la vera coppia della commedia
della stravaganza amorosa, intesa come malat- sembra essere quella adulterina; trasgressiva è
tia umorale che porta alla progressiva perdita anche la conclusione, «che non coincide con
di sé. Trasformando in esempi di libido insana il ritorno alla norma, ma al contrario con una
Agostino Nifo e Poliziano, di cui ha letto parodia della norma stessa e con la celebrazio-
negli Elogia di Giovio, sembra riscontrarne ne di un amore irregolare» (p. 331). L’amore
un possibile principio proprio nel processo omosessuale viene messo in scena attraverso
di sublimazione della metafisica amorosa alla il travestimento con inversione di identità
base del De amore ficiniano. A lungo vittima sessuale: se nell’Alessandro di Piccolomini
di una lettura pregiudiziale è stata la figura di Lucrezia arriva ad ipotizzare apertamente un
Varchi: Salvatore Lo Re contrappone la storia amore omosessuale (ma la sua possibilità di
alla leggenda, invitando ad una valutazione più realizzazione è esclusa a priori dal fatto che
equilibrata della produzione lirica varchiana, entrambi i personaggi sono travestiti), più
dalla forte connotazione platonizzante, e degli insinuante è il bacio strappato da Isabella a
episodi scandalosi della sua biografia, senza Lelia travestita da uomo, seppur fuori dalla
tralasciare il fatto che i numerosi attacchi di scena, negli Ingannati.
cui fu bersaglio gli provenivano anche dal L’ultima sezione, che ci conduce dall’amore
suo ruolo di intellettuale militante (Gli amori stravagante all’amore libertino, si apre con il
omosessuali del Varchi: storia e leggenda, pp. contributo di Giorgio Masi, «Gente scapi-
279-295). Il contributo di Paolo Procaccioli, gliatissima e bizzarra». La poesia libertina di
La pornografia del moralista. Monache e frati Curzio Marignolli (pp. 341-370), che introduce
cultori dell’eccesso nell’«Origine delli volgari la figura di Curzio Marignolli, di cui già Croce
proverbi» di Loise Cinzio delli Fabrizi (pp. aveva offerto un profilo, ignorandone però
297-324), è dedicato agli eccessi amorosi di le rime oscene, rimaste manoscritte. Il tratto
monache e frati: un tema dalla forte autoriz- distintivo dell’opera poetica di Marignolli è
zazione letteraria, ma che aveva anche radici invece proprio «l’esaltazione di un modus vi-
nell’attualità della Venezia degli anni Venti, vendi spregiudicato e tutto materiale» (p. 343),

