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Lorenzo Sguaitamatti, Der spätantike Konsulat.

Paradosis 53, Academic Press Fribourg; Fribourg


2012. Pp. xii, 314.

Il contributo di Lorenzo Sguaitamatti si pone come prezioso aggiornamento specialistico sull'ultima


fase della più prestigiosa e longeva dignità romana. Per quanto infatti 'il consolato tardoantico' come
istituzione specifica fosse già stato oggetto di approfondita indagine, era ormai auspicabile – nella
temperie di queste ultime decadi, caratterizzate da una felice “esplosione” di studi tardoantichi
come da una produzione scientifica e da una disponibilità documentaria senza precedenti – uno
studio monografico sul tema. Ad una breve introduzione (Einleitung, pp. vii-xii) che anticipa gli
intenti dell'opera e ripercorre per sommi capi la storia degli studi sul tema, seguono cinque capitoli
tematici, ciascuno suddiviso in tre sezioni specifiche.
Il primo capitolo (Kennzeichen, Ehrenrechte und Ehrungen des spätantiken Konsulats, pp. 1-50) si
concentra sulle prerogative onorifiche del consolato tardoantico. Viene in primis diffusamente
analizzata la funzione eponimica, quale elemento distintivo della dignità e unico residuo della sua
antica concezione repubblicana (Die Konsularische Eponymität und Amtsdauer, pp. 1-26): l'Autore
esamina i passaggi e i motivi salienti della codificazione e trasmissione dei fasti consulares,
sottolineandone l'importanza come breviari della memoria storica e del sistema di datazione vigente
(pp. 1-5, 10-17, 25-26); integrano la trattazione alcuni excursus su aspetti tecnici o specifici inerenti
l'eponimia (pp. 5 ss., 17 ss.). Sempre in merito ad elementi primariamente distintivi del consolato,
vengono di seguito prodotte due rassegne critiche, una sugli insignia consularia e le simbologie
connesse (Die Attribute und Insignien des spätantiken Konsuls, pp. 26-41), ed una sui privilegi
onorifici della carica (Die konsularischen Ehrenrechte und Ehrungen in der Spätantike, pp. 41-49).
Al rango e allo status del supremo magistrato romano viene dedicato il secondo capitolo (Rang und
Status des Konsuls, pp. 51-91), che si apre con una panoramica sulle molteplici variabili del cursus
honorum senatorio in relazione al conseguimento del titolo consolare fra primo e sesto secolo (Der
Konsulat in der senatorischen Laufbahn, pp. 51-58); si passano poi a discutere specificamente il
rango del console nella gerarchia istituzionale tardoantica e le determinazioni giuridiche del suo
status (Der formelle Rang und der gesellschaftliche Status des spätantiken Konsulats, pp. 59-80),
nonché il suo 'profilo sociale nel giudizio contemporaneo' in relazione alla provenienza dalla militia
civilis o da quella armata (Das gesellschaftliche Profil eines Konsuls im zeitgenössischen Urteil, pp.
80-91).
I rapporti fra sovrano e consoli, come le dinamiche che li caratterizzavano, sono l'oggetto d'indagine
del terzo capitolo (Die Herrscher und ihre Konsuln, pp. 92–136): attraverso una ragionata selezione
documentaria, Sguaitamatti analizza il ruolo dell'imperatore (o di chi ne facesse le veci) nei
procedimenti di nomina consolare da Augusto a Giustiniano (Die Rolle des Herrschers bei der
Konsulernennung, pp. 92-108), prendendo poi in considerazione le disparate tendenze di
strumentalizzazione politica e propagandistica delle nomine in età tardoantica (Konsulernennungen
im Dienste der Politik der Herrscher, pp. 108-124), specie in relazione allo scenario romano-
barbarico (pp. 108-113, 118-124). Di particolare interesse risulta la successiva sezione di
approfondimento sugli scarsi margini di autonomia del console dal sovrano, e sulle occasioni di
cooperazione, di confronto, o anche di conflitto, potenzialmente intercorrenti fra i medesimi
(Herrscher und Konsul: Kooperationsmöglichkeiten und Konfliktpotential, pp. 125-136).
Il quarto e più lungo capitolo del volume (Die Amtsantrittsfeier und die spectacula der Konsuln, pp.
