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PENSIERI DAL E SUL TALMUD

Published on 21 giugno 2018 | Leave a response

di Alessandro Conti Puorger

Il Papa, San Giovanni Paolo II, il 13 aprile 1986 nel famoso incontro nella sinagoga
maggiore di Roma, tra l’altro, ebbe a dire alla comunità ebraica e a alla cristianità: “La
religione ebraica non ci è ‘estrinseca’, ma in un certo qual modo, è ‘intrinseca‘ alla nostra
religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra
religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli
maggiori.”

I cammini dei fratelli ebrei e cristiani, di fatto, si divisero dopo il 70 d.C. alla fine della
guerra giudaica che terminò con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio da parte
delle legioni romane guidate dall’imperatore Tito.
Quell’evento pose la necessità agli ebrei di rafforzare la siepe attorno alla Torah e di
fondare una nuova identità giudaica che era un ceppo con numerosi rami e sette,
Sadducei, Farisei, Zeloti, Esseni, Erodiani, Samaritani, a cui dopo il 30 d.C. si erano
aggiunti i Cristiani.
Il cristianesimo, di fatto nacque, a Gerusalemme nella Pentecoste del 30 d.C. e i
Nazareni “Nozrim”, perché seguaci di Gesù di Nazaret, furono chiamati cristiani per la
prima volta ad Antiochia verso il 50 d.C..
La comunità giudeo-cristiana frequentava, infatti, il Tempio e le sinagoghe.
Un segnale dell’avvenuta separazione si ha due decenni dopo la distruzione del Tempio
in un frammento di una preghiera (Amidah) trovato nella Ghenizzah del Cairo con una
maledizione sugli eretici, “Birkat ha Minim”, compresi i seguaci di Gesù di Nazaret che
ammettevano i “gentili” non circoncisi.
Il cristianesimo, per contro, da quel cambiamento dei tempi ebbe la conferma di aver
bene interpretato la storia con l’avere recepito a pieno la vocazione d’andare ad
annunciare il Vangelo a tutti i popoli, attuando un intenso proselitismo nei confronti
appunto dei pagani.
Dopo il 70 d.C., mentre il cristianesimo ha prodotto i propri scritti, detti Nuovo
Testamento, l’ebraismo, la religione che per noi è “intrinseca”, ha iniziato a produrre i
propri, il Talmud (in ebraico dal radicale di insegnare L = M = D = ) che è
una raccolta d’insegnamenti, studi e discussioni tra i sapienti e maestri dell’ebraismo su
passi della Torah scritta e delle altre Sacre Scritture del canone ebraico.
Il giudaismo era stato ricco di una catena ininterrotta di trasmissione “orale” da padre a
figlio e da maestro ad allievo, come ancora oggi si rinnova nelle scuole o “Jeshivot” –
accademie rabbiniche.

La prima nota richiamata nel Talmud in Aboth I 1 fu il ricordare, infatti, che: “Mosè
ricevette la Torah dal Sinai e la trasmise a Giosuè e Giosuè agli anziani e gli anziani ai
profeti. E i profeti la trasmisero agli uomini della grande sinagoga. Questi dissero tre
cose: siate cauti nel giudizio, educate molti scolari e fate un recinto/siepe attorno alla Torah.”

Leggasi lì Torah o Legge come tutto quello che Dio disse sul Sinai, scritto o orale,
“anziani” i giudici, i “profeti” sono i profeti veri e propri assieme ai personaggi storici
importanti e positivi per la Torah, la grande sinagoga sono i capi d’Israele da Esdra e
Neemia fino ai tempi di Alessandro il Grande.
I testi, sinteticamente detti nel loro complesso Talmud, si articolano nella “Mishnah” o
ripetizione (da ShNH ripetere), relativa ai maestri fino al II secolo d.C., detto periodo
tannaitico (dall’aramaico “tene” che vuol dire “studiare”, “imparare”) e nella “Ghemarah”,
scritti dal II al V secolo che raccolgono il lavoro dei maestri detti “Amoraim” (dall’ebraico
“‘amar”, “interpretare”).
L’ebraismo considera il Talmud secondo solo alla Tenak (la parte di Antico Testamento
della Bibbia con testi ebraici o aramaici originati comunque con i segni dell’alfabeto
ebraico).
Di Talmud esistono due recensioni, il Palestinese o Gerosolimitano (Talmud Jerushalmi)
completato all’inizio del V secolo e il Babilonese (Talmud Babli) del VI-VII secolo e
questi, assieme ai “Midrashim” e ad altri testi Rabbinici o mistici, sono ritenuti
esplicazione della Torah orale, secondo l’ebraismo rivelata assieme a quella scritta da
Dio sul Sinai a Mosè e trasmessa oralmente di generazione in generazione, tradizione ai
tempi di Gesù accettata dai Farisei e da altri rami dell’ebraismo, ma non dai Sadducei
che s’attenevano solo alla Torah scritta.

In Esodo 34,27 si trova “Il Signore disse a Mosè: Scrivi queste parole, perché sulla base di
queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele”, da cui i fautori della Torah
orale dedussero che ci fu tutta una parte rivelata da Dio, solo orale, che pure fu
trasmessa.

Il Signore inoltre disse a Mosè: “…ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti
che io ho scritto per istruirli” (Esodo 24,12) da cui conclusero: “Tavole di pietra è il
Decalogo, Legge-“Torah” è il Pentateuco, Comandamento è la “Misnah”, che “ho scritto”
sono i Profeti e gli Agiografi, “perché li insegni loro” è la “Ghemarah”.” (Ber 5 a)

In definitiva se la Torah scritta è il seme, l’orale è il frutto conseguente, onde conclusero


che tutto ciò che sotto la guida di un maestro qualificato è prodotto nella sua scuola di
Torah è come se fosse stato detto da Dio a Mosè, infatti, valse il principio “Anche ciò
che un discepolo distinto era destinato a insegnare in presenza del suo maestro era
stato già detto da Mosè sul Sinai.” (p. Peah 17 a)

Al riguardo Rabbi Norman Solomon (The Talmud, 2009, p. xv) scrive: “Il Talmud
babilonese con il suo nucleo della Mishnah è il testo classico dell’ebraismo secondo solo
alla Bibbia. Se la Sacra Scrittura è il sole, il Talmud è la sua luna che ne riflette la luce.”
Il Talmud ha, infatti, le sue radici nelle Sacre Scritture ebraiche, i Dottori vi attingono con
un “com’è detto” o “com’è scritto” e ne danno interpretazioni, sussistendo il criterio: “Non
è la Mia parola come un martello che frantuma la roccia? (Geremia 23,29): come il
martello fa scaturire numerose scintille, così un versetto della Scrittura è suscettibile di
molte interpretazioni.” (Sanh. 34 a)

Le Sacre Scritture ebraiche, peraltro tutte accolte nella loro traduzione in greco nella
Bibbia cristiana, dette “Ha-Sefarim”, “I Libri” o “Tenak” (termine acronimo formato dalle
tre lettere T N K di Torah, Nevi’im o Profeti e Ketuvim altri Scritti) sono per loro 24 libri, 5
della Torah o Pentateuco, 8 dei Profeti (Giosuè, Giudici, Samuele – I e II, Re – I e II,
Geremia, Ezechiele, Isaia e i Dodici o Profeti Minori) e 11 degli Agiografi (Rut, Salmi,
Giobbe, Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici, Lamentazioni, Daniele, Esther, Ezra con
Neemia e Cronache – I e II) per i cristiani preparano in forma profetica l’annuncio del
Cristo e ne anticipano tratti del suo insegnamento che vengono portati a compimento
dalla sua venuta alla fine dei tempi.

Per l’ebraismo quei testi sono fonte di vita, la sorgente del giardino dell’Eden, infatti,
“Grande è la Torah che da la vita a coloro che la praticano, in questo mondo e nel
Mondo Avvenire.” (Pirké Aboth VI 25)
Dicono poi quei capitoli dei Padri circa la Torah: “Girala e rigirala perché c’è tutto;
contemplala, e incanutisci e invecchia su di essa: e non allontanartene. Non puoi avere
regola migliore di questa.” (Pirké Aboth V 7)

Pur se il Talmud ha parti con duri aspetti polemici e irriverenti nei riguardi di Gesù e del
primo cristianesimo con pareri di Dottori con netto antagonismo e inimicizia per i non
ebrei, superati questi, il complesso è ricco di grande spiritualità e di buon senso, sempre
connesso a interpretazioni scritturali.
La Chiesa Cattolica con il documento “Nostra Aetate” frutto del Concilio Vaticano II le cui
leggi furono emanate da Paolo VI l’8 ottobre 1965, ha superato l’ostracismo a tali testi
tanto che sia San Giovanni Paolo II, sia il Papa emerito Benedetto XVI, li hanno citati,
ribadendo come la Chiesa Cattolica oggi s’oppone ad ogni forma di antisemitismo.

In particolare poi in “Nostra Aetate” si legge: “Essendo perciò tanto grande il patrimonio
spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e
raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli
studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.”
Ritenendo utile approfondire la conoscenza della cultura su cui s’innestò l’annuncio e le
vicende di Cristo riportate dai Vangeli e dagli altri scritti cristiani, da tempo, ho iniziato ad
investigare pure in quei testi cogliendo volta per volta brani particolari che mi colpivano
man mano che l’incontravo e, ora, guardando nei miei appunti, ed integrandoli
utilizzando in particolare l’antologia su “Il Talmud” di Abraham Cohen (Ed. Laterza), e
“Der Talmud” di Gunter Stemberger,
(traduzione italiana Ed. Dehoniane Bologna) ho estratto vari pensieri che riporto in
questo articolo, risultato di quel mio spigolare in quei testi sulle parti aventi collegamenti
con argomenti d’interesse comune, evitando passi polemici contro il cristianesimo o altro
e quelli particolari sul folklore, sulla superstizione, sul mal occhio e simili.

SUL DIO DI ABRAMO, IL DIO D’ISACCO, IL DIO DI GIACOBBE


Dio nel rivelarsi la prima volta a Mosè al roveto ardente “…disse: Io sono il Dio di tuo
padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. (Esodo 3,6)
Secondo il Talmud i fondatori dell’ebraismo Abramo, Mosè e Aronne erano arrivati
anche con la ragione a pensare a un Dio unico, come raccontano i “midrash”, infatti,
Abramo, ancor prima della rivelazione, secondo quanto si ricava dal “Midrash Hagadah”
sarebbe arrivato con la sola ragione alla conclusione dell’esistenza di un Dio unico.
Pare che gli astrologi avessero predetto a Nimrod, re di Ur, che il bambino Abram
avrebbe distrutto il suo regno e lo consigliarono di ucciderlo ancora in fasce (come
Erode voleva fare con Gesù); fu così che Abram per tre anni fu nascosto con la nutrice
in una grotta, ma appena poté iniziare a ragionare, uscito dalla grotta, vide gli astri e li
adorò per una notte intera, ma al mattino quando sorse il sole adorò quello perché
oscurava gli astri, ma alla sera si oscurò il sole e riapparve la luna e concluse: “Invero
tutti hanno un Signore e Dio.”

Ed ancora: “Quando Abram si ribellò all’idolatria suo padre lo condusse dal re Nimrod il
quale gli chiese di adorare il fuoco. Abram rispose dovremmo allora adorare l’acqua che
spegne il fuoco. Allora adora l’acqua disse Nimrod. Abram disse ancora dovremmo
allora adorare la nuvola che versa l’acqua. E Nimrod allora adora la nuvola. Se è così
rispose Abram dovremmo adorare il vento che disperde le nubi. E Nimrod, allora adora il
vento. E allora disse Abram dovremmo adorare l’essere umano che respira (che alita).”
(Esodo R. XXXIII 13)

In Esodo R. V 14 sul primo incontro di Mosè e Aronne col Faraone è riportato il


seguente “midrash”: “Il Faraone chiese: chi è il vostro Dio che io possa prestare
orecchio alla sua voce? Essi risposero: L’Universo è pieno della forza e della potenza
del nostro Dio. Egli esisteva prima che il mondo fosse creato e continuerà ad esistere
quando il mondo sarà finito. Egli ti ha plasmato e influsso in te il soffio della vita. Egli ha
disteso i cieli e posto le fondamenta della terra. La sua voce taglia le fiamme di fuoco,
fende le montagne e frantuma le rocce. Il suo arco è fuoco e fiamme le sue frecce. La
sua lancia è una face, suo scudo le nubi, sua spada il lampo. Egli ha formato montagne
e colline e le ha rivestite d’erba. Fa cadere pioggia e rugiada, fa germogliare i pascoli:
forma l’embrione nel seno materno e lo rende capace di uscirne essere vivente.”

Nel Talmud, per contro, visto che vi sono uomini che si professano atei o vivono come
se non dovessero poi rendere conto delle proprie azioni, sono considerati come il
“Nabal”, lo stolto, (Salmo 14,1 e 53,1), individuo moralmente corrotto che imposta la vita
sul principio “Non c’è Dio”.
Un individuo del genere è l'”Apikpros” o Epicureo che nega l’esistenza di un giudizio
sulle azioni degli uomini e del Giudice Supremo (Genesi R. XXVI 6).

Giuseppe Flavio in Antichità Giudaiche X 11.7 parla dell’epicureo come di un uomo che:
“pone la provvidenza fuori della vita umana e non crede che Dio si prenda cura delle
cose di questo mondo, né che l’Universo sia governato e continui ad esistere per questa
natura benedetta e immortale, ma crede che il mondo proceda per sua propria volontà,
senza una guida né un custode.”

La fede nel Dio unico è difesa nel Talmud sia nei riguardi della setta dei “Minim”, quindi
del trinitarismo dei cristiani, sia contro l’idolatria dei pagani e in particolare di greci e
romani tanto che si arriva a dichiarare che:” Chiunque ripudia l’idolatria, è considerato
Ebreo” (Meg. 13a) in quanto “Sì importante è la questione dell’idolatria che, chiunque la
rigetta, è come se conoscesse l’intera Torah.” (Chul. 5a)

La dichiarazione del Signore riportata dal profeta Isaia 44,24 diviene punto di forza nella
discussione.

