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Lordoliberalismo 2.

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di Lelio Demichelis

Lordoliberalismo gi egemone forse pi del neoliberismo nella forma economica e tecnica


assunta dalla societ globale sta dilagando e diventando egemone anche in rete e questa volta
ordoliberalismo 2.0. Quali sono le conseguenze sociali e politiche?
Era il 28 giugno del 1983 e Luigi Pintor - fondatore e direttore del manifesto
inventava un titolo che fece epoca esprimendo la speranza e lauspicio di molti:
Non moriremo democristiani. Sappiamo com andata a finire. Ma oggi, potremmo
essere altrettanto ottimisti (lottimismo della volont e della capacit-consapevolezza di
poter cambiare il mondo) ma questa volta senza sbagliare - e dire: non moriremo
ordoliberali, neppure ordoliberali 2.0? Visti gli effetti di nichilismo politico e di
sadismo sociale che lordoliberalismo ha prodotto e ostinatamente continua a
produrre sullEuropa e su ciascuno di noi, davvero dovremmo proporci con
ostinazione e determinazione ben maggiori - di non morire ordoliberali (e neppure
neoliberisti). Se lordoliberalismo e le sue politiche di austerit hanno palesemente
fallito, perch ostinarsi nellerrore?
In verit, il pessimismo (o il realismo) della ragione sembra dirci che abbiamo
perso la capacit di fare innovazione politica, economica e sociale e quindi abbiamo
rinunciato alla libert facendoci liberamente servi dellordine economico esistente.
Come dimostrato dalla Brexit: lillusione di un ritorno al passato come via di
salvezza; e dalle elezioni in Spagna: il rifiuto del cambiamento e di una nuova
politica economica, replicando latteggiamento del popolo di Siviglia che si
inchina allInquisitore, nel racconto di Dostoevskij e dando purtroppo nuova
conferma a quanto scritto da Gustavo Zagrebelsky, ovvero ormai non esistono pi
gli inquisitori come casta separata, perch tutti hanno interiorizzato il loro messaggio e lunica
libert quella di difendere (per chi incluso) o di subire (per chi escluso o ai margini)
lesistente. Fino a quando le nostre societ interiorizzeranno lassenza di alternative, saremo
inquisitori di noi stessi, ci proibiremo, ciascuno per s e tutti per ciascuno, luso della libert di
cui lInquisitore voleva liberarci. Inutile: ce ne siamo liberati da soli. E questo mentre
siamo sempre pi (infantilmente) entusiasti di ogni innovazione tecnologica
offerta e promossa dagli oligopolisti e dagli oligarchi della Silicon Valley o dai
nuovi makers, gli unici che avrebbero oggi una visione del futuro e la voglia di
utopia, e che si offrono (e che noi ammiriamo) come i nuovi redentori - pur
vivendo la nostra eteronomia dalla tecnica e dal mercato come virtuosa autonomia,
perch avere un personal computer e un apparato mobile individuale o una
stampante 3D in casa o essere nella sharing economy ci offre lillusione (ma
appunto, solo unillusione o unallusione) di essere padroni dei mezzi di
produzione e del lavoro che facciamo e di avere cos sconfitto lalienazione e la
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sub-ordinazione, di essere addirittura in un post-capitalismo o in una new economy (lo


si diceva, uguale uguale anche negli anni 90). Dimenticando che il capitalismo
(produttivo e/o finanziario) una potentissima e incessante (a mobilitazione
totale) macchina trasformista di se stesso e trasformatrice per essenza e per vocazione,
produttrice di individualizzazione e di soggettivazione (ma apparente, quindi
falsa), di desiderio e di godimento e di falsi bisogni (come scriveva Marcuse), per
poter integrare poi in s e per s - estraendone il massimo di profitto e di
produttivit - queste false soggettivit/soggettivazioni, grazie ad un meccanismo
teologico di unificazione e di integrazione di ciascuno (di ogni apparente
molteplicit che esso stesso produce/induce) nel sistema stesso e che passa
attraverso la crescente, ma anchessa apparente, personalizzazione dei messaggi
pubblicitari e dei beni in offerta, oltre che di un lavoro anchesso
apparentemente autonomo e libero (free e/o smart). Tutti siamo poi convinti
che la rete sia un grande mezzo di comunicazione e di conoscenza, dimenticando che
oggi soprattutto un mezzo di connessione e di integrazione, se vero (ed vero) che
la rete diventata non solo la pi grande societ di massa (individualizzata) della
storia umana, quanto la pi grande fabbrica (appunto globale) mai concepita,
ciascuno sempre pi integrato in un fare/essere capitalista nella nuova divisione
internazionale del lavoro e nel passaggio dal novecentesco fordismo concentrato delle
grandi fabbriche al fordismo individualizzato della rete.
