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L’imperialismo

L’imperialismo è un modo di porsi diverso nei confronti degli altri stati, diventa un
controllo politico e militare. Le nazioni vogliono espandere la propria egemonia in
latri territori, tutto questo non lo fanno con lo scopo di difendersi, bensì di
conquistare per avere risorse, ricchezza, per avere un incremento dei mercati e più
materie prime. Un altro motivo è il desiderio di avere il controllo politico e militare,
e quindi sfruttare le risorse altrui. Con il termine colonialismo facevamo riferimento
alle nuove potenze che volevano colonizzare vari territori, con l’imperialismo è
utilizzata anche la forza. Con il processo di industrializzazione, ogni Nazione ha
bisogno di nuovi sbocchi per produrre di più, si ha bisogno di risorse, giacimenti e si
ha bisogno di cercare nuovi punti per esportare i propri prodotti per migliorare la
produzione. Queste nazioni cominciano a fare uso di manodopera a basso costo, per
loro conquistare significava dare nuovi posti di lavoro. Giolitti si trova di fronte a
un’Italia che si era trovata in disparte per quanto riguardava l’imperialismo, ma che
adesso comincia ad emergere, si diffuse ben presto la convinzione che bisognasse
rischiare per inserirsi nel contesto mondiale. Però verso gli inizi del 900 la politica di
Giolitti attraversa un periodo di crisi, a causa delle lamentele da parte dei grandi
colossi dell’industria pesante, le quali non avevano sufficienti domande di
produzione. Anche le banche, le quali erano fonti di risorse e capitali, non si
sentivano inserite nel contesto internazionale, e quindi chiedevano che l’Italia non
prendesse una posizione di egemonia ma di entrare in competizione con le altre
potenze mondiali.

La politica coloniale giolittiana


Fino a quel momento Giolitti si era occupato solo di riforme sociali e quindi dovette
metter piede anche in ambito economico, il quale decise di intervenire prendendo
una decisione, ovvero decise di far entrare l’Italia in questo contesto iniziando
quindi una politica estera, approfittando della situazione europea del momento,
quindi sfrutta le difficoltà dell’impero ottomano (Asia minore, Grecia, Asia
settentrionale e area Balcanica). Quest’ultimo era in crisi, alcuni ribelli erano riusciti
con un colpo di stato ad entrare al potere cambiando le sorti dello Stato, questi
erano appunto i giovani turchi che porteranno una monarchia costituzionale. L’Italia
ne approfitta per mirare alle Libia, per Giolitti era fondamentale colpire lì perché in
questo modo l’Italia sarebbe entrata a far parte del contesto internazionale. La
spedizione parte nel 1911, una volta ottenuto il consenso di Francia e Gran
Bretagna, la flotta italiana sbarcò in un primo momento a Tripoli. Le operazioni
militari risultarono complicate, in quanto sulle coste dell’Africa settentrionale le
truppe italiane dovettero affrontare non solo l’opposizione dell’esercito turco, ma
anche le tribù indigene. Il governo, trovandosi in difficoltà, decide di puntare le
operazioni sul mar Egeo, nel quale c’erano le isole del Dodecaneso che l’impero
ottomano aveva conquistato, inoltre era un mare centrale e quindi costituiva un
punto strategico, qui le truppe italiane riuscirono a sconfiggere l’impero ottomano.
Intervenne poi la Gran Bretagna con un trattato di pace, il quale riconobbe la
sovranità italiana sulla Libia e stabilì che le isole del Dodecaneso occupate dall’Italia
sarebbero rimaste sotto sovranità italiana fino a quando i Turchi non avessero
abbandonato il territorio libico. L’Italia però mantenne il controllo sulle isole, anche
quando l’esercito turco ebbe abbandonato la Libia.

