Riassunto "L'italiano: strutture,
usi, varietà"
Linguistica
Alma Mater Studiorum – Università di
Bologna (UNIBO)
58 pag.
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L’italiano: strutture, usi, varietà.
Capitolo 1: PERCORSO STORICO
1 Come si arriva all’italiano d’oggi: cenni rapidi su un lungo cammino
1.1 Premessa
Come si è arrivati all’ attuale situazione linguistica italiana? Quale relazione hanno tra
loro latino, fiorentino e italiano? Che rapporto c’è tra la lingua unitaria e i dialetti
italoromanzi?
Dobbiamo considerare tutti i fattori legati al tempo, che più o meno lentamente
modificano qualsiasi linguaggio verbale e che identifichiamo con la VARIAZIONE
DIACRONICA.
Si devono anche esaminare i cambiamenti che hanno segnato i suoni, le forme, la
sintassi e le parole dell’italiano, sia gli avvenimenti politici, economici e sociali che ne
hanno condizionato la diffusione, l’uso e i mutamenti.
Storia linguistica interna ed esterna
Vi è una duplice prospettiva da cui è possibile guardare alla storia di tutte le lingue: la
storia linguistica esterna e la storia linguistica interna.
Con la prima ci si riferisce ai cambiamenti che ogni lingua subisce nelle proprie
strutture, da una generazione all’altra, o a seguito di contatti con lingue diverse; con
la seconda invece, le cause storiche, politiche, demografiche o culturali che possono
incidere sulle sue trasformazioni.
È importante, in una situazione linguistica come quella italiana, caratterizzata dalla
convivenza di più lingue e varietà regionali, capire come si è giunti a questa
coesistenza.
Confini cronologici:
• Dal latino ai volgari medievali: si tratta di un periodo molto lungo, non
facilmente circoscrivibile, anche perché non è semplice identificare il
momento in cui i parlanti percepirono l’esistenza di nuove lingue, separate dal
latino; la coscienza fu acquistata in modo graduale dal VI al IX secolo.
• Dal XII-XIII secolo alla fine del Trecento: anni in cui i volgari cominciano ad
essere usati più frequentemente nella scrittura. Grazie alla storia di Firenze, il
ruolo di Dante Alighieri e le opere di Boccaccio e Petrarca, quello fiorentino
avrà un prestigio maggiore rispetto a tutti gli altri volgari.
• Dal XIV secolo agli inizi del Cinquecento: dopo il ritorno al latino e il declino
del volgare, ritenuto inadeguato alla scrittura di testi elevati, nella seconda metà
del XV secolo, Firenze acquista un ruolo determinante grazie alla sua
economia, arti e cultura, alla politica di Lorenzo de’ Medici. La lingua e il
modello artistico di Dante, Petrarca e Boccaccio iniziano a diffondersi tra gli
autori di altre parti d’Italia. Invenzione della stampa.
• Dal 1525 all’Unità d’Italia: si fissa una norma fondata sul fiorentino letterario
trecentesco e si raggiunge l’unificazione di una lingua. L’accademia della
Crusca inizia nel 1582 la redazione del primo Vocabolario. La comunicazione
orale in contesti familiari e informali continua a svolgersi in dialetto.
• Dal 1861 agli anni Quaranta del XX secolo: l’unificazione politica consente
un insegnamento scolastico unitario, una migliore circolazione tra regioni, un
servizio di leva comune, un unico apparato burocratico amministrativo. Tutti
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fattori che contribuiscono a una maggiore diffusione e conoscenza dell’italiano,
a cui contribuisce anche la prima vistosa emigrazione all’estero delle classi più
povere.
• Dagli anni ’50 del Novecento a oggi: l’italiano diventa lingua d’uso comune,
anche nella comunicazione orale quotidiana. Il ruolo dei media acquista un peso
notevole. Una nuova ondata di emigrazione sia all’estero, sia verso il Nord del
paese, inciderà nuovamente sulla nostra storia linguistica.
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1.2 Molti volgari da un latino variegato
Cosa si intende quando si dice che l’italiano deriva dal latino? Alcuni studiosi non
trovano corretto usare il verbo derivare, perché il secondo non nasce dal primo ma è
frutto di una sua lenta e continua trasformazione.
Il verbo ‘derivare’ era in origine riferito al fluire delle acque: composto dal prefisso DE- e
il verbo RIVARE, passa attraverso varie fasi dal significato di ‘far defluire le acque’ a
‘sgorgare, ‘scaturire’, ‘trarre’ fino ad arrivare a ‘avere origine da qualcuno o qualcosa’.
Con il verbo derivare non si indica la nascita di nuovi organismi biologi, ma si pensa al
lento e continuo confluire e mescolarsi delle acque.
Confluenza di più varietà
Acque al plurale perché quando parliamo di una lingua non dobbiamo mai pensare a
un monolito, un unico blocco di pietra, ma a un insieme variegato di componenti.
Ogni lingua è costituita da un insieme di varietà condizionate non solo dal passare del
tempo ma anche dal luogo di provenienza del parlante, dalla sua origine sociale e
dalla situazione in cui si trova a comunicare. Ciò era vero anche per il latino che subì
cambiamenti progressivi e profondi.
Latino classico
Quello studiato a scuola è il latino dei grandi autori dell’età augustea, di Ovidio, Virgilio
o Orazio, che continuiamo a chiamare “latino classico”, definizione attribuibile a Aulo
Gellio che riparti le testimonianze letterarie allo stesso modo in cui erano suddivise le
classi economiche e sociali: così come i cittadini più ricchi e potenti appartenevano
alla prima classe, gli autori che avevano scritto in un latino di particolare eleganza si
potevano definire ‘classici’ (di prima classe).
Alla base dell’italiano, però, non vi è il latino colto, ma il latino di uso
vivo, parlato. Latino volgare
L’aggettivo volgare è usato in modo parzialmente improprio, perché non era solo il
“volgo” o comunque il popolo meno colto ad utilizzarlo. Alludendo al latino volgare ci
riferiamo a tutte le varietà parlate da tutte le classi sociali lungo un arco di tempo ampio
che va dalle origini di Roma alla caduta dell’impero. Da questo insieme multiforme
hanno preso forma le lingue neolatine o romanze.
Cristianesimo e latino volgare
Le ragioni che hanno consentito al latino volgare di prevalere su quello classico sono
molteplici: di grande rilievo fu il cristianesimo che riuscì a diffondersi tra la popolazione,
coinvolgendo tutte le classi sociali.
Per quanto riguarda la lingua, la divulgazione del messaggio evangelico
accelerò la frammentazione di registri colloquiali e modificò lessico e costrutti del
latino. Molti termini giunsero dal greco, lingua delle prime comunità cristiane.
Frantumazione del latino
Altro fattore che portò alla frantumazione del latino fu sicuramente il lento disgregarsi
politico e amministrativo dell’Impero, che portò alla divisione tra parte orientale e
parte occidentale, e nel 476 d.C. alla fine dell’Impero romano d’Occidente. La
penetrazione delle popolazioni germaniche e la dissoluzione di un governo centrale
fecero si che si riducessero le vie di comunicazione tra le province e se ne
accentuassero le differenze, con inevitabili conseguenze anche sull’uso della lingua.
La maggior parte della popolazione non ebbe più modo, né necessità, di apprendere
il latino scritto, che sarebbe diventato poi prestigio di pochi.
L’unitarietà delle aree di lingua latina resistette fino a
tutto il VI secolo. Attestazione scritta del volgare
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Non è possibile circoscrivere l’arco temporale in cui si iniziò a percepire l’esistenza di
una lingua autonoma dal latino. Prima che il volgare affiorasse sarebbe passato molto
tempo.
Gli storici considerano come prima testimonianza scritta del volgare una formula di
giuramento trascritta in una serie di placiti emanati nella zona di Capua tra il 960 e 963.
I placiti erano le udienze durante le quali un
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sovrano o signore amministrava la giustizia e risolveva le controversie. Il placito in
questione era denominato Placito Capuano e si riferisce della controversia per la
proprietà di alcune terre tra l’abbazia di Montecassino e un tal Rodelgrimo di Aquino. Il
territorio in cui si era svolta la causa rientrava nella giurisdizione del ducato
longobardo di Benevento e obbediva, dunque, alla legge longobarda, che, per il
riconoscimento del possesso, prevedeva che una delle due parti avesse goduto di un
bene per almeno trent’anni.
Il verbale era in latino, ma il notaio incaricato di redigere l’atto, sceglie di conservare il
volgare per riprodurre le parole dei testimoni, confermando la piena consapevolezza di
una lingua diversa e contrapponendola al latino di cui normalmente si serve.
Si è soliti parlare di questo placito come dell’”atto di nascita” della nostra lingua, ma si
tratta di una definizione impropria, in quanto mostra i tratti di un volgare
centromeridionale e dunque non può dirsi all’origine della nostra lingua. L’italiano
poggia le sue basi sul fiorentino, che, tuttavia, all’epoca in cui il notaio stendeva il
verbale, era solo uno dei tanti volgari della penisola.
1.3 Tra tanti volgari, uno di maggior prestigio
Durante il XIII secolo cresce il numero dei testi redatti in volgare: si tratta sia di
scritture pratiche, prodotte per necessità di lavoro, sia di prime testimonianze
letterarie, di traduzioni dal latino e di opere di argomento religioso.
Mercanti e notai
In Toscana affiorano nel Duecento numerosi testi legati agli affari e ai commerci dei
mercanti, che quasi sempre non conoscono il latino, ma sanno scrivere e hanno
necessità di usare il volare per lasciare traccia scritta dei propri conti, lettere o accordi
che stipulano. Si sviluppano quindi una vita economica fiorente e una società vivace, i
cui principali artefici sono proprio i mercanti.
Un ruolo di rilievo è ricoperto anche dai notai. Essi redigevano in volgare le minute
che precedevano i documenti ufficiali e soprattutto in volgare li leggevano ai tanti
clienti che non conoscevano il latino. In una società come quella fiorentina, l’agilità e
la frequenza con cui notai e mercanti cominciarono a praticare la scrittura in volgare e
il crescente numero di persone agiate, che essendo ormai in grado di leggere e
scrivere desideravano accrescere il proprio sapere, si tradussero in un fiorire di testi
letterari e di opere di vario contenuto.
Firenze e la letteratura in volgare
In realtà, come sappiamo, i primi testi della nostra letteratura non vengono né da
Firenze né dalla Toscana. È però qui che si copiano le poesie composte dai poeti
della corte di Federico II e che si allestiscono i 3 grandi manoscritti che confezionano
con consapevolezza i primi canzonieri. Nel ricopiare i testi dei poeti siciliani, i copisti
non ne rispettano la veste linguistica ma la adattano alla propria, lasciando del
siciliano solo alcune tracce. Con la fine della dinastia sveva, il cuore della lirica
diviene la Toscana.
Tre corone
Importante è la riflessione metalinguistica che Dante Alighieri svolge nel Convivio e
nel De vulgari eloquentia: nel primo individua il volgare come mezzo per la diffusione
del sapere tra le nuove classi, mentre con il secondo dimostra come un “volgare
illustre” possa esistere. Il tributo maggiore si deve però alla Commedia che
contribuisce a potenziarne il lessico e le strutture.
Importanti sono anche le opere di Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.
Il primo lavora alla lingua poetica, cercando di nobilitare il fiorentino letterario. Il
secondo forgia una prosa narrativa che concilia modelli antichi e gusto popolare.
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Come Dante aveva previsto, solo attraverso l’alto valore letterario di opere capaci di
diffondersi tra le nuove classi il volare avrebbe potuto raggiungere dignità pari al latino.
1.4 Verso la codificazione
Perché l’influenza del volgare adoperato da Dante, Petrarca e Boccaccio eserciti a
pieno la propria influenza bisognerà aspettare alcuni decenni.
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Con il primo Umanesimo si sviluppa, insieme alla riscoperta dei classici greci e latini,
un rispetto della latinità. Se tuttavia, il latino medievale appariva ormai troppo distante
dalla regolarità di quello classico, ancor più privo di valore risultava il volgare, ritenuto
lingua corrotta, non governata da alcuna grammatica. In realtà, tutte le lingue
possiedono una grammatica ma non tutte hanno sempre posseduto una sua
fissazione scritta. Di nessuno dei volgari della penisola si erano studiate le norme e
descritte le forme e, inoltre, erano lingue soggette a mutamenti che le faceva
percepire come incapaci di trasmettersi immutate oltre i secoli.
Uso del volgare nelle cancellerie
Il ricorso al volgare si ridusse notevolmente: fu emarginato dalla scrittura letteraria ma
non dagli usi pratici. Nell’amministrazione delle città, il volgare si era già imposto da
molto tempo: le cancellerie, ovvero gli uffici preposti alla redazione dei documenti
pubblici, avevano cominciato a servirsi del volgare fin dalla fine del XIII secolo.
La lingua che caratterizzava queste scritture appare epurata dai tratti locali e si dirige
verso forme di ‘koinè’ interregionali, cioè lingue comuni…
Le cancellerie, pertanto, contribuirono a superare le divisioni municipalistiche e a creare
ampie basi di comunicazione unitaria. Il ruolo più rilevante fu giocato dal latino, che
contribuì a regolarizzare le variegate grafie del volgare.
Nella seconda metà del secolo, si assistette a un processo di progressiva
fiorentinizzazione, come testimoniano i documenti della signoria sforzesca a Milano.
La vita culturale delle corti sarebbe stata di grande rilevanza, a cominciare da quella
di Lorenzo de’ Medici, il quale esaltò la supremazia e il prestigio della tradizione
tosco-fiorentina, come si legge nell’Epistola che precede la Silloge aragonese, una
raccolta di poesie stilnoviste inviata a Federico d’Aragona.
Fu un momento straordinario per la città di Firenze, che poteva far leva sia sul suo
potere economico, sia sulla grandezza indiscussa della propria letteratura.
1.5 La svolta del Cinquecento
Tra le spinte che contribuiscono all’adozione di una lingua unitaria non va dimenticata
l’invenzione della stampa (1470), che vanta in Italia importanti centri di editoria volgare
come Milano, Roma e Venezia.
La diffusione della produzione di testi di stampa
Inizialmente la lingua delle stampe è contrassegnata dalla presenza di caratteri locali.
Tipografi e revisori editoriali si pongono il problema dell’uniformità dei testi,
contribuendo a fissare la grafia ancora molto oscillante e stabilizzare la norma
grammaticale.
Aldo Manuzio fu lo stampatore più importante e innovativo del tempo e Pietro
Bembo il lettorato veneziano a cui si deve una svolta decisiva nella nostra storia
linguistica.
Per l’allestimento dei testi, Bembo controllava i manoscritti, annotandone la particolarità,
differenze e convergenze.
Le novità tipografiche introdotte da Manuzio, le moderne soluzioni grafiche e la veste
linguistica frutto del lavoro di revisore di Bembo sarebbero state di particolare
importanza per gli sviluppi futuri: osservando anche i testi del Decameron di
Boccaccio, Bembo avrebbe ricavato le indicazioni normative illustrate di l’a breve nelle
Prose della volgar lingua, il testo che avrebbe promosso il fiorentino letterario
trecentesco a modello unico degli scrittori italiani.
Prose di Bembo
Le Prose, divise in 3 libri e pubblicate nel 1525, hanno forma di dialogo, al quale
prendono parte quattro personaggi, Giuliano de’ Medici, Federico Fregoso, Ercole
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Strozzi e Carlo Bembo, fratello dell’autore, che ne espone le teorie.
Nel terzo libro si ha l’esposizione delle regole stilistiche e grammaticali del volgare.
L’indicazione della norma si fonda su un piano teorico di impronta classicista, che
assegna agli autori fiorentini del Trecento lo stesso ruolo svolto dai classici della
latinità e della Gracia antica.
Lingua cortigiana e fiorentino vivo
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L’imitazione dei modi e delle forme adottate nell’antica letteratura trecentesca aveva
già suscitato reazioni negative, da parte sia di chi opponeva al recupero dei modelli
arcaici la lingua adoperata nelle corti, sia di chi riteneva il fiorentino intrinsecamente
superiore.
I primi, sostenitori della lingua “cortigiana”, facevano leva su un’ampia produzione di
testi letterari e di documenti di cancelleria, che si caratterizzavano per l’eliminazione
dei più vistosi tratti locali e l’accoglienza di grafie e forme latineggianti.
I secondi, rappresentati da Nicolò Machiavelli, ritenevano chela naturale superiorità
del fiorentino consentisse di tralasciare i modelli del Trecento, per adottare le forme
contemporanee.
Proposta di Bembo
Entrambe le proposte non erano di facile applicazione: non sarebbe stato possibile, in
assenza di uno stato unitario, diffondere in tutta la penisola lingue in uno solo in
alcune zone, mentre la posizione di Pietro Bembo si sarebbe rivelata di fattibile. La
proposta espressa nelle Prose della volgar lingua non fu vincente solo per la facile
applicabilità, ma anche per l’ampia argomentazione delle idee e per il peso teorico.
L’opera di Bembo cominciava con il ribadire nuovamente la pari dignità del volgare
rispetto al latino e assegnava ai soli scrittori il ruolo di nobilitare la lingua. I grandi
autori del Trecento avevano svolto a pieno questa funzione: era dunque al loro
modello che bisognava guardare per riuscire a superare i confini spaziali e temporali,
e a staccarsi dalle contingenze mutevoli dell’uso vivo.
Bembo proponeva come modelli più alti per il volgare Petrarca e Boccaccio,
rispettivamente per la poesia e per le parti in prosa.
Dall’analisi dei loro tesi Bembo ricavò le regole grammaticali.
In breve tempo il fiorentino letterario del Trecento fu la lingua adottata per
ogni forma di scrittura letteraria o di comunicazione alta, realizzando una
duratura unificazione linguistica.
1.6 Tracce del fiorentino nell’italiano
Per riferirsi alla lingua, l’attributo ‘italiano’ era stato usato per la prima volta da coloro
che sostenevano un modello di lingua comune fondato sull’uso delle corti, mentre
Bembo avrebbe adoperato l’aggettivo ‘toscano’.
Degli studi hanno mostrato con chiarezza la dipendenza dell’italiano dal fiorentino
letterario trecentesco. Alcuni tratti fonetici sono ancora testimoniati dall’italiano e sono
per lo più sconosciuti agli altri dialetti della penisola.
Cinque fenomeni fonetici dal fiorentino
• Il dittongamento toscano, si registra in parole come buòno, fuòco, piède,
fièro. È un dittongo ascendente (accennato sul secondo elemento vocalico),
presente solo in sillaba aperta o libera (terminante per vocale) ed è talvolta
definito “dittongamento spontaneo”
• L’anafonesi, innalzamento delle vocali chiuse e toniche /e/ e /o/ a un grado di
chiusura superirore (/i/ e /u/) quando davanti ad alcuni suoni consonantici. /e/
si è innalzata a /i/ davanti a nasale palatale (tigna, gramigna), laterale palatale
(consiglio, famiglia) e n + occlusiva velare (tingo, lingua); mentre /o/ è passata
a /u/ davanti a n + occlusiva velare sonora (fungo, unghia)
• La chiusura di e atona in i, si verifica quando la e si trova in posizione
protonica (quando precede la sillaba accentata): le latine DECEMBREM e
DEFENDO hanno dato luogo a dicembre e difendo.
• Il passaggio da ar atono a er, fenomeno tipico del fiorentino. Di particolare
evidenza nella formazione del futuro e del condizionale. Nei verbi di prima
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coniugazione, il nesso ar della desinenza dell’infinito (amare, cantare) è
passato a er: al posto di amarò, cantarò si sono avuti amerò e canterò.
• La riduzione del nesso rj a j è ben visibile nelle parole formate coni
suffissi -aio e -oio (notaio, cuoio) derivati dai suffissi latini -ARUM e -
ORUM. Il fenomeno si oppone all’esito di molti altri dialetti italiani, che
conservano non la j ma la r (tassinaro, calamaro, paninaro)
Fiorentino e toscano
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I volgari che nel XIV secolo convivevano in Toscana avevano tra loro alcune
differenze: nel pisano e nel lucchese da PLUS del latino era prevalente, in luogo del
fiorentino più, l’esito piò, si verificava il passaggio da l a u davanti a consonanti
dentali come in l’autare ‘l’altare’. Nel senese antico il nesso ar atono si era
conservato nei futuri e nei condizionali, e in molti casi er protonico era evoluto in ar,
come in povaro o vendare.
Le regole di Bembo
Nel terzo libro delle Prose l’autore illustra le regole da seguire, indicando l’uscita in -a
per la prima persona singolare dell’imperfetto indicativo (io leggeva), o scegliendo, per
la prima persona plurale del presente indicativo, la desinenza in -iamo (crediamo,
veniamo).
1.7 Con l’unità politica una nuova unità linguistica
Unità d’Italia e italofonia
Nel 1861 uno dei problemi più vistosi era rappresentato dalla scarsa conoscenza della
lingua unitaria e dal basso grado di istruzione, che rendeva urgente porre l’Italia sullo
stesso piano delle nazioni europee più avanzate.
L’altissima percentuale di analfabeti (intorno al 75%) rendeva urgente l’istituzione di
un solido sistema scolastico. Dalla codificazione del ‘500 la lingua non era rimasta
del tutto ignota e aveva raggiunto anche le persone meno istruite, ma non era
possibile considerare italofona la maggioranza della popolazione (italofoni: coloro che
erano in grado di leggere e comprendere l’italiano letterario, di conoscerne le sue
strutture grammaticali e buona parte del lessico).
La percentuale di italofoni al momento dell’unità nazionale era tra il 2,5% e il 10%
circa, su una popolazione di 25 milioni di abitanti.
Ruolo di Manzoni
Per trovare soluzioni efficaci al problema della lingua, il ministro della pubblica
istruzione, Emilio Broglio, nominò una commissione presieduta da Alessandro
Manzoni e composta da Ruggero Bonghi, Giulio Carcano, Giuseppe Bertoldi, Gino
Capponi, Raffaele Lambruschini, Achille Mauri e Niccolò Tommaseo.
Manzoni elaborò rapidamente le proprie proposte e le espose nella relazione Dell’unità
della lingua e dei mezzi di diffonderla.
Il suo interesse per la questione linguistica era iniziato con il desiderio di trovare una
lingua adatta al romanzo moderno, e in particolare al proprio. Nello scrivere il Fermo e
Lucia avverti l’inadeguatezza dell’italiano letterario e, alla fine del proprio lavoro,
giudicò la lingua con cui lo aveva scritto “un composto indigesto”, frutto della
mescolanza di espressioni lombarde, toscane, francesi e latine. Si rese così conto
che l’Italia non possedeva una lingua adoperabile da tutti e in tutte le situazioni
comunicative.
Uso e società
Manzoni cercò di armonizzare la prosa del romanzo, riducendone le discordanze e
arrivando alla stesura dei Promessi sposi che pubblicò nel 1827. Ancora insoddisfatto
continuò la propria ricerca, che approdò a una svolta decisiva dopo un soggiorno a
Firenze, dove si rese conto che la lingua che cercava non poteva trovarsi nei libri, ma
nell’uso vivo di una comunità parlante.
Manzoni iniziò a lavorare anche all’opera Della lingua italiana, il testo che più di ogni
altro aiuta a capire su quali teorie linguistiche poggino le soluzioni proposte dallo
scrittore lombardo. Fondamentale era l’autorità dell’Uso, sempre segnato con la
lettera maiuscola e che coincide non con l’uso degli scrittori, ma della comunità
parlante.
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Una lingua deve essere lo strumento adatto a soddisfare tutte le esigenze comunicative
e dunque non può coincidere con la sola lingua letteraria. Per la prima volta si guardava
al problema ella lingua come a un problema di carattere sociale.
Di qui la decisione di separare l’italiano antico da quello di uso vivo e di scegliere
come lingua “intera” il fiorentino parlato. Una volta compiuta questa scelta, Manzoni
avviò una nuova revisione dei Promessi sposi, dove abbandonò le forme arcaiche,
eliminò gli ultimi lombardismi e inserì parole di uso più comune e di fiorentinismi di uso
vivo.
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Nuovo vocabolario
Manzoni propose la compilazione di un vocabolario della lingua fondato sull’uso vivo di
Firenze, per permettere una maggiore diffusione della lingua, e la redazione di glossari
che fornissero la traduzione di parole dialettali in parole di Firenze.
Il vocabolario fu redatto dal genero di Manzoni, Giovan Battista Giorgini, e fu
pubblicato tra il 1870 e il 1897.
Risposta di Ascoli
Il più illustre tra gli oppositori della soluzione fiorentina fu Graziadio Ascoli, che si
oppose alla proposta di estendere il fiorentino all’intero paese senza tener conto della
sua particolare storia linguistica e della scarsa istruzione del suo popolo.
Solo un lento processo di crescita culturale, di circolazione delle idee e di consenso
sempre più diffuso avrebbe potuto garantire un’autentica unificazione linguistica.
L’analisi del Proemio partiva da premesse diverse da quelle di Manzoni, che non
discordava da lui circa la necessità di divulgare istruzione e cultura.
Nascita della scuola pubblica
La scuola contribuì a ridurre sensibilmente la percentuale degli analfabeti. Inizialmente
fu estesa all’intera penisola la legge Casati che avrebbe istituito anche nel nuovo stato
una scuola pubblica, gratuita e obbligatoria per i prime due anni di elementari.
Successivamente il sistema scolastico fu regolato dalla legge Coppino, che portò
l’obbligo ai primi 3 anni delle elementari e previde, per il suo mancato rispetto,
sanzioni pecuniarie. Solo nel 1904 con la legge Orlando, l’obbligo si estese fino a 6
anni.
