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Società iStriana di

archeologia e Storia Patria


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TrIesTe e
l’IsTrIa

INcoNTrI a Tema per la dIffuSIoNe


della STorIa e del paTrImoNIo culTurale
a cura di annaliSa giovannini

Trieste 2017
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COPIA ELETTRONICA IN FORMATO PDF

RISERVATA AD USO CONCORSUALE E/O PERSONALE DELL’AUTORE


CONFORME AL DEPOSITO LEGALE DELL’ORIGINALE CARTACEO
Società Istriana di
Archeologia e Storia Patria

Trieste e
l’istria
Incontri a tema per la diffusione
della storia e del patrimonio culturale
a cura di Annalisa Giovannini

Trieste 2017
© Società Istriana di Archeologia e Storia Patria
Sede legale: Archivio di Stato, via A. La Marmora 17, 34139 Trieste
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1a ristampa 2017

© Editreg di Fabio Prenc


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tel./fax ++39 328 3238443; e-mail: editreg@libero.it
ISBN 9788897557388

In copertina: Vue générale de l’Amphithéâtre de Pola (collezione privata)


[tavola edita in L.F. Cassas, Voyage pittoresque et historique de l’Istrie et de
la Dalmatie rédigé d’après l’Itineraire de L. F. Cassas par Joseph Lavallée,
Paris 1802].

In quarta di copertina: M. Zocconi, Teatro Romano di Trieste, ricostruzione


della frontescena, 1944 (collezione privata) [da Mario Zocconi (Judenburg
1915-Trieste 1987): architetto e pittore, Catalogo della mostra (Trieste, 20
ottobre - 6 novembre 2007), Trieste 2007].

Progetto grafico e supporti informatici


Fabio Prenc

Il presente volume è stato stampato nel mese di settembre 2017 presso


Lithostampa srl - Via Colloredo 126, 33037 Pasian di Prato (UD)
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Ultima BOZZA

Simone Sisani

tergeste e le “colonie” cesariane


della Gallia togata
(in margine a b.g. 8.24.3)

Ai Maestri tergestini
Attilio Degrassi e Ruggero Fauro Rossi

Il tormentato periodo storico compreso tra il proconsolato di Cesare e l’età


augustea vede in Histria (fig. 1) l’avvio e la conclusione del processo di integra-
zione delle comunità locali all’interno del quadro amministrativo romano, il cui
risultato ultimo appare riflesso in tutta la sua organicità nella descrizione pliniana
della regio X 1, essa stessa non ignara delle tappe intermedie sulle quali dovette
articolarsi il lungo percorso, scandito dai progressivi ampliamenti verso est del
confine adriatico dell’Italia 2. Ad una più puntuale ricostruzione di tali tappe, in
particolare sul fronte degli sviluppi istituzionali dei singoli centri, si oppone lo

1 Plin., n.h., 3, 126-132.


2 Sul tema, resta fondamentale Degrassi 1954. Lo studio del Degrassi è ora da integrare
con le considerazioni sviluppate in Šašel Kos 2002a (cfr. anche Šašel Kos 2002b), in particolare
per quanto concerne l’estensione verso est del territorio di Aquileia, al cui interno doveva ricadere a
partire almeno dall’età augustea anche il vicus di Nauportus (come suggerito già dal Mommsen: cfr.
CIL III, p. 483): lo dimostra la collocazione del cippo di età augusteo-tiberiana marcante il confine
tra i territori aquileiese ed emonense (AE 2002, 532: Finis // Aquileien/sium // Emonen/sium), recen-
temente rinvenuto nel letto del fiume Ljubljanica presso Bevke (circa 13 km a sud-ovest di Lubiana).
Mi sembra invece assai difficilmente sostenibile l’ipotesi della studiosa (cfr. Šašel Kos 2003) che
anche Emona fosse collocata già all’inizio dell’età imperiale in Italia: ipotesi cui si oppone l’esplicita
testimonianza di Plinio (Plin., n.h., 3, 147, dove il centro è enumerato tra le città della provincia
Pannonia), che non può essere liquidata giocando sulla fonte utilizzata dall’erudito, il quale in questo
caso attinge certamente a un documento di cancelleria ufficiale quale la formula provinciae. L’ob-
biezione sollevata dalla Šašel Kos, secondo la quale il terminus ora citato – che non fa menzione di
confini provinciali – implicherebbe la collocazione di entrambi i centri nello stesso ambito territoria-
le, non ha ragion d’essere: al momento del suo posizionamento, sia Aquileia (dedotta in età augustea:
cfr. Laffi 2001b, pp. 155-170) che Emona (dedotta al più tardi in età tiberiana: cfr. da ultima Šašel
Kos 1995) sono infatti entrambe colonie romane, risultando dunque paritarie ed omologhe sul piano
giuridico, indipendentemente dal contesto italico o provinciale della deduzione.
106 Simone Sisani

Fig. 1 – L’Histria in età romana (rielaborazione grafica dell’autore da Degrassi 1954).


tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 107

sconfortante grado di frammentarietà – e l’apparente contraddittorietà – delle noti-


zie fornite dalle fonti, tanto letterarie quanto epigrafiche, tra le quali spicca senza
dubbio un notissimo passo dell’ottavo libro del De bello Gallico, ripetutamente
valorizzato in questo senso e che rappresenta, stante la cronologia degli eventi in
esso richiamati, un punto di partenza quasi obbligato per questa analisi:
Hirt. b.g. 8.24.3 2: Legionem autem XV, quae cum eo fuerat in hibernis, in
Galliam Togatam mittit ad colonias civium Romanorum tuendas, ne quod simile
incommodum accideret decursione barbarorum ac superiore aestate Tergestinis acci-
derat, qui repentino latrocinio atque impetu † [incolae] illorum † erant oppressi.

L’invio in Cisalpina della legio XV nel 51 a.C. è motivato, secondo Irzio,


dalla minaccia rappresentata dalle possibili incursioni di non meglio determinati
barbari, apparentemente gli stessi che l’anno precedente avevano depredato
Tergeste. A quest’ultimo episodio allude anche Appiano, il quale ricorda gli
attacchi portati dagli Iapodes transalpini ad Aquileia e alla “colonia romana”
(Ῥωμαίων ἄποικος) di Tergeste 4, durante il ventennio che precedette le cam-
pagne illiriche di Ottaviano (35-33 a.C.):
App. illyr. 18: Ἰάποδες δὲ οἱ πέραν Ἄλπεων, ἔθνος ἰσχυρόν τε καὶ
ἄγριον, δὶς μὲν ἀπεώσαντο Ῥωμαίους, ἔτεσί που ἀγχοῦ εἴκοσιν, Ἀκυληίαν
δ´ἐπέδραμον καὶ Τεργηστόν, Ῥωμαίων ἄποικον, ἐσκύλευσαν.

Il raffronto tra i due passi ha permesso da tempo di identificare nei barbari


menzionati da Irzio gli Iapodes appianei 5, la cui non sopita aggressività dovet-

3 Trascrivo il passo secondo la lezione più comunemente accettata, segnalando entro cru-
ces la sezione di testo in cui i codici della classe α divergono da quelli della classe β (incolae
illorum α ~ eorum β); per la tradizione manoscritta e per le varie ipotesi di restituzione si veda da
ultimo Rossi 2008a, pp. 161-164 (e cfr. già Fraschetti 1975, pp. 326-327, nt. 25).
4 Appiano distingue chiaramente l’attacco (ἐπέδραμον) portato ad Aquileia dal saccheg-
gio (ἐσκύλευσαν) di Tergeste: si tratterà verosimilmente di episodi avvenuti in anni diversi, il
primo dei quali - taciuto da Irzio, come per altro da ogni altra fonte - dovrebbe collocarsi, stante la
probabile sequenza cronologica della narrazione appianea, intorno al 54 a.C. È invece incerto se
questi stessi episodi coincidano o meno con le due occasioni in cui gli Iapodes respinsero (è questo
il senso primario del verbo ἀπωθέω) i Romani, apparentemente in un contesto di scontri di confine
(cfr. Šašel Kos 2005, pp. 422-423). Contro l’ipotesi di identificazione si pronuncia Fraschetti
1975, pp. 327-329, che unifica gli attacchi ad Aquileia e a Tergeste (entrambi coincidenti per lo
studioso con l’episodio ricordato da Irzio) e postula, nel ventennio precedente al 35 a.C., due falliti
tentativi di invasione in territorio giapidico da parte romana, privi di ogni relazione con i fatti del
52 a.C. Un’eco di questi ultimi eventi è forse da cogliere – se non nel frammento di Sallustio (hist.
2.40 M. = 2.38 McG.: Primam modo Iapydiam ingressus) di norma riferito alla campagna dalmati-
ca di Gaio Cosconio (cfr. ora McGushin 1992-94, I, p. 203) – in un passo di Frontino (strat. 2.5.28:
Iapydes P. Licinio proconsuli pag<an>os quoque sub specie deditionis obtulerunt, qui recepti et in
postrema acie collocati terga Romanorum ceciderunt), apparentemente relativo ad una spedizione
romana guidata dal non meglio identificato proconsole P. Licinius (cfr. Bandelli 2004, p. 105).
5 Cfr. già, in questo senso, Degrassi 1954, p. 50, nt. 27.
108 Simone Sisani

te spingere Cesare ad adottare nel 51 a.C. nuove misure precauzionali: l’invio


in Galliam Togatam – ossia, più precisamente, verso il confine orientale della
Transpadana – della legio XV, almeno il grosso della quale senza dubbio disloca-
to nei pressi di Aquileia, sede abituale degli hiberna in questo settore della pro-
vincia 6 e base strategica ottimamente collocata per contrastare possibili minacce
dal fronte illirico, dove il contingente restò di guarnigione fino all’estate del 50
a.C., quando venne rilevato dalla legio XIII 7. In questo stesso settore, a cavallo
tra le estreme propaggini nord-orientali della Cisalpina e la contermine area
istriana 8, dovranno allora essere cercate le coloniae civium Romanorum che a
detta di Irzio avrebbero costituito l’oggetto specifico delle cure di Cesare.
Come è noto, proprio nella testimonianza di Irzio – e in quella parallela
di Appiano 9 – si è voluto rintracciare un puntuale terminus ante quem per la
datazione della colonia di Tergeste, ritenuta già esistente nel 52 a.C. e conse-
guentemente attribuita all’iniziativa dello stesso Cesare, che la avrebbe dedotta
negli anni iniziali del suo lungo proconsolato 10. Tornerò più avanti sui termini
specifici della questione: ciò che fin da ora mi preme rilevare è che l’ipotesi,
anche qualora dovesse ritenersi fondata, non basta da sola a dare concretezza
al generico “ad colonias civium Romanorum tuendas” della fonte, che obbliga
a presupporre l’esistenza, a cavallo tra Cisalpina e area istriana, non di uno ma
di più centri romani con statuto coloniario 11, apparentemente troppo numero-

6 Caes. b.g. 1.10.3: cfr. Šašel Kos 1995, p. 229. Sulla cesariana legio XV si veda Šašel
1992a, da aggiornare con il recente studio di Mosser 2003.
7 Hirt. b.g. 8.54.3: Caesar tamen, cum de voluntate minime dubium esset adversariorum
suorum, Pompeio legionem remisit et suo nomine quintam decimam, quam in Gallia citeriore ha-
buerat, ex senatus consulto iubet tradi; in eius locum tertiam decimam legionem in Italiam mittit,
quae praesidia tueretur, ex quibus praesidiis quinta decima deducebatur. La presenza della legio
XIII cesariana ad Aquileia sullo scorcio del 50 a.C. è confermata dall’iscrizione AE 1935, 126: su
tutto questo si veda Rossi 2008b.
8 È importante sottolineare che nel passo di Irzio la notazione geografica (in Galliam Toga-
tam) specifica solo la meta della legio XV, e non l’area minacciata dagli attacchi giapidici, che poteva
ben comprendere non solo l’area transpadana ma anche la frangia nord-occidentale dell’Illirico. Al di
fuori dei confini provinciali doveva del resto ricadere, durante gli anni del proconsolato di Cesare, la
stessa Tergeste, che Strabone (5.1.9; cfr. anche Serv. Dan. ad aen. 1.246) colloca ancora in Histria e
Pomponio Mela (2.57; cfr. anche Marcian. epit. 9 M.) nell’Illyricum. Il centro potrebbe anzi non aver
mai fatto parte della Gallia Cisalpina se esso, come pare probabile, fu direttamente incluso nel terri-
torio italico solo nel 42 a.C., contestualmente alla soppressione della provincia e allo spostamento del
confine dal Timavus al Formio, l’anticus auctae Italiae terminus – ossia il confine dell’Italia ampliata
dall’accorpamento della Cisalpina – di Plin. n.h., 3, 127: cfr. Degrassi 1954, pp. 46-49.
9 Le possibili implicazioni cronologiche della testimonianza di Appiano per la datazione
della colonia di Tergeste non erano sfuggite al Mommsen (CIL V, p. 1022), che tuttavia ne ricavava
– e non senza esitazione – solo un terminus ante quem, da collocare al 35 a.C.
10 Fraschetti 1975. L’ipotesi – ventilata anche dallo Sticotti (InscrIt X, 4, pp. vii-viii)
proprio sulla scorta della testimonianza di Irzio – non è per altro nuova: cfr. già Zumpt 1850, pp.
353-354, dove si ipotizza una deduzione contestuale a quella di Novum Comum.
11 Cfr., in questo senso, già Bandelli 1986, p. 56 (pur nell’ipotesi, restrittiva, di localizzare
tali centri nella sola Transpadana).
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 109

si – e forse, mi sento di aggiungere, privi di sufficiente notorietà – per essere


singolarmente richiamati. L’imbarazzo suscitato dalla genericità dell’allusione si
accresce ulteriormente qualora si cerchi di dare un nome a questi centri, perché
di essi, con la possibile eccezione di Tergeste, non parrebbe esservi nell’area in
questione alcuna traccia 12.
Fino al conferimento a Cesare, in virtù della lex Vatinia del 59 a.C., del
mandato proconsolare per la Gallia Cisalpina e l’Illirico, le uniche colonie roma-
ne certamente esistenti entro i confini della provincia sono quelle di Mutina,
Parma, Dertona ed Eporedia 13, dedotte tra il 183 e il 100 a.C. e tutte assai
distanti dall’area minacciata nel 52-51 a.C. dalle incursioni degli Iapodes. La
colonizzazione promossa dalla lex Appuleia del 100 a.C. a favore dei veterani di
Mario 14 parrebbe aver contemplato unicamente deduzioni viritane, da localiz-
zare oltretutto non nella Gallia Cisalpina ma nella Narbonense 15, mentre tra le
colonie sillane certe nessuna, al di fuori di Aleria in Corsica, sembra dedotta su
suolo provinciale 16. A fronte di questo quadro, l’unica soluzione per intendere
alla lettera l’allusione di Irzio parrebbe essere quella di attribuire allo stesso
Cesare l’avvio di un esteso programma di colonizzazione nel settore nord-orien-
tale della provincia 17: una soluzione in linea con la supposta datazione in età
cesariana della colonia di Tergeste, ma che obbliga a rintracciare nelle fonti uno
o più provvedimenti legislativi che possano aver contemplato tale iniziativa 18.
Prima del 47 a.C. 19, conosciamo di fatto solo tre leges che poterono auto-
rizzare Cesare a fondare colonie: le due leges Iuliae agrariae e la lex Vatinia
coloniaria, tutte del 59 a.C. 20. Delle due leges Iuliae 21 –­ pensate in funzione
non solo dei veterani di Pompeo, ma anche di un consistente numero di fami-

12 Una assenza opportunamente rilevata già in Rossi 2008c, p. 139: “non risulta bene quali
potessero essere [scil. nel 52-51 a.C.] le colonie romane dell’Italia nordorientale”.
13 Su queste fondazioni si veda, in sintesi, Salmon 1970, pp. 105-106, 121-123; cfr. anche
Buchi 1999, p. 308. Per il quadro storico si vedano Cresci Marrone, Roda 1997 e Bandelli 2009,
pp. 192-217.
14 App. b.c. 1.130; Plut. Mar. 29.2.
15 Hermon 1993, pp. 123-148.
16 Sulla colonizzazione sillana si veda, da ultimo, Santangelo 2007, pp. 147-157. Su Ale-
ria cfr. Plin., n.h., 3, 80 e Sen. dial. 12.7.9. L’unica fondazione attribuibile a Silla nella Cisalpina
è Forum Cornelii (cfr. Prud. perist. 9.1-2), che non ebbe in ogni caso statuto coloniario, pur non
potendosi escludere un suo rapporto con una contestuale deduzione a carattere viritano; su questo
centro cfr. Geraci 2000, pp. 58-65. Sugli ulteriori casi, per altro assai dubbi, di Laus Pompeia e
Alba Pompeia si veda Luraschi 1979, pp. 209-210.
17 Così, ad esempio, Bandelli 1986, pp. 56-57.
18 È infatti escluso che la lex Vatinia de provincia (o de imperio) Caesaris potesse in se
stessa autorizzare il proconsole a fondare colonie: si veda in merito quanto convincentemente argo-
mentato in Luraschi 1979, pp. 379-385.
19 Sulle assegnazioni di terre promosse a partire da tale anno a favore dei veterani cesariani
della guerra civile si veda Keppie 1983, pp. 49-58.
20 Sulla cronologia della legislazione cesariana del 59 a.C. cfr. Ross Taylor 1968.
21 Cfr. Brunt 1971, pp. 312-319, e Gruen 1995, pp. 397-404.
110 Simone Sisani

glie povere della capitale – la seconda in ordine di tempo, la lex (Iulia agraria)
Campana del maggio del 59 a.C., interessò nello specifico l’ager Campanus e
l’ager Stellas, e non può dunque essere chiamata in causa per le supposte dedu-
zioni in area transpadana. Per quanto concerne la prima lex, votata nel gennaio
del 59 a.C. e che esplicitamente salvaguardava l’ager Campanus da iniziative
coloniarie, le fonti non consentono di precisare la distribuzione geografica delle
assegnazioni, ma si può virtualmente escludere che esse abbiano avuto luogo in
ambito provinciale: non si intenderebbe altrimenti la necessità di integrare per
penuria di terre disponibili il provvedimento iniziale, attraverso una manovra
oltretutto rischiosa quale quella promossa dalla lex Campana, che andava diret-
tamente a ledere gli interessi dello stato romano in una delle più produttive aree
della penisola, incamerata dal 211 a.C. come ager publicus populi Romani e
sottoposta al fruttuoso regime delle locationes censoriae.
Resta dunque la sola lex Vatinia coloniaria, verosimilmente di poco suc-
cessiva alla lex Vatinia de provincia Caesaris (fine maggio del 59 a.C.), che
pur riguardando proprio la Cisalpina parrebbe aver trovato applicazione in un
unico caso specifico: la deduzione della colonia di Novum Comum, che di fatto
rappresenta l’unica colonia della provincia attribuibile con certezza all’iniziativa
di Cesare 22. Al di là della possibilità che la stessa lex abbia potuto contemplare
anche altre deduzioni, delle quali in ogni caso le fonti non fanno menzione alcu-
na 23, è lo statuto della colonia di Novum Comum a rendere assai improbabile
identificare in questo stesso provvedimento la base legislativa che poté eventual-
mente condurre alla fondazione delle coloniae civium Romanorum ricordate da
Irzio, dal momento che la deduzione cesariana in terra lariana fu quasi certamen-
te di diritto latino e non romano 24.
La scelta di dedurre a Comum una colonia latina è altamente indicativa
dell’atteggiamento tenuto da Cesare nei confronti di una realtà provinciale in
cui da almeno un quindicennio la questione della cittadinanza era sfociata in
aperto malcontento all’interno di quella larga fetta della popolazione locale che
a partire dalla lex Pompeia dell’89 a.C. si trovava relegata in una condizione
giuridica, lo ius Latii, ritenuta iniqua 25: l’apertura del proconsole alla causa
Transpadanorum – dettata o meno che fosse da puro opportunismo ed in ogni