137-196) si sofferma sulle occasioni di pubblica rappresentanza, munificenza e visibilità del
console: in una prospettiva storica che, pur focalizzata sulla tarda antichità, non prescinde dai
precorsi altoimperiali o tardorepubblicani (pp. 137-138, 157-163), vengono dettagliati la complessa
cerimonia di inaugurazione del mandato consolare celebrata all'inizio di Gennaio (Die
Amtsantrittsfeier, pp. 137-157) come le finanziariamente ed organizzativamente impegnative
editiones di spettacoli e giochi cui i consoli erano tradizionalmente tenuti (Der Konsul als
Veranstalter von Schauspielen bis in spätantike Zeit, pp. 157-163; Der spätantike Konsul als
Veranstalter von Schattspielen, pp. 163-196).
Il quinto capitolo (Herrscherkonsulate, pp. 197-244) concerne la tipologia specifica dei consolati
rivestiti da un sovrano o da un membro della famiglia regnante. Ripercorsi i presupposti e i
precedenti di età altoimperiale (Der Herrscher als Konsul – Kaiserzeitliche Voraussetzungen, pp.
197-202), Sguaitamatti focalizza debitamente la prospettiva sulla tarda antichità (Die Bedeutung
des Herrscherkonsulats, pp. 202-231): vengono così investigati i contesti dinastici, politici e
propagandistici di “consolati imperiali” di quarto (pp. 204-214), quinto (pp. 220-227) e sesto secolo
(pp. 227-231), come l'ancor più settoriale tipologia dei consolati rivestiti da 'imperatori fanciulli'
(pp. 215-220) e le loro rispettive finalità di legittimazione o consenso. La peculiare declinazione
istituzionale del 'sovrano come console' viene di seguito analizzata in merito alle occasioni di
acclamazione e pubblica rappresentanza come ai motivi del connesso apparatus (Der Herrscher als
Konsul, pp. 231-244). Chiudono il volume un breve bilancio conclusivo (numerato come sesto
capitolo, Ergebnisse, pp. 245-250), una pregevole sezione bibliografica (Bibliographie, pp. 251-
286: 1. Quellen/Editionen, pp. 251-263; 2. Darstellungen, pp. 264-286), l'elenco delle figure
(Abbildungsverzeichnis, pp. 297-288), e gli indici (Index, pp. 289 ss.) dei luoghi (Ortsindex, pp.
289-290), delle persone (Personenindex, pp. 290-296), delle fonti (Quellenindex, pp. 296-307) e
delle cose (Sachindex, pp. 307-314).
Come già rilevato da più tempestivi recensori1, il libro di Sguaitamatti offre un'utile sintesi sul
consolato tardoantico, ricca di spunti, approfondimenti e intelligenti argomentazioni, se pure non
scevra da interpretazioni passibili di discussione, incompletezze o sviste (ai refusi già puntualmente
segnalati da R. Brendel e U. Lambrecht, valga qui aggiungere 'palamatae' invece di 'palmatae', p.
123, n. 100). Stante una trattazione serrata e quasi sempre convincente, la pur vasta e puntuale
selezione documentaria avrebbe talora richiesto più approfonditi commenti e riferimenti critici e,
comunque, una maggiore sistematicità; allo stesso modo, la comunque ottima bibliografia tralascia
“inevitabilmente” alcuni rilevanti contributi (ai mancati riferimenti già segnalati dai recensori citati,
cui rimandiamo, ne aggiungeremo contestualmente alcuni altri). Che il lavoro di Sguaitamatti
partecipi meritoriamente di un ampio dibattito è già emerso dalle valutazioni ad oggi pubblicate,
che concordano nell'apprezzarlo complessivamente, ciascuna contestandone però ben differenti
aspetti e punti specifici; così, chi scrive si appresta a formulare osservazioni mirate ed
essenzialmente distanti da quelle già proposte.
La mancanza di un sottotitolo dell'opera lascerebbe auspicare un intento di esaustiva organicità, ma
il rigore di un'impostazione discrezionale finisce per offuscare diversi aspetti specifici, anche non
propriamente minoritari, della dignità in età tardoantica. Le meccaniche della sistematica
pubblicizzazione di ciascun eponimato (i. e. la trasmissione formale alle comunità locali di nome e
disposizioni del console designato in vista dell'inizio della funzione eponimica), delegata ad
appositi nuntiatores ed operata attraverso le strutture del cursus publicus (cfr. ad es. Cod. Theod.
