Sei sulla pagina 1di 89

Geopolitica delle prossime sfide

torino utet

La geografia politica fotografa un certo momento dello stato: studia lo stato. La geopolitica va oltre: tende a fare delle previsioni e programmazioni. Lo stato è tenuto insieme da: economia, territorio, cultura e sovranità. Questo è cambiato perché l’economia (elemento nuovo che solo da poco si prende in considerazione) si è internazionalizzata e sta dividendo lo stato: infatti, essendo diviso in territori più ricchi ed altri meno, quelli ricchi comunicano con territori di un altro paese che hanno lo stesso livello produttivo: avviene un allentamento tra territori ricchi e poveri (forze centrifughe). Inoltre la globalizzazione sta mettendo a rischio la sovranità dello stato. Lo sviluppo della tecnologia e della differenziazione della cultura indebolisce lo stato dividendo il popolo (inteso quello attivo, da non confondere con popolazione che è l’insieme delle persone che costituiscono uno stato). Prima la politica era nazionale, adesso deve essere internazionale: gli stati entrano in una dimensione internazionale per mantenere la propria integrità territoriale (anche partecipando a organizzazioni internazionali). Se da una parte lo stato subisce forze centrifughe esterne ed interne (movimenti di etnie e minoranza), dall’altra fa di tutto, anche concedendo deroghe alla sua sovranità, per mantenere la coesione statale. Lo stato è un organizzazione sociale in grado di esercitare sovranità per un tempo ragionevolmente lungo su un territorio e un numero di persone sufficientemente ampio da costituire una popolazione (eccezioni: la città del Vaticano non ha una sua popolazione e lo stato palestinese non ha avuto fino al 1993 un suo territorio con il trattato di Oslo ed ha ridotto controllo tuttora). È diverso il caso dei microstati, i quali sono riconosciuti nel diritto internazionale anche se si sta mettendo in dubbio la legittimità del diritto che questi paesi consentano il trasferimento di capitali senza controllo (i paradisi fiscali sono presenti i Europa, Asia e America: è stata stilata una lista nera che contiene però anche dei paesi di dimensioni “più grandi”; inoltre sono presenti dei paesi, San Marino, Monaco, Svizzera, Lussemburgo, che sono presenti nelle liste grigie). La primavera araba: il popolo è arrivato alla rivoluzione quando è mancato il consenso: dovuto a mancanza di cibo, causato da problemi economici. Per esempio in Egitto c’è stata la templi sostituzione di Mubarak mentre in Tunisia il post-rivoluzione mette in evidenza una forte confusione (in poche parole: a differenza dell’Egitto, dove la rivoluzione ha provocato la sostituzione del presidente, in Tunisia vanno valutate altre situazioni): si sono presentati ben 80 partiti. In Siria, la forte disgregazione è dovuta all’elite degli alauiti che detengono il potere e rappresentato il corpo forte dei militari da quando è salito al governo Afiz al-Asad e seguito dal figlio Bashar: i sunniti sono il 70% e in quanto maggioranza reclamano più privilegi (causa della rivoluzione): 86% di arabi, 7% di curdi e 3% di armeni: il problema non è etnico ma religioso. Ma la

comunità internazionale non è intervenuta, al contrario di quanto è avvenuto in Libia: gli sciiti essendo alleati dell’Iran (in prevalenza sciita) causerebbe una guerra su ampia scala se l’occidente dovesse spodestare il governo sciita di Bashar): è sul mare ed fondamentale come sbocco sul mediterraneo per l’Iran. Inoltre la Russia e la Cina mettono il veto per un intervento delle nazioni unite perché: la Russia ha interessi economici avendo un’importante base navale a Tartus e non vuole rischiare di perderla e perché esporta in Siria materiale bellico che garantiscono introiti; la Cina è per un motivo indiretto: riceve petrolio ed energie da Iran (protettore della Siria). Altri motivi sono che non ci sono risorse e ci sono buoni rapporti tra cristiani (5%) ed altre religioni predominanti. La Siria si estende su 185 mila km² ed è indipendente dal 1946. Forma nel 1958 la RAU con Egitto e Yemen del nord divisa nel 1961 per recesso della Siria per divergenze politiche. poi nel 1963 sale al potere, con un colpo di stato, del partito Bath (ispirazione socialista). Perde le alture del Golan della guerra dei 6 giorni (1967) e nel 1970 salì al potere Hafiz.

Protezione territorio

Molti stati, a causa delle ridotte dimensioni (Vaticano, Monaco, Timor est e paesi caraibici), non sono in grado di proteggere i loro territori da possibili invasioni esterne: li rende molto vulnerabili. Una soluzione, durante la guerra fredda, poteva essere quella di legarsi ad altri stati tramite le organizzazioni internazionali (Patto atlantico e patto di Varsavia). Lo scioglimento dell’Unione Sovietica ha comportato il rafforzamento (da 16 a 28 membri) e l’allargamento degli scopi della NATO: se prima si pensava a difendere il territorio da un invasione sovietica, successivamente sono state svolte molte operazioni (ISAF in Afghanistan, unified mission in Libia) per mantenere la sicurezza nel mondo e la pace. Spesso i paesi, data la loro debolezza e impotenza, possono richiedere forze di peace keeping che puntano a riportare e mantenere la pace su un determinato territorio: spesso è l’ONU che decreta questo genere di missioni ma è capitato (Balcani) che anche altre organizzazioni possano intervenire (Unione Europea:

sempre sotto il patrocinio dell’ONU). Queste forze possono essere adottate solo con richiesta di una delle parti e devono essere rimosse se una delle due lo richiede: anche se questi principi non sono facili da applicare. Esempi sono quelli dell’UNIFIL tra Libano e Israele e rafforzata nel 2006 (da 30 anni: dopo lo scontro con gli Hezbollah: il confine è armistiziale perché non c’è un trattato di pace fra i due paesi). Altre sono a Gaza (confine tra Egitto e Israele), alture del Golan (Siria ed Israele), Timor Est (UNMIT: portando nel 1999 alla sua indipendenza dall’Indonesia che, invece, voleva annetterlo). Molte sono in Africa e il finanziamento è sempre dell’ONU (ce ne sono anche in Kosovo e Bosnia Erzegovina sotto l’egida dell’ONU e l’UE): in particolare in Darfur (UNAMID: al confine con il Ciad) che ha decretato la divisione in due stati:

Sudan e Sudan del Sud; tra Etiopia ed Eritrea; in Sierra Leone dove si occupa della smobilitazione delle milizie che hanno causato la guerra civile (UNIOSIL:

diamanti insaguinati). Parallelo ai peace keeping c’è la sicurezza privata: questo è dovuto al fatto che lo stato necessita di supporto. I contractors hanno modificato la strategia militare: si manda davanti l’esercito regolare che viene coperto dalle truppe mercenarie che però scarseggiano in competenze, strategia e disciplina. La più utilizzata è la blackwater (in Afghanistan e Iraq).

Polizia internazionale (coniato da Roosvelt)

L’11 settembre ha “legittimato” l’utilizzo di questo termine in quanto si ritiene che è possibile utilizzare un esercito su territorio straniero, non per invadere, ma per punire coloro che hanno commesso dei crimini. In questo caso, gli Usa hanno giustificato l’attacco in Afghanistan e Iraq. In entrambi le guerre però l’organizzazione che grarantisce la pace e la sicurezza nel mondo, ONU, non ha dato il suo consenso: gli Usa si sono autolegittimati dicendo che si tratta di “guerra preventiva”. Questo fa si che la sovranità di un paese, soprattutto anche con la globalizzazione, si va disgregando. In particolare va citato il caso della Somalia, stato fallito, che anche avendo un territorio e una popolazione, non presenta una sovranità (si contendono il potere i vari gruppi guerriglieri e i pirati: è interessante notare come la missione dell’UE e appoggiata da Iran e Giappone sia intervenuta in acque somale per fermare la pirateria; in questo caso la legittimazione può essere stata data dai molteplici attacchi dei pirati a navi straniere). Fino al 2006-2007 lo stretto di Malacca era considerato il tratto più pericoloso, le coste indonesiane quelle più pericolose. In ribasso sono i caraibi e va detto che i tratti più pericolosi sono quelli vicini i paesi più poveri (anche le coste orientali della Nigeria, il mar cinese orientale e il golfo della Guinea e nella acque di Haiti): la pirateria è un fattore di geopolitico di grande importanza (mettono in pericolo le tratti commerciali che sono per l’85% via mare. Inoltre mettono in pericolo le petroliere che rischiano di danneggiare l’ambiente e avere ricadute sul prezzo del petrolio). Il covo principale rimane la Somalia i cui pirati che navigano nel golfo di Aden, controllano il canale di Suez: principale tratto per il commercio tra oriente e occidente. La guerra al terrorismo ha ampliato i poteri degli stati dandogli il diritto di giudicare i prigionieri non tanto come militari ma come delinquenti (non giudicabili con processi in quanto come non appartenenti a uno stato sovrano):

questo è il caso della prigione di Guantanamo in cui venivano portati molti prigionieri afgani incolpati di terrorismo: Obama dovette chiudere per violazioni dei diritti dell’uomo). Inoltre ha permesso a molti stati di dotarsi di armi di distruzione determinando due conseguenze: la sovranità del singolo stato viene sacrificata in nome della sicurezza collettiva (infatti il trattato di non proliferazione delle armi prevede dei protocolli che permettono il controllo e la sottomissione dello stato verso il trattato. Inoltre il timore della possibilità di non poter controllare le conseguenze delle armi formando una paura collettiva nello stato, il quale non può usare i confini per fermare questo genere di paure. Il caso più significativo è quello della corea del nord la quale nel 1979 ha iniziato la sua corsa agli armamenti, ma nel 1985 aveva sottoscritto il TNP per poi ritirarsi, dopo che impedì i controlli dell’AIEA, nel 1995. Nel 2007 è stata reintegrata ed eliminata dalla lista nera degli stati alimentatori del terrorismo accettando la richiesta di verifica da parte Usa in cambio di aiuti alimentari ed economici, ma nel 2009 ha testato dei missili balistici. Ha subito dall’ONU un blocco navale. L’Iran invece si attiene al TNP anche se è provato che ha aperto dei siti per l’arricchimento dell’uranio e ha sviluppato una tecnologia a lungo raggio per i missili: però ha sempre ribadito che lo fa per scopi civili. Il paradosso sta nel fatto che lo stato ha bisogno di confini per esercitare le sue prerogative ma queste vengono abbandonate in nome della difesa del territorio e dei cittadini.

Democrazie e globalizzazione

Allo stato spettano altre tre funzioni oltre quella della difesa del territorio:

sviluppo economico, coesione sociale e libertà individuale (Dahrendorf). Ma con l’avvento della globalizzazione questi tre compiti sono difficili da realizzare e la democrazia rischia di perdere le sue fondamenta. Lo stesso Crocuh dice che la globalizzazione limita la democrazia in quanto non riesce ad affermarsi fuori dai confini nazionali: si individua uno stretto rapporto tra confini e democrazia. Ugo Spirito sostiene che non esistono un regime democratico ma esistono tanti tipi di regimi democratici quanti sono i tipi di minoranze capaci di guidare le maggioranze. La democrazia non è costruita solo sulle elezioni e sul sistema politico ma sulle fonti del consenso: ecco perché si parla di democrazia mediatica e dei consumi. È prevalente nel mondo occidentale anche se si sta diffondendo in quei paesi in cui arriva il messaggio occidentale. La cultura che passa attraverso i mass media diventa una cultura di integrazione “estremismo di centro”: si forma una classe facilmente manipolabile che tende a perdere quel senso di libertà e democrazia in quanto non pensa più autonomamente. L’informazione con la globalizzazione si sta internazionalizzando e i confini nazionali vanno disgregandosi. Un'altra novità riguarda internet che erode lo stato in quanto passa le informazioni anche quelle che lo stato, in quanto democratico, non può controllare. Però ci sono dei paesi che limitano internet in quanto l’informazione libera potrebbe incrinare il loro consenso (Iran, Cina, Myanmar). Internet lavora fra i gli stati i quali non possono definire i confini.

Federalismo e dinamismo economico

Se quindi lo stato, durante la globalizzazione, non riesce a mantenere la democrazia, spesso intervengono istituzioni internazionali che sembrano essere più efficaci nel governare la complessità della globalizzazione. Però anche in questo caso le organizzazioni non sono democratiche anche in vista del sistema di voto: basta ricordare che nell’Onu alcuni paesi hanno il diritto di veto, mentre in altre alcuni paesi hanno più importanza dovuto a quanto denaro mettono a disposizione. Altre organizzazioni, come l’Unione Europa dove il parlamento è limitato nelle sue prerogative e la commissione si è vista esautorata dai sempre più frequenti consigli dei capi di stato e di governo . Quel che ne esce rafforzata è la necessità di un reale schema federale, cioè di un sistema che, dai livelli locali più bassi a quelli più generali, sappia mantenere una doppia catena di trasmissione dal basso verso l’alto. Il federalismo nasce come forma di decentramento e sembrava garantire una maggiore partecipazione e rispetto delle minoranze: ma non significa isolare e preservare le specificità locali ma serve a mettere in relazione gruppi e interessi diversi per trovare nuove possibilità di relazioni economiche, politiche e culturali. Il dinamismo economico sta portando verso condizionamenti politici sempre più forti: infatti i paesi hanno interessi sempre più forti sulla rete degli oleodotti e gasdotti che attraversa il mondo in tutte le direzioni. La contiguità territoriale torna così ad essere una precondizione di scelte strategiche che impongono un alto grado di coordinamento e una capacità di scelte comuni. Tra i più rilevanti progetti che richiedono un’unità di intenti c’è il Nabucco che ha lo scopo di portare il gas dal Caspio in Europa senza passare dalla Russia con un costo previsto di 8 miliardi. Le tubazioni dovrebbero passare per Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria: a questi paesi (blocco antisovietico) si collegano i paesi fornitori come il Turkmenistan che sembra rappresentare il fornitore più sicuro. Tra i fornitori l’Azerbaigian non si

schiererà contro la Russia, l’Iran è una carta da giocare perché rimane un nemico degli Usa e l’Iraq potrebbe risultare ancora instabile. Insomma non è facile parlare di indipendenza energetica senza la Russia: poi ci sono altri progetti come il south stream (passa sotto il mar nero aggirando l’Ucraina e collega la Russia con la Bulgaria e tutta l’Europa meridionale) e il north stream (passa sotto il mar baltico (unisce la Russia all’Europa settentrionale). Ma ci sono dei progetti che si scontrano con il south e north stream che non passano dalla Russia (Nabucco primo fra tutti).

Il federalismo appare la risposta più appropriata alla esigenza di democrazia e nel contempo al tramonto di un multiculturalismo in cui alcune culture erano considerate superiori alle altre. Lo stato di per sé deve anche vedere dentro se stesso e come spesso succede all’interno ci sono molte minoranze verso le quali, lo stato deve cedere un po’ di sovranità per garantire la stabilità. Infatti potrebbe capitare che all’interno degli stati si formino delle “zone grigie” (quelle con basso reddito e istruzione: banlieu parigine): “stati nello stato” che sono le cause principali di disgregazione. E così lo stato oltre a lasciare un po’ di autonomia internazionale (federalismo) per diversi motivi (principalmente economico), deve anche lasciarla verso l’interno: è una risposta alla globalizzazione. Ad esempio l’UE ha mostrato come gli stati avessero a cuore la sovranità: se da un lato si è assistito all’unificazione monetaria (favorendo l’economia), dall’altro si è assistito al fallimento della costituzione europea:

infatti avrebbe determinato una perdita di sovranità degli stati in quanto una legge sovranazionale avrebbe prevaricato su quella nazionale. Quindi, se da un lato la risposta alla globalizzazione potrebbe essere il federalismo, dall’altro presenta grandi limiti: esercitano la loro forza solo verso i settori della società più deboli (gli euroscettici fanno leva su questo fattore: ci sono due tipi: coloro che sono a favore del nazionalismo e contro il federalismo e coloro che sono a favore dell’integrazione ma non attraverso l’attuale indirizzo politico). Inoltre tutte le decisioni operative sono frutto di logoranti compromessi: non c’è un opposizione e non può esistere dato che occorre l’accordo generale. Se da una parte il federalismo può apparire la risposta più concreta alla globalizzazione, dall’altra anche il nazionalismo (che può sembrare anacronistico) sembra essere ancora una risposta adeguata: si contrappone a quella perdita del senso di solidarietà e di appartenenza che alimenta pericolose spinte secessioniste e stimola le più perverse forme di malcontento. Insomma fa da contrappeso alla “anomia dei rapporti sociali” di cui parlava Durkheim (in cui anomia significa “individuazione dei migliori e tribalizzazione dei perdenti: suicidio della società”). Questa anomia rappresenta una delle radici del sottosviluppo e del tribalismo (soprattutto nei paesi usciti dal colonialismo). Nel processo di decolonizzazione, il nazionalismo ha avuto un ruolo importante, quello di riformare le istituzioni presenti nate al momento dell’indipendenza che costituiscono una somma di due sistemi completamente diversi: quello europeo e quello autoctono. Se all’inizio il potere era sempre detenuto da un élite europea, con il passare del tempo le élite tradizionali (tribali) hanno preso il potere frammentandolo. Questo è stato un ostacolo al progresso favorendo la criminalità e l’intromissione di multinazionali: la democrazia ha coinciso con un tribalismo falsamente democratico e autoritario.

Alternativa autoritaria

Inoltre lo stato si fa difensore dell’uguaglianza sociale contro la globalizzazione:

se la società contadina è stata travolta da quella industriale, adesso questa sembra essere travolta dalla globalizzazione. Infatti il processo di industrializzazione si è avviato grazie a fattori che non esistono più a causa della forte natura transnazionale che sta assumendo l’economia. Un altro aspetto da tenere in considerazione è il fatto che la globalizzazione ha favorito il moltiplicarsi dei flussi migratori: se prima questo poteva fungere del rafforzamento della coscienza nazionale, adesso, dato il grande numero di immigrati che sono la forza portante nel campo del lavoro, vanno a rendere meno stabile lo stato (dall’interno). Quindi si vanno a creare delle zone grigie che prima non esistevano come è successo nelle banlieues parigine (i banliesards vengono chiamati maghrebini dando, in modo dispregiativo, una definizione generale. Ma loro preferiscono chiamarsi beurs (in dialetto)=arabe) nel 2005: processo di “esclusione sociale”. Queste si rispecchiano sul piano internazionale in quei paesi che si allontanano dalla comunità internazionale come l’Afghanistan e la Corea del nord. Il problema principale dei ghetti urbani (anche favelas e bedonvilles) è la disoccupazione e tutto questo rende una disgregazione all’interno dello stato:

solo uno stato di stampo autoritario può mantenere l’unità e questo va ad evidenziare come la democrazia va disgregandosi. Inoltre per mantenere l’integrità gli stati vanno a riprendere quel senso di nazionalismo laddove le etnie e il popolo lo permetta: infatti può succedere che non sempre ad uno stato corrisponda una nazione (da ricordare l’esempio dell’ex Yugoslavia in cui si possono identificare diverse nazioni in uno stato). Per Manzoni il cardine della nazione era l’unità di sangue, lingua, religione e una comune memoria del passato e un comune senso del futuro. Infatti per quanto riguarda gli Usa non si può parlare di comune memoria, ma la loro unità è riscontrabile nel desiderio di condividere il futuro. Infatti i grandi imperi hanno visto la loro disgregazione per la volontà delle nazioni di creare uno stato proprio: si ricorda all’unione sovietica non un impero) e l’impero asburgico e quello ottomano. In questi due casi la disgregazione era dovuta anche dal fatto che erano molto decentrati anche se con un impostazione autoritaria. Al contrario da quanto avvenuto con lo scioglimento dell’Urss, i due imperi si sono divisi seguendo le direzioni imposte dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale creando così anche dei problemi di tipo pratico secondo i propri interessi. Dopo gli anni 90 si credeva di formare un nuovo ordine politico ed economico ma hanno prevalso i tribalismi e i nazionalismi. Per Stato si intende una comunità umana stanziata e organizzata spontaneamente su un territorio (territorio, sovranità e cultura): senza uno di questi elementi non si può parlare di stato. Il Sahara occidentale era occupato dalla Spagna e poi occupato dal Marocco. È ricco di fosfato e di risorse ittiche e petrolio. La Spagna lo ha lasciato nonostante le proteste del popolo Saharawi (autoctono): Franco si è ricordato dell’aiuto marocchino per la presa del potere. I Saharawi non sono rimasti e sono emigrati ed altri schiavizzati: sono fuggiti in Algeria nella valle del diavolo (tindouf: dove risiede il governo del Sahara occidentale in esilio) che è un posto inospitale. L’Algeria ha dato asilo sul suo territorio perché è in contrasto con il Marocco e non vuole che questo prenda la leadership del Maghreb: inoltre c’è uno scontro ideologico (l’Algeria è più integralista rispetto al laico e filo-

occidentale Marocco). Non si può parlare di uno stato in quanto non è presente l’elemento territorio. Alcuni stati hanno sovranità limitata: i paesi ex-comunisti durante l’URSS. Infatti la Russia manteneva più controllo economico e traeva vantaggi da questi paesi. Si può parlare anche di stati giovani (da poco nati), maturi (Usa, consolidati politicamente), vecchi (europei, non c’è ricambio generazionale), intensivi (Germania dopo II guerra con Ruhr, tendono a migliorare e crescere la propria ricchezza entro i propri confini), estensivi ( puntano all’esterno, come i paesi colonizzatori). I confini perdono importanza con la globalizzazione: la democrazia si frantuma e si accentuano le differenze tra le classi. La nazione è un espressione che riunisce elementi: storici, culturali, religiosi, linguistici, architettonici (moda e cucina). Il nazionalismo è il braccio operativo della nazione: rappresenta l’azione (aspetto dinamico). La Yugolslavia era formata da sette nazioni: esisteva uno stato yugoslavo ma non una nazione. Esiste una nazione statunitense nonostante le tante etnie presenti sul territorio: perché si riconoscono tutti negli Usa che invece non era avvenuto in Yugoslavia in cui le singole etnie si ritenevano appartenenti alla propria nazione. Lo stesso avvenne nell’URSS in cui si ritrovano diverse nazioni. Esistono tante democrazie quante sono le minoranze che possono governare le maggioranze: non esiste una democrazia. La religione e la lingua sono parte della nazione ma non sono elementi essenziali: nel senso che non sono elementi che permettono la formazione della nazione. La lingua acquista importanza in quanto spinge le persone, di lingua differente, a pensare come coloro che parlano quella lingua: l’inglese è un esempio (infatti indirizza verso un pensiero anglosassone). Anche la distribuzione sul territorio è importante: più è distribuita omogeneamente, più lo stato è stabile. In questa ottica anche il clima tende ad omogeneizzare lo stato: più ci sono climi diversi e territori diversi, più le popolazioni sono diverse: lo stato non è stabile. Il Perù si estende su diverse tipologie di territorio: il popolo reagisce diversamente: sulla costa c’è più contatto con l’esterno, la cordigliera permette divisioni interne e così anche la foresta della Sierra: forze centrifughe. Lo Stato si regge su sovranità, territorio e popolazione ma anche (come detto all’inizio) sull’economia e in particolare sulla produttività. Prendendo ad esempio l’Italia questa è divisa in nord e sud, non tanto dal punto di vista del territorio ma da quello della produttività: il nord, sentendo il sud come parassita, si avvicina sempre più verso l’Europa. In particolare la lega nord (nata dall’unione della lombarda e quella veneta nel 1980) ritiene che lo Stato soffoca la propria capacità di slancio in quanto ancorato al sud (acquista molti consensi in quanto si fa portatore delle proteste dei suoi membri). Lo stato si deve omogeneizzare per l’unità: la produttività assume importanza (il nord dell’Italia accusa il sud di scarsa produttività. Ma anche l’URSS e la Yugoslavia si sono sciolte anche per fattori di produttività oltre che per motivi etnici e anche religiosi). La conquista dello stato per ampliare i propri confini dipende non dall’occupazione del territorio: si nota come l’elemento territorio perda valore. Infatti l’Europa perde coesione non perché invasa da qualche potenza (come accadeva nel passato), ma perché ci sono problemi economici (invasione del

mercato da Cina e India) e troppe diversità culturali. Inoltre non si reclamano più determinati territori perché potrebbe causare rottura di rapporti economici:

l’Italia non ha reclamato l’Istria dopo la dissoluzione della Yugoslavia (avrebbe potuto ottenere qualcosa) perché ha preferito mantenere rapporti economici privilegiati con i vicini. La Repubblica Irlanda divisa in 32 contee: 26 appartenenti all’Irlanda e 6 all’Irlanda del nord. I contrasti sono sorti tra unionisti (pro unione alla Gran Bretagna) e nazionalisti (pro unione all’Irlanda) non solo per problemi religiosi tra protestanti (unionisti) e cattolici (nazionalisti) ma per fattori economici: gli unionisti sono più ricchi perché protetti dagli inglesi. L’accordo di Pasqua del 1998: gli unionisti hanno preferito scendere a patti perché hanno percepito la difficoltà di proteggere le contee dell’Irlanda del nord da parte della Gran Bretagna (per crisi economica e problemi interni) e perché i nazionalisti hanno un tasso di nascita superiore. I nazionalisti hanno guadagnato una

rappresentanza del 50% in parlamento. In India ci sono 28 stati e più di 1100 lingue ma 15 sono ufficiali: nonostante ampi divari per religione, lingua, distribuzione ricchezza, caste ha una sua coesione. È uno stato giovane (1948) ed è riuscito a trovare un collante (consenso) nell’economia e nello sviluppo produttivo. Il Belgio è difficilmente tenuto: separazione netta tra valloni (francesi al sud) e fiamminghi (tedeschi/olandesi al nord) per fattori linguistici e di costumi. Ma soprattutto la tensione è dovuta per l’economia: inizialmente il sud era più ricco per miniere ma hanno avuto problemi e le miniere hanno chiuso, il nord invece, prima povero, adesso prevale sul sud per ottimi servizi che garantisce:

l’economia divide come unisce in India e Usa. Il più importante è l'agglomerato

  • di Anversa, che ha una struttura industriale orientata verso settori a elevata

intensità di capitale e in stretto collegamento con le infrastrutture portuali

(chimica, elettronica, agroalimentare); molto sviluppata e tipica dell'area è la

lavorazione delle pietre preziose. Il secondo polo industriale del Belgio è quello della regione metropolitana di Bruxelles, basato principalmente su produzioni

  • di largo consumo ad elevato contenuto tecnologico.

mercato da Cina e India) e troppe diversità culturali. Inoltre non si reclamano più determinati territori

In Canada: in Quebec (francofono) isolato da sviluppo economico occidentale:

ha chiesto la secessione ma il referendum ha fallito. Nonostante questo è riuscito ad ottenere il titolo di nazione all’interno del Canada.

Non sempre però l’economia funge da collante: il livello di sviluppo non si può mantenere tale con l’aumento della popolazione (sovrappopolazione): le risorse si esauriscono. Più del 50% della popolazione vive nelle città: la politica si deve svolgere nelle città ma spesso si formano delle aree grigie: dove c’è malessere a causa del sovraffollamento. Le zone grigie formano dei ghetti e fanno calare la produttività.

Modello asiatico

Si fonda principalmente sull’autoritarismo che obbliga al sacrificio permettendo l’accumulo di capitali. A differenza del modello occidentale, quello asiatico riesce meglio a integrarsi nel fenomeno della globalizzazione: non sopravviverebbe se si tornasse a misure protezionistiche. Non esiste in concreto in quanto non se ne può identificare uno unico ma se ne possono trovare vari. Ad esempio il modello cinese ha rielaborato il sistema comunista in modo tale da epurarlo da tutte le specificità europee: si basa su un decisionismo sia in campo politico che economico che accelera notevolmente i tempi di firma di contratti rispetto agli standard occidentali:

basta pensare che nel 2008 il volume degli scambi commerciali commerciali ha registrato un incremento annuo del 32% raggiungendo circa 110 miliardi di dollari. La Cina può essere vista come un modello autoritario confuciano di sinistra al quale si affianca il modello confuciano di destra rappresentato da Singapore che ha influenzato le tigri del Sud-est (Corea del sud, Malaysia). Questo modello è caratterizzato da paternalismo autoritario anziché di burocratismo autoritario: entrambi escludono la democrazia. In modo diverso lo interpreta il Giappone, il quale ha applicato la democrazia occidentale in Asia. L’india rappresenta l’unico caso di una grande nazione dove la modernizzazione economica, la liberalizzazione e l’integrazione in un’economia globale di mercato sono avvenute sotto un governo liberal-democratico. Ma rispetto alla Cina il processo verso un capitalismo più avanzato sembra essere andare più lentamente questo perché: nonostante la formazione di un’estesa classe media, rimane una grande porzione di popolazione in condizioni pessime; permangono focolai dovuti alle caste; il governo passa di famiglia (come sta avvenendo in molti stati: Sri Lanka, Cuba, Corea del nord, Filippine. Ma anche in occidente si verifica questo fenomeno: Usa con Bush, Kennedy e Clinton). Lo sviluppo del modello asiatico: popolazione, sovranità, territorio e produttività. Per l’Asia c’è anche il fattore religione/filosofia. Esistono tanti modelli asiatici e non uno: la Cina è riuscita ad unire confucianesimo con la produttività: è una rielaborazione del modello occidentale adatto alla sua filosofia e bisogno. La Cina è autoritaria (cittadini obbediscono a leggi. No totalitarismo in cui lo stato incide sulla vita dei cittadini e ne diventa parte essenziale) perché non entra nell’individuo ma impone il partito e le sue leggi:

ognuno si regola la propria vita ma seguendo i dettami. Il Giappone è l’opposto: dimostra il sincretismo (di più religioni) religioso che entra nella vita lavorativa: hanno inserito il sincretismo religioso nel capitalismo occidentale. La Cina e il Giappone hanno un proprio modello:

utilizzano quello europeo per adattarlo alla loro cultura. In India si può parlare di un modello dove quello occidentale (introdotto dagli inglesi) è stato il punto di partenza mantenendo ferme le proprie radici: il modello ha formato la nazione.

Il Kashmir è una regione della parte settentrionale del subcontinente indiano fra i territori di India e Pakistan, che rivendicano la sovranità sull'intera regione, e Cina che rivendica soltanto la porzione che controlla attualmente. Con la fine dal Raj britannico in India, il principato divenne oggetto di contesa tra tre diverse nazioni, India, Pakistan e Cina. La questione nacque nel momento in cui i principi delle regioni adiacenti ai confini scelsero a quale stato far parte. Nel Kashmir il maharaja indù esitò e venne invaso immediatamente dalle tribù islamiche locali e da irregolari pakistani, optò allora per l'India a patto che la sua scelta fosse ratificata per plebiscito dalla popolazione ma il Pakistan diede l'appoggio agli insorti e la situazione si stabilizzò solo nel 1949, quando intervennero le Nazioni Unite ponendo fine al primo conflitto indo-pakistano conclusosi con la spartizione del territorio: 2/3 all'India, 1/3 al Pakistan. Le ragioni del conflitto sono causate da motivazioni strategiche ma anche religiose ed etniche. Il Kashmir infatti rappresenta per il Pakistan un elemento fondamentale per l'unità nazionale basata sull’unione di tutti i musulmani del sub-continente, e la sua perdita potrebbe generare una grave situazione di instabilità interna. Per l'India che, al contrario è uno stato nel quale è presente una forte multi-religiosità composta dalla maggioranza indù e da consistenti minoranze islamiche, cristiane, sikh e buddiste, si verifica una situazione opposta nella quale il governo centrale cerca di limitare le tendenze centrifughe annettendosi uno stato musulmano e giustificando la forzata convivenza pacifica fra le varie etnie. Nel contesto strategico il Kashmir è una regione che controlla l’accesso alle pianure indiane dalle catene del Karakorum e dell'Himalaya e che per secoli ha reso difficoltose le comunicazioni con il Tibet ma ha anche frenato le ingerenze degli eserciti cinesi in India. La nazione che oggi è il Pakistan, è stata parte dell'India fino al 14 agosto 1947. I primi proponenti l'indipendenza di una nazione musulmana iniziarono ad apparire al tempo dell'India coloniale britannica. Tra essi vi era lo scrittore e filosofo ‘Allāma Muhammad Iqbal, che argomentava che una nazione separata per i musulmani era essenziale in un subcontinente altrimenti dominato dagli Indù. La causa trovò una guida in Mohammad Ali Jinnah, che divenne noto come Padre della nazione e riuscì a convincere i britannici a dividere la regione in due parti: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l'India, a maggioranza indù. Dal 14 agosto 1947 fino al 1971 (la Guerra di liberazione del Bangladesh fu un conflitto armato che vide schierati Pakistan dell'est ed India contro Pakistan dell'ovest. La guerra diede origine alla secessione del Pakistan dell'Est, che divenne il Bangladesh indipendente) la nazione fu costituita dal Pakistan occidentale e dal Pakistan orientale, essenzialmente bengalino, i cui territori erano però separati dal Bengala indiano. Nel 1971 il Pakistan orientale si ribellò e, con l'aiuto di truppe indiane, divenne lo stato indipendente del Bangladesh, anche se l'India non concesse mai al suo Stato del Bengala di riunificarsi col Bangladesh. Il Pakistan è popolato da diverse etnie e tribù: i punjabi sono i più ricchi che si contrastano con i Pashtun (molti provenienti da Afghanistan e accusati di appoggiare il terrorismo internazionale): la nazione non esiste per differenze etniche che producono rivalità.

