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STORIA DELL’ITALIANO

La formazione della lingua comune dalle fasi iniziali al Rinascimento

Riccardo Tesi
PARTE I
LE FASI INIZIALI DEL PLURILINGUISMO MEDIEVALE

CAPITOLO I

DAL LATINO PARLATO AI PRIMI DOCUMENTI

1. Comunità linguistica, norma, periodizzazione

COMUNITÀ LINGUISTICA (speech community) → comunità di parlanti che si considerano utenti di una
stessa lingua, ovvero che seguono uno stesso
comportamento linguistico (libero mercato di parole-
merci)

NORMA LINGUISTICA (o descrittiva/implicita) → Realizzazione del comportamento linguistico di una


comunità secondo modalità accettate in un
determinato spazio geografico, periodo storico e
situazione contestuale (il conformarsi di uno scrivente
o parlante ad una norma standard senza vincoli
prescrittivi ma seguendo alcune regole date dal
contesto situazionale o dal genere testuale → per
questo i comportamenti linguistici dominanti possono
essere rilevati infatti anche prima della codificazione
grammaticale)

NORMA PRESCRITTIVA → Regole imposte dalle grammatiche → la norma prescrittiva si evolve e


modifica sulla base dei movimenti della norma implicita e dei comportamenti
linguistici dominanti pur esercitando su di essi certo controllo

• La lingua italiana, più che essere usata da una moltitudine di parlanti fino a tempi recenti è stato
lo strumento elitario di una comunità ristretta formata da letterati, scienziati, professionisti e
tecnici che facevano uso di un codice scritto tendenzialmente unitario impiegato per scopi
diversi rappresentando un fattore unitario e aggregante, soprattutto nella sua realizzazione
scritta in “comunità leggera” come l’Italia → il ruolo della lingua parlata a tardato a configurarsi
come catalizzatore di spinte almeno fino all’Ottocento.

• Il marcato plurilinguismo dialettale rispecchiava fedelmente il frazionamento politico-territoriale


dell’Italia preunitaria. Solo tra Sette e Ottocento si comincia a rivalutare la lingua comune
parlata come espressione dell’identità di un popolo fino a farne un motore di unificazione
politica nel Risorgimento → l’italofonia si affianca all’italografia (fino a quel momento
condizione unica di esistenza di una lingua comune).
PERIODIZZAZIONE → Fenomeni linguistici che seguono una successione non strettamente cronologica
ma dovuta a condizioni particolari: alternanza di norme linguistiche dipendente da
trasformazioni sociali e culturali profonde che ridisegnano il comportamento
linguistico della collettività.

DIVISIONE IN MACROFASI (GRANDI PERIODI)

1. PLURILINGUISMO MEDIEVALE (dai documenti altomedievali al XV secolo) → pariteticità dei vari idiomi
italo-romanzi, dotati di una autonoma fisionomia linguistica (corrispondente al policentrismo del
territorio italiano). In questo periodo, però fioriscono esperienze letterarie fondative:

- lingua dei poeti siciliani

- lingua letteraria modellizzante dei grandi autori toscani del ‘300 → sorge la
consapevolezza di un volgare letterario illustre che resta circoscritto a pochi
doctores illustres

- prima embrionale idea di un volgare letterario comune (il dantesco vulgare latinum)

2. PERIODO RINASCIMENTALE DELLA FORMAZIONE DELLA LINGUA COMUNE (ETÀ DELLA


CODIFICAZIONE) → discussioni umanistiche sulla grammaticità del volgare che fanno giungere alla
codificazione grammaticale cinquecentesca → scelta di un volgare particolare (il fiorentino letterario del
‘300) che catalizzerà il processo di uniformazione della lingua scritta. In questa fase i volgari locali
riducono la propria autonomia nei confronti della lingua comune scritta passando al rango di dialetti
(varietà subalterne) utilizzabili in particolari situazioni comunicative o contestuali → si istituzionalizza
l’opposizione lingua comune scritta X dialetti locali parlati.

→ sarebbe dunque preferibile parlare di “storia dell’italiano” (come lingua scritta) solo a partire dal
periodo umanistico-rinascimentale, quando le spinte uniformatrici si fanno più forti e prevalgono sulle
tendenze opposte (municipalismo dei volgari medievali) → ma non c’è uno sviluppo lineare e
progressivo della storia della lingua, bensì discontinuo: la fase contemporanea della lingua italiana non è
il culmine di un processo linguistico lineare che scaturisce tra medioevo e rinascimento ma dipende da
riassestamenti avvenuti tra la metà del ‘700 e la fine dell’800.

