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Didachè

Insegnamento degli
Apostoli
Da Eirini G. Christaki

LA SCOPERTA E LA NATURA DELLA DIDACHÉ:

Nel 1873 un’operetta di 204 righe (meno di cinque fogli di un codice


manoscritto) è stata trovata frammista a venerandi documenti del primitivo
cristianesimo in un codice di una biblioteca del Patriarcato greco di
Gerusalemme a Costantinopoli dall’arcivescovo Filoteo Bryennios1. Questo
manoscritto, la cui lunghezza è un terzo del vangelo di Marco, dal 1887 si trova
nella biblioteca del Patriarcato ortodosso di Gerusalemme ed è denominato
come Codex Hierosolymitanus 54 e citato con la sigla H. Il vocabolario e la
grammatica sono tipici del greco commune (koinè) usato nel primo secolo. Lo
stile è semplice, naturale, sommario, sentenzioso e popolare2.
Nel manoscritto di Gerusalemme l’opera reca un doppio titolo:
“Insegnamento (Didachè) dei dodici apostoli” e “ Insegnamento del Signore
mediante i dodici apostoli alle genti”3. Didachè all’inizio però non aveva un
titolo. Quando finalmente ha preso un titolo questo era il secondo titolo che
abbiamo già menzionato, benchè nulla nel testo indica i dodici apostoli come
autori4. Gli studiosi oggi hanno amplificato questo titolo lungo come Didachè –
la parola greca per l’istruzione che un mentore può dare a un’apprendista5.
Fino al secolo scorso, si conosceva il titolo della Didachè da liste antiche di
libri non compresi nel NT, a partire da Eusebio di Cesarea (Storia della Chiesa
III 25,4) e dalla lettera festale 39 di Atanasio del 3676. La tradizione dei Padri
più volte ricordava questo documento come “Dottrina (Didachè) degli apostoli”

1
Visonà G., Didachè: Insegnamento degli Apostoli, Paoline, 2000, p. 13
2
Milavec A., The Didache. Text, Translation, Analysis and Commentary, Liturgical Press, 2004, pp.xi-
xiii
3
Moreschini-Norelli, Storia della Letteratura cristiana, greca e latina. Da Paolo all’età
costantiniana, Morcelliana, 1995, p.193
4
Secondo Audet, gli unici apostoli che si menzionano nell’opera (11,3-6) non sono i Dodici ma quegli
apostoli missionari itineranti cristiani e anzi il suo autore sarebbe uno di questi. Dunque, “Dottrina dei
dodici apostoli” sarebbe uno sviluppo secondario teso a dare copertura apostolica a quella che in tal
modo diviene una costituzione ecclesiastica. Visonà, op.cit., 27
5
Milavec (2004), op.cit., pp. ix-x
6
Moreschini-Norelli, op.cit., 192

1
e Clemente Alessandrino, intorno al 200 d.C., pareva citasse addirittura come
Scrittura, ma che da allora si era volatilizzata7.
Solo una copia della Didachè si è salvata dal consumo del tempo. Dal
quarto secolo l’uso della Didachè era abbandonato e sostituito dai moderni
manoscritti della chiesa. Inoltre, quando la Didachè ha fallito per vincere il
supporto necessario per includersi nel canone universale delle scritture, era già
predestinata all’oblio. Anche nel 1873, questo che all’ inizio ha visto Bryennios
non era la Didachè ma una versione molto antica dell’Epistola di Barnabas. Nel
1875 Bryennios ha pubblicato l’epistola di Barnaba e in questa pubblicazione
ha inserito gli altri titoli del codice scoperto. Nessuno ha dato subito attenzione
alla Didachè e mentre la Didachè era sotto il naso degli studiosi, tutti hanno
fallito di capire cos’era perchè non lo cercavano.
Nel 1882, Krawutzeky inavvertitamente ha ricostruito il primo 45 percento
della Didachè con grande accuratezza. Dopo un’anno, quando Bryennios
finalmente ha pubblicato la Didachè, gli studiosi hanno tifato per questo
scoperto8. Didachè da subito fù classificata come il prototipo del genere
letterario della “Costituzione ecclesiastica” o “Ordinamento ecclesiastico” 9.
Purtroppo, la natura enigmatica della Didachè ha offerto più confusione che
assistenza alla ricostruzione della Chiesa apostolica e postapostolica 10.
L’argomento che era nato subito era se la Didachè è un documento ufficiale
della comunità (prospettiva massimalista) o è soltanto un scritto privato
(prospettiva minimalista)? Ma dietro questo argomento ce n’era un altro più
serio: La Didachè è veramente quello che appare (un’opera primaria) o è
construzione secondaria per apparire quello che non è? Chi affronta la Didachè
nella prospettiva massimalista, si ritiene autorizzato a trovarvi a tutti gli effetti
l’impianto complessivo di una primitiva comunità christiana. Chi invece adotta
la minimalista, non trarrà conclusioni generali e definitive perchè ha solo degli
squarci parziali e frammentari. La Didachè non intenderebbe parlarci della
gestione ordinaria della comunità11.
Ma cos’ era la Didachè? Non era un vangelo. E sicuramente non era una
lettera. Secondo Milavec era un documento anonimo che era delle comunità
diverse dei padroni che avevavo preso un modo di vivere rivelato da Gesù.
All’inizio era compilato oralmente ed era circolato dalle labbra dei membri
della communità12. Poi un’occasione ha portato la necessità di essere scritto. Da
questo momento è un programma organizzato che era usato dal mentore per
educare i pagani convertiti a vivere nella via della vita.
Non si può immaginare che questa educazione era una ripetizione esatta
delle parole del mentore. Piuttosto il mentore entrava in campo per delle
occasioni particolari, le forze, le debolezze e le paure dei nuovi membri per
fargli assimilare non solo le parole ma anche i significati della Via della Vita13.