Confini interfaccia della diversità Più i confini sono visibili e chiari, più è ordinato lo spazio

Confini interfaccia della diversità

Più i confini sono visibili e chiari, più è ordinato lo spazio su cui ci muoviamo:

permettono di distinguere i territori. Tanto più sono marcati tanto più danno sicurezza: è un elemento costitutivo e non opzionale dello stato. Nelle società primitive non si aveva una demarcazione del territorio, indicando solo che ci fosse una percezione del territorio. Le grandi civiltà hanno iniziato a utilizzare i confini non tanto per la difesa del territorio ma anche per dare al popolo quel senso di appartenenza. Le guerre di confine stanno perdendo il significato di conquista territoriale nonostante ci siano state due guerre recenti che ricordano le guerre di confine in senso antico (guerra nel 1990 dell’Iraq in Kuwait: le truppe irachene entrano nel Kuwait e integrano il territorio conquistato. Il Kuwait chiese l’intervento della comunità internazionale che agì comandata dagli Usa. Saddam contestò il fatto che fu creato il Kuwait dopo la

colonizzazione britannica solo per interessi petroliferi e i confini erano del tutto arbitrari. Ma Saddam ometteva il fatto che lo stesso Iraq era il prodotto della disgregazione ottomana. L’altro contrasto era quello tra Russia e Georgia nel 2008: questa ultima ha invaso l’Ossezia del sud e l’Abkhazia in cui è presente una maggioranza russofona: l’attacco fallito permise la dichiarazione dell’indipendenza delle due regioni sotto tutela russa).

colonizzazione britannica solo per interessi petroliferi e i confini erano del tutto arbitrari. Ma Saddam ometteva

Il confine è anche definito come un’isobara (linea che unisce tutti i punti) politica che fissa per un determinato tempo (può cambiare) l’equilibrio tra due pressioni (un paese che prevale sull’altro non permette al confine di reggere). Gli stati instabili sono quelli che non scoprono la loro armonia: se l’armonia è stata trovata si può avere la nazione anche se non si hanno i confini (esisteva la nazione della Polonia anche se non aveva un territorio). Una forma di equilibrio di pressioni è fra due colossi come la Cina e la Russia: c’era uno scontro di ideologie: la Cina accusa di rivisitazione del comunismo e Krusciov mandò i militari sul confine ma non ci fu la guerra perché c’era un forte equilibrio delle “pressioni”. Un altro contenzioso sui confini che riguarda Russia e Cina: ci furono i primi contrasti a causa della differenza ideologica di Mao e di Krushov nel 1968-69. Il programma nucleare cinese spinse la Russia ad ammassare truppe, da 12 diventarono 25, sul confine. Il fiume Ussuri divenne teatri di scontri a causa di due piccole disabitate chiamate dai cinesi Chenapao e Pacha e dalla Russia Damansky e Goldinski: entrambi rivendicavano la propria sovranità. Nel 1973 le divisioni salirono a 45 ma nel 1986 ci fu un allentamento delle tensioni). Secondo Bauman l’ordine spaziale implica una divisione istituzionalizzata che dà diritto ad alcuni di stare in un luogo ed altri lo nega: ha lo scopo di evitare un rimescolamento. Inoltre bisogna distinguere il confine, che rimane fisso nel tempo, dalla frontiera che si muove nel tempo (cammina con gli uomini, le idee e il progresso: negli Usa il suo spostamento fu dovuto all’ampliamento delle ferrovie). Il sistema dei “confini inamovibili” formato dalle potenze coloniali in Africa sta andando in crisi a favore di “frontiere in movimento”: dovuto ai numerosi spostamenti di popolazioni. Si può parlare di frontiere demografiche anche per quanto riguarda le aree che inizialmente erano abitate da minoranze, poi,

attraverso il potere centrale, si vanno a popolare (ad esempio l’Unione sovietica portò molte persone di nazionalità russa nelle repubbliche baltiche. Lo stesso fece la Cina verso il Tibet e il Turkestan orientale (Il Turkestan è una regione dell'Asia centrale, che oggi è generalmente abitata da popoli turchi. In particolare va preso in considerazione il Turkestan orientale (Lo Xinjiang, o Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, o Sinkiang che è una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese dal 1955, la cui maggioranza della popolazione è uigura (45%)."Xinjiang" letteralmente significa "Nuova Frontiera", un nome dato durante la Dinastia Qing. Il nome è considerato offensivo dai molti sostenitori dell'indipendenza che preferiscono usare nomi storici o etnici come Uiguristan, Turkestan Orientale, o Turkestan Cinese. Questi nomi, essendo associati al movimento di indipendenza sono considerati offensivi dal governo della Repubblica Popolare Cinese e dai molti residenti cinesi locali di etnia han (41% della popolazione).Grazie all'aiuto sovietico venne fondata nel 1944 la Seconda Repubblica del Turkestan Orientale (conosciuta anche come ribellione dei tre distretti) nel territorio dell'attuale prefettura autonoma di Ili Kazakh nel nord dello Xinjiang. L'esperienza della Seconda Repubblica del Turkestan Orientale si concluse nel 1949 quando l'Esercito di Liberazione Popolare prese il controllo dello Xinjiang. Secondo la Repubblica Popolare Cinese l'esercito popolare venne accolto con ospitalità e ricevette la cooperazione della Seconda Repubblica del Turkestan Orientale. Il processo è conosciuto come la pacifica liberazione dello Xinjiang. La Repubblica Popolare Cinese considera l'esperienza della Seconda Repubblica del Turkestan Orientale positiva e parte integrante della rivoluzione comunista. Al contrario i sostenitori dell'indipendenza dello Xinjiang ritengono la Seconda Repubblica del Turkestan Orientale un tentativo per ottenere la piena indipendenza e considerano l'entrata dell'Esercito di Liberazione Popolare un'invasione. È un esempio di come i confini siano considerati flessibili: la Cina ha inglobato la regione all’interno del suo stato. La stessa sorte toccò al Tibet invaso sempre dalla Cina): entrambi le regioni sono state ripopolate.

Un altro esempio è l’Arunachal Pradesh: è uno Stato dell'India posto
Un
altro
esempio
è
l’Arunachal
Pradesh:
è
uno
Stato
dell'India
posto

nell'estremo nord-est del paese, e rivendicato dalla Cina. Dal 1913 al 1914 il

rappresentante dell'amministrazione britannica Henry MacMahon fece tracciare

la linea MacMahon quale confine tra l'India britannica e la Cina. I cinesi non

accettarono la linea di

confine e gli inglesi tracciarono la prima mappa che

riportava la linea MacMahon come confine solo nel 1937. A seguito dell'indipendenza dell'India la linea di MacMahon venne adottata unilateralmente dall'India come confine nel 1950. Il problema della linea di confine portò allo scoppio della guerra tra India e Cina del 1962. La regione venne amministrata dalla North East Frontier Agency fino al 1972 quando divenne un territorio dell'Unione Indiana. Lo stato dell'Arunachal Pradesh è stato proclamato nel dicembre del 1986. Ad oggi la questione della sovranità sulla regione non è ancora risolta e i cinesi chiamano la regione contesa Zangnan (Tibet meridionale). È un esempio di come il confine possa creare dei problemi.

In Africa tutto è un muro in quanto ci sono divisioni etniche e tribali: anche all’interno

In Africa tutto è un muro in quanto ci sono divisioni etniche e tribali: anche all’interno di uno stato ci sono dei “confini” che fanno si che ci siano divisioni insanabili. Infatti chi va al potere non lo fa per interesse della nazione ma del proprio clan: non c’è una vera democrazia e tanto meno uno stato e nazione. Ad esempio la Rep. Democratica del Congo dovrebbe essere una democrazia intendendo il suo nome, ma alcuni territori del nord-est (Kivu), formalmente hanno dei confini con i paesi vicini, ma invece sono presenti delle truppe di occupazione (rwandesi e ugandesi): non per motivi politici ma economici. Infatti il coltan è una risorsa molto utilizzata per le nuove tecnologie e le multinazionali ne hanno il monopolio: infatti ci sono miniere di estrazione e il

minerale estratto viene caricato su degli aerei che arrivano e partono indisturbati. Il governo centrale non fa niente perché sa che se si dovesse opporre scoppierebbe una guerra: infatti la gran parte dei proventi vanno nelle casse dei ribelli e se, bloccando il loro commercio, si fermerebbe il movimento di opposizione da una parte, però, provocherebbe la guerra civile. La questione dello sfruttamento incontrollato delle risorse congolesi ha raggiunto un livello di gravità tale da interessare l'ONU che ha pubblicato, nell'ottobre 2002, un rapporto [17] che accusava le compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali del paese africano - tra cui il coltan - di favorire indirettamente il prosieguo della guerra civile. Nell'inchiesta in merito all'acquisto di columbite- tantalite venne coinvolta anche la H.C Starck, una sussidiaria della Bayer che si occupa della raffinazione di metalli di transizione quali il molibdeno, niobio, tantalio, tungsteno e renio e della produzione per il mercato dell'elettronica, dei semiconduttori e dei superconduttori, di parti di precisione in leghe speciali e componenti ceramici. Si tratta di un confine flessibile e facilmente attraversabile su cui il governo non ha pieno controllo e non riesce ad affermarsi. Poi ci sono confini che per motivi storici provocano guerre: è quanto avviene per esempio tra Eritrea e Somalia. La lotta per l'indipendenza ebbe fine nel 1991, quando il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo scacciò l'esercito etiope fuori dei confini eritrei, e si unì agli altri movimenti etiopi di resistenza per rovesciare la dittatura del Derg che cadde nello stesso anno. Due anni dopo venne indetto un referendum, con la supervisione della missione delle Nazioni Unite denominata UNOVER. Al suffragio universale parteciparono sia le popolazioni residenti in Eritrea che quelle rifugiate in altre nazioni africane dopo la diaspora, ed in esso si decise se l'Eritrea dovesse essere un paese indipendente o dovesse mantenere la federazione con l'Etiopia.Oltre il 99% degli Eritrei votò per l'indipendenza, che venne dichiarata ufficialmente il 24 maggio 1993. Il leader dell'EPLF, Isaias Afewerki, divenne il Primo Presidente provvisorio dell'Eritrea ed il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo,

ribattezzato Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ), diede vita al primo governo. Nel 1998 una guerra di confine con l'Etiopia per la città di Badammé ha portato alla morte di circa 19.000 soldati eritrei, ad una pesante esodo di civili, oltre che ad un disastroso contraccolpo economico. Badammé (Badme) è una località del Corno d'Africa oggetto di una disputa territoriale fra Eritrea ed Etiopia. A causa dell'imprecisa definizione della frontiera stabilita nel

della località e delle aree circostanti non era del tutto chiaro. Il territorio sarebbe stato comunque riconosciuto come eritreo, nel 1977, da parte del Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF precursore del Fronte Democratico Rivoluzionario d'Etiopia, attuale coalizione di governo di Addis Abeba), con un accordo di "cessione" in favore del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo. Le due formazioni erano allora alleate contro il regime del Derg [1] . Con l'indipendenza eritrea, nel 1993, si pose il problema della definizione dei

confini, sfociato nel 1998 nella guerra fra Etiopia ed Eritrea che ebbe fine nel

ad una commissione ad hoc della Corte dell'Aia con l'invio, a garanzia del

cessate il fuoco, della missione sotto l'egida dell'ONU denominata UNMEE. Nel

  • 2002 la Commissione per i confini ha assegnato all'Eritrea il territorio conteso.

L'Etiopia ha rifiutato di riconoscere le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e, nel 2008, è cessata la missione UNMEE determinando, in pratica,

nuove gravissime tensioni e le condizioni per un ulteriore potenziale conflitto

fra i due paesi. Attualmente (2011) la località è amministrata dall'Etiopia.

  • I confini assumono anche un ruolo fondamentale in quanto vengono considerati

aree privilegiate per la possibilità di scambi. Ma i confini stanno divenendo

sempre più fragili a causa della globalizzazione e lo stato tende a perdere la sua stabilità e coesione che aveva in passato.

  • I confini dell’odierno stato del Bangladesh sono stati stabiliti con la partizione

tra Bengala e India nel 1947, quando la regione divenne la porzione orientale del neo-costituito Pakistan, sebbene separata dallo stato a occidente da ben 1.600 km attraverso l'India. Discriminazioni linguistiche, politiche ed economiche condussero ad agitazioni popolari contro Pakistan Occidentale, che portarono alla guerra per l'indipendenza nel 1971 e la costituzione dello Stato del Bangladesh. Tuttavia, il nuovo Stato ha dovuto sopportare carestie, catastrofi naturali e la povertà diffusa, così come sconvolgimenti politici e colpi di stato militari. Il ripristino della democrazia nel 1991 è stato seguito da una relativa stabilità e progresso economico.

Posizione relativa: è la posizione di uno stato vista in relazione ad altri e che benefici ne può trarre. Posizione assoluta: è la posizione geografica e non si va ad analizzare i suoi possibili rapporti.

  • I confini: demarcare: significa mettere dei “paletti” sul territorio in modo fisico,

segnare significa riportare i confini su una carta geografica (spesso adattate secondo le esigenze di uno stato). Nel passato era più funzionale dell’attualità: non segnavano un limite politico ma la capacità di un re di manovrare più gente possibile per le proprie finalità (manodopera= introiti). Dalla I guerra mondiale, il confine diventa una barriera invalicabile. Nell’attualità sono defunzionalizzati: dove ci sono stati e popoli in lotta per motivi economici e politici per motivi economici e politici, il confine è funzionale e forte. Ma dove gli stati hanno più affinità culturali, economiche e politiche, il confine non è più una barriera (è defunzionalizzato: come tra Canada e Usa e nell’Unione Europea). Ma tra Messico e Usa c’è un “muro” per evitare che gli immigrati attraversino il confine e non per motivi economici. Anche fra Cuba e Usa si può parlare di confine funzionale: un muro ideologico che però sta diventando più poroso e valicabile con la salita al potere di Raul Castro. Molti confini sono caduti con le organizzazioni geografiche (UE): la stessa Russia che è sempre stata “fuori” dall’Europa sta aprendo i confini in modo da agevolare il passaggio delle risorse (gas e petrolio).

Disordine internazionale

L’identificazione tra globalizzazione e disordine implica l’idea che il tradizionale sistema di relazioni tra stati fosse un sistema ordinato e stabile: ma le due guerre hanno messo in discussione questo sistema. Il bipolarismo, anche se non ha visto conflitti, non è stato per niente stabile in quanto era un periodo di forti tensioni (crisi di Cuba, 1962). Se perdono smalto i confini tradizionali in ragione di una loro oggettiva defunzionalizzazione, nascono e si consolidano altri confini: sono quelli spontanei e simbolici che non sono demarcati sul terreno. Altri possono essere quelli all’interno delle città che, insieme ai due precedenti accennati, sono i più pericolosi per la coesione dello stato. Sono invisibili che invece di avere la tradizionale funzione di dividere, invece tendono ad escludere (ad esempio le

periferie dalle città). Si può parlare anche di confini religiosi: quelli tra mondo musulmano e cristiano che è stato messo in evidenza dalla globalizzazione. Questo fa sì che ad esempio la Turchia non entra nell’Unione Europea perché al di là del confine religioso. Ma sono anche questi confini nello stato: in quanto attraverso le migrazioni, le religioni si sono mescolate. I confini tra stati vengono a vedersi disgregare e perdono il loro valore a vantaggio di confini morali e invisibili: inoltre va identificato il fatto che l’inquinamento è un altro fattore che supera i confini su cui gli stati non hanno il controllo. Sono le multinazionali che hanno il sopravvento e non gli stati ne traggono beneficio: l’India è uno degli stati che inquina di più ma sono le multinazionali sul suo territorio che producono le emissioni di gas. Questo evidenzia come lo stato perda il suo potere verso le multinazionali che vanno ad intaccare la sua sovranità: la deteritorializzazione produttiva gestita dalle multinazionali non collega la fonte dell’inquinamento a chi ne trae realmente beneficio. Esistono confini antecedenti allo stanziamento umano come il Sahara e l’Australia, altri susseguenti che sono quelli allo sviluppo umano (posti per ragioni politiche e storiche: come quello tra Slovacchia e Repubblica Ceca, tra Pakistan e India, tra Afghanistan e Pakistan (spacca in due la tribù Pashtun:

questo ha permesso ai telebani della tribù pashtun di trovare appoggio in Pakistan). I confini dell’ex Yugoslvia non delimitano in maniera stabile le popolazioni che erano sparse su tutti i territori: nel momento in cui la federazione si è spaccata è nato il contrasto, dato che le popolazioni minoritarie si sono ritrovate in un altro stato e chiedevano appoggio al loro stato di appartenenza dove però c’erano altre minoranze che chiedevano aiuto al loro stato. Non era facile trovare un accordo perché ogni stato aveva una minoranza nemica sul proprio territorio. In Bosnia-Erzigovina si è complicato perché si è formata una federazione nella federazione: la Presidenza della Repubblica è esercitata a rotazione con turnazione di 8 mesi dai tre Presidenti, uno per ogni etnia, eletti direttamente dal corpo elettorale ogni 4 anni. Attraverso gli accordi di Dayton (1995) viene riconosciuta ufficialmente la presenza in Bosnia Erzegovina di due entità ben definite: la Federazione croato-musulmana che detiene il 51% del Territorio bosniaco e la Repubblica Srpska (49%). Esistono confini sui fiumi come quelli internazionali (Rio Bravo e Rio grande: è lo stesso ma il primo è chiamato dal Messico, l’altro dagli Usa): ma il confine varia nel tempo per fattori metereologici e va ristabilito. Lo stato a monte non può porre dighe per ridurre il flusso d’acqua a valle. In Africa il Nilo è stato trascurato dai paesi che hanno problemi interni: l’Egitto sfruttava più degli altri ma quando gli altri paesi hanno risolto i loro problemi richiedono più disponibilità di acqua. L’Egitto ha cercato di creare problemi interni a questi paesi in modo tale da distoglierli in modo da poter sfruttare meglio il fiume: ha disseminato di “cellule” che mettono zizzania. Ma adesso è cambiato: perché con i nuovi mezzi di comunicazione non è più facile e i paesi hanno preso coscienza (paesi bagnati: Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Sudan del Sud, Sudan). L’Iraq e la Siria dipendono dalla Turchia attraverso il Tigri e l’Eufrate: nasce in Turchia presso il Tauro armeno, tocca per un breve tratto il confine siriano ed entra quindi in Iraq, dove sviluppa gran parte del suo corso e riceve alcuni affluenti. Qui raggiunge poi la grande pianura alluvionale della Mesopotamia meridionale. Bagna importanti città irachene come Mossul, Baghdad e Bassora,

con un regime sempre soggetto a forti variazioni stagionali, creando le condizioni per piene catastrofiche in primavera, contrastate con la costruzione di diverse dighe lungo il suo corso. Prima di raggiungere la foce si unisce con l'altro grande fiume iracheno, l'Eufrate, cambiando nome in Shatt-Al Arab e sfociando così nel Golfo Persico. Pur essendo più corto e con un bacino meno esteso, ha una portata quasi doppia rispetto all'Eufrate. Shatt-al arab, in particolare, ha causato molte dispute territoriali e una guerra: lo Shaṭṭ al-ʿ Arab, su cui si affaccia la città irachena di Bassora, è navigabile per un vasto tratto e ciò lo rende prezioso per il traffico di petroliere della regione. Per questo motivo la zona che gravita intorno a questo corso d'acqua è stata al centro della guerra che ha contrapposto l'Iraq all'Iran fra il 1980 e il 1988. Dopo la fine della guerra, il Regno Unito è stata affidata la responsabilità, successivamente mandato delle Nazioni Unite della risoluzione 1723, per pattugliare il corso d'acqua e la zona del Golfo Persico che circondano la foce del fiume. Sono incaricate di assicurarsi che le navi nella zona non sono utilizzati per il trasporto di munizioni in Iraq. Le forze britanniche hanno anche addestrato le unità navali irachene ad assumere la responsabilità di custodire i loro corsi d'acqua. In due occasioni separate, le forze iraniane che operano sul Shatt al- Arab avevano catturato marinai della British Royal Navy accusandoli di aver sconfinato nel loro territorio. Nel giugno 2004, alcuni militari britannici si sono svolte per due giorni dopo presumibilmente sconfinare nella parte iraniana della via navigabile. Dopo essere stato inizialmente minacciato di azioni giudiziarie, essi sono stati rilasciati dopo colloqui ad alto livello tra il ministro degli Esteri britannico Jack Straw e ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharrazi. Le armi dei marine sono state consegnate agli inglesi e le barche sono state confiscate. Nel 2007, un sequestro di quindici membri del personale britannico è diventato una grave crisi diplomatica tra le due nazioni. È stato risolto dopo tredici giorni in cui gli iraniani inaspettatamente hanno liberato i prigionieri sotto una "amnistia".

con un regime sempre soggetto a forti variazioni stagionali, creando le condizioni per piene catastrofiche inEufrate , cambiando nome in Shatt-Al Arab e sfociando così nel Golfo Persico. Pur essendo più corto e con un bacino meno esteso, ha una portata quasi doppia rispetto all'Eufrate. Shatt-al arab, in particolare, ha causato molte dispute territoriali e una guerra: lo Sha ṭṭ al- ʿ Arab, su cui si affaccia la città irachena di Bassora , è navigabile per un vasto tratto e ciò lo rende prezioso per il traffico di petroliere della regione. Per questo motivo la zona che gravita intorno a questo corso d'acqua è stata al centro della guerra che ha contrapposto l'Iraq all'Iran fra il 1980 e il 1988 . Dopo la fine della guerra, il Regno Unito è stata affidata la responsabilità, successivamente mandato delle Nazioni Unite della risoluzione 1723, per pattugliare il corso d'acqua e la zona del Golfo Persico che circondano la foce del fiume. Sono incaricate di assicurarsi che le navi nella zona non sono utilizzati per il trasporto di munizioni in Iraq. Le forze britanniche hanno anche addestrato le unità navali irachene ad assumere la responsabilità di custodire i loro corsi d'acqua. In due occasioni separate, le forze iraniane che operano sul Shatt al- Arab avevano catturato marinai della British Royal Navy accusandoli di aver sconfinato nel loro territorio. Nel giugno 2004, alcuni militari britannici si sono svolte per due giorni dopo presumibilmente sconfinare nella parte iraniana della via navigabile. Dopo essere stato inizialmente minacciato di azioni giudiziarie, essi sono stati rilasciati dopo colloqui ad alto livello tra il ministro degli Esteri britannico Jack Straw e ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharrazi. Le armi dei marine sono state consegnate agli inglesi e le barche sono state confiscate. Nel 2007, un sequestro di quindici membri del personale britannico è diventato una grave crisi diplomatica tra le due nazioni. È stato risolto dopo tredici giorni in cui gli iraniani inaspettatamente hanno liberato i prigionieri sotto una "amnistia". I confini aerei corrispondono con quelli terrestri: l’atmosfera si divide in tre fasce: nella troposfera (fino a 12 mila metri) c’è pieno controllo del proprio spazio aereo, fino a 120 mila metri la sovranità dipende dalle capacità tecnologiche di ogni singolo stato (non tutti possono circolare a quelle latitudini e quegli stati che possono, si mettono d’accordo), lo stesso vale oltre i 120 mila metri in cui però il numero di stati è più limitato. Per i confini marittimi è diverso rispetto al passato dove chi possedeva più mezzi aveva il pieno dominio del mare: le grandi potenze erano Spagna, Gran Bretagna, Francia e Portogallo (dovette intervenire il papa Alessandro VI per dividere gli spazi con la Spagna nel 1500). Fra 1700 e 1800 si affermano Gran Bretagna, Olanda e Francia: si inizia a parlare di spazi circostanti i propri territori. La Gran Bretagna dice che lo spazio vicino all’isola non è accessibile; l’Olanda dice che lo spazio è di tutti coloro che hanno le tecnologie per dividerselo (Grozio). Questo principio è sussistito fino a quando si è iniziato a parlare del problema del mare vicino il territorio: stabilito fino a 3 miglia " id="pdf-obj-18-24" src="pdf-obj-18-24.jpg">

I confini aerei corrispondono con quelli terrestri: l’atmosfera si divide in tre fasce: nella troposfera (fino a 12 mila metri) c’è pieno controllo del proprio spazio aereo, fino a 120 mila metri la sovranità dipende dalle capacità tecnologiche di ogni singolo stato (non tutti possono circolare a quelle latitudini e quegli stati che possono, si mettono d’accordo), lo stesso vale oltre i 120 mila metri in cui però il numero di stati è più limitato. Per i confini marittimi è diverso rispetto al passato dove chi possedeva più mezzi aveva il pieno dominio del mare: le grandi potenze erano Spagna, Gran Bretagna, Francia e Portogallo (dovette intervenire il papa Alessandro VI per dividere gli spazi con la Spagna nel 1500). Fra 1700 e 1800 si affermano Gran Bretagna, Olanda e Francia: si inizia a parlare di spazi circostanti i propri territori. La Gran Bretagna dice che lo spazio vicino all’isola non è accessibile; l’Olanda dice che lo spazio è di tutti coloro che hanno le tecnologie per dividerselo (Grozio). Questo principio è sussistito fino a quando si è iniziato a parlare del problema del mare vicino il territorio: stabilito fino a 3 miglia

(portata di cannone). Lo sviluppo ha portato la necessità di precisare i limiti: la Gran Bretagna ha posto 12 miglia, l’Islanda a 20 miglia: ognuno per le proprie esigenze. Si volevano stabilire nuove zone di sovranità: nel 1956 a Ginevra si precisano i concetti fino a Montego Bay 1982. si è stabilita la linea di base:

linea netta che unisce tutti i punti delle sporgenze, poi da questo fino a 12 miglia delimita le acque territoriali (piena sovranità), poi oltre 12 miglia (acque contigue) dove il paese esercita funzioni di polizia. Dalle acque territoriali per 200 miglia, il paese esercita pieno potere estrattivo ed ittico (zona economica esclusiva), oltre ci sono le acque internazionali. Ma può capitare che due paesi hanno in comune le acque di sovranità: si ricorre a linea mediana (massima profondità): per la contiguità degli stati, i confini non possono sempre essere rispettati e si ricorre a negoziazione dei confini. Le acque tra Slovenia e Croazia sono contese in quanto la Slovenia reclama delle acque in modo da poter avere un corridoio per le acque internazionali (senza questo non potrebbe raggiungere le acque internazionali). La Slovenia mette il veto all’entrata della Croazia nell’Unione Europea per questa questione. Per i golfi si uniscono le estremità del golfo e a metà della linea si mette un compasso si forma un semicerchio. Se il semicerchio contiene il golfo si parte dalla linea di costa, se è contenuto nel golfo si parte dalla linea di base.

(portata di cannone). Lo sviluppo ha portato la necessità di precisare i limiti: la Gran Bretagna

Se un isolotto è distante si calcolano le 12 miglia dall’isola. Se è vicino alla costa la linea di base si sposta fino all’isola. La conferenza di Montego Bay ha stabilito che la gestione della ricchezza dei fondali marini è patrimonio dell’umanità: però prima era sorto il problema che i paesi sottosviluppati non hanno la tecnologia: se è posto allora che tutte le ricchezze sono gestite da un ente internazionale che ripartisce i benefici. Un esempio di importanza delle isole è dato dalle isole Curili (che non vengono contese per risorse ma per estendere le acque territoriali): tra l'agosto e il settembre del 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, tenendo fede agli accordi presi a Jalta (in cui l'URSS si impegnava ad entrare in guerra contro il Giappone se al termine delle ostilità in Europa la guerra nel Pacifico fosse ancora in atto), l'Armata Rossa occupò le isole Curili (Kiril) per assicurarsi definitivamente il controllo sugli stretti di fronte alla base navale di Vladivostok sul Pacifico, potentemente armata e vitale per il controllo dell'area nord del Mar del Giappone e del Pacifico nordoccidentale.Nel 1952 c'era stato il Trattato di San Francisco: in questa occasione il Giappone intendeva rinunciare a qualsiasi diritto sulle Curili. L'Unione Sovietica non volle firmare il trattato e quindi, secondo Tokyo, sulla questione bisogna fare riferimento al Trattato di Shimoda, del 1855, stipulato fra Giappone e Russia. Il trattato prevedeva una linea di confine che lasciava al Giappone le quattro isole più meridionali delle Curili:

Kunashiri, Iturup, Shikotan e Habomai. La posizione del Giappone è che nei trattati di Jalta e Potsdam si parla rispettivamente di rinuncia giapponese Isole Curili (senza tuttavia menzionare l'accettazione della sovranità sovietica sull'arcipelago) nel primo e dei territori sottratti dal Giappone con la forza. Il Giappone (che ha sempre chiamato le quattro isole più meridionali Territori del Nord) sostiene che le isole in questione tecnicamente non facevano parte delle Curili per ragioni amministrative e che esse non erano mai state sotto sovranità russa prima del 1945, quindi non si può loro applicare né la definizione di Jalta né quella di Potsdam. La Russia sostiene che queste pretese sono infondate in quanto geograficamente le isole appartengono all'arcipelago menzionato dal trattato di Jalta e da quello non firmato di San Francisco (come dimostrato anche dalle cartine ivi proposte). Il Giappone, per secolari problemi di sovrappopolazione considera le isole una potenziale soluzione a questa situazione, dato che la vita nelle isole, dal clima molto rigido, sarebbe oggi molto più accettabile che in passato. Dal 1956, nonostante siano state compiute lunghe trattative diplomatiche, non si riesce a trovare un accordo di pace per porre fine alla disputa. La Russia di recente ha proposto la restituzione di due sole isole (che costituiscono il 6% del territorio conteso) mentre il Giappone le reclama tutte e quattro.

Se un isolotto è distante si calcolano le 12 miglia dall’isola. Se è vicino alla costaagosto e il settembre del 1945 , alla fine della Seconda guerra mondiale , tenendo fede agli accordi presi a Jalta (in cui l' URSS si impegnava ad entrare in guerra contro il Giappone se al termine delle ostilità in Europa la guerra nel Pacifico fosse ancora in atto), l' Armata Rossa occupò le isole Curili (Kiril) per assicurarsi definitivamente il controllo sugli stretti di fronte alla base navale di Vladivostok sul Pacifico , potentemente armata e vitale per il controllo dell'area nord del Mar del Giappone e del Pacifico nordoccidentale.Nel 1952 c'era stato il Trattato di San Francisco: in questa occasione il Giappone intendeva rinunciare a qualsiasi diritto sulle Curili. L'Unione Sovietica non volle firmare il trattato e quindi, secondo Tokyo, sulla questione bisogna fare riferimento al Trattato di Shimoda, del 1855, stipulato fra Giappone e Russia. Il trattato prevedeva una linea di confine che lasciava al Giappone le quattro isole più meridionali delle Curili: Kunashiri, Iturup, Shikotan e Habomai. La posizione del Giappone è che nei trattati di Jalta e Potsdam si parla rispettivamente di rinuncia giapponese Isole Curili (senza tuttavia menzionare l'accettazione della sovranità sovietica sull'arcipelago) nel primo e dei territori sottratti dal Giappone con la forza. Il Giappone (che ha sempre chiamato le quattro isole più meridionali Territori del Nord) sostiene che le isole in questione tecnicamente non facevano parte delle Curili per ragioni amministrative e che esse non erano mai state sotto sovranità russa prima del 1945, quindi non si può loro applicare né la definizione di Jalta né quella di Potsdam. La Russia sostiene che queste pretese sono infondate in quanto geograficamente le isole appartengono all'arcipelago menzionato dal trattato di Jalta e da quello non firmato di San Francisco (come dimostrato anche dalle cartine ivi proposte). Il Giappone, per secolari problemi di sovrappopolazione considera le isole una potenziale soluzione a questa situazione, dato che la vita nelle isole, dal clima molto rigido, sarebbe oggi molto più accettabile che in passato. Dal 1956 , nonostante siano state compiute lunghe trattative diplomatiche, non si riesce a trovare un accordo di pace per porre fine alla disputa. La Russia di recente ha proposto la restituzione di due sole isole (che costituiscono il 6% del territorio conteso) mentre il Giappone le reclama tutte e quattro. " id="pdf-obj-20-38" src="pdf-obj-20-38.jpg">

Kastellorizo (castelrosso) è un’isola greca fondamentale per le acque territoriali in quanto la Turchia non mette in discussione le zone esclusive intorno all’isola ma diventa un problema per le acque vicine in quanto sono presenti molte risorse presenti.

