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Capitolo 2 Disabilitazione e potere

L’uomo non può fare a meno di discriminare sulla base di caratteristiche selezionate, l’operazione di
distinzione non ha una valenza positiva o negativa di per sé, poiché è una necessità che deriva dalle
strutture con cui è equipaggiata la specie umana.

Bisogna essere consapevoli di tale aspetto per l’elaborazione di strategie di controllo e gestione de suoi
effetti ritenuti indesiderabili o indesiderati; anche il termine stesso di disabilità ha a che fare con
l’inevitabilità della distinzione discriminazione operata da esseri umani.

Il fenomeno di disabilitazione è il risultato del potere di distinguere, discriminare fra essere umani
articolato in un certo numero di passaggi, un primo passaggio è quello della distinzione tra corpi
pienamente umani e corpi non pienamente umani, segnalati dal termine menomazione. L’idea stessa di
ammettere che esistono corpi che presentano scostamenti troppo pronunciati rispetto agli esseri
pienamente umani allarga la propria prospettiva cognitiva e ci prepara ad una maggiore complessità.

Quando etichettiamo una persona per la sua menomazione, lo facciamo in virtù del suo discostamento
dalla norma, e questa è una delle critiche più frequenti riconducibile ai disability studies ed in particolare si
critical disability studies.

Nominare quindi una persona in questo caso significa darne un giudizio di valore, che lo discrimina rispetto
alla categoria di persone definita normale, quindi partendo da ciò che non è, la nominazione è scelta in
maniera arbitraria da chi la ritiene normale e accettabile e a nulla serve l’autodefinizione da parte
dell’interessato poiché considerato meno di ciò che dovrebbe essere e quindi non in grado di parlare di sé.

Il secondo passaggio comprende proprio l’idea che questi individui intralciati non possono autodefinirsi
poiché questa azione può costituire un pericolo per l’insieme delle nominazioni costruite per escluderli dal
novero dei pienamente non umani,.

Nel terzo passaggio si ritiene che il processo di disabilitazione comporta la sottrazione di abilità che si
ritengono tipiche e irrinunciabili per un essere pienamente umano, dal punto di vista fisico, intersoggettivo
o sociale

Nella disabilitazione quindi è importante avere una corretta definizione del termine abilità.

Una volta legittimata quindi questa esclusione, si passa al quarto passaggio, ossia quello di intervento per
modificare la situazione dei corpi intraciati, a cui quindi viene demandato ai pienamente umani il compito
di correggere o modificare una situazione ritenuta inaccettabile. Da qui emerge anche la necessità di una
istituzionalizzazione dei corpi intralciati e disabilitati

Tutto ciò contribuisce a fenomeni di invisibilizzazione poiché a questi individui viene sottratta la possibilità
di parlare di sé stessi nel proprio linguaggio e nello stesso tempo esprimere giudizi riguardo agli interventi
progettati e attualizzati da qualcun altro..

Una invisibilizzazione che comporta anche il compito di stabilire dei chiari confini che non devono
assolutamente essere sorpassati dai pienamente umani, ovviamente questo processo non può essere totale
poiché è necessaria che l’esistenza dei corpi non conformi sia nota ai normali.

L’impalcatura giustificativa che porta con sé stereotipi e pregiudizi, credenze ecc, viene condivisa non solo
in ambito medico scolastico o assistenziale, ma anche dagli stessi familiari, seppure in maniera più morbida.
Nonostante queste osservazioni non lascino spazi ad un cambiamento verso una minore esclusione dei
corpi intralciati e disabilitati, non si può escludere l’idea che vi siano una pluralità di altra opzioni
interpretative e di definizioni.

La prima strategia da applicare è quella di rifiutare i termini di menomazione e di disabilità ma piuttosto


usare termini come intralcio e disabilitazione, poiché nominare diversamente può costituire un primo passo
verso l’esercizio del potere di modificare la realtà pretendendo la rinegoziazione dei nomi già attribuiti.

La seconda strategia è quella di partire dal concetto di abilità e non disabilità, come sostenuto dai disability
studies.