7
Visonà, op.cit., 13
8
Milavec (2004), op.cit., pp. 4-5
9
Visonà, op.cit., 14
10
Jefford C.N., The sayings of Jesus in the teaching of the twelve apostles, Brill, 1989, pp. 1-2
11
Visonà, op.cit., pp. 31-33
12
Milavec (2004), op.cit., pp. ix-x
13
Op.cit., 87

2
Dunque, la Didachè sarebbe stata lo statuto, la regola della Chiesa primitiva
che ci porta per la prima volta dietro il velo di quella istituzionalizzazione
ecclesiastica14 che nel corso del II secolo aveva trasformato il cristianesimo in
una istituzione gerarchicamente ordinata15. Direttamente o indirettamente
allora, la Didachè affonda le radici negli strati più profondi delle origini
cristiane, laddove è ancora viva e fluida la tradizione su Gesù, è ancora vitale il
legame con la spiritualità, l’etica e la liturgia giudaica, e dove ancora risuona
l’eco diretto dell’eucharistia protocristiana e dell’annuncio ispirato dei profeti
cristiani16.
Nessuno oggi dubita che molte delle tradizioni che costituiscono il substrato
della Didachè provengano dal giudaismo17, ma il problema è determinare la
cifra esatta di questa relazione18. Ed accanto alle ricerche e la produzione
letteraria sopra questo documento protocristiano, l’enigma della Didachè
rimane, quanto alla data, l’autore-editore dello scritto, l’uditorio per cui il
documento era scritto, la tradizione liturgica che contiene, le fonti, le
prospettive teologiche, la ecclesiologia e la funzione intendente del testo.

CONTENUTO DELLA DIDACHÉ:

Didachè è una compilazione anonima di materiali etici, liturgici, disciplinari


e apocalittici provenienti da tradizioni antecedenti. Un autore-redattore (il
didachista) compone la Didachè sulla base di nuclei di tradizione
corrispondenti alle sezioni seguenti: catechetico-morale, liturgica, disciplinare,
escatologica19. All’inizio l’ordine della materia può sembrare anormale e
confusa. Dopo attenta osservazione però, si può trovare un programma
organizzato che si usa per la formazione di un pagano convertito. Quindi, nulla
viene tanto presto e nulla viene tanto tardi. Tutto viene nel giusto momento 20.
Milavec non soltanto crede che i punti testuali e contestuali della Didachè
mostra l’unità organica del documento dall’inizio alla fine21, ma anche crede
che viene da un periodo prima che i vangeli erano scritti ed avevano vinto

14
Niederwimmer crede che il compilatore della Didachè probabilmente era un vescovo rispettabile ed
influente che cerca di conservare dei canoni arcaici e nello stesso momento cerca di accomodare questi
nel suo ambiente (all’inizio del secondo secolo). Milavec (2004), op.cit., xix
15
Visonà. Op.cit., 15
16
Op.cit., 24
17
Quando parliamo di appropriazione o utilizzazione di un trattato giudaico da parte dei cristiani, non
dobbiamo rappresentarci un’operazione estrinseca, un passaggio da una sfera religiosa a un’altra, in cui
“giudaico” significa “non cristiano”. É più esatto dire che la tradizione giudaica perdura in ambiente
cristiano. Op.cit., 68
18
Per la relazione fra Didachè è Giudaismo, cfr. Del Verme M., Didache and Judaism. Jewish Roots of
an Ancient Christian-Jewish Work, Continuum International Publishing Group, 2004
19
Visonà, op.cit., 36
20
Milavec (2004), op.cit., pp. x-xi
21
Mentre riconosce che ha fallito ogni sforzo per risolvere l’enigma della Didache, a proposito di dove
le fonti finiscono e la composizione dell’autore inizia. Milavec A., The Didache. Faith, Hope and Life
of the Earliest Christian Communities, 50-70 C.E., Paulist Press, 2003, p. xvi

3
l’accettazione generale. Ma l’ipotesi più accettata è che la Didachè era stata
creata gradualmente, ed il compilatore ha raccolto insieme pre-esistenti
documenti con solo una minima compilazione. Ma il risultato era un’unità
meravigliosa dall’inizio alla fine che nessuno aveva notato22.
Ci sono sei sezioni primari23:
i. Le Due Vie ( 1-3a, 2,2-6,1a)
ii. Il decreto apostolico (6,1b – 3)
iii. La sezione liturgica (7,1 – 10,6)
iv. Le regole della communità (11,1 – 15,4)
v. L’apocalisse (16,1 – 8)
vi. L’inserzione dei detti (1,3b – 2,1)
I capitoli 1-5 (e 16?) probabilmente riflettono la forma anteriore della
Didachè (cioe la fonte delle due vie), dove i capitoli 6-15 erano aggiunti
susseguentemente. Il motivo delle due vie non è un prodotto di una redazione
posteriore, perchè i redattori posteriori sembrano interessati ad argomenti
liturgici ed ecclesiologici e perchè la struttura dei cc. 1-5 è dipendente dalla
fonte delle due vie che non è appuntata ai cc. 6-1524.
Il manuale catechetico-morale che occupa i primi 5 capitoli (trattato delle
Due Vie) preesisteva alla Didachè e, nella forma in cui l’ha conosciuto il
didachista, esso aveva già il titolo di “Didachè (degli apostoli?)”25. Studiosi
tradizionali hanno ipotizzato che la presenza dei detti delle Due Vie in Did. 1,1
significa che i cc. 1-5 erano usati dalla chiesa primitiva come un testo per
istruzioni catechetici prima del battesimo. Ma questo non indica
necessariamente che il testo originale era costruito per questo proposito. Questi
detti devono essere aggiunti dopo per dare ai cc. 1,1 – 6,1a una forma più utile
per istruzioni catechetici26.
Ci sono due vie. La via della vita e la via del morte. La via della vita è
definita subito (1,2), ma si deve passare fra quattro capitoli prima che la via del
morte è definita (5,1-12). La Didachè definisce la via della vita usando due
definizioni27. Il primo dice positivamente cosa si deve fare e il secondo
negativamente cosa non si deve fare. Il primo riassume la relazione con Dio e il
secondo la relazione col vicino28.
Per la sezione “Due vie” il compilatore della Didachè pare chiaro che ha
utilizzato una fonte scritta. Ecco perchè da subito sono emersi nell’antica
letteratura cristiana numerosi testi paralleli sulle due vie. I più importanti sono i
cc. 18-20 dell’Epistola di Barnaba29, una Doctrina apostolorum latina, i cc. 4-
22
Milavec (2004), op.cit., p. xiii
23
Jefford (1989), op.cit., 21
24
Op.cit., 23
25
Una versione latina delle Due Vie è stata tramandata dai due codici che l’hanno conservata col titolo
di Doctrina apostolorum. Anche la sezione dell’Epistola di Barnaba (cc.18-20) che ha a sua volta
utilizzato un trattato Due Vie (e non la Didachè) è introdotta con l’espressione “via della didachè”.
Visonà, op.cit., 28
26
Jefford (1989), op.cit., 24, n.4
27
Il fatto che queste due vie si definiscono bene significa che devono essere familiari agli uditori
giudei. Cfr. gli esempi delle Due Vie offerti da Milavec (2004), op.cit., 45.
28
Op.cit., pp. 44-46
29
Il passaggio 18,1 della lettera di Barnaba è l’inizio di una versione del trattato delle “Due Vie” (altra
forma). Si tratta probabilmente di riprese di un perduto trattato d’etica giudaica, che presentava affinità