“Dice il Signore ( ), che ti ha riscattato e ti ha formato fin dal seno materno: Sono io,
il Signore ( ), che ho fatto tutto, che ho dispiegato i cieli da solo (solo da me baddi
), ho disteso la terra; chi era con me?” (Isaia 44,24)

Il che non esclude che Dio trinità – Padre Figlio e Spirito Santo – fossero Uno e che Lei
la Trinità da sola creasse e nemmeno esclude o conferma che non fossero già stati
creati gli angeli che peraltro giustificano il termine plurale “‘Elohim” usato in Genesi 1 al
momento della creazione, nome che si coniuga al singolare e al plurale.

Ad esempio in Giosuè 22,22 è al singolare “Dio degli dèi è il Signore! Dio degli dèi è il
Signore! ( ) Egli lo sa…”, ma nel testo della Torah in Genesi 1,26
‘Elohim però parla al plurale “Facciamo l’uomo…”.

Nel Talmud per rintuzzare una diversa opinione racconta questo “midrash”: “Mosè
giunto a quel versetto disse: Signore dell’Universo perché fornisci agli eretici un pretesto
per affermare che ci siano più divinità? Scrivi! rispose Dio, che chiunque desideri errare
erri! … Lasciamo invece che imparino dal loro Creatore, che ha creato tutto, il quale
prima di creare l’uomo, consultò i suoi angeli consiglieri!” (Midrash Tankuma’ Shemot
18; Talmud Sanhedrin 38b)

La polemica si esplicò anche contro la terminologia di Padre e Figlio, infatti, si trova “Il
Santo, benedetto Egli sia, disse ‘Io sono il primo’ (Isaia 44,6) perché non ho padre; ed
‘Io sono l’ultimo’ perché non ho fratello e ‘oltre a me non c’è Dio’, perché non ho figli.”
(Esodo R. XXIX 5)

Al riguardo è da considerare però che ovviamente la terminologia trinitaria usa termini


antropologici, leciti peraltro nella descrizione del divino anche secondo la Bibbia,
considerati porta d’ingresso per entrare in quel mistero.
D’altronde si trova anche notato da sapienti ebrei che “Noi prendiamo in prestito
espressioni proprie alle sue creature e le applichiamo a Lui per facilitarne la
comprensione.” (Mech. a XIX 18; 65 a)

Incorporeità, onnipresenza e onniscienza oltre che eternità sono prerogative di Dio


riconosciutegli esplicitamente dal Talmud.

Per far intuire l’incorporeità di Dio è fatta l’analogia tra Dio e l’anima: “Come nessuno
conosce la sede dell’anima, nessuno conosce la sede del Santo, benedetto Egli sia.
Neppure le sante Chayyoth che sostengono il trono della gloria, sanno dove siail posto di
Lui, perciò esclamano ‘Benedetta la gloria del Signore là dove ha la sua dimora!’
(Ezechiele 3,12b)”, usano cioè una espressione indeterminata, perché nemmeno loro
sanno dov’è.

La letteratura rabbinica spesso per indicare la Divinità usa la parola “il Luogo”
“hamaqom” che discende dal detto “Il Santo, benedetto Egli sia, è il luogo del
suo Universo, ma il Suo Universo non è il Suo luogo” (Gen. R LXVIII 9), nel senso che
egli limita lo spazio, ma lo spazio non lo limita.

Sull’onnipresenza del Signore, in aiuto per evitare di peccare il redattore della “Mishnah”
R.Jeudah scrive “Sappi ciò che sta sopra di te, un occhio che vede, un orecchio che
sente e tutte le tue azioni sono scritte in un libro.” (Aboth II 1)
Dio ha posto un limite alla propria onnipotenza lasciando un importante margine di
libertà all’uomo, infatti, un principio rabbinico è “Tutto è in potere del cielo, eccetto il
timore del cielo.” (Ber. 33 b), perché questa è una scelta lasciata a ciascuno e si trova il
seguente “midrash”: “Un eretico domandò a un dottore della legge: Pensi che Dio
preveda ciò che accadrà. Certamente fu la risposta. Come può allora dire la Scrittura
che il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra? (Genesi 6,6) Allora il dottore
domandò: Hai un figlio? Si. Che facesti quando nacque? Mi rallegrai. Ma sai che un
giorno dovrà morire? Si, ma rallegriamoci in un giorno di gioia e rattristiamoci in un
giorno di lutto. Così fece il Santo, benedetto sia il Suo Nome. Fece un lutto di sette
giorni prima di scatenare il diluvio.” (Genesi R. XXVII 4)

Per evitare poi di suggerire che la natura alcune volte ha necessità di correzioni con
miracoli, doveva essere che i miracoli della Scrittura erano preordinati dal principio del
mondo e servivano a “santificare il Suo grande nome nel mondo” (Sifré Deut 306,132 b),
similmente alla conclusione che da Gesù sul perché del cieco nato in Giovanni 9,3b
“…perché in lui siano manifestate le opere di Dio.”

Il Talmud sui miracoli, infatti, precisa: “Al momento della Creazione Dio pose al mare la
condizione di dividersi al passaggio dei figli d’Israele, al sole e alla luna di fermarsi fino
che Giosuè lo avesse voluto, ai corvi di nutrire Elia, al fuoco di non bruciare Hananiah,
Mishael e Azariah, ai leoni di non far male a Daniele, al pesce di vomitare Jonah.” (Gen.
R. V 5)
In analogia era detto: “Dieci cose furono create alla vigilia del Sabato all’ora del
crepuscolo: La bocca della terra (Numeri 16,32), la bocca del pozzo (Numeri 21,16), la
bocca dell’asina (Numeri 22,28), l’arcobaleno, la manna, la verga (Esodo 4,17), lo
Shamir, la forma dei caratteri scritti, la scrittura e le tavole di pietra.” (Aboth V 9)
Si conclude poi che l’uomo poté essere creato perché il principio della misericordia ebbe
preminenza nella creazione, infatti: “Quando il Santo, che benedetto sia, venne a creare
il primo uomo previde che da lui sarebbero nati buoni e cattivi. Disse: Se lo creo
verranno da lui dei malvagi; se non lo creo come potranno sorgere da lui dei buoni? Che
fece? Allontanò da sé la via del malvagio e con l’attributo della misericordia creò
l’uomo.” (Genesi R XII 15)
Dio, il giudice dell’Universo, dai sapienti d’Israele è definito “il Misericordioso”
“Rachmanah” e ritengono che “il mondo è giudicato dalla grazia.” (Aboth III 19)

La letteratura rabbinica è ricca di pensieri che propongono la paternità di Dio palesata e


resa efficace grazie alla sua alleanza.
Del resto il Deuteronomio 14,1 propone che Dio per chi ha chiamato dall’Egitto è
“padre”, infatti, dice: “Voi siete figli per il Signore, vostro Dio.”

R. Jeuda commenta così tale versetto: “Finché vi comportate come figli obbedienti…” R.
Meir, dal canto suo dichiarava che in entrambi i casi si applica questo nome visto che si
leggono nella Scrittura frasi come “Sono figli insensati” (Geremia 4,22) “Sono figli in cui
non c’è fede” (Deuteronomio 32,20) il che prova che, anche indegni, portano sempre il
nome di figli. (Kid. 36a)
Era “…costume degli antichi pii di trascorrere un’ora in silenziosa meditazione e poi
pregare, per meglio rivolgere il cuore al Padre loro nei cieli.” (Ber. V 1)

In tale filone ben s’inquadrano gli episodi dei Vangeli in cui Gesù si ritira a pregare per
colloquiare evidentemente con Dio Padre.
Dio è Santo e ordinò a Mosè in Levitico 19,2: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti e
ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (qadosh ).”

Tra i vari pensieri su tale affermazione pare ben centrata quella di RaShI dell’XI secolo,
ossia Rabbi Shlomo Iitzhaqi, uno dei più autorevoli commentatori della Bibbia che
interpreta il termine ebraico “Qadosh” , “santo”, nel senso di “distinto, differenziato,
diverso”, quindi come a dire “siate diversi (dagli altri popoli idolatri) come Io, il Signore, lo
Sono dagli altri dèi”.

Nel libro di Giosuè, infatti, si trova collegato il concetto di imitare di santità di Dio
evitando di servire dei stranieri, ossia non seguendo la mentalità pagana di altri popoli,
infatti: “Giosuè disse al popolo: Voi non potete servire il Signore, perché è un DioSanto, è
un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se
abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi
fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà.” (Giosuè 24,19)

In questo brano l’aggettivo Santo, tra l’altro, è riportato al plurale “qadoshim” come a dire
è inarrivabile, perché di ogni santità.
Ciascun uomo pur se creato da Dio con il conio dell’umanità, cioè di Adam, è anche
diverso da ogni altro uomo; deve perciò tendere con volontario assenso a interpretare al
meglio nella propria diversità la similitudine con Dio, secondo quella che è la Sua
volontà, e portare così a compimento ciò che Dio ha pensato per lui.
Al riguardo riporto questi due commenti ben collegati a tale linea di pensiero:

 Un allievo chiese al Maestro: “Perché è detto il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di
Giacobbe” (Esodo 3,6) e non il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe?; e il Maestro rispose:
“Perché Isacco e Giacobbe non s’appoggiarono sulla ricerca e il servizio di Abramo, ma
ricercarono da sé l’unità del Creatore e servirono Dio in modo diverso da Abramo”.
 Quando Rabbi Baruch di Mesbiz arrivava alle parole del Salmo: “…non concederò sonno ai
miei occhi né riposo alle mie palpebre finché non avrò trovato un luogo per il Signore, una
dimora per il Potente di Giacobbe” (Salmi, 132;4s) si fermava e diceva a se stesso: fino a che
trovo me stesso e faccio di me una dimora pronta ad accogliere la Shekinah, la Divina
Immanenza.
Si trova nella preghiera comunitaria del “Padre nostro” insegnata da Gesù “…sia santificato il
tuo nome…” (Matteo 6,9) e il santificare Dio, cioè il Suo Nome, è il primo dovere d’ogni
ebreo che lo deve onorare nel mondo evitandone ogni profanazione sì che una cattiva
azione oltre che un peccato personale è un tradimento verso Dio e verso il proprio
popolo, tanto che vale il principio: “Per la profanazione del Nome è più grave recar
danno a un non ebreo che a un fratello Israelita.” (Tosifta B.K.X15)

L’uso ebraico di non pronunciare il nome del Tetragramma sacro IHWH ,


comunque di leggerlo con una perifrasi come Adonai, è forse da collegare col cercare
d’evitare la sua profanazione che si verificherebbe mischiando il vero Nome con gli
inevitabili peccati di chi lo pronuncia.

Secondo il Talmud in Jomà VI 2 la formula che usava il Sommo Sacerdote nel Giorno
dell’Espiazione era; “O IHWH, il tuo popolo, la Casa d’Israele, ha commesso iniquità, ha
trasgredito e peccato dinanzi a Te. Ti supplico per il Tuo Nome IHWH (che ricorda la
prerogativa divina della misericordia) fa Tu espiazione per le iniquità, per le trasgressioni
e per i peccati per cui il Tuo popolo, la Casa d’Israele, ha commesso iniquità, ha
trasgredito e peccato davanti a Te, com’è scritto nella Torah del Tuo servo Mosè.
Perché in questo giorno sarà fatta espiazione per voi, per purificarvi; di tutti i vostri
peccati sarete purificati dinnanzi a IHWH.” (Levitico 16,30)
Questa formula è importante, sia perché ci porta al tempo di Gesù quando il Tempio era
attivo e si celebrava nel modo rituale il giorno dell’espiazione, sia per quel rivolgersi al
Signore chiedendo “fa Tu espiazione“.
Puntuali i testi del Nuovo Testamento al riguardo registrano che Gesù, il Signore stesso,
fa proprio Lui espiazione e si fa vittima per i peccati del Suo popolo:

 il Vangelo di Giovanni 1,29: “Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco
l’agnello di Dio, ecco coluiche toglie il peccato del mondo!”
 la lettera agli Ebrei 9,11s: “Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri,
attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non
appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio
sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandocicosì una redenzione eterna.”
 la 1Giovanni 2,1s: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno
ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di
espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il
mondo.”
La Torah, piano e progetto della creazione, è l’espressione rivelata della Sapienza
divina, coeterna con il Creatore, come asserisce autorevolmente il libro dei Proverbi al
capitolo 8: “La sapienza se non chiama e l’intelligenza non fa udire la sua voce?… Il
Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine.
Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra.”

Nel primo “giorno” della creazione, quello della “Luce”, alcuni del Talmud danno per
creati in contemporanea anche tutti gli elementi nominati in Genesi 1 fino al versetto 5,
vale a dire quanto evidenzio in grassetto:

“In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe (tohu) e deserta (bohu) e
le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: Sia la luce!
E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò
la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.”

