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Disuguaglianza e povert.

Fatti, teorie e possibili


interventi.

Sandro Brusco

Irene Tinagli

Febbraio 2012
Abstract
In questo lavoro passiamo dapprima in rassegna la principale ev-
idenza empirica e le principale spiegazioni teoriche su disuguaglianza
e povert. Ci dedichiamo poi a una analisi pi dettagliata del caso
italiano e ai possibili interventi di politica economica.
1 Introduzione
Di disuguaglianza, povert e mobilit si discute continuamente e non sempre
in modo chiaro. A nostro avviso una discussione razionale intorno a questi
temi dovrebbe tener fermi alcuni punti.
Primo, i tre fenomeni vanno tenuti distinti. La povert (opportuna-
mente denita) pu aumentare o diminuire in modo indipendente dalla dis-
uguaglianza (opportunamente denita) e lo stesso vale per la mobilit. An-
che se spesso queste variabili hanno andamenti correlati, la correlazione non
perfetta. Per esempio, vari studi documentano il fatto che in vari paesi
cresciuta la disuguaglianza del reddito allinterno del 10% superiore della
popolazione. evidente che tale aumento della disuguaglianza non ha alcun
impatto sulla povert.
Secondo, non bisogna mai smettere di cercare e valutare correttamente i
dati empirici relativi a questi fenomeni. La verit che ottenere buoni dati,
comparabili nel tempo e tra paesi, su disuguglianza, mobilit e povert
dicile. Il compito reso ancora pi dicile dal fatto che su questi temi
molti hanno preferenze ideologiche che spingono a cercare e interpretare i

Relazione preparata per il convegno Non importa se il gatto bianco o nero. Politiche
per la crescita, Roma 28-29 febbraio 2012. Tutti gli errori sono responsabilit esclusiva dei
due autori, tranne gli a capo sbagliati che sono da imputare al programma di scrittura.

Department of Economics, Stony Brook University. sandro.brusco@stonybrook.edu

Departamento de Economa de la Empresa, Universidad carlo III de Madrid.


irene.tinagli@uc3m.es
1
dati al ne di dimostrare una tesi precostituita, piuttosto che per meglio
capire i fenomeni. Soprattutto nel dibattito politico si osserva spesso una
tendenza a usare in modo ultrasemplicato certe statistiche, ignorando tutti
i problemi di misurazione che vi stanno dietro.
Terzo, una volta che si arrivati a un qualche accordo su quali sono i
fatti rilevanti, tali fatti vanno interpretati alla luce della teoria economica.
Il dibattito politico sembra sempre oscillare tra due interpretazioni estreme.
La prima aerma che la disuguaglianza (o la povert, o la scarsa mobilit
sociale) deriva da rapporti di forza tra le classi sociali, ed quindi facilmente
contrastabile mediante crudi interventi redistributivi: si tassano i ricchi e si
distribuiscono i soldi ai poveri. La seconda aerma che la disuguaglianza
determinata unicamente da fattori tecnologici e che ogni tentativo di in-
terferire non pu che risultare fallimentare, creando pi problemi di quelli
che si propone di risolvere. Le cose, come facile immaginare, sono pi
complicate, e pensare a forme di intervento che permettano di allargare il
ventaglio di opportunit per le persone meno avvantaggiate agendo in modo
appropriato sugli incentivi e sulle cause strutturali della povert cosa non
banale.
In questo lavoro cercheremo di tener ferma limpostazione appena de-
scritta, fornendo sia una valutazione della evidenza empirica sullandamento
di povert, disuguaglianza e mobilit sia una quadro teorico per la migliore
comprensione di questi fenomeni. Inizieremo nella sezione 2 riassumendo
ci che sappiamo riguardo allevoluzione delle variabili distributive a livello
internazionale; adottare una procedura comparata in questo caso essen-
ziale, perch importante capire se gli andamenti di fondo dipendono da
specici fattori nazionali (tipicamente politico-istituzionali) o se invece li
trascendono. chiaro infatti che un aumento della disuguaglianza indotto
da mutamenti tecnologici fenomeno che ha implicazioni e va arontato in
modo diverso da un aumento della disuguaglianza dovuto principalmente
a cambiamenti istituzionali. Nella sezione 3 discuteremo invece le princi-
pali teorie elaborate riguardo allandamento delle variabili distributive. Pur
senza pretesa di completezza, dato che la letteratura al riguardo ster-
minata, cercheremo di individuare quelle spiegazioni dellandamento della
disuguaglianza che hanno ricevuto pi attenzione. Una volta posta in tale
modo le basi dellanalisi, rivolgeremo nelle sezioni 4 e 5 lattenzione allItalia.
Specicamente, la sezione 4 si occupa di discutere in maggiore profondit
le caratteristiche peculiari della disuguaglianza italiana, mentre la sezione 5
introduce alcune proposte di politica economica nalizzate a una riduzione
della povert in Italia.
2
2 I fatti in prospettiva internazionale
Vi sono parecchie misure della disuguaglianza, con diverse propriet e tese
a focalizzare vari aspetti. Dato che questo non il luogo per un disamina
delle propriet di ciascun indice, ci limiteremo allanalisi delle misure che pi
hanno trovato utilizzo. In particolare, per quanto riguarda la distribuzione
del reddito considereremo:
1. Indice di Gini, che cerca di fornire una misura sintetica del grado com-
plessivo di disugaglianza lungo tutta la distribuzione. Si tratta di un
numero che varia tra 0 e 1, con zero che rappresenta il caso di per-
fetta uguglianza e 1 che rappresenta il caso di massima disuguaglianza
(tutte il redito in mano allindividuo pi ricco).
2. Percentuale di reddito che va alla frazione pi ricca della popolazione
(tipicamente il 10%, l1% oppure lo 0,1%).
3. Rapporto tra decili, tipcamente 90/10 (rapporto tra il reddito di un in-
dividuo che pi ricco esattamente del 90% della popolazione e reddito
di un individuo che pi ricco esattamente del 10% della popolazione).
Altri rapporti frequentemente usati sono il 90/50 e il 50/10.
Come vedremo queste misure tendono a essere correlate a livello di paese, ma
non sempre. Inoltre landamento nel tempo in diversi paesi stato diorme.
2.1 Lindice di Gini
Per quanto riguarda lindice Gini, i dati relativi ai paesi OCSE mostrano
come nel corso degli ultimi venticinque anni la diseguaguaglianza dei red-
diti abbia registrato un deciso aumento. Laumento maggiore per si verica
dalla met degli anni Ottanta alla ne degli anni Novanta, con un sostanziale
livellamento negli ultimi dieci anni. A ben vedere, dal 2005 in poi la dis-
eguaglianza nella distribuzione dei redditi diminuita in Belgio, Irlanda,
Norvegia, Portogallo, Grecia, Spagna e anche in Italia (dove dal valore di
0,352 del 2004 si passati allo 0,337 del 2008), mentre aumentata in Svezia
e Danimarca ed rimasta pi o meno stabile per gli altri paesi, in cui ha
oscillato di poco. In particolare la diseguaglianza diminuita in alcuni paesi
extra-europei (non mostrati in tabella) che tradizionalmente sorivano di
alti livelli di diseguaglianza, come Turchia, Cile e Messico.
3
Fonte Ocse. I dati in neretto si riferiscono allanno precedente.