La terza strategia viene fuori dalla messa in questione che gli individui intralciati o disabilitati debbano
essere messi sotto la tutela d’individui pienamente umani che parlano in loro nome e per conto loro;
questa critica non presuppone la volontà di lasciare gli individui a sé stessi ma i rappresentanti dovrebbero
ascoltarli utilizzando tutte le modalità d’interazione e linguaggi e successivamente parlare per loro.

L’approccio dei disability studis volto alla eliminazione degli stereotipi e pregiudizi nei confronti degli
individui intralciati e disabilitati, sembra aver fallito per molti.

Il concetto stesso di inclusione sembra nonostante tutte le politiche attuate in favore di essa strettamente
connesso all idea di tutela e giusta rappresentanza in cui gli individui intralciati continuano ad essere esclusi
e posti sotto la tutela degli altri.

L’inclusione perde la sua consistenza quando è pensata da istituzioni politiche, sociali ed economiche,
senza tener conto della necessità e dei punti di vista degli individui intralciati e disabilitati, la scuola
anch’essa segue delle logiche di potere di tipo verticale e che ha come pubblico di individui che sono
considerati sotto la tutela di altri definiti adulti normali che hanno scarse conoscenze in merito
all’inclusione.

Questi interventi che vengono presi dall’alto fanno sì che vi sia sostanto una inclusione formale , poiché i
provvedimenti e gli interventi vengono fuori da ciò che è stato già ritenuto e nominato come vero e buono
da parte del gruppo dei pienamente umani, escludendo tutti gli altri.. L’Inclusione quindi, se analizzata in
maniera approfondita viene generata dalla stessa fonte dell’esclusione.

Capitolo 4 Pratiche della disabilità nei contesti educativi

La scuola ha un ruolo importante nella produzione culturale della differenza e della disabilità, le pratiche
didattiche e pedagogiche contribuiscono a formare rappresentazioni culturali e sociali del mondo.Essa ha
come compito quello della formazione dell’identità fornendo opportunità di sviluppo di un’identità positiva,
di interiorizzazione di contesti e relazioni interpersonali e di sperimentazione.

Le rappresentazioni sociali sono fenomeni cognitivi che impegnano gli individui in un contesto sociale
all’interiorizzazione delle pratiche e delle esperienze, non sono altro che processo di organizzazione e
costruzione simbolica della realtà.

Il sistema di rappresentazioni permette al linguaggio di costruire significati condivisi, i quali organizzano e


regolano le pratiche sociali, influenzano la nostra condotta ed hanno degli effetti pratici.

La rappresentazione che gli studenti normali hanno dei propri compagni disabili consiste in una visione
dicotomica il cui si pone un noi e un lui/lei esterno al sistema di pratiche e progetti possibili.
Osservando invece le norme, si può affermare come esse servano appunto a normare, a normalizzare
qualcosa che di per sé è ostile che accresce la distanza tra normale e anormale.

La disabilità acquista una connotazione sempre più negativa con la nascita della società industriale e
capitalistica, nella quale si sente l’esigenza di porre gli uomini su uno stesso scalino di dignità preservando
le differenze economiche e sociali e di fronte alla figura del lavoratore si pone quella antitetica del disabile,
deformato, il cattivo lavoratore non servile, la disabilità è definita come limitazione o restrizione alla
possibilità di una vita nomale e di un deficit relativo alla salute.

Da qui nasce l’idea di normalizzare, un processo che è frutto di accumulo di conoscenza attraverso
l’osservazione, l’esame e la documentazione costanti che producono norme.

La scuola si muove in tal senso, prevedendo speciali provvedimenti per le persone che non rientrano nella
norma precostruita, e la presenza stessa di figure assistenziali o di sostegno specifico rappresenta un forte
significante della differenza tra i bambini.

L’abilismo invece è un tipo di pensiero che vede il deficit come qualcosa di intrinsecamente negativo e
dovrebbe essere compensato da processi e procedure finalizzate a colmare tale divario, una delle derive più
comuni è l’idea che l’individuo adulto sia un soggetto capace di di badare a sé stesso, mentre la disabilità
viene assimilata alla dipendenza.