Infatti, c’è questa dichiarazione: “Dieci cose furono create il primo giorno: il cielo e la
terra, tohu e bohu, luce e oscurità, vento e acqua, la durata del giorno e la durata della
notte.” (Chag. 12 a)
Nello stesso testo si trova una disquisizione sul cielo, in ebraico “shamayim” e tra
l’altro viene osservato che la “Tenak” ha sette espressioni quando parla del cielo, indi vi
sarebbero sette cieli, chiamati rispettivamente:

 “Doq” velo o corti a che nasconde il Cielo, quello vero, tenda o splendore (in ebraico
hanno le stesse lettere ) in cui abita, “Egli siede sopra la volta del mondo, da dove gli
abitanti sembrano cavallette. Egli stende il cielo come un velo, lo spiega come una tenda dove
abitare”. (Isaia 40,22)
 “Rakia” firmamento creato il 2° giorno (Genesi 1,6) per separare il cielo dalla terra e
in cui pose (Genesi 1,17) sole luna e stelle.
 “Shechaqim” dal Salmo 78,23ss “Diede ordine alle nubi dall’alto e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo e diede loro pane del cielo: l’uomo mangiò il pane
dei forti; diede loro cibo in abbondanza”, ove quelle “nubi dall’alto” sono appunto
“Shechaqim” ove i mistici dell’ebraismo collocano le macine della manna per i
giusti.
 “Zebul” , è “questa l’abitazione del Potente ” o cielo della dimora che si trova in
Isaia 63,15 “Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa”, nome confermato
in 1Re 8,13.
 “Maon” o cielo degli angeli, nome dell’abitazione che si trova in Deuteronomio 26,15
“Volgi lo sguardo dalla dimora della tua santità, dal cielo…” ove Dio “dal seno ( ) vi
porta gli angeli ” e dove “i viventi sentiranno/vedranno Portarsi gli angeli ” che
cantano inni di lode.
 “Macon” tratto da 1Re 8,39 “tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora, perdona,
intervieni” ove si ritiene conservi piaghe e punizioni, infatti, da lì “piaghe ( )
Portano gli angeli “.
 “Araboth” sono le nubi del cielo di cui dice il Salmo 68,5, “Cantate a Dio,
inneggiate al suo nome, appianate la strada a colui che cavalca le nubi: Signore è il suo nome,
esultate davanti a lui” ove secondo quel testo Chag. 12a Dio conserva i tesori della vita, della
pace e della benevolenza, le anime dei giusti, gli spiriti che vuole creare e la rugiada con cui
farà rivivere i morti.
Secondo Joma 54 b la terra fu creata da una prima pietra, la pietra “‘eben Shityiah”
, ossia la “Shit” di “Iah” , “Il Santo che benedetto sia gettò nel mare
primordiale una pietra, da cui il mondo trasse origine” e sempre, secondo tale scritto
questa pietra si trovava nel Tempio ed era la pietra di volta della terra e del creato, onde
il Tempio fu il centro della creazione della terra; quella “Shit” di “Iah” , infatti, “ad
accendere Sarà il tutto che c’è nel mondo “.

Questa idea ritengo venga da una particolare lettura del primo versetto della Genesi
ricordando che gli antichi testi della Torah non avevano la divisione con parole, ma
lettere tutte egualmente distanziate e non c’erano le 5 lettere particolari di fine parola.
Il primo versetto: “In principio Dio creò il cielo e la terra”, oggi scritto così:

allora, si può anche leggere:

Creata la “Shit” , creò Dio l’apertura all’esistenza della


vita venne dal Cielo Portata , divenne la Terra .

TRASCENDENZA E IMMANENZA, ANGELI E ISRAELE DI DIO


Trascendenza e immanenza, che a prima vista possono apparire inconciliabili, sono
invece prerogative, a volte l’una e a volte l’altra, attribuite a Dio dai vari maestri del
Talmud.
Dio nello stesso tempo, infatti, è considerato sia al disopra, sia l’anima dell’Universo.
Nella cosmologia del Talmud Dio ha sede nel settimo cielo, ma è anche vicino a chi lo
prega, tanto che “Dio è prossimo alla sua creatura quanto la bocca all’orecchio.” (Ber 13
a)

Propone al riguardo Deuteronomio 4,7 “Infatti, quale grande nazione ha gli dèi così vicini
a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” in cui ha
gli dei, gli ‘Elohim, ma soprattutto il Signore IHWH vicino, ma questo vicino nel testo
ebraico è al plurale “vicini” onde, sottolineano i rabbini, è una vicinanza plurima, quindi…
ogni sorta di vicinanza… e conclude il cristianesimo, si che Dio s’è fatto uomo per starci
vicino anche nella carne.
Il manifestarsi di Dio nella scena del mondo è detta “Shekinah”, dal radicale di
“risiedere” ShKN ed è tale che “Come il sole con i suoi raggi illumina ogni angolo della
terra, così la Shekinah, splendore di Dio, può far sentire dovunque la sua presenza.”
(Sanh. 39 a)

La gloria di Dio di Ezechiele 43,2, il brillare del suo volto di Numeri 6,25 furono
interpretati dall’ebraismo come luce della “Shekinah”.
Luogo prediletto della “Shekinah” era il Santissimo del Tempio, infatti: “Dal primo giorno
in cui il Santo, che benedetto sia, creò l’universo, desiderò di abitare tra le sue creature
nelle regioni inferiori, ma non fu così. Ma quando il Tabernacolo fu eretto e il Santo, che
benedetto sia, fece che la ‘Shekinah’ si posasse su di esso disse: Sta scritto che in
questo giorno fu creato il mondo.” (Num. R XIII 6) come a dire solo dopo quel fatto il
mondo fu completo.

Il cristianesimo aggiunge che solo da quando Dio scelse un uomo come Tempio il
mondo fu completo.
Dio appena creò il mondo frequentava anche la terra come insegna il “midrash” del
paradiso terrestre, ma sostiene il Talmud in forma pedagogica: “In origine la sede della
‘Shekinah’ era nelle regioni più basse. Quando Adamo peccò, salì al primo cielo;
quando peccò Caino salì al secondo; nella generazione di Enoch salì al terzo; nella
generazione del Diluvio al quarto; nella generazione della Torre di Babele al quinto; gli
abitanti di Sodoma fecero sì che salisse al sesto; e gli egiziani al tempo di Abraham al
settimo. Per contro sette uomini giusti nacquero e lo fecero discendere. Abraham lo
riportò al sesto; Isac al quinto: Iacob al quarto; Levi al terzo; Kohatah (Keat padre di
Amram) al secondo, Amram al primo e Mosè fece sì che scendesse dall’alto al basso
della terra.” (Gen.R.XIX7)

Dio è fedele al popolo che s’è scelto e con cui ha fatto alleanza.
Anche se furono puniti per le trasgressioni la “Shekinah” l’accompagnò sempre
«…dovunque andavano esuli la “Shekinah” fu con loro. Furono esiliati in Egitto e la
“Shekinah” fu con loro, com’è detto “Un giorno venne un uomo di Dio da Eli e gli disse:
Così dice il Signore: Non mi sono forse rivelato alla casa di tuo padre, mentre erano in
Egitto, in casa del faraone?” (1Samuele 2,27; il radicale GLH di “rivelare” può
significare anche “essere esiliato”) Furono esiliati in Babilonia e la “Shekinah” fu con
loro, com’è detto, “Per amore vostro fui mandato a Babilonia” (Isaia 43,14 traduzione
secondo il Talmud). Così quando in futuro saranno redenti la “Shekinah” sarà con loro,
com’è detto “il Signore tuo Dio tornerà con i deportati” (Deuteronomio 30,3 traduzione
secondo il Talmud).» (Meg. 29 a)

Associabili alla presenza o “Shekinah” sono altri modi di manifestarsi. La discesa dello
Spirito Santo è segno della presenza della Gloria di Dio, e rende capaci d’interpretare la
volontà di Dio e d’avere una prescienza.
La “Bath Kol” o “Figlia di una voce” che nel Nuovo Testamento è espressa come “una
voce dal cielo” (Matteo 3,17; Marco 1,11; Luca 3,22; Giovanni 12,28; Atti 11,9;
Apocalisse 10,4; 14,13; 18,4) è un altro modo di presentarsi della “Shekinah”. Il Talmud
pensa l’Universo diviso tra cielo, abitato da angeli, gli “Elyonim”, “quelli di sopra”, e la
terra, abitata da “Tachtonim”, “quelli di sotto”, ossia gli uomini.
La funzione degli angeli essenzialmente è di dare gloria a Dio che è immaginato come
Re dell’Universo e come tale ha un’enorme corte che lo circonda.
Sul giorno della creazione degli angeli c’è discussione.
C’è chi lo pone al secondo giorno, quando fu separato il cielo dalla terra, chi al quinto
quando ci furono esseri che volavano, o in altro momento, comunque:

“Da ogni parola che esce dalla bocca del Santo che benedetto sia, viene creato un
angelo, come è detto ‘Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua
bocca ogni loro schiera.’ (Salmo 33,6)” (Chag. 14 a)
Sono immortali, ma Dio li può distruggere se s’oppongono alla sua volontà (Sanh. 38 b),
sono nutriti dallo splendore della “Shekinah” (Esodo R. XXXII 4) non sono colti da
passioni umane.
Sotto tale aspetto, gli umani, e in particolare gli Israeliti, hanno tre equivalenze con gli
angeli: “Hanno la conoscenza, come gli angeli, del divino ministero; hanno stazione
eretta, come gli angeli del divino ministero; parlano la lingua sacra (ebraico), come gli
angeli del divino ministero. (Chag. 16 a)”

Il libro di Daniele cita i nomi di Gabriele e di Michele, descritto come “uno dei grandi
principi” (Daniele 10,13), onde il Talmud deduce una gerarchia tra gli angeli.
“Come il Santo che benedetto sia creò i quattro venti (i quattro punti cardinali) e quattro
vessilli (per l’esercito d’Israele) così pure creò quattro angeli per circondare il suo Trono:
Michele, Gabriele, Uriele e Raffaele. Michele sta alla destra di esso e corrisponde alla
tribù di Ruben: Uriel sta alla sinistra, e corrisponde alla tribù di Dan, che era stanziata al
nord: Gabriele è davanti e corrisponde alla tribù di Giuda, come pure a Mosè ed Aronne
che si trovavano a est: Raffaele è dietro, e corrisponde alla tribù di Efraim che era ad
ovest.” (Numeri R. II 10)
Accampamento d’Israele nel deserto

(Vedi: “La tribù perduta di Dan – Dan in Canaan“)

Michele e Gabriele furono testimoni e paggi alle nozze di Adamo (Gen. R. VIII 13),
Michele è l’angelo custode d’Israele e lo difende in cielo ad es. contro Haman (Esth. R.
VII 12), fu lui che annunciò a Sara la nascita del figlio (B. M. 86 b), presiedette
all’istruzione di Mosè (Deut. R. XI 106).
Gabriele è il messaggero speciale, fu assieme a Michele e a Raffaele a visitare Abramo
prima della distruzione di Sodoma e Raffaele, principe della guarigione, ebbe cura di
Abramo che soffriva per l’attuata circoncisione. (B. M. 86 b)
Degli angeli caduti di cui parla la letteratura apocalittica non v’è traccia nel Talmud, ma
vi sono cenni di discussioni; e problemi con loro e tra di loro come si evince da “Possa
essere Tua volontà, o Signore nostro Dio, di mantenere pace nella famiglia di sopra e
nella famiglia di sotto.” (B. M. 86 b)
Per contro li consulta, ma a Dio spetta la decisione finale (Sanh. 18 a); li consultò sulla
creazione dell’uomo e respinse le loro obiezioni (Gen. R VIII 4).
Satana, l’avversario, seduce gli uomini, li accusa davanti a Dio e infligge la pena di
morte (B. B. 16 a).
Satan tentò Abramo e Isacco, provocò la richiesta di sacrificare il figlio e tentò di far
opporre il figlio al padre (Gen. R. LVI 4).
Fu Satana che fece cadere il popolo nel peccato del vitello d’oro (Shab. 29 a).
Nei 10 giorni di penitenza tra il Capo d’Anno ossia “R’osh Shannah” e “Jom Kippur” o
giorno dell’Espiazione, quando Israele cerca la remissione dei peccati, Dio rende
impotente Satana ad opporsi alle preghiere per ottenere il perdono, infatti c’è il detto “Lo
strepito del corno d’ariete, lo ‘Shofar’, nel Capo d’Anno confonde Satana”. (R. H. 16 b)

Prendendo spunto dal valore numerico delle lettere del nome di Satana scritto con le
lettere ebraiche, “ha Shatan” , tenuto conto che il loro valore numerico
complessivo è 364 ( = 5; = 300; = 9; = 50) fa concludere che Satana “mentre per
364 giorni l’anno è capace di opporsi, nel Giorno dell’Espiazione non ha quel potere”.
(Joma 20 a)
Nel Mondo Avvenire gli angeli più prossimi del divino ministero saranno soppiantati da
uomini giusti (Shab. 8 d).
Sostiene il Talmud che Dio ha eletto Israele, perché ha accettato la Torah.
“Perché il Santo che benedetto sia scelse Israele? Perché tutti i popoli ripudiarono la
Torah e rifiutarono di riceverla: ma Israele consentì e scelse il Santo che benedetto sia e
la sua Torah.” (Numeri R. XIV 10)

Viceversa si può concludere che chi accetta la Torah fa parte degli eletti ed è comunque
Israele e che “un pagano (un non Israelita) che osserva la Torah è come il Sommo
Sacerdote.” (Sifra’ a XVIII 5)

La dottrina de giudaismo rabbinico, in definitiva è che i giusti di tutti i popoli saranno


eredi del Signore (Tosiftà Sanh. XIII 2).
Idea questa che coincide con quella cristiana che conclude “Non è infatti la circoncisione
che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno
questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.” (Galati 6,15s)

LA “MADRE” DI MOSÈ
Il libro dell’Esodo (6,20) informa che il padre di Mosè, di Aronne e di Maria (Miriam), fu
“A’mram”, un nipote di Levi dal figlio “Keat” e la madre fu “Iochebed”, che era anche la
zia di “A’mram”.
Il nome “A’mram” significa “il popolo Alzo ” e il nome “Iochebed”
può significare “sarà a recare Gloria “.

Nel libro dei Numeri poi si trova anche che “La moglie di A’mram si chiamava Iochebed,
figlia di Levi, che nacque a Levi in Egitto; essa partorì ad A’mram Aronne, Mosè e Maria
loro sorella.” (Numeri 26,59)

Ne deriva che da parte di madre il nonno di Mosè sarebbe proprio Levi, mentre da parte
di padre, Levi sarebbe il bisnonno, quindi un levita della 3a e 4a generazione.
Il capitolo 1° del libro dell’Esodo racconta come gli Egiziani vessarono i figli d’Israele, li
fecero lavorare in dura schiavitù fino a che il Faraone addirittura ordinò di uccidere ogni
figlio maschio degli ebrei gettandolo nel Nilo.
Tra i testi Haggadici del Talmud il Sotah 11 a – 12 b presenta alcune interpretazioni del
testo biblico di Esodo da 1,8 a 2,7.
Ivi si trova a commento del versetto Esodo 1,15 “Il re d’Egitto disse alle levatrici degli
Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua …”:
“Rab e Shemuel. Uno dice (le levatrici) erano una donna e sua figlia, l’altro dice nuora e
suocera. Chi dice una donna e sua figlia dice ‘Iochebed e Miriam’, chi dice nuora e
suocera (le identifica) con ‘Iochebed e Elisabetta’ (la moglie di Aronne Esodo 6,23).
Perché fu chiamata Sifra? Perché puliva il bambino (meshapperet). Un’altra spiegazione
del nome Sifra; erano feconde (sheparu) e gli Israeliti divennero numerosi ai loro tempi.
Pua è ‘Miriam’: perché viene chiamata Pua? Perché essa gridò (poa’) al bambino e così
lo fece venire fuori. Un’altra spiegazione: perché essa esclamò (poa’) in Spirito Santo e
disse: Mia madre partorirà un figlio che libererà Israele.”