(*) dati calcolati su forza lavoro anzich su totale popolazione
I dati quindi, almeno per quanto riguarda lindice Gini, non supportano la
convinzione diusa secondo cui la disuguaglianza complessiva dei redditi
signicativamente aumentata ovunque negli anni pi recenti. vero per
che la disuguaglianza aumentata in molti paesi a partire negli ultimi 30-40
anni, rovesciando una tendenza precedente alla compressione dei redditi.
2.2 La frazione che va ai redditi pi alti
Un altro modo per valutare la disuguaglianza dei redditi, particolarmente
comune nel dibattito pubblico, quello di guardare alla frazione del reddito
complessivo che va ai redditi pi alti. Misure comuni sono la frazione di
reddito che va al 10% dei cittadini pi ricchi, oppure all1% o anche allo 0,1%.
Monitorare e studiare a livello internazionale la porzione dei redditi che va ai
pi ricchi e il suo andamento nel tempo non semplice. La fonte principale
di questi dati sono le dichiarazioni dei redditi, che non sono una fonte ideale
per osservare i movimenti eettivi del reddito
1
, tuttavia in tempi recenti
vari lavori hanno cercato di sfruttare questi dati per ottenere informazioni
utili sullandamento delle quote dei percentili pi ricchi. Buona parte del
lavoro fatto in questa area per dierenti paesi racolto nei due volumi curati
da Atkinson e Piketty [2], [3]. Atkinson, Piketty and Saez [4], fanno una
panoramica di questa letteratura e mostrano dati sulla porzione di reddito
1
I contribuenti hanno ovvaimente tutto linteresse a minimizzare le tasse pagate, dis-
torcendo le proprie dichiarazioni dei redditi a tale ne. Anche quando non viene violata
alcna legge i contribuenti adottano strategie come pretendere che guadagni da attivit la-
vorativa sono in realt guadagni di capitale etc. Inoltre il concetto di reddito imponibile
varia da paese a paese e nel tempo in ciascun paese, rendendo pi dicile la comparazione.
4
posseduta dallo 1% e dallo 0,1% pi ricco della popolazione in circa venti
paesi, dallinizo del secolo scorso no al 2005 circa.
I dati mostrano che tutta la prima met del secolo scorso (1900-1949) ha
visto una drastica riduzione della porzioni di redditi nelle mani dello 1% pi
alto della popolazione, una caduta che andata stabilizzandosi verso il 1950,
per poi tornare a salire negli anni successivi. In altre parole, landamento
dei redditi dei pi ricchi ha seguito una forma a U. Un andamento parti-
colarmente marcato negli Stati Uniti, dove laumento dei redditi nelle mani
delluno percento pi ricco della popolazione stato particularmente mar-
cato negli ultimi decenni.
Circa1949 Circa2005
Frazionedel
top1%
Frazionedeltop
0.1%
Frazionedel
top1%
Frazionedel
top0.1%
Indonesia 19.87 7.03
Argentina 19.34 7.87 16.75 7.02
Ireland 12.92 4 10.3
Netherlands 12.05 3.8 5.38 1.08
India 12 5.24 8.95 3.64
Germany 11.6 3.9 11.1 4.4
UnitedKingdom 11.47 3.45 14.25 5.19
Australia 11.26 3.31 8.79 2.68
UnitedStates 10.95 3.34 17.42 7.7
Canada 10.69 2.91 13.56 5.23
Singapore 10.38 3.24 13.28 4.29
NewZealand 9.98 2.42 8.76 2.51
Switzerland 9.88 3.23 7.76 2.67
France 9.01 2.61 8.73 2.48
Norway 8.88 2.74 11.82 5.59
Japan 7.89 1.82 9.2 2.4
Finland 7.71 7.08 2.65
Sweden 7.64 1.96 6.28 1.91
Spain 8.79 2.62
Portugal 3.57 9.13 2.26
Italy 9.03 2.55
China 5.87 1.2
Fonte. Atkinson, Piketty e Saez [4]
Tuttavia allinterno di questo macro-trend emergono situazioni anche molto
dierenziate. Troviamo infatti paesi di lingua inglese come come Inghilterra,
Irlanda, Canada, Stati Uniti e Nuova Zelanda (ma anche Cina e India) in
cui si registrano aumenti signicativi dei redditi in mano dell1%, mentre
paesi dellEuropa continentale come Francia, Germania Olanda e Svizzera
(ma anche il Giappone) in cui landamento stato molto pi piatto, con
aumenti modesti della quota che va ai redditi pi alti.
La situazione si complica ulteriormente se guardiamo ai livelli della con-
centrazione dei redditi anzich ai tassi di crescita, rendendo dicile rilevare
patterns signicativi e, soprattutto, correlazioni chiare tra porzione di ric-
chezza in mano a pochi e altri indicatori di diseguaglianza come lindice Gini.
5
Per esempio, tra i paesi con i pi alti livelli di concentrazione di reddito nelle
mani dell1% pi ricco troviamo la Norvegia, che ha uno degli indici Gini pi
bassi. Viceversa paesi come la Spagna, il cui indice Gini tradizionalmente
piuttosto alto, ha un concentrazione di reddito in mano ai pi ricchi analoga
alla Francia. Questo non interamente sorprendente dato che i due indica-
tori si riferiscono a grandezze diverse (reddito imponibile degli individui a
ni scali per la frazione dei redditi pi alti, reddito netto delle famiglie per
lindice di Gini). Tutto questo suggerisce che i dati sulla frazione dei redditi
che va ai redditi pi alti rappresentano indicatori parziali del livello di disug-
uaglianza nella distribuzione del reddito di un paese, ed bene non vengano
usati in modo isolato senza guardare ad altri indicatori della disuguaglianza.
2.3 I rapporti interquantili
Altri indicatori possono essere costruiti guardando in maggiore dettaglio la
forma della distribuzione, cercando di catturare landamento in punti diversi
dalla coda. Tipicamente si pu guardare al rapporto tra quantili o al
rapporto tra quote possedute al di sopra e al di sotto di un certo quantile.
Considerando dapprima il rapporto tra quantili, sia 1r, con r che va
da zero a 100, il valore del reddito a cui r per cento dei contribuenti ha un
reddito inferiore a r. Per esempio, 150 il valore della mediana, mentre
190 il reddito al di sopra del quale si appartiene al 10% pi ricco. Un
indicatore molto usato il rapporto 190,110 (spesso chiamato rapporto
interdecili), ossia il rapporti tra il reddito di chi esattamente al novantes-
imo percentile e di chi esattamente al decimo percentile (ossia, 110 il
livello di reddito al di sotto del quale si appartiene al 10% pi povero della
popolazione). Altri rapporti spesso usati sono il 190,150, che cerca di va-
lutare la disuguaglianza nella parte alta della distribuzione, e il 150,110,
che fa lo steso lavoro per la parte bassa della distribuzione.
Per quanto riguarda il rapporto tra le quote, questo viene calcolato come
il rapporto tra il reddito totale ricevuto dal r% pi ricco della popopazione
e il reddito totale ricevuto dal r% pi povero. Una misura comune il
o80,o20 (spesso chiamato rapporto interquintili), che misura appunto il
rapporto tra il 20% pi ricco e il 20% pi povero. Per esempio, un valore di
o80,o20 pari a 3 indica che in media le persone che appartengono al 20%
pi ricco guadagnano il triplo delle persone che appartengono al 20% pi
povero.