Da qui quindi la disabilità assume rappresentazioni negative del concetto stesso di disabilità, portando con
sé tutti i suoi stereotipi; l’abilismo è stato anche adottato nel contesto scolastico e vede la lettura della
disabilità secondo un modello medico; comporta anche una predisposizione di spazi appositi per i disabili
in luoghi o gruppi speciali e quindi ciò comporterà una successiva stereotipizzazione.

Connesso al concetto di abilismo vi è quello di meritocrazia, la quale valorizza il valore produttivo, l’ordine
meritocratico su cui si basano le società è fondato sulla crescita economica laddove è l’intelligenza a
rappresentare la capacità di aumentare la produzione e quindi è strettamente connessa anche all’ideologia
neoloiberale.

Le cause del fallimento e dei lavoratori è quindi da attribuire all’incapacità individuale di adattarsi a un
atteggiamento imprenditoriale e a un sistema meritocratico

Questo sistema non è efficace all’apprendimento poiché pone come scopo principale l’eccellere rispetto ad
altri, mentre lo scopo principale è acquisire conoscenze, ed estremizza l’individualismo generando
un’incapacità nei soggetti di trarre vantaggio dai lavori di gruppo e questo confligge apertamente con le
finalità inclusive della scuola.

In conclusione il sistema scolastico è fortemente influenzato dai sistemi politici economici, sociali e culturali
che lo contengono e spesso lo soffocano ma l’azione didattica non deve ridursi ad essere mera esecuzione
delle direttive ministeriali.

La scuola ha il compito di abbattere gli stereotipi che derivano da una concezione negativa della disabilità,
superando i pregiudizi personali.

Capitolo 7 Formulare e implementare politiche e pratiche scolastiche inclusive


Molta attenzione è stata posta negli ultimi anni nei confronti delle politiche inclusive in ambito scolastico,
c’è da dire che tuttora molti studiosi in materia continuano a focalizzare la loro attenzione sui processi
integrativi dei bes, contribuendo alla confusione sostanziale tra integrazione e inclusione.

Molti studi si muovono su questa linea facendo sì che le normative ritenute inclusive in Italia continuino a
focalizzare l’attenzione sulla progettazione per gli alunni con disabilità senza tener conto del contesto
classe e scolastico.

Molti ritengono che la mancata implementazione delle politiche inclusive sia dovuta al fallimento delle
politiche educative già esistenti (ossia quelle integrative), sostenendo che l’integrazione scolastica sia una
pratica inclusiva, cosa che in realtà non è.

Il nostro sistema scolastico ha fatto molti progressi in tal senso negli anni settanta, ma oggi richiede delle
risposte diverse

Anche a livello internazionale si assiste alla pubblicazione di rapporti e dichiarazioni dei diritti delle persone
con disabilità, e anche l’Italia pone l’attenzione a questo tema con l’adozione di politiche in loro favore.

La legge del 2013 sui Bes raccoglie 3 categorie fondamentali: alunni con DSA, i disabili con la legge 104, la
terza è quella degli alunni con difficoltà di apprendimento per svariate ragioni ( economiche, sociali…).

Il resto del mondo è contrario però al concetto dei bes nei principi dell’educazione inclusivi, anche se l’Italia
ha agito in maniera differente, molti studiosi sostengono che questa categorizzazione possa minare le
politiche inclusive.

Ancora una volta gli alunni sono identificati in base alla loro condizione biologica e quindi il problema
rimane il funzionamento problematico dell’alunno rispetto a uno standard normativo dominante.

Il concetto di Bes focalizza l’attenzione su una risposta individualizzata mentre l’inclusione si focalizza su
una risposta di tipo sistemica.

Tutto ciò non significa che non vada posta l’attenzione su cosa fare per superare tali difficoltà e ridurre
quindi le barriere all’apprendimento e alla partecipazione,; i piani di accoglienza per l’inclusione a tal
proposito mettono l’accento sul numero degli alunni con disabilità per capire quante risorse finanziarie,
umane e strutturali necessiti la scuola.