22 Su questa deduzione si veda l’ampia analisi di Luraschi 1979, pp. 401-506.


23 Come opportunamente rilevato da Luraschi 1979, p. 384.
24 La natura giuridica della fondazione è stata dimostrata, in modo a mio avviso definitivo,
da Luraschi 1979, pp. 404-491. E tuttavia, pace Luraschi, ritengo insostenibile l’idea che il grosso
dei coloni dedotti a Novum Comum provenisse dal proletariato urbano e italico (cfr. Luraschi 1979,
pp. 424-425), per il quale partecipare alla fondazione avrebbe significato la perdita della cittadi-
nanza romana: la selezione – al di là del caso particolare concernente i neocomensi di origine gre-
ca – dovette piuttosto avvenire tra i Latini transpadani, che poterono essere inclusi nella compagine
coloniale senza che ciò alterasse la qualità dei diritti politici da essi precedentemente goduti.
25 Sulla questione transpadana si veda Luraschi 1979, pp. 139-352 (in part. pp. 342-352);
cfr. anche, per l’età cesariana, Buchi 1999, pp. 306-311.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 111

caso intelligentemente amministrata 26 – porta anzi virtualmente ad escludere


che egli abbia mai voluto procedere, prima del 49 a.C. 27, alla deduzione di
colonie di cittadini nel territorio della provincia, un atto che avrebbe senza dub-
bio aggravato il senso di frustrazione dei Latini transpadani 28, alienandogli nel
contempo l’appoggio politico delle élites locali e la fedeltà incondizionata dei
numerosi effettivi legionari reclutati in zona.
Come si vede, ogni tentativo di dare un nome alle coloniae civium
Romanorum minacciate nel 51 a.C. dalle incursioni degli Iapodes pare destinato
al fallimento: non solo nelle fonti è impossibile rintracciare menzione esplicita
di tali colonie, ma né il quadro legislativo né il contesto politico della prima
metà del I secolo a.C. autorizzano a postularne addirittura l’esistenza. L’unica
soluzione percorribile è allora, a mio avviso, quella di intendere la locuzione
coloniae civium Romanorum utilizzata da Irzio in senso non tecnico, di vedervi
cioè un riferimento sì a centri di cittadini romani, ma non dotati in termini giu-
ridici di statuto coloniario 29. A ben vedere, è solo l’apparente tecnicismo della
fonte – sul quale, in ultima analisi, si sono fondate le proposte di datazione in
età cesariana della colonia di Tergeste – a sconsigliare una tale soluzione: ma si
tratta, appunto, di apparenza, perché in realtà l’uso (moderno) della definizione
colonia civium Romanorum non trova riscontri nel linguaggio giuridico romano,
e risulta anzi assai raramente attestato anche nelle fonti letterarie.
Se si escludono il citato passo del De bello Gallico e quello della Consolatio
ad Helviam in cui Seneca fa menzione delle colonie di Mariana e di Aleria 30, la
locuzione colonia civium Romanorum risulta utilizzata unicamente da Livio 31,
limitatamente alle fondazioni degli anni 194-183 a.C. e mai in maniera sistema-
tica, a fronte del ben più comune ricorso alla semplice definizione di colonia 32,

26 Cfr. Luraschi 1979, pp. 386-399.


27 Prima cioè della generalizzata concessione della cittadinanza romana all’intera Cisalpina,
ratificata appunto nel 49 a.C.: cfr. Luraschi 1979, pp. 394-399.
28 Come opportunamente rilevato, nel caso specifico di Novum Comum, anche da Luraschi
1979, pp. 466-467.
29 È la linea interpretativa abbracciata già dal Rossi (Rossi 2008c, pp. 134-149), propenso
su questa base a postulare per Tergeste una precoce elevazione al rango di municipium: conclusione
quest’ultima con la quale tuttavia, come si vedrà, non mi sento di concordare. La proposta avanzata
cursoriamente dal Mommsen, che nella locuzione di Irzio vedeva una allusione alle colonie latine
“fittizie” della Transpadana (Mommsen 1904a, pp. 180-181, nt. 2), è solo una soluzione di extrema
ratio la quale, più che sciogliere, conferma l’imbarazzo suscitato dalla fonte.
30 Sen. dial. 12.7.9: Deductae deinde sunt duae civium Romanorum coloniae, altera a Ma-
rio, altera a Sulla.
31 Liv. 34.45.1-4 (Puteoli, Volturnum, Liternum, Salernum, Buxentum, Sipontum, Tempsa,
Croton); 39.55.7-9 (Mutina, Parma, Saturnia). Cfr. anche Liv. 39.55.5: Illud agitabant, uti colonia
Aquileia deduceretur, nec satis constabat utrum Latinam an civium Romanorum deduci placeret.
32 Si veda ad esempio, in parallelo ai passi riportati alla nota precedente, Liv. 32.29.3: C.
Atinius tribunus plebis tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia
fluminum Volturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; tre-
cenae familiae in singulas colonias iubebantur mitti.
112 Simone Sisani

ellittica di ogni riferimento allo statuto giuridico specifico della fondazione 33.


Quest’ultimo aspetto, nelle fonti letterarie, è di norma rimarcato solo nel caso di
fondazioni di diritto latino, espressamente definite coloniae Latinae in Livio 34,
come anche in Cicerone 35, in Asconio Pediano 36, in Suetonio 37, in Festo 38 e
negli stessi scritti giuridici di Gaio 39. Il carattere non tecnico della definizione
colonia civium Romanorum è in particolare confermato dal mancato ricorso ad
essa nei documenti legislativi, dove l’uso dell’epiclesi civium Romanorum si
registra per altro in soli due casi: nella tabula Heracleensis, a definire il com-
plesso delle comunità romane (municipia, coloniae, praefecturae, fora, conci-
liabula) interessate dal provvedimento 40, e nella tabula Siarensis, ad opporre
ai centri di cittadini romani (municipia e coloniae) d’Italia e delle province gli
oppida Latina (siano essi di statuto municipale o coloniale) di ambito provin-
ciale 41.
Nel linguaggio giuridico, di fatto, è il termine colonia, e non la locuzione
colonia civium Romanorum, a definire tecnicamente le colonie di diritto romano,
come si ricava dalla stessa tabula Siarensis 42 e, per l’epoca anteriore alla guerra

33 Non ha carattere giuridico neppure la locuzione colonia Romana, frequentemente adotta-


ta da Livio (1.27.3; 4.17.1; 5.16.2; 5.29.3; 7.42.8; 8.3.9; 10.36.16; 31.10.7) in relazione a fondazio-
ni di diritto latino (cfr. Salmon 1953, pp. 100-101, e più di recente Chiabà 2011, pp. 19-23) e da
intendere come sinonimo di colonia populi Romani (Liv. 27.9.6, anche qui in relazione a coloniae
Latinae; cfr. anche 6.22.4), in riferimento a deduzioni promosse dallo stato romano (cfr. Ascon.
in Pison. 12 S.: Duo porro genera earum coloniarum, quae a populo R(omano) deductae sunt,
fuerunt: uti Quiritium, aliae Latinorum essent). La definizione è usata in senso proprio (Romana =
civium Romanorum) solo in Liv. 34.42.5: (...) ut Latini qui in coloniam Romanam nomina dedissent
cives Romani essent (dove tuttavia la scelta potrebbe essere stata dettata da considerazioni di ordine
puramente stilistico), nonché in Mela 2.57, Plin. n.h., 5.124, Tac. hist. 1.65. Sul tema si veda ora
Grelle 2011.
34 Liv. 2.16.8; 29.15.2; 35.9.7; 37.57.7; 39.55.5; 40.34.2; 43.3.4.
35 Cic. pro Balb. 48; pro Caecin. 98; de dom. 78.
36 Ascon. in Pison. 12 S.
37 Suet. Caes. 8.1.
38 Fest. 276 L.
39 Gai. inst. 1.131; 3.56.
40 Tab. Heracl. (= RS, nr. 24, pp. 355-391), l. 83: Queiquomque in municipieis colon<i>eis
praefectureis foreis conciliabuleis c(ivium) R(omanorum) IIvir(ei) IIIIvir(ei) erunt (...); l. 108:
Quae municipia colonia<e> praefectura<e> c(ivium) R(omanorum) sunt erunt (...); l. 142: Quae
municipia coloniae praefecturae c(ivium) R(omanorum) in Italia sunt erunt (...). Nella stessa lex,
per altro, tali elenchi di comunità appaiono assai più frequentemente richiamati da formule ellitti-
che della specificazione c(ivium) R(omanorum): cfr. ll. 89-90, 94-95, 98, 108-109, 126, 127-128,
130, 135, 136, 142-143, 152, 157, 158. La formula completa compare di fatto solo in apertura di tre
distinte sezioni del documento, concernenti rispettivamente le magistrature (ll. 83-107), il senato
(ll. 108-141) e le procedure del census (ll. 142-156).
41 Tab. Siar. (= RS, nr. 37, pp. 507-543), fr. b, col. I, ll. 7-8: (...) neve quid eo die rei seriae
publice agere [liceret mag(istratibus) p(opuli) R(omani) iisque qui i(ure) d(icundo) p(raerunt) in]
municipio aut colonia, c(ivium) R(omanorum) aut Latinorum, (...).
42 Tab. Siar., fr. b, col. II, ll. 21-26: Item senatum velle atque aequom censere, quo facilius
pietas omnium ordinum erga domum Augustam et consensu<s> universorum civium memoria
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 113

sociale, dal formulario della lex agraria del 111 a.C. All’interno di quest’ultimo
documento, il termine ricorre in due diverse clausole: quella relativa alle asse-
gnazioni effettuate a titolo di risarcimento per i terreni confiscati ai fini di nuove
fondazioni, definite cumulativamente oppida coloniaeve 43, e quella relativa ai
diritti esercitati sull’ager publicus dato in usufrutto alle comunità locali, in cui si
oppongono alle comunità di diritto romano (coloniae, municipia, promunicipia
civium Romanorum) i centri di diritto latino (procoloniae nominis Latini) 44. Se
nella prima clausola è almeno in linea teorica possibile che il termine colonia

honoranda Germanici Caesaris appareret, uti co(n)s(ules) hoc s(enatus) c(onsultum) sub edicto
suo proponerent iuberentque mag(istratus) et legatos municipiorum et coloniarum descriptum
mittere in municipia et colonias Italiae et in eas colonias quae essent in <p>rovinciis. La clau-
sola sancisce l’obbligo, per i magistrati locali dei municipia e delle coloniae d’Italia e delle
coloniae delle province, di acquisire copie del senatus consultum – emanato alla fine del 19 d.C.
e decretante, come è noto, gli onori funebri per Germanico – da destinare alla pubblica affissio-
ne. La mancata menzione, in questa clausola, di municipia di ambito provinciale – se non do-
vuta ad errore di incisione (come proposto in Gascou 1986, pp. 546-547): ma si tratta, su un
piano puramente metodologico, dell’ultima ipotesi a dover esser presa in considerazione – non
può essere spiegata invocando nuovamente la vecchia idea (Saumagne 1965: contra, per tut-
ti, Sherwin White 1973, pp. 337-344) relativa all’inesistenza di municipia civium Romanorum
nelle province (come ribadito in González 1984, pp. 82-100, e in González 1986, ma cfr. Ga-
scou 1986), né si deve ad un uso generico del termine colonia, allusivo compendiariamente a
coloniae e municipia, come ventilato in Rossi 2008c, pp. 135-137: si dovrà piuttosto postulare
(cfr. Le Roux 1988 e RS, p. 536) che nelle province solo i magistrati delle coloniae fossero
ufficialmente vincolati all’obbligo di fornire alla propria comunità copia del documento. L’ap-
plicazione selettiva di tale vincolo non è dunque altro che l’ulteriore testimonianza del definitivo
concretizzarsi del processo di reinterpretazione delle realtà coloniali romane, sublimate a partire
dall’età cesariano-augustea nell’ideale gelliano delle effigies parvae simulacraque urbis (Gell.
16.13.8-9): sul tema rimando ora a Sisani c.s. Questa ipotesi comporta come è chiaro un corol-
lario, che cioè le coloniae quae essent in provinciis siano nello specifico, al pari delle coloniae
Italiae, le coloniae civium Romanorum: non vedo infatti ragione alcuna perché una norma coin-
volgente nello specifico i cives Romani – ll. 22-23: (...) consensu<s> universorum civium (...)
(cfr. González 1984, p. 83) – ma che apparentemente ignora i municipi di diritto romano delle
province potesse vincolare, oltre alle colonie di diritto romano, anche le colonie di diritto latino
ivi presenti.
43 Lex agr. (= RS, nr. 2, pp. 113-180), ll. 20-23: [quo in agro loco oppidum coloniave ex
lege plebeive sc(ito) costitueretur deduceretur conlocaretur, quo in agro loco IIIvir i]d oppidum
coloniamve ex lege plebeive sc(ito) constituit deduxitve conlocavitve (...).
44 Lex agr., ll. 31-32: [quibus colonieis seive moi]nicipieis seive quae pro moinicipieis
colo[nieisve sunt ceivium R(omanorum)] nominisve Latini poplice deve senati sententia ager fruen-
dus datus [est, quod eius agri quei colonei moinicipesve queiv]e pro colonia moinicipiove prove
moinicipieis fruentur quei in trientabule[is est - - -]. La clausola, sintatticamente capricciosa, è da
intendersi (cfr. Mommsen 1904b, pp. 105-106, e Lintott 1992, pp. 186, 235-237): “L’ager che [a
coloniae o] a municipia o a qualunque equivalente di municipia o coloniae, [di cittadini romani] o
di diritto latino, dal popolo o dal senato è stato concesso in usufrutto, [la parte di tale ager che è]
nei trientabula, [del cui usufrutto godono quei coloni o quei municipes] o coloro i quali (godono
dell’usufrutto di tale ager) per il tramite di una colonia o di un municipium o di qualunque equiva-
lente di municipia [...]”. Per le integrazioni (che qui presento in forma lievemente modificata) e per
l’analisi testuale della clausola rimando a Sisani 2011, pp. 736-740.
114 Simone Sisani

definisca cumulativamente le fondazioni di diritto romano e di diritto latino 45,


nella seconda l’opposizione coloniae ~ pro coloniis spinge ad intendere il primo
termine come allusivo nello specifico alle coloniae civium Romanorum, laddove
le coloniae Latinae risulterebbero indicate dalla locuzione (oppida quae sunt)
pro coloniis nominis Latini.
Per tornare al passo del De bello Gallico da cui ho preso le mosse, il ricor-
so ad una definizione inutilmente ridondante quale quella di coloniae civium
Romanorum è allora in se stesso sospetto: con essa, Irzio allude certamente
a comunità di cittadini romani, il cui statuto coloniario può essere tuttavia
virtualmente escluso a partire proprio dal carattere giuridicamente anomalo
della locuzione. L’ipotesi trova del resto sostegno nel quadro offerto dal settore
nord-orientale della Cisalpina e dall’Illirico durante gli anni del proconsolato
di Cesare, quando la presenza di cittadini romani nell’area, precoce e diffusa,
venne senza dubbio consolidandosi sul piano degli assetti amministrativi locali,
ma secondo forme distinte da quelle propriamente coloniarie.
Alla diretta iniziativa di Cesare si deve ad esempio la formale constitutio
del centro di Forum Iulii (Transpadanorum) 46, come denuncia sia la base ono-
mastica del poleonimo, sia l’esplicita testimonianza offerta da Paolo Diacono 47.
Il centro, destinato entro i decenni finali del I secolo a.C. ad acquisire piena
autonomia amministrativa 48, nasce in origine come semplice forum: luogo di
riunione e di mercato a carattere vicano 49 destinato a strutturare la vita socio-
economica della popolazione locale e che possiamo immaginare creato prin-
cipalmente in funzione di un nucleo di cittadini romani insediato in zona 50,
come fa sospettare il ricorso ad una categoria insediativa quale quella dei fora,
che almeno nella penisola appare caratteristica delle aree rurali popolate in età
medio- e tardo-repubblicana da coloni viritani 51.

45 Ma se il contesto è quello delle fondazioni di età graccana (cfr. Sisani 2011, pp. 734-736),
colonia deve necessariamente indicare le sole coloniae civium Romanorum.
46 Sul centro cfr. ora SupplIt 16, pp. 200-221.
47 Paul. Diac. hist. Lang. 2.14: Huius Venetiae Aquileia civitas extitit caput; pro qua nunc
Forum Iulii, ita dictum, quod Iulius Caesar negotiationis forum ibi statuerat, habetur. La fonte è
senza dubbio tarda e potrebbe semplicemente riecheggiare una tradizione locale, della cui realtà
storica non vi è comunque motivo di dubitare: tanto più che la stessa notizia, sebbene in forma
più ambigua, è riportata con un anticipo di circa due secoli anche da Venanzio Fortunato (Martin.
4.653: Inde Foro Iuli de nomine principis exi).
48 Forum Iulii è menzionato tra le comunità autonome della regio X in Plin. n.h., 3, 130.
La documentazione epigrafica di età imperiale conferma l’ormai avvenuta elevazione al rango di
municipium, retto da quattuorviri (cfr. SupplIt 16, p. 220).
49 Sulla natura giuridica dei fora rimando ora a Sisani 2011, pp. 559-594.
50 La precocità della presenza italica in quest’area è testimoniata dal thesaurus iscritto –
SupplIt 1884, 376 (cfr. SupplIt 16, ad loc.): C. Ennius C. f. / colonus / H(erculi) v(otum) [s(olvit)]
l(ibens) m(erito) – rinvenuto presso Gagliano sul colle della Madonna delle Grazie e databile nella
prima metà del I secolo a.C. Sul documento si veda da ultimo SupplIt 16, p. 205.
51 Sisani 2011, pp. 594-611.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 115

Ad un atto ufficiale di constitutio va fatta risalire, sempre in età cesariana,


anche la fondazione di Iulium Carnicum 52, il cui poleonimo pare nuovamente
indicare nel proconsole il responsabile della fondazione. L’epigrafia latina del
centro testimonia, a partire già dai decenni iniziali del I secolo a.C. 53, la stabile
presenza in loco di cittadini romani, verosimilmente organizzati in un conven-
tus orientato a sfruttare le potenzialità commerciali del sito, che almeno da età
cesariana e fino alla prima età augustea appare strutturato in forma di vicus,
amministrato dai consueti collegia di magistri 54.
Il ricorso ad una strutturazione insediativa di marca vicana nell’organiz-
zazione del popolamento romano in quest’area appare, in età cesariana, una
costante, come illustrano i due ulteriori casi del vicus di Nauportus, il cui assetto
amministrativo locale rispecchia fedelmente quello testimoniato negli stessi anni
a Iulium Carnicum 55, e dell’oppidum/castellum di Tricesimo, nato o rifondato
intorno alla metà del I secolo a.C., epoca alla quale può essere fatta risalire la rea-
lizzazione delle mura della piazzaforte 56. In entrambi i casi, si tratta appunto di
vici, dotati di una rudimentale struttura amministrativa – paragonabile, nel caso
di Nauportus, a quella di un municipium 57 – ma privi di una vera e propria auto-