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rassegna bibliografica

da non intendersi però come manifestazione do rivedrò ‘l dolce paese di Cino, Non si può
di una trasgressione individuale, ma come dir che ttu non possa tutto di Pietro Alighieri e
«spudorata proclamazione di un privilegio di Udirò tuttavia senza dir nulla? di Gano. Questi
casta» (p. 354) condiviso da tutti gli “scapiglia- gli unici testi volgari italiani del XIV secolo che
ti” — che costituivano una «categoria sociale si autodefiniscano satirici, condividendo, oltre
ben precisa, pienamente e spudoratamente al tema dell’invettiva contro la contemporanei-
cosciente della propria “diversità” e trasgres- tà, un medesimo atteggiamento del soggetto
sività» (p. 345). M. riporta alla luce diciannove poetante: l’io è collocato in posizione elevata
componimenti dall’intento satirico, parodico rispetto al lettore, coerentemente all’utilizzo
o narrativo, finora inediti o editi con censure di modelli sermonali e alla funzione moraliz-
(Appendice, pp. 371-414), e ne offre una let- zatrice dei testi.
tura. Partendo dalla suggestione del Cyrano La prevalenza di una finalità pedagogica
di Rostand, Antonio Corsaro propone una è riscontrabile anche nella satira trecentesca
riflessione sul nono dei Dieci paradosse degli spagnola, come mostra Giuseppe Mazzocchi
Academici Intronati da Siena, Che una donna ne I mercanti del Rimado de Palacio: elementi
dee maggiormente amare un brutto che un satirici in Pero López de Ayala (pp. 31- 54).
bello (Elogio del brutto ... ma fino ad un certo Nelle ottave satiriche relative alla classe mer-
punto, pp. 415-429). Lo schema concettuale cantile, Ayala opta per «l’assenza di riso» (p.
del paradosso ne rivela l’implicita assurdità: 36), dovuta all’influenza della letteratura peni-
C. propone di leggere allora l’estremizzazio- tenziale e della tradizione esemplare. Il poeta
ne di un’etica della bellezza interiore come non rinuncia però all’ironia, mezzo per susci-
una sconfessione del platonismo vulgato, in tare l’indignatio, ovvero la «reazione emotiva
nome di un precettismo pratico, in un certo davanti al peccato» (p. 36).
senso preludio di quell’etica alternativa pro- Il registro ironico contraddistingue anche
pugnata dall’Histoire de ma vie di Casanova, le satire ariostesche, ben lontane però da un
in cui la bruttezza si rivelerà utile a salvare la tono predicatorio e da accenti di invettiva. Per
morale tradizionale. Il volume si chiude con Ariosto la satira non è denuncia, ma promozio-
il contributo di Harald Hendrix, Stravaganze ne di una «riflessione culturale che dia senso e
per stranieri. L’Italia libertina vista e vissuta progetto a un’esperienza poetica che non può
dai viaggiatori stranieri (pp. 431-446), che si più ignorare la funzione pubblica del discorso
sofferma sulla diffusa percezione all’estero letterario» (p. 62), scrive Stefano Jossa nel
di un’Italia licenziosa, tra condanne morali- suo intervento su La fondazione della comunità
stiche, polemiche anti-italiane degli umanisti letteraria nelle «Satire» ariostesche (pp. 55-71).
d’oltralpe ed una pratica libertina diffusa e Il riferimento è alla sesta satira, in cui il poeta
anzi ricercata dai viaggiatori stranieri. [Fran- prende le distanze dagli umanisti del Quattro-
cesca Jossa] cento e dal rapporto tra res e verba, tra natura
e cultura, da questi istituito e risolto in senso
erudito. Al rifiuto quattrocentesco della mora-
«Però convien ch’io canti per disdegno». le comune, all’incapacità di “credere” «come
La satira in versi tra Italia e Spagna dal l’altra gente» (v. 57), Ariosto contrappone
Medioevo al Seicento, a c. di Antonio un’idea di poesia come «costruzione di una
Gargano, con introduzione di Giancarlo socialità condivisa» (p. 61). Individuando uno
Alfano, Napoli, Liguori Editore, 2011, specifico contesto storico-culturale (quello del
pp. 335. passaggio dalla Roma umanistica di Leone
X alla Roma cortigiana di Clemente VII), J.
Nel contributo di apertura al volume («Ter- rintraccia un parallelismo tra il passaggio dal
tia est satira, idest reprehensibilis, ut Oracius secondo al terzo Furioso, e la scrittura di sesta e
et Persius»: Cino da Pistoia, Pietro Alighieri settima satira. Secondo lo studioso, nell’ultimo
e Gano di Lapo da Colle, pp. 1-30), Andrea componimento della silloge si compie il tragit-
Mazzucchi prende le mosse dalle riflessio- to di metamorfosi della tradizione umanistica
ni teoriche sul genere satirico proposte dai quattrocentesca in una comunità umanistica
commentatori trecenteschi della Commedia contemporanea. Il conflitto natura / cultura
e da Isidoro di Siviglia nelle Etymologiae, per della sesta satira viene qui sciolto con il ritorno
approdare all’analisi di tre canzoni: Deh quan- ad un’età dell’oro (pastorale e classica), in cui