Esistono inoltre due linee riguardo all’origine dell educazione inclusiva: una prima che la vede come
un’evoluzione dell’educazione speciale e dell’integrazione scolastica, che ha visto la chiusura di tutte le
forme di segregazione, a partire da quelle più gravi (scuole e classi speciali), la seconda la considera come
uno studio del sistema scuola e in particolar modo dei processi di apprendimento e insegnamento; in essi
l’educazione mira a rendere i contesti e le pratiche scolastiche inclusive, e ha focalizzato la sua attenzione
non sulle difficoltà e mancanze degli alunni ma è partita dall’educazione e dalla scuola per rispondere alla
differenza in modo dignitoso e in forma preventiva.

La premesse teoriche dei disability studies permettono non soltanto agli studiosi dell’educazione inclusiva
di uscire dal paradigma integrativo che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, ma a porsi delle
domande sulla qualità dei sistemi educativi e sulle relazioni che si sviluppano all’interno di esse.
I disability studies costruiscono la differenza non in termini di patologia individuale ma spostando l’ottica
dal deficit dell’alunno agli ostacoli che gli alunni devono affrontare; sostengono fermamente l’Idea che le
normative attuali in merito all’inclusione riproducano sostanzialmente quanto già avviene nella scuola
nell’integrazione.

Quindi possiamo individuare due problematiche legate alle politiche inclusive: una che riguarda le
normative che si dichiarano inclusive ma continuano a seguire logiche di tipo integrativo, un’altra afferma il
complesso processo d’implementazione di queste normative sul piano scolastico, che subiscono processi di
decodifica, interpretazione, traduzione e negoziazione di significati da parte di vari attori nei vari contesti
sociali e scolastici.

Capitolo 8 L’insegnante inclusivo e la sua formazione

Malatesta vede la relazione educativa come un qualcosa che deve essere fallibile sta e contingente: nel
primo caso essa deve promuovere l’esercizio del dubbio e il rispetto dell’errore non come sbaglio ma come
espressione di una soggettività, di un sistema errante; egli sosteneva che la libertà è la via per giungere
mediante l’esperienza al vero e al meglio, e non può esserci libertà se non c’è libertà di errare. Infine
contingente perché il pensiero e l’azione rinunciano all’autoriproduzione forzata, occorre lasciare liberi gli
altri di fare.

I disability studies si riallacciano a questo concetto poiché sostengono che nell’inclusione ci sia una
decostruzione dell’ovvio attraverso la funzione della critica.

Nella visione neoliberista la società e i rapporti umani cambiano e vengono inserite in un mondo sempre
più carico di conflitti, dove le identità sono definite come prodotto definito e statico, come atto di
riconoscibilità immutabile da contrapporre ad altre ritenute non conformi e non consone.

Anche lo stesso tempo, lo spazio e le risorse vengono sottratte. La struttura del lavoro ha determinato la
limitazione della giocosità del tempo, progressivamente si è venuta a determinare una ottimizzazione del
tempo

Siamo immersi in una società nella quale non abbiamo padronanza e libertà del tempo

Il sistema scolastico nella visione liberista tutti coloro che si discostano dai canoni di performatività previsti
e stabiliti devono essere curati ricondotti alle buone prassi stabilite da linee guida calate dall’alto.

In tale ottica si è incentrati a ricercare sempre soluzioni , con lo scopo di dimostrare, non migliorare, per
poter poi essere valutati secondo una logica comparativa in cui tutti sono chiamati a dare meglio di tutti gli
altri.

Per quanto riguarda le persone invece siamo portati all’identificazione precoce del disturbo per il suo
inquadramento diagnostico, siamo di fronte al fenomeno della bessizzazione(ossia usare sile e siglette per
designare un termine es.adhd, pei, pdp) . E ovviamente pensare all’allievo come caso comporta isolarlo e
per questo va messa in atto una didattica speciale per l’inclusione nella pratica.

Per quanto riguarda il sistema due sono le critiche che vengono fatte:

una fa riferimento al sistema i valutazione, che ancora una volta parte dall’alto e non dal basso e risponde
sempre ad una esigenza di controllo sistematico e non coinvolge gli allievi. Altra critica è quella in
riferimento al fatto che nonostante si siano poste già da tempo le basi per una didattica inclusiva ancora
persiste in classe la presenza di due approcci: uno per la maggior parte degli individui, l’altra invece
individualizzata e personalizzata per gli altri che li vede portatori di bisogni speciali.