52 Sullo sviluppo storico e istituzionale di Iulium Carnicum – menzionato da Plinio (n.h.,


3, 130) tra le comunità autonome della regio X, la cui tardiva promozione a municipium (retto da
duoviri) va fatta risalire agli ultimi anni del I secolo a.C. – si vedano Mainardis 1994, pp. 74-87;
Gregori 2001; Zaccaria 2001; Mainardis 2008, pp. 21-82; Sisani 2011, pp. 679-685.
53 AE 1994, 673 (cfr. SupplIt 12, n. 2, pp. 113-114; Mainardis 2008, n. 16, pp. 106-108): [-]
Vene[- - -], / D. Fabi(us) [- - -], / C. Pam[- - -], / D. Suan[- - -], / Gentiu[s - - -], / Apollo[- - -] / vac.
P[- - -] / mag(istri) de [- - -].
54 CIL V 1829 (cfr. SupplIt 12, ad loc.; Mainardis 2008, n. 1, pp. 85-88): - - - - - - /
[mag(istri)] q(ui) s(upra) s(cripti) s(unt) aedem Belini / [de su]a pecunia refecere et / [clu]pea
inaurata in fastigio V / et signa duo dedere. / [vac.] / [- Erbo]nio P. l. Principe, / [Se]x. [V]otticio Sex.
l. Argentillo / mag(istris) vic(i). CIL V 1830 (cfr. SupplIt 12, ad loc.; Mainardis 2008, n. 7, pp. 93-
96): [S]ex. Erbonius Sex. (et) Sex. l. Fron[to], / [-] Regontius Primi et Genti l. Iucu[nd(us)], / [Se]x.
Votticius Argentil(li) l. Amor, / [-] Titius T. l. vac. Philemo, / [S]ex. Erbonius Sex. l. Philogen[es], / [-]
Gavius Philemonis l. Hilari[- - -], / [-] Regontius L. l. Step(h)anus, / [-] Mulvius Ditionis l. Senecio, /
[-] Gavius L. l. Gratus, / [Hi]larus Vetti T. ser(vus) / [m]agistri aedem Herculis d(e) s(ua) p(ecunia)
t(- - -). / [Se]x. Erbonio Sex. l. Diphilo, / [-] Quinctilio M. l. Donato / mag(istris) vici. Su queste
testimonianze si veda ora Sisani 2011, pp. 679-680.
55 CIL I2 2285 (cfr. p. 1110): P. Petronius P. l. / Amphio, / C. Fabius C. l. / Corbo / mag(istri)
vici aedem / Aequor(nae) de vi(ci) / s(ententia) f(aciundam) coir(averunt). CIL I2 2286 (cfr. p. 1111;
Šašel Kos 1997, nr. 1, pp. 117-120; Šašel Kos 1998, pp. 101-104): Q. Annaius Q. l. / Torravius,
/ M. Fulginas M. l. / Philogenes / mag(istri) vici de / vic(i) s(ententia) portic(um) f(aciundam)
coir(averunt). Cfr. ora Sisani 2011, pp. 680-681.
56 CIL I2 2648 (cfr. pp. 1091, 1093; InscrAq I, n. 46; Bandelli 1988, n. 21, p. 154): Ti. Car-
minius Ti. f., / P. Annius M. f. pr(aefecti), / P. Annius Q. f., / Sex. Terentius C. f. // q(uaestores) // por-
tas, muros / ex s(enatus) c(onsulto) locavere / eidemq(ue) probave(re). Nonostante i dubbi relativi
ad una possibile pertinenza aquileiese o ad altro centro, il testo è certamente da riferire all’abitato
di Tricesimo: cfr. in questo senso, da ultimi, Bandelli 2001, pp. 23-26, e Bandelli, Chiabà 2005,
pp. 450-451 e nt. 48.
57 Cfr. Tac. ann. 1.20.1: Interea manipuli ante coeptam seditionem Nauportum missi ob iti-
nera et pontes et alios usus, postquam turbatum in castris accepere, vexilla convellunt direptisque
116 Simone Sisani

nomia: una condizione dalla quale essi, a differenza di Forum Iulii e di Iulium
Carnicum, non riusciranno a svincolarsi neppure in età augustea, come assicura
il mancato sviluppo municipale dei due centri, che in età imperiale risultano
ormai inclusi all’interno dei territoria della colonia di Aquileia (Nauportus) 58 e
del municipio/colonia di Iulium Carnicum (ad Tricesimum) 59.
L’esistenza in età cesariana di analoghi vici di cittadini romani anche in
area istriana – senza dubbio il settore più direttamente esposto alle incursioni
giapidiche del 52-51 a.C. – è ricavabile dalla descrizione pliniana dell’Histria:
Plin. n.h., 3, 126-129: Sequitur decima regio Italiae (...). Carnorum haec regio
iunctaque Iapudum, amnis Timavus, castellum nobile vino Pucinum, Tergestinus
sinus, colonia Tergeste, XXXIII m(ilia passuum) ab Aquileia. Ultra quam sex milia
p(assuum) Formio amnis, ab Ravenna CLXXXVIIII m(ilia passuum), anticus auctae
Italiae terminus, nunc vero Histriae (...). Histria ut paeninsula excurrit. Latitudinem
eius XL m(ilia passuum), circuitum CXXV m(ilia passuum) prodidere quidam,
item adhaerentis Liburniae et <F>lanatici sinus, alii CCXXV m(ilia passuum), alii
Liburniae CLXXX m(ilia passuum). Nonnulli in Flanaticum sinum Iapudiam promo-
vere a tergo Histriae CXXX m(ilia passuum), dein Liburniam CL m(ilia passuum)
fecere. Tuditanus, qui domuit Histros, in statua sua ibi inscripsit: ab Aquileia ad
Titium flumen stadia M<M>. Oppida Histriae civium Romanorum Agida, Parentium,
colonia Pola, quae nunc Pietas Iulia, quondam a Colchis condita; abest a Tergeste
CV m(ilia passuum). Mox oppidum Nesactium et nunc finis Italiae fluvius Arsia. Ad
Polam ab Ancona traiectus CXX m(ilia) p(assuum) est.

Il passo di Plinio continua a sollecitare tra i moderni commentatori nume-


rosi interrogativi, concernenti essenzialmente la natura e la cronologia delle fonti
utilizzate dall’erudito 60: una questione che, come è chiaro, tocca direttamente
quella relativa al contesto storico in cui vanno collocate le notazioni di caratte-
re istituzionale in esso contenute. In particolare, nella menzione pliniana degli
oppida civium Romanorum di Agida e di Parentium si è voluta rintracciare 61 una
anomalia difficilmente conciliabile con la realtà della piena età augustea, quando
l’Histria – parte integrante dell’Italia dagli anni immediatamente precedenti
al 12 a.C. 62 – doveva ormai comprendere solo comunità di cittadini romani,

proximis vicis ipsoque Nauporto, quod municipii instar erat (...). Il contesto è quello della rivolta
militare scoppiata in Pannonia nell’autunno del 14 d.C.
58 Come si ricava dalla collocazione del cippo iscritto di età augusteo-tiberiana AE 2002,
532, marcante il confine tra i territori di Aquileia e di Emona: cfr. da ultimo Zaccaria 2010, p.
104.
59 Come assicura la diffusione nell’area della tribù Claudia, propria degli Iulienses: Zacca-
ria 2010, p. 107.
60 Sul passo si veda in particolare l’accurata analisi di Marion 1998.
61 Desanges 2004.
62 Sullo spostamento all’Arsia del confine italico, collocabile cronologicamente negli anni
della coreggenza di Augusto e Agrippa (18-12 a.C.), si veda Degrassi 1954, pp. 54-60; cfr. anche,
da ultimo, Desanges 2004, pp. 1189-1197.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 117

rendendo “superflue et même absurde” 63 la precisazione relativa allo statuto


giuridico degli abitanti dei due centri; la menzione è fatta dunque derivare da
una fonte più antica di quest’epoca, tentativamente identificata con una formula
provinciae Illyrici di età cesariana o triumvirale 64, che Plinio avrebbe solo par-
zialmente aggiornato nella stesura definitiva della sua opera.
In realtà questa ipotesi è innecessaria – ed anzi improbabile, come
vedremo più avanti – dal momento che in Plinio la locuzione oppidum civium
Romanorum non indica genericamente una comunità di cittadini romani in
quanto opposta alle civitates peregrinae  65, ma costituisce la definizione tec-
nica, giuridicamente marcata, di una peculiare categoria di centri a carattere
vicano, privi di una compiuta autonomia amministrativa e sottoposti al pieno
controllo politico dei conventus di cittadini romani insediati in loco  66. Non
vi è dubbio che, per loro stessa natura, tali centri sorgano sempre – a seguito
apparentemente di una formale constitutio – in contesto provinciale  67, ma
nulla impedisce di postulare, nel caso in esame, che i due oppida civium
Romanorum di Agida e di Parentium abbiano mantenuto almeno nel periodo
immediatamente successivo allo spostamento del confine all’Arsia il loro
originario statuto giuridico. Il postulato, nel caso di Agida, appare confer-
mato dalla documentazione epigrafica, che se da un lato porta ad escludere
l’esistenza di un municipium autonomo in quest’area, certamente ricadente

63 Desanges 2004, p. 1188.


64 Desanges 2004, pp. 1188, 1199-1201.
65 L’equazione oppidum civium Romanorum = municipium civium Romanorum è una trap-
pola in cui sono caduti in molti (cfr. ad esempio, nei casi specifici di Agida e Parentium, Degrassi
1954, pp. 68-74, seguito da Rossi 2008d, pp. 328-335; contra, giustamente, Šašel 1992b, p. 662,
nt. 1, e Vedaldi Iasbez 1994, pp. 279-283), un miraggio tutto moderno che ha di fatto rappresenta-
to un ulteriore ostacolo al corretto inquadramento del processo di strutturazione istituzionale delle
comunità locali in quest’area.
66 L’identificazione, negli oppida civium Romanorum pliniani, di entità istituzionali distinte
da coloniae e municipia – avanzata già dal Kornemann, cfr. RE XVI/1 (1933), s.v. Municipium,
col. 597 – è chiaramente formulata, in relazione all’Africa romana, in Teutsch 1962, pp. 27-51, e
in Saumagne 1965, pp. 81-119. Sulla natura di questa categoria di centri si veda ora Papazoglou
1986 (in part. pp. 215-226); cfr. anche Sisani 2011, pp. 678-690. Per un elenco completo degli oppi-
da civium Romanorum menzionati nei libri geografici della Naturalis Historia si veda l’Appendice
in calce a questo contributo.
67 Nel caso di Agida, la stabile presenza di Italici già dalla prima metà del I secolo a.C. è
del resto assicurata dall’iscrizione AE 1991, 762 (cfr. Zaccaria 1991, n. 153, pp. 429-430; SupplIt
10, n. 21, pp. 260-261): Laetus Petroni [- s(ervus)] / Aprodisiae f(iliae). Ugualmente significative
le iscrizioni, di analoga cronologia, AE 1991, 760-761, su cui si veda infra (anche per le ragioni
dell’attribuzione dei tre testi al territorio agidano, piuttosto che a quello tergestino). Ad un orizzonte
cronologico di poco più recente (metà I secolo a.C.) risale invece la testimonianza parentina InscrIt
X, 2, n. 207: Q. [Fa]bius Q. f. [sibi et - - -] / Sex. [f.] Secunda[e uxori et Q.] / Fab[i]o Q. f. Nigr[o,
Fabiae Q. f.] / Pol[l]ae, C. Fab[io Q. f. - - -, - Fab]/io [Q.] f. Fab[iano filiis t(estamento) f(ieri)
i(ussit)]. / [Fabi]a Q. [f. Polla f(aciendum) c(uravit)], che costituisce la più antica iscrizione latina
restituita dal territorio della futura colonia di Parentium.
118 Simone Sisani

durante l’età imperiale all’interno dell’agro tergestino  68, dall’altro restituisce


a partire dalla fine del I secolo a.C. ben due menzioni dell’attività svolta in
loco dagli iuratores  69, funzionari delegati dai magistrati con potestas censoria
di municipia e coloniae, la cui specifica mansione era quella di raccogliere le
dichiarazioni di censo nei centri minori del territorio di pertinenza municipale
o coloniale  70.
La possibilità di attribuire alla diretta iniziativa di Cesare la constitutio
degli oppida di Agida e Parentium – fondati in epoca certamente anteriore
all’incorporazione, tra il 18 e il 12 a.C., dell’Histria all’Italia – è suggerita dalle
attitudini manifestate dal proconsole nei confronti dell’intera componente italica
stanziata nell’Illirico, illustrate dal caso ben noto di Lissus, anch’esso struttu-
rato in termini istituzionali negli anni Cinquanta del I secolo a.C., attraverso
l’adtributio dell’oppidum al locale conventus civium Romanorum 71. Dietro a
casi come questo verrebbe da leggere l’applicazione, da parte del proconsole, di
un generale e organico piano di riassetto istituzionale attuato a beneficio delle
comunità di cittadini romani stanziate a cavallo tra la Cisalpina e l’Illirico 72, un
piano che per altro potrebbe aver assecondato, applicandoli in maniera forse più
sistematica, orientamenti già impressi nei decenni precedenti 73.
La politica cesariana in queste aree non è dunque contraddistinta dal ricorso
alla pratica della colonizzazione, quanto piuttosto dall’attenzione verso l’ele-
mento italico già da tempo stanziato in zona, accresciutosi a seguito di forme
di emigrazione spontanea e costituito essenzialmente da negotiatores 74: una

68 Cfr. Degrassi 1962a, pp. 816-819 e Degrassi 1954, p. 73; da ultimo, sull’estensione
dell’agro di Tergeste, Zaccaria 2010, pp. 105-106. Sull’identificazione del municipium menziona-
to nell’iscrizione AE 1991, 760, da Elleri, si veda infra.
69 CIL V 487 (cfr. InscrIt X, 3, n. 6; SupplIt 10, ad loc.): [- - -] Pup(inia) Forens[is] / [an-
nor]um XXIII / [- - - lec]tus ordine iura[torum] / [sententia - - - ?]; InscrIt X, 3, n. 7 (cfr. SupplIt 10,
ad loc.): [- - - - - -] / lectus iuratorum / sententia / v(ivus) f(ecit) sibi et sui[s].
70 Su questi funzionari si veda, in generale, A. Passerini in DizEp IV (1946), s.v. Iurator, p.
262. Sulle attestazioni tergestine cfr. Degrassi 1962a, pp. 801-804, e da ultimi SupplIt 10, p. 155;
Zaccaria 1994, pp. 325-326; Bandelli, Chiabà 2005, pp. 452-453; Zaccaria 2010, p. 106.
71 Caes. b.c. 3.29.1: Quo facto conventus civium Romanorum, qui Lissum obtinebant, quod
oppidum iis antea Caesar attribuerat muniendumque curaverat, Antonium recepit omnibusque
rebus iuvit; 3.40.5: Ipse (scil. Cn. Pompeius figlio) Lissum profectus naves onerarias XXX a M.
Antonio relictas intra portum adgressus omnes incendit; Lissum expugnare conatus, defendentibus
civibus Romanis, qui eius conventus erant, militibusque, quos praesidii causa miserat Caesar, tri-
duum moratus paucis in oppugnatione amissis re infecta inde discessit. Sulla natura istituzionale
dell’intervento di Cesare si vedano Laffi 1966, pp. 50-51, e Papazoglou 1986, pp. 220-226.
72 Sull’attività di Cesare in queste zone si vedano Rossi 2008e; Šašel Kos 2000; Bandelli
2004, pp. 116-120; Dzino 2010, pp. 80-90.
73 Penso in particolare al caso di Narona, anch’esso un oppidum civium Romanorum la cui
constitutio potrebbe risalire già agli anni immediatamente successivi alla campagna dalmatica di
Gaio Cosconio (78-76 a.C.): cfr. Sisani 2011, pp. 682-684.
74 Non escluderei che a fianco di questa componente se ne debba riconoscere un’altra, di
carattere eminentemente militare: alludo al presidio di socii nominis Latini inviato in Histria nel
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 119

componente, quest’ultima, attiva non solo lungo la costa istriana e dalmata 75,


ma anche nella regione sub-alpina, in centri quali Iulium Carnicum, Forum Iulii
e Nauportus, avamposti commerciali strategicamente collocati lungo i principali
assi di penetrazione verso il Norico e la Pannonia. L’intervento di Cesare si tra-
duce essenzialmente in chiave di strutturazione istituzionale, operata attraverso
l’attribuzione di centri già esistenti ai locali conventus di negotiatores italici e
che in tutti i casi si configura nei termini della ufficiale constitutio di una nuova
realtà amministrativa, indipendentemente dall’aspetto formale – quello del
forum (nel caso di Forum Iulii) 76 o quello, più comune in contesto provinciale,
dell’oppidum civium Romanorum 77 – assunto dalla fondazione 78.

177 a.C. (Liv. 41.14.6), per tutelare Aquileia da possibili attacchi dal fronte orientale. Al di là
dell’effettiva durata – apparentemente piuttosto breve – di tale presidio e dell’eventualità che esso
sia all’origine della stabile occupazione di una delle future città romane dell’Histria (segnatamente
Tergeste: cfr. Rossi 2008f, pp. 248-250; Rossi 2008g, pp. 294-295; Rossi 2008h, pp. 343-346),
appare verosimile ipotizzare la permanenza in loco di almeno alcuni dei suoi membri, i cui discen-
denti in quanto Latini avranno ottenuto la cittadinanza romana già nel 90 a.C.
75 Sulla presenta italica in queste aree durante l’età repubblicana si vedano Daicoviciu
1932; Bandelli 1985; Bandelli 2004, pp. 115-116.
76 Un altro caso virtualmente certo di forum fondato durante il proconsolato di Cesare in
area transpadana è quello di Forum Alieni. Il centro, che non conobbe esiti municipali, risulta già
esistente nel 69 d.C. (Tac. hist. 3.6) e può essere localizzato sulla scorta degli itineraria (Rav. cosm.
4.30; Guid. 15) nell’area compresa tra Verona, Ateste e Hostilia. La consueta base onomastica del
poleonimo (cfr. Sisani 2011, pp. 568-573) spinge a cercare il responsabile della sua formale consti-
tutio in un membro della gens Al(l)iena, che può vantare – se si esclude il L. Alienus [RE I (1894),
col. 1480, s.v. Alienus (n. 2)] tribuno ed edile negli anni centrali del V secolo a.C. – un unico ma-
gistrato: il pretore del 49 a.C. A. Allienus (RE I (1894), col. 1585, s.v. Allienus), che concluderà la
sua carriera in Siria come legato di Dolabella nel 43 a.C., quando unì le sue forze a quelle di Cassio.
Il personaggio dovette rivestire il tribunato della plebe negli anni Cinquanta del I secolo a.C. (cfr.
Broughton 1951-86, II, p. 217) ed è certamente da identificare con uno dei promotori della lex
Mamilia Roscia Peducaea Alliena Fabia (grom. vet. 263-266 L. = RS, n. 54, pp. 763-767: le clau-
sole riportate nel corpus gromatico sotto questa titolatura sono in ogni caso pertinenti ad una delle
due leges Iuliae agrariae del 59 a.C., come convincentemente prospettato in Crawford 1989), in
cui va forse identificato il provvedimento legislativo che poté autorizzare, tra le altre iniziative, la
constitutio stessa del forum.
77 Vanno a mio avviso considerati veri e propri oppida civium Romanorum – nel senso
giuridico di cui si è già detto – anche i vici di Iulium Carnicum e di Nauportus (cfr. Sisani 2011,
pp. 684-685). Nel primo caso, l’ipotesi è sostenuta in particolare dalla forma neutra del poleonimo:
oppidum Iulium Carnicum (piuttosto che castellum, come invece proposto da Degrassi 1954, p.
37), una chiave di lettura forse applicabile anche a Tergeste, Parentium e Nesactium.
78 Non è facile determinare i criteri che devono aver orientato il ricorso diversificato alla
forma istituzionale del forum o dell’oppidum civium Romanorum: si può forse ipotizzare che, nel
caso dei fora, la fondazione sia sempre effettuata in vacuo, laddove gli oppida civium Romano-
rum sarebbero il semplice prodotto della ristrutturazione amministrativa di vici già esistenti (la
distinzione richiamerebbe allora, in certo modo, quella postulabile per i fora e i conciliabula della
penisola: cfr. Sisani 2011, pp. 568-581). Che le due categorie rappresentino, nella Transpadana di
età cesariana, degli organismi essenzialmente omologhi sul piano strutturale è in ogni caso sugge-
rito dal peculiare sviluppo amministrativo di Forum Iulii, che al momento della trasformazione in
municipium alla fine del I secolo a.C. assume un assetto magistratuale di marca quattuorvirale (CIL
120 Simone Sisani

Proprio in questo carattere di fondazione andranno rintracciate le ragioni


del ricorso, da parte di Irzio, ad una definizione ambigua quale quella di colo-
niae civium Romanorum, ad indicare delle realtà amministrative le quali, pur se
giuridicamente distinte dalle colonie, condividevano con esse l’essere nate ex
novo, in termini istituzionali, a seguito di un intervento ufficiale promosso dallo
stato romano 79. Nel novero di queste “colonie” va a mio avviso ascritta la stessa
Tergeste, anch’essa da considerare, durante tutta l’età cesariana, un semplice
oppidum civium Romanorum privo di una compiuta autonomia amministrativa.
Lo status del centro è richiamato, come è noto, da più fonti 80. Oltre alle già
citate testimonianze di Plinio, che la ascrive tra le coloniae della regio X augu-
stea, e di Appiano, che nel contesto della decursio giapidica del 52 a.C. la defi-
nisce Ῥωμαίων ἄποικος, Tergeste è menzionata in due occasioni da Strabone,
ora come κώμη Καρνική, ora come φρούριον:
Strab. 7.5.2: Εἰς γὰρ Ναύπορτον ἐξ Ἀκυληίας ὑπερτιθεῖσι τὴν Ὄκραν
εἰσί στάδιοι τριακόσιοι πεντήκοντα, εἰς ἣν αἱ ἁρμάμαξαι κατάγονται, τῶν
Ταυρίσκων οὖσαν κατοικίαν˙ ἔνιοι δὲ πεντακοσίους φασίν. Ἡ δ´Ὄκρα
ταπεινότατον μέρος τῶν Ἄλπεών ἐστι τῶν διατεινουσῶν ἀπὸ τῆς Ῥαιτικῆς
μέχρι Ἰαπόδων˙ ἐντεῦθεν δ´ἐξαίρεται τὰ ὄρη πάλιν ἐν τοῖς Ἰάποσι καὶ καλεῖται
Ἄλβια. Ὁμοίως δὲ καὶ ἐκ Τεργέστε κῶμης Καρνικῆς ὑπέρθεσίς ἐστι διὰ τῆς
Ὄκρας εἰς ἕλος Λούγεον καλούμενον.