I fattori di crisi dell’equilibrio internazionale


Le cause della prima guerra mondiale furono:
 prima causa legata strettamente all’imperialismo, e quindi alla corsa delle
armi.
 seconda causa la crisi dell’impero ottomano e la rivoluzione dei giovani turchi.
Soffermiamoci sulla corsa agli armamenti, la quali si svolse dal 1906 fino al 1914,
quest’ultima è una forte competizione che nasce tra gli stati che vogliono essere
sempre più forti e quindi creano le basi della loro potenza, munendosi di armi
sempre più potenti. La potenza più grande era la Gran Bretagna, la quale possedeva
la flotta più grande al mondo, La Royal Navy, quest’ultima aveva addirittura
elaborato un criterio, con il quale stabiliva che la somma delle unità delle due più
grandi flotte militari europee avrebbe sempre dovuto essere inferiore a quella delle
unità navali britanniche, Quando tale equilibrio si fosse incrinato, allora la pace
europea e mondiale avrebbero corsi seri pericoli. Nel 1906 questo equilibrio
asimmetrico si spezzò, la Germania di Guglielmo I, affermò con decisione la propria
volontà di imporsi al contesto internazionale, avvia quindi la costruzione di una
flotta navale che potesse sostenere le ambizioni imperialiste. La G.B. vide questa
decisione come una sfida, per tanto quest’ultima reagì con la produzione di ancora
più armi, intensificando l’economia e l’industria. La corsa agli armamenti non solo fu
motivata da ragioni politiche e militari, ma anche da forti interessi economici. Per i
grandi gruppi dell’industria meccanica e siderurgica essa rappresentò un’ottima
occasione per incrementare i propri profitti. Lo Stato chiedeva di produrre armi per
rafforzare la potenza della nazione, le industrie grazie alle commesse pubbliche si
arricchivano sempre di più e ciò non faceva che accentuare la competizione fra gli
stati.

La rivoluzione dei giovani turchi


Un secondo elemento di crisi fu la rivoluzione scoppiata nel 1908 nell’impero
ottomano. La “rivoluzione dei Giovani turchi”, questi non erano altro che giovani
ufficiali dell’esercito che presero il sopravvento e si misero a capo del governo con
un colpo di Stato. Questi vogliono sostituire il governo esistente con un governo di
stampo più democratico, e quindi chiedono un programma di laicizzazione e
soprattutto vogliono maggiori diritti a livello popolare. Il sultano, per arginare il
moto rivoluzionario, concesse loro una Costituzione, che trasforma la Turchia in una
monarchia costituzionale. Il processo di laicizzazione significava che tutte le azioni
pubbliche non subissero un condizionamento morale o etico, quindi staccarsi da
ogni tipo di condizionamento religioso. Quando i giovani turchi si pongono al
Governo gli altri stati dell’impero ottomano reagiscono in modo tale da togliersi
dall’impero lottando contro l’impero ottomano, per ottenere l’indipendenza. Anche
altre nazioni reagiscono di conseguenza per ottenere l’indipendenza come l’Italia,
Austria e Russia.

1908: Vienna e l’annessione della Bosnia-Erzegovina


L’area dell’impero ottomano era molto importante perché era una via di passaggio
tra est ed ovest, un passaggio obbligatorio per gli scambi internazionali, per cui era
una posizione strategica. Nel momento in cui l’impero ottomano entra in crisi, le
altre potenze cominciano ad ambire a conquistare quei territori. Nel 1908 l’Austria-
Ungheria spezzò questo tacito accordo, annettendosi la Bosnia-Erzegovina, una
regione slava posta al confine meridionale tra l’impero asburgico e l’impero
ottomano. Le ragioni di questa iniziativa furono due: da un lato sfruttare la
debolezza turca per estendere l’egemonia asburgica, dall’altro lato contrastare
preventivamente la Serbia, le cui posizioni rischiavano di indebolire quelle di Vienna.
La Serbia considerò l’annessione della Bosnia da parte dell’Austria come un freno
alle proprie aspirazioni espansionistiche, il risentimento e l’ostilità contro Vienna
crebbero.