C’è una Elisabetta, c’è Maria, è richiamato lo Spirito Santo si parla di un figlio che
libererà Israele, Aronne sarà la voce che precede il dire di Mosè e Giovanni Battista,
figlio di Elisabetta, sarà voce di colui che grida nel deserto… ci sono quindi vari
accostamenti possibili con i Vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca.

A commento poi del versetto Esodo 2,1 “Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere
in moglie una discendente di Levi” quel testo propone un sorprendente racconto.

” Dove andò? Disse r. Jehuda bar Zebina: andò secondo il consiglio di suo figlia (Maria).
Si insegna: Amram era il più grande della sua generazione. Quando venne a sapere che
il malvagio faraone aveva detto: ‘Ogni figlio maschio che nascerà agli ebrei lo getterete
nel Nilo’ (Esodo 1,22), disse: invano ci affatichiamo. Si alzò e si separò da sua moglie; e
tutti si alzarono e si separarono dalle loro mogli.”

Mosè, quindi, per volontà del padre A’mram non sarebbe dovuto nascere, ma assieme a
lui non sarebbero nati i maschi delle altre famiglie degli ebrei che adottarono la stessa
decisione.

“Allora sua figlia gli disse: Padre, il tuo decreto è più duro di quello del faraone. Il
faraone ha emanato un decreto solo contro i maschi, ma tu contro maschi e femmine. Il
faraone ha emanato un decreto solo in questo mondo, ma tu in questo mondo e per il
Mondo Avvenire! Per il faraone, che è cattivo, è dubbio se il suo decreto venga
osservato o no; ma tu sei davvero un giusto e il tuo decreto viene osservato, infatti, si
dice: ‘Deciderai una cosa e ti riuscirà’ (Giobbe 22,28). Allora egli si alzò e riprese sua
moglie. Tutti si alzarono e ripresero le loro mogli.”

Conclusione: Mosè, in effetti, come tutta la generazione dei coetanei ebrei nati in Egitto,
è figlio spirituale di Maria che convinse il padre a “risposare” la moglie.
La questione fu sviluppata in “Le Miriam della Bibbia e nella tradizione – Prima Parte” e “Seconda Parte”

L’UOMO, L’ANIMA E LA PREGHIERA


Il Talmud insegna che “Un solo uomo è uguale all’insieme della Creazione” (ARN XXXI),
ne segue che chi distrugge una vita è come distruggesse il mondo intero e chi salva una
vita è come se salvasse il mondo intero. (Sanh. IV 5)

Il Talmud, poi, mette in evidenza che, pur se è stato rivelato che l’uomo è stato creato a
immagine e somiglianza di Dio, un abisso li separa: “Tutte le creature che sono formate
dal cielo, tanto la loro anima quanto il corpo derivano dal cielo; e tutte le creature che
sono formate dalla terra, tanto la loro anima quanto il loro corpo derivano dalla terra, ad
eccezione dell’uomo, di cui l’anima proviene dal cielo e il corpo dalla terra. Perciò se un
uomo obbedisce alla Torah e fa la volontà del Padre suo che è nel cielo, ecco, egli è
come le creature di sopra; com’è scritto: ‘Io dissi, Voi siete dèi e tutti figli dell’Altissimo’
(Salmo 82,6) Ma se non obbedisce alla Torah e non compie la volontà del Padre suo
che è nel cielo, egli è come le creature di sotto: com’è detto ‘tuttavia morrete come
uomini’. (Salmo 82,7)” (Sifré Deut. Par 306,132 a)

Lo scopo della vita dell’uomo è accumulare solo buone opere, altro non lo potranno
seguire nel Mondo Avvenire, infatti “Nell’ora della dipartita dell’uomo né argento, né oro,
né pietre preziose, né perle l’accompagneranno, ma soltanto la Torah e le buone opere;
com’è detto: ‘Quando cammini ti guideranno (i precetti della Torah), quando riposi
veglieranno su di te, quando ti desti ti parleranno’ (Proverbi 6,22) – quando cammini ti
guiderà – in questo mondo: quando riposi veglieranno su di te – nella tomba; quando ti
desti ti parleranno – nel Mondo Avvenire.” (Aboth VI 9)

Nel compiere opere buone non si può perdere tempo, perché nulla sappiamo sui tempi
disponibili per l’uomo.
Vale quindi il principio: ” Pentiti un giorno prima della tua morte” (Shab. 153 a) che
equivale al “pentiti subito”, perché il giorno della morte è incognito e può essere anche
oggi.
È poi da tener conto che: “Il giorno è corto, l’opera è molta, gli operai sono pigri, la
mercede è grande e il Padrone di casa sollecita” (Aboth II 20) massima che fa venire
alla mente il Vangelo di Matteo quando Gesù dice “La messe è molta, ma gli operai
sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”
(Matteo 9,37s)
La morte è conseguenza del peccare, infatti, sostiene il Talmud: “Non c’è morte senza
peccato.” (Shab. 55 a)
In Sanh 91 b è dedotto che l’anima è impiantata da Dio al momento della concezione in
forza del versetto “Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura (pequddatek)
ha custodito il mio spirito.” (Giobbe 10,12) in quanto “pequddatek” “la tua visitazione” è
equivalente come termine anche alla “tua concezione”.
Il Talmud ritiene che le anime siano preesistenti: “Nel settimo cielo, ‘Araboth’, sono
adunati gli spiriti e le anime di chi deve venire creato.” (Chag. 12 b)

L’anima dell’uomo in Gen. R XIV 9 è definita con cinque diversi termini:

 “Nofoesh” legato al sangue e alla vita animale;


 “Ruach” e/o “Neshamah” lo spirito soffiato da Dio in Genesi 2,7;
 “Chayyah” che sopravvive agli organi dell’uomo, perché vita propria di IHWH;
 “Jechidah” perché è unica.
Cosa si attende il Signore dall’uomo che ha creato?
Al riguardo viene così risposto: “Sette qualità hanno valore dinanzi al Trono della Gloria:
fede, dirittura, giustizia, amore, pietà, sincerità e pace”. (ARN XXXVII) e Mak. 24 a
conclude che la fede è il fondamento e origine del tutto come dice il profeta Abbacuc “Il
giusto vivrà per la sua fede.” (Abbacuc 2,4).

A causa della fede si verificarono grandi miracoli, come quello di ereditare il Mondo
Avvenire da parte di Abramo che “Credette nel Signore ed Egli glielo imputò a giustizia.”
(Genesi 15,6) per cui “Chi riceve su di sé con fede un singolo precetto è degno di
ricevere lo Spirito Santo.” (Mech. A XIV 31; 33 b)

Il Talmud sostiene che per comprendere cosa s’intende aver fede sussiste il criterio:
“Chi ha un tozzo di pane nel proprio cesto e dice: Che mangerò domani? Appartiene a
chi è di scarsa fede.” (Sot. 48 b)
Questo detto apre uno scorcio sul retro pensiero nei Vangeli dei miracoli della
moltiplicazione dei pani e su quanto è detto nel discorso della montagna in Matteo
6,31s: “Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo?
Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro
celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.”
Chi crede cerca e desidera la comunione con Dio nella preghiera che non si esaurisce
quindi solo nel chiedere favori, ma in un intimo colloquio aldilà delle formule rituali.
“Chi adempie la volontà dell’Onnipotente e dirige il suo cuore a Lui nella preghiera,
viene ascoltato.” (Esodo R. XXI 3)

Il cuore, “leb” in ebraico, è il pensiero, l’intimo più nascosto dell’uomo, perché “…il
Signore guarda al cuore”. (1Samuele 16,7)
La preghiera più che dalle labbra deve venire dal cuore come suggerisce il versetto
“Innalziamo i nostri cuori al di sopra delle mani, verso Dio nei cieli.” (Lamentazioni 3,41)
E cos’è il servizio del cuore se non la preghiera? (Taan. 2 b)

Nel pregare non si può dimenticare il prossimo, anzi “Chi trascura di pregare per il
prossimo è chiamato peccatore” (Ber. 12 b), ciò in forza di 1Samuele 12,23 ove si trova
“Quanto a me, non sia mai che io pecchi contro il Signore, tralasciando di supplicare per
voi e di indicarvi la via buona e retta.”
Merito del Talmud fu di conservare e addirittura rafforzare la “religione” tra gli ebrei
nonostante la distruzione del Tempio.
La preghiera fu considerata “più grande dei sacrifici” (Ber 32 b) e veniva insegnato “Che
cosa potrà sostituire i buoi che eravamo soliti offrire dinanzi a te? Le nostre labbra, con
la preghiera che ti preghiamo.” (Pesikta 165 b)

Fecero come aveva profetizzato il profeta Osea: “Preparate le parole da dire e tornate al
Signore; ditegli: Togli ogni iniquità, accetta ciò che è bene: non offerta di tori immolati, ma la
lode delle nostre labbra.” (Osea 14,3)

Tutto all’uomo viene da Dio a cui, se non si è alienati, è dovuto il continuo


ringraziamento.
Ecco che il fedele eleva per ogni fatto a Lui la “Benedizione”, le “Berakhot”.
Il trattato “Berakhot” del Talmud ne propone tantissime e per qualsiasi occasione.

Ogni pur piccola azione può dar luogo a un ringraziamento.


Per far capire il pensiero segnalo quelle del mattino tutte in “Berakhot 60b” prima delle
preghiere vere e proprie:

 al risveglio: “O mio Dio, l’anima che tu mi hai dato è pura. Tu la creasti in me, Tu la ispirasti
in me, Tu la conservi in me, e Tu me la toglierai e me la restituirai in avvenire. Per quanto
tempo l’anima è in me, io renderò grazie a Te, o Signore mio Dio, Dio dei miei padri,
Sovrano di tutti i mondi, Signore di tutte le anima. Benedetto Tu, o Signore, che restituisci le
anime ai corpi morti.”;
 al canto del gallo: “Egli sia lodato, che ha dato al gallo saggezza per distinguere il giorno
dalla notte”;
 quando si aprono gli occhi: “Egli sia lodato che fa vedere i ciechi.”;
 quando ci si mette a sedere: “Egli sia lodato che libera i prigionieri.”;
 nel vestirsi: “Egli sia lodato che veste i nudi.”;
 nell’alzarsi: “Egli sia lodato che rialza i curvi”;
 ponendo i piedi a terra: “Egli sia lodato che stende la terra sull’acqua.”;
 ai primi passi: “Egli sia lodato che rafforza i passi dell’uomo.”;
 nel mettere le scarpe: “Egli sia lodato che ha fatto tutto ciò di cui ho bisogno.”;
 dopo le necessità “fisiche” naturali: “Benedetto sei Tu, HaShem, nostro Dio, Re del Mondo,
che hai creato l’uomo con sapienza dotandolo di aperture e cavità; è evidente e noto dinanzi
al trono della Tua gloria che non sarebbe possibile sopravvivere neppure un istante qualora si
chiudesse/occludesse o si aprisse una di esse. Benedetto sii Tu, Hashem, che curi ogni
creatura e sei prodigioso nel farlo.”;
 nel mettersi la cintura: “Egli sia lodato che cinge Israele di potenza.”;
 nel coprirsi la testa: “Egli sia lodato che corona Israele di splendore.”;

 nel lavarsi le mani e mettersi la veste con le frange, e i filatteri: “Egli sia lodato che ci ha
guariti con i suoi comandamenti.”
L’UOMO LIBERO, IL PECCATO E IL PENTIMENTO
I saggi del Talmud commentarono in modo particolare il versetto del libro della Genesi
che riguarda l’atto creativo dell’uomo, con cui Dio intese farlo libero, quindi con la
possibilità di scegliere: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo…” (Genesi 2,7)
Quel verbo è plasmò o, meglio, formò l’uomo, come un vasaio che fa un vaso.
Ora, in ebraico quel verbo è scritto “vajjitser” in cui vi sono due “jod” , come una
doppia “esistenza”, in quanto è da tener conto che la “jod” è proprio la lettera
dell’essere con cui inizia il Tetragramma sacro.