Strab. 5.1.9: Μετὰ δὲ τὸ Τίμαυον ἡ τῶν Ἰστρίων ἐστὶ παραλία μέχρι


Πόλας, ἣ πρόσκειται τῇ Ἰταλίᾳ. Μεταξὺ δὲ φρούριον Τεργέστε, Ἀκυληίας
διέχον ἑκατὸν καὶ ὀγδοήκοντα σταδίους.

V 1767, 8642; AE 1998, 570), anomalo sia per l’epoca assai avanzata della promozione – i municipi
cesariani e post-cesariani sono di norma retti da duoviri: cfr. Degrassi 1962b, pp. 150-152 –, sia
per il contrasto con l’assetto duovirale che apparentemente contraddistingue tutti gli altri municipi
nati da precedenti fora (come segnalato già da Beloch 1926, p. 497, dove erroneamente si affianca
al caso di Forum Iulii quello di Forum Germa(---), municipio quest’ultimo regolarmente retto da
duoviri: cfr. CIL V 7832, 7835). Il quattuorvirato municipale di Forum Iulii potrebbe allora essere
l’eredità della fase pre-municipale del forum, forse governato da un collegio quadrimembre analogo
nel numero e nelle funzioni a quelli attestati negli oppida civium Romanorum di Narona (CIL I2
2291-2292; Paci 2007, p. 19: cfr. Sisani 2011, p. 683), Carthago Nova (CIL I2 2269; ELRH, n. C24:
cfr. Sisani 2011, pp. 686-687) ed eventualmente Gades (cfr. infra in Appendice).
79 Un possibile parallelo è forse da rintracciare nella testimonianza liviana – per. 60.8: Et
continuato in alterum annum tribunatu legibus agrariis latis effecit ut complures coloniae in Italia
deducerentur (...); cfr. App. b.c. 1.98: Ὁ δὲ Γράκχος (...) ἀποικίας ἐσηγεῖτο πολλάς – relativa
alle fondazioni promosse nella penisola da Gaio Gracco: nelle complures coloniae ricordate dallo
storico andrà infatti letto un riferimento non solo a colonie vere e proprie sul tipo di Neptunia e
Minervium (le uniche deduzioni graccane certe in Italia), ma anche agli assai più numerosi fora
verosimilmente strutturati in connessione con le assegnazioni viritane, come convincentemente
ribadito, da ultimo, in Camodeca 1997, p. 267 e nt. 30. Si veda anche, in relazione all’uso non
tecnico del termine colonia, Crawford 1995.
80 Cfr. SupplIt 10, pp. 149-151.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 121

È opinione consolidata che entrambe le menzioni del centro in Strabone


derivino da fonti nettamente più antiche dell’età augustea, relative a contesti
storici distinti ma comunque non posteriori al II secolo a.C. 81. L’ipotesi è, alme-
no nel caso della notizia confluita nel settimo libro, certamente da accogliere:
nella descrizione della frangia settentrionale dell’Illirico, particolarmente ricca
di notazioni etnografiche, il geografo dimostra di conoscere la componente
carnica – sviluppatasi solo nel corso del II secolo a.C. 82 – del popolamento
di area istriana, ma parrebbe ignorare ogni forma di occupazione romana del
distretto, come si ricava dalle attribuzioni etniche concernenti Nauportus,
“colonia” (κατοικία) dei Taurisci, e la stessa Tergeste, “villaggio” (κώμη) car-
nico, definizione quest’ultima riproposta anche da un frammento di Artemidoro
trasmesso da Marciano di Eraclea 83, che ha consentito di identificare proprio
nei Geōgraphoúmena dell’autore efesino la fonte utilizzata in questo caso da
Strabone 84.
Per quanto concerne invece il passo tratto dal quinto libro, nel quale
la menzione del φρούριον Τεργέστε si è voluta far derivare addirittura da
Eforo 85, trovo francamente insostenibile l’idea che Strabone abbia voluto
affiancare da un lato un riferimento ad un fatto della storia contemporanea quale
lo spostamento – presupposto dalla collocazione di Pola in Italia 86 – del confine
italico all’Arsia, dall’altro una allusione alla realtà del IV secolo a.C. Qui come
in tutta la descrizione della Transpadana, il geografo – che conosce ad esempio
sia il definitivo annientamento dei Boi ad opera dei Daci di Burebista, sia la
fondazione della colonia cesariana di Novum Comum 87 – dimostra di utilizzare
fonti assai più vicine ai suoi tempi, tra le quali possono essere convincentemente
identificate le Historiae di Asinio Pollione, cui Strabone dovette forse attingere
per il tramite di Timagene 88.
Giusta questa ipotesi, è chiaro come la definizione di φρούριον applicata
a Tergeste non possa che essere intesa in chiave latina, come equivalente cioè
di castellum 89: una piazzaforte, di cui forse il geografo ha voluto rimarcare la

81 Sulla questione, globalmente riaffrontata da Càssola 1994, si veda da ultimo Rossi


2008f.
82 Verosimilmente all’indomani della terza campagna condotta da Roma contro gli Istri nel
178-177 a.C.: cfr. Degrassi 1954, pp. 46-49.
83 Marcian. epit. 9 M.: Τέγεστρα, οὐδετέρως, πόλις Ἰλλυρίας πρὸς τῇ Ἀκυληίᾳ.
Ἀρτεμίδωρος δ´ἐν Ἐπιτομῇ τῶν ἕνδεκα Τέργεστρον αὐτὴν καὶ κώμην οἶδεν˙ “Ἀπὸ
Τεργέστρου κώμης καὶ τοῦ μυχοῦ ἐπὶ τὸν Ἀδρίαν στάδιοι‚ εκε’ ”.
84 L’idea risale già al Mommsen: cfr. CIL V, p. 53.
85 Cfr. SupplIt 10, pp. 150-151.
86 Ribadita in Strab. 5.1.1.
87 Strab. 5.1.6.
88 Cfr. Lasserre 1967, pp. 24-25 e 196. L’utilizzo da parte di Strabone dell’opera di Asinio
Pollione è assicurato da Strab. 4.3.3.
89 In questo senso, pur se in altra prospettiva, anche Rossi 2008f.
122 Simone Sisani

collocazione di confine 90, che ancora nel pieno I secolo a.C. – è questo infatti
l’orizzonte cronologico presupposto dalla fonte 91 – doveva configurarsi in ter-
mini istituzionali come un centro minore a carattere essenzialmente vicano 92. Si
potrà obiettare che tutto ciò contrasta con quanto ricavabile da Appiano, il quale
considera Tergeste, per quegli stessi anni, un Ῥωμαίων ἄποικος. Tuttavia, se
il termine greco implica certo il concetto di fondazione, esso non ha necessa-
riamente il tecnicismo giuridico di lat. colonia 93: la definizione appianea senza
dubbio assicura, già per il 52 a.C., della marca romana del centro, ma andrà
valutata alla stessa stregua della locuzione colonia civium Romanorum utilizzata
da Irzio, in riferimento dunque ad un oppidum sì di cittadini romani, ma privo di
un autentico statuto coloniario.
Si può forse andare oltre. È quantomeno curioso che due tra le più circo-
stanziate menzioni di Tergeste nelle fonti letterarie rimontino ad autori, Strabone
e Appiano, che hanno sicuramente attinto, per via diretta o indiretta, all’opera di
Asinio Pollione 94. È pur vero che, per quanto riguarda Appiano, la dipendenza
dallo storico cesariano è prospettabile con certezza solo per i libri dedicati alle
guerre civili: e tuttavia mi chiedo, nel caso della notizia dell’Illyriké concernente
le decursiones giapidiche in area transpadana e istriana della metà del I secolo
a.C. 95, quale miglior fonte si possa immaginare dello stesso Pollione, attiva-

90 Sulla sfera semantica del greco φρούριον si veda, in questo senso, Musti 1994, pp. 391-
392. Come è chiaro, se Strabone ha veramente voluto alludere a questo aspetto traducendo la sua
fonte latina, il contesto storico in cui collocare la definizione dovrebbe risalire ad epoca anteriore
all’età augustea, se non addirittura allo spostamento del confine dal Timavus al Formio.
91 Le Historiae di Asinio Pollione dovevano trattare sistematicamente solo gli anni com-
presi tra il 60 e il 42 (o il 31) a.C.: cfr. Peter 1906-14, II, pp. lxxxiii-lxxxxvii; Gabba 1956, pp.
242-249; Zecchini 1982, pp. 1281-1286. Sulla vita e le opere del personaggio si veda in generale
André 1949; cfr. anche, più di recente, Zecchini 1982.
92 La natura vicana dei castella è chiaramente ricavabile da Cic. r.p. 1.2; Serv. Dan. ad
aen. 9.605; Placid. 50 P. Cfr., in relazione alla menzione dei castella nell’elenco di comunità locali
trasmesso dalla lex de Gallia Cisalpina, Sisani 2011, p. 729. La conferma a questa lettura è offer-
ta dallo stesso Strabone, che applica la definizione di φρούριον anche ad Herculaneum (Strab.
5.4.8), la cui tardiva promozione municipale – che il geografo evidentemente ignora – è assicurata
dall’iscrizione AE 1960, 277, databile nei decenni finali del I secolo a.C. e menzionante il primo
duoviro del municipium, cfr. Degrassi 1962c, pp. 189-191.
93 Dubbi sul senso tecnico della definizione anche in Rossi 2008c, p. 140. È del resto indi-
cativo che (la fonte di) Appiano, nello stesso passo, non espliciti lo statuto giuridico di Aquileia, ri-
chiamata con il solo poleonimo non perché più notoria di Tergeste, ma perché dotata a differenza di
quest’ultimo centro di un assetto istituzionale pienamente confacente ad una pólis: in altri termini,
credo che Appiano, nel parafrasare la sua fonte, abbia inserito la specificazione Ῥωμαίων ἄποικος
per esplicitare in termini greci una notazione latina ai suoi occhi forse non trasparente, allusiva al
carattere precipuo – “coloniale” ma non urbano – del centro. L’uso appianeo del termine potrebbe
insomma in questo caso aderire pienamente a quello prospettato dagli scholia a Tucidide (2.27.2
H.): ἄποικοι μὲν οἱ ἐρήμους τόπους πεμπόμενοι οἰκῆσαι, ἔποικοι δὲ οἱ πόλεις.
94 Per quanto concerne Appiano, si veda la magistrale analisi di Gabba 1956; cfr. anche
Zecchini 1982, pp. 1289-1292.
95 Sulla varietà di fonti cui dovette attingere Appiano nella composizione di questo libro,
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 123

mente presente nella Venetia dal 42 al 40 a.C. 96 e che proprio tra la Macedonia
e l’Illirico – con le vittoriose campagne contro i Parthini e i Delmatae del 39-38
a.C. 97 – terminerà la sua carriera pubblica. Se questa ipotesi coglie nel vero, le
qualifiche di Tergeste come Ῥωμαίων ἄποικος (Appiano) e come φρούριον
(Strabone), lungi dall’essere contraddittorie, potrebbero entrambe derivare dalla
trattazione del proconsolato di Cesare quale era offerta dalle Historiae di Asinio
Pollione, e segnatamente dalla narrazione dell’episodio del 52 a.C.
Resta dunque da analizzare la menzione di Tergeste in Plinio. Ho già avuto
modo di accennare all’ipotesi che l’erudito, nella descrizione dell’Histria, abbia
essenzialmente attinto ad una fonte di cancelleria ufficiale – la supposta formula
provinciae Illyrici – di età pre-augustea, dalla quale in particolare egli avrebbe
derivato le notazioni di carattere istituzionale relative allo statuto giuridico dei
singoli centri. Giusta questa idea, se volessimo datare il documento in epoca
anteriore allo spostamento del confine dal Timavus al Formio, la menzione pli-
niana di Tergeste come colonia rappresenterebbe un ulteriore elemento a favore
della datazione “alta” della fondazione, che potremmo essere nuovamente por-
tati a collocare in età cesariana. In verità, l’ipotesi poggia su un presupposto
tutt’altro che scontato ed anzi verosimilmente errato: l’esistenza, in età repub-
blicana, di un Illirico già formalmente costituito a provincia ordinaria, un atto
che tuttavia assai difficilmente poté precedere le campagne di Ottaviano del
35-33 a.C., e che andrà piuttosto collocato al più presto negli anni tra il 32 e il
27 a.C. 98. In conclusione, anche volendo ammettere l’utilizzo da parte di Plinio
di una formula provinciae nella sua descrizione dell’Histria, tale fonte, se pure
precedente lo spostamento del confine italico all’Arsia, non sarebbe in ogni
caso più antica dell’età augustea, terminus ante quem non per le informazioni di
carattere istituzionale da essa eventualmente derivate.
Al di là di questo aspetto, se è virtualmente certo che secondo l’impianto
iniziale del terzo libro della Naturalis Historia l’Histria avrebbe dovuto essere
trattata all’interno della descrizione dell’Illirico e non di quella dell’Italia 99, è

soprattutto per le vicende per le quali non poteva pedissequamente rifarsi alle memorie di Augusto,
cfr. Gabba 1956, pp. 215-217. Per un riesame globale dell’Illyriké appianea si veda ora Šašel Kos
2004 e Šašel Kos 2005.
96 Vell. 2.76.2: cfr. Zecchini 1982, pp. 1274-1276; Buchi 1999, pp. 313-314; Cresci Mar-
rone 2012.
97 Su queste campagne si veda da ultimo Dzino 2010, pp. 99-101, e Dzino 2011.
98 Si veda, per tutti, Šašel Kos 2000, pp. 283-286; cfr. anche, da ultimo, Dzino 2008 e
Dzino 2010, p. 119.
99 Come si ricava dalla disposizione della materia quale è esposta nell’incipit dell’opera
(Plin. n.h., 1, 3a): Situs, gentes, maria, oppida, portus, montes, flumina, mensurae, populi qui sunt
aut fuerunt (...) Italiae trans Padum, Alpium et gentium Alpinarum, Illyrici, Histriae, Liburniae,
Dalmatiae (...) (cfr. Desanges 2004, pp. 1186-1187, anche per l’ipotesi che la sequenza pliniana
“Histria, Liburnia, Dalmatia” debba indicare le tre componenti costitutive dell’Illyricum). A ciò si
deve la menzione sdoppiata di alcune comunità della Liburnia, citate sia tra i populi della regio X
“quos scrupolosius dicere non attineat” (Plin. n.h., 3, 130), sia tra gli oppida dotati di ius Italicum
del conventus Scardonitanus (Plin. n.h., 3, 139): cfr. Marion 1998, p. 129.
124 Simone Sisani

altrettanto certo che Plinio nella stesura definitiva dell’opera ha provveduto ad


un sistematico aggiornamento – tradito da evidenti saldature 100 – delle fonti
originariamente consultate, ora riviste e corrette alla luce sia dello spostamento
del confine all’Arsia, sia della coeva o di poco successiva divisione regionale
augustea 101, nel cui quadro l’Histria fa ormai parte integrante della regio X.
Da questo assunto, discende allora che le indicazioni relative allo statuto giu-
ridico delle comunità istriane – fatta salva l’“anomalia” degli oppida civium
Romanorum – andranno valutate alla stessa stregua delle altre indicazioni, di
segno analogo, ricorrenti in tutta la descrizione pliniana dell’Italia.
Questo implica, nel caso della colonia di Tergeste, che la deduzione deve
risalire ad età triumvirale o augustea, dal momento che, come è noto, negli elen-
chi delle città italiche Plinio qualifica esplicitamente come coloniae solo quelle
fondate ex novo da Augusto e quelle triumvirali rivendicate dall’imperatore
come proprie 102. Alla luce del terminus post quem implicitamente ricavabile da