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rassegna bibliografica

la storia è azzerata dal mito e il potere delle voca anche la grande oratoria di Demostene
autorità è annullato da una letteratura civile. e la poesia filosofica di Lucrezio» (p. 150).
Ad essa Ariosto (in accordo con Bembo) affida L’origine classica di Pasquino verrà ribadita
un’autonomia politica e conoscitiva tale che «il anche da Marino nell’Adone, a conferma di
superamento della politica attraverso la poesia una tendenza, incrementata dalla diffusione
è politico anch’esso» (p. 68). europea del genere, ad una negazione del
Che la satira ariostesca sia il modello prin- legame con la tradizione burlesca.
cipale per il contemporaneo Garcilaso è la tesi «L’intrecciarsi di linguaggio burlesco e sa-
sostenuta da Antonio Gargano nel saggio tirico» (p. 165) caratterizza, invece, la produ-
Riflessione e invenzione nell’«Epistola a Bo- zione poetica di Giovanni Agostino Caccia,
scán» di Garcilaso de La Vega (pp. 73-116). su cui si sofferma Benedict Buono nel suo
Nell’epistola indirizzata dal poeta all’amico contributo («Poco mi curo e nulla pagherei, che
Boscán, accanto al concetto di amicizia pre- franciosi vivesser, o spagnoli»: la presenza spa-
levato dall’Etica Nicomachea, G. riconosce gnola a Novara nella poesia satirica di Giovanni
l’influenza della «nuova forma del vivere, del Agostino Caccia pp. 161-187). Il titolo del
conversare e del comporre» (p. 100) proposta saggio riprende i versi di un sonetto contenuto
da Castiglione. Lo studioso, nel mettere in nelle Rime dell’autore piemontese, opera in cui
evidenza la funzione mediatrice svolta dalla B. nota «un superamento delle convenzioni
letteratura italiana rinascimentale nel rapporto amorose e della lirica petrarchista» (p.165)
tra Garcilaso e la letteratura classica, offre a favore di tematiche socio-economiche. La
confronti testuali inediti tra Ariosto e il poeta conseguenza è la presenza di topoi satirici al
spagnolo. di fuori della raccolta di satire del 1549. È
Il contributo di Giancarlo Alfano (Una il caso della figura del vecchio sposo, tipica
poesia «situata»: dialogismo e politicità nel­ della poesia satirica contemporanea e pre-
l’esperienza letteraria di Francesco Berni pp. sente nell’egloga Filena. Il tema è quello del
117-140) conferma il valore fondativo della matrimonio di convenienza, pratica borghese
satira ariostesca, a cui Berni si rivolge innan- la cui condanna fa emergere il punto di vista
zitutto nella scelta della dimensione comuni- del nobile di provincia. Nella Satira x (in cui il
cativa dell’epistola. La centralità della figura poeta denuncia l’abuso del termine “signoria”,
dello speaker e la natura dialogica sono alla dovuto all’uso spagnolo dei pronomi di terza
base della costruzione di un io collettivo, persona) il Caccia continua ad esprimere un
identificativo secondo A. «di una fase o di un punto di vista personale: sebbene al servizio
modo diverso di poetare». Un’evoluzione in delle truppe imperiali nell’assedio di Milano
direzione politica da cui nascono testi come il (1525), il poeta non manca di lamentare l’im-
Capitolo di papa Adriano e l’Entrata dell’impe- poverimento materiale causato dalla domina-
ratore in Bologna. Per la descrizione dell’arrivo zione straniera, di cui è vittima in prima per-
a Bologna di Carlo V (1529) Berni opta per il sona. La sua poesia è, quindi, rappresentativa
linguaggio carnevalesco, dietro il quale però si dell’aristocrazia provinciale proprio perché
cela il senso storico e il sentimento partigiano sceglie di dar voce ad un io satirico non-collet-
del segretario di uno dei protagonisti della tivo: «la satira diventa, dunque, un documento
lega di Cognac: il vescovo Giberti. Nella sua storico dell’autocoscienza micro-aristocratica
corte A. riconosce l’uditorio di una poesia, del primo Cinquecento» (p. 186).
quella di Berni,“situata”, ovvero riconducibile La difficoltà di distinguere tra componi-
ad un pubblico circoscritto di cui il poeta si menti satirici e burleschi è al centro dell’inter-
fa portavoce. vento di Giulia Poggi su Góngora (Il poeta
Nel saggio successivo (Pasquinata come e il suo doppio: verso una definizione della
satira. La «praefatio» ai «Pasquillorum tomi satira gongorina, pp. 189-216). P. mostra i
duo», pp. 141-159) Davide Dalmas propone debiti del poeta verso la tradizione oraziana
la lettura della praefatio (di cui si riproduce (di cui si riprendono soprattutto i temi), che
il testo) che Celio Secondo Curione scrive in Góngora riesce però a rinnovare, attraverso
apertura della più grande raccolta di pasqui- una rinuncia all’elemento base della forma
nate prodotte a Roma. Curione, sottolinea D., epistolare: l’atteggiamento interlocutorio. P.
«non solo punta al legame con la satira latina, riconosce, quindi, la presenza in Góngora di
ma risale alla commedia antica greca, e con- «tecniche d’autore» che portano l’io satirico

