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Scienza Delle Finanze (Completo)

Questo documento introduce il concetto di scienza delle finanze e discute le sue principali funzioni secondo Richard Musgrave, tra cui l'allocazione, la redistribuzione e la stabilizzazione. Vengono inoltre introdotti concetti chiave come l'equilibrio economico, l'efficienza e l'equità.

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Scienza Delle Finanze (Completo)

Questo documento introduce il concetto di scienza delle finanze e discute le sue principali funzioni secondo Richard Musgrave, tra cui l'allocazione, la redistribuzione e la stabilizzazione. Vengono inoltre introdotti concetti chiave come l'equilibrio economico, l'efficienza e l'equità.

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EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

SCIENZA DELLE FINANZE


Cos’è la scienza delle finanze?

Quali sono gli effetti economici delle scelte che lo Stato fa per finanziarsi.

La presenza dell’attività pubblica è molto ampia → nasciamo in un ospedale (spesso


pubblico) e ci registriamo all’anagrafe. Dopo andiamo a scuola, sempre pubblica. Pensione,
assistenza ecc. sono tutti elementi in base ai quali il cittadino ha contatti con lo Stato. Lo
Stato per erogare tali servizi si deve finanziare e prelevare delle imposte che
contribuiscono a creare quelle risorse che servono allo Stato per mantenere i propri
impegni.
Come rappresenta la sua figura di erogatore di servizi ed esecutore di prelievi? Viene
rappresentato nel bilancio dello Stato. Ci sono forme alternative alle imposte? Si,
l’indebitamento, quando ad esempio si vuole avviare un ciclo economico espansivo, e non
gravare interamente sul settore privato dei cittadini contribuenti. Nell’ambito della
rappresentazione del bilancio dello Stato queste voci di indebitamento vengono
rappresentate in determinate maniere che vedremo.

Fra le funzioni che lo Stato considera più importanti ci sono, secondo Richard Musgrave:

• Allocazione → serve a perseguire modalità efficienti di offerta dei servizi pubblici e


di prelievo fiscale. Concetto di fallimenti di mercato e di beni pubblici. Se io lasciassi
regolare l’offerta e la domanda di servizi soltanto al mercato, potrei ottenere un
risultato che non è ottimale: non sempre il cittadino è il miglior giudice di sé stesso.
Nel tema di sanità ad esempio, non c’è solo un problema etico, ovvero che lo Stato
deve cercare di mantenere in buona salute tutti i suoi cittadini, ma esiste anche un
altro tema, legato agli aspetti di efficienza: curare un cittadino costa, e la malattia di
un cittadino costa doppiamente (il cittadino smette anche di produrre, e non paga le
imposte). Questi temi sono di efficienza economica: lo Stato ha interesse a investire
nella salute pubblica, perché solo così si avranno ritorni migliori sia in termini di PIL
che di gettito fiscale. Se io lascio regolare al mercato i prezzi dei servizi legati alla
sanità, questa determinazione di incrocio tra domanda ed offerta potrebbe portare a
prezzi troppo elevati, affinché tutti possano accedervi. Lo Stato alloca delle risorse,
per destinarle a fornire beni e servizi legati all’attività sanitaria per abbassare il
livello di entrata e permettere a chiunque di accedervi.
i temi più importanti si possono racchiudere in:
o Produzione pubblica
o Regolamentazione di attività private: quando studiamo l’economia
ambientale possiamo studiare quelle che sono le diseconomie che porta la
presenza di inquinamento. Le accise si giustificano con il fatto che l’utilizzo
di carburante porta all’inquinamento e quindi a gravi danni anche economici.
• Redistribuzione → la dotazione iniziale di risorse è un tema presente in ogni Stato.
C’è la possibilità di ottenere dal passato delle risorse in eredità. Queste risorse in
genere vengono determinate dal mercato. Si creano però delle disparità sia di
patrimonio sia di reddito. Lo Stato deve quindi occuparsi di correggere la
distribuzione delle risorse, avversando le disuguaglianze sociali (più sono forti, più
un paese è povero) attraverso i:
o Trasferimenti monetari → esempio sono le pensioni sociali
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

o Offerta di servizi reali → iscrizione senza pagare la retta scolastica e avere i


libri gratuitamente ecc.; la stessa sanità ha bisogno
o Imposte: a seconda della scelta del sistema tributario, la mia redistribuzione
è più o meno efficiente. La progressività è un elemento in base al quale noi
otteniamo un forte carattere redistributivo. Le tasse piatte hanno una minore
capacità di portare alla redistribuzione.
• Stabilizzazione: siamo sempre stati abituati a mantenere un’inflazione minima,
perché questa erode i risparmi delle persone. Si cerca quindi di regolare il livello
dell’attività economica, garantendo il pieno impiego e il controllo dell’inflazione
attraverso:
o La manovra delle spese e delle imposte
o Misure che incentivano l’attività produttiva
TEORIA GENERALE DELL’EQUILIBRIO ECONOMICO

Il mercato funziona in modo tale da determinare i prezzi e le quantità in modo da


raggiungere un equilibrio. Tutte le pratiche, funzioni, attività che lo Stato svolge per
spostarsi dal punto dell’equilibrio di mercato per ottenere risultati diversi che sono quelli
esposti prima, rientrano nella branca dell’economia del benessere, per ottenere risultati
che sono considerati apprezzabili dallo Stato, in termini o di efficienza o di equità.

Dobbiamo capire quali sono gli strumenti dell’economia del benessere. Abbiamo infatti:

• Teoria positiva: risponde a domande di carattere generale. È una disamina di


problemi di carattere economico di senso generale. Soltanto dopo posso arrivare a
spiegare i rimedi a quel fenomeno se voglio correggerlo.
• Teoria normativa: ha come presupposto la teoria positiva. Si pone come obiettivo lo
studio e l’individuazione degli strumenti necessari per raggiungere un obiettivo.
Quali sono gli strumenti per ridurre la disoccupazione? Quali sono le politiche
migliori per distribuire tra i cittadini il carico tributario? Come gestire il servizio di
trasporto ferroviario?

L’economia pubblica si occupa sia dell’aspetto positivo sia di quello normativo. Bisogna
salvaguardare il massimo benessere collettivo utilizzando le risorse che sono a
disposizione.

Bisogna distinguere due concetti:

• Efficienza: ad es. l’imposta sulle successioni costa più da amministrare rispetto a


quanto sia effettivamente il gettito. Potrei effettivamente toglierla, ma devo
considerare anche l’equità. Un’imposta che non dà frutti va eliminata
• Equità: lo Stato deve ribilanciare la distribuzione del patrimonio tra i cittadini. A
prescindere dall’efficienza, lo Stato deve essere presente e correggere la
distribuzione di patrimoni che porta a iniquità che si tramanderà di generazione in
generazione.
La nostra indagine su tutti i temi che affronteremo in questo corso sarà sempre in chiave di
trade off tra efficienza ed equità. Nella fase storica attuale, un’economia di mercato
decentrata (quindi non filosovietiche), viene considerata più efficiente rispetto a quella
centralizzata. Degli studi importanti dimostrano che spesso il mercato è più efficiente
dell’intervento dello Stato. Un ampio intervento pubblico può essere giustificato per
salvaguardare la sanità, l’occupazione,
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Alcuni pilastri fondamentali:

Wilfredo Pareto fu considerato colui che ha


individuato il punto di ottimo (per questo
chiamato Paretiano) in cui non si discute la
distribuzione di risorse iniziale, con valori di
giudizio minimali, e si individua il concetto di
ottimo sociale.

Il primo teorema dell’economia del


benessere ci dice che c’è un’infinità di punti
in cui ci sono le condizioni di ottimo
paretiano, ovvero equilibrio tra domanda ed
offerta. Se io mi sposto dal punto c (interno)
al punto b, ho una situazione in cui miglioro, perché mi sposto da un punto che non ha le
caratteristiche di ottimo paretiano, ad uno che ce le ha. Ma se mi sposto dal punto a al
punto c (interno) per U1 la situazione migliora, ma nel generale invece la situazione
peggiora. Se mi muovo lungo la frontiera del benessere allora nel generale non c’è alcuna
modifica della situazione.

L’ottimo paretiano è il punto in corrispondenza del quale non è possibile effettuare


modificazioni della produzione e dello scambio con il fine di migliorare le condizioni di un
individuo non peggiorando le condizioni di un altro. Le condizioni di ottimo paretiano sono:
• Produzione efficiente: chi stabilisce l’efficienza della produzione? Il costo marginale
• Scambio efficiente: chi lo stabilisce? L’utilità marginale

L’efficienza complessiva deve essere un incrocio tra utilità e costo marginale per
determinare un punto di massima utilità sia per il produttore che per il consumatore
La frontiera delle utilità rappresenta i punti di cosiddetto first best in cui c’è efficienza
produttiva, efficienza dello scambio ed efficienza complessiva. È un punto in cui non posso
spostare gli elementi di produzione e scambio senza peggiorare la condizione di qualche
individuo.

A questo punto devo costruire un ponte tra l’ottimo paretiano e l’ottimo sociale. Devo capire
come arrivare dal punto che l’efficienza produttiva e di scambio mi ha portato, fino al punto
in cui esiste un ottimo sociale. Per studiare l’ottimo sociale devo prendere in
considerazione alcuni parametri. Devo creare una funzione del benessere sociale. Uno dei
criteri è quello della seguente funzione:
𝑊 = 𝑊(𝑈1, 𝑈2)

Nel grafico sulla sinistra, W2 ha punti tutti


superiori a W1. Bisogna cercare di trovare
ogni volta delle curve che siano di
benessere maggiore per i cittadini.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Dobbiamo cercare di trovare la più alta curva U


di benessere sociale, rimanendo tuttavia presso
la frontiera AB di ottimo paretiano, legata
all’efficienza produttiva o di scambio. E
rappresenterà l’ottimo sociale, perché è il punto
più alto di benessere sociale che posso
raggiungere senza perdere l’efficienza (ottimo
paretiano).

L’ottimo paretiano è caratterizzato da:

• Efficienza nella produzione e scambio


• Accettazione del principio di Pareto
• L’ottimo sociale è condizionato da presupposti di valore (etico, ecc.)

Un equilibrio di concorrenza perfetta è Pareto-ottimale

Con il secondo teorema dell’economia di benessere, vediamo come lo Stato potrebbe non
essere soddisfatto dell’ottimo sociale. Perché non dovrebbe esserne contento? Perché
dovrei cercarmi un’altra sistemazione (dove dunque perdo efficienza)? Il motivo è quello
della sanità, istruzione, occupazione, ovvero il fatto che esistono fallimenti di mercato che
determinano un livello di salute occupazione o istruzione che non è quello ottimale, perché
magari qualcuno non è disposto a pagare il prezzo di mercato, e lo Stato nel suo complesso
ne viene danneggiato. Dovrò dunque spostarmi rispetto all’allocazione delle risorse
Pareto-ottimale.

Io posso dunque spostarmi, tramite l’utilizzo di imposte o trasferimenti in forma fissa, per
raggiungere l’equilibrio Pareto-ottimale.

Volendo sempre fermarmi sull’ottimo sociale, posso considerare il punto a (nell’immagine


di sopra), meno equo del punto c. Io Stato devo trovare soluzioni per migliorare le
condizioni dei miei cittadini. Devo dunque spostarmi da a → c, e come ci arrivo?
Intervenendo con dei prelievi.

Il secondo teorema dell’economia del benessere dice che posso spostarmi da a → c


attraverso imposte fisse o altre forme di imposte. Quando parlo di altre forme di imposte
parlo di lump sum. L’imposta fissa ha una caratteristica ideale: non modificano i prezzi
relativi dei beni. Dunque, dal punto di vista del sistema tributario, riescono a non avere
distorsioni.
lump sum tax: Espressione inglese («imposta in somma fissa») usata per indicare un
sistema di imposizione fiscale forfettario n on strettamente legato alla base imponibile
( ➔ ). In altri termini, con la l. s. t.

Le lump sum non modificano i prezzi relativi dei beni, quindi sarebbero la tipologia di
imposte migliori, ma non sono applicabili nella realtà, perché avrei bisogno di dati che sono
evidentemente troppo complessi da gestire, e dunque è inattuabile. Devo andare su
imposte di tipo diverso, in cui il contribuente può influire sul suo carico tributario
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

modificando i comportamenti. Avrò una modifica delle preferenze dei beni, e ciò mi farà
perdere efficienza. Sacrifico efficienza per ottenere un risultato di maggior benessere
spostandomi lungo due punti collocati sulla frontiera ottimale.

Se l’esito del mercato concorrenziale è socialmente inaccettabile dal punto di vista


dell’equità con tentativi di correggere la distribuzione con strumenti diversi da lump-sum
taxes che producono inefficienze. Si può raggiungere l’equità solo con soluzioni di second
best, quindi con un trade off tra efficienza ed equità.

Perché perdo efficienza? L’efficienza è caratterizzata da due elementi:

• efficienza produttiva
• efficienza nello scambio

L’efficienza prodotto tra questi due elementi è quella che mi dà l’ottimo paretiano. Dunque,
andando a modificare i criteri in base ai quali il produttore ha un ritorno economico dalla
vendita di quell’oggetto, e anche il prezzo che deve pagare il consumatore per quel
determinato bene. Quello che guadagno in termini di gettito, lo perdo in termini di
efficienza. A volte per aumentare il gettito creo delle distorsioni più ampie del gettito
stesso. Lo Stato nelle sue funzioni deve sempre valutare un trade off tra efficienza ed
equità e raggiungere un benessere sociale più alto, sacrificando un qualcosa che non deve
essere maggiore dei benefici stessi che con esso verrebbero raggiunti.

Definizione di frontiera efficiente: è la curva nella quale tutti i punti hanno una
caratteristica: sono in posizione di first best. Sono quelle posizioni in cui esiste
un’efficienza produttiva e di scambio perfetta. Nell’ambito di questi punti ce ne sono alcuni
meglio di altri ai fini della funzione del benessere sociale.

LEZIONE 2

Sacrificando una parte dell’efficienza in favore dell’equità, noi raggiungiamo un punto di


second best in cui ho un maggiore benessere.

Tuttavia, non è sempre chiaro come valutare l’equità, e quindi il grado di benessere
all’interno di una società. Abbiamo però tre funzioni di benessere sociale:
• Utilitarista: formulata da Bentham. → il benessere collettivo tende ad essere uguale
alla somma delle utilità dei singoli individui che la compongono. L’utilità
dell’individuo 2 è data dal benessere massimo meno il benessere dell’individuo 1.
Migliorerò il benessere collettivo se aumento il benessere complessivo dei soggetti,
ma non vado a preoccuparmi di come il benessere viene distribuito tra il soggetto 1
e il soggetto 2! Vedendo graficamente
questa funzione del benessere, vediamo
come solo lungo la bisettrice allora
U1=U2.

Facciamo una riflessione: la differenza


tra reddito medio e reddito mediano.
Ipotizziamo ci siano 5 individui, in cui
ognuno ha un proprio livello di reddito: 1,
2, 4, 8, 16.
Il reddito medio è 6, mentre il reddito mediano è 4!
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Se ci spostiamo da un punto su W0 a un punto su W1,


passiamo a un maggiore grado di benessere, ma le
proporzioni a favore degli individui potrebbero essere
differenti.
Un maggiore benessere potrebbe comportare una
minore equità.

• Ugualitaria → il benessere collettivo è


massimo quando ogni indivduo della
collettività gode dello stesso livello di
benessere.
Se ci spostiamo da A→B abbiamo un
maggiore benessere, ma il punto D non
viene valutato perché ci si allontana dalla
caratteristica ugualitaria del benessere
sociale.

Dietro queste due funzioni, ci sono molti studi di carattere filosofico e di studi sociali
che propendono a favore dell’una oppure a favore dell’altra.

Ormai è chiaro che un paese è tanto più ricco quanto minori sono le disuguaglianze
sociali. Abbiamo la necessità di combattere le disuguaglianze sociali non solo nei
confronti di coloro che sono nella parte bassa della scala sociale, ma nei confronti
di tutti coloro che fanno parte di un paese.

• Rawlsiana → il benessere collettivo è massimo


quando è massimo il livello dell’individuo che sta
peggio. Fu voluta molto dai labouristi inglesi, e ha
creato qualche problema dal punto di vista della
finanza pubblica e ha determinato il successo di
M. Thatcher (che avversò questa teoria).
Come vediamo dal grafico, passare da A→B
massimizza l’utilità, mentre lo stesso non si può
dire considerando C.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO TEOREMA DELL’ECONOMIA DEL BENESSERE IN


EQUILIBRIO PARZIALE.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Nel grafico guardiamo a un mondo in cui esiste un bene,


e la determinazione del prezzo di questo bene. Abbiamo
una curva di domanda e una curva di offerta. La parte in
azzurro è indicante il surplus per il consumatore.
Guardiamo invece l’aspetto dell’offerta: perché il
produttore stabilisce nella sua capacità di scelta di
fermarsi alla quantità Q* se il prezzo è P*? Perché il
costo marginale è superiore al prezzo di equilibrio.
Dunque, produrre una unità aggiuntiva di quel bene mi
costerebbe più di quanto ricavo dalla vendita di tale
bene. I parametri del costo marginale e del costo medio
sono diversi. Dunque, è evidente che ho un’unità di costo maggiore ogni elemento che
produco in più, ma non incido sui costi fissi e quindi i due elementi si compensano.

Supponiamo che si produca una modificazione del prezzo di equilibrio concorrenziale da


p*→p1.

Crescendo il prezzo, non abbiamo più la quantità


ideale come prima (intersezione tra curva di
domanda e curva di offerta), ma a questo prezzo i
consumatori contraggono le quantità acquistate. A
questo prezzo io ho un aumento del surplus del
produttore dovuto all’aggiunta dell’area B, ma ho
una netta contrazione del surplus del consumatore
che si restringe all’area A. La somma dei surplus di
consumatore e produttore, nel prezzo ottimale era
maggiore di quanto sia adesso, perché ora è
sopraggiunta una perdita di benessere. La
distorsione sul mercato provoca un aumento del prezzo che migliora la situazione del
produttore ma peggiora la situazione di benessere complessivo. Abbiamo una perdita di
benessere.

Situazione opposta ci sarebbe se passiamo ad un prezzo


minore, con una situazione molto sfavorevole per il
produttore, che avrebbe un surplus pari solo a D.
Abbiamo una perdita di surplus per la collettività pari ad
E. Dobbiamo capire che per stare in una situazione di
massima efficienza, lo Stato deve fare tutto ciò che è in
suo potere per eliminare le distorsioni della concorrenza
perfetta, favorendo il massimo surplus possibile. La
somma di surplus massima è solo in condizione di
concorrenza atomistica. Quindi l’equilibrio parziale si
ottiene grazie all’incontro delle curve di domanda e di
offerta.

Scontro tra welfarismo e consequenzialismo → per consequenzialismo si intende l’effettivo


raggiungimento del livello di equità. Noi distinguiamo tra:
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• Equità procedurale: quella che si concentra nell’equità delle regole, a prescindere


dai risultati, e dunque tende a fornire ai cittadini e alla società un’uguaglianza dei
punti di partenza. Le conseguenze sono invece a totale discrezione dell’impegno dei
cittadini.
• Equità consequenzialista: quella che si concentra sull’equità dei risultati. Ognuno
deve essere uguale agli altri a prescindere di come si è comportato.

È bene dare un sussidio a chi è senza lavoro, oppure è meglio dare un sussidio se il
disoccupato cerca e trova un lavoro?

Beni di merito → esiste un principio di tipo paternalistico nelle scelte sociali, e mette in
discussione un principio assodato, ovvero l’idea che l’individuo non è il miglior giudice di sé
stesso. Lo Stato si sostituisce all’individuo per indirizzarlo verso delle scelte corrette per il
suo futuro. Perché esiste il cuneo fiscale? Perché parte di questo sono previdenza e
assistenza, che serve allo Stato per fornire alle persone quei beni quando lui ne avrà
bisogno. È un “risparmio forzoso”, che altrimenti non è detto che verrebbe fatto dagli
individui. Stesso ragionamento è alla base dell’assicurazione per danni contro terzi.

Well-being VS Welfare → c’è la possibilità di allargare gli spazi della libertà individuale nel
senso di possibilità di autodeterminazione e scelta di un proprio percorso di vita.
BENI PUBBLICI

Si definiscono beni pubblici puri, i beni il cui consumo è non rivale e non escludibile.

• Non rivalità → esempio della mela e della pizza, che sono beni rivali. Se me lo
mangio io non puoi mangiarlo tu e viceversa. Il bene non rivale è quel bene la cui
produzione è indipendente dal numero di soggetti che usufruiscono di quel servizio.
Uno di questi è la difesa militare del suolo pubblico.
• Non escludibilità → escludere qualcuno dal consumo di un bene è molto costoso
oppure impossibile, ovvero il consumo è non escludibile. L’autostrada è un bene
escludibile.

Se prendiamo queste definizioni, possiamo anche accettare anche il fatto che il bene
pubblico venga erogato da privati.

Anche se tutti consumano la stessa quantità di un bene pubblico, ciò non significa che tale
consumo debba essere valutato da tutti allo stesso modo. Lo spettacolo dei fuochi
d’artificio ha lo stesso costo a prescindere dal numero di spettatori che vi assistono. Ma tra
questi spettatori ci sono quelli che lo valutano di più e quelli che non gli danno valore.
Questo ragionamento può essere trasposto nel settore militare.
I beni pubblici impuri possono avere diversi gradi di rivalità e di escludibilità. Ci sono dei
beni rivali non escludibili (ad esempio le strade di un centro cittadino nelle ore di punta), e
beni escludibili ma non rivali (una grande spiaggia)

I beni privati non necessariamente vengono forniti solo dal settore privato e viceversa. La
LUISS offre un servizio pubblico (l’istruzione) ma sappiamo tutti che è privata. In alcuni casi
lo Stato fornisce servizi e beni privati (energia, telecomunicazioni, benzina e gasolio ecc.)
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Nel caso di beni privati, la domanda


aggregata è una somma orizzontale
delle domande dei singoli individui.

Il bene pubblico invece, ha una somma della domanda


aggregata verticale. La quantità rimane la stessa, quello che
viene sommato sono i prezzi di disponibilità a pagare di A ed
E.
FREE RIDING

Il free riding è un comportamento opportunista, consistente


nel godere benefici di un bene per cui altri hanno pagato il
prezzo.
FORNITURA PUBBLICA VS FORNITURA PRIVATA

Abbiamo due soggetti e i produttori. Il saggio marginale di sostituzione di due beni è


determinato dal prezzo che è determinato anche questo dal saggio marginale di
trasformazione tra gli stessi due beni. Questo è l’equilibrio economico generale tra due
beni privati. SMS = SMS(A) = SMS(B) = P = SMTS

Come si trasforma il ragionamento di prima con i beni pubblici? SMS(A) + SMS(E) = P =


SMTS

In termini di beni pubblici, uno dei dibattiti più forti è Stato quello per la privatizzazione di
molti servizi pubblici: esiste una teoria che porta a ritenere che il servizio gestito dal
privato sia più efficiente rispetto al servizio fornito dal pubblico. Non è facile dare una
risposta a questa valutazione poiché ci sono molti metodi di valutazione. Prendiamo ad
esempio l’istruzione: quali sono gli input? Insegnanti, aule, libri di testo e tutto ciò che io
devo investire per ottenere una istruzione a vantaggio dei miei cittadini. Gli output sono in
primis l’esito di questa istruzione (lauree) ma soprattutto il livello dell’istruzione (infatti
ormai l’istruzione di per sé non porta alcun beneficio. Ciò che conta è il livello
dell’istruzione).

I costi dell’istruzione pubblica magari sono maggiori di quella privata perché è più
sindacalizzata e quindi porta a dei costi maggiori.

La valutazione degli output è molto difficile, quindi esiste sul mercato la necessità di
consentire la fornitura del bene e servizio pubblico sia ai soggetti pubblici sia ai soggetti
privati con risultati che spesso non sono in linea. Devo lasciare la possibilità di scelta al
cittadino, che può scegliere un servizio pubblico fornito dal pubblico oppure un servizio
pubblico fornito dal privato (parliamo ad esempio di istruzione pubblica o privata e di sanità
pubblica o privata). James Tobin diceva che purché i beni economici siano disponibili per
tutti, questo è il concetto di equità: che una società offra l’accesso di servizi pubblici e
privati a tutti i cittadini, che poi scelgono in base alle proprie esigenze.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Il capitale umano formato attraverso l’istruzione non è solo un principio etico, ma ha una
base anche economica. Solo attraverso un capitale umano di importante rilievo istruzione
potrà avere un elevato livello di benessere.
ESTERNALITA’ ED ECONOMIA AMBIENTALE

In questi giorni si stanno svolgendo alcuni dibattiti riguardo il tema delle esternalità sotto
un profilo che risulta di grande attualità: ci sono alcune tematiche che vengono considerate
da oltre 20 anni e si fondano sul principio delle esternalità.

Nel protocollo di Kyoto 170 paesi si riuniscono perché realizzano che l’emissione di anidride
carbonica sta diventando un problema: le particelle hanno la capacità di trattenere i raggi
solari, e per effetto di questo inglobamento si verifica il cosiddetto effetto serra. Alla fine
del 21 secolo si sarebbe assistito all’aumento della temperatura di vari gradi celsius.
Attenzione però: questo fenomeno porterebbe sia effetti negativi che effetti positivi:
moltissimi investimenti vengono fatti per territori nell’Artico che ora si stanno scongelando
e che quindi stanno facendo scoprire nuove opportunità.

Ma i problemi sono tantissimi, quindi bisogna porre un rimedio. Il percorso però è lungo e
difficile, perché ad esempio il protocollo di Kyoto non riceve l’adesione degli USA. Perché?
Perché aderire ad una riduzione di utilizzo di combustibili fossili significherebbe sostenere
dei costi di struttura pazzeschi, e questo nonostante questi strumenti giuridici
contenessero un ordine molto limitato di provvedimenti (solo 7% rispetto al 1985).

L’esternalità si ha quando l’attività di un individuo influisce sul benessere di un altro


individuo senza l’intermediazione del mercato, quindi senza che i prezzi possano
rideterminare l’equilibrio sul mercato. Nell’analisi dei fallimenti di mercato, vediamo come
queste sono le situazioni in cui il mercato non riesce ad allocare le risorse in maniera
efficiente. Abbiamo 4 tipi di fallimento:

• Difficoltà per uno scambio che potrebbe essere vantaggioso per entrambi
(monopolio)
• Quando manca un piano necessario allo scambio
• Quando mancano informazioni necessarie allo scambio
• Quando sia ha un caso di esternalità

Il testo di riferimento è Rosen. Su questo libro viene fatto un esempio classico di


esternalità: un effetto collaterale della produzione della carta è una sostanza chimica che
si produce simile alla diossina. È possibile che la diossina sia un indice di efficienza? Per
rispondere a questo quesito si fa un esempio di come gli individui si influenzino a vicenda:

Una città che ha un flusso migratorio perché porta buone opportunità, ha una rivalutazione
delle zone più malfamate. Questo perché il fenomeno migratorio porta ad una modifica del
mercato. Ma il mercato reagirà con una modifica dei prezzi. Chi era in affitto nella zona
malfamata, vedrà il suo affitto salire, e potrà sembrare ingiusto ma tale meccanismo serve
a riportare in equilibrio il mercato. Per il fenomeno della diossina, abbiamo un fenomeno
che influisce sul benessere degli individui, ma non assistiamo ad una modifica dei prezzi.
Come facciamo quindi a ritornare in una situazione di equilibrio? Lo scopo della scienza
delle finanze è proprio quello di correggere le esternalità negative, ovvero quelle attività
che arrecano danni ad altri.

Qualche esempio:
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• l’impresa che inquina l’acqua di una zona balneare. Il consumatore subisce dei danni
nel suo benessere.
• Oppure, l’impresa sviluppa un software, di cui si appropria un’altra impresa perché
il brevetto scade, e ne beneficia.
• Se invece io pratico l’attività di trasporto e sfrutto l’autostrada per spostarmi, se c’è
traffico io ne avrò dei danni.
• In paese in cui l’agricoltura è regolamentata, gli agricoltori vengono pagati per
impollinare una determinata zona.

Cosa non è considerato esternalità?

• Aumento dei prezzi dei terreni nelle aree rurali


• Problema noto come “esternalità pecuniaria”

Da cosa sono causate le esternalità?

• Non esiste un mercato per quella particolare attività


• Possono essere prodotte sia da consumatori che da imprese
• Possono essere sia positive che negative

I beni pubblici possono essere considerati un caso particolare di esternalità: prendiamo il


caso del vaccino → un consumo del singolo genera effetti sulla collettività, per il semplice
fatto che si ha una società con meno possibilità di diffusione della malattia, e quindi anche
chi non si vaccina in realtà sta meglio. Ciò porta ad una esternalità positiva.

Prendiamo un altro esempio di due produttori, Alberto e Lisa. Alberto ha l’acciaieria che
scarica rifiuti nel fiume (pubblico), e reca danni a Lisa che pesca in quel fiume. I due
operatori sono interessati unicamente a massimizzare i propri profitti. Abbiamo:

• MB = beneficio marginale (di Alberto o sociale?)


• MPC = costo marginale privato di Alberto
• MD= danno marginale per lisa
• MSC = MPC + MD= costo marginale sociale

Per Lisa la curva di danno


marginale parte da 0 perché
in assenza di produzione da
parte di Alberto, il suo danno
è 0.

Per Alberto la curva di costo


marginale non parte
dall’origine perché si devono
tenere in conto anche i costi
fissi.

La curva di MSC ha un angolo


rispetto al costo marginale
privato pari a quello del
danno marginale con le ascisse.

La soluzione Q* è pareto-efficiente, perché il costo marginale è pari al beneficio marginale.


Il punto Q1 invece è in corrispondenza della produzione di output inefficiente: il costo
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

marginale sociale è maggiore del beneficio sociale. Se non teniamo in considerazione il


fatto che c’è Lisa, si tiene in conto solo la massimizzazione del profitto di Alberto, che
produrrà in corrispondenza Q1. Se invece ci si sposta da Q1 a Q*, Alberto subisce una
perdita, ma Lisa guadagna un corrispondente maggiore rispetto a tale perdita. Dunque, la
differenza tra il guadagno di Lisa e il costo di Alberto è la maggiore efficienza per la società
(guadagno netto per la società). Corrisponde all’area dhg.

Tuttavia, in concreto è molto


difficile stabilire l’andamento di
queste curve nel mondo reale. Il
costo marginale sociale è
difficile da calcolare. È
complicato lo studio pratico dei
principi sin ora esposti. Nel caso
della pioggia acida, è difficile
capire se l’inquinamento deriva
da una zona vicina, e quale sia
la sostanza che genera un
danno. C’è da comprendere il
problema delle esternalità. Ci possono essere soluzioni private al problema delle
esternalità oppure soluzioni pubbliche. Vediamo quelle private:

• Teorema di Coase: Coase spiega l’effetto dei costi di transazione e dei diritti di
proprietà nella struttura istituzionale e nel funzionamento dell’economia. All’origine
dell’esternalità c’è l’assenza dei diritti di proprietà. Se il diritto di proprietà del fiume
è assegnato, e il costo di transazione tra le parti è basso, una delle due parti
(qualunque essa sia) pagherà l’altra al fine di produrre una quantità socialmente
efficiente. Dunque, se Alberto avesse la proprietà del fiume produrrebbe Q1 mentre
se fosse Lisa la proprietaria, allora imporrebbe una produzione ad Alberto di 0.
Alberto tuttavia ridurrebbe la produzione solo se ricevesse una somma di denaro
almeno pari al profitto che otterrebbe producendo tale unità (differenza tra
beneficio marginale e costo marginale privato). Lisa è disposta a pagare Alberto
purché la somma sia inferiore al danno arrecatole dall’output. Possiamo
raggiungere un accordo solo se il danno marginale di Lisa è maggiore della
differenza tra beneficio marginale di Alberto e costo marginale di Alberto. In questo
modo produrremo un’unità in meno e così via. Arriveremo a un punto verso sinistra
nel grafico in cui il danno marginale di Lisa è uguale alla differenza tra beneficio
marginale di Alberto e costo marginale di Alberto.
Quali sono i limiti del teorema di Coase?
Quando si applica il Teorema di Coase? o Poche parti coinvolte
Quando si hanno bassi costi di
transazione, cioè in presenza di ==> o Fonte dell’esternalità ben definibile

Abbiamo altre soluzioni oltre quella espressa dal teorema di Coase:

• Se Alberto e Lisa si fondono, ci sarà un obiettivo comune, ovvero una produzione


socialmente efficiente
• Regole di convivenza civile: regole legate alla raccolta differenziata, alle regole di
vicinato

Ci sono 4 tipi di interventi che potrebbero essere attuati:


PUBBLICI
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

o Imposte pigouviane: un’imposta


che grava su ogni unità di output
prodotta da chi inquina, per un
ammontare pari al danno
marginale inflitto in
corrispondenza del livello
socialmente efficiente di output. È
tuttavia difficile determinare il
valore dell’imposta per una
difficile quantificazione del danno.
o Sussidi pigouviane: si paga chi
inquina affinché non inquini
più. Questo può generare una
serie di effetti.
o Ipotizziamo che il
sussidio sia pari al
danno marginale
calcolato al livello
socialmente efficiente
di output
o Alberto riduce la
produzione fino a che la perdita di profitto non sia uguale al sussidio, cioè
fino al livello Q*
o Tuttavia, il sussidio potrebbe indurre nuove imprese a entrare nel mercato
o Imposte sulle emissioni
o Rendendo i produttori autorizzati a inquinare, si crea un mercato che
altrimenti non sorgerebbe
o Il processo:
▪ Lo Stato vende
diritti di
inquinamento
in misura
prefissata
▪ Le imprese
fanno offerte
per acquistarsi
questi
permessi, che
vengono venduti al prezzo in corrispondenza del quale la domanda
coincide con l’offerta
▪ Il processo funzionerebbe anche se lo Stato assegnasse direttamente
i diritti di inquinamento alle imprese, autorizzandole a venderli
• Si ottiene una distribuzione del reddito differente → le imprese
che ottengono inizialmente i permessi traggono beneficio dalla
loro vendita
▪ un vantaggio rispetto alle imposte pigouviane: lo schema dei diritti di
inquinamento permette di ridurre l’incertezza quando MB, MPC e MD
non sono noti
o Sistema di regolamentazione per incentivi: il sistema cap-and-trade:
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

o chi inquina deve ridurre


l’inquinamento di una
certa entità oppure
andare incontro a
sanzioni. È un sistema
inefficiente se le
imprese sono più di una
e hanno diversi costi di
abbattimento
dell’inquinamento.
L’efficienza non richiede che tutte le imprese riducano l’inquinamento in
ugual misura: tutto dipende dalla forma delle curve MB e MPC.
TEORIA DELL’IMPOSTA

Come trova lo Stato le risorse per offrire i beni pubblici ai suoi cittadini? Cercheremo di
rispondere ad alcune delle seguenti domande. Cos’è un’imposta? Come si differenzia dalle
altre entrate pubbliche? Quali sono le finalità delle imposte? Quali sono gli elementi
costitutivi dell’imposta? Che tipologia di imposte troviamo nel nostro sistema tributario?
Quali sono i criteri di ripartizione del carico tributario?
Nelle lezioni passate abbiamo visto che ci sono delle situazioni in cui il cittadino
contribuente ha una domanda di servizio di beni, mentre altre in cui il cittadino non fa
domanda di questi beni. In alcune situazioni, questi beni e servizi hanno aggregate delle
esternalità positive (beni di merito). Bisogna cercare di mantenere l’equilibrio difficile tra
equità ed efficienza proteso a ridurre al minimo l’efficienza per massimizzare l’equità.
Questo con il fine di tutelare il benessere dei cittadini.

Quali sono le forme di entrata pubblica?

• modello del prezzo privato: lo Stato potrebbe


essere chiamato a produrre beni per i quali
esiste una domanda, e lo Stato in assenza di
esternalità positive si comporta come
operatore privato, quindi tende a portare il
ricavo marginale al livello del costo marginale
e quindi di equiparare le due quantità
realizzando il massimo profitto. Se il prezzo in
questa dinamica di mercato fosse superiore al
ricavo marginale, avremmo una situazione
nella quale il surplus dei consumatori non
verrebbe massimizzato. Il nostro obiettivo
dovrebbe essere P=MR=MC.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• Modello del prezzo pubblico: esiste una domanda da parte del cittadino di beni e
servizi, non ci sono esternalità positive dirette, ma lo Stato ha l’obiettivo di
massimizzare il surplus dei consumatori di quel
determinato servizio, ma allo stesso tempo
incentivarne il consumo. Il massimo a cui si può
spingere lo Stato è di rinunciare al proprio profitto.
L’obiettivo è quello della copertura dei costi, fissando
un P=AC. In questo modo il mio profitto è nullo. Il
prezzo è più basso rispetto al prezzo privato. Che
succede se riduco il prezzo sul mercato? Avrò una
quantità maggiore rispetto a quello del prezzo privato
(era il mio obiettivo). Rinuncio al profitto pur di
aumentare la quantità. Esempio è il trasporto
pubblico: bene per cui c’è una domanda. L’esternalità
diretta non esiste (ne gode solo chi ne usufruisce). Lo
Stato vuole agevolare l’utilizzo da parte del cittadino,
e quindi abbatte il prezzo fino al livello del costo
medio, ampliando la quantità del trasporto pubblico.
Ci può essere una discriminazione dei prezzi. Ciò significa differenziare delle fasce di
consumatori per determinare delle agevolazioni a favore di alcuni che possono usufruire
di un prezzo che è minore del costo medio. Ad esempio, avrò un prezzo per gli studenti
inferiore al costo medio e per i docenti leggermente maggiore del costo medio, per
bilanciare e mantenere questo livello di prezzo medio uguale al costo medio.

Cosa succede se io non riesco ad equiparare il totale dei costi con il totale dei ricavi? Se
il servizio di trasporto non riesco a renderlo in pareggio, automaticamente ho un obbligo
di prelevare risorse dalla collettività a favore di coloro che sono i fruitori del trasporto
pubblico. In linea di principio ciò non è corretto. Questo è il motivo per cui trasporti,
acquedotti ecc, legati ad una domanda, dovrebbero arrivare ad un pareggio per evitare di
essere costretti a prendere risorse dalla collettività e utilizzarle per mantenere in essere
quel servizio che non è fruibile da tutti. Questa situazione è invece voluta quando ci
troviamo di fronte ad un servizio/bene la cui domanda ha una forte presenza di
esternalità positive:

• Tassa: in questo caso, fin dall’origine io costruisco un modello nel quale tendo a
incentivare la domanda fortemente. Non mi basta l’incentivo dato
dall’eliminazione del mio profitto, ma stabilisco un prezzo che è ben al di sotto
dal costo medio, prezzo che io chiamo tassa. La tassa è un contributo che viene
richiesto al fruitore del servizio/bene che però è molto al di sotto del costo medio
di tale servizio. Perché lo faccio? Perché io Stato ritengo che tale bene debba
essere in quantità ben superiori di quelle che si determinerebbero da un
equilibrio di mercato. Esempi? La scuola pubblica dovrebbe avere una tassa
scolastica ben al di sotto del costo pro capite che lo studente dovrebbe pagare
per pagare lo stipendio dei professori, dell’affitto dell’edificio scolastico ecc.
avendo il prezzo un valore inferiore al costo medio, si creerà un disavanzo che io
riuscirò a sopperire tramite il prelievo di imposte sulla collettività.
• Imposte: l’imposta è il fulcro del sistema tributario. Abbiamo una situazione in cui
o non esiste domanda in assoluto, oppure in cui ci sono dei vantaggi indivisibili.
La strada non è divisibile tra tutti coloro che la percorrono, e come lei anche la
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

difesa dello Stato (forze armate, autocarri, aerei ecc.). non può essere applicata
nessuna delle tre opzioni esposte prima. Il criterio è coattivo, e non ha
necessariamente o quasi mai corrispondenza con la prestazione del servizio.
Nella gran parte delle attività lo Stato si finanzia in questo modo. Attraverso
questo sistema lo Stato avrà una ricaduta importante sia sui servizi offerti ai
cittadini, ma anche sull’economia nazionale (tasse → benefici). Vediamo quali
sono gli elementi costitutivi di quest’imposta, e questi sono anche gli elementi in
base ai quali la nostra analisi positiva e normativa si sviluppa, per poter fare
un’analisi sulla legittimità e sulla realizzabilità degli obiettivi dell’imposta. Sono
4:
o Presupposto: è la situazione di fatto cui la legge ricollega l’obbligo di
pagare l’imposta. Esempio? Il presupposto d’imposta per una lump sum
tax può essere quella degli occhi azzurri. Sappiamo per una serie di motivi
che le lump sum tax non sono di fatto applicabili, quindi il presupposto
dell’imposta sarà legato a caratteristiche diverse da quelle personali del
contribuente.
o Soggetto passivo: persona fisica o giuridica (anche rivolti a soggetti
organizzati sotto il profilo societario che hanno una persona giuridica
separata dalle persone che compongono questa società) che ha l’obbligo
di pagare l’imposta. L’imposta viene costruita con l’obiettivo di colpire un
determinato soggetto. I termini che si usano tecnicamente, non aiutano a
considerare le imposte come una cosa bella.
o Base imponibile: prima di capire dal punto di vista matematico questo
elemento, la base imponibile è quel presupposto a cui l’imposta lega una
capacità del soggetto contribuente di essere colpito. Se io ho base
imponibile subirò la tassazione, altrimenti non la subirò. Facciamo
l’esempio delle cessioni di beni e prestazioni di servizi poste in essere da
soggetti imprenditori. Stiamo parlando di IVA. L’importo della transazione
costituisce la base imponibile. Non è la somma che si paga, bensì la
somma sulla quale si applica l’aliquota. Si distingue poi in tasse inclusive
e in tasse exclusive, se queste sono incluse nel prezzo della prestazione
oppure meno. Le basi imponibili si possono dividere in due categorie:
▪ Valori monetari: stiamo parlando di un’imposta ad valorem.
Esempio → l’IRPEF che ha come base imponibile il reddito
▪ Valori fisici: si tratta invece di un’imposta specifica
Esempio → l’accisa che si applica a quantità di benzina
o Aliquota: per stabilire quanta imposta far pagare, ho bisogno del prodotto
tra base imponibile ed aliquota. L’aliquota delle imposte ad valorem è
sempre in percentuale. Quella che invece è stabilita in unità monetarie è
l’aliquota che si applicherà a imposte specifiche. L’accisa verrà stabilita
come aliquota 3€/L ecc.

