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PERIODICO DI INFORMAZIONE, ATTUALITÀ E CULTURA MUSICALE

Novembre-Dicembre 2009 Periodico di informazione, attualità e cultura musicale a cura del Saint Louis College
Novembre-Dicembre 2009
Periodico di informazione, attualità e cultura musicale a cura del Saint Louis College of Music

SPECIALE SESSANTOTTO

MANGIARE 68 FOGLIE

College of Music SPECIALE SESSANTOTTO MANGIARE 68 FOGLIE di Adriano Mazzoletti N on si può dire

di Adriano Mazzoletti

N on si può dire quale eredità sia stata lasciata o cosa abbia significato il jazz nel 1968 senza accennare alla «rivolu-

zione culturale» che invase il mondo a metà degli anni Sessanta e che raggiunse la sua apo- teosi nel 1968. In Occidente - Europa e Stati Uniti - un numero imponente di studenti e ope- rai prese posizione contro l’ideologia della società dei consumi, che proponeva il valore del denaro come punto centrale della vita sociale. Nel blocco orientale le popolazioni si sollevaro- no per denunciare la mancanza di libertà e l’in- vadenza della burocrazia di partito, gravissimo problema sia dell’Unione Sovietica che dei Paesi legati ad essa. ( )

CONTINUA NELLO SPECIALE SESSANTOTTO

legati ad essa. ( ) CONTINUA NELLO SPECIALE SESSANTOTTO IL ROBOT CHE VOLEVA SUONARE di Flavio

IL ROBOT

CHE

VOLEVA

SUONARE

di Flavio Fabbri

P er l’Orchestra J Futura la musi- ca è prima di

tutto immaginazione:

una macchina non è

una macchina, un robot non è un robot, un uomo non è un uomo. Ma tutti suonano. In ogni sperimentazione è presente la possibilità di assaporare a livello multisensoriale una forma di inquietudine, di fastidio, per ciò che non si comprende e non si riesce a tradurre con i tradizionali strumenti cognitivi. La sperimentazione vera, autentica,

significativa, deve rompere un equilibrio menta-

le,

sociale, storico, percettivo e sensitivo, porta-

re

con sé una rara sapienza sovversiva e avere

l’ardire di mostrarsi spudoratamente coraggio-

sa, anzi arrogante nel suo essere ribelle. (

)

CONTINUA NELLA PAGINA CLASSICA-MENTE

LITTLE DRUMMER BOY

( ) CONTINUA NELLA PAGINA CLASSICA-MENTE LITTLE DRUMMER BOY di Nicola Cirillo T he little drummer

di Nicola Cirillo

T he little drummer boy («Il piccolo tamburi- no»), scritta nel 1941 da Katherine K. Davis, suggerisce un tema natalizio, la sto-

ria di un ragazzino povero che propone in dono a Gesù, poiché non ha nulla, di suonare per lui il tamburo. Shall I play for you, pa rum pum pum pum, On my drum? Oggi c’è un nuovo little drummer boy: Gianluca Pellerito, 15 anni. Nato a Palermo il 1° maggio del 1994 sotto il segno del Toro, del Toro ha la determinazione. Conosce la

batteria dall’età di 4 anni-énfant prodige- e gioca con amici tipo Peter Erskine, Alex Acuna, Gigi

Cifarelli, Davide Ghidoni e Michael Rosen. (

)

CONTINUA NELLA PAGINA BEYOND

JJ AAZZZZ &&&&bbbblllluuuueeeessss SONNY ROLLINS
JJ AAZZZZ
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SONNY ROLLINS
ALTER NNAATTIIVVEE CHICKS ON SPEED
ALTER
NNAATTIIVVEE
CHICKS ON SPEED

Direttore Responsabile Salvatore MASTRUZZI

Direttore

ROMINA CIUFFA

Redazione

Romina CIUFFA redazione@musicin.eu Flavio FABBRI classica@musicin.eu Rossella GAUDENZI jazzblues@musicin.eu Valentina GIOSA alt@musicin.eu Roberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.eu

Contributi

Lorenzo Bertini, Rita Barbaresi, Luca Bussoletti Nicola Cirillo, Stefano Cuzzocrea, Alessandra Fabbretti Attilio Fontana, Gianluca Gentile, Adriano Mazzoletti Corinna Nicolini, Livia Oreste, Paolo Romano Sabrina Simonetti, Donato Zoppo

Music In Video

Romano Sabrina Simonetti, Donato Zoppo Music In Video Videointerviste Romina CIUFFA Sabrina SIMONETTI MUSIC

Videointerviste Romina CIUFFA Sabrina SIMONETTI

MUSIC AALLLL ‘68 ITALIAN ROCK MUSICAL
MUSIC AALLLL
‘68 ITALIAN ROCK MUSICAL
TTRRAAIINN IIIINNNNGGGG LA «TAV» DEL JAZZ
TTRRAAIINN IIIINNNNGGGG LA «TAV» DEL JAZZ

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Web > www.musicin.eu www.myspace.com/musicinmagazine

Progetto grafico Romina CIUFFA Cristina MILITELLO

Redazione Via del Boschetto, 106 - 00184 Roma Tel. 06.4544.3086 Fax 06.4544.3184 Mail redazione@musicin.eu

Marketing e Pubblicità Mail marketing@musicin.eu Tipografia Ferpenta Editore Srl Via R. Gabrielli di Montevecchio, 17 - Roma

Anno III n. 11 Novembre-Dicembre 2009

Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 349 del 20 luglio 2007

presso il Tribunale di Roma n. 349 del 20 luglio 2007 «VUOI» SI DICE AGLI ARTISTI

«VUOI» SI DICE AGLI ARTISTI

Chiediamo venia. Chiediamo agli stonati di smettere di tormentarci dal web, di cercarsi un lavoro, di iscriversi a un corso di canto ed armo- nia, se tenaci; perché crediamo che non esistano stonati dove la voce e l’orecchio siano allenati con tecnica accurata e sacrificio. Chiediamo

soprattutto ai loro amici di esser sinceri con loro, come si deve a un amico. La tecnologia non può significare questo, l’abbassamento se non l’azze- ramento della qualità: è lo scotto da pagare? Piuttosto ci pignorino il pianoforte. Parliamo, qui nella rubrica ClassicaMente, di robots che suo- nano e congegni che consentono di eseguire con- certi in streaming a distanza intercontinentale,

ma siamo privi di orecchio umano: giudichiamo

l’artista dalle visite che riceve in termini di click, nemmeno si trovasse in una stanza di ospedale. Si visita un malato, un artista lo si ascolta.

Mi rifiuto ancora di pensare che il parametro per

inserire una band nel palinsesto musicale sia costituito dai downloads gratuiti: la musica non consta del numero di amici contati nel network, la musica è l’artista, è lui che ascolteremo cantare stasera, non il click metallico e falso di un «add a comment». Siamo tutti cantanti allora, tutti scrit- tori, tutti registi, perché ci sono i blog, Myspace e

Youtube; dimenticando che i networks sono solo

un biglietto da visita, al cui indirizzo deve corri- spondere un citofono che non suoni una nota sola. Continuiamo flebilmente a sostenere che il vero artista debba saper non solo cantare e suonare almeno due strumenti, ma anche solfeggiare; che

il vero scrittore non debba confondere «roman-

zo» con «alfabetizzazione»; e che il vero regista debba saper sceneggiare. In poche parole, che in ogni settore creativo siano richieste 3 condizioni, necessarie ma non sufficienti: una profonda umil- tà, studio incessante e fiere di paese.

Sì, proprio la porchetta o i funghi, il vino rosso, la nocciola tonda gentile romana. Non è il web che consacra il talento, ma il palchetto. L’evoluzione.

E gli artisti da web sono fermi, riversi sulle loro

pagine online a fare spamming, chiedere amici- zie, creare gruppi, invitare ad ascoltare qualcosa che dovrebbe esser convertito in manodopera o volontariato. Ad appoggiare cause cantando testi

sulla guerra in congiuntivi sbagliati, senza muo-

versi dalla stanza. Forse, allora, una visita di cor- tesia gliela dovremmo fare davvero, e portar loro

le nocciole tonde di Ronciglione.

Romina Ciuffa

Avviserei, prima che sia troppo tardi. Oggi sono un Bianconiglio e, con un orologio al collo, corro gridando:

«Presto, che è tardi!». Tra le pagine della cronaca romana il Corriere della Sera titola: «Troppo Facebook? Si cura al Gemelli», e un occhiello: «Dipendenza dal pc, apre un nuovo repar- to». C’è un neonato ambula- torio psichiatrico sulle dipen- denze patologiche ed è in fibrillazione: chi dovrebbe far musica trascorre il tempo ad «addare». Non scherzia- mo. La vera musica si fa al pianoforte, piegati sulla chi- tarra, sfiatati nel sax, alle feste di paese e in locali sco- nosciuti la cui insegna domani recherà: «Chiuso per fallimen- to». Odore di anice, sigari, legno, odor di muffa e di perife- ria. Sta per: «Fatemi suonare, io devo suonare, io adoro la muffa mentre suono».

STEFANO

MASTRUZZI

EDITORE

perife- ria. Sta per: «Fatemi suonare, io devo suonare, io adoro la muffa mentre suono». STEFANO
JJ AAZZZZ Music In Novembre-Dicembre 2009 &&&& bbbblllluuuueeeessss a cura di ROSSELLA GAUDENZI
JJ AAZZZZ
Music In Novembre-Dicembre 2009
&&&& bbbblllluuuueeeessss
a cura di ROSSELLA GAUDENZI
SALVATORE RUSSO Esce
«La Touche Manouche» per la
label Saint Louis Jazz Collection
JOE BONAMASSAQuando a 12 anni
si partecipa a un tour di B.B. King è ine-
vitabile cadere nella malia del blues.
MILES DAVISAi tempi del bebop, tutti suonavano velo-
cissimi. Sentivo gli altri musicisti suonare tutte quelle scale
e quelle note, e mai niente che valesse la pena di ricordare.
a cura di Rossella Gaudenzi
a cura di Rossella Gaudenzi

SALVATORERUSSO

di ricordare. a cura di Rossella Gaudenzi SALVATORERUSSO I I ntramontabile, il tempo dei gitani. È

II ntramontabile, il tempo dei gitani. È accaduto che per una casualità Salvatore Russo, chitarrista di fama internaziona- le, professionista da oltre 20 anni in contesti pop-rock ed orchestrali e neo-direttore didattico del Saint Louis di Brindisi, ascoltasse Nuages di Django Reinhardt e ne rimanesse colpito al punto da voler conoscere a fondo questo jazz «poco ortodosso». Siamo nel 2004 e stiamo mettendo piede nel mondo del gipsy jazz, o jazz manouche. Ciò che lo calamita è, ovviamente, la centralità della chitarra:

basti pensare che nel ‘35 il quintetto di Reinhardt - caposcuola della chitarra gipsy - comprendeva una chitarra solista, due chitar- re di accompagnamento, contrabbasso e violino, quest’ultimo nella persona di Grappelli. Nella sua ricerca e sete di conoscenza Salvatore procede dappri- ma a tentoni: innanzitutto su internet non trova una quantità di informazioni paragonabile a quella oggi fruibile; inoltre come musicista rimane dapprima isolato in questa sua ricerca, non riesce a trovare contatti con altri musicisti. La vera svolta è la conoscen-

QUESTAGITANOMANIA

Occorre risalire all’anno 1000 d.C. circa e alla cacciata degli zingari dall’India e dal Pakistan da parte del re afgano Mahmud di Ghazni per capire Salvatore Russo. E ascoltare «La Touche Manouche»

za di Michael Wegen, costruttore di plettri olan- dese e gran conoscitore dei chitarristi di jazz manouche. «Stiamo parlando del miglior costruttore di

plettri per chitarra gipsy: un vero artista, oltre- tutto profondo amante dell’Italia, dei nostri Da Vinci e Michelangelo. Nel momento in cui deci-

do di acquistare una seria chitarra gipsy mi

reco dal liutaio Leo Eimers ed è lì che nel 2007

mi

imbatto in Stochelo Rosenberg, il più gran-

de

chitarrista di gipsy jazz vivente, indiscusso

to dal padre per sfuggire alle persecuzioni naziste. Egli suona

gipsy jazz dall’età di 10 anni seguendo le orme paterne ed ispiran- dosi al caposcuola della chitarra del genere, Django Reinhardt, e forte di un trio che suona moltissimo a livello internazionale. «Si percepisce la complessità di questo genere, ma arriva al cuore, te ne arrivano le vibrazioni. In Italia siamo sommersi dalla

pop music, ma in fondo la chitarra elettrica è uno strumento sordo,

a differenza della chitarra gipsy; il gipsy jazz nasconde pochissi-

me star e vi si riscontra un’umiltà non presente altrove: la tradi- zione musicale zingara, tzigana, fa sì che i musicisti abbiano biso- gno gli uni degli altri, per suonare. Il jazz manouche è un genere

per addetti ai lavori, forse di nicchia, poiché percepito come anti- co. Il tramandarsi lo rende unico». Oggi - per tramandare, appunto - esce La Touche Manouche per l’etichetta Saint Louis Jazz Collection e contiene 13 brani,

di cui 4 composti da Salvatore Russo, 2 da Stochelo Rosenberg

(il suo inedito dà il titolo al disco) e i restanti pezzi di Django Reinhardt e della tradizione gipsy rivisitati. Un intero anno di lavoro. «Make the cd, Sal!, m’incitava Rosenberg fino a che non ho deciso di mettermi al lavoro. È un musicista che incide rara- mente e sentirmi così sollecitato è stato estremamente gratifican-

te. Si tratta del mio terzo lavoro discografico, successivo a dischi rock e fusion (Salvatore Russo, 2000; Contact, 2004). I temi gipsy mi hanno spinto a ricominciare. Ci sono temi riconoscibi- li, cantabili, comprensibili. Un anno di lavoro: buttavo giù le parti, Rosenberg le demoliva e si ricominciava, più volte ci siamo incontrati in Olanda. Difficile spiegare questo mio lavoro

ai produttori

«Da parte di Stefano Mastruzzi ho trovato il supporto neces- sario: ha avuto una visione chiara del progetto che era un pac-

chetto finito da stampare interamente ideato da me. Il riscontro

è stato molto buono, da subito: dovrò spedire una trentina di

copie in America perché in una settimana ne sono state vendute venti. È un disco che ha le carte in regola per diventare un best- seller. Il 2010 sarà il centenario della nascita di Django Reinhardt e spero che apra le porte alla conoscenza della musi- ca manouche. Dovremmo prender parte al Fara Festival, in esta- te. E vogliamo diffondere un diverso modo di stare e comunica- re con gli altri. Voglio portare Rosenberg in Italia».

talento internazionale e grande compositore». Tra Salvatore Russo e Stochelo Rosenberg è feeling immediato. Grande stima da parte del musicista olandese, leader del Rosenberg Trio, per il talento made in Italy: ascolta brani composti da Salvatore e inizia a chiedergli di incidere insieme un disco. «Mi prendo il pieno merito di aver fatto conoscere Rosenberg nel

nostro Paese: ho organizzato due concerti in Italia e quasi immediatamente è arrivata la richiesta del bis. L’idea di registrare un disco insieme a lui era talmente lusinghiera che, partiti dalla proposta di fargli regi- strare solo due brani come special guest, il suo tocco ha invece impresso tutto il disco. Ci siamo incontrati a Lecce dov’è stato registrato metà del lavoro». La storia è antica e affascinante: occorre risalire all’anno 1000 d.C. circa e alla cacciata degli zingari dall’India e dal Pakistan da parte del re afgano Mahmud di Ghazni; le varie etnie sono appro- date in Europa dopo una migrazione cinquecentenaria, stanziando- si, se così si può dire per una popolazione nomadica, in Ungheria, Francia, Spagna, Grecia, ed altri Stati europei. Musicalmente le etnie risultanti dai vari ceppi, migrazioni e persecuzioni, si sono fuse con le culture circostanti. Il musicista tzigano unisce il gusto musicale alla tecnica per colpire gli ascoltatori e stupirli con effet- ti quasi circensi. Non conoscono la musica, non sono in grado di leggerla né di scriverla, occorre sempre ricordare che la loro tradi- zione musicale è legata all’oralità dalla notte dei tempi. Rosenberg è di etnia sinti al 100 per 100: il nome però è stato scelto e stabili-

di Rossella Gaudenzi SS i comincia con il suonare la chitarra classica, ma quando a
di Rossella
Gaudenzi
SS i comincia con il suonare la chitarra classica, ma quando a 12 anni si parte-
cipa a un tour di B.B. King è inevitabile cadere nella malia del blues. Ci si
fa conoscere nei primi anni del XXI secolo, ma dopo aver affiancato, a
Londra nel 2008, il mito Eric Clapton, oggi, all’età di 32, si è consacrati a pieno
diritto tra i migliori chitarristi blues contemporanei, a livello internazionale.
Sono linee guida della biografia di Joe Bonamassa, lo statunitense chitarrista
dalla voce suadente propria dei veri e buoni bluesman, a breve sui palchi italia-
ni; nonché valido compositore, definito erede dallo stesso B.B. King in perso-
na. Lui allieta il nostro dicembre 2010 - con qualche buona azione ce lo sare-
mo meritato - imprimendo di sé con un tocco la rassegna La Chitarra, dopo il
successo di quella dello scorso anno legata ai grandi nomi del basso elettrico in
circolazione. Nel 2009 è uscito l’album celebrativo di 20 anni di carriera, The
Ballad of John Henry, con brani originali e rivisitazioni di pezzi di Ailene
Bullock, Tom Waits e Tony Joe White. Ora l’Europa lo attende, attende il suo
show teatrale e il cambio delle sue trenta (o giù di lì) chitarre sulla scena da fis-
sare entro il 13 dicembre sul palco dell’Auditorium Parco della Musica.
Da tenere a mente questa Chitarra, che durerà una lunga stagione invernale.
Sciorino in ordine sparso: non solo blues, ma ottimo jazz, musica folk, rock, pop
da Bill Frisell al leggendario Paco de Lucia, da Pat Metheny a Tuck & Patti, a
John Abercrombie; da Mark Knopfler a Mike Stern, alla nostra Carmen Consoli.

WEWANTMILES

Vogliamo miglia e miglia da percorrere con Davis. Ne facciamo anche fino a Parigi che fino al 17 gennaio 2010 ci fa viaggiare tra Saint Louis e l’odio di sé, l’uscita del cool, la libertà controllata, la pulsazione del funk, la distorsione del rock, la solitudine.

P
P

arigi celebra ancora una volta Miles Davis. La riuscita Cité de la Musique, struttura risalente al ‘95 che ospita il

Conservatorio, il Museo della Musica ed una vasta sala concerti, fino al 17 gennaio 2010 apre le porte ad un’esposizione, una serie di con- certi di prestigio, film, workshops, conferenze e molto altro. Il tutto incentrato sull’uomo, il musi- cista, l’artista Miles Davis qui racchiuso in un per- corso suddiviso in otto stanze: Da Saint Louis alla 52ma Strada (1926-1948); L’uscita del Cool: l’in- venzione e l’odio di sé (1949-1954); Miles Ahead:

in studio per la Columbia (1955-1962); Miles Smiles: la libertà controllata (1963-1967); Miles elettrico: la distorsione Rock (1968-1971); All’angolo: la pulsazione del Funk (1972-1975); Silenzio, solitudine e requiem (1976-1980); Star People: l’icona interplanetaria (1980-1891). Sono stanze che ripercorrono i periodi della sua vita attraverso fotografie, estratti video dei concer- ti, strumenti, partiture, costumi di scena, manife- sti, oltre a dipinti e sculture, in una mostra che ha

voluto focalizzarsi sulla musica, la prima a così larga scala sul leggendario trombettista statuniten- se. Tra le formazioni musicali che lo rappresente- ranno: Jimmy Cobb’s So What Band, Joe Lovano Nonet, Paolo Fresu Quintet, Laurent Cugny Enourmous Band. (Rossella Gaudenzi)

Jimmy Cobb’s So What Band, Joe Lovano Nonet, Paolo Fresu Quintet, Laurent Cugny Enourmous Band. (Rossella
Jimmy Cobb’s So What Band, Joe Lovano Nonet, Paolo Fresu Quintet, Laurent Cugny Enourmous Band. (Rossella
Jimmy Cobb’s So What Band, Joe Lovano Nonet, Paolo Fresu Quintet, Laurent Cugny Enourmous Band. (Rossella
JJ AAZZZZ Music In Novembre-Dicembre 2009 &&&& bbbblllluuuueeeessss NUNZIO ROTONDO Nella notte fra il
JJ AAZZZZ
Music In Novembre-Dicembre 2009
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NUNZIO ROTONDO Nella notte fra il 14 e il 15 settembre è scomparso a Roma
Nunzio Rotondo. Di lui parla, con un’anteprima del suo libro, Adriano Mazzoletti,
giornalista e scrittore, dirigente Rai e conduttore radio, che si occupa di jazz dal 1955
SONNY ROLLINS Per chiunque studi il linguaggio del jazz è un’estasi e un tor-
mento. Per chiunque ami ed ascolti il jazz è un irraggiungibile, complesso labirin-
to di idee. Sonny Rollins vincerebbe una gara spirometrica con un quindicenne
JAZZROTONDO di ADRIANO MAZZOLETTI La personalità di Nunzio Rotondo è assai complessa. Dava voce jazzistica
JAZZROTONDO
di ADRIANO MAZZOLETTI
La personalità di Nunzio Rotondo è assai complessa. Dava voce jazzistica
al «fanciullino» pascoliano: pieno di speranza e insieme di timore del mondo,
incline a ripiegare in una malinconia senza altro sfogo che l’amarezza solitaria.
N ella notte fra il 14 e il 15 settembre è scom-
parso a Roma Nunzio Rotondo. La sua
morte a 85 anni segue di poche settimane
tutto a modo suo. Esordisce con un rubato per
tromba sola, come una invocazione tenera e
quella di un altro nostro musicista di jazz, Gianni
Basso, di qualche anno più giovane. Nato a
Palestrina nel 1924, figlio di un clarinettista e di
una cantante, venne subito avviato allo studio
della tromba e nel 1944, quando Roma non era
stata ancora liberata, faceva già parte della sezio-
ne trombe di una orchestra dell’Eiar, quella diret-
ta da Piero Rizza con Armando Trovajoli con il
quale Nunzio avrebbe avuto, negli anni successi-
vi, occasione di esibirsi spesso.
La personalità di Rotondo è assai complessa.
Dava voce jazzistica al «fanciullino» pascolia-
no: pieno di speranza e insieme di timore del
mondo, incline a ripiegare in una malinconia
senza altro sfogo che l’amarezza solitaria. Di
sicuro c’è che Rotondo non ha mai voluto stac-
carsi da Roma, anche quando ebbe offerte allet-
tanti da grandi musicisti, come Lionel Hampton,
Clark Terry, Sonny Rollins o Dizzy Gillespie
sempre alla ricerca di giovani talenti. Il suo
rifiuto di inserirsi nel mondo del jazz internazio-
nale, che forse considerava difficile o insidioso,
che lo avrebbe allontanato dalla semplice e tran-
quilla vita romana, lo indusse a trovare rifugio
per lungo tempo negli studi della Radio e cam-
biare spesso partner, anche se per lui era diffici-
le trovare musicisti alla sua altezza.
Il suo debutto discografico avvenne il 9
marzo 1950. Quella prima seduta ebbe grande
significato per il jazz italiano: un giro di boa di
notevole importanza. Dei tre brani incisi il
primo è il bel tema di Piero Piccioni Boppin’ for
Bop, in cui Rotondo si limita a suonare sedici
battute, incastonate fra uno splendido Marcello
Boschi e un modesto Bruno Campilli, pianista
che scomparve dal mondo del jazz così come
era apparso. Dove invece Rotondo è realmente
superbo è in The Man I Love. Un Rotondo davi-
siano non per scelta estetica ma per urgenza
interiore - lo sarebbe stato anche senza Miles
Davis - e il modello sono le ballad incise dal
quintetto di Charlie Parker, come ricorda anche
Marcello Piras.
Ma a parte che qui i ruoli sono invertiti-pre-
dominante la tromba, secondario il sax alto-,
Rotondo ha personalità tanto forte da ripensare
struggente; e si inoltra quindi nel giro armonico
gershwiniano, a tempo lentissimo, senza vinco-
li
nel suo più libero canto. Del tema originario
egli espone poche note e subito se le scrolla di
dosso: è se stesso, lamentoso e commosso,
implorante e disperato. Sotto il volo della sua
tromba ha predisposto un fondale scritto per sax
alto e tenore, che evocano a note lunghe il fami-
liare disegno del tema di Gershwin. Dopo il suo
assolo, Rotondo lascia spazio al sax alto di
Marcello Boschi, che vi colloca il più bell’asso-
lo
della sua vita, perfetto e quasi furioso nella
sua ansia scalpitante.
Non so se qualcuno nel lontano 1950 abbia
sottoposto qualche studioso americano o
anche europeo a un blindfold test. Con ogni
probabilità sarebbe rimasto assai sorpreso
nell’apprendere che quella tromba e quel sax
alto erano due ragazzi provenienti da quella
che all’epoca era considerata la più inaccessi-
bile periferia del jazz.
Nel corso della sua continua evoluzione è
possibile individuare due momenti topici. Il
primo copre il periodo 1950-54, caratterizzato
da
una produzione discografica con formazioni
di
sei-sette elementi e da una notevole attività
concertistica. Il secondo periodo, 1958-1975,
segna invece gli anni più intensi del lavoro
negli studi radio con complessi di quattro-cin-
que musicisti.
Della sua lunga attività sono attualmente
reperibili solo quattro cd. Il primo è la riedizio-
ne
del long playing Rca Romano Mussolini con
Nunzio Rotondo e Lilian Terry, con una splen-
dida copertina in cui i tre protagonisti sono
fotografati, in una bella giornata di sole roma-
no, sulla terrazza del Pincio che si affaccia su
piazza del Popolo. Il secondo una riedizione
delle sue prime incisioni, con The Man I Love,
in
un cd della Riviera Jazz Record.
La cospicua produzione realizzata per la
radio e la tv giace ancora negli archivi del
nostro servizio pubblico. Solo di recente la gio-
vane etichetta Via Asiago Dieci, che si prefigge
di
rendere pubblico l’archivio radiofonico, ha
diffuso due cd con ventinove brani del periodo
1964-1980.
ADRIANO MAZZOLETTI, «IL JAZZ IN ITALIA DALL’ERA DELLO SWING AGLI ANNI 70»
ANTEPRIMA DAL VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE EDITO DA EDT

Se il nostro Alessandro

Manzoni, tormentato dai dubbi di lingua e di

stile, esponeva le bozze dei suoi sposi promessi

in una casa aperta

al pubblico per poterle

liberamente correggere, Sonny Rollins

giorno studiava

il rapporto tra improv-

visazione e struttura,

di sera lo sperimentava sul Williamsburg Bridge, nell’East Side di NYC, per capire le reazioni della gente

di Paolo Romano
di Paolo Romano

Il Solo Album di Sonny

Rollins: 50 e passa

minuti di improvvisa- zione completamente

da

in piena di idee.