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rassegna bibliografica

«ad esprimersi in maniera indiretta ricorrendo due autori. La studiosa sottolinea come le
a filtri metapoetici e metanarrativi [...] che esperienze biografiche e poetiche di Adimari
finiscono per creare una sorta di doppio del e Menzini siano difficilmente assimilabili, se
poeta» (p. 215). non per alcuni tratti comuni: l’utilizzo della
Il saggio di Flavia Gherardi sulla poesia terzina dantesca, l’avversione al secentismo,
villamediana (La «Saña escrita»: istanze di la pubblicazione settecentesca e l’influenza di
realtà nella satira politica del conde de Villa- Giovenale. Caratteristica quest’ultima ascri-
mediana pp. 217-247) prende le mosse dalla vibile ad una generale tendenza secentesca
definizione di satira politica, e dalla sua messa alla satira dei costumi, e utile a spiegare la
in discussione in ambito secentesco in nome scelta predominante dell’invettiva femminile,
di un non meglio definito criterio di “storici- risolta tuttavia in modo inaspettato. La centra-
tà”. La studiosa interviene in particolare sulla lità tematica della denuncia contro le donne
questione della validità storica della scrittura oltrepassa, infatti, i confini della tradizione
satirica villamediana, riconoscendo «nell’au- misogina classica, per utilizzare il tema morale
torappresentazione di sé e del suo itinerario a fini politici: i vizi femminili sono la causa
vitale, fortemente condizionato dalle relazioni del declino storico. Mentre Adimari recupera
politiche» una garanzia di realtà sufficiente motivi da Salvator Rosa (in particolare quello
ad offrire la «restituzione della Storia alla della musica corruttrice dei costumi), Menzini
poesia e della poesia alla vita della nazione» si distingue per originalità tematica, apren-
(pp. 245- 46). dosi ad un argomento attuale e dalle evidenti
Se molti degli interventi del volume sono implicazioni sociali: la monacazione forzata.
utili a dimostrare il prevalere, tra Italia e Spa- [Antonella Scarfò]
gna, della linea satirica oraziano-ariostesca,
l’intervento di Maria D’Agostino ne rivela
la permanenza ben oltre il Cinquecento. Nel Antonio Stäuble, Tipologia dei prolo-
saggio Prassi poetica e riflessione metaletteraria ghi nelle commedie del Cinquecento. «Let-
nella poesia satirica di Bartolomé Leonardo tere italiane», lxiii (2011) 1, pp. 3-31.
De Argensola (pp. 249-274), la studiosa non
solo sottolinea la validità teorica dell’esempio Lo scritto di S. ha fin dalle prime mosse un
ariostesco in un poeta della prima metà del taglio illustrativo e analitico, volto ad accom-
Seicento, ma analizza la presenza effettiva nella pagnare gradualmente il lettore in una rico-
sua produzione di elementi tipici delle satire struzione dei diversi tipi di prologo nella com-
di Ariosto: un destinatario concreto, dialoghi media del Cinquecento. Il punto di partenza
attribuibili a personaggi evocati dal testo e è l’imprescindibile legame della commedia
una varietas tematica e stilistica incrementata del XVI secolo con il teatro classico: l’autore
dall’inserzione di apologhi. avvia la sua riflessione sui prologhi ponendo
Il saggio di Federica Cappelli (Donne e in rilievo il dialogo costante tra i testi antichi
animali: per un bestiario femminile nella poesia e moderni, sia per quanto riguarda le pratiche
di Quevedo, pp. 245-299) offre una campio- teatrali sia per quanto riguarda le riflessioni dei
natura delle tipologie di animali che compon- teorici; come sottolinea S. fu infatti proprio il
gono l’ampio bestiario dell’opera del poeta. commento di Donato a Terenzio, riscoperto nel
Quevedo recepisce la tradizione medievale 1433, a formare gradualmente quella che nel Ri-
spagnola e quella classica latina, in direzione nascimento diventerà «l’idea della commedia e
di un’esasperazione iperbolica dei toni e di della sua traduzione in pratica» (p. 3).
una «disumanizzazione caricaturale» (p. 246) Muovendo da questa necessaria premessa,
delle figure rappresentate. l’articolo si addentra poi in una dettagliata
Alla satira contro le donne è dedicato an- classificazione, in cui si individuano le ca-
che l’ultimo intervento del volume (Donne e ratteristiche dei prologhi. La ricostruzione si
maniere nella satira secentesca: Lodovico Adi- basa sulla stessa terminologia usata da Donato
mari e Benedetto Menzini, pp. 301-323), in cui e da Evanzio, che applicata alla commedia
Valeria Merola, evidenziando la presenza di rinascimentale permette di individuare quattro
un universo satirico secentesco ancora inesplo- macro-classificazioni: fabula, in riferimento
rato, utilizza un criterio tematico e cronologico al prologo incentrato sul testo stesso, poeta,
per analizzare e confrontare l’esperienza di in riferimento al prologo focalizzato attorno

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rassegna bibliografica

all’autore, populus, in riferimento al prologo in semiotica, al quale è legato un intero sistema