Kastellorizo (castelrosso) è un’isola greca fondamentale per le acque territoriali in quanto la Turchia non mette

Nell’occhio del ciclone è il quadrante 12 (detto ‘Afrodite’) nella Zona Economica Esclusiva (Zee) della Repubblica di Cipro dove si trova la piattaforma ‘Homer Ferrington’, della compagnia texana Energy Noble, la quale ha avviato prospezioni di idrocarburi nelle acque cipriote su mandato di Nicosia. L’escalation di tensione nel Mediterraneo orientale, che vede protagoniste Israele, Cipro e Turchia, si deve dunque a questioni energetiche destinate a mutare gli assetti geopolitici del Medio Oriente, incrinando i rapporti tra Ankara e Atene e destando la viva preoccupazione di Bruxelles che, nella questione, parteggia per Nicosia. Per capire meglio la questione occorre fare un passo indietro.

A fine dicembre 2010 la texana Noble Energy, in partnership con le israeliane Delek Energy e Avner Oil Exploration, avevano confermato l’esistenza di almeno due enormi giacimenti di gas naturale nelle acque del Mediterraneo Orientale. Una notizia destinata a far fibrillare le cancellerie mediorientali che già da tempo stavano con l’orecchio teso. E’ infatti dal 1998 che la Noble Energy trivella i fondali al largo di Israele ed è proprio nelle acque israeliane che, in quell’anno, scoprì il giacimento detto Mary-B. I lavori di analisi e trivellazione sono durati per anni nella convinzione che un grande giacimento di idrocarburi si estendesse da Israele alla Grecia. Nel gennaio 2009, la società Noble Energy e suoi partner, Delek Drilling, Avner Oil & Gas Ltd, Isramco, e Gas Dor Exploration, hanno segnalato la presenza di gas naturale nel giacimento Tamar-1 al nord della costa di Haifa, in Israele. Da quel momento in poi si susseguono le scoperte:dopo Tamar-1, le società hanno portato alla luce il giacimento Dalit e, lo scorso 3 giugno, quello di Leviathan. La Noble ha annunciato la presenza di 453 miliardi di metri cubi di gas nelle riserve del giacimento di Leviathan e228 miliardi in quelle di Tamar-1. I giacimenti di Leviathan e Tamar si estendono sotto le acque tra Cipro, le coste siriane, libanesi ed ovviamente israeliane. Dal momento della scoperta la tensione è salita alle stelle. Il governo di Ankara sta giocando in politica estera, sotto la guida del ministroDavutoğlu, una partita su più livelli che ha visto la Turchia recentementeprotagonista dell’espulsione dell’ambasciatore israeliano ad Ankara a seguito dei fatti della Mavi Marmara, del trionfale tour di Erdogan nei paesi delle “primavere arabe”, nonché della forte campagna diplomatica per il riconoscimento dello stato palestinese in sede Onu che, al momento, ha portato all’ingresso nell’Unesco. A questo si devono aggiungere le tensioni con la Siria, l’invasione dell’Iraq del nord (a caccia delle basi del Pkk curdo) e non da ultimo la questione cipriota che ha portato alla minaccia di congelamento delle relazioni con l’Ue nel caso il governo di Nicosia assumesse la guida di turno dell’Unione nel secondo semestre 2012. La questione cipriota affonda le radici nell’invasione turca del 1974 a seguito del colpo di Stato ordito dalla Grecia dei Colonnelli. Da allora l’isola è divisa in due parti: quella greco-cipriota, oggi membro dell’Unione Europea, e quella turco-cipriota riconosciuta solo da Ankara. In questo contesto l’avvio delle trivellazioni da parte di Cipro sud non potevano che scatenare la reazione turca: Ankara teme l’evidente rischio che Turchia e Cipro nord vengano tagliate fuori dai benefici e dai proventi della torta energetica. Una torta che Israele, Cipro, Grecia ed Egitto hanno già provveduto a spartirsi. La reazione del ministro Davutoğlu non si è fatta attendere. Il 21 settembre scorso un comunicato del ministero degli Esteri turco anticipava la sigla di un accordo di delimitazione delle piattaforme territoriali tra la Turchia e la repubblica di Cipro Nord, stipulato tra Erdoğan ed il presidente della repubblica di Cipro Nord, Derviş Eroğlu Un atto dovuto “dal momento che l’Amministrazione greco-cipriota ha iniziato l’attività di perforazione il 19 settembre” recita il comunicato che conclude:

“[l’amministrazione greco-cipriota] occorre che sospenda l’attività di perforazione in nome della pace e della riconciliazione invece di sprecare le proprie energie nel creare tensioni. Sarà così possibile giungere a una soluzione duratura che possa fare del Mediterraneo orientale uno spazio di cooperazione assicurando che le risorse naturali di Cipro siano equamente condivise dai due popoli dell’isola”.

Le rivendicazioni turche sono ritenute pretestuose dal governo di Nicosia – ma anche dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti – poiché Ankara non ha mai voluto ratificare l’Unclos, la carta che regola il diritto marittimo. Malgrado ciò il presidente greco-ciprota, Dimistris Christofias, il 22 settembre scorso, si disse pronto a condividere con i turco-ciprioti i proventi delle attività energetiche. Una posizione che ha suscitato l’apprezzamento dei turco-ciprioti e che ha valso la promessa della ripresa dei negoziati bilaterali per la riunificazione dell’isola dopo la plenaria Onu. Solo il giorno successivo, però, il primo ministro Erdogan, partecipando alla cerimonia di consegna della prima nave da guerra integralmente turca, ha riaffermato con forza dalle colonne dell’Hürriet il diritto turco a difendere i propri interessi marittimi, ivi compresi quelli energetici, mentre la motonave esplorativa Piri Reis entrava nelle acque del quadrante 12 ‘Afrodite’ a sud di Cipro, ad una sessantina di km da dove i partner israeliani ed americani dei greco ciprioti stanno trivellando. Non solo, ad accompagnarla tre sottomarini e tre fregate (la ‘Salih Reis’, la ‘Sokullu Mehmet Pasa’ e la ‘Oncu’) una delle quali si ancora pochi giorni dopo a sei miglia al largo della costa sud-occidentale di Cipro. Segno che quello che preme ad Ankara non è tanto la riunificazione di Cipro o i diritti della popolazione turca dell’isola (che paiono più che altro strumentali), quanto la possibilità di mettere le mani sui giacimenti. In caso contrario i sogni di Ankara di affermarsi quale potenza regionale rischierebbero di svanire in un brusco risveglio.

Le rivendicazioni turche sono ritenute pretestuose dal governo di Nicosia – ma anche dall’Unione Europea e

Dove porta la crescita economica

Non significa che tra stato e globalizzazione vi sia un contrasto insanabile e che uno prevarichi sull’altro: per trovare un piano di equilibrio bisognerebbe porre un freno alla disesguaglianza che porta la globalizzazione. A essere schiacciati dalla globalizzazione sono gli stati più deboli economicamente, più facilmente assoggettabili a forze esterne: un esempio sono le multinazionali. Un accusa che viene mossa alle multinazionali che agiscono in aree povere è che distruggono, attraverso la corruzione, il sistema politico vigente. Infatti la corruzione sta diventando il principale fattore dell’anti-stato. Si va formando in questo modo un insieme di “stati-falliti” in cui si sono potute insediare organizzazioni criminali (in Somalia) e le mafie internazionali e rafforzare quelle nazionali portando a stati criminali, in cui il governo è totalmente corrotto: la sovranità dello stato va perdendosi in questi stati e in quelli in cui anche se c’è un apparato governativo sovrano, questo non basta ad abbattere la corruzione e la criminalità sul suo territorio. Uno degli stati più corrotti è la Russia ed ultimo è il Myanmar. L’Italia, secondo la classifica stilata da transparency international, è al 55-esimo posto. La corruzione è una della cause a livello globale di instabilità e insicurezza della società perché mina le istituzioni e i valori della democrazia, mette a repentaglio lo sviluppo sostenibile e la prosperità economica. Lo stato-nazione ha trasformato la popolazione (entità politica e demografica) in popolo (attivo, presente e responsabile), l’abitante in cittadino: la globalizzazione ha riaperto la questione della sovranità popolare. Infatti il potere è stato riconsegnato alle oligarchie che dominano l’economia globalizzata e la rete di informazione e la usano a loro beneficio. I parlamenti e i partiti, da sempre simbolo della sovranità popolare, si indeboliscono. Però emergono nuove forme di partecipazione al potere come i gruppi di interesse (lobby) che portano avanti i loro interessi. Si parla di post-democrazia (Crouch) che non significa mancanza di democrazia ma declino della sfera politica a vantaggio di quella economica. La politica diventa essa stessa un prodotto da vendere: per vincere le elezioni non si elabora un programma ma si ricorre ad esperti di comunicazione. Le aziende si sono trasformate da organizzazioni economiche a concentrazioni di potere. La crisi del 2008 ha messo in dubbio il processo di globalizzazione: il potere sta tornando allo stato e attua anche un più ampio interventismo in economia. Anche se non si può dire in discussione in quanto le sue forze trainanti rimangono: immigrazioni numerose, rivoluzione informatica (internet), aumento consumi energetici.

Etnie

A oggi non c’è stato che non si possa dire che al suo interno non ci siano diverse etnie (fino a casi estremi come 54 in Indonesia e 40 nelle Filippine). Perfino in Europa, terra dello stato-nazione, conserva 56 minoranze. I caratteri che definiscono l’etnia sono immateriali (cultura, lingua, religione, tradizione, costume alimentazione) e si trasmettono per vincolo parentale e tramite l’apprendimento: si accompagna a comunanza culturale quella genetica. Il territorio è fondamentale, come sede storica dell’etnia: la stanzialità è importante. Per rilevare il fenomeno etnico, in regioni dove non c’è uno territorio che corrisponde a una sola etnia, si può andare a studiare le zone in cui si parla la

stessa lingua o anche dove ci sono elementi comuni come insediamenti di luoghi di culto (per questo i serbi rivendicano il Kosovo perché ricco di monasteri e chiese ortodosse). Secondo la Gatto Trocchi per appartenere ad un etnia non basta farne parte ma essere consapevole di esserne membro. Secondo Barth l’etnia attraverso i confini definisce chi sta dentro e chi fuori: occorre avere un’identità per poter comunicare con un estraneo (per questo i Nuovi Zelandesi si fanno chiamare solo recentemente Maori in modo da distinguersi dai Britannici). Non solo la cultura distingue un gruppo da un altro ma anche altri elementi intervengono:

la lingua infatti distingue i Castigliani dai Baschi (che dicono la loro lingua essere non di origine romanza), i berberi dagli arabi (in quanto la loro lingua è di origine camitica). L’etnia non desidera necessariamente dotarsi di uno stato proprio ma generalmente ricerca un livello di autocoscienza che rispecchi un livello di autoconservazione. La nazione vuole sempre una sua sovranità e quindi anche uno stato su cui esercitarla. I curdi ad esempio possono essere considerati un etnia in quanto possiedono tradizioni e una lingua comune (kurmanji) e vivono su un territorio omogeneo, ma a questo si aggiunge la volontà di costituire uno stato: diventano una nazione (la questione curda nasce con la dissoluzione dell’impero ottomano e il popolo viene suddiviso in Turchia (19% della popolazione), Armenia (0,1%), Iraq (23%), Siria (7,3%). Negli ultimi anni si sono spostati dalle campagne alle città andando a ingrossare le periferie: vengono meno i legami tribali ma aumenta un sentimento nazionale in quanto più vicini. L’unica istituzione su cui possono contare è il Curdistan iraqueno al contrario di quanto avviene in Turchia in cui hanno una condizione precaria dove non viene riconosciuta la loro identità: la loro debolezza deriva dalle differenze politiche che hanno. Hanno visto un evoluzione in Turchia con la posizione del partito curdo dei lavoratori (PKK) che porta avanti il riconoscimento del Curdistan iraqueno del governo turco e una piena autonomia dei curdi in Turchia). La nazione ha un grado operativo superiore all’etnia: l’etnia diventa nazione quando persegue la piena sovranità e autodeterminazione. Secondo Cerretti la nazione è un concetto prevalentemente ideologico-politico e può formarsi formando le diverse etnie; per Anthony Smith la nazione invece ha una base etnica omogenea; Kellas sta a metà: dice che la nazione si compone delle stesse caratteristiche di un etnia ma ha anche un aspetto della consapevolezza della nazione, l’autocosciena. L nazione, avendo un progetto politico, può portare ad una secessione cosa che non avviene con le etnie. La strategia adottata dagli stati multietnici (in cui il patto sociale si deve fondare non su un carattere etnico né nazionale: se no si avrebbe disgregazione) prevede in caso di frizioni interne una forma di legittimazione tramite il pluralismo culturale al posto dell’omogeneità nazionale. Infatti il pluralismo può portare alla disgregazione dello stato: in Belgio, il sistema federale adottato nel 1993, è stato il modo per evitare la separazione tra i fiamminghi (57% della popolazione) e i valloni (32%). Tre regioni: una germanica con i fiamminghi, una francofona con i valloni e Bruxelles che rappresenta una zona autonoma. Ogni regione ha un proprio apparato amministrativo ed esecutivo. I fiamminghi, la parte più sviluppata, soffrono della prevalenza francofona dello stato centrale: ecco che le Fiandre chiedono una secessione (più estrema è la poisione del partito fiammingo vlaams belang che chiede l’unione delle Fiandre all’Olanda).

Kellas nota il fallimento del tentativo di trasformare uno stato-nazione in uno stato plurietnico (Sri Lanka, Canada, Yugoslavia, Belgio, Libano) Lo stato nazione persiste fin quando le etnie al suo interno ritengono più importante l’interesse nazionale che il proprio (cosa non avvenuta in Belgio in cui c’è un diritto personale diretto alle singole comunità e non statale). Un caso particolare è la Svizzera, fondata da Guglielmo Tell nel 1874. La sua posizione geografica da cui i Cantoni hanno sempre tratto profitto è quella del passo di San Gottardo che permette il controllo dei traffici commerciali in quel quadrante alpino. La confederazione trovò come punto di difesa rispetto ai vicini nell’unione dei cantoni con posizioni neutrali. Però soprattutto negli ultimi anni l’unione sembra venire meno essendo sopraffatta dalla crisi dello stato nazione a causa della globalizzazione e del libero movimento delle persone (trattato di schengen).

Risveglio delle etnie

Per spiegare il risveglio delle etnie nell’ultimo secolo si deve ampliare il concetto di etnia classico e si deve aggiungere un riferimento politico più diretto: il sentimento di alterità della propria comunità stabilisce i confini di etnia (la comunità definisce i confini dell’etnia). Prima non c’era la necessità di dotarsi di un territorio e la comunità non conosceva la possibilità di organizzare il territorio ai fini del controllo e di essere fonte di legittimità per il potere. Il risveglio è dovuto a due fattori legati alla globalizzazione. Prima di tutto l’indebolimento dello stato-nazione dovuto all’economia globalizzata che si sottrae all’intervento regolatore dello Stato che perde credibilità di fronte i propri cittadini. Questo ha suscitato un risveglio delle minoranze che richiedono un ruolo più forte in economia andando a intaccare l’interesse generale dello stato. Inoltre la globalizzazione mette in discussione le culture con il moltiplicarsi delle comunicazioni avvicinandolo tra loro e levando omogeneità ai luoghi. Qui esce fuori l’etnia che chiede un riconoscimento non solo per esprimere le proprie peculiarità ma anche per sopravvivere. Il risveglio delle etnie trova legittimazione nel principio condiviso espresso da Woodrow Wilson sull’autodeterminazione dei popoli: ma questa utopia non considerava il fatto che più etnie potrebbero richiedere la stessa porzione di terreno (Palestina, Kosovo): è un concetto che non porta alla pace ma a nuovi conflitti e alla frammentazione della sovranità in quanto ogni popolo ritiene di detenere la sovranità su quel territorio in base alla propria visione. Il concetto dell’autodeterminazione però è difficile da limitare in quanto viene visto come un diritto dei popoli. Heraud disegnò 5 fasi del rapporto tra etnie e autodeterminazione:

1) autoaffermazione: la comunità si dichiara cosciente di sé e rivendica una propria identità politica (i corsi) 2) autodefinizione: il diritto della comunità a definire le proprie caratteristiche salienti, come il territorio (Palestina) 3) secessione: massima forma dell’autodeterminazione con cui una comunità si separa dallo stato di appartenenza 4) autoorganizzazione: possibilità di darsi una legge autonomamente 5) autogestione: diritto di amministrarsi all’interno di uno statuto che la stessa comunità si è dato La forza centrifuga delle etnie non può essere limitata secondo il principio nazione dominatrice e minoranze dominate (contro diritti umani universali), ma

solo nella capacità dello stato di proporre

un patto

in

grado di rendere

la

popolazione un unico corpo politico. Il diritto al riconoscimento che le etnie

rivendicano deve amalgamarsi con un patto politico più ampio.

Quando le etnie diventano minoranze

Il solo dato linguistico registra 800 comunità in Sud America che non parlano spagnolo, in Africa 600 e 2000 lingue diverse. La minoranza etnica non va vista solo dal punto di vista demografico (numerico) ma anche da quello socio-politico. La lingua e i costumi non sono sufficienti per definire una minoranza (allora anche le comunità dialettali entrerebbero nel conteggio aumentando il numero). Neanche lo stanziamento in un territorio è valido (Curdi, Occitani, Ladini) perché alcune minoranze sono nomadi (Tuareg, Gitani). Capotorti diede una definizione soddisfacente: una minoranza etnico-linguistica è un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione di stato, in posizione non dominante, i cui membri possiedono dal punto di vista etnico, religioso, linguistico caratteristiche che si differenziano dal resto della popolazione e manifestano un sentimento di solidarietà con lo scopo di conservare la loro cultura, tradizione, religione e lingua. Quindi è importante il fattore numerico e politico, che abbia autocoscienza di sé, non sia dominante La posizione dominante di una comunità all’interno della struttura statale può significare un integrazione tra stato e comunità. A questa si può associare un integrazione socio-economica (come gli altoatesini in Italia). Altri esempi di integrazione sono i valdesi in Italia. Per gli altoatesini è meglio parlare di etnia minoritaria piuttosto che di minoranza etnica: in Alto Adige ci sono 500 mila abitanti di cui il 70% parla tedesco che è lingua ufficiale insieme all’italiano; lo statuto del 1972 permise alla regione di godere di vasta autonomia amministrativa e legislativa (trasporti, sanità, lavoro, viabilità, scuola). L’autonomia è resa effettiva dall’alta percentuale di tributi che rimane nella regione. L’euroregione Alto Adige/Sudtirol-Trentino-Tirolo (unisce la regione austriaca e le province di Trento e Bolzano) è un esempio riuscito di integrazione regionale: ci sono progetti di cooperazione come nel turismo, nell’università, nell’importazione attraverso il tunnel del Brennero. Si ha la necessità di riequilibrare la predominanza nelle due aree tirolesi con una provincia italiana come Trento. Una minoranza per essere etnicizzata ha bisogno di stanziarsi su un territorio:

questo serve a spiegare come gli emigrati non formano una minoranza: la loro presenza sul territorio è dispersa e discontinua nel tempo (può succedere che si formino dei quartieri etnicizzati). Basta pensare agli sloveni in Italia che occupando una fascia territoriale al confine con un paese slavo hanno rappresentato un problema nazionale. Mentre la Jugoslavia di Tito riusciva a comprimere gli italiani in quanto minoritari. Anche i nomadi (Tuareg, minoranze siberiane) possono essere classificate nelle minoranze etniche perché i nomadi a differenza dei gruppi stanziali hanno un territorio più vasto a loro disposizione anche se con un minor controllo: ma un territorio esiste. La minoranza etnica cerca di mantenere una propria diversità rispetto all’identità dello stato nazionale, la minoranza nazionale (più politica) è tesa a realizzare un progetto nazionale (secessione).

I movimenti locali sono diversi dalle minoranze etniche perché, sebbene indeboliscono lo stato nazione, questa ha un origine culturale, politica e sociale mentre il movimento locale si giustifica in base a motivazioni economiche. Allora laddove diventano scomode le minoranze etniche che lo stato-nazione interviene con lo strumento della pulizia etnica. Ad esempio all’inizio degli anni venti del 1900 ci sono stati scambi di popolazione tra Turchia e Grecia (questo è un caso che ha visto un accordo tra gli stati senza conseguenze “brutali”). Nel caso che lo stato direttamente tratta le minoranze etniche con la pulizia etnica la violenza viene fuori. Generalmente le minoranze si concentrano in alcune aree contigue all’interno di uno Stato. Ma vi sarà poi anche una vasta zona confinante tra il territorio della minoranza e quello della nazione “ospite” dove le due comunità tenderanno a mescolarsi. In questo caso è difficile porre una linea di confine e accontentare tutti: è la realtà a decidere la linea confinaria, vale a dire i rapporti di forza momentanei. Ci sono stati alcuni accordi a partire dal 1800 a tutelare le minoranze (Congresso di Vienna 1815, Convenzione di Londra per la creazione del regno di Grecia 1830, Trattato di Berlino 1878). È con la convenzione dei diritti dell’uomo dell’Onu (1948) che i diritti delle minoranze vengono giuridicamente tutelati: in particolare si tutelano la pratica della religione, sviluppare propria cultura e parlare la propria lingua. La convenzione di Ginevra (1953) protesse le minoranze linguistiche. Fu interessante la risoluzione del parlamento europeo (1981) che disse che l’integrazione non contrasta l’autonomia: la prima è la capacità da parte di una comunità di guidare da sé il processo all’integrazione con le altre comunità. La Russia dopo il dissolvimento dell’Urss si è mossa per ricostituire l’unità della propria sovranità anche per contrastare il cordone sanitario americano (è una pratica per l’isolamento attuata anche verso l’Urss per evitare il contagio delle idee bolsceviche). La Cecenia per esempio si trova a sopportare una migrazione russa ed ucraina rendendo la regione etnicamente eterogenea facendo nascere conflitti. Inoltre i ceceni sono musulmano sunniti differenti dai russo-ortodossi. Questo serve a spiegare come la Russia giustifichi le repressioni in quanto vede in Cecenia la possibilità di un instaurazione terroristica. La Russia quindi ha sempre cercato di limitare le minoranze per raggiungere i propri interessi. Dopo il dissolvimento dell’Urss, la federazione russa si era dotata di 7 distretti con all’interno 83 soggetti territoriali divisi in repubbliche e regioni: la formazione di una repubblica al suo interno è garantito dal principio staliniano (costituzione 1936) della maggioranza etnica non russa su un dato territorio. Putin però è tornato a un forte verticismo tanto che si parla di “governo statale unitario con maschera federale. I distretti sono strutture di tipo prefettizio che dipendono direttamente dalla presidenza della federazione e hanno vasti poteri (più degli organismi locali). Particolari problemi per la federazione lo rivestono il Caucaso del nord, il Tatarstan (tatari 52% e sono musulmani), il Bashkortostan (distretto sul volga e in maggioranza musulmano). Invece la Russia considera strategici quegli stati in cui è forte la comunità russa per destabilizzare gli stati filo-occidentali come: Estonia (25,6% russi), Lettonia (28,3%), Lituania (5,1%), Ucraina (17,3%), Georgia (2,5%), Kazakistan (27,2%), Kirghizistan (12,5%). Sorgono trattati bilaterali quando un etnia è maggioritaria in uno stato mentre in quello confinante è minoritaria in modo da tutelarla: quello che accade con

gli sloveni in Friuli e con gli italiani in Istria. Ma non succede dove vicino non c’è uno stato etnicamente simile: Palestinesi, Curdi, Berberi.

Integrazione e assimilazione

Assimilazione: assunzione da parte di un gruppo minoritario delle caratteristiche dei quello maggioritario con scomparsa della minoranza. Integrazione: si basa sul rispetto del patto associativo dello stato nazione da parte della minoranza che potrà rivendicare le proprie strutture statali. È diversa dall’autonomia che garantisce la sopravvivenza della minoranza dal punto di vista culturale e sociale non consentendo un momento di condivisione politica. L’integrazione è lo strumento dell’equilibrio: garantisce anche alla minoranza i diritti. In merito l’attuale legislazione del Quebec presenta dei limiti: ad esempio i francofoni non possono iscrivere i propri figli in una scuola inglese; le scritte devono essere bilingue; nelle imprese con più di 50 dipendenti è obbligatorio il francese. In questo caso c’è il rischio inverso: quello di cercare di tutelarsi ma rischia di compromettere i diritti civili facendo venire meno il legame politico- culturale con il paese. Si rileva oggi che l’indebolirsi dello stato-nazione porta i gruppi minoritari a esprimere quell’identità che non hanno mai perso nel corso dei secoli. Ad esempio una parte del confine italiano (confinante con l’Austria) è occupata da popolazioni germanofone (Alto Adige). Ma dopo la prima guerra mondiale (quando l’Italia ampliò il confine) c’era una forte influenza austriaca nella regione rendendo il confine debole (perché non era assicurato da una popolazione che si sentisse veramente italiana). Per questo che l’Italia attuo una politica assimilazionista e non tanto di integrazione. La crisi dello stato-nazione ha portato le etnie a svolgere un ruolo di rappresentanza politica a un livello più stretto che lo stato invece attua su tutto il territorio (ma non ne è in grado). Il caso dei berberi è emblematico: è un popolo originario del nord-Africa che ha subito una forte influenza prima romana e poi islamica, mantenendo però sempre una sua identità (lingua propria e favorito dal suolo montagnoso che ha permesso di preservarsi e di non essere continuamente a contatto con altri popoli). Si stanziarono nel III millenio a.C. nel Maghreb e abitano una zona che va dalle Canarie all’Egitto e li ha visti adottare l’Islam ma cercando di mantenere una loro identità formando una “setta”: il khargismo. La colonizzazione francese portò a una crisi delle loro strutture e dopo la decolonizzazione e con l’affermazione degli stati-nazione si è cercato di escludere in nome di una unità araba-musulmana. È durante l’instaurazione degli stati nazione nel nord-africa che la loro lingua, da sempre orale, è stata trascritta anche in dizionari. La questione berbera è maggiormente accentuata a Cabilia, anche grazie alla sua posizione geografica vedendosi sormontata dal massiccio del Djurdjura nel nord dell’Algeria (parte dell’altopiano dell’Atlante). È a Cabilia che scoppia la primavera nera nel 2001 quando morirono 100 cabili nello scontro con la gendarmeria algerina (fu la più grande manifestazione di massa in Algeria). Il governo algerino ancora non riconosce costituzionalmente le specificità culturali dei berberi e il loro ruolo nella storia algerina; inoltre mette meno fondi per Cabilia. La crescente distanza dal governo centrale ha permesso ai cabili di rispolverare i vecchi comitati e strutture di villaggio (‘aarsh): dal 2001 il movimento della Cabilia

libera (MLK) e il movimento per l’autonomia della Cabilia (MAK) chiedono un’autonomia politica ed economica dal centro. Infine l’assimilazione garantisce maggiore coesione allo stato ma priva le minoranze dei propri diritti culturali. È anche non facile ripensare il patto politico su cui si fonda la nazione per dare più libertà e diritti alle minoranze: si pensa ad uno stato che comprenda più nazioni.

Ragioni del conflitto

Ciò che è alla base del conflitto etnico lo è anche per il risveglio delle etnie:

riconoscimento politico (sovranità) rivolta allo Stato. Quando si è davanti due gruppi etnici che hanno lo stesso peso numerico allora l’instabilità sarà alta perché ognuno vuole la supremazia: rischio divisione stato (es. Belgio). Quando invece c’è una minoranza (un quarto della popolazione totale) si ha invece un processo di assorbimento di questa da parte della maggioranza. Però la sua forza centrifuga aumenta se si trova in una posizione geografica che permetterebbe un sua difesa: questo è accentuato nel caso in cui questa regione si trovi lungo il confine dello stato “ospitante” e avrà più possibilità di secessione (Montenegro: durante impero ottomano riuscì a mantenere l’indipendenza proprio per il dislocamento lungo il confine riuscendo a mantenere il sistema di governo basato sull’autorità dei vescovi principi). Infine se ci sono più gruppi all’interno dello stato si può arrivare a una convivenza (Svizzera) o a scontri dovuti ad alleanza diverse tra i vari gruppi (Pakistan tra pashtun, punjabi, baluchi, sindhi). È il sentimento comune che può portare ad attriti o unioni: dipende dai fattori culturali. Ad esempio in Yugoslavia sebbene il croato e il serbo sono entrambi dialetti della lingua slava del sud, si sono compilati dizionari diversi per sancire la divisione dovuta al nazionalismo. Ma la separazione porta solo a una situazione statica: infatti per non rimanere chiusi in sé è importante che ci sia un interscambio per formare nuove esperienze. La globalizzazione favorisce questo processo anche se delle volte porta a conseguenze non ottimali in quanto la sua velocità è troppo eccessiva: questo potrebbe portare avere un effetto contrario, vale a dire eliminare le minoranze invece di preservarle (sono necessari “tempi normali” e non forzature temporali per portare ad efficaci scambi culturali). Alcune minoranza sono riuscite a contrastare questo processo e a preservarsi:

un esempio sono gli Inuit (sono di origine eschimese e vivono di inverno negli igloo mentre d’estate in tende sostenute da costole di balena e ricoperte di pelle di foca. La Danimarca ha cercato di minarne la cultura provando una nazionalizzazione della Groenlandia, prima colonia, attraverso una scolarizzazione forzata. Anche in Canada la comunità ha raggiunto una propria autonomia e nel 1999 è stato istituito il Territorio Autonomo di Nunavut, nei territori del nord-ovest, con 31 mila abitanti). Sono 50 mila di cui 15 mila vivono a Nuuk (una delle capitali più piccole del mondo): vivono nella fascia verde a sud-ovest in quanto l’80% restante è coperto da ghiacciai. Hanno recentemente ricevuto dalla Danimarca una reale autonomia dopo il riconoscimento formale del 1979: hanno la possibilità di gestire autonomamente i tribunali, la polizia e le risorse (recenti scoperte di giacimenti di petrolio offshore) lasciando alla Danimarca il controllo della difesa e degli esteri.