Sconvolgente. Non una

solo. Un torrente

frase uguale all’altra, ma un perfetto

marchingegno

di

là, in quelle circostan-

ze, presi definitivamente atto del canyon che separa un musicista, pur talentuoso, da un genio

E

struttura e melodia.

di

SONNY, PLEASE

SONNY, PLEASE

P er chiunque studi il linguaggio

to. Per chiunque ami ed ascolti

il jazz è un irraggiungibile, complesso

labirinto di idee. Da 65 anni (sic!) è nei più importanti santuari del mondo

di

produzione in studio e live da doverla almeno dividere in decadi per provare

a

secolo Theodor Walter, Rollins, il ragazzo ottantenne di Harlem che se c’è un solo appassionato che, non avendolo ancora fatto, si perde la chance di ascoltarlo l’11 novembre al Parco della Musica capitolino, beh

dovrebbe per penitenza essere costret-

to

tinuo di Korn e Sepultura. I suoi solos sono materia di studio obbligatoria per diplomarsi alla Berklee di Boston, dove ti fanno rom- pere le corna sulla trascrizione ritmica esatta della sua più celebre St. Thomas:

una manciata di poche note messe là a costruire il principio di una storia da raccontare, con intervalli desueti piaz- zati a prolusione di uno dei più intri-

ganti, lucidi e complessi assoli del jazz (provare per credere). Sarà che il gusto per il calypso gliel’avevano trasmesso i genitori delle Isole Vergini, sarà che il blues l’ascoltava da ragazzino per stra- da, ma Sonny si ritrovò a 16 anni a padroneggiare ogni più sottile sfumatu-

ra

in

interviste, cui mite e umile si sottomet-

te

se

da altrettanti 65 anni - continua come

uno studio disperato, che - a sentir le

della musica di Harlem e a buttarsi

ad un anno di ascolto forzato e con-

repertarla con dovizia. È Sonny, al

musica afroamericana e conta una

del jazz è un’estasi e un tormen-

fosse il primo giorno di alfabetizza-

zione musicale. Se il nostro Alessandro Manzoni, tormentato dai dubbi di lingua e di

stile, esponeva le bozze dei suoi sposi promessi in una casa aperta al pubbli-

co

reggere, il buon Sonny - troppo presto assediato da un travolgente successo - decise di darsi uno stop, basta serate e basta registrazioni: di giorno studio del rapporto tra improvvisazione e

perché le potesse liberamente cor-

struttura armonica, di sera via a speri- mentarlo per strada, sul Williamsburg Bridge, nell’East Side di NYC, per capire la reazione della gente, perché

la musica jazz è della gente.

Per i cultori delle etichette, il suo fu presto definito «hard bop», come dire

un bebop più aggressivo, torrenziale,

spesso frammentato e con zero con- cessioni ai melodici di Saint Louis,

prima, di Chicago, poi, di inizio seco-

lo. Il resto è storia. Collaborazioni sterminate con i mammasantissima che, di decennio in decennio, andava-

affermandosi. Indomito scopritore

tra

nisti «vecchi» non hanno più fiato

(vincerebbe una gara spirometrica con

un

(visto che continua a sfornare nuovi album di una bellezza imbarazzante). Ripropone all’Auditorium di Roma una capacità pressoché infinita di inventare storie che inchiodano alla

poltrona e tolgono il fiato; lui le chia- ma «creative session», spettacolari giochi al rilancio con i suoi musicisti, tutti rivolti a seguire un’idea e a dire

la

contrabbasso, Kobie Watkins alla batteria, Victor Y See Yuen alle per- cussioni e Bobby Broom al piano, gli stessi che hanno suonato nel suo ulti- mo Sonny, please e che compaiono anche nel recentissimo Road Show, Vol. 1 che dovrebbe iniziare a racco- gliere le migliori session effettuate per il mondo, molte delle quali appartenenti a registrazioni private

del Colosso del Sassofono. Mi cor-

loro: con Rollins Bob Cranshaw al

quindicenne) e non hanno più idee

gli altri, i cliché per cui i sassofo-

di

no

giovani talenti, Rollins ha sfatato,

reggo, lasciamo a Roma il suo, di Colosseo, e apriamo il cuore e le

orecchie all’ultimo dei grandi gladia-

tori del bop.

Post Scriptum. La recensione è fini-

ta. Per i più pazienti, spiego la prima riga. Qualche anno fa, al Saint Louis College of Music di Roma, il giova-

ne

mi

Sonny Rollins: 50 e passa minuti di improvvisazione completamente da solo. Un torrente in piena di idee. Sconvolgente. Non una frase uguale all’altra, ma un perfetto marchinge- gno di struttura e melodia. E là, in quelle circostanze, presi definitiva- mente atto del canyon che separa un

musicista, pur talentuoso, da un genio.

diede da ascoltare il Solo Album di

e bravo chitarrista Antonio Nasone

separa un musicista, pur talentuoso, da un genio. diede da ascoltare il Solo Album di e
separa un musicista, pur talentuoso, da un genio. diede da ascoltare il Solo Album di e
CLASSICA Music In Novembre-Dicembre 2009 MMEENNTTEE
CLASSICA
Music In Novembre-Dicembre 2009
MMEENNTTEE
MARIOBRUNELLOShuffleBachPerchénel‘capannon’,luogocheuseremoperdarvitaaipen-
a cura di FLAVIO FABBRI
sieri e alle idee, una volta si lavorava il ferro. Lavoro duro, materia di fuoco e terra, che la tenacia, la
passione, l’intelligenza arriva a piegare e dar forma. Non lasciamo la nostra mente alla ruggine
PLACIDO DOMINGO
Eccellenza spagnola a ser-
viziodisuaMaestàsvedese
Eccellenza spagnola a ser- viziodisuaMaestàsvedese di Flavio Fabbri Viene da pensare che la metafisica è anche
Eccellenza spagnola a ser- viziodisuaMaestàsvedese di Flavio Fabbri Viene da pensare che la metafisica è anche

di Flavio Fabbri

Viene da pensare che la metafisica è anche ritmica, che le suggestioni sonore e magiche di atmosfere eteree hanno molto in comune con la modernità aggressiva del Barocco. Si sperimenta - con uno sperimentatore dall’intelligenza vorace, Mario Brunello - come l’ibridazione, nella sua semplicità naturale, venga crescendo e mutando nell’esecuzione, fino a lacerare la «pupa» culturale degli ambienti più conservatori, in una prova di volo libero e contaminazione artistica

Il g enio è sempre moderno. Bach in quattro serate, ma non solo. L’opera d’arte musicale che Mario Brunello ha fatto risuonare nel Teatro Palladium della Garbatella romana, è

un fulgido esempio di forza creativa, ibridazioni e rovesciamenti

sonori, con un’idea forte di fondo: raccontare la tradizione classi-

ca attraverso la musica contemporanea, quella che nasce a cavallo tra Ottocento e Novecento, fino ai giorni nostri. Si chiama Shuffle Bach il suo nuovo lavoro, presentato al

Romaeuropa Festival 2009 e dedicato al Concerto Brandeburghese

di

Johann Sebastian Bach. Un singolare quanto originalissimo tito-

lo

tecnico, in cui il genio di Eisenach viene fuso, come in un’alche-

mica pozione di metalli, con un secolo barocco e denso di ritmi per

la musica di Charles Ives e Philip Glass, Alfred Schnittke e Giya

Kancheli, George Crumb e Giovanni Sollima. Brunello si è presentato al pubblico nelle vesti di violoncellista

e di direttore, accompagnato dall’Orchestra dell’Accademia di

Santa Cecilia. Allo spettatore è toccato il compito di stabilire quali, tra i brani eseguiti nelle prime tre serate, siano stati i più belli ed esaltanti e i componimenti più votati hanno dato vita alla serata finale, entrando di fatto nella ‘top chart’ di Shuffle Bach. È come immaginare il pubblico e gli esecutori all’interno di in un gigante-

sco iPod che interagiscono con la struttura e i file virtualizzati dalle onde sonore, per un risultato assolutamente divertente e unico nel suo genere: «Prove dove si concerta-scrive Brunello nel suo blog-

si riprova». Anche l’aspetto tecnologico e comuni-

concerti dove

cativo, quindi, come in molti altri artisti sensibili al tempo che vivono, ha avuto il suo peso in questo nuovo progetto. Mario Brunello prima ancora di essere un artista di fama mon- diale è uno sperimentatore dall’intelligenza vorace, in cerca di soluzioni sempre nuove in grado di soddisfare le proprie curiosità

culturali e artistiche. Fondatore e direttore dell’Orchestra d’archi italiana, nel 1986 ha vinto il primo premio al Concorso Internazionale Ciajkovskij di Mosca, nella categoria dedicata al violoncello, esibendosi poi nelle maggiori sale da concerto di tutto

il mondo, diretto da nomi di grande prestigio quali Claudio

Abbado, Myung-Whun Chung, Valery Gergiev, Carlo Maria

Giulini, Eliahu Inbal, Marek Janowski, Riccardo Muti, Zubin Mehta e Seiji Ozawa. Molto attivo in formazioni cameristiche, ha collaborato con diversi solisti di fama, come il pianista Andrea Lucchesini e i violinisti Gidon Kremer, Salvatore Accardo e Frank Peter Zimmermann, a cui si aggiungono il progetto tutt’ora in corso con Vinicio Capossela, Uri Caine e Gian Maria Testa e gli spettacoli teatrali con Maddalena Crippa e Marco Paolini. Shuffle Bach, in anteprima assoluta per l’Italia, è il tentativo coraggioso e difficile di far dialogare e interagire secoli diversi, culture lontane, intelligenze e sensibilità poco affini, che solo la passione e l’amore per la musica possono vantare in comune. Un’opera, ma soprattutto una performance, in cui Brunello fa gira- re la testa al pubblico del Palladium, mischiando i secoli, riempien- do gli spazi vuoti dell’arte e invitando il pubblico a giocare con la storia. Ascoltando Unanswered Question di Ives del 1906, o Violoncelles vibrez! di Sollima del 1993, ma anche Concerto gros- so di Al Fred Garryevi Schnittke o i Morning Prayers di Giya Kanchel, viene da pensare che la metafisica è anche ritmica, che le suggestioni sonore e magiche di atmosfere eteree hanno molto in comune con la modernità aggressiva del Barocco. Si è così sperimentato come l’ibridazione, nella sua semplicità naturale, venga crescendo e mutando nell’esecuzione, fino a lace- rare la «pupa» culturale degli ambienti più conservatori in una prova di volo libero e contaminazione artistica. «Perché nel ‘capannon’, luogo che useremo per dar vita ai pensieri e alle idee, una volta si lavorava il ferro. Lavoro duro, materia di fuoco e terra, che la tenacia, la passione, l’intelligenza arriva a piegare e dar forma. Non lasciamo la nostra mente alla ruggine». Musica come antiruggine, insomma, un lubrificante per l’intelli- genza, la creatività, la sensibilità, che il maestro di Castelfranco Veneto diluisce per bene, passa con cura, accertandosi che nessun meccanismo culturale e sociale sia tralasciato. Solo in questo modo la musica creativa, le opere d’arte, i linguaggi del futuro avranno vita assicurata anche in tempi di omologazione e irrigidi- menti ideologici. Bach sarà sempre moderno, incredibilmente più di un iPod.

Bach sarà sempre moderno, incredibilmente più di un iPod. È la storia di un’amicizia, quella tra
Bach sarà sempre moderno, incredibilmente più di un iPod. È la storia di un’amicizia, quella tra

È la storia di un’amicizia, quella tra il tenore Placido Domingo e la soprano Birgit Nilsson, e di un premio da un milione di dollari consegnatogli dal Re di Svezia

PLACIDA MENTE

Center Honors» del governo statunitense, la Legione d’Onore

francese, il titolo di Cavaliere Onorario dell’Impero Britannico,

la Laurea ad honorem dell’Università di Oxford e il Premio

Mikhail Gorbachov per le cause umanitarie. È stata la stessa Nilsson, prima di morire, a decidere che il

primo vincitore del premio a lei intitolato fosse il celebre tenore, amico e direttore d’orchestra spagnolo Placido Domingo. «Desiderava onorare uno dei più grandi cantanti lirici di tutti i tempi; un artista che ha saputo offrire un contributo senza egua-

li alla musica operistica e concertistica», ha spiegato Rutbert

IL 13 ottobre 2009 il Maestro Placido Domingo ha ricevu- to, dalle mani di Re Gustavo di Svezia, il premio di un

milione di dollari assegnato ogni due o tre anni dalla Fondazione Birgit Nilsson, un premio tra i più alti mai conferiti nella storia della musica classica, quasi un Nobel, attribuito pro- babilmente a uno dei maggiori tenori della storia contempora- nea. A render solenne l’evento c’erano, oltre alla Regina Silvia con la famiglia reale al completo, numerose personalità del mondo musicale ‘colto’, operistico e lirico, tutti a corte del gran- de Domingo. Tra discorsi ufficiali, brani di opera eseguiti dalla soprano Nina Stemme con l’orchestra reale svedese e filmati tratti dall’Otello e la Turandot, la cerimonia ha dato anche occasione al tenore di ricordare la Nilsson: «Provo tanta emozione, ma anche tristezza e rimpianto per una grande artista, una donna che ha certamente influenzato la mia carriera». Placido Domingo ha attraversato tutta la storia della concerti- stica, fin da quel febbraio del 1969 quando al Metropolitan di New York si trovò a duettare proprio con il soprano Birgit Nilsson: due voci dalle straordinarie qualità artistiche, unite dal lavoro e dall’amicizia. Per questo un cenno deve andare, qui, a lei (1918-2005), che esordì all’Opera di Stoccolma nel 1946. La

sua carriera internazionale ebbe inizio nei primi anni Cinquanta con i debutti a Glyndebourne, Bayreuth, Vienna e Monaco di Baviera, a cui ne seguirono altri, pochi anni dopo, in America del Nord e in America Latina. La sua apertura della stagione 1958 alla Scala di Milano nei panni di Turandot, il suo debutto come Isotta presso il Metropolitan di New York nel 1959 e le sue esi-

bizioni nei ruoli di Isotta e di Brunilde nelle produzioni di

Reisch, presidente della Birgit Nilsson Foundation. «Attraverso

Wieland Wagner a Bayreuth, sono considerate pietre miliari della

la

scelta del primo vincitore, Birgit Nilsson ha voluto sottolinea-

sua carriera e della storia della lirica. Lasciò le scene nel 1982.

re

come lo scopo del premio da lei istituito sia il riconoscimento

Di leggenda si può già parlare in vita anche per Placido Domingo, uomo cordiale, estroverso, sorridente, amabile con tutti ma duro e rigoroso con se stesso, considerato a ragione dai

dell’eccellenza nell’arte dell’esecuzione musicale». Un premio immaginato dalla mirabile soprano svedese quale riconoscimento formale e materiale dedicato a tutti quegli artisti

critici e dalla stampa un tenore inarrivabile, per potenza ed ele- ganza. Una carriera stupenda, ma non senza problemi e momen- ti drammatici, soprattutto negli anni delle difficoltà economiche, con una moglie (la soprana Marta Ornelas) anche lei impegnata

che si sono distinti come cantanti nel campo dell’opera, del con- certo e dell’oratorio; come direttori d’orchestra nel campo del- l’opera e del concerto; o come produzione specifica di una com- pagnia operistica, a condizione che questa produzione sia realiz-

nel ‘Bel canto’ e un figlio da crescere. «Studiavamo ore ed ore, ogni giorno. Dovevamo fermarci a Tel Aviv sei mesi e ci restammo quasi tre anni. La nostra vita era miserrima, 330 dollari al mese in due. I soldi ci bastavano appe- na per sfamarci. Non potemmo mai permetterci uno svago, un capriccio», ha raccontato Domingo in un’intervista al giornalista

zata e diretta in modo magistrale e, soprattutto, che venga rappre- sentata nello spirito del compositore. Una serata di metà ottobre indimenticabile, quella alla Royal Opera House di Stoccolma, in cui un commosso e solare Placido Domingo ha ricevuto uno dei premi più ‘consistenti’ della storia della musica classica, ma anche un abbraccio caloroso da parte

Renzo Allegri. Tanto studio, assoluto impegno, fede e rinuncia,

di

un’amica dalla voce indimenticabile. Investirà la vincita in

fino all’agognato e meritato successo planetario. 130 i ruoli ope- ristici sostenuti, più di qualsiasi altro artista. Nel 2009 sono esat- tamente 40 gli anni che separano Domingo dalla sua prima esibi- zione al Metropolitan, dove ha poi inaugurato la stagione per ben 21 volte.

giovani artisti, consolidando il concorso per voci nuove «Operalia» da lui fondato anni fa. A chi gli ha chiesto quali fos- sero le registrazioni discografiche che preferiva dell’amica Nilsson, il tenore ha risposto: “Una delle mie preferite di tutti i tempi è ‘In questa reggia’, ma il disco non regge assolutamente

Eccellenza artistica e professionale, testimoniata non solo dalla straordinarietà del suo repertorio e della sua carriera operi-

il

confronto con il suono che ho sentito cantando insieme a lei». Una storia d’amicizia che sfida il tempo e la sorte, dunque,

stica, ma anche dai risultati ottenuti come direttore d’orchestra, amministratore, responsabile di iniziative umanitarie e ideatore

incompiuta teoria di voci svolta ‘in un tempo di favole’ dove sempre cantando, come recita la Turandot di Giacomo Puccini:

di concorsi e programmi per giovani artisti, vanta innumerevoli

«

In gioia pura, sfidasti inflessibile e sicura l’aspro dominio e

onorificenze, tra cui la «Medal of Freedom» e il «Kennedy

oggi rivivi in me!».

(Flavio Fabbri)

CLASSICA Music In Novembre-Dicembre 2009 MMEENNTTEE ORCHESTRA J FUTURA Opere per robots Una macchina non
CLASSICA
Music In Novembre-Dicembre 2009
MMEENNTTEE
ORCHESTRA J FUTURA Opere per robots Una macchina
non è una macchina, un robot non è un robot, un uomo non è
uomo. Ma tutti suonano, e sognano di diventare musicisti
GARR Oggi Lola non è solo un/a amante dei Kinks ma un
sistema audio visuale di LOw LAtency che consente a più
musicisti di suonare insieme essendo fisicamente lontani

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA

di FLAVIO FABBRI

lontani CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA di FLAVIO FABBRI ILROBOT CHE VOLEVA SUONARE Robot che suonano e

ILROBOT

CHE

VOLEVA

SUONARE

Robot che suonano e un’opera pensata per automobile e orchestra: ma riusciremo a convivere davvero con il rumore tecnologico, le spigolosità, le superfici metalliche, le densità gassose di scarto della nostra band?

) A ncora oggi, grazie ad artisti come Dmitri

immergersi in ambienti negativi e rabbiosi.

La Biennale di Venezia 2009 ce ne ha dato la possibilità quest’anno, ospitando alcune delle più rare performances musicali di questi tempi, al limite tra sperimentazione e provocazione, tra avanguardia e creatività: «Il Corpo del suono», un’arca musicale su cui sono saliti 73 compositori da tutto il mondo - Stati Uniti, Giappone, Germania, Svezia, Russia, Norvegia, Grecia, Belgio, Svizzera, Serbia, Cile, Francia, Spagna, Italia - per 87 esecuzioni, con 26 novità di cui 16 assolute, distribuite nell’arco di 9 giorni. Nove puntate di un libro fantastico, fatto di installazioni,

incontri, laboratori e convegni, in cui si parla di corpo e di sue estensioni, di ‘body and machine’, di tentativi di fon- dere le due dimensioni plurime attraverso la comunicazio-

ne emotiva, quindi la musica principalmente.