Osservando i dati relativi a queste due misure di diseguglianza si nota una
notevole similitudine con i dati dellindice Gini, pur con qualche dierenza.
La correlazione tra indice di Gini e rapporto interquintilli pi bassa rispetto
a quella tra ndice di Gini e rapporto interdecili, soprattutto per valori bassi
6
dellindice Gini.
Il rapporto interquintili viene calcolato dallEurostat per i paesi europei.
Fonte Eurostat, Income Distribution Statistics.
Come per lindice di Gini, i paesi dellEuropa meridionale (Italia compresa)
tendono a manifestare valori abbastanza alti.
3 Le spiegazioni teoriche
legittimo aermare che non esiste una spiegazione uniformemente condi-
visa dellaumento della disuguaglianza vericatosi in alcuni paesi nel pas-
sato recente. Il cambiamento della disuguaglianza pu derivare o da inno-
vazione tecnologiche o da mutamenti politico-istituzionali. importante, e
7
purtroppo anche molto dicile dal punto di vista empirico, stabilire quale
delle due componenti sia prevalente, dal momento a seconda dellorigine si
possono formulare giudizi dierenti sulla opportunit di intervenire per lim-
itare la disuguaglianza e sui provvedimenti specici da adottare nel caso si
decida di intervenire.
In un lavoro di rassegna della letteratura, Gordon e Dew-Becker [10]
analizzano e valutano empiricamente spiegazioni tecnologiche e istituzionali
dellaumento della disuguaglianza negli USA.
La spiegazione pi semplice dellaumento della disuguaglianza quella
cha fa riferimento al cosidetto skill-biased technical change, e che si pu rias-
sumere come segue: a partire da circa met degli anni Settanta il progresso
tecnologico ha reso particolarmente pi produttivo il lavoro qualicato e, in
misura inferiore il capitale, e questo ha comportato un aumento del reddito
per i lavoratori meglio pagati, mentre i lavoratori meno qualicati hanno
visto il proprio salario stagnare. Per dirla in modo un po semplicistico:
mentre gli altiforni che si installavano negli anni Cinquanta aumentavano
in modo particolare la produttivit degli operai, i personal computers che
si sono installati negli uci a partire dagli anni Ottanta hanno accresciuto
in modo particolare la produttivit degli impiegati, soprattutto quelli pi
istruiti. Questo ha ridotto, no a renderla quasi nulla, la crescita dei salari
nella parte pi bassa della distribuzione mentre ha aumentato la crescita
dei salari nella parte pi alta. Il risultato stato una maggiore dispersione
dei salari e di conseguenza un aumento della disuguaglianza. La spiegazione
solo parzialmente soddisfacente quando si guarda al pi lungo periodo.
Infatti un aumento del salario per i lavoratori qualicati (una cosa partico-
larmente visibile nellaumento del college premium negli Stati Uniti) avrebbe
dovuto aumentare loerta di tali lavoratori, mediante un aumento del tasso
di scolarizzazione, con una corrispondente riduzione della oerta di lavora-
tori meno qualicati. Tale processo avrebbe dovuto limitare laumento della
diseguaglianza. In realt tale processo non sembra essersi vericato nella
misura che ci si poteva attendere e a tale processo si aggiunto laumento
dellimmigrazione negli USA e altrove.
A questo si aggiunto un fenomeno aggiuntivo, quella della economia
delle superstar, che si riesso in un aumento assai marcato di alcuni
redditi da lavoro pi alti. Essenzialmente lidea che la facilit di trasmis-
sione delle informazioni e del contenuto di intrattemento fa s che piccole
dierenze in talento si traducano in enormi dierenze di reddito. Per fare
un esempio estremo: in un mondo in cui gli attori possono guadagnare solo
con il teatro (e quindi con un solo spettacolo alla volta per un numero rel-
ativamente piccolo di spettatori), anche lattore pi bravo avr possibilit
di guadagno relativamente limitate, mantenendo la disparit di reddito tra
gli attori contenuta. In un mondo in cui la performance di un attore pu
essere riprodotta senza limiti, tuti vorranno vedere lattore pi bravo; di
conseguenza il compenso dellattore pi bravo (magari solo marginalmente
8
pi bravo) sar enormemente superiore a quella degli altri. Lanalisi della
economia delle superstar venne iniziata da Rosen [17] nel 1981 ed stata
estesa e popolarizzata da Frank e Cook [9].
Per quanto riguarda le spiegazioni di tipo politico-istituzionale, una pos-
sibile spiegazione dellaumento sproporzionato dei redditi pi alti dato
dal cambiamento del sistema scale che in molti paesi si vericato a par-
tire dagli anni Ottanta. Quasi ovunque laliquota massima dellimposta sui
redditi venne infatti ridotta in modo cospicuo. Largomento per non
immediato. Laumento della disuguaglianza riguarda infatti i dati relativi
ai redditi lordi, ossia prima del pagamento delle tasse. Deve quindi essere
il caso che, come conseguenza di tale riduzione, i percettori di tali redditi
hanno o aumentato la propria oerta di lavoro o diminuito le attivit di
elusione (per esempio il pagamento mediante fringe benets) ed evasione.
Tra le spiegazione di carattere istituzionali, lattenzione della letteratura
si concentrata sullindebolimento dei sindacati e sulla riduzione del val-
ore reale del salario minimo (negli USA). I salari della fascia bassa della
distribuzione sono rimasti stagnanti in termini reali o sono comunque sal-
iti molto pi lentamente di quelli della fascia pi alta. Un qualche ruolo
stato sicuramente giocato da fattori istituzionali, come logico attendersi.
Per esempio, se lascia che il valore reale del salario minimo si riduca la
teoria predice da un lato unespansione delloccupazione e dallaltro un au-
mento nella dispersione dei salari, che pi o meno ci che accaduto negli
USA. Anche questa spiegazione parzialmente insoddisfacente, dato che
bisognerebbe in primo luogo spiegare perch i sindacati si sono indeboliti e
cosa ha reso politicamente possibile la riduzione del salario minimo.
4 Il caso italiano
Un breve riassunto del caso italiano pu essere il seguente:
1. lItalia un paese con un alto livello di disuguaglianza del reddito,
tra i pi alti in Europa continentale ma simile al livello di altri pesi
dellEuropa meridionale.
2
.
2. La disuguaglianza oggi pi alta che negli anni Ottanta ma laumento
stato concentrato allinizio degli anni Novanta. Dopo il balzo di inizio
anni 90 lindice di Gini si stabilizzato.
3. Buona parte della disuguaglianza deriva dal persistente divario tra
Nord e Sud del paese. Il Sud non solo pi povero (il ch aumenta
lindice complessivo di disuguaglianza) ma anche pi diseguale.
2
In questo lavoro concentriamo lattenzione sulla disuguaglianza del reddito. Vale per
la pena menzionare che levidenza empirica disponibile mostra che la ricchezza in Italia,
oltre a essere in generale abbastanza alta, sembra essere distribuita in modo pi egualitario
che negli altri paesi europei e e nel nordamerica.
9
4. Le famiglie povere sono principalmente quelle giovani dove entra un
solo reddito e con un capofamiglia poco istruito. La povert tra gli
anziani molto inferiore che nel resto della popolazione.