100 Alludo ai tre nunc di Plin. n.h., 3, 127-129: (...) Formio amnis (...) anticus auctae Italiae
terminus, nunc vero Histriae (...) colonia Pola, quae nunc Pietas Iulia (...) nunc finis Italiae fluvius
Arsia (...). La particolarità è stata opportunamente rimarcata già da Rossi 2008d, p. 327.
101 È ancora dibattuta la questione relativa all’esatta cronologia della divisione augustea
dell’Italia in regiones (si veda da ultimo Laffi 2007b, che giudica illusori i tentativi di fornire al
provvedimento una datazione puntuale). Tuttavia, pace Laffi (cfr. Laffi 2007b, p. 97), il silenzio
in merito da parte di Strabone – che pure conosce sia lo spostamento del confine all’Arsia, sia (a
differenza di Plinio) la sistemazione augustea dei distretti alpini (Strab. 4.6.4), organizzati in pra-
efecturae poco dopo il 14 a.C. (Laffi 2001a) – è un forte indizio a favore di una data non anteriore
all’ultimo decennio del I secolo a.C. (sulla cronologia straboniana dei libri dedicati all’Italia, redatti
entro il 7 a.C. e solo in minima parte aggiornati intorno al 18 d.C., si veda Pais 1922). Il valore di
questo termine cronologico è rafforzato dalla coincidenza con la data di creazione, tra il 12 e il 7
a.C., delle quattordici regiones urbane [cfr., da ultimi, A. Fraschetti, in LTUR IV, s.v. Regiones
quattuordecim (storia), pp. 197-199, e Tarpin 2002, pp. 137-140]: i due atti andranno dunque
valutati come parti di un unico programma volto alla fissazione della realtà topografico-territoriale
dell’Italia e dell’Urbe, tradotta a livello grafico dalla carta di Agrippa, esposta poco dopo il 7 a.C.
all’interno della porticus Vipsania (sul monumento, cfr. F. Coarelli, in LTUR IV, s.v. Porticus
Vipsania, pp. 151-153; sulla carta, da ultimo, Trousset 1993) ed apparentemente ignota a Strabo-
ne (cfr. Pais 1922, pp. 280-281). In ogni caso, come già sostenuto in Thomsen 1947, p. 29, è ben
difficile che la divisione regionale dell’Italia sia anteriore allo spostamento del confine all’Arsia;
la recente proposta di retrodatarla all’inizio del principato di Augusto (Desanges 2004, pp. 1200-
1203), avanzata proprio in virtù delle presunte incongruenze nella descrizione pliniana dell’Histria,
non poggia a mio avviso su alcuna base.
102 Plin. n.h., 3, 46: Nunc ambitum eius (scil. dell’Italia) urbesque enumerabimus, qua in re
praefari necessarium est auctorem nos Divum Augustum secuturos discriptionemque ab eo factam
Italiae totius in regiones XI, sed ordine eo, qui litorum tractu fiet; urbium quidem vicinitates oratio-
ne utique praepropera servari non posse, itaque interiore parte digestionem in litteras eiusdem nos
secuturos, coloniarum mentione signata, quas ille in eo prodidit numero. Sulla questione si veda
ora Laffi 2007b. L’argomento – opportunamente chiamato in causa, nel caso specifico di Tergeste,
da Zaccaria (cfr. SupplIt 10, p. 152) – è stato sfruttato (Folcando 1997, p. 89) per formulare una
sorta di ipotesi di compromesso, che vuole la colonia cesariana di Tergeste rifondata in età augu-
stea: ma se coglie nel segno l’idea che Strab. 5.1.9 (φρούριον Τεργέστε) rispecchi proprio la
realtà di età cesariana, il centro a quest’epoca doveva ancora essere un semplice castellum.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 125

Plinio, è forte la tentazione di resuscitare l’ipotesi già ventilata dal Degrassi 103,


che cioè la colonia sia stata dedotta o quantomeno programmata nel 42 a.C.,
al momento stesso cioè dello spostamento del confine italico dal Timavus al
Formio, che a tale intervento di colonizzazione potrebbe anzi essere intima-
mente collegato. Verso questa data orienta del resto anche la nota testimonianza
epigrafica tergestina relativa alla realizzazione delle mura e delle torri della città,
ad opera di Ottaviano, nel 33 o nel 32 a.C. 104: l’intervento di monumentaliz-
zazione, significativamente attuato al momento stesso della conclusione delle
campagne illiriche, non solo rappresenta da un punto di vista strettamente crono-
logico un vero e proprio terminus ante (non necessariamente circa) quem per la
deduzione 105, ma denuncia anche un particolare legame tra il futuro imperatore
e la colonia, che dovette essere dedotta – come si ricava anche da Plinio – dietro
sua diretta iniziativa.
La stessa linea interpretativa può essere applicata anche alle menzioni
pliniane delle altre comunità dell’Histria. Per quanto concerne in particolare
Pola, vale lo stesso ragionamento fatto per Tergeste: dal momento che in Plinio
il centro è definito colonia, la deduzione deve risalire ad età triumvirale o ad età
augustea 106. Anche in questo caso, tuttavia, la più recente esegesi si è orientata
verso una cronologia più alta e segnatamente cesariana 107, sulla scorta in parti-
colare dell’iscrizione apposta sulla ghiera dell’arco di Porta Ercole 108, menzio-
nante come duoviri (verosimilmente primi) della colonia L. Cassius Longinus (il
fratello del cesaricida) e L. Calpurnius Piso (il suocero di Cesare) 109. L’ipotesi

103 Degrassi 1954, pp. 49-53, dove tuttavia non si scartava l’eventualità di datare la colonia
al 46 a.C.: ma quest’ultima data è a mio avviso esclusa dalle implicazioni cronologiche sottese alla
testimonianza pliniana.
104 CIL V 525 (cfr. p. 1022; InscrIt X, 4, n. 20; SupplIt 10, ad loc.): Imp(erator) Caesar
co(n)s(ul) desig(natus) / tert(ium), IIIvir r(ei) p(ublicae) c(onstituendae) iter(um) / murum turre-
sque fecit. Cfr. CIL V 526 (cfr. InscrIt X, 4, n. 22; SupplIt 10, ad loc.): [I]mp(eratore) Caesare [divi
f.] / imp(eratore) V, IIIv[iro r(ei) p(ublicae) c(onstituendae) iter(um)], / co(n)s(ule) de[sig(nato)
tert(ium)] / - - - - - -. Sul problema cronologico della data finale del triumvirato, che investe diretta-
mente queste testimonianze, si veda Gabba 1970, pp. lxviii-lxxix.
105 Cfr., in questo senso, Keppie 1983, pp. 201-202; il Mommsen (CIL V, p. 53: Augustus
dum Dalmatiam debellat a.u.c. 721 murum turresque ibi fecit (...) videturque eodem tempore colo-
niam ibi constituisse) prospettava invece, almeno all’apparenza, una data coincidente con il termine
cronologico offerto dall’epigrafe.
106 Sulla scorta della titolatura Iulia, già la Forlati Tamaro proponeva un inquadramento
cronologico tra il 42 e il 27 a.C.: cfr. InscrIt X, 1, pp. vii-viii.
107 Fraschetti 1983, con attribuzione cronologica agli anni tra il 48 e il 44 a.C.; analoga la
proposta avanzata indipendentemente da Keppie 1983, pp. 203-204.
108 CIL V 54 (cfr. InscrIt X, 1, n. 81): L. Cassius C. f. Longin(us), / L. Calpurnius L. f. Piso
/ IIvir(i) [[primi]]. L’iscrizione, come è noto, presenta una rasura finale, integrata dal Degrassi con
[[quinq(uennales)]] (Degrassi 1962d, p. 917, nt. 34); l’integrazione [[primi]] – la quale, come si
vedrà, appare pienamente giustificata – si deve al Fraschetti (Fraschetti 1983, pp. 94-95, nt. 74),
che pure non ne ha colto le reali implicazioni.
109 Il secondo personaggio è noto a Pola anche da un’altra iscrizione – CIL I2 2512 (cfr. p.
126 Simone Sisani

ha il merito di rimarcare quello che è il maggiore ostacolo – anche a mio avviso


inaggirabile – alla cronologia fatta propria dal Degrassi 110, che datava la colonia
al 42-41 a.C.: una cronologia di fatto inconciliabile con il ruolo giocato nella
deduzione dai due personaggi menzionati nell’iscrizione, entrambi fortemente
compromessi, per diversi motivi, agli occhi dei triumviri e per altro ormai assen-
ti dalla vita pubblica già dal 43 a.C. 111.
A dirimere le questione soccorre lo stesso Plinio, che menziona il centro
in termini del tutto particolari: colonia Pola, quae nunc Pietas Iulia. Si tratta
appunto di uno di quei casi, cui si è già accennato, in cui l’erudito si è visto
costretto ad aggiornare la prima stesura del suo scritto, nella quale, si ricorderà,
le comunità dell’Histria erano considerate ancora parte dell’Illirico. Tenendo
nella dovuta considerazione questo aspetto, si può allora avanzare la seguente
ipotesi: nella fonte inizialmente consultata, anteriore allo spostamento del con-
fine all’Arsia 112, Plinio dovette già trovare notizia di una deduzione coloniaria
a Pola; al momento della revisione, effettuata a seguito della consultazione
di documenti ufficiali della piena età augustea, egli poté verificare che nella
discriptio Italiae – all’interno dell’elenco di comunità della regio X – il centro
era ancora indicato come colonia, ma con il nuovo nome di Pietas Iulia. Le
parole dell’erudito tradiscono dunque una deduzione coloniaria effettuata in due
tempi 113: la colonia di Pola, dedotta in età cesariana intorno al 46 a.C., dovette
cioè essere rifondata – con il titolo di Pietas Iulia – in età triumvirale (tra il 42
e il 41 a.C.) o proto-augustea (ante 27 a.C.).

946; InscrIt X, 1, n. 65): L. Calp[urnius L. f.] / Piso Ca[esoninus] / co[(n)s(ul) - - - ?] – verosimil-


mente pertinente ad una statua onoraria (la menzione del consolato, rivestito nel 58 a.C., è parte del
cursus honorum e non un richiamo a scopo eponimico). Resta invece fortemente dubbia l’eventua-
lità di rintracciarne ulteriore menzione nel frustulo epigrafico InscrIt X, 1, n. 708: [- - -]PVRN[- - -]
/ [- - -]SON[- - -]; il titulus, in ogni caso, pare più recente dell’età cesariana.
110 Degrassi 1954, pp. 60-68; Degrassi 1962d.
111 Cfr. Fraschetti 1983, pp. 95-99.
112 Si pensa normalmente, a partire da Detlefsen 1886a, al periplo di Varrone: cfr. Nicolet
1989, pp. 61-62 e 210. In questo senso anche Desanges 2004, pur nell’ipotesi di affiancare a tale
fonte la fantomatica formula provinciae Illyrici di cui si è già detto.
113 È quanto implica una lettura – forse troppo frettolosamente liquidata in Degrassi 1954,
p. 62, nt. 49 – che si attenga rigidamente al testo, dove l’espressione “colonia Pola quae nunc Pie-
tas Iulia” è cosa diversa da un eventuale “Pola quae nunc Pietas Iulia colonia” (cfr. ad esempio
Plin. n.h., 4, 110: Amanum portus ubi nunc Flaviobrica colonia), che è esattamente il modo in cui
si esprime Pomponio Mela (2.57: Pola, quondam a Colchis, ut ferunt, habitata (...) nunc Romana
colonia) parlando di questo stesso centro. Il parallelo è significativo, perché a differenza di Plinio il
nunc di Mela allude senza dubbio alla prima deduzione coloniaria: come assicura il suo opporsi ad
un quondam remotissimo quale quello del popolamento mitistorico della città, e come conferma la
cronologia certamente pre-augustea (cfr. Silberman 1988, pp. xxx-xliii) della fonte utilizzata, che
ignora lo spostamento del confine italico dal Timavus al Formio (in Mela 2.57 Tergeste è infatti
collocata nell’Illyricum). L’ipotesi di una doppia deduzione è anche in Rossi 2008d, pp. 333-334,
dove tuttavia, pur ammettendosi la datazione cesariana della colonia, si attribuisce la nuova fonda-
zione a Tiberio.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 127

La conferma a questa ipotesi viene proprio dall’iscrizione di Porta Ercole. In


essa, l’integrazione [[primi]] nella rasura finale, dovuta all’acume del Fraschetti,
è non solo astrattamente possibile 115, ma è di fatto obbligata: per la semplice
ragione che non vi è alcun altro termine in grado di giustificare una rasura che
non interessa né i nomi né la carica (come sarebbe nel caso di una damnatio
memoriae) 116, ma una particolare qualità di quella carica. La giustificazione a
tutto questo risiede proprio nella supposta seconda deduzione coloniaria di età
triumvirale/proto-augustea, che comportò per il centro un nuovo dies natalis 117
ed un nuovo nome: quel primi associato ai nomi dei duoviri del 46 a.C. circa
doveva suonare, al momento della rifondazione, non solo fraintendibile, ma
fondamentalmente errato 118.
L’ipotesi della doppia deduzione permette del resto di intendere meglio
la particolarissima titolatura della colonia di Pola quale è restituita da una
iscrizione della prima metà del II secolo d.C. 119: Colonia Iulia Pola Pollentia
Herculanea.
L’ultimo epiteto allude con tutta evidenza ad un particolare legame tra la
fondazione ed il culto di Ercole. Si tratta di un legame precoce, come testimo-
niano sia la già citata iscrizione relativa alla costruzione, intorno alla metà del I
secolo a.C., di una aedes Herculis 120, sia la coeva decorazione dell’arco di Porta
Ercole, recante sulla sommità la raffigurazione a rilievo della testa e della clava

114 A questa prima deduzione, almeno a giudicare dalla cronologia postulabile su base paleo-
grafica, potrebbero essere riferite almeno due iscrizioni con menzione di decuriones: CIL V 58 (cfr.
InscrIt X, 1, n. 89): Q. Petillio C. f. Velin[a] / Crispo decurioni / C. Plaestinus C. f. Petillian(us) /
frater fecit; InscrIt X, 1, n. 5: C. Domitiu[s - - - aedem] / Herculis / d(e) d(ecurionum) s(ententia)
c(uravit) [idemq(ue) p(robavit)].
115 Per lo stesso orizzonte cronologico, un confronto è offerto dal duovir prim[us] di AE
1960, 277 (da Ercolano). Cfr. anche CIL III 1132; AE 1906, 70; AE 1944, 29-30; AE 1996, 1342.
116 Così, di fatto, in Fraschetti 1983, p. 95, nt. 74: “È possibile che proprio l’integrazione
[primi] (...) spieghi le ragioni di quella “misteriosa” rasura, nel senso che i coloni di Pola – dedotti
in Istria negli anni della dittatura di Cesare – non avrebbero voluto, dopo l’assassinio di quest’ul-
timo, che il fratello del cesaricida fosse ricordato come primo duoviro della loro colonia?”. Ma se
così fosse, ad essere eraso sarebbe stato piuttosto il nome di Cassio Longino.
117 Sulle ere locali in ambito municipale e coloniale, che nel caso delle colonie sono sempre
ancorate all’anno della deduzione, si veda per tutti Panciera 2006; cfr. anche, per Vicetia, Ghiotto
2005.
118 È a riguardo istruttiva la testimonianza offerta dall’iscrizione sorana CIL X 5713: L.
Firmio L. f. / prim(o) pil(o), tr(ibuno) mil(itum), / IIIIvir(o) i(ure) d(icundo), / colonia deducta /
prim(o) pontifici, / legio IIII Sorana / honoris et virtutis caussa. Il personaggio, quattuorvir del
municipio di Sora istituito all’indomani della guerra sociale, è ricordato come primus pontifex della
colonia dedotta nel centro in età triumvirale (cfr. Keppie 1983, p. 136).
119 CIL V 8139 (cfr. InscrIt X, 1, n. 85). La questione è stata di fatto ignorata dalla critica
moderna, tutta concentrata (Degrassi 1962d, pp. 915-916; Fraschetti 1983) sulla sola esegesi del
titolo di Pietas, chiaramente allusivo – ed in questo seguo il Degrassi – alla pietà filiale di Ottaviano
nei confronti di Cesare, la cui morte era stata vendicata a Filippi nel 42 a.C.
120 InscrIt X, 1, n. 5.
128 Simone Sisani

del dio 121. Stante la cronologia delle due testimonianze – cronologia assicurata,


nel caso della porta, dalla stessa iscrizione menzionante il duovirato di Cassio
Longino e Calpurnio Pisone – è allora assai probabile che l’epiteto Herculanea,
taciuto da Plinio, facesse già parte della originaria titolatura di età cesariana:
Colonia Iulia Herculanea.
All’apparenza meno trasparente è il significato – e la cronologia – dell’ul-
teriore epiteto Pollentia. Il termine risulta formalmente identico ai poleonimi
di altri tre centri: quello del municipio di Pollentia nella regio IX 122, quello
originario della colonia tiberiana di Urbs Salvia nella regio V 123, nonché quello
– verosimilmente derivato dal precedente 124 – dell’oppidum civium Romanorum
fondato nel 123 a.C. da Q. Cecilio Metello sulla maggiore delle isole Baleari 125.
Potrebbe a prima vista trattarsi di una semplice coincidenza 126, se non fosse per
una curiosa circostanza che permette forse di intravedere un qualche rapporto
tra l’area illirica e il centro piceno, nello stesso contesto cronologico in cui è da
collocare per altra via la rifondazione della colonia di Pola.
Alludo alla partecipazione alle campagne illiriche del 35-33 a.C. di una
figura come quella del legato di Ottaviano Fufio Gemino, che al termine del
primo anno di guerra ha il comando del presidio romano di stanza a Segesta 127:
il personaggio 128, padre del console del 2 a.C. 129, non è altri che l’avo del
console del 29 d.C. Gaio Fufio Gemino, patrono nel 23 d.C. della neo-dedotta
colonia di Urbs Salvia 130. A fronte della più che probabile origine pollentina
della gens dei Fufii Gemini 131, mi chiedo se non si possa prospettare un qualche
coinvolgimento del legato ottavianeo nella rifondazione – come Colonia Pietas
Iulia Pollentia – della colonia di Pola, tale da giustificare le memorie “picene”

121 Cfr. Degrassi 1962d, p. 917.


122 Plin. n.h., 3, 49.
123 Strab. 5.4.2: Πολλεντία; Plin. n.h., 3, 111: Urbesalvia Pollentini.
124 Cfr. Pena 2004.
125 Strab. 3.5.1; Plin. n.h., 3, 77.
126 Eventualmente originata (cfr. Mommsen in CIL V, p. 3) dal carattere augurale del nome
(Pollentia < pollere “avere forza”): una chiave interpretativa sfruttata in particolare per giustificare
il poleonimo della fondazione iberica, ma si veda a riguardo quanto convincentemente argomentato
in Pena 2004, pp. 71-72.
127 Cass. Dio 49.38.1; cfr. App. illyr. 24. Su queste campagne si veda Wilkes 1969, pp. 46-
58.
128 PIR2 F 509.
129 PIR2 F 510.
130 AE 1982, 237: cfr. Gasperini 1995.
131 Cfr. Eck 1995, pp. 53-57, dove si ipotizza che Fufio Gemino figlio si sia insediato ad
Urbs Salvia in età proto-augustea. In realtà la gens Fufia, certamente di origine italica e ben diffusa
nelle regioni centrali e meridionali della penisola, risulta attestata anche altrove nel Piceno (a Cupra
Maritima: CIL IX 5319; a Ricina: CIL IX 5770), nonché nella limitrofa area sabina (ad Amiternum:
CIL IX 4201; a Trebula Mutuesca: CIL IX 4919). Appare pertanto probabile che già il legato del 35
a.C. provenisse da famiglia locale: cfr., in questo senso, Gasperini 1995, pp. 9-13.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 129

evocate dal particolarissimo titolo di Pollentia, in se stesso bene augurante e


oltretutto straordinariamente prossimo al poleonimo illirico del centro.
L’ipotesi, qualora dovesse dimostrasi fondata, avrebbe come è chiaro riper-
cussioni dirette sulla cronologia della rifondazione, che a questo punto saremmo
portati a collocare, piuttosto che nel 42-41 a.C., in epoca subito successiva al 33
a.C. 132. Giusta questa datazione, le ragioni della nuova deduzione andrebbero
allora ricercate in considerazioni di ordine eminentemente militare 133, le quali
poterono spingere a rafforzare la presenza romana in un contesto territoriale
come quello istriano ancora minacciato dalla pressione pannonica, che a distanza
di pochi anni sfocerà infatti nell’invasione del 16 a.C. 134.
Il ragionamento fatto per Tergeste e per Pola può essere applicato, in chia-
ve rovesciata, anche a Parentium. Lo statuto coloniario del centro è assicurato
dall’iscrizione onoraria, databile nel I-II secolo d.C., di L. Cantius Septiminus,
patronus coloniae Iuliae Parentii 135. Sulla base del titolo Iulia, già il Mommsen
aveva avanzato l’ipotesi che la deduzione risalisse ad età triumvirale o al più
tardi proto-augustea (ante 27 a.C.) 136. L’ipotesi è stata inizialmente accolta
anche dal Degrassi 137, salvo poi essere scartata alla luce dell’assetto magistra-
tuale, di marca quattuorvirale, della colonia 138, giudicato incompatibile con una
deduzione triumvirale-augustea; per lo studioso, il centro sarebbe nato come
municipium Iulium prima del 27 a.C. ed elevato al rango di colonia solo nel
corso dell’età imperiale 139.