4
13 di una Costituzione ecclesiastica degli apostoli e una Epitome dei canoni dei
santi apostoli. Degli studiosi vedono in EpBarn la fonte della Didachè e in
Doctrina la versione latina dei primi capitoli della Didachè medesima. Infatti,
in EpBarn il materiale sulle due vie si presenta in maniera meno organizzata
che nella Didachè, cui, invece, la Doctrina rimane strettamente aderente. Va
escluso che fra i tre testi vi sia diretta interdipendenza30.
Gli accenti di EpBarn e della Doctrina sono del massimo interesse perchè
rilevano nelle Due vie una prospettiva dualistica, cosmologica ed escatologica,
altrimenti assente in Didachè31, che adotta un taglio esclusivamente etico-
didattico32. Il compilatore delle Due vie in Didachè ha ridotto il dualismo
cosmico della tradizione delle due vie e probabilmente ha assimilato
l’introduzione alla lingua di Ger.21,8: “ἰδού ἐγώ δέδωκα προ προσώπου ὑμῶν
τὴν ὁδόν τῆς ζωῆς και τὴν ὁδόν τοῦ θανάτου”33.
Ma non è lo Pseudo-Barnaba l’iniziatore del genere «due vie», nè Doctrina
è un estratto di Did. 1-634. Ma tutti e tre i testimoni risalgono, per canali diversi,
proseliti, un manuale d’istruzione etica fatto proprio dai cristiani35. Un autore
cristiano allora ha adattato il trattato delle due vie, cristianizzandolo in
particolare mediante l’aggiunto 7-10, dove ha raccolto materiale liturgico molto
antico. Ha poi fatto seguire i cc. 11-16. All’interno della sezione disciplinare,
però, sembra necessario distinguere strati diversi, corrispondenti a differenti
fasi di evoluzione dei ministeri36.
Un grande problema è questo della relazione della Didachè con la
tradizione sinottica che si causa dalla sezione Did. 1,3b-6 indicata dagli
studiosi come sezione evangelica. Audet, Glover e Mees hanno sostenuto che la
sezione evangelica non dipende direttamente dai Sinottici, ma il nostro
compilatore ha attinto a una fonte diversa. Draper37 ipotizza un accesso diretto
della Didachè al materiale Q38. Per degli altri studiosi questa inserzione non

con la dottrina qumranica dei due spiriti di verità e di perversione costituiti da Dio sul mondo.
Moreschini-Norelli, op.cit., 189
30
Visonà, op.cit., pp. 55-58
31
Secondo Jefford, l’assenza degli elementi della cosmologia dualistica e della angelologia dalla
Didachè 1-6 sia è un risulto dello sviluppo della trasmissione testuale sia un’azione intenzionale del
Didachista per dare al Did. 1,1 un tono etico. Jefford (1989), op.cit., 27
32
Visonà, op.cit., 61
33
Jefford C.N., The Didache in Context. Essays on its Text, History and Transmission, Brill, 1995,
p.93
34
Tutti gli elementi che compongono l’asserzione programmatica in Did. 1,2 sono di provenienza
giudaica, ma si vede un adattamento propriamente cristiano. In effetti, l’associazione di amore a Dio e
amore al prossimo riflette l’insegnamento morale di circoli pii giudaici fondato sui principi basilari del
pensiero giudaico, ma non con l’esplicito richiamo a Dt 6,5 e Lv 19,8 e senza numerazione ordinale,
elementi che invece troviamo nei vangeli Sinottici. Anche all’epilogo (Did. 4,12-14), nell’ultima
espressione affiora una formula tipicamente deuteronomistica (ho areston to kyrio). Essa mostra ancora
una volta di dipendere direttamente dalle matrice originaria giudaica e non dalle sue condificazioni
cristiane. Visonà, op.cit., pp. 73-87
35
Op.cit., 68
36
Moreschini-Norelli, op.cit., 195
37
Per il pensiero di Draper sulla Didachè crf. Draper J., The “Didache” in Modern Research, Brill,
1996
38
Visonà, op.cit., 96