Il gettito d’imposta è determinato dal prodotto tra base imponibile ed aliquota. A livello
individuale posso dire che ho un reddito di 100.000€ e sono soggetto ad una flat tax con
aliquota del 15%, dunque la mia imposta ammonterà a 15.000€. laddove invece faccio questo
ragionamento a livello aggregato, mi pongo il problema di avere il totale dei redditi ai quali
applico l’aliquota del 15%, in modo da potermi calcolare il gettito d’imposta, ovvero quanto
entra all’erario per effetto dell’applicazione di tale imposta. L’erario è l’organo dello Stato
che incassa i tributi.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Su questo tema facciamo una piccola digressione: molti di noi hanno sentito parlare della
pressione fiscale, tributaria o finanziaria. A livello aggregato, quando si parla di pressione
fiscale di uno Stato, si parla del rapporto (espressa sempre in termini percentuali). È la
percentuale di risorse prodotte in un anno da uno Stato, che vengono prelevate dallo Stato
stesso. Come si misurano le risorse prodotte in un anno da uno Stato? Attraverso il PIL. Al
numeratore abbiamo invece il gettito delle imposte + i contributi obbligatori. I contributi
vanno a formare delle risorse che consentiranno allo Stato di erogare delle pensioni ai
soggetti che raggiungeranno dei requisiti di età o di contributi
𝐺𝐸𝑇𝑇𝐼𝑇𝑂 𝐷𝐸𝐿𝐿𝐸 𝐼𝑀𝑃𝑂𝑆𝑇𝐸 + 𝐶𝑂𝑁𝑇𝑅𝐼𝐵𝑈𝑇𝐼 𝑂𝐵𝐵𝐿𝐼𝐺𝐴𝑇𝑂𝑅𝐼
𝑃𝑅𝐸𝑆𝑆𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐹𝐼𝑆𝐶𝐴𝐿𝐸 =
𝑃𝐼𝐿
La pressione fiscale misura la misura di risorse prodotte in un anno da uno Stato, che
vengono drenate per svolgere le proprie funzioni. Qual è la differenza con la pressione
tributaria? In questo caso, il rapporto misura solo le imposte.
𝐺𝐸𝑇𝑇𝐼𝑇𝑂 𝐷𝐸𝐿𝐿𝐸 𝐼𝑀𝑃𝑂𝑆𝑇𝐸
𝑃𝑅𝐸𝑆𝑆𝐼𝑂𝑁𝐸 𝑇𝑅𝐼𝐵𝑈𝑇𝐴𝑅𝐼𝐴 =
𝑃𝐼𝐿
Abbiamo alcuni ragionamenti → la pressione fiscale è sempre più alta della pressione
tributaria.
Dobbiamo fare un ulteriore ragionamento: come misuriamo le imposte e il sistema delle
imposte?
• Un primo dato che ci interessa è
calcolare l’ammontare dell’aliquota
media, ovvero la percentuale media che
un individuo dovrà pagare per ogni unità
di base imponibile. È pari al rapporto tra
debito di imposta e base imponibile.
Traduciamo le formule in numeri.
Ipotizziamo di trovarci di fronte ad una
situazione di IRPEF, di cui la base
imponibile è un reddito. Se noi abbiamo
che un debito d’imposta è di 20.000 e la
base imponibile del soggetto che va a
misurarsi l’aliquota media è di 100.000,
l’aliquota media è del 20%.
• Più interessante è il confronto tra
aliquota media e aliquota marginale.
Cos’è l’aliquota marginale? È la parte
variabile dell’imposta al variare della
base imponibile. L’aliquota marginale
rappresenta quanto è dovuto dal
contribuente per unità aggiuntiva di
base imponibile. Indica anche quanto
varia il debito d’imposta al variare della
base imponibile. Facciamo un esempio:
ipotizziamo che un soggetto a fronte di
una base imponibile di 100.000 paga
20.000, e abbiamo stabilito che questo
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

soggetto ha una aliquota media pari al 20%. Se io mi fermo a questi dati, posso
calcolarmi l’aliquota marginale? No, perché mi manca la variazione. Se questo
soggetto passa da 100.000 a 120.000, pagando 24.000 invece di 20.000. Quanto sarà
l’aliquota marginale? Al denominatore metto 20.000, mentre al numeratore metterò
4.000. Dunque, l’aliquota marginale sarà del 20%, pari in questo caso all’aliquota
media.

Se all’aumento della base imponibile il debito


aumenta della stessa proporzione (aliquota
media costante e uguale all’aliquota marginale),
in questo caso siamo di fronte ad un’imposta
proporzionale. La cosiddetta flat tax, è
un’imposta proporzionale perché determina
aliquota media e proporzionale nello stesso
modo, ed è quindi indipendente dal crescere della
base imponibile.

Se invece all’aumentare del reddito imponibile, il


debito aumenta in maniera decrescente,
l’aliquota marginale è minore dell’aliquota media
e l’imposta è di tipo regressivo. Quanto dovrebbe
diventare questo 24000 affinché l’imposta sia
regressiva? Basta che sia minore di 24000.

Nel caso contrario abbiamo un’imposta progressiva, ovvero quando all’aumentare della
base imponibile, il debito d’imposta aumenta in maniera più che proporzionale. Questo
significa che l’aliquota marginale è maggiore dell’aliquota media.

Ma la progressività non si ottiene solamente


con le aliquote: ipotizziamo che ci sono degli
scaglioni di base imponibile (scaglioni di
reddito). In questo caso io stabilisco scaglioni
di base imponibile e diverse aliquote per
diversi scaglioni. Quando le aliquote sono
crescenti, io avrò una marginalità
dell’imposta di carattere progressivo. Quando
andiamo ad aumentare la base imponibile da
15 a 20, l’incremento della base imponibile è
pari a 5/15, ovvero al 33%. E di quanto cresce
l’imposta da 15 a 20? Sui primi 15000 euro di reddito si applica l’aliquota del 10%. , mentre
per i restanti 5000 euro, applicherò il contributo del 15%. Il totale del debito di imposta è
2250 euro. Il reddito infatti entra in più di uno scaglione.

La progressività non si ottiene soltanto quando abbiamo delle aliquote crescenti per
scaglioni di reddito: si può ottenere in due altri modi. Proprio per la discriminazione dei
contribuenti, io posso infatti decidere di applicare determinare agevolazioni che
consentono di abbattere il carico tributario. Se voglio agevolare l’iscrizione dei figli
all’università, io applico delle regole per permettere di detrarre le tasse universitarie.
Ulteriore esempio è il lavoro di ristrutturazione del patrimonio edilizio del mio paese,
oppure il risparmio energetico. Se io Stato voglio incentivare determinati comportamenti,
permetterò un sistema di deduzioni e detrazioni, permettendo il sopraggiungere di
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

esternalità positive. Questa operazione può essere messa in atto deducendo dal reddito,
oppure detraendo dall’imposta. Distinguiamo quindi in:

• deduzioni: si deduce sempre dal reddito. Se è un’opera di deducibilità stiamo


facendo un’operazione di sottrazione dall’imponibile. Ci sarà una differenza tra
reddito lordo (prima della deduzione) e reddito netto (che diventa base
dell’imposta, ridotta dell’importo riconosciuto dallo Stato)
• detrazioni: partiamo dall’imposta. Se è un’opera di deducibilità stiamo facendo
un’operazione di sottrazione dall’imposta. Esiste in questo caso differenza tra
reddito lordo e reddito netto? No. Si avrà una differenza invece tra imposta lorda
e imposta netta. Se il mio reddito di 20000 ha un’imposta del 20%, andrei a pagare
4000, ma se mi viene riconosciuta una detrazione del 20% di 5000 spesi per
un’operazione agevolata dallo stato, alla fine andrò a pagare come imposta netta
solamente 3000 euro.

Ipotizziamo un’imposta proporzionale sui redditi del 10%. Se io ho una deduzione pari a 1000
euro. Il mio reddito lordo, se è 1000, avrò un reddito netto di 0, dando luogo ad un’imposta
pari a 0. L’aliquota tuttavia viene considerata sul reddito lordo. Se io applico tale deduzione
a livelli sempre più elevati di base imponibile, questa rimane fissa mentre il resto
dell’aliquota cresce. Dunque, la deduzione porta ad un’aliquota crescente. Dunque, la
deduzione permette il raggiungimento di un sistema di imposte progressivo.

Partiamo dalla progressività dell’imposta: abbiamo distinto tra imposte progressive,


proporzionali e regressive. La progressività consente di raggiungere uno degli obiettivi
dell’attività dello Stato: la redistribuzione delle risorse tra i contribuenti (e quindi tra i
cittadini). Partiamo da un’imposta sui redditi: l’IRPEF. Abbiamo visto come in maniera molto
semplice si può ottenere la progressività modificando l’aliquota per scaglioni d’imposta. Se
io differenzio degli scaglioni con aliquote al 10%, 15% e 30%, l’aliquota media cresce e
l’aliquota marginale è maggiore dell’aliquota media stessa. Abbiamo fatto l’esempio dei 20k,
in cui i primi 15 appartenevano al primo scaglione, mentre una seconda parte del reddito
(5k) rientrava nel secondo scaglione ed era assoggettata al 15%. L’aliquota media di questo
contribuente verrà dato dal 2,25 k derivante dall’applicazione dell’aliquota del 10% ai primi
15k, e del 15% ai restanti 5, con un’aliquota media intorno al 12%.

Vediamo come la progressività si può ottenere anche con altre strade: la tecnica delle
deduzioni e delle detrazioni del reddito. La differenza tra deduzione (si sottrae
all’imponibile) e detrazione (si sottrae all’imposta) è importante.

Questo tema è particolarmente importante nel dibattito politico recente vista l’attenzione
rivolta alla flat tax (tassa piatta, con un’unica aliquota proporzionale). Nei paesi in cui è
stata adottata non c’è progressività? No, con una serie di deduzioni e detrazioni si
ottengono degli effetti di progressività (ma meno marcati rispetto alle aliquote a scaglioni).
Questo esempio: abbiamo un’imposta proporzionale con un’aliquota flat del 30%. A seconda
delle varie tipologie di reddito applichiamo una deduzione di 6000. Vediamo che:

• Se un soggetto ha 6000 euro di reddito la deduzione porta la sua base imponibile di


reddito a 0. La tassa effettiva sarà pari a 0.

𝑇𝐴𝑆𝑆𝐴𝑍𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐸𝐹𝐹𝐸𝑇𝑇𝐼𝑉𝐴 0
𝐴𝐿𝐼𝑄𝑈𝑂𝑇𝐴 𝐸𝐹𝐹𝐸𝑇𝑇𝐼𝑉𝐴 = = =0
𝑅𝐸𝐷𝐷𝐼𝑇𝑂 𝐶𝑂𝑀𝑃𝐿𝐸𝑆𝑆𝐼𝑉𝑂 6000
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• Se un soggetto ha 12000 euro. Applicando una deduzione di 6000, abbiamo un


reddito imponibile di 6000. Il reddito imponibile ricordiamo che è il reddito
complessivo meno le deduzioni. Con 6000, applicando un’aliquota del 30%, avremo
una tassazione di 1800, che corrisponde ad un’aliquota media del 15%. Infatti:

𝑇𝐴𝑆𝑆𝐴𝑍𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐸𝐹𝐹𝐸𝑇𝑇𝐼𝑉𝐴 1800


𝐴𝐿𝐼𝑄𝑈𝑂𝑇𝐴 𝑀𝐸𝐷𝐼𝐴 = = = 15%
𝑅𝐸𝐷𝐷𝐼𝑇𝑂 𝐶𝑂𝑀𝑃𝐿𝐸𝑆𝑆𝐼𝑉𝑂 12000

• Se un soggetto ha 20000 euro, il suo reddito imponibile sarà di 14000 e quindi


l’imposta sarà di 4200. Andiamo a computare l’aliquota complessiva:

𝑇𝐴𝑆𝑆𝐴𝑍𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐸𝐹𝐹𝐸𝑇𝑇𝐼𝑉𝐴 4200


𝐴𝐿𝐼𝑄𝑈𝑂𝑇𝐴 𝑀𝐸𝐷𝐼𝐴 = = = 21%
𝑅𝐸𝐷𝐷𝐼𝑇𝑂 𝐶𝑂𝑀𝑃𝐿𝐸𝑆𝑆𝐼𝑉𝑂 20000

• Se un soggetto ha 30000 euro, il suo reddito imponibile sarà di 24000 e quindi


l’imposta sarà di 7200. Andiamo a computare l’aliquota complessiva:

𝑇𝐴𝑆𝑆𝐴𝑍𝐼𝑂𝑁𝐸 𝐸𝐹𝐹𝐸𝑇𝑇𝐼𝑉𝐴 7200


𝐴𝐿𝐼𝑄𝑈𝑂𝑇𝐴 𝑀𝐸𝐷𝐼𝐴 = = = 24%
𝑅𝐸𝐷𝐷𝐼𝑇𝑂 𝐶𝑂𝑀𝑃𝐿𝐸𝑆𝑆𝐼𝑉𝑂 30000

Importante la distinzione tra tassazione nominale e tassazione effettiva. Questo concetto è


importante sia in ottica di impresa che in ottica dei singoli individui. Se nell’esempio di
prima avevamo un’aliquota nominale del 30%, la tassazione effettiva sarà l’importo (non la
percentuale) che andiamo ad ottenere dall’applicazione dell’aliquota al solo reddito
imponibile. In questo caso la tassazione effettiva sarà minore dell’importo derivante
dall’aliquota nominale, ma non sempre è così!

Esiste una differenza che ci permette di affermare l’esistenza di una progressività.


Facciamo un ragionamento: quando all’aumentare del reddito aumenta la tassazione
effettiva, ci troviamo di fronte ad una progressività? Non sempre, a noi interessa che
l’aliquota marginale sia superiore all’aliquota media.

L’aliquota marginale ricordiamo che è l’aliquota applicabile all’ultima unità di reddito che
posseggo.

Cosa succede invece con la detrazione? Con le detrazioni non abbiamo una differenza tra
reddito complessivo e reddito imponibile, perché non vado a modificarlo. Abbiamo una
differenza tra l’imposta lorda e l’imposta netta (effettiva).
• Se abbiamo 6000 euro di reddito abbiamo un’imposta di 1800. Per effetto di una
detrazione di 1800, andiamo ad ottenere un’imposta netta di 0. La tassazione
effettiva sarà dello 0%.
• Se abbiamo 12000 euro di reddito abbiamo un’imposta di 3600. Per effetto di una
detrazione di 1800, andiamo ad ottenere un’imposta netta di 1800. La tassazione
effettiva sarà del 15%.
• Se abbiamo 20000 euro di reddito abbiamo un’imposta di 6000. Per effetto di una
detrazione di 1800, andiamo ad ottenere un’imposta netta di 4200. La tassazione
effettiva sarà del 21%.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• Se abbiamo 30000 euro di reddito abbiamo un’imposta di 9000. Per effetto di una
detrazione di 1800, andiamo ad ottenere un’imposta netta di 7200. La tassazione
effettiva sarà del 24%.
I meccanismi di deduzione e detrazione produrranno lo stesso effetto. L’aliquota marginale
sarà superiore all’aliquota media, e otterrò una progressività del sistema. Il signor 30k
verrà tassato al 24%, quello dei 20k sarà al 21% e così via.
Abbiamo fatto un’operazione aritmetica con deduzione e detrazione che ci ha portato lo
stesso risultato. Ma se fossimo il legislatore e avessimo a disposizione deduzione e
detrazione per applicare una politica redistributiva, privilegeremmo l’una o l’altra?
Dobbiamo cercare di colpire i redditi più alti e avere uno sgravio maggiore per i redditi più
bassi. Le due misure, anche se portano allo stesso risultato, percorrono due strade
diverse: una opera sull’imponibile e l’altra opera sull’imposta. Inoltre, se noi guardiamo a
questo sistema noi non riusciamo a capire la differenza: dobbiamo tornare in un sistema
dove la progressività si fa con le aliquote per scaglioni. In questo caso, la differenza tra
deduzione e detrazione esiste! La detrazione infatti è uguale per tutti indipendentemente da
quale è il nostro reddito, mentre la deduzione opera in maniera meno efficace, perché più
alto è il mio reddito, e più beneficio del cosiddetto “risparmio di imposta”.
Se ho 15000 euro, senza l’agevolazione pagherei il 10% quindi 1500. Se mi viene concessa
una deduzione di 5000, mi restano in più 500 euro. Ma se questo stesso beneficio lo diamo
a colui che ha 30000 euro di reddito, il beneficio che ottiene è di 5000*0,15 = 750. Più sale il
reddito e più la deduzione porta a un beneficio più alto. È l’opposto di ciò che volevamo!
Se dobbiamo scegliere tra deduzioni e detrazioni, soprattutto in un sistema a scaglioni, la
detrazione è meno preferibile della deduzione perché avvantaggia i redditi più elevati.
Per i redditi più bassi con aliquota al 10%, il risparmio d’imposta sarà di 5000*0,10 = 500,
mentre per i redditi più elevati con aliquota al 15%, il risparmio di imposta sarà di
5000*0,15=750 e così via!
LA CLASSIFICAZIONE DELLE IMPOSTE

Le imposte possono riguardare:


1. La produzione, la distribuzione e l’utilizzazione del reddito: sono imposte che
possono essere classificate diversamente a seconda:
a. Del mercato su cui gravino
b. Se gravano su acquista o su chi compra
c. Se sono applicate a famiglie oppure ad imprese
d. Se riguardano fonti o impieghi
Le imposte equivalenti sono vietate dal sistema tributario: differenziandosi sotto
uno dei profili sopra esposti, insistono sulla stessa base imponibile. È vietato
tassare contemporaneamente il venditore e l’acquirente sulla stessa base
imponibile.
2. Il possesso o il trasferimento della ricchezza: possono avere natura patrimoniale
(come un fondo) oppure possono applicarsi ad un capitale umano (definite
capitarie). I trasferimenti invece possono essere tra vivi (a titolo oneroso oppure
gratuito) oppure mortis causa.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Dal momento che le imposte vengono commisurate sulla base della capacità contributiva,
possiamo effettuare un’ulteriore distinzione:

• imposte dirette: si basano su una manifestazione diretta della capacità contributiva


(reddito) → IRPEF, IRES
• imposte indirette: si basano su una manifestazione indiretta (trasferimenti e
consumi) → IVA e IMPOSTO DI REGISTRO (quando si compra un immobile)

una classificazione più interessante è:

• imposte reali: colpiscono l’oggetto dell’imposta senza considerare le caratteristiche


del soggetto tassato. Si colpisce il possesso di un bene reale indipendentemente da
chi sia il possessore.
• Imposte personali: colpiscono il medesimo oggetto ma tenendo conto delle
caratteristiche del soggetto tassato. Esempio: fino a qualche anno fa gli immobili
venivano tassati con imposte sul reddito delle persone fisiche (ancora oggi è così,
ma solo per gli affitti). Si computava con il registro catastale un reddito virtuale, su
cui si computava poi l’IRPEF (ricordiamo che ha natura personale). Oggi l’IRPEF è
stata sostituita dall’IMU, che però ha natura reale. Oggi quindi non si tiene conto di
chi possiede l’immobile. Qual è la differenza tra prima e dopo? Prima potevo
introdurre caratteri di progressività, mentre ora che non applico l’imposta alle
persone ora non posso farlo. Le imposte reali non possono essere progressive dal
momento che andrei a penalizzare quelle persone che percepiscono redditi
solamente da una fonte, o posseggono solo quel tipo di patrimonio. Chi possiede due
case, con un IMU progressiva, andrebbe a pagare molto di più di chi ha una casa, 5
terreni e 10 milioni in banca. Inoltre, le imposte personali permettono di tenere
meglio conto delle capacità contributive della persona, formulando delle deduzioni e
detrazioni ad hoc sui singoli tipi di imposte.

A fronte di questa maggiore equità, con le imposte reali perdiamo di efficienza: infatti, le
imposte reali sono più facili da registrare, e hanno una semplicità di accertamento
molto maggiore. Chi evade, evade sulle imposte personali, non reali. Inoltre, devo avere
informazioni molto specifiche per applicare un’imposta personale.

un’imposta importante è quella che si applica con il prelievo alla fonte: per semplificare
la vita all’erario, alcune forme di imposizione non le vado a chiedere al contribuente, ma
vado alla fonte del reddito → esempio del reddito da lavoro dipendente. Sul reddito da
lavoro dipendente (che è statisticamente quello più esteso) io non vado ad inseguire il
singolo contribuente, ma dico al soggetto datore di lavoro, di pagare le imposte sullo
stipendio che andrei a corrispondere al lavoratore. Lui pagherà uno stipendio netto al
dipendente, e le imposte allo Stato. Fatto 1000 lo stipendio del dipendente, a lui
spetteranno 700, mentre allo Stato 300. Questo meccanismo si chiama prelievo alla
fonte e si basa su due soggetti:

• sostituto d’imposta: il datore di lavoro, obbligato ad effettuare il prelievo alla


fonte del reddito e a versare le imposte per conto del suo dipendente
• sostituito d’imposta: il dipendente, che vedrà il suo stipendio ridotto ma senza
dover pagare in prima persona

Quali sono i vantaggi di questo schema? Numero inferiore di percettori (i datori di


lavoro sono meno dei dipendenti). Il datore di lavoro inoltre è tenuto alla contabilità,
quindi per me è più facile controllare se stanno omettendo qualcuno, e inoltre hanno un
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onere più amministrativo che reale (non stanno evadendo su soldi propri ma dei
dipendenti).

Possiamo fare una discriminazione qualitativa dei redditi. È possibile applicare questa
politica si può applicare solo alle imposte personali e consiste nel riconoscere un onere
d’imposta differenziato a diverse categorie di reddito. Esempio: con una flat tax abbiamo
2 soggetti con 10000 euro annui.

• un soggetto ricava questi 10000 euro interamente dal proprio lavoro (redditi da
lavoro)
• l’altro ricava 5000 dal proprio lavoro e 5000 euro dal patrimonio (immobili
affittati ecc.)

Chi dei due sta messo meglio? Il secondo. Infatti, tecnicamente per ottenere un reddito
da lavoro io ho uno sforzo maggiore, e quindi nulla mi è dovuto se non attraverso la mia
opera da lavoro, mentre il reddito derivante dal patrimonio è indipendente dalla mia
operosità. Inoltre, il reddito da lavoro ha le sue incertezze (dipende da domanda e
offerta di lavoro, e domani potrebbe trovarsi disoccupato se c’è crisi), mentre l’altro
perderebbe soltanto il suo 50% di reddito, perché il restante verrebbe assicurato dallo
sfruttamento del patrimonio. In questa logica, ci sono una serie di deduzioni e
detrazioni derivanti dal reddito da lavoro, mentre non ci sono per redditi da
sfruttamento del patrimonio. Questa è una discriminazione qualitativa dei redditi, che va
a vantaggio dei primi e a scapito dei secondi
In un’ottica storica, sui giornali continuiamo a vedere il tentativo di rivedere tutte le tax
expenditures. Quando si parla di questo, si parla di tutte le deduzioni e detrazioni che
hanno come beneficiari non solo le persone fisiche ma anche le imprese. Lo Stato
eroga dei benefici ai propri cittadini, non attraverso una distribuzione di denaro, ma
attraverso dei risparmi d’imposta. Le tax expenditure quindi coincideranno con il gettito
mancato per questo motivo.
Qual è il criterio di ripartizione delle imposte?
• Principio del beneficio (o controprestazione): dovrei costruire il sistema tributario
solo per coloro che faccio il conto di quanta sanità, strada, sicurezza pubblica
usano, e quindi hanno una controprestazione dall’imposta. L’imposta è
controbilanciata dalla prestazione pubblica che ricevono. In questo modo si avrebbe
un sistema che garantisce sia l’equità nello scambio, che nel beneficio. Perché non
funziona? Per l’esistenza di free-rider, che non dicono quanto sarebbero disposti a
pagare questi beni non escludibili, e quindi non sappiamo quanto pagherebbe. Per i
merit goods, che hanno una forte componente di esternalità positive, sarebbe
ancora più difficile commisurare il beneficio. Tra i vantaggi di questo principio, ci
sarebbe una responsabilizzazione tra chi preleva le imposte e chi le mette in atto.
Se io impongo delle tasse per costruire una strada, poi dovrò essere trasparente in
ciò e costruire effettivamente la strada. Il federalismo fiscale sostiene in maniera
forte il decentramento fiscale, ovvero di attribuire la facoltà di spesa all’ente più
vicino al cittadino che può giudicarne la effettiva domanda. In realtà molti servizi
non possono essere così decentrati, ma per alcuni residuali si è cercato di applicare
• Principio del sacrificio (della capacità contributiva): invece di un’imposizione legata
alla controprestazione, io stabilisco che quei servizi sono utili per la popolazione e
ne ripartisco il costo in base ad un criterio volto ad essere il meno pesante possibile
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in termini di sacrifici per i miei cittadini. In base a questo stabilisco delle diverse
capacità contributive, di contribuire alla spesa dello Stato in maniera differenziata.
Dobbiamo stabilire il parametro in base al quale un individuo ha una capacità
contributiva maggiore di un altro. Chi ha stabilito alla fine dell’800 che la capacità
contributiva doveva essere commisurata ad un fattore era uno studioso italiano, De
Viti De Marco, che ha legato la variabile reddito a tale misurazione. Se due individui
avessero uno 10000 annui e l’altro 100000 annui, una lump sum tax di 5000 sarebbe
molto più gravoso per il 10000 piuttosto che per il 100000. Io cerco una
redistribuzione per far valere su coloro che hanno una maggiore capacità
contributiva le maggiori imposizioni fiscali. Anche queste semplificazioni a volte
hanno dei limiti: si pensi all’esempio di prima. Se quel soggetto che guadagna
100000 euro all’anno, alle spalle ha un patrimonio di 0, mentre il soggetto dei 10000
ha 10MLN di patrimonio, sarebbe ingiusto se si considerasse solo sul reddito! È
difficile strutturare un sistema tributario totalmente equo.

Quando parliamo di equità distinguiamo tra:


• Equità orizzontale: non dovrebbe esserci una tassazione diversa su capacità
contributive identiche
• Equità verticale: due soggetti con diversa capacità contributiva devono essere
assoggettati a due imposte diverse. Non deve essere uguale ma diversificata

Infine, le imposte non devono alterare la scala distributiva, e quindi non possono essere
superiori al 100% perché andrebbero a modificare la scala che tiene conto delle
capacità contributive.
Abbiamo visto che il reddito definisce la diversa capacità contributiva:

Ci sono alcuni effetti distorsivi delle imposte: sappiamo che modificando il prezzo di
equilibrio si avranno delle distorsioni, che portano ad una perdita di beneficio per la
comunità. È semplice vedere cosa succede quando queste variazioni rispetto al prezzo
d’equilibrio, dettato dall’incontro tra domanda ed offerta, viene modificato dall’imposta. Se
lo Stato impone un prezzo maggiore (supponiamo che a 100 gli applico un’imposta del 20%).
Vediamo cosa cambia se questa imposta è destinata ad essere pagata dai produttori
oppure dai consumatori. A seconda se sia pagata dall’uno o l’altro, si modificano in maniera
differente le qualità. Nel caso di prima, abbiamo un prezzo che passa da P0 a P1 dove P1 è
uguale a P0*(1+t). Cosa succede in questo caso? Riducendosi la quantità prodotta e
consumata, di quanto si riduce il surplus del produttore per effetto dell’incremento del
prezzo da P0 a P1?
L’eccesso di pressione è la perdita di beneficio per la comunità (produttori + consumatori)
che non è compensata dal gettito d’imposta.

IMPOSTA SUL VALORE AGGIUNTO (IVA)


IVA → per definizione è l’Imposta sul Valore Aggiunto ed è la principale imposta indiretta
del nostro sistema tributario.
La differenza tra le imposte dirette (IRPEF) e indirette (IVA) è nel fatto che:

• le imposte dirette colpiscono dirette manifestazioni di ricchezza che possono


essere:
o patrimonio
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o reddito. IRPEF→ imposta sul reddito


• le imposte indirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui questa viene
consumata e non prodotta e per questo si dice che è un’imposta generale su beni e
servizi.

Analizziamo i dati storici di 2017 e 2018. Le entrate pubbliche derivanti da imposte sono
ammontate a più di 500 mld di euro. Le imposte dirette pesano circa 245 miliardi. Le
imposte indirette sono state 210 miliardi di euro. Tuttavia, l’IVA da sola riesce a generare un
gettito di circa 130 mld di euro. Per le misure adottate negli ultimi anni, era l’imposta che in
precedenza gli operatori economici evadevano o ritardavano in misura maggiore, ma le
misure adottate negli ultimi anni hanno impedito che questo meccanismo avvenisse in
modo così copioso. Oggi, se l’Iva non viene versata dopo 3-4 mesi l’agenzia delle entrate ce
la viene a chiedere, mentre per le altre imposte possono passare anche 2 anni.
Un incremento di 1-2 punti percentuali dell’iva costituisce un ingresso in fase di recessione,
perché grava sui consumi e bisogna applicare tali percentuali a centinaia di miliardi di euro.
Tutti devono pagare l’iva, in qualsiasi fascia di reddito, per il solo fatto di consumare beni e
servizi. L’iva è proporzionale, perché ha un’aliquota fissa. Infine, quasi tutti i servizi che
consumiamo e i prodotti che compriamo portano un’iva pari al 22%.
Veniamo ora alla definizione, espressa dall’articolo 1 del DPR n.633/72:

Art.1 del D.P.R. n.633/72 → definizione dell’IVA: L’IVA si applica alle cessioni di beni e alle
prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato, nell’esercizio di imprese o di arti e
professioni, nonché alle importazioni da chiunque effettuate.
Nell’ Art 1 vengono individuati i 3 presupposti affinché si possa applicare l’IVA:

• Presupposto oggettivo → cessione di beni e prestazioni di sevizi


• Presupposto territoriale → territorio dello Stato (solo accennato)
• Presupposto soggettivo → nell’esercizio di imprese o di arti e professioni.

L’IVA è strutturata in modo tale che il soggetto che risulta essere gravato dall’imposta sia il
consumatore finale.
Ci sono dei beni, in base alla natura, che godono di una aliquota minore. Ma la stragrande
maggioranza delle cose che acquistiamo va al 22%. Tuttavia, che se ne compri una unità
oppure un milione, l’aliquota è sempre la stessa. È per questo che è definita proporzionale.
Principio della neutralità dell’iva → nell’esame è una domanda che viene sbagliata spesso.
L’IVA grava sul consumatore finale: dunque tutto ciò che viene scambiato prima di arrivare
al consumatore finale è neutrale: c’è un meccanismo di detrazione (per chi compra) e di
rivalsa (verso il soggetto a cui ho comprato).

Immaginiamo un’operazione commerciale: un fornitore e un cliente. Il fornitore deve essere


ex art. 1 un imprenditore. Immaginiamo che abbia delle risorse che produce in economia, e
che quindi non abbia comprato fattori di produzione. Lui fa delle lavorazioni e ottiene il
prodotto finale venduto al cliente. Viene addebitato a quest’ultimo un prezzo composto da
un valore imponibile + 22% di imposta. Il fornitore incassa il corrispettivo composto
(supponiamo 100+22). Il fornitore che questi 22 sono un’iva a debito che deve mettere da
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parte per darli all’erario. Lui versa


questi 22 e basta perché non ha
comprato beni. Supponiamo che il
cliente non sia un semplice
consumatore, ma un’impresa. Il
cliente nel momento in cui lavora
i beni, diventa anch’egli un nuovo
fornitore. È qui che sussiste il
principio di neutralità: ha
comprato a 122, e ha 22 euro di iva
a credito. Se rivende a 200 + IVA
(244), opererà sull’iva a debito lo
scorporo di quanto ha maturato a
credito. Lui riceve 44 dal
consumatore finale, e si limita a versare all’erario una posta che da un lato ha anticipato e
dall’altro ha ricevuto indietro. Questo meccanismo di cliente che diventa fornitore è il
meccanismo della detrazione (dell’imposta pagata) e della rivalsa (del soggetto a cui
vengo, cioè il cliente). Siccome gli fanno detrarre i 22 iniziali dai 44 ricevuti, lui paga
un’imposta solo sul valore aggiunto che ha creato.
All’esame → supponiamo che l’aliquota del dettagliante alle vendite non è 22% ma 10%.
Potrebbe sussistere una situazione in cui il soggetto si ritrovi a credito verso lo Stato e non
a debito. Un esportatore abituale magari effettua vendite non soggette a iva, e dunque non
riceve indietro la rivalsa sul consumatore finale, ma sui propri acquisti sostiene IVA. Per
questo bisogna farsi riconoscere come praticante la professione, per ottenere un
trattamento adeguato.

I versamenti possono avvenire su base mensile oppure trimestrale, a seconda della


dimensione dell’impresa. Più è grande, più è obbligata a versarla ogni mese, mentre se è
piccola può decidere di versarla al termine di ogni trimestre. Se il trimestre chiude a
credito, quest’IVA non è persa, né viene fisicamente restituita al soggetto: per ottenere un
rimborso, c’è un processo molto laborioso. Ciò che viene concesso è di mantenere il diritto
al credito per vedere se nel periodo successivo c’è un’IVA a debito su cui si può sfruttare
questo credito. È un credito che si può portare a compensazione. A volte il credito su IVA si
può scontare su altri tipi di imposta, ma solo negli anni successivi. Entro l’anno, la può
usare per compensare solo i debiti di IVA.

Arriviamo al consumatore finale, che sopporta tutto il valore aggiunto che è stato prodotto
fino a quel momento. In capo agli operatori, il meccanismo viene solo anticipato.

L’imposta Sul Valore Aggiunto è l’imposta più complicata che esista: purtroppo non esiste
un caso così semplice. Ci sono dei limiti alla detrazione su moltissimi casi. Questi limiti
consistono nel dire: hai comprato 100 + iva, non è 100 l’importo su cui ti faccio detrarre l’iva,
ma solo per il 40%. Le aziende che hanno autovetture in flotta, su quelle particolari spese,
l’iva è detraibile solo al 40%, e quindi devo scomporre i 22% in una quota di 60% non
detraibile, e 40% detraibile. In un’azienda, in media su 100 conti di costo che si analizzano,
30 hanno dei limiti alla detrazione. La detraibilità non spetta su tutti i 22% ma solo su una
parte dei 22% (il 40% del 22). Molte volte la detraibilità è condizionata dal tipo di prestazione
(costo delle auto), e altre invece dal tipo di vendite che fa il soggetto (pro-rata di
indetraibilità). Non tutte le operazioni attive che faccio sono imponibili (potrebbero essere
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esenti), per il principio che alcune spese, come quelle sanitarie, sono esenti dall’iva: se il
medico fa solo attività di visite, ha un pro-rata di indetraibilità pari al 100%, quindi tutta l’iva
che paga sui suoi acquisti è indetraibile → è un caso limite.

2 possibili domande al compito: alcune prestazioni indetraibili e alcune aliquote differenti di


iva.

Esempio: se si dice che il dettagliante sui suoi acquisti può detrarre l’iva in una percentuale
del 80% su spese telefoniche, 40% acquisto auto, x% su altre. Sui 22% che paga il
dettagliante bisogna applicare i principi di indetraibilità. Quando vende, sottrarrà all’IVA a
debito solo una percentuale dell’iva a credito.
Nel conto economico, io l’iva la considero un costo. Il conto IVA a credito è infatti solo nello
stato patrimoniale. Un’azienda che paga un canone di noleggio di 122, avrà come costo 122,
e nel credito iva, 22%*0,8. Quando incassa dal cliente, invece non si applica nessuna
percentuale, ma è sempre il 22% (o nel caso di aliquote diverse altre percentuali)

Il pro-rata di indetraibilità è un rapporto tra le operazioni esenti dall’applicazione esenti


dall’imposta e il totale delle operazioni → è come un documento di identità che l’azienda si
porta dietro perché è una fotografia delle operazioni che ha svolto, e dato che su alcune
prestazioni non versa l’iva, quando il soggetto compra i beni che userà per le prestazioni
erogate senza iva, non potrà scaricarla ma dovrà farsene carico. È una situazione
svantaggiosa.

La neutralità sarà integrale solo nel caso in cui non c’è una indetraibilità.

Tornando all’articolo 1 del DPR, il legislatore deve qualificare cosa si intende per cessione
di beni e prestazioni di servizi. Infatti, non tutte sono soggette ad iva. Nell’ambito delle
operazioni iva (imponibili ed esenti), prendiamo il caso di un’operazione come la cessione
ad esportazioni, oppure di cessioni intracomunitarie. Non bisogna pensare che
un’operazione, siccome esente, non sia soggetta ad IVA. L’operazione è soggetta ad IVA, ma
c’è una norma (art.10) che dice quali sono le prestazioni esenti ad IVA. Ci sono poi delle
operazioni escluse, ovvero fuori dal campo dell’iva. Le operazioni prive anche solo di uno
dei tre presupposti elencati nell’art. 1 sono definite appunto escluse (e non esenti!).
Il concetto introdotto relativamente alle importazioni è il seguente: i beni importati (e non i
servizi perché non possono essere importati) sono sempre soggetti ad iva. Infatti, chiunque
importa beni in Italia, lo mette in circolazione nel mercato interno, i quali consumatori
pagheranno IVA. Dunque, dovrà pagare l’iva quando importa il bene in Italia.

Dunque, abbiamo il presupposto oggettivo: cessione di beni → si tratta di atti a titolo


oneroso (ci deve essere un corrispettivo).

Art 2 → presupposto oggettivo: Atti a titolo oneroso che comportano:


• il trasferimento della proprietà
• la costituzione di diritti reali di godimento (superficie, enfiteusi, servitù, usufrutto,
uso, abitazione)
• Il trasferimento di diritti reali di godimento di beni di ogni genere (beni mobili,
immobili, materiali) (no licenze, marchi, brevetti che costituiscono prestazioni di
servizi)
La cessione di beni occupa il 99% degli scambi su cui è applicata l’IVA.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Un soggetto dotato di partita iva è colui che fa abitualmente prestazioni soggette ad iva.
È bene capire che esistono anche delle operazioni assimilate alla cessione di beni: è un
caso generale che si ritrova in tutti i testi e le normative intracomunitarie. Il caso in cui un
imprenditore realizza una produzione, ma una quota parte la destini al proprio consumo
personale, oppure decida di regalarla → È comunque un’operazione da fatturare con IVA! È
come se l’imprenditore si sostituisse al consumatore finale perché vuole destinare tali beni
ad un utilizzo esterno all’azienda.
Per esempio: le cessioni di denaro e di crediti, non sono considerate cessioni di beni. Non
c’è una trasformazione, e quindi neanche un valore aggiunto, anche se potenzialmente un
credito si può rivendere ad un prezzo maggiore. In ogni caso non è assoggettato a IVA

Anche con l’art 3 si rimarca il fatto che le prestazioni (di servizi) debbano avvenire in
cambio di un corrispettivo. I contratti citati servono a dare un’idea. Ecco l’articolo:

Art 3 → prestazioni verso corrispettivo: Ai fini IVA si considerano prestazioni di servizi le


prestazioni verso corrispettivo dipendenti da contratti in genere aventi oggetto un facere:
• opera
• agenzia
• noleggio
• appalto
• mediazione
• trasporto
• deposito
• mandato
• mutuo
• spedizione
• locazione
• “qualsiasi obbligazione di fare, non fare o permettere”

Diversamente dalla cessione di beni, abbiamo un obbligo diverso dal dare: fare, non fare e
permettere. Anche qui abbiamo il discorso su prestazioni assimilate, e quello relativo alle
prestazioni gratuite.

Abbiamo eccezioni → Non sono considerate prestazioni di servizi, a titolo esemplificativo:


- i conferimenti in società ed i passaggi di servizi in dipendenza di fusioni, di scissioni o
trasformazioni
- le cessioni, concessioni e licenze di diritti d’autore, invenzioni industriali, modelli, marchi,
ecc. effettuate direttamente dall’autore e loro eredi o legatari
- i prestiti obbligazionari

In questi casi infatti manca il presupposto oggettivo e quindi c’è un’esenzione dall’iva.
Per quanto riguarda il presupposto soggettivo, la formulazione dell’art. 1 è molto generica:
esercizio di imprese, arti e professioni. Che vuol dire? Già il concetto di impresa è
complicato secondo il diritto commerciale. Chi è il soggetto sottoposto al tributo?
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Art. 4→ esercizio d’imprese: Per esercizio di imprese si intende l’esercizio per professione
abituale, ancorché non esclusiva, delle attività commerciali o agricole di cui agli articoli
2135 e 2195 del Codice Civile, anche se non organizzate in forma di impresa, nonché
l’esercizio di attività, organizzate in forma di impresa, dirette alla prestazione di servizi che
non rientrano nell’ articolo 2195 del Codice Civile.
Ma non basta! Si vuole includere tutto → tutte quelle attività che non rientrano nel 2195
benché siano organizzate sottoforma di impresa. Il cedente potrebbe assumere la forma di
un ente non commerciale, che può in via non prevalente esercitare attività commerciale
(società a mutualità prevalente).
Questa presunzione di commercialità parte dal presupposto che alcuni soggetti (come
società di persone e di capitali), non devono dimostrare che integrino il presupposto
soggettivo, ma si presume che loro siano società commerciali. È una cosa positiva essere
inclusi nei soggetti dotati di presupposto soggettivo, perchè puoi scaricare.

Art. 5 → lavoro autonomo: per esercizio di arti e professioni si intende l’esercizio per
professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo,
ovvero: qualsiasi attività abituale non rientrante tra quelle di impresa e non svolta con
vincolo di subordinazione Non si considerano effettuate nell’esercizio di arti e professioni
le prestazioni di servizi inerenti ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, a
condizione che siano rese da soggetti che non esercitano per professione abituale altre
attività di lavoro autonomo.
Abbiamo un criterio diverso in base al tipo di soggetto. È formale (si presume) quando si
tratta di enti commerciali, mentre se non è una società commerciale il criterio deve essere
sostanziale. Per enti non commerciali, vengono considerate solo le attività svolte
nell’esercizio dell’attività commerciale che devono essere residuali rispetto alle attività
cosiddette istituzionali.

Un aspetto rilevante è il momento impositivo (in base al quale sorge l’obbligo a pagare il
tributo e ad emettere la fattura): quando un’operazione si può ritenere soggetta ad iva?
Nell’ambito della cessione di beni, i beni immobili vale il momento in cui è stipulato l’atto di
acquisto. per i beni mobili il momento in cui viene consegnato il bene. In caso di scelta tra
consegna e spedizione, il momento impositivo corrisponde alla spedizione. Sia per i beni
mobili e immobili può valere come momento impositivo il momento in cui viene emessa la
fattura oppure pagato il corrispettivo, ma solo se questi avvengono precedentemente. In
caso assenza, vale il principio standard che corrisponde ai casi esposti prima. Nel caso di
prestazioni di servizi, non c’è nulla da consegnare e nessun rogito, dunque il momento in
cui si forma il debito tributario, è il momento in cui viene pagato il corrispettivo (oppure se
precedente il momento in cui viene emessa la fattura). Molte volte nella pratica, se non si
emette la fattura non si viene pagati, e quindi si crea uno scollamento tra il momento in cui
incasso la mia parcella, e il momento in cui sono obbligato a versare l’iva. Esistono delle
prestazioni che non rispettano questo principio, come ad esempio per quelle prestazioni
effettuate nei confronti dello Stato. In questi casi si parla di IVA in sospensione.
Nel momento impositivo, l’operatore commerciale deve emettere la fattura.

Territorialità → art.7. è un caso molto delicato, quindi si sono aggiunti un 7bis, 7ter ecc. per
disciplinare tutti i casi in cui la disciplina dell’art.7 non viene ad applicarsi.
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Che vuol dire territori all’interno dello Stato? Ci sono territori come Vaticano e San Marino
che non sono Italiani. Per i beni immobili inoltre è semplice definire se la cessione è
avvenuta all’interno dello Stato, ma per i beni mobili? Inoltre, è difficile stabilire il luogo in
cui è stato erogato un servizio. Per tanti aspetti è infatti intangibile. Per cui per le cessioni
di beni, la regola generale è che gli immobili e i mobili devono essere presenti nel territorio
dello Stato. Per esempio, la nave se è in acque internazionali, non si considera il territorio
della nave come territorio dello Stato e quindi sfugge a questo meccanismo di attrazione.

Art. 7 → territorialità: Si considerano effettuate nel territorio dello Stato se riguardano beni
immobili o mobili nazionali, comunitari o vincolati al regime della temporanea
importazione, esistenti nel territorio stesso. Al fine della territorialità delle cessioni rileva il
luogo in cui si trovano i beni stessi, a nulla influendo la residenza delle parti tra cui avviene
l’operazione.
Se il bene è fisicamente in Italia ma i due contraenti non sono residenti italiani, come si
comporteranno? Dovranno versare l’IVA, al momento della stipula del contratto
REGOLA GENERALE per i servizi: comma 1 art.7 → Si considerano prestazioni effettuate nel
territorio dello Stato, quando sono rese a:
a) soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato;
b) resa a committenti che non sono soggetti passivi, da soggetti passivi stabiliti nel
territorio dello Stato
Se il prestazione è italiano, comunitario ed extracomunitario, e il committente è soggetto
all’imposta, il luogo rilevante è dunque quello in cui è stabilito il committente.