Dunque, lordoliberalismo. E di ordoliberalismo si parla spesso anche se pi spesso ancora - si usa il termine generico di neoliberismo per definire le
politiche economiche di questi ultimi trentanni, dimenticando la stretta
connessione e convergenza (al di l di alcune pur importanti differenze) tra
queste due ideologie - tra queste due biopolitiche. Mario Monti si autodefinisce
ordoliberale. Draghi lo ha detto di se stesso e della Bce (La costituzione
monetaria della Banca centrale europea saldamente ancorata ai principi
dellordoliberalismo). Renzi lo con il JobsAct (e Hollande con la sua legge sul
lavoro) e con la preferenza per il governo delle lite (anche se non lo quando nega
il decentramento del potere). Lo ovviamente la Germania di ieri e soprattutto
di oggi e quindi lEuropa dellausterit, del pareggio di bilancio, delle riforme
strutturali - che sono strutturali e strutturanti (funzionali) per lespansione
incessante del capitalismo, ma de-strutturanti per la societ, la democrazia e per i
diritti civili, politici e sociali. Tutto, in realt ordoliberalismo prima o pi che
neoliberismo. Ed appunto una biopolitica, una forma di quella che Michel
Foucault chiamava governamentalit, intendendo i modi con cui si guidano i
comportamenti degli uomini (ovviamente in senso etero-normato, anche se il
biopotere oggi non pi riferibile ad un soggetto esplicito di potere ma ad un
sistema/apparato di potere, come la globalizzazione, i mercati o la rete). Una
biopolitica la forma moderna di esercizio del potere e della costruzione dei
saperi, a sua volta da intendere come un campo di relazioni e come una strategia
(perch il potere non ha solamente la funzione negativa del reprimere ci
che viene ritenuto non-normale/non-conforme dal potere, ma
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soprattutto ha la funzione positiva e creativa del produrre certi


comportamenti e certe azioni) e che, come sempre accade, si rovescia nel
suo contrario, cio in tanatopolitica; ed appunto la biopolitica ordoliberale
diventata tanatopolitica e quindi nichilismo che sta distruggendo quellEuropa
che pure voleva costruire secondo il proprio ordine e la propria pianificazione. Ma
cos esattamente lordoliberalismo, identificato anche con economia sociale di
mercato?
un modello economico, ma soprattutto sociale che si dice appunto liberale,
sviluppatosi in Germania negli anni 30 del 900 attorno alla figura di Walter
Eucken, assumendo poi il nome di Scuola di Friburgo e la denominazione di
ordoliberalismo dal titolo della rivista Ordo, fondata sempre da Eucken e il cui
primo numero usc nel 1948. Un liberalismo che vuole essere diverso da quello
ottocentesco e che si propone di garantire la libert di mercato ma anche la
giustizia sociale, nella convinzione che la realizzazione dell'individuo possa aversi
solo se vengono garantite la libert di impresa, di mercato e la propriet privata.
Poich tuttavia tali condizioni non sono automatiche (e gli ordoliberali, a
differenza dei neoliberisti della Scuola austriaca non credevano alla mano
invisibile), lo stato deve intervenire laddove esse siano compromesse. Lo stato
per non deve governare il mercato e indirizzarlo verso fini umani e sociali ma
deve piuttosto, pedagogicamente, promuovere il mercato, attivarne la funzione
sociale (il benessere) e produrre quindi una societ ordoliberale, o meglio di
mercato, in funzione del e funzionale al mercato. Lo stato non il nemico, come per i
neoliberisti e deve intervenire sul mercato per ripristinarlo (promuovendo la
concorrenza e combattendo i monopoli) nella sua essenza pura. Da qui
limportanza del diritto nella costruzione delle regole del gioco (ma di un gioco di
mercato), per cui occorre realizzare una costituzione economica per migliorare ma
soprattutto per costruire il sistema delleconomia di mercato.