3. FORMAZIONE DELLA LINGUA MODERNA

4. LINGUA CONTEMPORANEA (FASE APERTA)


2. PROTOSTORIA DELL’ITALIANO

2.1 Latino parlato

“LATINO VOLGARE” → “tutte le particolarità e le tendenze più o meno vive, proprie della lingua
popolare e familiare, e che si sottraggono alla norma classica e, in generale,
letteraria”

➔ “LATINO PARLATO” aderente alla vita quotidiana e alle esigenze comunicative


➔ Anche definito da scrittori latini come:
- plebeius sermus, quando Cicerone se ne serve negli scritti di lingua usuale
come le lettere;
- vulgaris sermo, vulgari genus orationis, sermo rusticus per differenziare
registri stilistici del latino diversi dal sermo urbanus della bona consuetudo
letteraria.

- Ma i tratti di questo latino usuale sono alla base degli esiti grammaticali delle lingue neolatine? Per
rispondere a tale domanda bisogna tener conto di numerosi fattori di differenziazione interni al latino:

1. VARIABILE DIASTRATICA (differenze socioculturali) → poco influente (il latino corrente


non era impiegato esclusivamente dai ceti popolari (Vedi
Cicerone che lo usa nelle lettere provandone la trasversalità).

2. VARIABILE DIAFASICA → variazione stilistico-espressiva in base al contesto d’uso (molto


più influente) in alternativa alla norma classica.

3. VARIABILE DIATOPICA → uso del latino parlato in regioni diverse del mondo romano
fissando tendenze locali → frammentazione linguistica del
territorio romanzo (Romània) è all’origine delle differenze
linguistiche dei dialetti neolatini (come quelli italo-romanzi).

Perciò la lingua italiana odierna non discende genericamente dal latino parlato o volgare ma è il risultato
di un lungo processo storico che ha nella sua fase iniziale un dialetto italo-romanzo parlato in Toscana fin
dall’alto medioevo, fissato in forme letterarie nel corso del XIV secolo e accolto da una ristretta élite di
scriventi colti a partire dal XVI secolo.

- In quali fonti, diverse da quelle del latino scritto ufficiale e letterario, si rintracciano i tratti del latino
parlato?

1. TESTIMONIANZE DI AUTORI ANTICHI/COMMEDIOGRAFI (Plauto, Terenzio) E CLASSICI


(Cicerone, Petronio)

2. OPERE DI GRAMMATICI PURISTI segnalando pronunce errate (e quindi correnti)

3. TRATTATI TECNICI meno letterari e più comunicativi per le esigenze pratiche di arti e
mestieri (Vitruvio con il suo trattato di architettura)
4. AUTORI CRISTIANI che prediligono la lingua corrente per meglio diffondere un messaggio
ai fedeli (Scrive Sant’Agostino: “Preferisco esprimermi in questo modo: è meglio essere
censurati dai grammatici che non farsi capire dalla gente”)

- “CARSISMO DEI FENOMENI LINGUISTICI”: Il latino parlato non rappresenta l’ultima e più recente fase
dell’evoluzione del latino → una lingua parlata ha attraversato tutta la storia linguistica del latino come
un FIUME NASCOSTO documentato nel latino arcaico ma non in quello classico che riaffiora negli esiti
romanzi di zone diverse della Romània → infatti non è esistito un un unico latino parlato in tutta l’area
ma più latini parlati localmente (Es: “comer” in Sp e Port da “comedere” diversamente che
“mangiare/manger” in It e Fr da “manducare”)

- TRATTI COMUNI DEL LATINO PARLATO (specialmente nella tarda antichità - tarda età imperiale) che
avranno sviluppi importanti nella formazione degli idiomi italo-romanzi, ovvero che si continueranno nelle
lingue moderne sorte dal latino (specialmente il VOLGARE PARLATO IN TOSCANA):

1. PERDITA DISTINZIONE VOCALI BREVI/VOCALI LUNGHE (III Sec. d.c. ) → il valore fonologico
della quantità vocalica è sostituito dalla funzione distintiva del timbro vocalico (la
pronuncia delle vocali chiuse o aperte mediante accento), scardinando uno dei
fondamenti della fonetica latina basato sul ritmo quantitativo (alternanza vocali brevi-
lunghe) e sulla legge della penultima (penultima sillaba lunga=parola
parossitona=accentata sulla penultima/penultima sillaba breve=parola
proparossitona=accentata sulla terzultima → Dal momento che la qualità vocalica cessa
di essere distintiva il timbro vocalico resta l’unico strumento fonologico x distinguere le
parole omografe (es: pèsca e pésca) → l’accento intensivo però modifica le parole
riducendone l’intensità articolatoria delle sillabe con vocale atona che può anche farle
sparire (masculus → masclus → maschio).