Kosovo

I serbi all’inizio del 1100 occupano gran parte della “terra dei merli” (Kosovo) facendolo subito il suo centro spirituale con la costruzione di monasteri con la maggiore densità in Europa. La Serbia diede vita a un grande regno tra il 1200- 1300 che si estendeva dal Danubio alla Grecia finchè non fu sconfitta sulla pina dei merli (Kosovo polje) dall’esercito musulmano: tutta la migliore nobiltà serba guidata dal principe Lazar Herbeljanovic venne distrutta passando alla leggenda (si dice che il principe abbia accettato di perdere il regno terreno per passare a quello celeste in seguito alla domanda di un angelo inviato da Dio:

questo spiega perché i serbi considerano questa terra sacra. Nel corso del 1600 molti serbi kosovari decidono di lasciare la regione perché sotto il sempre più forte potere ottomano: questa sarà una questione di contrasto sulla rivendicazione della terra da parte dei serbi e dei kosovari secondo i quali i serbi lasciarono la terra spontaneamente e non come sostengono loro per le vessazioni ottomane che poi integrarono lo spopolamento sostenendo l’immigrazione albanese. Nel 1900 la crescita della popolazione albanese fu esponenziale non permettendo un controllo del regime serbo e yugoslavo. Negli anni 1990 il Kosovo chiese l’indipendenza forte di una larga maggioranza albanese. L’asprezza della repressione yugoslavia fece intervenire la comunità internazionale e la Nato che s’instaurò nel territorio (sotto mandato Onu si presentò sia come forza in conflitto contro i serbi sia come garante della pace in Kosovo. I guerriglieri dell’UCK si sentirono autorizzati alla vendetta verso i serbi e circa 200 mila di loro dovette fuggire insieme a 50 mila rom. In seguito i capiclan e guerriglieri albanesi riuscirono ad arrivare alle elezioni). Il Kosovo rappresenta un punto strategico nei balcani tanto che la Nato ha insediato la più grande base militare in Europa (Camp Bondsteel): è anche utile, come regione, per contrastare le mire russe da sempre vicino a Belgrado. Nel 2008 l’indipendenza è stata dichiarata nulla dalla Serbia e dall’Onu ma non da altri stati come gli Usa. La missione militare della Nato (KFOR) avrebbe dovuto lasciare posto a una civile dell’Unione Europea (EULEX) con l’obiettivo di favorire la convivenza tra serbi e kosovari e sviluppare un sistema di polizia, giudiziario e commerciale multietnico. Ma non si capisce il fine politico dell’EU e questo non permette un concreto sviluppo del progetto. Vorrebbero formare uno stato-nazione ma è di difficile realizzazione: è priva di risorse minerarie e i proventi vengono dagli aiuti internazionali e dai traffici illeciti: rischia la trasformazione in uno stato-mafia dato che una volta finiti gli aiuti e non avendo sbocchi sul mare non ha altre scelte che optare per un commercio illegale (ha confini poco rilevanti con Fyrom, Albania, Montenegro e ostili con la Serbia). Inoltre ci sono conflitti clanici e solo un intervento dell’EU per formare un apparato economico potrebbe salvaguardare il Kosovo: ma ripongono più fiducia negli Usa che nell’EU. I serbi kosovari (minoranza) stanno nella stessa condizione dei Palestinesi in cisgiordania vivendo in isole etniche non collegate fra loro (hanno anche formato dlle strutture amministrative parallele a quelle kosovare: come avvenne in Italia nel Territorio Libero di Trieste in cui convivevano strutture amministrative italiane e yugoslave). Ci sono anche altre comunità come quella degli slavi musulmani (bosgnachi), dei rom (100 mila), turchi (20 mila), croati (500), goranci, ashkali: un crogiolo di etnie. È un esempio di come la sovranità dello stato-nazione si sia indebolita: oltre alla disgregazione interna dello stato si è verificata un’ingerenza della comunità internazionale che ha agito in nome di una ragione cosmopolita che ha superato la ragion di stato in nome del rispetto dei diritti umani (molti stati

non hanno riconosciuto l’indipendenza per non fomentare le minoranze etniche nei loro territori).

non hanno riconosciuto l’indipendenza per non fomentare le minoranze etniche nei loro territori). Bosnia-Erzegovina Qua prevale

Bosnia-Erzegovina

Qua prevale una divisione religiosa che distingue i musulmani dai bosniaci. È l’unico paese al mondo il cui l’Onu ha un potere esecutivo. La divisione religiosa permette di capire come sia difficile che si instauri un sentimento unitario nazionale: i maggiori incarichi istituzionali sono ripartiti sulla base dell’appartenenza a una delle etnie maggioritarie nel paese (croata, serba, musulmana). I musulmani anche se sono distinti in base alla religione possono essere considerati un’etnia perché la costituzione di Tito del 1974 li vedeva come una nazione; inoltre si vedono come una comunità politica in quanto chiedono un’autodeterminazione e sovranità. Ci sono due entità amministrative territorialmente divise: la federazione bosniaco-croata che raccoglie la popolazione croata (17%) e quella bosniaca-musulmana (43%) e la Republika Srpska con etnia serba (31%). Ognuna ha un suo parlamento e governo e la

presidenza della repubblica è composta da tre membri che rappresentano le tre etnie (la carica appartiene ad uno e ruota ogni 8 mesi). Il parlamento bosniaco (musulmano)-croato è suddiviso in base al calcolo etnico e assomiglia a quello libanese. La costituzione, contenuta negli accordi di Dayton, non è stata tradotta in serbo perchè i bosniaci-musulmani non riconoscono la Republika Srpska. C’è sempre più una richiesta, da parte bosniaco-musulmana, di superare le divisioni etniche e di formare delle istituzioni unitarie ma questo sentimento tende più ad affermare il proprio potere sulle altre etnie piuttosto che formare un sentimento nazionale. La Republika Srpska ha fatto richiesta di inserire nella costituzione il diritto alla secessione: questo implicherebbe un’annessione nella Serbia e un allargamento del confine serbo che andrebbe ad “uncinare” la Croazia. Ma finora non sembrano riafforati contrasti anche grazie all’Alto Rappresentante dell’Onu che detiene un forte potere politico cercando di far valere gli accordi di Dayton (1995). L’UE cerca di superare i conflitti nei balcani cercando la “stabilizzazione attraverso l’inclusione” nelle strutture europee. Appare però contradditoria la posizione dell’UE che vorrebbe concedere l’indipendenza al Kosovo e nello stesso tempo non concederla alla Republika Srpska perché preferisce la multietnicità in Bosnia-Erzegovina.

Libano Il Libano è di lingua araba ma è diviso religiosamente: anche se è difficile eseguire

Libano

Il Libano è di lingua araba ma è diviso religiosamente: anche se è difficile

eseguire dei censimenti (perché le istituzioni non riescono a contenere le etnie). Però il 34% è sciita, il 21% sunnita, il 23% cristiano maronita, l’11,2% cristiano ortodossa, 7% drusa. Secondo il punta di vista possono essere etnie perché la fede viene trasmessa a livello parentale su un territorio definito e stabile nel tempo: le etnie vengono chiamate come gruppi “etnico- confessionali” e si autoregolamentare (data la difesa data a loro). Il parlamento

(come in Bosnia) è suddiviso in base ai gruppi etnici per non modificare gli equilibri di potere. Lo stesso vale anche per le cariche istituzionali: la costituzione del 1943 non basa lo stato sul concetto di nazione ma sembra accentuare le differenze. Lo stato libanese nasce dall’Emirato del monte Libano che tra settecento e ottocento vedeva una forte integrazione delle confessioni. Ma la spinta francese a rendere i maroniti la loro testa di ponte nel Medioriente. Le contrapposizioni portarono al suo sfaldamento nel 1864 e alla creazione del Sangiaccato del monte Libano: questo ha portato il prevalere delle confessioni sulle tribù (che rimangono) ed è riscontrabile nella situazione politica attuale. Non va sottovalutato il ruolo di clan (centri d’interesse) capaci di attirare su di loro il consenso anche a livello transconfessionale, favoriti in questo dal sistema elettorale che premia i candidati moderati delle varie liste. La prima guerra civile scoppiò per gli scontri tra cristiani e musulmani che propugnavano il disegno panarabo di Nasser (questo spaventava i cristiani perché li avrebbe inglobati in un mare arabo). La seconda, dal 1975 al 1990, scoppiò tra le etnie soprattutto tra maroniti e palestinesi. Il conflitto si allargò in Israele (preoccupati per la forte presenza dei palestinesi al confine) e in Siria (interessata ad assumere un ruolo preponderante in Libano). I maroniti per paura di rimanere schiacciati dai palestinesi, sciiti e sunniti cerca alleanza attraverso Gemayel con Israele. La riappacificazione si ebbe nel 1989 con gli accordi di taif che ha portato a un bilanciamento dei maroniti e musulmani: i primi però perdono terreno a causa della bassa natalità ed emigrazione. La Siria ha reso il Libano un suo protettorato: gli israeliani hanno invaso nel 1982 e nel 2006 il sud del Libano per le molte controffensive degli Hezbollah sciiti appoggiati dalla Siria. Il Libano dipende sempre più dai suoi vicini che alimentano gli scontri etnici in quanto influenzate da diverse potenze (Iran, Israele e Siria). Pesa anche il popolo palestinese (300 mila) che però non trovano un riconoscimento. In stati come questo e la Bosnia l’unica soluzione per rendere effettivo lo stato è il “costituzionalismo etnico” in cui le diverse etnie trovano spazio nel potere. L’aspetto (accennato prima) importante è il fatto che i cittadini non essendo uguali ma rappresentati secondo la propria etnia non permette la costituzione di uno stato unitario e di una identità: così le singole etnie cercano appoggio alle nazioni madre come nel caso della Bosnia in cui i serbi chiedono supporto alla Serbia e i croati alla Croazia. In Libano le etnie cercano il paese in cui la loro confessione è maggiore: gli sciiti verso l’Iran e Siria, i cristiani verso i paesi occidentali.

Israele e Palestina

La fondazione d’Israele avvenne dopo un duro scontro con i palestinesi già residenti da secoli: l’emigrazione (2 milioni) degli ebrei avvenne tra 1890 e 1948 (anno della fondazione). Nel 1949, l’armistizio di Rodi sanciva la fine degli scontri e una linea verde che divise Gerusalemme in due parti (ovest sotto Israele) est (sotto la Palestina). Solo nel 1976 dopo la guerra dei sei giorni, Israele riusciva ad unificare la città dove nel corso degli anni hanno pianificato una demografia di sicurezza basata su due ebrei ogni palestinese. Nel 1950 la legge del ritorno legittimava il diritto degli ebrei di rientrare in Israele divenendo cittadino: la politica demografica rappresenta un mezzo di salvezza per gli ebrei in un mondo arabo. Molti emigrati erano russi e questo conferma che per essere israeliani conta la professione dell’ebraismo: lo stato (laico) ha una dimensione religiosa. I cittadini non sono uguali tra di loro perché

per avere pieni diritti si deve essere ebrei (ad esempio gli arabi israeliani godono di meno diritti come nel diritto di proprietà e hanno la facoltà di non svolgere il servizio militare: l’esercito in Israele rappresenta uno dei principali strumenti di identificazione; chi non ha servito l’esercito non può accedere a certe posizioni lavorative e ai piani di edilizia pubblica). Altri cittadini non hanno la cittadinanza israeliana: quelli di Gerusalemme est. Nella ricongiunzione con Israele nel 1967 hanno rifiutato di riconoscere la sovranità di Israele: sono considerati residenti ed hanno una particolare carta d’identità. Possono partecipare alle elezioni municipali ma sono esclusi da quelle nazionali e non possono entrare nell’esercito. Risulta essere disconnessa dalla rete urbana dell’altra Gerusalemme. Lo scontro tra i due paesi si basa sulle due diverse etnie e l’insediamento delle colonie implica delle isole etniche in terra palestinese: l’etnia si identifica in base alla religione, l’etnia, la lingua e la discendenza. All’interno degli israeliani vanno poi distinti gli ebrei askhenaziti (mitteleuropei), russi, sefarditi (Africa del Nord, Grecia, Spagna), etiopi.

per avere pieni diritti si deve essere ebrei (ad esempio gli arabi israeliani godono di meno

Tibet e Xinjiang (corrisponde al turkestan orientale)

La Cina ha un 91% di popolazione di etnia han ma trova in occidente le forze

centrifughe (Tibet e Xinjiang). Hanno in comune il fatto di essere in posizione periferica, coprono vaste aree impervie (la posizione sull’Himalaya del Tibet rese difficile la conquista cinese dal 1950 al 1958) e sono povere. Inoltre sono vicini a stati che gli permette di rivendicare la loro posizione. Nello Xinjiang (5 volte l’Italia) la maggioranza, su 20 milioni, sono gli Uyghuri (turcofoni): sono presenti anche (300 mila) in Turchia e Kazakhistan (molti kazachi sono presenti in Xinjiang e questo spiega il forte mescolamento delle popolazioni nell’Asia centrale). In nome del pan-turanismo (progenitore del popolo turco) la Turchia protegge il popolo in Xinjiang in quanto quella regione è considerata l’ultima parte dell’impero ottomano: parlano lingue provenienti dallo stesso ceppo (uraloaltaico) e possiedono tratti comuni culturali. Ma la Turchia si trova isolata dato il fatto che la comunità internazionale è poco interessata ai diritti umani in Cina e preferisce avere buoni rapporti economici. Inoltre per placare le rivolte nella regione la Cina le ha accomunate al terrorismo. In entrambi le regioni la Cina si è rafforzata attraverso una migrazione forzata e immigrazioni han dalla Cina (passando dal 6% al 40%). Il Tibet al contrario non hanno appoggi di stati vicini: la Cina si muove per una lenta pulizia etnica cercando di integrare il territorio economicamente. I tibetani hanno una lingua autoctona e si fondano nella pratica del buddhismo lamaista e monasteri sparsi nella regione. La Cina oltre alla migrazione han

tiene sotto controllo la vita religiosa e culturale dei tibetani. Inoltre essendo il territorio montuoso i tibetani sono stati spesso nomadi per cercare nuovi terreni da coltivare: la Cina obbliga i nomadi ancora viventi a migrare verso le grandi città e si dice che almeno un milione sia migrato (considerando che la popolazione tibetana conta sei milioni: 1/6 è stato spostato e intanto gli han raggiungono il Tibet: della popolazione che vive nella zona si calcola che solo il 60% è han. La situazione delle minoranze è peggiorata quando la politica comunista internazionalista si è affievolita lasciando spazio all’aumento del suo ruolo politico ed economico; a questo si è aggiunto il nuovo concetto di sovranità e autodeterminazione che questi popoli chiedono (come hanno fatto altri popoli prima di loro). Le due minoranze non richiedono l’indipendenza ma un’autonomia politica a livello locale, al poter esprimere la propria identità culturale e godere dei benefici del successo economico. I tibetani, gli inuit e i berberi hanno in comune il fatto che sono diventate etnie passando direttamente da forma di vita tradizionale (tribù, clan e sistemi feudali) a forme moderne (dovute ai processi di decolonizzazione): i concetti di autodeterminazione e sovranità hanno spinto queste comunità a trasformarsi e a chiedere sempre più diritti legittimi.

tiene sotto controllo la vita religiosa e culturale dei tibetani. Inoltre essendo il territorio montuoso i

Sistema tribale e parentale

Lo stato è messo in crisi non solo dalla globalizzazione, regionalismi e deterritorializzazione ma in alcune realtà anche da forze interne come le tribù e i clan. Però spesso le cause della crisi possono essere altre e si commette l’errore di applicare il modello occidentale a quello di altre realtà. Infatti lo stato arabo-islamico ha subito un percorso di formazione diverso da quello europeo: la religione ha assunto un ruolo fondante nella legittimazione- deligittimazione. Il sufismo (movimento mistico islamico) e gli ulama (dotti in scienze religiose) svolsero un ruolo di coesione in alcuni paesi mentre in altri di contrapposizione, rappresentando un contropotere, ben radicato, soprattutto, nelle realtà locali delle tribù. A differenza dell’Europa, dove la religione ha influenzato solo in parte, perdendo pian piano importanza, la sfera politica, nell’universo musulmano ha assunto un peso sempre più crescente: anche se sarebbe fuorviante identificare in questi paesi l’islam con la politica. La tribù può essere definita come un’unità sociale caratterizzata da un certo grado di omogeneità culturale, derivata ad esempio dalla presenza di una lingua comune, la cui coesione interna può essere suggellata nel riconoscimento di un leader unico. Spesso diventa la principale forza di opposizione alla coesione statale.

Per clan si intende un’entità collettiva nella quale un vincolo corporativo lega tra loro un insieme di individui uniti da una discendenza comune (l’origine comune è di tipo mitico): può rappresentare il principale artefice della coesione corporativa e di disgregazione nazionale: si basa su legami parentali. Il termine clan nel mondo occidentale è associato alle “famiglie” mafiose o anche in forme diverse in Scozia e Irlanda. La particolarità del mondo islamico è che la religione si è dovuta innestare in un preesistente sistema tribale e parentale: l’Islam ha mostrato la sua elasticità nell’adattarsi dimostrando come si è potuto diffondere in diverse situazioni. L’Islam non è soltanto religione ma anche dinamica sociale, “collante” delle diverse realtà socio-culturali. L’Islam non è soltanto religione ma anche organizzazione della comunità: è religione, stato e governo. Si possono distinguere 3 dimensioni di appartenenza all’universo musulmano:

si può avere un’appartenenza religiosa, una tribale e una statale. Per esempio quella tribale è riscontrabile negli hazara: infatti la loro appartenenza tribale è così forte che nonostante siano sciiti non si fanno controllare dall’Iran (gli sciiti hanno un contatto diretto con Dio e sono suddivisi in tante “sette” mentre i sanniti riconoscono la mediazione religiosa e sono più omogenei). L’Islam è riuscito a superare i confini nazionali ed adattarsi alle singole situazioni per il suo carattere elastico: il messaggio è quello di unione per spezzare l’unione tribale ma in alcuni casi la geografia ha impedito questa coesione permettendo un rafforzamento tribale (nel caso degli hazara). In Iraq c’è appartenenza religiosa che corrisponde a quella tribale; in Afghanistan invece c’è appartenenza tribale. Nel Qatar c’è appartenenza statale e religiosa: infatti si cerca l’unità attraverso la religione che è quasi del tutto sannita. Inoltre il tribalismo è stato accantonato in quanto il paese è molto ricco di risorse e i regnanti (al thani) hanno preferito concedere le risorse (in parte) per mantenere la pace interna. Inoltre c’è l’arma di al jazeera che rende l’unità del popolo più forte (va detto che il Qatar gioca un ruolo ambiguo: da un lato promuove le rivoluzioni e si schiera con il popolo dall’altro tace le inquietudini interne; inoltre appoggia l’Iran ma allo stesso tempo ha stretti rapporti con l’occidente e l’Arabia Saudita).

La famiglia è il nucleo essenziale dello stato: quando si indebolisce la famiglia (clan) si indebolisce la nazione. Infatti attualmente gli stati sono in crisi perché fronteggiano le famiglie dando spazio all’economia e alle produzioni; altri paesi invece che prediligono le famiglie e i legami sociali vedono un miglioramento e uno sviluppo: si rinsaldano i valori. La tribù è un’unità sociale caratterizzata da un certo grado di omogeneità culturale: c’è il riconoscimento di un leader. Il clan è un’entità collettiva uniti da una discendenza comune: nelle scienze etnoantropologiche, un clan è un gruppo di persone unite da parentela, che è definita dalla discendenza percepita da un antenato comune. Spesso il fattore distintivo è che un clan costituisce una parte più piccola di una società più grande come una tribù, un chiefdom, o uno stato. Nelle tribù c’è omogeneità culturale (storico-politico), nel clan c’è discendenza parentale (appartenenza a una famiglia). In alcuni paesi il vincolo tribale è importante in politica: la geografia isola i diversi clan formando vari clan all’interno di un paese: isolandoli non li mette a

contatto con altre popolazioni e la loro cultura e tradizioni rimangono stabili e inalterate. I territorio costituisce una forma di incentivo all’instaurarsi del clan laddove c’è divisione del territorio: più il territorio facilita le comunicazioni e le relazioni, più i clan trovano difficoltà ad instaurarsi. Nell’universo islamico il potere politico si contraddistingue per alcune caratteristiche che ne definiscono gli assetti interni ed in tali dinamiche che le forze clanico-tribali condizionano la loro evoluzione politica. Se da un lato può deligettimare il potere statale, dall’altro lo può consolidare diventando la base del potere. Alcune fazioni, infatti, possono servirsi dei vincoli tribali per rafforzare le proprie posizioni ai vertici (come nell’esercito e in importanti cariche pubbliche); a queste spesso si accompagnano matrimoni di convenienza: però non sempre garantisce l’equilibrio e la stabilità in quanto altre etnie e tribù possono rivoltarsi. I vincoli tribali, parentali e la religione nell’universo islamico costituiscono punti di stabilizzazione e destabilizzazione del potere. Queste logiche tribali sono ad esempio ravvisabili in Siria dove gli al-Asad monopolizza il potere dopo aver cementato forti vincoli parentali: appartiene agli sciiti alawtiti (sono vicini all’ismailismo e sono in gruppo minoritario rispetto ai sanniti: anche se riconoscono i cinque pilastri li vedono come doveri simbolici e non obbligatori cosa che li ha definiti un gruppo eretico. Hafiz dopo il golpe del 1970 rafforzò il potere escludendo gli altri partiti delegandoli alla clandestinità). Quello che gli consentì di mantenere il potere è il fatto che a coloro che lo seguirono (non solo gli alawiti ma qualsiasi altro gruppo che lo avrebbe appoggiato), concesse le posizioni nevralgiche di controllo: il vincolo clanico-tribale è stato lo strumento della legittimazione. Quindi le varie tensioni e la rivolta attuale sono dovute al mancato appoggio di alcune famiglie che prima erano favorevoli al potere e dalla maggioranza sannita rappresentata dai Fratelli musulmani. Uno spunto interessante è dato dall’Iraq: qui infatti Saddam (figlio di un pastore) riuscì a prendere il potere in un paese a maggioranza sciita mentre lui era sannita (situazione opposta alla Siria). Non ci si deve soffermare solo sulle etnie principali: sanniti, sciiti (a sud), e curdi (al nord vicino la Turchia). Si devono vedere i legami intertribali che hanno portato la tribù di Saddam al potere (i tikriti). Prima dell’occupazione americana del 2003 al vertice c’erano tre tribù oltre a quella di Saddam: gli a-majid, i khayrallah, gli ibrahim (discendenti di Saddam). Le tribù al vertice per assicurarsi il potere dovettero fare delle concessioni ad altre tribù (soprattutto quelle sannite che rappresentano la maggioranza): l’instabilità non va quindi vista solo fra i contrasti tra le etnie (sciiti, sanniti, curdi). Lo stato di fronte alla concorrenza del sistema tribale reagisce in modi diversi:

in alcuni paesi si cerca di rafforzare i rapporti tra tribù, in altri, come il Bahrein e il Qatar, la concessione della cittadinanza è uno degli strumenti per rafforzare il potere centrale. Ad esempio il Bahrein, la famiglia regnante (ali khalifa) sunnita ha deciso di concedere la cittadinanza del gruppo parentale dawasir per controbilanciare la maggioranza sciita (la quale ha protestato per maggiori diritti civili ed economici). Questi esempi sono significativi per spiegare come il potere tribale possa incidere nella gestione dello stato e che non può essere trascurato. Fino a questo momento si è parlato di paesi in cui i rapporti clanici hanno favorito la stabilizzazione dello stato. Ma la caratteristica principale è quella di disgregare.

Yemen: è un paese molto povero e desertico e la parte più ricca è dove ci sono più precipitazioni. Si parla di “tribalità di partito” (persistono strutture clanico- tribali che condizionano la vita politica rendendo conflittuale il rapporto tra potere e forze locali). Saleh ha governato avendo fondato un alleanza forte nel nord ma non riuscendo nel sud dove ci sono molte divisioni. È l’unico paese della zona che ha una repubblica ma non riesce a mantenere il potere centrale per un forte contrasto tribale (si discute se uno stato islamico possa essere democratico e repubblicano in quanto secondo alcuni considerano l’islam antidemocratico: ma questo non è vero in quanto è presente una forte società civile che non rinnega la religione. Lo Yemen, dal punto di vista geografico, si può dividere in quattro regioni principali: le pianure costiere ad occidente, gli altipiani occidentali, quelli centrali e il deserto del Rub' al-Khali ad est. Non riesce a trovare stabilità lo Yemen. Dopo anni di guerra civile che ha afflitto il Nord del Paese prima della riunificazione del 1990, i combattimenti tra le forze secessioniste e il governo centrale sono ancora durissimi. Fino al 1990 esistono due Yemen: la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, l’Impero Ottomano va in frantumi. I turchi abbandonano lo Yemen settentrionale, nelle loro mani da oltre tre secoli. Il Paese è governato da un nuovo re, l''imam Yahya. La Gran Bretagna mantiene il protettorato su Aden, occupata dal 1839. Nel 1945 lo Yemen del Nord è tra i fondatori della Lega araba e, due anni dopo, entra nell''Onu. Nello Yemen del Nord, nel 1962 un colpo di stato dell''esercito capeggiato dal colonnello Abdullah al-Sallal (appoggiato da l’Egitto di Nasser e l’Urss) spodesta l''imam Muhammad al-Badr (era appoggiato dall’Arabia Saudita) e proclama la Repubblica araba dello Yemen (Ray). Le forze fedeli al figlio dell''imam, sostenute da Gran Bretagna e Arabia Saudita scatenano la guerriglia contro il nuovo governo appoggiato dall''Egitto e dall''Unione Sovietica. Aumentano gli scontri tra Yemen e Protettorato di Aden a causa dei confini. La guerra civile ritarda lo sviluppo del Paese: ancora nel 1960 non ci sono strade asfaltate la situazione sanitaria è terribile. Si arriverà poi nel 1990 alla riunificazione ma nella sua storia lo Yemen è stato attraversato da guerre delegate. Lo Yemen è un paese diviso tra Sanaa (capitale) e Aden (sulla costa sud: si affaccia sul golfo omonimo): uno scontro tra nord tradizionalista e sud con un percorso storico diverso. L’unificazione nel 1990 di Ali Saleh è dovuta a compromessi con le varie tribù alle quali dovette riconoscere varie posizioni nell’esercito, servizi di sicurezza e apparato amministrativo. Ma i dissidi rimangono perché i principali capi tribù nelle zone periferiche non riconoscono il potere di Saleh: qua sta la contraddizione in quanto tutto il sistema ruota intorno ai legami tribali ma è allo stesso tempo la causa primaria di precarietà. Questo va anche integrato per le ingerenze delle potenze straniere come Arabia Saudita ed Egitto durante la storia dello Yemen a partire dalla rivoluzione del 1962: lo Yemen ricopre una posizione strategica ed ambita in quanto controlla lo stretto di Beb el Mandeb (collega il golfo di aden con il mar rosso: il canale di suez). L’Arabia Saudita ha sempre cercato di estendere la propria influenza politico-economico sullo Yemen ma dopo l’unificazione del 1990 è sempre meno riuscita nell’intento (vedi dopo): adesso cerca dei appoggiare sempre di più il regime di Saleh contro i rivoluzionari (soprattutto contro i zaiditi sciiti: infatti l’Iran vorrebbe accerchiare l’Arabia Saudita destabilizzando il potere).

L’unificazione però, come detto, non ha dato a questo Stato del Golfo Persico una pacificazione interna. Permangono infatti fortissime divisioni. Il Nord è ancora preda della ribellione del gruppo degli Zaiditi (ramo dello sciismo), eredi della monarchia Mutawakkilite, mentre il resto del Paese è divenuto territorio dei militanti di al-Qaeda. Difatti nonostante la presenza di un movimento organizzato che guida la ribellione delle popolazioni del Sud, il “Southern Mobility Movement” (SMM), al-Qaeda sta cavalcando le velleità secessionistiche di queste tribù da sempre restie a farsi governare sia dal governo centrale che da suoi sponsor come Ryiadh. Dalla metà degli anni ’90 sono state numerose le rivolte delle popolazioni del Sud, soprattutto nelle regioni di Lahij, di al-Dhale, di Abyan e di Hadramawt. Recentemente, in una offensiva delle forze governative nel nord, sono stati uccisi oltre 100 ribelli sciiti. Il governo yemenita ha accusato direttamente l’Iran di finanziare e armare i rivoltosi, mentre i miliziani hanno invece attaccato l’Arabia Saudita per il sostegno che garantisce al Presidente Saleh. Lo Yemen risulta pertanto la nuova frontiera del confronto indiretto tra Iran e Arabia Saudita. L’Iran, attraverso la popolazione sciita locale (zaiditi), cercherebbe di allargare la sua influenza nel Golfo Persico favorendo un clima di instabilità regionale. L’Arabia Saudita, al contrario, sostiene il governo centrale sia in un ottica economica sia per contrastare i militanti di al-Qaeda autori, per parlare solamente dei fatti recenti, del fallito attentato al Principe Mohamed bin Nayef, Ministro dell’Interno e responsabile dell’antiterrorismo. Libano, Yemen e la questione nucleare (anche Ryiadh ha infatti annunciato un piano di sviluppo del nucleare per scopi civili), sembrano quindi i campi di confronto principali tra la wahabita e monarchica Arabia Saudita e lo sciita e rivoluzionario Iran. La densità della popolazione dello Yemen è concentrata a ovest dove c’è più acqua. Il fatto è che la comunità internazionale non interviene nonostante si potrebbe per la giustificazione di Al quaeida: questo è spiegato proprio per gli interessi che potrebbe avere: è un territorio non facilmente controllabile ed è povero (preferisce non spendere risorse se poi non ne ricava niente: la teoria del picco: una risorsa diventa utile, estraibile, quando il suo costo di estrazione è inferiore al suo ricavo nella vendita: questo non è il caso). Le debolezze sono emerse con la primavera araba ed Al quaeida (con la sua filiale Aqpa) è riuscita a subentrare nella popolazione, spesso povera e analfabeta (nelle zone remote), anche perché l’aiuta attraverso dei finanziamenti. Saleh è fuggito in Arabia Saudita dopo che il palazzo è stato preso di mira ma è tornato dopo il cessate il fuoco. È riuscito a controllare le tribù del nord ma poi a causa di dissensi interni si è rotta la nuova alleanza: è simile a Gheddafi in quanto anche lui dovette mettere insieme le varie tribù con la differenza che in Libia ci sono solo sunniti. È ravvisabile anche il fenomeno dei sequestri: questo serve alle tribù emarginate dal potere di mettere pressioni al governo centrale per ottenere concessioni territoriali e politiche.

Somalia: l’origine della fragilità dello stato in Africa può essere ricondotta al percorso storico e all’eredità

Somalia: l’origine della fragilità dello stato in Africa può essere ricondotta al percorso storico e all’eredità della colonizzazione: molte guerre in corso sono in parte dovute ai confini rigidi imposti dai colonizzatori (senza considerare le divisioni tribali e i valori che quelle popolazioni attribuiscono alla terra). All’interno delle diverse etnie si possono ravvisare diverse tribù e clan che complicano la situazione. Queste componenti non sono state considerate alla base della costruzione dei nuovi stati post-coloniali formando varie guerre: il fallimento degli stati africani è dovuto principalmente alla mancata inclusione delle logiche tribali nella gestione del potere. Ma non è avvenuto in tutti i paesi:

in Botswana e in Ghana nell’house of chief sono presenti tutti i capi tribù per prendere le decisioni più importanti. Però nella gran parte dei paesi l’apparato clanico è fondamentale per i giochi politici e fra questi salta all’occhio la Somalia: dal punto di vista etnico, linguistico e religioso c’è una certa omogeneità, ma da un punto di vista clanico, le aree di confine tra Kenya, Etisia e Somalia sono territori piuttosto complessi. Se è vero che queste zone sono abitate per lo più da clan Darod, anni di lacerazioni e di scontri hanno prodotto cambiamenti consistenti sia nelle strutture sociali dei territori somali sia all'interno dei gruppi stanziati oltreconfine. Oltre ai clan Darod sono presenti anche Hawiye, i dir, i Rahanweyn e diversi gruppi che gli stessi somali definiscono minoranze, come i

Bajuni e i Bantu (o Jareer), i quali sono stati tra quelli più colpiti dal conflitto civile.: non ci sono solo clan ma anche sottoclan. Ad esempio due dei maggiori clan, Hawiye e Darod, a loro volta si scindono nei sottoclan e fra questi stessi sorgono dei conflitti (conflitti interclanici). Un’altra caratteristica dei clan è la loro territorialità: dir al confine tra somaliland e Gibuti, isaak nel somaliland, darod nel puntland e nell’ogaden (regione contesa tra Etiopia e Somalia), hawaiye presenti nella Somalia del centro-sud. Le divisioni claniche vanno ravvisate anche per il diverso percorso storico delle varie zone: la parte nord-occidentale del Somiland sotto la Gran Bretagna fino a

  • 1960 è diversa rispetto alla somalia italiana di Mogadiscio e Baidoa.

La forza clanica in Somalia sta nel fatto che gli individui non si identificano con

lo stato o un etnia ma con il clan di appartenenza: la nazione si indebolisce.

Quando nel 1969 Siad Barre prese il potere si cercò di ricucire i rapporti tra clan usando a volte la forza. All’inizio degli anni ottanta aveva cercato con il compromesso e a volte lo scontro dei clan ancora ostili (tecnica utilizzata da Tito) La caduta del regime di Siad Barre nel 1991 ha prodotto un rimescolamento della conformazione clanica in diverse regioni: la caduta di regime ha accentuato le differenze e le diffienze. Nello stesso anno il Somaliland si è diviso (secessione); negli anni successivi anche altre regioni si sono proclamate indipendenti (tutte come il Somaliland (si considera una repubblica) senza riconoscimento internazionale): il Puntland, il Maakhir, il Galguud, il Northland:

La “grande somalia” andava sfaldandosi. Prendendo in considerazione il Somaliland all’interno di questa sono presenti gli isaak in prevalenza e spiega la relativa stabilità. A differenza il Maakhir e il Northland (entrambi contesi da Somaliland e Puntland) vedono diversi clan e sottoclan dei darod: le guerre sono frequenti. A differenza degli altri stati africani dove il principale punto di destabilizzazione è l’etnia, in Somalia c’è un’unica etnia ma i clan causano la mancata stabilità. Nemmeno l’Onu è riuscito ad arginare le guerre: l’UNITAF (sostituiva UNOSOM I) sotto controllo Usa aveva lo scopo di migliorare la situazione politica e di arginare i problemi di carestia: la guerra ristoppiò a causa della contesa di due sottoclan degli Hawiye (abgal: di città, guidati da Ali Mahdi; haber: di campagna, guidati da Farah Ayiid): distrussero Mogadiscio. La missione partita nel 1992 incontrò l’opposizione dei signori della guerra e nel

  • 1994 dovettero ritirarsi e fu sostituita da UNOSOM II che si arrese nel 1995.