cui si chiamano in causa gli spettatori e actor, di immagini, proiezioni fantastiche, modelli
in riferimento ai prologhi autonomi rispetto culturali ed epistemologici di lunga durata e
alla commedia. di grande incisività. Sulla scorta degli studi di
Ogni categoria viene poi illustrata e ul- André Chastel, insieme a quelli di Daniel Aras-
teriormente suddivisa in sottogruppi, con il se, Alberto Asor Rosa, Vincenzo De Caprio e
ricorso sistematico a un’ampia esemplifica- Massimo Miglio, P. prende in esame un ampio
zione testuale. corpus di testi ispirati all’evento del Sacco di
All’interno del primo gruppo — quello del- Roma del 1527 a opera dei lanzichenecchi di
la fabula — si riscontra una maggiore gamma Carlo V (dai poemetti anonimi semidialettali
di possibili varianti: si può esporre la poetica alle riflessioni storiche dei fratelli Guicciardi-
del testo o l’argomento; si possono introdurre i ni), per indagare un momento centrale della
personaggi che appariranno sulla scena, a volte crisi italiana di primo Cinquecento. Nel capi-
chiamando in causa i “tipi” del teatro comico tolo introduttivo, Semiotica e retorica del Sacco
plautino o terenziano, per indicare cosa si (pp. 17-32), P. nota come ogni ricerca rivolta
vuole rinnegare e cosa riproporre di quella ai riflessi letterari dell’evento storico debba
tradizione; in certi casi si accenna a riflessioni tener conto della forte componente segnica e
teoriche sul teatro, dal dibattito sulle regole intertestuale del Sacco, al fine di individuare i
aristoteliche dell’unità di tempo a quello sulla singoli frammenti che compongono il sistema
lingua più appropriata da impiegare; infine vi complessivo, all’interno di una continua ri-
figurano i prologhi in cui ci si fa riferimento funzionalizzazione di topoi narrativi e moduli
all’attualità, spesso riflettendo sulla funzione stilistici. Dunque la metodologia critica di P.
del teatro nella società contemporanea. Meno si avvale contemporaneamente di uno sguardo
variegate sono le suddivisioni interne agli altri diacronico e sincronico, per illuminare sia il
gruppi: il prologo incentrato sull’autore (poeta) processo di formazione dell’immaginario lega-
si riduce di solito o a un’autopresentazione o to al Sacco, sia la rete di connessioni, scambi
a una polemica preventiva per difendersi da e influenze tra testi simili e coevi. All’interno
eventuali critiche future; populus è il prologo di un sistema pluridiscorsivo, in cui si an-
in cui si innesca un dialogo con gli spettatori, nullano le differenze di genere, P. individua
spesso chiamando in causa le donne, a volte alcune costanti e le suddivide in griglie in-
con toni lusinghieri, altre con allusioni e doppi terpretative, modalità di rappresentazione e
sensi; l’ultima categoria, quella denominata nuclei retorico-formali. Colpisce la marcata
actor, consiste in un prologo che acquista autonomia dell’immaginario rispetto alla cifra
sempre maggiore autonomia e autoreferen- autoriale, soprattutto nei testi minori, come
zialità rispetto alla commedia che lo segue. nella ricca tradizione dei poemetti dedicati al
Si tratta di veri e propri “numeri” teatrali a 1527, spesso anonimi, ma anche nelle diverse
sé stanti, in certi casi sotto forma di dialogo tipologie di scritture aneddotiche (cap. i, Il
o di monologo. Sacco “riformato”, pp. 33-68). Diversamente
Il lettore si trova di fronte a un campionario invece, nel caso di Francesco Guicciardini, il
ricco di esempi e di riferimenti ai testi del saccheggio della città di Roma determinò una
tempo, capace di offrire un’articolata panora- personale lettura dei fatti, mediante un proba-
mica, sintetizzata visivamente da uno schema bile riuso della Historia del fratello Luigi (cap.
conclusivo. Chiude l’articolo una bibliografia, ii, Il Sacco e i fratelli Guicciardini, pp. 69-94).
con l’indicazione dettagliata dei prologhi citati. Anche generi come l’epistolografia o i libri di
[Nicole Botti] famiglia risultano sensibili alla semiotica del
Sacco, con le dovute differenze tra le epistole
in cui è più elevato il livello di letterarietà,
Giulia Ponsiglione, La «Ruina» di come quelle aretininiane, e le scritture in cui a
Roma. Il Sacco del 1527 e la memoria prevalere è una dimensione privata e familiare
letteraria, pref. di Alberto Asor Rosa, caratterizzata dall’urgenza autobiografica (cap.
Roma, Carocci, 2010, pp. 164. iii, Il Sacco “privato”, pp. 95-141). «Motivi e
stilemi tipizzati — conclude P. — finiscono
P. pone al centro della sua indagine un even- dunque per costituire la matrice comune di
to storico di grandissima valenza simbolica e ogni parola scritta sul Sacco, mostrando come