Niente di nuovo, in fin dei conti, se non un ritorno a

determinate sensibilità che hanno fatto la storia dell’arte e dell’espressione artistica: futurismo o dadaismo, tanto per iniziare. Due volani culturali epocali che hanno trasporta-

to, con le macchine e con la fantasia, l’essere umano avan-

ti di 100 anni rispetto alla tabella di marcia degli ultimi mil- lenni. Dal momento che la tecnologia ha fatto ingresso nella società degli uomini con essi s’innesca un rapporto indissolubile, fatale, appassionante, moltiplicante potenzia- lità insite e ignote. Ma questa domanda non se la sono pro- prio posta i primi pionieri della musica-macchina, del rumore come sinfonia del futuro, della musica con- creta od elettronica. Un primo esempio di estemporaneità espressiva

e musicale è la Robot

Music di Suguru Goto, eclettico artista giapponese affascinato dalla robotica, dai new media, dalla possi- bilità di interagire con le macchine e dalla loro improbabile attitudine alla musica e alla lettura delle note. Tant’è che i suoi ‘musicisti artificiali’ si sono cimentati con stru- menti percussivi, sugge- rendo lampi di luce colora- ta e ritmi stravaganti. Anche i Robot suonano, sentono o si emozionano?Anche loro sognano di diventare dei musicisti? Una cosa è certa secondo Goto, già noto per l’invenzione della ‘body suite’ (tuta digitale per danzatori in grado di produrre musica a partire dai movimenti): la musica delle macchine (fatta dalle e con le macchine) è l’inizio di una nuova forma espressiva del suono, per capacità esecutive infinitamente più grandi delle nostre: «Un giorno presenterò un’intera orchestra di robot che non si stancherà mai di suonare». Oltre a due computer e un programma musicale che garantisce interazione continua con l’ambiente, è stato il pubblico a dare l’input finale con un ‘click’ del mouse. Un omaggio al genio musicale e all’ardore futurista di Giovanni Russolo forse, ma che non ha convinto fino in fondo il pubblico del teatro. Certo è che presto dovremo abituarci al fatto che le macchine faranno parte integrante della nostra vita, assolutamente più di adesso e in modo decisamente diverso; esse saranno più autonome, interatti- ve e vogliose di comunicare con noi, anche suonando. Riusciremo a convivere davvero con il loro ‘rumore’ tec- nologico, con le loro spigolosità, le superfici metalliche, con le loro densità gassose di scarto? Chi ha avuto la fortuna di assistere all’altra grande per- formance Emergency Survival Guide, di Dmitri

Kourliandski, eseguita in prima assoluta e commissionata proprio dalla Biennale, probabilmente potrebbe dire la sua anche su queste tematiche complesse. Un’opera pensata e realizzata per automobile e orchestra: una Porsche 2000 del 1976 e la meravigliosa Orchestra J Futura. Quale migliore cornice sonora poteva accogliere le opere in pro-

(

gramma di Ansgar Beste, Edgar Varése e Georges Antheil, se non il rombo universale di una Porsche accompagnato da clacson, frecce, tergicristalli e luci? Nessun’altra, è ovvio, perché si parla qui di lavori leggendari, come il Ballet mècanique del 1924, pensato per 16 tastiere mec- caniche sincronizzate, 2 pianoforti con pianisti dal vivo, percussioni (3 xilofoni, 4 grancasse, 1 gong, incudini), 3 eliche d’aeroplano di dimensione e materiali diversi, 7 campane elettriche e, incredibile per il tempo, il clacson. Ma c’è anche Hyperprism del 1923, composizione basa- ta sull’idea di scomporre i suoni come il prisma con i colo- ri, isolandone i singoli componenti tra frequenza, durata e intensità. Qualcosa che non fu capita, perché nuova, trop- po presto svelata e che per questo ha dovuto pagare lo scotto di un senso comune della melodia vecchio e in crisi:

«Non è troppo presto, ma forse troppo tardi», amava affer- mare tristemente Varése. Dimensioni estreme del pensiero e dell’esecuzione musicale, senza ritegno alcuno, dedicate a spostare in

avanti le lancette del tempo, vecchie pratiche e tronfi orgo- gli neoclassici, ma così intense che solo per un attimo hanno lasciato passare un po’ di luce dal piano orizzonta- le del futuro. Sonorità ottenute da materiali eterodossi per

il panorama classico, come pettini, vetri, polistirolo, cam-

panelli, sirene e motori d’aereo. Gli oggetti ritrovano uno spazio fisico riempiendo uno straordinario teatro cinque- centesco, da cui poi si elevano a musica con un arsenale di inusitati e sorprendenti effetti percettivi. Qui, tra autentiche aurore boreali sonore, trova posto reale il gesto nuovo di Kourliandski, la sua «musi- ca oggettiva» e il suo «cata- strofismo tecnologico». L’artista russo pensa i musi- cisti e i loro strumenti come parti di un oggetto monoliti- co, impegnati a suonare ‘tutti’ dall’inizio alla fine, come un unico meccani- smo. Nella sua musica non c’è maestro né esecutori, c’è solo un bottone da premere per far partire una macchina in grado di suonare la com- plessità non robotica del- l’anima. Concetti difficili e semplici allo stesso tempo. Oggi viviamo l’era del digitale e della riproduzione infi- nita di un brano, del premi e scrolla sul mouse, nelle molte- plici forme del remastering e del mixaggio, ma oltre all’aspetto tecnico e tecnologico c’è assolutamente una dimensione spirituale che subisce un’accelerazione eccezio- nale. Diceva Kourliandski: «Un oggetto trasferito dal mondo materiale allo spazio artistico diventa un’immagine, da vedere o da ascoltare, esattamente come la pipa di Magritte non è assolutamente una pipa». Una macchina non è una macchina, quindi, un robot non è un robot, un uomo non è un uomo, ma tutti insieme sono dei suoni e suo- nano. Un punto di vista non significativamente definitivo, ma segnato dal senso transitorio di una dimensione musica- le temporanea e caratterizzata dall’esigenza e dal caso, una ‘situazione’ tipica dell’Orchestra J Futura. Un compito per molti sicuramente ingrato, ma per tanti

altri davvero imperdibile, ricco di bizzarrie filosofiche, tec- nologiche, poetiche, musicali e artistiche. Qui si è ritrovata

e ha incantato l’Orchestra J Futura, composta da giovani di

età compresa tra i 18 e i 30 anni. ‘J’sta per Jeunesse, Junior, Juventud, ma anche Joy, Jump, Joke, Juego, e rappresenta un modo per rapportarsi al mondo, agli altri e alla vita attra- verso un complesso di idee portatrici di grande versatilità stilistica ed esecutiva. Le stesse da cui discende la sensibi- lità artistica e la caparbietà imprenditoriale di Paola Stelzer, fondatrice dell’Orchestra, accompagnata in quest’avventura dal direttore artistico e co-fondatore Maurizio Dini Ciacci. ‘Futura’, infine, sta proprio per tutto ciò che ancora avre- mo modo di aspettarci dal mondo della musica ‘colta’ in trasformazione digitale ed espressiva irreversibile.

Kourliandski e Suguru Goto, è possibile

irreversibile. Kourliandski e Suguru Goto, è possibile E S S E R E UBIQUI Il Conservatorio

E S S E R E

Kourliandski e Suguru Goto, è possibile E S S E R E UBIQUI Il Conservatorio di

UBIQUI

Il Conservatorio di Musica Giuseppe Tartini di Trieste e la New World Symphony di Miami, collegatisi in streaming con le istituzioni musicali del Texas, di Seattle, di Yale e di Barcellona, hanno dimostrato l’efficacia dei nuovi sistemi EchoDamp e Lola sulla trasmissione sonora

di Flavio Fabbri

U na grande opportunità per

produzione di eventi arti-

stici e musicali, una grande speran-

za per i molti che stanno faticosa-

mente emergendo dall’anonimato e che vedono nel progresso tecnolo- gico dei prossimi anni una reale chance professionale. Ad alimenta- re questo bagaglio di aspettative è stato il Garr, l’Associazione che gestisce la Rete Italiana

dell’Università e della Ricerca che, in un incontro (il «Terena- Internet2-Garr: Performing Arts Production Workshop») tenuto presso il Conservatorio di Musica Giuseppe Tartini di Trieste, ha pre- sentato al pubblico due novità tec- nologiche importanti - EchoDamp e Lola (LOw LAtency audio visual streaming system) - che consento-

no la prima di controllare l’audio e

l’eco in modo integrato e digitaliz- zato; la seconda di ottenere flussi streaming audiovisivi ad alta defi- nizione, con latenze infinitesimali

tali da garantire performance musi-

quanti sono coinvolti nella

cali e artistiche di qualità mai rag- giunta prima. Fino ad oggi per due musicisti che avessero voluto esibirsi da ‘luoghi’ diversi, ma in una stessa esecuzione musicale, non c’era altra via se non la tecnologia Dvts, che permetteva interazioni multi- mediali e video a lunghe distanze,

ma

con latenze enormi dell’ordine

di

400 millisecondi. Oggi, con

Lola, si può scendere a 30 millise- condi, su distanze di centinaia di chilometri. Praticamente suonare insieme essendo fisicamente lonta-

ni, molto lontani. «Un sogno nato

nel 2005, assistendo alla prima MasterClass intercontinentale alla Conferenza Garr e oggi finalmente realizzato qui dal nostro Conservatorio», ha dichiarato Massimo Parovel, direttore del Conservatorio di Musica di Trieste. L’utilizzo di EchoDamp, unita- mente alla piattaforma Lola, con- sente un processo d’integrazione delle funzioni di un singolo com- puter, equivalente oggi alle costose

e complesse apparecchiature per

gestione audio di una sala concerto

o di un intero teatro, in grado di eli- minare echi ed effetti indesiderati che le lunghe distanze sulla rete causano nella gestione dell’audio. Per meglio calarsi nella dimensio-

ne digitale e multimediale del con-

vegno sono stati effettuati diversi collegamenti streaming con eleva- tissima capacità di banda tra il Conservatorio di Musica G. Tartini

e gli Stati Uniti: due dimostrazioni con la New World Symphony (NWS) di Miami, una con la TCU School of Music del Texas e la Washington University di Seattle, un’altra con la Yale School of Music e un’altra ancora con il Grand Teatre del Liceu di

Barcellona, durante le quali i parte- cipanti hanno avuto l’occasione di ascoltare in altissima qualità brevi performance eseguite da archi, pia- noforte e fagotto, oltre a qualche minuto dell’opera La Cenerentola

di Gioachino Rossini.

Il Garr è stata la prima rete euro-

pea dell’Università e della Ricerca

a collaborare in quest’ambito con

Internet2, consorzio non-profit di 207 tra università, imprese e fonda- zioni, che sviluppa tecnologie e applicazioni avanzate per la rete e per trasferimenti ad alta velocità negli Usa. L’idea animatrice e la speranza latente di questa prima

edizione europea è stata quella di

immaginare la nascita di una comunità più ampia di utenti e arti- sti, che possa beneficiare dello scambio di esperienze e costruire nuove e più strette collaborazioni tra i protagonisti del settore musi- cale e, più in generale, delle arti espressive in Europa. La tecnologia viene qui a mostrarsi come possibi- lità e opportunità di fare musica, buona musica, senza limiti geogra- fici e temporali, grazie a piattafor- me digitali di alta qualità, diffuse, orizzontali, culturalmente ‘open source’, effettivamente aperte a nuove soluzioni ed applicazioni, in cui le prossime generazioni possa- no affacciarsi concretamente.

aperte a nuove soluzioni ed applicazioni, in cui le prossime generazioni possa- no affacciarsi concretamente.
aperte a nuove soluzioni ed applicazioni, in cui le prossime generazioni possa- no affacciarsi concretamente.
aperte a nuove soluzioni ed applicazioni, in cui le prossime generazioni possa- no affacciarsi concretamente.
BBEEYYOONNDD Music In Novembre-Dicembre 2009 &further a cura di ROMINA CIUFFA GIANLUCA PELLERITO Ha 15
BBEEYYOONNDD
Music In Novembre-Dicembre 2009
&further
a cura di ROMINA CIUFFA
GIANLUCA PELLERITO Ha 15 anni,
una batteria, nell’iPod la scaletta del suo
prossimo concerto e un po’ di Frank Sinatra
NAKED MUSICIANS Sono folli
creatori rapiti dalla lucida forza
emotiva di un collettivo siciliano
CARMINE TORCHIA Piazze
d’Italia Il diario di una strampala-
ta discesa nell’Ade della musica
CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA a cura di NICOLA CIRILLO LITTLE DRUMMER BOY Pa rum pum
CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA
a cura di NICOLA CIRILLO
LITTLE DRUMMER BOY
Pa rum pum pum pum.
Gianluca Pellerito è un piccolo tamburino,
a soli 15 anni si è già esibito a New York e,
per la ricreazione, ha amici davvero «grandi».
Quando «play» vuol dire davvero due cose
)G ianluca Pellerito si prepara a diventare la nuova stel-
(
la
italiana del jazz. Un adolescente, con amici così,
a
ricreazione pensa al futuro in modo diverso dai
suoi coetanei. Tra i prodigi, come lui, oggi c’è lo sbalorditivo e
altrettanto piccolo Igor Falecki, polacco di 6 anni, i cui video già da
qualche anno popolano la rete; ieri c’era il pugliese Michelino Uli,
che a 4 anni debuttava in un live al Kandysky di Foggia con un
grande solo di batteria. Ma ora, davanti a noi, c’è Pellerito.
Gianluca, la tua biografia ufficiale dice che suoni da quando
avevi 4 anni. Ci spieghi come è accaduto?
È
stata un’enorme fortuna. Mi sono ritrovato in casa la batteria di
mio padre, che suonava da autodidatta. È cominciata così. A 8 anni
ho partecipato alla Berklee Summer School at Umbria Jazz Clinics
e
Michael Rosen; Giuseppe Milici, grandissimo armoni-
cista; Michael Eknasten al pianoforte e Marco
Panacia al contrabbasso. So che dovrò tornare ma
ancora non so quando. C’è gente che pensa che quan-
do vado via a suonare me ne frego della scuola. Invece
no: quando torno devo studiare il doppio.
Qual è il tuo genere preferito?
Ascolto il mio gruppo preferito, gli Incognito, ma
anche il jazz puro, soprattutto i grandi padri come
Charlie Parker, Duke Ellinghton, Charles Mingus.
Cos’hai ora nel tuo Ipod?
La scaletta del mio prossimo concerto e un po’di Frank
Sinatra. A differenza dei miei coetanei non lo ritengo
un pezzo d’antiquariato. Lo swing è molto piacevole.
Quali sono i tuoi modelli, chi ammiri?

sono entrato nel circuito del Berklee College of Music di Boston. Quando sono tornato a Palermo, a 10 anni, alla scuola di musica internazionale mi hanno accolto a braccia aperte. I tuoi genitori sono musicisti? No, mio padre suonava la batteria solo da autodidatta. Mia madre

ascolta tanta musica da sempre, e la mia sorellina più piccola balla da quando aveva 5 anni. Ora ne ha 10. Che genere si ascolta in casa? Funk, jazz e latin. Io preferisco la latin e la funk, ma da quando sono andato alla Berklee ho cominciato ad apprezzare il jazz, che

è la madre di tutti gli altri generi. Io non sono pop e non sono rock. Il rock non lo apprezzo, il metal neanche: è pesante e non ho pazienza nell’ascoltarlo. La tua popolarità sta crescendo. Forse anche grazie alla tua presenza nella trasmissione di Fiorello.

È

conosciuto Michael Rosen, una persona fantastica, un grande musicista e un amico. Ed ora anche il mio direttore artistico. Chi sono i tuoi fan e cosa ti chiedono? Molti coetanei. Un commento che mi ha colpito, pubblicato di recente su un social network, diceva: «Non smettere mai di suona- re». Non me lo aveva mai detto nessuno. Per ora nessun feedback

stata l’esperienza più bella della mia vita, grazie alla quale ho

negativo: temo commenti non veritieri. Un po’ me la prenderei. Penso di essere umile: a scuola non si parla mai della mia attività musi- cale, anche se tutti lo sanno e fanno il tifo per me. Cosa studi? Secondo anno di liceo classico. Ho bei voti e le mie materie preferite sono storia e italiano. Come è il rapporto con i tuoi compagni? Sono molto «amiciaro», come si dice a Palermo. E

questa è una delle poche cose che so in siciliano, che non conosco.

E

come vive a Palermo un giovane musicista?

Io

ci vivo benissimo. Davvero, non ho nessun tipo di problema.

Credo che Palermo sia una città bellissima, ma non soddisfa tutte

le mie aspirazioni. Vorrei diventare un batterista di livello interna- zionale e in questo la mia città non può aiutarmi per niente. Dopo la maturità verrò a Roma, una città che mi piace moltissimo e che

mi dà la possibilità di crescere nella musica. Ci sono molti posti

dove poter studiare bene, poi andrò all’estero. I tuoi «friends» sono tutti più grandi di te Io non ho mai suonato con dei miei coetanei. Proprio mai. Ti sei mosso spesso per suonare?

Suono soprattutto a Palermo. Certo più grande divento, più le date crescono e più mi dovrò muovere. Lo scorso 8 luglio, a New York con il tuo Quartet, sei stato ospi-

te dell’ Istituto Nazionale di Cultura: il più giovane musicista

italiano a suonare a Park Avenue. Vero? Un grande sogno che si è avverato, perché desideravo vedere la città. Anche se ho fatto un solo concerto mi sono trattenuto una set- timana e mezzo. L’ho presa come una vacanza. Lì ho suonato con

Peter Erskine, uno dei miei batteristi preferiti; con lui ho suonato il 31 luglio al Teatro di Verdura di Palermo nel «Three Drums Show», accompagnati dall’Orchestra della Fondazione The Brass Group. Il terzo «drum» era Alex Acuna: di lui mi affascina la capacità di poter suonare benissimo sia la batteria che le percus- sioni. È una cosa che piacerebbe poter fare anche a me. Ci sono altri due batteristi che adoro: Dave Weckl e Steve Gadd. Se non avessi trovato una batteria in casa, cosa avresti suonato? Per il momento penso solo alla batteria. Sicuramente non la tastie- ra, anche se la studio per una formazione a livello personale. L’unico strumento che mi potrebbe attirare adesso è il sassofono. Cosa hai sacrificato per la musica? Niente. Forse un po’di gioco, ma la musica per me è anche gioco. A cosa pensi prima di salire sul palco? La cosa che faccio sempre è il segno della croce. Può sembrare strano ma è vero. Sono cattolico e credente e prego sempre che il Signore mi accompagni. È una cosa che faccio da sempre.

Proprio come nel popolare canto natalizio, quando il little drum- mer boy, povero e senza doni, decide di regalare al suo piccolo Dio un concerto. E quegli gli sorride: a lui e al tamburino.

NAKED

IMPR

OVVI

SARE

MUSICIANS

di Flavio Fabbri

tamburino. NAKED IMPR OVVI SARE MUSICIANS di Flavio Fabbri Naked perché sono corpi, poliformi, aperti, porosi,
tamburino. NAKED IMPR OVVI SARE MUSICIANS di Flavio Fabbri Naked perché sono corpi, poliformi, aperti, porosi,

Naked perché sono corpi, poliformi, aperti, porosi, bianchi, neri, rossi e gialli. Tutta carne da macello e del perché è impossibile che l’uomo sia atterrato sulla Luna

CC i sono tanti modi di dare nome a un buon disco, ma ‘Carne da cavallo’ è più una defi- nizione che un semplice titolo. I Naked

Musicians, d’altronde, non sono un gruppo musicale tradizionale, o per meglio dire norma- le, visto che nel nome che hanno scelto si fon- dono tradizioni lontane, metafore accattivanti e sapori antichi della terra di Sicilia. Naked? Perché sono corpi, poliformi, aperti, porosi, bianchi, neri, rossi, gialli. Vivi come il sangue, la luce, il sole, la terra e la carne degli emisferi

meridionali del mondo. L’uscita del loro terzo lavoro, Emiliano Culastrisce, ne è stata la dimostrazione antropo- logica ed etnomusicale di come all’evoluzione delle idee segue necessariamente la trasforma- zione della musica e la trasposizione di un con- cetto di arte, da verticale a orizzontale, da chiu- so ad aperto, da selettivo a contaminato. Il gruppo di artisti, prodotti dalla vivace eti- chetta siciliana Improvvisatore Involontario che conta ormai oltre 30 membri tra Roma, Bologna, Venezia, Udine, Parigi e New York, ha scelto inequivocabilmente la strada del- l’improvvisazione e della performance teatral- musicale certamente, ma nel delirio delle per- cezioni visive, uditive e cromatiche del corpo improvvisatore che si agita tra scrittura, lettu- ra, musica, design, video e fotografia. Un fronte ‘teatral-visual-performativo di jazzisti rinomati e rocker rampanti, disturbato- ri d’ogni sorta e voci angeliche’ (si definisco- no), in cui la musica si assaggia come fosse

carne di cavallo, da macello anche, esposta al pubblico, che si narra, si fa notizia, luce, immagine, urgenza comunicativa. Un lavoro che segue i precedenti A sicilian way of cooking mind (2004) e Antivatican Coalition against the Hippies Resistance (2008), che vede ancora il poliedrico batteri- sta-compositore-presidente-fondatore Francesco Cusa dirigere 24 musicisti senza partitura o note, in preda all’improvvisatore esaltato, lanciati in un progetto originalissimo e avanguardista: una conduction: «Un sistema non convenzionale di direzione semiotica in cui si utilizzano dei simboli appositamente creati», un piano espressivo dettato diretta- mente da uno sguardo destro derivato dalla tradizione jazzistica e uno sinistro da quella cameristica e colta. Si dice «free jazz», ma è fatto anche con violoncello, clarinetto, pianoforte, tromba, contrabbasso, viola, chitarra e se non bastasse ci sono anche gli electric live, i videosaxopho- nics e i visuals. Ci sono Biagio Guerrera, Riccardo Pittau, Mauro Schiavone, Carlo Natoli, Toni e Carlo Cattaneo, Maurizio Morello e tanti altri artisti-musicisti, che non sono (solo) dei folli, ma creatori e innovatori rapiti dalla lucida forza emotiva di un colletti- vo siciliano entrato a far parte della grande famiglia dell’Improvvisatore Involontario, uno degli attori più interessanti della scena delle etichette e dei collettivi indipendenti ita- liani. Giustappunto, nessuno di prevedibile.