Domanda d’esame: se il prestatore è un soggetto extra-UE e il committente è un soggetto


passivo italiano, qual è il luogo che si considera come luogo rilevante? Se il committente è
un privato (non ha partita IVA), ci si concentra sul luogo in cui è stabilito il prestatore. Per
cui se è stabilito in Italia, bisognerà applicare l’IVA, se è stabilito in UE allora dipende (se la
transazione è intra-comunitaria) mentre se è extracomunitario non si applica in nessun
caso.
Che vuol dire soggetto stabilito? Abbiamo come riferimento tre criteri (tutti buoni per
attrarre la prestazione dell’IVA), che cambiano in base al soggetto passivo:

• Domicilio: il domicilio è il luogo in cui il soggetto ha stabilito la sede principale dei


propri affari e interesse. Per soggette differenti da quelle fisiche, il luogo dove
sussiste la sede legale.
• Residenza: differisce tra persone fisiche (non si parla di centro di interessi ma per
dimora abituale), e per le società (luogo in cui si trova la sede effettiva).
• Stabile organizzazione

Altro modo per vedere la regola generale, associare ai casi di B2B e di B2C: se il
committente è soggetto ad iva (B2B) rileva il committente, mentre se il committente è un
privato (B2C) rileva il luogo in cui è stabilito il prestatore.
Operazioni esenti (rientrano in tutti i presupposti, ma l’IVA non viene richiesta): oltre le
prestazioni sanitarie ci sono le operazioni di assicurazione, di credito e di finanziamento, e
anche le locazioni. Per cui, in linea generale, locazione di qualunque tipo di immobile
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(abitativo o strumentale, sia per natura che per finalità), sono considerati esenti salvo che il
soggetto chieda di applicare l’IVA su tale prestazione.
Nelle fatture che non hanno l’IVA al 22%, lo devo specificare. Quindi indicare quando l’IVA
non è applicata, e indicare quando c’è un’aliquota differente.

EFFETTI DISTORSIVI DELL’IMPOSTA


L’imposta può provocare una serie di effetti distorsivi. Uno di questi è nel mercato del
lavoro, con la tassazione sul lavoro che ha uno degli effetti più rilevanti. Dobbiamo capire
che quando abbiamo fatto la distinzione tra le singole imposte (dirette/indirette,
reali/personali), una importante distinzione l’abbiamo fatta tra imposte che contengono la
base imponibile (tax inclusive) e imposte che si aggiungono alla base imponibile (tax
exclusive).

Un esempio di imposta tax inclusive è l’IRPEF. Abbiamo infatti la base imponibile IRPEF che
è data dal reddito da lavoro. Supponiamo il caso di un lavoratore dipendente che ha uno
stipendio di 1000 euro al mese. Quando il datore di lavoro utilizza il prelievo alla fonte,
ovvero una ritenuta alla fonte a titolo di acconto, preleva da 1000 (la base imponibile)
l’imposta relativa a quel reddito. Prende i 200 (in caso di aliquota del 20%) e lo versa allo
Stato. Nella base imponibile di reddito lordo è già contenuta l’imposta che andrà versata.
Qual è l’imposta per eccellenza tax exclusive? L’IVA, che non contiene all’interno della base
imponibile l’imposta. Infatti, si applica in aggiunta al prezzo dei beni. P + 0,22*P. Ci sono
delle relazioni importanti che possono essere utili, tra tax inclusive ed exclusive:
𝑇𝐴𝑋 𝐸𝑋𝐶𝐿𝑈𝑆𝐼𝑉𝐸
𝐴𝐿𝐼𝑄𝑈𝑂𝑇𝐴 𝐼𝑁𝐶𝐿𝑈𝑆𝐼𝑉𝐸 =
1 + 𝑇𝐴𝑋 𝐸𝑋𝐶𝐿𝑈𝑆𝐼𝑉𝐸
𝑇𝐴𝑋 𝐼𝑁𝐶𝐿𝑈𝑆𝐼𝑉𝐸
𝐴𝐿𝐼𝑄𝑈𝑂𝑇𝐴 𝐸𝑋𝐶𝐿𝑈𝑆𝐼𝑉𝐸 =
1 − 𝑇𝐴𝑋 𝐼𝑁𝐶𝐿𝑈𝑆𝐼𝑉𝐸
Partiamo da un’aliquota tax exclusive del 25% su base 100, e abbiamo un gettito di 25.
L’aliquota 0,25 è pari a 0,20/0,80. Se invece partiamo da una tax inclusive di 0,20, arriviamo
ad una aliquota pari a 0,25/1,25. A livello di gettito, un’aliquota exclusive del 25% è
equiparabile ad un’aliquota inclusive del 20%.

Alcuni principi base di come funziona la distanza tra l’incidenza legale e quella economica.
Partiamo da un presupposto: esiste un soggetto (soggetto di imposta), base imponibile e
aliquota. Il soggetto è colui che deve sopportare l’onere dell’imposta. Si dice (ma in realtà
vedremo che non è vero) che l’effetto traslativo è facilmente prevedibile per le imposte
indirette mentre non è facile per le imposte dirette. Cos’è l’effetto traslativo? L’effetto
economico attraverso il quale il soggetto di diritto che sopporta l’imposta trasferisce del
tutto o in parte l’onere su un altro soggetto. Un soggetto inciso (che subisce l’incisione
dell’imposta) può mettere in atto dei comportamenti attraverso i quali trasferisce l’onere
dell’imposta del tutto o in parte su un nuovo soggetto, e questo comporta l’operazione
economica della traslazione, e anche una differenza tra soggetto che ha l’incidenza legale,
e quello che ha l’incidenza economica o di fatto dell’imposta. C’è un trasferimento a valle o
a monte dell’imposta.
Ipotizziamo un bene di consumo che in equilibrio ha un prezzo di 10 euro, e di introdurre
un’imposta ad valorem tax inclusive del 20% a carico del consumatore finale. Il prezzo netto
sarà dato da (1-taxinclusive)*P = 8. Avremo che il prezzo avrà una riduzione a 8, e il
consumatore paga 2 euro di imposta. Se non ci fosse l’imposta il consumatore pagherebbe
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

2 euro in meno. Il prezzo sarebbe di 8 invece di 10. Se il consumatore subisce interamente


questo spostamento di prezzo, non esiste nessuna traslazione e l’incidenza formale del
tributo corrisponde con l’incidenza economica o di fatto dell’imposta. Non c’è traslazione in
questo caso.
Facciamo un esempio: ipotizziamo che
ci sia un sistema di domanda ed offerta
dato da questa relazione: la domanda è
data da P = a-b*q e l’offerta ha un
prezzo di P=c+d*q. in equilibrio, i prezzi
e le quantità di equilibrio sono
l’espressione numerica della relazione.
Ipotizziamo che la relazione sia per la
domanda P=14-2q e offerta P=4+2q. da
questo sistema vediamo che Q* è 2,5 e
P*=9. Ipotizziamo che in questo sistema
di equilibrio arrivi un’imposta a carico
dei venditori tax exclusive del 25%. Se
l’imposta è a carico dei venditori, come
si modificherà la domanda di quel bene?
La domanda non si modifica! I
compratori infatti non hanno nessuna
reazione. Dunque, avranno una reazione
solo i venditori. Che reazione avranno? Una reazione in cui S’ dovrà tenere conto
dell’imposta del 25%. Avremo una relazione che diventerà da 4+2q a 5+2,5q. perché diventa
4→5 e 2→2,5? Perché si aggiunge il 25% alla relazione precedente. Infatti, 4*1,25= 5 e
2*1,25=2,5. La quantità scenderà a 2 e il prezzo salirà a 10. Rispetto all’equilibrio precedente,
ora abbiamo una quantità che si contrae e un prezzo lordo che cresce da 9 a 10. Il prezzo
netto, che è quello che va al produttore, diventerà 8. In questo caso, l’imposta trasferita dai
venditori ai compratori sarà pari al prezzo lordo meno il prezzo di equilibrio precedente
all’imposta. Dunque, il prezzo lordo = 10, il prezzo di equilibrio = 9. 10-9 = 1. Per i venditori
invece, bisognerà considerare la differenza tra il prezzo di equilibrio e il prezzo netto,
ovvero ciò che effettivamente incasseranno. L’imposta sarà dunque ripartita sia sul
soggetto che ha l’incidenza legale, ovvero il venditore sia sull’acquirente. Quale sarebbe
dovuto essere il prezzo netto affinché non si verificasse la traslazione? Se il prezzo lordo
fosse stato uguale a 9, la traslazione a carico degli acquirenti non sarebbe stata 1 ma 0.
Con un prezzo lordo di 9, avrei avuto un prezzo netto di 7.

Se ci fosse un’imposta sui consumatori, si sposta non la curva d’offerta ma la curva di


domanda. Avremo una nuova posizione di equilibrio. Il prezzo si divide tra prezzo lordo e
prezzo netto. Il prezzo lordo è quello che pagano i compratori. Ma per effetto della
riduzione di quantità, i venditori saranno costretti a ridurre il loro prezzo netto, e quindi una
parte dell’imposta viene traslata indietro ai venditori. Qual è la parte di imposta traslata ai
venditori? Pari alla distanza tra P* e PN. Invece, la distanza tra P* e P è la parte d’imposta
che rimane in carico al compratore.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Come cambia il surplus di


compratori e venditori in seguito
all’introduzione dell’imposta?
RISPONDI ANALIZZANDO IL
GRAFICO. Abbiamo una perdita di
benessere maggiore al gettito
dell’imposta. A quanto la collettività
è costretta a rinunciare affinché si
generi un determinato gettito
d’imposta? Quando la perdita è
maggiore, si parla di eccesso di
pressione (pari alla somma dei
triangoli verde e giallo).

𝐵𝐸𝑁𝐸𝐹𝐼𝐶𝐼𝑂 − 𝑆𝐴𝐶𝑅𝐼𝐹𝐼𝐶𝐼𝑂 = 𝐸𝐶𝐶𝐸𝑆𝑆𝑂 𝐷𝐼 𝑃𝑅𝐸𝑆𝑆𝐼𝑂𝑁𝐸.

Questo eccesso di pressione è graficamente dato dalla differenza tra la perdita di surplus
del mercato, e il gettito. Una parte dell’eccesso di pressione sarà sofferta dal compratore e
una parte dal venditore.

Supponiamo ora un’imposta tax


inclusive a carico dei compratori.
Abbiamo un’offerta che non si
modifica, perché essendo a carico dei
consumatori si sposta solo la curva di
domanda. Anche in questo caso
abbiamo un gettito di 2, perché
l’imposta sia con un’aliquota inclusive
di 20% che di un’aliquota exclusive di
25% è sempre la stessa, e si ripartisce
tra venditori e compratori.

Qual è la relazione tra traslazione e


quantità? La traslazione è un fenomeno economico, legato ad un aspetto negoziale. Per
fare un esempio classico di traslazione, è l’esempio di quando si va in un negozio di scarpe
e le scarpe con una tassa del 20% exclusive passano da 100 a 120. Se il cliente a 120 non le
compra ma a 110 si, il compratore effettua una traslazione per evitare di avere una quantità
invenduta. Perché accetto la traslazione? Per evitare che la riduzione di quantità vada ad
incidere sui miei margini.
Si ha la traslazione in avanti quando il contribuente di diritto riesce ad aumentare il prezzo,
comprensivo dell’imposta, dei beni o dei servizi che vende; traslazione all’indietro se il
contribuente di diritto riesce a diminuire il prezzo, al netto dell’imposta, dei beni e dei
servizi che compra.
La ripartizione dell’onere del tributo è indipendente dall’incidenza legale. Nel momento in
cui io legislatore faccio una scelta di tassazione, non posso dire semplicemente che voglio
colpire la classe dei produttori, mettendo un’imposta a carico delle imprese. Quella imposta
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

in realtà va studiata sulla reale incidenza di fatto che potrebbe essere molto diversa
dall’incidenza di diritto. Gli effetti possono essere molto diversi da quelli voluti.

Se si vuole ad esempio sterilizzare l’aumento dell’iva, io aumento l’iva quindi chi è il


soggetto che ha l’incidenza legale sull’iva? Il consumatore. Ma l’incidenza economica? Ad
esempio, i prezzi al consumo salgono da 122 a 125. Che effetti ho sulle quantità? Se io ho
una riduzione dei consumi, io non vado ad avere un’incidenza solo sul consumatore, ma
anche sul produttore che ridurrà i propri margini di investimento. Di conseguenza, anche
maggiore disoccupazione e altri effetti negativi.

L’IVA infatti, soprattutto in questo momento in cui il sistema tributario italiano ha


fortemente abbandonato la progressività, è l’imposta più regressiva rispetto al reddito.
Perché è particolarmente regressiva rispetto al reddito? Perchè la propensione marginale
al consumo dei soggetti con redditi più bassi è più alta rispetto a quelli con redditi più alti.
Con redditi bassi, avrò un consumo pari al 100% del mio reddito, mentre con i redditi più alti
ho un 20% del mio reddito. Per questo, chi ha redditi più bassi, avrà un’incidenza maggiore
da parte di un’imposta che colpisce soltanto i consumi. Questo elemento di incremento di
regressività è derivante da un incremento dell’imposta, e dunque si cerca di scongiurare
l’aumento dell’IVA.

Qual è il trade-off efficienza equità? Quali elementi appartengono all’una categoria e quali
all’altra?
Gli elementi che abbiamo studiato sono quelli del minimo sacrificio: per convenzione, lo
misuriamo in base al reddito, e dunque la capacità contributiva che stabilisce qual è il
sacrificio è dettata dal reddito. Un sistema che va verso l’equità è quello che va a colpire in
maniera maggiore i redditi più alti. Se uso imposte che hanno un effetto regressivo, queste
hanno un impatto immediato in termini di equità. Non ho seguito i principi dell’equità. Con la
regressività addirittura ho un sacrificio massimo.

Dov’è che l’aumento dell’IVA va ad essere non efficiente? Perché riduce gli scambi sul
mercato. Questo è un problema. In termini di efficienza, lo Stato dove va a misurare la
perdita di efficienza? Se per l’effetto dell’aumento dell’imposta le quantità si riducono, c’è il
rischio che l’imposta in termini di gettito non aumenti. Dunque, faccio un danno in termini di
equità non avendo guadagni in termini di efficienza. Ma se io invece di avere un incremento
di gettito, oppure un incremento inferiore al previsto, ho un limite forte in termini di
efficienza. L’effetto contrazione che l’aumento dei prezzi potrebbe portare, mi
vanificherebbe la possibilità di un gettito sufficiente.
Da cosa dipende la traslazione? Dall’elasticità della domanda. In questo caso vediamo cosa
succede in un’imposta specifica a carico dei venditori. Cos’è un’imposta specifica? Le
accise, che hanno una base imponibile a quantità e non a valore. Abbiamo due curve di
domanda: D1 e D2. D1 è molto elastica (l’elasticità è misurata in base al prezzo), mentre D2
non tanto. Se io aumento i prezzi, su D1 la riduzione della quantità è molto notevole. Su D2
invece, l’incidenza sulle quantità è molto minore. Più è elastica la domanda, e più io
venditore devo sopportare una traslazione per evitare che le quantità scendano
velocemente. Dunque, la parte di imposta a carico dei venditori è tanto maggiore quanto
maggiore è l’elasticità della domanda.
Vediamo la stessa cosa spostata sul lato dei venditori. Anche qui, a seconda dell’elasticità
dell’offerta, io ho una capacità di traslazione dell’imposta a carico dei compratori tanto
maggiore quanto maggiore è l’elasticità dell’offerta. Più l’offerta è rigida, minore è
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

l’imposta a carico dei venditori. Dunque, l’elasticità di domanda e dell’offerta sono un indice
importante di capacità di traslazione.
CASI ESTREMI

1. In caso di domanda perfettamente rigida, il prezzo aumenta dell’intera imposta.


Dunque, sarà tutta a carico del consumatore
2. In caso di domanda perfettamente elastica, il prezzo non aumenta di un euro.
L’imposta sarà tutta a carico dell’impresa.
3. In caso di un’offerta totalmente elastica, quest’imposta viene subita totalmente dal
venditore.
4. In caso di offerta totalmente rigida, il compratore subirà l’imposta.

L’elasticità di domanda ed offerta determinano il potere negoziale, e dunque la capacità di


traslare l’imposta a monte o a valle.

MERCATO DEL LAVORO


Passiamo ad analizzare gli effetti di un’imposta sul salario in termini di costo del lavoro e di
aumento o riduzione delle ore lavorate. Sulle ascisse abbiamo il quantitativo di ore lavorate
e sulle ordinate abbiamo il salario. Nel punto di equilibrio, L* determina una quantità di
surplus sia per lavoratori che per produttori. Introduciamo un’imposta e vediamo un primo
concetto: tutte le categorie di soggetti contribuenti colpiti da un’imposta hanno due effetti:

• Effetto reddito: effetto in base al quale il lavoratore subisce per effetto dell’imposta
perché ha una riduzione (un differenziale) tra reddito lordo e reddito netto. Il
differenziale riduce il suo potere di acquisto, di consumo, di spesa. L’effetto reddito
è una forza che tende a far aumentare l’offerta di lavoro perché lavorando più ore
posso compensare la riduzione di reddito intervenuta attraverso le imposte. Se io
lavoravo 20 ore a settimane e avevo un salario di 4 euro l’ora, avevo un reddito di
80 euro a settimana. Con una imposta del 10%, il mio reddito scende da 80 a 72.
Quindi il mio effetto reddito spinge ad aumentare il numero di ore per compensare
le 8 di perdita. Tendo a lavorare 2 ore in più per recuperare la capacità di spesa
• Effetto sostituzione: di segno opposto all’effetto reddito. Se prima il costo di un’ora
di tempo libero era 4 euro, e domani invece questo scende a 3,6 euro per effetto
dell’imposta, l’effetto sostituzione mi spinge a lavorare meno ore, perché il costo
opportunità dell’ora libera scende, e quindi mi sposto verso un consumo di ore
libere (non lavorate) maggiore.
Il risultato di questi due effetti
contrapposti rappresenta la
situazione complessiva. Con questa
offerta e domanda di lavoro, la
riduzione che interviene per effetto
di una imposta sul lavoro (che si
mangia l’area del rettangolo WNCBW)
ha come effetto quello di ridurre e
far nascere una nuova curva di
domanda che si interseca con
l’offerta in un altro punto, e ha una
riduzione in termine di ore lavorate.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Ciò significa che l’angolo di questa retta è w. Nel momento in cui si introduce l’imposta,
l’angolo si riduce a w*(1-t). Dunque, avremo una riduzione di quest’angolo che porterà ad
una riduzione delle ore di lavoro e ad una riduzione del surplus del consumatore e del
produttore.

La riduzione del surplus è del consumatore? No, di entrambi. Infatti, l’imposta riduce
l’inclinazione e avremo un salario Wn minore. Di quanto aumenta il costo del lavoro? Da
W*→W. La retribuzione netta invece si riduce da W*→Wn

Perché il costo del lavoro se io introduco un’imposta sul salario? Perché una parte
dell’imposta viene traslata. Dunque, abbiamo un effetto sull’impresa che si fa carico di
parte dell’imposta per evitare che la domanda di lavoro diminuisca troppo.

L’occupazione si riduce perché l’effetto sostituzione prevale sull’effetto reddito: da cosa


dipende ciò? Da come è inclinata l’offerta di lavoro. Se è inclinata negativamente, e quindi
abbiamo un’elasticità diversa, abbiamo che l’offerta di lavoro invece di diminuire aumenta.
Questo è il caso in cui l’effetto reddito prevale sull’effetto sostituzione. Se io ho un reddito
basso e non posso fare a meno di quel reddito, ho bisogno di aumentare il numero delle ore
lavorate per recuperare quella parte di reddito netto che mi è stato mangiato dall’imposta.
Il prevalere dell’effetto reddito o dell’effetto sostituzione viene determinato dall’elasticità
della curva dell’offerta.

IRPEF
Andiamo a parlare di uno dei tributi che determina una delle maggiori fonti di gettito:
l’IRPEF. Studieremo l’IRPEF dal punto di vista economico, ma lo introduciamo partendo
dalla normativa che lo pone in essere. La norma che lo legittima è il DPR 217 dell’86. È un
testo unico (una raccolta di norme riguardanti lo stesso argomento). L’argomento che
riguarda questo Testo Unico è appunto l’insieme delle imposte sul reddito, tra cui l’IRPEF.
Quando fu introdotto questo TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) che nella prima
parte disciplina l’IRPEF (Imposta Sul Reddito Delle Persone Fisiche), nella seconda parte
riguardava l’IRPEG (Imposta Sul Reddito Delle Persone Giuridiche) e nell’ultima parte l’ILOR
(Imposta Locale Sui Redditi). All’epoca la principale fonte (44%) di gettito dal punto di vista
quantitativo veniva garantita dall’IRPEF. Era il principale tributo che garantiva liquidità allo
Stato per coprire la spesa pubblica.

Un excursus storico: l’IRPEF venne introdotta con una riforma tributaria: un complesso di
norme e quindi di variazioni di principi economici di redistribuzione di efficienza, che sia
quantitativamente e qualitativamente incide sulla struttura precedente. Prima di questa
riforma, che promana dagli anni 70’, c’era un sistema tributario che per moltissimi anni è
stato sempre il medesimo, in cui non c’erano queste imposte ma vennero introdotta dalla
famosa riforma degli anni 70. Il gettito arrivava in modo completamente diverso sia dal
punto di vista qualitativo che quantitativo. Negli anni 70 fu introdotta questa riforma, e per
20 anni nessun governo sarebbe intervenuto con una medesima portata, considerando che
a livello legislativo ogni anno cambiano le percentuali di aliquote. Ma mai si è intervenuti
sulla struttura. Altra riforma che fece uno stravolgimento della struttura ci fu negli anni 90,
la riforma Visco.

L’IRPEF è sopravvissuta anche alla Visco. C’è stata poi dopo pochi anni la riforma del
ministro Tremonti, alla quale l’IRPEF è sopravvissuta. E ancora oggi l’IRPEF vige nel nostro
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

sistema tributario, e ognuno di noi è soggetto a IRPEF nel momento in cui produciamo
reddito.

Cos’è l’IRPEF? È l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Quindi stiamo parlando di
entrate pubbliche, delle imposte e non delle tasse. C’è una grande differenza! i tributi si
dividono in tasse e imposte. L’IRPEF riguarda ognuno di noi persona fisica che produce un
reddito.

Si tratta di un’imposta diretta. Le imposte si possono dividere in

• Dirette: colpiscono manifestazioni immediate di capacità contributiva. Quindi le


imposte dirette vanno a colpire direttamente la ricchezza prodotta sotto forma di
reddito o di patrimonio
• Indirette: colpiscono manifestazioni mediate (indirette) di capacità contributiva.
Vanno a colpire la persona fisica nel momento in cui consuma e trasferisce il bene.
Classico esempio è l’IVA.
Dal momento in cui percepisco lo stipendio, anche se non consumo, in automatico mi viene
prelevata l’imposta dell’IRPEF (già a monte).

Le imposte possono essere fisse o proporzionali:

• le fisse sono quelle imposte che sono stabilite in maniera fissa e non variabile
• nelle proporzionali l’aliquota di imposta media resta costante per qualsiasi livello di
reddito

L’IRPEG ad esempio era un’imposta proporzionale.

Poi possono essere progressive, come è l’IRPEF. Più guadagno, più proporzionalmente
devo contribuire al gettito. Ha una progressività particolare, per scaglioni di reddito.

L’IRPEF colpisce direttamente il reddito. È un’imposta personale, perché tiene conto della
situazione personale del soggetto passivo. È un’imposta progressiva per scaglioni di
reddito perché mira a dei criteri di redistribuzione. È infine un’imposta che colpisce il
reddito complessivo.

L’IRPEF è un’imposta personale: tale caratteristica si determina attraverso una


determinazione quantitativa della base imponibile fortemente influenzata delle
caratteristiche economiche del soggetto.

L’IRPEF si calcola facendo


𝑏𝑎𝑠𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 × 𝑎𝑙𝑖𝑞𝑢𝑜𝑡𝑎

Come calcolo la base imponibile? Siccome è un’imposta personale, si va a tenere conto


anche della situazione familiare del soggetto!

La progressività è per scaglioni di reddito e per detrazioni alla base in linea con i principi di
progressività dettati dall’articolo 53 della costituzione (che parla della capacità
contributiva.) Tale connotato di progressività fa sì che al crescere del reddito, si incrementi
l’incidenza percentuale del prelievo, perché le aliquote sono calibrate in maniera più che
proporzionale al crescere della ricchezza.

Sono inseriti degli scaglioni di reddito: ad ogni scaglione è associata un’aliquota, che cresce
in modo più che proporzionale rispetto allo scaglione successivo.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Il presupposto dell’IRPEF è il possesso di reddito, in denaro o natura attribuibili al soggetto


passivo. A ogni persona fisica che produce reddito applico l’aliquota d’imposta. A seconda
della tipologia di reddito che percepisco, è prevista una normativa specifica per
determinare l’importo del reddito complessivo. Quando vado a calcolare il reddito
complessivo, questo è la sommatoria di sei categorie di reddito, ognuna disciplinata da
criteri diversi. Devo andare a sommare sei categorie di reddito:
1. Redditi fondiari: derivanti dai terreni e dai fabbricati. Noi dovremo fare dichiarazione
secondo i criteri della disciplina.
2. Redditi di capitale: principalmente interessi e dividendi che percepisco.
3. Redditi da lavoro dipendente: da lavoro
4. Redditi da lavoro autonomo: commercialista, avvocato
5. Redditi di impresa: sono quelli più complessi
6. Redditi diversi: categoria residuale.

Per calcolare il reddito complessivo, devo fare la sommatoria delle sei categorie di reddito
ed è importante ricordare che per ogni categoria applico criteri completamente diversi (di
cassa, di competenza ecc.) nel computo del reddito.

Le norme sulla classificazione del reddito di categoria hanno dei criteri di massima:
• Di cassa: considera quando si verifica la movimentazione finanziaria in entrata o in
uscita. Seguono questo criterio i redditi di capitale, i redditi fondiari, i redditi di
lavoro autonomo, i redditi di lavoro dipendente e i redditi diversi.
• Di competenza: i redditi di impresa seguono questo criterio. Attribuiscono il
momento a quando matura il credito o sorge il debito.
L’anno di imposizione coincide con l’anno solare. Ogni anno viene fatta la dichiarazione dei
redditi, e ogni anno dobbiamo pagare le imposte.

Definiamo chi sono i soggetti passivi. In prima approssimazione, chi è costretto a livello
coercitivo a pagare le imposte (ex art. 53). Ognuno di noi deve partecipare alle spese dello
stato in base alla propria capacità contributiva.

Chi deve pagare l’IRPEF sono le persone fisiche residenti ma anche non residenti
all’interno dello Stato. I soggetti residenti nel nostro territorio sono assoggettati
all’imposizione non solo per i redditi prodotti qui, ma anche per i redditi prodotti ovunque, in
base al principio della worldwide taxation. Concorrono tutti i redditi sia di fonte estera che
domestica. Per i soggetti non residenti nel nostro paese, la base imponibile IRPEF è
costituita esclusivamente dai redditi prodotti nello Stato. Se uno straniero produce un
reddito in Italia, è soggetto a IRPEF in base ai criteri di classificazione territoriale.

Introdurre delle impese nel proprio paese equivale a finanziare la spesa pubblica, dunque
ogni Stato vuole decidere per conto proprio. Non si vuole passare per Bruxelles. Se ogni
Stato si comporta in questo modo, ci sarebbe una doppia imposizione! A livello
internazionale se ogni paese decide per conto suo, si possono creare dei problemi di
disparità. I capitali andranno nei paesi dove la tassazione è più bassa. Nel tempo sono state
introdotte delle normative che andavano a delineare una blacklist, ovvero lista nera dei
paradisi fiscali.

Questo concetto del soggetto passivo residente o non residente rileva ai fini fiscali. Cosa
vuol dire che un soggetto è residente fiscalmente in Italia oppure in un altro paese? Ai fini
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

dell’imposta sui redditi si considerano residenti in Italia le persone fisiche che per la
maggior parte del periodo d’imposta (183 o 184 se l’anno è bisestile) sono iscritte
nell’anagrafe della popolazione residente, ovvero hanno nel territorio dello Stato il
domicilio (luogo di sede principale di affari e interessi) oppure hanno nel territorio dello
Stato la residenza (dimora abituale).

Bisognava dimostrare che per 183 giorni si stava lì, e quindi la bolletta serviva come
giustificazione alla guardia di finanza.

Particolarità riguarda i redditi prodotti in forma associata: soltanto le società di capitali


godono dell’autonomia tributaria soggettiva. Sono soggetti passivi ad IRES (ha sostituito
l’IRPEG) e IRAP, dunque ad altre imposte rispetto all’IRPEF. Non sono soggetti passivi per
l’IRPEF.
Le società di persone: se queste sono fatte da persone residenti, non sono considerati
soggetti passivi né ai fini IRPEF né ai fini IRES. Ma i redditi prodotti da tali società avviene
sulla base del principio di trasparenza fiscale, secondo cui i redditi delle società di persone
(SS, SNC, SAS) residenti nel territorio dello Stato vengono imputati a ciascun socio (e non
alla società) indipendentemente dalla percezione dello stesso reddito e proporzionalmente
alla quota di partecipazione agli utili della società.

Il reddito prodotto da una attività associata può essere prodotto da società di persone o di
società di capitali. Il reddito delle società di capitali non rientra nell’IRPEF.

Le società di persone e i soggetti ad essa assimilate hanno una particolarità. Supponiamo


due soci:

• RICCARDO 10%
• DANIELE 90%

Alla fine dell’esercizio guadagnano 100.000 euro. Daniele riceverà il 90%, e Riccardo il 10%.
La società diventa trasparente per il legislatore fiscale, che arriva direttamente ai due soci.
Chi è il soggetto imponibile? C’è un principio di trasparenza fiscale, quindi andranno tassati
direttamente i due soci. Indipendente dal fatto che abbiano distribuito o meno gli utili con il
90%/10%, Riccardo verrà tassato per i 10.000 e Daniele per i 90.000 lo Stato glieli imputa
dandolo per scontato. La società diventa un contenitore trasparente, ma non dal punto di
vista dell’accertamento fiscale. La GdF può bussare e guardare ai debiti sociali per
verificare se effettivamente la ripartizione 90/10 fosse corretta.

Come si calcola la base imponibile dell’IRPEF? Con la sommatoria si ottiene il reddito


complessivo, a cui vanno poi sottratte le deduzioni, ottenendo il cosiddetto reddito
imponibile. Applico le imposte, con le aliquote del relativo scaglione di reddito. Otterrò così
l’imposta lorda, a cui vado a sottrarre le eventuali detrazioni, ottenendo l’imposta netta che
andrò poi effettivamente a versare. Tutto questo deve essere dichiarato e dimostrato.
Tuttavia, vanno esclusi redditi ricondotti a regimi sostitutivi d’imposta, redditi soggetti a
tassazione separata, redditi esenti.

Alcuni esempi di deduzioni sono le spese mediche, assegni alimentari ecc.

Come si calcola l’IRPEF? Si prendono le aliquote vigenti ad oggi.

• Fino a 15.000 euro → aliquota 23%


• Da 15.000 a 28.000 → aliquota 27%
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• Da 28.000 a 55.000 → aliquota 38%


• Da 55.000 a 75.000 → aliquota 41%
• Oltre 75.000 → aliquota 43%

Come funziona la progressività per scaglioni? Se ho un reddito netto di 52.000 euro, sui
primi 15.000 l’aliquota è del 23%, sugli ulteriori 13.000 applico il 27%, sugli ulteriori 24.000
applico il 38%.

A seconda dei criteri di redistribuzione che l’attuale governo vuole applicare, si


determinano le aliquote proprie di ogni scaglione di reddito.

La progressività degli scaglioni di redditi permette di realizzare la discriminazione


qualitativa dei redditi, consente la differenziazione del carico fiscale a seconda della fonte
di reddito e presuppone la presenza di detrazioni.
Le detrazioni IRPEF si dividono in:

• detrazioni per lavoro e pensioni


• detrazioni per carichi di famiglia
• detrazioni per recupero del patrimonio edilizio
• detrazioni per spese mediche
• altre detrazioni

TASSAZIONE DEI REDDITI D’IMPRESA


Bisogna dare una risposta ad alcune delle domande riguardo quale sia la fonte del reddito
d’impresa, la relazione tra la fonte dei redditi d’impresa e le varie categorie soggettive, e
soprattutto come si determina il reddito d’impresa, il concetto di imputazione a conto
economico dei componenti negativi, l’inerenza dei componenti correttivi, l’imputazione
temporale dei componenti di reddito, i beni relativi all’impresa e dunque i redditi relativi
all’impresa.

Parlando di IRPEF, esistono una serie di categorie nelle quali le persone fisiche possono
realizzare la componente di reddito. Abbiamo ad esempio i redditi fondiari, i redditi di
capitale, i redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo, i redditi diversi e i redditi
d’impresa. La forma di reddito da impresa differisce molto dalle altre fonti di reddito.

Abbiamo un criterio soggettivo e uno oggettivo.


• Il soggettivo va ad individuare il soggetto che produce reddito
• L’oggettivo si concentra sul tipo di attività svolta.

Esiste un concetto di presunzione di commercialità: riguarda alcuni soggetti specifici, e


significa che indipendentemente dalla tipologia di attività svolta, tutto ciò che rientra tra i
redditi e che rientrano nell’alveo dei componenti realizzati da società di capitali, di persone,
agricole, enti pubblici, che hanno per oggetto esclusivo l’esercizio di attività commerciali,
viene considerato reddito commerciale. Sono tutti soggetti che hanno il requisito della
presunzione di commercialità e indipendentemente dalla tipologia di reddito (ad esempio
ricevono l’affitto di un immobile), il fatto che lo realizza una SpA, lo fa rientrare tra i
componenti di reddito d’impresa. Anche gli interessi maturati da un conto corrente, che noi
classificheremmo come reddito da capitale, invece è un reddito d’impresa anch’esso.

Questi soggetti sono tutti soggetti che rientrano nei soggetti tassati secondo le regole dei
redditi d’impresa, indipendentemente dall’attività svolta. Due sole piccole considerazioni: le
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

società evidentemente hanno nel loro DNA una funzione commerciale che si può
comprendere senza particolare difficoltà: hanno un fine di lucro. Per tutte quelle società
che invece sono diverse dalle società (enti pubblici o privati), l’oggetto sociale è invece non
commerciale. Nel loro statuto e nella loro attività quotidiana svolgono una attività non
commerciale.

Entriamo in un confine tra fiscalità nazionale e una fiscalità internazionale: tutti i sistemi
tributari del mondo sono improntati al principio della worldwide taxation, ovvero della
tassazione mondiale dei soggetti residenti. Un soggetto residente che venga ad essere
tassato in un paese, può avere la residenza in quel paese, oppure realizza redditi in quel
paese pur non essendone residente. Il concetto di residenza è importante per comprendere
l’applicabilità di una imposta. Inoltre, può avvenire una doppia tassazione: una secondo i
principi del paese dove il reddito viene prodotto e una secondo quelli del paese in cui il
soggetto risiede
Le stabili organizzazioni sono un requisito che la norma internazionale (modello OCSE che
si occupa della tassazione internazionale). I principi che si basano su questo prevedono
che un reddito venga tassato in un paese diverso da quello di residenza, ovvero quello in
cui vengono prese le decisioni strategiche di quell’impresa. Facciamo un esempio:

Una società francese con sede a Parigi ha deciso di aprire un’attività in Italia. Può essere
scelto un certo grado di radicamento nel territorio. Ad esempio, ci può essere solo un
ufficio di rappresentanza (dove semplicemente fa vedere le merci, showroom ma non fa
attività commerciale vera e propria), oppure può fare un altro passo avanti e avere un
luogo in cui acquista merci che servono in quel paese, per trasferirle poi nel paese di
produzione. Se invece il soggetto decide di aprire un’attività in Italia per acquistare ma
anche vendere le proprie merci direttamente e senza un agente, questo lo avvicina al
concetto di stabile organizzazione, e solo in questo caso il reddito d’impresa viene tassato
anche nel paese in cui l’impresa ha stabile organizzazione. Per questo motivo, quei soggetti
sono tassati con le stesse regole dell’impresa italiana. Questo è il motivo per cui, quando
esistono quei soggetti hanno una presunzione di commercialità per tutte quelle attività che
vengono svolte in Italia. Questo è il criterio di presunzione della commercialità.

Esistono poi altri criteri oggettivi (sulla base dell’attività esercitata)

La presunzione dal punto di vita oggettivo, si basa sull’attività, e quindi l’esercizio di quelle
attività che sono indicate all’articolo 2195, il quale elenca le attività d’impresa. Qualora
invece non rientriamo in tali attività, esistono dei criteri stabiliti dalla norma art 55 TU, che
indicano quando le attività che hanno una forma organizzativa di un certo tipo possono
essere ricomprese nella categoria delle imprese anche ai fini fiscali.
Art 55. → prevede anche altre forme di attività che fa rientrare nella tipologia d’impresa. I
requisiti riguardanti i criteri oggettivi sono la tipologia di attività, ma anche l’abitualità
(essere esercitata in via abituale). Cosa significa? Che se io ho un’attività che non è
abituale, tali redditi non sono considerati d’impresa.

Esempio: molte persone fanno la consegna dei pacchi natalizi. Che tipo di attività è?
Un’attività di trasporto, effettuata con mezzi propri. Dal punto di vista del requisito oggettivo
avrebbe tutti i criteri per rientrare tra i redditi d’impresa. Se uno inizia a Natale e continua
tutto l’anno allora questi rientrano nei redditi d’impresa. Ma se invece si limita a farlo solo
quel periodo, allora non rientra nei redditi d’impresa, ma come reddito diverso. Manca
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

infatti l’abitualità, ma una sporadicità dell’attività svolta. Vediamo che l’attività part-time
rientra comunque nel reddito d’impresa.
Dunque, le attività che rientrano nel computo del reddito d’impresa hanno due requisiti:
abitualità e organizzazione. Non si prescinde mai dall’abitualità, ma si può prescindere
dall’organizzazione, nel caso in cui le imprese siano quelle elencate all’art 2195. Se siamo
fuori dall’art 2195 cc. andremo a vedere se esiste un’organizzazione. Se non esiste, non
siamo nel caso di un’attività d’impresa ma semplicemente un’attività professionale.

Qual è la fonte dei redditi d’impresa? Dal punto di vista giuridico, nel TUIR alcune sezioni si
occupano del reddito d’impresa. Gran parte delle normative riguardanti il reddito d’impresa
sono riferite alle società. Dunque, siamo in un campo diverso dall’IRPEF, bensì dell’IRES.
Ma la gran parte delle regole previste per le società si applicano anche a quegli
imprenditori che non costituiscono una società ma operano come imprese individuali e che
quindi vengono tassati in base all’IRPEF. La sezione della società dunque riguarda sotto
alcuni aspetti anche le imprese individuali. Sotto il profilo soggettivo, la norma è costruita
tale per cui cominciamo ad occuparci di quei soggetti.

Abbiamo 4 soggetti:

• società di capitali, società cooperative e di mutua assicurazioni


• enti pubblici e privati con oggetto esclusivo un’attività commerciale
• enti non commerciali che svolgono parzialmente l’attività commerciale
• società non residenti nel territorio dello stato.

Queste categorie da che imposta vengono gravate? Tutte e 4 sono categorie che vengono
tassate con l’IRES, anche se alcune di queste non sono effettivamente delle società. Sono
tutti soggetti IRES, ma che comunque hanno una tipologia di determinazione fiscale
rientrante nel reddito d’impresa, e vengono tassati secondo le normative relative.

Perché è irrilevante per le società commerciali andare a vedere la componente soggettiva?


Perché sono comunque rientranti nei soggetti che hanno la presunzione di commercialità.
Dunque, abbiamo la certezza che siamo di fronte ad un reddito d’impresa. Questa certezza
non ce l’abbiamo di fronte ad una persona fisica, perché può realizzare reddito da lavoro
autonomo, reddito d’impresa, reddito da capitale e redditi diversi. Dunque, abbiamo un serio
problema di individuare se quella persona fisica ha i criteri soggettivi ed oggettivi per
rientrare tra coloro che sono titolari di un reddito d’impresa. È importante, perché se
questo è vero, gli interessi e gli affitti che ricevono vanno a rientrare nel computo di costi,
ricavi ecc.; altrimenti sono tassati separatamente come redditi di capitale, redditi fondiari o
di lavoro autonomo. I numeri possono essere completamente diversi. Sbagliando la
categoria andrei a tassare molto più o molto meno di quando dovrei.

Per gli enti non commerciali, sono soggetti che non hanno una tipologia di impresa oppure
una attività non commerciale, però svolgono attività commerciale (entro certi limiti). Questi
limiti dimensionali e di tipologia di attività non fanno scattare il reddito di impresa. Siamo di
fronte ad un grande problema: se rientriamo nel reddito d’impresa abbiamo degli obblighi,
oppure una distensione di tali oneri.

Gli enti non commerciali, di tipo associativo, a carattere politico/sindacale hanno le stesse
caratteristiche. Entro certi limiti i redditi percepiti non rientrano nel reddito d’impresa, ma
se invece il WWF vende gadget, e supera un certo importo, realizza redditi d’impresa.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Tornando al concetto della stabile organizzazione: è importante la stabile organizzazione in


questi tempi. Siamo in Italia, e supponiamo che c’è una Société Anonime francese. C’è un
confine fisico. Se questo soggetto è definito come stabile organizzazione, esistono due
conseguenze importanti: la prima è la presunzione di commercialità, quindi tutto ciò che
svolge in Italia, sarà tassata e avrà un reddito d’impresa. La seconda cosa importante è che
quando esiste una stabile organizzazione, la presunzione di commercialità si estende a
tutti quei redditi che quel soggetto estero realizza in quel paese. Cosa significa? Che se
questa società francese aveva un immobile in Italia, in assenza di stabile organizzazione la
società francese paga l’IRES sulla base delle stesse regole del reddito imponibile prevista
per i redditi fondiari quindi per le persone fisiche. Nel momento in cui invece la Société
insedia una stabile organizzazione in Italia, anche il reddito d’affitto rientra tra i redditi
d’impresa.

La rilevanza è abbastanza importante, perché in tal caso tutti i proventi che la società
francese ha in Italia passano attraverso la stabile organizzazione. Questa caratteristica
però nei trattati che i paesi stipulano per evitare una doppia imposizione, prevedono che
questi redditi siano derivanti che in qualche modo siano riconducibili alla stabile
organizzazione. Se ci sono dei dividendi che la società francese percepisce, un conto è se
le partecipate concorrono all’attività rientrante nella stabile organizzazione, un altro conto
invece è se ha comprato un pacchetto di investimento di azione. In tal caso, tali dividendi
non rientrano nei criteri stabiliti per la stabile organizzazione.
Perché la società francese riceve dividendi? Perché ha una partecipazione in Italia, che
distribuisce dei dividendi alla società francese che ha una stabile organizzazione in Italia.
La presunzione di commercialità fa rientrare questi dividendi nell’ambito dei redditi
d’impresa. Se questi dividendi derivano da una partecipazione comunque connessa
all’attività della stabile organizzazione, questo principio si applica, ma se invece è slegato
dall’attività della stabile organizzazione (magari la casa madre produce penne, ma un po’ di
liquidità l’ha investita in titoli di stato italiani) allora ciò non è ricompreso.

Ultima osservazione di attualità: il concetto di stabile organizzazione è un concetto di


radicamento nel territorio. Per decenni ha costituito l’elemento in base al quale si
individuava un soggetto che andava tassato all’interno di un paese. A partire dai recenti
anni questo criterio ha perso di attualità, da quando si è affermata l’economia digitale.
Quindi per vendere qualsiasi oggetto, io non ho più bisogno di una stabile organizzazione in
Italia, ma giusto di un server che posso collocare pure all’estero. Se leggiamo sul giornale
che l’Italia inserirà una digital tax, è per recuperare le perdite che ha subito in termini di
minor gettito per l’affermarsi di questo meccanismo. Si applica una politica di tassazione
sulle transazioni, che è slegata dal principio di stabile organizzazione che guida la
normativa in Italia o all’estero per decidere se un’attività è tassata nel nostro paese o
meno. In Italia e Francia si è iniziato a introdurre una normativa per tale tipo di imposta, in
attesa di una qualche normativa che si estenda a tutti i paesi dell’UE.