2. FINALE VOCALICA delle parole data dalla debolezza articolatoria delle consonanti finali
(panem → pane) → anche se ci sono divergenze regionali (x es i dialetti settentrionali
presentano consonanti finali) e rimangono parole-monosillabi tracce delle consonanti
finali, come “con”.

3. RIDUZIONE DEI CASI COMPENSATA DALLA PROLIFERAZIONE DI PREPOSIZIONI E ARTICOLI


per indicare i rapporti sintattici → i costrutti preposizionali prendono progressivamente il
posto delle forme semplici declinate: cum + ablativo sostituisce l’ablativo semplice.

4. PROTOTIPI DEL FUTURO CANTERO’ E DEL CONDIZIONALE CANTEREI si rintracciano dei


costrutti perifrastici con infinito + forma flessa del verbo habère (“ho da scrivere una
lettera” in cui il valore di dovere/obbligo formano un senso più generico di qualcosa che
si svolgerà in futuro: devo scrivere dunque scriverò)
5. CONGIUNZIONI QUOD E QUIA si diffondono come segnali di raccordo per la sintassi della
frase più complessa (tra verbo della principale e proposizione dipendente), poi nel latino
merovingio (VI sec) appare que, prototipo del moderno che.

6. CAMBIAMENTO DISPOSIZIONE ELEMENTI DELLA FRASE NELLA SINTASSI TOPOLOGICA per


via dell’indebolimento dei morfemi della parte finale della parola. Nel latino classico vi era
certa libertà nell’ordine degli elementi della frase, che seguiva però certe consuetudini →
l’ordine diretto SOGG → VERBO → OGG apparteneva già al latino letterario ma diviene
frequente nel parlato trasferendosi negli idiomi romanzi → la caduta dei morfemi
desinenziali ha reso sempre più vincolante la posizione reciproca dei componenti della
frase (in assenza dei segnali desinenziali è l’ordine degli elementi che stabilisce il
significato della frase).

7. POSIZIONE DEI PRONOMI PERSONALI DOPO IL VERBO AD INIZIO FRASE, mentre all’interno
è più libero (oro et rogo te, pater, ut continuo mihi rescribas de salutem tuam) →
preannuncio del clitico (monosillaba atona non isolata ma preposta o posposta a un
verbo) in seconda posizione nell’italiano antico (LEGGE TOBLER-MUSSAFIA), poiché il
pronome personale atono non poteva essere all’inizio di una frase: es. odierni: affitasi.

8. RINNOVAMENTO NEOLOGICO NEL SETTORE LESSICALE: LESSEMI NUOVI O PAROLE NOTE


CON NUOVI SIGNIFICATI appartenenti alla lingua corrente e quotidiana → parole
designanti nozioni basilari (rispetto ai corrispondenti lessemi del latino classico che
sopravvivono con i loro significati nella lingua scritta e scolastica) → Es: “fortuna” che nel
latino classico ha un’accezione sia positiva che negativa acquista il senso comune di
“buona sorte”.

9. INNOVAZIONI LESSICALI DAL LATINO PARLATO NEI CENACOLI CRISTIANI che avevano
assunto un ruolo di primo piano con il passaggio dalla latinità pagana a quella cristiana
(392d.c.). → assunzione di nuovi lessemi e significati specifici trasmessi in continuità dal
mondo antico all’epoca moderna, dotando di nuovo significato termini classici già noti:

- scriptura assume il significato per antonomasia di “sacra scrittura”, “bibbia”;

- paganus che designava l’abitante del pagus (campagna) passa a significare “non
cristiano”, in opposizione al miles Christi, forse perché le popolazioni rurali rimasero più a
lungo legate al culto pagano tradizionale e più avverse al cristianesimo;

- si diffonde dal greco (tradotto dall’ebraico) il verbo parabolare (paragone-proverbio,


discorso, parola) che sostituisce il verbo classico loqui.
2.2 Continuità del latino scritto

Il latino scritto si mantiene dove è possibile vicino ai paradigmi dell’età classica:

- le scuole, anche dopo la caduta dell’Impero Romano mantengono in vita un programma di educazione
linguistica basato sulla bono consuetudo degli auctores (basi classiche)

- dopo la restaurazione dell’unità politica del mondo romano-germanico, sotto Carlo Magno, si fortifica
l’idea transnazionale della christianitas: la cristianità, su base religiosa, ideologica, culturale e linguistica
unisce genti europee sotto il comune denominatore del latino.