A ciò è da aggiungere che “jetzer” è anche “inclinazione”, onde quei Dottori ebbero a
concludere che nell’uomo “Il Santo che benedetto sia, creò due inclinazioni, l’una buona e
l’altra cattiva” (Ber. 61 a) la buona inclinazione – “jetzer tob” e la cattiva inclinazione –
“jetzer hara‘”.
“Cattiva inclinazione” non perché Dio ha creato qualcosa di cattivo, ma perché l’uomo
può farne cattivo uso come accade per gli istinti naturali e il desiderio sessuale che pur
fa parte di “era molto buono” della creazione (Genesi 1,31), infatti, considerano quei
saggi; “Se non fosse per questa inclinazione, nessuno edificherebbe una casa,
sposerebbe una moglie, genererebbe figli o si affaccenderebbe in negozi.” (Genesi R. IX
7)
Questa inclinazione, che può diventare cattiva, è attributo che rende l’uomo diverso nel
senso di santo, perché dà un senso anche al bene che fa e lo rende un essere morale e
non come negli “animali in cui non c’è cattiva inclinazione”. (ARN XVI)

Dopo il Diluvio nel racconto considera il Signore Dio “…l’istinto del cuore umano è
incline al male fin dalla adolescenza” (Genesi 8,21) e conclude il Talmud che la cattiva
inclinazione ha la stessa età del singolo, mentre la buona di fatto inizia all’età di 13 anni
in occasione della “Bar Mitzvah” o “Figlio del Comandamento” in cui l’individuo è
considerato adulto per la comunità e quella inclinazione la riceve con la Torah.
“La cattiva inclinazione” è subdola “è da principio come un filo di ragnatela e poi come la
corda di un carro”, “da principio è come un viandante, poi come un ospite, poi diviene il
padrone di casa” (Suk. 52 a e b), “da principio è dolce e alla fine amara.” (Shab. 14 c)
Giusto e colui che controlla l’inclinazione cattiva (Aboth IV 1), infatti “I malvagi sono sotto
il dominio del loro cuore (della loro cattiva inclinazione), i giusti tengono il cuore sotto il
proprio controllo” (Gen. R. XXXIV 10)

Le parole che Dio disse a Caino prima del suo grande peccato, peraltro, furono “…il
peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo”.
(Genesi 4,7b) da cui s’evince che c’è il libero arbitro.
La vita, infatti, comporta delle scelte che l’uomo liberamente deve adottare
(Deuteronomio 11,26; 30,15) e si conclude “Tutto è previsto (da Dio), ma si dà libertà di
scelta.” (Aboth III 19)
È comunque da servire “Dio con tutto il cuore” (Deuteronomio 6,5) ossia con
l’inclinazione buona e con quella cattiva, sapendola controllare.
La questione del “peccato originale” nel Talmud è posta in modo che vi si trovano sia dei
pro sia dei contro con elementi per accoglierlo o meno.
Da una parte non è ammesso dalla logica di essere colpevoli di qualcosa non
commesso personalmente il che parrebbe contrario al libero arbitrio.
Per contro l’esistenza di un uomo senza peccato è soltanto teorica, perché “Non c’è
infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi.” (Qoelet VII
20)
È poi anche vero che i bilanci relativi alla giustizia non possono essere limitata solo al
capitolo della vita terrena e Dio sa rendere per il bene anche il male.
Tutti muoiono e la morte, anche dei bambini, pur di “un bambino di un anno, che non ha
sentito sapore di peccato” (Joma 22 b), come abbiamo visto, è attribuita dal Talmud
stesso a conseguenza di colpe.
La causa che se ne deduce è l’intervenuto innesto nell’umanità di un corpo estraneo,
che ha comportato un peccato “genetico”, che per conseguenza ha il rigetto della vita
divina e ci relega tra quelli che hanno vita a termine.

I peccati sono contro Dio e contro il prossimo, ma “Il Giorno dell’Espiazione espia le
trasgressioni tra l’uomo e l’Onnipotente, ma quelle tra l’uomo e il suo compagno non le
espia finché non abbia dato soddisfazione al suo compagno”. (Joma VIII 9) e “Il far
peccare un altro è peggio che ucciderlo; perché uccidere una persona è solo
allontanarla da questo mondo, ma farla peccare è escluderla anche del Mondo
Avvenire”. (Sifré Deut. 252,120a)
In parallelo, alla possibilità della cattiva inclinazione, Dio come conto altare, per giustizia,
ha creato anche il pentimento, infatti “Sette cose furono create prima che l’Universo
fosse. Esse sono: Torah, penitenza, Paradiso, Ghehinnom, il Trono della Gloria, il
Santuario e il Nome del Messia”. (Pes. 54 a)

Si trovano nel Talmud echi dei Vangeli e viceversa, come:

 “Il posto che occupa il penitente, l’uomo perfettamente giusto è incapace d’occuparlo.” (Ber.
34 b)
 “Figli apritemi una via al pentimento stretta appena come la cruna di un ago ed Io vi aprirò
porte per cui potranno passare carri e cocchi.” (Cant. R. V 2)
Il pentimento è condizione necessaria per essere perdonati “Né un’offerta per il peccato,
né un sacrificio espiatorio, né la morte, né il Giorno dell’Espiazione possono portare
espiazione se non v’è pentimento.” (Tosifta Joma V 9)
È poi da tenere conto che un principio generale del Talmud legato alla giustizia divina è
che ” Non c’è sofferenza senza iniquità” (Shab. 55 a) vale a dire le punizioni prima o poi
arrivano in cielo o in terra e comunque sono il contraccambio per il male commessa e
chi espia prima non espia dopo.
A seguito del “vide che era molto buono” di Genesi 1,31 nasce la domanda: anche la
sofferenza? “Sì perché per mezzo di essa gli uomini ottengono il Mondo Avvenire.”
(Gen. R. IX 8)
Perché il Signore mette alla prova i giusti?

Dio è come un vasaio, i vasi incrinati basta provarli una volta sola e si rompono, ma
quelli sani li prova più volte: d’altronde il giogo si mette alla vacca più forte. (Gen R
XXXII 3)
Pur se la legge del contrappasso tra pena e giustizia è forte nel Talmud, questo fin
dall’inizio predica la dedizione disinteressata, vale a dire non per l’aspettativa di
ricompensa: “Non siate come servi che servono il padrone allo scopo di ricevere una
ricompensa, ma siate come servi che servono il padrone senza lo scopo di ricevere una
ricompensa: e il timore del Cielo sia su di voi.” (Aboth I 3)
Pensiero chiaro che nacque su questo tema fu che “Più grande è colui che esegue (i
precetti) per amore, che chi li esegue per timore.” (Sot. 31 a)

DONNA, MATRIMONIO E DIVORZIO


La “famiglia” è fondamentale per l’ebraismo come per il cristianesimo, che la definisce la
“Chiesa domestica” e per il quale si fonda sul matrimonio che è un “sacramento”, segno
sensibile ed efficace della grazia di Cristo.
Il primo di tutti i comandamenti di Dio all’uomo è “Dio li benedisse e Dio disse loro: Siate
fecondi e moltiplicatevi…” (Genesi 1,28), ossia mettete su famiglia.

Nell’ebraismo è sottolineato che l’uomo è completo solo se ha la sua donna, infatti


“maschio e femmina li creò, li benedisse ediede loro il nome di uomo…” (Genesi 2,5) e,
sottolinea il Talmud, ” Chi non si sposa vive senza gioia, senza benedizione, senza
bene.” (Jeb. 62 b)
Convincimento è che i matrimoni sono fissati in cielo ancor prima della formazione dei
corpi tanto che vi si trova “Quaranta giorni prima della formazione una ‘Bath Kol’
annunzia: Questo individuo sposerà la tale ragazza.” (Sot. 2 a)
Dovendo poi l’uomo lasciare la casa del padre (Genesi 2,24): “La casa di un uomo è sua
moglie.” (Joma 1,1)
Prendere moglie era ritenuto così importante che “l’uomo è autorizzato a vendere un
rotolo della Torah per ammogliarsi.” (Meg. 27 a)
Pilastri della famiglia sono il marito e la moglie, i futuri padre e madre.

Prendendo spunto dalle lettere di “‘ish” uomo e di “‘ishah” donna in cui unite
si trova “Jah” e due fuochi “‘esh” è scritto: “Quando marito e moglie sono degni la
Shekinah è con loro, quando non sono degni il fuoco li consuma.” (Sot. 17 a)
“L’uomo deve prendersi cura dell’onore dovuto a sua moglie, perché nessuna
benedizione si manifesta in casa sua, se non per merito di lei.” (B. M. 59 a)

La donna, quindi, con le dovute differenze che comporta il proprio sesso, ha pari dignità
dell’uomo.
Ciò è proprio delle Sacre Scritture ed è ben evidenziato nel Talmud che riassume secoli
di cultura in territori i più vari e dove i comportamenti maschilistici all’intorno erano
norma di vita.
“La Scrittura pone l’uomo e la donna su un piede di parità rispetto a tutte le leggi della
Torah.” (B. K. 15 a)

Nei riguardi delle “mitzvot” rispetto all’uomo le donne sono esentate solo da quelle il cui
compimento deve essere legato a un tempo (Kid I 7 come l’abitare in capanne per la
festa di Sukkot o mettere i filatteri) in quanto l’azione potrebbe essere impedita dalle
mestruazioni o da una gestazione, ma non è esentata da nessuna di quelle negative
cioè che impongono il “Non fare”.

Non mancano però detti sulla loro golosità, sul fatto che sono ciarliere, “Dieci “Kab”:
(misure) di chiacchere scesero nel mondo, nove le presero le donne…” (Qiddushin 49
b), gelose e piagnucolose, che si caricano di ornamenti e che sono più inclini alla
superstizione, purtuttavia c’è la dichiarazione “Dio ha donato alla donna più intelligenza
che all’uomo.” (Nid. 45 b)
La poligamia e il divorzio, ammessi dall’Antico Testamento., sono ripresi nel Talmud con
pareri i più diversi:

 l’uomo “non può averne più di quattro” di mogli (Jeb 44 a) come nel Corano IV 3.
 “Un uomo può sposare quante mogli desidera.”(Jeb 65 a)
 il Sommo Sacerdote ne poteva avere solo una. (Joma 13 a)
Ovviamente ciò va contro il pensiero delle origini di un solo uomo maschio e femmina
sposati da Dio, come sarà rilevato da Gesù, e contro l’idea talmudica che la moglie è
destinata dal cielo.

Il profeta Malachia, infatti, sostiene: “…coprite di lacrime, di pianti e di sospiri l’altare del
Signore… Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai
tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un
essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non
prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la
donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio.” (Malachia
2,13-16)

Qualsiasi motivo potrebbe allora essere buono per un divorzio.


Sono, infatti, in proposito presentate dal Talmud due scuole di pensiero, ripudio “solo
per infedeltà della donna” o anche “per cause diverse come bruciare il cucinato”, idea
quest’ultima invero meno favorita, ma “Un uomo deve concedere il divorzio a sua
moglie, se essa lo desidera, quando egli ne prende un’altra.” (Jeb 65 a)
In caso di pazzia di una delle due parti l’uomo non poteva però conseguire il divorzio,
non essendoci piena coscienza o perché non si poteva lasciare la parte femminile,
debole, alla sua sorte.
Punto debole che rivela il prevalere del maschilismo: “Una donna può essere ripudiata
col suo consenso o no, ma un uomo può ripudiare quando voglia egli soltanto.” (Jeb 14
1) pur se ciò era ed è mitigato con pressioni da parte dei tribunali talmudici.

Una garanzia della moglie è la restituzione del pagamento sancito nel documento
“Ketubah” del matrimonio, che però era lecito non rilasciare per comportamento
“scandaloso” di lei, ma in tali comportamenti venivano inseriti elementi come il parlare a
voce troppo alta in casa tanto che i vicini sentono, il filare per strada, l’andare in pubblico
a capo scoperto. (Keth. VII 6)
In caso di sterilità, dopo dieci anni di matrimonio, dal marito può essere fatto prevalere il
dovere della procreazione e poteva chiedere il divorzio (Jeb 6 6)… anche, allora i mezzi
per accertarlo non c’erano, se la sterilità poteva essere causa del marito stesso.
La voluta non procreazione era un grave peccato.
Grande importanza, come d’altronde per tutto il comprensorio medio orientale, era
connessa all’avere figli, i “banim”, che erano considerati i costruttori, i “bonim”, del futuro
della famiglia e della comunità tanto che addirittura “Un uomo senza figli è considerato
come morto.” (Gen. R. LXXI 6).
Pensieri del tutto terreni portavano a preferire i figli maschi alle femmine, queste, infatti,
davano più preoccupazioni come tra l’altro ricorda Proverbi 42,9-14 sì che conclude quel
brano “Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna”.

RAPPORTO GENITORI FIGLI


La Torah dice di sé “l’insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.” (Deuteronomio
4,9) e questo comando in genere era ed è assolto diligentemente dagli appartenenti
all’ebraismo.
Al riguardo è da ricordare che “Chi alleva i suoi figli nella Torah è tra coloro che godono
il frutto di questo mondo, mentre il capitale rimane per loro per il Mondo Avvenire.”
(Shab. 127 a)
«Rab Jehuda disse… veramente serbo un buon ricordo di Jhoshua ben Gamala. Se non
ci fosse stato lui la Torah in Israele sarebbe caduta in oblio.
Prima chi aveva ancora un padre imparava da questi la Torah; chi non aveva più un
padre non imparava la Torah. “La insegnerete ai vostri figli” (Deuteronomio 11,19)
s’interpretava così: voi stessi dovete insegnarla. Poi si decise di assumere dei
pedagoghi in Gerusalemme, in forza del passo della Bibbia: “da Sion uscirà la legge”
(Isaia 2,3)… Infine venne Jhoshua ben Gamala e ordinò l’assunzione di pedagoghi in
ogni distretto e in ogni città…» (Baba Batra 21 a)

Si trova su Gesù nel Vangelo di Giovanni “Quando ormai si era a metà della festa (delle
Capanne), Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. I Giudei ne erano meravigliati e
dicevano: Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?” (Giovanni 7,14-
15) donde s’arguisce che San Giuseppe gli insegnò bene la Torah, oltre che il mestiere
di carpentiere.

Riguardo ai mestieri dice il Talmud: “L’uomo è obbligato a insegnare a suo figlio un


mestiere; chiunque non insegna a suo figlio un mestiere, gli insegna a diventare un
ladro.” (Tosefta “Qiddushin”, I, 11)
I villaggi più grandi come le città si munirono di scuole per i fanciulli e di insegnanti che
dovevano avere alte qualità morali e si esortava: “Il timore del tuo maestro sia come il
timore del Cielo.” (Aboth IV 15)
L’insegnamento iniziava a sei anni, infatti: “Per allievi non accettiamo bambini inferiori a
sei anni: da sei anni in su li accettiamo e li ingrassiamo (con la Torah) come un bove.”
(B. B. 21 a)
Diceva Maimonide, detto Rambam acronimo di “Rabbi Moshe ben Maymon” filosofo,
rabbino e medico spagnolo del XII secolo (1136-1204): “Il mondo si regge sul respiro dei
bambini che studiano”.