Eucken, assegnava allo stato la funzione di guardiano dellordine concorrenziale,
che a sua volta era considerato come un bene pubblico. Ma dovrebbe risultare oggi
chiaro ed evidente come lo stato ordoliberale non sia un arbitro che fa rispettare
le regole del gioco (Cos come larbitro non partecipa al gioco, cos lo stato
fuori dallarena, sosteneva Ludwig Erhard), quanto un arbitro di parte, che fa le
regole per il mercato, promuovendo il mercato inteso come forma economica che deve
diventare forma esistenziale individuale e sociale, essere insieme disciplina e biopolitica (lo
diciamo richiamando ancora Foucault). Perch se il diritto diventa regola del gioco
che lo stato d per lasciare poi ciascuno libero di giocare il suo personale gioco come
appunto volevano gli ordoliberali - ma se il gioco che si deve giocare quello del
capitalismo, allora la regola del gioco non imparziale n liberale (si cancella infatti
ogni separazione e bilanciamento tra il potere economico e quello politico e
giuridico), ma parzialissima e pedagogica, governamentale appunto, a profitto del
gioco del capitalismo andando a modificare i modi e le forme di comportamento di
ciascuno e dellinsieme, modi e forme sempre meno sociali e umanistiche e sempre
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pi economiche e imprenditoriali. E libert, uguaglianza e fraternit cedono il passo


a impresa, mercato e competizione. La forma mercato deve cio diventare forma sociale.
Allora utile rileggere (ad esempio in Democrazia ed economia) Wilhelm Rpke
(1899-1966), uno dei padri dellordoliberalismo tedesco, nonch punto di
contatto (anche se problematico) con la Scuola neoliberista austriaca di Mises e
Hayek. Rpke era conservatore in politica; era contrario alle tecnocrazie ma era
favorevole alle lite; si opponeva al razionalismo moderno e alla superbia della
ragione ed era legato a unidea di comunit come entit virtuosa e necessaria per
governare gli uomini; era convinto (evidentemente sbagliando, come i fatti
continuamente dimostrano) che economia di mercato (sempre virtuosa e da
promuovere) e capitalismo (potenzialmente vizioso e da controllare) non sono la
stessa cosa; che leconomia di mercato non tutto ma un ordine parziale, anche se
indispensabile, per cui occorre bilanciare il principio della libert individuale e di gruppo con
il principio sociale umanitario. Da qui la sua idea di un umanesimo liberale e la sua lotta
(ossessiva) contro il collettivismo (e contro Keynes), ma anche contro un
liberalismo ritenuto vecchio e quindi da aggiornare mediante una sorta di terza via;
e, ancora, la sua distinzione tra stato sano (che genera la pacifica e volontaria
subordinazione dei molti ai pochi che sanno governare) e soprattutto decentrato
(grazie al principio della sussidiariet, ripreso dalla dottrina sociale della Chiesa, cui
era molto vicino) e stato malato (quello dellaccentramento delle risorse e del
potere nelle mani di gruppi organizzati); mentre su welfare e politiche sociali
sosteneva come non bisognasse oltrepassare una certa soglia di intervento per non
spezzare la molla segreta di una sana societ, vale a dire il senso della responsabilit
individuale.
Scriveva Rpke, specificando il rapporto tra mercato e stato/societ:
Questo ordine economico deve integrarsi negli altri, pi ampi, e pi alti ordini, da cui
dipende il successo delleconomia di mercato e che a loro volta lo presuppongono.
Aggiungendo: Ecco perch, fin da principio, ci siamo opposti a semplificazioni
e restrizioni, a economicismo, utilitarismo, materialismo e amoralismo, in nome
delluomo nel suo complesso e dellintera societ - senza tuttavia accorgersi che
quella da lui enunciata chiaramente una contraddizione in termini, perch se
lordine del mercato deve integrarsi negli altri ordini che a loro volta lo presuppongono
- inevitabile che questo produca linquinamento del primo sugli altri ordini.
Ci che propone Rpke analogo a chiedere che un ordine religioso si sostituisca
alla - oppure orienti/indirizzi (integrandosi negli altri ordini) la - legge laica e civile.