Ma di che latino si tratta? È un “latino medievale” che accomuna popoli linguisticamente e culturalmente
diversi

Quali riflessi ha questo latino scritto e parlato da persone colte nel medioevo sulla formazione della lingua
italiana? Attraverso 2 aspetti correlati della latinità medievale: pronuncia e grafia (nel latino di questo
periodo si erano innestate particolarità fonetiche delle lingue moderne, ferma restando inalterata la
forma esterna della parola, data alla scrittura):

1. PRONUNCIA:

- sicuramente c’erano pronunce differenti da territorio a territorio

- ma esisteva un modo standardizzato di produrre i suoni secondo abitudini apprese nelle scuole che in
casi particolari ha influito sulla fonetica italiana, ovvero, la pronuncia scolastica del latino (x es. il timbro
vocalico aperto di certe vocali e la pronuncia della “s” sonora intervocalica, come “casa”, dove invece ci
aspetteremmo le abitudini della fonetica toscana, con la “s” sorda)

Esempio: cervus pronunciato come “ci” (italiano) o come “s” (francese), diversamente dalla pronuncia
classica del latino (k)

2. GRAFIA (conservazione di una forma identica o quasi a quella classica)

- ruolo determinante della tradizione scolastica nel mantenimento di molte parole identiche al prototipo
del latino classico (nel latino parlato la grafia si è modificata in modo più o meno traumatico, a volte fino
a rendere irriconoscibile il prototipo originario della parola → per questo il lessico italiano di origine latina
si compone di parole dall’aspetto anche molto diverso tra loro, includendo allotropi, cioè “doppioni”.
varianti lessicali di una stessa base etimologica, assumendo a volte significati diversi, come: scempio-
esempio-esemplare, vizio-vezzo, raggio- razzo).

Le parole della lingua moderna si distinguono in base al grado di mutazione dalla forma originaria (solo la
storia della parola ci fornisce le motivazioni dei cambiamenti o della conservazione del corpo della parola):

- parole popolari (di tradizione non interrotta): dall’aspetto maggiormente modificato rispetto alla forma
latina d’origine

- parole dotte (di tradizione interrotta): che mantengono legami più diretti con la forma latina → il
mantenimento dell’aspetto grafico-fonetico più vicino al latino è un criterio x stabilire l’itinerario “colto”
della parola (da libro a libro, da scrittura a scrittura), ma non basta: parole come casa e pane non hanno
subito mutamenti ma non le definiremmo “colte” e altre parole di livello colto come imperatore hanno
subito perturbazioni fonetiche.
- SCUOLA: anche in età altomedievale mantiene in vita la tradizione della scrittura e della lettura dei
classici, rinforzando i legami col mondo antico soprattutto a partire dalla RIFORMA CAROLINGIA (X sec.)
→ tradizione colta che incide sulla formazione delle lingue romanze svolgendo un ruolo tanto importante
quanto quello svolto dall’altra corrente: il linguaggio parlato dalle persone comuni.

2.3 Latino “circa romançum” (laboratorio delle scritture romanze)

Gli idiomi, o volgari italo-romanzi del medioevo, non nascono dal nulla. Prima di giungere allo stadio di
lingua consapevolmente autonoma dal latino, l’italo-romanzo ha trascorso un lungo periodo di
incubazione.

- Scarse testimonianze sicure di documenti scritti nel nuovo idioma almeno fino al IX secolo. Nei
documenti latini si accenna in qualche caso all’uso di un sermus rusticus o di un latino circa romançum
particolarmente adatto a parlare con gli incolti (che non conoscevano il latino della tradizione).

- 813: CONCILIO DE TOURS: propensione della chiesa a raggiungere il maggior numero di fedeli privi di
istruzione esorta all’impiego della rustica romana lingua parlata dal popolo → il sermus rusticus diviene
uno strumento linguistico x rispondere all’esigenza pratica della comunicazione, caratterizzava la lingua
degli scrittori cristiani in cui l’aderenza al parlato è ricercata come stile e modo di porsi nel mondo.