Altri fattori di unità linguistica
• Il fenomeno dell’industrializzazione, che si tradusse nello spostamento dalla
campagna alle città, con il conseguente abbandono dei dialetti originari
• La creazione di un’unica amministrazione pubblica, che contribuì a
diffondere un italiano burocratico
• L’istituzione del servizio militare obbligatorio, che fece incontrare soldati
di regioni distanti tra loro, costringendoli a optare per l’italiano
• La prima grande ondata di emigrazione degli italiani verso l’estero
• L’affermarsi dei quotidiani, venduti in edicola, raggiungendo un pubblico sempre
più ampio.
1.8 Dopo la metà del ‘900: tra problemi risolti e nuove sfide da affrontare
Dopo un primo momento difficile a seguito dei danni causati dalla Seconda guerra
mondiale, si avviò un periodo di grandi trasformazioni economiche, culturali e sociali,
che già a metà degli anni ’50 fecero registrare una fase di grande ripresa legata in
particolare allo sviluppo dell’industria meccanica e siderurgica.
Si parlava di miracolo economico italiano e si tradusse in un miglioramento delle
condizioni di vita dei cittadini e della loro istruzione, con conseguenze
sull’affermazione sempre maggiore dell’italiano.
Nel giro di pochi anni si realizzò una sorta di rivoluzione linguistica.
La novità più vistosa fu la presenza sempre più ampia e inarrestabile dell’italiano nella
comunicazione orale e quotidiana. Tra gli anni ’50 e ’60 si sollecitarono i figli all’uso
dell’italiano favorendo ‘abbandono della lingua locale, percepita come esclusione dalla
modernità e progresso.
Nei confronti del dialetto rimase e rimane tutt’ora un legame affettivo ed emozionale
che ne ha consentito la sopravvivenza.
Una seconda ondata migratoria
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Anche in questo caso alcuni fattori hanno contribuito all’espansione della lingua
unitaria, a cominciare dall’emigrazione delle regioni meridionali verso il Nord del paese
e all’estero, che questa volta toccò sia i paesi oltreoceano sia i paesi al nord Europa.
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La pressione esercitata sugli immigrati dalla lingua del paese ospitante contribuì a
migliorare la percezione della lingua italiana e favorirne l’apprendimento: moltissimi
immigrati di seconda generazione, giunti bambini nei paesi d’arrivo, decisero di
studiare all’università la lingua del paese da cui erano partiti i genitori.
Diffusione della televisione
Particolare rilievo ebbero i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la tv che,
arrivata in Italia nel 1954, ebbe una funzione pedagogica e riuscì a trasmettere un
italiano semplice ma curato, attento alla fonetica dello standard, alle differenze tra
registri formali e situazioni di intrattenimento.
L’italiano nella scuola
La scuola ebbe un ruolo essenziale.
Nel 1962, il percorso di istruzione successivo alle elementari, che prima si divideva tra
la scuola media destinata a chi avrebbe proseguito gli studi e la scuola di avviamento
professionale, fu unificato e la scuola media divenne a sbocco unico e obbligatorio per
tutti.
Analfabetismo funzionale
Il progresso fu indiscutibile e se nel 1951 il tasso di alfabetizzazione era sceso al
12,9%, nel 2011 si è arrivati al 1,06%.
Ciononostante, alcune indagini mostrano dati preoccupanti riguardo l’”analfabetismo
funzionale”, cioè quell’analfabetismo che non si traduce nell’incapacità di leggere e
scrivere, ma in un possesso meramente strumentale dell’alfabeto, insufficiente
alla comprensione di strutture sintattiche complesse, di lessico colto o di testi che
presentano grafici e simboli.
Risulterebbe che più del 40% degli italiani ha una capacità elementare di analizzare
e interpretare i testi, con la conseguenza di non riuscire a rapportarsi alla complessità
dei fenomeni sociali, culturali e politici che lo circondano.
A ciò si aggiunge l’esito sconfortante dell’indagine sulla quantità e frequenza di lettura
nel nostro paese: quasi un italiano su cinque non legge nemmeno un libro all’anno, né
si dedica alla lettura di quotidiani, preferendo l’informazione dei canali televisivi o dei
social network.
2. Riflettiamo sul confronto: l’italiano e le altre lingue
2.1 Francia: una politica linguistica mediata
Lingua senza esercito né impero
La storia linguistica italiana è in parte diversa da quella di altri paesi europei,
soprattutto perché per secoli la nostra lingua non ha avuto una corte o un governo
centrale che ne abbiano favorito la diffusione e l’uso unitario in tutta la penisola: il
fiorentino ebbe la capacità di imporsi soprattutto per il prestigio acquisito dalle
grandi opere, oltre che per la politica culturale svolta dalla Firenze medicea nel
Quattrocento.
Lingue d’oc e d’oil
Anche la Francia presentava una situazione variegata all’indomani della caduta
dell’Impero Romano. Esistevano due grandi famiglie linguistiche, che tutt’oggi
chiamiamo lingue d’oc e d’oil, le quali comprendevano gli idiomi di molte aree del
Nord, incluso il franciano di Parigi, mentre le altre includevano le varietà del Sud, tra
le quali il provenzale.
Crociata contro gli albigesi
Ciò che favorisce il prevalere di una delle varietà d’oil, è il ruolo esercitato dalla corte
di Parigi.
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Decisiva per le sorti della Provenza fu la crociata contro gli albigesi per combattere
l’eresia dei catari, che si era diffusa tra gli abitanti della città di Albi. La guerra si
concluse solo dopo 20 anni e segnò il declino delle corti provenzali, favorendo il
predominio del francese di Parigi.
Ordinanza di Villers-Cotterêts
Fu solo dopo alcuni secoli che il francese ebbe il primo riconoscimento ufficiale e fu
indicato come la lingua nella quale avrebbero dovuto scriversi le leggi. Il passaggio
decisivo fu segnato da un provvedimento
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formale, l’ordinanza di Villers-Cotterêts del 1539, ricordata per aver riconosciuto il
francese come lingua ufficiale del diritto e dell’amministrazione, decretandone la
supremazia su tutte le altre del paese.
Académie française e Accademia della Crusca
Basandosi sul modello dell’Accademia della Crusca, il cardinale Richelieu fondò
l’Académie française. Il lavoro degli accademici si concentrò sulla ricerca
lessicografica e sulla redazione di un Vocabolario che avrebbe dovuto fondarsi sui
testi dei grandi scrittori fiorentini del Trecento. Le quattro impressioni del Vocabolario
suscitarono critiche e contrasti, ma furono uno strumento indispensabile per tutti gli
scrittori italiani.
Il ruolo ufficiale e i compiti dell’Académie française furono stabiliti tramite un
provvedimento legislativo che assegnava all’istituto il compito di fornire regole alla
lingua francese e di renderla pura e capace di trattare sia le arti che le scienze.
Rivoluzione francese
Fu tuttavia con la rivoluzione del 1789 che il francese divenne la lingua nazionale
parlata in tutto il paese.
2.2 Storia controversa del castigliano
Anche per l’unificazione linguistica della Spagna furono decisive le
azioni di alcuni sovrani. Regni islamici
Più di un volgare vi conviveva quando, nel 711, fu conquistata da popolazioni arabe che
diedero vita a una
civiltà ricca e fiorente sul piano economico e culturale.
Dopo il Mille, le continue lotte che dividevano i regni islamici provocarono una lunga
crisi, di cui si avvalsero i territori cristiani per avviare una lenta riconquista della
penisola, conclusasi nel 1492.
Regno di Castiglia
Un ruolo particolare rilevanza fu giocato dal Regno di Castiglia, cui inizialmente fu
unito al Regno di León. Nel 1212, sotto la corona di Alfonso VIII di Castiglia, gli arabi
avevano subito una pesante sconfitta e già alla dine del secolo quasi tutti i regni
islamici, eccetto Granada, tornarono a far parte della Castiglia e Aragona. Alfonso il
Savio
Sono gli stessi secoli in cui il castellano comincia a estendersi sempre di più,
ricevendo un contributo notevole dal re Alfonso X di Castiglia, conosciuto come il
Savio e considerato l’iniziatore della scrittura letteraria castigliana. Alfonso riunì
presso la corte numerosi intellettuali e istituì la Scuola di traduttori di Toledo, dove
dall’arabo e dal greco si tradussero testi sia in latino che in volgare.
Re cattolici
Più complessa fu l’unificazione con il Regno d’Aragona, che fu sancita dal matrimonio
tra Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, i re cattolici, che con Granada
avrebbero completato nel 1492 la riconquista dei territori arabi.
Nello stesso anno, Cristoforo Colombo approdò in America, grazie alle sovvenzioni
dei due sovrani, conferendo alla spagna un’egemonia che avrebbe mantenuto per
quasi due secoli.
Ascesa del castigliano
Numerosi fattori consentirono al castigliano di espandersi a scapito di altre importanti
lingue iberiche, come il catalano e il basco. Fu rilevante la sua estensione ai paesi
sudamericani.
Un peso non indifferente ebbe anche la grande letteratura in lingua castigliana per
mano di scrittori come Lope de Vega, Miguel de Cervantes, Calderón de la Barca.
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Determinanti furono le decisioni politiche imposte da Filippo V che prescrisse l’uso
esclusivo del castigliano nell’istruzione e negli ambiti giuridici e amministrativi,
relegando le altre lingue ai soli ambiti familiari.
Nuova convivenza
Durante gli anni le comunità allodotte, in particolare i catalani, tentarono di rivendicare
per la propria lingua un’autonomia che sarebbe stata riconosciuta solo nel 1979.
Oggi la Costituzione spagnola, pur assegnando al castigliano il ruolo di lingua ufficiale,
dichiara l’ufficialità delle altre lingue nelle rispettive comunità e in accordo con i loro
statuti.
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Capitolo 2: FONETICA
1 Sistema fonetico
1.1 Fonetica
L’italiano standard possiede un sistema fonatorio con un numero relativamente limitato
di foni vocalici e un consonantismo abbastanza ricco.
1.2 Foni, lettere e trascrizione fonetica
Fono: segmento minimo in cui può essere suddivisa la parola nella sua
forma orale. Lettera: segmento minimo in cui è suddivisa la parola
nella sua forma scritta.
Scritture alfabetiche e corrispondenza non biunivoca
La forma grafica della lingua ha lo scopo di riprodurre il suono delle parole in una
forma visibile e permanente. La lettera altro non è che una rappresentazione scritta
e visibile del fono. Tuttavia, la corrispondenza tra foni e lettere nelle varie lingue non
è sempre precisa: ci sono casi in cui 2 o più foni vengono scritti con la stessa lettera o
casi in cui lo stesso fono viene scritto in 2 o più modi diversi.
Trascrizione fonetica
È la rappresentazione del suono reale dei foni; per indicarne il suono reale, si
utilizzano dei simboli tra parentesi quadre [ ].
Un sistema di trascrizione fonetica ha l’obbiettivo di rendere non ambigua la
pronuncia di una parola, spesso resa poco trasparente dai normali usi ortografici
delle divere lingue.
↓
IPA: International Phonetic Alphabet = Sistema di trascrizione fonetica
internazionale
1.3 Vocali e consonanti
La descrizione dei foni si basa sulla loro articolazione maniera con cui il nostro
apparato fonatorio produce i foni, eseguendo dei particolari movimenti con gli organi
articolatori.
Apparato fonatorio
La principale suddivisione distingue le vocali e le consonanti, entrambe prodotte
durante la fase di
espirazione, ma con diverse
modalità. Pliche vocaliche
• Le vocali sono prodotte con la vibrazione delle pliche vocaliche (“corde”
vocali) all’interno della laringe. vibrazione accompagnata da diverse
posizioni assunte dalla lingua, labbra e dal palato molle, che conferiscono a
ogni vocale il suo specifico timbro. nell’attraversare la cavità orale l’aria vi
risuona senza incontrare ostacoli al suo passaggio e defluisce liberamente
verso l’esterno
attraverso le labbra.
• Le consonanti prevedono sempre un qualche tipo di ostacolo, ovvero di
interruzione o perturbazione del passaggio dell’aria espiatoria. si dividono in:
sonore (se c’è vibrazione) e sorde (se non c’è vibrazione) e si classificano in
funzione del punto in cui l’aria incontra l’ostacolo (luogo di articolazione) e del
tipo di ostacolo che essa incontra (modo di articolazione).
1.4 Sistema vocalico
Vocale tonica: su di essa cade l’accento di
parola (es: àbito) Vocale atona: non portano
l’accento (es: àbito) Vocalismo tonico
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In sillaba tonica il vocalismo è formato da 7 elementi, sistema eptavocalico
rappresentato in forma triangolare (vedi schema pag. 45).
Posizioni della lingua
Lo schema è costruito tenendo conto della posizione della lingua durante
l’articolazione di ciascuna vocale.
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I termini alte, medio-alte, medio-basse e basse fanno riferimento ai movimenti verticali
della lingua, mentre i termini anteriori, centrale e posteriori si riferiscono ai movimenti
orizzontali.
Vocali medio-basse e medio-alte
Le coppie vocaliche [e] ed [ɛ] e tra [o] ed [ɔ], nell’ortografia italiana non hanno simboli
differenziati: ai primi corrisponde sempre la lettera <E>, ai secondi la <O>.
Si pensi alle parole venti e botte: entrambe hanno due diverse pronunce, con due
significati diversi. Labializzazione
Oltre alla posizione della lingua, le vocali si differenziano anche per la posizione delle
labbra, che possono assumere due diversi atteggiamenti:
- Vocali non labializzate o “non arrotondate” Le vocali anteriori [i e ɛ] e la
centrale [a] sono realizzate mantenendo le labbra in posizione distesa. [ieɛ
a]i e ɛ a]
- Vocali labializzate o “arrotondate” Le vocali posteriori [ɔ o u] presentano
un arrotondamento delle labbra [ieɛa]ɔ o u]
Vocali orali e nasali
Le vocali dell’italiano sono tutte orali. Nessuna presenta nasalizzazione. Questo
blocco del passaggio dell’aria verso il naso si ottiene grazie all’innalzamento e
arretramento del palato molle o velo del palato. Vocalismo atono
In sillaba atona, cioè non accentata, il sistema vocalico si riduce a soli 5 elementi
(pentavocalico). In questo caso si parlerà semplicemente di “vocali medie”.
Vocali medie
La differenza tra vocalismo atono e tonico si può osservare prendendo come esempio
le vocali anteriori [e] ed [ɛ] di vénti e vènti: quando nella derivazione l’accento si
sposta sul suffisso (ventina, ventèsimo e ventàta e ventóso) le vocali in questione,
diventate atone, non sono più distinguibili l’una dall’altra.
1.5 Sistema consonantico
Classificazione delle consonanti
Per descrivere ogni consonante dobbiamo specificarne 3 caratteristiche:
• Modo di articolazione (tipo di ostacolo)
• Luogo di articolazione (punto in cui si forma l’ostacolo)
• Se è presente o meno la vibrazione delle corde vocali, cioè se è sonora o
sorda
Consonanti occlusive
Il modo di articolazione occlusivo prevede una brevissima ma completa chiusura
del canale fonatorio, detta “occlusione”, seguita da una brusca riapertura, detta
“esplosione”. 6 consonanti occlusive, suddivise in 3 coppie formate da una sorda e
una sonora ciascuna.
- Occlusive bilabiali: rispettivamente sorda e sonora, [p] e [b]. L’occlusione si
produce mettendo in stretto contatto le labbra e poi allontanandole
bruscamente (ape, oboe)
- Occlusive dentali: [t] e [d] occlusione mettendo a contatto la punta della
lingua con i denti incisivi superiori (auto, Ada)
- Occlusive velari: [k] e [g] occlusione mettendo a contatto il dorso della lingua
con il palato molle (eco, ago)
Consonanti fricative
Il modo di articolazione fricativo prevede che si crei nel canale fonatorio uno stretto
passaggio, che permette all’aria di attraversarlo ma con una certa difficoltà Si
genera un rumore di frizione (come un soffio).
- Fricative labiodentali: rispettivamente sorda e sonora [f] e [v] frizione si
produce tra il labbro inferiore e i denti superiori (afa, Eva)
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- Fricative dentali: [s] e [z] frizione si produce tra la punta della lingua e i denti
(casa, rosa)
- Fricativa palatale sorda: [ʃ] frizione si produce tra il dorso ella lingua e il palato
(scemo, ascia)
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- Fricativa palatale sonora: [ʒ] tipica del fiorentino; appare in prestiti dal
francese (garage) o dall’inglese (fusion)
Consonanti affricate
Il modo di articolazione affricato presenta il meccanismo più complesso. Prevedono
un momento di totale chiusura, detto “occlusione”, a cui segue però non una brusca
riapertura bensì una fase di frizione a causa della loro articolazione in 2 fasi, anche
la rappresentazione fonetica è costituita da due caratteri.
- Affricate dentali: rispettivamente sorda e sonora [ts] e [dz] occlusione e
frizione tra la punta della lingua e i denti (pezzo, mezzo)
- Affricate palatali: [tʃ] e [tʒ] articolate tra il dorso della lingua e il palato
duro (bacio, giallo) Consonanti nasali
Il modo di articolazione nasale consiste in una completa ostruzione orale, come per
le occlusive, ma il velo del palato i trova in posizione abbassata e l’aria può fuoriuscire
attraverso il naso aggirando l’occlusione sono tutte sonore.
- Nasale bilabiale: [m] ostruzione a livello delle labbra, aria deviata
verso il naso grazie all’abbassamento del velo del palato (mamma)
- Nasale dentale: [n] ostruzione tra punta della lingua e denti superiori (nonna)
- Nasale palatale: [ɲ] ostruzione tra dorso della lingua e
palato (gnocchi) Consonanti laterali
Il modo di articolazione laterale prevede un’ostruzione analoga a quella delle
occlusive, che avviene però solo nella parte centrale del cavo orale, lasciando il
passaggio libero per l’aria ai due lati della stessa ostruzione ne esistono 2:
- Laterale dentale: [l] ostruzione tra la punta della lingua e denti superiori, con
uscita dell’aria ai
due lati (lilla)
- Laterale palatale: [ʎ] ostruzione tra dorso della lingua e palato, con
passaggio dell’aria verso l’esterno (aglio)
Consonanti vibranti
Il modo di articolazione vibrante prevede una serie di velocissime occlusioni e
riaperture del canale fonatorio (come successione di brevissime consonanti occlusive
sonore).
- Vibrante dentale: [r] articolata tra la punta della lingua e i denti incisivi superiori
(rosa, oro)
Consonanti approssimanti
Anche definite “semivocali” o “semiconsonanti”.
Si parla di modo di articolazione approssimante quando un avvicinamento tra gli
organi fonatori crea un passaggio molto stretto, ma meno chiuso di quello di una
consonante fricativa. 2approssimanti:
- Approssimante laterale: [j] avvicinamento del dorso della lingua al palato
(paio)
- Approssimante labiovelare: [w] avvicinamento del dorso della lingua al
velo palato, con un arrotondamento delle labbra (vacuo)
1.6 Lunghezza dei foni
Tutti i foni sono dotati di una durata maggiore o minore, che può variare in base a vari
fattori specifici della lingua e può essere un elemento determinante per la trasmissione
del significato.
La lunghezza delle vocali è regolata da alcune
norme. Lunghezza delle vocali
Un meccanismo automatico rende lunghe tutte le vocali toniche, accentate, che si
trovino in una sillaba aperta, ossia che termina per vocale (pàre)
Quando invece la sillaba accentata è una sillaba chiusa, ossia terminante per
consonante (pànca), la vocale rimane breve.
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Finali sempre brevi
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Fanno eccezione le sillabe toniche finali di parola che sono sempre
brevi (papà). Simbolo IPA per la lunghezza vocalica
L’allungamento della avocale si indica aggiungendo il simbolo [ː] dopo
la vocale stessa. Lunghezza delle consonanti
La lunghezza delle consonanti assume valore distintivo e produce “coppie minime”,
ossia coppie di parole che si differenziano per un solo elemento fonico (pala vs palla)
Simbolo IPA per la lunghezza della consonante
Si usa lo stesso simbolo visto per la lunghezza vocalica [ː]. Spesso però si preferisce
rappresentare la consonante lunga con la ripetizione del simbolo (palla [palːa] o
[palla])
Consonanti sempre lunghe
Alcune consonanti vanno sempre pronunciate lunghe all’interno della parola, anche se
l’ortografia non lo segnala. È il caso delle affricate dentali sorda e sonora [ts] e [dz] in
parole come ozio e azoto.
1.7 Fenomeni di coarticolazione
Coarticolazione: processo per cui i foni subiscono il condizionamento dei foni
precedenti o successivi, modificando alcune delle proprie caratteristiche.
Rende un fono del tutto identico o in parte simile a uno dei foni adiacenti: in questi casi
si parla di “assimilazione”.
Altro fenomeno consiste nell’allungamento o raddoppiamento della consonante iniziale
di alcune parole
raddoppiamento fonosintattico
1.7.1 Regole di assimilazione
I principali fenomeni di assimilazione sono di tipo regressivo prevedono che una certa
caratteristica articolatoria si trasferisca all’indietro, coinvolgendo anche il fono che lo
precede.
- Assimilazione regressiva di sonorità: colpisce la fricativa dentale quando è
seguita da una consonante. ne acquisisce il tratto di sonorità e quindi
avremo sempre la fricativa dentale sorda
[s] davanti a consonanti sorde [p, k, t, f], mentre avremo sempre la fricativa
dentale sonora [z] davanti a consonanti sonore [b, d, g, dʒ, m, n, ɲ, l, r]. (pag.
52)
- L’assimilazione regressiva di luogo di articolazione colpisce le consonanti
nasali quando seguite da altra consonante se una nasale è seguita da
bilabiale [p, b] anch’essa è sempre bilabiale [m] (come in campare, cambiare);
se seguita da dentale [t, d, s, l, r] è dentale (come in monte, mondo); se seguita
da labiodentale [f, v] o da velare [k, g]
- Quest’ultima regola si applica anche tra parole, ossia in tutti quei casi in cui una
parola termina per consonante nasale (non, un, con) e la parola successiva
inizia con consonante. Avremo quindi: una nasale bilabiale [m] in un bacio, non
posso; una labiodentale [ɱ] in con Fabio, San Vito; una dentale
[n] in buon Dio, han saputo; una velare [ɲ] in un gatto.
1.7.2 Raddoppiamento fonosintattico
Fenomeno che passa quasi inosservato in quanto non ha una rappresentazione diretta
nell’ortografia. Consiste nella pronuncia allungata (o “raddoppiata”) della consonante
iniziale di una parola quando questa è preceduta da determinate forme, perlopiù
monosillabiche, oppure da parole tronche come: a Maria (a [mm]aria) oppure sarà lui
(sarà [ll]ui).
Il fenomeno è evidente in quelle parole che si sono fuse in un’unica parola attraverso il
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processo di “univerbazione”, che significa appunto ‘unione di due parole in una sola’:
oh Dio oddio; così detto cosiddetto
Effetto della parola che precede
Il raddoppiamento è un fenomeno attivato dalla parola precedente, ma i cui effetti si
manifestano su quella che segue.
Raddoppiamento fonosintattico dopo monosillabo
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• Preposizioni: a, da, u, fra, tra (a [ieɛa]ff]ondo, da [ieɛa]kk]apo)
• Avverbi: qui, qua, lì, là, più, su, giù (qua [ieɛa]dd]ietro, lì [ieɛa]ss]opra)
• Congiunzioni: e, o, ma, che, se (e [ieɛa]vv]ai, che [ieɛa]ss]arà)
• Forme verbali: è, ho, ha, fa, fu, sa, do, dà (è [ieɛa]ll]ungo, fa [ieɛa]tt]utto)
• Sostantivi e aggettivi monosillabici: re, blu, sci, gru… (blu [ieɛa]mm]are, tè [ieɛa]ff]reddo)
• Nomi di lettere dell’alfabeto e note musicali: bi, ci, di, pi, do, re, mi… (pi [ieɛ
a]gg]reco, mi [ieɛa]mm]inore)
Monosillabi che non producono
raddoppiamento Non tutti i monosillabi
provocano il raddoppiamento.
Per esempio, la preposizione di, le particelle ne e ci, gli articoli determinativi e tutti i
pronomi atoni della serie mi, ti, gli, le, ci e vi e nessun monosillabo terminante in
consonante.
Raddoppiamento fonosintattico dopo polisillabo tronco
Si verifica ogni volta che una parola tronca terminante in vocale è seguita da una
parola iniziante per consonante.
Questo genere di raddoppiamento è molto frequente.
Sono tronche infatti molte forme verbali di passato remoto e futuro, oltre a sostantivi
astratti e concreti, congiunzioni: caffè [ieɛa]ff]reddo, farò [ieɛa]tt]utto.
È però impedito dopo una pausa: abbiamo caffè, succhi di frutta, bibite varie… la [s]
dopo la parola
succhi non è raddoppiata.
1.8 Accento di parola nell’italiano standard
Qualunque parola italiana formata da due o più sillabe prevede che ve ne sia una
accentata.
Si intende che può essere più lunga come durata e/o più acuta di tono e/o più forte di
volume. questi aspetti contribuiscono a segnalare la prominenza di questa sillaba.
Anche se sprovviste di accento grafico, tutte le parole presentano una
sillaba accentata. Simbolo IPA per l’accento
Per non confondere tra il simbolo grafico dell’accento e l’accento fonetico, nelle
trascrizioni si usa un trattino verticale alto [ˈ], collocato prima della sillaba tonica: es
pero [ˈpero] vs però [peˈrɔ].
Posizioni dell’accento
In base alla posizione dell’accento si è soliti indicare le parole come tronche
(accento sull’ultima sillaba), piane (sulla penultima), sdrucciole (sulla terzultima),
bisdrucciole (sulla quartultima), trisdrucciole (sulla quintultima).