1911-13: dalla guerra di Libia alle guerre balcaniche


L’Italia giunta all’unificazione nazionale, sotto la spinta delle forze nazionaliste, cercò
di inserirsi nella crisi ottomana, ricavandone un vantaggio. Tra il 1911 e il 1912
alcune truppe italiane occuparono le isole del Dodecaneso e la Libia, con l’obiettivo
di aprire una prospettiva imperialista. Nel 1912 alcune nazioni cominciarono a
ribellarsi, tra queste ricordiamo la Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro dei Balcani,
i quali stabilirono la lega balcanica. Quest’ultima era un’alleanza che aveva lo scopo
d’impedire l’espansione dell’Austria nello territorio balcanico. Approfittando
dell’indebolimento dell’impero ottomano contro l’Italia, gli stati della Lega Balcanica
decisero di dichiarargli guerra con l’intenzione di ottenere la regione della
Macedonia. Scoppia così la prima guerra balcanica che si concluse con la vittoria
della lega. La pace di Londra obbligò l’impero turco a ritirarsi da tutti i territori
europei e procedette con la spartizione della Macedonia fra Bulgaria, Grecia e
Serbia. Tutto ciò non fece altro che peggiorare la situazione, tant’è che scoppiò la
seconda guerra balcanica che vide schierati su un fronte la Bulgaria (sostenuta
dall’Austria) e dall’altro un’unione di stati (Serbia, Romania, Grecia, Montenegro e la
stessa Turchia). Questa seconda fase si concluse con la sconfitta della Bulgaria. Dopo
le guerre balcaniche la Serbia s’impone come la potenza regionale emergente.
Sarajevo, 28 giugno 1914
Le vicende drammatiche che si susseguirono all’inizio dell’estate del 1914 gettarono
l’Europa e gran parte del mondo in un lungo conflitto, che avrebbe cambiato per
sempre gli squilibri mondiali. L’epicentro della crisi furono i Balcani, e più precisamente
Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina, che era stata annessa all’impero asburgico
sei anni prima. Il 28 giugno, durante una visita a Sarajevo l’arciduca Francesco
Ferdinando, erede al trono dell’impero austro-ungarico, e sua moglie furono uccisi in
un attentato, dall’organizzazione bosniaca chiamata “mano nera”. Quest’ultimi erano
dei rivoluzionari estremisti, lo uccisero perché in lui vedevano la monarchia assoluta e
perché volevano l’indipendenza. L’omicidio di Francesco Ferdinando e di sua moglie
diventò un colpo di Stato per cui era necessario indagare e scoprire chi avesse ucciso
F.F. e sua moglie. Il governo austriaco a questo punto, rivolse un severo ultimatum alla
Serbia, alla quale le si chiedeva di condurre un’inchiesta all’interno del movimento
nazionalista e quindi condurre le indagini, alle quale partecipavano anche le autorità
austriache. La Serbia accettò, ma prese tempo in quanto non avevano prove sufficienti.
A questo punto l’Austria perse la pazienza e dichiarò guerra alla Serbia. Il primo luglio
del 1914 la Russia decise di intervenire a favore della Serbia, nel frattempo la Germania
dichiarò guerra alla Russia e alla Francia. La gran Bretagna invece dichiarò guerra alla
Germania e all’Austria. Inoltre nel 1907 si costituisce la triplice intesa accanto alla
triplice alleanza tra Russia, Francia e Gran Bretagna.