Proprio per tal motivo a tale concetto si connette sempre quello di medicalizzazione, in cui non si fa solo
riferimento all’adozione di approcci clinici ma anche su un paradigma, qual è quello bio-medico individuale
che detta le linee su chi ha il sapere tecnico richiesto e riconosciuto come attendibile

Tutto ciò non solo non ha nulla a che fare con i concetti di individualizzazione e personalizzazione ma
genera anche fenomeni di marginalizzazione ed esclusione nella scuola.

La figura dell’insegnante di sostegno e curricolare in Italia è caratterizzata da poca interazione e sinergia


tra loro, una distinzione che si palesa già nella loro categorizzazione.

Molte solo le problematiche connesse alla separazione dei ruoli, una è quella che riguarda la progettualità
non condivisa, poiché la cultura del team teaching in italia non è mai decollata., il secondo fa riferimento
all’uso ancora forte della didattica tradizionale sia per quanto riguarda i contenuti che le procedure
valutative. Infine l’esclusione degli allievi che non sono inquadrati nel mainstream della classe poiché si
ritiene che il deficit sia così grave da non renderlo partecipe alle normali attività di classe

Per questo che si auspica alla formazione di un insegnante inclusivo che nell’esercizio delle sue funzioni sia
in grado di rispondere alle criticità emerse.

Il termine inclusione o inclusività della scuola e della società non si risolve in un’azione rivolta a singole o
specifiche categorie di allievi o di individui per fare in modo che essi stiano con tutti gli altri, esso si pone
come una sfida alla normatività tipica del paradigma assimilazionista della scuola regolare

Come primo aspetto l’insegnante inclusivo deve essere promotore di un valore assoluto che compendia e
conferisce senso a tutti gli altri: il riconoscimento infinito dell’altro; in secondo luogo vi sono le politiche
inclusive, si tratta della dimensione del socializzare comunitariamente ( prima condizione è agire dal basso
ossia restituendo la responsabilità decisionale alle comunità in azione, la seconda condizioneè quella delle
politiche inclusive). Nel secondo aspetto bisogna imparare a essere plurali in cui non vi deve essere nessuno
etichettato per una specifica categoria (approccio culturale)

Gli inseganti devono collaborare e cooperare tra loro non secondo modalità imposte dall’alto ma dal basso
e collettivamente, un cambiamento di prospettiva da verticale a orizzontale.

La terza dimensione è quella delle pratiche, tenendo conto del fatto che l’insegnante è anche conoscitore
delle didattiche che permettono agli alunni di raggiungere il successo formativo. (abbiamo varie didattiche,
quella metacognitiva, quella narrativa, quella sulle intelligenze multiple, l’e-learning, didattica con gli Eas…)

Queste tre dimensioni (cultura,politica e pratiche) devono agire sinergicamente altrimenti l’insegnante si
riduce a tecnico.

Vi deve essere supporto delle evidenze scientifiche nell’utilizzo delle didattiche e co-progettualità tra
insegnante curricolare e di sostegno (team teaching)
Capitolo 10 uscire dall’inclusione

La definizione e il significato dell’inclusione e dell’istruzione inclusiva è ancora oggi oggetto di un forte


dibattito, in Italia in particolare ancora vi è molta confusione tra i concetti di inclusione e integrazione che
si mescolano fra loro.

L’inclusione viene spiegata attraverso un insieme di obiettivi e contestualizzazioni: inserimento di tutti,


acquisizione dei diritti, condizioni e ruoli per la partecipazione sociale,appartenenza, riconoscimento
reciproco, equità….Il termine era già presente negli anni Ottanta e mette in discussione il sistema riduttivo
di integrazione per la sua prospettiva di inserimento e di adattamento al contesto, in Italia verrà presentato
solo negli anni Duemila provocando reazioni negative per la sua messa in discussione del sistema
integrativo italiano.

L’inclusione, come ribadito in più occasioni risponde ai differenti bisogni educativi e si realizza attraverso
strategie finalizzate ad accrescere le potenzialità di ognuno nel rispetto del diritto all’autodeterminazione e
all’accomodamento.