CARMINE TORCHIA di Luca Bussoletti BARBONE Quella che sembra la degenerazione di un artista in
CARMINE TORCHIA
di Luca Bussoletti
BARBONE
Quella che sembra la degenerazione
di un artista in barbonaggio
è in realtà il ritorno fulgido
all’essenza reale di questo mestiere
di una jeep ma con i treni, non tra i bao-
bab del Kenya ma nelle piazze nostra-
ne. Apre la custodia della chitarra e
canta. La gente si ferma e si stupisce. E
gli compra i dischi. Con la cacciagione
della giornata ci si paga un albergo e da
S non v’interessa morire di televoto
e
e
pochi mesi dopo morire artistica-
mente, vuol dire che forse ancora
credete nel peso delle canzoni originali.
Sicuramente crede nelle sue creazioni
Carmine Torchia, artista che dal
MySpace ha iniziato un lungo viaggio di
note che lo ha fatto passare dai click da
social-network ai la maggiore dei concerti.
Il cantautore calabrese è d’animo nobile e
i suoi brani ne sono uno specchio pulito.
mangiare e via verso una nuova città.
È una scelta atavica, quasi nostalgica,
ma allo stesso tempo moderna e corag-
giosa. Carmine Torchia tiene un diario
di
questa strampalata discesa nell’Ade
C’è gentilezza e ricercatezza. Non c’è
voglia di urlare né di apparire. È eviden-
te
da subito che il percorso promoziona-
le
per dare un senso alla sua carriera
debba essere altro da quello che predilige
la
major. Spenta la tivù Carmine accende
il computer. Fino a qui è storia di molti.
Il risvolto degno di nota, però, è che
poi anche il computer si spegne magica-
mente. Forte di un pubblico creato attra-
verso la rete, il pescatore Torchia infila i
piedi nell’acqua per toccare con mano i
pesci finiti nella sua tonnara dolce. Non
c’è sangue però, ma l’amore della gente
che esce di casa e si infila nei piccoli loca-
li
di tutta Italia per ascoltare dal vivo
della musica: Piazze d’Italia consente a
tutti di scoprire che quella che a molti
sembra la degenerazione di un artista in
barbonaggio è in realtà il ritorno fulgi-
do all’essenza reale di questo mestiere.
In fondo scriviamo canzoni e le can-
tiamo in giro. Nulla di più. «Ho compre-
so che quando non si muovono le cose intor-
no a te, devi muoverle tu», commenta il
musico nel frontespizio del libro. Così il
Maometto Carmine ha girato nelle sue
scarpe su e giù per la penisola (o mon-
tagna, se vogliamo rimanere nella meta-
fora) e nel frattempo ha scritto, ha dise-
gnato, ha studiato, ha vissuto.
Ora è tornato a casa e forse il compu-
ter lo riaccenderà, ma con la dimostra-
zione pratica - messa su carta stampata
- che il pubblico che si crea attraverso il
web, se coltivato con i concerti, è un
pubblico reale. Più reale di chi preferi-
sce schierarsi con la squadra blu o con
Trema la foglia e tu e L’astrologo. Ma non
basta. Il cacciatore imbraccia un fucile a 6
corde e si getta nella savana. Non a bordo
quella rossa pur di non uscire dalle
quattro mura della propria sicurissima
prigione
scusate, volevo dire casa.
TTRRAAIINN Music In Novembre-Dicembre 2009 IIIINNNNGGGG COORDINAMENTO NAZIONALE PER L’ALTA FORMAZIONE MUSICALE Sta
TTRRAAIINN
Music In Novembre-Dicembre 2009
IIIINNNNGGGG
COORDINAMENTO NAZIONALE PER L’ALTA FORMAZIONE MUSICALE Sta per
nascere la TAV della didattica della musica jazz, una linea ad alta velocità con tappe: Civici Corsi
di Jazz di Milano - Fondazione Siena Jazz - Saint Louis College of Music di Roma e Brindisi.
MICHEL AUDISSO Docet
Parigi, Verona, Roma, Brindisi,
a passo di danza e sax
a cura di ROBERTA MASTRUZZI

LATAVDELJAZZ

DI PAOLO ROMANO
DI PAOLO ROMANO

In Europa si sta definendo l’impianto didattico dell’Alta formazione musicale e, con esso, quello inerente il Jazz. Un sistema di curricula didattici leggibili e comparabili, processi di verifica e percorsi formativi trasparenti e svolti nella piena condivisione dei risultati di appren- dimento attesi, tra l’altro, sono necessari per creare standard riconoscibili e misurabili. A ciò sono particolarmente attente tre istituzioni private: il Saint Louis College of Music di Roma, i Civici Corsi di Jazz di Milano e la Fondazione Siena Jazz, che oggi creano il Coordinamento nazionale delle Scuole dell’Alta formazione jazzistica. E chi c’è, c’è. A Faenza, Palazzo delle Esposizioni, venerdì 27 novembre 2009, la Jazz Convention «L’Alta Formazione Jazzistica nelle Istituzioni pubbliche e private in Italia: obiettivi comuni e collaborazioni».

AA lle 10.10 di una tiepida mattina romana d’ot- tobre un’agenzia di stampa che recita nel titolo «Il meeting degli indipendenti apre al

mento stesso e la creazione di uno schema for- mativo utile ad individuare il riconoscimento di titoli congiunti fra gli associati.

Jazz» scuote il vostro annoiato redattore, che

Detto fuor di tecnicismi, con poca diplomazia

ancora impigrito la legge, quella e le altre che di

e

un tocco di politica: si verrà a formare una

a pochi minuti inizieranno a tamburellare sul

importante lobby (uh, che scandalo, le lobbies

monitor. Niente male: la notizia, per una volta,

che nel mondo anglosassone sono addirittura

c’è

ed è di quelle di cui è bene parlare, di quel-

agevolate e favorite dalla legge) che porrà le

le

di cui c’è, in qualche misura, bisogno.

fondamenta per un riconoscimento, anche nor-

Approfondisco un po’ ed eccoci a raccontarlo ai nostri lettori. Di che si tratta? Sta per nascere, per così dire, la TAV della didattica della musica jazz, una linea ad alta velocità che parte dai Civici Corsi di Jazz di Milano, passa per la Fondazione Siena Jazz e arriva a Roma al Saint Louis College of

mativo, degli istituti d’eccellenza nella forma- zione musicale jazzistica.

E il panorama che si va delineando, senza il

bisogno di essere delle grandi «cassandre» di

predittività, è quello di una progressiva erosio-

ne dell’autorità formativa dei Conservatori che,

a forza di non voler volgere lo sguardo alla real-

Music. E mentre parte l’alta velocità di alcuni

dei fatti, resteranno chiusi nella loro caverna

dei

più prestigiosi istituti di formazione jazzisti-

baronale, mentre opportunamente i risultati

avviamento professionale ai giovani e talentuo-

ca

nazionale già dotatisi delle adeguate «infra-

conseguiti e tangibili delle istituzioni del

strutture», i pachidermici benemeriti Conservatori (ingessati in una soffocante buro-

Coordinamento offriranno un solido percorso di

crazia autoreferenziale e in programmi che per

si

musicisti (che si suderanno un diploma degno

vetustà annoierebbero Orlando di Lasso) conti- nuano felici a viaggiare sullo scarto ridotto, accumulando ritardi davvero imperdonabili e chiusure a stento giustificabili. Un po’ di storia: dieci anni fa a Bologna si incontrarono ben 29 ministri e dirigenti del-

per davvero degli standard anglosassoni ed internazionali). Ed ecco perché l’alta velocità è già partita e non nasce come un fenomeno «contro», ma nel segno opposto della progettualità. Effetto: chi fino ad oggi il dialogo l’ha rifiutato rischia di

l’istruzione da tutta Europa; definirono un per- corso attraverso il quale armonizzare i sistemi

di istruzione superiore, spesso disomogenei tra

loro, e arrivare alla creazione di uno standard qualitativamente misurabile attraverso il quale agevolare lo scambio culturale, la formazione e

i percorsi di accesso alle professioni. La musi-

cale compresa. Provate a indovinare qual’era la nazione con il maggior deficit da recuperare per varietà dell’offerta formativa, programmi e cicli

di studio in tutta Europa? No, non era la

Grecia

Insomma, queste linee guide, filtrate poi nel gergo comune come Dichiarazione di Bologna

poveri noi.

trovarsi inesorabilmente al palo a stretto giro di posta. Basta scorrere i princìpi costituenti del Coordinamento nazionale per accorgersi quanto

il progetto sia strutturato: anche solo da un

punto di vista logistico gli istituti che vorranno entrare a far parte di questo nuovo «sistema didattico formativo» dovranno (oltre ad avere tutte le certificazioni di agibilità lato sensu pre- scritte dalla legge) impiegare un corpo docente qualificato, avere la disponibilità di strutture

qualificate predisposte specificamente per la musica jazz e fornire, di conseguenza, tutta la strumentazione idonea per il corretto svolgi- mento dei corsi jazz e soprattutto dovranno uni-

e

ancora parzialmente ignorate dai tanti gover-

formarsi agli stardard qualitativi di verifica delle

ni

investire denari pubblici per progetti solidi di

che si sono succeduti (è sempre bene non

competenze e abilità d’ingresso e di uscita dei propri allievi.

formazione superiore, o no?), hanno costituito

Il

Saint Louis College of Music, la Fondazione

il preambolo perché i tre suddetti istituti italia-

ni promuovessero tra loro un «Coordinamento

nazionale delle Scuole dell’Alta formazione jazzistica».

Il Coordinamento ha individuato da subito

dei princìpi e delle linee guida chiare ed inequi-

voche per consentire, previa presentazione dei requisiti richiesti, l’adesione di altri istituti

dello stesso genere. Come dire, un protocollo

ISO con obiettivo la realizzazione di program-

mi didattici condivisi e comparabili per conse-

guire l’eccellenza degli studenti, l’interscambio professionale dei giovani musicisti diplomati presso le istituzioni facenti parte del coordina-

Siena Jazz ed i Civici Corsi di Milano raccolgo-

no una sfida importantissima, alla quale si sono

andati preparando nel corso degli anni da un lato maturando un’esperienza preziosa nel settore della didattica jazz, dall’altro soffrendo tutti gli

effetti distorsivi legati alla difficoltà tutta italiana

di fare impresa, vuoi per la nefasta congiuntura

economica di medio-lungo periodo vuoi per la giungla normativa ed impositiva vigente. La buona, edificante notizia, allora, è la seguente: in questo Paese c’è ancora qualcuno

che crede che investire nella formazione e nella cultura può essere una gran buona idea.

E non lo dice solo, lo fa.

MICHELAUDISSO SECONDA PELLE

a cura di Rossella Gaudenzi

fa. MICHELAUDISSO SECONDA PELLE a cura di Rossella Gaudenzi i i l l privilegio di inaugurare

iill privilegio di inaugurare la Stagione di

Arena di Verona spetta quest’anno a

Michel Audisso, autore delle musiche della nuova produzione Seconda Pelle del coreografo canadese di origine haitiana Hans Camille Vancol, in scena il 7, 8, 13, 14 e 15 novembre al Teatro Filarmonico. Polistrumentista e compo- sitore francese residente in Italia da quasi 30 anni, vanta un’esperienza musicale diversificata:

jazz, musica leggera, spettacoli teatrali e danza contemporanea. Fa da tempo parte del corpo docente del Saint Louis di Roma come coordina- tore della sezione fiati, docente di sax e direttore della promettente, neonata, Marching Band. «Non conoscevo personalmente Hans Camille Vancol; mi ha contattato dopo aver apprezzato il disco del 2004 Petits Voyages del gruppo che dirigo, Escaping Strings, in cui un quintetto jazz e un quintetto d’archi si affiancano in un connu- bio di jazz, musica classica e sonorità elettroni- che. Nel dicembre 2008 mi ha proposto di com- porre le musiche per un balletto da rappresenta- re nel giugno 2009. Baudelaire e Les Fleurs du Mal, erano l’idea originaria, ho inizialmente ricevuto delle poesie della raccolta; poi mi sono concentrato sulla suddivisione del balletto in tre atti: mattino, pomeriggio e sera». Michel inizia a lavorare; poi incontra a Verona il coreografo per definire due temi fondamenta-

Balletto 2009-2010 della Fondazione

li ricorrenti nell’opera, di vaga ispirazione

all’Amélie di Yann Tiersen. I musicisti scelti sono quelli degli Escaping Strings, il sound degli archi è adatto al genere balletto. La confer- ma dell’Arena di Verona arriva in estate. L’impronta al balletto viene data dalle musiche composte da Michel Audisso. Ha avuto quasi carta bianca, poche linee guida: qualche indica- zione sulla durata e sulla ritmica. Ma l’espe- rienza del compositore legata alla danza ha radici remote. «Lavoro a contatto con la danza dal 1978, quando a Parigi muovevo i primi passi in duo con un amico ballerino -sax e danza-. Un paio di anni dopo ho collaborato con la bravissima Karine Saporta, divenuta celebre nella danza contemporanea. L’arrivo in Italia è legato soprattutto al jazz, ma al 1983 risale l’impor- tante collaborazione con Virgilio Sieni. Nel 1995 torno a far parte delle orchestre, per 10 anni accanto alla compagnia di Aurelio Gatti (La Fabula di Orfeo, Tango Eros, L’Orfeo dei Pazzi). Oggi compongo per l’Arena di Verona:

una prova inattesa intensa e gratificante». Seguirà a breve la produzione del disco delle musiche del balletto Seconda Pelle, registrate presso il Saint Louis Recording Studio per l’eti- chetta Saint Louis Collection. Un nuovo genere per l’etichetta, quello della musica per balletto, che va ad ampliare un catalogo già in crescita.

JAZZ

CONTEST

I TALENTI VANNO PREMIATI

già in crescita. JAZZ CONTEST I TALENTI VANNO PREMIATI I talenti vanno premiati. E quale miglior

I talenti vanno premiati. E quale miglior rico-

non sia quello di suonare su un palco?

Questa è la filosofia che fin dalla sua prima edi- zione nel 2008 ha ispirato il Jazz Contest, con- corso per giovani jazzisti organizzato dal Saint Louis College of Music. È per questo che i vin- citori hanno avuto sempre più di un’occasione per farsi notare. La prossima? L’European Jazz Expo di Cagliari, che quest’anno premia la car- riera di un ospite d’onore, Enrico Rava, e ascol- ta esibirsi (il 22 novembre) Laura Lala e il suo quartetto, vincitrice del Jazz Contest 2008, e gli Ipocontrio, freschi di «incoronazione» al Festival estivo di Atina Jazz. Il meccanismo del concorso musicale è sem- plice: l’iscrizione è gratuita e aperta a tutti quegli artisti portatori di un progetto musicale originale in stile jazzistico. Le selezioni avvengono duran- te serate nei locali romani - nell’ultima edizione sono stati ospitati dal Bebop Jazz Club di Roma, ma per la prossima edizione si prevede una fase eliminatoria in quattro città (Roma, Milano,

noscimento può ricevere un musicista che

Siena, Brindisi), per dare più spazio ai gruppi provenienti da tutta Italia - e arrivano alla fase finale i gruppi selezionati da una giuria tecnica formata da musicisti come Enzo Pietropaoli, Maurizio Giammarco, Paolo Damiani, Bruno

Biriaco e giornalisti specializzati, come la stori-

ca penna di Adriano Mazzoletti. Al concerto

finale che si svolge nell’ambito dell’Atina Jazz Festival accede anche il gruppo più votato dalla giuria popolare, ovvero il pubblico presente alle

varie serate nei locali. Il premio per il vincitore consiste nella possibilità di pubblicare un cd per l’etichetta Saint Louis Jazz Collection e in un contratto di management per un anno con l’op- portunità di partecipare ad alcune tra le più importanti manifestazioni jazzistiche. Il Laura Lala Quartet è in studio per ultimare

le registrazioni di Pure Songs, dodici composi-

zioni originali incise con la partecipazione stra- ordinaria al piano di Salvatore Bonafede. Gli Ipocontrio, trio salernitano formato da Bruno Salicone al piano, Franceseo Galatro al contrab- basso e Armando Luongo alla batteria, sarà invece impegnato in una serie di concerti che culmineranno nella partecipazione al concerto finale presso il Teatro comunale di Cassino nel- l’ambito dell’Atina Jazz Festival 2010. Il Jazz Contest non si ferma qui: per la prossi-

ma edizione prevede di allargare letteralmente le sue frontiere, coinvolgendo nel concorso artisti e festival europei, per dare alla competizione un respiro assolutamente internazionale, come si addice a chi è talentuoso. (Roberta Mastruzzi)

dare alla competizione un respiro assolutamente internazionale, come si addice a chi è talentuoso. (Roberta Mastruzzi)
dare alla competizione un respiro assolutamente internazionale, come si addice a chi è talentuoso. (Roberta Mastruzzi)
dare alla competizione un respiro assolutamente internazionale, come si addice a chi è talentuoso. (Roberta Mastruzzi)
ssssppppeeeecccciiiiaaaalllleeee 11996688 Music In Novembre-Dicembre 2009 a cura di ROMINA CIUFFA MANGIAR LA FOGLIA
ssssppppeeeecccciiiiaaaalllleeee
11996688
Music In Novembre-Dicembre 2009
a cura di ROMINA CIUFFA
MANGIAR LA FOGLIA In questo contesto nacque il movimento «hippy», parola
gergale che stava a significare «uno che ha mangiato la foglia», in seguito ribattezzato
«figlio dei fiori». Si distinse per costumi liberali e ampio uso di droghe, soprattutto LSD.
JOHNNY È il Sessantotto, taciturno in
un lucido silenzio riflessivo, perché cono-
sce il futuro e non glielo fanno dire

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA

di ADRIANO MAZZOLETTI

HAMANGIATO68FOGLIE

Il «nostro ‘68» arriverà tardi. Solo negli anni Settanta quando, sotto la spinta politica dell’estrema sinistra, inizieranno le contestazioni ai grandi del jazz classico. Count Basie, Duke Ellington, Stan Getz, furono accusati di «fascismo» e d’esser «servi della Cia» da alcuni fra i più accaniti contestatori che frequentavano Umbria Jazz. La quale fu sospesa per tre anni.

D iffusa in buona parte del mondo, dall’Occidente all’Est comunista, la contestazione generale ebbe come nemico comune il principio dell’autorità. Nelle scuole gli studenti contestavano i professo- ri, la cultura ufficiale e il sistema scolastico clas-

sista. Nelle fabbriche gli operai rifiutavano l’organizzazione del lavo-

ro e i principi dello sviluppo, che mettevano in primo piano il profitto

(

)

a

scapito dell’elemento umano. In famiglia veniva contestata l’autori-

dei genitori. Facevano esordio nuovi movimenti che mettevano in

discussione le discriminazioni di sesso e di razza. Gli obiettivi comuni dei diversi movimenti erano il principio di uguaglianza, il rinnovamen-

to della politica in nome della partecipazione di tutti alle decisioni,

l’eliminazione di ogni forma di oppressione sociale e di discriminazio-

ne e l’estirpazione della guerra.

Negli Stati Uniti già negli anni 50 era venuto maturando un movi- mento nero per l’eguaglianza, promosso dalle comunità di colore. Uno dei momenti più significativi fu il boicottaggio nel 1955 degli autobus di Montgomery (Alabama) per protesta contro la segrega- zione razziale. Anche gli studenti bianchi del Nord affiancarono le

proprie proteste alla popolazione di colore. Le battaglie per il rico- noscimento dei diritti civili ai neri si dividevano in due filoni: il primo, pacifista, auspicava la progressiva integrazione delle masse

di colore nella società bianca; era guidato da Martin Luther King,

apostolo della «non violenza», che si era dedicato alla lotta contro la discriminazione razziale. Il suo celebre discorso, «I have a dream»,

in cui auspicava l’uguaglianza tra i popoli, scatenò un’ondata di pro-

teste e di violenze, culminate nel suo assassinio nel 1968. Il secondo, più intransigente, fu quello delle Black Panther, che chiedevano la formazione di un potere contrapposto a quello dei bian- chi, libertà e occupazione, case e istruzione per tutti, la fine delle oppressioni verso le minoranze etniche. Il movimento era guidato da Angela Davis, Elridge Cleaver e Malcolm X, che preferì cancellare il suo cognome americano «Little» sostituendolo con una «X». Era pro- penso ad un’alleanza tra tutti i popoli neri e lottava per la superiorità razziale del proprio. Dopo un viaggio in Egitto ed Arabia Saudita rin- negò le sue teorie e disse che «esistevano dei bianchi sinceri» e che era «amico di buddisti, cristiani, indù, agnostici, atei, bianchi, neri,

gialli, marroni, capitalisti, comunisti, socialisti, estremisti e modera- ti». Morì nel 1965 assassinato da tre membri della Nation of Islam. Negli Stati Uniti le lotte si polarizzarono contro la guerra del Vietnam, assumendo la forma di un conflitto antimperialista. Essa, iniziata nella prima parte degli anni 60, cambiò il modo di guardare l’America. In questo contesto nacque il movimento «hippy», parola gergale che stava a significare «uno che ha mangiato la foglia», in seguito ribattezzato «figlio dei fiori». Si distinse per costumi liberali

e ampio uso di droghe, soprattutto LSD, un allucinogeno di cui si

teorizzavano le doti di espansione della mente. Gli elementi di novità erano molteplici. Innanzitutto era ritenuto

importante il riferimento alle lotte dei popoli del terzo mondo e alla rivoluzione cubana. Una situazione diversa si stava verificando, invece, nei Paesi del Patto di Varsavia. Le manifestazioni chiedeva-

no maggiore libertà; la più alta fra di esse fu la rivolta studentesca in Cecoslovacchia, che condusse alla Primavera di Praga. La presenza

di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica del

Sessantotto italiano, il più ampio con quello francese tra tutti quelli dell’Europa occidentale. In Italia la contestazione era il risultato di un malessere sociale, accumulato negli anni Sessanta e dovuto al fatto che il boom economico non era stato accompagnato da un ade- guato aumento del livello sociale ed economico della classe operaia.

La

contestazione negli anni Settanta degenerò in seguito negli «anni

di

piombo» che culminarono con il rapimento e l’assassinio di Aldo

Moro da parte delle Brigate Rosse. Il jazz in quanto tale inizialmente non venne influenzato da quel movimento. La sua «rivoluzione» l’aveva già vissuta anni prima con Miles Davis e John Coltrane, Ornette Coleman e Don Cherry i cui importanti lavori: Kind of Blue, Something Else e Tomorrow is a Question furono pubblicati, suscitando perplessità, ma anche grande interesse, nel 1958 e ‘59. Negli Stati Uniti nel 1968 gli avvenimenti

più significativi furono invece la creazione della World Greatest Jazz Band, un’orchestra che annoverava al suo interno alcuni fra i miglio-

ri esponenti del jazz classico di Chicago e New York, la nascita del

quartetto della tromba Chuck Mangione, l’unione fra Gerry Mulligan

e Dave Brubeck, la nuova Reunion Band di Dizzy Gillespie, ma

soprattutto la cosiddetta «svolta elettrica» di Miles Davis, mentre Don Cherry, abbandonato Ornette Coleman, iniziava a collaborare con il pianista sud-africano Dollar Brand, che in seguito assumerà il nome musulmano di Abdullah Ibrahim. Se negli Stati Uniti il jazz alla fine degli anni Cinquanta sembrava non aver ancor assunto connotazioni politiche, alcuni musicisti ave- vano però preso coscienza dell’annoso problema dei diritti civili e contribuirono alla lotta dei neri per la conquista della parità. I più sensibili furono Max Roach, Sonny Rollins e Charles Mingus che crearono composizioni dedicate al movimento. Fra le molte Original Fables of Faubus che Mingus indirizzò al governatore razzista dell’Arkansas, oppure Freedom Suite incisa da Sonny Rollins nel 1958. Fu però il mondo della canzone a prendere posizione con i maggiori interpreti del pacifismo e della solidarietà tra i popoli, Joan Baez e Bob Dylan.

In Italia dal punto di vista musicale, le prime tracce della ribellio- ne appaiono nel 1966, quando Franco Migliacci e Mauro Lusini scrissero C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, cantata da Gianni Morandi, anche se per quanto riguarda il cantante bolognese la sua avventura «politica» terminò presto perché scoraggiata soprattutto dalla Rai, la cui censura finì con l’abbattersi

dalla Rai, la cui censura finì con l’abbattersi inesorabilmente sul testo. Ma la canzone di Migliacci

inesorabilmente sul testo. Ma la canzone di Migliacci fu ripresa da

Joan Baez che ne fece un vero e proprio inno alla pace. Altre canzo-

ni cosiddette «di protesta» vennero composte e cantate da Lucio

Battisti, Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini e i Nomadi.

Contrariamente alla canzone, il jazz italiano negli anni precedenti al ‘68 non aveva ancora assunto quelle caratteristiche, non solo musi- cali, che lo avrebbero contraddistinto in ambito europeo.