5
rientra nell’attività redazionale del didachista, ma è una interpolazione
successiva39.
La sezione evangelica ( e quindi l’insieme delle Due vie in cui è inserita) è
espresione di un’età e di un ambiente in cui la tradizione dei detti del signore è
ancora fluida e non percepita come alternativa a un’etica giudaica, ma
armonizzata con l’osservaza della legge. Si tratta evidentemente di
un’ambiente giudeo-cristiano. Questa sezione non esprime una spiritualità
prettamente cristiana ed evangelica superiore all’etica legalistica giudaica delle
Due vie, bensì rimane nel solco di una spiritualità giudaica e in essa
ricomprenda la tradizione dei detti di Gesù40.
Il punto difficile nel c. 6 è al concetto di “giogo del Signore”. Le
intrepretazioni della critica si distribuiscono variamente tra due poli, che vanno
da una spiegazione interamente ancorata al giudaismo a una prettamente
cristiana, avendo come termine di riferimento i contesti, per molti versi affini,
del proselitismo giudaico e della missione cristiana.
Jefford, Draper e Mitchell hanno variamente ripreso una linea interpretativa
che vede sullo sfondo di Did. 6 un’ambiente ancora più giudaico che cristiano.
Per loro, “il giogo del Signore” continua a essere “il giogo della legge”. Ma la
comunità della Didachè non è quella voluta da Mitchell, tutta arroccata nella
difesa della legge e sdegnosa nei confronti dei pagani, relegati a fedeli di rango
inferiore. Il problema dei convertiti pagani appare essere in primo piano ed è
probabilmente quello che ha ispirato la formula di 6,2-3.
Rordorf ha illustrato bene come le Due vie codificato nella Didachè ha
senso come catechesi prebattesimale solo in quanto rivolto a convertiti
provenuti dal paganesimo e non dal giudaismo. Quindi, non c’è dubbio che l’
espressione “giogo del Signore” alluda originariamente alla legge mosaica, ma
è anche certo che nell’ ambiente dei destinatari della Didachè doveva essere
recepito già con risonanza cristiana41.
Con il capitolo 7 si apre una sezione fortemente unitaria, incentrata sui
rituali del battesimo e dell’eucaristia (9-10) e pertanto comunemente definita
liturgica. Al capitolo 8 la sezione si occupa anche del digiuno e della preghiera,
ma si tratta di temi che sono indotti in diretta dipendenza dall’evocazione del
digiuno prebattesimale (7,4) e che comunque sono strettamente conessi con la
vita culturale della comunità42.
Rimane il problema dei silenzi di Did. 7, in cui non appare nessuna
relazione con l’azione salvifica di Cristo in generale e tantomeno con la sua
morte. Non si accenna anche al valore e agli effetti del battesimo nè si chiarisce
quale rapporto abbia, se ne ha, con il dono dello Spirito. Nonpertanto, non è
corretto concludere che tutto quello che non c’è nel testo non fa parte del
39
Op.cit., 35
40
Op.cit., pp. 118-121
41
Op.cit., pp. 122-131
42
Se la sezione si apre con 6,3 (in cui l’indicazione per le norme alimentari è introdotta già dalla
formula “peri de”) e non con 7,1, si può pensare che originariamente l’indicazione relativa alle norme
alimentari e agli idolotiti fosse connessa con le condizioni di purità ritenute necessarie per accedere al
culto comune e consentire contatti non impuri tra giudeocristiani e convertiti pagani. Questa
problematica doveva essere molto sentita nel giudaismo del I secolo in raporto alla condivisione della
mensa con i gentili. Op.cit., 134

6
bagaglio teologico e liturgico del didachista e del suo ambiente. Bisogna tenere
presente il genere letterario, che fa della Didachè non uno scritto teologico, che
cerchi e spieghi la natura profonda degli elementi considerati, ma un manuale
pratico di direttive etiche, liturgiche e istituzionali43.
É certo che il didachista ha utilizzato per questa parte liturgica materiali
antecedenti, fonti probabilmente scritte, magari un vero e proprio manuale
liturgico. Questo ripropone i dilemmi di fondo della Didachè, ovvero la
possibilità di una stratificazione del testo e di un doppio livello cronologico fra
fonti e redazione, che rende incerta ogni ipotesi di datazione44.
Un elemento molto importante è la formula trinitaria in 7,1, che trova esatta
corrispondenza nel celebre finale di Matteo (Mt 28,19). Impregiudicata rimane
la questione di una dipendenza o autonomia o anteriorità rispetto a questa
citazione, mentre non si può non rilevare che Matteo e Didachè costituiscono le
due più antiche attestazioni di una siffatta trafizione liturgica che trova qui
un’ulteriore elemento per una sua collocazione nell’area antiochena del I sec45.
Anche la vicinanza del capitolo Did.8 alla Mt 6,5 6,9-13 e 6,16 ripropone il
problema della dipendenza o meno della Didachè dal Vangelo di Matteo. La
recensione del Padre Nostro è strettamente aderente a quella del Vangelo di
Matteo, se non per alcune minime divergenze. C’è anche la stessa formula
introduttiva “pregate cosi”46.
Norelli dice che la versione del Padre nostro probabilmente non deriva dal
vangelo di Matteo, ma dalla tradizione liturgica47. Anche Wengst ipotizza che il
luogo di questa tradizione è la liturgia e la prassi della comunità, come rivelano
la dossologia e la triplica recita quotidiana. C’è quindi una spiegazione
allternativa riguardo alla stretta vicinanza tra Matteo e la Didachè, ed è che
entrambi riflettano la prassi liturgica del medesimo ambiente48 e attingano a
quei materiali che Matteo mostra di non avere in comune con gli altri Sinottici,
ovvero materiali presumibilmente di ambiente antiocheno49.
Con i capitoli 9 e 10 tocchiamo uno dei punti nevralgici della Didachè:
l’eucaristia dei cristiani. La Didachè ci trasmette i più antichi formulari liturgici
relativi a un pasto rituale cristiano, nei quali è forse possibile vedere l’origine
dell’anafora, cioè della preghiera eucaristica quale verrà codificata nelle
diverse famiglie liturgiche.
Fra i studiosi c’è il dilemma se l’eucaristia che si presenta in Didachè è una
eucaristia in senso forte e già sulla linea sacramentale, o è semplicemente un
pasto fraterno (agape). Ma se è soltanto un pasto fraterno, perchè la Didachè vi
si dilunga e non ci dice nulla dell’eucaristia? Se invece questa è propriamente
l’eucaristia, come si può spiegare l’assenza di qualsivoglia memoria della cena
di Gesù e di radicamento cristocentrico?