1.9 Pronunce regionali
La grande maggioranza degli italofoni ha una pronuncia che consente di identificare la
regione di provenienza a colpo sicuro La pronuncia reale dell’italiano si discosta per
un elemento o per un altro da quella descritta dalla norma dello standard.
Distribuzione delle vocali medie
Spesso la pronuncia delle vocali medio-alte e medio-basse non coincide con quella
prevista dalla norma. Es: nell’italiano di Milano e del Nord Italia, le vocali delle
parole tre e piedi, che nello standard sono pronunciate [tre] e [pjɛdi], risultano
invertite [trɛ] e [pjedi].
Lo stesso avviene nelle zone del
Sud Italia. Vocalismo tonico
pentavocalico
Altri italiani regionali hanno un meccanismo pentavocalico anche in sillaba tonica,
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perdendo così tutte le distinzioni come quelle tra [venti] e [vɛnti]. (Sicilia, Sardegna,
Calabria, Salento, Piemonte).
Varianti di [a]
A volte anche la [a] in sillaba tonica si può presentare modificata, con una
pronuncia più avanzata [æ] (Emilia-Romagna e Puglia), o più arretrata [α](Campania).]
(Campania).
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Consonanti e fenomeni di scempiamento
Tra le deviazioni più diffuse delle consonanti, vi sono quelle che riguardano la
lunghezza.
• Fenomeni di “scempiamento” nelle varietà settentrionali:
- Assenza di raddoppiamento fonosintattico
- Scempiamento delle palatali: pronuncia breve di alcune consonanti che in
italiano sono sempre lunghe.
• Fenomeni di raddoppiamento nelle varietà centro-meridionali:
raddoppiamento delle palatali; raddoppiamento dell’occlusiva bilabiale
sonora [b] e affricata palatale sonora [dʒ] (Fabio [fabbjo]; Luigi [luidʒi])
Variazioni nella sonorità delle fricative dentali
• Generalizzazione di sorda o di sonora: in italiano standard sono presenti sia
la consonante [s], fricativa dentale sorda, sia la [z], fricativa dentale sonora
([kasa] e [roza]) nelle regioni settentrionali viene generalizzata la sonora e si
troverà quindi [kaza] e [roza], mentre nelle centro- meridionali all’opposto, si
trova sempre la sorda [kasa] e [rosa].
• Fenomeni di fricativizzazione in Toscana: vi è la realizzazione fricativa [ʃʒ]
delle affricate [tʃ, dʒ] in posizione intervocalica come in [diʃe] (dice) o in Luigi
[luidʒi]. Tipico della Toscana è anche il fenomeno della resa fricativa delle
occlusive sorde tra due vocali (detto anche “gorgia toscana”, in particolare
della [k] in casi come ‘dico’, pronunciato [diho])
• Pronuncia affricata della fricativa alveolare dopo nasale: nell’area centro-
meridionale è frequente l passaggio da [ns] > [nts] come in [insomma] >
[intsomma]. Può accadere anche dopo [l] o [r].
1.10 Nuove tendenze nella pronuncia
In Italia in quasi tutti i contesti viene esibita dai parlanti e tollerata dagli ascoltatori una
pronuncia in maggiore o minore misura difforme da quella standard. Ciò si osserva
nelle situazioni informali, ma anche nell’uso dell’italiano da parte dei mass media, in
primis da parte della tv.
Il grado di accettazione delle pronunce non standard è cresciuto negli
ultimi decenni. Mass media e varietà romana
Un particolare fattore di riflessione riguarda il fatto che i media utilizzano principalmente
alcune varietà ragionali a discapito di altre. La televisione pubblica ha sempre avuto i
suoi studi a Roma, città da cui provengono anche molti giornalisti e tecnici della RAI,
mentre altri vi risiedono pur essendo originari di altre regioni. Anche questi ultimi, a
causa della residenza romana, hanno poi acquisito tratti di pronuncia tipicamente locali.
Lettori e giornalisti
Va ricordato, sul piano storico, che fino alla riforma del 1975 la RAI, in regime di
monopolio, affidava la lettura dei telegiornali non ai giornalisti, ma a “lettori” di
professione, cioè a persone che avevano appreso la pronuncia standard in corsi di
dizione o “ortoepia”.
A partire dalla riforma, le notizie vengono lette o presentate da giornalisti provenienti
sia da Roma sia da altre aree del paese.
Ristandardizzazione
Tutto ciò finisce per creare nel pubblico dei telespettatori abitudine ad alcune
caratteristiche della pronuncia centro-italiana. Tra le più diffuse:
- L’allungamento di [b] e [dʒ] intervocaliche (Libia -> [libbja]; Egitto -> [eddʒitto])
- La fricativizzazione di [tʃ] intervocalica (oceano Pacifico -> [oʃeano paʃifiko]
- L’affricazione di [s] dopo
nasale Elisioni previste e
impreviste
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L’italiano standard prevedere l’elisione obbligatoria di una vocale finale davanti a
un’altra vocale ( della acqua > dell’acqua). In altri casi è facoltativa (quando è >
quand’è).
Nel parlato tuttavia si osservano casi di elisione che non sono previsti dalla norma e
che possono colpire qualsiasi vocale che sia seguita da altra parola che inizi per
vocale (l’amico americano > l’amic’americano)
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1.11 Rapporto tra grafia e fonetica
L’italiano presenta pochi casi di non corrispondenza tra la forma ortografica e quella
fonetica.
La ragione principale di queste incongruenze sta nel fatto che la nostra lingua usa un
alfabeto concepito dal latino, e che di conseguenza non possiede lettere per tutti quei
foni che in latino non esistevano e che si sono prodotti lungo la lenta trasformazione in
volgare.
(vedi pag. 60-61)
2. Riflettiamo sul confronto: l’italiano e le altre lingue
2.1 Apprendimento e acquisizione della fonetica italiana da parte di parlanti di
altra lingua
La nostra è una lingua molto studiata nel
mondo. Italiano lingua straniera
Esistono in molti paesi corsi di lingua italiana di ogni livello. Si tratta di un
“apprendimento dell’italiano come lingua straniera”, guidato da insegnanti
madrelingua o no.
Italiano seconda lingua
Altra modalità di apprendimento guidato è quella che riguarda chi vive in Italia per
motivi di studio, lavoro. È un apprendimento che si svolge in Italia in istituzioni
specialmente dedicate a questo scopo. In questo caso si parla di “apprendimento
dell’italiano come seconda lingua”.
Acquisizione spontanea
Accade spesso che gli stranieri che vivono in Italia non abbiano l’opportunità di
seguire alcun percorso di apprendimento guidato e che imparino l’italiano per
contatto diretto. Si tratta di “acquisizione della seconda lingua”.
Acquisizione regionale e dialettale
Quando l’italofonia è acquistata spontaneamente, per contatto o full immersion, i tratti
regionali e anche gli usi dialettali si trasferiscono in maniera ancor più diretta nel suo
italiano.
2.2 Aspetti e problemi dell’apprendimento della pronuncia italiana
Vedi pag. 64-65-66
2.3 Aspetti e problemi dell’apprendimento della pronuncia delle lingue straniere da
parte di italofoni
vedi pag. 66-67-68-69-70
Capitolo 4: TESTO
1 Nozioni di sfondo
Il testo è un atto comunicativo si basa su un codice linguistico orale e scritto che
una comunità di individui conosce, si tramanda e usa per formare una rete di legami
grammaticali e semantici che consente di produrre e ricevere informazioni e
realizzare, quindi, scambi comunicativi.
Contesto e Cotesto
Questa rete di collegamenti si estende sia all’interno del testo stesso (tra le sue
componenti verbali: parole, frasi, periodi, etc.…), sia verso l’esterno (in relazione alla
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situazione comunicativa).
Il testo verbale è l’esito dell’interazione delle parole in relazione a:
- Cotesto: insieme di parole che precedono o seguono un’altra in uno stesso
testo e nella stessa conversazione
- Contesto: insieme di circostanze, linguistiche ed extralinguistiche, in
cui si verifica l’atto comunicativo
Massime conversazionali
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Ogni testo si basa su alcune regole elementari di cooperazione fondate sul comune
buon senso e chiamate “massime conversazionali”: dire cose vere (massima della
qualità) e pertinenti all’argomento (massima della relazione) e dirle in modo
esaustivo (massima della quantità) e chiaro (massima del modo).
Queste 4 massime non sempre vengono
rispettate. Requisiti del testo
Il primo requisito di un testo non è tanto la coesione, quanto la coerenza:
- Coesione: è il rispetto delle regole grammaticali e la capacità di saperle
usare adeguatamente all’interno di un testo
- Coerenza: si realizza quando l’unione delle parti tra loro dà mai luogo a
contraddizioni, ambiguità o contrasti di senso.
2. Coerenza
Le tante informazioni che compongono un testo sono concatenate tra loro secondo
relazioni di senso e di significato che possono manifestarsi in modo esplicito, ed
emergere sulla “superficie” del testo, oppure rimanere implicite, cioè nascoste nelle
“profondità” del testo.
Strati del testo: esplicito e implicito
La compresenza di uno strato esplicito e di uno strato implicito di informazioni è una
caratteristica di ogni
lingua naturale, cioè di ogni lingua usata abitualmente da individui di una società.
Lo strato implicito è assolutamente nella conversazione di tutti i giorni e in molti scritti,
ma è invece evitato nei linguaggi specialistici e completamente escluso nei
linguaggi formalizzati.
Senso nel testo
La coerenza del testo è data dalla continuità di senso, vale a dire dalla corretta e
chiara concatenazione logica tra gli eventi rappresentati alla continuità di senso
contribuisce in maniera notevole la continuità referenziale o tematica, cioè l’insieme
delle modalità lessicali e grammaticali con cui gli oggetti del discorso sono presentati,
disposti, concatenati nel corso del testo. la violazione della coerenza può dare luogo
a dubbi e fraintendimenti.
A far sì che il testo sia coerente, concorrono le strutture linguistiche, da più punti di
vista: il rapporto tra detto e non detto, la deissi, la coesione, la continuità e la
progressione tematica e l’uso dei connettivi.
2.1 Implicito ed esplicito
In ogni testo, implicitezza ed esplicitezza convivono in differenti
proporzioni. Due forme di implicito
Possiamo distinguere due forme di implicito:
- La presupposizione: quell’informazione che risulta indispensabile ai fini del
senso dell’enunciato e che viene presentata come vera a generarla può
essere un tipo di frase, un verbo o altro presenta un’informazione come vera
ma non è detto che lo sia davvero.
- Implicazione: è un’informazione non espressa esplicitamente, ma lasciata
intendere è ricavabile per inferenza A generarla è il senso della frase e le
sue relazioni logiche, cioè l’uso di connettivi come ma, quindi, persino, etc.
Fini persuasivi
Presupposti e implicazioni sono usati in testi con finalità persuasive e
propagandistiche, dove si tende a spostare l’attenzione del destinatario dalle
premesse e dalle relazioni logiche profonde alle affermazioni effettivamente
pronunciate.
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Il destinatario tende ad accettare come un dato di fatto la presupposizione e dare poco
rilievo all’implicazione; solo di rado si preoccupa di mettere in discussione la validità e
la fondatezza degli impliciti. Es: titolo giornale “Le vere cause dell’Alzheimer”
(pag.138)
Fini retorici
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Le presupposizioni possono servire a non esprimere in modo totalmente esplicito fatti
o giudizi che rischiano di risultare sgraditi, come avviene per esempio, nelle risposte
“diplomatiche” (in cui si lascia intendere ciò che si vuole dire senza dirlo e senza
sbilanciarsi nel giudizio).
Gli impliciti sono essenziali nella costruzione di un testo: consentono di dare alcuni
elementi per scontati e di richiamare l’attenzione del destinatario sull’informazione
che l’emittente ritiene più importante.
2.2 Gestione delle informazioni e costruzione del testo
Ciò che conta nel determinare quali informazioni trasmettere in modo esplicito e quali in
modo implicito è l’enciclopedia, cioè l’insieme di informazioni condivise tra l’emittente e
il destinatario.
Sapere condiviso
Si tratta di conoscenze, credenze e aspettative che ci parla o scrive sa note e
condivise con il proprio interlocutore È una base di conoscenze ed esperienze
comuni e procede fondamentale per poter cominciare qualsiasi discorso e
portarlo avanti.
L’enciclopedia sarà massima tra amici e coetanei e minima tra persone sconosciute.
Il testo si fonda su questa base di conoscenze comuni e procede grazie a
informazioni fornite in relazione ad altri particolari fattori che caratterizzano lo scambio
comunicativo e che definiamo domini di referenza:
• L’enciclopedia
• Il contesto, che si riferisce alle particolari circostanze della
comunicazione e ai fattori extralinguistici
• Il cotesto, che coincide con le parole e le frasi che compongono il testo
• La situazione comunicativa, che riguarda il momento, il luogo, i
protagonisti della comunicazione
I domini di referenza sono di estensione differente.
L’emittente deve tenere conto del fatto che le varie informazioni risulteranno presenti
alla coscienza e alla memoria del destinatario in misura variabile, su almeno 3 livelli:
- L’informazione è di dominio comune e nota a tutti oppure è posta al centro
dell’attenzione del discorso (“informazione data” o “dato”)
- L’informazione non è data/nota ma è facilmente ricavabile
- L’informazione è introdotta per la prima volta nel testo (“informazione nuova” o
“nuovo”)
3. Deissi
Dal greco deixis ‘indicazione’ riguarda l’insieme dei riferimenti spaziali,
temporali e personali che caratterizzano l’atto comunicativo e che trovano
espressione attraverso un’ampia gamma di categorie grammaticali.
Centro deittico
Ogni atto comunicativo ha un suo centro deittico, chiamato origo (‘origine’),
coincidente con il parlante, attorno al quale sono incardinati tutti gli elementi deittici.
Coordinate spazio-temporali e personali del testo
Durante gli scambi comunicativi, gli avvenimenti rappresentati possono avere un
punto di riferimento temporale o spaziale diverso rispetto a quello del centro deittico.
- Discorso diretto: presenta due piani enunciativi e quindi due criteri deittici
diversi e separati il
confine è segnalato chiaramente da segni interpuntivi (come i due punti e le
virgolette) e da un cambio prosodico dell’oralità
- Discorso indiretto: presenta un solo piano enunciativo (e un solo centro
deittico).
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Adeguamenti deittici, morfologici e spaziali
La scelta tra diretto e indiretto comporta l’adeguamento dei deittici. Oltre alle
espressioni avverbiali di tempo (domani -> il giorno dopo) e di spazio (qui -> lì),
cambia anche il verbo, sia nella morfologia, cioè tempo e modo, sia nel lessico
(venire -> andare).
Non tutte le espressioni di tempo e spazio richiedono di essere adeguate.
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3.1 Deissi temporale
La temporalità è la dimensione deittica più complessa e ricca
di sfumature. Due tipi di deittici:
- Deittici situazionali: sono ancorati al centro deittico del parlante, dunque nel
contesto situazionale extralinguistico
- Deittici anaforici: correlati a un momento di riferimento variabile, individuato
all’interno del testo Nell’italiano di oggi, alcuni aggettivi possono prestarsi a più
significati [es: altro ci si può riferire a un momento collocato nel futuro (+ articolo
indeterminativo: ci vedremo un altro giorno) o nel passato (+ articolo determinativo:
ci siamo visti l’altro giorno)]
Vedi esempi pag. 142/143.
Tempi verbali per la costruzione della deissi
Anche i tempi verbali partecipano alla costruzione della deissi, prestandosi a impieghi
deittico-situazionali (indicativo presente, passato prossimo, remoto, futuro semplice) o
deittico-anaforici (trapassato prossimo, remoto, futuro anteriore, condizionale passato).
Con i tempi deittici il momento dell’avvenimento (MA) si pone prima, dopo o
contemporaneamente rispetto al momento dell’enunciazione (ME).
- Ieri sono uscito (prima MA, poi ME), Sto uscendo! (MA=ME), Domani vado!
(prima ME, poi MA). Con i tempi anaforici, subentra un terzo evento temporale: il
momento di riferimento (MR), che serve a collocare sull’asse del tempo l’azione
espressa dal verbo deittico.
- Quando arriverò alla stazione, il treno sarà già partito: ME (l’azione espressa
al futuro e la sua enunciazione la precede cronologicamente) – MA (partenza
del treno) – MR (arrivo alla stazione).
Usi attuali e messaggi spiazzanti
Il mancato rispetto dei deittici adatti può creare messaggi spiazzanti o fuorvianti,
eventualmente anche a scopo giocoso o artistico. (es pag. 144)
3.2 Deissi spaziale
I deittici spaziali segnalano la posizione di un certo referente nello spazio. Essa è
individuata in relazione a un altro elemento esterno (accanto, vicino, etc.) oppure al
parlante medesimo, co espressioni di vicinanza (qui, qua, ecco, questo: “prossimali”)
o di distanza (là, lì, quello: “distali”) oppure di collocazione spaziale (destra, sinistra).
Usi particolari
Il dimostrativo codesto, per indicare qualcosa vicina non all’emittente ma al
destinatario. Anche costui, costei, costoro possono indicare qualcuno
vicino a chi ascolta.
L’uso colloquiale di su e giù, in riferimento a luoghi del Nord e del Sud della penisola
(venire su a Torino/venire giù a Palermo/scendere in Sicilia).
3.3 Deissi personale e sociale
Negli scambi comunicativi ogni partecipante si rivolge al suo interlocutore scegliendo un
allocutivo.
I pronomi negli scambi comunicativi
Si tratta di un pronome o un appellativo con cui si stabilisce il primo contatto e imposta il
tipo di rapporto interpersonale che ritiene più appropriato alla situazione.
Sono deittici tutti i pronomi personali usati in riferimento agli interlocutori, a condizione
che costoro siano presenti e coinvolti nello scambio comunicativo: io, tu, lui/lei, noi, voi,
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loro.
Ci sono però delle differenze. Mentre io e tu sono sempre deittici, lui/lei o loro possono
anche essere anaforici (quando sono riferiti a individui assenti ma richiamati nel corso
dello scambio).
Più referenti per noi e voi
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Noi può essere inclusivo o esclusivo, a seconda che comprenda o no l’interlocutore: il
noi della frase Stasera andiamo al cinema include, oltre al parlante, un altro soggetto.
Ma il noi della frase appena diversamente formulata (Andiamo al cinema stasera,
eh?) può anche escludere il parlante e riferirsi al solo interlocutore ed eventualmente
ad un terzo soggetto.
Proprio riferito al soggetto
È invece disambiguante, se usato correttamente, l’aggettivo proprio Marco ha
incontrato Maria a casa propria (di lui) rispetto a Marco ha incontrato Maria a casa sua
(di lui o di lei?) e rispetto a Marco ha incontrato Maria a casa di lei.
Vicinanza e distanza della comunicazione
Non tutti gli scambi comunicativi avvengono tra interlocutori compresenti, che
condividono fisicamente lo stesso tempo e lo stesso luogo (in tal caso potremmo
parlare rispettivamente di sincronia e sintopia).
Gli strumenti d’interazione verbale attuali consentono modalità comunicative
differenziate. Sussistono modalità di comunicazione asincroniche e asintopiche (la
lettera tradizionale, un appunto scritto, messaggi orali della segreteria telefonica).
La sincronia è massima nella conversazione telefonica e nella videoconferenza, quasi
minima nella messaggistica istantanea e molto alta nelle e-mail.
Usi sociali
La deissi personale è un fatto soprattutto sociale.
In italiano si usa tu negli scambi informali e lei in quelli formali.
Con lei è possibile, in scritti molto formali, l’uso della maiuscola reverenziale (Lei; Le;
referirLe). La maiuscola è più comune con pronomi d’alta formalità come ella, loro e voi
quest’ultimo utilizzato come forma di cortesia o di rispetto nella comunicazione
parlata e scritta in Italia meridionale, anche se in declino.
Segnali deittici per richiamare l’attenzione e salutare
Le formule d’apertura con le quali si richiama l’attenzione dell’interlocutore
prevedono una sequenza formata da un titolo di cortesia (egregio, gentile, caro),
seguito da un nome generico (signore, signora) oppure dal titolo professionale
(avvocato, ingegnere, professore, dottore) o dal titolo onorifico (onorevole, deputato,
cavaliere).
Per quanto riguarda i saluti, sono comuni l’amichevole ciao e buongiorno/buonasera e,
solo nel congedo, arrivederci.
Possono avere anche valori non letterali espressioni come arrivederci e grazie (‘grazie
di tutto ma non ci rivedremo più’) e buonasera! o buonanotte! (‘non ci siamo’, ‘non va
bene’).
Sono infine formule di congedo molto versatili Un caro saluto e Con i miei saluti più
cordiali.
3.4 Deissi testuale
I deittici testuali rimandano alla globalità del testo stesso o a una sua partizione.
Possono servire a esplicitare l’organizzazione del discorso, richiamandosi a una parte di
testo precedente o preannunciando quanto seguirà, favorendo la comprensione e la
visione armonica delle varie parti.
Sono frequenti nella saggistica e nella manualistica scolastica.
Es: Nella parte precedente del testo... / nella parte iniziale, questo capitolo
riesamina…/ di seguito ne illustra…
I deittici testuali servono a presentare al destinatario il testo medesimo: “La presente
disposizione […]. Su
queste pagine […].
Possono ricorrere anche in discorsi orali d’una certa ampiezza: es pag. 149.
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La presenza di un avverbio di luogo (lì) che rinvia a un luogo interno al testo (vedi pag.
149) suggerisce di interpretare l’avverbio come deittico testuale.
Allora implica un rimando a un momento precedente. (pag. 150)
3.5 Dimostrativi: un ponte tra deissi e anafora
gli aggettivi e i pronomi dimostrativi possono avere valori diversi, in relazione al
contesto.
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Valore deittico
Questo e quello possono avere valore deittico, come in Questo/Quel quadro è molto
caratteristico, e possono dotarsi di sfumature connotative, esprimendo distacco
soprattutto se usati in riferimento a una persona e rafforzati da un avverbio di luogo:
Chi è questo qua? - Quello là non lo sopporto.
Valore simbolico
Questo e quello possono assumere valore simbolico e metaforico.
Questo viene a volte usato dal parlante per dare a un’informazione nuova un rilievo
deittico particolare all’interno del discorso (L’atmosfera è da teatro dell’assurdo: c’è
questo attore che irrompe sulla scena e inizia a parlare di sé…). Quello, che indica
distanza, può invece servire ad alludere a referenti tabuizzati (uno di quei giorni, una
di quelle).
Rinviare a referenti nel testo
I dimostrativi sono infine usati spesso per richiamarsi a un referente espresso in
un’altra parte del testo: il loro uso può dunque essere anaforico, quando rinvia
indietro nel testo, o cataforico, quando rinvia in avanti nel testo e fungere talvolta da
connettivo tra frasi.
Trova infine largo uso quest’ultimo, da impiegare solo per disambiguare tra più
referenti o per richiamare un elemento menzionato poco prima.
4. Coesione e i suoi strumenti: l’anafora
La coesione è data dall’insieme delle connessioni grammaticali e semantiche che si
stabiliscono all’interno di un testo e tra un certo elemento linguistico (detto “punto
d’attacco”) e un altro che nel corso del testo lo riprende una o più volte (detto
“coesivo” o “ripresa”).
Tipi di coesivi
Si distinguono tra:
• Coesivo lessicale: se ha un contenuto semantico ricco,
comparendo sotto forma di sostantivo, aggettivo, verbo,
riformulazione*.
• Coesivo non lessicale: se ha un contenuto semantico povero. si
limitano a garantire la coesione grammaticale tra le parti e la continuità
tematica.
• Coesivo nominale: se l’elemento richiamato è un sostantivo o un
sintagma nominale, un pronome, un aggettivo, un avverbio.
• Coesivo testuale: se l’elemento al quale rinvia il coesivo è una frase
semplice, un intero periodo o una porzione di testo ancora più ampia.
Infine, a seconda della sua posizione rispetto al punto di attacco, il coesivo può essere:
- Anaforico: quando viene dopo
- Cataforico: quando invece procede.
La successione di più coesivi facenti capo allo stesso punto di attacco si chiama catena
anaforica o
cataforica.
I coesivi non lessicali si limiteranno a garantire la coesione grammaticale e la continuità
tematica, quelli lessicali aggiungono informazioni nuove.
4.1 Coesivi TESTUALI
Osserviamo le forme, cioè la configurazione linguistica (a quali categorie
grammaticali appartengono e come si combinano con altre parti del discorso) e le
funzioni.
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4.1.1 Forme
Si chiama incapsulatore l’elemento linguistico che rinvia a una porzione di testo più o
meno ampia, composta da una o più frasi. può essere lessicale (sostantivo,
aggettivo, sintagma nominale) o non lessicale (pronome, avverbio pronominale).
Incapsulatori anaforici e cataforici
Incapsulatore anaforico: rinvia all’indietro nel testo
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Incapsulatore cataforico: rinvia avanti nel testo
4.1.2 Funzioni
l’incapsulatore contribuisce alla strutturazione del testo, per lo meno da 4 punti di vista:
- Informativo: l’incapsulatore lessicale introduce nel testo un referente testuale
nuovo, può servire a tematizzare il rema della frase precedente e a predisporre
l’ingresso di un uovo rema funzione svolta da apposite espressioni come al
riguardo/al proposito
- Sintattico: l’incapsulatore assume spesso nella nuova frase un ruolo
sintattico alto (soggetto), assegnando dunque all’elemento un rilievo
sintattico maggiore (es. pag. 154)
- Semantico: l’incapsulatore lessicale introduce un nuovo referente testuale
portatore di nuovi valori semantici, che possono essere neutri/connotativi
(parole dal significato generico) oppure valutativi/ connotativi (parole che
esprimono una forma di giudizio). Spesso è usato nella scrittura giornalistica,
sia per orientare l’opinione del lettore sia per sintetizzare più facilmente le
informazioni: es Altissimo resta il tasso degli incidenti, il segretario della CGIL
parla di numeri altissimi. [ieɛa]…]. La strage è inaccettabile [ieɛa]…].