- Ma il sermus rusticus viene adottato anche nelle manifestazioni della vita pubblica, negli atti ufficiali,
nelle carte notarili, nei registri di proprietà → laddove si necessita di una lingua compromessa con la vita
di tutti i giorni, più vicina al lessico della quotidianità e meno aderente a quella letteraria. Trattasi di:

- Registri o sistemi grafici intermedi dei testi altomedievali, tra il volgare e il latino della tradizione →
documenti di scarso valore letterario che rappresentano l’anello di congiunzione tra il latino ufficiale,
formalmente insegnato nelle scuole medievali, e le nuove realtà linguistiche rappresentate dalle lingue
romanze.

- Questi registri intermedi si caratterizzano per la presenza di morfemi (più piccolo elemento di una parola)
già tipicamente italo-romanzi: plurale in -a dei plurali collettivi (come braccia); terminazioni dei singolari
in -e ed -o (pane cocto).

- Problema di tali documenti di grafie intermedie: quale grafia usare per trascrivere una lingua che non
era più latino ma ancora qualcosa di fluido?

a. compromesso: la pronuncia della nuova realtà linguistica trovava canali più liberi (come il morfema -a
nei plurali collettivi)

b. prevalere della forma grafica tradizionale, cioè latina, ferma restando alla possibilità di pronunciare in
modo più libero.

→ Difficoltà nella resa grafica tipica delle prime fasi di una nuova lingua che caratterizza i documenti
altomedievali fino al X secolo.
- IX SEC: RIFORMA CAROLINGIA: prescrive il ritorno ad una prassi grafica “corretta” (classica) respingendo
attraverso l’insegnamento scolastico tutte le forme intermedie di latino-volgare che abbiamo chiamato
“circa romançum”, ma la sua influenza non sarà immediata, come dimostrano sopravvivenze di latino pre-
carolingio → non è facile stabilire quando siamo di fronte ad un tentativo consapevole di dare forma
scritta al volgare → incertezze che restano per le prime scritture “d’occasione” che i linguisti pongono
come le testimonianze più antiche della nostra lingua:

1. GRAFFITO DELLA CATACOMBA ROMANA DI COMMODILLA (ai margini di un affresco - prima metà
dell’800): “non dicere ille secrita a bboce” (non recitare le preghiere segrete della messa, poste dopo
l’offertorio, ad alta voce, secondo le prescrizioni liturgiche in voga dal 700, che poi invece saranno dette
a voce alta) → caratteristiche linguistiche ibride, parzialmente volgari ma ancora tipiche delle scritture di
transizione “circa romançum”:

- non+infinito: formula del latino parlato della tarda antichità

- ille: dimstrativo (quello) ma forse esempio precoce dell’articolo determinativo

2. INDOVINELLO VERONESE: breve filastrocca contenuta in un libro liturgico e conservata nella Biblioteca
Capitolare di Verona, collocabile tra la fine dell’VIII secolo (fine 700) e l’inizio del IX secolo → rimanda ad
un chierico che dopo una lunga giornata di copiatura di manoscritti, appone una postilla semiseria sul
duro lavoro dell’amanuense, paragonato alle fatiche dei campi: parallelismo tra scrittura e aratura:

- se pareva boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, negro semen seminaba - sembrava i buoi
(le dita), arava un prato bianco (pergamena) reggeva un aratro bianco (penna), seminava seme nero
(inchiostro):

- In quale lingua è? Incertezze dei linguisti ma a favore della piena appartenenza al dominio volgare.

- Una forma pienamente volgare è:


- la finale in -o al posto di -um in albo, versorio, negro.

- le forme pienamente ancora latine sono:


- -s nel plurale di boves
- Imperfetti in -eba, -aba (anziché -eva, -ava)
- La -n di semen
- Nesso ri+vocale come: versorio (anziché versoio)
- se iniziale (che nei testi volgari passa in seconda posizione – legge
Tobler-Mussafia): se pareba invece di parebase
3. Prime testimonianze della nostra lingua

- C’è una continuità che lega i nuovi idiomi alla latinità medievale come: uso di scrittura nato in ambito
mediolatino, minuscola carolina, impiego di consuetudini grafiche trasferite dai documenti in latino a
quelli in volgare.