Il boom economico, con la ritrovata tranquillità che toccò l’apice

all’inizio degli anni Sessanta, coinvolse anche il mondo del jazz che

ottenne vasta popolarità in quanto tale. Il rock’n’roll apparso in Italia intorno al 1958, quando la RCA iniziò a pubblicare i primi dischi di Elvis Presley, non influì negativamente sui gusti del pubblico e non creò soverchi problemi di lavoro ai musicisti. Affondava le radici nel rhythm’n’blues che molti musicisti italiani conoscevano per averlo ascoltato e praticato già nel dopoguerra. Little Richard o Fats Domino, che si trovavano al centro del movimento, erano epigoni diretti della tradizione del blues nero, dove non mancavano né swing né improvvisazione. Musicisti jazz come i sax Gabriele Varano e Paolo Tomelleri, il pianista Nando De Luca non ebbero soverchie difficoltà ad inserirsi nei gruppi r’n’r di Peppino Di Capri e Adriano Celentano. Per contro, quei primi anni Sessanta furono per il jazz italiano un momento di grande vivacità e affermazione. Tutti «si buttarono alla scoperta del jazz». Il jazz passò dalle sale da ballo a quelle da con- certo ed anche nei night club i musicisti di jazz erano scritturati come «attrazione». Quando però, verso il 1965, l’Italia fu invasa dalla musica inglese, dove la tradizione nero-americana e l’improvvisazio-

ne erano assenti e lo strumentario era fatto in gran parte di chitarre e bassi elettrici, i musicisti jazz ebbero meno lavoro. Molti furono

costretti a riciclarsi. Altri si rifugiarono all’estero in attesa di tempi migliori. Altri entrarono in complessi che accompagnavano cantanti

di gusto e stile più vicini alla loro sensibilità: Bruno Martino, Gino

Paoli, Bruno Lauzi, Mina, Ornella Vanoni o Fred Bongusto. Alcuni vennero assunti nelle tre orchestre di musica leggera della RAI. Altri

ancora, soprattutto a Roma, lavorarono negli studi per la sincronizza- zione delle colonne sonore cinematografiche.

I gusti del pubblico indirizzati verso la musica dei Beatles e dei

loro innumerevoli imitatori, la conseguente scomparsa dei night, sostituiti da discoteche con musica riprodotta, la massiccia program- mazione di musica cosiddetta «beat» alla radio pubblica, causarono una lenta ma inarrestabile erosione del favore che il jazz aveva otte- nuto presso vasti strati di pubblico. Bisognerà attendere i secondi

anni Settanta, con i grandi festival, per vedere nelle nuove generazio-

ni un rinnovato interesse per il jazz. Il «nostro ‘68» arriverà tardi.

Solo negli anni Settanta quando, sotto la spinta politica dell’estrema sinistra, inizieranno le contestazioni ai grandi del jazz classico. Count Basie, Duke Ellington, Stan Getz, furono accusati di «fasci- smo» e d’essere «servi della Cia» da alcuni fra i più accaniti conte- statori che frequentavano Umbria Jazz, che fu costretta a sospendere

la manifestazione per tre anni. Ma questa è un’altra storia.

C’è da registrare che nel 1968 alcuni musicisti romani iniziarono, con un ritardo di almeno dieci anni, ad interessarsi al «free jazz». L’atteggiamento di forte reazione di questi musicisti causò inizial- mente numerosi problemi alla diffusione del jazz presso molti strati

del pubblico. Per quanto riguarda il jazz, il 1968 non fu certo un anno

di grandi cambiamenti come lo furono il 1917, quando i dischi della

Original Dixieland Jazz Band invasero il mondo, il 1935 quando esplose «l’era dello swing», il 1945 quando si assistette alla nascita

del «bop» o quando nel 1958 e 1959 «il modale» e il «free jazz» modificarono il linguaggio del jazz.

di ATTILIO FONTANA e ROMINA CIUFFA JOHNNY SULLALUNA COS’È «’68 ITALIAN ROCK MUSICAL»? Innanzitutto un’epoca.
di ATTILIO FONTANA e ROMINA CIUFFA
JOHNNY
SULLALUNA
COS’È «’68 ITALIAN ROCK MUSICAL»?
Innanzitutto un’epoca. I Beatles, Bob
Dylan, Mina, Guccini ed altri poeti. Le nostre
madri e i padri fumatori, le zampe d’elefante
e
il rosso politica. Ma anche un musical per
noi, nuovi pezzi, nuovi artisti, vecchie cose da
gridare: vogliamo esser liberi, vogliamo lavo-
rare, vogliamo contestare etc. Lo facciamo
seguendo Johnny, che è il ‘68: un ragazzo al
confine della gravità, con sogni grandi in un
mondo stretto. Voler andare sulla luna prima
ancora di cambiar le cose, far gridare la chitar-
ra
oltre il rumore assordante della vita terre-
stre, dei quiz, della politica e della famiglia
ossessiva, della borghesia e del proletariato, di
professori, dittatori, laureati e notai. Il sogno di
cambiare bastando solo dita su fili di metallo e
un alfabeto sonoro, quello di una musica
nuova. A noi è piaciuto insegnarla, riscriverla,
noi piace cantarla e ballarla.
Così abbiamo preso Johnny e lo abbiamo
messo in mezzo a un palco, sempre in silenzio,
con una chitarra in mano e i dubbi affissi negli
occhi. Un trascinatore silenzioso, attento alle
masse ma anche disinteressato, un fatalista se
vogliamo, che non reagisce ma che è causa di
reazioni. Johnny non è solo il 1968, ma anche il
2010, il significante di un contenitore che tra-
sporta merce usata, il «visto uno visti tutti»
emblema del cambiamento necessario e di una
rivoluzione stridente che avviene senza corag-
gio, in cuor proprio, nella rabbia e nello sdegno
presenti quando i tempi devono di nuovo cam-
biare e non sono solo maturi, ma scaduti.
Oggi che si rimasterizzano i Beatles, proposti
come unica grande zattera della nostalgia sulla
a
quale salvarsi dal grande naufragio - mentre la
politica sbiadisce, la tv è lo zoo dei padroni, chi
la guarda pecore impazzite e noi tifosi da
acquario - un gruppo di autori, talent scouts,
musicisti, allievi, insegnanti, ballerini, che si
muovono all’interno del Saint Louis College of
Music, ha ripescato il 1968 facendolo specchia-
in una scatola a forma di tv, l’embrione di ciò
che siamo diventati: innocenti sognatori di
scene violente, con pretese semplici che le
menti della comunicazione strumentalizzano e
trasformano in irrinunciabili necessità. Uno
spaesato Johnny - in un lucido silenzio musica-
re
le
- fa da perno a un’umanità confusa mentre
l’atteso mondo «migliore» woodstockiano si
riversa su un mero «bisogno di nostalgia» e sul
senso di frustrazione che aleggia, soprattutto
tra i giovani, sopra la consapevolezza che un
«meglio» c’è già stato e che non ci sia più spa-
zio per l’arte e le forme innocenti di crescita.
È perché abbiamo ancora argomenti che
abbiamo fatto un musical «contromano».
Prodotto e creato da un team di professionisti
dello spettacolo e da una coraggiosa produzio-
ne, con un cast di 22 giovanissimi talenti «non»
provenienti da talent show, Sessantotto vuole
divertire, innanzitutto, ma senza cancellare la
facoltà di pensare, rivedere e rivivere un
momento delicato della storia dei nostri cro-
mosomi senza associarla a qualcosa di pesante
o
distante. Dopo il successo dell’anteprima,
debutta ufficialmente a Roma, per poi toccare
Milano e partire in tour nazionale.
Così noi siamo un po’ Malcolm X (siamo
ordigni non scoppiati) ma in un animo di arti-
sti (non scoppiamo, cantiamo).
Così noi siamo un po’ Malcolm X (siamo ordigni non scoppiati) ma in un animo di
ssssppppeeeecccciiiiaaaalllleeee 11996688 Music In Novembre-Dicembre 2009 ‘68 ITALIAN ROCK MUSICAL Torna al Teatro
ssssppppeeeecccciiiiaaaalllleeee
11996688
Music In Novembre-Dicembre 2009
‘68 ITALIAN ROCK MUSICAL Torna al Teatro
Greco, dal 9 al 20 dicembre. Il servizio di MUSIC IN
VIDEO su www.youtube.com/musicinchannel
FRATELLI FONTANA Labicarte è
una piazza monumentale, loro ne sono
la fontana al centro che zampilla talenti
‘68 Recensione Loro sono
stelle e questo cd un salame
Negroni: vuol dire qualità.
CAROSELLO Siamo tutti una
lunga, spezzata Linea di Cavandoli.

IL MUSICAL

V i d e o i n t e r v i s t a
V i d e o i n t e r v i s t a

www.youtube.com/musicinchannel

V i d e o i n t e r v i s t a www.youtube.com/musicinchannel

D al 9 al 20 dicembre al Teatro Greco di Roma replica il 1968. Tornano gli hippies, l’hashish, i megafoni, la rabbia, il gioco

della sedia, ma soprattutto una musica di qualità.

Il Saint Louis College of Music fa l’en plein di

talenti: Fabrizio Giorgi (Ernesto), Marco Meccoli (Johnny), Nicole Di Gioacchino (Lauretta), Elena Allegri (Patty), Francesco Mantuano (Silvio),

Giovanbattista Mazza (armonica) e tutti gli artisti che hanno frequentato il corso Andiamo in Scena

di Maria Grazia eAttilio Fontana, Franco Ventura,

Michela Andreozzi, Orazio Caiti e Giulio Costa. Allievi e autori hanno compiuto un miracolo:

rappresentare l’unico musical italiano in cui

tutti sanno cantare, ballare, recitare, interpreta- re. Ossia dare. Vivere un ‘68 nel 2009. Ricreare

il bianco e nero. Fare un twist. Mangiare una

Dufour, la caramella che ci piace tanto. Va detto, manca qualcosa rispetto agli altri musical. Innanzitutto, la spocchia. Gli artisti di Sessantotto sono ragazzi normali - non piacerà al mercato nepotistico ed eccentrico delle grandi produzioni - e, ancor più grave, studiano. Canto,

ballo, recitazione, storia del musical, regia, back- side, coreografia, repertorio, vocal ensemble. Tale dettaglio li colloca totalmente controcorren-

te ed è destinato a causar loro disagi nello scon-

trarsi con la preparazione dei colleghi italiani. Manca il diavolo: non piacerà all’industria che gli stessi non s’interessino ai reality e non vendano l’anima alle majors per scrivere, pre- parare, ultimare, mandare in scena uno dei migliori spettacoli musicali degli ultimi anni.

di ROMINA CIUFFA
di ROMINA CIUFFA

Manca la strumentalizzazione: Sessantotto non pretende di raccontare ciò che accadde allora per regalarlo alla politica, ma attraversa con obiettivi- tà, in un flusso continuo e corale, tutti gli ambiti che risentirono del cambiamento - famiglia, uni- versità, boom economico, fabbrica, scontri con la polizia, musica, minigonna e Rischiatutto - senza macchiarsi di significati da asservire ad altri scopi. Manca la dipendenza, il fine di lucro. A questo musical, siamo sinceri, manca il Musical stesso. È la sua salvezza: in un parallelo troverebbe perfetta collocazione nel circuito off- Broadway e consentirebbe all’industria italiana di esser rivalutata per qualità e meriti dell’investi- mento privato. Per questi motivi Sessantotto ha, come il negativo di una foto d’epoca, tutti i requi- siti per entrare in una nuova storia, quella in cui i giovani riprendono, oggi come allora, possesso di se stessi e delle proprie, frustrate ambizioni.

possesso di se stessi e delle proprie, frustrate ambizioni. AA.VV. - ‘68 I TALIAN R OCK

AA.VV. - ‘68 ITALIAN ROCK MUSICAL

L’amore è libero e siamo liberissimi di amare ‘68 Italian Rock Musical

come fosse Mamma mia!. Ci piace- rebbe esser giustificati a cantarne i motivi -

intonare Sfatti, Carosello, Se mi vuoi mi sposi,

Democrato praticità - come quando, dal nulla, si sente fischiettare Take a chance on me degli Abba o si vive il «dramma-mia», quella reitera- ta tentazione, durante una lunga giornata, di gracchiare «mamma mia» senza pudore. Simile sindrome colpirà chi darà fiducia a questo gioiellino di produzione indipendente (Saint Louis College of Music, D’AltroCanto Produzioni). Se i nostri tic non ci bastano, potremo affidarci ai loro. Che, direttamente dal ‘68, ci consegnano - pronti da canticchia- re nel secondo millennio - brani di elevata qua-

FEED back

lità e testi che si addicono ai grandi parolieri. Un lavoro che si apprezza ancor di più dinanzi

a un dettaglio: quando nel 2008 iniziò il corso

«Andiamo in Scena» da cui il cd è tratto, per scelta non si conosceva il leitmotiv del

Musical e lo si affidava alla personalità dell’in- tero corpo allievi che avrebbe superato le audizioni e reso questo uno spettacolo cucito

a pennello dal sarto: i fratelli Fontana.

Per la nostra doccia il rock del titolo, corali- tà, blues e pop, un duo (Emanuela Monni alla batteria e Alessandro De Panfilis al basso) che suona dal vivo anche sulle scene, ampie citazio- ni tematiche e twist intorno alle sedie fino al Ritorno dalla luna di Johnny (Marco Meccoli), unico momento in cui il ‘68 da lui rappresenta- to apre bocca (non sarà un caso che il Carosello fu interrotto solo per trasmettere la missione lunare dell’Apollo 14). Oltre alla luna lavatrici, mariti, Beghelli, quiz televisivi, sesso e bigotte. Dalla luna anche le voci, che son di stelle: limpide, preparate, emotive. Talenti che sono come il salame Negroni: le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità. E le stelle di questo musical sem- brano uscir proprio da questo

stelle di questo musical sem- brano uscir proprio da questo c a r o s e

carosello.

(Romina Ciuffa)

FONTANA Se le fontane richiamano arte, allora questa famiglia è come un monumento, a Roma:
FONTANA
Se le fontane richiamano arte,
allora questa famiglia è come
un monumento, a Roma:
un fontanone che zampilla talenti
F ontana e arte, un
connubio reso
ufficiale dai fratelli
Maria Grazia eAttilio
Fontana al punto da
creare Labicarte, un
luogo dove esercitare
libera creatività senza
l’ossessione di cerca-
ra, alla ricerca di
talenti, all’accompa-
gnamento artistico
dei grandi nomi
della musica italiana.
Lui, il fratello mino-
re, bravo paroliere
anche nel suo ultimo
cd
«A», era uno dei
re
situazioni definitive. «Quant’abbondanza c’è».
Ragazzi Italiani che nel 1997 cantavano a
Lei, pianista diplomata al Conservatorio di Santa
Cecilia, a soli 13 anni aveva già prestato la voce
per la colonna sonora di Profondo Rosso, capola-
voro horror di Dario Argento; una vita dedicata
all’insegnamento, alla tv, al musical, alla scrittu-
Sanremo Vero amore; Lucio Dalla lo sceglie per
la
sua Tosca ed Elisa per il musical Hair; scrive
l’opera Actor Dei insieme alla sorella. Entrambi
collaborano con il Saint Louis College of Music
e sono autori di ‘68 Italian Rock Musical. (RC)

E DOPO IL CAROSELLO TUTTI A NANNA

di Romina Ciuffa

IL
IL

Carosello sostituiva le benzodia- zepine, lo zapping furioso, il bran- co, l’aperitivo alla milanese, i rea- lity, la politica. Il Carosello non sostituiva il bacio della buona-

notte, una cena in famiglia, la let- tura di un libro, il cinematografo, il muretto sotto casa. Per 20 anni fu trasmesso tutti i

giorni, dalle 20.50 alle 21, interrotto solo della morte del Papa e dei Kennedy, dalla strage di Piazza Fontana e dallo sbarco sulla Luna. Più che pubblicità, un teatrino con palchetto

e sipario. Qualità in bianco e nero, un braccio di ferro tra il consumismo scalpitante e la povertà di una guerra da cui facevano capolino

i prodotti pubblicizzati da Carmencita e

Caballero (Carmencita, sei già mia, chiudi il gas e vieni via), Calimero (Uh Ava, come lava!), la

Linea di Osvaldo Cavandoli. Carosello faceva rima con manganello e si era tutti, come Agostino Lagostina, una linea virtualmente infi- nita di cui si formava parte integrante ma che, perso il proprio disegnatore, si bloccava su se stessa, proprio in pizzo.

Guarda quant’è bello, guarda il Carosello mentre tuo fratello muore in piazza! Johnny perde sangue, il padre sta in mutande, il fratellino piscia al letto, la mamma sta in cucina. Arriva l’arrotino, Agostino è sul pulmino perché la Polizia se l’è portato via!

è sul pulmino perché la Polizia se l’è portato via! E R B A D A

ERBA DAMOTEL

POTAREWOODSTOCK

altra faccia di Woodstock. Lo storico con- certo che riunì sullo stesso palco il meglio

del rock - Jimi Hendrix, Janis Joplin, Who, Jefferson Airplane, Grateful Dead e altri - «per 3 giorni di pace e musica» visto da una prospettiva insolita e finora inesplorata: quella di chi su quel prato ci è nato e cresciuto e, fiutando l’affare, ha affittato i propri pascoli agli organizzatori del mega-raduno. La musica non è solo lo slogan hippy peace and love, ma è anche guerra di soldi.

L’

hippy peace and love , ma è anche guerra di soldi. L’ Ce lo ricorda uno

Ce lo ricorda uno dei protagonisti di Motel Woodstock, l’ultimo film di Ang Lee che si rive- la un regista eclettico capace di passare da una sceneggiatura all’altra - da Banchetto di nozze a Tempesta di ghiaccio, da I segreti di Brokeback Mountain a Lussuria - senza mai ripetersi, pur mantenendo lo sguardo disincantato sul mondo che lo contraddistingue. In Motel Woodstock svela anche un lato ironico, dando vita ad una commedia che si regge in equilibrio tra cinismo

e spensieratezza, tra momenti comici e drammi

familiari, tra conformismo e voglia di libertà.

Motel Woodstock è la storia di Elliot, architet-

to trentenne che lascia New York per aiutare i

genitori a risollevare le sorti di un vecchio motel nella sconosciuta cittadina di Bethel sulle rive del White Lake. Quando Elliot scopre che una

vicina località ha rifiutato di accogliere il festival

di Woodstock, contatta gli organizzatori offrendo

loro ospitalità e la sua licenza per organizzare un festival da camera nei suoi terreni. Il festival da camera si trasforma nel più gran-

de concerto rock mai organizzato e la tranquilla

vita di provincia viene invasa da migliaia di per-

sone: artisti, musicisti, attivisti pacifisti, giornali- sti. L’invasione sarà compensata da un mucchio

di dollari che, da sempre, fanno girare il mondo.

Ma sarà anche l’occasione per entrare in contat-

to con una cultura diversa che sognava di cam-

biare il mondo e per tre giorni trasformò una col- lina nel centro dell’universo di allora. In un film ambientato nel 1969 ti aspetti come minimo di ascoltare un riff distorto di Hendrix o

la voce roca di Janis Joplin, ma nel film di Ang

Lee non ce n’è quasi traccia. Come Bob Dylan a Woodstock, la musica del festival è la grande assente. Il concerto sarà una eco lontana, che viene dalla stanza accanto, sogno che non si fa prendere. Come dicono i saggi, il bello non è la

destinazione ma il viaggio in sé. Nel suo tentati-

vo di raggiungere il concerto, il protagonista spe-

rimenterà il gusto della ricerca e, inciampando in

droghe, amore libero, omosessualità, nuove filo- sofie di vita, cambierà percorso più volte per

conquistare una nuova consapevolezza di sé. Alla fine rimane il solito prato da ripulire per tornare alla normalità, per tornare ognuno al pro- prio business. Che sia il prossimo concerto da organizzare o il prossimo affare da concludere

poco conta.

(Roberta Mastruzzi)