- Logico-testuale: all’interno di un testo, le connessioni logico-semantiche che
correlano tra loro le parti del testo sono espresse dai connettivi. Accanto ad
avverbi, preposizioni e congiunzioni semplici, figurano locuzioni congiuntive
caratterizzate dalla presenza di un incapsulatore dotato di particolari valori
logico-semantici.
o Causale: per questo/per quello (non lessicale); a causa di (lessicale)
o Concessivo: ciò nondimeno/ciò nonostante/nonostante ciò (non lessicali)
o Conclusivo: con ciò/con questo/ per cui/ perciò (non lessicali)
o Condizionale: ammesso ciò/ ammesso questo (non lessicali); nel
caso/nell’eventualità (lessicali)
o Consecutivo: così che/così da (non lessicali); a tal punto che/ motivo per
cui (lessicali)
o Finale: al fine di/ affinché/ allo scopo di (lessicali)
4.2 Coesivi NOMINALI
4.2.1 Forme
Quando l’elemento richiamato non consiste in una o più frasi, ma in un sostantivo o
sintagma nominale, un pronome, un aggettivo, un avverbio, abbiamo un coesivo
nominale.
Coesivi
lessicali Vedi
esempi pag. 156
Coesivi non lessicali
- Pronome (personale, dimostrativo, possessivo, indefinito, relativo)
- Aggettivo (possessivo, proprio)
- Ellissi (perlopiù omissione del soggetto)
4.2.2 Funzioni
I coesivi nominali possono essere lessicali e non lessicali si alternano tra loro nel
corso del testo a seconda delle diverse funzioni informative, sintattiche, semantiche e
testuali.
I coesivi nominali contribuiscono alla strutturazione del testo da almeno 3 punti di vista:
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• Informativo: il coesivo lessicale è una risorsa molto utile per tematizzare il
rema precedente, eventualmente con un’espressione connotata.
• Sintattico: la scelta del coesivo può essere altrimenti indotta da ragioni
sintattiche. (vedi pag. 160)
• Semantico: le relazioni semantiche all’interno di un testo costituiscono una rete
molto fitta, tenuta insieme da forze di natura diversa.
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4.3 Coesivi e relazioni semantiche
i coesivi stabiliscono tra le parole e le frasi all’interno del testo importanti relazioni
semantiche. queste contribuiscono in modo importante a determinare il senso di un
singolo passo o anche dell’intero testo e agiscono almeno in 4 modi diversi:
- Le relazioni logico-semantiche possono agire a livello frasale: in questo
caso le relazioni possono forse risultare meno “visibili”, ma il loro effetto sui
rapporti semantici del testo rimane attivo e importante.
- Altro aspetto importante è nel valore denotativo (o neutro) o connotativo
(o valutativo) dalle parole e dei coesivi usati. i coesivi non lessicali sono di
norma solo denotativi; quelli lessicali possono essere sia denotativi che
connotativi e introdurre una sfumatura particolare.
Più riprese di uno stesso antecedente
La constatazione che coesivi lessicali perfettamente intercambiabili l’uno con l’altro non
esistono conduce anche a un’altra considerazione, relativa alla sovrapponibilità tra
antecedente e ripresa.
Coreferenza – non coreferenza – coreferenza
parziale Contiguità semantica
Ciò che porta avanti il testo, cioè che conduce da un tema a un altro, sono i legami non
coreferenti.
4.4 Coesivi forti e coesivi deboli
A suggerire di volta in volta la scelta del coesivo migliore sono le particolari condizioni
sintattiche, testuali, semantiche e informative che caratterizzano il contesto che ospiterà
il coesivo.
L’antecedente condiziona la scelta del coesivo
Il coesivo è debole (e semanticamente “povero”) quando l’antecedente ha un ruolo alto
dal punto di vista sintattico (vale a dire è soggetto, e non complemento), semantico e
informativo (è dato, e non nuovo).
Più ci si allontana da queste condizioni e ci si avvicina a quelle opposte, più si tenderà a
preferire coesivi
forti (semanticamente “ricchi”).
Ellissi
Quando il soggetto della frase subordinata è coreferente con il soggetto della frase
reggente, l’ellissi è obbligatoria se la frase subordinata è implicita (cioè al participio
passato, all’infinito o al gerundio) oppure è facoltativa se la frase subordinata è
esplicita.
Pronome relativo/personale
Hanno la funzione di semplici marche grammaticali.
(vedi pag. 166) Pronome dimostrativo
In sostituzione dei pronomi personali tonici si possono avere i dimostrativi costui,
costei, costoro, in funzione di soggetto e di complemento. (pag. 167)
Pronome personale soggetto
Il referente “umano” presenta 3 modalità di ripresa: egli, lui, esso.
Egli ha valore anaforico ed è possibile anche con antecedente astratto/indefinito.
Lui/lei si usano, invece, per soggetti marcati da focalizzazione:
- Tematica (‘quanto a lui’, ‘per quel che riguarda lui’)
- Semantica (‘proprio lui’, ‘persino lui’)
- Sintattica (posposto al verbo essere:
‘beato lui’) Sintagma nominale definito
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I sintagmi nominali possono corredarsi di aggettivi e comparire con valore di sinonimo,
iperonimo, riformulazione, etc.
• Dimostrativo + possessivo
• Sinonimo (quasi sinonimo)
• Iperonimo
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• Riformulazione
(vedi esempi pag.168)
La scelta del vocabolo dipende spesso dalla sua varatio, cioè dal desiderio di
trovare soluzioni espressive diversificate per esprimere lo stesso referente, oppure
dal desiderio di offrire un’interpretazione.
Altrimenti, la ripetizione può essere la soluzione adatta nel caso di termini tecnico-
specialistici – per la loro natura monosemici e dunque non sostituibili con
espressioni equivalenti – o di voci comuni con accezione tecnica.
Costrutti marcati
Alla struttura del testo e allo sviluppo del discorso contribuiscono sia i costrutti
marcati, sia tipi di frase che presentano un ordine non lineare dei costituenti.
• Dislocazione a sinistra
• Frase scissa: garantisce tra una frase e l’altra continuità del tema, sotto forma di
soggetto.
• Passivo
• Anteposizione anaforica
• Frase subordinata + verbo + soggetto: l’ordine non lineare è motivato da
ragioni di progressione tematica
• Frasi copulative (con soggetto nuovo
post verbale) Sviste nell’uso dei coesivi
La scelta di un coesivo inadatto può avere ripercussioni importanti sul testo,
determinando non solo forti cadute di stile ma anche incertezze di comprensione.
4.5 Continuità e progressione tematica
Il testo è dunque un intreccio formato da temi che si ripetono e ritornano – continuità –
e da temi che cambiano e si rinnovano – progressione – dall’inizio alla fine.
La scelta delle forme di ripresa lessicali e forme di ripresa non lessicali per esprimere
di volta in volta lo stesso referente dipende dalle esigenze della scrittura.
5. Coesione e i suoi strumenti: i connettivi
I connettivi sono avverbi, congiunzioni, preposizioni e alcuni verbi che esprimono le
relazioni tra una frase e l’altra (connettivi frasali) oppure tra un periodo e l’altro o tra
segmenti testuali ancora più ampi (connettivi testuali).
Esprimono principalmente 3 relazioni o funzioni:
• Logico-semantica: relativa al tipo di rapporto logici-semantico tra segmenti
del testo (vale a dire i rapporti di coordinazione o subordinazione)
• Retorico-testuale: riguardante la partizione interna del discorso, con la
segnalazione dell’avvio di un tema (quanto a, a proposito), di passaggi
argomentativi (ora, dunque), di bilanciamenti interni (non solo… ma anche),
della conclusione (insomma, per concludere) e di eventuali richiami interni
(come abbiamo già visto)
• Pragmatica: relativa all’atteggiamento assunto dal locutore nei confronti
dell’interlocutore, sia in modo diretto – cioè nella gestione dello scambio
interazionale -, sia in modo indiretto attraverso
quanto viene detto nel testo – cioè il contenuto proporzionale -, da almeno 3
punti di vista:
▪ La fonte (punto di vista del parlante)
▪ Il contenuto medesimo
▪ Sé stesso
Connettivi logico-semantici
In questo caso il sostantivo funge da coesivo lessicale rispetto all’elemento introdotto e
redne lessicalmente esplicito il tipo di relazioni logico-semantiche tra i due elementi che
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esso connette:
- Agente/strumento/mezzo: per opera di, da parte di, per mano di
- Causa/effetto: a causa di, grazie a
- Conseguenza: in sehuito a, per effetto di
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- Fine: a scopo di, al fine di
- Relazione: a seconda di, in relazione a
- Vantaggio/svantaggio: a benifecio di, a vantaggio
di, a scapito di Connettivi retorico-testuali
Contribuiscono alla strutturazione degli eventi
rappresentati Vedi esempio pag. 174/175
Connettivi pragmatici
Detti anche “segnali discorsivi”, hanno 4 funzioni:
- Funzione interazionale: presa del turno di parola (scusa, guarda, ascolta,
sai), controllo della comprensione (capisci?, appunto), segnali di
accordo/disaccordo (certamente, chissà, mah), di sorpresa (davvero?, ma
dai!) richiesta di riscontro e attenzione (no?, vero?)
- Funzione epistemica: specificazione della fonte delle informazioni (secondo,
stando a quel che dice)
- Funzione metalinguistica: consente a ogni lingua di descrivere se stessa;
connettivi mirati a spiegare quanto appena detto (cioè, ossia, in altre parole),
considerazioni con diverse sfumature logico-semantiche (confermativo-
avversativa: d’altronde/del resto; confermativo-aggiuntiva: peraltro/tra l’altro;
correttivo-avversativa: a dire il vero/in realtà; correttivo-accrescitiva: anzi;
conclusiva: come si vede/dunque)
- Funzione modalizzatrice: espressioni di “mitigazione” (attenuazione della forza
dell’enunciato: diciamo/così per dire/magari), espressioni che accentuano un
elemento come focalizzatori e intensificatori (davvero/persino) ed espressioni
che esprimono partecipazione emotiva (purtroppo/ fortunatamente)
Serie aperte
La varietà e l’ampiezza delle funzioni dei connettivi fanno sì che essi siano una “serie
aperta”, cioè appartengono a categorie grammaticali differenti e siano composte da un
numero non precisabile di risorse espressive.
6. Testi, generi, tipologie
Coerenza e coesione sono parti di un solo requisito, noto come intenzionalità, che
riguarda l’atteggiamento del parlante e del fine ultimo che egli intende realizzare.
Il testo, tuttavia, non è solo il prodotto di un parlante ma è un atto comunicativo che
coinvolge anche un destinatario, al quale sono correlati altri requisiti:
- L’accettabilità: è la buona disposizione del destinatario a ricevere il testo, cioè
a considerarlo utile e a volerlo comprendere, indipendentemente da come esso
si presenti.
- L’informatività: riguarda la buona distribuzione all’interno del testo delle
informazioni nuove e di quelle note al lettore-ascoltatore. Questo requisito
dipende dalle conoscenze che parlante presume essere più o meno note al suo
interlocutore.
- La situazionalità: consiste nella rilevanza che il testo assume in
relazione alla situazione comunicativa, risultando più o meno
opportuno e più o meno adeguato al contesto.
- L’intertestualità: riguarda l’insieme dei rapporti che il testo intrattiene con
altri testi dello stesso ambito o affini o anche differenti ma appartenenti a una
certa tradizione culturale.
Ogni testo si inserisce in un quadro di relazioni di prassi comunicative consoliate
all’interno di determinati generi discorsivi e tipologie testuali.
Generi e tipi testuali
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Genere discorsivo: pratica socio-comunicativa tradizionalmente consolidata e
retoricamente definita, quindi è ben riconoscibile all’interno di una determinata cultura
Si parla di genere in relazione al contenuto, allo stile, al mezzo, individuando
sottogeneri all’interno di ciascuno di questi.
Modello classico
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La vasta produzione testuale può essere osservata in relazione alla finalità
comunicativa dell’emittente, secondo l’ottica caratteristica della retorica antica Questo
criterio produce una suddivisione di tutti i testi possibili in una tipologia testuale formata
da 5 gruppi principali:
- Descrittivi: descrivono qualcosa attraverso dettagli
- Narrativi: sono il racconto di un fatto o di una serie di fatti
- Informativi: o espositivi – trasmettono informazioni
- Prescrittivi: o regolativi – finalizzati a fornire regole o comandi
- Argomentativi: testi pensati per persuadere l’esposizione del proprio
personale punto di vista Modello moderno
A questo modello classico, è stato affiancato un modello che guarda al testo dal punto
di vista del destinatario.
Al criterio della finalità comunicativa subentra quello dell’interpretazione.
L’impegno e la libertà interpretativi sono correlati al grado di esplicitezza del testo
stesso.
Un testo molto esplicito imporrà un vincolo interpretativo molto alto e, viceversa, un
testo poco esplicito avrà un vincolo interpretativo molto basso.
- Testi molto vincolanti: scientifici, giuridici, tecnici
- Testi mediamente vincolanti: espositivi, divulgativi, informativi
- Testi poco vincolanti: letterari
7. Riflettiamo sul confronto: l’italiano e le altre lingue
7.1 Deissi nelle lingue straniere
Nelle lingue europee il sistema deittico, specialmente quello spaziale, può essere più
articolato rispetto all’italiano.
Aggiungere esempi pag. 179-180
7.2 Coesione nelle lingue straniere
A proposito di anafora e coesione, una delle maggiori differenze tra le lingue risiede
nell’espressione obbligatoria o facoltativa del soggetto.
Anafora e coesione
In italiano siprivilegia l’ellissi e si opta per il pronome solo quando è richiesto
dalla grammatica, dal contesto o dal registro.
Nei meccanismi di coesione, la differeza maggiore tra le lingue si coglie nell’impiego
dei coesivi non lessicali, cioè dell’ellissi e in particolare dei pronomi.
Ellissi e pronomi
Il gerundio ha nello spagnolo usi più estesi rispetto all’italiano, con conseguenti riflessi
sulla coesione. Il soggetto può non essere coreferente con quello del verbo reggente
(Los vimos enrando en la estación de autobuses è ambigua lo abbiamo visto
mentre entrava/entravamo nella stazione degli autobus).
Passivo
Anche il passivo può essere una risorsa molto utile ai fini della coesione del testo. In
spagnolo questo costrutto è molto più raro e si usano soluzioni alternative come la
dislocazione a sinistra.
Il passivo trova invece largo uso in
inglese. Possessivi
In inglese e il tedesco gli aggettivi hanno la caratteristica di specificare il genere del
possessore. Questo consente di individuare con precisione il referente dell’aggettivo
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possessivo di terza persona che invece in italiano può rimanere opaco, a meno che
non intervenga un elemento disambiguante (come proprio).
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Capitolo 5: LESSICO
1.1 Lessico e grammatica
Il capitolo affronta gli aspetti della formazione delle parole e delle origini del
lessico italiano. Segni grammaticali e segni lessicali
Segni grammaticali: sono limitati e non si modificano
sistemi chiusi Segni lessicali: indefiniti e in continua
espansione sistemi aperti
1.2 Un po' di terminologia
Il lessico è l’insieme delle parole di una lingua.
Parola indica un vocabolo in seno generale e, in base al contesto, può essere
sostituita da termine. Quando la parola è considerata come l’unità di base del lessico
è detta lessema, perciò il lessico è l’insieme dei lessemi di una lingua.
Infine, si parla di lemma quando si fa riferimento alla parola intesa come unità
lessicale che costituisce l’entrata di una voce del dizionario.
Lessicologia
studia il sistema lessicale di una lingua, le relazioni tra le parole e i cambiamenti del
significante e significato nel tempo.
Lessicografia
Rinvia a due significati:
- La tecnica di redazione dei dizionari che si avvale degli studi di
lessicologia, semantica e morfosintassi
- L’insieme di opere lessicografiche di vario tipo (dizionari, vocabolari specifici,
glossari)
3. Dizionario e vocabolario
Le parole di una lingua confluiscono all’interno di repertori lessicografici chiamati
“dizionari” e “vocabolari”.
- Dizionario: ha un significato più ampio rispetto a vocabolario. Può registrare il
patrimonio lessicale di una lingua ma può avere anche la funzione di
accogliere studi enciclopedici che contengono nozioni di letteratura, arte e
scienze.
- Vocabolario: ha la funzione di raccoglie il lessico di una lingua e può essere
usato per indicar l’insieme dei vocaboli appartenenti a un certo settore o a un
singolo autore, perciò potrà essere sinonimo di lessico. (es: vocabolario o
lessico giuridico)
Dizionari dell’uso
Registrano il lessico della lingua contemporanea e segnalano arcaismi, regionalismi,
voci letterarie all’interno delle definizioni.
I più diffusi in volume sono lo Zingarelli, il Devoto-Oli, il Sabatini-Coletti, il Garzanti e
accolgono tra le
100.000 e 150.000 parole.
Un altro importante dizionario dell’uso in 6 volumi è il Grande Dizionario italiano
dell’uso (circa 250.000 lemmi).
Dizionari storici
Raccolgono le definizioni dei termini seguite da esempi estrapolati da opere della
tradizione letteraria italiana.
Il primo grande vocabolario storico è il Vocabolario della
Crusca. Dizionari etimologici
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I dizionari etimologici riportano la “data di nascita” di una parola, la sua etimologia, la
sua storia e ne registrano la prima documentazione scritta.
Ogni parola è suscettibile a retrodatazione, cioè di anticipazione della data di
ingresso in una lingua, grazie al ritrovamento di nuove testimonianze. Tra essi
ricordiamo il DELI e il LEI.
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3.2 Struttura dei dizionari
• i sostantivi sono lemmatizzati al singolare
• gli aggettivi sono lemmatizzati solo al maschile singolare
• i verbi sono registrati all’infinito
L’insieme delle entrate di un dizionario (lemmi) costituisce il lemmario o
nomenclatura, che si presenta in ordine alfabetico.
Dopo il lemma può seguire la divisione in sillabe o la trascrizione fonetica.
Tutti i vocabolari indicano la marca grammaticale della parola e usano abbreviazioni:
s.m. (sostantivo maschile), s.f. (sost. femminile), agg. , avv., cong., prep., escl., [Link].
(verbo transitivo), [Link]. (verbo transitivo pronominale), [Link] (verbo riflessivo),
[Link] (verbo impersonale).
Intestazione
È costituita dal lemma, seguito dalla trascrizione fonetica, dalla divisione in sillabe, dalla
pronuncia, dalle varianti grafiche della parola, dalle indicazioni morfologiche, dalla
categoria grammaticale e talvolta dall’etimologia.
Definizione
Costituisce il corpo della voce in cui è espresso il significato del lemma. Se una parola
ha più sfumature semantiche o più significati si parla di accezioni, distinte da numeri o
lettere progressive.
Marche d’uso
Definite anche “indicatori”, precedono le definizioni. Sono abbreviazioni che spiegano a
quale ambito o registro d’uso appartiene il lessema.
Fraseologia
I dizionari registrano anche la fraseologia e gli esempi d’uso, ossia l’insieme delle
locuzioni proprie di una lingua che sono di grande aiuto per usare correttamente le
parole.
Sottolemmi
Come gli alterati (casa > casuccia, casetta, casona) e gli avverbi in -mente (naturale >
naturalmente). Sinonimi e contrari
Infine, i dizionari forniscono sinonimi e contrari.
3.3 Quante parole usiamo?
Parole del vocabolario di base
Negli anni ’90 si è ipotizzato che il vocabolario di base italiano comprenda
circa 7.000 vocaboli. Si distinguono:
- Le parole fondamentali: circa 2000, comprensive delle preposizioni, articoli e
verbi.
- Le parole di alta disponibilità: circa 1.800, necessarie nella comunicazione.
- Le parole di alto uso: circa 2000, note a chi abbia un livello
medio d’istruzione Altre 45.000 parole costituiscono il vocabolario
comune.
L’insieme delle parole del vocabolario di base e comune formano il vocabolario
corrente.
4. Vita delle parole: arcaismi, neologismi, occasionalismi
Le parole sono come organismi viventi: nascono, vivono, si trasformano
e scompaiono. Parole in uso e parole nuove
• Sono arcaismi le parole cadute in uso come augello, desìo, speme, che non
impieghiamo nella
lingua quotidiana ma siamo in grado di riconoscere e comprendere.
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Sono anche quei termini scomparsi definitivamente al punto che nessuno ne
conosce il significato (es: abento ‘riposo’).
Vi sono, tuttavia, degli arcaismi che il parlante medio continua ad usare; si
tratta di espressioni che si sono cristallizzate nell’italiano come: povero in
canna, uscirsene per il rotto della cuffia.
• La lingua si rigenera grazie ai neologismi parole nuove introdotte nel lessico.
Si formano per:
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- rinnovamento endogeno: riguarda le trasformazioni interne alla lingua, che
forma parole nuove attraverso la derivazione.
- o per rinnovamento esogeno: termini che continuano ad arrivare dai dialetti o
da altre lingue come prestiti e calchi.
• Occasionalismi: parole che durano per un periodo di tempo limitato e che in
seguito scompaiono. Li
troviamo nel linguaggio giornalistico e politico. Sono parole che si sono perse
quando i personaggi politici a cui erano legati sono usciti di scena (es: rutellismo,
veltronizzare - da Rutelli e Veltroni)
5. Come si formano le parole italiane?
Morfologia lessicale
Si occupa della formazione delle parole, a partire da basi lessicali ossia da parole già
presenti nella nostra lingua.
Grazie ai meccanismi di derivazione e di composizione l’italiano ha formato nuovi
lessemi con l’aggiunta di prefissi e suffissi prefissazione e suffissazione, oppure
con la creazione di parole composte composizione.
5.1 Parole derivate
La derivazione è un meccanismo di formazione delle parole a partire da lessemi già
presenti nel lessico grazie all’aggiunta di affissi – suffissi e prefissi, particelle che
si collocano a destra o sinistra della base. Una parola derivata è costituita da una
forma libera (morfema libero o base) più una forma legata (morfema legato).
Es: fiore, fioraio, fiorellino, fiorire ciò che accomuna questa famiglia di parole è la
base fior-
Es: straordinario, strapotere, straricco a sinistra della base troviamo il prefisso stra-,
che modifica il significato dei lessemi.
Le parole che si formano con l’aggiunta di un suffisso sono dette “suffissati”, i
“prefissati” sono termini cui si aggiungono i prefissi. Alcune parole hanno sia un
prefisso che un suffisso come ‘scaldare’.
5.1.1 Suffissazione
La suffissazione consiste nell’aggiunta di un suffisso a destra di una base: bianco >
bianchezza.
La nuova parola potrà avere la stessa categoria grammaticale di quella di partenza
(libro > librario) oppure potrà subire una transcategorizzazione (fiore > fiorire).
Tipi di suffissati
A seconda del lessema da cui deriva, il suffissato sarà denominale, deaggettivale,
deverbale.
Saranno inoltre nominali, aggettivali o verbali a seconda se sono nomi, aggettivi o
verbi. Anche se meno frequenti esistono anche i deavverbiali.
Regole di formazione delle parole
La formazione delle parole è sottoposta a regole restrittive.
Anzitutto vi è il blocco della derivazione – es: *rubatore in italiano non esiste – sebbene
sia una parola possibile, costituita dalla base di rubare più il suffisso -tore, indicante chi
compie un’azione, non si è mai formata perché l’italiano ha già ladro per esprimere lo
stesso concetto.
3 regole alla base dei processi di derivazione:
- L’ordine dei suffissi e prefissi è fisso.
- I suffissi specificano la categoria grammaticale: es -zione potrà dare solo
un nome (coltivare > coltivazione)
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- I suffissi indicano quale significato avrà la nuova parola. Il suffisso -ibile
esprimerà la capacità di qualcuno o qualcosa (amare > amabile)
I rapporti di derivazione possono seguire due schemi (o paradigmi):
- Paradigma di derivazione a ventaglio ogni suffissato di un gruppo di
parole ha in comune la stessa base (vedi pag. 191)
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- Paradigma di derivazione a cumulo ogni nuovo suffissato diviene la
base per una nuova mutazione: banale -> banalizzare -> banalizzazione
In alcuni casi si può avere una derivazione sia a ventaglio,
sia a cumulo. Linee principali della suffissazione
I suffissi più produttivi sono quelli che danno origine a verbi, a nomi d’agente e
a nomi d’azione. Suffissati in -are
Sono 3 le desinenze con cui l’italiano forma l’infinito: -are, -ere, -ire.
-are (prima coniugazione): formazione di verbi denominali e verbi deaggettivali
(affezione > affezionare, clone > clonare, sporco > sporcare) e di neologismi partendo
da prestiti dalle altre lingue (click > cliccare). Infissi
Sono affissi che si interpongono tra la base lessicale e la desinenza
(rid-acchi-are). Suffissati in -ere e -ire
Il suffisso -ere non è più produttivo: pur rimanendo i verbi della seconda coniugazione
nell’uso vivo della lingua, non se ne formano di nuovi.
Il suffisso -ire è produttivo solo nella formazione di verbi parasintetici come
impoverire, indebolire. Nomi di azione e nomi di agente
I suffissi per la formazione di nomi d’agente sono -zione (asportare > asportazione), -
mento (divertire > divertimento), -tura (pulire > pulitura).
Per la formazione dei nomi d’agente sono -tore e -trice (ricercare >
ricercatore/ricercatrice) e la coppia -ista
e -aio (arte > artista, forno > fornaio).