43
Op.cit., pp. 143-144
44
Op.cit. 134
45
Op.cit., pp. 140-143
46
Op.cit., pp. 153-154
47
Moreschini-Norelli, op.cit., 194
48
L’eucaristia della Didachè rappresenta una situazione anteriore a 1Cor 10, in un quadro rituale che
appare già in crisi in 1Cor 11. Visonà, op.cit., 171
49
Op.cit., 154

7
Per Visonà è a tutti gli effetti una eucaristia, nella fase in cui essa è ancora
una ripetizione della cena di Gesù e non già la sua commemorazione. Perchè,
dopo che si è pronunciata l’eucaristia sul calice e sul pane spezzato, dopo che si
è ringraziato per il cibo e la bevanda spirituali dati per mezzo di Gesù, che cosa
resta ancora da fare dopo 10,650?
Di seguito a Did.10,7 il frammento della versione copta della Didachè
riporta un’ulteriore azione di grazie che è attestata nella stessa posizione anche
dalle Costituzioni apostoliche, ponendo perciò seriamente il problema di una
sua autenticità. Le Costituzioni apostoliche chiamano l’oggetto dell’orazione
myron, che significa “unguento”, e si dà normalmente questo significato anche
al termine stinoufi che appare nel testo copto51. Noi seguiamo la recensione del
codice H, che non ha la preghiera, perchè la preghiera medesima non è un
prodotto delle Costituzioni apostoliche, ma risale a uno stadio più antico,
conservato anche dal testo copto, la cui recensione è stata di recente
sostanziosamente rivalutata52.
Con il capitolo 11 inizia la parte della Didachè che più propriamente viene
definita “ordinamento ecclesiastico” e che comprende istruzioni sul ministero
di apostoli e profeti (11), sull’accoglienza dei forestieri (12), sul trattamento dei
profeti e dei maestri e sull’offerta delle primizi e (13), sulla liturgia domenicale
(14), sull’elezione di vescovi e diaconi e sui rapporti tra i membri della
comunità (15)53.
La situazione presupposta nel c.11 sembra la più antica: i soli ministeri sono
gli apostoli e profeti itineranti. Le comunità di cristiani sedentari dovettero
presto affrontare l’esigenza di distinguere i veri profeti e missionari da quanti
cercavano di vivere alle spalle delle comunità. I cc.12-15 affrontano invece un
problema ulteriore, quello di coloro che intendono venire a stabilirsi nella
comunità. Siamo in una fase in cui ministeri stabili si sostituiscono alla triade
apostoli-profeti-dottori,attestata già alla metà del I secolo nelle comunità
paoline, sul modello probabilmente della comunità ellenistica di Antiochia54.
Secondo molti commentatori, dietro la struttura ecclesiastica evidenziata da
questi capitoli si cela il profilo del didachista stesso, che sarebbe una delle
figure carismatiche che paiono al centro di questa ecclesiologia55.
I capitoli 14 e 15 non possono essere attribuiti allo stesso autore dei capitoli
11-13, perchè in Did.14 si torna sulla liturgia eucaristica e perchè Did.15 parla
dell’elezione di una gerarchia residente (vescovi e diaconi)56 di contro a una
50
Op.cit., pp. 155-173
51
Cosi suona: «Riguardo alla parola per l’olio profumato, rendete grazie dicendo: Noi ti rendiamo
grazie, Padre, per l’olio profumato che ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù tuo Figlio. A te la
gloria nei secoli. Amen».
52
Op.cit., pp. 189-191
53
Questa dovrebbe essere la sezione che più direttamente ci riporta alla situazione del momento
redazionale della Didachè, ma rimane sempre il problema di distinguere quali siano i materiali
antecedenti, in che cosa il didachista li abbia modificati, quali elementi invece siano introdotti ex novo.
Op.cit., 194
54
Moreschini-Norelli, op.cit., 195
55
Visonà, op.cit., 194
56
La Didachè sarebbe testimone di una Chiesa che ha come guida spirituale la triade apostoli-profeti-
maestri (Parlando di apostoli, profeti e maestri la Didachè si riferisce a categorie di persone diverse.
Pseudoprophetes invece non è l’opposito di “profeta” ma è una categoria a sè, che designa chiunque, a

8
struttura ecclesiale fondata su ministeri carismatici itineranti57 quale
comunemente si ravissa in Did. 11-1358. Quanto al silenzio sui presbiteri, pare
che la posizione della Didachè semplicemente si spieghi col fatto che quello di
presbitero non è ancora un ufficio ecclesiastico e quindi non è una carica
elettiva, come invece quella di vescovo e diacono. I presbiteri sono ancora solo
“gli anziani” della comunità59.
La struttura ecclesiale della Didachè allora è pre-ignaziana60: conosce una
nozione di apostolo non ancora fagocitata dall’applicazione esclusiva ai
Dodici, apprezza il ministero spirituale del profeta, mentre non conosce il
presbitero come ufficio ecclesiastico ordinato e sopratutto non conosce il
monoepiscopato ne i suoi vescovi mostrano i tratti di quella centralità assoluta61
che assumeranno nel corso del II secolo62.
La Didachè si chiude con gli accenti fortemente escatologici del capitolo
finale63, che comprende una breve parenesi (1-2) e una piccola apocalisse (3-8).
Il c. 16,3-8 contiene un insegnamento sugli ultimi tempi che presenta affinità
con il materiale proprio a Matteo nella sua versione del discorso escatologico
di Gesù (Mt 24,10-12,30), riproponendo con forza il problema del rapporto con
i vangeli Sinottici64.
L’opinione tradizionale semplicemente vedeva nella Didachè una
rielaborazione di Mt 24. Il rovesciamento di posizioni portato dagli studi di
Audet, Glover e Köster, che hanno inteso mostrare che la Didachè non dipende
dai Sinottici, ha riguardato anche il c.1665. L’ipotesi tuttora più verosimile però
è che l’apocalisse di Did.16 non sia un rimaneggiamento di Mt.24, ma
provenga dal medesimo alveo di tradizione cui ha attinto il Vangelo di Matteo,
ovvero l’ambiente giudeocristiano antiocheno66, portandoci a diretto contatto
con la fede e il culto della prima generazione cristiana67.