In questa sezione forniremo dapprima evidenza empirica puntuale delle af-
fermazioni precedenti. Nella sezione successiva discuteremo le implicazioni
per gli interventi di politica economica.
4.1 Livello e andamento della disuguaglianza
A livello nazionale, lindice di Gini italiano mostra un valore relativamente
alto rispetto ai paesi dellEuropa continentale e simile a quello degli altri
paesi del Sud Europa.
Andamento dellindice di Gini in Italia nel dopoguerra.
Il primo punto il 1947. La serie riparte dal 1965 no al 2008.
Fonte. Indagine sui bilanci delle famiglie, Banca dItalia.
La disuguaglianza calata durante la fase dello sviluppo economico e il
calo poi proseguito negli anni Ottanta, raggiungendo un minimo nel 1991.
Guardando agli ultimi venti anni, la disuguaglianza ha subito una impen-
nata durante la recessione di inizio anni Novanta, per poi stabilizzarsi e
restare ai livelli alti allora raggiunti; al tempo stesso la disuguaglianza stava
aumentando pressoch ovunque.
La gura sopra si riferisce alla disuguaglianza nei redditi familiari netti
equivalenti. Tale disuguaglianza il risultato di una disuguaglianza che
possiamo chiamare primaria, ossia generata dai redditi di mercato, cui si
sovrappone lopera di redistribuzione dello Stato. In Italia la disuguaglianza
10
basata sui redditi di mercato (prima della redistribuzione) risulta essere
molto alta, addirittura superiore a quella di Regno Unito e Stati Uniti. Il
fatto che la disuguaglianza dei redditi di mercato sia cos alta ovviamente
preoccupante e sembra indicare una certa debolezza strutturale del paese,
che incapace di mantenere la disuguaglianza a livelli moderati senza inter-
vento pubblico.
Alvaredo e Pisano [1] usano dati sulla dichiarazioni dei redditi per osser-
vare la variazione del reddito che va ai percentili pi alti della popolazione.
6%
7%
8%
9%
10%
11%
12%
13%
14%
1
9
7
4
1
9
7
6
1
9
7
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8
0
1
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1
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0
2
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0
2
2
0
0
4
I
n
c
o
m
e
S
h
a
r
e
Top 10-5% Top 5-1% Top 1%
Luso di dati scali per analizzare leettivo andamento della distribuzione
del reddito ha ovvi problemi, soprattutto in Italia. Comunque la gura
mostra che la quota dei redditi pi alti in Italia cresciuta negli ultimi venti
anni, sopratutto per il 5% pi alto della distribuzione. Luno per cento pi
ricco controllava a met della decade scorsa il 9% del reddito. Laumento
assai pi moderato di quello avvenuto negli Stati Uniti (dove l1% pi ricco
controlla una quota di reddito pari al 17,4%).
4.2 La disuguaglianza territoriale
Alla disuguaglianza complessiva contribuiscono da un lato i divari tra le
diverse aree territoriali italiane e dallaltro le disparit interne a tali aree.
Data la perdurante grande dierenza tra il reddito pro-capite del centro-
nord e quello del sud del paese, logico attendersi che questo sia un fattore
che contribuisce allelevato livello di disuguaglianza in Italia. La pi recente
indagine sui bilanci della Banca dItalia fornisce i seguenti dati.
11
Reddito familiare medio netto, 2010
Reddito pro-cap. Consumo pro-cap.
Nord 36,508 27,544
Centro 37,543 28,167
Sud e isole 23,912 19,624
Italia 32,714 25,164
Le disuguaglianze tra territori si sono accentuate negli ultimi 20 anni. La
indagine sui bilanci della Banca dItalia mostra che nel 2010 il reddito fa-
miliare medio equivalente calcolato a prezzi costanti nel Sud era addirittura
inferiore a quello del 1991. Infatti nel periodo 1991-2010 tale variabile
aumentata del 17,2% al Centro, del 10,1% al Nord mentre calato del 2,6%
al Sud. Un grosso contributo allaumento della disuguaglianza avvenuto a
principio degli anni 90 venuto da un netto calo del reddito equivalente
nelle regioni meridionali, che nel 1995 risultava essere calato di pi del 10%
rispetto al 1991. Ci sono voluti pi di 10 anni per recuperare tale perdita,
arrivando nel 2006 a un reddito equivalente pi alto che nel 1991, ma subito
dopo la grande recessione ha fatto di nuovo perdere terreno. Le ragioni
dellaumento della disuguaglianza nella prima met degli anni Novanta sono
ancora dibattute, anche se dicile non metterlo in relazione con la forte
manovra di aggiustamente dei conti pubblici che venne messa in atto in quel
periodo. Dato che negli anni Ottanta lItalia era chiaramente su un sentiero
insostenibile di debito, si pu speculare che la disuguaglianza in questo pe-
riodo venne occultata da politiche scali insostenibili, e quindi in qualche
modo venne tenuta articialmente bassa. Quando diventato impossibile
continuare sulla strada dellindebitamento esponenziale, la disuguaglianza
salita, dato che le sue cause strutturali non sono mai state arontate.
Il divario tra territori non tuttavia lunica spiegazione della disug-
uaglianza italiana. Risulta infatti che la disuguaglianza interna alle regioni
risulta essere molto dierente tra le diverse regioni. Gli indici di Gini re-
gionali sono calcolati annualmente dall Istat, nellindagine sulle condizioni
di vita e distribuzione del reddito in Italia. Riportiamo in questa tabella gli
ultimi dati disponibili. Mostriamo da un lato le tre regioni con lindice di
Gini pi alto e quelle con lindice di Gini pi basso, e a anco mostriamo i
valori per le macro-aree.
12
Indice di concentrazione di Gini sui redditi netti familiari
esclusi i tti imputati
Sicilia 0,335
Campania 0,327
Lazio 0,324
Veneto 0,266
Friuli-VG 0,265
Abruzzo 0,263
Nord-ovest 0,294
Nord-est 0,281
Centro 0,304
Centro-Nord 0,294
Mezzogiorno 0,319
Italia 0,314
Per dare unidea dellentit della dierenza, la dierenza di 6,9 punti che
separa il Veneto dalla Sicilia pi alta di quella che separa lItalia dalla
Svezia (che ha un indice di Gini di 24,8). Dai dati risulta evidente che la
disuguaglianza tende a essere pi alta nelle regioni in cui il reddito pro-capite
pi basso. Un indice molto crudo pu essere ottenuto guardando allindice
di correlazione tra indice di Gini regionale e reddito familiare mediano re-
gionale, che risulta essere pari a circa 0, 5 (ricordiamo che lindice varia
tra -1 e 1).
13
La situazione riassunta nella gura (tratta da Istat [11], in cui le regioni
pi chiare sono quelle che manifestano indici di Gini pi bassi. Il centro
(Lazio escluso) e il nordest appaiono le zone pi egalitarie.