Passiamo ad un altro concetto: la determinazione del reddito d’impresa non è per tutti
uguale. I soggetti IRES hanno un regime e una contabilità ordinaria e vengono tassati con le
regole ordinarie. Esistono una serie di altri soggetti diversi dai soggetti IRES, come ad
esempio le società di persone, imprese individuali ecc. che possono rientrare in alcune
categorie diverse. Prima di capire qual è il regime ordinario, andiamo a vedere qual è il
regime semplificato.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Il regime semplificato è quello che è stato introdotto nel 2018-19 nella cosiddetta mini-flat
tax. Si è esteso un regime forfettario previsto per contribuenti minimi (fino a 30.000 euro
l’anno), ed è stato portato a 65.000. Questi soggetti hanno un regime agevolato nel quale
non hanno bisogno di fare alcuna contabilità, emettono dei documenti (chiamati fatture, ma
non vanno confuse con le fatture che conosciamo), ed indipendentemente dai costi, si
prendono i ricavi e su quelli si calcola il 15% d’imposizione. Ci sono dei vantaggi, se si
considera che questi soggetti abbiano un alto tasso di redditività. Se l’impresa ha una
redditività al 30%, mi conviene di più applicare il 15% sul fatturato piuttosto che meno del
50% sui soli profitti. Se invece questi soggetti hanno un tasso di redditività dell’80-90%,
pagare il 15% su fatturato, io ho solo il 20% sul 90% di profitti. A questi soggetti si applica
comunque questo regime forfettario, indipendentemente dal volume di affari che
realizzano.

Per le imprese minori c’è un’opzione per la contabilità semplificata, e un regime che
possono scegliere coloro che sono tra i 55 e i 700 k annui. Sopra i 700k sono comunque
obbligati al regime ordinario.
Come si determina il reddito d’impresa?
Dobbiamo individuare il reddito d’impresa con le normative civilistiche riguardanti i principi
contabili previsti per la formazione del bilancio.

L’utile di bilancio è quello che secondo i principi della contabilità, dovrebbe essere
l’accrescimento di valore che l’impresa ha prodotto in quel determinato esercizio. Tuttavia, i
criteri di tassazione impongono di modificare e di creare delle regole ad hoc, che
determinano una distanza tra l’utile civilistico e il reddito ai fini fiscali. Il reddito ai fini
fiscali è la base imponibile dell’imposta che noi dovremo applicare, che in alcuni casi sarà
l’IRPEF (per quei soggetti diversi dall’IRES), oppure sarà l’IRES.

Cosa si deve fare? Si parte dall’utile civilistico. Abbiamo una società che ha delle
rimanenze, dei costi, dei salari, spese di vario genere ecc. e inoltre una svalutazione sui
crediti. Questi sono i componenti negativi di reddito. Il totale dei componenti negativi di
reddito è di 6300. A fronte di questi 6300 abbiamo un totale di plusvalenze, ricavi e altre
componenti positive che sommate fanno un totale di 6600. Dunque, avremo un utile
civilistico di 300. Questo utile civilistico che caratteristica ha? Si può considerare l’utile di
bilancio? Di fronte ad un bilancio, diremmo che questo in figura (INSERIRE SLIDE) è un
bilancio vero oppure manca qualcosa? No! Mancano le imposte. Questo è un utile lordo.
Infatti, per determinare la base imponibile del reddito fiscalmente rilevante si parte
dall’utile lordo civilistico.

Le regole che valgono per i principi contabili a volte non sono riconosciute, oppure vengono
modificate, dalla normativa tributaria. Quindi, queste modifiche si chiamano variazioni in
aumento e variazioni in diminuzione a seconda se sono delle variazioni che aumentano il
reddito civilistico per effetto di alcune voci, oppure lo riducono. Ovviamente, non andremo
ad elencare tutte queste voci, ma cerchiamo di capire di cosa si tratta. Alcune di queste
sono proventi non imputati (oppure in parte) a conto economico. Cerchiamo di capire come
funzionano le plusvalenze patrimoniali, considerando i beni relativi ad un’impresa. I beni
relativi ad un’impresa, prima di capire come influenzano il conto economico, dobbiamo
vedere come vengono classificati. Una domanda che spesso si fa è: se io vendo un
immobile che ho comprato per 100 e lo vendo a 150, quale componente di reddito realizzo?
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Dipende! Da cosa? Da come è classificato il bene relativo all’impresa. I beni relativi ad


un’impresa possono essere classificati:

• beni merce: la cui produzione o scambio è diretta all’attività d’impresa. In questo


caso, i beni merce che a fine anno sono ancora di proprietà dell’impresa, andranno a
finire nelle rimanenze.
Quali sono le società che ha gli immobili come beni merce? O le società che costruiscono
immobili, oppure quelle immobiliari che comprano e vendono immobili. Se siamo di fronte
ad una società che produce pennarelli, l’immobile che andiamo a considerare non sarebbe
classificato come bene merce, bensì come
• bene immobile. Come tale, andrebbe ammortizzato con i principi contabili ed
eventualmente le normative tributarie relative alle immobilizzazioni.
Siamo dunque di fronte ad un ricavo di 150 se siamo di fronte ad un bene merce, mentre ad
una plusvalenza se siamo di fronte ad un’immobilizzazione. Il risultato non è uguale: infatti
nel caso di bene merce, quanto contribuirà all’incremento del reddito la vendita a 150 di un
immobile che era iscritto a bilancio a 100? Di 50. E quanto invece contribuirà alla
formazione del reddito imponibile un immobile che ho comprato a 100 e che ho rivenduto a
150? Dipende dagli anni che ho tenuto questo immobile nel mio portafoglio di attività
bisogna confrontare il valore residuo dopo aver eseguito le operazioni di ammortamento.
Supponiamo un ammortamento di 6, il valore al netto dell’ammortamento è di 94. L’ho
venduto a 150 e quindi ho realizzato una plusvalenza di 54. Nell’ipotesi di plusvalenze
patrimoniali, quindi derivanti dalla cessione di immobilizzazioni (case, auto, macchinario,
magazzino ecc.) la norma prevede che la plusvalenza debba essere computata tutta nel
reddito dell’esercizio in cui si è realizzata, ma dà l’opzione al contribuente di ripartire
questa plusvalenza in un numero di massimo 5 esercizi compreso quello in cui si è
realizzata. Quindi 1/5 all’anno. Quindi cosa succede? Questo è un classico esempio per
spiegare le variazioni in aumento oppure in riduzione. Supponiamo che io ho realizzato una
plusvalenza di 50 dalla vendita di quell’immobile, e che abbia optato per ripartire questa
plusvalenza in 5 anni. Quali saranno le variazioni in aumento e in diminuzione di questa
operazione? L’anno in cui ho realizzato la plusvalenza, rispetto all’utile civilistico (che mi
porta una plusvalenza in bilancio di 50)? Il fisco tuttavia mi aiuta e mi dice che se quella
plusvalenza non la voglio tassare per un anno posso ripartirla. Il mio reddito sarà ridotto di
40. L’anno dopo, rispetto al reddito civilistico io che variazione avrò? Una variazione in
aumento di 10. Questo è il meccanismo di variazioni in aumento o in riduzione.

Dunque, se ho rateizzato delle plusvalenze, io avrò questo tipo di variazioni.

Passiamo al secondo principio: alcune voci di costo che l’imprenditore sostiene non
vengono riconosciute del tutto o in parte dal fisco. Dunque, se ho speso 1000 euro per
affittare un’auto che utilizzo per la mia attività, il fisco ritiene che io la utilizzo anche per fini
personali, e quindi mi permette di dedurre tali costi solo per una percentuale. Se ho questa
categoria di costi, dovrò fare una variazione in aumento di tali rilevazioni.

Per quanto riguarda le manutenzioni, se io faccio manutenzioni su un cespite che eccedono


il 5% del totale degli immobilizzi realizzabili, il fisco dice che per quell’anno io posso
dedurre solo quella quantità, mentre il resto può essere trasferito agli esercizi successivi
(senza però mai sforare il tetto).
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Le variazioni in aumento obbligano di includere componenti positivi in tutto o in parte non


imputati a conto economico. Le variazioni in diminuzione invece, includono le
sopravvenienze attive. Ad esempio, quando i soci fanno una rinuncia ai crediti nei confronti
della società per salvarla da un utile negativo.

Maggiore è l’ammortamento, minore è il costo d’uso di un investimento.

Con queste regole io posso influenzare la politica di sviluppo di un paese, come ad esempio
gli investimenti. Come incentivo gli investimenti? O con un sussidio, oppure attraverso la
leva fiscale. Se voglio far pagare meno l’investimento ad un’impresa, gli alzo la quota di
ammortamento. Se invece di 5 anni, un certo macchinario lo posso ammortizzare in un
anno, cosa succederà?
Esempio → faccio un investimento di 100, con un’aliquota di tassazione d’impresa pari al
30%, e l’investimento è interamente deducibile. Qual è il costo effettivo per l’impresa? 70,
perché ho un risparmio d’imposta di 30.

In caso di mancanza di deducibilità un investimento di 100 costerà 100, mentre in presenza


di deducibilità l’investimento costerà 70.

La domanda successiva è → in questo scenario se io passo da un ammortamento di 5 anni


ad un ammortamento di un anno (superammortamento), nell’anno in cui sostengo
l’investimento, io Stato che tipo di vantaggio offro all’impresa? In termini d’imposte cambia
qualcosa? Non cambia nulla, perché io sempre il 30% ho risparmiato, sia che sia spalmato
su 5 anni che su 1 anno. Qual è allora il vantaggio? In termini finanziari, perché quei 30
hanno un valore diverso se sono tutti presenti in t0 oppure se sono spalmati negli anni
successivi.

Facciamo un esempio concreto. Torniamo all’analisi del bilancio: abbiamo il foglio di lavoro
che il contabile di quell’azienda deve mettere in piedi per arrivare dall’utile lordo all’utile
netto. Passiamo dalle variazioni in aumento e in riduzione per determinare il carico
tributario dell’impresa.

• Spese per telefonia: costo in bilancio, e deducibilità del 20% → variazione in


aumento di 20.
• Compensi agli amministratori: deducibili solo nella parte in cui vengono erogati nel
corso dell’esercizio. Se ho costi di 30 ma erogati effettivamente solo 20, i restanti 10
saranno indeducibili → variazione in aumento di 10
• Spese per autoveicoli : indeducibili per l’80% e quindi avremo una variazione in
aumento di 800
• Imu: indeducibile all’80%
quindi variazione in
aumento di 32 (su 40 di
costo)
• Sanzioni: integralmente
indeducibili, quindi +60
• Svalutazioni:
interamente indeducibili.
È un’ipotesi perché io li
posso svalutare i crediti
di un cliente che non mi
paga, io contabilmente
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

devo fare una svalutazione, ma il fisco affinché mi riconosca tale costo, ci devono
essere dei segnali certi e precisi.

Totale delle variazioni in aumento 1422.

Da qualche anno nel nostro paese esiste la partecipation exention (pex). Cos’è? È una
misura che consente di non considerare imponibili, se non nella misura del 5%, i dividendi
ricevuti da partecipazioni di altre società che distribuiscono questi dividendi. Se ricevo un
dividendo di 100, e avrò una variazione in riduzione di 95. Questo perché i dividendi sono
imponibili al 5%.

• Il contributo in conto esercizio viene tassato nella misura in cui viene percepito durante
l’esercizio (dunque realmente incassato) anche se la competenza è di 500. Abbiamo una
variazione in riduzione di 300.
• Riduzione IRES per personale dipendente di 800.

➔ Totale delle variazioni in diminuzione: 1195

Come si finisce il foglio di lavoro? Si parte dal reddito civilistico d’esercizio, si sommano le
variazioni in aumento, si detraggono le variazioni in diminuzione, e si arriva alla base
imponibile d’imposta. Ipotizziamo di essere di fronte ad un soggetto IRES, e applichiamo
un’aliquota del 24%. L’imposta di esercizio sarà di 126, e costituiranno una componente
negativa di esercizio

L’utile lordo di 300 si trasforma in un utile netto di 174.

I principi guida della determinazione del reddito d’impresa sono due:

• principio di competenza: principio temporale. I componenti positivi e negativi di


reddito devono essere considerati e contabilizzati sulla base della competenza
economica relativa a quell’esercizio. Eccezioni → esempio del contributo in conto
esercizio (500, ma che viene tassato solo in base a quando viene percepito), il quale
costituisce una deroga
• principio di inerenza: collegamento economico/produttivo tra il costo e il ricavo.
Quel costo io lo sostengo perché strettamente collegato alla produzione del ricavo.
Senza quel costo io non riuscirei a produrre quel ricavo. Mancando questo nesso,
manca l’inerenza del costo al ricavo e dunque mi fa rifiutare la deducibilità di quel
costo nel calcolo del reddito imponibile. L’inerenza dice che se l’automobile è
inerente al 20%, è deducibile solo per il 20%.

Quando si parla di aliquote (tax rate) in realtà quello che devo considerare non è l’aliquota
del 24%, ma due concetti:

• effective tax rate: si paga nominalmente il 24%, ma realmente il 42%, dato da 126 di
imposte diviso 300 che è il reddito percepito. È quindi quello che è effettivamente il
carico fiscale sul reddito d’esercizio.
• total tax rate: quando si aggiunge anche la quota di contributi che si paga per i
propri dipendenti, il 49% di effective rate si incrementa fino a raggiungere anche il
60%
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

DIBATTITO SULLA TASSAZIONE DELLE SOCIETA’


La scienza delle finanze si occupa di studiare le entrate pubbliche. Abbiamo fatto la
distinzione tra tasse e imposte. Abbiamo parlato di IRPEF, mentre ora parliamo delle
imposte sulle società, che negli anni 70 venne voluta sotto il nome di IRPEG (Imposta sul
Reddito delle Persone Giuridiche) di cui principale soggetto passivo sono le società di
capitali, ed è presente in tutti gli ordinamenti internazionali. Oggi ha cambiato nome in IRES
(imposta sul reddito delle società). Ci riferiamo alle sole società di capitali.

La domanda sarà questa: perché esiste un’imposta sulle società di capitali? Perché tutti gli
Stati hanno un’imposta sulle società di capitali?
C’è quindi dibattito teorico degli studiosi sulla tassazione societaria, sul perché di questa
imposta. Le società di persone come vengono assoggettate ad imposizione? Di che imposta
sono soggetti passivi? Come già visto, in Italia le società di persone (art.5 TUIR) non sono
soggetti passivi IRPEF (né IRES) ma vige il principio per cui sono soggetti passivi
direttamente i soci della società indipendentemente dalla distribuzione del reddito, dunque
sugli utili trattenuti sulla società stessa. È il principio della trasparenza fiscale.

Ho una società di persone che non è soggetto passivo ai fini IRPEF, perché l’art.5 del TUIR
dice che sono soggetti passivi i singoli soci della società indipendentemente dalla
distribuzione. Non sono neanche soggetti passivi dell’IRES. Sono però soggetti passivi ai
fini dell’accertamento fiscale. C’è una società di persone composta da due persone. Uno
aveva il 90% e uno il 10%. L’utile di esercizio decidono di non distribuirlo, ma di lasciarlo
accantonato nella società. Per semplicità supponiamolo uguale a 100. Quando devono
calcolare l’IRPEF che devono allo Stato (socio occulto), devono dichiarare o no nella
dichiarazione dei redditi il reddito d’esercizio percepito? Indipendentemente dalla
distribuzione, i soci devono comunque dichiarare che la società l’ha percepito, anche se
loro non hanno incassato il dividendo. Pur non avendo incassato il dividendo, loro devono
pagarci le imposte sopra. La società di persone è come se non esistesse, anche se non
distribuisce il dividendo. I soci sono direttamente soci passivi ai fini IRPEF. Quando
l’agenzia delle entrate fa un accertamento, il soggetto passivo è la società, ma solo ai fini
dell’accertamento. Dovrà esibire i libri contabili per capire se i due soci hanno dichiarato la
divisione della partecipazione agli utili in modo veritiero.

E per le società di capitali come funziona? Non sono soggetti passivi IRPEF. Tutta la teoria e
il dibattito infinito a livello internazionale si è esibito nel cercare la giustificazione per cui
tutti gli Stati hanno previsto un’imposta apposita per questo soggetto giuridico. Per qual
motivo si giustifica un’imposta autonoma, specifica su queste società di capitali? Per quale
motivo le società di persone sono agevolate fiscalmente mentre le società di capitali
vengono assoggettate ad un’imposta che all’epoca dell’IRPEG era del 37%?

Quando l’utile della società (dopo che viene applicata l’IRES) viene distribuito ai soci che
sono persone fisiche, quando loro ricevono un dividendo che fa parte di una delle categorie
del reddito ai fini IRPEF. Sono i cosiddetti redditi d’impresa. Su questo reddito il soggetto
dovrà scontare l’IRPEF. Ma in questo modo la società di capitali viene tassata doppiamente!
Reddito lordo → IRES → Reddito netto → IRPEF. C’è un problema di doppia imposizione. Lo
stesso reddito 100 se lo consegue una società di persone, sconta solo l’IRPEF, mentre se lo
consegue una società di capitali sconta sia IRES che IRPEF.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Su questo tema si è sbizzarrita la letteratura internazionale. Quali sono le giustificazioni di


questa necessità di mettere un’imposta autonoma su queste società di capitali quando
questa non esiste sulle società di persona?

1. Una delle teorie prevalenti è quella che afferma che le società di capitali, rispetto
alle società di persone, hanno dei benefici (teoria del beneficio). Le società di
capitali godono della cosiddetta limitazione della responsabilità al patrimonio
conferito.
Facciamo un esempio → una società, in caso di crisi non funziona, e va in fallimento.
I soci si ritrovano con debiti verso i fornitori, per 200k, oltre 100k oltre il proprio
patrimonio. I soci non rispondono in proprio, perché hanno messo del capitale e più
di quello non viene toccato. C’è un beneficio enorme per le società di capitali. Per le
società di persone invece, i fornitori avrebbero aggredito i loro patrimoni personali.

Questa è dunque una delle tesi avanzate dalla letteratura, e trova la motivazione nel
fatto che dal momento che le società di capitali hanno questo vantaggio, allora è
giusto assoggettarle ad imposizione.

2. Secondo un’ulteriore tesi, le società di capitali è corretto che siano assoggettate ad


un’imposta autonoma, proprio perché sono dei soggetti che hanno una propria
capacità contributiva autonoma rispetto a quella dei soggetti partecipanti. Si
realizza una forza economica, di produzione di reddito, diversa dalla sommatoria
della capacità reddituale dei soci facenti parte della società stessa. È un soggetto
autonomo dal punto di vista della capacità contributiva. La capacità contributiva è la
capacità di produrre ricchezza. Secondo questi soggetti la capacità di produrre
ricchezza è diversa dalla sommatoria della capacità dei soci di produrla.

Contro questa tesi, la letteratura avanza una critica la quale sottolinea che comunque stai
assoggettando lo stesso reddito ad una doppia imposizione, e siccome il “padre della
dottrina fiscale” Einaudi diceva che ogni unità di reddito non deve essere assoggettato né a
duplicazioni né assalti, in questo momento stiamo andando contro questo principio,
assoggettando tale reddito a doppia imposizione.
In sintesi dunque:

• La teoria principale dunque è questa: le società di capitali sono soggette ad


un’imposizione autonoma, dal momento che hanno una capacità contributiva
autonoma.
• La tesi avversa dice che a prescindere dalla causa, comunque stiamo assistendo ad
una doppia imposizione.

3. L’ultima tesi è quella di Stele, che dice che una società di capitali debba essere
assoggettata ad un’imposizione autonoma per la cosiddetta teoria proprietà-
controllo. C’è una netta separazione tra la proprietà della società (i soci) e chi ne
detiene il controllo (management). La governance dunque, prende decisioni che
potrebbero non essere condivise dai soci. Non c’è corrispondenza tra la proprietà
dei soci (intesi come semplici azionisti) e la governance, e quindi c’è uno
sdoppiamento. Dunque, il management viene assoggettato ad un’imposta autonoma
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

quando prende le decisioni (IRES) mentre il socio viene assoggettato ad un’altra


imposta differente, ovvero l’IRPEF.
C’è un’autonomia di pensiero economico tra gli azionisti (basta detenere un’azione
per essere socio) e la governance che prende decisioni. La netta separazione
implica una netta separazione anche dal punto di vista impositivo:
• Governance → IRES
• Azionisti → IRPEF
CRITICHE PRINCIPALI

• Il problema principale che pone l’esistenza di un’imposta autonoma sulle società di


capitali è il problema della doppia imposizione. Si può giustificare in qualsiasi modo,
ma comunque è un sistema non equo, perché non posso tassare un soggetto due
volte. Il principio di equità fiscale è molto sentito in tutte le teorie degli anni 70 in
Italia.
• Negli anni 90 invece la moda non è stato più il principio dell’equità ma il principio
della efficienza, o in altri termini della neutralità dell’imposta, e più precisamente
della neutralità dell’imposta sulle società nei confronti delle scelte di
finanziamento/investimento, negli anni 90 infatti il fatto dell’imposizione nei
confronti delle aziende non era neutrale nelle scelte di finanziamento delle imprese.
Un’impresa, nel momento in cui penalizzi in questo modo, quando si deve finanziare
non sceglie di aumentare attraverso i soci il capitale proprio (perché costa il
doppio) ma di finanziarsi attraverso prestiti bancari. Le scelte degli operatori vanno
ad essere distorte dallo Stato, facendo ricorrere i soci al capitale bancario invece di
finanziarla con soldi propri.

Come vengono affrontate queste critiche?


Mentre la prima critica viene affrontata e risolta con dei meccanismi correttivi come quello
del credito d’imposta, la critica rispetto alla non efficienza (e dunque alla non neutralità
delle imposte sulle società nei confronti delle scelte di finanziamento delle imprese è stata
negli anni 90 affrontata dapprima con la riforma Visco, e in seguito con un meccanismo
chiamato DIT (Dual Income Taxation). Posto che esistono le imposte sulle società, ci sono i
sostenitori e i detrattori.

Premesse queste giustificazioni sono stati creati dei sistemi correttivi per agevolare i soci.
Arrivando direttamente a quando il socio deve pagare l’IRPEF, riconosco un credito
d’imposta al socio che percepisce tale reddito, pari all’imposta già anticipata per lui dalla
società di capitali. Risolvo il problema della doppia imposizione e lascio l’imposta sulle
società di capitali che viene comunque giustificata dalle motivazioni precedenti.

Questo significa che se ad esempio la società ha utili per 100 sui quali paga 30 ai fini IRES e
se ipotizziamo un'aliquota IRPEF del 45%, il socio riceve 70 come utili e su quei 70 pagherà
ai fini IRPEF una somma pari al 45% dell'utile lordo prima dell'IRES (quindi 45%*100=45)
scontata dei 30 già pagati per lui dalla società. Quindi in totale pagherà 45-30=15.

Il socio, se ha un’aliquota di 45%, va a sottrarre il 30% già pagato dalla società, e andrà a
pagare solo il 15%.

Ci sono anche altri meccanismi correttivi, ma che ora non vengono toccati. Ricordiamo che
il criterio sopra esposto si applica in risposto alla critica dell’equità.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Ultimo ragionamento sul DIT: se la critica verte sul principio dell’efficienza e quindi sulla
neutralità fiscale delle imposte sulle scelte delle imprese. La distorsione fiscale grava
sulle scelte di finanziamento (debito oppure proprio?). Se mettere capitale in azienda
significa subire doppia imposizione, mentre chiedere soldi alla banca è in questo caso più
conveniente, si crea un vantaggio fiscale nel ricorso al capitale di debito piuttosto che
quello proprio. Si sta creando una distorsione al mercato. Per questo motivo viene
proposto un meccanismo correttivo chiamato DIT (Dual Income Taxation).

Abbiamo esaurito le modalità di tassazione dei redditi d’impresa.

Bisogna sempre partire dal reddito civilistico, poi ci sono delle variazioni in aumento o in
variazione dettate dalla normativa che cambia in continuazione. Dobbiamo capire i principi
generali, e non i dati esatti.

Tutto ciò che si considera costo ai fini contabili è deducibile. Questo è il principio generale.
A questo principio generale ci sono delle deroghe previste dalla normativa tributaria.
Infatti, alcuni aspetti di carattere sostanziale sono dettati da:

• inerenza dei componenti negativi → principio di dire: io fisco accetto che tu riduca il
tuo reddito imponibile che maturi per effetti di ricavi, plusvalenze e sopravvenienze
attive (ci possono essere anche dei deprezzamenti nell’esercizio per effetto degli
incremento delle rimanenze) ma solo a condizione che i costi siano in diretto
collegamento con la produzione di ricavi. Se io prendo in considerazione un
impiegato che svolge funzioni direttamente collegati con la produzione rientrante
nell’attività d’impresa, in questo caso c’è inerenza. Ci sono alcuni costi che vengono
resi deducibili dal punto di vista fiscale solo in parte, in linea con l’assunzione di
un’inerenza solo parziale. L’auto produce costi come manutenzione, carburante,
canone leasing ecc. il fisco dice che l’auto non è totalmente inerente all’attività, e
quindi si riduce di una certa percentuale la possibilità di dedurre dal punto di vista
fiscale. Altro costo non deducibile sono le sanzioni anche se non c’entrano con
l’inerenza (magari in seguito ad un accertamento sulle imposte, che porta a
sanzioni). Il fisco non consente che quel costo venga dedotto ai fini fiscali. Tornando
all’inerenza, ci sono costi concorrenti all’attività d’impresa e quelli non concorrenti
all’attività d’impresa.
• competenza economica → il principio è che ci sia una correlazione costi-ricavi
anche nell’esercizio in cui far confluire ricavi e costi. Questo principio è ispirato dal
principio contabile. Se ho un capannone di cui non ho ancora pagato il canone
perché lo pagherò ogni gennaio, è ovvio che io una parte di canone la devo far
rientrare tra quei costi deducibili ai fini fiscali, perché ha prodotto effetti per la
produzione di ricavi.
Ulteriore esempio → un cliente non mi paga: io dopo 6 mesi capisco che quel credito io
non lo vedrò mai saldato. Tra i costi dunque verrà imputato a costo. Il fisco potrebbe
non riconoscermi quel costo, perché non ha i criteri di certezza legati alla valutazione
di un credito. Ci sono dei casi in cui quel costo non è ammesso non solo in percentuale,
ma del tutto.
I principi sopra esposti possono essere derogabili: ci sono componenti di costo che
nonostante non abbiano una manifestazione di competenza economica, vengono
considerati in base alla cassa. Esempio è i dividendi: se un’impresa riceve dividendi da
una sua partecipata, questi dividendi sono imputabili nel conto economico dal punto di
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

vista fiscale nell’esercizio in cui vengono percepiti. Ulteriore esempio → i compensi


degli amministratori non pagati nell’esercizio di competenza, sono costi che il fisco
accetta per cassa. Se delibero di pagare 20.000 ai miei amministrazioni ma al 31
dicembre ne pago solo 10.000, io nel conto economico, il costo dell’amministratore che
io inserisco sarà di 20000 perché è esattamente il costo di quell’esercizio. Tuttavia, dal
punto di vista fiscale la deducibilità è la parte effettivamente corrisposta. Avrò dunque
una variazione in aumento pari alla parte di compensi non corrisposti secondo il
principio della cassa. Ovviamente l’anno successivo andrò a pagare 10.000 in più agli
amministratori, così posso imputare una variazione in diminuzione nell’esercizio in
corso (di 10.000, che nell’esercizio precedente erano in aumento)

Anche gli oneri fiscali vengono computati in base al criterio della cassa, ove deducibili.

Dopodiché ci sono due regimi speciali:


• Regime forfetario: prima aveva un limite di 30.000 di ricavi, ed è stato aumentato
con questa flat tax (legge di stabilità del 2015) a 65.000. Questo regime di favore
determina una forfetaria determinazione del reddito (niente obbligo di avere una
contabilità complessa come le altre imprese). Se io ho avuto 50.000 di ricavi,
appartengo alla categoria dei professionisti che hanno una percentuale di
redditività pari al 40%. Dunque, il mio reddito imponibile è determinato
forfetariamente a 20.000. io avrò una imposta su questi 20.000 diversa dagli altri
professionisti, pari al 15%. Sui 20.000 avrò un’imposta di 3.000. È giusto dire che
anche con tali vantaggi, si avrebbero però due problemi rilevanti: una
discrepanza di trattamento fortissima tra i soggetti che hanno le stesse
posizioni (lo stesso reddito). Manca l’equità orizzontale. Due soggetti che hanno
50.000 di cui uno è un’impresa e l’altro è un lavoratore autonomo, hanno un
trattamento differente. Inoltre, la flat tax essendo una tassazione proporzionale
elimina la progressività residua che abbiamo nel nostro ordinamento, quindi non
permettendo la redistribuzione della ricchezza per rendere efficiente un
sistema.
• Regime semplificato

Sui beni abbiamo già parlato: abbiamo la distinzione tra beni merce e beni immobilizzati. A
seconda della tipologia di beni abbiamo una differenza se il bene è merce oppure
immobilizzato. Questa distinzione si fa in base all’utilizzo che ne fa l’impresa (non si può
dire a priori se un immobile è merce o immobilizzato, perché dipende se è una fabbrica di
pennarelli oppure una agenzia immobiliare).

Una cosa importante → che cosa succede con i componenti negativi di reddito più delicati,
vale a dire gli interessi passivi? Un’impresa deve finanziarsi, e si può finanziare in vari
modi: con capitale proprio e con capitali diversi. In Italia, a parte il caso dell’ACE, non esiste
una deducibilità neanche virtuale quanto l’impresa si finanzi con capitale proprio. Questo
porta all’effetto leva, ovvero lo scegliere di finanziarsi con capitale di terzi perché questo
ha un beneficio fiscale rispetto al finanziamento con capitale proprio. Banalmente,
finanziarsi con capitale di terzi produce costi, mentre finanziarsi con capitale proprio non
produce costi. Questi costi sono gli interessi. Quando questi costi sono deducibili dal
reddito d’impresa, porta ad un beneficio rispetto al finanziamento con capitale proprio.
Questo beneficio viene chiamato leva fiscale. Nel tempo questo effetto ha rischiato di avere
una rilevanza notevole sui bilanci delle imprese, quindi si è formato un meccanismo di
controllo e di limitazione alla deducibilità di questo componente, l’interesse passivo.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

È importante capire il meccanismo generale: ci sono alcune società che non rientrano nel
caso di questo meccanismo, ma in generale tutte le altre hanno un calcolo.

Nel tempo ci sono stati studi per capire quale parte degli interessi passivi fosse deducibile:
oggi c’è un meccanismo che dice che si prendono gli interessi passivi sostenuti in un
determinato esercizio. Da questi interessi passivi, il primo calcolo da fare è che gli devono
essere sottratti gli eventuali interessi attivi che ho maturato.
Esempio → Gli interessi passivi sono 40, ma nel bilancio ci sono anche degli interessi attivi
per 5. Dunque, avremo degli interessi passivi eccedenti gli interessi attivi. Nel nostro
esempio sono 35.
Adesso calcoleremo il ROL (Reddito Operativo Lordo), corrispondente all’A-B del conto
economico. Ipotizziamo che il ROL di questa società sia 100. Prendiamo il 30% del ROL e
abbiamo la quota di interessi passivi massima deducibile da quell’esercizio. Quindi
confrontiamo la quota del 30% del ROL con gli interessi passivi eccedenti gli interessi attivi
che in quell’anno abbiamo maturato. Avremo dunque che 35 sono gli interessi passivi,
deducibili per 30, e riporteremo in avanti l’eccedenza degli interessi passivi non deducibili
ad ulteriori esercizi.

Ipotizziamo di essere l’amministratore e che questa sia la situazione di una società che ha
un ROL di 100, ma un utile civilistico di 50. Quale sarà il mio reddito imponibile di questa
società? 55, perché questi 5 (interessi passivi indeducibili) sono una variazione in aumento
del reddito.

Che fine fanno questi 5? Ipotizziamo che in una situazione analoga nel 2020 noi andiamo a
migliorare nettamente il nostro ROL, e portiamo il ROL a 200. Qual è la conseguenza? Che il
30% del ROL non è più 30 ma 60. Che succede in questo caso? Io se le cose di sopra sono
rimaste uguali avrò un impiego di questo 30% del ROL pari a 35 e una eccedenza di ROL
pari a 25. Mi avanzano 25 su 60. Questa eccedenza per 5 la utilizzo recuperando gli utili che
l’anno precedente erano stati considerati indeducibili. Considerando un utile civilistico di
120 nel 2020, quale sarà il reddito imponibile? 115! Infatti, ci sarà una variazione in
diminuzione di 5 che determinerà un reddito imponibile di 115. Questo è quello che succede
quando in un anno gli interessi passivi sono maggiori del 30% del ROL e quando in un anno
sono minori del 30% del ROL. Cosa ci faccio con i 20 di eccedenza del ROL che mi avanzano
ancora? Me li riporto in avanti, per utilizzarli eventualmente quando io dovessi trovarmi in
una situazione come l’anno precedenza quando il 30% del ROL non mi permette di dedurre
gli interessi passivi.
Recentemente questa possibilità ha avuto un inasprimento. Se prima era considerata
illimitata questa possibilità, ora è contenuta in 5 esercizi. Se in 5 esercizi non la utilizzo, io
perdo la possibilità di disporne.

Nell’esempio successivo, è importante notare che il ROL non è civilistico, ma già fiscale. Su
questo ROL si calcolerà il 30%.

Facciamo un passo avanti: questi sono i meccanismi che funzionano per le società singole,
ovvero che agiscono al di fuori di un gruppo. Cos’è un gruppo? È formato da varie società
che hanno dei collegamenti tra loro, principalmente di controllo. C’è la società A che
possiede la società B al 100% che possiede la società C al 100%. Perché il gruppo ha una
sua importanza? Perché dal punto di vista fiscale, il gruppo viene considerato un unico
soggetto IRES, con dei vantaggi. Ipotizziamo due società: possiede il 100% del gruppo. Senza
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

l’esistenza di un consolidato fiscale, se la società A ha 1.000.000 di reddito imponibile e la


società b 1.000.000 di perdite, la società A ha il 30% di imposte, mentre la società b non
deve pagare nulla, portandosi le perdite in avanti. Il concetto di consolidato fiscale
consente di avere un unico imponibile, come opzione. Nell’esempio di prima, invece di
pagare 300.000 di imposte, il mio reddito imponibile di gruppo sarà pari a 0. Ho risparmiato
300.000 di imposte adesso.

Se abbiamo due società: la società A possiede al 100% la società B. la società A ha un


reddito imponibile di 1.000 mentre la società b ha un reddito imponibile di -1000. Fino a che
non era entrato in vigore la possibilità di optare per un consolidato fiscale di gruppo, la
società a si pagava il 30% di imposte, mentre la società b si portava le perdite in avanti con
un costo quantomeno finanziario ma anche economico piuttosto rilevante. il consolidato
fiscale permette di far considerare un unico soggetto che mette insieme i risultati di tutto il
gruppo, e quindi con il consolidato il reddito imponibile di gruppo sarà 1000-1000 = 0

Quello che invece è leggermente più complesso è che non tutti i gruppi sono così semplici.
Abbiamo due esempi di gruppi un po’ diversi:

• A possiede B al 90% e B possiede C al 60%. Come si determina la possibilità di fare


un consolidato fiscale? Si → A possiede B (60%) e C al 60%*90% = 54%. > 50%
• A possiede B al 60% e B possiede C al 60%. Dal punto di vista fiscale, A può
consolidare B ma non C, perché moltiplicando 60%*60% fa 36% che non arriva alla
quota minima di 50% che dà la possibilità di consolidare.

Tuttavia, abbiamo anche altri due vantaggi ad avere un consolidato:

• Interessi passivi: abbiamo che ogni società del gruppo fa singolarmente il proprio
calcolo del ROL, degli interessi passivi e al termine di questo calcolo abbiamo la
situazione di trovarci di fronte ad un’eccedenza di ROL. Se siamo in un gruppo,
possiamo anche non portarla in avanti ma utilizzarla nell’ambito del gruppo per
dare ROL a società del gruppo che sono in carenza di ROL. Ipotizziamo due società,
di cui una aveva un ROL di 100 e 35 di interessi passivi, e un’altra di 200 e 25 di
interessi passivi. La seconda può dare la propria eccedenza di ROL all’altra per
utilizzarlo ai fini della deduzione degli interessi.
Ciò può avvenire anche quando ho interessi attivi che eccedono i passivi, e vedere
tale situazione in un’ottica di gruppo. In tale situazione, posso andare alla ricerca
nel gruppo di eccedenze di eventuali interessi passivi per poterli controbilanciare.
• Perdite: se le società le hanno maturate prima della costituzione del gruppo, sono
deducibili solo dal reddito imponibile delle singole società. Se tre società optano nel
2019 per il consolidato di gruppo, ipotizziamo che A B e C hanno un reddito positivo
di 100, 100 e 100. Se la società A avesse avuto 1000 di perdite in passato che ha
portato avanti, non potrebbe utilizzarle per le altre società, ma solo per sé stessa.
Diverso il caso in cui nel 2020 A guadagna 500, B 500, mentre C perde 1000. Siamo
nel consolidato, quindi C può conferire i 1000 al gruppo, avente un reddito imponibile
pari a 0. Questo perché le perdite sono maturate in costanza di consolidamento. È
tuttavia più conveniente dal punto di vista fiscale non utilizzare le perdite della C,
ma utilizzare le vecchie perdite di A, lasciando che le perdite della C vadano a
compensare solo il reddito della società B.
Nel 2020, A=500, B=500, C=-1000. È vero che il reddito imponibile del gruppo è di 0,
ma io queste 1000 che sono perdite consolidate, le utilizzo solo per la B, mentre le
altre 500 le vado a compensare con le perdite ante-consolidato. È meglio usare
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

prima le perdite ante-consolidato mantenendo le 1000 intonse perché così possono


essere usate da tutto il gruppo.

In assenza di imposte, gli investimenti di una società sono legati al profitto che viene
individuato in eccedenza rispetto al costo dell’investimento. Qual è il costo
dell’investimento? Legato a due variabili: l’ammortamento dell’investimento (δ) e il costo
finanziario (φ).

Quando facciamo questo ragionamento è importante capire che per noi è ininfluente fare
questi investimenti con capitale proprio o di terzi, perché φ (costo dell’investimento) lo
considero tale sia se ho usato capitale di terzi oppure proprio. Questo in quanto anche
laddove si usi il capitale proprio vi sarà comunque un costo legato all'opportunità persa di
investire sul mercato.

Fino a quando investirò? Fino a quando i profitti non saranno zero, ovvero fin quando il
rendimento non sarà uguale ai costi (ammortamento + costo finanziario ovvero φ+ δ ).
Questo perché se mi fermassi prima perderei dei profitti, e se mi fermassi dopo io andrei in
perdita.

La somma tra ammortamento e costo finanziario è chiamato costo d’uso del capitale. Il
costo d’uso del capitale viene messo a confronto con il rendimento, per decidere se
investire o meno. Se il rendimento è superiore al costo d'uso del capitale si deve investire e
viceversa. Il punto di ottimo è dunque quello in cui il rendimento è pari al costo d'uso del
capitale.

Che effetto ha l'imposta in tale schema? Si consideri il grafico 2. Essa non provoca una
variazione del costo d'uso del capitale (che rimane sempre pari a δ+Φ), ma riduce il
rendimento in quanto sia aggiunge un costo legato alle imposte che riduce il profitto.

Il profitto è dato da ciò che ricavo dall’investimento meno i costi. Prima delle imposte
possiamo rappresentare i costi semplicemente guardando all’ammortamento e al costo
finanziario, mentre con le imposte si aggiunge anche questa dimensione. Dunque, il
rendimento scende, e il costo d’uso del capitale rimane uguale. Ricordiamo che il costo
d’uso del capitale resta sempre uguale alla somma tra ammortamento e costo finanziario.

La curva dei rendimenti si sposta dunque in basso e gli investimenti si riducono. I costi
aumentano e quindi si riducono i profitti. La retta degli investimenti passa da A → E.
Avremo che B che rappresentava il livello degli investimenti si riduce scendendo da i* a ī

In ultima analisi dobbiamo dire che quando ammortamento e onere finanziario sono
deducibili questo spinge in basso la retta che rappresenta il costo d'uso del capitale e
provoca un aumento degli investimenti. In merito si veda il grafico 3.

Quando il costo d’uso del capitale ha un effetto positivo? Se un ammortamento e l’onere


finanziario sono deducibili, l’effetto di deducibilità spinge i costi in basso di una quantità
δ(T) + φ(T).

Se io ho un onere finanziario pari a 100 con un’aliquota del 30% qual è la differenza per
l’impresa se questi sono integralmente indeducibili o se sono integralmente deducibili? 100,
altrimenti 70.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

L'azienda grazie alla deducibilità in altre parole pagherà 70 anziché 100 (30 saranno pagati
dallo Stato tramite un abbassamento del gettito). Ciò significa che la deducibilità abbassa la
curva di costo del capitale incrementando gli investimenti.

Rendendo deducibili ammortamento e costo finanziario lo Stato può introdurre imposte


senza che questo determini un decremento degli investimenti (la deducibilità compensa
l'abbassamento del rendimento).

PATTO DI STABILITA’ E CRESCITA EUROPEO


Trattato di Maastricht → siglato nel 1992, prevede alcuni punti che devono essere rispettati,
da un lato per essere ammessi all’Unione Economica e Monetaria, e dall’altro per una
permanenza sostenibile dei paesi che appartengono già. Abbiamo 5 punti:

(Barriere all’entrata dello SME)

• Tasso di inflazione non superiore a 1,5 punti al tasso medio dei tre paesi più virtuosi
• Tasso di interesse a lungo termine non superiore a 2 punti rispetto al paese con
inflazione più bassa
• Tasso di cambio che per almeno due anni non abbia subito oscillazioni superiori a
quelle previste dall’accordo di cambio dello SME

(Da rispettarsi anche in seguito all’entrata)

• Un disavanzo, definito come indebitamento netto delle AP, non superiore al 3% in


rapporto al PIL
• Un debito pubblico non superiore al 60% in rapporto al PIL (se il rapporto fosse
superiore al 60% allora esso dovrebbe essere ridotto “in misura sufficiente (…) e ad
un ritmo adeguato” affinché possa tendere al 60% )

Questi ultimi due sono quelli più discussi dai mass media.
𝐼𝑁𝐷𝐸𝐵𝐼𝑇𝐴𝑀𝐸𝑁𝑇𝑂 𝑁𝐸𝑇𝑇𝑂 𝐷𝐸𝐿𝐿𝐴 𝑃𝐴
𝐷𝐼𝑆𝐴𝑉𝐴𝑁𝑍𝑂 =
𝑃𝐼𝐿
Ricordiamo che il disavanzo è un rapporto. Dunque, una variazione in aumento o in
diminuzione può dipendere da una variazione di entrambe le grandezze o di una sola di
esse. Il disavanzo non deve essere maggiore del 3% del PIL. Si deve tendere al pareggio,
ma anche meglio se positivo.

debito pubblico → si può misurare in termini assoluti o in termini relativi, quindi rapportato
al PIL. Il debito pubblico non deve essere maggiore del 60% del PIL, e se superiore deve
essere ridotto in misura sufficiente e ad un ritmo adeguato
Il patto di stabilità e crescita, volontariamente stipulato da ogni Stato membro, prevede:

• braccio preventivo → si esplica fondamentalmente nel momento in cui gli Stati


membri vanno a redigere i documenti di finanza pubblica, i quali sono diretti ad
esplicare le grandezze macroeconomiche di tale Stato. Il rispetto dei vincoli di
bilancio è all’interno programma di stabilità che si contrappone al programma di
convergenza redatto dagli Stati che non fanno parte dello SME e che desiderano in
qualche modo essere ammessi a questa. Questi documenti devono contenere gli
obiettivi di finanza pubblica su base triennale, e inoltre i saldi di bilancio della PA e il
debito pubblico (come grandezza assoluta e in rapporto al PIL), indicandone
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

l'obiettivo di medio termine e il percorso di avvicinamento all'obiettivo se non è


stato rispettato.
L’UE una volta analizzati gli elementi di finanza pubblica effettua una valutazione, e
se necessario risponde con due modalità alternative:
o avvertimento preventivo: ci sono una o più strategie indicate nel programma
di stabilità o convergenza che non consentono di conseguire in modo sicuro
l’obiettivo (stabilità o convergenza) e si chiede allo Stato di effettuare una
correzione delle strategie di finanza pubblica (non vengono indicate quali
sono, ma semplicemente di correggerle)
o consiglio di policy: il Consiglio Europeo fornisce direttamente delle misure di
politica economica che lo Stato farebbe bene ad adottare per garantire il
conseguimento dell’obiettivo.
• braccio correttivo → è realizzato successivamente alla redazione dei documenti, e
si traduce in una Procedura per Disavanzi Eccessivi (PDE): se non si rispettano i
vincoli di bilancio (oppure se pur non rispettandoli, non si è comunque rispettata la
flessibilità concessa) può essere perseguita una procedura che in caso si concluda
in modo negativo per lo Stato, produce una sanzione. Questa sanzione è pari allo
0,2% del PIL ed è un deposito infruttifero presso la BCE.