- La nuova lingua non nasce come spinta dal basso degli strati incolti (che avevano perduto la competenza
passiva del latino tra il VI e VII secolo) ma come un’esigenza di alfabetizzati di mettere per iscritto la nuova
realtà linguistica che solo loro, possessori di uno strumento elitario qual è la scrittura, potevano trasferire
sulla pagina.

- questa esigenza, per divertimento o deformazione professionale, trova spazi solo marginali (tra le righe
di documenti, in margine o in calce a testi in latino) almeno fino alla fine del 1100, cioè quando la nuova
lingua inizierà a trovare applicazioni in campo letterario costruendosi uno spazio proprio autonomo.

TESTI VOLGARI ANTERIORI AL 1200:

- area geografica privilegiata: fascia appenninica tra Montecassino e l’Umbria, caratterizzata dalla
presenza di molti monasteri benedettini (dai quali archivi provengono molti dei documenti + antichi della
lingua ita).

3.1 Formule campane o placiti cassinesi: SAO KO KELLE TERRE (960-963) – Abazia di Montecassino ma
provenienti da località campane

→ la riforma carolingia (IX sec) aveva bandito dalle scritture ufficiali tutti i fenomeni di scripta latina
rustica presenti nei documenti (tipo i 2 casi sopra) → il latino di sbarazzava delle interferenze delle
pronunce romanze e assumendo un aspetto prossimo del latino scritto antico → si acuisce il divario tra le
due lingue: lingua scritta di uso pubblico X lingua corrente di uso privato.

- 4 formule di giuramento di testimoni chiamati in causa per confermare la proprietà di terre contese
all’Abazia, contenute agli atti rogati in un latino notarile formalmente corretto. Si deve allo scrupolo di chi
le ha trascritte di averci restituito fedelmente la lingua della testimonianza sotto giuramento (altrimenti
venivano trascritte in latino).

- Primo tentativo conosciuto di riprodurre consapevolmente la nuova lingua → diversamente dai testi di
latino “circa romançum”: riproduzione di una lingua che lo scrivente ha avvertito come completamente
diversa dal latino notarile producendo un testo bilingue (latino ufficiale X nuova lingua italo-romanza) e
fissa sulla carta la prima immagine della lingua italiana, non più solo parlata ma anche scritta.

- PROBLEMA: qual è il grado di approssimazione della scrittura alla reale pronuncia dei testi?
a. sao sta per saccio (forma linguistica campana)
b. ko sta per che, kelle per quelle, ki per qui (forma linguistica campana)
c. Novità sintattica data dalla frase segmentata ripresa dal pronome anaforico,
tipica dell’italiano di oggi (del tipo Gianni non l’ho visto)
d. Genitivo di possesso parte sancti benedicti come eredità del latino.
3.2 Formula di confessione umbra: MISERERE. ACCUSOME (1075-1080) – Confessione conservata nel
Monastero Benedettino presso Norcia

- Uno dei più estesi testi bilingui antichi


- prosa ritmata esemplata sul modello di analoghe litanie latine assimilata alle nuove esigenze
comunicative: una specie di rosario penitenziale pronunciato con tutte le caratteristiche del latino
ecclesiastico in bocca popolare (latino contaminato delle preghiere che si è tramandato fino al Novecento)

- Caratteri linguistici pienamente volgari che si riscontrano nei dialetti umbri attuali:
- passaggio da -e, -o → -i, -u (battismu per battesimo, nui per noi,
puseru per imposero, dalu per dallo, delu, per dello);
- so per sono, comandao per comandò, tipiche delle lingue
dell’Italia meridionale
- scioltezza della sintassi che esprime i sentimenti immediati e la
partecipazione emotiva del penitente
- legami paratattici (rapporti di coordinazione) tra le frasi con
particelle di raccordo vuote che svolgono funzione di connettori
testuali, come sì e della congiunzione ke come subordinatore
aspecifico polivalente (causale → poiché, finale → affinché)

3.3 Testimonianza di Travale: “GUAITA; GUAITA MALE” – Volterra (1158) – documento per il possesso di
alcuni casolari a Travale

- uno dei più antichi testi toscani che contiene numerose forme e frasi intere in volgare (la Toscana
assumerà un ruolo fondamentale nella storia linguistica dell’italiano solo a partire dal XIV secolo) → la
nuova lingua compare dove il giudice trascrive la deposizione del teste ma entra anche nella parte latina,
con frequenti volgarismi, come gli articoli determinativi e le preposizioni, alternandosi, forse in maniera
premeditata, 2 piani linguistici: il latino del notaio e la lingua parlata dai testimoni.