Landamento recente della disuguaglianza nelle regioni riassuta nella
seguente tabella, sempre tratta da Istat [11],
Diseguaglianzadeiredditiperregione
Anni20032008(a)(IndicediconcentrazionediGinisuiredditinettifamiliariesclusiifittiimputati)
REGIONI
RIPARTIZIONIGEOGRAFICHE
2003 2004 2005 2006 2007 2008
Piemonte 0.309 0.309 0.290 0.284 0.291 0.291
Valled'Aosta/Valled'Aoste 0.298 0.296 0.256 0.287 0.270 0.310
Lombardia 0.317 0.320 0.304 0.313 0.291 0.295
Liguria 0.299 0.314 0.292 0.288 0.292 0.290
TrentinoAltoAdige 0.287 0.285 0.260 0.266 0.259 0.289
Bolzano/Bozen 0.288 0.298 0.267 0.282 0.271 0.298
Trento 0.285 0.271 0.253 0.244 0.244 0.280
Veneto 0.283 0.281 0.271 0.277 0.263 0.266
FriuliVeneziaGiulia 0.283 0.273 0.262 0.262 0.261 0.265
EmiliaRomagna 0.295 0.299 0.304 0.291 0.301 0.297
Toscana 0.291 0.268 0.281 0.279 0.275 0.283
Umbria 0.288 0.286 0.301 0.305 0.284 0.280
Marche 0.271 0.280 0.278 0.292 0.281 0.289
Lazio 0.354 0.328 0.326 0.339 0.315 0.324
Abruzzo 0.296 0.293 0.284 0.300 0.288 0.263
Molise 0.299 0.286 0.305 0.304 0.308 0.319
Campania 0.357 0.347 0.343 0.335 0.332 0.327
Puglia 0.333 0.303 0.328 0.311 0.295 0.310
Basilicata 0.272 0.298 0.273 0.295 0.305 0.289
Calabria 0.322 0.333 0.348 0.326 0.318 0.314
Sicilia 0.368 0.348 0.346 0.338 0.318 0.335
Sardegna 0.318 0.323 0.304 0.314 0.296 0.292
Nordovest 0.314 0.317 0.299 0.304 0.291 0.294
Nordest 0.290 0.289 0.284 0.281 0.278 0.281
Centro 0.319 0.300 0.304 0.312 0.296 0.304
CentroNord 0.309 0.305 0.297 0.300 0.289 0.294
Mezzogiorno 0.344 0.334 0.335 0.327 0.316 0.319
Italia 0.332 0.328 0.321 0.322 0.310 0.314
Fonte:Istat,Indaginesulredditoecondizionidivita(EuSilc)
(a)Peril2008idatisonoprovvisori.
Nel periodo 2003-2008 si ridotta in tutte le aree del paese, anche se lultimo
anno sembra segnalare una leggera inversione di tendenza.
4.3 Istruzione e partecipazione alla forza lavoro
La correlazione negativa esistente tra reddito e disuguaglianza suggerisce
che per meglio comprendere le radici della disuguaglianza importante com-
prendere quali sono le caratteristiche che rendono le famiglie povere. Tra
queste sono indubbiamente importanti il titolo di studio del capofamiglia e
il numero di percettori di reddito. Lindagine sui bilanci delle famiglie della
Banca dItalia fornisce anzitutto dati quantitativi sulla incidenza dei diversi
14
livelli di istruzione per le famiglie italiane. Nella seguente tabella riassumi-
amo landamento degli ultimi dodici anni, a intervalli di 6 anni. Nonostante
larco di tempo relativamente breve rispetto al fenomeno considerato, i cam-
biamenti sono stati importanti.
Distribuzione famiglie, titolo studio capofamiglia
1998 2004 2010
Senza titolo 8,8 6,4 4,0
Elementare 29,0 24,0 19,7
Medie 32,2 35,7 37,1
Medie Superiori 22,9 25,7 26,9
Laurea 7,1 8,3 12,3
La percentuale di famiglie con un capofamiglia almeno diplomato pari a
39,2% nellultima indagine, mentre era il 30% nel 1998. Ancora pi spet-
tacolare stata la diminuzione della percentuale di famiglie in cui il capo-
famiglia ha un titolo inferiore o uguale alla 5
a
elementare, passato dal 37,8%
nel 1998 al 23,7% nel 2010. LItalia si sta chiaramente muovendo nella giusta
direzione e ci sono buone ragioni per essere ottimisti riguardo allevoluzione
di questa variabile, dato che le coorti pi giovani hanno un tasso di scolar-
izzazione nettamente pi alto delle coorti pi anziane.
Guardiamo ora alla distribuzione delle famiglie per numero di percettori
di reddito.
Distribuzione famiglie, numero percettori di reddito
1998 2004 2010
Un percettore 44, 0 49, 6 47,8
Due percettori 42,0 39,4 43,1
Pi di due 14,0 10,9 9,1
In questo caso landamento non monotono e non appare particolarmente fa-
vorevole. Giocano qui due tendenze. Da un lato, la maggiore partecipazione
alla forza lavoro, in particolare delle donne (si veda ad esempio Istat [13])
dovrebbe aumentare il numero di famiglie con due percettori. Dallaltro
la tendenza alla riduzione del numero medio di componenti della famiglia
15
tende a ridurlo. Il risultato netto incerto. La diminuzione della dimen-
sione media della famiglia ha chiaramente causato la drastica riduzione nella
percentuale di famiglie con pi di due percettori, mentre per le famiglie con
esattamente due percettori landamento incerto.
La ragione per cui tali variabili sono importanti pu essere apprezzata
guardando allindice di povert economica. Una famiglia viene consider-
ata in povert economica quando il suo reddito inferiore alla met della
mediana.
Percentuale famiglie in povert
Reddito equiv. Reddito pro-cap.
Un percettore 26,3 30,6
Due percettori 7,5 9,6
Elementare 15,3 16,6
Medie 18,1 21,7
Medie sup. 8,3 10,8
Oltre 64 anni 6,0 3,8
Totale pop. 14,4 17,6
Il reddito equivalente tiene in conto le economie di scala generate dalla con-
vivenza comune
3
. Guardando allintera popolazione nazionale, il 14,4% delle
famiglie risultava avere un reddito equivalente inferiore alla soglia di povert,
mentre il 17,6% risultava avere un reddito pro-capite inferiore alla soglia di
povert. Le percentuali per cambiano drasticamente nei sottocampioni di
famiglie con uno o due percettori e a seconda del grado di istruzione
4
. Si
pu apprezzare la enorme dierenza tra famiglie con un percettore e famiglie
con due percettori. Il dato sulla percentuale relativamente bassa di poveri
tra i cittadini con licenza elementare va letto congiuntamente al basso dato
sulla povert per famiglie anziane (dato che gli anziani hanno un livello
di istruzione pi basso dei giovani). Essenzialmente una conferma delle
3
Ci sono vari modi di calcolare scale di equivalenza per i redditi familiare. Nellindagine
sui bilanci delle famiglie nel 2010 stata usata la scala OCSE modicata. Secondo tale
metodologia si assegna un valore di 1 al capofamiglia, di 0,5 a ogni componente con pi di
14 anni e di 0,3 per i componenti con meno di 14 anni. La somma il numero di adulti
equivalenti e il reddito equivalente il reddito familiare diviso per il numero di adulti
equivalenti.
4
Non abbiamo riportato i dati per i laureati perch, come ci si pu attendere, sono
molto bassi.
16
caratteristiche del sistema di welfare italiano, che si concentra in modo im-
portante sulle pensioni a scapito di altri strumenti.