5.1.2 Alterazione
L’alterazione è un tipo di suffissazione in cui non vi è passaggio da una parte del
discorso a un’altra, per cui il suffisso lascia inalterata la categoria grammaticale della
parola. (gatto > gattino)
Accrescitivi e diminutivi
Modificano il significato del lessema nella misura:
- Accrescitivi -one/ona (mano > manona)
- Diminutivi -ino/ina (letto > lettino), -etto/etta (foglio > foglietto), -ello/ella
(albero > alberello) – possono combinarsi anche insieme tra loro (maglia >
maglietta > magliettina).
Vezzeggiativi e peggiorativi
Modificano il significato della base nella qualità e nel valore:
- Vezzeggiativi prevale il valore della simpatia e dell’apprezzamento:
bello > bellino, bocca > boccuccia
- Peggiorativi prevale il “disprezzo”: bocca > boccaccia, tempo > tempaccio
Alterati verbali
L’alterazione ottenuta con un infisso connota la parola neonata con una nuova
accezione (saltare > saltellare)
Alterati veri e falsi
I falsi alterati parole che si sono allontanate dal significato acquisito con
l’alterazione e si sono lessicalizzate assumendo un significato proprio (mascherina
non è più solo una ‘piccola maschera’ ma è un dispositivo utilizzato dai medici per
filtrare il respiro)
5.1.3 Prefissazione
Consiste nell’aggiungere i prefissi a sinistra della base
lessicale. Prefissati
Mantengono la stessa categoria grammaticale della base. Fanno eccezione i verbi
parasintetici e i prefissati con anti- e inter-, che, premessi ai nomi, possono formare
aggettivi (bande antiscivolo).
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Alcuni prefissi sono diventati autonomi: super
oppure ex. I prefissi possono esprimere
diversi concetti:
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• Valore spaziale (circum- e anfi-: circumvesuviana, anfiteatro) e
temporale (ante- e post-: anteguerra, postoperatorio)
• Unione (con- e sin-: connazionale, sintonia)
• Opposizione (contro-, contra-, anti-: contraddire, antigelo)
• Affinità (para-: paramilitare)
• Grado superiore rispetto alla base (arci-, extra-, super-, ultra-: arcivescovo,
supermercato) o
massimo grado (iper-, per-, sur-: iperacidità)
• Valore negativo (in-, s-, dis-, senza-, a-/an-, non-: indeciso, senzatetto)
5.1.4 Prefissoidi e suffissoidi
Composti neoclassici
Sono perlopiù di origine greco-latina.
Nome italiano (nebbia, economia, politica) unito a forme adattate di una parola
proveniente dal greco (macro- > macroeconomia, -logia > politologia) oppure dal
latino (anti- > antinebbia).
5.1.5 Verbi parasintetici
Si tratta di verbi in cui alla base della parola è aggiunto sia un prefisso che un affisso:
briciola > s- + briciol + - are.
Tra i prefissi ricordiamo a- seguito da raddoppiamento della consonante (coppia >
accoppiare), de- (teina > deteinare), in- (inn-, im-, ir-, i-: neve > innevare), s- privativo
(brina > sbrinare), s- con valore intensivo (bandiera > sbandierare), di- (vampa >
divampare), dis- (sete > dissetare), tra-/tras-/trans- (vaso > travasare).
5.2 Parole composte
Anche la composizione permette la creazione di parole nuove partendo da basi lessicali
presenti nel lessico dell’italiano.
Elementi che formano i composti
Un composto è formato da due parole libere delle quali:
- quella a sinistra costituisce la testa (o il determinato) elemento di cui
specifichiamo qualcosa e che trasferisce la categoria grammaticale al
composto
- a destra si colloca il modificatore (o determinante) elemento che ci dà
notizie in più sulla testa e che ne modifica il significato.
I composti possono essere scritti uniti o separati da un trattino o spazio.
Es: pastasciutta > NOME + AGGETTIVO testa: pasta – asciutta: modificatore che
indica la qualità della pasta.
Come si distingue la testa dal modificatore?
Es: AGGETTIVO + NOME gentiluomo: la testa è uomo perché trasferisce la categoria
grammaticale al composto, gentile da notizie sul nome.
Nei casi NOME + NOME, come in capostazione, il criterio sarà quello di considerare i
tratti sintattico- semantici: capostazione è un nome maschile che trasferisce al
composto questa caratteristica. Inoltre, capostazione è un capo, non una stazione.
Si possono distinguere in composti con base nominale e composti con
base verbale. Quelli a base nominale presentano varie combinazioni:
- NOME + AGGETTIVO: palcoscenico
- AGGETTIVO + NOME: gentiluomo
- PREPOSIZIONE + NOME: sottoscala
- NOME + NOME:
cassapanca Quelli a base
verbale:
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- VERBO + NOME: schiaccianoci
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- VERBO + VERBO: tiremmolla
- VERBO + AVVERBIO: posapiano
- AVVERBIO + VERBO: benedire
- PREPOSIZIONE + VERBO: sopravvalutare
Nei composti VERBO + NOME, il verbo è a sinistra quando è coniugato (schiaccianoci),
mentre si colloca a destra in caso di participio presente o passato (terracotta).
Forme libere e forme non libere
I costituenti dei composti possono essere forme libere (lavastoviglie) o non libere
(antropofago): mentre lava e stoviglie sono parole autonome, non così antropo-
‘uomo’ e -fago ‘mangio’.
Composti endocentrici ed esocentrici
I composti possono essere distinti tra endocentrici ed esocentrici e tra coordinativi e
subordinativi. Endocentrico: pescespada l’elemento di cui si parla pesce (testa), si
trova all’interno del composto stesso
Esocentrico: (profumo) dopobarba si fa riferimento a un elemento che non è
rappresentato da nessuna delle parole del composto, la cui testa non è presente ma va
sottointesa.
Composti coordinativi e subordinativi
Coordinativi: quando i due elementi del composto hanno ugual peso nella formazione
del significato
sono costituiti da 2 teste (es: divano letto o cassapanca)
Subordinativi: il modificatore è subordinato alla testa (carro attrezzi è un carro, per
cui attrezzi è subordinato a carro).
Composti ibridi
Composti ibridi con forme libere inglesi e italiane clownterapia
‘terapia del sorriso’. Nella maggior parte dei casi si tratta di termini
presenti solo in italiano e non in inglese.
5.3 Altre possibilità di formazione delle parole
L’italiano forma parole anche con sigle e acronimi, abbreviazioni e retroformazioni e
per conversione. Sigle e acronimi
Le sigle sono formate dall’unione delle inziali di una serie di termini (es: ASL =
Azienda sanitaria locale) e possono essere usate come parole autonome.
La parola che risulta dalla pronuncia di una sigla è detta “acronimo”. Spesso sono
usati come sinonimi. Per estensione sono cimati acronimi anche i nomi formati con
sillabe o parti di parole (POLFER = Polizia Ferroviaria).
Altri percorsi di formazione
- Accorciamenti: procedimento di riduzione delle parole che interessa
formazioni sia endogene (auto, bici, tele), sia esogene (dall’inglese
abbiamo app da application, info da information)
- Retroformazione: formare nuovi lessemi a partire da lessemi considerati
erroneamente come derivati es: redarre -> erroneamente ricostruito per
retroformazione dal participio redatto, che invece è da ricondurre all’infinito
redigere.
- Conversione: creazione di parole nuove attraverso il cambiamento della
funzione grammaticale di un lessema di cui non si muta la forma. es: l’infinito
sostantivato (Sbagliare è umano) e l’infinito declinato (Gli esseri umani sono
volubili).
- Parole macedonia: formate dall’unione di due o più parole. primo
elemento costituito da una parola accorciata (cant[ante] + autore >
cantautore)
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6. Origini del lessico dell’italiano
Il lessico dell’italiano contemporaneo arriva a noi attraverso una serie di
stratificazioni riconducibili a 3 matrici:
• Insieme delle parole ereditate dal latino per trasmissione diretta o indiretta
• Insieme delle parole prese in prestito dai dialetti e altre lingue
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• Insieme delle parole nuove formate all’interno della lingua (neologismi)
6.1 Fondo ereditario latino
Il vocabolario di base dell’italiano è formato per più della metà dai lessemi ereditari
parole erediate dal latino, che hanno subito variazioni di pronuncia e di significato.
Se dal latino aqua abbiamo acqua, solem > sole, giunti in italiano quasi intatti, vi sono
parole sottoposte a notevoli cambiamenti: civitatem > città, dominam > donna.
Sono parole che hanno seguito una tradizione diretta o popolare, cioè sono passate
dal latino parlato dal popolo all’italiano.
Cultismi
Con i secoli, l’italiano si è arricchito anche di latinismi colti, o cultismi termini che
hanno seguito una
tradizione indiretta o dotta. (vedi pag. 200)
Per esempio, per esprimere concetti che hanno a che fare con l’occhio (lessema
ereditario da oculum), l’italiano ha introdotto latinismi colti come oculare e oculista
che hanno permesso ai derivati di occhio (occhiale, occhiata…) di occupare altri
significati.
Nel caso di pioggia, arrivato in italiano per trafila diretta dal latino pluvia(m), l’aggettivo
pluviale è recuperato dalla tradizione dotta.
In alcuni casi l’entrata dei cultismi ha generato allotropi doppioni di derivati dallo
stesso termine latino
ma con significati diversi.
Latinismi contemporanei
Vi sono poi latinismi entrati in italiano attraverso il tramite di altre lingue, definiti prima
eurolatinismi e in seguito xenolatinismi: dall’inglese aquarium, auditorium, media,
video; dal tedesco album e libido.
6.2 Lessico delle varietà regionali
- Dal piemontese: voci del gergo militare battere la fiacca, passamontagna,
pelandrone, etc.
- Dal lombardo: barbone, far ridere i polli, mezze maniche, mica male, etc.
- Dal veneto: termini legati al commercio e burocrazia anagrafe, catasto,
scontrino, etc.; alla marineria arsenale, gondola, traghetto, etc.;
espressioni di saluto ciao e grazie
- Dal toscano: andare in visibilio, contento come una pasqua, dirimpettaio,
giornalaio, imbianchino, perbene, sbarazzino, sbraitare, etc.
- Dal romano: caso mai, iella, pacchia, prendere fischi per fiaschi, ragazzo
‘fidanzato’, etc.
- Dal napoletano: cafone, carosello, fesso, iettatore, patito, etc.
- Dal siciliano: parole della malavita mafia, omertà, pezzo da novanta, etc.
6.1.2 Regionalismi e dialettismi
La frase La spilletta è nella carpetta “suona” come italiana spilletta sembrerebbe ‘una
piccola spilla’, mentre carpetta ‘una piccola carpa’. Immaginare che una piccola spilla
sia finita in una piccola carpa non avrebbe molto senso.
↓
In realtà, spilletta è un termine campano che indica il ‘foglio staccato dal centro del
quaderno’, carpetta
invece è, in siciliano, la ‘cartellina’. La frase è inventata.
Sia spilletta che carpetta sono termini riconosciuti dai parlanti italiani nella forma, ma
noti e usati nelle accezioni che abbiamo visto solo da parlanti che vivono in aree
geografiche circoscritte.
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-Entrambi i termini possono essere definiti “regionalismi” termini appartenenti a
varietà regionali
delimitate ed entrano nell’italiano come prestiti adattati.
-Si parla invece di “dialettismi” quando le parole, originariamente legate a un
particolare territorio, sono in seguito adottate in tutta Italia soprattutto termini legati
alla gastronomia (cassata siciliana, mozzarella napoletana, panettone milanese, etc.).
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-Particolari regionalismi sono i “geosinonimi”, lessemi della lingua italiana di uso
regionale che indicano lo stesso referente. Sono parole che hanno forma diversa ma
stesso significato, ma hanno una diffusione regionale più limitata (vedi tabella pag.
203).
-Si parla infine di “geoomonimi” quando la stessa parola ha, nelle diverse aree
linguistiche, significante uguale ma significato diverso. (vedi tabella pag. 204).
6.3 Dalle altre lingue: prestiti e calchi
Prestiti di necessità e di lusso
Di necessità: importati da altre lingue insieme all’oggetto che designavano: cacao
è un prestito azteco mediato dallo spagnolo, così come patata è un prestito dalle
lingue precolombiane dell’America Latina mediato dallo spagnolo.
Di lusso: vocaboli forestieri che hanno un corrispondente in italiano (babysitter in
luogo di bambinaia, supermarket per supermercato, etc.)
Prestiti adattati e non adattati
Adattati: o integrati si adattano al sistema fonetico e morfologico della lingua d’arrivo
come bistecca da
beef steak.
Non adattati: o non integrati presi integralmente dalle lingue straniere (es: dal
francese camion, chance, dall’inglese bar, film, sport).
Calchi di traduzione e calchi semantici
Calco lessicale: o sintattico o strutturale la struttura del modello straniero è
riprodotta nella lingua d’arrivo (es: luna di miele < honey-moon).
Calco semantico: parola già esistente in una lingua aggiunge al proprio significato
quello di una parola straniera (es: realizzare in italiano aveva il significato di ‘attuare
concretamente qualcosa’ e per influsso dell’inglese ha assunto anche il significato di
to realize ‘rendersi conto’).
6.3.1 Greco
Parte delle voci di origine greca sono arrivate in italiano per mediazione del latino, che
ha ricevuto dal greco un duplice un duplice influsso dall’alto e dal basso.
Influsso dall’alto e dal basso
Influsso dall’alto: termini della filosofia e della letteratura (es: antonomasia)
Influssi dal basso(?): nomi di piante (ciliegio) e nomi di animali marini (acciuga,
balena). Tra i grecismi della vita quotidiana vi sono parti della casa o della città
(bagno, bottega), parti del corpo (gamba, stomaco) e oggetti domestici (ampolla,
lampada).
Il greco contribuisce ancora oggi nella formazione di nuove parole grazie a quei
composti definiti neoclassici.
6.3.2 Influsso del francese
Il francese è la lingua che più ha prestato
all’italiano. Una trasmigrazione antica e
duratura
Si parla di gallicismi: per indicare le parole che sono giunte in italiano dal francese
(francesismi) e dal provenzale (provenzalismi).
- Con l’occupazione dell’Italia meridionale da parte dei normanni, i numerosi
pellegrinaggi, la fondazione di ordini monastici, il prestigio della letteratura
francese consentirono la diffusione dei gallicismi.
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Ai pellegrinaggi si diede il nome viaggio. Tra il XII e XIII secolo si formarono molte
voci italiane con i suffissi francesi -aggio, -ardo, -iere (passaggio, stendardo,
sparviere). Risalgono a questo periodo i nomi dei colori giallo e vermiglio, e
termini dell’abbigliamento (bottone, corsetto, fermaglio, etc.). Appartengono alla
cultura feudale i nomi baccelliere, cameriera, cavaliere, etc. e la terminologia
legata al cavallo (destriero, galoppo).
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- Fine Trecento e Quattrocento: mostarda, potaggio, cuscino, etc.
- Nel Cinquecento: confettura e crema
- Nel Seicento: francesismi riguardo la politica e l’amministrazione:
abdicare, alleanza, colpo di Stato, etc. Nel settore della moda: parrucca,
parrucchiere. Termini inerenti ad atteggiamenti e modi di comportarsi:
adorabile, bello spirito, buon senso, etc.
- Nel Settecento: viene pubblicata la traduzione dell’Encyclopédie e l’italiano
acquisisce termini dotti e scientifici come aneddoto, cosmopolita, elettrizzare,
etc. La gastronomia si arricchisce di termini come bignè, besciamella, ragù,
etc. Dopo la Rivoluzione francese del1789, entrano parole come anarchista,
fucilare, ghigliottina, terrorismo, terrorista, etc.
- Durante l’Ottocento: si stampano numerosi vocabolari bilingui italiano-francese.
Entrano vocaboli dell’ambito giuridico-amministrativo (appello nominale,
burocratico, lavori forzati, prefetto, etc.) e dell’economia (debito consolidato,
succursale, etc.).
- Nel Novecento: gallicismi della moda (collant, papillon, plissé, etc.)
6.3.3 Germanismi e tedeschismi
Germanismi: prestiti entrati in italiano dalle lingue germaniche hanno origine
comune nel germanico, che a differenza del latino non ha testimonianze scritte.
Tedeschismi: prestiti dal tedesco
• Elementi paleogermanici: prestiti entrati nella lingua latina e poi passati
alle lingue romanze. (Esempi a pag. 208 e seguenti)
• Elementi visigotici: trasmessi dal latino imperiale tardo
• Elementi ostrogotici: elementi delle lingue germaniche orientali, attestati quasi
unicamente nella lingua italiana.
• Elementi longobardi: numero di voci inerenti alle parti del corpo, alla
campagna, alla viat domestica, a strutture edilizie
• Elementi francóni: buska > bosco, wantu > guanto
• Elementi tedeschi: due periodi:
▪ Medievale prestiti adattati come alabarda, archibugio, stambecco
▪ Moderno-contemporaneo non adattati come calesse < Kalesse,
cobalto < Kobalt
• Elementi nederlandesi: farabutto con adattamento dal tedesco, filibustiere
con adattamento dal francese.
• Elementi scandinavi: norvegese fjord > fiordo, ski > sci
6.3.4 Apporto dell’inglese
Gli anglicismi sono raramente registrati in italiano, fatta eccezione per sterlina e
milord, e pochi altri termini.
Vari ambiti
- I termini settecenteschi ancora in uso sono di ambito politico (coalizione,
comitato, potere esecutivo, etc.) e legati alla moda (plaid ‘scialle’, ‘coperta
di lana con disegni a quadri colorati’)
- Nell’Ottocento: prestiti politici (assolutismo, leader, meeting, premier,
boicottare), delle comunicazioni (locomotiva e vagone) e dello sport
(football, tennis, performance, yacht, match, record, etc.). dal mondo degli
affari arrivano banconota, business, check, copyright.
- Molti prestiti provengono dal modello di vita americano che suggerisce un
modo di esistere diverso da quello europeo: arrampicatore sociale, big
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‘personaggio importante’, first lady, playboy, privacy. Anche l’espressione
caccia alle streghe, guerra fredda, paesi sottosviluppati, superpotenza.
- Ricordiamo per l’informatica computer, input, hardware, software
- Per la medicina bypass, check-up, pace-maker, contraccettivo.
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6.3.5 Influsso spagnolo e portoghese
Prestiti dallo spagnolo
Durante il periodo medievale sono già presenti prestiti dallo spagnolo, che sono
perlopiù adattamenti di termini arabi.
- Dopo il Mille: algoritmo, almanacco, cifra, quintale, zenit
- Dal 1442 durante il dominio aragonese nel sud: infante, buongusto, posata.
- Con i viaggi nelle nuove terre, il castigliano si fa mediatore di molti
esotismi provenienti dalle lingue caraibiche: cannibale, canoe, caiacco
- Con Carlo V: entrano castiglianismi della vita quotidiana (appartamento,
borraccia, battaglia, regalo, etc.) dell’abbigliamento (pastrano), del lessico
militare (ammutinare, ronda), della marineria (doppiare, flotta, nostromo, etc.),
vocaboli geografici (savana, caletta, cordigliera, uragano, vulcano) e fitonimi e
zoonimi dei paesi esotici (caimano, condor, iguana, lama). Compaiono anche
compleanno e siesta.
- Nel Settecento: albino, alcool, apache, barocco, cioccolato, eldorado, fandango,
etc.
- Tra il XIX e XX secolo: voci legate al carattere (lazzarone), cibi e gastronomia
(caramella, cioccolatino), termini legati alla corrida (corrida, torero, matador),
gli etnici azteco, cileno, gitano, nomi legati alla marina (attraccare), voci
scientifiche e mediche (cocaina, droga), voci della vita militare (guerrigliero,
reclutamento).
- Nel Novecento: soprattutto termini politici (falange, falangista, franchista,
pasionaria); dalla rivoluzione cubana arrivano castrismo e castrista;
dall’America ispanica desaparecido, golpista, peronista; termini della moda e
società (intrallazzo, macho, machista, movida, novela, telenovela), dello sport
(goleada, goleador, ola, rodeo, vuelta) della danza (cha cha cha, paso doble,
rumba, mamba, merengue), cibi e bevande (cuba libre, sangria, paella,
tequila).
Prestiti dal portoghese
I lusismi sono in numero minore rispetto allo spagnolo.
- Nel Cinquecento: entra l’etnico portoghese, termini botanici (ananas, bambù,
cocco), termini della
marina (babordo, boa) e parole esotiche (bonzo, casta, mandarino, marmellata)
- Nel Seicento: china ‘inchiostro’
- Nel Settecento: esotismi albatro, cobra, macaco, feticcio, mango.
- Nell’Ottocento: cavia, tapioca, tapiro, veranda.
- Nel Novecento: bossa nova, carioca, fado e nomi delle danze brasiliane
(lambada e samba).
6.3.6 Prestiti dalle lingue
dell’Europa orientale Non sono molti
gli slavismi diretti in italiano.
Russismi
- Dalla Russia sono arrivati i vocaboli rublo, steppa, zar
- Nell’Ottocenot: balalaica, dacia, isba, mammut (attraverso il francese)
- Nel Novecento: voci riferite all’organizzazione dello Stato sovietico (apparato,
bolscevico, vodka, gulag, etc.
Prestiti serbocroati, polacchi e ungheresi
- Dal serbocroato: stravizio (accostato dagli italiani a vizio e mutato di significato),
vampiro e crucco.
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- Dal polacco: mazurca, sciabola, babà.
- Dall’ungherese: gulash, magiaro, etc.
6.3.7 Orientalismi
Orientalismi o prestiti orientali parole provenienti da lingue non europee come
arabo, persiano, turco, ebraico, sanscrito, cinese, giapponese.
Esotismo si applica ai prestiti da lingue e culture ritenute molto lontane dal mondo
europeo.
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Arabismi
- XIII secolo: aguzzino, ammiraglio, libeccio, fardello, magazzino.
- XVI secolo: nomi di piante (albicocco, carciofo, limone)
- Tra XIII e XVI secolo: voci appartenenti alla chimica
(alambicco, alchimia, elisir) Islamismi
- Seconda metà del Novecento: connotati per gli aspetti culturali e religiosi
(chador, kefiah, intifada, mujahiddin)
Turchismi
- XIV secolo: cariche politiche o militari (aga, giannizzero, pascià),
gastronomia (cacciucco, caffè, sorbetto)
Voci persiane
- Tra XII e XVI secolo: azzurro, bazar, carovana, gelsomino, scarlatto, spinaci,
talismano.
- Più recente è narghilè
Ebraismi
Sono entrati in italiano soprattutto attraverso il latino biblico: alleluia, amen, Messia,
osanna, rabbino. Luoghi, episodi e persone delle sacre scritture: babele, eden,
manna, matusalemme.
Più recenti: inghippo, marachella, fasullo
Indianismi
- Dal sanscrito: bramino, maragià, voci legate alle religioni orientali (guru,
karma, nirvana, yoga, kamasutra, mandala, svastica).
Prestiti cinesi
Tartaro, mongolo, cin cin, tè, ginseng.
Nel XX secolo verranno introdotti termini legati alla meditazione e sport: kung fu, tai chi,
chuan, feng shui
Nipponismi
- Nel XIV secolo: soia, cachi, samurai, harakiri
- Nel Novecento: arti marziali (karate, sumo, judo), gastronomia (sushi, sashimi,
wasabi), medicina alternativa e tecniche di meditazione (riki, shiatzu, zen),
ikebana, geisha, chimono, origami. Inoltre, manga e ànime.
6.3.8 Esotismi
Voci algonchine
Parlate delle tribù dei nativi americani.
Si tratta di prestiti che arrivano mediante il francese o l’inglese: mocassino, totem,
opossum, eschimese, igloo.
Voci maori e africane
Dall’Australia arrivano le voci maori come boomerang,
canguro, koala. Dall’Africa carcadè, scimpanzè.
6.3.9 Etimologia popolare
Quando una nuova parola fa il suo ingresso in un sistema linguistico può succedere
che i parlanti la percepiscano come un corpo estraneo e reagiscano cercando di
adattarla, accostandola a voci già presenti nel proprio vocabolario.
Paretimologia
Questo fenomeno prende il nome di “paretimologia” o “etimologia popolare”.
Es: liquiritia giunta in italiano come liquirizia, ma ha subito riadattamenti nei dialetti. A
Rovigo diventa acquarisia, a Pistoia logorizia, etc…
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7. Relazioni semantiche
in base al significato, le parole instaurano tra loro relazioni di tipo associativo (o
paradigmatico) o rapporti sintagmatici.
7.1 Rapporti associativi
L’associazione tra parole può basarsi sulla forma (significante) o sul significato.
I rapporti associativi basati sul significante condividono lo stesso morfema lessicale:
fiore, fiorellino, fioraio. Le relazioni associative basate sul significato condividono lo
stesso campo semantico: fiore, petalo, radice, stelo.
Tra alcune parole si attivano sia relazioni di tipo formale, sia di tipo semantico: fiore e
fioraio condividono sia lo stesso morfema che lo stesso campo semantico.
Campo semantico
Le parole possono essere raggruppate sulla base del significato, per cui medico,
insegnante, operaio apparterranno a un insieme di elementi il cui campo senso rientra
nel campo semantico delle professioni. All’interno di un campo semantico si possono
individuare anche dei sottogruppi, per cui medico entrerà in relazione con bisturi,
camice, stetoscopio.
Siamo di fronte a relazioni paradigmatiche quando una parola può essere
sostituita da un’altra che la esclude. La sostituzione può interessare parole di
significato simile (sinonimi) o opposto (antonimi). Es: vedi pag. 217
Le relazioni paradigmatiche che si instaurano tra le parole sono di due tipi:
- Relazioni orizzontali: rapporti di sinonimia, antonimia, omonimia.
- Relazioni verticali: relazioni di iperonimia/iponimia e meronimia/olonimia.