il tentativo tedesco di una guerra lampo


Dopo la corsa agli armamenti nasce un’altra alleanza, le nazioni creano la triplice intesa
che nasce in contrasto con la triplice alleanza. Di fronte a questo scontro l’Italia ne
rimane fuori e sarà neutrale per circa un annetto. La Germania decide di intervenire con
una guerra lampo, ovvero una guerra che si deve svolgere in pochi giorni, la Germania
decide di procedere per avanzamento, la sua mira è la Francia. In quanto il calcolo
tedesco si basava sulla convinzione che i francesi avrebbero sicuramente atteso un
attacco frontale lungo il confine con la Germania e che, dunque, sarebbero stati colpiti
di sorpresa e si sarebbero arresi facilmente. Le previsioni tedesche andarono incontro a
una clamorosa smentita: il Belgio (una nazione neutrale che d’improvviso si trovò
occupata dalle armate tedesche) oppose una resistenza modesta, che però si rivelò
insufficiente perché i francesi riuscissero a organizzare la linea difensiva. Nonostante la
strategia tedesca fosse fallita (guerra lampo) la guerra non aveva né vinti né persi, i
tedeschi speravano di vincere la guerra ma tutto questo prima che la Russia potesse
intervenire. Il generale francese Joffre decise di mandare l’esercito francese lungo il
fiume Marna, e sarà qui che l’esercito riuscirà a fronteggiare quello tedesco facendo
capire alla Germania che la guerra lampo è finita. Nel frattempo si crea il fronte
occidentale, i russi avevano preso l’iniziativa nella Prussia orientale e nella Galizia,
colpendo l’impero austriaco e germanico, questa sarà poi una guerra di posizione,
ovvero i 2 fronti iniziano a farsi guerra. Non ci sarà un esito ma comporterà solamente
la creazione di un fronte orientale da un lato e quello occidentale dall’altro.

I numeri non bastano: il caso della Russia


Lo Zar era convinto che l’immenso esercito russo gli avrebbe consentito di sbaragliare la
Germania. L’esercito russo penetrò nella Prussia orientale, puntando al cuore della
Germania, i tedeschi però riuscirono a reggere l’urto di questa grande massa di soldati
e a riorganizzarsi, riportando due vittorie decisive nella battaglia di Tannenberg e dei
laghi Masuri. La battura d’arresto dell’avanzata russa e le dure sconfitte patite
dimostrarono che la forza dei numeri, in una guerra moderna non era più sufficiente e
che, anzi, poteva risultare addirittura svantaggiosa se non era coordinata dalla struttura
politica e militare.

Il fronte orientale e la catastrofe russa


L’ingresso in guerra di Turchia e Bulgaria a fianco della Germania (triplice alleanza)
rafforzò notevolmente le truppe austro-tedesche sul fronte orientale, almeno fino a
quando Romania e Grecia decisero di schierarsi dalla parte dell’intesa. La Russia ben
presto si rende conto che sta combattendo una guerra inutile, nella quale a risentirne
sono i soldati, inoltre la Russia non era in grado di reggere il peso di una guerra così
lunga: le industrie che non riuscivano a rifornirsi di materie prime si fermarono una
dopo l’altra. Anche le comunicazioni ferroviarie scarseggiando il carbone finirono per
andare in crisi, infine a causa di milioni di contadini chiamati sotto le armi, le produzioni
agricole furono disastrose e ciò provocò subito una carestia. Tutto questo generò
all’interno del paese una notevole tensione sociale, che esplose in numerosi scioperi.