132 L’ipotesi per altro risolverebbe la difficoltà sollevata da Folcando 1997, p. 90, per la
datazione della colonia al 42-41 a.C.: la collocazione extra-italica di Pola, che permette di escludere
il centro dall’elenco delle città – tutte situate in Italia (App. b.c. 4.10) – destinate secondo gli accordi
di Bononia dell’ottobre del 43 a.C. ad accogliere i veterani dei triumviri. La stessa studiosa tende
tuttavia ad escludere che la colonia sia stata fondata in epoca anteriore allo spostamento del confine
all’Arsia, dal momento che come è noto Augusto (r.g. 28.1) non menziona l’Illirico tra le province
dove avrebbe fondato colonie. La questione è speciosa, dal momento che nella redazione delle Res
gestae (scritte nell’anno 14 d.C.: cfr. r.g. 4.4; 35.2) l’imperatore avrà ben tenuto conto di quella che
era la situazione alla fine del suo regno, quando Pola è ormai da oltre un venticinquennio compresa
all’interno dell’Italia; piuttosto, la colonia istriana andrà ascritta al gruppo di almeno dieci centri
che, insieme alle colonie dedotte nel 42-41 a.C. e rivendicate da Ottaviano come proprie, vanno a
comporre il totale di ventotto colonie (r.g. 28.2) fondate in Italia entro l’età augustea (sulla questio-
ne cfr. Keppie 1983, pp. 80-82).
133 Come apparentemente prospettato in Wilkes 1969, p. 57.
134 Sulle vicende militari comprese tra le campagne del 35-33 a.C. e la fine del bellum Pan-
nonicum (12-8 a.C.) si veda Wilkes 1969, pp. 58-67; cfr. anche, da ultima, Šašel Kos 2011, pp.
107-110.
135 CIL V 335 (cfr. InscrIt X, 2, n. 16).
136 Cfr. CIL V, p. 35.
137 InscrIt X, 2, p. ix.
138 AE 1947, 51; AE 1966, 146. Cfr. anche InscrIt X, 2, n. 1*.
139 Degrassi 1954, pp. 68-72; Degrassi 1962e. Da ultimo, Šašel 1992b accoglie l’ipotesi
del Degrassi relativa all’esistenza di un municipio parentino di età cesariana o addirittura pre-
cesariana, attribuendo tuttavia la deduzione coloniaria all’età augustea.
130 Simone Sisani

Il ragionamento del Degrassi si basa, in realtà, su due falsi presupposti: se


da un lato la presunta incompatibilità del quattuorvirato con la datazione alta della
fondazione è destituita di fondamento dai casi di colonie pre-augustee e augustee
– dedotte ex novo o succedute a precedenti municipi – rette da quattuorviri 140,
dall’altro il presunto statuto municipale di Parentium in età pre-augustea non
solo non è confermato ma è anzi smentito dalla fonte pliniana, dove come si è
detto la qualifica di oppidum civium Romanorum non è da considerarsi sinonimo
di municipium 141. Si può invece affermare: dal momento che Plinio non qua-
lifica Parentium come colonia, la deduzione non può essere stata promossa da
Ottaviano/Augusto, ed inoltre, dal momento che ancora in età augustea il centro è
un semplice oppidum civium Romanorum, la deduzione non può essere neppure di
età cesariana 142, come poteva suggerire l’epiteto Iulia della colonia.
Siamo dunque portati, su nuove basi, ad abbracciare l’ipotesi cronologica
già del Degrassi: la colonia di Parentium, non preceduta da alcun municipio,
dovette essere dedotta non in età augustea ma più avanti nel corso dell’età
imperiale. Il titolo Iulia porterebbe ad attribuire la fondazione a Tiberio o even-
tualmente a Caligola 143, ma non è neppure da escludere l’eventualità che esso
sia derivato alla colonia dalla precedente fase dell’oppidum civium Romanorum
di età cesariana. Un caso analogo è quello di Iulium Carnicum, oppidum civium
Romanorum di età cesariana divenuto municipio in età augustea, che nel corso
del I secolo d.C. – forse in età claudia – venne elevato al rango di colonia 144,
mantenendo tuttavia l’originaria titolatura.
Resta il caso di Nesactium, che Plinio qualifica semplicemente come oppi-
dum. La documentazione epigrafica ha consentito recentemente di accertare lo

140 Laffi 2007a.


141 In questo senso, nello specifico caso parentino, anche Šašel 1992b, pp. 661 e 664.
142 Ipotesi, quest’ultima, ventilata in Keppie 1983, pp. 202-203.
143 Keppie 1984, p. 78, esclude categoricamente l’esistenza di colonie tiberiane, ma sarei
assai cauto su questo punto, dal momento che proprio a Tiberio è da attribuire la deduzione della co-
lonia di Urbs Salvia nel Piceno. Il centro, che Plinio (n.h., 3, 111) elenca ancora tra i municipia della
regio V, è certamente già colonia nel 23 d.C., come si ricava dall’iscrizione AE 1982, 237 relativa
al già ricordato patronus coloniae C. Fufius Geminus; la mancata menzione dello statuto coloniario
in Plinio permette per contro di escludere che la colonia sia stata già dedotta – come normalmente
si afferma (cfr. per tutti Delplace 1995) – in età augustea. È a riguardo indicativo che Strabone
(5.4.2) apparentemente non conosca il nuovo nome della città, senza dubbio attribuito al centro al
momento della deduzione e verosimilmente assente anche dalla fonte augustea consultata da Plinio:
nell’elenco alfabetico di etnonimi relativo ai centri interni della regio V (Plin. n.h., 3, 111: Intus
Auximates, Beregrani, Cingulani, Cuprenses cognomine Montani, Falerienses, Pausulani, Plani-
nenses, Ricinenses, Septempedani, Tolentinates, Traienses, Urbesalvia Pollentini) la presenza del
poleonimo Urbesalvia è infatti una anomalia che ha tutta l’aria di un inserto pliniano.
144 Come assicura CIL V 1842 (cfr. SupplIt 12, ad loc.), databile nella seconda metà del I
secolo d.C., dove si fa menzione di un decurio col(oniae) Iul(ii) Kar(nici). L’attribuzione della
colonia a Claudio, già del Mommsen (cfr. CIL V, p. 172), non è esclusa da Keppie 1984, pp. 78-80.
Contra Fulvia Mainardis in SupplIt 12, p. 78, che attribuisce la colonia all’età augustea: ma questa
cronologia è esclusa dalla mancata menzione di tale status in Plin. n.h., 3, 130.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 131

statuto del centro, retto da duoviri 145 e già costituito a municipio in età traia-
nea 146. A fronte del terminus ante quem offerto da tale documentazione, occorre
allora domandarsi in che chiave interpretare la definizione pliniana, in se stessa
non marcata in ottica istituzionale 147.
All’interno dei libri geografici della Naturalis Historia, il termine oppi-
dum è applicato, come è noto, sia a comunità autonome e semi-autonome di
cives Romani, sia a comunità peregrinae  148, e proprio su questa ambiguità
terminologica si è basato il Degrassi per postulare l’originario status di oppi-
dum Latinum del centro  149. In realtà la descrizione pliniana dell’Histria tiene
pienamente conto, come si è detto, dell’inclusione dell’area all’interno della
regio X: gli elenchi di comunità in essa riportati sono dunque omologhi a quelli
relativi alle altre regiones augustee, dove il termine oppidum – in opposizio-
ne a colonia – si applica esclusivamente ai municipia, oltre che alle colonie
dedotte prima dell’età triumvirale. Sulla scorta di Plinio, si può allora affer-
mare che Nesactium dovette essere elevato a municipium già nel corso dell’età
augustea, verosimilmente al momento stesso dello spostamento all’Arsia del
confine italico.
A favore di una datazione in ogni caso non anteriore a questa data 150 può
essere addotto un argomento già valorizzato dal Detlefsen 151: la mancata men-
zione del centro in Strabone, che cita Pola come ultima città dell’Italia al confine
con l’Illirico 152. Dal momento che l’Italia straboniana, come si è detto, riflette
essenzialmente la realtà del 20-10 a.C. circa, l’omissione di Nesactium – ma
non di Pola, la cui prima deduzione coloniaria risaliva già ad età cesariana 153
– si dovrà appunto alla tardiva constitutio del municipio, un evento di portata
eminentemente locale il quale, se risalente agli anni intorno al 12 a.C., era forse
troppo recente perché il geografo ne venisse a conoscenza.

145 InscrIt X, 1, 676-677.


146 AE 2005, 542, relativa al patronus municipii T. Prifernius Paetus Settidianus Firmus (cfr.
Rodá 2005).
147 Il termine latino oppidum indica propriamente la città in quanto realtà urbanisticamente
strutturata: cfr. ora Sisani c.s.
148 È indicativo della genericità del termine il suo uso compendiario (oppida = “i centri urba-
ni”) all’interno dei sommari dei libri III-VI (Plin. n.h., 1, 3-6): situs, gentes, maria, oppida, portus,
montes, flumina, mensurae, populi qui sunt aut fuerunt.
149 Degrassi 1954, pp. 76-78.
150 Per una datazione del municipio in età cesariana propende invece, ma senza reali argo-
menti, Rossi 2008d, pp. 319-335.
151 Detlefsen 1886b, p. 525.
152 Strab. 5.1.1; 5.1.9.
153 È significativo che lo stesso Plinio (n.h., 3, 129: Ad Polam ab Ancona traiectus CXX
m(ilia) p(assuum) est), concludendo la descrizione dell’Histria, offra una distanza marittima (cal-
colata da Ancona) il cui caposaldo settentrionale è rappresentato da Pola, non da Nesactium: qui
come in altri casi, la misurazione dovette essere ripresa direttamente da Varrone (cfr. Desanges
2004, p. 1182 e nt. 9).
132 Simone Sisani

Prima di concludere, è opportuno spendere alcune parole sul tipo di assetto


amministrativo che contraddistingue i centri analizzati durante l’età cesariana,
anteriormente cioè all’eventuale promozione al rango coloniale o municipale,
che in tutti i casi – ad eccezione di Pola – si realizzerà solo nel corso dell’età
triumvirale/augustea.
La già ricordata notazione tacitiana relativa a Nauportus, un vicus il quale,
a detta dello storico, municipii instar erat, illustra bene la peculiarità istituzio-
nale delle comunità vicane di cittadini romani stanziate in ambito provinciale,
evidentemente dotate di una forma di semi-autonomia nella quale andrà rico-
nosciuta, tra l’altro, la principale differenza tra tale classe di vici provinciali e i
vici italici 154. Indizi significativi della natura quasi municipale di questi centri
sono anche nel caso di Iulium Carnicum l’eponimia attribuita ai magistri vici 155,
nel caso di Agida l’esistenza di un vero e proprio senatus vicano 156: entrambe
prerogative estranee alla struttura costituzionale dei vici di area italica 157, che
permettono di assimilare l’assetto amministrativo locale di questi centri a quello
dei fora e dei conciliabula, comunità vicane anch’esse prive di piena autonomia
ma dotate di una forma di res publica sufficientemente strutturata, tale da con-
templare non solo l’elezione di funzionari deputati alla locale amministrazione,
ma anche la nomina di decuriones 158.
A livello istituzionale, l’unico aspetto che differenzia questi centri da colo-
nie e municipi è di fatto l’assenza di magistrati con potestas giurisdizionale eletti
in loco, nonché la mancata possibilità di svolgere autonomamente le procedure
relative al census 159: nell’uno come nell’altro ambito, le comunità semi-autono-
me devono cioè appoggiarsi agli organi giurisdizionali e censitari di un centro
vicino, sia esso di rango coloniale o municipale. La più esplicita illustrazione di
queste dinamiche è costituita ancora una volta dal caso di Agida, un oppidum
civium Romanorum dotato senza dubbio di una locale amministrazione e tuttavia
incluso nel quadro censitario della vicina Tergeste, come assicurano le già richia-
mate attestazioni epigrafiche concernenti l’attività svolta in loco dagli iuratores.

154 Sulle strutture amministrative dei vici italici si veda ora Sisani 2011, pp. 636-670, 691-
701.
155 CIL V 1829-1830.
156 Nelle già ricordate iscrizioni InscrIt X, 3, nn. 6-7 la forma lecti iuratorum sententia allu-
de appunto a membri del locale consiglio vicano nominati dai funzionari con potestas censoria della
colonia tergestina. Per il confronto con gli allecti/delecti di CIL I2 1711 (Larinum) e 1898 (ager
Praetuttianus), certamente membri di senatus pagani, cfr. Sisani 2011, pp. 662-663.
157 Cfr. Sisani 2011, p. 637, nt. 300, e pp. 663-664.
158 Su questo aspetto si veda ora Sisani 2011, pp. 559-594. L’esistenza di un senatus locale,
nel caso dei fora e dei conciliabula, è assicurata dalla Tabula Heracleensis, le cui clausole relative
alla nomina dei decuriones (ll. 83-88, 108-141) concernono non solo i municipi, le colonie e le
prefetture, ma anche queste due categorie di centri minori (cfr. Sisani 2011, p. 585).
159 Come si ricava, nel caso dei fora e dei conciliabula, dal dettato della Tabula Heracleen-
sis, le cui clausole relative al census (ll. 142-156) non contemplano queste categorie di centri: cfr.
Sisani 2011, pp. 584-586.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 133

È pur vero che queste attestazioni non sono anteriori alla fine del I secolo a.C.,
ma il tipo di gestione della cosa pubblica da esse illustrato deve verosimilmente
rappresentare il retaggio di un assetto amministrativo strutturato al momento
stesso della constitutio, in età cesariana, dell’oppidum.
Verso questa direzione orienta del resto il particolare ruolo svolto da
Aquileia, negli anni centrali del I secolo a.C., nei confronti dell’oppidum di
Tricesimo, le cui mura sono realizzate a cura di due praefecti (operi faciendo)
e di due quaestores del municipio aquileiese 160. Il coinvolgimento di questi
magistrati ha carattere tanto più significativo in quanto indirizzato verso un cen-
tro senza dubbio esterno al territorio di diretta pertinenza del municipio, come
assicura la futura inclusione della statio ad Tricesimum all’interno dell’agro di
Iulium Carnicum e non di quello aquileiese. La circostanza è facilmente spie-
gabile alla luce del contesto istituzionale locale che caratterizza in età cesariana
l’intero settore orientale della Traspadana: a partire dal 90 a.C. e fino almeno al
49 a.C. Aquileia è infatti l’unico municipio – che è come dire: l’unica comunità
autonoma di diritto romano – esistente nell’area, e ad essa dovettero inizialmente
far capo, in primo luogo sul piano giurisdizionale e censitario, tutte le comunità
di cittadini romani disseminate agli estremi confini della provincia, quali appun-
to ad Tricesimum, Iulium Carnicum, Forum Iulii e verosimilmente numerose
altre 161.
In questa fase, per altro, la giurisdizione aquileiese non parrebbe circo-
scritta entro i soli limiti della Gallia Cisalpina, ma dovette estendersi anche agli

160 CIL I2 2648. I personaggi menzionati nell’iscrizione sono certamente da intendere – so-
prattutto a giudicare dall’ambito di emanazione dell’intervento, effettuato ex senatus consulto –
come magistrati municipali di Aquileia: cfr. Degrassi 1962f, pp. 87-89 (in questo senso anche
Laffi 2001b, p. 154). Lo scioglimento pr(aefecti) – piuttosto che pr(aetores) – è a mio avviso
obbligato (tanto più che il ricorso anomalo alla sigla pr(aef) è in questo caso giustificato dalla man-
canza di spazio), dal momento che l’epigrafe, a giudicare dalla paleografia, ben difficilmente può
essere considerata anteriore al I secolo a.C. e va dunque riferita alla fase del municipio, non a quella
della colonia latina. Sulla categoria dei praefecti cosiddetti operi faciendo (propriamente, praefecti
murorum) si veda ora Sisani 2011, pp. 717-718.
161 Le tracce di questa forma di amministrazione decentrata all’interno del territorio aqui-
leiese si colgono nella stessa diffusione, tra l’ultimissima età repubblicana e l’età imperiale, di
centri periferici a carattere vicano dotati di un assetto istituzionale locale paragonabile a quello,
già illustrato, di Agida, la cui esistenza è indiziata dalle iscrizioni CIL V 713 (cfr. InscrIt X, 4, n.
314; InscrAq I, n. 48; Bandelli 1988, n. 28, pp. 157-158): [-] Metellus / [-] f. Optatus / [le]ctus
dec(urioum) s(ententia) / [an]nor(um) XII[X] (da Castelgiovanni / Ivanji Grad) e CIL V 949 (cfr.
InscrAq III, n. 3493; Bassignano 1991, n. 3, p. 520): L. Vibi[us - - -]V[- - -] / lectus iuratorum
se[ntentia - - -] / praef(ectus) i(ure) d(icundo), donatus hasta pu[ra - - -] (da Ronchi di Monfal-
cone). Relativamente alla prima iscrizione, l’integrazione XII[X] suggerita dal Brusin obbliga a
postulare il ricorso ad una resa alternativa del numerale XVIII (in ogni caso non inusuale: cfr., per
lo stesso orizzonte cronologico di età repubblicana, CIL I2 2997a, 3008a, 3021, 3023), ma appare
effettivamente sostenuta dalla traccia lasciata dall’ultima lettera sulla pietra: giusta questa lettura,
si risolverebbero le difficoltà sollevate dall’età del personaggio, viceversa difficilmente conciliabile
con il ruolo da esso rivestito. Su queste testimonianze e sulle loro implicazioni si veda Zaccaria
2003, pp. 323-324.
134 Simone Sisani

oppida civium Romanorum – Tergeste, Agida, Parentium, Nauportus – sorti


durante l’età cesariana in area illirica, in un contesto non ancora formalmente
strutturato in provincia ordinaria e dunque privo, in ottica statale romana, di uno
stabile e definito assetto governativo di riferimento. Una esplicita testimonianza
del ruolo giocato in questo ambito geografico da Aquileia è offerta da un noto
testo epigrafico di cronologia particolarmente risalente – su base paleografica,
l’iscrizione è databile nella prima metà del I secolo a.C. – rinvenuto presso
Elleri 162, dove è fatta menzione di un municipium, nel contesto di disposizioni
relative apparentemente a questioni fiscali o a dispute di confine.
Il testo, di norma attribuito all’ager Tergestinus, è con tutta verosimiglianza
pertinente invece al contermine comprensorio di Agida, delimitato a nord dal
corso del Formio, che sarei propenso ad identificare con l’odierno Rio Ospo
piuttosto che con il torrente Risano 163; esso rappresenta dunque, insieme ad
altre due iscrizioni di analoga provenienza e cronologia 164, una precocissima
testimonianza – forse addirittura antecedente, seppur di poco, agli anni del pro-
consolato di Cesare – dell’occupazione romana di una frangia di territorio senza
dubbio prossima ma comunque esterna ai confini della provincia. A questa quota
cronologica, e a fronte di quanto si è venuto argomentando relativamente agli
sviluppi istituzionali dei centri romani di area istriana, l’unica ipotesi di identifi-
cazione sensata per il municipium dell’iscrizione di Elleri è che si tratti appunto
di Aquileia 165, evidentemente chiamata a dirimere una questione di diritto pub-
blico – qualunque essa sia – coinvolgente gli interessi del popolamento italico
insediato in zona.
Non costituisce ostacolo a questa lettura il contesto extra-territoriale, ed
anzi extra-provinciale, in cui si sviluppa l’intervento aquileiese 166. Il ruolo di

