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“Sempre stenta ci no se contenta”. “Ci vol star ben, ciapa le robe come le vien”.

In apparenza i due proverbi sembrano dire più o meno la stessa cosa ovvero la felicità (fare una vita non
“stentata”, “star ben”) consiste in una sorta di rassegnazione, moderazione, capacità di adattamento.

In realtà trattano di due problemi filosoficamente abbastanza diversi.

Il primo proverbio sottintende una questione molto dibattuta in filosofia e cioè il rapporto tra il desiderio-
soddisfazione-felicità. Freud direbbe tra principio di piacere e principio di realtà.

Il secondo invece tratta del rapporto tra libertà e destino; tra ciò che noi vogliamo, sogniamo, progettiamo
e ciò invece che ci “capita”, i casi della vita che non dipendono da noi e si impongono con la loro necessità.

Il desiderio è certamente una potenza vitale: una vita senza desiderio è una vita spenta. È l’energia che dà
una meta e un senso al nostro agire. Esso rivela però che l’uomo è strutturalmente un essere manchevole.
Noi desideriamo perché qualcosa ci manca: non siamo mai completi, in pari con noi stessi. La nostra vita
rischia di trasformarsi in una corsa senza fine, in un vuoto tendere che genera infelicità. C’è un’eccedenza
del desiderio che non trova e non può trovare soddisfazione nell’oggetto, sia esso un bene materiale
oppure una relazione. L’oggetto del nostro desiderio sarà sempre deludente, perché appunto il desiderio è
per sua natura infinito.

Di fronte alla contraddizione tra desiderio e realtà la via suggerita dal nostro proverbio assomiglia molto a
ciò che consigliava Epicuro: «qualora non abbiamo il molto, possiamo accontentarci del poco; siamo infatti
persuasi che godono dell’abbondanza soprattutto quelli che non ne sentono il bisogno, e che tutto quanto è
naturale è assolutamente facile da procurarsi, mentre quanto è superfluo è difficile da procurarsi». 1

Schopenhauer ha scritto: «Il mezzo più sicuro per evitare l’infelicità consiste nel non chiedere di diventare
molto felici, dunque nel ridurre le proprie pretese a una misura assai moderata in fatto di piacere, possesso,
rango, onore, ecc.: infatti proprio l'aspirazione alla felicità e la lotta per conquistarla, attirano grandi
sventure. Ma ciò che è più opportuno e saggio è la moderazione» 2.

Qui si misura la distanza tra la società contadina, che invitava alla frugalità, e la società attuale, che si regge
sull’illimitata espansione. Mentre per i nostri avi valeva il principio “Desidera ciò che hai e avrai tutto ciò
che desideri”, per la società consumistica il desiderio viene costantemente sollecitato in vista di una
soddisfazione materiale per sua stessa natura impossibile. È quanto denunciato da Serge Latouche che
critica la società dell’accumulo, definendo la pubblicità “un mezzo studiato per rendervi scontenti di ciò che
avete e farvi desiderare ciò che non avete” 3. Anche Marx aveva peraltro sentenziato: “L’infelicità della
società è lo scopo dell’economia politica”4.

Il secondo proverbio ci ricorda la terza regola della morale provvisoria di Cartesio: «Vincere sempre
piuttosto me stesso che la fortuna, e modificare piuttosto i miei desideri che l’ordine delle cose del mondo e
in generale assuefarmi a credere che nulla, all’infuori dei nostri pensieri, è interamente in nostro potere» 5.
C’è qui un’evidente ripresa della morale stoica secondo la quale il saggio sa che noi siamo in balia degli
eventi della vita (una disgrazia, una malattia, un lutto) e che una necessità inesorabile, indifferente al nostro

1
Epicuro, Lettera a Meneceo in Epicuro, Massime e aforismi, Roma, Newton Compton Editori, 1993, pag. 39
2
Arthur Schopenhauer, L’arte di essere felici
3
Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Milano, Feltrinelli, 2007, p. 42
4
Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino, Einaudi, 2004, p.16 citato in Maurizio Ferraris, Felicità.
Che cos’è la ricerca della felicità?. 2012, Gruppo editoriale L’Espresso, Roma, pp.10-11
5
René Descartes , Discorso sul metodo, Bari, Laterza, 1987, p. 72
interesse, spezza aspirazioni e desideri; ma c’è una cosa, una sola cosa che dipende da noi e che nulla può
portarci via: è la volontà di fare il bene, la volontà di agire secondo ragione 6.
Questo non vuol dire subire passivamente tutto ciò che ci viene addosso: si può anche combattere e
resistere ma soprattutto si può scegliere sé stessi dentro gli eventi che non dipendono da noi.
È quella che Victor Frankl ha chiamato l’ultima libertà ovvero il modo con cui «l’uomo si atteggia di fronte
alla limitazione del suo essere» perché «tutto si può portare via a un uomo tranne una cosa: l’ultima delle
libertà umane, che è quella di decidere la propria linea di comportamento in qualunque circostanza e di
seguire la propria strada…In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime
circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente» 7.

Il destino è ciò che sta fermo di fronte a noi (deriva del greco istemi= stare) e ci interpella; non sempre la
nostra volontà può imporsi ma certamente può rispondere, in un modo o nell’altro: di fronte a ciò che
“viene addosso”, noi decidiamo di noi stessi.

Il proverbio del prossimo appuntamento: “Tuti i gusti xe gusti: gh’era anca quel che ciuciava un ciodo”

6
Vedi Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica?, Torino, Einaudi,1998, pag. 124
7
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Milano, Ares, 2009. Pag. 44