Quali sono le motivazioni per cui potrebbe non essere aperta una procedura di tale genere
pur non rispettando i vincoli di bilancio?
Oltre a quella sopra esposta, anche nel caso in cui avviene una contrazione del PIL
(denominatore) che fa quindi aumentare il rapporto ma senza che ci sia stato
necessariamente un disavanzo in termini assoluti.

I vincoli possono essere:

• sui saldi di bilancio: in questo caso abbiamo 4 diversi vincoli:


o regola di Maastricht
o obiettivo di medio termine
o percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine
o dinamica della spesa pubblica
• sul debito pubblico:
o regola di Maastricht
o processo di raggiungimento dell’obiettivo sul debito

VINCOLI SUI SALDI DI BILANCIO

REGOLA DI MAASTRICHT

La regola di Maastricht deve essere rispettata per essere ammessi allo SME: il disavanzo
non deve essere maggiore del 3%. Tale vincolo resta in vigore anche dopo l’ammissione
salvo il caso in cui il PIL ha una contrazione pari o superiore al 2% e si è quindi in fase
recessiva.
OBIETTIVO DI MEDIO TERMINE

L’obiettivo di medio termine consiste in un livello di indebitamento netto strutturale che può
divergere dal requisito di un saldo prossimo al pareggio o in attivo, ma tale da garantire in
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

presenza di normali fluttuazioni cicliche, un adeguato margine di sicurezza rispetto alla


soglia del 3%. L’indebitamento netto è la differenza tra entrate nette ed uscite nette.

• entrate nette: sono la somma tra le entrate in conto capitale e le entrate in conto
corrente (dal punto di vista aziendalistico ordinarie e straordinarie).
• uscite nette: sono la somma tra le uscite in conto capitale e le uscite in conto
corrente (anche visti come consumi e investimenti).

In conto corrente si trova ciò che serve per gestire l'ordinario della PA, in conto capitale è
tutto ciò che è straordinario e quindi anche gli investimenti. La differenza tra queste due
grandezze fornisce un saldo al netto di tutte le operazioni finanziarie, ovvero quelle di
ricorso al mercato per il rimborso di debiti o l'accensione del credito. Questo saldo si
ottiene mediante il bilancio dello Stato.

Dopodiché abbiamo un saldo strutturale, che si ottiene depurando queste grandezze dalle
variabili indotte dal ciclo economico. Tutto ciò che ha determinato una fluttuazione del ciclo
economico viene depurato da questo saldo. Otteniamo il saldo strutturale che rappresenta
l’obiettivo di medio termine per ogni singolo Stato. Il saldo strutturale dipende da ogni
singolo Stato (ma ci sono dei vincoli che sono in comune tra tutti i paesi, come la politica
monetaria). Una volta ottenuto il saldo, si va a creare un obiettivo che consenta ad ogni
Stato membro di rispettare il vincolo di bilancio. Infine, non ci interessa se il vincolo di
bilancio viene rispettato, ma ci interessa soltanto che uno Stato a livello strutturale vada a
rispettare il vincolo.
In poche parole, noi ci chiediamo: al netto della recessione (quindi al netto delle variazioni
cicliche), lo Stato rispetterebbe il vincolo di bilancio?

In particolare, l’OMT è calcolato in termini di saldo del conto consolidato delle pubbliche
amministrazioni e si attesta in una forcella stabilita tra il -1% del PIL ed il pareggio o l'attivo
del saldo strutturale di bilancio, in termini corretti per il ciclo. Questo dipende da ogni
singolo Stato, soprattutto considerando la grandezza del debito pubblico.

L’obiettivo di medio termine viene imposto per:

1. Fornire un margine di sicurezza contro la possibilità che, a fronte delle fluttuazioni


del ciclo economico, il disavanzo di bilancio nominale peggiori superando il valore di
riferimento del 3% ;
2. Garantire la rapida convergenza verso la sostenibilità a lungo termine delle finanze
pubbliche definita in senso lato per includere sia le passività esplicite
(corrispondenti agli attuali stock di debito) che le passività implicite (associate con il
previsto deterioramento dei saldi di bilancio causati dall'invecchiamento della
popolazione. Esempio sanità e pensioni);
3. Disporre di adeguati spazi di manovra per l’adozione di politiche di bilancio, in
particolare, con riferimento alla componente relativa agli investimenti pubblici.
Ovviamente bisogna avere le risorse per porre in essere investimenti pubblici.
Dunque, si devono dirottare risorse dalle spese in conto corrente a quelle in conto
capitale sperando che queste spese portino ad una leva, contenendo le passività
implicite ed esplicite, e contrastando le fluttuazioni del ciclo economico.

Ogni Stato, in comunione con l’UE stabilisce un obiettivo di medio termine, e si impegna a
conseguire questo obiettivo. Lo Stato membro deve indicare la strategia per conseguire
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

questo obiettivo. Se la strategia che attua non viene soddisfatta ex ante, abbiamo il braccio
preventivo, mentre se non è soddisfatta ex post, abbiamo il braccio correttivo.
Quali sono gli obiettivi di medio termine? Dipendono dalle condizioni di uno Stato membro,
in particolare da debito, PIL, spese implicite.

Ogni singolo Stato ha un obiettivo di medio termine che sia il più ambizioso tra questi tre, a
seconda di quanto sia grave la situazione all’interno della propria economia.

1. Disavanzo strutturale massimo → il disavanzo strutturale consentito non potrà


superare, a meno di circostanze eccezionali, lo 0,5% del PIL. Per i paesi in cui il
rapporto debito/PIL sia sensibilmente inferiore al limite del 60% e per i quali non si
ravvisino rischi di sostenibilità delle finanze pubbliche, il limite dello 0,5 può
raggiungere l’1% .
2. Minimum benchmark → un valore del saldo di bilancio strutturale che assicuri il
rispetto del vincolo nominale del 3% contro la probabilità di un peggioramento inatteso
del ciclo economico, tenendo conto della volatilità del PIL registrata in passato e della
sensibilità del bilancio alle variazioni del PIL stesso
3. Bisogna tendere ad un pareggio e ad un avanzo → tale per cui in una misura sufficiente
e ad un ritmo adeguato, si vada a ridurre il debito pubblico, e da un altro lato si vadano
a limitare le spese implicite.
PERCORSO DI AVVICINAMENTO ALL’OBIETTIVO DI MEDIO TERMINE (OMT)

Il paese che non rispetta l’OMT deve realizzare annualmente un miglioramento del saldo
strutturale pari a 0,5 punti di PIL fino al raggiungimento dell’OMT. Le regole delle attività di
monitoraggio del percorso di avvicinamento prevedono che sia considerato significativo un
allontanamento del saldo strutturale almeno pari allo 0,5% del PIL in un singolo anno o
almeno pari allo 0,25% del PIL in media annua per due anni consecutivi.
Le regole prevedono però una flessibilità del percorso di avvicinamento all’OMT in base a
quattro possibili fattori. La flessibilità viene concessa dall’UE ad ogni stato membro in base
a delle variabili endogene e ad altre variabili esogene, ovvero da una parte in forza del ciclo
economico, dall'altra delle condizioni strutturali del sistema paese.

Si ha una flessibilità per:

▪ Situazione ciclica: dipende dal grado di severità delle condizioni economiche, e dal
grado di fragilità di un’economia di un paese. Più le condizioni cicliche sono rigide,
più saranno concesse delle misure di flessibilità. Di contro, più alta è la fragilità
dell’economia di un paese, minore sarà la flessibilità concessa. Queste variabili
vengono mixate per ottenere il grado di flessibilità per ogni singolo paese. Si va
sempre a calcolare l’output gap (differenza tra PIL potenziale e PIL reale) e da una
parte questo ci consente di calcolare un ciclo economico, e da una parte lo si
rapporta alla situazione finanziaria (debito pubblico superiore o inferiore al 60%).
Questo ci consente di calcolare lo sforamento concesso ad ogni singolo Stato.
Generalmente a quegli Stati che hanno una sostenibilità finanziaria non
particolarmente elevata è richiesto un impegno particolare in situazioni più delicate.
▪ Promozione di investimenti: consistente nel dirottare risorse dalle spese in conto
corrente alle spese in conto capitale: queste risorse però sono vincolate, possono
essere cioè impiegate aderendo al:
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

o Fondo europeo degli investimenti degli investimenti strutturali: ogni singolo


Stato stanzia risorse che vengono dirottate al fondo che è gestito al livello
europeo. Queste risorse non vengono conteggiate quando si va a calcolare il
saldo (le risorse non vanno in uscite in conto capitale, e quindi non
peggiorano il saldo). Si può in questo modo non rispettare il vincolo del 3%
o Investment clause (clausola degli investimenti): non si dirottano le risorse al
Fondo Europeo, ma si cofinanziano investimenti europei posti in essere nel
singolo Stato membro. Le risorse rimangono all’interno dello Stato membro,
ma siamo in qualche modo vincolati all’investimento posto in essere a livello
europeo, e grazie a questo escamotage otteniamo un po’ di flessibilità → il
vincolo di Maastricht deve essere rispettato, e gli investimenti devono avere
un effetto positivo, diretto, misurabile e di lungo periodo, ovvero far parte di
una strategia diretta a conseguire un obiettivo di finanza pubblica. Gli
investimenti considerati sono comunque posti in essere in una situazione di
particolare condizione ciclica (ovvero nel caso di contrazione del PIL).
▪ Flessibilità per riforme strutturali: devono migliorare la sostenibilità della finanza
pubblica anche se temporaneamente peggiorano i saldi e non consentono di
conseguire l’obiettivo di medio termine. Queste riforme devono essere:
▪ Rilevanti
▪ Attuate o in fase di attuazione
▪ Migliorare i saldi di finanza pubblica nel lungo periodo
La deviazione deve essere inferiore allo 0,5%, quindi pari all’obiettivo di medio
termine. Dunque, si viene sollevati dall’onere di rispettare l’obiettivo di medio
termine, ma non dal vincolo del 3%. Inoltre, si può tollerare fino a 4 anni, dopodiché
si passerà alle misure sanzionatorie.
▪ Flessibilità per grave crisi all’interno dell’UE: tutti la scontano, perché è trasversale
a tutti gli Stati dell’UE, e quindi viene stanziata senza particolari discrimini tra tutti
gli Stati membri. Mai posta in essere finora.
VINCOLO DELLA SPESA PUBBLICA

Abbiamo delle spese esplicite (debito pubblico) e delle spese implicite (legate alla variabile
demografica, e dunque all’invecchiamento della popolazione). Il vincolo sulla spesa
pubblica diverge a seconda che il singolo Stato abbia o non abbia conseguito l’obiettivo di
medio termine.
• Se ha conseguito l’obiettivo di medio termine, il tasso di crescita della spesa
pubblica deve essere pari o inferiore al tasso di crescita reale a medio termine del
PIL potenziale (ovviamente si può creare uno scostamento temporaneo, ma deve
essere una tantum. Ci deve essere una compensazione a saldi invariati).
• Se non si è raggiunto l'obiettivo a medio termine, il tasso di crescita della spesa
pubblica deve essere inferiore al tasso di crescita reale a medio termine del PIL
potenziale e il differenziale deve essere tale da conseguire l'obiettivo a medio
termine. Dunque:

g SPESA PUBBBLICA + OMT = g CRESCITA REALE DEL PIL POTENZIALE

Quella differenza infatti deve essere pari a 0,5 punti percentuali che è l'obiettivo di
medio termine. Anche in questo caso possiamo avere una variazione temporanea
che deve essere però una tantum dal lato delle uscite e una tantum dal lato delle
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

entrate. Il tasso di crescita di medio periodo del PIL potenziale si calcola partendo
dal PIL potenziale e facendo una media su base decennale: 5 anni precedenti il
periodo di osservazione, il periodo di osservazione e i 4 anni successivi. Tale
variazione può essere ovviamente positiva in alcuni anni e negativa in altri.

VINCOLI SUL DEBITO

Deve essere minore del 60% del PIL. Non è rispettato in moltissimi casi. Tuttavia, viene
stabilito dalla norma che in assenza di rispetto, deve quantomeno cercare di raggiungerlo
in maniera rapida ed efficiente → contrazione in misura del 5% annuale del seguente:
𝐷𝐸𝐵𝐼𝑇𝑂 𝐴𝑇𝑇𝑈𝐴𝐿𝐸 – 𝐷𝐸𝐵𝐼𝑇𝑂 𝑂𝐵𝐼𝐸𝑇𝑇𝐼𝑉𝑂

Ogni anno bisogna cercare di ridurre questa differenza mediamente del 5%. Anche qui ci
sono però delle eccezioni! Bisogna infatti innanzitutto depurare dal ciclo economico, quindi
tutto ciò che è fluttuazione del ciclo economico viene depurato. Inoltre, questo valore si
calcola su base triennale di anno in anno. Ogni anno si computa il triennio successivo, e ciò
permette di giocare su questo vincolo → esempio dell’IVA e della lotta all’evasione.
PATTO DI STABILITA’ INTERNO

Lo Stato italiano per conseguire l’obiettivo a livello europeo ha imposto dei vincoli a livello
di regioni e di comuni. Questo vincolo prevede che ogni singolo ente locale abbia un saldo
in pareggio o in attivo. Esiste però un vincolo a non spendere risorse nemmeno per gli
investimenti (conto capitale). Bisogna trattenere risorse tali da permettere di rispettare
questo vincolo. Ci può essere una flessibilità:

▪ A livello orizzontale: se è posta in essere tra comuni della stessa regione: un


singolo ente locale può non essere positivo in pareggio, purché questo differenziale
sia compensato da altri enti locali facenti parte della stessa regione
▪ A livello verticale: se viene posta in essere tra comune e regione o tra regione e
Stato

Per evitare che vi siano troppi enti locali che sfruttino tale flessibilità, essa deve essere
preventivamente autorizzata dall'ente locale di grado superiore e dalla ragioneria generale
dello Stato e deve essere impiegata solo ed esclusivamente per spese in conto capitale
L’ente locale che impiega queste risorse ed ha un saldo negativo, dovrà compensare nel
biennio immediatamente successivo. Viceversa, l’ente locale che ha ceduto il suo saldo
positivo, lo potrà sfruttare nei due periodi immediatamente successivi.

SANITA’
All’interno della spesa pubblica, la seconda spesa più onerosa per l’Italia è proprio
costituita dalla sanità. La spesa previdenziale è la prima, dopodiché ci sta la spesa
sanitaria.

Perché lo Stato offre questo servizio? Come lo offre?


La salute è un diritto tutelato a livello costituzionale: è uno dei diritti imprescindibili dei
cittadini. Attenzione, non è un diritto alla sanità ma un diritto alla salute.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

All’interno della spesa pubblica, è una spesa strumentale volta a garantire la salute dei
cittadini.

La salute della popolazione dipende da molti fattori: la genetica ha sicuramente una sua
rilevanza, poi ci sono i comportamenti degli individui (bere, fumare, fare sport).Abbiamo
infine un tema molto rilevante ovvero quello dell’ambiente. C’è il problema
dell’inquinamento che non è soltanto dell’ambiente, ma anche derivante dai comportamenti
dei singoli cittadini.

Il servizio sanitario per i paesi del G7 diventa una variabile fortemente correlata al reddito.
Il sistema sanitario si rivolge non solo ai cittadini, ma a tutti i residenti che risiedono nel
paese. Perché anche ai residenti? Questo perché l’obiettivo è quello di garantire la saluta
pubblica, e quindi è necessario contenere i meccanismi di propagazione delle malattie
(quindi delle infezioni, patologie ecc).

Nell’UE c’è una forma di assicurazione per tutti i cittadini, e va a complemento del trattato
di Schengen che permette una libera circolazione delle persone e delle merci ma anche
una garanzia dei diritti fondamentali, come quello alla salute e quindi all’assistenza

La maggior parte dei paesi del mondo non ha un servizio sanitario universale (per tutta la
popolazione): questo perché il servizio sanitario è molto costoso. È legato a fattori
demografici, a fattori ambientali e soprattutto allo sviluppo della scienza medica (grado di
sviluppo della medicina). La ricerca è un’attività costosa, ma che se riesce a raggiungere
l’obiettivo, viene completamente ridotta l’incidenza di alcune malattie, e quindi sono molte
meno quelle che il sistema sanitario deve gestire.
Il sistema sanitario non è un bene pubblico: infatti, se il dottore visita un paziente, nello
stesso momento non può visitare un altro, e così anche i macchinari. Essendo un servizio
alla persona, non può essere un bene pubblico. Tuttavia, è un bene erogato dallo Stato per
via del vincolo della costituzione. È un servizio tutelato dalla costituzione.
Esiste a livello economico un problema che è quello della asimmetria informativa:
l’asimmetria informativa rappresenta un allontanamento da una situazione di concorrenza
perfetta e non rende possibile l’equilibrio automatico tra domanda ed offerta. Perché la
sanità soffre di asimmetria informativa? Nessuno conosce la propria probabilità di
ammalarsi rendendo necessario l’intervento del servizio sanitario. Per questo motivo è
difficile definire il meccanismo assicurativo che sottende la sanità.

Quello che lo Stato cerca di risolvere non è la risoluzione di tutti gli eventi sanitari, ma
definisce soprattutto gli eventi sanitari più gravi: fa prevenzione sulle malattie letali, e
questa prevenzione viene svolta nella giovane età (0-6 anni) con il meccanismo delle
vaccinazioni, che servono a garantire una minore mortalità della specie. Questo riduce la
probabilità degli eventi sanitari. Esistono molti vaccini per la maggior parte delle malattie
mortali, ma non tutti gli eventi possono essere completamente azzerati. Per tutte le
malattie per cui la ricerca non è riuscita a trovare una vaccinazione, lo Stato mette a
disposizione un servizio di prevenzione: questa significa soprattutto informazione, per
sapere quale può essere il sintomo, una causa, e una cura. Lo Stato spende soprattutto per
quelle malattie per cui non c’è un meccanismo di prevenzione (vaccini), e quindi cercare di
fare prevenzione attraverso l’informazione.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

C’è una relazione di agenzia tra medico e paziente, perché non si può definire la probabilità
degli eventi sanitari. C’è una asimmetria informativa tra medico e paziente, dal momento
che solo questo sa come curare una malattia.

C’è un problema legato alla fiducia: il meccanismo con cui il cittadino si relaziona con il
sistema sanitario deve essere una relazione stabile, dal momento che è un servizio alla
persona, individuale. Ma al contrario dei sistemi economici in cui si paga l’esperienza, nella
medicina spesso non è possibile, perché se va male l’intervento chirurgico con un medico
tu non puoi scegliere di non andarci la prossima volta.

Perché lo stato decide di intervenire nel sistema sanitario, e di non lasciarlo in mano ai
privati? Un primo motivo è perché è tutelato dalla costituzione. Tuttavia, in paesi come gli
USA il sistema sanitario è completamente privatizzato, e il meccanismo di determinazione
dei prezzi è quello di mercato di concorrenza perfetta.

In molti paesi Europei invece si giustifica l’intervento dello Stato come intervento per
affrontare l’asimmetria informativa, sostituendosi alle scelte del singolo sobbarcandosi il
costo del sistema sanitario.
C’è poi una questione di esternalità: il beneficio esterno rispetto al mercato di un’attività
economica. L’esternalità del vaccino è che io vaccinando la popolazione nella fascia di età
di 0-6 ottengo una copertura completa per l’intera popolazione. In questo modo contengo
tantissimo la diffusione di malattie letali.

La prevenzione a volte è per contenere la spesa sanitaria: quella contro l’influenza, serve a
proteggere i malati cronici per cui una semplice influenza può rivelarsi letale.

C’è un problema di selezione avversa e di azzardo morale che in Europa giustifica


l’intervento dello Stato nella spesa pubblica. Ecco una breve digressione sulla teoria delle
assicurazioni: la selezione avversa è quella asimmetria che si manifesta prima della
sottoscrizione del contratto di assicurazione. La selezione avversa è un problema molto
grave nel sistema sanitario, perché non sappiamo il reale valore per noi di questa
assicurazione. Se il premio non è noto, perchè non è nota la probabilità, si pone il problema
di come definire il contratto assicurativo sanitario.

Gli azzardi morali sono invece quelle asimmetrie informative che si presentano dopo la
sottoscrizione del contratto assicurativo. Qual è il contratto assicurativo che potrebbe
modificare i nostri comportamenti? Quello sul furto. Banalmente, abbiamo una macchina,
una assicurazione per furto, e noi sapendolo ci comportiamo in modo molto meno attento
solo per il fatto che tanto siamo coperti. Ecco perché nel caso di furto molte volte ci sono
gli scoperti, ovvero ciò che viene restituito tutto il valore dell’auto proprio per non
incentivare una eccessiva superficialità.

L’impossibilità di definire le probabilità porta ad un fallimento di mercato del sistema


assicurativo. Ad esempio, in USA la sottoscrizione dei contratti è sottoposto alla condizione
lavorativa, con metà della polizza a carico del datore di lavoro e metà a carico del
lavoratore. Il fatto di avere delle assicurazioni porta gli assicurati a mettere in atto dei
comportamenti poco prudenti. Queste assicurazioni hanno portato ad una segmentazione di
mercato per il sistema sanitario, e quindi ci si è resi conto che era meglio l’approccio
europeo. La ricerca e lo sviluppo ad esempio negli USA vanno a curare principalmente le
malattie che colpiscono i più ricchi. C’è un forte condizionamento da parte del reddito medio
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

dei pazienti. Dal punto di vista di salute come diritto inderogabile e del benessere collettivo
è un fallimento
La riforma di Obama (Obamacare) prevedeva l’estensione a circa 100 mln di americani
dell’assistenza sanitaria di base, mentre prima era a meno di 50mln di americani. C’è
comunque un problema di universalità del sistema sanitario.

È significativo il fatto che ogni Stato spende circa il 10% dei propri redditi nella spesa
sanitaria ogni anno.

Nel modello organizzativo pubblico tutti i cittadini hanno diritto a prestazioni private,
finanziati dalle imposte, dai contributi di malattia, o dalle assicurazioni sociali obbligatorie.
Si crea un accantonamento nazionale realizzato per le prestazioni sanitarie.
Nel sistema privato si ha la situazione opposta: i bisogni sanitari sono soddisfatti dal
privato, che sottoscrive assicurazioni volontarie.

La sanità in Italia abbraccia un sistema misto:

• sanità e prevenzione → sistema pubblico


• prestazioni non d’urgenza, né preventiva → possibilità di rivolgersi al sistema
privato

Chi è l’autorità medica che va a sondare la salute dei cittadini? Si parte dal medico di base
che raccoglie informazioni sulla popolazione (fa opera di prevenzione) e riferisce alla
regione. La sanità è a competenza principale:

• delle regioni italiane, che gestiscono il comparto ospedaliero


• dello Stato che con un’agenzia del farmaco, verifica ed offre farmaci ai cittadini →
perchè vengono testati i farmaci in Italia? Alcuni farmaci sono anche molto
pericolosi.

Abbiamo un sistema sanitario nazionale e quindi un’offerta di servizi pubblici, e poi una
serie di strutture private accreditate, ovvero ospedali, cliniche gestite da privati, ma che
hanno l’autorizzazione dallo Stato ad esercitare la professione medica. Perché serve
un’autorizzazione? Per evitare l’abuso della professione: vendo un farmaco che in realtà è
inefficace, e ti dico che ti sto curando. Serve quindi a garantire l’utente.

Il grande problema è il meccanismo di definizione della remunerazione, e quindi dei costi.


Perché? Perché la sanità essendo un servizio alla persona, dovrebbe avere dei costi
differenziati. Infatti, seppure sappiamo che serve definire un costo medio che sintetizza una
serie di variabili, sappiamo che nei servizi alle persone sono le preferenze il fattore che
conta. Questo incide nel meccanismo di definizione dei costi sanitari.

La standardizzazione dei servizi sanitari: ogni cittadino ha diritto a prestazioni uniformi, in


ogni regione italiana. Tuttavia, noi dobbiamo anche avere il diritto di scegliere dove farci
curare. Come scelgo di solito dove farmi curare? In base a passaparola, influenze, ecc. e
quindi il meccanismo di standardizzazione si scontra con questi meccanismi di gestione
delle informazioni. La popolazione non guarda alle classifiche nazionali degli ospedali ma si
fanno consigliare.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

I consumatori hanno dei fornitori pubblici e un sistema assicurativo che permette il


pagamento. Il sistema italiano tuttavia è complicato perché è un servizio alla persona Ci
sono una serie di casi in cui i cittadini possono riferirsi a meccanismi di natura anche
privatistica (ospedali e cliniche).

Il meccanismo di finanziamento è di due tipi. Come paghiamo il sistema sanitario?

• Imposte (pagate da tutti i cittadini)


• Tariffe o ticket → costo standard di una prestazione. È il pagamento da parte del
singolo fatta alla cassa della ASL.

La sanità italiana su un totale di 115 mld, circa 52 mld sono assistenza di base (medici di
base, prevenzione), assistenza di natura specialistica e campagna di prevenzione. Abbiamo
poi l’assistenza ospedaliera, l’assistenza farmaceutica (per quei farmaci pagati dallo stato e
non dall’utente) e infine spese amministrative.

Il Ministro della Sanità definisce i Livelli Essenziali Di Assistenza. L’ultimo ministro ad aver
definito tali livelli è stato Lorenzin nel 2017. Cosa definisce il LEA? Quali patologie sono a
carico dello Stato (malattie croniche, genetiche riconosciute come croniche, e tutte quelle
forme di spese connesse con l’età avanzata). Il LEA definisce sul territorio nazionale quali
servizi devono essere offerti a tutta la popolazione nella stessa misura. Definendo i servizi,
definisce anche i finanziamenti. Un’azienda sanitaria in una grande città ha più facilità di
finanziamento (ad esempio con ticket e regione più ricca). Invece i posti meno abitati
devono comunque avere la possibilità di avere un medico di base, e tutte altre prestazioni.
Questo muta il costo unitario per tali prestazioni. Il LEA nel definire i servizi definisce
anche come distribuire le risorse: eroga maggiori finanziamenti per le aree meno popolate,
e minori per quelle più dense.
Le regioni hanno una responsabilità diretta perché definiscono la programmazione e
l’organizzazione del servizio sanitario. La funzione è svolta in autonomia. Il meccanismo
nazionale definisce comunque un’uniformità imprescindibile. Ogni regione al proprio
interno ha una serie di aziende sanitarie che gestiscono ospedali, medici di base, controllo
dei servizi sociali sanitari ecc.; ovviamente il numero di queste è molto dipendente dalla
popolazione: Roma ha ad esempio ben 4 ASL.

Il medico di base è gratuito. il mercato dei farmaci in Italia è un mercato controllato cioè
non è fissato un livello di prezzo di concorrenza. Lo Stato controlla il prezzo dei farmaci,
per una questione di universalità, e soprattutto un problema di beni meritevoli. La
possibilità di curare determinate patologie lievi ha comunque un prezzo molto più alto,
perché il prezzo del farmaco riflette lo sviluppo della ricerca medica, finanziata dallo Stato.
Di conseguenza lo Stato si definisce come colui in grado di controllare il prezzo dei farmaci
delle malattie che lui ha contribuito a finanziare.
Ogni medico di base ha un massimo di 1500 assistiti. Nei piccoli comuni ce ne sono pochi,
quindi questi possono arrivare ad un numero massimo di 2500 assistiti. Ovviamente, nel
comune piccolo ci saranno poche persone ad andarci.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Il sistema sanitario italiano


dunque è molto complesso,
in cui l’asimmetria
informativa non viene
risolta. Come viene
finanziato? Il meccanismo
principale è comunque con
le imposte. Queste imposte
sono l’IRAP (attività
produttive) e l’addizionale
sull’IRPEF. Abbiamo poi i
ticket con cui si partecipa
alle spese sanitarie, e poi
altre entrate residuali.

Negli ultimi anni sono state incrementate le politiche di austerity per alleggerire la spesa
pubblica, e si è quindi andati a tagliare sulla spesa sanitaria.

Quali sono le componenti della spesa sanitaria?


• Personale: ha un trend decrescente. Stiamo parlando di medici, quindi a volte
potrebbe essere rischioso
• Beni e servizi acquistati direttamente
• Assistenza convenzionata e accreditata
• Medicina di base
• Farmaceutica convenzionata
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Le regioni autonome possono aumentare le imposte per finanziare la spesa, mentre quelle
ordinarie no. Ci sono poi le regioni in dissesto finanziario.
La complessità del servizio sanitario non aiuta il controllo. Inoltre, questo sistema
caratterizzato da asimmetrie informative non può essere completamente privato. Dal lato
opposto c’è il modello canadese, in cui tutto è controllato dallo Stato, anche quelle
prestazioni marginali.

Alcune aziende private detengono un forte potere informativo perché raccolgono


continuamente informazioni sui loro utenti. Stiamo parlando di Google e i big data.
Nell’assicurazione pubblica tutti vengono assicurati nello stesso modo, ma se un’azienda
privata che gestisce l’informazione dei dati sensibili è un problema, perché tenderà a fare
un maggiore profitto. Un domani, coloro che geneticamente sono predisposti a determinate
patologie, non vengono più assicurati. È una cosa etica? In un sistema completamente
concorrenziale, potrebbe essere messo in discussione l’attuale funzionamento del sistema
sanitario. In Europa è in vigore il GDPR per cui determinate informazioni più sensibili non
sono accessibili. L’evoluzione del sistema sanitario non è solo un’evoluzione dei servizi
sanitari, ma tiene presente anche il rapporto di natura informativa. L’asimmetria
informativa si sta riducendo molto di più. È importante adesso il fattore della gestione
dell’asimmetria informative, perché influisce sul sistema della spesa pubblica.

DEDUCIBILITA’ DI AMMORTAMENTI E INTERESSI NELLE SCELTE DI


INVESTIMENTO
In sintesi, la somma di ammortamento e costo finanziario si chiama costo d'uso del capitale
e rappresenta un elemento di confronto col rendimento. Se il rendimento è superiore al
costo d'uso del capitale si deve investire e viceversa. Il punto di ottimo è dunque quello in
cui il rendimento è pari al costo d'uso del capitale.

Che effetto ha l'imposta in tale schema? Si consideri il grafico 2. Essa non provoca una
variazione del costo d'uso del capitale (che rimane sempre pari a δ+Φ), ma riduce il
rendimento in quanto sia aggiunge un costo legato alle imposte che riduce il profitto. La
curva dei rendimenti si sposta dunque in basso e gli investimenti si riducono.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

In ultima analisi dobbiamo dire che quando ammortamento e onere finanziario sono
deducibili questo spinge in basso la retta che rappresenta il costo d'uso del capitale e
provoca un aumento degli investimenti. In merito si veda il grafico nelle slide.

Supponiamo la seguente situazione per capire meglio:

• Ricavi: 1.000
• Costi: 800
• Interessi: 100

Il profitto in caso di deducibilità totale degli interessi passivi è pari a 100 (1.000-800-100).
Ipotizzando un'aliquota del 30% il reddito netto sarà 70.

Se gli interessi passivi non fossero stati deducibili avrei avuto una variazione in aumento di
100 con un reddito imponibile di 200 e non di 100 e avrei avuto un reddito netto di 100 -
30%*200=40.

In caso di deducibilità totale avrò quindi un risparmio di 70-40=30. Ciò viene rappresentato
graficamente con uno spostamento verso il basso della retta di costo che incrementa gli
investimenti.

Rendendo deducibili ammortamento e costo finanziario lo Stato può introdurre imposte


senza che questo determini un decremento degli investimenti (la deducibilità compensa
l'abbassamento del rendimento).

PRESSIONE FISCALE E FORMA GIURIDICA DELL'IMPRESA


Affronteremo oggi il tema della doppia imposizione. Essa può essere:
• Giuridica: sullo stesso reddito un contribuente (persona fisica o giuridica) viene
tassato più volte
• Economica: sullo stesso reddito sono tassati più contribuenti
Tratteremo oggi il tema della doppia tassazione economica per la quale viene tassata sullo
stesso reddito prima l'impresa e poi i soci dell'impresa.

IMPRESA INDIVIDUALE

Il primo impatto che abbiamo con la determinazione del reddito d'impresa è l'impresa
individuale. Essa è costituita dall'imprenditore individuale. Nell'impresa infatti non esistono
soci con differenti posizioni fiscali, ma esiste un unico imprenditore e quindi il reddito viene
realizzato da un'unica persona fisica. In questo caso θ, ovvero la pressione fiscale
complessivo dell'impresa sarà uguale all'aliquota marginale ponderata sul reddito
d'impresa.
Facciamo un esempio: si ha un soggetto con un reddito imponibile di 2.000 e un reddito
fondiario di 500. Supponiamo i seguenti scaglioni:
• Fino a 1.000-> 10%
• Da 1.000 a 2.000-> 20%
• Oltre 2.000-> 30%.
Ipotizziamo che il reddito d'impresa sia quello marginale e quindi che i 500 di reddito
fondiario vadano a consumare una metà dello scaglione al 10%. Andiamo quindi a calcolare
l'imposta sulla parte del reddito d'impresa. I 2.000 andranno ad essere tassati per 500 al
10% (50), per 1.000 al 20% (200) e per i residui 500 al 30% (150). I 2.000 di reddito d'impresa
si scomporrà quindi sui tre scaglioni. Il reddito d'impresa avrà una tassazione complessiva
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

di 400 (10%*500+20%*1.000+30%*500=400). I 450 saranno composti 50 da reddito fondiario e


400 attribuibili al reddito d'impresa. Quindi avremo che 400/2000 pari al 20% è la
tassazione marginale media sul reddito d'impresa. Avremo quindi che la pressione fiscale
sul reddito d'impresa sarà pari al 20%. Questo calcolo si può fare anche scomponendo la
tassazione per i singoli scaglioni: avremo che il 25% del reddito d'impresa pari a 500 è
tassato al 10%, il 50% del reddito d'impresa pari a 1.000 è tassato al 20% e il 25% (500)
residuale al 30%. Sommando le aliquote ponderate, avremo nuovamente il 20%
Nel caso di imprenditore individuale la pressione fiscale si calcola semplicemente
applicando le percentuali agli scaglioni.

SOCIETÀ DI PERSONE

La società di persone è un soggetto trasparente, ovvero non paga imposte sul reddito
d'impresa, ma calcola il reddito d'impresa con la relativa normativa, determina
l'ammontare del reddito imponibile tramite un calcolo di variazioni in aumento e in
diminuzione e una volta stabilito il reddito imponibile lo distribuisce pro-quota ai soci. La
soluzione della trasparenza venne studiata anche per le S.r.l. con ristretta base azionaria,
con un regime opzionale che prevede questa trasparenza.
Vediamo cosa succede ai 2.000€ del reddito d'impresa quando a realizzarli è una società di
persone, supponendo l'esistenza di 4 soci:
• Chiara con il 40% di partecipazione
• Celeste con il 25% di partecipazione
• Bianca con il 25% di partecipazione
• Bruna con il 10% di partecipazione.
Ognuno di questi soci oltre alla sua quota di reddito d'impresa avrà altri redditi, tranne
Bianca. Tecnicamente nel caso in cui non si tratta più di imprenditori ma di soci, non si
chiama più reddito d’impresa ma reddito di partecipazione. Analizziamo la pressione fiscale
della società per il reddito realizzato. Partendo da Chiara ella ha un reddito di
partecipazione pari al 40% per un totale di 800 (40%*2.000). Ha però anche altri redditi per
un totale di 500 che esauriscono metà del primo scaglione. L'aliquota marginale di Chiara
in media sul suo reddito di impresa è pari dunque a 13,75%. Infatti, il suo reddito verrà
tassato come segue: 500*10%+300*20%=110. Il calcolo che fornisce la percentuale sopra
indicata sarà 110/800 (imposte/reddito d'impresa).
Celeste ha il 25% e i 500 di reddito verranno tassati tutti al 20% perché Celeste ha altri
redditi per 1.000 che esauriscono il primo scaglione (vedi sopra). Bianca fa rientrare tutti i
suoi 500 al primo scaglione perché non ha altri redditi e quindi pagherà il 10%. Bruna ha
3.000 di altri redditi e quindi quel 10% di reddito di impresa pari a 200 verrà tassato con
aliquota massima del 30%.

Possiamo ora determinare θ (pressione fiscale) subito dall'impresa, prendendo la


tassazione marginale che subiscono i singoli soci e la ponderiamo per la quota del socio:
0,4*13,75%+0,25*20%+0,25*10%+0,1*30%=16%. Si poteva arrivare a questo risultato anche in
modo diverso, ovvero calcolando la somma della quota d'imposte e dividendola per 2.000.
Quindi avremo:
• Somma delle quote d'imposta-> 13,75%*800+20%*500+10%*500+30%*200=320
• Rapporto con totale del reddito-> 320/2.000=16%

SOCIETÀ DI CAPITALI

La società di capitali può essere trattata per trasparenza e in questo caso il sistema è
analogo a quello delle società di persone. Laddove la società di capitali non possa attuare il
regime di trasparenza la situazione è più complessa. Il problema riguarda la doppia
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

tassazione economica: il reddito di impresa si tassa due volte una volta in capo alla società
e una volta in capo ai soci.
Nel tempo quindi varie giurisdizioni fiscali hanno introdotto molte formulazioni che hanno
cercato di ridurre il problema della doppia tassazione.

Sistema classico

Il sistema classico tassa per intero i redditi distribuiti. Facciamo un'ipotesi semplice che
possa aiutarci a capire la formula. Si ha un'aliquota tg del 30% e un reddito d'impresa pari a
1.000. il sistema classico impone di tassare innanzitutto l'impresa al 30%. Da ciò si
ottengono 300 immediatamente.
Alla società di capitali rimane un reddito netto di 700.
Ipotizziamo ora che questa società decida di distribuire tutto il reddito al suo unico socio:
un'altra società di capitali. Quest'ultima riceve quindi 700.
Il sistema classico impone di applicare un ulteriore 30% ai 700 distribuiti.
Quindi i 1.000 vengono tassati per 300 in capo alla società di partenza e per 210 (30%*700) in
capo all'altra società socia. Il θ complessivo sarà dunque pari a 510/1.000=51% (pressione
fiscale complessiva).
Con il sistema classico tasso interamente la società, e inoltro tasso i dividendi che ho
distribuito ai soci.

Questo caso può essere più complicato nel calcolo se invece della società di capitali il
dividendo viene ricevuto da più persone fisiche con aliquote marginali di tassazione
diverse. In questo caso il ragionamento che dobbiamo fare è analogo al caso delle società
di persone (dobbiamo considerare i redditi diversi e calcolare l'aliquota marginale a
seconda degli scaglioni in cui rientra il reddito d'impresa) con l'unica differenza che il teta
complessivo sarà dato dal risultato del calcolo (media ponderata delle aliquote sui
dividendi percepiti dai soci) più i 30% iniziali in capo alla società.

Nel sistema classico vi è massima distorsione in quanto vi è molta differenza tra reddito
distribuito e ritenuto. Nell’ esempio dove la partecipante era una società di capitali, la
distorsione, ovvero la differente pressione fiscale tra 1€ distribuito e 1€ trattenuto è pari al
21% (30%*700/1.000 o 21%*1.000/1.000).

Nota: se l'aliquota salisse dal 30% al 40% la distorsione sarebbe pari al 24% perché:
• 1.000 di reddito meno 40%*1.000 è pari a 600
• 40%*600=240
• 240/1.000=24%

Sistema per imputazione

Tale sistema ha sostituito il sistema classico, ma attualmente non è più in vigore. Esso può
però aiutarci a comprendere l'effetto distorsivo della doppia imposizione.
Il sistema per imputazione era basato su un criterio semplice nel concetto e più complesso
nella sua applicazione numerica. Il concetto logico è il seguente: non si vuole considerare
l'IRES se non in termini di acconto dell'unica tassazione che si dovrebbe applicare ovvero
l'IRPEF, quindi ogni volta che si distribuisce un dividendo si va a tassare per intero il reddito
d'impresa in capo al socio che lo riceve, ma per evitare la doppia tassazione gli si
attribuisce un credito d'imposta per la quota parte di competenza di quel dividendo di IRES
pagato dalla società.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Ipotizziamo di avere un redito imponibile di 156,25. Esso viene tassato con un'aliquota (tg)
pari al 36% → 56,25. Il reddito netto così ottenuto è pari a: 156,25-36%*156,25=100. Questa
somma viene distribuita per intero. La distribuzione è rivolta non a un'altra società, ma a un
unico socio. Egli ha un'aliquota marginale del 30%. Valutiamo ora la dichiarazione dei redditi
del socio. Il suo reddito imponibile sarà composto dal dividendo pari a 100 e dal credito
d'imposta pari al 56,25. Il reddito imponibile complessivo sarà quindi di 156,25. Abbiamo
quindi sommato al dividendo il credito d'imposta per ottenere il reddito imponibile.
A questo punto si deve calcolare l'imposta IRPEF pari al 30%. Essa ammonterà a
30%*156,25=46,875. Ora dopo aver sommato il credito d'imposta all'imponibile lo detraiamo
al debito d'imposta ottenendo: 46,875-56,25=-9,375. Tale credito deve essere restituito al
contribuente.
In questo caso non c’è una doppia tassazione: il credito viene effettivamente detratto al
debito d’imposta. Si paga il reddito d’impresa effettivamente in base al proprio scaglione
IRPEF.

Se il contribuente avesse avuto un'aliquota di imposta IRPEF superiore al 36% egli non
avrebbe goduto di un credito, ma avrebbe dovuto versare un ulteriore somma. Se ad
esempio l'aliquota fosse stata il 40%, egli avrebbe dovuto versare: 40%*156,25-56,25=6,25.

Nel caso in cui l'aliquota fosse esattamente il 36% non si avrebbe né un credito né un debito
per il socio.

A livello di θ, le tre ipotesi hanno un’incidenza assolutamente diversa

In questo caso il sistema è distorsivo, ovvero esiste una differenza di trattamento tra
reddito distribuito e reddito non distribuito? Evidentemente la risposta è affermativa tranne
che nel caso in cui l'aliquota del socio sia pari esattamente al 36% (questo avviene quando
il dividendo viene distribuito a un'altra società). Infatti:

• Se aliquota<36% distorsione incentivante → la distribuzione del dividendo abbatte il


theta (θ). Il socio gode di un credito verso lo Stato.
• Se aliquota>36% distorsione disincentivante → il socio è in debito verso lo Stato.

Nota: il credito di imposta potrebbe essere integrale (come negli esempi), parziale o nullo.

Nota: questo sistema è stato eliminato perché creava una forte discriminazione sui
dividendi distribuiti a soggetti esteri perché essi non pagavano l'imposta in Italia e quindi
non potevano detrarre il credito d'imposta come abbiamo visto negli esempi.

Sistema ad esenzione

Tale sistema non più in vigore esentava una parte del dividendo tassandone solo una parte
residuale. Il principio era quello di avere ad esempio 100 di dividendo e considerando il 40%
di aliquota marginale, abbatterne ad esempio il 50% (con l’esenzione). L'aliquota del 40%
veniva pagata dunque solo sul 50% residuale.

In qualche modo con tale esenzione si tentava di ricalcare le orme dell'imputazione, ovvero
l'esenzione si calcolava in modo tale da riconoscere in tutto o in parte l'IRES pagato dalla
società sul dividendo distribuito.