ALTER Music In Novembre-Dicembre 2009 NNAATTIIVVEE a cura di VALENTINA GIOSA C.O.S. La chitarra-stiletto la
ALTER
Music In Novembre-Dicembre 2009
NNAATTIIVVEE
a cura di VALENTINA GIOSA
C.O.S. La chitarra-stiletto la colleghiamo ad un pedale e poi al Marshall: que-
sto strumento è nato dalla mia frustrazione di non poter usare tacchi alti visto
che ho dei piedi enormi. Così ho riciclato un paio di scarpe economiche di Zara.
BLACK HEART PROCESSION I BHP sono
«un uomo ubriaco senza scarpe», disse una
volta Pall Jenkins. Tanto per capire il mood.
CHICKSONSPEED & SCALZI PATCHWORK DIARTE POP UBRIACHI a cura di Valentina Giosa L’ electro pop
CHICKSONSPEED
&
SCALZI
PATCHWORK DIARTE POP
UBRIACHI
a cura di Valentina Giosa
L’ electro pop fem-band più folle sin dal 1997 è tornata a stupire con
un nuovo album e nuovi progetti che, come sempre, riescono a
racchiudere come solo pochi sanno fare musica, moda, sperimen-
A ppuntamento all’Alpheus il 6
dicembre con l’indie d’essai dei
Black Heart Procession, tra i gruppi più
tazione. Un gruppo multidisciplinare d’arte o, che dir si voglia, un col-
lettivo dove si fa tutto ciò che è artistico e che ammette in entrata e usci-
ta personalità artistiche di vario tipo, mentre trova nell’australiana Alex
Murray-Leslie e nell’americana Melissa Logan le due anime stabili. Sin
dalle serate nei bar di Monaco di Baviera guidate da un’etica di perfor-
mances fatte di arte, grafica e collages fatti in casa, queste chicks fan da
sé i costumi di scena al più basso costo e con materiale riciclato, senza
escludere sacchetti di plastica e nastro gaffer.
Con la tedesca Kiki Moorse avevano cantato I don’t play guitar e ave-
vano fatto il botto, un botto fai-da-te. Ma poi videoinstallazioni e proget-
rappresentativi della scena a stelle e stri-
sce, in tour per presentare il loro ultimo
album, Six (uscito in ottobre per la
Temporary Residence), già dal titolo
significativo ritorno alle «nude» origini
di
2, del 1999, vero e proprio album-
testamento che segnò la loro ascesa nel
firmamento post-rock accanto agli allora
emergenti Sigur Ros, Elbow e Low. Nati
ti
fuori norma son ciò che le distingue: le «pollastre veloci», tra l’altro,
hanno disegnato un enorme seno all’esterno di un palazzo di Melbourne
e
fatto un concerto in un parco per il principe di Norvegia. «Crediamo in
un nuovo tipo di femminismo: esci e realizza ciò che vuoi. Si tratta di
libertà, e dovrebbe essere possibile per tutti» dichiaravano. Oggi - inno-
vative e sempre al passo con i tempi - le Chicks on Speed raccontano a
Music In com’è nato il quinto lavoro registrato in ben 10 città diverse
tramite il media che ha ormai conquistato il mondo rendendo ogni
distanza un soffio, Skype.
Alex Murray-Leslie e Melissa Logan ci rivelano come nascono i loro
curiosi «oggetti-strumento», anticipandoci inoltre nuove collaborazioni
in vista fra cui quella con Yoko Ono e Brian Eno.
a San Diego dalle ceneri dei Three Mile
Il vostro quinto album, Cutting The Edge, prende il nome da uno dei
vostri «oggetti-strumento», le forbici elettroniche. Come è nato e
cosa lo differenzia dagli altri vostri lavori?
AML Consideriamo questo album un disco «bubble gum pop intelligen-
Come scegliete di solito gli artisti con cui lavorare?
ML
Scegliamo sempre di lavorare con amici-artisti che poi diventano
Pilot, formati sulla dorsale della premiata
coppia Pall Jenkins e Tobias Nathaniel, i
BHP hanno dato vita a sei album (da 1,
del 1997, per passare a 3, Amore del
Tropico e The Spell) in una dozzina d’an-
te», un mix di pop e arte, diciamo un «patchwork di arte pop». È la defi-
nizione giusta per descrivere l’ispirazione che abbiamo preso dagli anni
Sessanta tanto quanto dalle girls-band che abbiamo voluto «sporcare»
collaboratori e parte della grande «famiglia Chicks» cosi come è stato
ni,
tracciando un percorso tortuoso fatto
di
illuminazioni e cadute. Un chiaroscuro
un
po’. Il bubble gum pop è la radice dell’ondata femminile, alla Kylie
con Fred Schneider, che è forse una delle nostre più lunghe conoscenze.
La collaborazione più bizzarra?
AML Mark Stewart. È arrivato, ha urlato nel microfono, lo ha rotto ed
che ben si adatta alle loro atmosfere
minimali e intimiste, giocate su ipnotiche
Minogue o alla Madonna, l’opposto delle ‘girl monsters’ (The Slits, The
Raincoats) in cui invece ci riconosciamo molto.
ML Direi che è un album frivolo ma nello stesso tempo con un contenu-
to, un messaggio. Divertitevi sì, ma andate anche più a fondo se volete.
Gonne-amplificatori, chitarre-stiletto, sassofoni-chitarra elettrica…
Come nascono i vostri «oggetti-strumento»?
AML L’ idea è nata nel corso degli ultimi 5 anni. Abbiamo cominciato
connettendo un microfono su scatole di sigari, pietre e forbici. Poi
abbiamo iniziato a pensare di sviluppare questo discorso soprattutto
dopo aver scoperto Hangar a Barcellona, un media-art space dedicato
è
andato via: eccezionale!
Quella che ancora non avete realizzato?
AML Ci piacerebbe lavorare con Yoko Ono per una performance di
arte e poi ci sarebbe il progetto con Brian Eno insieme alla nostra
Chitarra-stiletto Orchestra. Vorremmo includerlo in una performance
di
moda e arte.
Cosa vi ispira da anni e vi fa essere sempre piene di brillanti idee?
AML Prendiamo inputs da diverse cose, arte, musica, moda, new-medias
o
anche esperienze di vita quotidiana che contribuiscono in misura ugua-
le
alla nostra ispirazione. Per l’ultimo album sono stati fondamentali, per
linee di piano e tesi feedback di chitarra,
violini e fisarmoniche di sapore zigano,
accompagnati dallo straniato canto alla
luna di Jenkins. I BHP sono «un uomo
ubriaco senza scarpe», disse una volta
Jenkins, tanto per capire il mood. Con o
senza scarpe, con Six la processione dei
cuori neri riprende a marciare, e anche
piuttosto spedita. Ascoltare ad esempio
Witching Stone, pilotato sulla progressio-
solo a questo. È lo spazio più incredibile che abbia mai visto e al mondo
ne
ci
sono pochi posti simili. Abbiamo così iniziato a collaborare con il
batteria-basso-chitarra, e Drugs, per
solo voce e piano, ballata magica e
direttore Pedro Soler, Alex Posada, Merche Blasco e il resto del team. La
chitarra-stiletto è certamente uno degli strumenti che più usiamo dal
vivo. La colleghiamo ad un pedale e poi al Marshall.
Credo che questo strumento sia nato dalla mia frustrazione di non poter
usare tacchi alti visto che ho dei piedi enormi! Perciò è una sorta di
oggetto fetish del desiderio. Ho riciclato un paio di scarpe economiche
sospesa con relativo video da «Gabinetto
del Dr. Caligari» e un occhio verso
Mercury Rev e Dresden Dolls. Per resta-
re
nei dintorni di fine millennio.
LORENZO BERTINI
di
Zara. Fra i nostri progetti c’è anche quello di realizzare un’intera
esempio, Scott Walker, Yoko Ono, The Slits, il bubble gum pop degli anni
Sessanta, il Jpop, Clara Rockmore, Eartha Kitt, Joni Mitchell e l’artista
surrealista Helen Vanel.
La contaminazione di diverse forme d’espressione è molto evidente. Vi
dividete con disinvoltura fra moda, musica e design dando vita ad un
singolare crossover fra le arti. Come vi definireste esattamente?
AML Ci piace chiamare il nostro stile «Objektifications». Siamo molto
ispirate da artisti come Elsa Schiaparelli, Meret Oppenheim, Salvador
Dali, Oscar Schlemmer e anche da Bauhaus e Shiburi per esempio. Il

serie di chitarre-stiletto con Max Kibardin. Vorremmo creare la «Chitarra-stiletto Orchestra» e fare un concerto per l’apertura della mostra «The Making of Art» alla Shirn Kunsthalle di Francoforte. Innovative e sempre al passo con i tempi, avete registrato l’album in

Riga, Lettonia) on line e off line. L’idea di creare uno studio «portatile»

nostro designer preferito del momento è Pelican Avenue che ha ispirato il nostro ultimo video «Terrible Twins». A proposito di moda, avete disegnato collezioni per Crystal Ball e Yoox, ed ora la collezione Insight on Chicks on Speed…

diverse locations tra cui treni, toilettes di gallerie d’arte e stanze

ML

Abbiamo creato trenta capi ispirati al surf; abbiamo anche fatto una

d’albergo utilizzando anche Skype. Com’è andata? AML Abbiamo letteralmente registrato in 10 Paesi diversi (Vienna, una fattoria di Oxford, una camera di albergo di New York, un aereo verso

ha influenzato molto il taglio e lo stile dell’album. Nello studio degli

canzone abbinata alla collezione che è poi diventata un video. L’idea è nata quando ci siamo rese conto che non esisteva un abbigliamento idoneo

per le surfiste, ma tutte dovevano rifarsi all’immagine maschile stereotipa- ta. Eppure ci sono figure femminili leggendarie che hanno rivoluzionato il mondo del surf, ad esempio Isabel Letham. Noi le celebriamo così.

Astrud a Barcellona abbiamo addirittura ballato nude sul tetto e girato

Fra

gli altri progetti c’è anche la pubblicazione del secondo libro…

un

video mentre registravamo simultaneamente la canzone.

ML

Sì, ma questo è un segreto.

ML Skype è fondamentale per noi, lo usiamo per provare e per sperimen- tare e serve anche a tenere insieme il gruppo. Inoltre ha contribuito tanto alla versatilità dell’album. Gli stili e i diversi tipi di musica sono frutto dei nostri viaggi e delle tante persone con cui abbiamo collaborato. Infatti il nuovo disco ospita nomi importanti come Fred Schneider e Tina Weymouth.

Avete dichiarato recentemente in un’intervista: «Adoriamo l’Italia ma nessuno ci invita mai». È vero? AML Non esattamente. Abbiamo suonato in Italia molto spesso durante la nostra carriera. Negli ultimi anni Yoox è stato uno dei nostri maggiori

sostenitori, ma anche la Diesel. Ci siamo esibite proprio pochi mesi fa per

il grande anniversario del brand. In Italia torneremo presto, in jeans.

LET’S DANCE P robabilmente una delle band al momento più amate in Inghilterra, i Golden
LET’S DANCE
P robabilmente una delle band
al momento più amate in
Inghilterra, i Golden Silvers
sono stati fra gli headliner del
NME Radar Tour 2009, festival
inglese che ha aperto la strada a
Maximo Park, Glasvegas, Crystal
Castles, La Roux, Friendly Fires,
White Lies, Heartbreak, Blood Red
Shoes, Forward Russia, Howling
Bells. Vincitori della Glastonbury
Festival 2008’s New Talent
Competition e dopo il successo
della disco psycho-pop di True
Romance (True No. 9 Blues) che ha
scatenato tutti in pista, la band ritor-
na con un nuovo video dal titolo
Please Venus, un tuffo nella spen-
sieratezza e leggerezza della disco-
soul anni 70 arricchito di un pizzico
di
psichedelia di beatlesiana memo-
ria. Semplice e quanto mai attuale
la formula dei Golden Silvers:
intrattenimento, kitsch «intelligen-
te» e (l’oramai immancabile) retro.
E
funziona.
(Valentina Giosa)
GOLDEN SILVERS
retro. E funziona. (Valentina Giosa) GOLDEN SILVERS O O R R R R O O R
retro. E funziona. (Valentina Giosa) GOLDEN SILVERS O O R R R R O O R
retro. E funziona. (Valentina Giosa) GOLDEN SILVERS O O R R R R O O R

OORRRROORRII

MMAALLEEDDEETTTTII

M M A A L L E E D D E E T T T T

anni fa cinque ragazzi dal fascino mau- dit e con la passione per il garage e le

sonorità «oscure» si aggiravano nel- l’area di Southend suonando The Witch dei The Sonics e Jack the Ripper degli Screaming Lord

Sutch. Il successo per i The Horrors non tarderà ad arrivare una volta che i brani originali verran- no alla luce. Con sonorità e atmosfere garage, shoegaze, post punk e gothic rock e un look già ben defini-

to, la band inglese comincia a farsi un nome già con il primo disco Strange House, a cui seguiran- no importanti esibizioni come il Glastonbury Festival, il Carling Weekend, diversi festival scandinavi, il Summer Sonic Festival in Giappone e Splendour in the Grass in Australia. La band è ora in tour in Europa (a Roma il 18

novembre al Circolo degli Artisti) per pro- muovere il secondo album Primary Colours pubblicato a maggio, prodotto da Craig Silvey, Geoff Barrow dei Portishead e Chris Cunningham, e nominato per il 2009 Mercury

Prize.

1100

(Valentina Giosa)

PPPPOOOOPPPPCCKK Music In Novembre-Dicembre 2009 pop&rock PIETRAMONTECORVINO Nascondi la mano perché sai che la
PPPPOOOOPPPPCCKK
Music In Novembre-Dicembre 2009
pop&rock
PIETRAMONTECORVINO Nascondi la
mano perché sai che la responsabilità di una
passione mediterranea non la puoi sostenere
UN TRENO ROCK Senza i limiti delle 4 piste, diffi-
cilmenteiBeatleseGeorgeMartinavrebberotiratofuori
le geniali sovraincisioni di «Revolver» e «Sgt. Pepper».
FUMETTI POP Ma no, di
che m’illudo? Ancora è tutto
nuvole e niente che si afferri.
a cura di ROMINA CIUFFA

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V i d e o i n t e r v i s t a www.youtube.com/musicinchannel

i chiama Barbara D’Alessandro, è cono- sciuta come Pietra Montecorvino («per- ché quando si apriva la porta di San

Pietro, che si apre ogni 7 anni, io mi tro- vavo lì») e siede accanto a Eugenio Bennato, Sanremo compreso. Questo non vuol

dir nulla: una pietra è una pietra, si provi a lan-

ciarla e lei sarà forte ovunque cada, anche in fondo a un lago, perché avrà sempre il proprio

spazio. E, soprattutto, a morra cinese la batte solo la carta: carta canta, appunto.

Da cui una riflessione: ascoltando il suo ultimo

album, Italiana, la signora Montecorvino fa rimpiangere una Salerno-Reggio Calabria non

ancora pronta, fa cinicamente soffrire perché ce

lo offre ora che è inverno e poi ci spiega: «Di

getto, è venuto di getto». Con la complicità del

tarantico potere di Eugenio che firma la direzio-

ne musicale, di Erasmo Petringa agli arrangia-

menti e in chitarra battente, e di tutti loro: Luigi Tenco, Domenico Modugno, Fred Buscaglione, Lucio Battisti, Mogol e quanti altri, che lei qui interpreta «mediterraneamente».

E un inedito - Amante italiana, scritto col com-

pagno di una vita Bennato - ancor più mediter-

raneo in un bel video che parla di mare napole- tano e rende Pietra una gemma, ma anche una fata. Perché (un omaggio al cognato Edoardo

per il suo Pinocchio?) i capelli li ha turchini.

Come nasce la tua carriera artistica? Nel 1983 in un film di Renzo Arbore, «F.F.S.S. Che mi ha portato a fare a Posillipo se non mi

SS
SS
PHOTOCREDITS ARIANNA TONDO

PHOTOCREDITS ARIANNA TONDO

vuoi più bene?», la mia prima esperienza. Cantavo «Sud», scritta da Claudio Mattone e Renzo Arbore. Cosa c’è di nuovo oggi in te? Tanta nicotina in più, ma soprattutto creder- mi tutti i giorni un’artista alle prime armi. Chi ha suonato con te in Italiana? Gli arrangiamenti sono di Eugenio Bennato, che lavora con me da sempre. Ha curato quasi tutti i miei dischi tranne uno che ho scritto io, un disco di tanghi, «La stella nel cammino». Oggi esce un album di cover anni 60, con un inedito scritto da me e Eugenio, «Amante italiana». Che influenze ci sono nella tua musica? Sicuramente ho il Mediterraneo nelle vene ed è parte della mia espressione artistica, ma appar- tengo al mondo e non cesso di esplorarlo. Spero

a cura di Sabrina Simonetti e Romina Ciuffa

di somigliare sempre di più a tutto quello che c’è

da vivere, senza rimanere ferma alle mie radici. Scopriamo nel tuo album miscugli di cori africani e indiani: da dove provengono? Da musicisti arrivati coi barconi. Non portano solo cose brutte come può sembrare, ma arte e un grandissimo contributo alla musica. Perché è difficile avere successo in Italia? Perché non c’è spazio per le cose che dura- no, ma solo per l’usa e getta. Ormai nella musi- ca c’è un cambio velocissimo tra un artista e

l’altro e, alla fine, non ci si ricorda di nessuno, solo tanto anonimato. Quali sono i tuoi prossimi impegni artistici? Spagna innanzitutto, perché è lì che sta uscendo il mio disco: sarò presto a Malaga, Barcellona, Pamplona. Poi in Belgio, in Francia e in altri Paesi d’Europa. Come hai scelto le tue cover? Con naturalezza: andavamo sempre a finire sui sentimenti e sempre su pezzi degli anni 60, un momento in cui la musica costituiva una visione del mondo ben determinata. Ho preferi-

to Tenco, che è un po’ l’eroe di quel periodo, ma

anche Modugno e Battisti (che mi ricorda l’in- fanzia) e Umberto Balsamo, una canzone poco nota che si chiama «Tu non mi manchi». È tutta emozione o anche un briciolo di reci- tazione? Un insieme, perché c’è un po’ di tutto. Presunzione, insicurezza, passione, anche reci- tazione: ci sono io, io come sono. E il cinema, quanto ti appartiene? È una passione che non si spegne, e che vor- rei si accendesse sempre di più nella mia vita. Ho da poco finito di girare un film con John Turturro, che sarà al Festival di Berlino a feb- braio, e spero di aver fatto una bella figura.

a feb- braio, e spero di aver fatto una bella figura. La storia del rock parte
a feb- braio, e spero di aver fatto una bella figura. La storia del rock parte
La storia del rock parte da Abbey Road e dai limiti delle 4 tracce della
La storia del rock parte da Abbey Road
e dai limiti delle 4 tracce della Emi
UNTRENO
ROCK
di Donato Zoppo
CC osa c’è da raccontare sul rock? Una
domandina del genere me la porto dietro
da anni. Tempi foschi quelli dell’univer-
sità, quando frequentavo Giurisprudenza per far
contenti i miei, ma per far contento il mio
demone davo sfogo a una malsana passione per
il
rock. Ascoltando, studiando, scrivendo a più
non posso. A mio modo, raccontando. Era tanto
simpatico il professore di Economia Politica,

esperto di qualsiasi dettaglio relativo alle curve dell’offerta e della domanda, all’oligopolio e alla stagflazione, ma il rock non era pane per i suoi denti. «E cosa c’è da raccontare sul rock?»,

mi

chiese quando gli spiegai che studente non

lo

ero a tempo pieno, che dedicavo le mie ener-

non mancano studi del genere. Ma se avete

gie

da gavetta come scribacchino in un giorna-

tempo e pazienza di spulciare, scoprirete che il

le

locale, che già cominciavo a tenere i miei

mezzo secolo che ci separa dal 5 luglio 1954 -

incontri sulla storia del rock. E questa domanda

Elvis varca la soglia degli studi Sun Records di

si

è presentata nuovamente - sotto altre vesti,

Sam Phillips per registrare That’s All Right - è

con un’altra ben più insidiosa questione - quan-

ricco di eventi, di contatti con altre forme di

do

sono stato invitato a tenere il workshop

arte, di sapere e di attività umane.

Rock’n’ Roll Train presso il Forum dei Giovani

Parlare di rock significa parlare di storia con-

di

Quadrelle il 10 ottobre 2009.

temporanea: è una musica che nasce registrata,

Cosa c’è da raccontare sul rock, ma soprattut-

dunque è il prodotto dell’industria discografi-

to,

come narrare i suoi 55 anni? Come farlo in

ca, segue e asseconda l’evoluzione del mercato

un’oretta a disposizione, di fronte a giovanissi-

mi che hanno scoperto il celebre riff di Smoke

On The Water perché lo fischiettava il papà? Non si può che puntare alla sintesi estrema,

esponendo personaggi, decadi e correnti, dagli anni 50 di Chuck Berry al recente In Rainbows

dei Radiohead. Senza dimenticare, però, che il

rock è una cosa seria, soprattutto per me che ogni sera, prima di addormentarmi, recito le giaculatorie a San Jimi, Madonna Janis, l’Arcangelo Brian Jones e Beato John Lennon. Perché trattasi di cosa sacra. Come ogni concer-

to d’altronde. Pensate al rito celebrato dal Gran

Sacerdote Elvis Presley, alla grandiosa liturgia amministrata dai Led Zeppelin, alla dimensione mistica di un live degli U2, a quella orgiastica e

dionisiaca dei Mars Volta. Volendo si potrebbe raccontare il rock attraverso i suoi concerti, e

e della tecnologia. Tanto per intenderci: senza i limiti delle 4 piste degli studi Emi di Abbey Road, difficilmente i Beatles e George Martin avrebbero tirato fuori le geniali sovraincisioni

di Revolver e Sgt. Pepper. La stessa tecnologia

ha consentito ad un Anton Corbjin di realizza-

re il visionario videoclip di Heart Shaped Box

dei Nirvana e a Woodroffe e Fisher di progetta- re il trionfale Bridges To Babylon Tour dei Rolling Stones. Se poi volessimo parlare del parallelismo tra l’evolversi del rock’n’roll e del costume, dei rapporti con l’arte grafica, la letteratura, la foto- grafia, la spiritualità e le droghe, ci sarebbe da far spaventare sul serio il docente di Economia Politica. Caro professore, e se facessimo una bella cattedra di storia del rock? Nell’attesa, cordiali saluti.

NOTTURNI DI MEMORIE MONDI

di Romina

Ciuffa

cordiali saluti. NOTTURNI DI MEMORIE MONDI di Romina Ciuffa «Q ui tutto pesa poco, tutto è

«Q ui tutto

pesa poco,

tutto è neb- bia, è vapore senza appiglio, ogni forma dura appena, come una nuvola, poi cam- bia. E come nuvole, queste forme, a guar- dare da vicino sono ancora e solo nebbia. Vorrei la gravità, vor- rei la vecchia terra, quella pressione antica sui talloni

precipitare durante un sogno. Graziano Staino racconta, nella collana «ipota-

lamica» Black Books della casa editrice venezia-

». Questo è

na

Lightbox, «una monocromatica storia a fumet-

ti»

in cui sognano i personaggi della scena musi-

cale italiana - Manuel Agnelli degli Afterhours, Cristina Donà, Morgan, Piero Pelù, Francesco Bianconi dei Baustelle, Meg, Enzo Moretto di A Toys Orchestra, Simone Cristicchi, Irene Grandi, Paolo Benvegnù, The Niro, Stefano Bollani, Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e Cesare Basile - intorno a una misteriosa «ombra di vuoto» che disperatamente vuol capire. Il racconto è un sogno in sé, con i cambia- menti strutturali che l’inconscio compie - una macchina a più pedali, una caduta infinita che è desiderio ma anche paura di volare, luoghi che mutano senza troppo senso, guerre (i conflitti del sé) vinte o perse, volti che si intercambiano e nessuna spiegazione - e con il senso dell’ete- reo e del pesante insieme. Librarsi e non cadere mai. Precipitare e ossessionarsi. Ma l’ombra

vuol capire: a Cristicchi viene chiesto, nei testi

di Dario Honnorat, cos’è il sogno lucido, quel-

l’esperienza onirica in cui il sognatore si rende conto di star sognando, ha percezione cosciente del suo mondo onirico e, con la pratica, può esplorarlo, controllarlo e modificarlo a piacere. «Aspetta! Conosco questo luogo! È qui che una volta ho visto dei folletti in mezzo alle

È qui che una volta ho visto dei folletti in mezzo alle La casa editrice Lightbox

La casa editrice Lightbox fissa gli incubi

di artisti pop

(CristinaDonà,

Piero Pelù,

Morgan, Meg,

Irene Grandi,

The Niro e

molti altri) in

un fumetto,

che è poi una domanda:

precipitando

nel sogno,

precipito?

foglie. Nessuno mi ha mai creduto

letti gli rompono gli occhiali (una paura che

prende forma onirica) e lui sparisce. «Dove sei sognatore? Devi spiegarmi i segreti del sogno

»,

invoca l’ombra. Niente da fare, s’è svegliato. Piero Pelù viene trovato a sognare «un sogno maledetto che non facevo da millenni», un asino assorto a contemplare uno strapiombo, «ti prego

allontana l’asino dal precipizio! Io sono legato

a quell’asino da un filo profondo e impalpabile.

È una specie di simbiosi emotiva: tutto quello che provo lo prova anche lui». In questi mondi

notturni, «io sono un rebetiko», dice l’ex leader dei Litfiba, «quindi siamo in Grecia», la Santorini del primo Novecento per l’esattezza. «Posso suonarti un brano rebetiko», ma riprendono il cammino («Non c’è gusto a canta- re per te, sei troppo rigido e silenzioso», dice all’ombra) fino a incontrare il «nano greco»: «La parola sogno non ha senso, i sogni non esistono, ed io certo non sono un sogno. Ti è mai capitato

di fare un sogno in cui sai che stai sognando?

Nel sonno, bisogna raggiungere lo stadio pre- lucido, mettere in dubbio la realtà del sogno. Dubitare che quello che si sta vivendo sia realtà, ad esempio notando che accadono cose impossi- bili, come volare, respirare sott’acqua. Allora si può controllare il mondo onirico». E precipitare? Un lungo volo e laggiù la terra amica mi accoglierà come un cuscino. E se anche mi attende un dolore di roccia dura con- tro le ossa, sarà realtà, perlomeno. Sarà mate- ria, concretezza, veglia. Ma no, di che m’illudo? Ancora è tutto nuvole e niente che si afferri, non c’è niente di fisso, niente di solido. Qui non c’è nulla che sia coerente. E non sopravvivrei, se non ci fosse un suolo su cui atterrare.