L’inclusione non deve riguardare solo la parte dei alunni Bes altrimenti in tal caso, si cadrebbe nella solida
categorizzazione di alunni già inclusi e alunni che non lo sono, ma deve coinvolgere tutti

L’espressione aprire alle differenze viene spesso sfruttata ma assume una connotazione negativa poiché
basata sulla categorizzazione tramite confini: gli stessi Bes o gruppi marginaali o con disabilità subiscono dei
processi adattivi e di normalizzazione mediante supporti compensativi e riabilitativi.

La Convenzione riconosce alle persone con disabilità un uguale diritto a vivere nella comunità con la stessa
libertà di scelta delle altre persone e orienta le politiche a tale diritto, alla piena inclusione e partecipazione
della comunità.

Il lessico della convenzione utilizza indifferentemente inclusione e integrazione come se fossero sinonimi e
quindi sovrapponibili.

In Italia la storia dell’integrazione scolastica ha visto la nascita di dibattiti, sperimentazioni e scelte


legislative oraggiose a partire dagli anni sessanta- settanta, che sostenevano il superamento delle classi
differenziali, ma non di quelle speciali (piuttosto una loro riorganizzazione)

Il dibattito pedagogico riguardava soprattutto la frattura culturale presente fra il concetto di svantaggio
interpretato in termini di esito sociale e quello di disabilità che veniva assimilato, invece, al non
funzionamento per condizioni deficitarie interne alla persona, i primi considerati recuperabili i secondi
lasciati alla gestione della cultura biomedico individuale.

Legge 517 1977 vira sul versante bio medico e specialistico nonostante la proposta di due anni prima a
superare lo specialismo.

104 1992 Legge quadro sull’handicap, rimane fortemente influenzata dalla legge 517, dove la norma, il
deficit, l’abilismo, l’orientamento biomedico, la specializzazione dell’insegnante per il sostegno e la
certificazione dell’equipe medico sanitaria rappresentano i dispositivi dell’integrazione.

Linee guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disablità 2009 confermano e assumono il modello
biomedico individuale
Lo stesso dicasi per la direttiva ministeriale sui bes del 2012 che conferma l’integrazione come principio
fondante e il mantenimento del modello biomedico

L’ attenzione verso i Bes è stata formalizzata sia in Itaia che in ambito internazionale, anche se in entrambi i
casi il modello inclusivo non è stato sviluppato appieno ; si può dire che nel modello integrativo che ancora
oggi è forte non sono esclusi soltanto i Bes ma anche coloro che appartengono alla norma o coloro che
sono fuori norma in positivo ( definiti già inclusi)

I disability studies focalizzano la loro attenzione proprio su questo aspetto della cultura integrativa che
esclude entrambe le categorie

I disability studues è un ambito di studio di ricerca interdisciplinare che si è sviluppato negli ultimi venti
anni principalmente in Inghilterra e negli Stati Uniti, essa decostruisce la concezione di disabilità nel suo
legame con il deficit, con la norma standardizzata. Essa negli ultimi anni ha avuto modo di confontarsi con
diversi filoni teorici come i critical disability studies, i quali focalizzano la loro attenzione su temi considerati
secondari dai ds, come la centralità della struttura economico- sociale come unico fattore causale della
disabilità.

In Italia i ds non hanno avuto molto spazio nei dibattiti e nelle riflessioni pedagogiche e accademiche e la
ragione è da ricercare nel fatto che le diverse discipline hanno delegato alla prospettiva bio-medica
individuale la gestione culturale e disciplinare delle condizioni deficitarie

Possiamo riassumere il tutto affermando che l’inclusione si rivolge a tutte le differenze senza che queste
siano definite da categorie e da criteri deficitari, critica il modello bio medico individuale, tende a superare
ogni forma di discriminazione e di esclusione sociale, richiede un cambiamento del sistema culturale e
sociale esistente per permettere la partecipazione piena e attiva di tutti, oltre ad eliminare qualsiasi tipo di
barriera.

Tutto questo implica necessariamente un cambiamento e riposizionamento culturale che non si limiti
all’area dell’educazione, ma che coinvolga anche la politica nel superare la sua impronta medicalizzante
costruita sulla teoria biomedica del deficit individuale