- Guaita, guaita male, non mangiai ma mezo pane – la sentinella fa male la guardia perché non ha
mangiato che mezzo pane.
CAPITOLO II
LA FORMAZIONE DELLA LINGUA LETTERARIA

1. Testi poetici arcaici

FINE 1100 → primi testi italiani con fini artistici → detti “RITMI” sono composizioni poetiche “arcaiche”,
in volgare e dalla metrica “irregolare” x la maggior parte
anonime (ad eccezione delle laudes creaturarum di San
Francesco) divisibili in 2 filoni:
1. poesia politica: toscana e settentrione, ispirata dalle
rivalità municipali e dalla turbolenta vita dei comuni
medievali
2. poesia religiosa: di area mediana (irradiata dai monasteri
benedettini tra Umbria e Montecassino) in continuità con
la poesia latina medievale.

- METRICA IRREGOLARE: testo non articolato in strofe o stanze regolari ma in lasse, cioè porzioni di testo
contenenti un numero variabile di versi con numeri di sillabe incostanti (versi asillabici o meglio
anisosillabici) e legati da una rima unica (lassa monorima) → POESIA ARCAICA, cioè precedente alla
fissazione di norme metriche stabili, ancora legata all’oralità, ossia ad un canale di trasmissione non
scritto ma basato sulla memoria acustica e sulla presenza della voce recitante (a volte nei testi del
Duecento con versi anisosillabici non è chiaro se siano irregolarità metriche o lacune dei copisti avvenute
nella trasmissione manoscritta).

- LAUDES CREATURARUM (1224): primo testo in volgare di autore note, non costituito da versi in senso
metrico, ma da “periodi di frase più o meno ritmici” (detti cola), legati da rime o assonanze (identità
delle vocali finali dell’ultima parola del verso, dall’ultima vocale tonica) o ritmo anche dato dalle
ripetizioni anaforiche (Altissimo, Laudato sie,…)

- POETI DELLA SCUOLA SICILIANA → INIZIO CANONICO DELLA TRADIZIONE POETICA ITALIANA – Corte di
Federico II
Con i poeti siciliani prende forma il linguaggio poetico italiano (Dante ne era già consapevole nel De Vulgari
Eloquentia), fissando un repertorio di forme, costrutti e lessemi tipici che è giunto con poche variazioni
fino a inizio Novecento.
- Ma qual è il modello linguistico di questa scuola, tale da esser stato esportato oltre a quel tempo-spazio-
autori?
- In quale lingua hanno scritto i poeti siciliani?
La tradizione storiografica, a partire dal riconoscimento dantesco li vuole compositori di una lingua
sovraregionale, si carattere aulico/illustre, depurata dai caratteri più locali, cioè uno strumento adatto
anche a chi non fosse siciliano d’origine, ma che poteva ugualmente usufruire del medesimo codice
linguistico di riferimento → ma la base doveva essere molto più siciliana di quello che pensava lo stesso
Dante e i sostenitori di un “volgare illustre dai caratteri unitari”:

➔ ILLUSIONE di trovarsi davanti ad una koinè poetica dai tratti così vicini alle consuetudini dei volgari
di altre regioni d’Italia come risultato dell’opera anonima dei copisti medievali che rispettavano il
metro della poesia (nei limiti del possibile) sanando i guasti e le parti mancanti del modello
attraverso delle interpolazioni (cioè l’aggiunta di integrazioni)

➔ INTERPOLAZIONI: per es. il rimaneggiamento linguistico dei manoscritti provenienti da regioni


diverse dal copista. Qui la riscrittura poteva essere determinante nel trasmettere il modello → le
poesie siciliane non sono quasi mai trasmesse nella loro veste linguistica originaria → i canzonieri
più antichi (duecenteschi) sono di copisti toscani, e raccolgono componimenti siciliani insieme a
poesie di autori toscani prestilnovisti (da queste antologie poetiche deve derivare l’idea dantesca
di una poesia siciliana tout court, e di un siciliano come lingua poetica comune, molto prossima al
toscano, che quindi fosse lontana da un volgare locale al fine di nobilitare la materia lirica) → idea
di un unico blocco italianista che saldava insieme autori toscani e siciliani ancora ben salda nelle
prime teorizzazioni sul volgare del ‘500.