La scelta neutrale dell’Italia


L’Italia come ben sappiamo era alleata con Germania, Austria-Ungheria, paesi con cui
formava la triplice alleanza. Depretis aveva stretto questa alleanza con gli Imperi
centrali perché la politica coloniale francese in Nord Africa rappresentava un ostacolo
insormontabile per gli interessi italiani nel Mediterraneo. Il suo successore Crispi, aveva
attribuito all’alleanza un significato conservatore e autoritario. Tutta via con il crollo
dell’equilibrio internazionale aveva dato all’alleanza un significato diverso: gli austriaci
infatti aveva agito in modo impulsivo, e cosa più importante, non avevano consultato
l’alleato italiano. Secondo il governo italiano l’Austria fu considerata colpevole dello
scoppio della guerra, per tanto secondo gli italiani il suo atteggiamento poteva
benissimo essere motivo di scioglimento dell’alleanza. All’epoca c’era come 1° ministro
Salandra, il governo ritenne opportuno di non scendere in guerra e quindi si dichiara
neutrale. Però la popolazione e i partiti politici avevano idee diverse, da un lato c’era
chi non voleva la guerra (la maggior parte) e dall’altra chi era a favore della guerra. La
maggior parte erano le masse lavoratrici, i liberali giolittiani e il movimento operaio e
socialista, i quali non avevano nessuna fiducia nella guerra e non pensavo di poterne
tranne grandi benefici. La guerra per i socialisti la vedevano come una lotta esclusiva
tra le borghesie capitalistiche. La G.B., Germania e Francia che seguivano la politica
imperialista, volevano espandersi sempre di più tutto questo a scopo economico.
Anche il governo liberale non voleva la guerra perché sapeva che l’Italia non era
pronta, in quanto non era una potenza militare e non aveva le capacità. La posizione
dei cattolici d fronte alla guerra fu molto complessa perché in essa si mescolavano
diverse ragioni, di principio e politiche.
Il composto fronte interventista: i democratici
La minoranza era composta da democratici e conservatori, questi vedevano nella
guerra un evento storico necessario perché l’Italia non era completamente unita e
questa guerra poteva costituire un’opportunità per conquistare i territori persi e una
posizione centrale. Era importante per i partiti che l’Italia partecipasse altrimenti
sarebbe rimasta isolata se non fosse scesa in guerra e sarebbe risultata agli altri priva di
una propria identità nazionale (debolezza). Diversamente dall’interventismo
democratico, l’interventismo conservatore e di destra concepiva la guerra non solo
come uno strumento per espandere il territorio nazionale, ma anche come arma
politica per stabilizzare l’ordine sociale. Era quindi necessario che l’Italia partecipasse
per raggiungere una posizione di rilievo. I democratici erano appoggiati da grandi
industriali perché i rifornimenti avrebbero garantito loro grossi guadagni. Verso gli inizi
del 1915 le diplomazie dell’intesa e degli imperi centrali cercarono in ogni modo di
convincere il governo di Roma a entrare in guerra al loro fianco. Quindi l’Italia deve
prendere una decisione, ci si rese conto che quest’ultima doveva scendere in guerra a
favore dell’intesa. Nell’aprile del 1915 stringe con la G.B. il patto di Londra, il quale
inizialmente era un patto segreto, l’Italia però scende in guerra a favore dell’intesa solo
in cambio di compensi territoriali. Infatti quest’ultima voleva conquistare i territori a
nord-ovest quindi tutta la parte Trento, Trieste e Istria, invece sul altro versante nord-
est tutta la parte del Tirolo, Brennero e Trentino (l’Italia ne avrebbe tratto vantaggio sul
consolidamento dei confini).

L’Italia verso l’intervento


Una volta stretto il patto, l’opinione pubblica andava convinta, a questo punto un
gruppo di interventisti a favore della guerra inizia a fare propaganda attraverso
organizzazioni in piazza, si trattava di interventisti tra cui ricordiamo D’Annunzio.
Questa propaganda passò alla storia come “le radiose giornate di maggio”, si trattò di
una vera e propria azione di manipolazione politica: venne costruito un clima propizio
alla guerra. Si tratta di una decisione di vitale importanza in quanto per la prima volta
una decisione veniva assunta al di fuori della sede del Parlamento, solo grazie alla
propaganda. Salandra nuovamente al governo sorretto dal re Vittorio Emanuele II, fa
entrare l’Italia in guerra, la quale dichiara guerra all’Austria.