La complessità clanica lascia terreno facile alle corti islamiche, ai pirati e ai movimenti integralisti. Le corti islamiche (sconfitte nel 2006) sono nate per fattori clanici: sono una risposta alla forte insoddisfazione della popolazione nei confronti dei signori della guerra responsabili della generale instabilità. A queste violenze le corti nominano giudici dai singoli clan per garantire l’ordine pubblico: scelta determinante per la loro affermazione. Sono riuscite anche a ricucire i rapporti tra i sotoclan hawaiye (abgal e haber): ma sono state eliminate dai clan che erano stati esclusi e dal forte isolamento internazionale (nel 2006 l’Etiopia, appoggiata dagli Usa, è intervenuta militarmente occupando Mogadiscio per evitare l’espansione islamica nell’Ogaden. Questa regione dal 1977 è al centro dell’irredentismo somalo e vede una forte presenza darod di origine somala: venne annessa all'Etiopia durante il regno di Menelik II nel 1897. Con la creazione dell'Africa Orientale Italiana in seguito alla guerra d'Etiopia l'Ogaden venne annesso alla Somalia italiana. Con la fine della seconda guerra mondiale ritornò all'Etiopia).

Il terrorismo si sta espandendo in Somalia con molta facilità ma è da escludere che tutto il movimento delle corti appartenga ad al-qaeida (scusa utilizzata dagli Usa per appoggiare l’Etiopia). In Somalia a partire dagli anni ottanta c’è stata una forte influenza di radicalismo (dall’Arabia Saudita, Sudan ed Egitto) ma non si può identificare il terrorismo con il radicalismo: va inoltre detto che ci sono diverse sfumature da prendere in considerazione come la distinzione tra terrorismo politico (territorializzato) e quello transnazionale dovuto alla globalizzazione (deterritorializzato). Il primo è interno legato alla pretesa di una maggiore partecipazione al potere; il secondo è dovuto al processo di globalizzazione che è dovuto alla reazione identitaria prodotta da questo processo: infatti si rifanno all’Islam per contrapporsi all’invasione di valori occidentali. È un errore dire che le corti sono terroristiche: infatti al suo sfaldamento ci furono due gruppi uno che venne appoggiato dagli Usa e un altro che si rifaceva ad al-qaida come al-shabab (giovani) Al-Shabaab che è un gruppo insurrezionale islamista attivo in Somalia. Il gruppo si è sviluppato a seguito alla sconfitta dell'Unione delle Corti Islamiche (UCI) ad opera del Governo Federale di Transizione (GFT) e dei suoi sostenitori, in primo luogo i militari dell'Etiopia, durante la guerra in Somalia.no degli obiettivi primari del gruppo è la istituzione della regola della shari'a come legge delle stato somalo; altri fini sono la cacciata dei soldati stranieri dalla Somalia e il rovesciamento del Governo Federale di Transizione (GFT). Quindi si forma un quadro dove da un lato ci sono i clan, da un altro la contrapposizione tra corti islamiche e gruppi terroristici (che prima erano all’interno dello stesso gruppo): ma nel corso del tempo il terrorismo potrebbe trovare via facile grazie a questo chaos ma potrebbe anche trovare ostacoli nella sua espansione proprio per i clan: in poche parole sono i clan che decidono dove tira il vento. Adesso i vari clan trovano i finanziamenti grazie al commercio di droga ed armi e alla pirateria nel golfo di Aden: anche la pirateria è una diretta conseguenza della fragilità del potere centrale che deriva dalla frammentazione clanica. La Somalia come lo Yemen è in posizione strategica in quanto sono posizionati lungo lo stretto di beb el manded che congiunge il Mar Rosso, il Golfo di Aden e lo stesso Oceano Indiano. La pirateria tende più ad attaccare la parte di mare più vicina alle coste yemenite e questo spiega l’instabilità dello Yemen che non permette un intervento della comunità internazionale: sono zone dove ogni anno transita il 30% del petrolio mondiale (questo ha aumentato anche il peso politico di un paese come il Gibuti: diventa indipendente nel 1977 ed è stata l’ultima colonia francese in Africa; dopo l’indipendenza ha visto un grande squilibrio interno soprattutto per l’ingerenza di Usa e Francia. Poi è diventato un paese dove porre basi logistiche contro la pirateria, in particolare camp lemonier). La pirateria risulta soprattutto nelle zone del Puntland e Galguduud e in alcune città costiere come Eyl e Hobyo. In particolare i pirati hanno trovato terreno facile nel Galguud (tra Puntland e sud della Somalia) perché appoggiati dai clan locali dopo essere stati cacciati dalle corti da Mogadiscio. La comunità internazionale è intervenuta ma nel lungo tempo potrebbe non avere risultati in quanto non combattono i pirati sulla terraferma: e nel lungo tempo mantenere navi pattuglie potrebbe portare solo ad un aumento dei costi. È uno stato che mette in bilico anche quelli vicini proprio per il fatto che i clan non sono presenti solo in Somalia ma si dividono tra l’Etiopia, Eritrea, Gibuti e Kenya: inoltre anche la stessa al-qaida trova difficoltà per lo strapotere dei clan.

È uno stato che dipende dagli aiuti e interventi internazionali. Nella Somalia meridionale proseguono gli scontri tra l'esercito keniano e le milizie fedeli ad al-Shabaab. L'Operazione "Linda Nchi" (protezione della nazione) è partita ufficialmente il 15 ottobre scorso, quando le autorità di Nairobi hanno ammesso di essere penetrate in territorio somalo con l'obiettivo di debellare la presenza Shabaab nelle regioni del Basso Giuba e del Gedo per porre in sicurezza il confine somalo-keniano. Le motivazioni che hanno spinto la Francia a un appoggio così incondizionato all'operazione militare sono ormai note. Più che l'ondata di rapimenti a scopo estorsivo verificatisi nell’area ai danni di cittadini francesi, a preoccupare Parigi sono soprattutto i rischi per gli ingenti investimenti allocati nell'arcipelago di Lamu. Il 21 settembre scorso la multinazionale Total annunciava l'acquisizione di un pacchetto di azioni (pari a un totale del 40%) in cinque blocchi di esplorazione offshore nel bacino di Lamu. La Total è presente in Kenya dal 1955, ma la recente scoperta di cospicui giacimenti petroliferi offshore in Mozambico e in Tanzania ha reso i diritti di esplorazione keniani particolarmente ambiti, come ha dichiarato Marc Blaizot, vicepresidente per il settore esplorazioni della multinazionale francese.

Afghanistan : il vuoto di potere dopo la dissoluzione dell’Urss ha accentuato le debolezze interne deisciita 20% nel centro del paese e, a ovest, a ridosso del confine con l'Iran: questo aumenta le divisioni ma è la eterogeneità tribale che caratterizza la frammentazione. Le lingue ufficiali sono il dari e il pashto. " id="pdf-obj-47-2" src="pdf-obj-47-2.jpg">

Afghanistan: il vuoto di potere dopo la dissoluzione dell’Urss ha accentuato le debolezze interne dei paesi dell’Asia centrale: soprattutto la competizione delle potenze straniere per contendersi le risorse energetiche del mar caspio ha portato a scenari controversi. Sono frammentati etnicamente e questo è stato favorito dal potere centrale russo e dal fatto che i russi si sono trasferiti in questi paesi formando delle spaccature: questa eterogeneità è stata voluta dalla Russia per mantenere un migliore controllo sui territori. Un caso a parte è l’Afghanistan che ha visto solo una parentesi di contatto con la Russia (Dal 1979 al 1989). Non ci sono lotte etniche in quanto è praticamente omogenea (a parte la divisione tra pashtun e tagiki), ma ci sono lotte tribali: all’interno di ogni etnia quindi sono presenti altre tribù e fra queste (oltre che fra tagiki e pashtun) ci sono scontri per il controllo del potere. Densità: 43 abitanti per km² Composta da afgani e pashtun (42%),e tagiki (27%),e hazara (9%),e uzbeki (9%), aimak(4%),e turkmeni(3%), baluchi (2%) e altri(4%). La religione è musulmana sunnita 80% ma sono presenti minoranze di osservanza sciita 20% nel centro del paese e, a ovest, a ridosso del confine con l'Iran: questo aumenta le divisioni ma è la eterogeneità tribale che caratterizza la frammentazione. Le lingue ufficiali sono il dari e il pashto.

L’Afghanistan ha una posizione molto strategica: è vicino al medioriente e all’Iran (è fondamentale avere basi in Afghanistan per contrastare l’Iran:

contenimento). Inoltre serve ad avere più contatti con la popolazione uygura dello Xinjiang che si oppone al potere centrale cinese: per destabilizzare la Cina. Ha una posizione assoluta che permette di dire che essendo al centro dell’Asia è fondamentale nella politica del continente (gli Usa hanno attaccato per avere predominio in Asia): da cerniera tra medioriente e subcontinente indiano. Anche se sono stati scoperti giacimenti minerari, la sua importanza non è per le risorse (una delle economie più povere al mondo). Inoltre risulta molto importante per il fatto che molte pipeline potrebbero passare sul suo territorio e quindi isolare sempre di più la Russia. Le lotte tribali in Afghanistan fanno si che diventa un territorio difficile da controllare: le montagne rendono difficili le comunicazioni e dividono le tribù che nascono per l’isolamento geografico (anche nello Yemen e Libia. Il nodo dell’Hindukush costituisce un primo ostacolo naturale che ha favorito una chiusura verso l’esterno e una divisione interna tra etnie, tribù e clan. Si deve anche dire che spesso sono tribù nomadi e questo spiega come non ci sia un legame con il territorio, indispensabile per formare un’identità nazionale). Sono quasi tutti Pashtun (etnia) ma essendo divisi si formano delle tribù all’interno:

per mantenere la pace, l’ISAF deve cercare di trovare accordi con i singoli capi tribù e non solo con il governo centrale. Gli scontri delle tribù nascono soprattutto per i commerci illegali di droga ed armi e per il loro controllo. Lo spirito tribale è la rovina della coscienza nazionale così come l’identità familiare (clanica) divide lo spirito tribale. Non c’è mai stato un governo anche se attraverso alleanze c’è stata in parte della stabilità. Quello che ha provato più a portare stabilità è stata l’assemblea dei capi tribali afgani (loya jirga: gran consiglio) che assume più importanza del parlamento ed è una grande assemblea del popolo afghano, originariamente aperta solo ai gruppi pashtun, ma che poi ha incluso anche le altre etnie come i tagiki: ha legittimato il potere di Karzai. L’Arabia Saudita ha grande interesse per l’Afghanistan perché sannita: vuole un appoggio contro l’Iran sciita. Il Pakistan appoggia i talebani per controllare l’Afghanistan. I talebani, dopo una sanguinosa guerra civile che li ha visti prevalere su Tagiki ed Uzbeki, hanno governato su gran parte dell'Afghanistan (escluse le regioni più a occidente e a settentrione) dal 1996 al 2001, ricevendo un riconoscimento diplomatico solo da parte di tre nazioni: Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita. Bisogna annotare le divisioni principalmente etniche tra pashtun e tagiki: i primi sono presenti in maggioranza nel centro sud, mentre i secondi al nord; ma l’ulteriore problema sorge per il fatto che alcuni clan pashtun sono presenti in altre zone del paese (a esclusione del nord) e così anche dei tagiki: questo accentua il carattere disgregatore e le lotte interne. I clan pashtun che hanno fatto la storia del paese sono i Mohammadzi e i Popalzay. Nelle elezioni recenti i talebani (pashtun) hanno cercato di invalidarle in quelle zone dove non avevano un forte sostegno elettore al contrario di quelle zone dove la vittoria era certa (facendo vincere il pashtun Karzai). Queste strategie di eliminazione delle opposizioni possono essere viste anche con l’uccisione di Massoud (un forte oppositore tagiko al regime talebano che fu assassinato in un attentato suicida il 9 settembre 2001 da due arabi che si fingevano giornalisti di una emittente marocchina. La bomba era nascosta nella telecamera. Due giorni dopo, l'11 settembre, gli eventi di New York determineranno il diretto

intervento degli Stati Uniti. Nel 2002 venne candidato postumo al Premio Nobel per la pace ed al Premio Sacharov, istituito dal Parlamento europeo per coloro che si distinguono nel campo della lotta per dei diritti dell'uomo. Nello stesso anno, il 25 aprile, Ahmad Shah Massoud è stato proclamato ufficialmente eroe nazionale). Un'altra figura chiave nel riunire i tagiki di Massoud e il resto dell’Afghanistan è stato Rabbani che fu eletto Presidente della Repubblica Islamica dell'Afghanistan per il periodo 1992-1996, per diventare poi Presidente del governo provvisorio dello Stato islamico dell'Afghanistan nel 2001; ma cadde vittima a Kabul di un attentato al plastico, prima di poter contribuire in modo più concreto alla pacificazione del suo Paese (durante una riunione dei capi tribù un paio di loro si erano nascosti sotto il turbante dell’esplosivo). Dal punto di vista tribale gli hazara (sciiti) giocano un ruolo fondamentale in quanto hanno una forte appartenenza tribale (questo non permette all’Iran di controllarli). Le divisioni tra etnie (principale tra pashtun e tagiki) e poi quelle fra tribù e clan hanno reso difficile comunicare con un capo centrale: infatti con la missione “enduring freedom” (nel 2001 dopo l’invasione Usa che considera i talebani i maggiori sostenitori di Bin Laden e, quindi, di Al-qaida) anche se ci sono successi nell’eliminare parte dell’organizzazione, non ci sono stati sul fronte della pacificazione interna (anche per la difficoltà nel mettere d’accordo e comunicare con i diversi capi tribù). Già la Gran Bretagna rinunciò nel 1800 al controllo diretto del territorio assicurandosi il sostegno delle diverse fazioni; l’Urss invece provò una politica di assoggettamento cercando di smantellare le istituzioni tribali e religiosei: il risultato fu l’inimicarsi sopratttutto delle gerarchie islamiche che si riunirono sotto i mujahdin. Infatti prima della guerra scoppiata nel 1979, l’Urss impose come presidente Taraki che attuò una politica socialista e modernizzatrice (abolita la decima a favore del latifondo, riforma agraria, concessione di voto alla donna, smantellamento delle istituzioni tribali e religiose, alfabetizzazione e scolarizzazione forzata (anche verso la donna): l’errore fu quello di cercare di assoggettare ed eliminare le tribù, non di farle partecipare. I mujahidin e i talebani (affermati sempre di più con la guerra contro l’Urss, 1979) furono inizialmente sostenuti dagli Usa finanziariamente e logisticamente: oggi rappresentano il suo principale avversario in Afghanistan e Pakistan (che apparentemente sembra contrastarli:

inizialmente, contro i russi, li appoggiò con i servizi segreti ISI per poi servirsene nel Kashmir contro l’India e avere una maggiore influenza in Asia centrale) dove si sono rifugiati principalmente nel Balucistan. Inoltre va considerato che i talebani non sono tutti appartenenti ad al-qaida e qua risalta la posizione ambigua del Pakistan: nel Waziristan li contrasta (vicino all’Afghanistan) considerandoli appartenenti ad al-qaida; nel sud è più flessibile. Quanto detto prima porta a distinguere i talebani da al-qaida: il primo gruppo (taliban sta per “studente delle scuole craniche”) è un movimento che dal 1996 è riuscito a prendere il potere e riesce a rimanere in piedi grazie agli aiuti sauditi e del vicino Pakistan (dove ci sono numerosi pashtun che è l’etnia che comprende anche i talebani); il secondo è un gruppo di terrorismo a livello globale che si instaura in diversi posti (come ad esempio nella parte povera dello Yemen e in Somalia). Quindi i talebani risultano più facilmente controllabili in quanto localizzabili e appartenenti alla stessa radice (pashtun), cosa che non avviene con al qaida che comprende etnie e gruppi diversi (vedere la Somalia per distinguere il terrorismo globale di al-qaida da quello

nazionale di alcuni gruppi che potrebbero essere i talebani e le corti islamiche (ma queste sono opinioni di alcuni: infatti generalizzare e dire che tutti questi gruppi sono totalmente terroristi è un errore. Ad esempio nelle corti il gruppo degli shabab potrebbe essere considerato quello terroristico). L’affermazione politica, tra alcune tribù pashtun, del movimento talebano e l’incremento della produzione di oppiacei sono senza dubbio gli effetti più significativi del fallimento dello stato afgano e sono fenomeni riconducibili a quei territori totalmente autonomi governati da capi tribù che sono posti al confine con il Pakistan. Ad esempio nel Balucistan e Waziristan possono essere individuate le basi del terrorismo internazionale a cui è offerta ampia protezione: è la regione montagnosa di tora bora vera roccaforte talebana. Questo ha fatto si che il Pakistan stesso non riesce a controllare queste zone e cerca di contrastare il potere tribale. La difficoltà del controllo di un gruppo implica la difficoltà dello stato di controllare il territorio su cui il gruppo risiede: questo accentua il commercio dell’oppio che trova terreno facile in quanto senza controllo (lo stato diventa un narco-stato). Lo stesso accade in America Latina dove la produzione principale è diventata l’oppio che non necessita una grande manutenzione e permette grandi guadagni: questo provoca problemi strutturali nel paese perché viene abbandonata l’agricoltura di produzioni essenziali a favore dei soldi facili ricavati dall’oppio. Però tutto questo oltre a non produrre generi alimentari blocca il pil del paese: il commercio è illegale e lo stato non ne ricava niente. La necessità di smantellare il traffico di droga internazionale assume una valenza politica: se non si distruggono i feudi dell’oppio non si distruggerà mai le basi del terrorismo.

nazionale di alcuni gruppi che potrebbero essere i talebani e le corti islamiche (ma queste sono

Nel trialismo afgano e yemenita, nella composizione clanica della Somalia sono evidenti le maggiori contraddizioni della globalizzazione. Infatti, opponendosi a ogni forma di omologazione e mantenendo attivo il particolarismo locale come baluardo della propria identità, queste realtà sono l’emblema stesso del rifiuto verso le trasformazioni indotte dal sistema globale (globalizzazione). Il sistema clanico-tribale rappresenta uno scudo contro le minacce del globale. Queste

realtà locali, anche se meno propense al cambiamento, subiscono inevitabilmente gli effetti della globalizzazione. Ad esempio i pirati somali attuano strategie teconologicamente sempre più avanzate: questo va ricollegato al fatto che sempre più flussi di risorse passano vicino alla Somalia in quanto si accentua la precarietà dell’equilibrio globale (i paesi hanno bisogno di risorse). Anche i talebani devono sottostare ai prezzi del mercato globale dell’oppio: questo ha un effetto diretto sul potere politico interno. Anche il terrorismo internazionale assume rilevanza globale in quanto è proprio per opporsi alla globalizzazione che si rafforza: trova appoggio sempre più dalle popolazioni che necessitano denaro in quanto intorno al movimento girano molti soldi. Globale e tribale diventano facce della stessa medaglia: la globalizzazione riduce le distanze colmando il distacco tra tali dinamiche.

realtà locali, anche se meno propense al cambiamento, subiscono inevitabilmente gli effetti della globalizzazione. Ad esempio

Urbanizzazione ed economia globalizzata

L’economia muove la politica: nel passato c’erano grandi stati che costituivano il centro dell’economia intorno al quale ruotavano i paesi semi-periferici (Cina, India e paesi comunisti), c’erano poi i paesi periferici che erano marginali ma essenziali nel rifornire gli altri due gruppi di risorse: si realizzava uno scambio ineguale. Questo avveniva fino ai primi anni del 1990 ma poi questo sistema centralizzato ha cambiato il suo aspetto: non più centro, semiperiferia e periferia. Gli attori si sono moltiplicati: da 3 centri si è passati a più centri in cui ciascun cerchio è costituito da una rete più articolata. Ad esempio se prima alcune risorse erano controllate da alcune multinazionali poi queste si sono moltiplicate: le multinazionali hanno internazionalizzato il commercio di risorse moltiplicando i centri di produzione e di estrazione. Questo non va a vantaggio della democrazia: se prima c’era una multinazionale che controllava le risorse,

adesso ce ne sono molte che necessitano un moltiplicarsi di attori: si è moltiplicata la rete che indebolisce la democrazia. All’inizio del 1900 la terra era abitata da quasi due miliardi di persone, agli inizi del 2000 la popolazione è salita oltre i 6 miliardi di persone. Nel 2050 gli esperti dicono che ci saranno dieci miliardi di persone: questo aumento ha causato una forte urbanizzazione e consumo delle risorse. La popolazione urbana (quella residente in centri con almeno 5 mila abitanti) ai primi del novecento era solo un decimo di quella mondiale (in prevalenza in Europa ed in Usa). Nel 1950 la quota arriva al 30%. Adesso quella urbana uguaglia quella rurale: per la prima volta la popolazione urbana della terra supererà numericamente quella rurale. Secondo stime delle Nazioni unite delle 25 metropoli con oltre 25 milione di abitanti, 18 saranno nel terzo mondo. Nel 1950 le città con una popolazione superiore al milione di abitanti erano 86, oggi sono 400 e nel 2015 almeno 550: in poche parole le città hanno assorbito i due terzi dell’esplosione demografica. I dati indicano come nel 2030 lo sviluppo urbano riguarderà soprattutto il continente africano ed asiatico: maggiore popolazione urbana significa maggiore pressione su sistemi locali che richiedono a loro volta più risorse e infrastrutture. Se nelle regioni metropolitane dei paesi poveri convergono grandi masse di popolazione prevalentemente alla ricerca di opportunità per sopravvivere, le città dei paesi sviluppati attirano individui in quanto luoghi deputati all’innovazione: nell’economia globale le città povere vengono escluse da ogni forma di transazione internazionale: le metropoli dei paesi sviluppati e quelle in via di sviluppo rappresentano la metafora dello sviluppo e del sottosviluppo. Dal punto di vista demografico la crescita dimensionale di queste città è scaturita dall’abbandono delle campagne: un’attrazione urbana frutto non soltanto del richiamo esercitato dalla possibilità di lavoro e dalla presenza di servizi sociali di base ma anche dai programmi di aiuto messi in atto dalle organizzazioni internazionali che si sono concentrate nelle città. A differenza delle città sviluppate, dove sta avvenendo un processo di controurbanizzazione e riurbanizzazione “cosciente” (a favore dell’ambiente), in quelle in via di sviluppo le città espandono le periferie e l’illegalità (avviene una crescita incontrollata delle città attraverso le periferie degradate). Inoltre le città dei paesi in via di sviluppo accumulano la gran parte della popolazione dello stato: Il Cairo con i suoi 27 milioni di abitanti raggruppa il 41% della popolazione egiziana e il 15% di tutta quella africana. Pur rimanendo il 65% della popolazione rurale, il continente africano accoglie 66 città con oltre 1 milione di abitanti. Però bisogna registrare (stime dell’Onu: la maggior parte della popolazione vive negli slums: 90% Yaoundè, 80% Lagos e Addis Abeba, 65% Bamako e Kinshasa) che i quartieri marginali rappresentano la gran parte delle zone abitate: sono un terreno di transizione tra il mondo rurale e quello urbano. La città è la prima a risentire degli effetti della globalizzazione che aumenta i gap tra periferia (slumizzazione: processo che porta molte persone a vivere nelle periferie) e centro città: comporta conflitti sociali che sfociano in manifestazioni ed anche rivolte. La città diventa anche il simbolo, oltre che dalla globalizzazione, anche dell’ “occidente”: infatti gli attacchi alle torri gemelle, alla sstazione ferroviaria di Madrid-Atocha e della metropolitana di Londra lo testimoniano (colpire i punti nevralgici).

L’India rappresenta un esempio di contraddizione tra le punte ipermoderne del capitalismo e la miseria delle baracche. Le migrazioni campagna-città si innestano su un elevatissimo tasso di natalità che testimonia il fallimento delle politiche di controllo della nascita attuate a partire dal 1951 (piano quinquennale: nel 1971 si vide il fallimento in quanto il tasso di incremento della popolazione cresceva del 2,3% all’anno): le città indiane fanno aumentare il pil nazionale annuo del 7% e sono seconde solamente a Shangai. Ma rimangono contraddizioni legate al fatto che lo sviluppo del paese non va di pari passo con il miglioramento delle condizioni della popolazione più povera, mentre le élite accrescono la loro ricchezza (da considerare che un magante

indiano ha fatto costruire a Mumbai una “casa” che vale 1 miliardo di dollari, con il valore più alto in tutto il mondo). In Cina si rilevano problemi legati a politiche dirette a produrre rapidi processi

  • di urbanizzazione e, al contrario, massicci esodi verso le campagne: questo ha

prodotto un notevole squilibrio fra la terra arabile (23%) e contadini (si pensa

che nel 1950 c’erano 186 milioni di contadini distribuiti su 110 milioni di ettari

  • di terra arabile. Nel 2000 erano 470 milioni su 95 milioni di ettari). Anche il

progressivo invecchiamento rende la Cina debole in quanto deve affrontare problemi che ancora non ha affrontato: problematiche socio-economiche, previdenziali e sanitarie. La Cina sta attuando una seconda fase di urbanizzazione tendente a ad avere un “urbanizzazione bilanciata regionale” in modo da attuare un processo di cinesizzazione volto ad omogenizzare le regioni meno abitate: serve anche a placare le forze centrifughe che mettono in pericolo il potere centrale.

Risorse per la città

L’esodo rurale è la principale cause di urbanizzazione ed è causato dal fatto che molti sono costretti a scappare perché i sistemi agrari non consentono la pratica dell’agricoltura di sussistenza: dovuto a fallimento dei meccanismi di regolamentazione dei mercati: le multinazionali hanno più potere degli stati. Neanche le politiche di aiuto esterne dei paesi più ricchi hanno contribuito a limitare l’esodo. Il modello dominante è diventati quello dell’agricoltura di mercato (da ricordare che esistono 4 tipi: agricoltura di sussistenza, ancora in molti paesi dell’Africa centrale, nell’Asia tropicale e sugli altopiani indocinesi: dedica più di due terzi all’autoconsumo. Agricoltura di mercato, diffusa negli Usa e paesi anglofoni compresa l’Argentina: il coltivatore commercializza più di un terzo del prodotto e del terreno coltivato, è caratterizzato da specializzazione e motorizzazione. Agricoltura di piantagione, è destinata all’esportazione dell’unico prodotto. Agricoltura collettivista, era presente nei paesi comunisti e lo è a Cuba e in alcune zone della Russia: gestione e proprietà del terreno sono dell’intera comunità). L’agricoltura ha perso il ruolo di maggiore settore produttivo diretto ai beni alimentari ma si è trasformata in fornitore di materie prime all’industria alimentare perdendo la sua autonomia: anch’essa appare piegata alle logiche dell’economia globalizzata: sono cambiati radicalmente i mezzi e lo scenario agricolo (serre e depositi di macchinari agricoli). La produttività del settore agricolo non manifesta una crisi (secondo la FAO crescerà del 70% entro il 2050) e le crisi alimentari non vanno spiegate con flessioni della produzione ma come il risultato della concomitanza di tre fattori:

uno, va considerata la fragilità dei sistemi agricoli dei paesi in via di sviluppo

rispetto alla globalizzazione che subiscono il controllo delle multinazionali. In secondo luogo, perché le stesse multinazionali hanno convertito un’alta percentuale di terreni in aree destinate alla produzione di biomasse (soia, mais, canna da zucchero) per la produzione di etanolo: in Brasile si hanno disboscamenti della foresta amazzonica in favore di queste colture dovuto alla crescita di domanda di biodiesel. Infine, l’applicazione diffusa di pratiche per la creazione di ogm (permettono colture resistenti ai fenomeni atmosferici (gli effetti a lungo termine non sono conosciuti: chi si schiera contro perché crede che distruggeranno il sistema agricolo e chi a favore) da una parte permette una maggiore produzione ma dall’altra causa l’assoggettamento alle multinazionali chimiche. Il settore primario del terzo mondo è ulteriormente messo in crisi dal fatto che i paesi più ricchi e le multinazionali acquistano terreni off shore: nuovo colonialismo. Questo causa anche un forte dissenso da parte della popolazione locale nonostante gli accordi di affitto prevedono la cessione dei surplus ai mercati locali. Si ha un circolo vizioso: i paesi ricchi accrescono l’urbanizzazione facendo diminuire la possibilità di coltivare, questo fa sì che ci sia una richiesta di cibo che non può essere soddisfatti all’interno e così questi paesi si riversano, comprano terreni off shore, in altri paesi. Si nota come la Cina, non tanto per un fattore di urbanizzazione ma soprattutto per la mancanza di terre coltivabili, abbia concluso contratti di acquisto con la Rep. Democratica del Congo, il Mozambico, l’Uganda, il Camerun e la Zambia. Il Giappone opera invece in America latina, i paesi ricchi del golfo si riversano in Sudan, Pakistan e Indonesia, Cambogia e Myanmar.

Problema idrico mondiale

Nonostante che le città ricoprano solo il 5% della superfice terrestre, sono le più esposte a fenomeni atmosferici. Shangai ad esempio è a rischio cicloni, straripamento del fiume Yangtze e a inondazioni del fiume Azzurro, Bangkok, come sta accadendo, è a rischio inondazioni essendo posta tra 1 e1,5 metri sul livello del mare a causa dell’innalzamento del livello delle acque a un ritmo di 40 mm all’anno (a questo si aggiunge lo sprofondamento generato dall’utilizzo intensivo delle risorse idriche). Lagos rischia, a causa dell’erosione delle coste e dell’innalzamento del livello del mare, di essere sommersa per 250 km², Dacca rischia, per il riscaldamento globale, alluvioni (scioglimento ghiacciai himalayani) e esondazioni Brahmaputra. Anche in questi casi i ceti più poveri ne rimettono perché vivono nelle zone più facilmente a rischio. La crescita urbana mette a rischio la sostenibilità dello sviluppo umano: l’acqua inizia ad essere sempre più utilizzabile (lago d’Aral: i suoi 68 mila km² sono per il 70% prosciugati che ha fatto emergere depositi di sale che si è sparso sul territorio con il vento ed ebbe la sua origine quando l’Urss decise di deviare le acque dei due principali fiume tributari, amu dayra e sir dayra, per irrigare le piantagioni di riso e cotone. Si utilizzarono pesticidi che distrusse la fauna ittica. È esposto a una forte evaporazione che i fiumi, deviati, non possono compensare. Il Kirzighistan, inoltre, ha sfruttato intensivamente le acque del syr dayra per produrre energia elettrica: l’Uzbekistan doveva fornire l’energia ma sia per l’inadempienza del governo sia per la scarsa qualità dei gasdotti non tenne fede al compito). Secondo la Banca Mondiale l’urbanizzazione in Africa ha ridotto la disponibilità di acqua potabile del 50%: questo è aggravato dalla mancanza di reti fognarie ed idriche, anche se alcune città (Lagos, Kinshasa, Addis Abeba) sono poste vicino aree ricche di acqua. 3,5 circa muoiono a causa di malattie riconducibili

alla mancanza di acqua e molti esperti dicono che nel 2050 ci saranno 2 miliardi di persone che si troveranno senza acqua. L’acqua può essere definita una risorsa rinnovabile non sostenibile: un tasso di riproduzione inferiore a quello di utilizzo. La Banca Mondiale, soprattutto per interessi propri, ha finanziato progetti di privatizzazione dell’acqua che sembra essere più efficiente di quella pubblica:

però tende ad essere più cara soprattutto in quei paesi in cui manca. Le multinazionali agiscono soprattutto nel ceto medio disinteressandosi dei ceti più poveri i quali hanno reagito: a Cochabamba, Bolivia, i campesinos e il pueblo insorsero contro la multinazionale statunitense Betchel (1999). Una legge statale abolì il suo controllo sulle risorse idriche cedendole tutte ai privati (anche imprese italiane come Edison-Aem): il prezzo dell’acqua aumentò del 30% (“prima guerra dell’acqua”: i ribelli vinsero costringendo la Betchel a ritirare il suo progetto. Nel 2005 scoppiò la “seconda guerra dell’acqua”). Il paradosso è che organizzazioni come la FAO si preoccupa dei problemi del pianeta, dall’altro appoggia la privatizzazione in questi campi. Inoltre il problema dell’acqua acutizza i divari sociali: in alcune città sudamericane solo nei quartieri borghesi è possibile vedere degli spazi verdi, mentre gli slums subiscono inondazioni ma non possono accedere all’acqua: Vandana Shiva parla di mancanza di “democrazia dell’acqua”.