162 AE 1991, 760 (cfr. Zaccaria 1991, n. 151, pp. 425-427; SupplIt 10, n. 1, pp. 240-241):
- - - - - - / [- - -]m quisq[- - -] / [- - -] de pequ[- - -] / [- - - s]umat e[- - -] / [- - -] municipi [- - -].
163 La tradizionale e largamente condivisa identificazione con il Risano è stata convincente-
mente revocata in dubbio da Grilli 1976 (non vidi: cfr. Grilli 1979, p. 47), che sulla scorta della
distanza di sei miglia che secondo Plinio (n.h., 3, 127: colonia Tergeste (...) ultra quam sex milia
p(assuum) Formio amnis) intercorrerebbe tra Tergeste e il corso d’acqua identifica il Formio con il
Rio Ospo, che sfocia in Adriatico all’altezza di Muggia, scorrendo a nord di Elleri. Sulla questione
si vedano da ultimi Desanges 2004, p. 1182, nt. 7; Rossi 2008h, pp. 346-348; Zaccaria 2010, p.
105.
164 La già menzionata iscrizione funeraria AE 1991, 762 ed il problematico testo di natura
pubblica AE 1991, 761 (cfr. Zaccaria 1991, n. 152, pp. 427-429; SupplIt 10, n. 2, pp. 241-243):
Haec lex lata / est Fersimo / quem quis volet / - - - - - -.
165 In questo senso Zaccaria 1991, p. 427 (cfr. anche Zaccaria 2003, p. 322). Le alterna-
tive già da tempo proposte – Degrassi 1954, p. 52: Tergeste o Agida (e cfr. Fraschetti 1975, pp.
331-335, che opta decisamente per il secondo centro) – sono entrambe a mio avviso difficilmente
sostenibili.
166 La presunta anomalia ha spinto a retrodatare lo spostamento del confine dal Timavus al
Formio in epoca ancora anteriore alla soppressione della provincia della Gallia Cisalpina (cfr. Sup-
plIt 10, p. 152; Šašel Kos 2000, p. 293), ma l’ipotesi – che per altro presuppone l’identificazione
del Formio con il Risano – non è a mio avviso necessaria.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 135

Aquileia in questo contesto va infatti giudicato tutt’altro che eccezionale, perché


tradisce l’applicazione di una forma di gestione amministrativa in tutto analoga
a quella ad esempio sottesa alla contributio del conventus civium Romanorum
di Icosium in Mauretania – anch’esso strutturato in epoca ancora anteriore alla
formale costituzione della provincia – alla colonia iberica di Ilici 167. Il parallelo
tra le vicende degli oppida civium Romanorum cesariani dell’Histria e quelle del
conventus civium Romanorum di Icosium è particolarmente forte: in entrambi i
casi, abbiamo comunità minori di cittadini romani (oppida, conventus) stabil-
mente insediate in territorio extra-provinciale, prive di una compiuta autonomia
amministrativa – non si tratta infatti di colonie – e come tali non dotate di organi
giurisdicenti locali, nelle quali la giurisdizione minore è affidata ai magistrati
di centri romani autonomi (il municipio di Aquileia e la colonia di Ilici) delle
province più vicine (la Gallia Cisalpina e la Tarraconensis), la cui struttura
governativa poteva offrire un valido riferimento istituzionale per i casi di giuri-
sdizione maggiore 168.
Quest’ultimo aspetto è concretamente illustrato, nel caso delle comunità
romane dell’Illirico, dalla vicenda dell’ambasceria inviata a Cesare nel marzo
del 56 a.C. dagli abitanti di Tragurium, nota da un testo epigrafico greco rinve-
nuto a Salona 169. Le condizioni di estrema frammentarietà del documento non
consentono di accertare lo scopo dell’ambasceria, ricevuta dal proconsole pro-
prio ad Aquileia: la questione doveva comunque concernere non solo la colonia
greca di Tragurium, ma anche la madrepatria Issa 170 – che vede in questo con-
testo confermati il proprio statuto di civitas libera ed il rapporto di amicitia con

167 Plin. n.h., 3, 19: cfr. Laffi 1966, pp. 119-122.


168 Una situazione analoga è forse postulabile anche per i coloni mariani dedotti nel 103
a.C. entro i confini dell’allora regno di Numidia, insediati in pagi e oppida civium Romanorum e
verosimilmente contributi a fini giurisdizionali alla colonia africana di Carthago: cfr. Sisani 2011,
pp. 627-630.
169 RDGE, n. 24, pp. 139-142 (cfr. RGE, n. 76, p. 77): A) Ἐπὶ ὑπάτων Γν[αίο]υ Λέντλου
Μ[αρ]/κελλείνου καὶ Λ[ευκ]ίου Μαρκίου Φι[λίπ]/που πρὸ ἡμερ[ῶν πέ]ντε Νωνῶν
[Μαρ]/τίων, [ἐν δὲ Ἴσσῃ] ἐπὶ ἱερομνάμο[νος] / Ζωπύ[ρου τοῦ - - -]νος μηνὸς Ἀρ[τε]/
μιτίου [- - - ἱσταμ]ένου, πρεσβε[υ]/σάντων Τραγυρί[νων] Παμφίλου τοῦ Π[αμ]/φίλου υἱοῦ
καὶ Κλεεμ[πόρ]ου τοῦ Τιμα[σίω]/νος υἱοῦ <καὶ> Φιλοξένου [τοῦ] Διονυσίου [υἱοῦ] / ἐν
Ἀκοληίᾳ ἐπὶ Γαίου Ἰουλί[ου] Καί[σαρος] / αὐτοκράτορος, Γαίος Γαυένι[ος - - - υἱ]/ὸς Φαβίᾳ
λόγους ἐποήσα[το περὶ τῆς τε] / ἐλευ[θε]ρίας τῶν Ἰσσαίω[ν καὶ τῆς φιλίας] / τ[ῶν Ῥωμαί]
ων καὶ Ἰσσαί[ων - - -] / - - - - - - / B) [- - - τ]αῦτα δὲ / [- - - μ]εμενεικένα[ι] / [- - -]ν Ἰσσαίους
Αἰγυπ/[- - -]ς εἰς τὴν χώρα[ν] / [μεθʹἧς χώρας εἰς τὴν φ]ιλίαν καὶ συμμα/[χίαν τοῦ δήμου τῶν
Ῥωμαί]ων παρεγένον/[το - - -] νόμοις καὶ τῇ [α]ὐ/[- - -] πᾶσαν καὶ ἐπεὶ / [- - -]ν πλεονάκις /
[- - - ἀμφο]τέρας Ἴσσαν / [- - -]ΛΙΣ[- - -] / - - - - - - / C) [- - -]ικ[- - -] / [- - -]οριων[- - -] / [- - -
Τραγ]υρινοὶ κ[αὶ - - -] / [- - - καὶ Ἰα]δαστιν[οὶ - - -] / [- - -]εισιν γὰ[ρ - - -] / [- - -] μετὰ συμ[- - -]
/ [- - -]πει σὺν Ἰσ[σαίοις - - -] / [- - -]ου Μανίου [- - -] / - - - - - -. Su questo importante documen-
to, si veda in particolare la recente e approfondita analisi di Culham 1993 (con le cui conclusioni,
tuttavia, non mi sento di concordare); cfr. anche, da ultimo, Dzino 2010, pp. 87-88.
170 Sul centro e sulle sue dipendenze continentali di Epetium e Tragurium si veda in sintesi e
da ultimo Dzino 2010, pp. 33-34.
136 Simone Sisani

Roma – ed il centro liburnico di Iader 171, nonché almeno una comunità romana


da identificare con tutta verosimiglianza con il conventus civium Romanorum di
Salonae 172 o della stessa Tragurium 173, apparentemente rappresentata dall’altri-
menti ignoto C. Gavenius menzionato nell’iscrizione insieme ai tre ambasciatori
tragurini.
È forte l’impressione che le ragioni dell’ambasceria risiedano nei contrap-
posti interessi della lega issea da un lato e del popolamento italico in area dal-
mata dall’altro 174, in un contesto territoriale senza dubbio più vasto del ristretto
bacino di influenza di Tragurium. Nonostante le ostentate dichiarazioni di ami-
cizia nei confronti di Issa 175, è virtualmente certo che Cesare dovette risolvere
la questione a favore dei locali conventus civium Romanorum: una presenza, in
quest’area, senza dubbio diffusa 176, che può essere postulata – per limitarsi alle
comunità esplicitamente richiamate dal documento – non solo a Salonae e a
Tragurium ma nella stessa Iader 177. Se questo è il caso, si può pienamente com-
prendere, nel contesto della successiva guerra civile, l’assoluta fedeltà di queste
comunità alla causa cesariana, a fronte dell’atteggiamento di segno opposto
tenuto da Issa, che insieme ai centri indigeni della Dalmazia – anch’essi eviden-
temente danneggiati, negli anni precedenti, dalla politica attuata dal proconsole
nell’Illirico 178 – appare saldamente schierata dalla parte di Pompeo 179.
Nell’episodio dell’ambasceria dei Tragurini, risulta quanto mai evidente
il ruolo giocato al livello di amministrazione centrale da Aquileia 180, che si
configura di fatto come la sede di un vero e proprio conventus iuridicus intor-

171 Gli [Ia]dastin[i] menzionati alla l. 4 del fr. C sono appunto da identificare con gli abi-
tanti di Iader (cfr. da ultimo Dzino 2010, p. 87) e non con la tribù dalmata degli Iadasini insediata
nell’entroterra salonitano (come proposto da Culham 1993, pp. 57-59).
172 In questo senso Šašel Kos 2000, p. 301. Su questo conventus, insediatosi forse già all’in-
domani dell’occupazione romana della città nel 76 a.C., si veda Papazoglou 1986, pp. 224-226.
173 L’esistenza di un conventus civium Romanorum a Tragurium (cfr. Brunt 1971, p. 252)
è implicitamente ricavabile dai successivi sviluppi istituzionali del centro, che Plinio (n.h., 3, 141)
elenca tra gli oppida civium Romanorum della provincia Dalmatia.
174 Ipotesi già ventilata in Suić 1996 (non vidi) e in Wilkes 1969, pp. 38-39.
175 In certo modo suggellate dal successivo invio nell’isola, forse già nel 55 a.C., del legato
cesariano Q. Numerius Rufus, patrono della città e promotore della ricostruzione di un portico (CIL
I2 759, su cui cfr. Šašel Kos 2000, p. 300). La presenza del personaggio a Issa ha tutta l’aria di
una manovra riparatoria, opportunisticamente volta ad ingraziarsi le simpatie locali: ed è allora a
maggior ragione significativo (pace Dzino 2010, p. 92) che tutto ciò non sia servito – come oppor-
tunamente rimarcato in Bandelli 2004, p. 118 – a prevenire l’appoggio dato dal centro a Pompeo
durante la guerra civile (cfr. Caes. b.c. 3.9.1; Pseud. Caes. b. alex. 47).
176 Papazoglou 1986, pp. 220-226.
177 Cfr. Šašel Kos 2000, pp. 297-298; Dzino 2010, p. 89.
178 Indicative dell’atteggiamento tenuto da Cesare nei confronti della popolazione indigena
sono le vicende che videro coinvolti nel 54 a.C. i Pirustae (Caes. b.g. 5.1.5-9) e nel 50 a.C. i Del-
matae e altre tribù illiriche (App. illyr. 12). Su questi fatti si veda Dzino 2010, pp. 84-86.
179 Su questi schieramenti si vedano Bandelli 1985, p. 78; Šašel Kos 2000, pp. 300-301;
Bandelli 2004, pp. 119-120; Dzino 2010, pp. 90-95.
180 Cfr., in questo senso, Wilkes 1969, p. 39.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 137

no al quale ruotano non solo i centri della Transpadana orientale, ma anche le


comunità extra-provinciali – segnatamente, quelle di cittadini romani – della
contermine area illirica 181. Su questa forma di gestione della cosa pubblica,
che possiamo immaginare consolidatasi già nel corso dei decenni iniziali del I
secolo a.C., si inserisce la politica amministrativa sviluppata da Cesare durante
il suo proconsolato, volta essenzialmente ad offrire una razionale strutturazione
amministrativa ai conventus civium Romanorum stabilmente insediati ai margini
nord-orientali della Cisalpina e lungo la costa dell’Illirico.
Se volessimo assegnare una data precisa all’avvio di questa politica, non
potremmo che pensare all’inverno del 57-56 a.C., quando Cesare programma –
ma forse non ha poi modo di realizzare – una ricognizione nell’Illirico, “quod
eas quoque nationes adire et regiones cognoscere volebat” 182. Si tratta, in ogni
caso, del primo sicuro segnale dell’interessamento mostrato dal proconsole
verso queste zone, che significativamente antedata tutti gli episodi che siamo
venuti richiamando in queste pagine.

Appendice
Gli oppida civium Romanorum nella Naturalis Historia

Elenco di seguito i centri che Plinio identifica esplicitamente come oppida civium
Romanorum 183; l’asterisco marca i casi in cui il poleonimo/etnonimo è accompagnato
dalla sola qualifica “civium Romanorum”. A titolo di completezza, segnalo anche i
centri della Baetica e della Lusitania – i cui sommari non contemplano oppida civium

181 Non escluderei, tra l’altro, che sempre ad Aquileia, piuttosto che nell’Illirico, si siano
svolti i conventus giudiziari tenuti da Cesare nel 54 a.C. dopo aver risolto la questione dei Pirustae
(Caes. b.g. 5.2.1). È pur vero che lo stesso Cesare (b.g. 5.1.5: Ipse conventibus Galliae Citerioris
peractis in Illyricum proficiscitur) ricorda di aver già tenuto poco prima delle analoghe adunanze
nella Gallia Cisalpina, ma queste ultime potrebbero aver riguardato unicamente il settore centro-
occidentale della provincia, che il proconsole dovette di necessità attraversare durante il suo viag-
gio verso l’Illirico. In questa fase, l’egemonia aquileiese in area illirica può essere colta anche nel
criterio adottato per l’assegnazione della tribù ai coloni cesariani di Pola, l’unica comunità della
futura regio X – oltre ad Aquileia – ad essere inclusa nella Velina (cfr. ora Mainardis, Zaccaria
2010). In questa scelta, è evidente come il municipio aquileiese debba aver rappresentato, quale più
antica comunità di cittadini romani dell’area, un vero e proprio modello di riferimento, che gli altri
centri della regione (Iulium Carnicum, Forum Iulii, Tergeste, Parentium ed eventualmente Nesac-
tium) poterono ignorare solo a causa della loro assai tardiva promozione municipale, anteriormente
alla quale ciascuno dei cives residenti in loco dovette verosimilmente permanere nella propria tribù
di origine.
182 Caes. b.g. 3.7.1. Cfr. per tutti Rossi 2008e, pp. 100-103 (dove l’episodio, insieme ad altri,
è giustamente letto quale prova di “un sicuro, non scarso interesse per le regioni orientali della sua
ampia provincia”), e Bandelli 2004, p. 117 (propenso invece, così mi sembra, a minimizzare la
portata di tale interesse).
183 Per una analisi statistica delle liste di comunità provinciali trasmesse da Plinio si veda E.
Kornemann, in RE XVIII, 1 (1939), s.v. Oppidum, coll. 719-725.
138 Simone Sisani

Romanorum – qualificati da Plinio come municipia civium Romanorum; in quest’ultima


classe, nel caso della Baetica, dovrebbero in particolare rientrare, nonostante l’ambiguità
delle notazioni pliniane, anche i centri di Turris Regina 184 e di Gades 185.
Il confronto tra le tre province iberiche è stato ripetutamente sfruttato per postu-
lare l’equivalenza delle definizioni oppidum civium Romanorum e municipium civium
Romanorum 186. In realtà, soprattutto per quanto concerne la Baetica, sono già state rile-
vate le peculiarità della trattazione pliniana, che parrebbe in questo caso appoggiarsi ad
una fonte distinta da quella – senza dubbio una formula provinciae – sfruttata per la descri-
zione dell’Hispania Citerior 187. La presenza da un lato di municipia, dall’altro di oppida
potrebbe dunque non essere dovuta né all’applicazione da parte del governo romano di
criteri diversi nella strutturazione istituzionale delle tre province, né tanto meno ad un uso
intercambiabile da parte di Plinio o delle sue fonti delle due definizioni, quanto piuttosto
alla distanza cronologica tra le fonti stesse: la descrizione di Plinio rifletterebbe cioè, nel
caso della Baetica e della Lusitania, una realtà più recente di quella riflessa dalla descri-
zione dell’Hispania Citerior. In quest’ottica, i municipia della Baetica e della Lusitania
potrebbero appunto rappresentare l’evoluzione amministrativa di precedenti oppida civium
Romanorum 188: una evoluzione postulabile anche per gli oppida civium Romanorum
dell’Hispania Citerior 189, che la fonte utilizzata in questo caso da Plinio ignora evidente-
mente perché redatta in epoca precedente a tali sviluppi 190.

Hispania Citerior 191
Nunc universa provincia dividitur in conventus VII, Carthaginiensem,
Tarraconensem, Caesaraugustanum, Cluniensem, Asturum, Lucensem, Bracarum;

184 Plin. n.h., 3, 15: Gaditani conventus civium Romanorum Regina.


185 Plin. n.h., 4, 119: Gadis (...) habet oppidum civium Romanorum qui appellantur Augu-
stani Urbe Iulia Gaditana.
186 Cfr. Papazoglou 1986, pp. 215-216. Sulla questione, nello specifico della realtà iberica,
si vedano le opinioni contrapposte di Le Roux (Le Roux 1986; Le Roux 1991, pp. 579-580), che
giustamente intende gli oppida civium Romanorum come una categoria istituzionale distinta dai
municipia, e di García Fernández (García Fernández 1991), propensa invece a postulare l’equiva-
lenza delle due definizioni.
187 Hoyos 1979.
188 È del resto questa l’evoluzione dell’oppidum, poi municipium, civium Romanorum di
Stobi: cfr. Papazoglou 1986, pp. 226-231.
189 La più sicura testimonianza dell’avvenuta trasformazione in municipia è offerta – qui
come anche in altri ambiti provinciali – dalle emissioni monetali locali “di fondazione”, con le-
gende recanti esplicita menzione del titolo. Per quanto riguarda l’Hispania Citerior, è significativo
che in non pochi casi tali emissioni municipali siano immediatamente precedute da serie monetali
già di tipo romano con legende caratterizzate da un doppio etnico (Saguntum/Arse, Bilbilis/Italica,
Calagurris/Nassica, Turiasso/Silbis), allusive ad entrambe le componenti – quella romana e quella
indigena: cfr., nel caso di Corduba, Sisani 2011, pp. 688-690 – insediate nel centro e verosimilmen-
te da riferire alla fase formativa dell’oppidum civium Romanorum.
190 Cfr., in questo senso, Papazoglou 1986, p. 218.
191 Negli elenchi di comunità della Hispania Citerior Plinio qualifica quattordici centri come
(oppida) civium Romanorum, a fronte dei tredici dichiarati nel sommario statistico. Una analoga in-
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 139

accedunt insulae, quarum mentione seposita. Civitates provincia ipsa praeter contri-
butas aliis CCXCIII continet, oppida CLXXVIIII, in iis colonias XII, oppida civium
Romanorum XIII, Latinorum veterum XVIII, foederatorum unum, stipendiaria CXXXV
(3.18):
1. Saguntum (3.20) 192
2. Baetulo (3.22) 193