Esempio: supponiamo di avere un reddito netto di 70, risultante da 100 di reddito lordo a cui
sono stati sottratti 30 di imposta ai fini IRES, e di applicare una percentuale di esenzione
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

del 50%. In questo caso quindi si avrà un reddito imponibile in capo al socio di 35. Questa
somma viene tassata al 40% per un totale di 14. In questo caso, dunque, il theta sarà dato
da (30+14)/100=44% e il reddito netto sarà pari a 56.

Sistema attuale

Caso di persone fisiche → Ad oggi per tutti sul dividendo si applica un'aliquota del 26%
indipendentemente dalle imposte pagate dalla società e dalla posizione personale del
socio. Questo si applica nel caso di persone fisiche.

Caso di distribuzione ad altre società → Nel caso di distribuzione ad altre società si applica
un'aliquota IRES del 24% alla percentuale di dividendi tassabili, pari al 5% (il PEX,
participation exemption è pari al 95%, quindi il 95% dei dividendi non è tassabile). In
quest'ultimo caso vi sarà quindi un'esenzione del 95%.

Calcoliamo il theta su 1€ in caso di PEX → 24% + (1-24%)*5%*24% = 24,91%, ovvero la somma


del 24% in capo alla società più lo 0,91% in capo al socio (76%*24%*5%). La distorsione sarà
pari a 24.91%-24%=0,91%.

Calcoliamo il theta su 1€ in caso di persona fisica → in questo caso il theta complessivo su


1€ sarà 24%+26%*(1-24%)=43,76%, ovvero la somma del 24% in capo alla società più 19,76%
in capo al socio (26%*(1-24%)). La distorsione sarà pari a 43,76%-24%=19,76%.

Facciamo un ultimo esempio: ipotizziamo un reddito di impresa pari a 100 a cui corrisponde
76 di reddito netto (100-24%*100). Tale somma viene spartita tra due soci in modo equo
(50%). Il primo socio è una società di capitali, il secondo una persona fisica. Entrambi
ricevono un dividendo ovviamente pari a 38.

a) La società di capitali sul suo dividendo avrà un reddito imponibile IRES pari a 1,9
(5%*38). Su tale somma pagherà un'aliquota IRES pari al 24% e, quindi, un totale di
0,456.
b) Il socio persona fisica avrà un reddito imponibile (ad un’imposta sostitutiva del 26%)
pari a 38 e pagherà un totale di 26%*38=9,12.

Nel caso di una imposta sostitutiva, si paga a monte l’imposta, e quindi il sostituto di
imposta (ovvero l’azienda) paga al socio non il dividendo di 38, ma applica direttamente
un’aliquota (supponiamola essere pari a 26%) su questo, e quindi gli corrisponde un
dividendo di 38-9,88 = 28,12

La pressione fiscale (theta) complessiva sarà: 24 (in capo alla società) + 0,456 (in capo al
socio società) + 9,88 (in capo al socio persona fisica) = 33,336.

Attenzione! → quanto la società di capitali va a distribuire il maggiore reddito di 38, subirà


altre tassazioni, e quindi tale theta andrebbe ampliato le ulteriori tassazioni. Dunque,
bisogna continuare il discorso a valle, mentre invece con il socio persona fisica era finito.

PREVIDENZA
Il sistema della previdenza prevede una prestazione (assegno di pensione) che può essere
calcolata in base a due regimi diversi di accumulo. Si parla di quei soggetti che durante la
loro vita sostengono pagamenti periodici a fronte dei quali ottengono la prestazione, in
base ad un meccanismo di natura assicurativa. L’assegno di pensioni viene erogato in base
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

a determinati requisiti soprattutto di natura demografica (età, anzianità di servizio) e ad


alcuni parametri di natura finanziaria che definiscono in modo diverso il meccanismo di
capitalizzazione e il meccanismo di rivalutazione.

I sistemi pensionistici si dividono in due blocchi:

• Sistemi a capitalizzazione: tutti i contributi versati lungo la vita lavorativa del


soggetto vengono capitalizzati e danno luogo poi al calcolo della prestazione finale.
È un tipico sistema che viene usato a livello privatistico ma anche pubblico per
definire il meccanismo con cui i meccanismi pagati oggi pagheranno la pensione di
domani. Il regime assicurativa può essere quello della assicurazione pubblica e
assicurazione privata.
• Sistemi a ripartizione: incassa i contributi dai lavoratori, e nello stesso periodo
finanziario eroga le pensioni a chi sono i beneficiari del sistema pensionistico, e
quindi ripartisce le risorse disponibili per cassa. Nel sistema a ripartizione i
contributi di oggi pagano gli anziani di oggi. Questo sistema dato il suo
funzionamento non può che essere gestito dallo Stato perché lo Stato di fronte ad
uno sbilancio di cassa (incassa di meno di quanto deve pagare) può fare leva sulla
tassazione per coprire il deficit.

Una componente importante è il patto intergenerazionale. Lo Stato si pone come garante di


un patto: se oggi contribuisco al pagamento delle pensioni di oggi, domani la prossima
generazione si impegnerà a pagare la mia pensione. In termini informali, è un sistema che
a livello finanziario vede un equilibrio tra quanto viene incassato e quanto viene erogato.

Come si calcola la pensione?


• Nel sistema della capitalizzazione (PSC) la pensione è calcolata con la
capitalizzazione lineare dei versamenti lungo l'arco lavorativo. I contributi vengono
capitalizzati al tasso r e in tal modo si determina il monte pensioni. La singola
prestazione confluisce nel monte pensione individuale e quindi tutto ciò che è stato
versato verrà restituito al singolo. Una variabile fondamentale da definire è "r", cioè
come decidere un tasso di capitalizzazione dei versamenti lungo un periodo molto
lungo in cui si può avere crisi finanziarie, boom economici, guerre e così via (il dato
sarà molto sensibile alle vicissitudini economiche).
• Con la ripartizione (PSR) invece ciò che è incassato nel periodo viene redistribuito
ai soggetti. In questo caso i pagamenti non sono capitalizzati al tasso r, ma al tasso
n che è il tasso di crescita della popolazione. Si tratta di un meccanismo
demografico che va a definire la ripartizione tra chi lavora e chi riceve la pensione.
Il confronto è abbastanza semplice perché la pensione pro-capite sarà uguale a
parità dei seguenti fattori: versamenti, tasso di capitalizzazione, shock esogeni e
costi della transizione.

In Italia siamo passati dal sistema a capitalizzazione (prima della Seconda guerra
mondiale) a quello a ripartizione, perché non c’erano gli asset necessari per continuare con
quello a capitalizzazione, dovendo ricominciare da capo.

Come si potrebbero uguagliare le due prestazioni? Quando r e n si equivalgono, noi


otteniamo che queste due prestazioni si vanno a equivalere, e quindi si potrebbe porre in
essere un passaggio indolore tra un sistema all’altro.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Nel sistema a ripartizione si capitalizza al tasso 1 + n. Tuttavia, si può sostituire il tasso di


crescita della popolazione (n) con quello del PIL (g). La correlazione infatti è pari a 1 (la
macroeconomia aggrega i redditi dei propri cittadini e utilizza la crescita della popolazione
come parametro per misurare la crescita del PIL). Si può fare quindi un confronto di natura
economica (g e r sono due variabili economiche) e valutare se g è maggiore, minore o
uguale a r e quindi valutare quale regime garantisce una prestazione maggiore.
La pensione pro capite a capitalizzazione è maggiore della pensione pro capite a
ripartizione se r è maggiore di g. Viceversa, la pensione pro capite a ripartizione è
maggiore della pensione pro capite a capitalizzazione se g è maggiore di r.
In un sistema a capitalizzazione i versamenti potrebbero non bastare a pagare le
prestazioni a causa dell'aumento della speranza di vita. La speranza di vita incide infatti
sulla variabile fondamentale dell'età e modifica l'equilibrio nel sistema a capitalizzazione:
colui che negli anni '50 ha contribuito al sistema pensionistico aveva dei parametri che
consideravano una speranza di vita di 70 anni, ma quando va in pensione la speranza di vita
aumenta a 90 anni. Quindi chi paga i 20 anni in più di pensione? Occorre anche in questo
l'intervento dello Stato che agirà per cassa (come nel sistema a ripartizione).

Nel sistema a ripartizione l’intervento dello Stato è invece abbastanza ovvio, perché lo
Stato deve intervenire per cassa redistribuendo altre entrate, nel caso in cui le entrate non
siano sufficienti a pagare le prestazioni pensionistiche.
Perché scegliere un sistema o un altro?
Il sistema a capitalizzazione si basa sulla proprietà di credito, asset e collaterali che
possono essere capitalizzati. Infatti, un fondo pensioni deve accumulare nei decenni una
certa quantità di asset che vadano capitalizzati a rischio basso per pagare queste
prestazioni (azioni privilegiate, obbligazioni non mezzaline) perché la restituzione del
capitale da parte del fondo pensioni è obbligatorio. Infatti, non è un investimento a rischio.

Nel sistema a ripartizione invece ci si basa su leggi dello Stato che danno diritto a
trasferimenti pubblici e, quindi, a movimenti di cassa (può anche non esserci
capitalizzazioni di nessun genere). Laddove vi fosse uno sbilanciamento sono previsti
prelievi coattivi. Lo Stato può raccogliere risorse per pagare le pensioni e i cittadini non
possono opporsi.

Il TIR è nel PSC uguale a r, e nel PSR uguale a n


Quali sono gli shock tipici che hanno un certo impatto sul sistema previdenziale?
Shock tipici del sistema a ripartizione sono la produttività, l'occupazione, la natalità e la
mortalità e quindi in generale la distribuzione per classi di età della popolazione nei vari
anni (se uno di questi fattori diminuisce l'intero sistema entra in crisi). Ad oggi la natalità è
di 1.34 al di sotto di 2, mentre negli anni 50 era di 4. Ciò significa che la popolazione a lungo
andare diminuirà (1,34 figli per ogni 2 persone).

Oltre all’aspetto demografico, è importante considerare l’aspetto della produttività. Ci sono


infatti dei casi in cui un crollo del PIL dovuto alla produttività crea dei problemi per il
sistema pensionistico a ripartizione.

Ad oggi c’è troppo poca natalità e troppo poca mortalità. Inoltre, gli over 75 sono donne, e
questo modifica l’equilibrio perché le donne percepiscono in media la metà delle pensioni
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

rispetto agli uomini. Se nella forza lavoro le donne sono sottooccupate questo crea un
problema prospettico, perché significa che stanno pesando meno di quanto dovrebbero e il
venire meno di questo squilibrio potrebbe portare grandi difficoltà a sostenere le pensioni
di prossimi 25 anni.

Gli effetti delle modificazioni demografiche sono sintetizzate dall'indice di dipendenza,


ovvero dal rapporto tra pensionati e forza lavoro.

I rischi tipici del sistema a capitalizzazione sono legati a fluttuazione dei tassi di interesse
reali, inflazione (una lunga inflazione può abbattere il valore finale dei contributi
pensionistici) e crisi finanziarie.
La capitalizzazione è preferibile se il tasso reale supera il tasso di crescita del PIL (si
auspica di garantire una prestazione pensionistica maggiore).

Se vogliamo passare da un sistema di ripartizione a uno a capitalizzazione dobbiamo


immaginare un lungo periodo di transizione, lungo almeno 25 anni. Questo perché i due
sistemi hanno un impatto molto diverso a livello di spesa pubblica e anche perché il fatto
che le spese per la previdenza passino dall'essere gestite dallo Stato all'essere gestite dal
singolo lavoratore produce un enorme aumento di responsabilità degli individui: il singolo
deve capire che se non contribuisce non vi sarà più nessuna forma di assistenza da parte
dello Stato (non esisterebbe più la pensione ufficiale, ovvero quella riconosciuta a chi non
ha mai versato i contributi). Ci sono infatti persone che rimangono schiacciate nei due
regimi.

Abbiamo all’interno del sistema italiano (di ripartizione) abbiamo due sistemi di calcolo
della pensione:

• contributivo: questo calcolo può essere svolto in base a quanto il lavoratore ha


versato durante l’arco della sua vita lavorativa. Questo può portare ad un equivoco,
perché assume i contorni del sistema PSC: tuttavia, questo calcolo riguarda la
prestazione singola e non determina il monte pensioni. Deve esserci una stretta
corrispondenza tra contributi e pensione percepita, quindi l’ammontare percepito
sarà calcolato tenendo conto di questo. Come si fa ad avere una pensione alta?
Versare di più dell’obbligatorio, oppure versare per un periodo più lungo del minimo
(20 anni), perché la pensione finale si avvicini quanto più possibile all’ultimo salario
• retributivo: in base a quanto si è percepito con il salario ultimo percepito. Ci sono
dei parametri fondamentali: un tasso di rendimento forfettario del 2%, un numero di
anni di versamento minimo (15-20 anni), e l’ammontare di riferimento ovvero
l’ultimo stipendio percepito oppure la media degli ultimi 3.

Come si calcola in Italia? L’Italia è un sistema PSR. Dal momento che l’Italia cresceva
molto, e quindi la sostenibilità delle pensioni era alta, si adottò un sistema retributivo
(ultimo stipendio percepito). Negli anni 90 comincia ad invertirsi la crescita, e c’era uno
sbilanciamento della previdenza in quanto la popolazione cominciò a essere formata da più
anziani e meno giovani. Quindi il governo tecnico, con il Ministro del Lavoro Lamberto Dini,
ha messo in piedi una riforma della previdenza, varata nel 94 e operativa dal 2015, per
rispettare i 20 anni necessari al passaggio.

Si passa dal sistema retributivo al sistema contributivo. In sostanza il calcolo della


pensione è uguale al sistema a capitalizzazione (SPC). Per questo spesso c’è confusione. Si
prendono i versamenti, si capitalizzano per 1+r con una serie di aggiustamenti, per far sì
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

che l’assegno della pensione sia un assegno importante. Siamo però sempre nel sistema
della ripartizione, quindi possono accadere degli shock tali per cui lo Stato deve coprire il
bilancio.

Vengono introdotte una serie importanti di modifiche: non è l’ultima retribuzione che
determina la pensione, ma servono una serie di versamenti che giustificano la pensione,
altrimenti o si ritrova con un assegno bassissimo o in alternativa viene negata la pensione.
Bisogna contribuire per almeno 20 anni, altrimenti non si ha pensione. Bisogna poi
rivalutare ogni anno il monte di contributi versati in base al variazione media del PIL (tasso
g), e si ottiene il montante contributivo che viene moltiplicato per il coefficiente di
trasformazione.

In riferimento a quest'ultimo importante fu la riforma Fornero che inserì un meccanismo di


trasformazione automatica, eliminando la discrezionalità del Parlamento nella
determinazione del coefficiente: esso non viene più scelto del parlamento, ma dipende dalla
speranza di vita. In sostanza se la popolazione sta meglio il coefficiente si abbassa e quindi
occorre lavorare di più (la variabile diventa endogena).

Quindi aumenta la pensione se aumenta:

• tasso di crescita del PIL


• salari
• anni di contributi
• tasso d ‘interesse
Diminuisce invece quando:

• aumenta la inflazione

Perché fu fatta la riforma Dini? Per un problema di sostenibilità finanziaria. Le pensioni


sono una assicurazione aleatoria. Siamo sicuri di ricevere la pensione? No, perché se
moriamo prima non la incassiamo. In altri casi invece, si rischiava in sostanza che alcune
persone che vivevano più a lungo potessero ricevere la pensione in misura eccessiva e per
tale motivo il coefficiente di trasformazione è stato legato alla speranza di vita media.

A partire dal 2019 vi è stata da parte del governo Conte 1 una modifica del requisito
previdenziale. L'obiettivo è stato quello di reintrodurre un meccanismo che derogasse al
sistema automatico introdotto dalla Fornero (che aveva sollevate molte contestazioni e
antipatie). Nello specifico la riforma ha previsto fino al 2021 la reintroduzione della così
detta "quota 100". Il valore 100 è dato dalla somma degli anni anagrafici, che non possono
essere meno di 62, più gli anni di contributi: ciò significa che per andare in pensione si deve
avere almeno 62 anni (principio inderogabile) e si devono aver versato contributi almeno
per 38 anni.
Il passaggio da un sistema retributivo ad uno contributivo comporta che è necessario che
aumenti una responsabilità nei confronti del proprio futuro da parte del lavoratore. La
responsabilità finanziaria è totalmente sulle spalle del lavoratore, dal momento che viene
costretto a farsi carico da solo della costruzione (seppur parziale) della propria pensione.

La questione della responsabilità si può notare nel fatto che se una persona ha lavorato
per un’intera vita versando i contributi regolarmente, noterà che fino a 1/3 del suo stipendio
non viene traslato all’interno della pensione. Dovrà trovare dei modi alternativi per potersi
garantire un determinato livello di reddito anche in età pensionabile.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Non c’è nessun intervento del settore finanziario, e dunque la penalità della quota 100 è che
se applicata prevede l'ottenimento di una pensione povera. Per ovviare a questo problema
sarebbe possibile versare quote maggiori a un fondo volontario (pensare di lavorare oltre i
62 anni è complicato). In tal modo all'aumento dei contributi corrisponderà un incremento
della retribuzione pensionistica. Tutto ciò che viene versato al fondo volontario è deducibile
da parte di chi versa. Non può tuttavia dedurlo qualcun altro al suo posto.

NOTA: Ci sono regole previdenziali diverse a seconda se si rientra ad esempio in categorie


di lavoratori particolari, oppure se si è lavoratori autonomi o dipendenti (pubblici o privati).
NOTA: Quando è bene iniziare a versare per il fondo pensione? Si può fare a partire già da
una giovane età, perché conoscendo le regole della capitalizzazione, 100 euro versati oggi
sono molti di più quando saremo anziani.
Ultima considerazione: se un lavoratore versa la previdenza obbligatoria (all’INPS) e
questo muore un giorno prima del primo versamento di lavoratore, il sistema previdenziale
si trattiene l’intera somma. Con la previdenza volontaria, questo non è vero. Infatti, io
volontariamente ho versato, e quindi posso liberamente dire che in caso di decesso la
pensione venga devoluta ai parenti, amici, ecc.

NOTA: I contributi versati dal cittadino possono essere sia monetari che figurativi. Un
esempio di questi ultimi è il riscatto degli anni di studio che può servire per contribuire
all’ammontare degli anni di anzianità.
NOTA: la responsabilità è stata introdotta già con Dini, e in seguito venne ritoccata dalle
ultime riforme
NOTA: se una persona è in pensione per almeno 15 anni in media ha già percepito più di
quanto ha versato durante la sua vita lavorativa. Questo perché i contributi sono circa il
30% dello stipendio.

ESERCITAZIONE SULLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI


Esercitazione su dichiarazione dei redditi delle persone fisiche

Divideremo l'esercitazione in 5 punti:

1. Le tipologie di redditi (ripasso);


2. L’accertamento e il principio dell’autodichiarazione (cenni);
3. I modelli dichiarativi;
4. Le fasi per la predisposizione e la trasmissione della dichiarazione;
5. Un caso pratico.

Ci concentriamo sui redditi soggetti a tassazione IRPEF:

• Redditi fondiari (possesso di terreni e fabbricati);


• Redditi di capitale (ad es. interessi, utili da partecipazione a società);
• Redditi di lavoro dipendente (compresi i redditi assimilati: pensioni, compensi
amministratori, assegni di mantenimento all’ex coniuge, ecc.);
• Redditi di lavoro autonomo (compresi diritti di sfruttamento delle opere
dell’ingegno);
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

• Redditi di impresa creati in forma individuale (escludiamo l'IRES);


• Redditi diversi (ad es. attività commerciali e di lavoro autonomo non esercitate
abitualmente, plusvalenze cessione immobili entro i cinque anni, vincite lotterie,
redditi degli immobili situati all’estero).

Nota: Esistono dei casi molto rari di redditi che non rientrano in nessuna di queste
categorie.

Un modello dichiarativo ripercorre tutte queste categorie di reddito e ne fa un cumulo,


calcolandone l'imposta.

REDDITI SOGGETTI A RITENUTA

Il DPR n. 600/1973 prevede l’assoggettamento di molte tipologie di redditi a ritenute alla


fonte. Assoggettare il reddito a ritenuta significa che una parte del reddito viene trattenuta
dal datore di lavoro che verserà per conto del lavoratore una quota d'acconto all'erario. Le
ritenute possono essere:

A titolo di acconto: ritenute sul reddito da lavoro dipendente (buste paga) e lavoro
autonomo. Immaginiamo di avere un reddito di 30.000 lordo. Ogni mese il datore darà al
lavoratore meno di 1/12 di 30.000 perché una parte viene versata direttamente allo Stato,
sia in quanto imposte che in quanto contributi previdenziali. Quando si farà la dichiarazione,
dal computo dell'imposta sarà necessario scalare quanto già versato per conto del
lavoratore dal suo datore. In questo caso il datore assume il ruolo di sostituto di imposta.
Nella dichiarazione il dipendente andrà ad inserire il suo stipendio lordo, e tutte le
certificazioni delle ritenute già operate, che potrò andare a scalare. La certificazione è da
parte del datore, in cui questo dichiara che ha versato una parte dello stipendio all’erario.

A titolo di imposta: riguarda gli interessi bancari non in regime d'impresa e i diritti di
sfruttamento di opere d'ingegno percepiti dai soggetti non residenti. Ipotizziamo di avere un
conto corrente aperto su cui depositiamo 100€. Su tale valore maturano interessi per 10. Gli
interessi accreditatici saranno 10 meno una data aliquota del 26%. Lo Stato si accontenta di
tale cifra per cui i 10€ di interessi non devono essere inseriti in dichiarazione.

ACCERTAMENTO E DICHIARAZIONE

Il nostro legislatore ha deciso di attribuire al singolo contribuente l'onere di dichiarare i


propri redditi riservandosi il potere di fare i dovuti accertamenti. Ciò significa che lo Stato
chiede al contribuente di fare la dichiarazione e si occupa successivamente
dell'accertamento. Un'altra strada poteva essere quella di seguire il principio delle
precompilate: lo Stato conosce a priori il reddito del cittadino e si sostituisce ad esso nella
dichiarazione dei redditi.

Ad oggi in Italia vige il principio dell'autodichiarazione anche se si sta tendendo verso il


secondo metodo. Ci sono controlli automatici (effettuati su tutti i contribuenti) in cui
l’agenzia delle entrate verifica le dichiarazioni, e controlla se gli F24 corrispondono, e se i
calcoli sono corretti, queste verifiche non richiedono l’impiego di persone
dell’amministrazione finanziaria, perché sono controlli automatici. I controlli di studi del
settore, oggi chiamati indici di affidabilità fiscale si applicano ai soggetti d’impresa.
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MODELLI DICHIARATIVI

Le dichiarazioni dei redditi Irpef possono essere presentate su due tipologie di Modelli
dichiarativi, messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate:

• Modello 730. È il modello tipicamente utilizzato da lavoratori dipendenti e


pensionati. Consente la liquidazione dell’imposta (e delle addizionali) a conguaglio
ad opera del sostituto d’imposta, direttamente in busta paga. Negli ultimi anni
l’Amministrazione Finanziaria sta puntando con forza sul cd. “730 precompilato ”;
non può accogliere tutte le tipologie di reddito (ad esempio il reddito da lavoro
autonomo o d’impresa non sono presenti)
• Modello Unico (o modello redditi). Si tratta di un modello più articolato, che si
conclude con la liquidazione dell’imposta (e delle addizionali) dovuta o a credito. E’
obbligatorio in presenza di redditi di impresa e di lavoro autonomo non occasionale.
Può contenere anche la Dichiarazione Iva e gli altri modelli creati per il controllo
(studi di settore, parametri). La differenza con il 730 è nella modalità di versamento
dell’imposta.

La grande differenza è che il modello 730 non accoglie alcune tipologie di redditi e quindi
non tutti i contribuenti possono farlo. Se sono un lavoratore dipendente e oltre ad avere un
reddito da lavoratore dipendente, ho un reddito da locazione posso fare il 730 e ho il
vantaggio che la liquidazione dell'imposta o l'eventuale credito viene liquidato in busta paga
(il datore o trattiene il debito d'imposta o eroga in busta paga il credito).

Se si ha un reddito d'impresa invece non si può fare il 730 e si dovrà seguire il Modello
Redditi che include tutte le tipologie di reddito. In questo caso non si potrà usufruire del
datore di lavoro per la liquidazione del credito o del debito d'imposta (svantaggio).

ADDIZIONALI

Le addizionali sono imposte ulteriori all'IRPEF che il contribuente deve erogare a enti locali
e a comune. Il comune in cui si paga di più è Roma. La base imponibile è la medesima
dell’Irpef. Ciascun Ente locale ha il diritto di stabilire l’aliquota e le eventuali soglie di
esenzione entro i limiti stabiliti dalla legge statale:

• 0,8% per le addizionali comunali (salvo deroghe di legge, come ad esempio quella
concessa al Comune di Roma: 0,9%);
• 3,33% per le addizionali regionali (aliquota di base: 1,23%).

FASI PER LA PREDISPOSIZIONE DELLA DICHIARAZIONE

Le fasi per la predisposizione della dichiarazione dipendono dalla tipologia di reddito. Se


siamo percettori di redditi d'impresa e di lavoro autonomo dovremo avere uno strumento di
contabilità (strumento principe per la dichiarazione, perché per le imprese è obbligatorio
fare dichiarazioni usando strumenti di contabilità). Vi è poi la raccolta della
documentazione che riguarda ad esempio scontrini della farmacia, bonifici per
ristrutturazione e così via, ovvero tutta una serie di documentazione (in genere si tratta di
oneri) che servono al contribuente per fare la dichiarazione. Si individuano poi i redditi da
inserire in dichiarazione, si calcolano deduzioni e detrazione, si calcola il RN imponibile, si
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

applicano le aliquote a scaglioni IRPEF, si determinano eventuali crediti d'imposta e


ritenute subite, si liquida l'imposta e infine avviene la trasmissione telematica.

Nel prosieguo dell’esercitazione si far à riferimento alla predisposizione di un Modello


Unico, in quanto più “completo” rispetto al Modello 730.

Il Modello Unico ripercorre i principali passaggi attraverso i quali si predispone la


dichiarazione dei redditi. Esso è suddiviso in quadri, ciascuno dei quali accoglie una
tipologia di reddito o di onere deducibile/detraibile, oltre ai due quadri “conclusivi ” delle
liquidazioni dell’imposta e delle addizionali (quadri RN e RV) e degli eventuali crediti
(quadro RX). Ai fini del monitoraggio fiscale, infine, occorre riportare le attività e gli
investimenti (immobili, attività, ecc.) detenuti all’estero all’interno del quadro RW.

LA FASE DELLA DOCUMENTAZIONE

Dopo aver raccolto tutta la documentazione, la prima operazione da fare è un riepilogo dei
redditi percepiti dal Contribuente nell’anno fiscale. Per i redditi di lavoro dipendente (e
assimilati) e di pensione i soggetti che erogano le somme (i cd. "sostituti d’imposta") sono
tenuti a consegnare al Contribuente un prospetto riepilogativo dei redditi, delle ritenute
operate e delle altre informazioni necessarie: la Certificazione Unica.

Nel caso di redditi da lavoro autonomo si possono avere due tipologie di clienti:

• Società (es: consulenza fatta all'ENEL): le società operano come sostituti d'imposta
(perché è un’impresa). Enel ad esempio applicherà la ritenuta sull'imposta e quindi
si riceverà solo una parte della parcella. Ricevo le Certificazioni Uniche solo dai
miei clienti che operano come sostituti d’imposta.
• Persona fisica che non opera come sostituto d'imposta (quando si chiede la parcella
questa viene pagata per intero). Nel caso in cui faccio una consulenza alla signora
Maria infatti, lei non opererà da sostituto d’imposta, e mi darà l’intera somma.

Il flusso informativo che arriva all'Agenzia delle Entrate è formato principalmente da:

• Flusso delle imprese (principale): costituito dai datori di lavoro che erogano il
reddito da lavoro dipendente e dal lavoro autonomo;
• Dati del catasto;
• Dati del registro (es: redditi di locazione)

Tutti questi dati vengono confrontati dall'Agenzia delle Entrate nella fase d'accertamento.

DIFFERENZA TRA DEDUZIONI E DETRAZIONI

Le deduzioni si applicano sul reddito lordo, mentre le detrazioni si applicano sull'imposta


lorda.

Vi è un effetto del meccanismo della deduzione che avvantaggia i redditi più alti perché
sono quelli con aliquota marginale più alta. Ad esempio, la deduzione per gli interessi del
mutuo: il contribuente 1 ha 20 000 di reddito, e il contribuente 2 ha 80 000 di reddito. Una
deduzione di 3000 va ad abbattere il reddito che si trova in uno scaglione più alto.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Altro problema riguarda la detrazione quando si ha a che fare con soggetti incapienti e
prevede che in alcuni casi non si possa godere a pieno di essa: non è possibile avere un
credito per detrazione che superi il proprio reddito imponibile. In sostanza se si ha una
detrazione di 3.000 e un reddito imponibile di 2.760, la differenza non costituisce credito per
il contribuente.

LE FASI DELL'IMPONIBILE, DEGLI SCAGLIONI E DELLA LIQUIDAZIONE

Una volta quantificati i redditi e gli oneri deducibili, è possibile determinare il reddito netto
quale sommatoria a cui applicare le aliquote a scaglioni per ricavare l’imposta lorda.
Dall’imposta lorda vengono sottratte le detrazioni per ricavare l’imposta netta. Per giungere
infine al debito (o credito) d’imposta finale, occorre poi tener conto di eventuali:

• crediti di imposta;
• ritenute subite: applicate dal datore di lavoro in busta paga;
• acconti versati nel corso dell'anno.

Alla fine del processo si può avere un credito o un debito.

La liquidazione dell’imposta rappresenta il risultato finale dell’intero procedimento con il


quale, come si è visto, viene predisposta una dichiarazione dei redditi. Nel Modello Unico, la
liquidazione dell’imposta va riportata all’interno del quadro RN.

MODELLO F24

Questo risultato finale si traduce nell’elaborazione dei Modelli F24 attraverso i quali il
contribuente verserà quanto dovuto. A ogni imposta corrisponde un certo codice tributo
che permette all'agenzia di conoscere esattamente quanto versato dal contribuente.

Di seguito vengono riportate le scadenze fissate per i versamenti:

• 30 giugno dell’anno in corso: 1° acconto (40% del totale degli acconti dovuti),
rateizzabile:
• 30 novembre dell’anno in corso: 2° acconto (60% del totale degli acconti dovuti);
• 30 giugno dell’anno successivo: saldo.

Gli acconti vengono calcolati sulla base del debito dell'anno precedente (inclusivo dei
relativi acconti). Quindi se lo scorso anno si è avuto un debito finale di 10.000€ il 30 Giugno
dell'anno successivo si possono versare in misura preventiva 4.000€ e il 30 Novembre gli
ulteriori 6.000. A fine anno se l'imposta netta al netto dei crediti d'imposta e delle ritenute è
superiore a 10.000 si avrà un ulteriore debito finale nei confronti dello Stato, mentre in caso
contrario si vanterà un credito.

CASO PRATICO

Sia dato il caso di un contribuente che nel corso del 2015 abbia avuto la seguente
situazione. Per semplificare, terremo conto solo dell’Irpef e non delle addizionali regionale
e comunale.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

TERRENI E FABBRICATI

• 1° casa;
• 2° casa data in locazione.

REDDITI

• Fabbricati (locazione): euro 18.000;


• Lavoro dipendente: euro 24.000; ritenute per euro 5.880;
• Lavoro autonomo: compensi per euro 50.000, oneri per euro 3.500, ritenute subite
per euro 3.000

Nota: rispetto al totale del compenso le ritenute sembrano basse. Questo può essere
dovuto al fatto che alcuni clienti del contribuente non sono sostituti d'imposta.

ONERI

• Spese mediche per euro 1.000;


• Interessi mutuo ipotecario: euro 5.000;
• Contributi versati alla Cassa di previdenza: euro 6.000;
• Assegni di mantenimento all’ex coniuge: euro 9.600.

ACCONTI

• Per l’anno di imposta, versati già acconti per euro 13.000.

REDDITI DA FABBRICATI

Per i redditi da fabbricati si ha la rendita catastale per la prima abitazione rivalutata del 5%.
L'immobile valeva 1.000. In seguito alla rivalutazione il reddito complessivo sarà 1.050. Si ha
inoltre un reddito di locazione da 18.000 imponibile al 95% (quindi 17 100). Il totale del
reddito da fabbricati sarà quindi 18.150.

Nota: in tale riquadro non devono essere inseriti i redditi legati alla locazione da cedolare
secca in quanto essa è un'imposta sostitutiva e non rientra nei redditi IRPEF.

Il quadro RB accoglie i dati riferibili ai redditi dei fabbricati.

I REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE

Tali redditi sono inseriti nel quadro RC. Il reddito lordo del contribuente è pari a 24.000€.
Tale dato è stato preso dalla certificazione ed è già posseduto dall'Agenzia delle Entrate
perché a febbraio il datore di lavoro già gliel'ha comunicato.

Vi sono poi le ritenute IRPEF prese sempre dalla certificazione.


EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

I REDDITI DA LAVORO AUTONOMO

Tali redditi sono inseriti nel quadro RE. Nel corso del 2015, il nostro Contribuente, che
esercita attività di lavoro autonomo non occasionale, ha percepito compensi per euro
50.000, in relazione ai quali gli sono state applicate ritenute per euro 3.000. Gli oneri
deducibili dell’anno ammontano a euro 3.500 (es: locazione dello studio). Nella liquidazione
si inseriranno i 46.500 che si sommeranno ai redditi precedenti e i 3.000 che si
sommeranno alle ritenute sul rapporto da lavoro dipendente.

NOTA: con la flat tax, si opera in un regime forfettario al verificarsi di certi requisiti, il mio
reddito è assoggettato ad un’imposta sostitutiva del 15%. Andando ad operare in tale
regime, non opererei nel riquadro RE, ma opererei in un riquadro separato, in cui si
dichiara tale reddito ma senza imputarlo ad IRPEF.

Tutti questi quadri confluiscono quindi nel quadro della liquidazione vera e propria

STUDI DI SETTORE

Esistono vari livelli di accertamento e tra i più utilizzati in passato ci sono stati i famosi
studi di settore. Essi sono dei modelli da allegare alla dichiarazione in cui il contribuente ha
l'onere di indicare tutta una serie di valori contabili ed extracontabili che, inseriti all'interno
di un meccanismo di calcolo stabilito dall'Agenzia delle Entrate studiato settore per settore
e differenziato a seconda dell'area geografica, andavano a considerare i compensi indicati
dal contribuente e se ne verificava la coerenza. Se essa non veniva considerata rispettata
la differenza tra dichiarato ed effettivo veniva dichiarato come somma in nero e richiesto al
contribuente. Il meccanismo serviva dunque a considerare la % di evasione, ovvero la
differenza tra dichiarato ed effettivo da pagare. Nell'applicazione pratica lo strumento è
stato utilizzato in maniera distorta e la giurisprudenza ne ha depotenziato la portato fino a
renderlo inefficace. Sono stati quindi riconvertiti nel 2018 in indici sintetici di affidabilità
fiscale (ISA), che utilizzano altre tipologie di calcolo, ma hanno sempre lo stesso scopo. Tali
indici sono stati e sono tutt'ora soggetti a critiche importanti e prevedono che al
contribuente (esercente di attività d'impresa o lavoratore autonomo) viene assegnato un
voto in pagella da 1 a 10 in base a criteri ancora poco chiari. Se si ha un voto basso in
pagella, si è molto più a rischio di controlli analitici da parte dell’Agenzia delle Entrate.

ONERI DEDUCIBILI E DETRAIBILI

Gli oneri detraibili e deducibili vengono inseriti nel quadro RP. Il numero di oneri detraibili e
deducibili è sconfinato.

Nel corso del 2015, il nostro Contribuente ha sostenuto i seguenti oneri detraibili:

• Spese mediche per euro 1.000: detraibili al 19% al netto di una franchigia di euro
129,11 (l'onere detraibile sarà quindi pari a 1.000-129,11=870,89);
• Interessi su mutuo ipotecario per acquisto 1° abitazione per euro 5.000: detraibili al
19% nel limite di spesa di euro 4.000 (l'onere detraibile sarà quindi pari a 4.000).

NOTA: sono due delle possibilità di oneri detraibili tra i più comuni tra i tanti esistenti.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Gli oneri deducibili sono i seguenti:

• Contributi versati alla Cassa di Previdenza di settore per euro 6.000;


• Assegno di mantenimento versato all’ex coniuge per euro 9.600.

NOTA: la prima casa è interamente deducibile.

LA LIQUIDAZIONE DELL'IRPEF

La liquidazione dell’imposta avviene applicando, come detto, le aliquote a scaglioni alla


sommatoria dei redditi e degli oneri deducibili, ottenendo in tal modo l’imposta lorda e,
tenendo conto delle detrazioni, l’imposta netta. Considerando i crediti d’imposta, le ritenute
e gli acconti versati si giunge al debito (credito) Irpef finale. Il quadro RN accoglie la
liquidazione dell'IRPEF.

REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE 24.000,00 € +


REDDITI DA LAVORO AUTONOMO 46.500,00 € +
REDDITO DA FABBRICATI 18.150,00 € =
TOTALE REDDITI 88.650,00 € -
DEDUZIONE PRIMO IMMOBILE 1.050,00 € -
CONTRIBUTI CASSA PREVIDENZA 6.000,00 € -
ASSEGNI DI MANTENIMENTO 9.600,00 € =
TOTALE IMPONIBILE 72.000,00 €
→ IMPOSTA LORDA (SCAGLIONI IRPEF) 24.190,00 € -
DETRAZIONE SPESE MEDICHE (19%) 165,47 € -
DETRAZIONE MUTUO IPOTECARIO (19%) 760,00 € =
IMPOSTA NETTA 23.264,53 € -
RITENUTE LAVORO DIPENDENTE 5.880,00 € -
RITENUTE LAVORO AUTONOMO 3.000,00 € -
ACCONTI GIA' VERSATI 13.000,00 € =
TOTALE DA VERSARE 1.384,53 €

NOTA: gli acconti sono fatti in modo previsionale, in base all’anno precedente.

TRASMISSIONE TELEMATICA

Tramite un software messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate (servizio telematico


Entrate), il Contribuente oppure, nella maggior parte dei casi, l’intermediario abilitato
trasmette il file telematico contenente la dichiarazione, dopo averlo dapprima sottoposto a
un controllo di conformità e in seguito autenticato. Successivamente all’invio, è possibile
scaricare la "comunicazione di avvenuto ricevimento" ex art. 3, comma 10, DPR n. 322/1998,
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che riporta sinteticamente i principali dati della dichiarazione (reddito complessivo,


imposta netta, imposta a credito o a debito).

AMMINISTRAZIONE PUBBLICA
Per analizzare il conto economico e il conto di cassa del settore pubblico e quindi tutti i
documenti di finanza pubblica (DEF, legge di bilancio ecc.), è opportuno definire che cosa si
intende per amministrazione pubblica.

La definizione di amministrazione pubblica è quella che effettua l'ISTAT assieme all'UE in


modo tale che tutti gli Stati membri possano definire allo stesso modo la PA e, quindi,
possano calcolare allo stesso modo gli aggregati di finanza pubblica. Amministrazione
pubblica sono le unità istituzionali che agiscono da produttori di beni e di servizi non
destinabili alla vendita la cui produzione è destinata a consumi collettivi e individuali, che
sono finanziate da versamenti obbligatori, effettuati da unità appartenenti ad altri settori;
nonché da unità istituzionali, la cui funzione principale consiste nella redistribuzione della
ricchezza di un Paese.
Per unità istituzionale intendiamo un'entità economica caratterizzata da autonomia di
decisione nell'esercizio della propria funzione principale; quindi indipendentemente dalla
natura giuridica dell'unità stessa, questa deve avere autonomia funzionale.

I beni e servizi che producono non devono essere destinabili alla vendita. Esistono due
criteri per definire cosa intendiamo con "non destinabili alla vendita":

• Analisi delle condizioni di concorrenzialità del mercato: analisi qualitativa di come


l'unità istituzionale opera sul mercato (domanda/offerta).
• Test market/non market (molto più importante): riguarda il prezzo di produzione e
di vendita. Generalmente o è assente il prezzo di vendita, oppure questo è inferiore
al costo di produzione (in genere la quota è il 50% del costo di produzione). Si
produce quindi in perdita.

Questi beni e servizi devono essere destinati ai consumi finali, che a seconda della loro
destinazione sono collettivi o individuali. Esistono dei beni che sono indivisibili (es:
sicurezza e difesa) e che si caratterizzano per il fatto di essere collettivi; consumo
individuale invece si ha per esempio nella sanità, ovvero in tutti quei servizi di cui il
cittadino usufruisce singolarmente.
Il costo di produzione di questi beni e servizi è sostenuto da altre attività istituzionali.

In alternativa a questa definizione vi sono le unità istituzionali che hanno come compito
quello di redistribuire reddito e ricchezza di un paese (ad esempio gli enti di previdenza).
Le amministrazioni pubbliche si suddividono in quattro categorie:

1. Amministrazioni centrali: amministrazioni pubbliche che hanno un ambito a livello


nazionale.
2. Amministrazioni di stati federati: hanno un'autonomia ibrida. Sono al di sotto del
livello nazionale, ma al di sopra di quello locale. Nel nostro Stato non esistono.
3. Amministrazioni locali: si tratta di regioni, città metropolitane e comuni (le province
non esistono più). Vi rientrano anche altre tipologie che sono le aziende sanitarie
locali e ospedaliere e gli enti economici locali.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Queste prime tre categorie rispondono al primo requisito (produzione di beni e servizi non
destinabili alla vendite la cui produzione è destinata a consumi collettivi e individuali, che
sono finanziate da versamenti obbligatori, effettuati da unità appartenenti ad altri settori)

4. Enti di previdenza ed assistenza sociale: costoro erogano prestazioni sociali in


forza di disposizione legislative, il cui contributo è coatto (obbligatorio) ed imposto
da un’altra unità istituzionale. Vi è dunque un obbligo a versare il contributo ed esse
utilizzano questo contributo per redistribuire la ricchezza del paese.

Questa categoria risponde al secondo requisito (unità istituzionali, la cui funzione principale
consiste nella redistribuzione della ricchezza di un Paese).

Quindi l'amministrazione pubblica è composta dalle amministrazioni centrali, locali e dagli


enti di previdenza (e dagli stati federati); questi tre assieme alle ex aziende autonome
formano il settore pubblico. Una sottocategoria del settore pubblico è il settore statale che
comprende una quota parte delle amministrazioni centrali e una quota parte delle ex
aziende autonome (ANAS, ferrovie, poste, monopoli ecc.). Queste ultime non avevano una
forma giuridica e invece oggi per la quasi totalità si sono trasformate, sono rimaste
controllate dallo Stato, ma hanno assunto una forma giuridica. Sono per la maggior parte
SPA, tutte sono generalmente quotate nel mercato regolamentato e alcune di esse
ricevono ancora dei contributi statali. Ciò significa che producono beni e servizi destinabili
alla vendita, ma di cui, in quota parte, il costo di produzione è coperto da un contributo
pubblico e, quindi, il prezzo di vendita è inferiore al prezzo di mercato benché superiore al
costo di produzione.

CONTO DI CASSA E CONTO ECONOMICO


Si hanno due conti delle amministrazioni pubbliche: un conto di cassa e un conto
economico. Il primo segue il principio di cassa, il secondo di competenza economica.

Il bilancio dello Stato è redatto sia secondo il principio di competenza economica che il
principio di cassa.

Il conto di cassa del settore statale calcola, secondo il principio di cassa, il fabbisogno del
settore statale; mentre il conto di cassa del settore pubblico calcola, sempre secondo il
principio di cassa, il fabbisogno del settore pubblico.
Cosa diversa invece dal conto economico: esso calcola l'indebitamento o accrescimento
netto, il conto di cassa calcola il saldo netto da finanziare.