», ma i fol-

lucido, devi insegnarmi a controllare i sogni

SSOOUUNNDD Music In Novembre-Dicembre 2009 ttttrrrraaaacccckkkkiiiinnnngggg a cura di ROBERTA MASTRUZZI BASTARDI
SSOOUUNNDD
Music In Novembre-Dicembre 2009
ttttrrrraaaacccckkkkiiiinnnngggg
a cura di ROBERTA MASTRUZZI
BASTARDI SENZA GLORIA Quentin Tarantino
Senza mai peccare di snobismo intellettuale ma con l’en-
tusiasmo di un bambino di fronte al suo gioco preferito
MUSIC IN VIDEO Venere, Biorn
Le stanze in cui viviamo ci somiglia-
no. Per questo manca sempre qualcosa
IO, DON GIOVANNI
Mozart mette la musica,
Casanova lo stile di vita
BASTARDO CON GLORIA di Roberta Mastruzzi Non mi interessa fare cartoni animati, ma rendere autentica
BASTARDO CON
GLORIA
di Roberta Mastruzzi
Non mi interessa fare
cartoni animati, ma rendere
autentica la violenza.
I l cinema salverà il mondo e
lo farà sacrificando se stesso.
Girato in 4 lin-
gue, con tutto
ciò che ne con-
segue incom-
prensioni com-
prese. Questo
sarà il filo con-
duttore della
pellicola e in
alcuni punti la
chiave di volta
della narrazione.
Come a dire che
di
fabbrica: come i suoi precedenti lavori,
Bastardi senza gloria è un film nel film,
tante sono le citazioni, a volte trasforma-
te
in parodie, altre in ossequiosi omaggi a
registi, attori e sceneggiature di ogni
nazionalità e genere, che se ne consiglia
una visione multipla per poterle indivi-
duare ed apprezzare tutte.
Le citazioni sconfinano anche nella
musica, ed è così che nella colonna sonora
molti brani del passato rievocano classici
cinematografici, ma anche semisconosciu-
ti film di serie B. Dal brano che accompa-
semisconosciu- ti film di serie B. Dal brano che accompa- L’ultimo film di Quentin Tarantino, Bastardi

L’ultimo film di Quentin Tarantino, Bastardi senza glo- ria, parte da una fattoria nella campagna francese all’epoca dell’occupazione nazista e fini- sce in un piccolo cinema di Parigi dove una tremenda ven- detta sta per essere consumata. Protagonisti della storia sono un irreprensibile comandante delle SS che parla molte lingue (Christoph Waltz), una ragazza ebrea riuscita a salvarsi dal- l’eccidio della sua famiglia e

proprietaria di un cinema parigino (Mèlanie Laurent), un gruppo

di marines infiltrati nelle retrovie - i bastardi del titolo - dediti alla

cattura e all’uccisione dei nazisti, con il vizio di togliere lo scalpo

ai cadaveri per conto del loro comandante (Brad Pitt).

Svelare oltre la trama sarebbe un grave peccato per un film che tenta di riscrivere la storia, fregandosene di rispettare tempi e fatti realmente accaduti. Qui Tarantino spinge al massimo il pedale dell’immaginazione sfruttando a pieno le potenzialità della settima arte e realizzando un film - il primo in assoluto nella storia del cinema - con un’anima veramente europea.

la storia europea sarebbe stata diversa se avessimo parlato tutti la stessa lingua. Ma la diversità porta anche ricchezza e ne sa qualcosa il regi- sta americano, cresciuto in una videoteca dove ha potuto assapo- rare e amare l’intera cinematografia europea, dai registi più famosi a quelli sconosciuti anche nella loro stessa patria, dagli spaghetti western alle commedie francesi fino ai melodrammi tedeschi, senza mai peccare di snobismo intellettuale ma con l’entusiasmo di un bambino di fronte al suo gioco preferito, da vero appassionato di cinema. Ed è un pregio non da poco, è raro trovare un regista che sappia riconoscere il valore del lavoro altrui. A pensarci bene, è raro trovarlo in qualsiasi settore e non solo nel cinema. Tarantino invece ne ha fatto il proprio marchio

gna la prima scena - The green leaves of summer - tratto da un film di John Wayne (La battaglia di Alamo) a numerosi brani scritti da Ennio Morricone (The verdict, The sur- render e Un amico, scritti per i film di Sergio Sollima La resa dei conti e Revolver) fino a David Bowie e la sua Cat People (Putting out the fire) che, estratte dalla pellicola per cui sono nate e trapian- tate nel terreno fertile dell’immaginazione tarantiniana, riprendo- no vita e acquistano nuove sfumature di colore. In colonna sonora anche brani tratti da vecchie commedie tedesche, fino al gran finale con di nuovo protagonista Morricone che con Rabbia e tarantella, scritta per Allònsanfan dei fratelli Taviani, chiude tutti i giochi: sarà il momento in cui il cinema riscriverà la storia.

di Roberta Mastruzzi A Napoli, un’inse- gnante di lettere in scuole serali si trova ad
di Roberta Mastruzzi
A Napoli, un’inse-
gnante di lettere in scuole
serali si trova ad affronta-
re
una gravidanza non pre-
vista. Il suo compagno
rifiuta la paternità e la
bambina nasce prematura,
dopo solo sei mesi di
gestazione. Maria, la
madre interpretata da
lo dell’incubatrice ma
anche quello che separa ed
esclude la propria vita da
quella degli altri.
Un tema così delicato,
che tocca sfere profonda-
mente radicate nell’intimi-
tà di un essere umano,
richiedeva una colonna
sonora all’altezza, perché

Margherita Buy, si troverà ad affrontare un momento difficile, nell’attesa che la figlia Irene completi la sua crescita den-

tro un’incubatrice, senza sapere se la figlia riu- scirà a sopravvivere e con quali conseguenze sulla sua salute. Lo spazio bianco è un film tratto dall’omoni- mo libro di Valeria Parrella, diretto da Francesca Comencini - da non confondere con

la sorella Cristina, ugualmente regista ma con

uno stile più conformista - che sceglie di affron- tare il racconto di una maternità vissuta e sof- ferta da una donna sola in una città estranea, in preda a dubbi e paure, ferita dagli uomini e dalla burocrazia italiana per la quale esistono ancora figli «illegittimi». È l’attesa di Maria che non sa attendere, è il difficile percorso della piccola Irene verso la vita, è la distanza con cui si guarda il mondo quando si è costretti a guardarlo attraverso un vetro, quel-

la musica potesse riempire con discrezione questo spazio bianco. L’autore delle musiche originali, Nicola Tescari, ha il merito di lasciare spazio nella scelta dei brani di repertorio alle voci femminili. Una scelta non così scontata, considerato il fatto che quando si parla di maternità la voce delle donne, indiscu- tibilmente principali artefici di tale evento, è messa spesso in secondo piano. Ad accompagnare l’attesa di Maria la voce energica di Blondie con Call me, quella strug- gente di Cat Power e la sua Where is my love?, quella di Nina Simone che interpreta I wish I knew how it would be feel to be free, l’indimen- ticabile voce di Ella Fitzgerald con una malin- conica Misty e le sonorità elettriche di Dani Siciliano in Same. Una colonna sonora tutta al femminile per un film che non si rivolge solo alle donne, perché la nascita di una nuova vita dovrebbe riguardare tutti.

la nascita di una nuova vita dovrebbe riguardare tutti. di Roberta Mastruzzi DON GIOVANNI N ella
la nascita di una nuova vita dovrebbe riguardare tutti. di Roberta Mastruzzi DON GIOVANNI N ella
la nascita di una nuova vita dovrebbe riguardare tutti. di Roberta Mastruzzi DON GIOVANNI N ella
la nascita di una nuova vita dovrebbe riguardare tutti. di Roberta Mastruzzi DON GIOVANNI N ella

di Roberta Mastruzzi

DON GIOVANNI

N ella Venezia del Settecento un giovane ebreo viene battezzato e prende i voti da sacerdote. Un prete sui generis: si chiama Lorenzo Da

Ponte ed è poeta e libertino. Intimo amico di Giacomo Casanova, seguirà le sue orme, intrecciando storie e avventure con centinaia di donne e scrivendo invettive contro la stessa Chiesa e l’Inquisizione. Esiliato a Vienna, conoscerà Mozart e per lui scriverà i libretti delle sue opere in italiano: Le nozze di Figaro, Così fan tutte e lo stesso Don Giovanni. Il regista Carlos Saura dirige il suo primo film musi- cale Io, Don Giovanni, dedicato alla vita finora poco conosciuta del librettista di Mozart. È la storia vera di un’amicizia ed il racconto della nascita di un’opera immortale, il Don Giovanni, nata dall’incontro di tre grandi personalità: Mozart metterà la musica, Lorenzo da Ponte le parole e Casanova il suo stile di vita. Il pro- getto musicale del film è stato seguito da Nicola Tescari, che ha ricostruito il suono di un’orchestra del 700 utiliz-

zando strumenti antichi e registrando in una piccola chiesa nella campagna laziale, nel tentativo di ricreare l’atmosfera della prima esecuzione in pubblico dell’Opera, avvenuta a Praga nel 1787. Il regista ha voluto che fossero gli stessi attori impe- gnati nella messa in scena ad interpretare le celebri arie mozartiane, e realtà e finzione si mescolano. Il dramma giocoso (questo il sottotitolo originale dell’opera, in affiancamento al titolo originale Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, K 527) di Don Giovanni si confonde con la storia dello stesso Lorenzo, combattuto tra la sua vocazione libertina e la tentazione di un amore unico ed eterno per la sola donna che abbia amato, Annetta. L’amore per questa donna ritrovata dopo anni di lon- tananza e la difficile impresa di riconquista, dopo la sco- perta di Annetta - proprio come accade nell’opera mozartiana - del lungo elenco delle sue avventure, influirà sull’opera dello scrittore e contribuirà a dare quel tocco di immortalità proprio dei capolavori.

a dare quel tocco di immortalità proprio dei capolavori. VENERE IN BIORN L e stanze in
a dare quel tocco di immortalità proprio dei capolavori. VENERE IN BIORN L e stanze in

VENERE IN BIORN

L e stanze in cui viviamo ci somi- stato d’animo. Il video Venere dei Biorn

L e stanze in cui viviamo ci somi-

stato d’animo. Il video Venere

dei Biorn - gruppo romano emergente della scena indie rock, un pittore che realizza piccoli affreschi sonori - è il primo estratto dall’omonimo album. Parla di due stanze, un uomo e una donna e due solitudini, un gatto rosso, un cucciolo di Labrador. Lei è tornata da un viaggio e si prepara ad incontrare lui che è tornato da una rapina ed è feri- to. Lei in una stanza rossa ed accoglien- te, lui in una stanza fredda e spoglia, affiancate, un muro di separazione, qualche centimetro che evoca film come Bound e il cinese The Hole. Ci sono quadri, un pacco regalo da scarta- re, un divano bianco e un cavalletto: gli oggetti si accumulano per colmare un vuoto. Per quanto una stanza possa

gliano. Parlano di noi, del nostro

somigliare a noi, sembra mancare qual- cosa: «Completami, completalo il mio mondo». Verso la fine del video ci sono anche loro, i Biorn, e sono Aure (batte- ria, percussioni), Blaze (voce, chitarre, synth), Eddie (voce, basso, contrabbas- so) e Manuele (chitarre, synth, piano- forte, fisarmonica), mentre «tutto scor- re così leggero senza troppi sé» ma in un video sorprendente.

synth, piano- forte, fisarmonica), mentre «tutto scor- re così leggero senza troppi sé» ma in un
SSOOUUNNDD Music In Novembre-Dicembre 2009 ttttrrrraaaacccckkkkiiiinnnngggg VIOLA DI MARE Merita d’essere visto solo
SSOOUUNNDD
Music In Novembre-Dicembre 2009
ttttrrrraaaacccckkkkiiiinnnngggg
VIOLA DI MARE Merita d’essere visto solo
perché meritava d’essere letto, per dire «Non c’è
paragone» ascoltando qualcosa della Nannini
CINEMA E STEREOTIPO Ciò
che gli americani vogliono farci
credere degli arabi. Aladino a parte
THE SOLOIST Non
lo vedremo mai.
METROPOLIS Nella
città muta le musiche di
Aljoscha Zimmerman

VIOLA

Nella città muta le musiche di Aljoscha Zimmerman VIOLA Mio padre lo voleva maschio. Doveva essere

Mio padre lo voleva maschio. Doveva essere per forza come lui, il figlio del curatolo delle cave di tufo di Cala di Tramontana. Una femmina è roba di signorine, tutti sono capaci. Digli che sono una femmina. Sono nata io. Una femmina, papà. Rassegnati, sono io. Ecco, io sono nata così. E lo giuro, c’era la luna piena

di Rita Barbaresi

DDDDIIII MMMMAAAARRRREEEE
DDDDIIII MMMMAAAARRRREEEE

L a viola di mare è un pesce ermafrodita che transita nella fase maschile. In Sicilia lo chiamano anche «minchia di re», da cui

Giacomo Pilati trae il titolo per un romanzo che racconta dal 2004. Meritava di essere letto per i temi trattati: pregiudizio, soprusi, la vergogna di una famiglia per un amore omosessuale vissuto

la vergogna di una famiglia per un amore omosessuale vissuto nella Sicilia dell’800. Tematiche ancora al

nella Sicilia dell’800. Tematiche ancora al cen- tro di mille dibattiti, molto più semplicemente una storia popolare satura d’amore. Merita d’esser visto - Viola di mare - per i medesimi motivi. La regista Donatella Maiorca - tornata al cinema 10 anni dopo un film dal tito- lo simile, Viol@ - porta sul grande schermo que- sto amore nato tra le zagare di un’isola del Mediterraneo. Ma il valore aggiunto - accelera- zione di cui il film aveva bisogno per non disperdere l’incanto della storia - è nella colon- na sonora, firmata da Gianna Nannini con la collaborazione di Wil Malone (produttore degli ultimi due album della rocker senese). È proprio lei ad affermare che per far arrivare al pubblico la magia del luogo con l’odore del tufo di Favignana era indispensabile il suono acustico della chitarra, suono acido del rock. Brava la Maiorca a decidere di contrastare le immagini dolci, drammatiche e romantiche di una storia popolare con una colonna sonora fuori dagli schemi classicheggianti; brava la Nannini a raccogliere la provocazione con un

merito: alleggerire un prologo troppo lungo e lento. Scorre il film e istintivamente la musica avverte l’inconscio: è fuori contesto, non è affat- to in sintonia con il film. Siamo abituati a colon- ne sonore fedeli e mansuete, suddite della storia; la senese, invece, rompe l’idillio e superbamen- te graffia e conduce alle pagine di Minchia di Re, ad Angela (Valeria Solarino) e Sara (Isabella Ragonese) che si desiderano consapevoli che «ci sarà qualcosa nei tuoi occhi viola, ci sarà qualcosa nella vita per cui valga la pena». Viene naturale ascoltando Sogno andare alle immagini del video Attimo (protagonista la stes- sa Solarino) e capire quanto piaccia alla Nannini restar fuori dagli schemi musicali (e non). Solo la presenza spregiudicata della sacerdo- tessa del rock italiano ha consentito a questo Viola di mare di non entrare in quella categoria di film didascalici che, come spesso accade, sono i figli di una presunzione tipica di alcuni registi, che si ostinano a rovinare traducendo in immagi- ni pagine di romanzi meritevoli di notorietà a pre- scindere dal distacco miope dello schermo.

notorietà a pre- scindere dal distacco miope dello schermo. M M E E T T R

MMEE

TTRROO

PPOO

LLIISS

Q u and o il cinema non aveva voce, erano le immagini e la musica a raccontare una sto-

ria. Questa sinergia ha dato luce a capolavori che ancora oggi non hanno perso di fascino:

Metropolis di Fritz Lang è uno di questi. Uscito per la prima volta nelle sale cinematografiche nel 1927, nel 2001 è stato restaurato e dichiara- to patrimonio dell’umanità dall’Unesco; la sua sceneggiatura ha ispirato molti compositori a creare per la pellicola un commento sonoro. Il primo fu G. Huppertz nel 1926, negli anni 80 fu Giorgio Moroder a realizzare una versione rock - tra i brani inseriti anche Love Kills di Freddie Mercury - fino ad arrivare ai nostri gior- ni e adAljoscha Zimmerman, autore di oltre 400

colonne sonore per film muti (da Ernst Lubitsch a Chaplin e Buster Keaton) presente l’11 novem- bre all’Auditorium Parco della Musica e il 13 novembre al Teatro Cassia per suonare dal vivo con la sua orchestra le musiche originali da lui composte. La storia è storia: Metropolis è una città immaginaria (ma quanto?) i cui abitanti vivono su due livelli diversi, rigorosamente distinti: in superficie vivono quelli che comanda- no, nella città sotterranea tutti gli altri. Considerato da molti il capostipite dei film di fantascienza, Metropolis è molto di più: il rac- conto attuale dei pericoli insiti in una società rigidamente divisa in classi sociali, d’incomuni- cabilità, d’ingiustizia. (Roberta Mastruzzi)

THE SOLOIST L’ennesimo film che in Italia non vedremo, la colonna sonora di un grande
THE SOLOIST
L’ennesimo film che in Italia non vedremo, la colonna sonora di un grande
Dario Marianelli che scaricheremo illegalmente, lo scotto che pagheremo
all’ignoranza di una distribuzione venale che plagia i suoi stessi spettatori
a
dare un nuovo senso alla propria vita. Ne nasce una storia di grande

«T he Soloist» è innanzitutto una grande storia di amore per la

non vedremo mai al cinema, l’ennesimo caso di ottimo cine-

ma che non troverà mai una distribuzione, l’altra occasione perduta dal nostro mercato per proporre al pubblico italiano una bella storia: commo- vente, costruttiva, socialmente impegnata, istruttiva e piena di buoni pro- positi. Il Joe Wright di Orgoglio e Pregiudizio ed Espiazione, vincitore di tanti premi ai festival di Boston, Chicago e ai Bafta Awards, non proprio l’ultimo arrivato, con grandi incassi ai botteghini e al mercato homevi- deo. Ma allora, perché questo film non è nelle nostre sale? Negli Usa è uscito ad aprile scorso, in Gran Bretagna a settembre, il resto delle uscite programmate arriva fino a febbraio 2010, proponendo il film in ordine di debutto nelle sale tedesche, spagnole, greche, olande- si, francesi e scandinave, compresa l’Europa dell’Est. Non ha incassato molto, è vero - solo 33 milioni di dollari a fronte di una spesa di produ- zione di 60 milioni - e forse anche qui sta la ragione di tale ‘svista distri- butiva’. Di questi tempi non c’è tanta voglia di rischiare. La storia è bella. Nathaniel Ayers (Jamie Foxx) è un ragazzo di colore schizofrenico che vive da clochard e suona un violoncello scassato (con sole due corde) ai bordi delle strade. Steve Lopez (Robert Downey Jr.) è

musica e per la vita. Una storia che in Italia probabilmente

invece un giornalista nel mezzo di una crisi di nervi, che nella ricerca di una storia da raccontare s’imbatte nell’artista disabile e a sua volta riesce

amicizia, di amore per il prossimo e di rinnovata voglia di vivere, grazie anche alla musica. Ma The Soloist non è solo questo, perché Nathaniel e Steve esistono per davvero. Le musiche del film, bellissime, sono state scritte da un otti- mo Dario Marianelli, al suo terzo lavoro con Wright e già vincitore di un

Golden Globe come miglior colonna sonora per Espiazione, proponendo (già nel trailer ufficiale) il Prelude Cello Suite No. 1 di John Sebastian Bach e One Day Like This degli Elbow, attingendo inoltre a piene mani dalla bravura del violoncellista Ben Hong. Il resto dei componimenti sono presi da Ludwig van Beethoven, Neil Diamond e Jerry Jeff Walker. Con tali presupposti, perché la Universal Pictures non distribuirà que-

sto film in Italia? Si parla tanto di contenuti di qualità, di mercato ‘alto’,

di valor aggiunto della musica ai prodotti cinematografici, che poi si fini-

sce sempre a guardare alla fiction televisiva o a gioielli rari del cinema italico (come gli acclamati Gomorra e Il divo). Se proprio i distributori

non vogliono correre rischi, perché non uscire dal circuito delle sale cine- matografiche ed entrare su altre piattaforme di distribuzione? C’è il web oltre alle sale, ci sono le pay-tv, si potrebbero decidere delle uscite (windows) in contemporanea o a poca distanza, ovvero su piatta- forme scelte (satellite, digitale terrestre, Internet). Soluzioni non manca- no per chi voglia (davvero e in cuor suo) combattere la pirateria digitale del download illegale. Per un buon prodotto c’è sempre un prezzo giusto, che tutti sono disposti a pagare. Forse ciò che manca in questo Paese è la voglia di far vedere del buon cinema e di far sentire della buona musica

al di là dei noiosissimi ‘cinepanettoni’e ‘cinecocomeri’che tanto piaccio-

no. Soldi facili contro buon gusto e storie avvincenti? Inutile accettare la sfida, in Italia sappiamo già come va a finire. (Noi lo scaricheremo).

ARABINMACCHINA

come va a finire. (Noi lo scaricheremo). ARAB IN MACCHINA di Alessandra Fabbretti C h e

di Alessandra Fabbretti

C h e tipo di immagine offre il cinema made in Usa degli arabi? «Fatta qualche ecce- zione, si tratta di un’immagine stereoti-

pata. La società appare retrograda, lontana dalla modernità, schiava dell’Islam e - peggio ancora - dell’islamismo», afferma Habib Attia,

produttore televisivo e cinematografico tunisi- no e direttore generale della Cinetelefilms, la prima compagnia di produzione tunisina priva-

ta che punta sullo sviluppo di co-produzioni

con l’Europa e sta lavorando su un progetto di co-produzione con l’Italia. Non sbaglia.

Il grande schermo hollywoodiano è popolato

di

ricchi sceicchi che dilapidano dollari e giova-

ni

danzatrici sempre sorridenti e disponibili. La

cinematografia allude con ripetitività alla cultu- ra arabo-musulmana, ma in modo errato fin quando la parola arabo voglia suggerire solo, in un contesto di paesaggi esotici, sinuose fanciul-

le e pericolosi individui pronti a far saltare in

aria l’Occidente. Gli appassionati di Indiana Jones non possono non ricordare la scena ne I predatori dell’arca perduta in cui Harrison Ford abbatte con un colpo di pistola il tracotante guerriero arabo vestito di nero. Altrettanto feroci, ma incapaci, sono i terroristi contro cui si cimenta Arnold Schwarzenegger in True Lies (1994), mentre Doc, l’eccentrico co-protagonista di Ritorno al futuro (1985), viene preso a colpi di kalashnikov da alcuni terroristi libici. In Hot Shots 2 (1993) l’intera missione dell’agente Topper (Charlie Sheen) si svolge in Iraq per salvare dalla prigio- nia alcuni soldati americani ed è lo stesso presi- dente degli Stati Uniti ad affrontare in un duello stile Star Wars il dittatore Saddam Hussein. Politically incorrect. Alan Nadel, docente nella Rutgers University (Kentuky, Usa) in uno studio analizza il celebre cartone della Walt Disney Aladdin (1992), e avanza una teoria: realizzato durante il conflit- to del Golfo, esso contro tendenza intendeva offrire una visione innovatrice degli arabi, dove i «vecchi» venivano sostituiti con i «nuovi». Aladdin e Jasmine abbraccerebbero i valori americani, rifiutando il passato e le tradizioni. Per avvalorare la propria tesi Nadel cita una strofa della canzone cantata dagli innamorati nella famosa scena del volo sul tappeto magico, A Whole New World: «I can’t go back to where I used to be», non posso tornare dov’ero. Nel mondo della musica, invece, una singola- re inversione di tendenza. Diversi studiosi hanno confermato un avvicinamento del pub- blico a quella araba proprio in seguito agli attacchi del 2001: c’è chi li teme, ma c’è anche chi nutre curiosità e interesse per un universo tanto lontano e composito. Così numerose star spiccano il volo proprio dopo la data critica dell’11-09, come la bella libanese Nancy Ajram, che nel 2008 vince il World Music Award per le vendite ed è la prima testimonial scelta dalla Coca Cola per il mondo arabo. Dawn Elder, vicepresidente di una delle eti- chette commerciali che più hanno contribuito al boom dell’Arab music negli States, Mondo Melodia, si dimostra molto ottimista: gli appas- sionati non diminuiranno, tutto il contrario. Dopo il 9/11 molti concerti furono annullati dagli stessi musicisti arabi che, per rispetto, preferirono non esibirsi. «In quel momento li ho

capiti-sostiene Elder-ma mai come ora la gente dimostra di voler conoscere il Nord Africa e il Medioriente. È come se ci dicesse: ne vogliamo sapere di più!». Staremo a vedere se i grandi

della music industry saranno in grado di coglie-

re questo non sottile messaggio.