Le città della globalizzazione

La rete urbana mondiale con la divisione internazionale del lavoro, i movimenti di merci, i flussi finanziari, la rete di informazioni rappresenta l’essenza della stessa globalizzazione.: il fenomeno urbano può essere visto come l’insieme dei nodi di una rete, dove centro e periferia si mescolano. Le città globali rappresentano il sistema della società e dell’economia. Ma soprattutto acquistano sempre più importanza a livello politico: Mosca, Parigi, Londra, New York, Pechino rappresentano il centro dei poteri a livello decisionale. King è il primo a utilizzare il termine “città globale” attribuendo ai centri urbani un ruolo cardine in relazione alla nuova distribuzione dei flussi di capitale e di informazioni nell’economia globale. Per lo scrittore, prima erano le “città imperiali” centro di imperi coloniali e crocevia di commerci, capitali e informazioni. La Sassen pensa le città globali come punti direzionali di organizzazione dell’economia globale: località chiave per la società dei servizi finanziari e luoghi di produzione ed innovazione. Mette in evidenza come le città globali (come Londra e New York) si assomiglino più tra di loro che con lo Stato di appartenenza. Secondo Manuel Castells, sociologo spagnolo, la città globale risulta essere una rete di nodi urbani, a differenti livelli e con diverse funzioni, che si estende su tutto il pianeta e funge da centro nervoso della nuova economia: il sistema urbano globale è una rete, non una piramide e i mutevoli rapporti con questa rete determinano il destino dei cittadini e delle città. A differenza della Sassen, non esistono città globali come Londra e New York ma un sistema urbano globale che configura un’unica e reticolare città globale. La caratteristica delle città globali è quella di concedere agli attori locali di potersi connettere a distanza con altre città globali. Friedman distinse quelle:

dominanti (Londra, New York, Tokyo), multinazionali (Francoforte, Singapore, Los Angeles, Amsterdam), nazionali (Milano, Parigi, Madrid, Seul). Le prime hanno anche importanza politica in quanto ospitano le sedi delle principali organizzazioni internazionali. Poi ognuna dei queste va considerata nei loro

sub-settori: infatti Milano se non può essere collocata come sede di multinazionali, dall’altro è la sede mondiale della moda. Bangalore è una città mondiale per i servizi informatici e tecnologici ma non per la finanza. Peter Taylor identifica alcuni caratteri: stabilità politica (Stoccolma) ed economica (Vienna), facilitazioni alle imprese (Singapore), flussi finanziari e di informazione (Londra, New York), presenza di business center (Hong Kong), qualità della vita (Vancouver, Dusseldorf) e della conoscenza.

Megalopoli e globalopoli

Queste città si sviluppano indipendentemente dal loro territorio di appartenenza. Hanno in comune alcune caratteristiche che fanno si che si formino: efficienti infrastrutture di trasporto aereo, un sistema avanzato di telecomunicazioni, un eccellente sistema alberghiero, un tessuto residenziale sicuro ed accessibile. La città globale è organizzata per una società in grado di pagare servizi di alto livello e di spendere in beni di lusso: a Giacarta, Singapore, San Paolo si ritrovano gli stessi prezzi di New York e Londra: la globalizzazione ha portato livelli di sviluppo in posti e in tempi inimmaginabili tempo fa. Si ha anche un effetto negativo: avere una polarizzazione e accentuata divisione tra ricchi e poveri formando due città nella stessa:

accanto alla città lucente dei grattacieli si stende la città degli altri (un “nord- sud” interno alle città). Secondo alcuni studiosi, nel 2050 si avranno “fusioni” di città con le megalopoli vicine andando a formare spazi molto estesi e che necessitano maggiori servizi. Nel rapporto Habitat (2009) delle Nazioni Unite si sono identificati 40 corridoi urbani che collegano le principali metropoli (sono immensi bacini di lavoratori che rappresentano il fulcro dell’economia: ne identifica tra Mumbai e Nuova Delhi, tra Nigeria e Ghana identificandolo come la principale via economica dell’Africa, tra San Paolo e Rio de Janeiro). In futuro quindi si potrà parlare non più di megalopoli ma di globalopoli e si andranno a concentrare in Asia e Africa e corrisponderanno grosso modo a città come Mumbai e Shangai (che però hanno assorbito altre città). E ci si chiede se le nuove sfide che pongono, possano essere soddisfatte. Agglomerazione: città che espandendosi raggiunge e ingloba i sobborghi urbani Conurbazione: saldatura tra agglomerati urbani indipendenti Città allargata: area che comprende una città abitante e un insieme di abitati vicini Metropoli: città maggiore di rango intorno alla quale si sviluppano realtà urbane indipendenti Regione urbana: area formata da più nuclei urbani integrata a livello economico Megalopoli: area che comprende più regioni urbane e molte città di diverso livello Globalopoli: insieme di metropoli e megalopoli in stretta relazione funzionale e territoriale. Non è una città nel senso proprio ma va intesa rispetto al suo ruolo nell’ambito territoriale di riferimento: si forma attraverso relazioni grazie anche alla tecnologia nei trasporti. Il rischio della globalopoli è che si formi un eccessiva polarizzazione: nel senso che il miglioramento avviene solo nei poli, mentre le città attraversate dalla direttrice che unisce i poli non si sviluppano.

Trasporti per la rete urbana mondiale

La globalizzazione ha portato internet come mezzo principale di comunicazione ma questo non ha srdaicato i principali mezzi di trasporto e comunicazione antichi. Va sottolineato che l’esclusione di molti ambiti geografici dalla competizione economica dipende dalla mancanza di connettività con il resto del mondo. Nel 1800 le megalopoli si sono sviluppate attraverso il sistema di collegamenti marittimi e terrestri, nel 1900 i collegamenti aerei sono stati fondamentali e successivamente i treni ad altra velocità. Senza lo sviluppo delle telecomunicazioni la globalizzazione sarebbe rimasta al suo primo stadio corrispondente al trasporto marittimo (mercantile: rapporto tra colonie e madrepatria, industriale: trasporto di prodotti semilavorati e petrolio). Il secondo livello lo ha raggiunto grazie al traffico marittimo di terzo livello (di container e crescita esponenziale dei trasporti standardizzati: primato dei paesi dell’est asiatico come Singapore, Shangai e Hong Kong), alla crescita del traffico aereo e allo sviluppo delle reti ferroviarie. Le reti di trasporto riguardanti autostrade, ferrovie e idrovie permettono lo sviluppo di megalopoli secondarie, mentre il traffico aereo e ferroviario permette lo sviluppo di quelle primarie. Anche però nel caso di città di “secondo livello” come Francoforte e Parigi ci sono reti di trasporto notevoli: Parigi non è solo collegata a livello interplanetario ma anche a livello continentale (l’aeroporto Charles de Gaulle, oltre a essere un aeroporto di importanza internazionale e un importante nodo autostradale per la Francia del nord, ha anche al suo interno un importante stazione dell’alta velocità che si connette con tutta l’Europa settentrionale). Si possono distinguere quattro fasi di sviluppo e infrastrutturale dei trasporti a partire dagli anni 1950: sviluppo container, sviluppo traffico aereo, alta velocità ferroviaria, trasporto intermodale (utilizzo di combinazioni di diversi mezzi di trasporto: questa è la più importante). Inoltre, secondo Hoover bisogna considerare due variabili: una fissa (costo infrastruttura, mezzi e personale) e una variabile (carburante e tariffe): questa ultima aumenta se aumenta la distanza (infatti più aumenta la distanza più carburante si consuma), la prima diminuisce se aumenta la distanza (non tanto diminuisce ma rimane invariabile): quindi si devono calcolare queste variabili e se per esempio il tragitto è breve è preferibile il trasporto stradale (in quanto ha bassi costi fissi ed alti variabili), mentre il trasporto marittimo è preferibile per le lunghe tratte (elevati costi fissi e bassi variabili). Questo è un modello fordista che è stato superato da quelli post-fordisti in cui si predilige la velocità e la capillarità delle consegne che non sempre il treno e le navi garantiscono (infatti anche a prescindere delle distanze si predilige la strada). Però va detto che il commercio marittimo in alcuni casi è obbligatorio, anche se quello aereo è aumentato del 200% da qualche anno. Nell’ambito dei collegamenti intercontinentali il traffico aereo e quello navale si sono organizzati secondo il cosiddetto sistema hub-spoke (mozzo-raggio) che permette maggiori efficienze e quantità superiori di collegamenti rispetto al precedente point to point: le navi “giramondo” portacontainer percorrono rotte fisse around-world (percorrono gli oceani attraverso punti chiave come lo stretto di Gibilterra, il canale di Suez e quello di Panama) sostando in pochi porti (hub). Qui i carichi vengono spostati su navi più piccole (feeder: il procedimento è chiamato transhipment) impegnate in servizi di shuttle e di distribuzione verso i porti vicini ai mercati di destinazione. Fino agli anni 1980 l’atlantico era il principale tratto (America del Nord e porti del mare del nord)

poi con l’ascesa dei paesi asiatici, è diventato il Pacifico. Le uniche a resistere sono Rotterdam (capace di restare il principale collettore del mercato europeo occidentale attraverso una efficace pianificazione delle infrastrutture) e Dubai (punto di transhpiment del golfo Persico). Scoppiano delle “guerre” per i porti:

contrattazione tra compagnie e autorità portuali. Alcuni sono strategici come Port Said, non tanto per una crescita di domanda di beni ma per la sua vicinanza al canale di Suez. Anche Malta assume importanza in quanto è posta al centro del Mediterraneo ed il principale porto di transhpiment (ma è sfavorita in quanto non ha ampi spazi nell’entroterra e poche connessioni terrestri). I porti acquistano importanza per la loro posizione geografica (va presa in considerazione). Modello di Weber: dice che ci sono triangoli di localizzazione (localizzazione industriale). Il punto di localizzazione di tutte le rette dei triangoli si colloca là dove il costo dei trasporti costano meno (ad esempio per l’acciaio serve il carbone in maggioranza rispetto al ferro e quindi l’industria si posiziona più vicino i siti di estrazione del carbone per spendere meno sui trasporti). Teoria di Crystaller: si pensava, durante terzo reich, su come omogenizzare la Germania meridionale. Si diede un principio gerarchico: si pensa ad un esaedro e all’interno di questo si formano tutte linee che uniscono gli angoli: dagli incroci delle linee si formano di punti di incontro che determinano le distanze uguali dai punti estremi: si cerca di dare una distribuzione equa delle risorse. Localizzazione: fattore umano che mette le industrie Ubicazione: per natura le risorse si trovano sul terreno

Guerra delle risorse

Negli anni 1970 quando l’Urss cercava di ricavare dai paesi comunisti le risorse di cui necessitava come il grano (in quanto i contadini coltivavano per sé perché se avessero coltivato di più non avrebbero tratto benefici). E così gli Usa bloccavano le esportazioni di grano imponendolo anche ai suoi alleati in modo tale da mettere in difficoltà l’Urss: la guerra delle risorse coinvolge pochi paesi ma le risorse rimangono un fattore fondamentale nei giochi politici. Alcuni paesi possono far fronte alla mancanza delle risorse perché ricchi, ma altri paesi (Africa) non possono permettersi l’acquisto di risorse e in caso di siccità rischiano gravi crisi alimentari. Succede anche che i paesi più ricchi e più scarsi di risorse come la Cina ricorrono all’acquisto di terreni fuori dal proprio territorio (land grabbing): causa proteste del popolo in quanto non ricevono benefici dallo stato che sfrutta il loro territorio (perché non vengono utilizzati come forza lavoro e perché non ricevono cibo).

Trasporto aereo

La relazione tra lo sviluppo delle città globali e il traffico aereo è di tipo circolare. Nonostante una leggera contrazione in seguito agli attentati del 2001 e alla sars nel 2003, il traffico aereo registr dal dopoguerrra un costante incremento: dovuto al sistema hub-spoke (tale modello ha rafforzato la posizione gerarchica di alcune città globali che stabiliscono una significativa relazione con il proprio aeroporto. Riguarda principalmente le compagnie più importanti, mentre quelle low cost sviluppano un proprio network tra aeroporti secondari). Però capita che si attribuisce il ruolo di hub a determinate città (per scelte politihce: Milano al posto di Roma nel 2002) che però hanno effetti negativi. È difficile che in uno stesso paese esistano più di un hub: perché l’hub rappresenta la base della compagnia di bandiera (la scelta dell’uno renderebbe

marginale l’altro). L’hub si deve localizzare in posizione baricentrica e con più di un hub vicino ci sarebbe il rischio di non raggiungere un traffico minimo. Una caratteristica degli hub è che devono avere un ottimo apparato infrastrutturale per rendere più efficace l’interconnessione con il territorio regionale e nazionale. Vicino agli hub si sono formati centri direzionali di grande rilievo del terziario che rendono le città di appartenenza delle business town. I voli low cost stanno acquisendo grande importanza e si calcola che il 25% dei voli mondiali siano low cost: questo permette maggiori spostamenti di persone influenzando notevolmente il turismo e favorendolo.

Traffici regionali

La crescita dello sviluppo del trasporto automobilistico ha accentuato problemi che gravano sulle città: congestionamento e inquinamento. Alcune città, per limitare queste difficoltà, hanno posto dei pedaggi per entrare in città (user pays). Gli stati dovrebbero creare efficienti reti di trasporto promuovendo i trasporti eco-sostenibili e non localizzare grandi centri commerciali, servizi sanitari e amministrativi, complessi residenziali in luoghi non accessibili al trasporto pubblico (comporta un utilizzo dei mezzi privati). Si va sempre più promuovendo l’intermodalità e la rete ferroviaria (soprattutto per l’alta velocità) per limitare i problemi dei trasporti. Ma l’alta velocità pone dei problemi in quei paesi in cui la distanza tra centri economici è ravvicinata:

in questi casi sarebbe inutile in quanto farebbe troppe soste. Per avvalorare l’alta velocità si dovrebbero porre le stazioni fuori dai centri urbani, vicino a importanti nodi autostradali, in modo da favorire l’intermodalità.

Gerarchie di città

Un possibile approccio per uscire nella difficoltà della classificazione delle città

globali può essere quello che tiene conto dei parametri qualitativi (ambiente,

conoscenze, tipologie di risorse) oltre che di tipo quantitativo (pil e funzioni economiche).

  • 1 egemoni: metropoli appartenenti a Usa, Europa occidentale, Giappone) che

hanno grande disponibilità di risorse, ottima qualità ambientale, presenza di

infrastrutture, patrimonio di conoscenze consolidate e ottimi flussi economici.

  • 2 trainanti: grandi città costiere cinesi e delle tigri asiatiche: hanno saputo

intercettare grazie alla divisione del lavoro e alla creazione di zone economiche

sociali grandi flussi di investimento internazionale e grazie a questo hanno saputo modernizzare le infrastrutture.

  • 3 trainate: metropoli emergenti dell’America latina, India e Insulindia. Hanno

elevata crescita demografica e sviluppo economico che però è ristretto solo

all’interno della città e non nelle zone circostanti. Hanno problemi di accesso alle risorse per la totalità della popolazione e ambienti periferici degradati.

  • 4 escluse: metropoli del terzo mondo con tassi elevati di crescita demografica e

una incapacità di controllo dell’accesso delle risorse. Presentano incontrollati flussi migratori tra città e campagna. La globalizzazione a scala planetaria induce alti livelli di competizione urbana e al tempo stesso genera processi che tendono a riprodurre quanto già avvenuto a livello industriale: le città come le imprese sono destinate a crescere, a fondersi, a creare globalopoli dal futuro imprevedibile (sviluppo non facile da controllare).

Una città si sviluppa grazie a aeroporti hub, rete urbana all’avanguardia, se ha funzione di finanza e commercio, attrae investimenti, è sede di multinazionali ed istituzioni politiche/economiche, ha accesso a risorse primarie, capace di reagire ad emergenze ambientali, ha propensione allo sviluppo e capacità di innovazione.

Risorse e politiche energetiche

Se si parte dai sumeri (inizio della storia) fino al 1600 le civiltà non cambiano in modo radicale: sono la scoperta di nuove risorse che hanno cambiato la storia. La rivoluzione industriale è stata resa possibile dalla scoperta del carbone che ha sostituito la forza animale e umana e la legna (da 1600 a 1800). La scoperta del petrolio nel 1870 ha portato alla seconda rivoluzione industriale ed è stato abbinato all’utilizzo dell’energia elettrica: ha permesso l’affermazione del capitalismo occidentale. Una delle caratteristiche di questo modello è che energivoro: si basa su una continua ed esponenziale crescita della domanda e dell’offerta di energia. Si basa su un mix energetico (carbone, gas e petrolio) e necessita un crescente utilizzo: e così che diventano fondamentali nei giochi geopolitici soprattutto in quelle zone dove scarseggia e in quelle dove è in abbondanza. Il confronto mondiale per il controllo delle fonti energetiche e delle loro linee di trasporto (pipelines) ha preso il posto del confronto militare (le seguenti statistiche sono riferite fino al 2008): la competizione aumenta anche perché le risorse non sono distribuite in modo omogeneo, nel senso che dei paesi che non ne hanno bisogno possiedono più risorse di quelli che ne sfruttano di più. Un fatto è che se il costo di estrazione non giustifica l’estrazione di materia prima, si può dire che quella risorsa è diventata inutile per l’umanità: se per estrarre 50 barili di petrolio il costo è di 50 è inutile sfruttare la riserva (teoria del picco); anche le terre marginali (difficili e costose da coltivare) diventano utili da coltivare quando tutte le altre terre sono state sfruttate e quindi diventano necessarie per produrre nuove risorse. Inoltre con la crisi degli stati sovrani, sono le forze sovranazionali come le multinazionali che decidono i prezzi di mercato. Infatti secondo una recente indagine della international energy agency (iea) è uscito che il prezzo del petrolio è influenzato da scommesse (avvengono attraverso i futures) sul prezzo che il petrolio assumerà. Lo stesso vale anche per i prezzi di altri prodotti come è avvenuto per il grano in Egitto: questi movimenti rischiano di mettere in crisi alcuni paesi. Sono le speculazioni (scommesse) che fanno aumentare i prezzi: infatti il prezzo (di carta) del petrolio varia molte volte prima di acquisire il prezzo del barile. La scoperta delle nuove risorse permette ad alcuni stati di svincolarsi da altri acquisendo più indipendenza economica: ad esempio gli Usa hanno scoperto nello stato dell’Alberta (Canada) nuovi giacimenti e potrebbero favorire la loro indipendenza di risorse: ma gli stati che dovrebbero essere attraversati dall’oleodotto (transcanada keystone xl: con meta finale in Texas a Huston) e gli ambientalisti protestano per il fatto che si dovrebbe ricavare dalle sabbie bituminose (richiede un processo costoso e sono molto inquinate). L’indipendenza economica anche se costosa può avvenire per avere un’indipendenza politica: ragion di stato prevale (gli Usa si renderebbero indipendenti dal medioriente). Il fatto è che la domanda è sempre crescente mentre l’offerta cala in quanto non sono risorse rinnovabili (come l’acqua ad esempio che però anche questa

rischia di non soddisfare la domanda sempre crescente). Prima del 2008 il fabbisogno (domanda) mondiale si presentava: petrolio 34 %, carbone 26%, gas 21%, energie rinnovabili 10%, nucleare 6%, idroelettrico 2%, altro 1%. La distribuzione geografia è: ocse (fanno parte 31 stati industrialmente avanzati ma non India e Cina) 45%, Cina 16%, Asia 11%, ex Unione Sovietica 9%, america latina 5%, africa 5%, medioriente 1%. In particolare il 45% della domanda dell’ocse è: petrolio 37%, gas 24%, carbone 21%, nucleare 11%, energia rinnovabile 4%, idroelettrico 2%, altro 1%. Prendendo in considerazione il petrolio, la risorsa più richiesta, questa è prodotta per il 7% dagli Usa, 12% Russia, 13% Arabia Saudita, 5% Iran, fra l’1% al 4% Qatar, Indonesia, Algeria, Brasile, Angola, Emirati Arabi, Canada, Libia, Iraq, 30% resto del mondo. I paesi esportatori: Arabia Saudita 17%, Iran 6%, Russia 13%, Nigeria 5%, Emirati 5%. I maggiori paesi importatori, invece, sono:

27% Usa, 8% Cina, 5% Germania, 4,5% Italia, 3,8% Francia, 10% Giappone, 5,5% Corea del sud, 5,8% India, 25% resto del mondo. Le riserve di petrolio invece appartengono a: 21% Arabia Saudita, 11% Iran, 9% Iraq, 8% Emirati Arabi Uniti, 8% Venezuela, 3% Usa. Per quanto riguarda la situazione dei gas naturali la situazione è speculare a quella del petrolio. I paesi produttori sono: 20,9 % Russia, 18,5% Usa, 2,5% Qatar, 3,8% Iran, 5,6% Canada, 3,3% Norvegia, 2,4% Cina e Indonesia, 35% resto del mondo. I paesi esportatori: Russia 23%, Norvegia 12%, Canada 11%, Qatar 7%. I paesi importatori invece sono: 12% Giappone, 10% Germania, Usa e Italia, 7% Ucraina, 70% resto del mondo. Le riserve appartengono: 24% Russia, 17% Iran, 15% Qatar, 5% Turkmenistan ed Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda il carbone, i paesi produttori sono: 43% Cina, 8% India, 4% Indonesia e Russia 17%, Usa, 5% Australia e Sud Africa. I paesi esportatori:

Indonesia 23%, Russia 10%, 31% Australia, 9% Colombia. I paesi importatori:

23% Giappone, 13% Corea del sud, 8,4% Taiwan, 5,9% Germania, 7% India. Le riserve: 19% Russia, 14% Cina, 9% Australia, 7% India. Si può riassumere dicendo che l’81% delle risorse utilizzate sono petrolio, gas e carbone. Le maggiori economie industrializzate (Usa, Europa, Cina e India) sono le maggiori importatrici: fa eccezione la Russia che è grande esportatrice di gas e petrolio (infatti va considerata la distinzione tra paese produttore ed esportatore: chi produce di più non significa che esporta di più: infatti i paesi più industrializzati anche se producono molto, preferiscono tenersi le risorse piuttosto che rivenderle come invece preferiscono altri paesi che avendone in grande abbondanza optano di riempire le casse). Per quanto riguarda le altre risorse queste sono disposte più in america latina, medioriente ed asia centrale. L’effetto della crescita della popolazione e del rapido sviluppo economico di aree geografiche prima in condizioni di povertà causa l’aumento della domanda del 1,5% con un aumento complessivo del 40% entro il 2030. Anche se c’è lo sviluppo di fonti energetiche a bassa emissione di co2 e di fonti rinnovabili, per il 70% fino al 2050 le fonti principali rimangono le tre classiche. Risorsa: concentrazione di ritrovamenti di minerali solidi, liquidi e gassosi all’interno/sopra la superficie terrestre estraibili con facilità. Riserva: porzioni di risorse accertate sfruttabili in situazioni economiche favorevoli e con tecniche disponibili. La risorsa che sta acquistando una grande utilizzazione è il carbone (soprattutto per l’utilizzo della Cina e l’India). La Cina nonostante lo produce in gran quantità lo ha iniziato anche ad importare per le sue necessità. Ma il

petrolio mantiene il suo primato in quanto utilizzato solo il 97% ne fa uso, anche se calerà fino al 30% (da 34%). I paesi dell’ocse (continueranno a lungo a importarlo per un 2% del suo pil all’anno) lo utilizzeranno di meno, al contrario del maggiore utilizzo di Cina ed India dovuto al maggiore utilizzo del trasporto privato. Entrambi i paesi nonostante siano paesi produttori di petrolio: dipendono dalle importazioni per il loro fabbisogno per il 60% (Cina) e 68% (India). Fra i paesi esportatori il Canada risulterebbe seconda solo all’Arabia Saudita, ma l’estrazione dalle sabbie bituminose è molto costosa: con la crisi gli investimenti in questo settore sono molto calati. Un ruolo di grande importanza iniziano a rivestire a l’Africa e l’America latina non tanto per le riserve accertate (solo 10% rispetto a tutto il mondo). L’Africa ha riserve appurate solo per il 10% di petrolio di tutte le riserve mondiali mentre il gas per il 12%: però ricopre un ruolo fondamentale anche la Cina si è riversata nel continente) perché a partire dal 2004 ci sono state scoperte di nuovi pozzi e la sua produzione incrementa sempre di più; le multinazionali sono più incoraggiate a estrarre in quanto la sovranità degli stati africani è fragile; le risorse sono distribuite lungo la costa mediterranea e del golfo di Guinea (dove il maggiore produttore rimane la Nigeria) zone lontane dai conflitti interni e quindi di più facile e meno costosa l’estrazione (non servono controlli dei gasdotti: infatti nei conflitti le truppe e il terrorismo colpiscono le risorse attraverso i gasdotti: ogni guerra si gioca sulle risorse). La produzione è salita a ritmi sostenuti grazie alla scoperta di nuovi giacimenti e perché la sua importanza dipende dai suoi importatori principali (Usa e Cina:

50% in totale). La Cina soprattutto dall’Angola estrae le risorse e questo ha avuto ripercussioni sul paese africnao. L’America latina sta tentando di emanciparsi dagli Usa: il Venezuela (maggiore produttore con 2613 barili al giorno) ha espulso multinazionali statunitensi anche se gli Usa rimangono il partner privilegiato. Vende sottocosto agli aderenti del Petrocaribe (alleanza con 15 paesi ai quali gli è permesso di acquistare il petrolio in 25 anni con un interesse dell’1% e con prodotti nazionali) e a nuovi importatori come l’Iran, l’India e la Cina. È riuscito a espellere due multinazionali degli Usa senza ricevere ritorsioni: l’accoddiscenza si spiega con il fatto che la Cina (massimo esportatore del Venezuela) è il massimo possessore del debito Usa Anche l’Ecuador si è mosso sulla stessa linea. Il Brasile, dopo la scoperta a largo delle coste che vanno dallo stato di Santa Caterina a quello di Espirito Santo di giacimenti offshore, potrebbe diventare uno dei maggiori produttori. Si tratta di giacimenti che si trovano a 7 mila km di profondità in uno stato di presal (sormontato da un altro di sale di 2 mila km): è di difficile e costosa penetrazione. Anche la Colombia ha acquisito grande importanza con l’esportazione (prevalente spesso gli Usa) di 680 mila barili al giorno. Il Messico vende il 15% di petrolio agli Usa ed è il settimo produttore mondiale. Inizia però un declino, soprattutto per il giacimento Cantarell, che ha gravi ricadute sull’economia che si basa sul 40% dei proventi del petrolio. Per il gas, secondo l’agenzia internazionale per l’energia, la domanda crescerà da 3 mila miliardi del 2007 a 4 mila e 300 miliardi cubi per il 2030 con un aumento del 1,5% annuo: anche qui la richiesta sarà per l’80% dei paesi non ocse. Il problema non sta nelle dimensioni delle riserve che consentono ancora per decenni l’estrazione ma nelle difficoltà tecniche e politiche di trasformarle in risorse. Solo un terzo dei giacimenti attivi al momento sarà utilizzabile nel

2030 e ciò significa che ci dovrà essere una sostituzione dei giacimenti: spiega l’importanza geopolitica dei gasdotti euroasiatici e il ruolo che può svolgere il gas non convenzionale. Questo può essere (Usa e Canada detengono per il 45% le riserve mondiali) il colabed methane, il tight gas e lo shale gas: questo implica che nel prossimo futuro il nord America avrà una predominanza in questo campo anche perché, favorendo politiche per le fonti rinnovabili, si avrà un eccesso di offerta di gas naturale sul mercato (va a vantaggio degli Usa e Canada ma non dell’Europa). Il gas naturale in America latina un ruolo chiave è detenuto dal Brasile (dipende anche se riuscirà a migliorare le tecnologie per estrarre il gas liquefatto nello strato di presal) e dal Venezuela (detiene il maggior giacimento dell’America latina ma richiede un costoso processo di purificazione essendo associato al greggio). In Africa un ruolo predominante è dell’Algeria che detiene un terzo di tutta l’Africa. Ci sarà un incremento dell’energia elettrica soprattutto dai paesi non ocse (80%). Per un secolo i combustibili fossili saranno la fonte di energia prevalente e che intorno al 2050 il gas naturale sarà la componente prevalente per il mix di energia. La domanda di energia dei paesi asiatici crescerà nei prossimi anni del 2,5% all’anno (oltre la media mondiale): un quinto della popolazione mondiale non ha accesso all’elettricità. In dettaglio dal oggi fino al 2016 la domanda di petrolio crescerà di 1,2 milioni di barili al giorno, quello di gas naturale di 500 milioni metri cubi all’anno (2 volte e mezzo il volume del gas esportato dalla Russia). Si conferma che il petrolio è in declino e si utilizza più che altro per i trasporti, per il resto si utilizza il gas. Le società più avanzate hanno migliori tecnologie e quindi consumano meno (relativamente) rispetto ai paesi cha hanno tecnologie peggiori. Si calcola inoltre che la Cina da sola genera il 30% della domanda: questo spiega come l’equilibrio mondiale si sposti verso questa potenza. I gasdotti sono rigidi e un’alternativa è il ricorso agli lng (gas liquefatto e trasformato in questa forma per essere gas abbassando le temperature; viene rigassificato a destinazione alzando la temperatura): in Italia il centro di rigassificazione sono a Rovigo e La Spezia poi da qui arriva in Austria. È importante utilizzare le lng perché è più manovrabile (non è statico come i gasdotti che dipendono dagli stati dove passano, ma è dinamico perché dai centri può essere trasportato con le navi).

Stati uniti e Russia dopo la caduta del muro

La regione del caucaso e in generale dell’Asia centrale sono soprattutto negli ultimi anni di interesse degli Usa: hanno iniziato una politica di contenimento per ridurre la Russia al rango di media potenza e poi in una “nuova guerra fredda” culminata con il progetto di Bush di piazzare uno scudo missilistico (ribadito dalla NATO). Fra il 2003 e il 2005 gli Usa hanno fatto ricorso a una serie di cambi di governo pilotati (“rivoluzioni colorate”) finanziati attraverso alcune ONG. Gli esiti sono stati fallimentari dopo che furono cacciati i comandanti delle rivoluzioni colorate: resta solo la Georgia ma dopo l’attacco alla Russia (fallito) per impadronirsi dell’Ossezia del sud ha perso credibilità. Agli Usa interessano le fonti energetiche delle due sponde del Caspio (Kazakistan e Uzbekistan), dell’Asia centrale (Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan) e del Caucaso (Azerbaigian). Il braccio di ferro tra Russia, che vuole mantenere il monopolio su queste regioni, e gli Usa è serrato. Però gli ex- paesi sovietici hanno alzato il prezzo dei diritti di transito e usato le proprie

risorse per fare pressioni verso i paesi europei in funzione antirussa. Quindi gli Usa e la Russia cercano, per quest’ultima, percorsi alternativi a quelli attuali che non transitino sui paesi ex-satelliti, per gli Usa percorsi che scavalchino il territorio russo. Gli Usa e l’Europa hanno installato tre gasdotti (BTC, Baku- Tiblisi-Ceyhan; BTS, Baku-Tiblisi-Supsa; Baku-Tiblisi-Erzurum (SCP) per escludere l’Iran e la Russia: prima guerra del tubo che ha visto la vittoria della Russia per il fallimento dei progetti (perché si è pensato ad isolare la Russia cercando quindi di raggiungere un obbiettivo politico, ma non essendoci stati introiti (aspetto economico) la Russia non si è vista ostacolata più di tanto); l’aspetto politico è ravvisabile quindi dal fatto che il ricavato era ridotto rispetto

ai costi molto alti e dal fatto che si era formata una camera di commercio Usa- Azerbaigian (con persone insigni come Kissinger, il consigliere di Bush, quello

di Clinton

Brizniesky. .

È in stallo il progetto Nabucco (gasdotto pensato dall’UE

su sollecitazione degli Usa chiamato TCP, trans-caspian pipelines): dovrebbe collegare Erzurum in Turchia con Baumgarten in Austria passando per la Bulgaria, Romania, Ungheria e Rep. Ceca: solo l’Azerbaigian si era dichiarato favorevole come paese fornitore. La seconda guerra del tubo si è aperta con il progetto Nabucco che non viene portato avanti anche perché ci sono contrasti

tra il governo di Baku (Azerbaigian) e il Turkmenistan circa la proprietà di alcuni giacimenti tant’è che quest’ultimo vorrebbe portare l’altro davanti la corte penale internazionale: inoltre la Russia ha risposto con il south e il north stream (guerra vinta da Russia). Ma i rapporti con gli Usa e la Turchia si sono deteriorati: con la Turchia perché questa ha rinunciato a premere sull’Armenia a un ritiro delle sue truppe dal territorio azero (controllano il Nagorno- Karabakh: è una repubblica autoproclamatasi indipendente situata nel Caucaso meridionale, quasi interamente circondata dallo stato dell'Azerbaigian. Assegnato all'Azerbaigian nel primo dopoguerra, dagli anni novanta il territorio è sotto il controllo militare armeno, in seguito ad uno scontro con i vicini dell'Azerbaigian durante il quale, nel 1991 la popolazione locale aveva dichiarato la propria indipendenza. La contesa per la regione divampò quando sia l'Armenia sia l'Azerbaigian si resero indipendenti da Mosca nel 1991. Nel vuoto lasciato dal crollo sovietico, lo scontro tra le due neonate repubbliche finì con l'essere fortemente influenzato dalla politica militare della Federazione Russa. Si ritiene infatti che la Russia tese a manipolare le rivalità tra le parti, rifornendole entrambe di armi e riuscendo così a tenere sotto controllo i due contendenti. Preceduto da atti di violenza e di pulizia etnica compiuti da entrambe le parti, il conflitto scoppiò in seguito al voto del parlamento del Nagorno-Karabakh il quale approvò il passaggio del territorio sotto la sovranità armena. Alla fine della guerra, nel1994, il Nagorno-Karabah diviene de facto territorio armeno mentre la comunità internazionale lo riconosce come territorio azero, l'Azerbaigian perse così circa un sesto del suo

territorio, tra cui sette provincie a maggioranza Azera. Le stime indicano che circa un Azero su otto è costretto a vivere in campi profughi e gli sfollati armeni sono circa 230.000) aprendo i confini per normalizzare il rapporto con Yerevan; gli Usa perché hanno indotto la Turchia a questa scelta e non sono visti più come mediatore. Questo ha portato l’Azerbaigian ad avvicinarsi alla Russia e all’Iran (visto come mediatore migliore) facendo interrompere l’utilizzo del BTC da parte di una compagnia americana per la tassazione imposta. Si vuole tagliare fuori la Russia solo politicamente e non tanto economicamente visti i costi e la probabilità dei ricavi.