Le scuole generalmente erano adiacenti alle sinagoghe con classi fino a 25 allievi per
ogni maestro. (B. B. 21 a)
L’insegnamento base o elementare, lo stesso per maschi e femmine, era la lingua
ebraica e la Torah e il metodo era la continua ripetizione e far lavorare continuamente la
memoria.
L’esperienza portò a classificare la risposta degli studenti all’apprendimento in quattro
tipologie che si trovano in Aboth V 18:

 la spugna che assorbe tutto;


 l’imbuto in cui tutto passa ma non resta nulla;
 il colatoi che lascia passare il vino e trattiene la feccia; e di Hillel;
 il vaglio che trattiene il fior di farina e fa andar via la semola.
Dopo “bar mitzvah” chi voleva proseguire entrava nelle scuole rabbiniche che sappiamo
esistere già ai tempi di Gesù come quelle di Scammai e di Hillel.
C’è contrasto di pensiero sull’insegnamento o meno del greco, da alcuni visto come una
maledizione (B. K. 82 b) e da altri come un necessario completamento dell’istruzione (p.
Peah 15 c).

Più netta è la posizione negativa sull’istruzione superiore alle figlie; si preferiva si


dedicassero totalmente alla famiglia d’origine se non ancora sposate o a quella dello
sposo, prendendo spunto da motivi diversi, visto quanto accadeva a Roma e in Grecia
per timore di dissolutezza per la promiscuità che comportava la frequentazione di quelle
scuole, sia per evitare che donne spinte da fervore religioso si votassero al celibato
come accadeva per molte nella “criticata” comunità dei cristiani.
In Jeb 6 a è ribadito e sottolineato il comandamento dell’onore per i genitori che si trova
nella Torah, sia nelle 10 parole di Esodo 20 e Deuteronomio 5, ove è come compenso e
promessa la felicità, sia nel Levitico 19,3 ove è usata la parola “timore”; quindi è dovuto
loro un rispetto come a Dio stesso:

 “Onora tuo padre e tua madre…” (Esodo 20,12)


 “Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia
lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.” (Deuteronomio 5,16)
 “Ognuno rispetti (temi tira’u ) sua madre e suo padre e osservi i miei sabati. Io sono il
Signore, vostro Dio.” (Levitico 19,3)
“Per timore s’intende che non deve occupare il posto di suo padre, sedersi sulla sua
sedia, contraddire le sue parole o decidere contro la sua opinione. Per onore s’intende
che deve fornirgli da mangiare, da bere, da vestirsi, da ripararsi, dargli la precedenza
nell’entrare e nell’uscire.” (Kid. 31 b)

In Peah 15d ponendo in evidenza la precisazione del libro dei Proverbi “Onora il Signore
con i tuoi averi…” (Proverbi 3,9) conclude che mentre col Signore se non si hanno averi
si non puoi onoralo con questi, per i genitori si deve anche andare a chiedere
l’elemosina se occorre onorarli.
L’unica disobbedienza ammessa è a comandi dei genitori che comportassero
disobbedienza a un comando divino tenuto conto che Levitico 19,3 precisa l’osservanza
dei sabati.
Il figlio può porre l’intenzione delle proprie opere per espiare i peccati del genitore per 12
mesi dopo la sua morte (Kid. 31 b).

LAVORO E RAPPORTI CON LA COMUNITÀ


Per il fatto che si è inseriti in un complesso di altri uomini a ciascuno nascono doveri e
obblighi.
La vita di tutti i giorni comporta di inserirsi bene nel proprio posto.
La comunità ebraica aveva ben compreso quello che dicevano i Padri del Talmud: “Chi
è onorato? Chi onora gli altri.” (Aboth IV 1) “non separarti dalla comunità.” (Aboth II 5)

Vale il principio: “L’uomo deve sempre dare una risposta dolce che allontani la collera,
accresca la pace con i suoi fratelli e parenti e con tutti gli uomini, anche col pagano della
strada, sì da poter essere caro di sopra, popolare sulla terra e gradito al prossimo.” (Ber
17 a)

Prescrive il libro del Levitico, il centrale dei cinque libri della Torah: “Ama il prossimo tuo
come te stesso” (Levitico 19,18)
In ebraico amore è anche amicizia, onde ciascuno è da farsi amico il prossimo e del
prossimo.
L’amore si deve tradurre in atti pratici, quindi nella regola d’oro della reciprocità.

Al riguardo si trova nel libro deuterocanonico di Tobia al 4,15 “Non fare a nessuno ciò
che non piace a te” e tale principio si ritrova nel Talmud come “non fare agli altri quello
che non vorresti fosse fatto a te” (Shab 31 a).

Al proposito è da ricordare il Vangelo di Matteo in cui Gesù dichiara nel discorso detto
della montagna: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a
loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.” (Matteo 7,12)
In definitiva essendo tutti sulla stessa barca è da collaboriamo al meglio evitando in tutti
i modi di farci del male a vicenda.

C’è una parabola a commento del versetto “Dio, Dio degli spiriti di ogni essere vivente!
Un uomo solo ha peccato e ti vorresti adirare contro tutta la comunità?” (Numeri 16,22)
e dice: “È simile al caso di alcune persone che si trovavano a bordo di una nave. Una di
esse prese un trapano e cominciò a fare un buco sotto di sé. Gli altri passeggeri gli
dissero: Cosa stai facendo? Rispose: che ve ne importa? Non sto forse facendo il buco
sotto il mio sedile? Ma l’acqua entrerà e ci annegherà tutti.” (Lev. R. IV 6)

L’apologo dello sciopero delle membra di Menenio Agrippa sull’importanza sia del
popolo sia della classe dirigente pare riecheggiare nel detto che riguarda la comunità i
lavori umili e quelli importanti: “Se è tolto il corpo a che serve la testa?” (Gen. R c 9)
Conclusero i saggi della Accademia di Jabneh: “Io sono creatura di Dio e il mio
compagno è anch’egli Sua creatura; il mio lavoro è in città, il suo è nei campi; io mi alzo
presto per il mio lavoro, egli si alza presto per il suo. Come egli non può eccellere nel
mio lavoro, così io non posso eccellere nel suo. Forse potresti dirmi che io faccio grandi
cose ed egli ne fa delle piccole. Abbiamo imparato che non importa se uno fa grandi
cose o piccole cose, purché rivolga il suo cuore al Cielo.” (Ber. 17 a)
Ci sono due versetti di Isaia il 3,10 e 3,11 che vengono tradotti con: “Beato il giusto,
perché avrà bene, mangerà il frutto delle sue opere. Guai all’empio, perché avrà male,
secondo l’opera delle sue mani sarà ripagato.”

Il testo ebraico però è suscettibile anche di essere tradotto in questo modo:

Dite del giusto, perché è buono…


Guai all’empio, perché è malvagio…

Conclude così una interpretazione nel Talmud: “Allora c’è un giusto che è buono e un
giusto che non è buono! Chi è buono verso Dio e verso il prossimo è il giusto che è
buono; ma chi è buono verso Dio e cattivo verso il prossimo è il giusto che non è buono.
C’è poi un malvagio cattivo e uno che non lo è. Chi è il malvagio verso Dio e malvagio
verso il prossimo è il malvagio che è cattivo, ma chi è malvagio verso Dio, ma non verso
il prossimo è il malvagio che non è cattivo.” (Kid 40 a)

“Ogni autorità viene da Dio” scrive San Paolo nella lettera ai Romani 13,1 e questo
pensiero è anche nel Talmud che al riguardo suggerisce al fedele di essere sottomesso
ai superiori (Aboth III 16) e chiede di pregare per i governanti (Aboth III 2); vi si arriva
anche a dichiarare che “Chiunque si comporta con sfrontatezza verso un re è come se
agisse nello stesso modo dinanzi alla Shekinah” (Gen. R. XCIV 9) …fosse anche a un re
pagano.
Unica eccezione: …”Se il Governo decreta duri decreti, non ti ribellare in alcuna
imposizione che ti fa: ma osserva il decreto del re. Se però decreta che tu annulli la
Torah e i precetti non obbedire…” (Tanchuma Noach 10)
È anche chiara la posizione che biasima l’ambizione, infatti, rispettali, ma “Ama il lavoro,
detesta la potenza e non cercare l’intimità con i governanti” (Aboth I 10), ma non intende
di precludere le iniziative.
Poi ogni lavoro per la comunità deve essere compiuto nel nome del Cielo e Dio stesso
dirà “…vi ritengo degni di grande ricompensa, come se aveste fatto tutto voi.” (Aboth II
2)
Questo pensiero è simile a quello che propone Gesù con la parabola dei talenti quando
esclama: “Bene, servo buono e fedele… sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su
molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.” (Matteo 25,21 e 23)
Molta importanza è annessa al lavoro e alla dignità che ne deriva all’uomo, infatti:
“Grande è il lavoro, perché onora i lavoratori”. (Ned. 49 b)
San Paolo in 2Tessalonicesi 3,10 a proposito del lavoro dice “…quando eravamo presso
di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi.”

Era quello un detto popolare ricordato anche nel Talmud “Chi non ha lavorato non
mangerà”. (Gen. R XIV 10)

Circolavano, infatti, il seguenti pensieri sul lavoro: «Neppure Adam prese cibo prima di
aver lavorato; com’è detto “Il Signore Iddio prese l’uomo e lo mise nel Giardino dell’Eden
per coltivarlo e custodirlo” (Genesi 2,1 5) e solo in seguito disse “Di ogni albero del
Giardino puoi mangiare” (Genesi 2,16). Anche il Santo che benedetto sia non fece
splendere la sua Shekinah su “Israele finché questi non ebbe lavorato”» (ARN XI) per la
costruzione del Santuario.
“L’uomo è obbligato a insegnare a suo figlio un mestiere…” (Tosifta Kid I 12)

È nettamente deprecato l’usuraio come se avesse commesso tutte le abominazioni


possibili (Esodo R XXXI 13).
In Shabbat 31 è scritto che nell’essere giudicati nel Mondo Avvenire la prima domanda
sarà: “Sei stato onesto in affari?”
Importante poi è l’onestà nei rapporti “tra i giusti, il si è si e il no è no” (Ruth R a II 18)
che ricorda quanto nei Vangeli “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene
dal maligno.” (Matteo 5,37)

Questo argomento del comportamento negli affari è molto delicato perché vi sono pareri
in cui è fatta differenza di comportamento tra ebrei e con gli altri: infatti in Bava Mezia, 6
I a si trova «Non è permesso derubare un fratello, ma è permesso derubare un non
ebreo, poiché sta scritto in Levitico 19,13 “Non deruberai il tuo vicino.” Ma queste parole,
dette dal Signore, non si applicano a un Goy che non è tuo fratello»; in effetti, in Levitico
19,13 è scritto: “Non opprimerai (il tuo compagno), il tuo prossimo, né lo spoglierai
di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino
al mattino dopo.”
È ricercatissima l’unità tra i “fratelli” e chi mette pace tra loro gode i frutti in questo
mondo e nel Mondo Avvenire (Peah 1,1), simile a “Beati gli operatori di pace, perché
saranno chiamati figli di Dio.” (Matteo 5,9)
È inevitabile che sorgano liti tra fratelli, ma è da lodare chi tace prima (Kid 71 b).

Ecco allora che si possono individuare quattro tipi: ”

 Chi è facile ad adirarsi e a placarsi; il suo guadagno compensa la sua perdita;


 Chi è difficile ad adirarsi e a placarsi; la sua perdita compensa il suo guadagno;
 Chi è difficile ad adirarsi e facile a placarsi; è un pio;
 Chi è facile ad adirarsi e difficile a placarsi; è un malvagio.” (Aboth V 14)

IL PROSSIMO
Principio fondamentale della Torah, com’è noto, è il comandamento del Levitico 19,18:
“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo
prossimo come te stesso. Io sono il Signore”.
Per com’è scritto nel testo ebraico della Sacra Scrittura, questo però pare riguardare “i
figli del tuo popolo”, quindi gli Israeliti e, come del resto il precedente versetto 19,13,
pare proprio essere relativo ai rapporti con “re’ak”, ossia col “il tuo compagno”,
quindi con uno della stessa nazione.
Ciò ha portato incomprensioni e comportamenti contrari al comandamento più
universale che invece può attendersi da un insegnamento che s’ispira a un Dio di tutte le
genti e misericordioso.
Come si può costatare scorrendo i testi dei Talmud, risulta, così, che tra le migliaia di
citazioni delle centinaia di Dottori di Torah che vi si trovano esistono anche
interpretazioni che escludono da quel comandamento dell’amore i fratelli non ebrei e
tale fatto ha fomentato o è la testimonianza della presa d’atto di una realtà storica
d’inimicizie gravi con gli altri popoli e le altre comunità religiose, vissute da molti in
buona fede, facendo comunque sentire di stare dalla parte del giusto secondo il dettato
della Torah scritta e di quella orale. Si trova, invero, che Ben Azzai in Sifra sul Genesi,
come principio ancora maggiore di “amerai il prossimo tuo come te stesso” propone alla
responsabile attenzione: “Questo è il libro della discendenza di Adamo. Nel giorno in cui
Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio…” (Genesi 5,1s), in quanto, tali versetti
rammentano che tutti gli uomini sono tra loro “fratelli”, perché tutti figli del primo uomo
che Dio creò.
In effetti, ci fu chi incorse nell’errore di pensare che vi fosse stato un rapporto fisico da
parte del “serpente” con Eva e che di fatto sarebbero nati figli non di Adamo.
Solo gli Israeliti, grazie al patto del Sinai, rientrarono sotto la “figliolanza” con Dio e gli
altri, per contro, figli di serpente, sarebbero rimasti semplici “creature” come gli animali,
da cui la liceità di comportamenti diversificati tra fratelli e con gli altri.