7.11.2, a. 365: quando…novorum consulum nomina perferuntur; Cod. Iust. 12.63: nuntiatores
consulum; 1 pr., a. 383), comportavano un aspetto amministrativo che avrebbe potuto essere almeno
rilevato; anche il rapporto fra scansioni eponimiche e indizionali meritava una qualche attenzione,
specie in relazione alle nomine consolari decretate per indictionem (di cui abbiamo documentazione
in Cassiod. Var. 3.2,5; 6.1,5; 9.22,4) ed alle connesse tempistiche della preparatio consulatus: la
nomina per illam indictionem, riferita cioè ad un tempo continuato fra Settembre e l’Agosto
dell’anno successivo, implica infatti che il mandato cominciasse, istituzionalmente, con l'inizio
dell'anno fiscale e con una fase preparatoria di quattro mesi precedente la solenne inaugurazione
della funzione eponimica.
La sezione inerente gli insignia e gli attributi consolari (pp. 26 ss.), di per sé puntuale ed esauriente,
difetta di approccio visuale e semiotico nell'ignorare l'importanza dell'elemento aureo nella
connotazione della figura e dell'uniforme del console, riferendosi soltanto all'elemento cromatico,
per così dire, accessorio, quello purpureo; cfr. invece Cassiod. Var. 9.23,5: aurea dignitas; sulle
decorazioni auree del vestiario consolare in età tardoantica cfr. ad es. Auson. Grat. Act. 11,53;

1
Cfr. R. BRENDEL, in «H-Soz-u-Kult, H-Net Reviews», <http://www.h-net.org/reviews/showrev.php?id=37246>; F.
CARLÀ, in «Bryn Mawr Classical Review», <http://bmcr.brynmawr.edu/2012/2012-11-44.html>; U. LAMBRECHT, in
«Plekos» 15 (2013), pp. 63-67, <http://www.plekos.uni-muenchen.de/2013/r-sguaitamatti.pdf>.
Claudian. Pan. Olybr. et Prob. Coss. 178; Pan. VI cons. Hon. 646; Paul. Nol. Carm. 10, 253-254;
Cassiod. Var. 6.1,6.
La disamina dei privilegi onorifici del console tardoantico (pp. 41-49), in particolare delle
competenze sulla manomissione servile, è occasione per registrarne incidentalmente la residua iuris
dictio (p. 43 con n. 171), minima e pressoché formale: a tal proposito sarebbe stato opportuno
rilevarne anche la persistenza della qualificazione formale di iudex (cfr. ad es. Cassiod. Var. 6.20,3:
summus iudex). Alla solo accennata panoramica sulle statue erette in onore di consoli (pp. 47-49)
valga qui aggiungere la statua equestre dedicata da Zenone a Teoderico in occasione del suo
consolato, su cui Iord. Get. 289. In merito alla variabile posizione del consolato nelle carriere
senatorie (pp. 51-58) e in relazione all'età dei consoli durante la tarda antichità (pp. 55-58), sarebbe
stato opportuno specificare preliminarmente, ai fini di una più immediata contestualizzazione, gli
orizzonti prospettati a partire dalla legislazione costantiniana sulla comune possibilità che giovani a
partire dai sedici anni rivestissero la prestigiosa carica, cfr. Cod. Theod. 6.4.1 (a. 320 o 326), citata
da Sguaitamatti (p. 166) ma non a tal proposito. Ai riferimenti della comunque encomiabile
trattazione sul rango e lo status consolare (pp. 59-77) valga qui aggiungere, sul tema
dell'antagonismo gerarchico fra consolato e patriziato (cfr. pp. 62-69), T. D. BARNES, Patricii
Under Valentinian III, in «Phoenix» 29 (1975), pp. 155-170, spec. 158, 160, 166, 168-169.
La già variamente discussa concezione del consolato tardoantico come honos sine labore (v.