L’insuccesso è dato dal fatto di paesi, come lo stesso Azerbaigian e Kazakistan, preferiscono commerciare con la Russia. L’Azerbaigian ha siglato un accordo attraverso la compagnia di stato SOCAR e la poco rilevante Gazprom (russa):

l’accordo si è ampliato prevedendo il raddoppio di gas da esportare alla Russia (non ne ha molto bisogno ma attraverso questa politica vuole monopolizzare il commercio e far si che i paesi occidentali passino per la Russia per prendere il gas dall’Asia centrale). Inoltre l’Azerbaigian ha siglato un accordo con la Bulgaria e l’Iran il quale è partener privilegiato della SCO (shangai cooperation organization). L’Azerbaigian ha avvertito l’Europa che se non si sbriga a siglare un accordo, il gas del paese potrebbe dirottare in Asia. La competizione per la Russia per le risorse non viene tanto dagli Usa ma dalla Cina: la Russia inoltre controlla il 31% del CPC (caspian pipeline consortium:

per il petrolio e collega Tengiz in Kazakistan con Novorossisk in Russia) che collega il Kazakistan (ne possiede 19%) alla Russia. Inoltre ha siglato accordi per il gas con Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan: in cambio ha promesso a ristrutturare il loro settore energetico.

BTC

L’insuccesso è dato dal fatto di paesi, come lo stesso Azerbaigian e Kazakistan, preferiscono commerciare con

Nabucco

L’insuccesso è dato dal fatto di paesi, come lo stesso Azerbaigian e Kazakistan, preferiscono commerciare con

BTS e Baku-Tiblisi-Erzurum (SCP: south caucasian pipeline: è parallelo al BTC)

CPC (caspian pipeline consortium) La Russia inoltre tiene in considerazione il fatto che la Siberia (“vettore

CPC (caspian pipeline consortium)

CPC (caspian pipeline consortium) La Russia inoltre tiene in considerazione il fatto che la Siberia (“vettore

La Russia inoltre tiene in considerazione il fatto che la Siberia (“vettore orientale”) ha un quarto di tutte le risorse fossili russe: questo gli permette di portare una delle sue direttrici verso la Cina. La gazprom e la rosneft si occupano dello sfruttamento delle risorse: sono stati eliminati i progetti che vedevano un collegamento con la Cina e un altro con il Pacifico: la Russia vuole detenere il monopolio su il “vettore orientale”. Ma la Cina ha saputo costruire una sua rete di gasdotti: ha iniziato con un progetto con il Turkmenistan il quale esporta anche all’Iran (questo mette in difficoltà il paese arabo). Inoltre la Cina ha inaugurato un nuovo gasdotto con il Kazakistan lungo 1450 km: per un ricavo di 15 miliardi di metri cubi.

Europa: pipeline

L’Europa dipende per il 50% dalle importazioni (di cui il 25% dalla Russia) e per

l’80% della sua energia dipende dal combustibile fossile. Sembra strano che l’Europa non abbia una comune politica in materia di sicurezza energetica se si pensa che all’inizio è nata con questo scopo (CECA nel 1951: comunità europea per il carbone e l’acciaio. Poi la fondazione nel 1957 dell’Euratom per l’energia atomica: ma nel 1965 con la formazione della comunità economica europea si spostò il problema su unità economica). I rischi connessi della forte dipendenza risultarono chiari dallo shock del 1973 (i paesi dell’Opec decisero di aumentare di molto i prezzi del petrolio): i paesi reagirono differentemente. La Francia

decise di buttarsi sul nucleare per ridurre la dipendenza, l’Italia, all’opposto, con un referendum votò contro il nucleare. Non meraviglia che le diverse posizioni non essendo facili da armonizzare non hanno portato a una comune politica europea. Anche nel trattato di Maastricht del 1992 non se ne parla e l’Energy Charter Treaty del 1998 è rimasto in stallo in quanto la Russia si è rifiutata di sottoscriverlo impedendo la regolazione dei flussi di idrocarburi. L’Europa rimane la maggiore importatrice di gas di tutto il mondo e dipende per il 23% dalla Russia, il 14% dalla Norvegia (essendo il terzo esportatore mondiale ci si aspetta un calo, nel lungo periodo, delle esportazioni per l’esaurimento delle risorse) e il 10% dall’Algeria (esporta anche il 90% del suo petrolio verso l’Europa ed è il principale esportatore di gas dei paesi dell’Europa sud-occidentale come l’Italia e la Spagna: GALSI, nuovo gasdotto che si collega con la Sardegna e la Toscana). La forte dipendenza dalla Russia ha spinto i paesi europei a promuovere il progetto Nabucco (sopra) che per diversi motivi è in stallo anche se il definitivo accordo intergovernativo, alla presenza del presidente della Commissione Europea Barroso, è stato firmato nel 2009. Questo ha fatto si che si prediligano il north e south stream. Il north stream, gasdotto di 1220 km che passa sotto il Mar Baltico e giunge direttamente la Gerrmania (Greifswald), è stato privilegiato nel quadro delle reti europee dell’energia: il gas viene distribuito al resto dell’Europa dall’OPAL gestito da una compagnia tedesca. Il consorzio di tutto il gasdotto è gestito dal 51% dalla Russia e dal 40% dalla Germania. Le opposizioni sono state dei paesi come la Svezia in quanto passa nelle sue acque senza avere in cambio dei profitti sostanziosi. Al di là delle questioni ambientali, la vera protesta è il fatto che sono esclusi nel passaggio paesi come l’Ucraina e la Polonia i quali non possono avere potere di ricatto sulla Russia. Il south stream (ha provocato scandali perché la Russia lasciò la presidenza del consorzio a Schreder che era il presidente della Germania: si è parlato di conflitti di interessi) è più ambizioso: scavalca i territori non comunitari ed è stato progettato dalla Gazprom e l’ENI. La condotta parte dal porto russo di Beregovaya e raggiunge quello bulgaro di Varna (dopo essere passato sotto il mar nero): dalla Bulgaria si sdoppia: da una parte va verso l’Austria (attraversando la Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia), dall’altra arriva alla Grecia e all’Italia (attraversando il canale di Otranto). Oltre agli accordi commerciali tra la Russia e i paesi attraversati, la Turchia ha firmato un accordo per il passaggio nelle sue acque. Un nuovo accordo tra la Gazprom e l’ENI prevede che si passi da 31 a 63 milioni di metri cubi di gas all’anno; a entrare nell’accordo ci sarà con il 20% la compagnia francese EDF.

South stream

North stream Un altro progetto è avviato, il blue stream: frutto della collaborazione tra la Gazprom,

North stream

North stream Un altro progetto è avviato, il blue stream: frutto della collaborazione tra la Gazprom,

Un altro progetto è avviato, il blue stream: frutto della collaborazione tra la Gazprom, l’ENI e la turca Botas che congiunge il porto russo di Stavropol ad Ankara passando Dzhugba sul Mar nero: è il gasdotto che sta più in profondità al mondo (210 sul fondo del Mar nero): è stato per l’appunto sviluppato un particolare termo-fluodinamico per regolare la temperatura e la pressione di pompaggio. È un successo per l’Italia perché giungendo fino al porto siciliano di Augusta farebbe dell’Italia uno snodo importante per tutto il mediterraneo. La Francia non risulta molto dipendente dalle importazioni per una diversificazione delle fonti di approvvigionamento e da un ruolo centrale nella produzione dell’energia nucleare (41% del fabbisogno dell’energia del paese):

le importazioni di petrolio sono suddivise in 51% Nord Africa e Medioriente, 32% mare del nord, 23% Russia; il gas invece: 22% Russia, 16% Algeria, 35% Norvegia, 21% Paesi Bassi. La Germania è più dipendente che oltretutto la gran parte delle importazioni vengono dalla Russia (33% petrolio, 35% gas) ed è sempre più orientata a investire in centrali elettriche alimentate a carbone: inoltre sembra orientata ad abbandonare il nucleare (12% del fabbisogno energetico) e comporterebbe una più dipendenza.

Il Regno Unito sembra invece sta iniziando ad importare le risorse petrolifere dato che i suoi giacimenti, che gli avevano permesso da sempre una forte autonomia, stanno finendo. Si calcola che entro il 2020 l’isola importerà il 90% del suo fabbisogno di gas. L’Italia rispetto all’Europa dipende sempre di più dagli idrocarburi (90% al contrario dell’80% della media europea). L’Italia è l’unico paese di quelli più industrializzati (g8) che non ha centrali nucleari per effetto del referendum. Nello scenario complessivo l’Italia dipenderà sempre più dal Nord Africa e dalla Russia per l’importazione di gas e petrolio.

Il cambiamento climatico e la crescita verde

lIPPC (intergovernmental panel on climate change: formato dalle organizzazione dell’ONU della meteorologia mondiale, WMO, e dal programma delle nazioni unite per l’ambiente, UNEP: scopo è quello di studiare il riscaldamento globale) ha detto che si continua a mantenere lo stesso livello di consumo di combustibili fossili per generare energia si avranno conseguenze disastrose: si avrebbe entro il 2100 un aumento della temperatura di 2,6° e che comporterebbe l’innalzamento degli oceani, ampie zone desertificate e sconvolgimento climatico. L’OCSE invece dice che l’aumento potrebbe essere dai 4° ai 6°. Si è arrivati al protocollo di Kyoto del 1997 (firmato da 160 paesi ma non dai principali produttori di gas serra: Usa e Cina) e poi al vertice di Copenaghen del 2010 richiedendo una maggiore partecipazione dei paesi e un maggiore utilizzo di fonti rinnovabili. La principale fonte rinnovabile rimane quella idroelettrica la quale ha però un forte impatto ambientale: in Cina la costruzione della diga delle Tre Gole ha comportato l’esodo forzato di 1 milione di persone. Il nucleare se comportava il 6% del fabbisogno globale, sembra però in calo dovuto al minor utilizzo dei paesi europei. Per l’energia elettrica sembra prende piede l’energia eolica e i biocarburanti che dovrebbero passare dal 2,5% (2007) a 8,6% (2030) secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia. Anche in questo settore la Cina ha superato i paesi che avevano un grande vantaggio come la Germania, la Spagna, la Danimarca e gli Usa. E dal 2008 è il maggior produttore di pannelli solari: sta diventando un terreno fertile per gli insediamenti di multinazionali. Anche se sembrava poter avere un gran peso l’utilizzo dei biocombustibili (sostituti della benzina come l’etanolo ricavabile dalla canna da zucchero: poca emissione di anidride carbonica) per tre fattori: perché richiede l’uso estensivo ed intensivo di terreni agricoli provocando ricadute sul mercato agricolo e sul prezzo dei cibi (si escludono i piccoli proprietari a vantaggio dei latifondisti e calano le altre produzioni: in Brasile, il maggiore produttore di etanolo insieme agli Usa, ha avuto una diminuzione del 12% per i fagioli e del 9% di riso e un aumento del prezzo dei terreni). Il secondo motivo va a scapito della biodiversità ai danni delle foreste, pascoli e zone umide. Infine sembra improbabile che si possa soddisfare la domanda globale soprattutto di quei paesi come la Cina e l’India che non hanno la disponibilità di terreni per realizzare questi progetti (e dove ci sono terreni mancano le condizioni climatiche: Canada, Australia e Russia). Inoltre le teconologie sono ancora allo stato primitivo e si pensa irrealizzabile l’ipotesi di utilizzare biocombustibili entro il 2050 per il 20% della benzina. Il successo dell’eolico, come in Danimarca, oltre a fattori climatici dipende anche dalla interconnessione con altri tipi di energia come il carbone che può

supplire in mancanza di vento. Va però specificato che in alcune zone la mancanza di vento non permette l’utilizzo di questo tipo di energia: ad esempio il Sichuan (una delle zone più popolate della Cina rivendicata dal Tibet autonomo) è totalmente circondato da montagne. È replicabile su scala europea ma non asiatica dove, inoltre, le reti dell’alta tensione sono obsolete.

ONU, spesso abbreviata in Nazioni Unite,

è

la

più importante ed estesa

organizzazione intergovernativa: sono infatti suoi membri 193 Stati del mondo su un totale di 201. Le Nazioni Unite hanno come fine il conseguimento della cooperazione internazionale in materia di sviluppo economico, progresso socioculturale, diritti umani e sicurezza internazionale. Relativamente alla sicurezza internazionale in particolare hanno come fine il mantenimento della pace mondiale anche attraverso efficaci misure di prevenzione e repressione delle minacce e violazioni ad essa rivolte. È un organizzazione che soffre del finanziamento: alcuni stati contribuiscono

più di altri ma non abbastanza per supportare le spese dell’organizzazione. Inoltre vige il criterio di uno stato uno voto: se dà la parità degli stati questo non è utile in quanto ci sono stati che hanno una superficie più ampia, più popolazione e più peso politico. La Santa Sede (in rappresentanza della Chiesa cattolica e dello Stato della Città del Vaticano), gode dello status di "osservatore permanente delle Nazioni Unite" come "stato non membro". Anche l'Autorità Nazionale Palestinese gode dello status di "osservatore delle Nazioni Unite" come "entità". Organizzazioni Intergovernative con uffici permanenti presso le sedi ONU (19 in totale) Tra queste: l'Unione europea, la Lega degli Stati Arabi, il Segretariato del Commonwealth, l'Organizzazione della Conferenza Islamica, l'Unione Africana, la Comunità Caraibica e l'INTERPOL. Organizzazioni Intergovernative prive di uffici permanenti presso le sedi ONU

(50 in totale) Tra queste: il Consiglio d'Europa e la Comunità degli Stati Sahelo-Sahariani. Altre entità con uffici permanenti presso le sedi ONU [8] (4 in totale)Tra queste:

la Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionale e il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta. [9] L’Assemblea Generale è il principale e più rappresentativo dei cinque organi istituzionali di cui si compone l'Organizzazione delle Nazioni Unite. È formata dai rappresentanti di tutti gli stati aderenti alle Nazioni Unite. È considerata la principale Assemblea e si occupa di questioni fondamentali quali: segnalazioni di pace, entrata, sospensione o espulsione di Stati membri, problemi di bilancio. Ogni Stato ha il diritto ad avere 5 rappresentanti nell'Assemblea ma

dispone di un solo voto. L 'Assemblea non può fare uso della forza contro i Paesi ma può solo dare loro delle segnalazioni e raccomandazioni. Il Consiglio di Sicurezza è l'organo delle Nazioni Unite che ha maggiori poteri,

avendo la competenza esclusiva a decidere contro

gli stati colpevoli di

aggressione o di minaccia alla pace.Lo scopo del Consiglio

è stabilito

dall'articolo 24 dello Statuto, al consiglio viene conferita "la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale". È costituito da quindici Stati membri, di cui cinque sono membri permanenti, mentre i restanti dieci vengono eletti ogni due anni. I membri permanenti sono:

veto, e possono bloccare qualsiasi decisione loro sgradita e fare in modo che non venga discussa durante il riunirsi dell'Assemblea Generale presieduta da tutti gli Stati membri. Il Segretariato è uno degli organi principali dell'Organizzazione: è guidato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, ed è costituito da un insieme di uffici e dipartimenti finalizzati alla gestione amministrativa dell'ONU. Il Consiglio Economico e Sociale è composto da 54 membri nominati per tre anni ed è l'organo consultivo e di coordinamento dell'attività economica e sociale delle Nazioni Unite e delle varie organizzazioni ad esse collegate. In conformità all'articolo 68 della Carta, il Consiglio ha fondato molte organizzazioni di sussidio, tutte subordinate all'Assemblea Generale, che dà loro le direttive. Alcuni esempi sono: la FAO, l'UNICEF, l'UNCTAD. La Corte Internazionale di Giustizia, conosciuta anche come Corte Mondiale, è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite. È situata all'Aja, nei Paesi Bassi. Fondata nel 1945 la sua funzione principale è dirimere le dispute fra Stati membri delle Nazioni Unite che hanno accettato la sua giurisdizione. Essa esercita una funzione giurisdizionale riguardo all'applicazione e l'interpretazione del diritto internazionale. Tra gli organi principali, lo Statuto delle Nazioni Unite prevedeva anche il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria. Questa istituzione ha di fatto cessato di esistere con la fine dei regimi di amministrazione fiduciaria - l'ultimo territorio in amministrazione fiduciaria è stato Palau, che è diventato indipendente dagli Stati Uniti il primo ottobre 1994

Le missioni di mantenimento della pace (operazioni di peacekeeping) portate avanti dalle Nazioni Unite hanno lo scopo di aiutare i Paesi colpiti da conflitti a creare le condizioni per una pacificazione stabile e sostenibile. I peacekeeper - soldati, ufficiali di polizia e personale civile messi a disposizione dell'ONU dagli Stati membri - monitorano l'evoluzione del processo di pace instaurato al termine del conflitto ed aiutano le parti ad implementare gli accordi di pace firmati. La creazione di missioni di pace spetta al Consiglio di Sicurezza. Normalmente esse sono eseguite da personale che opera sotto le insegne dell'ONU. Tuttavia, in alcuni casi, il Consiglio di Sicurezza può autorizzare organizzazioni regionali, come la NATO o la ECOWAS, o coalizioni di Stati a compiere operazioni di peacekeeping o peace enforcement. Molte sono fallite e si crede che sarebbe meglio dotarsi di un esercito proprio senza ricorrere ai caschi blu (truppe dei singoli stati messe insieme sotto la bandiera dell’ONU: mancano di organizzazione). Infatti l’ONU come esercito sta iniziando sempre più ad utilizzare la NATO che è più organizzata in quanto un organizzazione militare. UNOSOM I (United Nations Operation in Somalia) è stata la prima parte del tentativo condotto dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per fornire, facilitare e proteggere gli aiuti umanitari in Somalia e anche per monitorare il primo cessate il fuoco ottenuto con la mediazione ONU nel conflitto civile somalo nei primi anni novanta. L'operazione iniziò nell'aprile 1992, con la risoluzione 751/92 e si protrasse finché, nel dicembre 1992, fu sostituita dalla missione UNITAF. A seguito dello scioglimento della UNITAF (maggio 1993) si aprì un'ulteriore missione ONU nota come UNOSOM II.Durante l'operazione, costata complessivamente 42,9 milioni di dollari, persero la vita sei militari. L'UNOSOM II (United Nations Operation in Somalia) è stata la seconda fase dell'intervento ONU in Somalia. Protrattasi dal marzo 1993 al marzo 1995,

UNOSOM II

fu il proseguimento

della UNITAF

(missione sotto il controllo

statunitense, ma sancita dall'ONU) che a sua volta aveva sostituito l'infruttuosa UNOSOM I. Tutti e tre questi interventi si prefiggevano l'obiettivo di creare un cordone di sicurezza attorno agli aiuti umanitari condotti per arginare la carestia dilagante nel paese e la condizione di anarchia nel paese. L'intervento UNOSOM II è tristemente famoso per la battaglia di Mogadiscio e l'abbattimento di due elicotteri statunitensi Black Hawk. Di fronte alle notizie di numerose morti di soldati e alle riprese filmate dei soldati americani trascinati per le strade di Mogadiscio, con l'opinione pubblica americana che si mostrava contraria alla partecipazione attiva alla missione UNOSOM, il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton decise il ritiro delle forze americane, fissando la data del 31 marzo 1994 come termine ultimo per completare il loro ritiro ed altre nazioni, come Belgio, Francia e Svezia decisero di ritirare le proprie truppe. Nei primi mesi del 1994 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fissò a marzo 1995 il termine per la fine della missione. Senza un reale progresso delle trattative e con il venir meno del sostegno da parte delle nazioni che partecipavano ad UNOSOM la missione ebbe termine nel mese di marzo 1995. La Forza di protezione delle Nazioni Unite, in inglese United Nations Protection Force,.! acronimo UNPROFOR, fu istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 febbraio 1992 col compito di «creare le condizioni di pace e sicurezza necessarie per raggiungere una soluzione complessiva della crisi jugoslava» (in atto dopo la dissoluzione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia e la conseguente secessione delle sue repubbliche: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia). È stata la prima forza di peacekeeping in Croazia e in Bosnia-Erzegovina durante le guerre Iugoslave. Ha operato dall'inizio del coinvolgimento ONU nei Balcani nel Febbraio 1992 fino al suo mutamento in altre forze nel marzo 1995. Le truppe ONU persero molti soldati e le forze di peacekeeping non riuscirono a fronteggiare la ferocia serba. La Missione degli Osservatori delle Nazioni Unite in Angola (MONUA dallo spagnolo Misión de observadores de las Naciones Unidas en Angola) è stata una missione di pace dell'ONU decisa dal Consiglio di Sicurezza il 30 giugno 1997 con la risoluzione 1118. La missione si rese necessaria per placare le tensioni nel paese tra le diverse fazioni e garantire il cessate il fuoco nella nazione e garantire l'inizio di un processo democratico ed elettorale. La missione terminò nel 1999; ed il costo totale fu di 239 milioni di dollari; durante la missione 17 peacekeepers hanno perso la vita. A causa della guerra civile in Angola rimangono 12 milioni di mine antiuomo. L’ONU chiede appoggio alla NATO: 24 marzo 1999: la NATO vede il suo primo impiego militare durante la guerra del Cossovo, dove per 11 settimane conduce, senza l'iniziale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e sulla base del concetto giuridico internazionale di "ingerenza umanitaria" in soccorso delle popolazioni cossovare oggetto di pulizia etnica da parte serba - una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia, composta ormai soltanto da Serbia e Montenegro che terminerà l'11 giugno 1999 (Operazione Allied Force).

L'Unione europea (abbreviata in UE o Ue) è un soggetto politico a carattere sovranazionale ed intergovernativo che, dal 1º gennaio 2007, comprende 27

paesi membri indipendenti e democratici. La sua istituzione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (entrato in vigore il 1º novembre 1993), al quale tuttavia gli stati aderenti sono giunti dopo il lungo cammino delle Comunità europee precedentemente esistenti. L'Unione consiste attualmente in una zona di libero mercato, detto mercato comune, caratterizzata, tra l'altro, da una moneta unica, l'euro, regolamentata dalla Banca centrale europea e attualmente adottata da 17 dei 27 stati membri; essa presenta inoltre un'unione doganale nata già con il trattato di Roma del 1957 ma completata fra i paesi aderenti agli accordi di Schengen, che garantiscono ai loro cittadini libertà di movimento, lavoro e investimento all'interno degli stati membri. L'Unione presenta, inoltre, una politica agricola comune, una politica commerciale comune e una politica comune della pesca. L'Unione europea non è una semplice organizzazione intergovernativa (come le Nazioni Unite) né una federazione di Stati (come gli Stati Uniti d'America), ma un organismo sui generis, alle cui istituzioni gli stati membri delegano parte della propria sovranità nazionale. Le sue competenze spaziano dagli affari esteri alla difesa, alle politiche economiche, all'agricoltura, al commercio e alla protezione ambientale. In alcuni di questi campi le funzioni dell'Unione europea la rendono simile a una federazione di stati (per esempio, per quanto riguarda gli affari monetari o le politiche ambientali); in altri settori, invece, l'Unione è più vicina ad una confederazione (per esempio, per quanto riguarda gli affari interni) o a un'organizzazione internazionale (come per la politica estera). Gli organi principali dell'Unione comprendono il Consiglio dell'Unione europea (denominazione che ha sostituito quella di Consiglio dei Ministri da parte del Trattato di Maastricht), la Commissione, la Corte di Giustizia, il Parlamento, il

e

la

centrale

europea.

L'istituzione

dell'Europarlamento risale al 1950

e

dal

i

suoi

membri

sono

democraticamente eletti, in tutti i territori dell'Unione, a suffragio universale, per una durata in carica di cinque anni. Oggi l'UE è considerata una potenza leader in un mondo multipolare. La prima unione doganale fra paesi europei, la cosiddetta Comunità Economica Europea, fu istituita mediante il Trattato di Roma del 1957 e implementata nel 1958; successivamente rinominata Comunità europea, è stata uno dei "tre pilastri" dell'Unione europea, secondo i dettami del Trattato di Maastricht che ha introdotto l'unione politica, nei campi della Giustizia e affari interni e della Politica estera e di sicurezza comune. Islanda: successivamente alla crisi, che ha colpito in maniera particolarmente dura l'isola, diversi politici islandesi hanno espresso, in parlamento e al governo, opinione favorevole all'ingresso nell'Unione europea e all'adozione dell'euro. In particolare, il 4 febbraio 2009, il primo ministro islandese, Jóhanna Sigurðardóttir, del partito socialdemocratico, affermava che l'ingresso nell'Unione Europea e l'adozione della moneta unica avrebbero costituito "la migliore opzione" per l'Islanda.Il 16 luglio 2009, il parlamento di Reykjavik, con 33 voti a favore contro 28, ha autorizzato il governo a intraprendere i negoziati per l'ingresso dell'Islanda nell'Unione europea. La proposta del Partito dell'Indipendenza di organizzare un doppio referendum – per autorizzare il governo a presentare richiesta di ingresso nell'UE, e per accettare l'adesione qualora la richiesta venga accettata – è stato respinto con 32 voti contro 30. Turchia: Turchia ed Unione europea hanno instaurato delle relazioni particolari dal 1963 quando la Comunità economica europea (CEE) —predecessore dell'Unione europeafirmò il Trattato di

associazione con

lo

stato turco

chiamato Accordo di Ankara. Dal 2005

si

rimandano i negoziati per la piena adesione della Turchia al consenso europeo. Gli scettici (tra cui diverse associazioni umanitarie) rilevano invece come la salvaguardia dei diritti umani e civili in Turchia sia ancora insufficiente, come sia tuttora irrisolta la questione del coinvolgimento turco a Cipro (stato membro dell'UE), la cui parte settentrionale, sede della Repubblica Turca di Cipro Nord (internazionalmente riconosciuta solo dalla Turchia), fu oggetto nel 1974 di una secessione dalla parte meridionale a causa dell'invasione del nord dell'isola da parte dell'esercito turco, ancora oggi presente sull'isola (occupazione militare condannata dalla risoluzione ONU n.541 del 1983), e di come la minoranza curda sia tuttora repressa militarmente, culturalmente ed economicamente. Un altro punto nodale per l'avvicinamento della Turchia all'Unione Europea riguarda il genocidio degli armeni e dei cristiano assiri, in Turchia infatti non solo questi genocidi non vengono riconosciuti, ma tramite l'articolo 301 del codice penale turco si persegue chi pubblicamente ne parla come è accaduto anche nei confronti del premio nobel Orhan Pamuk. Nel 2002 Il Presidente della Convenzione Europea Giscard d'Estaing rilevando le ancora forti differenze culturali, dichiara pubblicamente la sua decisa contrarietà all'entrata della Turchia nell'UE, sostenendo che un suo eventuale ingresso segnerebbe la fine dell'Unione europea rendendo impraticabile una vera integrazione politica (la Turchia diverrebbe lo stato più esteso e il secondo più popoloso dell'Unione), nella stessa circostanza Giscard d'Estaing fa inoltre notare come la Turchia non possa essere considerata un paese europeo avendo il 95% della propria popolazione e della superficie territoriale (oltre che la propria capitale) in un altro continente. Nel 2006 l'economia turca è aumentata del 6% per poi soffrire della crisi economica del 2008 molto più degli altri paesi europei. Croazia: La Croazia ha presentato la domanda d'adesione all'Unione europea il 21 febbraio 2003 e la Commissione europea ha suggerito di farla diventare candidato ufficiale il 20 aprile 2004. I negoziati di adesione vertono, principalmente, sui seguenti punti:

Cooperazione col Tribunale Internazionale sui crimini nella ex Jugoslavia: La Croazia ha dovuto estradare diversi suoi cittadini verso il Tribunale

Internazionale sui crimini nella ex Jugoslavia, circostanza che ha creato diverse polemiche sulla scena della politica interna croata; più volte l'UE aveva posto

ciò come condizione per l'apertura dei negoziati d'adesione. Il processo di ratifica dell'ASA con la Croazia era stato bloccato dopo il Consiglio europeo del 20 dicembre 2004, che aveva deliberato che i negoziati di adesione con la

Croazia avrebbero avuto inizio

il

17 marzo 2005.

Il 16 marzo 2005 l'allora

Procuratore Capo dell'ICTY Carla Del Ponte con una sua relazione, indusse l'UE a non aprire i negoziati d'adesione con la Croazia perché quest'ultima secondo la relazione della Del Ponte non cooperava abbastanza per la cattura di Ante Gotovina, generale croato accusato di crimini di guerra e contro l'umanità. Gotovina fu arrestato a Tenerife il 7 dicembre 2005 ed il giorno successivo è stato estradato all'Aja. Importanti passi in avanti sono ancora da fare nella modernizzazione del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione; nella lotta contro la criminalità organizzata e in una politica volta a favorire la tutela delle minoranze presenti nel paese. Le controversie inerenti al confine marino tra la nazione candidata e la confinante Slovenia sono state superate. In tal modo, essa ha ritirato il veto,

posto nel dicembre del 2008, all'ingresso del paese balcanico nell'Unione europea.

L’UE non è una espressione geografica in quanto può essere definita come il prolungamento dell’Asia che però è riuscita ad avere una storia comune: è un’espressione culturale in quanto hanno una storia comune.

La Banca Mondiale (acronimo BM) comprende due istituzioni internazionali:

la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) traduzione inglese di International Bank of Reconstruction and Development (IBRD) e l'Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (AID o IDA), create per lottare contro la povertà e per organizzare aiuti e finanziamenti agli stati in difficoltà. La sua

sede è a Washington; il presidente è eletto per cinque anni dal consiglio di

amministrazione della

banca.

Fa

parte

delle

istituzioni

specializzate

dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.La banca mondiale è stata creata il 27

dicembre 1945 con il nome Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, dopo la firma dell'accordo di Bretton Woods, tra il e il 22 luglio 1944. Il 9 maggio 1947 approvò il suo primo prestito, che è stato concesso alla Francia per $250 milioni (in termini di valore attuale, questo è il più grande prestito della Banca).La Banca Mondiale è stata creata principalmente per aiutare Europa e Giappone nella loro ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, ma con il movimento della decolonizzazione degli anni sessanta, i paesi da finanziare aumentarono, occupandosi quindi dello sviluppo economico dei paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Gli obiettivi della Banca mondiale si sono evoluti nel corso degli anni. Si è recentemente concentrata sulla riduzione della povertà, abbandonando l'obiettivo unico della crescita economica. Supporta inoltre la creazione di imprese molto piccole. Ha sostenuto l'idea che l'acqua potabile, l'educazione e lo sviluppo sostenibile sono la chiave per la crescita economica, e ha cominciato a investire massicciamente in tali progetti. In risposta alle critiche, la Banca Mondiale ha adottato una serie di politiche a favore della tutela ambientale e sociale, per garantire che i loro progetti non peggiorino la situazione delle persone nei paesi di accoglienza. A dispetto di queste politiche, i progetti della Banca mondiale sono spesso criticati dalle organizzazioni non governative (ONG) di non lottare efficacemente contro la povertà, e trascurare gli aspetti sociali e ambientali. Ha condonato alcuni debiti di paesi che non riuscivano a pagare gli interessi e presta soldi ai PVS con bassissimo tasso d’interesse. L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, in sigla FAO, è un'agenzia specializzata delle Nazioni Unite con il mandato di aiutare ad accrescere i livelli di nutrizione, aumentare la produttività agricola, migliorare la vita delle popolazioni rurali e contribuire alla crescita economica mondiale. La FAO lavora al servizio dei suoi paesi membri

per ridurre

la

fame

cronica

e

sviluppare

in

tutto

il

mondo i settori

dell'alimentazione e dell’agricoltura. Fondata il 16 ottobre 1945 a Città del

la

sua

sede

è

stata

trasferita da

Washington a Roma. Da novembre 2007 [2] , ne sono membri 191 paesi più la

Comunità Europea. Una funzione chiave della FAO è fornire un forum neutrale di discussione in cui i paesi si possano incontrare in modo paritario per negoziare accordi internazionali. Questa neutralità è particolarmente importante per quei problemi che travalicano le frontiere nazionali. La FAO ha

coordinato la risposta contro le infestazioni e malattie transfrontaliere di piante e animali, per esempio nel caso dell’afta epizootica, dell’emergenza locuste in Africa, della peste bovina e più di recente, nel controllo a livello mondiale

dell’epidemia animale di influenza aviaria.Un altro aspetto importante delle attività della FAO è la definizione di norme e standard internazionali e di convenzioni. Garantire una gestione che protegga le risorse marine è l’obiettivo del Codice di condotta per la pesca responsabile. Per ridurre gli effetti nocivi dei pesticidi, la FAO ha promosso Convenzione di Rotterdam sulla procedura di consenso informato per i prodotti chimici pericolosi e i pesticidi nel commercio

internazionale. La Commissione

per il Codex Alimentarius, gestita

congiuntamente dalla FAO e dall’OMS, stabilisce le norme per rendere il cibo

più sicuro per i consumatori.