Esistono comunque posizioni che portano avanti la soluzione di eguaglianza, infatti, si


trova: “I nostri Maestri hanno insegnato: bisogno sopportare i poveri dei pagani come i
poveri d’Israele, visitare i poveri dei pagani con i malati d’Israele, dare onorevole
sepoltura ai morti dei pagani, come ai morti d’Israele, a causa delle vie di pace.” (Ghit. V
8)

Al riguardo, questa duplice posizione nei riguardi del prossimo, un connazionale o un


uomo qualsiasi, era evidentemente in discussione anche ai tempi di Gesù in quanto se
ne trova evidente riflesso nel Vangelo di Luca nell’episodio detto del “buon samaritano”.
In tale occasione, proprio un dottore di Torah fa una domanda a Gesù per metterlo alla
prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna? Gesù gli disse: Che cosa sta
scritto nella Legge? Che cosa vi leggi? Costui rispose: Amerai il Signore Dio tuo con
tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il
prossimo tuo come te stesso. E Gesù: Hai risposto bene; fa questo e vivrai. Ma quegli,
volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo?” (Luca 10,26-29)
Per la risposta Gesù racconta un fatto che chiama in gioco la reciprocità.
D’altronde Dio nella Torah ha rivelato che è Santo e chiede a ciascuno di cercare la
somiglianza con Lui ed essere sua immagine per gli altri.
Ed ecco il fatto: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti
che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per
caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre
dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un
Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli
si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo
giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due
denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo
rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei
briganti? Quegli rispose: Chi ha avuto compassione di lui. Gesù gli disse: Va e anche tu fa lo
stesso.” (Luca 10,25-37)
In quel caso fu il prossimo di chi aveva bisogno non un Levita, né un sacerdote, ma un
samaritano, quindi un non Israelita; come quel samaritano però si comporta chi ha
misericordia e mette al primo posto il Mondo Avvenire cioè la vita eterna che diceva di
cercare quel Dottore di Torah.
Peraltro è veramente potente “chi cambia un nemico in amico.” (ARN XXIII)
Il Santo però ama gli umili e si rivelò e fece condottiero d’Israele Mosè “Ora Mosè era un
uomo assai umile (“a’nu me’od” ), più di qualunque altro sulla faccia della terra.”
(Numeri 12,3)

Dicono i Salmi:

 101,5 – “…chi ha occhi altezzosi e cuore superbo non lo potrò sopportare.”


 138,6 – “…eccelso è il Signore e guarda verso l’umile ma al superbo volge lo sguardo da
lontano.”
La “Shekinah” risplende “su chi è coraggioso, ricco, saggio e umile.” (Ned. 38 a)
I Dottori che intendevano dire?
Ricco, è chi tende alla perfezione morale, come dice Aboth IV 1 “Chi è ricco?
Chi si contenta della propria parte”.
E chi è coraggioso? Chi domina le proprie passioni.

Dice Gesù nel Vangelo di Luca nella parabola dei talenti “Vi dico: A chiunque ha sarà
dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” (Luca 19,26)
Il Messia si rivolgerà agli umili perché “L’umiltà è la più grande di tutte le virtù, com’è
detto: Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con
l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri (agli umili ‘a’naioim’ ).
Non è detto ai santi, ma agli umili; da qui apprendiamo che l’umiltà è la più alta virtù.” (A.
Z. 20 b) e inizierà col rivolgersi ai figli di Abramo, perché “Un occhio buono (non
invidioso) una mente umile e uno spirito modesto sono gli attributi dei discepoli di
Abraham padre nostro.” (Aboth V 22)

Ora accade che se ci si guarda intorno con l’occhio buono si vede che il “prossimo” che
s’incontra soffre spesso di gravi bisogni che non può sopperire per mancanza di tempo
e di denaro.
La storia e i fatti della vita hanno messo quel “nostro fratello” in condizioni d’indigenza e,
allora, come non cercare, almeno per quanto consente il nostro senso di giustizia,
assolvere al comandamento che ricorda d’avere “amore per il prossimo”, la cui piena
misura invero è quella che avremmo per noi stessi?
Ecco che la misericordia verso il bisognoso più che un atto di grazia da parte di chi si
adopera per lui, da un punto di vista più generale è da considerare piuttosto un atto
dovuto di giustizia, un cercare di riequilibrare lo stato di giustizia delle origini.
È scritto, infatti, in Salmo 112,9: “Egli dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane
per sempre.”
Il giusto è lo “tsadiq” e la giustizia è la “tsedaqah” , sinonimo di atti di
misericordia e in modo riduttivo di “elemosina”.
Dio, infatti, nell’esercitare la giustizia infinita esplicita il proprio essere il Santo e il
Misericordioso. Le lettere stesse di “tsadiq” ci dicono che questi “scende in
aiuto di chi è abbattuto/piegato “.

Nel discorso della montagna Gesù, infatti, collega il praticare la giustizia cl fare
l’elemosina: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere
ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei
cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te…” (Matteo
6,1s)

La forma migliore dell’elemosina dice il Talmud è darla in segreto, cioè quando “chi da
un dono senza sapere chi lo riceve non sa chi ha donato” (B. B. 10 b)
Al proposito il discorso della montagna, subito dopo il passo sopra citato così risuona:
“Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,
perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà.” (Matteo 6,3s)
La carità è un mezzo di espiazione del peccato.
Akiba a un romano che gli domandava perché Dio non provvedesse direttamente ai
poveri rispose: “Perché sia possibile a noi essere liberati per mezzo loro dalla pena
Ghehinnom”. (B. B. 10 a)
Facevano comprendere in modo pratico la questione: i beni terreni appesantiscano
l’anima e la fanno cadere nel Ghehinnom, infatti “…di due agnelli che traversano un
corso d’acqua, uno tosato e l’altro no. L’agnello tosato passa sano e salvo, mentre
l’intonso no”. (Ghit. 7 a)

La Geenna o valle dell’Hinnom, ricordata tante volte nella predicazione da Gesù, era
una valletta sul lato sud del monte Sion ove Acaz e Manasse, re di Giuda, praticavano il
culto al dio Molok; poi fu adibita all’eliminazione col fuoco dei rifiuti di Gerusalemme e il
Talmud, come i Vangeli, lo pensano quale il luogo della distruzione dei malvagi nel
giorno della risurrezione dei morti.
“La carità è più grande di tutti i sacrifici.” (Suk 49 b)
“Quando un mendicante sta alla tua porta, il Santo che benedetto sia, sta alla sua
destra.” (Lev. R XXXIV 9)
Dice il Gesù Cristo nel ricordare le opere di misericordia: “In verità vi dico: ogni volta che
avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
(Matteo 25,40)

L’ira, la gelosia, l’invidia, l’incomprensione, la superficialità, la competizione, figlie tutte


dell’egoismo, portano a provocare o ricevere offese al e dal prossimo.
L’armonia però ne è turbata.
Ecco che il Talmud propone: “Se alcuno ha sospettato a torto un altro, deve riconciliarsi
con lui; più ancora deve benedirlo”. (Ber. 31 b)

In parallelo a quanto propone il libro di Giobbe 38,27-30 circa il comportamento Dio con
l’uomo peccatore: “Avevo peccato e violato la giustizia, ma egli non mi ha punito per
quel che meritavo; mi ha scampato dalla fossa e la mia vita rivede la luce. Ecco, tutto
questo fa Dio, due volte, tre volte con l’uomo, per sottrarre l’anima sua dalla fossa”, il tentativo
di riconciliazione, propone il Talmud, deve essere portato avanti non più di tre volte
(Joma 87 a).

Al riguardo nei Vangelo di Matteo alla domanda di Pietro “Signore, quante volte dovrò
perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli rispose:
Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.” (Matteo 18,21s) infatti, fino al
giorno della morte Dio da all’uomo la possibilità di redimersi col pentimento.
Per contro l’offeso è chiamato a non serbare rancore:

 ” Dimentica l’insulto che ti è stato arrecato.” (ARN XLI)


 “Chi dimentica la vendetta, i suoi peccati sono perdonati: quando perdono l’ottiene.” (Joma
23 a)
In parallelo risuonano le parole della preghiera cristiana del “Padre Nostro”: “rimetti a noi
i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori…” (Matteo 6,12)

IL MESSIA, LA RISURREZIONE E IL MONDO AVVENIRE


La fede nell’attesa del Messia è confermata innumerevoli volte nel Talmud.
Un Dottore del IV secolo riportò che Hillel del I secolo avrebbe affermato: “Israele non
ha Messia perché lo ha già goduto ai tempi di Ezechia.” (Sanh. 98 b) riferendo al figlio
Ezechia di Acaz la profezia di Isaia 7,14 “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio,
che chiamerà Emmanuele”, ma su ciò fu contestato.
In Isaia 9,6 però si parla di un trono di David che durerà per sempre, mentre quello di
Ezechia terminò nel 687 a.C.: “Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul
trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e
la giustizia, ora e per sempre”; quindi, se si ritiene Isaia profeta ispirato da Dio, è da
attendere un ripristino per sempre del regno di Davide da parte di un discendente
davidico.
Converge su ciò questa citazione “Grande liberazione Ei (DIO) concede al Suo Re e
‘usa misericordia al suo unto’ (Messia), a ‘David e alla sua discendenza per sempre’
(come dice il Salmo 18,50); non è scritto qui a David, ma a David e alla sua discendenza
per sempre.” (Lament. R I 51)
Si trovano poi queste considerazioni:

 “;Il Re Messia nacque fin dall’inizio della creazione del mondo, perché entrò nella mente di
Dio ancor prima che il mondo fosse creato.” (Pesikta Rab. 152 b)
 “Il Santo che benedetto sia, farà sorgere in seguito per Israel un altro David, com’è dice
‘Serviranno il Signore, loro Dio, e Davide, loro re, che farò sorgere in mezzo a loro.’
(Geremia 30,9). Non dice ‘feci sorgere ma farò sorgere.'” (Sanh. 98 b)
 “R. Nachman chiese a R. Isac ha sentito quando verrà ‘Bar Naplé?’ (figlio del caduto) Chi è
‘Bar Naplé?’ Il Messia. E tu chiami il Messia ‘Bar Naplé’? Sì perché è scritto ‘In quel giorno
rialzerò la capanna di Davide, che è cadente (hannopeloet); ne riparerò le brecce, ne rialzerò
le rovine, la ricostruirò come ai tempi antichi…'” (Amos 9,11)
Nel Talmud oltre che del Messia figlio di David c’è anche una citazione in Suk.
52 su di un Messia figlio di Joseph che sarà ucciso e vi si richiama la profezia di
Zaccaria 12,10 “…guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si
fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.” profezia in
Giovanni 19,37 riferita a Gesù crocifisso, ritenuto figlio di Giuseppe.
Molti commenti e controversi tra loro si trovano sul tempo del suo arrivo e su quanto
avverrà in quel tempo.

Settemila anni dalla creazione durerà il mondo, afferma R Jeuda e “La scuola di Elijah
insegnava: Il mondo durerà seimila anni di cui 2000 nel caos, duemila con la Torah e
duemila saranno i giorni del Messia.” (Sanh 97-99 a).
Tra questi due pensieri mancano tra loro mille anni, forse i mille anni di cui parla
l’apocalisse cristiana in Apocalisse 20.
(Il calendario ebraico conta gli anni dalla presunta data della creazione corrispondente al
3760 a.C. secondo le indicazioni della Genesi soppesate dalla tradizione rabbinica,
onde i 7000 anni terminerebbero nel 2240 d.C..)
“Abaje disse… Come un anno (un campo) ogni sette sta a maggese così il mondo sarà
a maggese ogni settemila anni; infatti, si dice ‘Sarà esaltato il Signore, Lui solo in quel
giorno’ (Isaia 2,11) E dice: ‘Salmo. Canto. Per il giorno di sabato’ (Salmo 92,1) e ‘Ai tuoi
occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato’ (Salmo 90,4).”
“Rabbi Nehorai dice: nella generazione in cui viene il figlio di Davide i giovani
umilieranno i vecchi, i vecchi si ribelleranno ai giovani, la figlia si solleverà contro la
madre e la nuora contro suocera, il volto della generazione sarà come quello di un cane,
il figlio non si vergognerà davanti a suo padre.” (Sanh 98)

Veramente molto simile a quanto è detto da Gesù nel Vangelo di Matteo: “Non crediate
che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una
spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora
dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.” (Matteo 10,34-36)

Prima però vi saranno le guerre dei mostri del mare e contro Gog e Magog (Sanh. 97 a),
ricordate anche nel libro cristiano dell’Apocalisse e comunque “Se sarete degni
l’affretterò; se non sarete degni sarà a suo tempo.” (Sanh 98 a)
Certo è che in Midrash a Cant. IV 4 si parla dell’attesa della riedificazione del Tempio e
della nuova Gerusalemme nei cieli, in analogia all’attesa cristiana.

La fede nella risurrezione è parte essenziale dell’ebraismo.


Nel libro dei Padri nel Talmud si trova, infatti: “I nati sono destinati a morire e i morti a
rivivere.” (Aboth IV 29)

Nella antichissima preghiera dell’Amidah (che come dice il nome si recita in piedi, viene
detta tre volte al giorno, quattro nelle festività e cinque durante lo Yom Kippur) o delle
diciotto benedizioni, la seconda riguarda “Benedetto Tu, Signore, che resusciti i morti”
(ai tempi futuri del Messia).
Nel Talmud, scritto da discendenti dei Farisei, si trovano gli echi delle diatribe già forti al
tempo di Gesù con i Sadducei e con i Samaritani che negavano la risurrezione dei morti
e la dottrina del premio e della pena, perché secondo loro non trovavano nessun
appiglio al riguardo nella Torah scritta.
L’idea dei Dottori del Talmud è che la Torah dava tutto ciò per scontato, infatti: “Non
esiste sezione della Torah che non implichi la dottrina della risurrezione, solo che a noi
manca la capacità d’interpretarla in questo senso.” (Sifré Deut. 306; 132 a)
Numerose sono le confutazioni che portate con riferimento a versetti della Torah come:

 “R. Eliezer b. Josè diceva: In questo modo ho dimostrato la falsità dei libri dei Samaritani che
affermano non essere nella Torah insegnata la risurrezione. Dissi loro: voi avete falsificato la
vostra redazione della Torah, ma ciò non è valso a dimostrare il vostro assunto che la
risurrezione non è insegnata nella Torah, perché colà è detto… ‘quella anima (nofoesh) sarà
recisa; la colpa è su di lei’ (Numeri 15,31) ora ‘sarà recisa’ deve riferirsi necessariamente a
questo mondo e ‘la colpa è su di lei’ non può esserlo che nel Mondo Avvenire.” (Sanh. 90 b)
 “È scritto: ‘Sono io che dò la morte e faccio vivere…’ Si potrebbe pensare che come accade
di solito nel mondo, la morte fosse provocata da una Potenza e la vita da un’altra: per tale
ragione il testo continua ‘io percuoto e io guarisco’ (Deuteronomio 32,39). Come il guarire e
il ferire sono nelle mani di una stessa Potenza così nelle mani di una stessa Potenza sono il
morire e il far vivere. È questa una confutazione a coloro che dichiarano la risurrezione non
insegnata nella Torah.” (in Sanh. 91 b)
C’è lì poi in Sanhedrin 91 b e seguenti un certo Rabbi Meier che domandava: Donde si
rileva che la risurrezione deriva dalla Torah?