CONTO ECONOMICO DELLA PA


È redatto secondo il principio della competenza economica salvo rarissime eccezioni. È
diviso in entrate e uscite, correnti ed in conto capitale. Si può anche dire ordinarie o
straordinarie. Nelle voci delle entrate avremo imposte dirette, indirette e contributi sociali
che sono le principali voci di entrata. Le imposte dirette e indirette sommate tra loro e
rapportate al PIL restituiscono la pressione tributaria. Se a queste due si sommano i
contributi sociali, si avrà la pressione fiscale.
I contributi sociali possono essere effettivi e figurativi. La differenza tra contributo sociali
effettivi e figurativi è che i primi sono quelli effettivamente versati (che transitano), mentre
i secondi sono a compensazione e servono a coprire delle prestazioni erogate a favore di
terzi senza però che questi abbiano versato un contributo. Quindi in quest'ultimo caso si
tratta dell'importo esatto delle prestazioni che si presume di erogare a favore di terzi per
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

assistenza sociale che non sono coperte da relativi contributi effettivi (es: contributi per
portatori di handicap).

Abbiamo poi le altre entrate in conto capitale che sono una tantum, ovvero che non si
presume di incassare annualmente con regolarità o con periodicità. Rientrano nella voce
straordinaria.

Di contro tra le spese, oltre al reddito da lavoro dipendente, abbiamo i consumi intermedi.
Questi differiscono dai consumi finali, che sono quelli erogati direttamente al cittadino. Il
consumo intermedio è invece la PA che acquista un bene o servizi, lo trasforma e lo rende
fruibile al cittadino, quindi ovviamente deve sostenere un costo che è il prezzo d'acquisto e
che viene inscritto come consumo intermedio.

Poi ci sono le prestazioni sociali in denaro (sussidi a disoccupazione, pensioni, sussidi a


handicap) o in natura (personale per assistere un diversamente abile).

Redditi di lavoro dipendente, consumi intermedi e prestazioni sociali creano i consumi


finali, che a loro volta sono suddivisibili in individuali (es: sanità) e collettivi (es: difesa).

Poi abbiamo una voce rilevante nel conto economico che sono gli interessi pagati sul debito
pubblico. Tale voce si scomputa quando si va a calcolare un aggregato di finanza pubblica.

Vi sono poi due voci: contributi alla produzione (in conto corrente) e contributi agli
investimenti (in conto capitale). I contributi alla produzione (es: trasporto regionale) sono in
realtà trasferimenti alla produzione (non veri e propri contributi), ovvero si tende a
trasferire risorse economiche al comparto pubblico (o molto spesso al privato) al fine di:
• Coprire i costi di produzione, se siamo nel comparto pubblico (niente margine);
• Coprire il differenziale col prezzo di mercato, se siamo nel comparto privato.

NOTA: se nel pubblico non bisogna fare margini, e quindi è importante giusto coprire i costi
di produzione, mentre nel privato è importante pareggiare con i contributi il prezzo di
mercato (inclusivo del margine)
NOTA: i contributi alla produzione sono contributi a fondo perduto

I contributi agli investimenti invece sono erogati dalla PA a privati a fronte di investimenti
pubblici (es: investimento relativo alla gestione delle autostrade, in cui abbiamo il prezzo
che paghiamo al casello, e inoltre ).

SALDI DI FINANZA PUBBLICA


I saldi di finanza pubblica si calcolano a partire dal conto economico e poi unendolo al
conto di cassa. Abbiamo visto che esistono entrate correnti e uscite correnti (ordinarie). La
differenza tra queste due voci restituisce il risparmio pubblico.

Il differenziale tra [entrate correnti + entrate in conto capitale] e [uscite correnti + uscite in
conto capitale] (quindi totale entrate - totale uscite) è l'indebitamento o (accreditamento)
netto. Fino a qui ci riferiamo al conto economico.

Questo è il saldo ai fini europei, quindi quando a livello europeo si calcolano le variabili, si
utilizza l'indebitamento o accreditamento netto.

Se da quest'ultimo scorporiamo la voce interessi (che è tra le spese correnti), otteniamo il


saldo primario. Positivo avremo un avanzo, negativo un disavanzo. Generalmente in Italia
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

abbiamo sempre un avanzo primario, ma gli interessi sono talmente elevati che una volta
contabilizzati determinano un indebitamento netto; quindi la maggior parte del nostro
sforamento con i vincoli di bilancio europei è indotto dalla quota interessi sul debito
pubblico.
Vi sono ora delle operazioni straordinarie di natura finanziaria che attengono a crediti,
debiti ed alienazione del patrimonio pubblico. Dobbiamo ora far riferimento al conto di
cassa che considera anche le operazioni finanziarie e otteniamo un ulteriore voce che è il
saldo netto da finanziare o da impiegare, anche detto fabbisogno del settore pubblico
ovvero la differenza tra entrate finale e spese finali contabilizzando però anche il rimborso
dei crediti e l'acquisto di attività finanziarie, quindi tutte le operazioni relative annualmente
alla chiusura dei titoli di Stato.
Esempio: Facciamo un esempio per capire bene il problema del ricorso al mercato. Il
ricorso al mercato è la differenza a livello contabile secondo il principio di cassa. Alla fine,
vedremo che si creano a livello di bilancio dei residui attivi (credito), passivi (debito). Si
usano entrambi i principi perché potrebbe crearsi un problema. Supponiamo che
quest'anno si abbiano 100 di entrate, ovvero 100 persone pagano 100 di tasse. Ognuno di
loro deve 1 allo Stato, ma è possibile che non tutti pagheranno: alcuni chiederanno
dilazione, altri lo pagheranno nel 2020, altri mai. Per competenza quindi lo Stato ha 1 da
ognuno nel 2019, ma per cassa non è così. Se si segue il principio della competenza
economica si avrà quindi un bilancio sballato. Considerare il principio di cassa consente di
sapere rispetto a quanto messo a preventivo, quanto si ha a consuntivo. Lo scostamento
dato dai mancati pagamenti però non permette di coprire tutte le uscite. Questo
differenziale viene coperto dall'emissioni di titoli di debito pubblico. Questi titoli hanno una
determinata scadenza (1 anno, 10 anni ecc.) e hanno un interesse. Lo Stato deve essere in
grado di rimborsare quindi sia il capitale che l'interesse. Nell'anno 2020 esso avrà però lo
stesso problema del 2019. se non si riesce ad aumentare le entrate o a diminuire le uscite
si avrà un ricorso al mercato sempre maggiore (cane che si morde la coda). Per sanarlo lo
Stato potrebbe cercare di ottenere un saldo di interesse sul mercato minore. La
contrazione di questa voce si traduce in una riduzione di debito perché l'interesse diventa
debito. Per ricorrere a ciò si può alienare patrimonio pubblico: le ex aziende autonome (es:
poste Italiane) si quotano e vengono cedute al mercato (per questo "ex"). La quotazione sul
mercato, la vendita di azioni sul mercato dell'azienda autonoma produce un'entrata,
derivante appunto da alienazione del patrimonio. Queste operazioni hanno natura
finanziaria.

La differenza tra entrate finanziarie e uscite finanziarie produce un differenziale. Questo


differenziale è il saldo netto, che è il differenziale dell'anno 2019. In tale anno però si
devono rimborsare anche i debiti dei titoli di Stato. Supponiamo non si sia in grado di
ripagare tutti i titoli di stato; il differenziale, sommato alla voce precedente (saldo netto),
determina il ricorso al mercato all'anno 2019. Quindi vi è una differenza di natura finanziaria
che è il saldo netto da finanziare, che è la differenza tra entrate e uscite straordinarie;
questo differenziale deve essere sommato a quello che nel medesimo anno è il
differenziale relativo alle operazioni di rimborso debiti (a meno che non si riesca a
rimborsare tutto il capitale e tutti gli interessi). Questo ricorso al mercato deve essere tale
da far pareggiare i conti e quindi pari alla differenza tra il saldo netto da finanziare e quello
che nel medesimo anno ho ottenuto tra accensione prestiti e rimborso prestiti.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

RESIDUI ED AGGREGATI
Il bilancio dello Stato è composto da uno stato di previsione per le entrate e tanti stati di
previsione di uscita quanti sono i ministeri con portafoglio (economia, difesa, interno, esteri
e così via).

Lo stato di previsione significa la previsione di entrata e di uscita per ogni singolo


ministero.
Vediamo lo stato di previsione per la spesa. Le risorse vengono:

• stanziate
• inscritte in bilancio
• impegnate
• liquidate
• ordinate e pagate
Mentre stanziamento ed impegno seguono il principio della competenza economica, il
pagamento segue il principio della cassa. Ciò significa che un'uscita viene stanziata nel
bilancio dello Stato, viene impegnata (quindi autorizzata) e poi segue un processo contabile
laborioso fino al pagamento che avviene qualche anno dopo.

Analogamente per le entrate abbiamo:

• l'accertamento (principio di competenza),


• la riscossione (principio di cassa).
• il versamento (principio di cassa).
La riscossione è centrale perché essa avviene in capo all'Agenzia delle entrate, ma
quest'ultima non significa ministero dell'economia e delle finanze (non è la tesoreria dello
Stato); quindi il processo che intercorre tra accertamento e versamento è quello che
intercorre tra contribuente che paga l'agenzia e l'agenzia che paga la tesoreria. Quindi a noi
interessa accertamento e versamento.
Può succedere che in un dato anno (2019) si sia effettuato un accertamento e quindi in capo
a un determinato soggetto (contribuente), è sorta un'obbligazione tributaria. Lo Stato in
questo caso è soggetto attivo e quindi creditore. Nel frattempo, il soggetto potrebbe pagare
l'agenzia delle entrate (riscossione) e questa a sua volta rimborsare la tesoreria
(versamento). Così come nasce, in questo caso, muore l'obbligazione tributaria tutta
nell'anno 2019. Il principio di cassa e di competenza si equivalgono perché accertamento,
riscossione e versamento sono avvenuti nello stesso momento.

Se questo non avvenisse questi momenti slitterebbero: nell'anno 2019 sorge l'obbligazione
tributaria (accertamento → competenza), ma non avviene o la riscossione o il versamento
(cassa) che viene posticipata agli anni successivi.

Lo Stato in questo caso è creditore, quindi si è configurato un così detto residuo attivo e si
porta contabilmente in bilancio di anno in anno un credito (residuo attivo) di importo pari a
questo differenziale, che è l'importo accertato, ma non versato.

Se quest'obbligazione non viene riscossa mai (non c'è né riscossione né versamento)


avremo una minore entrata (il principio di cassa non viene più soddisfatto). In questo caso
quindi si deve creare una correzione perché il credito non è più esigibile e quindi si deve
stornare contabilmente (si era portato a nuovo, ma ora deve essere cancellato).
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Cosa contraria avviene per quanto riguarda le uscite. In questo caso si ha uno
stanziamento-impegno che è il principio di competenza: viene inscritto in bilancio.
Successivamente dovrà essere liquidato, ordinato e infine pagato (principio di cassa).
Nel momento in cui nel 2019 si autorizza il ministero a impiegare i soldi, ma esso
successivamente non paga il creditore, è soddisfatto il principio di competenza, ma non
quello di cassa e si crea un debito definito residuo passivo, che viene portato a nuovo fin
quando i due momenti non coincideranno (verrà effettuato il pagamento).

Un caso molto particolare dei residui passivi è il residuo di stanziamento. Ciò significa che
la risorsa viene stanziata a bilancio, ma non è impegnata. La differenza tra stanziamento e
impegno significa che la risorsa è inscritta in bilancio, ma non si è configurata la figura del
creditore, cioè del soggetto che effettua la prestazione del bene o del servizio e che in
forza della quale deve essere soddisfatto il credito. Questo non produce né l'insorgere di un
principio di competenza, né di un principio di cassa, ma crea un'economia in quanto il
credito non è stato riscosso (non sorge l'obbligazione perché non sorge la prestazione
anche se questa è stata autorizzata). Quando si crea un'economia, la risorsa viene portata
a nuovo e stanziata per altri motivi.

Questi differenziali (residui attivi e passivi) vanno portati a nuovo e vanno a compensazione
gli uni con gli altri. Da un punto di vista semplicistico i debiti (residui passivi) devono essere
coperti finanziariamente. Quindi si devono coprire tramite entrate correnti o capitali o
entrate straordinarie o ricorso al mercato.

DOCUMENTI DI FINANZA PUBBLICA


1. Documento di economia e finanza: viene redatto entro il 10 Aprile di ogni anno e
viene successivamente inviato alla CE. Esso è composto da tre voci fondamentali:
• Programma di stabilità: documento inviato alla commissione europea per il
rispetto dei vincolo di bilancio europei.
• Analisi e tendenze di finanza pubblica: contiene il conto economico e il conto
di cassa della PA.
• Programma nazionale di riforma: serve ad esplicare le motivazioni per cui
non si deve incorrere a una procedura per deficit eccessivo.
2. Nota di aggiornamento: il documento di economia e finanza viene aggiornato
annualmente entro il 27 Settembre, per due motivi: recepire tutte le comunicazioni
europee e perché può essere cambiato il contesto economico Nazionale e
Internazionale e di conseguenza i relativi valori di previsione devono essere
aggiornati.
3. Documento programmatico di bilancio: si redige entro il 15 di Ottobre ed è una sorta
di sintesi del bilancio dello Stato. Alla luce del documento di economia e finanza,
sinteticamente l'Italia esplica all'UE come sarà la sua legge di bilancio e
contestualmente (entro il 20 Ottobre) presenta alle camere la legge di bilancio, che
dovrà essere approvata entro il 31 Dicembre salvo incorrere nell'esercizio
provvisorio.

LEGGE DI BILANCIO
La legge di bilancio è redatta secondo il principio di cassa e di competenza ed è un
documento necessario ad autorizzare, allocare, gestire e monitorare le risorse dello Stato
sia in entrata sia in uscita. Con questo documento si informano anche i terzi su come le
nostre risorse sono autorizzate, allocate, gestite e monitorate.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Viene redatto secondo il principio di cassa e di competenza, è un bilancio di previsione (per


questo viene redatto secondo entrambi i criteri) ed ha natura formale e sostanziale. Ciò
significa che il bilancio contiene due sezioni.

• La prima è una sezione normativa che contiene norme, le quali servono a stabilire
nuove leggi o ad abrogare, modificare o integrare vecchie leggi, ma sempre
riguardanti il livello finanziario (quindi sempre a livello di entrata o di uscita). Nel
momento in cui si stabilisce una norma, questa incide a livello contabile (nuova
entrata o nuova uscita o inferiore entrata o inferiore uscita) e quindi, attraverso una
nota di variazione, corregge (modificandola) la sezione seconda, quella contabile.
• Sezione contabile

RENDICONTO GENERALE DELLO STATO E LEGGE DI ASSESTAMENTO


Il bilancio dello Stato è un bilancio di previsione, mentre il corrispettivo a consuntivo è il
rendiconto generale dello Stato (solo per la voce contabile ovviamente).

Le note di variazione che servono a variare le voci contabili, sono spesso accompagnate
dalle leggi di assestamento. La legge di assestamento serve a variare le norme che a loro
volta incidono sulle voci contabili e quindi sugli aggregati di finanza pubblica. Se si ha per
un singolo ministero uno stanziamento di 100, con una nota di variazione si può modificare
la modalità di stanziamento, cioè si può decidere come viene modificata a livello di singolo
ministero, ma non si può aumentare o ridurre lo stanziamento stesso. La legge di
assestamento serve quindi a correggere i differenziali e a stabilire nuovi stanziamenti in
aggiunta a quelli previsti dalla legge di bilancio.

SANITA’ - APPROFONDIMENTO
Il settore sanitario è uno dei settori in cui siamo riconosciuti avere competenze molto alte,
sia per le competenze dei medici, sia per il fatto che il settore ha delle iniziative legate
all’aziendalizzazione e alla gestione delle strutture tramite una doppia competenza:
professionale e manageriale (che operano nelle strutture territoriali della sanità) .

La modalità di gestione del settore è centralizzata o decentrata? La funzione di gestore del


budget della sanità è la regione (il titolo v ha individuato deleghe specifiche date a livello
locale). Le regioni hanno un loro budget che per il 70-80% è legato alla sanità.

Ci sono due argomenti fondamentali sulla base di:


• delega alle regioni
• sistema sanitario a livello centrale

Come noi si comporta anche il UK, che è davanti a noi per l’aspetto organizzativo.

Il budget per la sanità è rilevante: la spesa pubblica legata alla sanità è in una percentuale
intorno al 6-7% del PIL (gli USA intorno al 17% che è una cifra enorme, nonostante il
sistema sanitario del paese non è il massimo, e infatti fu cercato di modificare
dall’Obamacare). Se aggiungiamo anche la spesa privata, arriviamo anche all’8-9%. Stiamo
parlando di 115 mld per la parte pubblica, mentre per la parte privata 40 mld. La parte
privata è la parte out-of-pocket, ovvero spese di tasca propria come visite mediche,
farmaci, non rimborsati dal sistema sanitario.

Questa parte privata è sorretta dal secondo pilastro della sanità (il primo è la spesa
pubblica), ovvero le assicurazioni e i fondi di categoria. Ogni azienda che impiega
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

dipendenti ha una contrattazione con i sindacati per aspetti del welfare: da dei contributi
che confluiscono nei fondi di categoria. L’azienda da un contributo e il dipendente anche a
sua volta, e poi questi fondi vengono impiegati per sistemi di welfare (in primis la sanità).
C’è quindi un operatore professionale che aggrega i contributi erogati dal singolo, e li
gestisce finalizzandoli alle prestazioni che devono essere erogati.
C’è il fattore rilevante della segmentazione delle età per il consumo sanitario: le persone
anziane che sono colpiti da cronicità di malattie, assorbono il 70% delle risorse del sistema
sanitario. Bisogna comprendere questo per comprendere alcuni funzionamenti del sistema.
Le nuove tecnologie rivoluzioneranno il modo di fare della sanità: c’è stata un’operazione a
cuore aperto fatta a Parigi ma dove il paziente era a New York. Operazioni come
l’artroscopia sono effettuate con telecamere e strumenti tecnologici (robot). L’innovazione
andrà ad impattare fortemente sul sistema sanitario.
La sostenibilità è collegata con la tecnologia: 117 mld visti prima non garantiscono i livelli
essenziali di assistenza (LEA), che sono in un sistema pubblico ciò che lo stato e le regioni
devono garantire al cittadino. Questi livelli essenziali di assistenza si dividono in :
• medicine territoriali
• medicina ospedaliera
• prevenzione
• tutti i trattamenti erogati ai pazienti che il sistema deve garantire ai propri cittadini

I LEA sono continuamente aggiornati per il fatto che le patologie cambiano, e quindi i livelli
essenziali devono essere continuamente aggiornati. Le nuove tecnologie sono fortemente
impattanti sulla sostenibilità. Le CAR-T sono farmaci di carattere genetico che
ricostruiscono in laboratorio dei caratteri genetici del nostro corpo e vanno a intervenire
direttamente sulle cause di un eventuali sviluppi delle patologie. Una terapia con questi
farmaci arriva a 300k. Questi 300k non sono una spesa che è possibile permettersi per tutti
i pazienti, e quindi si parla di sostenibilità. Inoltre, la sostenibilità diventerà un problema
non solo economico ma anche etico nei prossimi giorni.

Da cosa si dovrebbe partire in un sistema sanitario? Dal bisogno. Tuttavia, non lo è mai
stata, perché è condotta dall’offerta. Tutti gli ospedali della storia sono di diverse
dimensioni. Ci sono tanti ospedali, che sono sovradimensionati rispetto ad una crescita
della tecnologia. Cosa permetterà ai pazienti di migliorare la propria condizione?
L’assistenza da remoto da parte dei medici. Il digitale permette da remoto attraverso un
counseling da remoto, una modifica sostanziale di come viene erogata la prestazione
sanitaria. In questo modo si ha una migliore gestione del bisogno attraverso la tecnologia.
Il bisogno è importante. Nella programmazione partiamo dall’analisi di carattere
epidemiologico:
• Come è segmentata la popolazione?
• Che problemi ha?
• Come devo intervenire per aiutarla?
Tale approccio in passato non veniva adottato nella pianificazione del sistema sanitario,
mentre ora è molto più facile, anche grazie a big data e AI che sono un fondamento per
capire bene i bisogni. In passato si facevano degli studi, ma erano fatti ex post. Erano degli
studi epidemiologici in cui l’epidemiologia studiava la statistica applicata alla sanità. Oggi è
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

diverso perché abbiamo tecnologie che ci permettono di analizzare migliaia di dati, e fare
studi più specifici. Questi bisogni fanno riferimento ad una domanda di assistenza.

Non è detto che la popolazione esprima il suo bisogno: ci sono persone che non richiedono
trattamenti per le proprie patologie perché troppo onerose. Esempio del colesterolo, in cui
la compliance (aderenza) alla terapia deve essere rispettata pedissequamente.

Il bisogno è diverso dalla domanda. Un sistema sanitario efficiente fa corrispondere una


domanda adeguata ai bisogni. In questo modo posso costruire i servizi sanitari sul
territorio, e adeguati ai bisogni e alla domanda espressa.

Bisogna comunque tenere conto delle risorse che sono limitate. I servizi disponibili hanno
infatti dei limiti di budget. Le risorse disponibili devono essere gestite per soddisfare il
bisogno e la domanda della popolazione.

Ci sono due elementi:

• area dell’economicità
• area dell’efficacia
Non è un settore in cui si controlla solo il costo, ma anche la qualità e l’efficacia della
prestazione. Che qualità si rileva nel sistema sanitario?

• La qualità oggettiva: il servizio erogato deve avere degli outcome (esiti) che siano
allineati con quella che è la valutazione scientifica di una determinata patologia. Se
faccio una operazione di protesi d’anca, essa ha un suo sviluppo temporale
(operazione e ricovero, e poi riabilitazione). Tutti questi momenti hanno sia un
numero di giornate, che una serie di interventi previsti. Gli indicatori di
riammissione, significano che se io sono riammesso per la stessa patologia entro
un anno, significa che la terapia non è andata a buon fine. Quindi la qualità oggettiva
non è elevata.
• La qualità soggettiva: fa riferimento al paziente, e quello che il paziente dà come
commenti. Ci sono dei fogliettini di valutazione della soddisfazione. Qual è il limite
forte della qualità soggettiva in sanita? Che viene valutato principalmente il risultato
con un aspetto percettivo e non scientifico. Dice se si sente bene o meno, ma non sa
se la patologia è stata risolta. La qualità soggettiva è molto legata ad aspetti
esteriori, sia di logistica operativa (capacità di gestire al meglio i pazienti),

L’efficienza sono il numero di risorse che ho impiegato in relazione a quanto ho prodotto.


Se non è accoppiato all’efficacia, chiaramente la sanità non può essere controllata. Prima
la sanità era controllata principalmente per i costi, senza tenere in considerazione
l’efficacia.

La prevenzione è importante perché rileva in maniera anticipata quelli che sono i sintomi di
una patologia, ed è utile per l’efficacia della sanità.
La sostenibilità è minata da:

• longevità: elemento osservabile in ogni paese, e porta ad una serie di malattie


croniche, che impattano sulla sostenibilità
• malattie croniche: fanno esplodere la spesa e rendono difficile gestire la sanità
• migrazione: integrazione di popolazioni diverse porta al sorgere di nuove patologie
da tenere sotto controllo
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

I big data sono importanti per pianificare il sistema futuro. Oggi servono statistici,
epidemiologici, e personale esperto per pianificare al meglio la sanità

Attenzione: se gli ospedali stanno diventando inadeguati, bisogna concentrarsi sui medici di
famiglia che erogano le cure primarie. Il territorio dovrà essere sempre più ampliato e reso
efficace dal punto di vista dell’organizzazione.

Le onde della domanda e dell’offerta sono legate a due elementi centrali:

• la domanda di salute derivante dalla popolazione, che è un’espressione dei bisogni


(sebbene non esaustiva)
• la transizione demografica: spinge la domanda della sanità
Questi elementi sono supportati meglio con una corretta:

• innovazione tecnologica
• differenziazione professionale
Infatti, la capacità del sistema sanitario e le competenze dei medici fanno si che il sistema
possa rispondere a questa domanda da un punto di vista adeguato.

Nel 2050 il 35% della popolazione in Europa sarà ultra 60 enne, elemento che porterà ad
una grande domanda, e a problemi di sostenibilità. La popolazione 0-19 anni nel 1950 era
intorno al 33% mentre nel 2050 sarà il 15%.
Questi sono elementi conosciuti, ma che serve analizzarli per bene per capire come dovrà
essere affrontata questa area che richiederà sempre maggiori risorse per il futuro.
L’economia dell’innovazione sarà importante per farlo nel migliore dei modi.

I tempi stanno cambiando fortemente: le aspettative dei cittadini sono aumentate. Cosa
dovrebbe garantire il sistema sanitario per il futuro?

1. velocità di accesso → essendo universale la sanità deve affrontare il problema di


liste di attesa. Se la radiografia è garantita gratuitamente, se siamo in tanti a
volerne usufruire, allora si creerà un problema di lista di attesa. L’offerta non è
sempre allineata con la richiesta di salute del territorio, essendoci pochi ospedali.
La velocità di accesso è un elemento attinente alle aspettative principali. Come si
risolve con la tecnologia? Informaticamente, si scambiano informazioni tra le
diverse strutture sanitarie, in modo che il medico di base faccia direttamente una
prenotazione alle strutture più specializzate.
2. qualità del servizio → è importante essere in grado di fare una valutazione
comparata delle strutture sanitarie, ma si va per opinioni . Su alcune prestazioni,
può essere utile fare un’analisi delle statistiche delle operazioni fatte da un medico.
È utile questa statistica, e non i pareri delle persone. E i dati ci sono! Nel sito del
ministero della salute, c’è il programma nazionale esiti, e si fanno su 40 indicatori le
valutazioni comparate delle strutture sanitarie.
Così come noi ci informiamo sui biglietti aerei, la stessa cosa deve essere fatta
sulle informazioni circa l’affidabilità delle prestazioni erogate da una struttura
sanitaria. Tale scelta può essere magari supportata dal medico di base, che non può
servire solo per prescrivere i farmaci
3. riorganizzazione degli erogatori: gli ospedali sono troppi, devono essere
riorganizzati e devono essere sviluppati servizi territoriali, con una sanità che sia
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

più vicina ai bisogni del paziente. Questo tipo di sviluppo futuro della sanità serve a
rivedere le modalità di organizzazione del servizio.
4. sistemi informativi → sono l’aspetto fondamentale per gestire i flussi di
informazioni. A questi viene oggi affiancata la sanità digitale, che è un’area di
intervento innovativa: ad esempio per i diabetici oggi non è più necessario pungersi,
ma si può applicare un cerotto al braccio che permette di rilevare i valori di
continuo, e noi possiamo controllare con il telefonino, e passare tale informazione
al medico che ci sta seguendo. Tale apparecchio può essere collegabile ad una
penna di iniezione di insulina, per erogare esattamente il quantitativo necessario.

NOTA: ci sono forti disparità nelle strutture sanitarie delle diverse regioni. Questo genera
una migrazione sanitaria dalle regioni con scarso sistema sanitario a quelle con sistema
sanitario ben sviluppato. C’è addirittura una differenza di aspettative di vita tra una regione
all’altra.
Alcuni dati di spesa:

• Spesa sanitaria pro capite: l’Italia spende molto meno di altri paesi. In Italia è €3391
la spesa totale, di cui bisogna distinguere la parte di spesa pubblica e quella di
spesa privata. Dunque, malgrado una efficacia del sistema sanitario dal punto di
vista della qualità, abbiamo investimenti comunque minori rispetto ad altri paesi.

NOTA: la sanità è fatta anche di assistenza e di prevenzione, cosa che non è molto gestita
dagli USA. Infatti, la assistenza territoriale, che in Italia è prevista nel LEA, negli USA è
gestito dalle assicurazioni in modo marginale (perché si concentrano su coloro che
possono pagare), e quindi gli USA non sono in una grande posizione in classifica. Il 50%
della spesa sanitaria negli USA è comunque pubblica, e si esplica negli ER (pronti
soccorsi), che garantiscono un’assistenza d’urgenza, ma non maggiormente specializzata.
Un sistema come quello degli USA è un sistema che provoca degli esiti di salute finale che
sono minori degli altri paesi. Obama aveva cercato di risolvere la situazione, ma è stato
smontato dalle grandi assicurazioni sanitarie.
• Spesa sanitaria in % del PIL: 8-9% in Italia, suddivisa in pubblica e privata. La
Francia ha degli indicatori migliori del nostro (ed ha anche un sistema migliore),
mentre la UK spende il 9,7% in sanità ma ha un sistema peggiore del nostro. Questo
va a ribadire il concetto che spendiamo poco in sanità ma abbiamo risultati
comunque soddisfacenti.

Le tipologie di finanziamento sono divise tra:

• finanziamento pubblico
• out-of-pocket
• assicurazioni → in realtà queste così come i fondi in Italia intermediano pochissimo
nel sistema sanitario. Su 40 mld di spesa privata, solo 5 mld sono derivanti da
assicurazioni, che intermediano pochissimo. Questo pilastro come definito prima, da
un punto di vista della sostenibilità deve ancora acquisire un ruolo primario.

Perché è importante il loro ruolo? Perché 5 mld sono ritenuti troppo pochi? Per il fatto che
l’integrazione da parte di un operatore professionale è più efficace rispetto alle richieste di
domanda fatte dal singolo. Se noi facciamo la scelta di un operatore lo facciamo in modo
non informato, mentre un’assicurazione fa un’analisi molto attenta dell’operatore, sia per il
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

costo che per la qualità. L’assicurazione perde soldi se l’operazione va male, e quindi vuole
le migliori prestazioni sanitarie in sede di scelta.
NOTA: la mortalità in Italia è molto inferiore rispetto agli altri paesi dell’OCSE, così come
per i fumatori e gli alcolisti. Per l’obesità, abbiamo più bambini obesi degli altri paesi.
L’inquinamento atmosferico è più a rischio di altri Stati.
• Le previsioni di spesa: dal 2018 al 2021 la spesa sanitaria ha una crescita poco
rilevante (115→120). La sostenibilità del sistema ci sarà solo in presenza di
innovazioni, e di riconversione degli ospedali (erogazione delle prestazioni) che allo
stato attuale assorbono molte risorse. In futuro ci saranno solo:
o ospedali di grande specializzazione
o ospedali di medio-piccole dimensioni (esempio dello IEO)

Ci saranno ancora pochi ospedali grandi come il Gemelli, e lo Shiba Hospital, ma saranno
sempre più specializzati.

La sostenibilità sarà resa disponibile non tanto dalle risorse aggiuntive, ma da una
sostenibilità legata all’innovazione, e all’aspetto del digitale.

CUNEO FISCALE
Esaminiamo il cuneo fiscale sul lavoro. Il cuneo fiscale esprime la distanza che esiste tra
un compenso lordo e un compenso netto, causata dal fenomeno di tassazione. Abbiamo già
visto diversi esempi di cuneo fiscale (diversi dal mondo del lavoro), in riferimento ad
esempio al risparmio, dove il saggio di interesse che remunera il risparmiatore che
investe, è un tasso di interesse lordo che paga il prenditore del capitale. La differenza tra
ciò che paga il prenditore e ciò che riceve il risparmiatore che investe è la tassazione, e
appunto il cuneo fiscale tra risparmio e imprese che recepiscono il denaro investito dai
risparmiatori.

Adesso ci concentriamo sul cuneo fiscale sul costo del lavoro che determina il
trasferimento di una parte del salario del lavoratore allo Stato.
Esso viene definito tax wage e impatta fortemente sulla competitività del paese. Tale tema
è particolarmente importante in Italia dato che il nostro cuneo fiscale è uno dei più alti al
mondo.

TCS → aliquota contributi sociali che il lavoratore e i datore di lavoro devono versare per la
previdenza. È data dalla somma tra contributi sociali in capo al lavoratore e contributi
sociali in capo al datore di lavoro. È un’aliquota contributiva

TW → imposta sui redditi da lavoro. È un’aliquota sociale.

Possiamo definire un'aliquota riguardante i contributi sociali totali dati dalla somma (tcs) e
un'aliquota riguardante i redditi da lavoro (tw). La prima è un'aliquota contributiva, mentre
la seconda è un'aliquota fiscale.

Il costo del lavoro totale è:

CL = W (1 + TCS)

Invece il salario netto è:

SN = W (1 – TN)
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Il tax wedge è uguale a:


𝑊(1 + 𝑇𝐶𝑆 ) − 𝑊(1 − 𝑇𝑤 ) 𝑊(𝑇𝐶𝑆 ) + 𝑊(𝑇𝑤 )
𝑇𝑊 = =
𝑊(1 + 𝑇𝐶𝑆 ) 𝑊(1 + 𝑇𝐶𝑆 )

Dobbiamo tenere a mente che l'aliquota sui contributi sociali è un'aliquota tax esclusive,
mentre l'aliquota sui redditi da lavoro è tax inclusive.
Il cuneo fiscale o tax wedge viene espresso in sempre in percentuale (%) del costo del
lavoro ed esprime, dunque, la parte di quest'ultimo che rappresenta un costo per l’impresa
ma viene sottratta al lavoratore per finire nelle tasche dello Stato.

Facciamo un esempio di applicazione pratica. Vengono forniti:


• TCS = 0,27
• TW = 0,30
• W = 100

Calcoliamo il costo del lavoro, il salario netto e il tax wedge (cuneo fiscale):

• Costo Lavoro (CL) → 100*(1+0,27)=127


• Salario netto (SN) → 100* (1-0,30) = 70
• Tax wedge → (127-70)/127 = 44,48%

Nota: il tax wedge può essere calcolato anche come: (27+30)/127=44,48%

Nota: le imposte sul reddito da lavoro sono tutte imposte dirette, e quindi vanno su una
base imponibile che è già comprensiva dell’imposta (tax inclusive). Invece, le imposte sul
costo del lavoro vanno ad accrescerlo, e di conseguenze si pongono come tax exclusive.

RAGIONAMENTO DI POLITICA ECONOMICA


La manovra economica attuale si è concentrata con la maggior parte degli sforzi possibili,
ad evitare che scattassero le clausole di salvaguardia riguardanti l’IVA.
In passato infatti, con i conti pubblici in difficoltà, per evitare procedure per infrazione da
parte dell’UE (PDE), ci siamo impegnati a promettere che in assenza di determinate
circostanze, avremmo aumentato l’IVA per aumentare le entrate. Ci conseguenza, si è fatto
il seguente ragionamento: o aumentano le entrate, o diminuiscono le uscite, oppure si
sarebbero rispettati gli impegni e aumentata quindi l’IVA.

Per evitarlo, si sono concentrate grandi risorse per evitare lo scatto dell’IVA. Su una
manovra di circa 23 mld, circa 20 sono stati utilizzati per la questione dell’IVA, e solo 3 per
la riduzione del cuneo fiscale.

Questa politica, che effetto ha avuto su questi due fattori?

• competitività internazionale dell’Italia → se ho un aumento del costo del lavoro che


non riesco a compensare con la produttività (ad esempio, noi non abbiamo una
produttività maggiore della Cina che ha costi del lavoro più bassi), ciò si riflette sul
valore delle merci. Perdo competitività, quota di mercato, e non riesco ad avere non
solo una vendita all’estero, ma anche in Italia, perché i cinesi vincono la
concorrenza con le imprese domestiche. La competitività mancante non solo si
riflette sul mercato, ma anche sul reddito nazionale. Se le imprese domestiche non
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

producono, non generano tasse per l’erario, non assumono dipendenti, e quindi il
paese va in declino non solo dal punto di vista commerciale ma anche di finanza
pubblica. La competitività è legata strettamente con la finanza pubblica
• equità → l’IVA essendo una aliquota proporzionale e fissa su varie tipologie di
merce, ha un effetto regressivo, dal momento che la percentuale di consumi è
inversamente proporzionale al reddito. Di conseguenza, se aumento l’aliquota
dell’IVA sui beni di consumo vado a colpire le classi che hanno i redditi più bassi,
perché hanno un’incidenza maggiore sul reddito. Attenzione! Non stiamo ragionando
in termini assoluti, ma in termini proporzionali al reddito.

Questo trade off su competitività ed equità è una questione molto importante: si poteva
forse trovare un trade off diverso, facendo una differenziazione nell’aumento delle aliquote
incidendo su una fascia di prodotti che non rientrassero nei prodotti di consumo di base. Se
il telefonino passa da 22% a 25%, non tocca l’elemento dell’equità (non è un bene di
consumo di base), e quindi si sarebbe potuto incidere sulla fascia di prodotti su cui
intervenire con un aumento dell’IVA, mantenendo più spazio per il cuneo fiscale.

C’è bisogno di una crescita della produzione, che si fa attraverso la competitività. Non si è
voluto, forse per superficialità, limitarsi a prodotti non essenziali (non di largo consumo), e
quindi non si è potuto destinare un budget maggiore per uno snellimento del cuneo fiscale
(magari da 3 mln si sarebbero potuti destinare 13 mln).

TASSAZIONE INTERNAZIONALE DEI REDDITI


Quando ci si trova di fonte a problematiche internazionali la prima questione da capire è
che tutti gli Stati avrebbero l'aspirazione ad avere un gettito più elevato e quindi di
applicare i principi che favoriscano una determinata nazione a discapito delle altre.
Ovviamente però ciò non è possibile, perchè comporterebbe un problema.

Il tema iniziale parte dal concetto base di considerare la residenza come l'elemento
discriminante di appartenenza, dal punto di vista tributario, ad un paese piuttosto che ad un
altro. L'elemento che stabilisce dove un cittadino deve pagare le imposte è dunque quello
della residenza (dove si è insediati). La residenza non è intesa come residenza anagrafica,
ma come il centro vitale degli interessi economici e sociali di una determinata persona.
Se una persona mantiene la residenza anagrafica in un paese, c’è una presunzione di
residenza se non ci si iscrive all’AIRE.
Riguardo a tale tema bisogna fare attenzione al fatto che se ci si dimentica di iscriversi
all'AIRE (Anagrafe Italiani Residenti All'Estero) si potrebbe essere soggetti a una doppia
tassazione, una nel paese risultante dall'anagrafe in cui si è iscritti (es: anagrafe italiana) e
uno nel paese in cui si percepisce lo stipendio (paese cd. fonte).

In Italia inoltre per i lavoratori dipendenti all’estero vige la regola secondo la quale non si
viene tassati sullo stipendio realmente ricevuto, ma su uno stipendio standard che viene
stabilito a seconda del ruolo posseduto sulla base di una tabella ministeriale. Quindi può
capitare che il soggetto percepisca meno di quanto risulti dalla tabella e per tale motivo il
suo stipendio potrebbe essere a malapena sufficiente per pagare le tasse italiane.

Quindi è vero che la residenza ai fini fiscali è quella dove si concentrano il centro vitale
degli interessi, ma in molti paesi come in Italia la residenza anagrafica diventa la
presunzione assoluta di residenza anche ai fini fiscali senza amissione di prova contraria.
Quindi può capitare di essere tassati sia in Italia per la presunzione assoluta di residenza
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

sia nel paese estero per la definizione di residenza come il centro vitale degli interessi.
Normalmente il centro degli interessi è il luogo in cui ha sede la famiglia del soggetto.

Il principio di residenza che vale sia per le persone fisiche sia per le persone giuridiche
(per le società in cui esistono molti contenziosi per l'effettiva definizione di residenza: è
dove si riunisce il CDA? dove si fanno le assemblee? è dove vengono prese le decisioni
vitali?). Vi è comunque un problema di ripartizione del gettito tra il paese fonte e il paese
residenza.

I principi di tassazione possono privilegiare la residenza o la fonte.

Secondo il principio della residenza i redditi devono essere tassati nel paese in cui il
soggetto ha residenza, mentre secondo il principio della fonte i redditi devono essere
tassati nel paese in cui il soggetto percepisce il reddito.
Supponiamo di avere due individui A e B:

• A produce:
o 20 nel paese 1, (paese di residenza)
o 30 nel paese 2;
• B produce
o 40 nel paese 1;
o 50 nel paese 2, (paese di residenza)

Come vengono tassati?

• principio della residenza (worldwide taxation) →


o il paese 1 dovrebbe tassare un reddito complessivo dato da:
▪ 20 che A produce nel paese 1 (R)
▪ 30 che A produce nel paese 2,
o il paese 2 dovrebbe tassare un reddito complessivo dato da:
▪ 40 che B produce nel paese 1
▪ 50 che B produce nel paese 2 (R)
• principio della fonte →
o il paese 1 dovrebbe tassare un reddito complessivo dato da:
▪ 20 che A produce nel paese 1 (R)
▪ 40 che B produce nel paese 1
o il paese 2 dovrebbe tassare un reddito complessivo dato da:
▪ 30 che A produce nel paese 2
▪ 50 che B produce nel paese 2 (R)

Il problema è che i paesi applicano entrambi i principi sia quello della fonte che quello della
residenza. Abbiamo dunque una doppia tassazione, tale per cui:

• Il paese 1 tassa un totale di:


o 20 prodotti da A nel suo paese (residenza)
o 30 prodotti da A nel paese 2 (residenza)
o 40 prodotti da B nel paese 1 (fonte).
• Il paese 2 tassa un totale di:
o 40 prodotti da B nel suo paese (residenza)
o 50 prodotti da B nel paese 1 (residenza)
o 30 prodotti da A nel paese 2 (fonte).
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Riprendendo la differenza tra doppia tassazione economica (stesso imponibile tassato più
volte in capo a due soggetti diversi) e doppia tassazione giuridica (stesso soggetto tassato
più volte), possiamo affermare di avere sicuramente a che fare con una doppia tassazione
del secondo tipo (giuridica).

La distorsione data dalla doppia tassazione si può correggere con diversi correttivi:
• Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dai vari paesi;
• Credito di imposta per le imposte pagate all'estero (art 165 TU).

Analizziamo il secondo correttivo nello specifico. Ipotizziamo una situazione in cui il


soggetto A possiede:

• Un reddito nel paese 1 (Italia), dove ha la residenza, pari a 1.000. L'aliquota del paese
è pari al 40%.
• Un reddito nel paese 2 (paese estero qualsiasi) pari a 1.000. L'aliquota del paese è
pari al 30%.

Il credito d'imposta (CIRE) viene applicato alle imposte che il soggetto paga nel suo paese di
residenza e risulta pari al minore tra:

• MAXCIRE (credito imposta reddito estero) → IMPOSTE ITALIA * (%)REDDITI ESTERI


• imposte totali pagate all'estero.

Il MAX(CIRE) è infatti pari al prodotto tra imposte totali nel paese di residenza al lordo del
credito e rapporto tra reddito percepito all'estero e reddito totale. Nel nostro caso si avrà:
• Imponibile in Italia (applicando il Worldwide Income Taxation Principle) → 2000 €
• Imposte totali pagate in Italia al lordo del credito secondo il principio della
residenza → 40%*(1.000+1.000) = 800;
• MAXCIRE → 800*(1.000/2.000) = 400;
• Imposte totali pagate all'estero (principio della fonte) → 30%*1.000=300;

Di conseguenza,

a) 300 prevale su 400 perché è più basso e diventa il credito di imposta (CIRE);
b) Imposte totali pagate in Italia al netto del credito → 800 – 300 = 500;
c) Imposte complessive pagate → 500 + 300 = 800.

In questo caso dato che il MAXCIRE è maggiore del totale imposte pagate all'estero non
posso detrarlo completamente e quindi il soggetto A pagherà una parte della tassazione in
Italia per i redditi generati all'estero. Se infatti egli dovesse pagare solo seguendo il
principio della fonte avrebbe pagato 400+300=700, invece paga 800 perché si devono
includere i 100 di differenza tra imposte totali pagate all'estero (300) e MAXCIRE (400).

Se il MAXCIRE fosse stato minore delle imposte pagate all'estero si sarebbe potuto detrarlo
completamente e quindi in Italia non si avrebbe avuta alcuna tassazione sul reddito
percepito nel paese estero. Facciamo un esempio. Il soggetto A possiede:
• Un reddito nel paese 1 (Italia), dove ha la residenza, pari a 1.000. L'aliquota del paese
è pari al 40%.
• Un reddito nel paese 2 (paese estero qualsiasi) pari a 1.000. L'aliquota del paese è
pari al 50%.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Si avrà:

• Imposte totali pagate all'estero (principio della fonte) → 50%*1.000 = 500;


• Imposte totali pagate in Italia al lordo del credito (principio della residenza) →
40%*(1.000+1.000) = 800;
• MAXCIRE → 800*(1.000/2.000) = 400;
Di conseguenza

• 400 prevale su 500 perché è più basso e diventa il credito di imposta (CIRE);
• Imposte totali pagate in Italia al netto del credito → 800 - 400 = 400;
• Imposte complessive pagate → 400 + 500 = 900.