5 Che fare? Una prospettiva riformista
Ci sono essenzialmente due modi, possibilmente complementari, di arontare
la disuguaglianza: redistribuzione e crescita
5
. In questa sezione argomenter-
emo che le politiche di redistribuzione pi tradizionali (aumentare la tas-
sazione di redditi e patrimoni alti e sussidiare con i proventi i redditi e i
patrimoni pi bassi) hanno in Italia un potenziale limitato. Daltro canto, la
dicile situazione del bilancio pubblico impedisce lattuazione di programmi
di spesa di dimensioni tali da poter eettivamente incidere sulla povert.
quindi necessario, se si vuole seriamente ridurre la disuguaglianza in Italia,
puntare da un lato a favorire la crescita delloccupazione e dallaltro a mis-
ure redistributive di stampo meno tradizionale, in entrambi i casi puntando
a interventi a costo zero o comunque ridotto per il settore pubblico.
5.1 Quanto si pu redistribuire?
La quota di reddito che va al settore pi ricco della popolazione (1% o 0,1%
superiore), pur essendo cresciuto negli ultimi anni, resta in Italia comunque
parecchio inferiore a quello di paesi come gli Stati Uniti. Laliquota massima
abbastanza elevata, essendo pari al 43% cui si aggiungono quasi ovunque
le addizionali regionali. Se aggiungiamo almeno parte dei contributi sociali
facile vedere che un lavoratore ad alto reddito si trova di fronte ad aliquote
marginali assai alte.
Un aumento abbastanza drastico della tassazione sull1%, ottenuto per
esempio introducendo aliquote marginali pi alte per redditi nell1% . Se la
quota di reddito imponibile del top 1% simile a quella stimata da Alvaredo
e Pisano [1] nel 2004, intorno al 9%, un aumento di 10 punti dellaliquota
marginale massima pu portare a un gettito pari allo 0,9% del reddito im-
ponibile (assumendo che esso non cali, a causa di riduzione delloerta di
lavoro, elusione o evasione). Simili cifre possono dare un qualche contributo
al risanamento del bilancio pubblico, ma dicile pensare che su di esse si
possa basare il grosso di una politica di riduzione della povert. Per ottenere
un gettito rilevante sarebbe necessario aumentare in modo signicativo la
5
Al di l della redistribuzione scale in senso stretto, la disuguaglianza pu essere
ridotta anche mediante interventi amministrativi. Un esempio limposizione di massimali
sulle retribuzioni pagate nel settore privato, o limposizione di livelli salariali minimi. Si
tratta di provvedimenti che da un lato implicano una redistribuzione diretta da privato
a privato, non intermediata dal sistema scale, e dallaltro generano il rischio di una
allocazione ineciente delle risorse. Non considereremo quindi questo tipo di interventi.
17
tassazione del decile o del quintile superiore, il ch non appare auspicabile.
zero 0.67 0.67
da0a1.000 5.38 6.05
da1.000a1.500 1.64 7.69
da1.500a2.000 1.34 9.03
da2.000a2.500 1.21 10.24
da2.500a3.000 1.14 11.38
da3.000a3.500 1.05 12.43
da3.500a4.000 1.00 13.43
da4.000a5.000 1.98 15.41
da5.000a6.000 6.13 21.54
da6.000a7.500 5.36 26.90
da7.500a10.000 8.04 34.94
da10.000a12.000 5.93 40.87
da12.000a15.000 9.98 50.85
da15.000a20.000 16.44 67.29
da 20.000 a 26.000
13.66 80.95
da26.000a29.000 4.53 85.48
da 29.000 a 35.000
5.41 90.89
da35.000a40.000 2.40 93.29
da 40.000 a 50.000
2.44 95.73
da50.000a55.000 0.72 96.45
da55.000a60.000 0.56 97.01
da60.000a70.000 0.83 97.84
da70.000a75.000 0.32 98.16
da75.000a80.000 0.26 98.42
da80.000a90.000 0.39 98.81
da 90.000 a 100.000
0.27 99.08
da100.000a120.000 0.33 99.41
da120.000a150.000 0.24 99.65
da150.000a200.000 0.17 99.82
oltre200.000 0.18 100.00
Questa tabella, elaborata dal Ministero delle Finanze [15], mostra la dis-
tribuzione delle dichiarazioni per classi di reddito complessivo. nellanno
2007, ultimo anno disponibile (ma la situazione non cambiata molto, data
la stagnazione dei redditi nominali). Per appartenere al top 20% neces-
sario un reddito di poco meno di 26.000 euro annuali. Per appartenere al
top 10%, il reddito richiesto di poco inferiore a 35.000 euro annuali. Il top
5% si raggiunge con un reddito vicino a 50.000 euro, e il top 1% si raggiunge
sulla soglia dei 100.000 euro.
In realt il consenso pi o meno esplicito che esiste in Italia che il
problema principale del sistema scale resta lalto livello di evasione. Mentre
chiaro che la riduzione dellevasione, se non si traduce in un aumento puro e
duro della pressione scale, pu aiutare il raggiungimento di una allocazione
pi eciente delle risorse, non altrettanto chiaro che essa possa contribuire
in modo signicativo alla diminuzione della disuguaglianza. Data la natura
del fenomeno non facile ottenere dati adabili sullevasione, ma alcuni
studi indicano che essa sembra essere pi importante al Sud, in particolare
nei servizi. Spesso non si tratta di attivit ad alto reddito.
5.2 Partecipazione alla forza lavoro e riduzione della povert
Dato che lattuale elevato livello di tassazione non sembra lasciare molti
margini per politiche redistributive di stampo tradizionale, la soluzione pi
18
percorribile quella di ridurre la povert attraverso un ampliamento della
occupazione e del reddito, soprattutto nelle regioni pi povere. tuttavia
indispensabile porre termine alla serie di interventi distorsivi che vengono
continuamente proposti per sanare, ad esempio, la bassa partecipazione fem-
minile in certe industrie e in certe zone. La strada da imboccare una dras-
tica riduzione del carico scale e contributivo sui redditi pi bassi, in modo
da favorire la partecipazione alla forza lavoro che in Italia da sempre assai
pi bassa che nel resto dei paesi europei, specialmente per quanto riguarda
la componente femminile.
evidente che le condizioni del bilancio pubblico non permetteranno
per qualche tempo di perseguire una politica di aggressiva diminuzione delle
tasse per i redditi bassi. Nei margini di manovra concessi per impor-
tante tenere a mente che lobiettivo principale, pi che di mettere in tasca
qualche euro in pi alle famiglie bisognose, dovrebbe essere quello di stimo-
lare la partecipazione al mercato del lavoro. Se questo obiettivo mantenuto
chiaro, diventa pi facile comprendere quali interventi di riduzione delle tasse
possono risultare maggiormente ecaci e quali invece vanno scartati.
chiaro che loccupazione non si crea con colpi di bachetta magica. I
provvedimenti che discutiamo in questa sezione sono centrati sulloerta di
lavoro, ossia mirano a modicare gli incentivi per stimolare una maggiore
partecipazione alla forza lavoro. Il solo aumento della oerta di lavoro ha
eetti limitati, in assenza di dinamismo delleconomia, ma i provvedimenti
che proponiamo hanno perlomeno il pregio di avere un costo molto basso
per lo Stato e di evitare distorsioni nellallocazione delle risorse.