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rassegna bibliografica

il semplice riferimento all’evento, anche in lità nel difficile contesto politico dell’Italia del
autori e testi profondamente eterogenei, sia Cinquecento, arrivando a recidere il legame
collegato in maniera imprescindibile a una machiavelliano tra guerra e politica, buona
serie pressoché obbligata di scelte retoriche milizia e buone leggi. Z. individua quindi nei
e formali» (p. 145). Il volume si chiude con due autori, pur accomunati da un analogo ap-
un’Appendice testuale (pp. 153-159) in cui è proccio metodologico alla storia e alla politica,
trascritto il componimento in terzine intitolato una dicotomia rappresentativa dei modi di
Pianto di Roma qual invita ogni signore e città affrontare il discorso sulla guerra nella prima
a penitentia, conservato alla Biblioteca Colom- età moderna.
biana di Siviglia. [Chiara Cassiani] Lo sguardo si allarga all’orizzonte europeo
nel contributo di Q., Pour une histoire du droit
de guerre au début de l’âge moderne. Bodin,
Justice et armes au XVIe siècle, sous la Gentili, Grotius (pp. 27-43), sulla spinosa que-
direction de Diego Quaglioni et Jean- stione relativa alle origini del moderno diritto
Claude Zancarini. «Laboratoire italien», di guerra. Q. rivolge l’analisi ad un gruppo
10 (2010), pp. 5-154. selezionato di opere apparse tra Cinque e
Seicento: la République di Bodin (1576), il De
La sezione della rivista dedicata a Justice et iure belli di Alberico Gentili (1598) e il De
armes au XVIe siècle si propone di individua- iure belli ac pacis di Grozio (1625). Attraverso
re gli elementi di trasformazione, ma anche un esame comparativo delle opere, da cui si
di rottura con la tradizione umanistica, che traggono anche interessanti spunti relativi alla
l’incessante stato di guerra apportò al pen- fortuna di Bodin, lo studioso evidenzia come
siero politico e giuridico a partire dal primo la linea Bodin-Gentili-Grozio, nell’aspirazione
Cinquecento. Anche se il campo primario d’in- ad un diritto di guerra il più possibile “scien-
dagine resta l’Italia nelle opere di Machiavelli e tifico” ed extra-statuale, manifesti un forte
Guicciardini, le ricerche proposte esplorano il debito nei confronti dell’annosa simbiosi tra
nodo tra guerra e politica arrivando a lambire teologia e diritto, che a sua volta rappresenta
gli inizi del XVII secolo, con riferimento a il nucleo teorico e concettuale alla base del
diversi scrittori politici, storici e giuristi e ad diritto pubblico europeo moderno.
altri contesti europei, in particolare la Fran- La figura di Alberico Gentili, già introdotta
cia delle guerre civili (Q. e Z., Présentation, nel saggio di Q., assume una propria centra-
pp. 5-7). Nel saggio di apertura Machiavel lità nei successivi tre contributi, a partire da
et Guicciardini. Guerre et politique au prisme quello di Christian Zendri, Alberico Gentili
des guerres d’Italie (pp. 9-25), Z. analizza gli e il ‘De iure belli’. Metodo e fonti (pp. 45-63),
effetti delle guerre d’Italia sul modo di pen- che studiando le note marginali dell’opera
sare e raccontare la storia e la politica nei due di Gentili, seleziona alcuni esempi testuali
scrittori italiani, autori e attori delle vicende inerenti alla tematica militare e illustra il pro-
del proprio tempo. Elemento metodologico cedere del pensiero dell’autore nel dialogo
comune ad entrambi è il dato esperienziale, con auctoritates antiche e moderne (più o
che informa e caratterizza il procedere della meno manifestate nelle note d’autore). Tra i
scrittura unitamente al bagaglio testuale della casi analizzati da Z. figurano l’utilizzo di armi
tradizione storica e giuridica romana. Mentre improprie in guerra (ii, 7), dove a partire da
Machiavelli giunge ad una visione della guer- alcuni esempi antichi (come l’uso del veleno),
ra profondamente intrecciata con la politica Gentili giunge al più attuale argomento dell’in-
(Discorsi, i, 4-5, Principe, 12, e vari luoghi troduzione di nuove armi da fuoco nel primo
dell’Arte della guerra), come testimonia la Cinquecento, tematica che presenta un fitto
celebre polemica contro le armi mercenarie numero di interconnessioni con la più antica
a sua volta legata ad una concezione «civile» questione della liceità dell’artiglieria in batta-
della vita militare sul modello della repubblica glia; altro nucleo di interesse per il tema della
romana (Dell’Arte della guerra), Guicciardini guerra è anche l’assassinio del comandante
(Storia d’Italia, Dialogo del reggimento di Fi- nemico (ii, 8), a proposito del quale Z. intra-
renze, ii), pur pronunciandosi favorevolmente vede nelle note gentiliane maggiori riferimenti
rispetto ai maggiori vantaggi di un esercito alla dottrina giuridica; sono poi illustrati i
proprio, ne sottolinea l’improbabile realizzabi- riferimenti di Gentili alla sepoltura dei caduti,