qualunque titolo, millanti una legittimazione divina per ciò che dice o fa. Op.cit., p.204). Mentre d’altra
parte l’integrazione dei capitoli 14-15 rivelerebbe l’affacciarsi di quelle strutture di una Chiesa
residente che di lì a poco avrebbero soppiantato la prima spontanea missione itinerante, non più
funzionale a un cristianesimo sempre più diffusamente insediato nei principali centri abitati. Op.cit.,
pp. 197-198
57
Per gli itineranti cfr. Jefford (1995), op.cit., pp.328-329
58
Visonà, op.cit., 195
59
Visonà, op.cit., pp. 212-213
60
Nelle sue lettere Ignazio di Antiochia difende strenuamente un’ecclesiologia dell’unità che ha la sua
rappresentazione nell’ unico vescovo che presiede il collegio dei presbiteri e ha come “compagni di
servizio” i diaconi (Ai Filadelfiesi 7,1).
61
Il testo non autorizza a pensare che l’istituto dei vescovi e dei diaconi non fosse già in uso. Piuttosto,
il dato significativo è che la Didachè deve fornire loro il suo appoggio, in un contesto che sottintende
un paragone chiaramente sfavorevole con i profeti e i maestri. Visonà, op.cit., 211. Quindi, il Did.15,1b
non significa che i vescovi sostituiscono i profeti (come Rordorf e Niederwimmer propongono), ma
che i vescovi meritano onore, come i profeti, perchè operano un servizio publico senza paga. Milavec
(2003), op.cit., 596
62
Visonà, op.cit., 217
63
Per alcuni il capitolo si ricollega all’ istruzione sulle Due Vie, per cui il suo messaggio andrebbe
declinato in chiave morale più che escatologico. Op.cit., pp. 230-231
64
Moreschini-Norelli, op.cit., pp. 195-196
65
Visonà, op.cit., 241
66
Op.cit., 245
67
Op.cit., 255

9
Il testo della Didachè (Codice H) s’interrompe bruscamente68 a due terzi del
foglio 80v e la parte sottostante è lasciata in bianco, mentre l’opera successiva
comincia col nuovo foglio, contro l’abitudine del copista, che trascrive le varie
opere senza saltare nemmeno una riga. Questo significa che in qualche modo
sapeva che il testo era mutilo e sperava di potere recuperare e aggiungere la
parte mancante, che certamente era molto breve69.

DIPENDENZA DELLA DIDACHÉ DAI VANGELI SINOTTICI:

I studiosi hanno provato a identificare la relazione fra i vangeli Sinottici


con i detti di Gesù che sono riflessi nei cc. 1-5 e 16 della Didachè. Molti di loro
hanno pensato che la data dei detti e la provenienza della comunità da dove
viene il testo, si possano essere ipotizzati dalla materia che appare nei capitoli
7-15. Questo modo di pensare però è sbagliato perchè non prende in
considerazione che questi detti devono essere i sezioni più antichi del testo 70.
In seguito a questo pensiero sbagliato la Didachè era considerata una
citazione sia del vangelo di Matteo sia di una combinazione delle tradizioni di
Matteo e di Luca. Per ciò è ipotizzato che la data della composizione dopo l’80
ed il materiale sinottico può essere usato per interpretare e capire la Didachè 71.
Per Jefford la Didachè è più verosimile che dipende dai fonti
anticotestamentari che dal vangelo di Matteo o da Q72. Per lui la Didachè evoca
un’ambiente cristiano fortemente connotato in senso giudaico. Questa comunità
giudeocristiana si apre ai pagano-cristiani, modificandosi in senso ellenistico e
acquisendo tradizioni e materiali sulla cui base allestisce un vangelo (Matteo).
Ma alla fine la normatività del genere “vangelo” mette in ombra il manuale e
quindi la Didachè73.
Secondo Draper, la Didachè è la regola della comunità di Matteo. Saremmo
in quel triangolo Paolo-Antiochia-Gerusalemme. Antiochia è al centro di
controversie che hanno come perno l’osservanza della legge mosaica (Torah) e
68
Il testo si interrompe bruscamente, ma sicuramente l’opera si concludeva a breve, come mostrano
CostAp 7,32,4-5, che così concludono: «(Allora verrà il Signore e tutti i santi con lui in un terremoto
sopra le nubi del cielo) con gli angeli della sua potenza sul trono del regno, a giudicare il diavolo
sevagi se ne andranno al castigo eterno, mentre i giusti entreranno nella vita eterna ereditando ciò che
occhio non vide e orecchio non udì nè mai è salito nel cuore dell’uomo, cose che Dio ha preparato per
coloro che lo amano, ed essi gioiranno nel regno di Dio in Cristo Gesù». Non si può escludere che le
Costituzioni non lavorino anche qui sul tracciato della Didachè, mentre va escluso che questa sia il
finale stesso dell’opera. Anche in questo caso l’edizione Wengst ha compiuto una scelta di rottura,
completando il testo della Didachè con una breve integrazione, che è poi la parte che la presunta
versione georgiana e le Costituzioni hanno in comune (“...a rendere a ciascuno secondo la sua
condotta”). Non è un problema ipotizzare che questa frase possa racchiudere il nocciolo della
conclusione della Didachè, ma la scelta di farla salire nel testo va al di là di quanto i dati consentano.
Op.cit., 357, n.15
69
Op.cit., pp. 259-260
70
Jefford (1989), op.cit., pp. 2-4
71
Milavec (2004), op.cit., xiii
72
Jefford (1989), op.cit., 29
73
Visonà, op.cit., pp. 46-47