Povert e partecipazione alla forza lavoro
Data la loro rilevanza per la determinazione dei livelli di povert utile
guardare pi da vicino i dati su occupazione e partecipazione alla forza
lavoro. Questi sono i dati pi recenti, riferiti al dicembre 2011, di fonte Istat
(pubblicazione mensile su occupati e disoccupati).
Uomini 15-64 anni Donne 15-64 anni
Tasso di occupazione 67,1% 46, 8%
Tasso di disoccupazione 8,4% 9,6%
Tasso di inattivit 26,7% 48,2%
La scarsa partecipazione alla forza lavoro in Italia fenomeno che interessa
entrambi i generi ma che per le donne si manifesta in modo assolutamente
abnorme. Quasi met delle donne nella fascia di et 15-64 anni non lavora e
nemmeno cerca lavoro. Anche se questi dati risentono un poco della grande
19
recessione, la drammatica dierenza tra partecipazione maschile e parte-
cipazione femminile tipica dei dati italiani e rende lItalia una evidente
anomalia a livello internazionale. In una recente pubblicazione Istat [13] la
situazione riassunta come segue:
Nonostante nel corso del decennio 1999-2008 il tasso di occu-
pazione nazionale sia cresciuto di 5,0 punti percentuali, e in
misura maggiore nella componente femminile, la dierenza tra
lItalia e gli altri paesi europei ancora rilevante. Nel 2008 il
tasso di occupazione maschile italiano risulta inferiore a quello
medio dellUe27 di 2,5 punti percentuali, ma quello femminile di
11,9 punti.
I dati aggregati per nascondono una realt molto variegata per et e area
territoriale. Lindagine sulla forza lavoro dellIstat riporta i seguenti tassi di
attivit, disaggregati per genere e macro area.
Tasso di attivit, 15-64 anni, anno 2009
Uomini Donne Totale
Nord-Ovest 78,1% 60,0% 69,1%
Nord-est 78,2% 60,9% 69,6%
Centro 76,6% 57,3% 66,8%
Mezzogiorno 66,3% 36,1% 51,1%
Italia 73,7% 51,1% 62,4%
Di interesse risulta anche la disaggregazione per classe di et e per livello
di istruzione. Guardando prima allet, osserviamo il crollo della parteci-
pazione femminile dopo i 45 anni, totalmente assente per gli uomini.
20
Tasso attivit per et, 2009
Uomini Donne
15-24 34,0% 23,9%
25-34 85,0% 65,7%
35-44 92,9% 67,3%
45-54 91,2% 60,3%
55-64 48,5% 26,1%
Questi numeri indicano la tendenza delle donne a uscire dalla forza lavoro
ben prima dellet pensionabile. Infatti, nella classe di et 55-64 il gap
tra tasso di attivit maschile e femminile pu essere parzialmente spiegato
dal pi favorevole trattamento pensionistico delle donne (nora almeno)
ed il basso tasso di partecipazione sotto i 24 anni pu addirittura essere
considerato un segno positivo di maggiore scolarizzazione. Ma, come si
vede, il gap in realt pi forte proprio nel ore dellet, per le classi di
et 35-44 e 45-54. qui pertanto che bisognerebbe indirizzare gli sforzi.
Il tasso di attivit particolarmente basso per i livelli distruzione pi
bassi.
Tasso di attivit, 15-64 anni, anno 2009
Uomini Donne Totale
Lic. elementare 54,0% 17,5% 32,7%
Lic. media 67,7% 38,9% 54,4%
Diploma 2-3 anni 85,0% 65,2% 75,1%
Diploma 4-5 anni 86,5% 77,6% 71,1%
Laurea breve e oltre 86,5% 77,6% 81,5%
Come si pu vedere, sono principalmente le donne meno istruite che restano
fuori dalla forza lavoro. LIstat mostra anche i dati per aree territoriali
incrociati con il livello distruzione. Anche qui il messaggio forte e chiaro.
Se guardiamo ai laureati, il tasso di attivit per le donne nel Mezzogiorno
del 71,5%, a fronte di un 81,5% per gli uomini, una dierenza relativamente
piccola e in parte spiegabile dalle diverse regole pensionistiche. Invece se
21
guardiamo alle persone con la licenza media, nel Mezzogiorno il tasso di
attivit femminile del 25,3% a fronte del 61,6% per gli uomini.
Lesclusione dal mercato del lavoro colpisce quindi le donne con scarsa
istruzione, in modo particolarmente massiccio nel Mezzogiorno. Questo a
sua volta genera alti tassi di povert, che come abbiamo visto colpiscono
soprattutto le famiglie con un singolo percettore. Nel lungo periodo la
riduzione del tasso di inattivit passa per un aumento della scolarizzazione,
e in eetti negli ultimi 20 anni si sono ottenuti risultati positivi al riguardo.
Ma nel breve periodo, lo stimolo alla partecipazione alla forza lavoro pu
essere ottenuto solo riducendo la tassazione dei redditi pi bassi.
Un credito scale per rientrare nella forza lavoro
In principio un modo per ridurre la tassazione sul lavoro senza aggravi per il
bilancio quello di ridurre le tasse solo per quei lavoratori che, in assenza di
una riduzione scale, non lavorerebbero. Un tale intervento chirurgico non
avrebbe costi per il bilancio pubblico, dato che si applicherebbe unicamente
a quei lavoratori che, in assenza di taglio alle imposte, non genererebbero
reddito. Questo ovviamente impossibile, ma possiamo avvicinarci a tale
obiettivo permettendo a quei lavoratori (che sono soprattutto lavoratrici)
che restano a lungo fuori dal mercato del lavoro di accumulare nel tempo le
detrazioni di imposta non utilizzate.
Per capire meglio la proposta occorre spendere un paio di parole su come
funziona la determinazione dellIRPEF in Italia. Consideriamo una persona
singola che occupata come dipendente. Per determinare le tasse da pa-
gare si considera anzitutto il reddito (chiamiamolo 1 ) di questa persona e si
applica a tale reddito il calcolo delimposta. Questo produce un primo am-
montare di imposta, diciamo pari a t (1 ). Questa non per limposta che
si paga, dato che un lavoratore dipendente pu applicare una detrazione, che
chiamiamo d (1 ). La detrazione decrescente con il reddito e contribuisce
a rendere la tassazione pi progressiva (e laliquota marginale eettiva per
i percettori di redditi medio-bassi pi alta). Limposta eettivamente pa-
gata data da T (1 ) = t(1 ) d(1 ). Le aliquote e gli ammontari delle
detrazioni. Per comprendere meglio facciamo un paio di esempi. La tabella
seguente raccoglie le aliquote IRPEF e le detrazioni che spettano per lavoro
22
dipendente.
Aliquota Detrazione
no a 8000 23% 1840
8.001-15.000 23% 1.338 +502
h
(15000 )
7000
i
15.001-28.000 27% 1.338

55000
40000

28.001-55.000 38% 1.338

55000
40000

55.001-75.000 41% 0
Oltre 75.000 43% 0
Le detrazioni sono modulate in modo che un contribuente con un reddito di
8.000 euro paghi zero di imposta. Un contribuente con un reddito di 15.000
euro invece gode di una detrazione pari a 1.338 euro, per cui la tassa pagata
2.112 euro (si noti che questo signica che laliquota marginale eettiva che
si paga sul reddito tra 8.000 e 15.000 euro pari al 30,2%, ossia 2.112/7.000,
ben pi del 23% uciale). Inne, la detrazione si annulla per i lavoratori
dipendenti che hanno un reddito di 55.000 euro o superiore.