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rassegna bibliografica

all’abbattimento delle mura delle città sconfit- alle vesti di diplomatico, politico, storico e
te e infine alla condizione degli esuli, da dove soprattutto testimone oculare delle guerre
ancora emerge da un lato il percorso tortuoso d’Italia; a tal proposito C. mostra come Gentili
e problematico avviato dall’autore attraver- abbia desunto dall’opera una molteplicità «di
so la tradizione storica e giuridica europea, casi e di definizioni» nell’ambito giuridico
dall’altro la propria personale rielaborazione. della guerra (p. 95), attualizzando in diverse
Il saggio di Giuliano Marchetto, Una guerra occasioni alcuni passi della Storia d’Italia. Tra
giusta per una giusta pace. Il diritto dei trattati gli esempi menzionabili figurano lo scambio
nel ‘De iure belli libri iii’ (1598) di Alberico e la liberazione dei prigionieri, la condizione
Gentili (pp. 65-84), focalizza l’indagine sul degli esuli, la violazione dei patti, etc. la cui
libro iii del De iure belli, incentrato su tutte le trattazione da parte di Gentili prende sempre
questioni relative al termine delle ostilità. In la mosse dal confronto con il precedente guic-
particolare M. analizza la forma del trattato ciardiniano, ineludibile fondamento giuridico
di pace, la cui stipula sarebbe giuridicamente dell’opera gentiliana sul diritto di guerra. Il
finalizzata a scongiurare il rischio di nuovi nodo fra storiografia e diritto emerge in modo
conflitti per il futuro. Il fondamento giuridico dirompente nel racconto delle guerre civili
del trattato di pace risiede per Gentili non della Francia di Enrico VIII, che si trova al
tanto nel diritto civile, quanto in quello natu- centro della lunga relazione letta dall’amba-
rale, ovvero in quello ius gentium che avendo sciatore Pietro Duodo al senato di Venezia il
validità universale presso i popoli di tutti i 12 e il 13 gennaio 1598, dopo un soggiorno
tempi è rintracciabile anzitutto negli exem- francese durato tre anni. Il testo, conservato
pla forniti dalle opere dei grandi autori. Lo manoscritto all’Archivio di Stato di Torino e
stesso trattato di pace non può inoltre essere circolato plausibilmente solo nel ristretto am-
“giusto” se non a coronamento di una guerra biente del patriziato veneto, è l’oggetto d’in-
giustamente condotta, vale a dire «la guerra dagine nel saggio di Romain Descendre, Les
intrapresa e condotta secundum ius da chi è «troubles» et les «ordres». Les guerres civiles et
legittimato a farlo» (p. 82); in caso contrario, la les institutions de la France dans la “relazione”
pace diventerebbe un’ulteriore occasione per de l’ambassadeur vénitien Pietro Duodo (1598)
riaccendere le ostilità. In questa visione emerge (pp. 103-128). La ricchezza contenutistica del-
quindi come la stessa guerra non è sottratta la relazione manifesta l’esistenza di un effettivo
da Gentili alla regolamentazione delle leggi, legame, a livello diplomatico-istituzionale, tra
in un’unione indissolubile tra pratica militare il patriziato veneziano da un lato, e il pensiero
e diritto. L’opera di Alberico Gentili è ancora politico e la storiografia francese, dall’altro:
al centro dell’intreccio tra politica, diritto e Duodo riporta ad esempio, in traduzione pres-
guerra nel contributo di Paolo Carta, Dalle soché letterale, molteplici passi di Étienne
guerre d’Italia del Guicciardini al diritto di guer- Pasquier (Les recherches de la France, 1596) e
ra di Alberico Gentili (pp. 85-102), che prende Pierre Pithou (Les libertez de l’Église gallicane,
le mosse dalla fortuna della Storia d’Italia di 1594), rendendosi in qualche modo portavoce
Francesco Guicciardini e dalla sua importanza delle idee del pensiero politico e giuridico
per la stesura del De iure belli, ma più plausi- gallicano. La relazione ebbe pertanto, secondo
bilmente per gran parte del pensiero politico D., un ruolo preparatorio non indifferente tra
e giuridico europeo della prima modernità. C. le vicende che avrebbero portato, nel 1606, ai
evidenzia come Gentili si sia affidato in larga dissapori giurisdizionali tra la Serenissima e
misura alla Storia guicciardiniana, consideran- la Chiesa romana, per cui l’Interdetto rappre-
dola «una sorta di trattato di diritto pubblico, sentò l’esito finale di un dissidio incubato per
scritto sub specie historiarum» (p. 87). Già con più lungo tempo nelle alte sfere della politica e
Guicciardini inizia per esempio a circolare, nel della diplomazia. Oltre a testimoniare il ruolo
lessico politico italiano, il termine «sovranità» decisivo delle guerre civili per il rinnovamen-
in seguito concettualizzato da Bodin (Storia to della storiografia e del pensiero giuridico
d’Italia, xvi, 15) e lo stesso Bodin si sarebbe poi in Francia e in Italia, la relazione di Duodo
appellato espressamente allo storico fiorentino rappresenta quindi un tassello fondamentale
nell’affrontare alcuni aspetti relativi ai limiti per la comprensione dei rapporti franco-veneti
giuridici della sovranità. Il Guicciardini “giuri- all’indomani delle guerre civili francesi e pochi
dico” emerge quindi nel De iure belli affiancato anni prima dell’Interdetto (1606).