Se A avesse pagato solo seguendo il principio della fonte avrebbe pagato


40%*1.000+50%*1.000=900. Dato che i due valori coincidono il soggetto A non paga nulla in
Italia per il reddito prodotto all'estero e quindi viene eliminato completamente il problema
della doppia tassazione.

CEN E CIN

Questi criteri di residenza e fonte vengono proiettati sul mercato dei capitali internazionali
dove esistono due diversi concetti che prendono da loro spunto:
• Capital Export Neutrality (CEN) → risponde al criterio della residenza: tutte le
esportazioni sono neutrali perché vengono comunque tassate con il sistema
tributario del paese esportatore. Io sono tassato in Italia a prescindere da dove ho i
redditi, per questo a me è indifferente investire i miei soldi in Italia (dove risiedo),
oppure in Giappone.
• Capital Import Neutrality (CIN) → risponde al criterio della fonte: tutte le
importazioni vengono tassate, indipendentemente dal paese di origine, con il
sistema tributario del paese importatore. Da ovunque vengano i soldi, se questi
arrivano in Italia saranno tassati secondo i principi italiani, a prescindere se sono
dei capitali italiani, francesi, tedeschi.

Se si vuole privilegiare la corretta allocazione del risparmio si deve scegliere il criterio


della residenza (è indifferente il luogo del mondo in cui investo), se si vuole invece rendere
più neutrale l'investimento di capitale diretto in un paese devo scegliere il criterio della
fonte.
I paesi poveri supporteranno il principio della CIN (import neutrality) perché sono in genere
soggetti a grossi investimenti e quindi guarderanno alla fonte, mentre i paesi ricchi che
investono il risparmio all'estero (multinazionali) preferiranno un sistema CEN neutrale in
questo aspetto.

Il criterio della residenza neutralizza i regimi tributari diversi dei paesi fonte, dal momento
che si applica un solo criterio, ovvero quello del paese di residenza. Un soggetto americano
fa 3 investimenti in Svezia, Francia e Italia. Il criterio della fonte è neutralizzato, perché non
gli interessano i regimi tributari di questi paesi, perché si applica solo quello degli USA.

Il criterio della fonte neutralizza i regimi tributari diversi dei paesi residenza, dal momento
che si applica un solo criterio, ovvero quello del paese fonte. Tre soggetti, americano
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

francese e svedese investono in Turchia. Non importa la provenienza dei tre investitori, ma
si applica il regime tributario turco.

CASO DELL'ECONOMIA CHIUSA


In un'economia chiusa i capitali non possono essere investiti all'estero. Prima del 1990 il
sistema italiano non prevedeva la possibilità (era addirittura un reato) di portare soldi
all'estero. Un'economia aperta prevede una serie di vantaggi che l'economia chiusa non
prevede.

Sul grafico 1 è rappresentata


la situazione di un'economia
chiusa. L'investimento di
capitale è riportato sull'asse
delle ascisse mentre
sull'asse delle ordinate sono
riportati i tassi. Ricordiamo
sempre che il principio sulla
base del quale ci muoviamo è
che l'ottima allocazione del
risparmio consente di avere
un equilibrio tra tasso
soggettivo d'interesse e la
produttività marginale del capitale tra il paese Italia (i) e il resto del mondo (w).

Quindi se c'è un'equivalenza fra i tassi soggettivi di interesse e il rendimento del capitale
avremo un'ottima allocazione del risparmio e del capitale; i due punti di vista sono diversi,
uno concerne le imprese che misurano la produttività marginale del capitale, l'altro
riguarda i risparmiatori che danno soldi alle imprese e che sono interessati al tasso
soggettivo di interesse.
Nel grafico dell'economia chiusa ipotizziamo che l'offerta di capitali mondiale sia
infinitamente elastica (parallela alle ascisse) e dipende dal tasso di interesse mondiale,
mentre l'offerta di capitali nazionale è crescente e dipende dal tasso di interesse del paese.

Il punto di equilibrio nazionale è dato dal punto B, ma per effetto di una chiusura
dell'economia esiste un differenziale di rendimento: il rendimento nazionale è maggiore di
quello mondiale, quindi si ha un mercato finanziariamente drogato in cui siccome i capitali
esteri non possono entrare nel paese il tasso d'interesse è più alto.
Ciò significa che i risparmiatori possono fare arbitraggio e, data la limitata offerta di
capitali, il tasso di interesse è più alto e i risparmiatori fanno pagare di più i loro risparmi.
Se il mercato si aprisse il tasso di interesse si uniformerebbe data la concorrenza coi
capitali degli investitori stranieri.

Nel punto di ottimo B la produttività marginale è uguale al tasso di interesse che a sua
volta è pari al tasso di interesse soggettivo.

triangolo ABD → rappresenta il surplus delle imprese che prendono a prestito il capitale e
hanno un rendimento superiore rispetto al tasso di interesse pagato;

triangolo DCB → rappresenta il surplus dei risparmiatori.


EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Se guardiamo oltre i confini nazionali non si ha una situazione di ottimo in quanto la


produttività marginale del capitale nel paese (i) è diversa dalla produttività marginale del
capitale nel resto del mondo e anche il tasso soggettivo di interesse nazionale (OD) è
diverso dal tasso soggettivo di interesse nel resto del mondo (OE). La differenza di tasso è
legata dunque alla chiusura dell'economia.

CASO DELL'ECONOMIA APERTA


Supponiamo ora di avere
un libero interscambio di
capitali e ciò fa sì che il
tasso di interesse si
riduca ad OE.

Quindi il tasso di interesse


soggettivo nazionale è
pari a quello mondiale e in
esso vi è un'equivalenza
anche tra rI e rW e tra la
produttività marginale del
capitale nazionale e
mondiale.

Come conseguenza vi è una diminuzione della rendita dei risparmiatori nazionali pari
all'area BDFE (data la riduzione degli interessi nazionali).

I profitti delle imprese invece aumenteranno (il capitale ora costa meno) e il loro beneficio
è rappresentato dall'area EDBH.

Il benessere sarà dato dalla differenza tra beneficio delle imprese e perdita dei
risparmiatori ed è pari all'area FBH (guadagno di beneficio netto).
Questo equilibrio è ottimale perché vi è un'equivalenza tra produttività marginale del
capitale nazionale rispetto a quella mondiale e anche un'equivalenza tra essa e il tasso di
interesse soggettivo nazionale e mondiale.
Le imprese con il tasso OE espandono i loro investimento fino a OK1 (in economia chiusa
investivano solo fino a K0) perché essendosi abbassato il tasso di interesse, si abbassa
anche il costo d'uso del capitale e quindi gli investimenti aumentano.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

CRITERIO DELLA RESIDENZA

L'imposta applicata a un
paese in cui vige il
principio della residenza
come primo effetto fa
ruotare l'offerta del
risparmio nazionale verso
l'alto perché l'effetto
sostituzione prevale
sull'effetto reddito e ciò fa
ridurre la propensione dei
risparmiatori nazionali a
investire. Vi è dunque una
contrazione dei capitali
offerti su base nazionale.

NOTA: solo i risparmiatori del paese a cui si applica l'imposta saranno a quest'ultima
soggetti.
Il tasso soggettivo di interesse quindi diminuisce da OE a OM.

Il pagamento degli interessi da parte delle imprese non varia perché l'imposta grava sui
risparmiatori residenti (sono i risparmiatori a percepire il reddito da capitale dato dagli
interessi e quindi il cuneo fiscale si inserisce tra ciò che pagano le imprese e ciò che
percepiscono i risparmiatori).

In un’economia aperta, essendo la retta del tasso di interesse parallela, non si può
verificare l’effetto della traslazione. C’è una competizione da parte di altri investitori a
livello globale (a cui non sono applicate le imposte perché vige il principio della residenza).
Di conseguenza, chi rimane danneggiato è solamente il risparmiatore nazionale.

Il tasso lordo rimane OE mentre il tasso netto per il risparmiatore scende a OM e quindi vi è
una contrazione dell'impiego di capitale nazionale pari al segmento K3-K2.
I risparmiatori nazionali colpiti dall'imposta contraggono dunque l'impiego di capitale di un
valore pari a tale segmento. Come conseguenza avremo una produttività marginale del
capitale uguale nel paese in cui si è introdotta l'imposta e all'estero ma un differente tasso
soggettivo d'interesse: quello del paese sarà inferiore a quello del resto del mondo.
Vi è dunque una situazione di equilibrio per quanto riguarda il capitale fisico investito nel
paese (OK1), ma vi sarà una sostituzione di risparmio tra risparmio nazionale e
internazionale: prima si aveva un risparmio nazionale pari a OK2 e la distanza tra OK2 e OK1
veniva coperta dai risparmiatori internazionali, mentre ora questi ultimi coprono una quota
di capitale pari alla distanza tra OK3 e OK1. Questo per effetto del fatto che vi è una
contrazione dell'offerta di risparmio nazionale data dall'effetto sostituzione (e un
contestuale aumento del consumo).

L'allocazione di risparmio sarà non efficiente perché avremo un tasso nel paese diverso da
quello del resto del mondo (l'equilibrio ottimale si avrebbe se la produttività marginale del
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

capitale nazionale fosse pari a quella mondiale, al tasso di interesse soggettivo a livello
nazionale e a quello a livello mondiale).

CRITERIO DELLA FONTE


Con il criterio della fonte l'imposta fa ancora ruotare verso l'alto l'offerta di risparmio da
parte dei residenti, come nel caso precedente. Questo perché il meccanismo visto nel
principio della residenza continua a valere in quanto l'imposta grava su tutti i risparmiatori
che investono nel paese compresi quindi gli investitori nazionali. Per tale ragione non
soltanto la retta dell'offerta di capitale nazionale ha una traslazione verso l'alto, ma stessa
cosa vale per quella mondiale (l'imposta colpendo alla fonte grava sia sui risparmiatori
nazionali che su quelli mondiali).

In questo caso il tasso


soggettivo di interesse è
uguale nel paese in cui è
applicata l'imposta (paese
"i") e nel resto del mondo.
Vi è dunque una corretta
allocazione del risparmio.

A differenza del caso


della residenza dunque il
tasso soggettivo del
paese "i" è uguale al tasso
soggettivo mondiale, ma
si ha una produttività
marginale del capitale diversa tra paese "i" e resto del mondo perché vi è una contrazione
del capitale da K1 a K3 dato che la disponibilità dei risparmiatori a investire in quel paese
sarà ridotta in funzione del fatto che negli altri paesi la tassazione non c'è o è diversa.

Anche il criterio della fonte dunque ha i suoi difetti in quanto non vi è una corretta
equivalenza delle produttività marginali del capitali. Vi è comunque una distorsione che
provoca una riduzione degli investimenti.

PARTE PRATICA
Gli investimenti all'estero hanno un diverso grado di radicamento nel paese e diverse
situazioni fiscali.

Il radicamento più leggero è quello dell'ufficio di rappresentanza in cui si hanno soltanto


funzioni lievi di tipo commerciale (esibire prodotti senza concludere contratti). Nell'ipotesi
in cui si voglia insediare una vera e propria attività esiste una dicotomia di scelte tra:

• branch → un insediamento imprenditoriale che opera in un paese straniero (una


cosiddetta stabile organizzazione in un paese) che però non ha una veste giuridica
autonoma rispetto alla casa madre.
• subsidiary → un insediamento imprenditoriale stabile che però prende la veste di un
soggetto giuridicamente rilevante e autonomo rispetto alla casa madre e quindi si
veste dei colori di una società del paese in cui si fa l'investimento.

Esempio della società francese che apre una subsidiary in Italia, apre una S.r.l., e il socio
che la controlla è un soggetto estero, dunque sarà considerata una subsidiary estera. Con
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

la branch, non si va dal notaio ad aprire una nuova società con personalità giuridica
autonoma, è solo una costola della società straniera (anche se ha autonomia economica e
anche fiscale).

Quando si ha un gruppo estero di società le problematiche fiscali sono essenzialmente tre.


Esse si possono dividere in problematiche finanziarie e commerciale.

Problematiche finanziarie → sono essenzialmente legate ai dividendi, agli interessi e alle


royalties, cioè quei canoni che vengono pagati per lo sfruttamento di un marchio, di un
brevetto o di un know-how (anche se quest'ultima categoria riguarda di più l'aspetto
commerciale).
Problematiche commerciali → sono legate invece ai prezzi di trasferimento di beni e servizi
che vengono scambiati all'interno di un gruppo.
Proprio in virtù del principio di residenza e della corretta pianificazione fiscale
internazionale, l'obiettivo di tutti i gruppi multinazionali è quello di minimizzare l'impatto
fiscale nel paese in cui si è fatto l'investimento. Ciò consente di massimizzare il rendimento
netto dell'investimento e quindi siccome le imposte sono un costo, al pari di ogni altro costo
devono essere ridotte al minimo.

Questo discorso si amplia sia sul concetto internazionale sia su quello nazionale nel senso
che quando si parla di pianificazione fiscale, essa è un progetto che può riguardare un
gruppo internazionale, ma anche un singolo soggetto nazionale. La pianificazione fiscale è
quell'attività lecita di ridurre al massimo le imposte che rappresentano un costo per
qualsiasi soggetto imprenditore.
Se un investitore ha bisogno di un chilo di chiodi cercherà il luogo in cui tale merce costa
meno, ma dovrà stare attento ad evitare che se dopo aver fatto molte investigazioni, il chilo
di chiodi viene venduto in un range tra 1€ a 70 centesimi e se qualcuno offre lo stesso chilo
di chiodi a 20 centesimi perché l'ha rubato, non si tratta comunque di un buon investimento
(esiste nell'ambito delle scelte di pianificazione un limite tra lecito e illecito).

La pianificazione fiscale è la stessa cosa: si deve porre in essere tutte quelle pratiche che
consentano di ridurre l'onere fiscale (es: tassazione minore sugli interessi), ma sempre nel
rispetto della legge.
La pianificazione fiscale ad esempio considera le scelte di finanziamento viste in finanza
(debito o capitale proprio?). Il campo si allarga anche alla sfera internazionale: la mia
holding la colloco in Olanda o in Turchia?
Un esempio di infrazione della legge è un soggetto che acquista il chilo di chiodi a 1,50€
dalla casa madre trasferendo una quota di utile, che avrebbe dovuto essere tassata in
Italia, all'estero e trasferendo quindi un costo che non è di mercato pagando di più del
prezzo corretto → questo è il problema dei prezzi di trasferimento e la scelta contrasta con
la normativa tributaria del paese che non vuole vedersi sottratta materia imponibile.

L'operazione potrebbe essere eseguita a patto che il prodotto venga acquisito dalla casa
madre al prezzo di mercato (1€ anziché 1,50€). In questo caso acquistare dalla casa madre
estera anziché all'interno del proprio paese è una scelta non contestabile perché fatta alle
stesse condizioni imposte dal mercato. L'operazione dunque è contestabile solo quando il
prezzo stabilito è superiore al prezzo di mercato in quanto ciò vìola le normative interne
aprendo un capitolo di sanzioni e accertamenti in capo alla subsidiary.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Ciò è applicabile a tutte le transazione commerciali che possono intervenire nell'ambito di


un gruppo internazionale, dove l'elemento discriminante è proprio il fair market value (se
lo si rispetta non vi sono problemi legati alle transazioni).

Questo problema è di natura commerciale così come il problema di stabilire se la Coca


Cola per dare il proprio marchio alla società subsidiary che vende il prodotto all'estero fa
applicare una royalty che è il doppio di quella applicata nel proprio paese. Ipotizziamo che
la Coca Cola francese venda il suo marchio con una royalty del 3% del fatturato e quindi io
soggetto italiano che vendo il prodotto nel mondo sono costretto a pagare il 3% di royalty.

Fino a qui non c'è alcuna ingiustizia perché il marchio ha un valore che deve essere pagato
(è corretto che la società italiana che fa utili vendendo la Coca Cola abbia un costo
rappresentato dall'utilizzo del marchio), però se questo costo in un mercato analogo a
quello italiano (es: mercato francese) è sostenuto dalla società francese a un prezzo più
basso dell'1,5%, il Fisco italiano non può accettare questa situazione. Vuol dire che il fair
value market è 1,5% e quindi la differenza tra tale valore e il 3% non può essere
riconosciuta come costo (diventa quindi indeducibile). Il principio del prezzo di
trasferimento è uno dei temi importanti della fiscalità internazionale.

La differenza tra branch e subsidiary ha una rilevanza particolare sula struttura finanziaria
dell'operazione e quindi soprattutto sulla politica degli interessi e ancora di più sui
dividendi. Molti gruppi internazionali decidono di avere una struttura che possiede:

• Una holding in un paese del continente.


• Varie subsidiary per ogni paese in cui opera.

Esempio: una multinazionale americana che vuole avere un mercato in Europa creerà una
holding in un paese europeo e aprirà varie subsidiary nei paesi in cui opera.
Nella pratica, nel mondo prevale chi è più ricco e gli interessi dei più ricchi sono più forti,
quindi in tutto il mondo prevale il principio di residenza (CEN).

Come forma di compromesso esso è raggiunto mediante la formula delle trattenute


(withholding tax) consentite al paese fonte sul reddito che il paese residenza trasferisce
fuori da quel paese.
Ciò significa che se si considera un finanziamento fra gli USA e la Francia, possiamo
ipotizzare che la società statunitense abbia investito in una subsidiary francese che
possiede quindi un capitale sociale e un finanziamento da parte della casa madre (queste
sono le fonti mediante le quali la subsidiary francese può poi operare in Francia).

Quali sono le forme di remunerazione di queste due forme di capitalizzazione? Dividendi e


interessi. Infatti, il capitale viene remunerato tramite l'utile distribuito dalla subsidiary alla
casa madre attraverso dividendi, mentre il capitale dato a mutuo viene remunerato
attraverso interessi.

Seguendo il principio della residenza i dividendi e gli interessi distribuiti e pagati dalla
subsidiary francese dovrebbero essere tassati soltanto in America, ma il compromesso tra
il principio della residenza e quello della fonte è che il sistema mondiale fiscale, che viene
declinato attraverso le convenzioni conto le doppie imposizioni bilaterali che i singoli paesi
stipulano tra di loro, comporta il sistema delle trattenute quindi quell'interesse e quel
dividendo verranno tassati negli USA, ma lasceranno una quota parte di tassazione nel
paese fonte attraverso una ritenuta che il paese fonte applicherà sul dividendo e sugli
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

interessi. In tal modo il paese fonte non viene totalmente escluso dalla tassazione e dal
gettito di quella ricchezza realizzata nel suo territorio.

Chiediamoci ora come si stabilisce la misura di questa tassazione che il paese fonte può
applicare. La misura si ha attraverso normative nazionali che stabiliscono qual è la
tassazione che i soggetti esteri subiscono quando fanno una distribuzione dividendo o un
pagamento di interessi all'estero e queste norme nazionali possono risentire
dell'incentivazione o disincentivazione che il paese nazionale può fare mettendo una
ritenuta più o meno grande.

Questa normativa viene però sovrastata dall'accordo internazionale che è la convenzione


contro le doppie imposizioni, dove di fronte a una tassazione prevista dalla normativa
nazionale ad esempio del 30%, si può stabilire che la convenzione preveda una % più bassa
(es: 5%). Ciò significa che sulla base della reciprocità si può stabilire che gli investimenti
fatti da un paese specifico all'altro invece del 30% abbiano una tassazione molto più
ristretta. Questo per incentivare quei paesi che reciprocamente si ritengono utili da
incentivare. Quindi non tutti gli investimenti avranno la stessa tassazione e vi sarà un
disallineamento nell'allocazione del risparmio totale. Vi è una dicotomia di tassazione
basata non solo sulla normativa nazionale, ma sulle convenzione stipulate tra i vari paesi di
volta in volta.

A fronte di questa problematica però, a livello di allocazione delle risorse, il principio


residenza cura gran parte di queste problematiche. Ma come? Come faccio a rendere
neutrale la differenziazione? Perché non si è interessati se all'estero si paga una % ad
esempio del 5, 10 o 15% se si è una subsidiary di un soggetto francese la cui tassazione in
Francia è il 25%? Perché attraverso il meccanismo del credito d'imposta si recuperano le
imposte pagate in Italia e, quindi, questo meccanismo aiuta a rendere più neutrale questa
differenziazione tra convenzioni. Tutto ciò vale a livello teorico.

A livello pratico esiste una differenza notevole perché se a livello d'interessi il credito
d'imposta funziona perché gli interessi sono un componente del reddito della casa madre,
sui dividendi vige invece la prassi internazionale dell'esenzione totale o parziale per chi li
percepisce.
In Italia quando viene distribuito un dividendo, chi lo riceve non lo considera un componente
negativo di reddito pari al 100% di ciò che riceve, ma esiste un'esenzione pari al 95% (in
Italia) di ciò che viene ricevuto. Questo vale sia su un dividendo nazionale che
internazionale. Quindi il credito di imposta sui dividendi opera con minor efficacia.

Un'altra criticità che per anni ha costituito un problema è che affinché un soggetto estero
sia tassato in un paese estero per un reddito d'impresa, il modello OCSE (OCSE è un
organismo che studia i meccanismi della fiscalità internazionale e li declina nelle
raccomandazioni) stabilisce che affinché il reddito d'impresa possa essere tassato nel
paese si deve poter sostenere l'esistenza di una stabile organizzazione. Se tale elemento
non esiste non vi è possibilità di tassare le imprese per il reddito prodotto in quel paese.

Quindi i contenziosi più importanti per decenni hanno riguardato cosa era stabile
organizzazione e cosa non lo era, prendendo come base l'articolo 7 del modello OCSE,
ovvero il modello che l'OCSE ha stabilito e che gran parte dei paesi OCSE ha applicato.

Il problema è che nel tempo l'economia è cambiata: fino a 10 anni fa per vendere un
prodotto in un paese si aveva la necessità di radicarsi in quel paese e avere un contatto
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

fisico importante in esso (questo determinava il fatto che senza una stabile organizzazione
difficilmente si riusciva a condurre un business nel paese). Se si aveva una stabile
organizzazione il paese ospitante che metteva a disposizione gli utenti e il bacino di
mercato aveva la possibilità di tassare la stabile e quindi non vi erano problemi.

Con l'introduzione dell'economia digitale questo radicamento con il territorio oggi (e ormai
da tempo) non è più così necessario e quindi quel fondamento, che per anni ha avuto
sempre come presidio della tassazione del paese fonte (in cui l'investimento veniva fatto e
in cui i cittadini di quel paese arricchivano il soggetto che vendeva servizi o beni nel paese),
si è sgretolato perché il presidio della stabile organizzazione è cambiato.
Si è dunque cercato di trovare un altro sistema di tassazione. Il primo progetto di
tassazione, attraverso una tassazione senza stabile organizzazione applicata sul fatturato
fatto sul paese, è una proposta del 2001. Quindi da quasi 20 anni questi studi, proposte di
direttive; che la CE come organismo più colpito da tale fenomeno e dalla perdita di gettito
ha cercato di arginare; non ha trovato un riscontro concreto.

Quindi non esiste un progetto approvato a livello comunitario per contrastare questo
fenomeno. Di tutto ciò si sono arricchite le multinazionali. Questo è successo in quanto
esiste il principio in base al quale questa normativa fiscale ha bisogno dell'unanimità e
siccome i paesi hanno interessi contrapposti non è stata ancora applicata.

TEMI DI ATTUALITA’
In quest'ultima lezione tratteremo due tematiche di attualità molto importanti: il MES e la
manovra economica.

MES
Il MES nel mondo è conosciuto come ESM (European Stability Mechanism). Tale
meccanismo non esisteva quando sono nati i primi problemi che l'Area Euro ha dovuto
affrontare negli anni 2010, 2011, 2012.

La crisi economica del 2007, avvenuta per effetto della crisi dei mutui sub-prime, aveva
creato dei problemi ad alcune economie e molti paesi hanno avuto una congiuntura
sfavorevole a partire da tale periodo.

Quando ci sono queste situazioni di debolezza del sistema economico e finanziario basta
anche un piccolo problema per innescare un meccanismo pericoloso. Tale piccolo
problema nello specifico è stato costituito dalla crisi greca dovuta al fatto che i bilanci
erano stati truccati per anni e non evidenziavano la reale situazione economica del paese,
si erano investite grandi quantità di denaro preso a debito dall'estero per le olimpiadi e per
altri investimenti connessi, ma l'economia anche a causa della crisi mondiale era in
condizioni molto precarie e soprattutto esisteva un problema di sostenibilità del debito
pubblico nazionale.

La Grecia aveva insomma un debito pubblico in default ma questo non rappresentava


nemmeno le passività di una banca di medio livello. In uno scenario di grande debolezza e
crisi finanziaria tutto questo ha però attivato meccanismi di speculazione, che ha preso di
mira i debiti sovrani delle nazioni più esposte o in maggiore difficoltà e in particolare il
Portogallo, l'Irlanda, la Spagna e l'Italia.
Ovviamente nessuno ha speculato sul debito ad esempio della Germania, in quanto la sua
situazione finanziaria era molto più solida dato che il paese aveva beneficiato fortemente
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

dell'introduzione dell'euro e dell'unione delle due Germanie e aveva già visto il periodo di
crisi passato (dovuto all'integrazione stessa).

Quindi quando è nato questo problema l'euro era già da circa 10 anni in funzione, ma i
meccanismi di protezione non esistevano. Coloro che hanno pensato di costituire l'euro
avevano elaborato un meccanismo di protezione finanziaria legato ai parametri: il non
sforamento di una certa % di disavanzo netto (deficit), un rapporto tra debito e PIL che non
dovesse sforare una certa % e altri meccanismi concentrati sugli aspetti di bilancio. Non
avevano però pensato di avere dei meccanismi di protezione dalla speculazione: questa
situazione fu quindi affrontata solo con l'intervento di Mario Draghi con il suo "whatever it
takes" che mise parzialmente al sicuro l'Europa da tale problematica.

Ciò ha disinnescato la speculazione e il rischio di default di molti paesi dell'area euro.


Nonostante ciò la comunità europea si è comunque trovata nella situazione di dover far
fronte alle crisi.

Inizialmente l'assistenza soprattutto alla Grecia è stata fatta sulla base di accordi bilaterali.
Non essendoci un meccanismo comune si è creato un meccanismo di accordi bilaterali tra
Grecia/Germania, Grecia/Francia e così via.

Ciò che si deve capire è che in realtà gli Stati erano in parte costretti a finanziare la Grecia
e quindi consentire ad essa di rimborsare le rate del proprio debito e pagare gli interessi
attraverso questi finanziamenti ricevuti dai singoli stati, perché i titoli greci erano in mano
alle banche dei paesi stessi (tedesche, francesi e così via), che avevano ampiamente
finanziato, a tassi di interessi elevati e ben remunerati, la Grecia e quindi un default greco
avrebbe messo in crisi il sistema bancario di quei paesi.

Tale situazione è andata avanti finché non si è creato un primo meccanismo che è nato nel
2010 chiamato "European Financial Stabilization Mechanism" (EFSM). Tale meccanismo è
stato finanziato dai paesi dell'area euro, ma di entità molto limitata (60 miliardi) e creato
direttamente dall'UE.
Sempre quest'ultima ha creato un “Fondo Europeo Di Stabilità Finanziaria “ (EFSF) che
invece è non stabile, cioè su base temporanea, ma che ha avuto un'iniziale dotazione di
mezzi di 250 miliardi, è arrivato al massimo a 440 miliardi e poi è ridisceso. Questo
meccanismo è temporaneo perché viene ampliato per "far vedere le truppe alla
speculazione": quando vi è una maggiore debolezza, si incrementa il fondo per far capire
che laddove vi fosse necessità, vi sono risorse più che sufficiente per far fronte a tali
problemi.

Il MES, invece, nasce tra la fine del 2014 e inizio 2015 come strumento di prevenzione delle
crisi ed è stato istituito con un trattato intergovernativo, quindi al di fuori del quadro
giuridico dell'UE con un trattato che impegnava i governi. Esso inizialmente era guidato da
un consiglio di governatori composto dai 19 ministri delle finanze dell'area euro. Tale
strumento nacque con l'idea di operare congiuntamente con un'altra istituzione
internazionale delegata a supportare i singoli paesi in periodi di crisi finanziaria che è il FMI
e l'idea è di aprire linee di credito, concedere prestiti o acquistare titoli di Stato del paese a
cui si presta assistenza.
L'ESM inizialmente si finanziava emettendo obbligazioni sul mercato che avevano il
massimo rating possibile di gradimento (AAA). Quindi sostanzialmente si indebita a
condizioni molto vantaggiose e presta il denaro allo Stato a condizioni ben più onerose
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

(deve essere anche penalizzante perché attraverso tale meccanismo gli Stati devono avere
un comportamento virtuoso che gli porti a recuperare la stabilità finanziaria persa).

La Grecia inizialmente nel 2010, 2011 ha fatto fronte alle scadenze con i prestiti bilaterali e
con l'intervento del FMI, poi nel 2012 è nato il fondo EFSF che è quello più ricco ed è
intervenuto con 108 miliardi, e nel 2013 con altri 25 e infine nel 2014 con 8,3 miliardi. Nel
2015, nato l'ESM, esso ha attivato il meccanismo salva stati e quindi il meccanismo europeo
di stabilità che ha erogato 21 miliardi nel 2015, 10 nel 2016, 8 nel 2017 e ancora 21 nel 2018.
Nel complesso la Grecia ha una situazione in cui ha attivato questi meccanismi per 288
miliardi.
Negli altri paesi la cosa è andata diversamente perché nei primi anni ‘10 (2011, 2012, 2013)
Irlanda e Portogallo hanno posto in essere meccanismi virtuosi per cui hanno recuperato
credibilità sui mercati e hanno interrotto il fabbisogno. La Spagna invece ha avuto un
contributo solamente nel periodo peggiore della crisi, ovvero nel 2012. La crisi di Cipro è
infine intervenuta successivamente.

Il sostegno complessivo è di 481 miliardi, dei quali il Meccanismo Europeo Di Stabilità ha


contribuito per 109. Per quanto riguarda i rimborsi essi sono stati poco rilevanti perché
l'ESM ha ricevuto indietro solo 2 miliardi dalla Grecia sui circa 60 totali, una discreta fetta
dalla Spagna e 0 da Cipro.
Nel 2018 a margine di un Ecofin (riunione dei ministri finanziari dei paesi dell'UE) si era
raggiunto un principio di modifica del meccanismo ESM che non sembrava all’inizio
particolarmente rilevante e che doveva entrare in vigore solo dopo che ogni singolo paese
l'avesse approvato, firmato e ratificato. I principi in base ai quali vi era l'esigenza di
modificare la governance del meccanismo partivano dall'idea (condivisa dai maggiori
studiosi) di avere una governance che fosse più tecnica e meno politica (presidiata da un
amministratore delegato), ovvero che avesse un contributo di tecnici per poter creare delle
condizioni di utilizzo di questo fondo che avessero sostanzialmente due condizioni:
1. Sostenibilità finanziaria del debito: non si prestano soldi a chi è impossibilitato a
restituirli. Se il debito del paese è totalmente in default è inutile acquistare con soldi
degli Stati dell'euro un debito che non ha possibilità di essere restituito. Da una
stima si è rilevato che Spagna e Cipro potranno rimborsare il loro debito nel breve
periodo, mentre la Grecia potrà farlo solo nel 2060.
2. Attuare misure più tecniche che consentano il riequilibrio della situazione
finanziaria del paese: abbiamo sentito parlare più volte del concetto della troika, che
è costituito da organismi congiunti del FMI, dell'UE e della BCE, che si sono insediate
per esempio in Grecia e hanno imposto determinate riforme per attuare dei
risanamenti. Molte colpe delle crisi e dei problemi che sono intervenuti negli anni
peggiori della crisi in Grecia, sono stati attribuiti all'eccessiva durezza dei
meccanismi della Troika stessa. Da notare che la stessa cura in Portogallo e Irlanda
ha portato ad una sorta di miracolo economico all’interno delle economie nazionali.
La seconda modifica di questo meccanismo riguarda le sue funzioni. Una funzione tecnica
abbastanza semplice è quella per la quale ci sono delle semplificazioni nell'utilizzo del
fondo. Un esempio è il seguente: nella precedente situazione del trattato si prevedeva che
per la ristrutturazione del debito un paese dovesse fare un'assemblea dei creditori per ogni
emissione e un'assemblea per la ristrutturazione dell'intero debito; oggi in modo più
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

semplice si fa un'unica assemblea dei debitori ai quali è condizionata la ristrutturazione del


debito (semplificazione organizzativa).
Un'altra modifica molto rilevante è il così detto back-stop del Fondo Di Risoluzione Unico.
Tale fondo di risoluzione unico è creato attraverso i contributi di tutte le banche dell'area
euro per gestire le crisi bancarie. Si contribuisce con l'1% dei depositi protetti. Quindi ogni
banca ha un certo contributo da versare al Fondo Di Risoluzione Unico.

Questo fondo per avere una stabilità finanziaria delle banche e non avere un effetto
sistemico delle crisi bancarie, ha previsto la costruzione di un meccanismo attraverso il
quale, a determinate condizioni, l'ESM può fare da back-stop, ovvero da fondo ulteriore, per
il Fondo Della Risoluzione Della Crisi Bancaria (si aggiungono le risorse dell'ESM al fondo
per le crisi bancarie). Ciò significa che di fronte a una situazione di crisi non vi è agitazione
perché si sa che può esserci un intervento di dimensione molto più ampia e quindi si
rafforza la credibilità e la capacità di intervento del fondo.

Questa modifica non interviene subito, ma entro un certo lasso di tempo di 2/4 anni e la
condizione è che vi sia una progressiva riduzione dei rischi bancari legata all'introduzione
di norme bancarie su base europea fornite dall'EBA (organismo che stabilisce le regole di
bilancio per le banche). Quando il sistema bancario si sarà uniformato ulteriormente a
queste regole, ciò renderà operativo il back-stop. Esso ancora non è stato attuato.
Ultimo concetto che va a sostegno della modifica è che essa è stata suggerita dal buon
funzionamento del Federal Deposit Insurance Corporation, che è l'analogo statunitense che
ha avuto un ruolo molto importante nel superamento delle crisi bancarie sul mercato nord-
americano.

In sintesi, si ha una situazione nella quale questa contribuzione, che è stata ampliata
all'ESM e che vede l'Italia come terzo contributore europeo dopo Francia e Germania, vede
il nostro paese come quello con maggiori interesse perché ha il debito pubblico più elevato
sia in termini assoluti sia in termini % sul PIL.
Inoltre, in Italia si ha una situazione particolare per la quale le crisi bancarie non hanno
potuto essere sanate prima dell'introduzione del bail-in (impossibilità di qualsiasi
intervento dello Stato nelle crisi bancarie), perché quando si sono create le condizioni per
farlo in Italia si avevano due problemi:
1. Le banche non sembravano così tanto in difficoltà come quelle degli altri paesi
perché avevano dei buoni fondamentali in funzione delle regole che allora erano in
vigore;
2. In quel momento dovevamo salvare il nostro debito pubblico: lo spread era arrivato
quasi a 300. Quindi l'Italia si doveva concentrare sulla garanzia del suo debito e non
potevamo dimostrare debolezza dando fondi al sistema bancario, cosa che invece
hanno fatto gli altri paesi.

In sintesi, siamo partiti da una situazione di maggior debolezza del sistema bancario e
quindi abbiamo tutto l'interesse che il back-stop possa essere attuato nelle crisi bancarie
per evitare che il sistema bancario italiano possa creare un effetto sistemico da una
piccola/media banca a tutte le altre.
Nota: dato che l'Italia è un paese con un sistema bancario molto fragile e dato che essa non
ha potuto ricevere l'aiuto dallo Stato prima del bail-in, essa è una delle nazioni che
maggiormente ha spinto per l'introduzione del back-stop.
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Nota: il Fondo interviene con liquidità generata dal sistema bancario. Qualora queste
somme non dovessero bastare, viene introdotta la possibilità di ricorrere al back-stop.

MANOVRA ECONOMICA
Ci sono alcuni temi interessati che andrebbero conosciuti. La manovra di quest'anno ha
come fulcro quello di utilizzare quasi tutte le risorse disponibili per disinnescare le
clausole di salvaguardia 2020.
Le clausole di salvaguardia non solo soltanto per il 2020, ma anche per i due anni
successivi. Il primo impatto del 2020 è però uno dei più rilevanti perché solo per tale anno
le clausole di salvaguardia prevedevano un importo di circa 23 miliardi di euro (il totale è
circa 30 miliardi).

Per capire come si inserisce questa manovra nello scenario economico internazionale
bisogna analizzare i dati. L'ultimo rilevazione ISTAT sul trimestre terzo dell'anno 2019 ha
registrato una crescita del PIL dello 0,1%, confrontandola con il trimestre precedente. Il 4
Dicembre l'ISTAT ha fatto uscire un nuovo dato sulla crescita tendenziale su base annua
(nel 2019) che è circa dello 0,1/0,2%. Altro dato abbastanza preoccupante è che a ottobre la
produzione industriale è scesa dello 0,4%.
La manovra economica ha una dinamica di tre anni dove la crescita del prossimo anno è
prevista essere attorno 0,6%, per poi arrivare all'anno 2021 in cui si spera riuscire a
raggiungere l'1% di crescita.
In questo sistema nessuno dice che si continua a vivere bene o male sulle spalle dei
giovani, perché si continua a mettere dei debiti, aumentando il debito delle generazioni
future. Tutti provvedimenti della quota 100, del reddito di cittadinanza e così via hanno tutti
la caratteristica di essere fatte non toccando la spesa pubblica, ma aumentando le entrate
o il deficit. Quindi vi è lotta generazionale evidente che viene passivamente accettata dai
giovani.
Bisogna dire che questa manovra è stata impostata da un governo poi dimessosi ed è stata
portata avanti da qualcuno che in 15 giorni ha dovuto costruire una manovra il cui unico
scopo (e motivo di legittimazione del governo stesso) era quello di evitare lo spettro della
clausola di salvaguardia e quindi l'aumento dell'IVA.
Nessuno però ha avuto il tempo o la possibilità di fare una riflessione sul fatto che, in una
condizione nella quale il paese non cresce e si ha un debito pubblico sempre meno
sostenibile, non è detto che sia l'IVA il problema maggiore da risolvere. Forse invece di
prendere 23 miliardi e di utilizzarli tutti per evitare che aumentasse l'IVA si poteva fare una
riflessione. Se guardiamo altri paesi europei ci rendiamo conto che paesi con un percorso
virtuoso di grande rilevanza come Irlanda e Portogallo hanno un'IVA al 23% e paesi in cui i
consumi non sono molto stagnanti hanno addirittura un'IVA al 25%.

Il problema dell'IVA è il seguente: la caratteristica negativa dell'IVA è la regressività che è


accomunata al fattore della rigidità dei beni su cui l'IVA incide. Più è rigida la domanda,
infatti, più è forte l'effetto ed efficace l'aumento dell'IVA stessa e viceversa (in caso di
domanda flessibile). Purtroppo, i beni però che hanno una curva di domanda più rigida
normalmente sono quelli di più largo consumo e quindi che vanno a incidere maggiormente
sulla fetta della popolazione meno forte redditualmente (la propensione al consumo dei
redditi più bassi è molto più alta di quella dei redditi più alti).
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

Alcuni paradossi → se consideriamo l’IVA, abbiamo alcune incongruenze enormi.

• Acqua e caffè: se essi vengono bevuti in una mensa degli uffici o scolastici sono
tassati al 4%, se vengono bevuti al bar, al ristorante o in albergo l'IVA diventa il 10%,
mentre se vengono acquistati al supermercato l'IVA sale al 22%.
• Riscaldamento a gas: pur essendo meno inquinante rispetto a quello elettrico, è
tassato a un'IVA maggiore rispetto a quest'ultimo (22% contro 10%).
• Troppe aliquote! In Italia inoltre si hanno non 3 aliquote, ma ben 4 perché vi è
un'aliquota speciale del 5% su prodotti come rosmarino, basilico e per alcune tipologie
di semi.

Altro problema è quello della lotta all'evasione: l'Italia ha un'evasione molto alta, anche se
ha il miglior sistema al mondo di rilevazione fiscale dell'evasione stessa. L'evasione viene
curata attraverso la pena dell'arresto, ma questa non può essere considerata una
soluzione efficiente.

Quello che si deve fare dovrebbe essere rivedere il sistema contributivo rimodulando
magari le incongruenze sull'IVA. Si poteva dunque immaginare di fare una manovra che
riequilibrasse queste incongruenze e semplificasse i meccanismi e le aliquote anche per
risolvere il problema dell'evasione.
La lotta all’evasione infatti viene perseguita solo in due modi: fisco semplice e digitale
In particolare, si poteva pensare a riportare tutte le aliquote IVA al 22%.
Se questo fosse accaduto però vi sarebbe potuta essere una forte protesta da parte di
organizzazioni sindacali e così via perché a quel punto il lavoratore più povero sarebbe
stato costretto a pagare maggiormente i beni primari.

In tal senso però bisognerebbe ragionare come segue: fatto 100 il cibo (bene rigido) è vero
che la propensione marginale al consumo del povero è più alta rispetto a quella del ricco in
termini %, ma in termini assoluti il discorso si rovescia. Infatti, il cibo in termini assoluti
viene acquistato di più da chi ha reddito alto rispetto a chi ha reddito basso. Se ad esempio
si guadagnano 1.000€ al mese l'intera cifra viene destinata ai consumi (100%), mentre se si
guadagnano 100.000€ al mese ai consumi andrà il 10% che in termini assoluti equivale a
10.000€>1.000€. Quindi anche se in termini % 100% è maggiore di 10%, in termini assoluti chi
spende di più in consumi è il ricco (10.000>1.000).

In sintesi, dunque la rimodulazione dell'IVA avrebbe potuto essere un metodo efficace per
abbattere il cuneo fiscale e, invece di 3 miliardi si sarebbe potuto mettere molto di più,
alzando i salari e ridistribuendo quello che viene tolto alle fasce più deboli (tramite l'IVA),
sotto forma di minor tassazione sul reddito di lavoro o trasferimento diretto ai ceti
incapienti.

In questo modo si interviene anche sul tema della crescita: infatti nel contesto che abbiamo
visto di crescita piatta, se non si fa ripartire la competitività del paese e quindi se non si
interviene attraverso una riduzione del cuneo fiscale e quindi una riduzione del costo del
lavoro, non si ottiene nulla perché le merci del paese sono poco competitive.

L'ultimo aspetto importante è che se si interviene attraverso un aumento dell'IVA, ciò può
causare una sorta di protezionismo commerciale. Questo in quanto diminuiranno le
importazioni che sono tassate nel nostro paese (l'IVA è dovuta sulle importazioni in quanto
EDOARDO LAUDANI SCIENZE DELLE FINANZE

l'Italia è la destinazione delle merci) e aumenteranno invece le esportazioni che non sono
colpite dall'IVA (effetto protezionistico).

Per concludere dobbiamo dire che il vero problema in Italia non è la necessità di riduzione
del cuneo fiscale (anche se un suo decremento è sempre comunque positivo), ma piuttosto
il nostro paese soffre di un problema di produttività. Nel nostro paese infatti da 10 anni
essa non cresce e ciò significa che non cresce il valore aggiunto di un'ora di lavoro.
Per risolvere tale problema si può agire solo tramite un aumento degli investimenti →
dobbiamo aumentare tutte le agevolazioni per far sì che le imprese investano. In ciò
introducendo i temi di super e iper-ammortamento la manovra ha dato un suo contributo
seppur basso.

Altra cosa importante però è crescere dal punto di vista della digitalizzazione e
dell'informatica, altrimenti non riusciremo ad essere competitivi. Quindi l'altro aspetto
fondamentale che è necessario per aumentare la produttività sono gli investimenti in R&S,
che devono essere svolti sì dai privati, ma soprattutto dallo Stato.

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