Niente di pi illiberale. Molto di biopolitico e di governamentale (e le pi
forti ragioni per difendere la libert economica e leconomia di mercato sono di
carattere morale () che non stanno in piedi senza canoni morali). Aggiungeva
Rpke: ogni limitazione della libert economica, ogni intervento statale, ogni
atto di pianificazione e di dirigismo contiene in s una dose di coercizione. Ma
nel mercato tutto quello che coercizione, intervento, decurtazione della libert
limitato alla cornice, cio alle regole dello svolgersi delle relazioni economiche,
libere nel resto - [mentre] il collettivismo caratterizzato dal dirigismo coattivo
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delle stesse singole decisioni economiche. Ebbene, oggi possiamo/dobbiamo


rovesciare questa tesi e dire che proprio ogni atto pro-mercato contiene in s una
dose di coercizione e di dirigismo coattivo, di disciplina dentro a una biopolitica (il
caso Grecia lo ha dimostrato, ma lo ha dimostrato ancora di pi la famosa lettera
di Trichet e Draghi allItalia, del 2011) e maggiori sono le dosi di coercizione,
maggiore lassuefazione, cio ladattamento di ciascuno al mercato e al suo
dirigismo, che appunto lobiettivo che lordoliberalismo persegue in modo
insieme teleologico, escatologico e teologico (di teologia economica).
E qui comincia allora a definirsi meglio luso particolarissimo e fuorviante
(ideologico e appunto teologico) del termine sociale da parte degli ordoliberali.
Perch se vero che lo stato sociale tedesco nato grazie anche a loro (ma
anche contenendone, da parte democristiana, della sinistra e del sindacato, la
vocazione pedagogica e lagenda, mentre il welfare veniva esteso e la cogestione
introdotta grazie alla socialdemocrazia contro lordoliberalismo), per gli
ordoliberali lobiettivo vero era quello di socializzare il mercato, di farlo penetrare
appunto negli altri ordini dello stato e di sub-ordinare ad esso lintera societ,
producendone lintroiezione (eteronoma, ma per attivare una falsa soggettivazione) da
parte di ciascuno. Perch secondo il pensiero ordoliberale, dove lordine si
traduce infine in olismo capitalista e la societ in organismo economico di mercato non deve esserci alcuna contrapposizione tra le dimensioni sociali e quelle
individuali e una societ, in tutte le sue manifestazioni e in tutti i suoi aspetti, forma una
unit, nella quale tutte le parti sono legate da un rapporto di interdipendenza e appunto anche lordine economico non fa eccezione, dovendo essere inteso come una
parte dellordinamento globale della societ che deve corrispondere allordine
spirituale e politico, esattamente come questo, a sua volta, deve armonizzarsi con
lordinamento economico. Da qui laltra distinzione ordoliberale, per cui le
politiche dello stato possono essere conformi (quindi corrette e pedagogiche) o non
conformi (quindi errate e pericolose) rispetto alleconomia di mercato; e conformi
sono ovviamente quelle che ricercano le migliori corrispondenze funzionali tra i
diversi ambiti delle azioni umane, perch la societ deve conformarsi alla forma del
mercato e devono essere create tutte le corrispondenze possibili perch questo si
realizzi. Lobiettivo degli ordoliberali non dunque quello di democratizzare il
capitalismo (come in troppi hanno creduto, ingannati dalla parola sociale aggiunta a
economia di mercato), ma di farlo appunto diventare un modo di vivere e di essere
degli uomini - e non solo di fare. Cio, una biopolitica (in questo, similmente ai
neoliberisti austro-americani, per i quali il neoliberismo, o meglio: il capitalismo,
un modo di essere, di vivere e di pensare). E infatti, dire che il mercato non tutto o che
il mercato deve essere il servitore e non il padrone della societ (come scriveva Rpke)
dire niente se poi lazione dello stato funzionale e pedagogica alla promozione e
diffusione del mercato, per cui ci che non dovrebbe essere tutto (il mercato) in
realt lo diventa inevitabilmente, cos come diventa il vero sovrano assoluto del
mondo proprio grazie allordine giuridico integrato in quello economico, prodotto
dallo stato.