Mamertino in Paneg. Lat. 3 [11], 2,2) viene correttamente illustrata da Sguaitamatti (p. 71) come
riferita all'assenza di competenze relative l'ordinaria amministrazione dello stato e non già come
mancanza di effettive responsabilità da parte del console, comunque tenuto a importanti e ben
precise prestazioni: tale prospettiva è corroborata da varie fonti e in particolare da un passaggio
della formula consulatus non considerato dallo studioso, in cui viene prospettata la realtà di un
pressoché istituzionalizzato “otium consulare” (Cassiod. Var. 6.1,6: in otio subiectus merearis,
quod nos post maximos labores assumimus imperantes); questo ultimo aspetto viene soltanto
sfiorato nel secondo capitolo – pp. 71 (con n. 79), 83 – ma avrebbe certo meritato attenzione nella
sezione sul 'profilo sociale' del console, stanti le diverse evidenze documentarie sulla tipologia
tardoantica del console impegnato, durante il suo mandato, in un edificante otium letterario:
sappiamo infatti che buona parte dei consoli tardoantichi era adusa ad attività letterarie e vi si
dedicò specificamente anche nel corso del mandato consolare, v. ad es. Sedul. Carmen Paschale (in
CSEL X, p. vii), cod. Laur. 39.1 (subscript.), e significativamente, la perspicua e trascurata apologia
boeziana circa la produzione letteraria espletata durante il consolato come 'servizio alla comunità' in
Boeth. In Categ. Arist. 2, Introductio (PL LXIV, col. 201): Et si nos curae officii consularis
impediunt quominus in his studiis omne otium plenamque operam consumimus, pertinere tamen
uidetur hoc ad aliquam reipublicae curam, elucubratae rei doctrina ciues instruere. Nec male de
ciuibus meis merear, si…Graecae sapientiae artibus mores nostrae ciuitatis instruxero. Quare ne
hoc quidem ipsum consulis uacat officio, cum Romani semper fuerit moris quod ubicumque gentium
pulchrum esset atque laudabile, id magis ac magis imitatione honestare. Aggrediar igitur et
propositi sententiam operis ordinemque contexam (si noti l’analogia concettuale fra il cassiodoreo
in otio merearis ed il boeziano omne otium consumimus…nec male de ciuibus meis merear); cfr. sul
tema J. E. G. Zetzel, Latin Textual criticism in Antiquity, New York 1981, pp. 216-220, O. Pecere,
Antichità tarda e trasmissione dei testi. Qualche riflessione in Id. (ed.), Itinerari dei testi antichi,
Roma 1991, pp. 65 ss.; la solo apparentemente antinomica definizione cassiodorea del consolato
tardoantico come honos arduus (Var. 9.22,4), riferita agli oneri organizzativi ed economici che la
dignità comportava, non viene invece considerata.
Sulla risemantizzazione cristiana del consolato, meritoriamente approcciata da Sguaitamatti (pp. 77-
80), è ancor oggi auspicabile uno studio specifico (cfr. già G. A. Cecconi, Lineamenti di storia del
consolato tardoantico, in M. David, Eburnea diptycha. I dittici d’avorio tra Antichità e Medioevo,
Bari 2007, pp. 109-127, spec. 117-118); ai riferimenti considerati in merito valga qui aggiungere K.
Bowes, Consular diptychs, Christian appropriation and polemics of time in Late Antiquity, «Art
History», 24.3 (2001), pp. 338-357; l'orizzonte storico sulla declinazione cristiana del consolato in
età tardoantica non si spinge oltre il quarto secolo (a esclusione di un cenno finale all'età di
Gregorio Magno, p. 80), sorvolando sullo scenario successivo e, ad esempio, sulla peculiare
categoria dei “consoli eretici” (principalmente ariani), di etnìa barbarica ed estrazione militare,
nominati nonostante la legislazione vigente precludesse espressamente tale possibilità (fra questi
Ardabur nel 427, Aspar nel 434, Ricimero e Patrizio nel 459, Teoderico nel 484, Eutarico nel 519);
sul tema mi permetto di rimandare a F. M. Petrini, Il ‘potere ariano’ in Italia da Ricimero a Totila,
in G. A. Cecconi – Ch. Gabrielli (edd.), Politiche religiose nel mondo antico e tardoantico. Poteri e
indirizzi, forme di controllo, idee e prassi di tolleranza, Bari 2011, pp. 339-357, spec. 341-344, 346.