La risposta fu da Esodo 15,1 che dice: “Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto
al Signore e dissero: Voglio cantare al Signore, perché ha mirabilmente trionfato: cavallo
e cavaliere ha gettato nel mare.”

Il testo ebraico in effetti, come comporta l’avverbio “allora” “‘az” , il verbo cantare per
costruzione appare al futuro, ossia non cantarono, ma piuttosto canteranno “iashir”
.

Una tale pensiero si trova anche nel libro cristiano dell’Apocalisse: “Poi vidi nel cielo un
altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi,
poiché con essi si deve compiere l’ira di Dio. Vidi pure come un mare di cristallo misto a
fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome,
stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, cantavano il
cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello.” (Apocalisse 15,1-3)

È stato molto discusso sul fatto se la risurrezione sarà evento universale o solo per
quelli di Israele, visto che si trova:

 “;La risurrezione è riservata a Israele.” (Gen. R. XIII 6)


 “I giusti che il Santo che benedetto sia, ricondurrà in vita non torneranno mai più alla loro
polvere.” (Sanh 92 a)
Altri sostenevano che come la pioggia cade su tutti la risurrezione sarà per tutti.
C’è poi chi sostiene che risorgerebbero solo i sepolti in Israele, anche se straniero.

Curiosa ipotesi è quella che in modo immaginifico demolisce quell’idea e dice: “Il Santo
che benedetto sia, scaverà la terra avanti ad essi e i loro corpi rotoleranno attraverso lo
scavo come covoni e quando saranno arrivati nella terra d’Israel, le loro anime vi si
riuniranno.” (p. Keth 35 b)

Altra questione che si muove è se i risorti saranno vestiti o nudi.


“Come l’uomo va (nella tomba) vestito, così tornerà vestito. Possiamo apprenderlo
dall’esempio di Samuel, quando lo vide Saul. Egli chiese alla pitonessa di Endor: Qual’è
il suo aspetto Ed ella rispose: un vecchio sale, coperto da un mantello (1Samuele
28,14).” (Gen. R. XCV 1)
“Un chicco di grano è seppellito nudo e nasce vestito. Tanto più ci si deve attendere ciò
dei giusti, che sono stati seppelliti vestiti.” (Ketubbot 111 b)
San Paolo forse risponde a domande del genere quando dice:

 “Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale
d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura…” (1Corinzi 15,54)
 “In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire
spogliati ma sopravvestiti…” (2Corinzi 5,4)
Secondo un Dottore i morti torneranno in vita con le loro infermità fisiche per evitare che
si dica che Dio ha risorto persone diverse, ma dopo la risurrezione li guarirà (Eccles. R.
a I,4).
C’è poi la questione di Elia che deve venire alla fine dei tempi.
“La resurrezione dei morti avverrà per mezzo di Elijah.” (Sot IX 15)

Elia sarà il banditore del Messia e Gesù nel Vangelo di Matteo lo indica in Giovanni
Battista: “E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire.” (Matteo 11,14)

Nel Mondo Avvenire tutti saranno nella gioia e in pace, comunque la felicità sarà
indicibile, infatti: “Tutto Israel si riunì presso Mosè e gli disse: Mosè nostro maestro, dicci
quali beni il Santo che benedetto sia, ci darà nel mondo Avvenire. Rispose loro: non so
che dirvi. Siate felici per ciò che vi è preparato.” (Sifré Deut. 356, 148 b)
Sarà a risplendere la giustizia divina e tutte le ineguaglianze del mondo presente
saranno eliminate.
“Questo mondo è come un vestibolo che precede il Mondo Avvenire; preparati nel
vestibolo per entrare nella sala.” (Aboth IV 21)
“È meglio un’ora di beatitudine dello spirito nel Mondo Avvenire che la vita in terra in
questo mondo.” (Aboth IV 25)
Nel vestibolo prima di entrare nella sala è da prepararsi, vestendosi di Torah, infatti: “Chi
si è acquistatole parole della Torah, si è acquistato la vita del Mondo Avvenire.” (Aboth II
8)
C’è profonda un’idea di contrappasso, cioè non si potrebbe avere la felicità qui e la
beatitudine al di là, ossia “Nessuno ha il merito di due tavole.” (Ber. 5 b)
Questo dire, però, vede il percorso del fedele come un sacrificio, mentre: “Gioia e
allegrezza grande per quelli che ti cercano; dicano sempre: Dio è grande quelli che amano
la tua salvezza.” (Salmo 70,5)

Questa idea del sacrificio e della sofferenza traspare anche da questo commento:

 “Tre doni preziosi il Santo che benedetto sia, da’ a Israele e tutti li solo per mezzo delle
sofferenze; essi sono: la Torah, la terra d’Israele e il Mondo Avvenire.” (Ber. 5 a)
 “Nel Mondo Avvenire non c’è né mangiare, né bere, né procreazione di figli, né
contrattazioni commerciali, né invidia, né odio, né rivalità; ma i giusti seggono in trono, la
corona in capo e godono lo splendore della Shekinah.” (Ber. 17 a)
Un accenno a qualcosa di simile si trova nel Vangelo di Matteo: “Alla risurrezione, infatti,
non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo.” (Matteo 22,30)
“Chi sarà figlio del Mondo Avvenire? Risposero: Chi è mite e umile, cammina con umile
portamento, studia con costanza la Torah e non si attribuisce alcun vanto.” (Sanh. 88 b)
Comunque ricordo al riguardo Tosifta Sanh. XIII 2 “I giusti tra le nazioni del mondo
avranno parte del Mondo Avvenire.”

IL GIUDIZIO FINALE, GLI INFERI E IL GAN EDEN O PARADISO


A conclusione fornisco alcuni brevi cenni su quanto relativo al Giudizio Finale, agli inferi
e al Gan Eden o Paradiso sono argomenti su cui ovviamente nel Talmud molte sono le
discussioni, ma ben poche le certezze, perché si trovano le più varie opinioni di cui
riporto solo alcune meno fantasiose.
Il patto di Dio con il popolo ebraico tramite la Torah fa si che chi l’osserva è di fatto
ormai per sempre sotto il manto di Dio e scritto per l’eternità nel libro della vita “Sefer ha
Chaim”.
Secondo il Talmud il libro è aperto durante “Rosh haShannah” quando ogni anno si
compie il giudizio per ogni uomo della comunità e gli sono perdonati da Dio i peccati a
certe condizioni in cui essenziale è il pentimento e il ricercare il perdono delle colpe.
La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono “Rosh haShana” appunto come il “Giorno
del giudizio” “Yom ha-Din”.
In quei giorni è suonato il corno “Shofar” per svegliare il popolo alla conversione.
Nei “midrashim” è raccontato di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che
raccolgono la storia dell’umanità.
Gesù, il Messia per i cristiani, è Torah incarnata, e seguire Lui è seguire la Torah tutta
intera: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha
mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.”
(Giovanni 5,24)

È invalso l’uso, infatti, di definire gli ebrei quali “popolo del Libro” mentre, per i cristiani,
la parola è incarnata in Gesù.
Nel pensiero talmudico il giudizio finale sarà quindi per le nazioni pagane e per chi vi
appartiene “…il Santo che benedetto sia, siederà con gli anziani d’Israele come il
presidente di un ‘Beth Din’ e giudicherà le nazioni pagane…” (Tanchuma Kedoshim I)
anche se vi sono accenni anche al giudizio sugli Israeliti come: “Nell’Al di là, il Santo che
benedetto sia, giudicherà i giusti e gli empi d’Israele…” (Midrash a Salmo 31 120 a)

Il pensiero è che dopo la morte per un tempo fino al massimo di un anno il corpo rimane
nella tomba e l’anima si separa e solo dopo viene ricongiunta al corpo per il giudizio.
(Shab. 152 b)

Pare poi trovare spazio anche l’idea di un tempo di “purgatorio”, in particolare: “Rispetto
al giorno del giudizio vi sono tre categorie i perfettamente giusti, gli assolutamente
malvagi e la gente media. Quelli della prima categoria sono immediatamente scritti e
sugellati per la vita eterna. Quelli della seconda categoria sono immediatamente scritti e
sugellati per il Ghehinnom. (Vedi: Dan 12,2). La terza categoria discenderà nel
Ghehinnom griderà e quindi salirà…” (R. H. 16 b)

Da alcuni commenti seguenti a R. H. 16 b pare potersi concludere che per alcuni Dottori
del Talmud i condannati al Ghehinnom vi soffrirebbero per generazioni e generazioni…
non per l’eternità, che poi il Ghehinnom finirà, dopodiché continueranno a vivere nel
rimorso non potendo vedere Dio. Il Ghehinnom per il giudizio finale fu pensato in
parallelo a quello che, come abbiamo già considerato, era il luogo della discarica di rifiuti
vicino a Gerusalemme, la geenna dei Vangeli (Matteo 5,22-29-30; 10,28; 18,9; 23,15-33;
Marco 9,43-45-47; Luca 12,5).

Era un burrone a sud di Gerusalemme, dove c’erano altari nei quali erano sacrificati
bambini in onore del dio Molok (Levitico 18,21) come ricorda Geremia 7,31: “Hanno
costruito l’altare nella valle di Ben-Hinnon, per bruciare nel fuoco i figli e le figlie”.
Il re d’IGiuda, Giosia, cercò di stroncare questo culto e la valle fu trasformata nell’
immondezzaio di Gerusalemme e divenne simbolo di punizione per i malvagi dopo la
morte, come è scritto nel Talmud: “Il Santo, che benedetto sia, condanna i malvagi nella
Geenna per 12 mesi. Prima li affligge col prurito, quindi col fuoco e infine con la neve.
Dopo 12 mesi i loro corpi sono distrutti, le loro anime sono bruciate e sparpagliate dal
vento sotto le piante dei piedi dei giusti”. (p. Sanh. 29 b)

Quel luogo di pena finale comunque nella Scrittura ha molteplici nomi riportati in Erub.
19 a:
Il Ghehinnom è chiamato con sette nomi:

 “Sheol” tradotto in genere con inferi;


 Abbadon o distruzione;
 Corruzione;
 Orribile abisso o fango melmoso;
 Ombra di morte;
 Mondo infero secondo la tradizione (ma non per la Scrittura).
Dal punto di vista allegorico poiché si dice scendere agli inferi molti hanno pensato che
questi fosse sotto terra, ma alcuni affermavano: “Il Ghehinnom è al disopra del
firmamento…” (Tamid 32 b)
Il Ghehinnom è a occidente e il Gan Eden a oriente.

La forma del Ghehinnom pare proprio essere simile a quella immaginata da Dante per
l’inferno nella Divina Commedia, avrebbe infatti più piani verso il basso, più si è malvagi
più si scende, vi sono lacci, fuoco, zolfo, vento e fiamme (Midrash a Salmo 11,7 51 a),
anche neve e ghiaccio, come visto in p. Sanh. 29 b, ed è stretto in cima e largo in fondo
(Sifré Deut. 357; 149 b).
La maggiore salvaguardia dal fuoco del Ghehinnom è lo studio della Torah (Chag. 27 a)

Per contro, in parallelo, Dio prepara per i giusti il “Gan Eden” di cui il “paradiso terrestre”
del libro della Genesi è solo un modello.
Vi sarebbero due Gan Eden tra loro collegati, uno celeste e spirituale ed uno terreno;
sebbene il Giardino di Gan Eden dove Adamo ed Eva vissero dopo il peccato non abbia
più lo stesso aspetto terreno, gli scritti ebraici insegnano che la sua parvenza spirituale
sussiste ancora.
Nell’era messianica nel mondo sarà instaurato di nuovo lo stato del Giardino dell’Eden
prima della trasgressione.
Vi sono lassù sette gironi di giusti uno sopra l’altro (Sifré Deut. 10;67 a e Shab. 52 a)
Dio vi preparerà un eterno banchetto a cui Lui stesso parteciperà (Num. R. XIII 2 e
Taan. 31 a).
“Ai discepoli dei Saggi che in questo mondo corrugavano la fonte nello studio della
Torah, il Santo che benedetto sia, rivelerà loro il mistero di essa nel Mondo Avvenire.”
(Chag 14 a)

Quattro ingredienti sono necessari per essere felici in questa terra: “emunah” fede in
Dio, “bitakhon” fiducia in Dio, “histapkut” accontentarsi e “sekhel” intelletto.
C’è un racconto fantastico su Alessandro Magno che conclude “Se gli occhi desiderano
sempre di più, non saranno mai soddisfatti, neanche se ricevessero tutto l’oro del
mondo e ancora di più. Alessandro, tu non sarai mai soddisfatto con le tue conquiste. Il
Gan Eden è riservato per coloro che sono felici con quello che hanno”. (Tamid 32a)
E la Torah insegna a ciascuno proprio di godere di ciò che ha, senza invidia “non
desiderare…” ciò che è di altri.

Nel centro s’innalza l’albero della vita, i cui rami coprono tutto il Gan Eden. Gesù Cristo
stesso in Apocalisse 1,1 riferisce che darà da mangiare dell’albero della vita, che è in
mezzo al Paradiso di Dio, a colui che vince.
“Paradiso di Dio” è appunto quello che l’umanità ha perso con la disubbidienza di
Adamo ed Eva e che sarà restaurato alla fine dei tempi qui sulla terra dove si trovava in
origine come si evince anche da Apocalisse capitolo 21.
Mangeranno dell’albero della vita i santi che hanno vinto il mondo e sono risorti in cielo
guadagnando l’immortalità (1Pietro 1,3-4; Romani 6,5) e il diritto di regnare con Cristo
come dice Lui stesso in Apocalisse 3,21: “A chi vince concederò di sedere con me sul
mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto col Padre mio sul suo trono.”

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