Il

fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, recentemente adottato, delinea i principi per garantire che le future generazioni abbiano accesso alle risorse genetiche, e che tutti ne condividano i vantaggi. L' Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec) è un organismo per la cooperazione economica nell'area asiatico-pacifica, nato nel 1989, allo scopo di favorire la cooperazione (o, più in generale, la crescita) economica, il libero scambio e gli investimenti nell'area medesima. Dal punto di vista del diritto

internazionale l'Apec si definisce organismo e non organizzazione internazionale perché, essendo composto da economie e non da Stati, è privo di una piena personalità giuridica. Ciò spiega, fra l'altro, come mai possano farne parte contemporaneamente la Cina continentale, Hong Kong e Taiwan, ossia tre realtà che, territorialmente (secondo Pechino e secondo tutti i governi che intrattengono relazioni diplomatiche con Pechino), appartengono a un unico Stato: la Repubblica Popolare di Cina. Sono membri dell'APEC le 21 economie seguenti:

<a href=Perù Giappone " id="pdf-obj-76-84" src="pdf-obj-76-84.jpg">
 
<a href=Russia Hong Kong " id="pdf-obj-76-99" src="pdf-obj-76-99.jpg">
<a href=Singapore Indonesia " id="pdf-obj-76-113" src="pdf-obj-76-113.jpg">
<a href=Repubblica Malesia " id="pdf-obj-76-121" src="pdf-obj-76-121.jpg">

di

 
<a href=Cinese Nuova Zelanda Thailandia " id="pdf-obj-76-160" src="pdf-obj-76-160.jpg">
<a href=Corea del Sud Nuova Papua Stati Uniti " id="pdf-obj-76-178" src="pdf-obj-76-178.jpg">
 
<a href=Filippine Guinea Vietnam " id="pdf-obj-76-193" src="pdf-obj-76-193.jpg">

ASEAN è l'acronimo inglese di Association of South-East Asian Nations (in italiano: Associazione delle Nazioni dell'Asia Sud-Orientale), un'organizzazione politica, economica e culturale di nazioni situate nel Sud-est asiatico. È stata fondata nel 1967 con lo scopo principale di promuovere la cooperazione e l'assistenza reciproca fra gli stati membri per accelerare il progresso economico e aumentare la stabilità della regione. Le nazioni che ne fanno parte si incontrano annualmente in un vertice nel mese di novembre. Gli attuali stati membri dell'ASEAN, in ordine di adesione, sono:

Membri fondatori (8 agosto 1967):

Stati che vi hanno aderito in seguito:

L'ASEAN conduce regolarmente incontri di dialogo con altre nazioni, in un'organizzazione conosciuta collettivamente con il nome di ASEAN dialogue partners. L'ASEAN fu fondata l'8 agosto 1967, quando i ministri di Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia si incontrarono al Dipartimento degli Affari Esteri thailandese, in Bangkok, e firmarono la dichiarazione dell'ASEAN (conosciuta anche come Dichiarazione di Bangkok). Il limite sta nel fatto che i paesi producono le stesse cose e anche se c’è il libero scambio questo non produce grandi effetti positivi proprio perché la merce scambiata è uguale.

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (in inglese Gulf Cooperation Council, GCC), il cui nome completo è Consiglio di Cooperazione degli Stati Arabi del Golfo (in inglese Cooperation Council for the Arab States of the Gulf, CCASG) è un’organizzazione internazionale regionale che riunisce sei stati arabi del Golfo Persico. Creata il 25 maggio 1981, sull’impulso dell’Arabia Saudita e sotto la pressione degli Stati Uniti, ha scopi essenzialmente economici e sociali (le questioni politiche sono raramente affrontate). Il Consiglio comprende gli stati del Golfo di Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Questi sono spesso chiamati Paesi della Cooperazione del Golfo.L’organizzazione ha per scopo l’instaurazione nel Golfo di un mercato comune. Creata all’epoca della guerra Iran-Iraq, ebbe anche lo scopo di contenere l’espansionismo iraniano e il baathismo iracheno. Gli scopi sono anche di coordinamento economico, politico, culturale e in particolar modo militare (non come nelle precedenti organizzazioni) per l’invadenza dell’Iran e prima dell’Iraq.

Gli stati membri del Consiglio sono sei:

Il Mercato Comune dell'Africa

Orientale e Meridionale (in inglese:

Common Market for Eastern and Southern Africa - COMESA) è un'area di commercio preferenziale con 19 stati membri che si snodano dalla Libia allo Zimbabwe. Il COMESA fu creato nel dicembre 1994, in sostituzione di un'area di commercio preferenziale già esistente dal 1981. Nove degli stati membri formarono un'area di libero scambio nel 2000; Ruanda e Burundi aderirono a tale area nel 2004; Comore e Libia nel 2006. Il COMESA è uno dei pilastri della Comunità Economica Africana (sono usciti il Lesotho, il Mozambico, la Namibia

e la Tanzania). Ha lo scopo di formare una zona di libero scambio (non ancora formata). Nel 2008 il COMESA ha aderito all'Area di Libero Scambio Africana (AFTZ), che

include i membri di altri due blocchi commerciali africani: la

dell'Africa Orientale (EAC) e la Comunità di Sviluppo dell'Africa Meridionale (SADC).

La Lega Araba o Lega degli Stati Arabi è un'organizzazione internazionale politica di stati del Nord-Africa, del Corno d'Africa e del Medio Oriente, nata il 22 marzo 1945. I primi 6 membri furono:

Il successivo 5 maggio vi aderì anche lo Yemen. Altri paesi seguirono nel corso

degli anni, taluni (Eritrea, India e Venezuela) vi si sono accostati solo a titolo di "osservatori". Lo scopo della Lega, secondo l'art. 2 del trattato costitutivo, è di allestire relazioni più strette fra i paesi aderenti, coordinando le attività politiche di questi secondo principi di collaborazione, nonché di salvaguardare le rispettive sovranità e indipendenza e considerare in un'ottica generale gli

affari

e

gli

interessi

dei

paesi

arabi.

Le

attività

riguardano fra l'altro il

coordinamento dell'economia, dei trasporti e delle comunicazioni, delle relazioni internazionali, delle attività culturali e sociali e della salute pubblica. Organizzata con un Consiglio composto di rappresentanti dei paesi membri, la Lega perviene alle sue determinazioni attraverso il voto consiliare ; nelle decisioni prese a maggioranza, le decisioni del Consiglio sono vincolanti soltanto per i paesi che le accettino, mentre le decisioni prese all'unanimità vincolano alla loro osservanza tutti i paesi membri.

Il Mercosur (dizione spagnola, Mercosul secondo la dizione portoghese) è il

(cioè

dell'America

È

erroneo

interpretare l'acronimo come "mercato comune del Cono-Sud", intendendo

l'estremità meridionale del continente

(vedi

Mercosur/Mercosul). Vi fanno parte in qualità

di

Stati membri

Brasile, Paraguay e Uruguay. Hanno invece

la qualità

di

Stati

associati

(osservatori) la Bolivia e il Cile dal 1996, la Colombia e l'Ecuador dal 2004 e il

Perù dal 2003. Il Venezuela è stato invitato a diventare membro a pieno titolo dell'organizzazione nel 2006, ma il processo di ratifica non è ancora stato completato. L'organizzazione fu istituita con il Trattato di Asunción firmato il 26 marzo 1991

da

e

Nel

sono

stati

contestualmente aboliti i dazi doganali tra i quattro Paesi e istituita una tariffa doganale comune verso paesi terzi. L'obiettivo del Mercosur è la realizzazione di un mercato comune, anche se esistono ancora forti ostacoli protezionistici tra i vari stati. Esso potrebbe esser paragonato al vecchio MEC se non

esistessero forti asimmetrie tra i vari Paesi; Infatti se è possibile affermare che i tre maggiori Paesi del Mercato Europeo Comune erano piuttosto simili per

esperienze economiche e storiche,

non

si

può

dire

la

stessa

cosa

per

l'Argentina, il Brasile, l'Uruguay e il Paraguay: basti pensare che il Brasile da solo sviluppa circa il 77% del prodotto economico del gruppo, l'Argentina il 20%, l'Uruguay il 2% e il Paraguay l'1%. Le lingue ufficiali e di lavoro sono lo spagnolo ed il portoghese.

Il North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio), conosciuto anche con l'acronimo NAFTA e, nei paesi di lingua spagnola, come TLCAN (Tratado de Libre Comercio de América del Norte o più semplicemente TLC), è un trattato di libero scambio commerciale stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico e modellato sul già esistente accordo di libero commercio tra Canada e Stati Uniti (FTA), a sua volta ispirato al modello dell'Unione Europea. L'Accordo venne firmato dai Capi di Stato dei tre paesi (il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il Presidente Messicano Carlos Salinas de Gortari e il Primo Ministro Canadese Brian Mulroney) il 17 dicembre 1992 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1994. Il giorno stesso della firma, simbolicamente iniziava nello stato messicano del Chiapas la rivolta zapatista da parte delle popolazioni indigene che vedevano nell'accordo (anche sulla base di precedenti esperienze simili) un ulteriore mezzo volto a trasferire la ricchezza dalle zone povere del Messico verso il Canada e, soprattutto, verso gli Stati Uniti. L’aspetto che maggiormente caratterizza il NAFTA è sicuramente legato alla progressiva eliminazione di tutte le barriere tariffarie fra i paesi che aderiscono all’accordo. Il NAFTA è stato controverso sin da quando fu proposto. Società transnazionali hanno teso a sostenere il NAFTA nella convinzione che dazi doganali inferiori avrebbero aumentato i loro profitti. I sindacati in Canada e negli Stati Uniti si sono opposti al NAFTA a causa del timore che i posti di lavoro venissero trasferiti fuori del paese a causa del minore costo del lavoro in Messico. Alcuni politici si sono opposti al libero commercio per il timore che trasformerà paesi come il Canada in economie a impianti-filiale permanenti. Gli agricoltori del Messico si sono opposti e si oppongono tuttora al NAFTA perché i pesanti sussidi all’agricoltura a favore degli agricoltori negli USA hanno causato una pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando molti agricoltori a lasciare la loro attività. Gli stipendi sono diminuiti fino al 20% in alcuni settori. L’approvazione del NAFTA fu rapidamente seguita da una rivolta tra i rivoluzionari dell’Esercito Zapatista e la tensione tra loro e il Governo messicano rimane un problema di primo piano. Inoltre, il NAFTA fu accompagnato da una drammatica riduzione dell’influenza dei sindacati nelle aree urbane del Messico. All’Accordo ha fatto seguito un drammatico aumento dell’immigrazione illegale dal Messico agli USA; un’ampia percentuale di queste persone sono agricoltori costretti a lasciare le loro terre a causa di fallimenti conseguenti agli accordi sproporzionati a favore degli USA e del Canada, che hanno fatto sprofondare sempre più le principali esportazioni messicane di anno in anno. L’opposizione al NAFTA viene pure dalle organizzazioni che difendono, tra gli altri, l’ambiente e la difesa sociale; queste credono che il NAFTA abbia impatti non economici dannosi alla salute pubblica, all’ambiente.

L'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (in inglese North

Atlantic Treaty Organization, in sigla NATO, [2] in francese Organisation du

Traité

de

l'Atlantique

du

Nord,

in

sigla OTAN), è un'organizzazione

internazionale per la collaborazione nella difesa. Il trattato istitutivo della

NATO, il Patto Atlantico, fu firmato a Washington, D.C. il 4 aprile 1949 ed entrò in vigore il 24 agosto dello stesso anno. La causa del successo di tale Organizzazione internazionale, della sua lunga storia e della sua capacità di adattarsi alle continue mutazioni del panorama geopolitico di riferimento risiede nelle sue principali caratteristiche, ossia: ogni attività dell'Alleanza avviene sulla base di decisioni prese a consenso unanime, anche ai livelli organizzativi più bassi; ogni paese contribuisce alle capacità militari della NATO secondo un rigido principio di volontarietà; le truppe o i materiali messi a disposizione della NATO dalle varie Nazioni sono sotto comando permanente della nazione che li esprime, e vengono assegnati alla NATO, ed impiegati da un Comandante NATO, solo in caso di necessità; le truppe assegnate alla NATO durante un'operazione (per esempio, ISAF) vengono impiegate dal comandante NATO secondo criteri di impiego delle truppe definiti in un piano operativo (OPLAN) approvato a livello di Comando strategico (Comando Alleato per le operazioni, Allied Command Operations, ACO);i costi di funzionamento dell'Alleanza sono ripartiti tra i paesi membri in funzione dei loro PIL; nessuna attività (operativa, logistica e addestrativa) viene operata in ambito NATO senza che sia preceduta da un'apposita votazione in cui ogni paese membro esprime la propria volontà; in un quadro in cui gli Stati Uniti esercitano in ambito NATO un indiscutibile ruolo di guida, tutti i paesi membri della NATO hanno la stessa importanza. Ognuno di essi esprime un voto nei vari momenti decisionali ed ogni Paese membro può impedire che una decisione venga presa (anche quella più importante) attraverso l'uso del veto. I membri della NATO sono attualmente 28. 21 di questi sono anche membri dell'Unione Europea, mentre 24 di questi sono membri a vario titolo (membri effettivi, membri associati, paesi osservatori, partner associati) dell'Unione dell'Europa Occidentale (UEO) che con il Trattato di Lisbona è passata sotto il controllo UE. Per questo negli ultimi anni il peso dell'UE è andato sempre più in crescendo nelle decisioni Nato.Come procedura per i paesi che vogliono aderire (pre-adesione) esiste un meccanismo chiamato Piano d'azione per l'adesione o Membership Action Plan (MAP) che fu introdotto nel summit di Washington del 23-25 aprile 1999. La partecipazione al MAP prevede per un paese la presentazione di un rapporto annuale sui progressi fatti nel raggiungere i criteri stabiliti: la NATO provvede poi a rispondere a ciascun paese con suggerimenti tecnici e valuta singolarmente la situazione dei progressi.L'altro meccanismo di pre-adesione è il Dialogo intensificato o Intensified Dialogue che è visto come passo precedente prima di essere invitati al MAP.Un doppio schema tecnico- diplomatico di accordi è stato creato per aiutare la cooperazione tra i membri NATO e altri "paesi partner".Il Partenariato Euro-Atlantico o Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC) fu creato il 27 maggio 1997 al vertice di Parigi ed è un forum di regolare consultazione, coordinamento e dialogo tra la NATO e i partner esterni. È la diretta conseguenza del partenariato per la pace.Il Partenariato per la pace o Partnership for Peace (PfP) fu creato nel 1994 ed è basato su relazioni individuali e bilaterali tra la NATO e il paese partner:

ciascuno stato può decidere l'intensità della collaborazione. È stato il primo tentativo di dialogo della NATO con paesi esterni, ma ora è considerato il "braccio operativo" del partenariato Euro-Atlantico.la NATO ha una duplice struttura: politica e militare. In linea con quanto accade normalmente nell'ambito dei Sistemi istituzionali democratici dei Paesi membri, anche in questo caso la parte militare ha una posizione subordinata rispetto a quella

politica, che, nelle sue diverse articolazioni, è espressione diretta della volontà dei popoli dei Paesi membri. L'Alleanza è governata dai suoi 28 Stati membri, ognuno dei quali ha una delegazione presso la sede centrale della NATO a Bruxelles. Il più anziano membro di ciascuna delegazione è chiamato "Rappresentante permanente". L'organizzazione politica della NATO è basata sulla regola del consenso unanime e comprende:

il Consiglio del Nord Atlantico (North Atlantic Council, NAC), è formato dai Rappresentati permanenti ed è l'organismo con l'effettivo potere politico all'interno della NATO. Si riunisce almeno una volta a settimana e occasionalmente vengono realizzati con l'integrazione di Ministri degli esteri, Ministri della difesa o Capi di stato e di governo: questi incontri sono quelli in cui solitamente l'alleanza prende le decisioni politiche più importanti. il Segretario generale (Secretary General, NATO SG) proviene da uno dei Paesi membri europei. presiede il Consiglio e rappresenta la NATO a livello internazionale, ed è affiancato dal Vice Segretario generale (Deputy Secretary General, NATO DSC). [9] l'Assemblea parlamentare (Parliamentary Assembly), è formata da legislatori dei parlamenti dei Paesi membri integrati da quelli di 13 paesi associati. È ufficialmente una struttura parallela ma staccata dalla NATO: il suo scopo è quello di riunire deputati dei paesi NATO per discutere di temi relativi alla sicurezza e alla difesa. L'organizzazione militare della NATO comprende:

il Comitato militare (Military Committee, MC), è formato dai Rappresentati militari dei Paesi membri ed ha il compito di decidere le linee strategiche di politica militare della NATO. Provvede inoltre alla guida dei Comandanti strategici, i cui rappresentanti partecipano alle sedute del Comitato, ed è responsabile per la conduzione degli affari militari dell'Alleanza. Il

Rappresentante militare è l'altra figura rilevante della delegazione permanente dei Paesi membri presso la NATO ed è un ufficiale con il grado di Generale di Corpo d'Armata o corrispondente che proviene dalle forze armate di uno dei ciascun paese membro. Presidente del Comitato militare (Chairman of the Military Committee):

presiede il Comitato, dirige le operazioni militari della NATO e coordina i due Comandi strategici. La carica è attualmente ricoperta dall'Ammiraglio italiano Giampaolo Di Paola, già Capo di Stato Maggiore della Difesa fino al 12 febbraio

2008.

Prima del 2003 i due comandi strategici erano:

il Comandante supremo alleato europeo o Supreme Allied Commander Europe (SACEUR) il Comandante supremo alleato atlantico o Supreme Allied Commander Atlantic (SACLANT) Attualmente, dopo l'abolizione dei sopracitati Comandi, esistono due comandi strategici:

il Comando alleato per le operazioni alleate (Allied Command Operations, ACO), responsabile della condotta delle operazioni NATO a livello mondiale; il Comando Alleato per la trasformazione (Allied Command Transformation, ACT), responsabile della redazione delle strategie future e dell'elaborazione della dottrina operativa, logistica ed addestrativa NATO. Secondo l’articolo 10 tutti gli stati europei possono essere invitati e poi si voterà all’unanimità: ma nella prassi si hanno dei protocolli che sono come

accordi firmati dallo stato che pretende di entrare e gli altri stati membri (si parla di organizzazione semichiusa). Secondo l’articolo 11 l’entrata in vigore decorre da quando la maggioranza degli stati deposita gli strumenti di ratifica presso gli Usa e fra questi devono esserci Benelux, Uk, Usa, Francia,Canada. Secondo l’articolo 12 la revisione è esercitatile dopo 10 anni dall’entrata in vigore. Secondo l’articolo 13 la rescissione è possibile dopo 20 anni dell’entrata in vigore e lo stato che ne faccia richiesta deve depositare almeno un anno prima gli strumenti di rescissione agli Usa (la Francia ne uscì nel 1967 solo militarmente ma rimase fedele al patto e ai suoi scopi). L’articolo 5 per la “difesa collettiva” è stato esercitato per la prima volta dopo l’11 settembre per entrare in Afghanistan.

Lo stretto di Hormuz nel Golfo Persico e lo stretto di Malacca che collega l’oceano Indiano al Pacifico sono i più importanti. Tra gli altri, il Canale di Suez che unisce Mar Rosso e Mar Mediterraneo, lo stretto di Bab el-Mandab tra il Golfo di Aden ed il Mar Rosso, lo stretto del Bosforo che lega la regione del Mar Nero e del Mar Caspio al Mar Mediterraneo ed il Canale di Panama che congiunge l’oceano Atlantico al Pacifico. Premesso che la sicurezza è uno dei fattori chiave nel trasporto energetico mondiale, si capisce come un blocco, anche solo temporaneo, di uno di questi stretti possa far alzare in modo sostanziale i costi con effetti rilevanti sui prezzi del petrolio. In aggiunta, le ridotte dimensioni rendono gli stretti particolarmente vulnerabili a furti di pirati, attacchi terroristici e turbolenze politiche quali guerre o altre forme di ostilità, così come ad incidenti tra navi che possono provocare ingenti fuoriuscite di greggio.

Stretto di Hormuz

Questo stretto è di gran lunga il più strategico poiché vi transitano circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, 2/5 del trasporto marittimo energetico del pianeta. Al centro tra Oman ed Iran, Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo di Oman ed al Mar Arabico e nel suo punto più stretto misura appena 21 miglia. La maggior parte del petrolio che lo attraversa ha per destinazione l’Asia ed in misura ridotta gli Stati Uniti e l’Europa. Oggi, 3/4 dell’import giapponese proviene da quest’area e viaggia su petroliere in grado di contenere fino a due milioni di barili, le cosiddette Very Large Crude Carriers (VLCC). Una eventuale chiusura di Hormuz costringerebbe all’utilizzo di rotte più lunghe e ad un inevitabile impennata dei costi di trasporto. Le rotte alternative oggi percorribili sono: la Est-West Pipeline per l’Arabia Saudita con una capacità di trasporto pari a 5 milioni di barili al giorno e la Abqaiq-Yanbu Pipeline sempre attraverso l’Arabia Saudita con una capacità pari a 290,000 barili al giorno; un’altra soluzione potrebbe essere la riattivazione della Iraqi Pipeline (IPSA) che, sempre via Arabia Saudita, raggiungerebbe una capacità di 1.65 milioni di barili al giorno e della Tapline via Libano che arriverebbe ad una capacità massima 500 mila barili al giorno.

Stretto di Malacca Lo stretto di Malacca, nel mezzo tra Indonesia, Malesia e Singapore, congiunge l’oceano

Stretto di Malacca

Lo stretto di Malacca, nel mezzo tra Indonesia, Malesia e Singapore, congiunge l’oceano Indiano al Mar Cinese meridionale e all’oceano Pacifico. Malacca è la rotta marittima più vicina al mercato asiatico di Cina, Indonesia, Giappone e Corea del Sud. Via Malacca sono passati nel 2006 circa 15 milioni di barili al giorno. Nel suo punto più stretto, il Phillips Channel, misura 1,7 miglia creando un bottleneck naturale, obiettivo potenziale per collisioni tra navi ed attacchi. Rapporti recenti dell’International Chamber of Commerce indicano una concentrazione in questa zona degli attacchi pirateschi. Più di 50,000 navi attraversano ogni anno Malacca. Se questo stretto dovesse restare chiuso, le due uniche rotte alternative sarebbero l’arcipelago indonesiano attraverso lo stretto di Lombok o lo stretto di Sunda tra Java e Sumatra. Società saudite, malesi ed indonesiane hanno siglato nel 2007 un contratto di 7 miliardi di dollari per la costruzione di una pipeline che, attraversando il nord della Malesia ed il sud della Tailandia, ridurrebbe del 20% il traffico che registra

oggi Malacca.

oggi Malacca. Il Canale di Suez La chiusura del Canale di Suez e della Sumed Pipeline

Il Canale di Suez

La chiusura del Canale di Suez e della Sumed Pipeline aggiungerebbe 6,000 miglia di tragitto intorno al continente africano. Il Canale di Suez si trova in Egitto e collega il Mar Rosso ed il Golfo di Suez al Mar Mediterraneo. Il Canale è un capolavoro di ingegneria lungo 120 miglia. I carichi petroliferi del Golfo lo attraversano per raggiungere i porti europei e quelli americani. Nel 2006, circa 3.9 milioni di barili al giorno lo hanno percorso in direzione nord mentre 0.6

milioni di barili sono stati tradotti verso sud.

Più di tre mila petroliere percorrono questo canale ogni anno. Con solo 1,000 piedi di larghezza nel punto più stretto, le petroliere più grandi non hanno via d’accesso. L’Autorità che controlla il canale ha in programma un suo allargamento per consentire il passaggio anche delle VLLC e delle Ultra Large Crude Carriers (ULCC). La Sumed Pipeline, lunga 200 miglia, collega Mar Rosso e Mar Mediterraneo attraverso il nord dell’Egitto e rappresenta un’alternativa concreta a Suez con una capacità di circa 3.1 milioni di barili al giorno. Nel 2006, quasi tutto il petrolio saudita ha percorso questa direttrice energetica, di proprietà della Arab Petroleum Pipeline Co., una joint venture tra EGPC (Egitto), Saudi Aramco (Arabia Saudita), ADNOC (Abu Dhabi) ed alcune società kuwaitiane. La chiusura di Suez e della Sumed Pipeline costringerebbe le petroliere alla circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, con 6,000 miglia di rotta

marittima in più. Il Canale di Suez è stato chiuso per 8 anni dopo la guerra dei Sei Giorni tra Israele e diversi Paesi arabi del 1967. Chiusura che costò all'incirca 12 miliardi

  • di dollari dell'epoca (49 miliardi di oggi) in maggiori spese per il trasporto. Alla

riapertura, nel 1975, gli egiziani scoprirono che i Paesi importatori avevano

ormai puntato su navi da trasporto più grandi e solo una petroliera su quattro

  • di quelle in funzione poteva passare dal canale. Tentarono quindi di allargarlo

per recuperare il traffico perduto. Oggi, solo il 16% delle navi che attraversano il Canale di Suez trasporta

petrolio. Si stima che siano tra i 600 mila e un milione i barili di greggio che attraversano il canale via mare. L'oleodotto Suez-Mediterraneo, che corre parallelo al canale, trasporta tra 1 e 2 milioni di barili di greggio al giorno. Negli ultimi anni il Canale di Suez è diventato un'importante via di transito per le navi che trasportano gas liquido, ma si stima che il mercato del gas sia in grado di non subire grandi contraccolpi da una chiusura del canale.

Il transito delle navi è organizzato in tre convogli alternati al giorno (da nord a sud. da sud a nord e ancora da nord a sud), che si incrociano al Grande Lago Amaro e al by-pass di al-Balla. Le navi si susseguono a una distanza di circa un miglio marino, e la velocità è di circa nove nodi. Il transito dura in media circa 15 ore. Ogni nave imbarca alla partenza uno o due piloti, che sono responsabili del rispetto dell'ordine dei convogli e della puntualità dei passaggi ai vari semafori, o posti di segnalazione, presenti ogni 10 km circa; a Ismailia si ha un cambio di pilota. Per ovviare a qualsiasi avaria, partecipano ai convogli dei rimorchiatori locali e le navi devono imbarcare un elettricista. Anche le barche a vela devono imbarcare personale specializzato locale. Inoltre ogni imbarcazione deve avere un proiettore (noleggiabile), per ovviare alla bassa visibilità in caso di tempeste di sabbia.

Stretto di Bab el-Mandab Questo stretto è al centro tra Yemen, Djibouti ed Eritrea e connette

Stretto di Bab el-Mandab

Questo stretto è al centro tra Yemen, Djibouti ed Eritrea e connette il Mar Rosso con il Golfo di Aden ed il Mar Arabico. Tutto l’export del Golfo Persico passa di qua prima di attraversare Suez e raggiungere i porti europei ed americani. Nel 2006 hanno preso questa direzione circa 2.1 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo l’attacco ad una nave francese al largo delle coste yemenite nel 2002, la sicurezza è diventata la priorità per tutte le compagnie di trasporto internazionali. La chiusura di questo stretto costringerebbe infatti le navi al periplo dell’Africa.

Stretto del Bosforo e Dardanelli

L’aumento dell’export dalla regione del Mar Caspio ha fatto diventare lo stretto del Bosforo uno dei passaggi energetici più strategici al mondo, attraverso il quale circolano circa 2.4 milioni di barili di petrolio al giorno. Lo stretto del Bosforo unisce il Mar Nero al Mar di Marmara mentre i Dardanelli uniscono il Mar di Marmara al Mar Egeo ed al Mar Mediterraneo. Il transito petrolifero si è ridotto dal 2006 in conseguenza della preferenza russa per i porti baltici. Questo calo verrebbe, tuttavia, compensato da un aumento nell’export di Azerbaigian e Kazakistan. Con appena mezzo miglio di larghezza nel punto più stretto, questi due stretti a sovranità turca formano uno dei passaggi più critici causa della geografia

sinuosa che li caratterizza. Li varcano più di 50,000 navi all’anno rendendoli uno dei passaggi energetici più trafficati al mondo. Pur non essendoci rotte alternative verso l’Europa dal Mar Nero e dal Mar Caspio, sono in fase di sviluppo diversi progetti di pipeline. Nel 2008, è prevista la costruzione della pipeline Albania-Macedonia-Bulgaria (AMB), lunga 570 miglia con una capacità di trasporto di circa 750 mila barili di petrolio al giorno, che collegherebbe il porto di Burgas nel Mar Nero con il porto albanese di Vlore. In più, la Federazione Russa ha iniziato trattative con Bulgaria e Grecia per una pipeline di 173 miglia.

sinuosa che li caratterizza. Li varcano più di 50,000 navi all’anno rendendoli uno dei passaggi energetici

rosso: Bosforo, giallo: dardanelli

Canale di Panama

Gli Stati Uniti sono il primo paese di origine e di destinazione di tutto il trasporto energetico che attraversa il Canale di Panama. Questo canale rappresenta un passaggio importante che collega l’oceano Pacifico con il Mar dei Caraibi e l’oceano Atlantico. Secondo la Panama Canal Authority, sono transitati mezzo milione di barili di petrolio nel 2006. Tuttavia, la rilevanza di questo canale è diminuita, in quanto le navi più moderne sono di stazza più grande rispetto alla capacità massima del canale. La nave più grande che può percorrere senza difficoltà il canale è nota con il nome di PANAMX-size (navi da 50,000 a 80,000 tonnellate di stazza e lunghe non più di 108 piedi). Il Canale di Panama è lungo 50 miglia e largo solo 110 piedi nel suo punto più stretto, il Culebra Cut. Circa 14,000 navi attraversano il Canale ogni anno, metà delle quali destinate al mercato americano. Nel settembre 2007 il governo di Panama ha iniziato i lavori per un progetto di espansione del Canale di 5 miliardi di dollari. Verrà aggiunta una terza linea di transito che consentirà l’attraversamento alle navi di dimensioni maggiori, incrementando di più del doppio l’attuale volume di traffico. Gas naturale liquefatto e carbone proveniente dalla Colombia troverebbero la loro strada facilitata da questo nuovo passaggio. La chiusura del Canale di Panama incrementerebbe enormemente i tempi ed i costi di trasporto, aggiungendo ben 8,000 miglia di tragitto. Le navi dovrebbero

passare per lo Stretto di Magellano, Capo Horn e per il Passaggio di Drake in Sud America.

passare per lo Stretto di Magellano, Capo Horn e per il Passaggio di Drake in Sud

Il mondo diventato confine

Per la geopolitica è meglio parlare non di religione ma di aree culturali- religiose: corrispondono a spazi con frontiere non ben delimitate che raggruppano individui capaci di condividere il modo di vita, la lingua, la religione. Si afferma in queste aeree una rappresentazione simbolica fondata su valori comuni e sul sentimento di appartenenza alla stessa comunità: un sentimento che si basa su un’eredità storica, politica, religiosa, su uno stesso tessuto sociale. Sono le circostanze storiche a determinare quali siano gli elementi prevalenti di un’area culturale: può essere la religione in un momento, in un altro la lingua. Le aree culturali si intersecano e tendono a infrangere i muri eretti dai dogmi religiosi. Si parla di mondo islamico, cristiano: si appropriano di un’area e la colonizzano. Nelle zone di confine si creano equilibri instabili. Si radicano nel territorio senza rispettare i confini nazionali ma conferiscono alle popolazioni una precisa identità. È sbagliato parlare di civiltà come fece Huntington suddividendo in: cristiano occidentale, africano subshariana, sino-confuciana, hindu, buddista, ortodossa, musulmana. Questa divisione non mette in evidenza le molte divisioni interne diversi elementi politici ed economici. È sempre più difficile fare una classificazione delle aree-culturali e civiltà in quanto la globalizzazione evidenza la mescolanza di individui che iniziano ad assumere sempre più un ruolo: la deterritorializzazione non riguarda solo lo spostamento di industrie ed attività ma di intere famiglie.