un cambio di tattica della Germania


Alla fine del 1915 non vi era stato alcun sensibile cambiamento del fronte occidentale, i
fronti continuavano a farsi guerra senza ottenere nessun risultato. A stravolgere le cose
fu la Germania, una volta fallita la guerra-lampo, inaugurò una nuova tattica, detta
dell’usura”, ovvero scegliere un luogo per la guerra e usare tutte le risorse e forze in un
determinato punto per sconfiggere il nemico. La prima prova di questa tattica si ebbe a
Verdun (1916), dove i tedeschi si scontrarono con i francesi, ma non ci fu una vera e
propria conclusione. I francesi fiaccati dalle perdite di Verdun, ma anche incoraggiati
dalla resistenza che avevano saputo opporre, decisero insieme agli inglesi di affrontare i
tedeschi sul fiume Somme, ma i francesi non riuscirono a sfondare il fronte.

Il fronte italiano
L’Italia quando entrò in guerra si concentrò sul fronte orientale al confine tra Regno
d’Italia e Impero austro-ungarico. Il conflitto si trasforma subito in una guerra di
posizione, ma si tratta di una guerra senza senso sia pratico che morale: pratico perché
ogni conquista innescava la reazione avversaria, senza vantaggi da parte dell’uno o
dell’altro, morale perché gli stati maggiori sembrano del tutto incuranti delle perdite
umane, causò fenomeni di insubordinazione, i quali vennero repressi in modo spietato.
Nella seconda metà del 1915 il generale Luigi Cadorna, capo dell’esercito italiano,
disponendo di un esercito superiore di numero rispetto a quello austriaco, ordinò ben 4
offensive sul fiume Isonzo, che non si rivelarono solo inutili, ma anche terribili in quanto
a perdite umane. I limiti della strategia tedesca emersero quando il generale francese
Joffre nel tentativo di distrarre il nemico tedesco, sollecita italiani e russi a compiere
azioni diverse sui rispettivi fronti, che impedissero al nemico di praticare la tecnica
dell’usura. Cadorna nonostante i tentativi falliti, ordinò una quinta offensiva sull’Isonzo,
anche questa volta gli italiani vennero respinti, provocando l’ira dell’Austria, la quale le
dichiarò guerra, ma la Russia interviene vincendo lo scontro. Questo scontro era finito,
ma di certo non per merito dell’esercito italiano, anzi aveva dato prova di fragilità e
debolezza, ciò portò alla caduta del governo Salandra.

il travaglio del pacifismo


I massacri del 1916 suscitarono grande impressione dell’opinione pubblica, perché
nessuno ricordava battaglie così cruente e al tempo stesso così inutili. Nella guerra di
massa l’individuo non esisteva più, i suoi bisogni e diritti venivano annientati.
All’interno dei paesi cominciano a manifestarsi segni sempre più evidenti di stanchezza
e malessere. Allo scoppio della guerra i partiti socialisti dei diversi stati avevano
appoggiato i rispettivi governi, votando i crediti di guerra, solo i socialisti italiani erano
rimasti fedeli alla propria posizione pacifista. I partiti socialisti cominciarono poco a
poco a schierarsi a favore di una cessazione delle ostilità. La G.B. durante questo anno
per dare un nuovo impulso, decide di bloccare i rifornimenti verso i porti tedeschi, le
Germania rispose colpendo le navi inglesi con una guerra sottomarina, tutto ciò bloccò
quasi totalmente il commercio marittimo. Tutto ciò ebbe poi delle conseguenze sulle
popolazioni civili, che cominciano a non trovare nei negozi i beni di prima necessità. La
guerra in sostanza non veniva combattuta solo nelle trincee, ma anche sul fronte
interno (si definisce così la situazione interna di un paese in guerra). Il malessere sociale
esplose in numerosi scioperi e manifestazioni, i quali venivano repressi in modo atroce.
Furono in particolare i soldati francesi a dar segno di un forte rifiuto della guerra, i quali
cominciarono a disobbedire agli ordini e iniziarono a compiere atti di violenza contro gli
ufficiali. Questi soldati venivano poi uccisi o imprigionati.