BBAALLLLEETT Music In Novembre-Dicembre 2009 a cura di ROSSELLA GAUDENZI IPERCORPO Intervista Un soda- lizio
BBAALLLLEETT
Music In Novembre-Dicembre 2009
a cura di ROSSELLA GAUDENZI
IPERCORPO Intervista Un soda-
lizio lega cinque compagnie nazio-
nali multidisciplinari all’avanguardia
FLAMENCO. Il critico si affidi al
pubblico: c’è una sanguigna Fuensanta
La Moneta tra la luna e gli uomini.
ILLAGO DEI CIGNI Rimpiangendo il passato
e sperando nel futuro senza mai essere soddisfat-
to del presente: così ho trascorso la mia vita.
soddisfat- to del presente: così ho trascorso la mia vita. C ominciamo con il parlare di

C ominciamo con il parlare di un network: una rete di pro- getti collegati tra loro per la condivisione di modi, finali- tà e programmi. Il network in questione nasce nel 2006 e

si chiama IperCorpo, il sodalizio lega 5 compagnie nazionali multidisciplinari all’avanguardia: Città di Ebla, Santasangre, Gruppo Nanou, Cosmesi, Ooffouro. «IperCorpo», il festival di danza, teatro, musica, video e arti visive (Forlì, 18 settembre-3 ottobre), è giunto alla IV edizione: una sede di sperimentazioni e confronti, un laboratorio creativo senza confini di genere. La voce di Marco Valerio Amico, attore e danzatore, racconta il Gruppo Nanou (finalista del Premio Equilibrio all’Auditorium di Roma nel 2008), che nasce a Ravenna nel 2004 ed è composto, oltre a lui, da Rhuena Bracci e Roberto Rettura, in scena a Forlì con Motel (Faccende Personali)-Prima Stanza. Gruppo Nanou: la prima curiosità che nasce è sulla natura di questo nome. Nanou raccoglie una pluralità di significati: è innanzitutto un nome di donna; identifica un prodotto nato dall’unione di tre persone, ma che non incarna nessuna delle tre perché si riassu- me in una persona terza. È inoltre il titolo di un film (C. Templeman, 1986), è il titolo di una canzone, è il nome di un vul-

IPERCORPO

«Nanou» è innanzitutto un nome di donna; identifica un prodotto nato dall’unione di tre persone ma che si riassu- me in una persona terza. È inoltre il titolo di un film del 1986, è il titolo di una canzone, è il nome di un vulcano australiano, e in dialetto romagnolo significa «mio caro»

cano australiano. Infine, per rimanere radicati alle nostre origi- ni, in dialetto romagnolo significa «mio caro». Gruppo in quan-

to fa capo a competenze unite in linea orizzontale e non vertica-

le: le mie di attore e danzatore, quelle di Rhuena di danzatrice

ed ex ginnasta, quelle di Roberto di sound designer ed esperto di

post produzione. Qual’è la natura del network-festival IperCorpo, e quale tipo di sinergia lega le 5 compagnie che lo compongono? Il progetto IperCorpo nasce dapprima dall’interazione delle

compagnie Città di Ebla di Forlì e dei romani Santasangre, volto ad inventare realtà giovani attraverso un’esperienza di scambio; i Santasangre rappresentavano una realtà isolata a Roma, che approdando nella città romagnola ha potuto trovare un confron-

to reale con diversi artisti, basato su un vero rapporto di amici-

zia. Claudio Angelini della compagnia Città di Ebla ha poi invi-

tato altri gruppi; abbiamo così trovato un contatto artistico che

ci ha permesso di continuare a sviluppare, come singole indivi-

dualità, i singoli linguaggi. Non si può assolutamente parlare di una lobby strutturata al fine di ottenere finanziamenti, né propo- niamo un «pacchetto» commerciale che abbia un suo riconosci- mento artistico. Non esiste, per dirla in breve, una «generazione ipercorpo». L’ultimo lavoro del Gruppo Nanou Motel (Faccende Personali)-Prima Stanza ha ricevuto un paragone lusinghiero da parte del critico Rodolfo Di Giammarco: Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci sono stati definiti realizzatori di «tableaux vivants minimalistici che paiono ispirarsi a stupendi quadri imborghesiti di Hopper». Un tavolo centrale, due sedie, una gab-

a cura di Rossella Gaudenzi
a cura di Rossella Gaudenzi

bia per uccellini e un tappeto. Due performers che sembrano sospesi, quasi una sorta di En Attendant Godot del XXI secolo rafforzato da magistrali effetti di luci e suoni. «Lo spettacolo Motel (Faccende Personali)-Prima Stanza,

della durata di 30 minuti, è il primo atto di una trilogia suddivi-

sa in stanze. Elementi forti del nostro lavoro sono, da sempre, i

suoni e le luci. Quanto ai suoni, Roberto procede con un lavoro

di microfonatura, utilizziamo perlopiù suoni reali che vengono

campionati e rielaborati digitalmente. Il risultato è una ‘dram- maturgia sonora’ in cui c’è un continuo passaggio tra ciò che è presente in scena e ciò che è evocato. Le luci vogliono essere di forte effetto e in questo il lavoro di Fabio Sajiz è esemplare, è in grado di dare l’effetto di un’intimità spiata, più che gettata addosso. Il motel è un asettico non-luogo, i due personaggi in scena lasciano intravedere la preparazione di una cena, ma lasciano anche ad intendere che qualcosa si svolge al di fuori di quelle quattro mura». «Non c’è nessun messaggio da esplicitare, bensì un invito. Il tentativo è quello di lasciare spazio al vuoto narrativo; lo spet- tatore può e deve metterci del suo, senza essere guidato nella visione e nell’interpretazione».

essere guidato nella visione e nell’interpretazione». orse più spesso il critico, di qualsivoglia forma arti-

orse più spesso il critico, di qualsivoglia forma arti- stica, dovrebbe affidarsi al pubblico in sala e tenere in giusta considerazione - ponderare - il riscontro che questo pubblico esprime. Come quello per la terza edizione di «Flamenco!», il festival creato dalla Fondazione Musica per Roma che ha riunito per 11 giorni autunnali gli appassionati del fla- menco tutto, non trascurando nessuna disciplina nelle tre categorie rappresentate, cante, toque e baile. Per il primo, tre interpreti: Esperanza Fernàndez, Diego El Cigala, El Pele; due per il toque (la chitarra accompagna- ta dal ritmo di palmas y tacones), il sassofonista valen- ciano Perico Sambeat e il chitarrista Juan Manuel Canizares. Quindi, el baile: quale migliore inaugurazione se non l’irruenta presenza sulla scena della sanguigna Fuensanta Fresneda Galera «La Moneta»? Uno strepitoso De entre la luna y los hombres per un’ora e mezza di struggente interpretazione. Un plauso che doverosamente si estende ai chitarristi Miguel e Paco Iglesias, alla cantante Eva Duran, alle capacità percussive di Josè Carrasco. La padronanza assoluta di una tecnica solida appresa dai migliori maestri è rafforzata dalla carica drammatica ed espressiva che solo l’esperienza formativa di chi si è esi- bito nei tablaos può possedere. Non un posto vuoto, il pubblico in visibilio palpita all’unisono con l’artista.Assiste al cambio di vesti e al pas- saggio tra i colori tradizionali del flamenco: bianco, nero, rosso. Assiste al passaggio tra ruoli talvolta nettamente definiti, talvolta talmente sfumati da perdersi, come in un gioco: così la virilità dell’hombre può sciogliersi in morbi- de costruzioni e quello della mujer può oscillare tra una femminilità sfacciata e un’aggressività ed un piglio felini. Seducente il gioco di simmetrie che proietta su due grandi teli la ballerina in video in differenti momenti. Fuensanta la Moneta diviene una e trina: campeggia sulla scena in carne ed ossa e si ammira e fa ammirare proiet- tata sul telone. Poi i fantasmi scompaiono e la ballerina, nuovamente sola in campo, torna a catturare l’attenzione generale. Sul palco si è affacciato un intero mondo, o meglio, uno stile di vita. Tanto distante da quello espres- so dal balletto classico da poter sembrare al confronto addirittura sgraziato. O lo si ama o lo si odia, ma quando lo si ama ed è così ben fatto il consenso è universale. Non

addirittura sgraziato. O lo si ama o lo si odia, ma quando lo si ama ed
si ama ed è così ben fatto il consenso è universale. Non di Livia Oreste Invincibile,

di Livia Oreste

Invincibile, non lo

domini mai. Non resta che rassegnarsi.

Così tutta la vita è un’alternanza ininter- rotta di pesante realtà, sogni fugaci e

Non c’è approdo.

Vaga per questo mare, finché esso non ti avvolge e ti inghiotte nelle sue profondità.

Questo è il Fato, [

]

fantasie di felicità

IL LAGO DEI CIGNI

IL Lago dei Cigni è il primo dei tre

egli compose con grande entusia-

smo tra il 1875 e 1876, traendo ispira- zione dalla tradizione favolistica tede- sca e dalle tematiche romantiche. Dall’intenso lavoro nacque una musica ricca di fascino e di colore che, però, risultò troppo impegnativa per i balle- rini che necessitavano di ritmi più sem- plici: fu quindi modificata per esigenze coreografiche. Quello che sarebbe diventato il «balletto dei balletti» venne accolto con grande freddezza e, dopo poche repliche, ritirato dalle scene. Negli anni successivi alla sfortunata prima, la massima autorità allora riconosciuta nel mondo della danza - il marsigliese Marius Petipa, impareggiabile mae- stro di danza del Balletto Imperiale di San Pietroburgo - progettava una riforma del balletto, convinto che l’in- successo non fosse da imputare alla musica ma all’allestimento. Con l’aiu- to del suo collaboratore Lev Ivanov e del maestro Riccardo Eugenio Drigo, riordinò le sequenze musicali secondo più giuste esigenze drammaturgiche. L’opera, come oggi la conosciamo, si fonda sui due temi fondamentali della danza ottocentesca: realtà e sogno. La calda atmosfera romantica e la perfetta armonia tra la parte lirica e quella drammatica fa del Lago dei

balletti di P. I. Tchaikovsky che

cigni una delle opere più importanti del repertorio ballettistico. La poesia del tema d’amore esercita un fascino durevole rappresentando la romantica aspirazione verso un ideale irraggiun- gibile: la donna-cigno bianca, figura emblematica ed eterea, alla quale si contrappone la donna cigno nero, enigmatica e seducente. Le due figure celano archetipi e dicotomie dell’amor sacro e dell’amor profano, di Eros e Thanatos, del bene e del male. L’opera è il più completo omaggio alla bravura della prima ballerina, un cigno, chiamata ad essere di volta in volta simbolo di estrema dolcezza o di assoluta malvagità. Sono necessarie grandi doti tecniche e interpretative per comunicare al pubblico lo spesso- re psicologico e la complessità del doppio personaggio Odette/Odile:

proprio per questo, al Teatro dell’Opera dal 27 novembre al 2 dicembre, ci si affida all’interpreta- zione di grandi ètoile internazionali del calibro di Svetlana Zakarhova. Con le sue ideali proporzioni, la tec- nica cristallina e la delicata intensità si dimostra interprete d’eccellenza; ogni piccolo gesto, ogni passo, ogni port de bras strega il pubblico. Impossibile distogliere lo sguardo da un corpo ete- reo che, come suggerisce ogni passo sulle punte, tende ad innalzarsi al cielo con emozioni fortemente terrene.

ad innalzarsi al cielo con emozioni fortemente terrene. www.youtube.com/musicinchannel I nostri cameramen sono lì
www.youtube.com/musicinchannel I nostri cameramen sono lì fuori Music In Video è videointerviste, riprese, showreels,
www.youtube.com/musicinchannel
I nostri cameramen sono lì fuori
Music In Video è videointerviste, riprese, showreels,
musica in movimento e i vostri video in anteprima
Music In Channel > redazione@musicin.eu
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FFEEEEDD Music In Novembre-Dicembre 2009 back KATIALABÈQUE Shape of my Heart La falda del mio
FFEEEEDD
Music In Novembre-Dicembre 2009
back
KATIALABÈQUE Shape of my Heart La
falda del mio cappello nasconde gli occhi di
una bestia che solo lei, al piano, sa calmare
QUARTETTO NAZIONALE Senza fil-
tro Stanno abituandoci a sonorità melodi-
che groove che ci spalancano le orecchie
PONENTINO TRIO Ruma Però,
si co’ ‘sto canto, io v’ho svejato,
m’aricommanno che me perdonate
a cura di ROMINA CIUFFA
KATIA LABÈQUE - SHAPE OF MY HEART CLASSICA MMEENNTTEE Questo album merita non parole, ma
KATIA LABÈQUE - SHAPE OF MY HEART
CLASSICA
MMEENNTTEE
Questo album merita non parole, ma silenzi. Per tale motivo tutto ciò
che sto per dire deve suonarvi come la lavatrice che gira mentre la
radio passa Chick Corea. Appunto: terza traccia, We will meet again
(Bill Evans) riarrangiata da lui e, mentre il duo suona due pianoforti, la lavatrice è in pre-
lavaggio ma non la si sente più. Non voglio, non devo assolutamente cadere nel tranello,
non io, non quello di dire che i primi due brani - Moon over Bourbon Street e Shape of my
heart di Sting - hanno fatto breccia in quel luogo dentro di me dove l’alcol è l’unico appi-
glio per amare, un luogo in cui prima solo «Leaving Las
Vegas» mi aveva rinchiuso.
È che adoro girare per New Orleans ubriaca quando
c’è luna piena. La falda del mio cappello nasconde gli
occhi di una bestia, ho il viso di un peccatore e le mani
di
un prete. Non posso cadere nella tentazione di
recensire Sting se è lei che lo accompagna, la pianista
preferita di Madonna, cui Miles Davis dedica due brani
- Katia Prelude e Katia (You’re under arrest, 1985) -,
francese e un po’ italiana per una madre, Ada Cecchi,
nata a Torre del Lago ed ex-allieva di Marguerite Long.
C’è in quest’album anche una sorella che non c’è,
Marielle, dalla quale pianisticamente solo qui si separa
(la loro Rapsodia in Blu di George Gershwin ha vendu-
to
oltre 500mila copie) e con la quale - fraterna sbalor-
ditiva carriera - ha fondato la KML Recordings per lo
sviluppo e la diffusione del repertorio per due pianofor-
ti. La lavatrice è un rombo, i panni sporchi si lavano in casa.
Ma, mentre io sono ancora sotto una finestra di notte a combattere il mio istinto bestia-
le
sotto una pallida luce lunare, tutt’a un tratto al piano con lei va a sedersi Herbie
Hancock per darmi un classico, My Funny Valentine, qui a Bourbon Street con questa bot-
tiglia mezza vuota, mai mezza piena, di whiskey. Provo a ricordare, me lo ripetevo prima
di
ubriacarmi, devo amare ciò che distruggo e distruggere ciò che amo - devo amare ciò
che distruggo e distruggere ciò che amo, come una tiritera insisto ma c’è Chopin, ora.
Lei, sola, Chopin, Prélude n. 4, ed io sotto una luna da lampioni. (Centrifuga).
Gli occhi tesi a guardare la stessa finestra, nessuno si affaccia, poi capisce: ci vuole un
pezzo dei Radiohead (sceglie Exit Music), il lunare Notes to the future e, in formazione B
for Bang (la B sta anche per Beatles) Because, Purple Diamond con David Chalmin, il suo
amato Satie con Gnossienne n. 3 e, al piano con Gonzàlo Rubalcaba in persona, Bésame
Mucho in controtempo, bacio sì e bacio no, come fosse stanotte l’ultima volta. L’ultima
volta è stata già, tanti anni fa. Bésame mucho non si dà ai lupi mannari, non ci voleva.
Ripara, la Labèque, cambiando ancora una volta registro, come piace a lei, con una
Meditation di Bernard Hermann da Wuthering Heights. Tempestosissime, queste cime,
ed è meditando che mi ricordo dei panni.

ROMINA CIUFFA

AMBROSE FIELD & JOHN POTTER - BEING DUFAY

I vasti campi della musica elettronica e delle nuove tec-

nologie si riconfermano terri- torio fertile per una sperimentazione che non vuole essere simbolo di ricerca instancabile di novità intellettuale, ma piuttosto fonte di nuove interpretazioni e letture di un passato storico che percepiamo come remoto, troppo spesso dimenticato se non sconosciuto, alla luce di come si è trasformata la concezione di arte e musica al cospetto di una modernità quanto mai conoscitrice e rispettosa. Ecco allora Guillame Dufay - il più grande com-

positore franco-fiammingo di polifonia di tutto il

XV secolo, attivissimo anche in diverse corti ita-

liane e autore imprescindibile per i nostri monumenti nazionali quali Palestrina e Monteverdi - rivivere nel 2009, tra sacro e pro- fano, come se dal ‘400 avesse potuto conti-

nuare a fare musica, attraversando tutti gli svi- luppi e le correnti, per giungere sino ai giorni nostri cambiato, ma memore delle sue origini.

E le strutture complesse della sua polifonia, in

BEYOND

&further

cui

ogni cosa è calcolata a puntino, si specchia-

no

nei paesaggi sonori creati dall’elettronica di

Ambrose Field, vero esperto di musica quadri- fonica, magnifico nel creare landscapes artifi-

ciali con l’ausilio di suoni campionati dalla natu-

ra o dal contesto urbano.

Un’elettronica che si avvale della voce del teno- re inglese John Potter, membro dell’Hiliard Ensemble, con esperienza già maturata nel

campo della musica d’avanguardia; un’elettro- nica che parte da ciò che è tangibile e lo tra- sforma nel nuovo ed irrealizzabile; un’elettroni- ca che esplora, pesca, riedita, combina, incide, sovrincide, trasforma, deforma, trasfigura ma mai assale né prevale; diventa corpo sonoro, fascio caleidoscopico polimorfo e quasi intangi- bile per riflettere la volontà di spingersi oltre le possibilità della vocalità umana e trascenderle.

oltre le possibilità della vocalità umana e trascenderle. Sembra come se la tecnica del «cantus fir-

Sembra come se la tecnica del «cantus fir- mus», stra-abusata da Dufay, potesse rivivere ancora e rendere le sue stesse composizioni «cantus firmus» di una composizione ulteriore, più ampia, distesa, immensa, che non è tributo passivo verso un passato la cui immensità si estende per secoli (come sempre avviene per gli artisti «da repertorio»), ma un modo nuovo ed odierno di «essere Dufay».

Gianluca Gentile

QUARTETTO NAZIONALE - SENZA FILTRO

JJ AAZZZZ

&&&& bbbblllluuuueeeessss

& & & b b b b l l l l u u u u e

Opera prima del Quartetto nazionale finalmente, e senza

filtro. Si realizza così

il progetto da tempo

ambito di 4 musicisti

di

grande esperien-

za,

legati da tempo ai

più importanti palchi del pop-rock italiano e internazionale e agli innu-

merevoli contributi in studio di registrazione.

Punto di partenza: groove, prelevato da trascor-

si

rhythm’n’blues, jazz e rock. Percorso: scrittura

di

composizioni e arrangiamenti articolati,

aggiunta di soli a ispirazione rock (Jimy Hendrix, Brian Auger) e jazz (Jimmy Smith). Approdo:

forte componente melodica, totalmente origina-

le. I Fantastic4 sono Alessandro Centofanti (organo e tastiere), Marco Rinalduzzi (chitarra elettrica e acustica), Marco Siniscalco (basso

elettrico e acustico), Marcello Surace (batteria),

e superpoteri «progressive».

Ottime sonorità blues innanzitutto, fuse a jazz

e rock, le stesse che hanno iniziato a girare

per Roma e a rendersi note, orecchiate, attra- verso i concerti degli ultimi mesi (anche Marcello Rosa come special guest). Senza filtro (Rinaldo Musica) propone perlopiù brani inediti strumentali e vi affianca arrangia- menti complessi con soli strepitosi ne che valo- rizzano il groove: energia, gusto e raffinatezza dei musicisti. Linee chiare e semplici in coperti- na come si richiede a chi fa musica, non grafi-

ca. Infatti, contenuto articolato e imperdibile.

Rossella Gaudenzi

PONENTINO TRIO - RUMA

BEYOND

&further

No, non è un refuso. Questo album si chiama Ruma, una

ne», fontana con la quale abbeveriamo i turisti che ci sfamano. Questo bel Ruma - dopo un pre-

possibile etimologia - rilevano -

indoeuropea di ceppo sannitico della Campania

cedente Roma, lo senti er Ponentino? scalpitavo

che risale alla lingua degli Oschi, popolazione

sotto al fico perché Rumina ne benedisse un secondo - raccoglie ancora repertorio romane-

antica pre-romana, cui si riconduce una pluralità

sco con le più belle canzoni antiche e moderne e

di

popoli dell’Italia meridionale. Possiamo sceglie-

i testi basati sulle poesie di Trilussa, Belli,

re

tra due significati: «colle» o «zinna» (la zinna

Pascarella etc. (c’è un affabulatore nel gruppo).

romana è la tetta italiana). Preferiamo la secon- da se diamo rilievo alla presenza, nella nostra romanità, di una lupa che ci ha sfamato (io, per- sonalmente, la compro perché il mio nome deri- va da Romolo). Scegliamo colle, invece, se è domenica e andiamo a Squarciarelli a fa’ ‘na gita

a li Castelli - traccia 12 - ma è chiaro, ci fa como-

do utilizzarli entrambi, a seconda che sia giorno

o che sia notte, per due diversi, irrinunciabili vizi.

La dea Rumina o Ruma era una «zinnona» indi-

gena, protettrice dei lattanti e degli armenti, ed aveva un sacello in riva al Tevere proprio presso

il fico detto «ruminale». Sotto l’ombra del fico,

nella stagione calda, ruminavano i buoi, mentre i pecorari andavano al sacello ad offrirle latte. Oggi là sotto a prendere il ponentino ci va questo Trio, nato durante la Festa de’ Noantri 2004. Dà la copertina all’album di Cesario Oliva (chitar- ra e voce), Daniela De Angelis (voce) e Costantino Pucci (affabulatore, clown) il «naso-

Tra cui La povera Cecija, Sinnò me moro, Li nummeri, Cristo al mandrione, Il walzer della toppa, Più semo

, Cristo al mandrione , Il walzer della toppa, Più semo e mejo stamo , che

e mejo stamo,

che ad ascoltarli «nde ‘sta serata piena de dorcez- za pare che nun esisteno dolori»

(Nina, si voi dor- mite).

Loro cantano tanto pe’ cantà, noi li ascoltiamo perché ce piace- no. E - nostalgia di Gabriella Ferri - accade un classico: il friccicore ar core (mettice ‘na pezza).

Romina Ciuffa

MONO - HYMN TO THE IMMORTAL WIND

ALTER

Romina Ciuffa MONO - H YMN TO THE I MMORTAL W IND ALT ER N N

NNAATTIIVVEE

Quinto lavoro in

studio per i Mono, quartetto capita- nato da Takaakira Goto, composto

da Tamaki Kunishi,

Yasunocri Takada

e Yoda.

Sette le tracce che costituiscono Hymn to the Immortal Wind (Conspiracy Records, 2009), concept album vecchio stampo prodotto da Steve Albini (Nirvana, Sonic Youth, Pixies, Neurosis, Mogwai), centrato su cupi noises e un’orchestra di 30 elementi, tra archi tardo- romantici, fiati, arrangiamenti sovrapposti e danze emotive sostenute da percussioni tipi-

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