congruenza si registra per le coloniae della provincia: solo dieci – 3.19-25: Carthago Nova, Ilici,
Valentia, Tarraco, Barcino, Caesaraugusta, Celsa (cfr. 3.24: civium Romanorum (...) Celsenses ex
colonia), Acci, Libisosa, Salaria – o al massimo undici centri (4.110: Amanum portus ubi nunc Fla-
viobrica colonia) sono esplicitamente dichiarati tali da Plinio, a fronte dei dodici del sommario. Come
è chiaro, negli elenchi degli oppida civium Romanorum andrà rintracciata almeno una delle colonie
mancanti, forse da identificare in Dertosa (cfr. CIL II, p. 535; contra CIL II2/XIV, p. 149): il centro
è qualificato da Strabone (3.4.6) come κατοικία, ed una epigrafe del 249-251 d.C. (CIL II 4058 =
II2/XIV 788) parrebbe menzionare l’ord(o) d(ecurionum) c(oloniae) D(ertosanae). La supposta dedu-
zione coloniale dovette comunque essere preceduta (o affiancata) da una fase municipale, indiziata
dalle legende delle più antiche emissioni monetali locali (RPC I, nn. 205-206), databili nei decenni
finali del I secolo a.C.: mvn hibera ivlia // ilercavonia. È forse indicativo che in questa fase le legen-
de omettano il poleonimo Dertosa, regolarmente presente nelle successive emissioni di età tiberiana
(RPC I, nn. 207-209): dert m h i(vlia) // ilercavoni(a). L’introduzione del nuovo poleonimo potreb-
be essere un indizio per datare in età tardo-augustea/tiberiana la deduzione coloniaria (cfr., in questo
senso, CNH, p. 172), ma resterebbe da spiegare l’apparente riproposizione, nella seconda emissione,
della legenda più antica: una circostanza che potrebbe spingere a riabbracciare la vecchia ipotesi
(Kubitschek 1889, p. 193) relativa all’esistenza di una comunità doppia. Una possibile conferma
dello statuto privilegiato del centro sembra in ogni caso offerta dallo stesso Plinio, che nell’elenco dei
populi di diritto romano del conventus Tarraconensis (3.23: Tarracone disceptant populi XLII, quo-
rum celeberrimi civium Romanorum Dertosani, Bisgargitani) non segue il consueto ordine alfabetico,
ponendo Dertosa in testa (la circostanza è opportunamente notata, ma non spiegata, in Hoyos 1979,
p. 455). La dodicesima colonia è forse da identificare – piuttosto che con Flaviobrica: nella notazione
pliniana è chiaro l’intento di chiosare la propria fonte (cfr. in questo senso Hoyos 1979, p. 456 e nt.
75) – con Clunia (cfr. CIL II, pp. 382-383; Brunt 1971, pp. 584 e 593), sede di uno dei conventus
iuridici della provincia e di cui Plinio (3.27) per altro non dichiara lo status (ma il centro è qualificato
come colonia in Ptol. 2.6.56). Queste ipotesi presuppongono, come è chiaro, che il sommario stati-
stico dell’Hispania Citerior tenga conto anche degli oppida delle Baleari - ma cfr. 3.18: (...) accedunt
insulae, quarum mentione seposita. Civitates provincia ipsa (...) -; se così non fosse (Brunt 1971, pp.
592-593), dal totale di tredici oppida civium Romanorum mancherebbe all’appello almeno un centro
(due se si volesse salvare lo statuto coloniario di Dertosa).
192 La presenza all’interno dell’oppidum iberico di un nucleo strutturato di cittadini romani
parrebbe risalire già alla fine del II secolo a.C., quando le due comunità cominciano a battere con-
giuntamente monete a legenda doppia (latina e iberica) sagvnt(inv) // arse (CNH, Arse-Saguntum,
nn. 43-50). A queste emissioni seguono, nel corso del I secolo a.C., quelle con sola legenda latina
(RPC I/S2, nn. 199A-D) recante l’etnico sagv e la sottoscrizione magistratuale relativa a coppie
di funzionari con la qualifica di aed c(ol), il cui scioglimento come aed(iles) col(oniae) ha spinto
a postulare l’avvenuta trasformazione del centro – la cui componente iberica dovette restare nella
condizione di civitas foederata fino almeno al 56 a.C. (Cic. pro Balb. 23) – in colonia di dirit-
to latino (Ripollès-Velaza 2002). Non escluderei, piuttosto, che tali emissioni siano contestuali
all’adtributio dell’oppidum al locale conventus civium Romanorum, da collocare verosimilmente in
età cesariana. Il centro, in ogni caso, diviene municipium nel corso dell’età augustea: cfr. RPC I, n.
200 (decenni finali del I secolo a.C.), e CIL II 3827 = II2/xiv 305 (4-3 a.C.).
193 Municipium nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL II 4610.
140 Simone Sisani

3. Iluro (3.22) 194
4. Blandae (3.22)
5. *Emporiae (3.22) 195
6. *Bisgargitani (3.23)
7. *Bilbilitani (3.24) 196
8. *Calagurritani Nasici (3.24) 197
9. *Ilerdenses (3.24) 198
10. *Oscenses (3.24) 199
11. *Turiassonenses (3.24) 200
12. Palma (3.77) 201
13. Pollentia (3.77) 202
**14. *Dertosani (3.23)

194 Municipium nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL II 4616; AE 1983, 626.
195 La constitutio dell’oppidum civium Romanorum risale ad età cesariana, e a questo atto
va riferita la notizia liviana (34.9.3) relativa all’invio in loco di coloni: cfr. Pena 1992, pp. 70-72.
Il centro diviene municipium nel corso dell’età augustea: cfr. CNH, Emporia, n. 1 = RPC I, n. 234
(decenni finali del I secolo a.C.).
196 Alla fase dell’oppidum civium Romanorum vanno verosimilmente riferite le emissioni
monetali locali di seconda metà I secolo a.C. con legenda doppia bilbili(s) // italica (CNH, Bilbi-
lis, nn. 15-18 = RPC I, nn. 387-388), succedute alle precedenti emissioni di fine II - inizi I secolo
a.C. con legenda iberica bilbili(s) (CNH, Bilbilis, nn. 1-14). Il centro diviene municipium nel corso
dell’età augustea: cfr. RPC I, nn. 392-396 (dopo il 2 a.C.).
197 Alla fase dell’oppidum civium Romanorum va verosimilmente riferita l’emissione mone-
tale locale di età cesariana/proto-augustea con legenda doppia nassica // calagvrri ivlia (CNH,
Kalakorikos-Calagurris, n. 5 = RPC I, n. 431), succeduta alle precedenti emissioni di II secolo
a.C. con legenda iberica kalakorikos (CNH, Kalakorikos-Calagurris, nn. 1-4). Il centro diviene
municipium nel corso dell’età augustea: cfr. RPC I, nn. 433-447.
198 Municipium in età augustea: cfr. RPC I, nn. 259-260.
199 Resta incerta la data di elevazione a municipio, della quale si è voluta rintracciare te-
stimonianza in una emissione monetale locale (RPC I, n. 282) con legenda mv(nicipium) osca,
databile in epoca forse anteriore al 27 a.C. Vanno tuttavia sottolineate le profonde incertezze che
gravano sia sulla cronologia dell’emissione, sia sulla lettura della legenda, restituita come v(rbs)
v(ictrix) osca da Grant 1969, p. 167 e nt. 7.
200 Alla fase dell’oppidum civium Romanorum vanno verosimilmente riferite le emissioni
monetali locali di età cesariana/proto-augustea con legenda doppia silbis // tvriaso (CNH, Turia-
su, nn. 35-36 = RPC I, nn. 401-402), succedute alle precedenti emissioni di fine II - inizi I secolo
a.C. con legenda iberica turiasu (CNH, Turiasu, nn. 1-34). Il centro diviene municipium nel corso
dell’età augustea: cfr. RPC I, nn. 405, 410-411 (dopo il 2 a.C.).
201 Palma e Pollentia sono qualificate come coloniae in Mela 2.124 e Strabone (3.5.1) ne
ricorda la fondazione nel 123 a.C. ad opera di Cecilio Metello, che vi avrebbe insediato come
ἔποικοι tremila Italici residenti in Iberia. In entrambi i casi, le fonti alludono verosimilmente non
alla fondazione di vere e proprie colonie, ma alla constitutio di oppida civium Romanorum: un
possibile parallelo è offerto dalle vicende istituzionali di Corduba, su cui si veda Sisani 2011, pp.
688-690. Palma diviene municipium nel corso dell’età imperiale: cfr. CIB, n. 1.
202 Cfr. nota precedente. Il centro diviene municipium nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL II
3696-3698; HEp 16, nn. 22-24.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 141

** Baetica 203
Iuridici conventus ei IIII, Gaditanus, Cordubensis, Astigitanus, Hispalensis.
Oppida omnia numero CLXXV, in iis coloniae VIIII, municipia c(ivium) R(omanorum) X,
Latio antiquitus donata XXVII, libertate VI, foedere III, stipendiaria CXX (3.7):
1. *Regina (3.15)
2. Augustani Urbe Iulia Gaditana (4.119) 204
3. **Italica (3.11) 205
4-10. **?

**Lusitania 206
Universa provincia dividitur in conventus tres, Emeritensem, Pacensem,
Scalabitanum; tota populorum XLV, in quibus coloniae sunt quinque, municipium civium
Romanorum, Latii antiqui III, stipendiaria XXXVI (4.117):
1. **Olisipo (4.117)

Sardinia 207
1. *Caralitani (3.85) 208

Sicilia 209
Coloniae ibi V, urbes aut civitates LXIII (3.88):

203 Cfr. Brunt 1971, pp. 602-603.


204 Il municipio – certamente non anteriore al 49 a.C., anno della concessione della cittadinan-
za romana ai Gaditani (Liv. per. 110.2; Cass. Dio 41.24.1) – risulta già costituito negli anni tra il 27
e il 12 a.C., come assicura la comparsa del titolo nelle legende delle emissioni monetali locali (RPC
I, nn. 77-84) risalenti a tale periodo: in tali legende, la menzione di Agrippa come parens municipii
permette anzi di attribuire proprio a questo personaggio la formale constitutio del centro. A favore di
una cronologia augustea è anche la titolatura di municipium Augustum Gaditanum restituita da Plinio
(4.119) e da CIL II 1313. Il quattuorvirato rivestito a Gades da Cornelio Balbo nel 44-43 a.C. (Cic. ad
fam. 10.32.2) è stato tuttavia sfruttato per postulare una datazione più antica e segnatamente cesariana
(cfr. Degrassi 1962b, pp. 160-162, e García Fernández 1991, pp. 33-35), ma va tenuta in considera-
zione l’eventualità che ciò che Cicerone chiama quattuorviratus sia in realtà la magistratura del locale
oppidum civium Romanorum che poté precedere l’elevazione al rango municipale.
205 Tra i dieci municipi della Baetica indicati nel sommario statistico va certamente inserita
anche Italica, esplicitamente qualificata come municipium nelle emissioni monetali locali (RPC I,
nn. 60-72) databili tra l’età augustea e l’età tiberiana.
206 Cfr. Brunt 1971, p. 603.
207 Cfr. Porrà 2007.
208 Municipium (Iulium) nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL X 7682, 7844; ILS 5350.
209 Sugli aspetti istituzionali della descrizione pliniana della provincia Sicilia si veda da ulti-
mo Vera 1996, pp. 31-48, dove con ottimi argomenti si ripropone l’ipotesi che la fonte dell’erudito
sia da identificare in una formula provinciae redatta dopo il 36 a.C. ed aggiornata al più tardi al 14-
12 a.C., quando il quadro amministrativo dell’isola doveva contemplare unicamente civitates sti-
pendiarae, ad eccezione di cinque coloniae (Tauromenium, Catina, Syracusae, Thermae, Tyndaris),
tre municipia Latinae condicionis (Centuripae, Netum, Segesta) e due oppida civium Romanorum
(Messana, Lipara). Per quanto riguarda questi ultimi centri, Vera tende a considerarli veri e propri
municipia, una condizione privilegiata che essi avrebbero ottenuto da Augusto in virtù del loro
mancato coinvolgimento con Sesto Pompeo. La spiegazione in realtà non soddisfa, perché obbliga
142 Simone Sisani

1. Messana (3.88) 210
2. Lipara (3.93) 211

Histria
1. Agida (3.129) 212
2. Parentium (3.129) 213

Dalmatia 214
1. *Tragurium (3.141) 215
2. Rhizinium (3.144) 216
3. Acruium (3.144) 217
4. Butuanum (3.144) 218
5. Olcinium (3.144) 219
6. Scodra (3.144) 220
7. Lissus (3.144) 221
8. *Issa (3.152) 222

a presuppore una diversità di trattamento tra questi centri e quelli – anch’essi evidentemente fedeli
alla causa ottavianea ed in alcuni casi legati a Roma da consuetudini ancestrali – di Centuripae, Ne-
tum e Segesta, ai quali sarebbe stato semplicemente confermato uno statuto giuridico, lo ius Latii,
già ottenuto da Cesare. È invece probabile che, al momento della riorganizzazione della provincia
dopo il 36 a.C., Ottaviano si sia limitato nei riguardi di tutte le città fedeli a confermare privilegi già
precedentemente goduti: ciò significa che la qualifica di oppida civium Romanorum, se di età cesa-
riana, potrebbe avere anche nel caso di Messana e di Lipara un significato propriamente giuridico
e non alludere dunque a veri municipia di diritto romano, una categoria istituzionale che dovette
essere introdotta in Sicilia – se si esclude la parentesi del 44-36 a.C. – non prima degli anni finali
del I secolo a.C.
210 Il centro è ancora una civitas foederata nel 70 a.C.: cfr. Cic. Verr. 2.3.13.
211 Municipium nel corso dell’età imperiale: cfr. ILE, n. 755. L’emissione monetale locale
con legenda greca recante l’etnico λιπαραιων e la sottoscrizione magistratuale relativa ad una
coppia di duoviri (RPC I, n. 626), tentativamente datata tra il 44 e il 36 a.C., è di norma intesa come
prova della precoce acquisizione di tale statuto: la testimonianza, il cui inquadramento cronologico
resta per altro del tutto ipotetico, non è in verità così esplicita.
212 Nessun esito municipale (cfr. supra).
213 Colonia nel corso dell’età imperiale (cfr. supra).
214 Cfr. Papazoglou 1986.
215 Nessun esito municipale.
216 Colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL III 8369 = 12748, 12695.
217 Colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL III 13829.
218 Nessun esito municipale.
219 Nessun esito municipale.
220 Colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL III 12695.
221 La constitutio dell’oppidum civium Romanorum – anteriore al 48 a.C. (cfr. Caes. b.c.
3.29.1) e risalente forse al 54 a.C., nel contesto delle operazioni contro i Pirustae – è da attribuire a
Cesare. Il centro ottiene la piena autonomia amministrativa (è incerto se come municipium o come
colonia) in età triumvirale/augustea: cfr. CIL III 1704; AE 1982, 765-766.
222 Nessun esito municipale.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 143

Macedonia 223
1. *Denda (3.145) 224
2. Stobi (4.34) 225

Mauretania Tingitana
1. Portus Magnus (5.19) 226

Numidia et Africa 227
Ad hunc finem (scil. ad promunturium Borion) Africa a fluvio Ampsaga popu-
los DXVI habet, qui Romano pareant imperio, in his colonias sex (...), oppida civium
Romanorum XV (...), oppidum Latinum unum (...), oppidum stipendiarium unum (...),
oppida libera XXX (...). Ex reliquo numero non civitates tantum, sed plerique etiam
nationes iure dici possunt (...) (5.29-30):
1. Thabraca (5.22) 228
2. *Utica (5.24) 229
3. Absuritanum (5.29) 230
4. Abutucense (5.29) 231
5. Aboriense (5.29) 232
6. Canopicum (5.29) 233
7. Chiniavense (5.29) 234
8. Simithuense (5.29) 235
9. Thunusidense (5.29) 236
10. Thuburnicense (5.29) 237

223 Cfr. Papazoglou 1986.


224 Nessun esito municipale.
225 Municipium in età flavia: cfr. RPC II, nn. 301-312 (a partire dal 72/73 d.C.).
226 Municipium/colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL VIII 9754, 9773, 21615.
227 Cfr. Teutsch 1962, pp. 27-51; Saumagne 1965, pp. 81-119; Shaw 1981, pp. 449-453;
Aounallah 2010, pp. 43-57.
228 Colonia al più tardi in età augustea: cfr. ILAlg I 109.
229 È incerto se la concessione della cittadinanza romana agli Uticenses nel 36 a.C. (Cass.
Dio 49.16.1) coincida con la constitutio dell’oppidum civium Romanorum o con la successiva pro-
mozione a municipium, quest’ultima da considerare in ogni caso realizzata entro l’età tiberiana
(RPC I, nn. 721-730, 736-741, databili a partire dal 16-21 d.C.). Il centro diviene colonia in età
adrianea: cfr. CIL VIII 1181.
230 Colonia al più tardi in età tiberiana: cfr. AE 1913, 40.
231 Nessun esito municipale.
232 Nessun esito municipale.
233 Municipium nel corso dell’età imperiale: lo status del centro è ricavabile unicamente
dalla menzione di un episcopus municipii Canapii, che sottoscrive un’epistola acclusa agli atti del
concilio lateranense dell’anno 649 d.C.
234 Nessun esito municipale.
235 Colonia in età augustea: cfr. CIL VIII 14612, 22197.
236 Colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL VIII 22193-22194.
237 Colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. Ptol. 4.3.29 e AE 1951, 81 (in cui Mario, cui si
deve verosimilmente la constitutio dell’oppidum civium Romanorum, è qualificato impropriamente
come conditor coloniae).
144 Simone Sisani

11. Thibidrumense (5.29) 238


12. Tibigense (5.29) 239
13. Ucitanum Maius (5.29) 240
14. Ucitanum Minus (5.29) 241
15. Vagense (5.29) 242

Bibliografia

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238 Colonia nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL VIII 14452.
239 Municipium nel corso dell’età imperiale: cfr. CIL VIII 12229, 23118. Resta incerta l’iden-
tificazione di questo centro con la colonia Thigiba di Ptol. 4.3.29.
240 Colonia in età severiana: cfr. CIL VIII 15447, 15450, 15455, 26262, 26270, 26275, 26281,
26282. Sulla scorta della titolatura colonia Mariana assunta dal centro, la constitutio dell’oppidum
civium Romanorum è da attribuire a Mario.
241 Nessun esito municipale.
242 Colonia in età severiana: cfr. CIL VIII 14394-14395.
tergeste e le “colonie” cesariane della Gallia togata (in margine a b.g. 8.24.3) 145

Buchi 1999 = E. Buchi, Roma e la Venetia orientale dalla guerra sociale alla prima età
augustea, in Vigilia di romanizzazione. Altino e il Veneto orientale tra II e I
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152

Riassunto

Il contributo intende affrontare in forma organica, attraverso un riesame globale della docu-
mentazione letteraria ed epigrafica, la questione relativa agli sviluppi amministrativi delle comunità
romane dell’Histria tra l’età cesariana e l’età imperiale, a partire da un noto passo, tendenzialmente
frainteso, del De bello gallico (8.24.3). L’analisi permette di formulare nuove ipotesi sulle date
di fondazione delle colonie di Pola, Tergeste e Parentium e sulla realtà istituzionale degli oppida
civium Romanorum di area transpadana.

Parole chiave: Agida; Aquileia; Arsia; Cesare; colonia; Comum; Formio; Forum Iulii; Gallia
Cisalpina; Illirico; Istria; Iulium Carnicum; municipium; Nauportus; Nesactium; oppidum;
Parentium; Pola; Tergeste; Tragurium; Transpadana; Tricesimo.

Tergeste and the Caesarian “colonies” in Gallia Togata (note on b.g.


8.24.3)

Abstract

The paper intends to face in organic form, through a global re-examination of the literary
and epigraphic documents, the administrative development of the Roman communities in Histria
between the Caesarian and the Imperial age, beginning from a well known passage, potentially
misunderstood, of the De Bello Gallico (8.24.3). The analysis allows to formulate new hypotheses
on the foundation dates of the colonies of Pola, Tergeste and Parentium, and on the institutional
reality of the transpadane oppida civium Romanorum.

Keywords: Agida; Aquileia; Arsia; Caesar; colonia; Comum; Formio; Forum Iulii; Gallia Cisalpina;
Illirycum; Histria; Iulium Carnicum; municipium; Nauportus; Nesactium; oppidum; Parentium;
Pola; Tergeste; Tragurium; Transpadana; Tricesimo.