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E allora, se lordoliberalismo da intendere come una biopolitica, torniamo a


Michel Foucault che lo aveva studiato e analizzato con grande cura e dettaglio in
Nascita della biopolitica, il Corso tenuto al Collge de France nel 1978-1979. Dopo
lesperienza del nazismo, dicono i liberali tedeschi nella rilettura di Foucault, dal
momento che ormai accertato che lo stato portatore di unintrinseca
difettosit, mentre nulla prova che leconomia di mercato abbia simili difetti,
chiediamo alleconomia di mercato di fungere, di per s, non tanto da principio
di limitazione dello stato, bens da principio di regolazione interna dello stato, in
tutta lestensione della sua esistenza e della sua azione. () Detto altrimenti: uno
stato sotto la sorveglianza del mercato, anzich un mercato sotto la sorveglianza
dello stato. Ma non solo: si tratta anche di mettere ancor pi a baricentro di
questa arte ordoliberale di governo non lo scambio (che sempre esistito, da
quando esiste la societ), ma la concorrenza (che diversa dallo scambio, perch la
concorrenza, a differenza dello scambio, non qualcosa di naturale), quella
concorrenza per altro gi entrata nella riflessione liberale con Walras, Marshall e
la teoria della concorrenza. E tuttavia, con gli ordoliberali un nuovo soggetto
entra, di fatto nel capitalismo: lo stato - ma non lo stato come vero arbitro tra
capitale e lavoro; non lo stato secondo il liberale Beveridge; non lo stato del New
Deal di Roosevelt, cio come imprenditore pubblico che fa ci che il capitalismo
non sa o non vuole fare (e ci chiediamo con ansia quale sar lavvenire del mondo se il
paese economicamente pi potente cede alle lusinghe di una demagogia anticapitalista, foriera di
sicura rovina scriveva Rpke stroncando il New Deal), o quello delle politiche
keynesiane -; ma uno stato ordoliberale, piuttosto e ancora, che diventa arbitrogiocatore, produttore di integrazione di ciascuno nel meccanismo di mercato e di
concorrenza (partendo appunto dal pre-giudizio per cui lo stato intrinsecamente
difettoso mentre il mercato non lo o pu essere corretto).
Ordoliberalismo come biopolitica, dunque; perch la vita di ciascuno deve
essere a immagine e somiglianza del mercato e dellimpresa laltro elemento forte e
programmatico dellordoliberalismo una biopolitica che diventa una politica della
societ, secondo Foucault, ma per una societ da costruire appunto sul modello
dimpresa. Per cui si arriva allaltro paradosso (che paradosso anchesso non ) per
cui se il liberalismo si opponeva al socialismo ma anche al Piano del liberale
Beveridge, accusandoli di voler dare uno scopo al mercato e una finalit sociale allo
stato attraverso il piano e la programmazione e ladozione di specifiche politiche (di
sviluppo, sociali, industriali, per la ricerca, di redistribuzione dei redditi, per il
pieno impiego), in realt anche lazione dello stato secondo la visione
ordoliberale non che un modo per dare uno scopo, una finalit allazione di
governo e dello stato. Solo che finalit dello stato ordoliberale quella di
modellizzare tutti e ciascuno su impresa, concorrenza e mercato. Facendolo,
anche il liberalismo a pianificare la societ cercando di produrre la sua mutazione
antropologica in nome del mercato e la trasformazione di ciascuno in
imprenditore di se stesso. Lo fa in nome dellindividuo e della sua libert, certo;
ma producendo un individuo meno libero proprio perch sempre pi subordinato al mercato (anche questa una forma di eteronomia) e sempre pi
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modellizzato sul principio della concorrenza. Foucault: In altre parole, si tratta di


generalizzare, diffondendole e moltiplicandole quanto possibile, le forme
impresa (). Si tratta di fare del mercato, della concorrenza, e dunque
dellimpresa, quella che si potrebbe chiamare la potenza che d forma alla societ.
Non solo dunque fare impresa ma soprattutto, per ciascuno, essere impresa.