7.2 Relazioni di equivalenza
La sinonimia è la relazione di equivalenza semantica tra due o più parole con
significante diverso: papà è sinonimo di babbo o padre.
Rara è la sinonimia totale: si parla di “sinonimia parziale”, perché se consideriamo la
coppia papà/padre, i due termini non sono del tutto equivalenti né interscambiabili
papà sarà utilizzato in ambiti più familiari, mentre padre in quelli più formali.
7.3 Relazioni di opposizione
L’antinomia è la relazione di opposizione tra
due significati. I contrari possono essere:
- Graduabili freddo/caldo: voci di significato contrario, ma freddo non implica
necessariamente e
sempre il contrario di caldo, perché possiamo avere abbastanza caldo, più caldo,
molto caldo.
- Non graduabili vivo/morto: non ci può essere graduabilità (fatta eccezione per
l’espressione “più morto che vivo”)
5 sottotipi di opposizioni:
• Antonimi semplici (non graduabili): sono i contrari > vivo/morto, pari/dispari
opposizione di tipo complementare perché ogni lessema occupa una sfera di
significato ben precisa che esclude l’altro elemento.
• Antonimi graduabili: freddo/caldo, aperto/chiuso, grasso/magro i due
antonomi possono collocarsi agli estremi di una scala sui cui gradini ci
saranno gradazioni intermedie.
• Antonimi inversi: coppie di lessemi in cui uno dei due elementi descrive
un movimento in una direzione e l’altro in quella opposta (scendere/salire,
andare/venire)
• Antonimi conversi: coppie di lessemi che prendono in considerazione
posizioni o ruoli diversi (sotto/sopra, marito/moglie) se Maria è
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l’insegnante di Francesco, Francesco sarà l’allievo.
• Antonimi appartenenti a una stessa tassonomia: sono allo stesso livello,
non si oppongono ma necessariamente si escludono (siamo in estate
escludo primavera, autunno e inverno)
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7.4 Relazioni di omonimia
Sono relazioni legate alla forma delle parole, al loro significante: amare può essere
sia l’infinito del verbo, sia l’aggettivo femminile plurale di amaro.
Distinguiamo:
- Omofonia identità di pronuncia
- Omografia identità di scrittura
Tutte le parole omografe sono anche omofone, fatta eccezione per alcuni casi
come si e sì. Polisemia
L’omonimia si distingue dalla polisemia. La differenza sta nel fatto che i significati di un
lessema polisemico discendono tutti etimologicamente da un significato comune.
Una parola è polisemica quando a un solo significante corrispondono più significati
(es: albero > 3 significati: ‘pianta dotata di tronco di legno’, ‘asta di legno di una
imbarcazione’, ‘schema che ricostruisce la genealogia di una famiglia’).
Nel caso di riso ‘cereale’ e riso ‘atto del ridere’, non siamo di fronte a polisemia, ma
omonimia perché derivano da etimi diversi e per questo nel dizionario si troveranno
con entrate diverse, riso1 e riso2.
7.5 Rapporti di iperonimia e iponimia
Vi sono relazioni gerarchiche che mettono in rapporto una parola specifica (iponimo)
con una parola dal significato più generale (iperonimo): gondola e motoscafo sono
iponimi di imbarcazione che a sua volta è loro iperonimo.
Coiponimi
Un iperonimo può avere più iponimi, detti “coiponimi” e che costituiscono un campo
semantico: es blu, giallo, rosso, verde son coiponimi rispetto all’iperonimo colore.
7.6 Relazioni di parte per il tutto o tutto per la parte
Relazioni in cui uno dei lessemi (“meronimo”) indica la parte, l’altro
(“olonimo”) il tutto. Meronimi e olonimi
Petalo è il meronimo dell’olonimo fiore, anabbagliante di automobile, manica di camicia.
7.7 Tra lessico e sintassi
I rapporti sintagmatici riguardano i modi in cui le parole si combinano tra
di loro. Collocazioni
Quando le relazioni tra parole diventano stabili, si parla di “collocazioni” le parole
conservano il
significato che hanno quando non sono usate insieme e la scelta di usarne una
condiziona la selezione dell’altra all’interno della stessa collocazione, tuttavia non
possiamo sostituirle con dei sinonimi (es: dare un preavviso sia dare che preavviso
mantengono il loro significato nella collocazione, tuttavia non possiamo sostituirle con
dei sinonimi.
• VERBO + NOME: bandire un concorso (e non *annunciare)
• NOME + VERBO: la situazione precipita (e non *cade)
• VERBO + AVVERBIO: discutere animatamente (e non *fortemente)
• NOME + AGGETTIVO: giornata nera (e
non *scura) Polirematiche
Presentano forte coesione testuale e semantica a tal punto da non consentire:
- La sostituzione di sinonimi di nessuno dei costituenti (effetto serra e non
*conseguenza serra)
- Inserimenti di altri elementi lessicali nella loro struttura (un ferro da stiro
caldo e non *un ferro caldo da stiro)
- Dislocazioni nell’ordine degli elementi lessicali (borsa di studio non può
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dare *è di studio quella borsa?)
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8. Riflettiamo sul confronto: l’italiano e le altre lingue
8.1 Italianismi nel mondo
La lingua che più di tutte avrebbe italianismi è il maltese, seguita da albanese e
neogreco, francese, serbocroato e sloveno, polacco e dialetti tedeschi.
Le parole italiane esportate sono soprattutto nomi (pizza, spaghetti) anche se non
mancano aggettivi (soprattutto nella musica: adagio, andante), locuzioni (dolce vita) e
alcuni suffissi come -esco (italiano grottesco > francese grotesque) e -issimo
(ricchissimo > richissime).
Non mancano gli pseudoitalianismi formazioni che sembrano italiane ma non lo
sono: tutti frutti,
alfresco dinner.
8.1.1 Adattamenti
(pag. 222/223)
Capitolo 6: LE TANTE VARIETÀ DI CUI SI SERVONO GLI ITALIANI
1 Variazione linguistica
1.1 Nozioni di sfondo
Ogni comunità linguistica, in qualsiasi territorio geografico o in qualsiasi epoca si trovi
ad agire, non possiede una lingua monolitica, incapace di piegarsi alle tante esigenze
comunicative o di mutare in base alle caratteristiche sociali e culturali dei parlanti;
ogni lingua dispone, al contrario, di un più o meno ampio repertorio linguistico,
costituito da diverse varietà.
È bene soffermarsi sul significato specifico che in sociolinguistica assumono
alcuni termini. Repertorio linguistico
Con repertorio linguistico si intende l'insieme di tutte le varietà di cui dispongono o
un'intera comunità o un unico parlante. È quasi impossibile che un singolo individuo
possa usufruire di tutte le varietà possedute dalla comunità nel suo insieme: il suo
repertorio costituirà, pertanto, sono un sottoinsieme di quello comunitario.
Come si può comprendere, i concetti di comunità, varietà e repertorio sono
strettamente connessi tra loro, anche perché è proprio la totalità dei parlanti di una
comunità a regolamentare l'uso e la scelta di una varietà o dell’altra.
Comunità linguistica
Le definizioni che gli studiosi hanno dato di comunità linguistica sono state numerose
e spesso controverse, anche a causa dei criteri differenti su cui si sono di volta in volta
fondati: si è partiti, infatti, dal dare rilievo alla semplice condivisione di una stessa
lingua, arrivando poi a considerare sia l'importanza della base sociogeografica, sia il
peso di un comune atteggiamento verso usi e valori sociali di varietà e repertori.
Gaetano Berruto con l’espressione “comunità linguistica”, da lui considerata sinonimo
di comunità
parlante, si riferisce a un complesso di persone legate da una qualche forma di
aggregazione sociopolitica
e in grado di accedere a un insieme di varietà linguistiche.
La comunità linguistica determina le regole d’uso delle varietà e sceglie a quali di esse
assegnare l’una o l’altra funzione comunicativa, ponendole di solito lungo una scala
gerarchica, al cui estremo più alto si collocano le varietà dotate di maggiore prestigio,
destinate a comunicazioni e scritture formali, mentre sul gradino più basso si
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posizionano quelle adoperate per la conversazione familiare e spontanea.
Varietà linguistica
Anche la definizione di varietà linguistica non è sempre lineare e univoca: con il termine
“varietà”, infatti, possiamo riferirci, per esempio, all’italiano regionale, alle lingue
trasmesse o agli stessi dialetti. Più specificamente, e attenendoci sempre alle
indicazioni di Berruto, ogni varietà è rappresentata da un fascio
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di tratti che, in dipendenza di alcuni fattori non linguistici tendono a presentarsi
insieme. Per circoscrivere una varietà sarà, pertanto, necessario cogliere sia i fattori
extralinguistici che contribuiscono a determinarla, sia gli elementi linguistici che la
contraddistinguono.
1.2 Dimensioni di variazione
Una caratteristica delle lingue è la mutevolezza, che può coinvolgere anche i repertori
individuali e comunitari: un singolo individuo, infatti, può perdere nel tempo la
competenza di una delle lingue a lui note o acquisirne delle altre, mentre una comunità
parlante può abbandonare, per ragioni storiche e culturali, alcune lingue e accoglierne
delle altre o può modificare la distribuzione e il numero delle varietà.
Mutevolezza delle lingue
La mutevolezza delle lingue, d’altro canto, non dipende solo dai cambiamenti soggetti
al divenire del tempo ma anche dai modi differenti in cui esse si presentano nelle
enunciazioni dei parlanti. In base al grado di istruzione, alla provenienza sociale, al
contesto in cui si trovano o al mezzo di cui si servono, i parlati non solo utilizzano in
maniera diversa le forme e i tratti della lingua ma hanno anche possibilità di scegliere
in modo più o meno ampio tra le varietà del repertorio.
Variazione linguistica
La variazione linguistica è sempre collegata a fattori non linguistici che dipendono dal
tempo, dallo spazio, dalla posizione sociale del parlante, dalla situazione comunicativa
e definiscono 4 dimensioni di variazione:
• Quando la lingua varia attraverso il tempo, abbiamo una variazione
diacronica, da cui dipendono le varietà diacroniche, come l’italiano del
Cinquecento o quello contemporaneo; [dia- (dal greco dia, attraverso) + khronos
(“tempo”)]
• Quando varia attraverso lo spazio, parliamo di variazione diatopica, da cui
dipendono le varietà diatopiche, come l’italiano regionale; [topos (“luogo”) +
phasis (“emissione della voce”)]
• Quando varia attraverso gli strati sociali, ci riferiamo alla variazione
diastratica, da cui dipendono le varietà diastratiche, che si differenziano in base
alla provenienza sociale del parlante o alla sua appartenenza a determinati gruppi
sociali; (dia- + “strato”, per diastratia)
• Quando varia in base alla situazione comunicativa, siamo di fronte alla
variazione diafasica, da cui dipendono le varietà diafasiche, distinte come
italiano formale, lingua colloquiale e lingue specialistiche; [dia + phasis
(“emissione della voce”)]
• Va ancora aggiunta un’altra dimensione, la diamesia (dia- + mesos “mezzo”),
da cui dipendono le varietà diamesiche condizionate dal mezzo fisico di cui
ci si serve, ovvero il canale fonico-acustico per il parlato e quello grafico-visivo
per lo scritto.
Molti linguisti ritengono che la diamesia non sia una variazione autonoma, perché in
realtà attraversa tutte le altre.
Qualsiasi enunciato generato dai parlanti è sempre prodotto in una particolare varietà di
lingua, ma può essere ricondotto a più di una dimensione di variazione.
Diacronia
Berruto preferisce definire la variazione diacronia come mutamento piuttosto che come
variazione, indicando, con il primo, i cambiamenti che la lingua subisce con il
trascorrere del tempo e con il secondo le diversificazioni che si realizzano in sincronia.
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Quando analizziamo una lingua nella sua contemporaneità, pertanto, prendiamo in
considerazione le varietà sincroniche e mettiamo da parte quelle diacroniche, anche
se l’asse temporale conserva sempre una sua rilevanza e la diacronia lentamente
incide sui caratteri delle varietà e sui loro rapporti.
Assi di variazione
Le dimensioni di variazione sincronica si possono concepire come assi lungo i quali le
varietà si dispongono in una successione gerarchica, che vede ai due estremi
contrapposti la varietà più alta e la più bassa e in mezzo numerose varietà intermedie
non facili da circoscrivere: non ci sono, infatti, confini netti che le separino, perché
nella comunicazione viva e autentica di una comunità linguistica le varietà hanno tra
loro
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molti punti di contatto e sfumano l’una nell’altra. Si dispongono, quindi, lungo un
continuum, cioè lungo una sequela che non prevede interruzioni di continuità, ma
solo passaggi graduali.
Varietà dell’italiano
Anche se guardiamo all’italiano, saremo in grado di distinguere solo gli estremi di
ciascun asse:
- Sull’asse diastratico distingueremo nella posizione più alta l’italiano ricercato
delle persone colte e su quella più bassa l’italiano substandard o, riferendoci
soprattutto alla scrittura, l’italiano popolare degli incolti;
- Agli estremi dell’asse diafasico, avremo in alto l’italiano accurato e molto
formale e in basso l’italiano informale trascurato;
- Alle estremità dell’asse diabetico, troveremo lo scritto monologico, rispettoso
della norma più alta e il parlato dialogico, spontaneo e colloquiale;
- Lungo l’asse della variazione diatopica, al contrario, sarà bene considerare, più
che i poli gerarchicamente contrapposti di un italiano regionale contrassegnato
in misura maggiore o minore dai tratti locali, il suo disporsi orizzontale tra le
tante varietà geografiche della nostra lingua.
Gli stessi assi di variazione si toccano e si intersecano tra loro: un italiano piuttosto
marcato dal punto di vista diastratico, quasi senza dubbio coinciderà con una varietà
accentuatamente regionale e sarà quindi da collocare a che sull’asse diatonico.
Il continuum linguistico non riguarda solo i passaggi graduali da una varietà all’altra
lungo ciascun asse di variazione, ma l’intera architettura del repertorio di una lingua.
1.3. Spazio linguistico dell’Italia
Lo spazio linguistico dell’Italia non è facile da definire, sia per la sua storia particolare,
sia per il ruolo sempre molto rilevante giocato dalla variazione diatopica, che provoca
l’esistenza di repertori costituiti ora dalle varietà della lingua unitaria, ora dai dialetti e
dalla loro variazione, ora da lingue di minoranza.
Un repertorio e due sistemi linguistici
Se consideriamo, inoltre, l’asse della diatopia dell’italiano o il repertorio del dialetto, al
loro interno troveremo sempre varietà che si differenziano sulla base dell’area
geografica. L’italiano possiede mediamente un repertorio costituito da due distinti
sistemi linguistici, l’italiano e il dialetto, che non si trovano sullo stesso piano né dal
punto di vista degli usi né da quello della percezione sociale.
L’italiano si colloca sempre su una pozione più alta. Il dialetto, che ha finito con
l’occupare il gradino più basso, è impegnato nella comunicazione familiare, non ha
accesso agli usi pubblici e formali ed è limitato solo ad alcune tipologie di scrittura.
Italiano e dialetto
A partire dal Cinquecento la lingua fondata sul fiorentino trecentesco fu adoperata
per tutti gli usi scritti e per le comunicazioni orali più elevate ma non fu parlata nella
quotidianità. In famiglia, i dialetti rimasero il principale e più diffuso strumento di
comunicazione, dividendosi abbastanza nettamente gli ambiti d’uso con l’italiano.
Questa situazione, che rimase tale fino ai primi decenni dell’unità politica del paese,
si può definire diglossia. La nozione di diglossia si oppone la linguistica a quella di
bilinguismo, nonostante il significato letterale delle due parole rinvii sempre alla
coesistenza di due lingue.
Due lingue paritariamente fruibili
Con bilinguismo ci riferiamo alla possibilità che un singolo individuo o una comunità
siano in grado di adoperare due lingue, ma più specificamente una comunità è detta
“bilingue” quando i due sistemi linguistici sono paritariamente fruibili.
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Il bilinguismo può essere esteso all’intera comunità sia pure con gradi diversi di
competenza, come accade, per esempio, in Valle d’Aosta con il francese e l’italiano: in
questi casi si parla di bilinguismo monocomunitario. Molto più frequente, però, è il
bilinguismo bicomunitario, che vede due sottocomunità ufficialmente autorizzate a
adoperare ognuna la propria lingua per tutti gli usi e in tutte le circostanze: è il caso, per
esempio, del Canada inglese e francese.
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Due lingue nettamente separate
Se invece parliamo di diglossia, pensiamo a due lingue (A e B) che in una stessa
comunità si ripartiscono ruoli nettamente separati e gerarchicamente contrapposti.
La lingua A possiede uno standard ed è usata esclusivamente per la scrittura, le
comunicazioni ufficiali, i contesti formali, mente la lingua B, appresa come lingua
materna, ricorrerà solo per le situazioni normali e le conversazioni private: non ci
sono tra i due sistemi né scambi né sovrapposizioni.
L’italiano negli spazi dell’informalità
Da diversi decenni, però, la comunità linguistica non rientra più in una situazione di
diglossia, ma si caratterizza per un modello che Berruto ha definito di dilalia. L’italiano
si è a mano a mano sovrapposto al dialetto negli spazi dell’informalità ed è divenuto in
moltissimi casi lingua materna appresa spontaneamente; il dialetto, al contrario, non
ha invaso gli ambiti d’uso dell’italiano né ha mutato le sue funzioni.
In una situazione di dilalia, pertanto, le lingue A e B rimangono di rango diverso, ma
mentre solo la prima occupa gli spazi della comunicazione alta, entrambe possono
ricoprire le funzioni base.
I dialetti sono lingue autonome
Rimane, in ogni caso, il fatto che il repertorio medio degli italiani comprende due distinti
sistemi linguistici: i dialetti italiani, infatti, più correttamente definiti italoromanzi, hanno
una loro autonomia e non vanno confusi con l’italiano regionale che è, al contrario, una
varietà diatonica dell’italiano.
I dialetti italoromanzi sono generati, al pari degli altri volgari, per lenta trasformazione
del latino parlato e hanno proprie strutture fonetiche, morfologiche e sintattiche ben
distinte da quelle della lingua unitaria. L’equivoco, tuttavia, in cui più spesso incorrono
i parlanti, non è quello di negare ai dialetti lo statuto di lingue ma di tendere a
considerare lingue solo alcuni di loro.
Varietà del dialetto
Se nel nostro repertorio abbiamo distinto, all’interno del sistema linguistico
dell’italiano, più varietà distribuite lungo diversi assi di variazione, non possiamo
trascurare le varietà che segnano il sistema del dialetto. Anche i dialetti, infatti,
presentano una gamma di variazioni, ma in misura ridotta rispetto all’italiano,
proporzionalmente al loro ridotto spazio d’uso.
Tra gli anni ’60 e ’80 del secolo scorso, i linguisti hanno elaborato molte descrizioni
della varietà interne all’italiano e al dialetto, descrizioni che difficilmente avrebbero
potuto rispecchiare nel dettaglio una situazione in continuo e rapido cambiamento,
anche se, per quanto riguarda il dialetto, è possibile ancora accogliere la distinzione,
proposta dalla gran parte dei modelli, tra dialetto regionale, dialetto urbano e dialetto
locale. Dobbiamo considerare anche varietà scritte del dialetto che negli ultimi
decenni hanno conosciuto una nuova vitalità e che si motivano ora con finalità
letterarie, ora con la comunicazione attraverso la rete, gli SMS, i graffiti murali.
Dialetti italianizzati
Vanno ancora valutate le varietà dei cosiddetti “dialetti italianizzati”, che si
caratterizzano per la presenza di tratti, prevalentemente fonetici e lessicali, ma anche
morfologici e sintattici, riconducibili all’influenza dell’italiano.
Si tratta di uno dei tanti, possibili fenomeni di contatto linguistico, con la particolarità,
tuttavia, che una delle due lingue ricopre minori ambiti d’uso, finendo con il subire in
misura maggiore le conseguenze del contatto. Sebbene le pressioni dell’italiano
coinvolgano tutte le strutture dei dialetti, i cambiamenti più evidenti riguardano la
fonetica e il lessico, che da molti punti di vista incidono in misura minore sulla stabilità
di una lingua. Per quanto riguarda la fonetica, i fenomeni riguardano la sostituzione o
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l’inserimento di fonemi che sono spesso estranei al dialetto originario.
Il lessico di qualsiasi lingua richiede sempre l’emissione di parole nuove e, nei primi
decenni della seconda metà del ‘900, l’introduzione di italianismi fu motivata anche
dall’uso del dialetto in ambiti come la politica, l’economia, la società tecnologica e
industrializzata, che gli erano estranei: ciò ha provocato l’inserimento di prestiti, che
sono stati adattati sul piano fonetico e, talvolta, morfologico al dialetto. Non sempre si
tratta però di prestiti di necessità: è accaduto, infatti, e accade sempre più spesso che
termine dell’italiano
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affianchino equivalenti dialettali, arrivando a volte alla sostituzione, sia pure dopo
essere stati adattati alla fonetica locale, e a volte a un cambiamento semantico della
parola originaria.
Minoranze linguistiche
Lo spazio linguistico italiano è occupato anche dalle minoranze linguistiche, che si
identificano con le comunità alloglotte gruppi di popolazione che parlano una
lingua materna diversa sia dall’italiano, come le lingue italoalbanesi parlate in alcuni
comuni dell’Italia meridionale, le varietà di greco usate da comunità calabresi e
salentine, le varietà slovene del Friuli e così via.
In queste isole linguistiche ci si trova spesso di fronte a casi di trilinguismo: all’italiano,
infatti, e alla lingua minoritaria si associa anche il dialetto dell’area.
Toscana e Roma
All’opposto delle aree italiane in cui convivono più sistemi linguistici si collocano la
Toscana e Roma, per le quali è possibile parlare di “monolinguismo”.
2 Varietà, usi e testi
2.1 Italiano standard
La nozione di standard è in linguistica alquanto complessa e riguarda
aspetti molteplici. Modello di riferimento
Si è soliti intendere con lingua standard la varietà di maggiore prestigio, codificata
dalle grammatiche, cui l’intera comunità guarda come modello di riferimento per la
correttezza normativa e per l’insegnamento socialistico. Allo standard si associano sia
l’idea di una lingua neutra, non marcata né dal punto di vista diastratico né da quello
diatopico, sia quella di una lingua in grado di estendersi uniformemente all’intero
territorio nazionale.
Fiorentino e italiano oggi
Alla base dell’italiano standard c’è il fiorentino letterario trecentesco: si trattava di una
varietà scritta, di registro elevato, prodottasi in un’epoca ben delimitata. Nei secoli
successivi alcune innovazioni e apporti da altre aree sarebbero stati accolti prima e
ancor più dopo l’unità nazionale, distanziando ulteriormente l’italiano dalla lingua di
Firenze all’italiano non è mai arrivata per esempio la “gorgia toscana”.
L’italiano standard è stato dunque definito, soprattutto per quanto riguarda la fonetica,
un fiorentino
emendato, privato cioè di alcuni fra i tratti più marcati e popolari.
Da alcuni punti di vista, l’italiano standard può definirsi una lingua astratta,
pronunciata correttamente solo da coloro che sono riuscita ad annullare ogni traccia
della propria area geografica.
Polimorfismo
La nozione linguistica di standard dovrebbe rinviare di solito a una varietà uniforme,
ma l’italiano si caratterizza, al contrario, per alcune difformità, che non riguardano
solo le varianti di pronuncia ma anche la convivenza di forme diverse.
L’antica lingua letteraria era particolarmente segnata dal polimorfismo, grazie al quale
gli autori potevano scegliere tra varianti fonetiche e morfologiche perlopiù equivalenti.
[Già Manzoni, con la revisione del proprio romanzo, aveva operato un’eliminazione
delle forme più arcaiche e una drastica riduzione della polimorfa, ma nel corso del
‘900, anche grazie a questa spinta, il processo di semplificazione sarebbe stato
progressivo e sempre più ampio.]
Dopo l’unità d’Italia, ma soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘900, la stabilità
che aveva caratterizzato l’italiano lungo i secoli si dissolve in modo proporzionale al
diffondersi della lingua unitaria nella comunicazione viva e parlata della quotidianità.
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Molti tratti che erano già da secoli presenti nel sistema linguistico italiano ma non
erano stati accolti dalla norma fissata nelle grammatiche, si sono a poco a poco fatti
strada, entrando anche nell’uso delle persone colte.
A fianco della norma grammaticale, destinata a propagare il modello della lingua
standard, i linguisti individuano una norma sociale, da alcuni definita implicita,
che corrisponde a quella concretamente adottata e fissata in base
all’accettazione o meno di forme, parole e costrutti da parte della comunità
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linguistica. Anche la norma del resto è soggetta, come tutto nelle lingue, a continua
evoluzione. I rapidi cambiamenti subiti dall’italiano negli ultimi decenni e i tanti tratti
considerati ora più ora meno ammissibili dai parlanti, e definiti per questo “in
movimento”, hanno innescato un processo di ristandardizzazione della norma
grammaticale.
2.2 Movimenti della lingua oggi
Negli studi linguistici con movimenti o tratti in movimento dell’italiano contemporaneo ci
si riferisce ai
cambiamenti in corso e alle oscillazioni d’uso nella
lingua di oggi. Tratti in movimento
I tratti di movimento coincidono, in particolare, con:
1- Gli elementi della lingua che la media dei parlanti istruiti avverte sempre più:
• Come propri non soltanto degli usi informali ma anche di quelli mediamente
formali, orali e scritti;
• Come aulici, o connotati in senso non comune, oppure obsoleti.
2- Gli elementi della lingua che costituiscono una diffusa innovazione nell’uso comune,
più o meno formale, anche se appaiono come una marcata deviazione dalla norma
grammaticale;
3- Le oscillazioni d’uso relative a scelte linguistiche formalmente diverse ma
pressoché equivalenti sul piano comunicativo.