Losservazione rilevante per la nostra proposta che i redditi inferiori
agli 8.000 euro non godono interamente della detrazione, dato che la de-
trazione non si applica oltre limposta lorda dovuta. Quindi, per esempio,
un contribuente con un reddito imponibile di 5.000 euro avr unimposta
lorda pari a 1.150 euro (il 23% di 5.000) e user la detrazione solo no a tale
ammontare, ottenendo unimposta netta di zero. In particolare chi resta
fuori dal mercato del lavoro e in un dato anno ha un reddito di zero non
ottiene alcun benecio dalla detrazione.
La proposta che, a partire da una certa et (per esempio 35 anni), le
detrazioni non godute in un determinato anno possano essere utilizzate negli
anni successivi, funzionando quindi come credito dimposta. Tale possibilit
non dovrebbe avere limitazioni temporali. Per capire meglio, consideriamo
ad esempio un contribuente di 40 anni che rimasto per tre anni fuori dalla
forza lavoro. Tale contribuente accumula un credito pari a 5.520 euro, ossia
1.840 3. Supponiamo ora che nel quarto anno tale contribuente trovi
unopportunit di lavoro che paga 15.000 euro lordi. Con il metodo attuale
accettare tale lavoro porta a un reddito netto di 12.888 euro. Se invece
si applicasse la proposta, il reddito netto sarebbe pari a quello lordo, ossia
15.000 euro, dato che il credito dimposta maturato potrebbe essere usato per
pagare le imposte. Resterebbe inoltre un residuo credito dimposta di 3.408
da applicare negli anni successivi. Quindi, tale contribuente pagherebbe zero
tasse per i primi due anni di lavoro e unimposta di 816 nel terzo anno (dopo
23
due anni il credito residuo 5.520-2.112x2=1.296, che sottratto allimposta
di 2.112 d 816). Solo a partire del quarto anno si inizierebbe a pagare in
pieno limposta.
La detrazione per il coniuge a carico
Un elemento del nostro sistema scale che scoraggia la partecipazione fem-
minile alla forza lavoro la detrazione per il coniuge a carico. La detrazione
pari a 690 euro per la fascia di reddito da 15,000 a 30,000 euro, e viene
perduta se il coniuge ottiene una qualche forma di reddito. Per intendere
gli eetti dellimposta supponiamo che un coniuge trovi un lavoro che paga
9.000 euro annuali lordi, ripartiti su 13 mensilit. La perdita della detrazione
per il coniuge a carico equivalente a perdere una mensilit.
evidente che leliminazione della detrazione porterebbe a maggiori in-
centivi alla partecipazione alla forza lavoro, ma in questo caso non si pos-
sono ignorare gli eetti distributivi. Infatti una eliminazione secca della
detrazione porterebbe a un aumento della pressione scale proprio sulle
famiglie pi povere (famiglie monoreddito con reddito basso).
Idealmente, la detrazione dovrebbe essere semplicemente aggiunta alle
altre detrazioni esistenti. Per esempio, per i lavoratori dipendenti, la de-
trazione di 1840 euro potrebbe essere aumentata a 2530, modicando poi
opportunamente il meccanismo di riduzione. chiaro per che in tal modo
si riduce il gettito scale, per cui la manovra non a costo zero. Infatti, la
detrazione complessiva resterebbe la stessa per le famiglie monoreddito ma
crescerebbe per le coppie che lavorano. La proposta pu comunque essere
attuata in modo graduale, descrescendo parzialmente le detrazioni per il co-
niuge a carico e aumentando contemporaneamente dello stesso ammontare
le detrazioni per tipo di reddito.
5.3 Cose da non fare
Vale la pena di menzionare una cosa da non fare, almeno se lobiettivo
quello di fornire incentivi alla partecipazione alla forza lavoro: il quoziente
familiare. La ragione semplice. Per le famiglie monoreddito il quoziente
familiare implica un aumento dellaliquota marginale che il conige attual-
mente inoccupato dovrebbe pagare nel caso trovasse laoro. Agisce quindi
da potente disincentivo alla ricerca di un nuovo lavoro. Spieghiamo meglio
questo punto.
Semplicando, il quoziente familiare funziona sommando tutti i redditi
della famiglia e dividendo tale totale per un coeciente che dipende dal
numero di componenti della famiglia. La tassa sul reddito viene calcolata
applicando laliquota sul reddito pro capite e moltiplicando poi per il coef-
ciente. Per capire meglio facciamo un esempio molto semplice. Consideri-
amo un sistema scale in cui vi sono solo due aliquote, il 25% no a 20.000
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euro e il 40% da 20.000 in poi; non vi sono detrazioni, deduzioni o altre
complicazioni.
Consideriamo due famiglie, entrambe composte da un marito e da una
moglie. Nella prima lavora solo il marito, che guadagna 40.000 euro. Nella
seconda lavorano sia il marito sia la moglie, e ciascuno guadagna 20.000 euro.
Il reddito guadagnato dalle due famiglie quindi lo stesso. Le tasse pagate
per sono dierenti. La famiglia monoreddito paga un totale di 13.000 (ossia
0,25 x 20.000 + 0,4 x 20.000) mentre la famiglia in cui entrambi lavorano
paga un totale di 10.000 (ossia 0,25 x 20.000). Quindi la famiglia monored-
dito paga pi tasse di una famiglia che guadagna lo stesso reddito ma diviso
su due componenti. Questa situazione si presenta quando il sistema di im-
posizione progressivo. Con il quoziente familiare invece, per la famiglia
monoreddito si imputerebbe ai due coniugi un reddito di 20.000 euro cias-
cuno (40.000 diviso due). A quel punto, applicando le aliquote sopradette,
ciascun coniuge pagherebbe 5.000 euro di tasse, per un totale di 10.000. Per
la famiglia con due redditi non ci sarebbe alcun cambio, per cui le tasse
pagate dalle due famiglie sarebbero le stesse.
Con tassazione progressiva il quoziente familiare inevitabilmente riduce
le entrate scali dello Stato e pu quindi essere attuato solo se la sitiuazione
di bilancio migliora. Sarebbe per una idea nefasta. Infatti il quoziente
familiare, a dierenza di vari altri meccanismi di riduzione del carico scale,
aumenta laliquota marginale per un buon numero di contribuenti.
Per capire come ci funziona, torniamo alla nostra famiglia monored-
dito. Immaginiamo che si presenti alla moglie lopportunit di lavorare per
10.000 euro lanno. Senza quoziente familiare, il reddito netto che si ottiene
accettando il lavoro di 7.500 euro, dato che laliquota rilevante quella
del 25%. Ma se viene introdotto il quoziente familiare le cose cambiano.
Ora il reddito familiare totale 50.000 euro. Applicando il quoziente, ogni
membro della famiglia ha un reddito di 25.000 euro. Se fate i calcoli, vedete
che la tassa pagata dalla famiglia aumenta di 4.000 euro. In altre parole,
grazie al meccanismo del quoziente familiare la donna paga il 40% del red-
dito addizionale che genera, anzich il 25%. chiaro che in tal modo si
scoraggia ulteriormente lingresso delle donne nel mercato del lavoro, che
esattamente lultima cosa di cui abbiamo bisogno.
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