Perch lidea degli ordoliberali (sempre Foucault) era di prendere il tessuto
sociale e fare in modo che possa scomporsi, suddividersi, frazionarsi, non
secondo la grana degli individui, bens secondo quella dellimpresa. (). Bisogna
che la vita stessa dellindividuo ad esempio, il suo rapporto con la propriet
privata, con la famiglia, con la sua conduzione, con i sistemi assicurativi e con la
pensione faccia di lui e della sua vita una sorta di impresa permanente e
multipla. (). E si tratta di fare in modo che lindividuo () non sia pi alienato
rispetto al suo ambiente di lavoro e al tempo della sua vita, alla sua casa, alla sua
famiglia, al suo ambiente naturale. Si tratta di ricostituire attorno allindividuo dei
punti di ancoraggio concreti (); come una Vitalpolitik che avr la funzione di
compensare quanto c di freddo, di impassibile, di calcolatore, di razionale, di
meccanico nel gioco della concorrenza propriamente economica. Da qui, ancora,
limportanza di attivare il capitale umano di ciascuno (istruzione, formazione e non
solo), e di convincere ciascuno ad attivarlo come mission unica e totalizzante della
propria vita-impresa. Ed appunto in questa direzione, scrive Foucault, che
abbiamo visto orientarsi le politiche economiche, ma anche quelle sociali e
culturali, come anche le politiche educative di tutti i paesi sviluppati, come di
quelli in via di sviluppo.
Capitale umano, dunque; e dallaltro lato aggiungiamo - il potenziamento
delle retoriche dellinnovazione tecnologica (il tecno-entusiasmo per la rete e per
la Silicon Valley di oggi), perch funzionali allinnovazione sempre e comunque e
perch linnovazione (la scoperta di nuove tecniche, di nuove fonti, di nuove
forme di produttivit, ma anche di nuovi mercati o di nuove riserve di
manodopera) funzionale e necessaria al capitalismo per la sua esistenza
(Schumpeter, da rileggere ne La teoria dello sviluppo economico), per cui occorre
attivare e mobilitare ciascuno verso linnovazione incessante (creando e
promuovendo appunto le retoriche del tecno-entusiasmo e tacciando ogni critica come
patologica tecno-fobia), con il nuovo imprenditore in rete che non chiede pi soldi alle
banche per investire ma ricorre al crowdfunding - che un altro modo di
costruzione della governamentalit tecno-capitalista e della sua egemonia.
E questo esattamente quanto accaduto negli ultimi trentanni in tutta
lEuropa germanizzata cos come in Italia dove dalleconomia dei distretti
industriali al piccolo bello fino al capitalismo molecolare e poi personale, dal lavoro
autonomo di seconda generazione a quello free-lance tutto nella forma ordoliberale
dellimpresa e della concorrenza di ciascuno nel mercato del lavoro, dove il lavoro
cessa di essere un diritto e torna ad essere una merce (Gallino). Modello impresa per
lindividuo e per lo stato (che deve pro-muovere il mercato e farsi impresa e
soprattutto far fare impresa a ciascuno, ma anche ai musei, alle scuole e alle
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universit, al welfare che deve essere azienda sanitaria ma anche diventare welfare
aziendale e sempre meno universale); retoriche della responsabilit individuale per
addestrare ad essere imprenditori di se stessi e a dover essere sempre connessi nellapparato di
produzione e di consumo; darsi da fare come mantra quotidiano (producendo una
versione aggiornata del lavoro come Beruf); sfruttare al massimo il proprio capitale
umano ma allo stesso tempo lasciare che il capitalismo estragga quanto pi
profitto dai dati personali di ciascuno; la chiusura della societ in logiche di
comunit o di comunit-rete; tutelare la concorrenza ma soprattutto promuovere la
concorrenza (promozione aggiunta nel nuovo articolo 117, c. 2, lettera e della
riforma costituzionale renziana - rimuovendo di fatto, con una sola parola, gli
articoli 1, 2, 3, 4, 9, 31, 32, 35, 36, 38, 41, 43, 46 e 47 della Costituzione).
Modello impresa; ma quale impresa? Nellimpresa, scriveva ancora Rpke nel
1963, la democrazia fuori luogo, come in una sala operatoria. La vera democrazia
economica sta altrove e cio sul mercato, ove i consumatori sono elettori al cui
costante plebiscito limprenditore deve adeguarsi se non vuole andare incontro al
fallimento. Tutto ci evidentemente falso (e Vance Packard lo aveva
dimostrato gi da alcuni anni, con il suo Persuasori occulti) perch se la
democrazia non ovunque, anche nellimpresa, anche nella rete (e dire che il
crowdfunding sarebbe una democratizzazione della scienza e dellinnovazione, come si
scritto, un falso ideologico, perch invece, e ancora, socializzazione del
capitalismo, pedagogia capitalista, governamentalit capitalista), e se la democrazia
non ovunque e non lo in modo crescente, la democrazia scompare.