Dinamismo nel continuum
Con l’idea del movimento, dunque, i linguisti fanno riferimento al costante dinamismo,
nel continuum del repertorio odierno, di elementi linguistici di vario livello. I movimenti,
incipienti, in atto o quasi conclusi, riguardano i cambiamenti nel tempo del valore di
alcuni tratti linguistici nella comunicazione italiana contemporanea, un valore sempre
determinato dalle reazioni dei parlanti agli usi dei tratti nelle varie situazioni
comunicative e dalle conseguenti indicazioni dei grammatici.
I tratti in movimento, quindi, sono quelli che stanno determinando o hanno già
determinato in alcuni punti la ristandardizzazione della norma grammaticale, sempre
possibile perché riflesso della norma sociale; quelli che potrebbero riassestare la
norma in futuro; o quelli che della norma oggi segnano tutt’al più una “zona grigia”,
cioè instabile.
Italiano dell’uso medio, italiano neostandard
I movimenti dell’Italia si sono cominciati a notare a partire dagli anni ’80 del ‘900,
quando l’italiano era ormai una lingua parlata quotidianamente e nelle situazioni
comunicative più varie dalla maggioranza degli italiani. Tuttavia, alcuni tratti tipici dello
standard descritto nelle grammatiche non si erano affermati nell’uso quotidiano e,
anzi, venivano frequentemente sostituiti da tratti concorrenti; inoltre, si stavano
diffondendo sempre di più nell’orale e nello scritto mediamente forme altri tratti
considerati propri del parlato più colloquiale.
Oggi buona parte dei tratti tipici dell’italiano dell’uso medio o neostandard, perlopiù
morfosintattici, sono considerati normali in quasi tutti i livelli di lingua. Ricordiamo, tra gli
altri, quelli seguenti:
• L’uso di due, e non di tre, aggettivi e pronomi dimostrativi: il prossimale questo e
il distale quello; il
dimostrativo codesto, rimasto vivo soltanto nell’uso regionale toscano e nella
lingua burocratica;
• L’uso dei pronomi lui, lei, loro in funzione di soggetto;
• L’uso del ci attualizzante: il ci (o ce) che si usa con il verbo avere predicativo; (es:
c’ho fame)
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• L’uso dell’avverbio ci con valore locativo al posto di vi;
• L’uso del c’è presentativo;
• L’uso di come mai al posto di perché;
• L’uso, anche nello scritto mediamente formale, dei costrutti marcati delle
dislocazioni a sinistra o a destra e delle frasi scisse.
Accettazione dei tratti neostandard
Basta guardare alla frequenza di questi tratti negli articoli di giornale e nella saggistica
odierna per riconoscerne la normalità anche nello scritto mediamente formale.
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Quali sono i principali movimenti nell’italiano di oggi?
Come si noterà si tratta di movimenti sia endogeni relativi a elementi da sempre
interni al sistema dell’italiano di base fiorentina, sia esogeni relativi a tratti accolti
nella lingua comune da varietà italiane non fiorentine o toscane o dall’inglese. Si osservi
che i fenomeni che indicheremo sono molto diffusi e abbastanza stabili nell’uso.
Esiste uno standard fonetico?
L’italiano non ha un effettivo standard fonetico. La pronuncia dell’italiano parlato dagli
italiani nelle situazioni quotidiane risente quasi sempre delle inclinazioni proprie della
loro regione di provenienza.
La pronuncia standard, peraltro, oggi è sempre meno rispettata anche da
professionisti, come doppiatori, attori di teatro e giornalisti.
Nelle normali pronunce degli italiani, le più diffuse differenze rispetto a quello che
sarebbe lo standard improntato al fiorentino emendato riguardano, come si è visto, i
seguenti fonemi:
- Le vocali medie e e o, che dai parlanti di origine non toscana sono
pronunciate con un timbro diverso rispetto al modello fiorentino, ora aperte,
ora chiuse a seconda dell’imprinting regionale;
- L’affricata palatale sorda intervocalica /t̠ʃ/, che i parlanti toscani e centro-
meridionali in genere non rispettano, pronunciando al suo posto una fricativa
palatale sorda /ʃ/;
- La fricativa e l’affricata dentale intervocalica, pronunciata spesso in modo
difforme dal modello fiorentino, ora sorda e non sonora e viceversa.
A queste oscillazioni, tipiche di una pronuncia neostandard, cioè accettabile anche
in situazioni formali, bisogna aggiungere:
- Le differenze relative al raddoppiamento fonosintattico, non sempre
realizzato nella normale pronuncia di alcuni italiani;
- La diffusa tendenza alla ritrazione dell’accento nella pronuncia di parole
polisillabe piane o tronche, in particolare di parole appartenenti al
vocabolario comune o tecnico-specialistico, o di alcuni forestierismi o
cognomi di origine dialettale ossitoni.
Quanto alle altre tendenze, vanno notate sia la diffusa propensione a evitare le
elisioni, nel parlato come nello scritto, sia una maggiore disponibilità dei parlanti ad
accettare la pronuncia di parole terminanti in consonante, e per gli acronimi che
compendiamo sequenze in italiano o in una lingua straniera.
Grafia
Sono diverse le grafie di parole composte ancora non stabilizzate. Convivono
nell’uso grafie del tutto equivalenti (per lo più o perlopiù), o coppie in cui una
forma è ritenuta migliore dell’altra (anzi tutto e anzitutto).
Da notare, infine, la frequente omissione dell’accento grafico nella scrittura di parole
composte come “rossoblu” o “ventitre”, e una certa estensione dell’uso della
maiuscola per influsso della scrittura inglese. Morfologia pronominale e verbale
Dal punto di vista morfologico, i tratti in movimento riguardano principalmente l’uso dei
pronomi e la morfologia verbale.
• Pronome te: la forma obliqua (non soggetto) per la seconda persona “te” si
alterna in funzione di
soggetto con “tu”, nell’uso di Firenze, di Roma e del Nord;
• Pronomi egli, ella, lui, lei, loro, esso: È del tutto normale l’uso dei pronomi
deittici e analogici lui, lei e loro in funzione di soggetto; mentre egli ed essi sono
di bassa frequenza nel parlato comune, ed ella è pressoché disusato. Egli,
tuttavia, è ancora adoperato nello scritto formale con la funzione propria di
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pronome maschile soggetto anaforico. Sia egli, sia ella, sono però abbastanza
frequenti negli scritti scolastici, anche per influsso di un insegnamento rigido e
dimentico dei reali usi scritti della lingua. La presentazione di egli ed ella come i
soli pronomi adatti nello scritto contribuisce a far sì che gli studenti usino queste
due forme in modo ipercorretto, ritenendole erroneamente una garanzia del
registro formale che conviene allo scritto scolastico.
I pronomi lui e lei, inoltre, diffusamente impiegati per richiamare referenti
inanimati.
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Va notato che anche il pronome esso, tuttora vivo negli usi scritti più formali e
scientifici, può essere un coesivo ipercorretto negli scritti scolastici. Può essere
usato, cioè, dove sarebbe più adatto riprendere il referente non solo con
un’ellissi, ma anche con una ripetizione o un sinonimo;
• Pronome gli: l’estensione dell’uso del pronome gli in funzione di oggetto indiretto
sia per il
femminile singolare, al posto di le, sia per maschile e femminile plurale, al posto
di loro;
• Pronome che: il che polivalente è ancora avvertito come un tratto del parlato
colloquiale. Uso di che enfatizzante-esclamativo o quello del che relativo
analitico, restano ancora confinati agli usi informali, parlati e scritti;
• Ci: per ciò che riguarda l’uso di ci, di cui abbiamo già ricordato la funzione
“attualizzante” e l’uso
con alcuni verbi che produce particolari lessicalizzazioni, va notato anche l’uso,
ritenuto da alcuni studiosi di origine romanesca, in sostituzione di un predicato
nominale in frasi come “ci sarai/ci diventerai” in luogo dello standard “lo sei/lo
diventerai”, e l’uso che va diffondendosi con il verbo stare nel significato di
‘essere normale, prevedibile’ (Ci sta che…)
• Pronome ne: è frequente ormai anche nello scritto l’uso ridondante di ne nelle
frasi relative, dove il
pronome riprende pleonasticamente un altro pronome relativo;
• Quello che + verbo essere: vedi esempi pag. 243;
• Articolo determinativo: tendenza a omettere l’articolo determinativo in alcuni
contesti, in
particolare davanti ai nomi di azienda, società ed enti pubblici o privati; uso della
preposizione in al posto della preposizione a articolata (al, alla); e, ancora, è
diffuso davanti alla circostanziale di tempo settimana prossima. Va notato che
gli scriventi attenti alle possibili implicazioni sessiste della lingua omettono
l’articolo determinativo femminile nelle indicazioni dei nomi di donne;
• Verbi: frequente impiego dell’indicativo al posto del congiuntivo nelle frasi
completive, fenomeno
da confinare ancora al registro colloquiale;
• Congiuntivo imperfetto: l’uso del congiuntivo imperfetto nelle esortazioni,
come, per esempio, nelle frasi imperative “chiamasse lui!”, che peraltro
aggiunge all’ordine espresso dal verbo un valore polemico.
Sintassi e pragmatica
Uniamo la sintassi e la pragmatica perché i tratti seguenti riguardano entrambi i livelli
della lingua:
• Frase scissa: il diffuso uso delle frasi scisse, come si è detto, è uno dei tratti
tipici del neostandard. Analisi specifiche più recenti hanno peraltro dimostrato
che questo costrutto è oggi più frequente nelle comunicazioni formali. Nei testi
scritti, tuttavia, la frase scissa perde spesso il suo valore pragmatico
contrastivo ed è scelta, specie nella forma implicita e inversiva perché è
funzionale alla costruzione della progressione tematica;
• Tema sospeso: tra i costrutti marcati è l’unico che è ancora sentito come proprio
del parlato.
Tuttavia, è usato nella prosa narrativa contemporanea più mimetica dell’uso
linguistico medio e s’incontra anche in altri scritti non particolarmente formali;
• Accusativo preposizionale: tipico delle varietà regionali centro-meridionali e
riconducibile al sostrato dialettale, è risalito verso il neostandard soltanto con
l’uso nelle dislocazioni a sinistra e a destra, in particolare se l’oggetto è
costituito da un pronome; (A me non mi hanno chiamato).
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• Sintassi frammentata: nell’ambito di una generale tendenza alla riduzione della
complessità
ipotattica che caratterizza da tempo la prosa della scrittura giornalistica e
saggistica, va notato non solo il frequente andamento paratattico di molti
articoli e saggi di argomento “serio”, ma anche la scelta, molto diffusa, di
spezzare con un punto i legamenti sintattici. Accade di frequente in
particolare con le frasi relative introdotte da “che”, più normalmente legate, se
appositive, da una virgola
Lessico
È in movimento la frequenza d’uso delle parole e va considerata anche l’entrata di
neologismi.
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Estensioni di significato
• Piuttosto che: negli ultimi anni si è diffuso l’uso della locazione piuttosto che
con valore disgiuntivo, cioè con il significato di “o”, “oppure”, che si aggiunge a
quello avversativo originario “anziché”. L’uso è biasimato da diversi grammatici
perché potrebbe ingenerare confusioni. Ma è diffuso nell’oralità media, specie
nei parlanti settentrionali, e sembra che stia prendendo piede anche nell’uso
scritto;
• Tipo: oggetto negli ultimi anni di una trascategorizzazione, ovvero di un
passaggio da una categoria grammaticale all’altra; viene usato, infatti, con il
significato di “per esempio”.
2.3 Tre esempi di italiano regionale
Nel considerare il repertorio linguistico italiano contemporaneo è importante tenere ben
distinti i dialetti d’Italia dagli italiani regionali, cioè dai diversi tipi dell’italiano che muta
sulla base dell’area geografica.
Italiani regionali e dialetti non sono la stessa cosa
Gli italiani regionali, che sono oggi di fatto le varietà parlate dalla maggioranza della
popolazione nelle situazioni comunicative quotidiane e informali, non corrispondono,
come si è visto, a quelli che oggi definiamo dialetti.
L’incontro tra i dialetti e l’italiano ha determinato nel tempo la diffusione di vari italiani
parlati, colorati in modo diverso in base ai tanti e differenti sostrati dialettali, oltre
che alla naturale azione della variazione diatopica. Le sensibili differenze regionali
nell’italiano parlato dagli italiani si notano immediatamente facendo attenzione anche
soltanto alla prosodia, in Italia fortemente condizionata dalla provenienza geografica
dei parlanti (si pensi a ciò che comunemente si indica con accento, cadenza o calata
di un modo di parlare).
Tuttavia, se è vero che gli italiani regionali sono perlopiù usati nel parlato informale, è
altrettanto vero che tratti propri di queste varietà possono occorrere nel parlato
mediamente formale o formale, e possono essere immessi, più o meno
consapevolmente, anche negli scritti più informali o mediamente formali, moltiplicati
oggi dalla comunicazione tramite i nuovi media.
Ampie aree e non regioni amministrative
È importante sottolineare che nell’etichetta “italiano regionale” l’aggettivo ‘regionale’ va
inteso non in stretto riferimento alle venti regioni amministrative italiane, bensì ad aree
più o meno ampie che, com’è stato osservato da più di uno studioso, possono
coincidere con lo spazio linguistico proprio degli abitanti di una sola città: “regionale”,
dunque, deve valere come sinonimo di “locale”.
Italiano di Milano
L’uso dell’italiano nella città di Milano si è andato diffondendo in modo più capillare dal
secondo dopoguerra in poi. Durante questo periodo, infatti, il capoluogo lombardo
conobbe una notevole crescita demografica, dovuta alla massiva immigrazione di
italiani di altre regioni. La presenza di questi numerosi nuovi abitanti non nativi, da una
parte arginò la diffusione del dialetto municipale e dall’altra favorì un uso sempre
maggiore della più prestigiosa varietà nazionale nelle interazioni sociali quotidiane.
I tratti tipici dell’italiano parlato a Milano sono in buona parte comuni anche ad altre
varietà dell’area lombarda e ticinese, sulle quali, peraltro, quella milanese esercita una
certa influenza.
1. Fonologia (esempi a pag. 250)
• Pronuncia di e e o: le principali differenze fonologiche rispetto allo standard
consistono, come per altri regionali, nella pronuncia delle vocali medie, a
Milano in particolari della e finale. Nell’italiano di Milano la e tonica finale di
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sillaba interna alla parola si pronuncia perlopiù chiusa e non aperta (ma sono
diverse le oscillazioni);
• Pronuncia delle consonanti fricative e affricate dentali: è tratto tipicamente
settentrionale la
realizzazione sempre sonora sia della fricativa dentale intervocalica (ma non
nelle parole composte), sia dell’affricata dentale iniziale di parola;
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• Abbreviazione delle consonanti doppie: altro tratto fonetico condiviso con
tutte le varietà settentrionali è l’indebolimento delle consonanti doppie. Una
pronuncia abbreviata anziché intensa è marcata in diastratia;
2. Morfosintassi
• Uso dell’articolo: nelle indicazioni dei nomi propri sia maschili, sia femminili.
È inoltre altrettanto regionale l’omissione dell’articolo con i singenionimi (nomi
di parentela) affettivi papà e mamma;
• Uso di così e di con + preposizione: tipicamente milanesi sono il particolare
ricorso all’avverbio così in espressioni come “ce n’è così di roba” e l’uso della
preposizione con unita a un avverbio (ti portano piatti con su una lunga foglia
e sopra il sushi);
• Frequenza di frasi scisse interrogative: sul piano sintattico, è da osservare la
frequenza
nell’italiano di Milano, come del resto in quello generalmente settentrionale, delle
frasi scisse interrogative come “cos’è che ha detto?”.
3. Pragmatica: specificamente milanesi sono tratti come il costrutto mai che +
presente congiuntivo/indicativo, per indicare con sfumatura polemica un desiderio.
(Mai che mi porti al cinema)
4. Lessico: sono “milanesi” (ma anche di altre aree) l’uso di cosa interrogativo con il
significato di perché (Cosa ridi?), di appena con il valore di “soltanto” (Siamo appena
in 3), di crescere nel senso di “avere in più” (Ho un biglietto che mi cresce), di curare
nel senso di “sorvegliare” (Puoi curarmi la borsa un secondo?). Italiano di Roma
Dell’uso regionale romano va ricordata anzitutto la breve distanza sia dalla varietà
neostandard, sia dell’uso dialettale. Va anche detto che la varietà regionale romana
gode da tempo di un certo prestigio, o se si vuole di “simpatia”, nazionale, sia perché è
l’uso linguistico della capitale politica, sia perché è stata da sempre ampiamente
promossa dal cinema e dalla televisione.
Ricordiamo i tratti dell’italiano di Roma, dei fenomeni che caratterizzano un livello alto,
medio e basso dello stesso italiano regionale, ma che vivono in un continuum che rende
talvolta difficile distinguere gradazioni nette in una concreta produzione linguistica.
1. Fonologia
• Pronuncia di e e o: sono diversi i casi in cui la pronuncia romana delle
vocali medie toniche non corrisponde a quella dello standard di base
fiorentina; (Giòrgio, dòpo)
• Monottongamento: tipiche di Roma, e di origine dialettale, sono le forme con
monottongamento (riduzione) di [wɔ], che appartengono però al registro più
basso della conversazione (bòno, vòto);
• Chiusura e conversazione di o e e atone: la o della negazione non si
chiude spesso in u: nun; la preposizione di e i clitici conservano la e (me,
se, te, ve, je (gli) (Nun ce credo);
• Pronuncia fricativa dell’affricata palatale sorda intervocalica: come
nell’uso di Firenze, è naturale la pronuncia fricativa sorda del suono che
secondo l’ortoepia dello standard dovrebbe essere un’affricata palatale sorda;
• Pronuncia affricata della fricativa dentale (s) dopo nasale, laterale e
vibrante;
• Palatalizzazione del nesso /nj/: il nesso di nasale + semiconsonante è reso con
una nasale palatale;
• Pronuncia del nesso /st/ come /s/ intensa; (sono stato > [sɔ’stato]
• Tendenza al raddoppiamento di alcune consonanti;
• Forme apocopate: sono tipiche le apocopi negli infiniti; e sono parimenti tipici i
troncamenti di altre voci verbali e degli allocutivi, sia se nomi propri; spesso gli
allocutivi sono introdotti da a.
2. Morfosintassi
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• Te soggetto: anche a Roma la forma te è usata come soggetto;
• Uso di a- intensivo: si tratta dell’inserimento del prefisso a-, in particolare
davanti al prefisso iterativo ri-, in forme come “arieccolo!”;
• Suffissi: è ancora produttivo il suffisso tipico -aro (cravattaro ‘usario’,
grattacheccaro ‘chi vende le granite’) per la creazione di nuovi nomi. Si usano
anche i suffissi -one (piacione) per formare deverbali non possibili in italiano, e
-ata (furbata);
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• Stare + infinito: tipica dell’italiano parlato a Roma e nel Lazio è inoltre la
perifrasi per l’aspetto progressivo stare a + infinito apocopato (Sto a
lavorà), che corrisponde pressoché a stare + gerundio;
• Usi di che: per aprire le interrogative polari, come in “che esci?”,
l’interrogativa retorica con che, per esempio, “che te lo dico a fare?”, e l’uso
di solo che + infinito.
3. Pragmatica: nell’ambito della pragmatica è tipico il frequente ricorso alla forma
verbale dice per indicare i turni verbali durante un resoconto orale, l’aggiunta di che a
solo, il segnale discorsivo Vè?, l’esclamazione ‘ammazza!’ e le interazioni ‘ahó!’
4. Lessico: esempi di regionalismi dell’uso romano sono le parole capoccia,
cinta, e molte altre. Italiano di Napoli
Il territorio linguistico di Napoli, come del resto quello della Campania, è assai
diversificato: gli usi linguistici nell’area metropolitana variano da zona a zona e il
diffuso uso del dialetto ha sempre influenzato fortemente quello dell’italiano.
Indichiamo i principali tratti dell’italiano di Napoli. Si noti che molti di essi sono comuni
all’italiano regionale parlato in altre aree della Campania.
1. Fonologia
• Chiusura delle vocali toniche nelle sequenze uò, iè: è un tratto proprio
di tutta la Campania la pronuncia chiusa delle vocali nelle sequenze [wɔ],
[jɛ]; ([bwono], [scwola])
• Pronuncia aperta delle vocali toniche: alcune vocali toniche
normalmente chiuse sono pronunciate con il timbro aperto; (-mènte >
-ménte)
• Pronuncia della -i- dopo consonante palatale sorda; es: nella parola
cielo, fanno sentire la pronuncia della i
• Pronuncia indistinta della vocale finale di parola ([ə]);
• Raddoppiamento di consonanti intervocaliche; es: subito > su[bb]ito
• Pronuncia fricativa dell’africana palatale sorda intervocalica;
• Resa affricata della fricativa dentale dopo consonante nasale, vibrante o
laterale;
• Pronuncia con semiconsonante intesa della laterale palatale;
• Resa con consonante palatale della semivocale;
• Apocope: come nell’uso di Roma, anche in quello di Napoli e della
Campania è frequente la caduta della sillaba finale degli allocutivi; (dottò,
professò)
• Altri fenomeni: alcuni, molto diffusi, tratti fonetici sono connotati più in
basso sul piano diafasico o diastratico. Si tratta di fenomeni come la
palatalizzazione della fricativa dentale davanti a velare e a labiale.
2. Morfologia
• Metaplasmi di genere: alcuni nomi femminili sono trattati come maschili; altri
nomi, invece, sono usati al femminile; (scatolo, guardio, la ascensore)
• Uso del congiuntivo imperfetto al posto del presente congiuntivo nelle
esortazioni: è un tratto che, come si è detto, si sta facendo strada anche
nell’uso mediamente formale: venisse per ‘venga’;
• Maggiore ricorso al perfetto semplice: le regole che governano la selezione
delle due forme del passato sono diverse dallo standard. Nell’italiano regionale
di Napoli si usa il passato remoto anche per descrivere eventi ancora rilevanti
per il momento dell’enunciazione;
• Produttività dei suffissi -illo, -ella; usati per creare parole connotate
affettivamente (bellillo,
bellella)
• Anteposizione di stesso usato come avverbio: Lo potete prendere stesso voi,
L’ho fatto stesso oggi
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• Uso transitivo di alcuni verbi: alcuni verbi che nello standard sono soltanto
intransitivi vengono usati come transitivi; per esempio, entrare e scendere;
• Accusativo preposizionale: tipica dell’uso regionale è la reggenza con
preposizione a dell’oggetto costituito da un nome o da un pronome personale
di alcuni verbi (Hai visto a Paolo?);
• Estensione degli usi della preposizione a-: Beato a lui, spaghetti a vongole
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• Vicino a: dopo i verbi del dire è usata la locuzione vicino a nel senso di a (Ha
detto vicino a me… > a me)
• Anteposizione tematica del dimostrativo quello: nelle frasi
segmentate si usa anteporre il dimostrativo quello con funzione di tema
(Quello Antonio è già partito);
• Altri fenomeni: sono diffusi l’uso dell’aggettivo per avverbio in va buono
per ‘va bene’, la costruzione avverbiale della sequenza articolo + nome
(Lo tratta una chiavica) e il gerundio proposizionale (L’ho trovato
giocando)
3. Pragmatica: la forma del pronome di cortesia a Napoli, come in generale nel
meridione, è voi (ed è da notare che il lei in alcuni casi potrebbe essere avvertito
come un segnale di distanza e non di cortesia);
4. Lessico: alcune delle voci regionali più usate, con connotazioni locali più o meno
neutre sono: bell’è buono ‘improvvisamente’, chiatto, chiattone ‘grasso’, ‘obeso’ (con
sfumatura ironica o spregiativa), e molte altre.
2.4 Italiano popolare
L’italiano popolare Si tratta di una varietà diastratica tipica di parlanti dal basso grado
di istruzione, caratterizzata da forti interferenze con il dialetto.
Italiano popolare e italiano dei semicolti
Trattandosi di documentazione costituita da produzioni scritte, l’oralità entra in gioco
solo in quanto si riverbera nella scrittura.
È stato Francesco Bruni a proporre di sostituire la denominazione “italiano popolare”
con “italiano dei semicolti”, cioè di individui non più analfabeti e tuttavia neppure del
tutto partecipi della cultura elevata. Testi
I testi che documentano l’italiano popolare sono di tipo pratico e privato, riconducibili
alle cosiddette “forme primarie” della scrittura (diari, lettere, appunti, etc.), legate
soprattutto a situazioni ed esperienze in cui la scrittura diventa necessità, unica
possibilità di mantenere legami e contatti lontani.
Componente diatopica
I semicolti hanno un livello di espressione che dipende dalla propria istruzione e quindi
da una rara o saltuaria pratica di scrittura: si sforzano di scrivere in una varietà il più
possibile vicina all’italiano standard tendendo perciò a evitare elementi percepiti come
più marcati in senso diatopico.
Inizialmente si pensò che tale varietà fosse sostanzialmente indipendente dai sostrati
dialettali e avesse un carattere sovraregionale, ma tale “unitarietà” è stata presto
ridimensionata dagli studi successivi che hanno ribadito l’importanza della componente
locale a tutti i livelli di analisi.
Interlingua
Più di recente si tende a guardare all’italiano popolare in chiave interferenziale, cioè
come a un’interlinea o varietà di apprendimento, all’incontro tra la lingua madre, il
dialetto, e la lingua di apprendimento, l’italiano. In tale prospettiva, quindi, l’italiano
popolare va visto non nella sua distanza e differenza dallo standard, ma come
processo di acquisizione, di avvicinamento, un processo quindi non di sottrazione, ma
verso l’italiano.