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rassegna bibliografica

La raccolta di saggi si chiude con lo studio


di Jean-Louis Fournel sui testi ‘utopici’, Le SEICENTO
guerres de l’utopie. Considérations sur Thomas a cura di quinto marini
More, Francesco Patrizi et Tommaso Campa-
nella (pp. 129-154), che indaga il significato
della presenza della guerra e dell’inimicizia in
testi tradizionalmente considerati portatori
di un idealismo irenico (l’Utopia di Thomas Maria Cristina Cabani, Eroi comici.
More, La Città felice di Francesco Patrizi e Saggi su un genere seicentesco, Lecce-Bre-
la Città del sole di Tommaso Campanella). scia, Pensa Multimedia, 2010, pp. 210.
Lo studio di F. dimostra in tal proposito co-
me gli scrittori dell’utopia abbiano in realtà Da sempre interessata alla tradizione narra-
riservato uno spazio specifico all’esperienza tiva in ottava rima e da tempo dedita alle pecu-
umana della guerra, analizzando le tre opere liarità del poema eroicomico (cfr. La pianella di
in relazione all’orizzonte politico del realismo Scarpinello. Tassoni e la nascita dell’eroicomico,
machiavelliano. La presenza, e al contempo Lucca, Pacini Fazzi, 1999, rec. in questa «Ras-
la negazione, della guerra in More, Patrizi e segna», 2001, 2, pp. 547-48) e all’intertestualità
Campanella si dà soprattutto in relazione alla di questo genere (cfr. L’occhio di Polifemo. Stu-
tematica della ‘guerra giusta’, che quasi sempre di su Pulci, Tasso e Marino, Pisa, ets, 2005, rec.
coincide con quella difensiva. I testi dell’utopia in questa «Rassegna», 2007, 1, pp. 266-267), la
rappresentano così un concreto esempio di C. completa il suo percorso raccogliendo sette
come pensare la politica dopo Machiavelli, ma saggi di varia provenienza dell’ultimo decennio
al contempo testimoniano la rapida ascesa del (cfr. Nota dell’Autore, p. 6), che però perseguo-
modello veneziano, che in particolare agisce no un identico disegno, quello di studiare la
sulla costituzione della città felice di Patrizi: in novità e la potenzialità del genere eroicomico
tal senso l’irenismo dei testi utopistici è piutto- barocco tenendo come modello fondamentale
sto da intendere come condotta di neutralità La secchia rapita e confrontandovi Lo Scherno
nel quadro dei conflitti europei, in chiave di degli dei di Bracciolini, la Franceide del Lalli
autonomia e conservazione della pace sociale e Il Malmantile racquistato del Lippi, non
interna. [Chiara Di Giorgio] senza straordinarie e pionieristiche incursioni
nell’Adone del Marino, non immune, nel suo
provocatorio estremismo sperimentalista, da
tentazioni comiche o parodico-eroicomiche.
Il punto di partenza e di ritorno costante
è giustamente mantenuto nel capolavoro del
Tassoni, il quale, com’è noto, non perdeva
occasione, anche nelle sue Lettere, per riven-
dicare il primato del suo «drappo cangiante»,
barocca invenzione di commistione di stili alto
e basso, grave e burlesco, «epica storica citta-
dina» che nessuno dei moderni aveva saputo
fare: e nessuno — ribadisce la C. — seppe
davvero avvicinarsi agli esiti di Tassoni, nono-
stante le numerose «proteste» di uguaglianza
o superiorità dei vari emuli che tentarono
questo genere. La C. ne scandisce i tratti di-
stintivi, a partire dall’onomastica, argomento
del primo capitolo (L’ipertrofia onomastica
della Secchia rapita, pp. 23-50). Ben lo aveva
capito il primo illustre traduttore della Secchia,
Pierre Perrault, quando osservava che sarebbe
stato necessaria «una particolar cognizione»
delle specifiche persone di quel paese e di
quel tempo per cogliere appieno la satira del

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finito di stampare
nel mese di ottobre 2012
per conto della
casa editrice le lettere
dalla tipografia abc
sesto fiorentino - firenze

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