E oggi, lordoliberalismo gi egemone forse pi del neoliberismo nella
forma economica e tecnica assunta dalla societ globale dilaga e diventa
egemone anche in rete e questa volta ordoliberalismo 2.0 diventato il nuovo tutto, il
nuovo ordine normativo tecnico ed economico che deve integrarsi negli altri ordini.
Perch se lordoliberalismo ci che stato sopra descritto, la rete allora
ordoliberale (pi che neoliberista) per essenza, per pedagogia e per governamentalit
della vita individuale e collettiva e lo pi ancora del vecchio ordoliberalismo
fisico. Perch ordoliberalismo 2.0 gran parte (non tutta, certo, ma sicuramente la
sua gran parte) della sharing economy (pi spesso una mera economia della
sopravvivenza che nuova new economy); il modello Airbnb e Uber e soprattutto
luberizzazione crescente del lavoro; lillusione dellauto-imprenditorialit via
rete (che comunque presuppone e obbliga ad una subordinazione allapparato e
al capitalismo di piattaforma); la forma impresa che pervade leconomia in rete
trasformando ciascuno in microcapitalista in ogni atto che compie e in imprenditore e
ad esserlo a 360 gradi, 24 ore al giorno, 365 giorni allanno; nel principio della
concorrenza-competizione che pervade leconomia in rete (anche quando si
traveste da sharing).
Ma lo anche nella creazione di una (falsa) socialit in rete, anche se
compensativa della freddezza della tecnica e degli effetti del mercato e che passa
attraverso le retoriche della condivisione (in realt noi condividiamo mentre loro, i
signori della Silicon Valley fanno profitti - grazie al nostro condividere - con il Big
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Data e gli analytics, utili s a monitorare ad esempio gli anziani da casa loro, e
saremmo cos in una vera economia solidale e sociale, ma che sono soprattutto
una risorsa inesauribile per il business come recitava una pubblicit della Ibm con lo
slogan: Costruiamo insieme un pianeta pi intelligente); e quelle del crowdfunding, del coworking, della peer production, del crowdsourcing, delle social street e delle piccole comunit in
rete e delle smart cities. Per un futuro fatto di tante piccole fabbriche personali e un
movimento incessante di artigiani digitali che finalmente sostituir la pessima
produzione di massa (secondo il tecno-entusiasta Chris Anderson). Con
laggravante, per, che in rete arbitro oggi lo stesso mercato & la rete e lo stato
semmai divenuto ancor pi giocatore della squadra del mercato e dellinnovazione
tecnica, squadra che gioca contro nessuno perch lavversario (come larbitro) ha
abbandonato il campo da tempo. Lordoliberalismo convola cos a nozze con il
neoliberismo austro-americano e con lanarco-capitalismo della Silicon Valley;
lanti-monopolista ordoliberale si allea con gli oligopolisti neoliberisti e con il
capitalismo delle piattaforme; la concorrenza vale solo per il nuovo proletariato
digitale sempre pi uberizzato (e sempre pi individualizzato, quindi impossibilitato
a costruire una propria coscienza di classe o di cittadinanza o di uscita dalla
minorit) ma non per gli oligarchi del silicio e per gli imprenditori della quarta
rivoluzione industriale. Tutti liberali meglio: capitalisti - che agiscono su fronti
diversi ma, appunto, convergenti tra loro nel costruire un ordine tecnico e capitalista
apparentemente libertario e liberamente condiviso, in realt potentemente
biopolitico e religioso, integrante e omologante (ciascuno liberamente servile),
economico e normativo-normante, destrutturante (la societ e la democrazia) per
strutturare meglio lapparato. Per cui siamo tutti imprenditori, tutti capitalisti, tutti tecnoentusiasti, tutti connessi, tutti al lavoro nella grande fabbrica digitale globalizzata del tecnocapitalismo (anche se in forma individualizzata).
Dunque: moriremo ordoliberali anche se entusiasticamente 2.0?

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