Pertanto, lo studio dell’italiano dei semicolti consente di indagare circuiti meno ufficiali
di apprendimento, modalità e canali di penetrazione della lingua nel mondo della
dialettofonia, il rapporto controverso con i modelli normativi coevi, anche prestigiosi,
che hanno agito da sistemi modellizzanti. Proprio per questo gli studi recenti tendono
giustamente non a fissarsi sull’opposizione troppo rigida tra standard e italiano
popolare, ma piuttosto a sottolineare il continuum di competenze scrittorie,
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evidenziando, per esempio, anche la capacità, ancorché modesta, di alcuni semicolti
di adattarsi ai tipi di testo.
Se l’italiano popolare emerge come varietà tra ‘800 e ‘900 in stretta correlazione con il
processo di italianizzazione dell’Italia unita, è vero anche che esempi di testi semicolti,
devianti rispetto alla norma e intenzionalmente non dialettali, si ritrovano lungo tutta la
storia linguistica dell’italiano.
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Scomparso o ancora vivo?
Oggi si ritiene, non unanimemente, che l’italiano popolare sia poco significativo
nell’architettura variazionale dell’italiano, in via di estinzione, se non scomparso del
tutto.
Secondo Berruto, invece, il fatto che l’italiano dei parlanti poco istruiti sembri oggi
meno marcatamente substandard e meno deviante rispetto ad alcuni decenni fa non
vuol dire che non esista un nucleo di tratti condizionati dall’estrazione bassa dei
parlanti: un italiano popolare certamente meno visibile, ma non estinto; esso, inoltre, è
ancora vivo in contesti di migrazione.
È chiaro che la diminuzione della fascia dei semicolti, la diffusione capillare
dell’istruzione e la risalita di alcuni tratti tipici dell’italiano popolare in altre varietà
collocano oggi l’italiano dei semicolti ai margini, quasi fuori dal repertorio. Inoltre, è
cambiata anche la fisionomia del semicolto: il concetto di lingua selvaggia è stato
pensato proprio in riferimento a produzioni scolastiche caratterizzate da molti tratti di
italiano popolare, come prodotto non di una precoce emarginazione scolastica, ma
della stessa istituzione scolastica. (vedi pag. 258)
2.5 Registri
Come si è spiegato la lingua varia anche a seconda della situazione comunicativa
(variazione diafasica). Ogni parlante fa scelte linguistiche diverse a seconda dei
contesti in cui si trova a comunicare, contesti vari perché formati dall’interazione di
fattori variabili quali la relazione con il destinatario, l’argomento e lo scopo dei testi, il
luogo in cui avviene lo scambio comunicativo etc. Cioè vuol dire che ogni parlante
consapevole, a seconda della situazione comunicativa, tende ad abbassare, a
mantenere nella media o ad alzare il controllo grammaticale e il livello delle scelte che
può fare tra quelle che il proprio repertorio linguistico gli offre.
L’insieme delle scelte linguistiche consapevoli che dipendono dalle diverse situazioni
comunicative determina il registro della lingua.
Il continuum da formalità a informalità
Come spiega Berruto, nell’uso reale i registri sono molteplici e la loro varietà si
realizza in un continuum che si estende dalla dimensione della massima formalità a
quella della massima informalità della comunicazione. Non è facile, quindi, distinguere
gradazioni nette e sottili all’interno di un livello alto, medio (neutro) e basso.
Distinzioni difficili
La stessa definizione sociolinguistica del concetto di registro è peraltro ancora
controversa. Semplificando, si può dire che:
- il registro medio (neutro) è quello dei testi che presentano soltanto tratti
appartenenti all’italiano neostandard, all’italiano regionale medio colto e
all’italiano standard;
- il registro basso è quello dei testi formati da tratti riconducibili in buona parte o
del tutto a un italiano colloquiale, o ai vari italiani regionali e anche ai dialetti, o
quello dei testi che presentano oltre a questi tratti anche disfesismi o
cacofemismi, cioè parole o espressioni spregiative connotate come oscene.
- Più difficile da delineare è invece il registro alto, identificabile con quello dei
testi orali prodotti in occasioni molto formali, o, più spesso, con quello dei testi
scritti tipici della comunicazione istituzionale più seria e ufficiale o di quella
realizzata in sottocodici scientifici.
Le variazioni di registro più sensibili occorrono in genere soprattutto nell’ambito del
lessico, della fonetica e, in misura minore, in quello della sintassi e della testualità; la
microsintassi e la morfologia, invece, tendono a presentare variazioni di registro più
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deboli.
L’intero contenuto semantico di uno stesso enunciato (e di un testo) può essere
espresso con registri diversi.
Facciamo un esempio: immaginiamo che a un parlante originario di Roma siano chieste
informazioni specifiche per e-mail o per chat: da un amico molto caro, anche lui di
Roma; da un conoscente con cui il
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parlante è in confidenza ma non in un vero e proprio rapporto di amicizia; da un
avvocato che il parlante conosce personalmente, ma con cui non è in confidenza e
con cui ha soltanto un rapporto professionale.
Lo stesso testo di risposta del nostro romano potrebbe essere così diversificato per la
naturale variazione di registro imposta dalle diverse situazioni comunicative,
determinate soprattutto dal diverso tipo di relazione con i tre destinatari. (vedi esempio
pag. 262)
Come si è detto, è difficile distinguere con nettezza gradi diversi all’interno dei
registri, in particolare di quelli inferiori o superiori al livello neutro della
comunicazione orale e scritta mediamente formale.
Registri bassi e alti
Dei registri colloquiali o bassi, questi ultimi spesso scelti da alcuni gruppi come codice
identitario (per esempio, dai giovani), e di quelli alti è possibile però raccogliere i tratti
più frequenti. (tabella pag. 264) Registri della comunicazione settoriale
Le scelte proprie di un registro meramente “tecnico” o “scientifico” e le scelte formali
proprie di un linguaggio “accademico” che supportino le prime si distinguono più
facilmente se si guarda alla comunicazione settoriale, che interagisce stabilmente con
la lingua comune.
Scelte inappropriate
È inoltre importante notare che i problemi testuali generati da scelte di registro
inappropriate (troppo basse o troppo alte) sono abbastanza frequenti negli scriventi
che ancora non dominano l’uso scritto e che non sono consapevoli delle scelte che
convengono a una comunicazione formale.
Sono problemi, per esempio, che continuano a notarsi spesso nelle e-mail scritte dagli
studenti universitari ai loro docenti.
Vanno ricordati tra i registri della comunicazione anche le due varietà del baby-talk
e del foreigner-talk. Baby-talk
Consiste nella lingua con cui gli adulti si rivolgono ai neonati e ai bambini molto piccoli.
Si tratta di un linguaggio che presenta tratti specifici determinati dalla sua funzione
essenzialmente affettiva e protettiva. Sono tipici di questo registro l’alto volume della
voce e una scansione molto lenta e chiara delle parole con sottolineature delle curve
prosodiche, i diminutivi (manina, cagnolino, lettuccio), le voci verbali del presente e
imperfetto alla terza persona singolare e alla prima plurale (Andiamo a nanna? Che
faceva nonna?), voci lessicali tipiche come bua, nanna.
Foreigner-talk
Con il secondo si designa, invece, la varietà di lingua notevolmente semplificata
che un parlante nativo sceglie di adoperare con gli stranieri che non conoscono affatto
la sua lingua o che non hanno acquisito soltanto un livello di competenza elementare.
In questo registro sono in genere semplificati sia il lessico sia la struttura morfologica
degli enunciati. Si eliminano il verbo essere e le preposizioni (Tu adesso casa?
‘adesso sei a casa?’), si omettono gli articoli (Volete biglietto?), si sostituiscono i clitici
con i pronomi tonici (Lui detto me che…), si usano infinto e participio come uniche
forme verbali (Domani noi andare via, Lui partito).
Questo codice dimostra in genere la volontà del parlante di aiutare gli stranieri; tuttavia,
può essere anche adoperato in modo offensivo.
2.6 Linguaggi specialistici
I linguaggi specifici (LS), varietà di tipo diafasico ma collocabili, come si è visto, anche
sull’asse diastratico, sono usati prevalentemente nella cerchia degli specialisti, di cui
riflettono conoscenze e saperi propri, e hanno perciò una circolazione più o meno
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ristretta.
Alcuni, come il linguaggio delle scienze, dell’economia, della medicina, del diritto etc.,
presuppongono un alto livello di specializzazione, altri, invece, costituiscono varietà di
lingue utilizzate nell’ambito di alcuni settori particolari, senza essere veramente
specialistici, attingendo alla lingua comune o ad altri LS. Caratteri sintattici e
testuali
I LS si caratterizzano per alcuni tratti peculiari: l’alto livello di formalizzazione; la
deagentificazione, cioè la spersonalizzazione dell’espressione dell’agente; l’altissima
coesione dei testi grazie a reti di anafore e una
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fitta deissi; la tendenza alla nominalizzazione per cui il peso preponderante
dell’informazione si concentra sul nome, con depotenziamento del verbo.
Lessico e tecnicismi
Il lessico dei LS è tendenzialmente monosemico (costituito cioè da termini che hanno
un unico significato e sono necessari per evitare ambiguità e oscurità e fornire la
maggiore precisione possibile) e caratterizzato dalla presenza di tecnicismi, ossia
parole proprie di un settore specialistico.
I tecnicismi possono essere specifici, oppure collaterali, cioè termini non legati a
effettive necessità denotative, ma adoperati per conferire uno stile più elevato e
adeguato, distinto dalla lingua d’uso, e spesso altrettanti caratteristici di alcuni LS.
Formazione dei tecnicismi
Per la formazione del lessico tecnico i LS ricorrono a:
• Processi di tecnificazione, cioè la risemantizzazione di parole di uso comune;
rientra nelle scelte di un lessico più caratterizzante il ricorso a sinonimi più
elevati e a tecnicismi collaterali;
• Processi di transfert, cioè di prelievo di termini da altri LS: si tratta della
cosiddetta “dimensione orizzontale”, cioè il passaggio di un termine da un LS
all’altro; ( emorragia dal linguaggio medico è passata anche nella lingua
politica a indicare ‘perdita di qualcosa’)
• Neologia derivativa, tramite affissazione e composizione, soprattutto
neoclassica; della ricchezza dell’affissazione è prova la nomenclatura della
chimica;
• Prestiti da altre lingue: a parte il latino nel linguaggio giuridico la gran parte dei
forestierismi viene dall’inglese (da alcuni settori in particolare, come
l’informatica);
• Processi di riduzione (sigle, acronimi e
abbreviazioni). Dai LS alla lingua d’uso
D’altra parte, dell’osmosi tra LS e lingua d’uso è prova il fatto che quest’ultima accoglie
spesso termini dei primi “alleggerendone” il significato originario (processo di
detecnificazione): per esempio, allergia dal linguaggio medico è passata nella lingua
d’uso ad indicare ‘avversione per qualcosa’.
I LS possono circolare anche al di fuori dei ristretti ambiti specialistici, variando quindi
di registro e nel tasso di tecnicità a seconda dei destinatari e del contesto
comunicativo; in un piano basso si collocano il linguaggio settoriale applicativo e
pratico o un testo di ampia divulgazione, mentre in un piano alto si trovano testi molto
tecnici e comprensibili solo per gli addetti ai lavori.
Caratteri del linguaggio medico
- Pur avendo un lessico estremamente tecnico e specializzato, il linguaggio
della medicina è molto presente nella lingua d’uso, dato che la medicina
riguarda tutti.
Nella terminologia medica sono numerosi, più che in altri linguaggi scientifici, i
composti neoclassici (neurologo); gli affissi, a cui si ricorre per la formazione
di tecnicismi, denotano significati precisi, per esempio, -ite un processo
infiammatorio (appendicite), -osi un’affezione non infiammatoria a carattere
degenerativo (scoliosi), etc. Significativa è, inoltre, la presenza di tecnicismi
collaterali (apprezzare ‘rilevare’);
caratteri del linguaggio giuridico
- Il linguaggio giuridico ha una forte impronta tradizionale ed è molto variegato
nei testi che lo veicolano: da quelli normativi a quelli applicativi in diversi
ambiti, per esempio, amministrativo e processuale, ai testi interpretativi fino ai
testi in tribunale. Si noti la limpidità lessicale e sintattica, che deve essere
chiara, asciutta e non permettere ambiguità.
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Il lessico comprende molti tecnicismi collaterali (oblazione = offerta >
‘pagamento di una determinata somma di denaro da parte del contravventore
per mezzo del quale quest’ultimo esigue il reato in questione’)
2.7 Scritture digitali informali
Non è possibile delimitare in una specifica, unica, varietà del repertorio l’italiano della
moltitudine di testi scritti che si trovano in Internet o che si scrivono e trasmettono
tramite computer, smartphone o tablet
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connessi alla rete. Si tratta di testi diversissimi per genere, argomento e, soprattutto,
per situazioni comunicative nonché per processi e tempi di composizione. Nel
repertorio, quindi, non si può isolare un generico “italiano di Internet”.
Tratti diffusi e ricorrenti nelle scritture in Internet
È possibile, però, riconoscere e descrivere i tratti linguistici comuni e ricorrenti delle
“scritture digitali” più informali, ovvero le caratteristiche ricorrenti dei testi scritti che si
possono comprare, pubblicare, trasmettere e leggere con molta rapidità grazie al
computer e ai nuovi media, e che fanno ormai parte della nostra comunicazione
quotidiana.
Sono “scritture digitali”, dunque, tutti i diffusissimi generi di testi scritti appartenenti
alla Comunicazione mediata dal computer o, più precisamente, alla
Comunicazione mediata tecnicamente.
I nuovi media, infatti, hanno accresciuto notevolmente l’uso della scrittura, moltiplicando
le possibilità di comunicazione scritta e facilitando dal punto di vista tecnico la
composizione dei testi, che oggi possono essere scritti, pubblicati, postati o trasmessi
con estrema facilità e con molta libertà. In sostanza, la scrittura ha preso molto dello
spazio comunicativo prima riservato soltanto alle conversazioni orali informali o alle
telefonate.
La facilità di accesso alla scrittura e il progressivo aumento nell’ultimo trentennio
dell’uso di brevi testi scritti nella comunicazione quotidiana ha fatto sì che i generi
tipici della scrittura digitale più informale abbiano acquisito presto caratteri propri e
abbastanza comuni. Inoltre, su un piano più generale, il crescente uso informale della
scrittura ha senz’altro contribuito a diffondere nella lingua comune i molti tratti del
parlato, spesso presenti in questi testi.
Grafia
La rapidità e l’informalità di molte scritture digitali è visibile nella diffusa presenza nei
testi di tachigrafie, ovvero di scrizioni veloci, compendiate o abbreviate (sn ‘sono’, c 6
‘ci sei’).
Si è notato, tuttavia, che spesso queste grafie sono diffuse soprattutto nei testi inviati
dai più giovani negli scambi con i loro pari, per i quali questi tratti grafici hanno
talvolta valore identitario. Inoltre, sempre sul piano grafico è da notare che un certo,
generale, lassismo grammaticale sia dell’emittente sia dei destinatari, riconducibile
anch’esso tanto alla situazione comunicativa quanto alla rapidità con cui sono
prodotti e letti i testi, fa sì che spesso le scritture digitali più informali presentino
diversi refusi (errori dovuto a una veloce digitazione); che in moltissimi casi non siano
usati né i segni paragrafematici (accenti, apostrofi e maiuscole) né l’h diacritica; che
sia assente la punteggiatura; che occorrano grafie substandard sempre più diffuse
accanto a quelle normali.
Altre deviazioni dall’ortografia richiesta dallo scritto formale potrebbero essere dovute
all’età e alla competenza dello scrivente, oltre che alla rapidità di composizione e
all’informalità del testo.
Morfosintassi
Dal punto di vista morfosintattico, sono frequenti gli elementi dell’italiano colloquiale,
come l’uso di “gli” al posto di “le” e del “ci” attualizzante con il verbo “avere”
predicativo. Dato il registro informale proprio di una comunicazione tra amici o persone
in confidenza, nei testi possono occorrere anche tratti regionali come, per esempio,
costruzioni con l’accusativo preposizionale (Senti a me).
Sul piano sintattico, sono molto diffusi gli ordini marcati come le dislocazioni, le frasi
scisse e i temi sospesi, costrutti, questi ultimi, ritenti ancora non accettabili nell’uso
scritto standard.
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Testualità
Per quanto riguarda la testualità, le scritture digitai informali hanno come principale
caratteristica la frammentarietà: sono tendenzialmente brevi e riflettono nella loro
brevità la loro insita dialogicità. Realizzate, in genere, con una scarsa attività di
pianificazione e di revisione, sono spesso caratterizzate da un’espressione implicita
delle informazioni, e in alcuni casi presentano espliciti agganci deittici al cotesto
proprio della comunicazione multimodale.
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2.8 Italiano dei nuovi italiani
A partire dagli anni ’80 l’Italia, che da sempre è stata terra di emigrazione, è diventata
paese di accoglienza di ondate immigratorie da vari paesi. Nel 2008 la presenza di
immigrati nel nostro paese supera il 7,2% della popolazione, andando ben oltre la
media degli altri paesi europei che si aggira intorno al 6,2%.
Un’indagine dell’ISTAT del 2011-12 ha permesso di conoscere quali siano le lingue
straniere parlate dagli immigrati. Dai dati si evince che il rumeno è la lingua più
parlata tra gli immigrati su suolo italiano, seguita da arabo e albanese. Non stupisce
che il 4,5% degli intervistati dichiari di parlare italiano.
Si tratta evidentemente di immigrati nati in Italia o arrivati prima dei 6 anni d’età.
Con il decreto legge del 4 giugno 2010, emanato dal ministero dell’Interno e dal
ministero dell’Istruzione, gli stranieri extracomunitari che vogliono ottenere un
permesso di soggiorno di nove mesi devono superare un test di conoscenza
dell’italiano e dimostrare di avere una competenza linguistica pari al livello A2 del
Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER). L’A2
corrisponde alla seconda fase del livello elementare, che prende la produzione di frasi
brevi, incentrate sulla persona, sulla famiglia, sul lavoro. È il livello necessario per far
fronte ai bisogni della vita quotidiana.
Naturalmente per arrivare a una vera integrazione occorre che il livello di conoscenza
dell’italiano si alzi. Per questo motivo oggi più che mai sono necessarie politiche di
integrazione volte a potenziare l’insegnamento della lingua italiana a tutti i livelli, a
promuovere formazione di insegnanti e studi sulla didattica e sui processi linguistici
alla base dell’apprendimento di una L2.
2.8.1 Interlingua
Durante l’apprendimento di una L2, la lingua di un non-nativo attraversa vari stadi
intermedi, chiamati “interlingue”. L’interlingua è un vero e proprio sistema linguistico
transitorio, in cui alcuni tratti della lingua del parlante non nativo si mescolano con
elementi della L2.
Fasi dell’interlingua ed esempi
Gli studiosi hanno distinto tre fasi dell’interlingua: fase basica, prebasica e postbasica.
- Nella fase prebasica il non-nativo tende a usare frasi elementari e brevi, di
solito senza verbo e con poche parole chiave. È quasi del tutto assente la
flessione nominale e verbale e la sintassi è semplice. Il lessico è composto di
parole utili per la comunicazione immediata come negazioni, pronomi personali,
congiunzioni e avverbi di alto uso. (es pag. 279)
- Durante la fase basica il non-nativo amplia le conoscenze morfologiche, anche
se i verbi non sono sempre flessi. Il lessico è più ricco. Da un punto di vista
della sintassi migliora l’uso delle coordinate e si comincia a usare la
subordinazione.
- Nell’ultima fase, quella postbasica, l’interlingua è sempre più simile a quella
dei nativi: la flessione verbale e quella nominale sono adoperate abbastanza
correttamente, si fa uso della subordinazione e il lessico è più ricco. (es pag.
280)
2.8.2 Letteratura della migrazione
La definizione di letteratura della migrazione, o letteratura migrante, è tutt’altro che
pacifica.
Altre proposte di denominazione sono state letteratura: italofona, afroitaliana, ibrida,
creola, meticcia, multiculturale, interculturale, transculturale, mondo.
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Al momento sembrerebbe preferibile continuare a definire queste scritture “migranti”
come “letteratura della migrazione”. Le scritture dei migranti possono essere
considerate vere e proprie feste delle lingue: in esse, infatti, l’italiano e spesso anche
il dialetto si mescolano alla lingua materna dello scrittore, che opera frequenti code
switching da una lingua all’altra.
Code switching italiano, dialetto, lingua straniera
A volte gli autori stranieri utilizzano ricorsi al dialetto o all’italiano regionale. In qualche
caso il dialetto ha il ruolo di dare voce a personaggi che entrano in contatto con gli
immigrati con l’intento di mostrare l’uomo provinciale che ha difficoltà a interagire con il
diverso e che si rifugia nella parlata locale per enfatizzare il confine e la differenza con
lo straniero.
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2.9 Dialetti nell’Italia d’oggi
2.9.1 Premessa
La tradizionale, radicata presenza in ogni parte d’Italia dei dialetti o, più esattamente,
dei dialetti primari, ha subito nel corso del XX secolo un forte arretramento.
Dialetti primari
Esso è attribuibile alla crescente diffusione dell’italiano attraverso l’istituzione
scolastica e i mezzi di comunicazione di massa, come la radio, il cinema e la
televisione, nonché a complessi fenomeni sociali, come le migrazioni interne e
internazionali e le esperienze di ordine militare e bellico, che, rimescolando le persone
e mettendo a contatto reciproco individui dialettofoni di diversa provenienza, hanno
favorito la graduale convergenza degli usi linguistici di grandi masse prima verso
varietà intermedie e successivamente verso l’italiano.
Incremento dell’italofonia ed emigrazione dei dialetti
Infatti, se nel 1861 la quasi totalità degli italiani di ogni regione e di ogni fascia sociale si
esprimeva esclusivamente in dialetto, nel corso dei decenni successivi e soprattutto
nella prima metà del ‘900 è aumentato gradualmente e significativamente il numero
degli italofoni, cioè di coloro i quali utilizzavano l’italiano accanto al dialetto o al posto di
quest’ultimo anche in forma orale, nella vita quotidiana e nelle situazioni informali.
Persistenza dei dialetti
Nell’Italia di oggi, nonostante tutto ciò, la dialettofonia è ancora molto presente nella
vita quotidiana, privata e affettiva di tantissimi cittadini italiani. In alcune aree si può
affermare che la quasi totalità degli abitanti usi regolarmente il dialetto nelle
situazioni informali, passando invece all’italiano unicamente in quelle di tipo più
formale, in una relazione che ancora si potrebbe definire di diglossia.
Ciò è vero in particolare per il Nord-Est, ma anche per le aree rurali di quasi tutte le
regioni italiane. In altre zone, come le aree urbane grandi, medie e piccole del Nord-
Ovest, del Centro e del Sud, il dialetto è stato invece abbandonato dai ceti medi ed è
ormai circoscritto alle fasce meno abbienti e/o meno colte della popolazione.
In pochi casi, infine, si osserva una quasi totale scomparsa del dialetto tradizionale,
sostituito ormai dall’italiano regionale o dall’italiano standard, com’è accaduto, per
esempio, nella città di Milano, il cui dialetto storico sopravvive oggi solo in forme
indirette come citazioni, proverbi e singole forme lessicali fossilizzate.
“Morte dei dialetti”?
Questo generale processo di lenta, costante erosione dei dialetti primari aveva
fatto frettolosamente pronosticare come imminente la cosiddetta “morte dei
dialetti”, rivelatasi, almeno fino a oggi, una previsione infondata.
Rivalutazione dei dialetti
Al contrario, dopo una lunga fase di inesorabile arretramento dei dialetti, si è
assistito, a partire dagli anni 70 e 80 del XX secolo, e in misura ancora maggiore in
questi primi decenni del XXI secolo, a un imprevisto fenomeno di ripresa degli usi
dialettali anche in nuove forme.
Ha iniziato a diffondersi, infatti, in una parte della società italiana, un diverso
atteggiamento verso i dialetti, teso al recupero della tradizione locale, alla
valorizzazione del ricchissimo patrimonio culturale che si rappresentano e veicolano, e
alla rivalutazione dei dialetti come beni a rischio di estinzione.
Discorso bilingue
In questa nuova temperie l'uso orale dei dialetti si è tutto sommato stabilizzato. Tanti,
ancora oggi, sono i dialettofoni nativi, ossia le cittadine e i cittadini per i quali il
dialetto è la L1. Al contempo si può dire che sono rarissimi ormai i dialettofoni
esclusivi, cioè coloro che non hanno alcuna competenza attiva dell’italiano.
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Nuovi usi
Negli ultimi decenni si segnalano anche dei nuovi usi del dialetto, che possiamo
classificare in tre grossi gruppi:
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• Per quanto riguarda gli usi artistici, si è affermata la presenza di
tantissimi dialetti italiani nell'ambito della musica giovanile;
• Dal punto di vista della presenza visibile del dialetto nei panorami urbani, si
osserva la diffusione sempre crescente delle cosiddette scritture esposte in
dialetto, e cioè di insegne di negozi, di menù di ristoranti, di graffiti scritti nelle
varietà locali delle diverse regioni e città;
• Un territorio del tutto nuovo di diffusione è costituito, infine, dalla rete e da tutti i
diversi canali che essa include, a partire dai sistemi di messaggeria, fino ai
social, dove si assiste, soprattutto da parte
degli utenti più giovani, ma non solo da questi, al diffondersi di un uso
plurilingue che include l’italiano e i dialetti, ma anche le lingue straniere,
caratteri algebrici e segni iconici, come le cosiddette emoji.
2.9.2 Usi artistici e musicali
2.9.3 Usi sociali e scritture esposte
2.9.4 Usi nella rete e nei nuovi media
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