Certamente proficua risulta l'analisi delle tipologie consolari “minori”, quali il suffettato e il
consolato onorario, e del loro avvicendamento (pp. 5-7, 21-25, 30-33, 52-54, 58, 67-70, 94-98, 125-
128, 161-169). La distinzione sociotipologica, in età tardoantica, fra consoli di formazione civile e
militare, che Sguaitamatti analizza brillantemente (pp. 80-91), comportò però – nell'ultimo secolo di
storia della carica – un'effettiva alternanza solo in Oriente: per quanto infatti fra quinto e sesto
secolo i consoli occidentali con esperienza militare non siano casi eccezionali (v. a titolo di
esempio, Cassiod. Var. 9.23,3: Hinc est quod patricium Venantium sub admiratione pensamus et
fecunda prole gaudentem et tot consularibus patrem. Quorum infantia bonis artibus enutrita
iuventutem quoque armis exercuit), le dominazioni dei patricii barbarici Ricimero, Odoacre e
Teoderico praticamente riservarono il consolato ai soli civili romani, cfr. in tal senso la
caratterizzazione di Cassiod. Var. 6.1,7: qui bella nescitis; ma anche Ennod. Carm. 2,132; Ep. 5.2,3.
La diffusa indagine sulla munificentia consularis (pp. 142 ss.) avrebbe potuto dedicare una
maggiore considerazione ai dettagli di Cassiod. Var. III 39, V 42 e IX 22-23, citati solo brevemente
a scapito della pletora di dettagli che offrono sulle edizioni consolari nel sesto secolo: come già
specificato, l'Autore ha dovuto necessariamente tralasciare numerosi specimina documentari, ma la
sintesi critica di questa sezione riesce nondimeno particolarmente omogenea ed efficace. In merito
al processus consularis come alla più generica immagine topica del console che si presenta alla
comunità uscendo dalla propria residenza privata (su cui p. 139), valga qui aggiungere gli ulteriori
riscontri documentari di Sid. Ap. Ep. 1.9,3; Boeth. De Cons. Phil. 2.3,8; Cassiod. Var. 6.1,6., e un
mancato riferimento critico in P. Bastien, Remarques sur le Processus Consularis dans le
monnayage romain, in R. G. Doty - T. Hackens (edd.), Italiam Fato Profugi. Hesperinaque
venerunt litora. Numismatic Studies Dedicated to Vladimir and Elvira-Eliza Clain-Stefanelli,
Louvain-la-Neuve 1996, pp. 21-34.
Un aspetto che avrebbe meritato una qualche attenzione è la distribuzione delle manifestazioni e
delle rappresentanze consolari, che, tradizionalmente, potevano interessare un ampio numero di
località: Sguaitamatti prescinde infatti dalla localizzazione di iniziative consolari al di fuori delle
città dove si teneva l'inaugurazione del mandato, mentre sappiamo ad esempio che ancora sotto gli
ostrogoti il Vicarius Urbis Romae presiedeva i giochi a Preneste in rappresentanza del console, v.
Cassiod. Var. 6.15 (formula Vic. V.R.), 2: Praeneste ludos edis in vicem consulis. Ovviamente, tanto
più un console disponeva di risorse economiche, tanto più la munificenza consolare poteva
interessare città diverse da quella dove si celebrava l'inaugurazione: l'Historia Augusta attribuisce a
Gordiano I edizioni consolari eccezionalmente sontuose, con spettacoli finanziati in 'tutte le città di
Campania, Etruria e Umbria, Flaminia, Piceno' (SHA, Vita Gordiani I, 4); e una già citata epistola
delle Variae sembrerebbe documentare per il 511 la celebrazione di giochi consolari a Milano
(3.39,2: a Mediolanensibus aurigis nos aditos esse…illa sibi vestris temporibus fuisse subtracta,
quae mos priscus indulserat). Anche il multiplex apparatus centrato sulla dignità avrebbe potuto
essere ulteriormente analizzato in relazione alle forze lavoro coinvolte; il console, infatti, pur non
disponendo di un apparato burocratico, si avvaleva, stipendiandolo di tasca propria, di un ampio e
composito staff operativo: oltre ai lictores, debitamente considerati da Sguaitamatti (v. ad es. pp. 26,
45, 137-138, 236-237), era coinvolto nell'azione consolare uno staff amministrativo ed esecutivo,
cfr. in tal senso Cassiod. Var. 1.27,3-4; Cod. Iust. 12.63; Nov. Iust. 105.2.
Nel complesso, il libro di Sguaitamatti risulta guidato da un personale quanto competente filo
logico, che scandaglia in cinque capitoli altrettante prospettive d'indagine sistematizzate e,
nell'offrire un approccio talora parziale ma sempre efficace, si rivela opera pregevole di interesse
specialistico, certo destinata a rimanere referenziale sul tema.
Francesco Maria Petrini
LdM – CAMNES (Firenze)
francesco.petrini@camnes.org