la svolta del 1917: la rivoluzione russa e l’intervento americano


In Russia il malcontento dei militari e della popolazione civile aveva dato vita a una
rivoluzione. Proprio mentre le forze dell’Intesa perdevano l’alleato russo indebolendosi
e favorendo la vittoria degli Imperi centrali, accadde un altro evento determinante:
ovvero gli S.U. dichiararono guerra alla Germania fornendo un appoggio decisivo alle
forze dell’Intesa. Era la prima volta che questa potenza interveniva in quelli che erano
chiamati “affari europei”, il presidente Wilson andò contro la loro politica che si ispirava
ai principi di Monroe, secondo il quale gli S.U. non avrebbero dovuto intervenire nei
conflitti europei e nei conflitti riguardanti le colonie americane per nessun motivo.
Tutto questo per due diversi motivi: ci si rese conto che la battaglia non avrebbe avuto
fine, battaglia che si stava combattendo tra la democrazia e gli antichi regimi (motivo
politico). Secondo motivo a determinare la scelta di Wilson contribuirono anche forti
interessi economici che consideravano la guerra un affare da cui ottenere cospicui
guadagni e diventare una potenza mondiale (motivo economico). L’ingresso nel
conflitto degli S.U. rappresentò una svolta decisiva perché alterò per sempre gli squilibri
mondiali. Essa era molto forte sia dal punto di vista politico che militare, e poteva
contare sulla sua forza e modernità, nonostante questi fattori positivi l’esercito
americano subì gravissime perdite.

l’ultima offensiva austro-tedesca


Subito dopo l’annuncio dell’entrata in guerra degli S.U., gli imperi centrali si
prepararono a un grande sforzo, nella speranza di risolvere il conflitto prime che le
truppe americane sbarcassero in Europa. Gli S.U. dichiarano guerra alla Germania,
quest’ultima insieme all’Austria vogliono fare qualcosa prima dell’arrivo degli americani
in Italia, solo che nel frattempo in Italia si diffonde la notizia dell’arrivo degli americani e
la notizia della rivoluzione russa, nel territorio comincia a diffondersi un’atmosfera di
speranza perché se in Russia si era conclusa la guerra, allora poteva finire anche nel
loro territorio. Nel 1917 accadde la disfatta italiana di Caporetto, in questa battaglia
l’esercito tedesco e austriaco combattono contro quello italiano nei pressi del fiume
Isonzo, l’esercito italiano preso da un senso di paura comincia a fuggire. Le truppe
italiane si mostrano impreparate e stanche. Il governo italiano in qualche modo ne
approfittò della disfatta di Caporetto per rivedere completamente la condotta bellica di
Cadorna, quest’ultimo infatti concepiva la guerra come una sorta di sfida finale contro il
nemico asburgico, nella quale bisognava impegnare ogni risorsa umana e materiale per
riuscire a vincere. Era una strategia che il governo di unità nazionale voleva cambiare,
appunto per questo affida l’esercito al generale Armando Diaz. Il quale impostò una
strategia bellica completamente diversa da quella di Cadorna, improntata non più a
un’aggressione, ma a una più realistica ed efficace difesa del fronte. Verso gli inizi del
1918 dopo la disfatta di Caporetto gli americani, la Francia e l’Italia sembrano ancora
reggere il colpo. Si verificò un ulteriore battaglia chiamata battaglia di Vittorio Veneto,
fu una battaglia importante e decisiva tra Italia, S.U. e Francia contro la Germania e
Austria, si combatté sul fiume Piave e si inizierà a sfondare il confine. Guerra che pose
fine alla prima guerra mondiale. La vittoria fu dovuta principalmente a due fattori: il
primo grazie all’intervento degli S.U. e secondo grazie al cedimento del fronte interno
sia in Germania che in Austria, la popolazione era stremata e ridotta alla fame, per loro
inoltre fu molto dannoso l’embargo. I tedeschi, gli austriaci e gli altri loro alleati
chiesero l’armistizio alle potenze dell’Intesa.

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