10
le norme alimentari e che coinvolgono Paolo, Pietro e il gruppo di Giacomo. In
questa dialettica, la Didachè reppresentarebbe l’ala giudaizzante e antipaolina,
schierata a difesa di una fedeltà integrale alla legge e alla sue osservanze.
Come riguarda la relazione della Didachè col vangelo di Matteo, Drapper
interpreta questi due testi come due generi distinti (regola e vangelo) che
stanno non in raporto di dipendenza letteraria ma in relazione dialettica
reciproca, influenzando l’uno lo sviluppo dell’altro. Alla fine il genere vangelo
esautora la regola lasciandola ai margini senza l’autorità di Scrittura74.
Il quadro delineato da Draper e Jefford giunge a prospettare alle radici della
Didachè un cristianesimo che non è ancora propriamente cristianesimo, quanto
piuttosto un giudaismo alla maniera di Gesù attaccato alla Torah. Ma come mai
in una siffatta comunità non si parla di circoncisione e di Sabato? E perchè non
si avverte il minimo eco della distruzione di Gerusalemme e del tempio?75
Secondo Tuckett, la Didachè non è una citazione esatta della tradizione
sinottica, ma la usa in un modo più libero. Perciò i disaccordi con questa non
significano che la Didachè non conosce i vangeli76. Nello stesso modo di
pensare si muove anche Dehandschutter che difende che non c’è niente che
esclude la conoscenza di un vangelo scritto dalla comunità77.
Milavec e Rordorf invece sono arrivati presto nella conclusione che la
Didachè può essere stata creata senza qualche dipendenza dai vangeli sinottici.
Perciò, i vangeli possono offrire un contrasto o una comparazione ma non
possono essere stati usati per darci informazioni per la didachista78. Rordorf
anzi mette la data della Didachè prima della composizione del vangelo di
Matteo (70-80d.C)79.
Si ammette oggi che la Didachè non dipende da alcuno degli scritti confluiti
N.T. I contatti con il vangelo di Matteo sono numerosi, ma la soluzione più
verosimile è la dipendenza da una tradizione comune. Quanto al luogo
d’origine, si dovrà pensare alla Siria occidentale, perchè è qui che abbiamo
attestazioni sui ministeri carismatici itineranti e sui problemi di accoglienza
nella comunità, in forme analoghe a quelle della Didachè80.
Il prof. Pesce Mauro nel suo libro “Le parole dimanticate di Gesù” dice:
“La ricerca recente ha riconosciuto che la Didachè trasmette molti detti di Gesù
in una forma indipendente da quella dei vangeli sinottici81” e poi “Didachè e
Matteo dipendono dallo stesso testo che anche Luca probabilmente conosceva
e che modificò sostituendo «legenti» con «peccatori», perche non condivideva
un atteggiamento anti-etnico82”.
La Didachè dunque non vive all’ombra dell’autorità di una Scrittura. Ha
materiali in comune con i Sinottici, ma non cita i vangeli. Non conosce
Giovanni nè il corpus paolino nè gli altri scritti del Nuovo Testamento. Suo
74
Op.cit., pp. 44-46
75
Op.cit., pp. 49-51
76
Jefford (1995), op.cit., 182
77
Op.cit., 46
78
Milavec (2004), op.cit., pp. xiii-xiv
79
Milavec (2003), op.cit., xxxi
80
Moreschini-Norelli, op.cit., 196
81
Pesce M., Le parole dimenticate di Gesù, Fondazione Lorenzo Valla:A.Mondadori, 2004, p.591
82
Op.cit., 593

11
riferimento è il vangelo come tradizione di detti del Signore, tradizione che
appare ancora fluida e vitale83.

RICERCA MODERNA:

In questo punto è conveniente esaminare alcuni tentativi precedenti per


risolvere l’enigma della didachè. Questi tentativi possono essere sistemati in trè
scuole di pensiero, secondo la lingua dei ricercatori, il francese, il tedesco e
l’anglosassone84.
Fra queste, le teorie più influenzanti sono le seguenti:

 Paul Sabatier ha sostenuto la tesi che la Didachè era composta in Siria


nella metà del primo secolo (a causa della tradizione catechetica, i
semplici riti, le aspettazioni escatologiche, il carattere giudaico del
documento). Secondo lui, la Didachè è venuta come risposta alla necessità
di un’educazione pratico, prima la composizione dei vangeli Sinottici e le
lettere di Paolo.
 Edouard Massaux ha concluso che la Didachè dev’essere considerata
come un documento apologetico dall’epoca di Giustino. Questo
documento dev’essere costruito come un ricapitolazione catechetico del
testo di Matteo.
 J.P.Audet riporta il grosso della composizione in età apostolica, tra il 50 e
il 70 d.C., ma la distribuisce in quattro livelli redazionali: un missionario
itinerante avrebbe composto il primo nucleo fino a 11,2. Poco dopo lo
stesso autore avrebbe completato lo scritto con la sezione 11,3-16,8. Un
interpolatore avrebbe poi (ma sempre in età arcaica) inserito alcune
integrazioni. Infine (in un epoca non precisabile) un ultimo revisore
avrebbe introdotto alcune glosse nel testo. Per Audet, i paralleli dei detti
con il vangelo di Matteo indicano che i due scritti vengono dallo stesso
milieu, la regione di Antiochia.
 Nautin difese l’unità di composizione della Didachè, ribadendo la
paternità di un unico e medesimo autore, che ha trovato un breve trattato
sulle Due Vie e l’ha completato ai fini delle comunità che conosceva.
 Rordorf e Tuilier, concludono come Audet che la composizione della
Didachè dev’essere fatta nel primo secolo. Mentre mantenevano l’unità di
composizione per i primi 13 capitoli, attribuivano a un diverso autore i cc.
14-15. Questa seconda fase veniva situata entro il I sec. (verso le fine),
mentre il corpo della Didachè (1-13) risultava naturalmente ancora più
antico e assegnato a un ambiente giudeocristiano della Siria occidentale
(accordo con l’aspetto generale della scuola di pensiero francese).
 Secondo la teoria della finzione nel ambiente anglosassone, riteneva la
Didachè una tarda simulazione con una finta patina apostolica. Per questa
83
Visonà, op.cit., pp. 253-254
84
Per le trè scuole di pensiero, cfr. Jefford (1989), op.cit., pp.3-17

12
scuola, l’opera poteva risalire al tardo II secolo. Oggi la critica è
d’accordo su l’abbandono della Fiktionshypothese.
 In contrasto a questa teoria, all’inizio del ventesimo secolo, J.B.Lightfoot
ha postato la Didachè all’inizio del secondo secolo perchè ha percepito
che non c’è un sacerdozio localizato permanentemente, che l’episcopato
non è universale, che le agape erano ancora parte dell’eucaristia e che gli
ammonizioni nel testo rivelano una semplità arcaica. Per lui, il testo
probabilmente viene da Siria o Palestina.
 Nel 1958, Richard Glover ha determinato che la didachista non era
dipendente dal vangelo di Matteo, nè dal vangelo di Luca, ma invece, ha
preso dalle fonti che erano state usate da questi vangeli. Precisamente
Glover ha sostenuto che il didachista ha usato la fonte Q per i detti nella
Didachè, una fonte che si può trovare anche in Giustino.
 Adolf Harnack ha datato la Didachè fra 120-165, una data che cade un po’
dopo la composizione di tutti i quattro vangeli. Come luogo della
composizione, lui ha attribuito il testo a Egitto. Dopo questa
presupposizione di Harnack, gli studiosi tedeschi hanno cominciato ad
esaminare la Didachè come una fonte letteraria non-greca.
 Helmut Köster ha sostenuto che la Didachè dipende da una tradizione
orale, da cui anche i Sinottici hanno attinto. Quindi la Didachè è scritta
alla fine del primo secolo o all’inizio del secondo secolo (c. 90-130).
 Niederwimmer non crede che 11-13 costituiscono un’unità letteraria, ma
pensa che la tradizione pre-didachistica sia racchiusa in 11,4-12 (ministeri
carismatici itineranti) e che l’unità letteraria sia costituita dai cc. 12-15,
interamente dovuti al didachista e quindi riflesso della situazione del suo
tempo.
Per queste teorie, è vero che c’è stata una più forte indicazione nel senso
dell’antichità della Didachè, per la quale ormai si fa eventualmente uscire dal I
secolo solo una fase redazionale, ma questo non sempre viene associato a
un’unità di composizione85.

EPILOGO:

85
Visonà, op.cit., 38-42

13
Materiale non-canonicale, mentre prima era escluso dai autentici canoni
della tradizione giudeo-cristiana, non dev’essere giudicato de facto, come
prodotto più recente in questa tradizione e di conseguenza non dev’essere
considerato di valore secondario all’investigazione della Scrittura 86.
Il testo della Didachè è stato a lungo ignorato. Prima a causa di essere stata
usata da un canone informale della prima letteratura cristiana, cioè i Padri
Apostolici. Secondariamente a causa dell’ipotesi di alcuni studiosi recenti che
tutti gli argomenti che concernono la Didachè hanno già avuto risposta87. Ma
non dobbiamo perdere di vista la preziosità della Didachè, per la quale si
continuano a disegnare scenari suggestivi e impegnativi che la pongono prima
ancora del Vangelo di Marco, o tra i testi che avrebbero influenzato il Vangelo
di Giovanni e la 1 Corinzi, o ne fanno il testimone della perduta fonte dei
vangeli Sinottici o del proto-Matteo aramaico88.
É vero che l’esistenza della Didachè può causare confusione perchè da
nessuna parte nella Scrittura cristiana si può trovare una menzione della
comunità della Didachè. Nè le Scritture menzionano nulla a riguardo delle
pergamene del Marmorto. Ma anche gli Atti degli Apostoli non danno
attenzione a nessuna delle lettere di Paolo, sebbene Luca scriveva in quel
tempo che le lettere di Paolo erano in circolazione da quasi 20 anni89.

BIBLIOGRAFIA:

86
Jefford (1989), op.cit., 17
87
Op.cit., 18
88
Visonà, op.cit., pp. 24-25
89
Milavec (2003), op.cit., x

14
 Del Verme Marcello, Didache and Judaism. Jewish Roots of an Ancient
Christian-Jewish Work, Continuum International Publishing Group,
2004

 Draper Jonathan A., The “Didache” in Modern Research, Leiden: Brill,


1996

 Jefford Clayton N. (ed.), The “Didache” in Context. Essays on Its Text,


History and Transmission, Leiden: Brill, 1995

 Jefford Clayton N., The sayings of Jesus in the teaching of the twelve
apostles, Leiden: Brill, 1989

 Milavec Aaron, The Didache. Faith, Hope, and Life of the Earliest
Christian Communities, 50-70 C.E., U.S.: Paulist Press International,
2003

 Milavec Aaron, The Didache. Text, Translation, Analysis, and


Commentary, U.S.: Liturgical Press, 2004

 Moreschini-Norelli, Storia della Letteratura cristiana, greca e latina. Da


Paolo all’età costantiniana, Brescia: Morcelliana, 1995

 Pesce Mauro, Le parole dimenticate di Gesù, Milano: Fondazione


Lorenzo Valla: A.Mondadori, 2004

 Visonà Giuseppe, Didachè: Insegnamento degli Apostoli, Paoline, 2000

FONTI ELETTRONICHE:

 http://www.Didache.info

15