➔ SVOLTA DEL BARBIERI: Nel suo trattato “Arte del rimare” (metà 1500) Barbieri trascrive dal Libro
Siciliano un codice in suo possesso di cui si son perdute le fonti, 3 composizioni in una forma
linguistica decisamente siciliana nettamente diversa da quella toscanizzata (normalizzata) dei
canzonieri toscani (anche se alcune tracce di normalizzazione di copisti ci sono anche qua):
- Pir meu cori alligrari (Stefano Protonoraro)
- Allegru cori plenu (Re Enzo, figlio di Federico II)
- S’eo trovasse pietanza (Re Enzo, figlio di Federico II)

Quali sono gli elementi che riflettono le abitudini linguistiche di un poeta siculo del ‘200?
- Diverso trattamento delle volaci toniche: duluri (dolore), caluri (calore), sunu (sono), e pretoniche:
pirdutu (perduto), pinsamenti (pensamenti)

È normale che un copista non siciliano di fronte a forme estranee al suo patrimonio linguistico
intervenisse a normalizzare il testo. Le parole più protette dalla riscrittura erano quelle assicurato
dal dispositivo della rima → per un siciliano che modellava le sue composizioni sul modello rigoroso
dei lirici provenzali, esistevano solo rime perfette, ma anche in questi casi i copisti toscani
operavano modificazioni.
Il toscano aveva un sistema vocalico a diversi gradi (7) di apertura di quello siciliano (5): così il
siciliano prevede i dove nel toscano ci sono e, e u per le e → filu/filo, pilu/pelo, cruci/croce,
vuci/voce… → dal diverso trattamento delle vocali toniche ha origine la cosiddetta “rima siciliana”,
o rima culturale, che in realtà non nasce dai siciliani (che avevano la rima perfetta) ma dalla
trascrizione toscana (si sottolinea il ruolo d’intermediazione dei copisti): aviri/serviri diventa
avere/servire, usu/amorusu diventa uso/amoroso… →la rima di parole con diversa vocale tonica
diventa comune nella poesia toscana del ‘200 (poeti siculo-toscani).

PIR MEU CORI ALLIGRARI (di Stefano Protonoraro)

- La poesia siciliana ha rappresentato un modo innovativo e moderno di comporre versi → l’eleganza


metrico-linguistica delle composizioni dei poeti federiciani costituisce un passo decisivo
nell’affermazione delle potenzialità artistiche di una lingua ancora in via di formazione
- LESSICO: Basato sul motivo dell’amor cortese, il componimento poetico si basava su un lessico che si
serviva di termini astratti per poter descrivere i moti dell’animo → entrano nel volgare italiano molti
sostantivi in -anza, -enza, -mento, che trovano corrispondenze col francese antico provenzale
- TEMA: motivo amoroso dato dal paragone tra l’oblio dell’innamorato (che dimentica tutti i suoi dolori
nel guardare la donna) e la tigre ammaliata da se stessa nello specchio (simbologia medievale)
- Espressioni tecniche e lessemi tipici della lirica siciliana
- Provenzalismi e francesismi

→ L’influenza dei siciliani non si esaurisce con Dante e Petrarca ma continua per tutta la storia del
linguaggio poetico italiano almeno fino all’Ottocento (veglio x vecchio, augello x uccello, aura x aria, reo
x malvagio, feo x fece, condizionale in -ia come saria, avria, potria, lessemi in -anza, come rimembranza,
ricordanza) → sicilianismi mantenuti dalla tradizione (inerzia) poetica, in quanto codice poetico mai in
contatto con i movimenti evolutivi della lingua parlata, dalla quale, fino al Novecento, il linguaggio
poetico ha mantenuto un rigoroso distacco.
3. Poeti settentrionali: la poesia didattica del Nord (lombardo-veneta) – prima metà del Duecento
- Temi morali o religiosi
- Uso del verso alessandrino (doppio settenario) e del decasillabo epico
- Lingua volgare per alcuni municipale, per altri una specie di koinè lombardo-veneta → tratti grafico-
fonetici che riflettono gli antichi volgari o gli idiomi attualmente parlati nell’Italia settentrionale.
- Le vocali atone finali diverse da -a tendono a cadere: grand, dond, voless…
- cadono le vocali postoniche interne per sincope: lemosna, povri…
- dh come grafema caratteristico per la spirante dentale sonora intervocalica: hospedhai, mantenudhi…
(che poi cadranno per la sonorizzazione della dentale)
- grafema x per la sibilante sorda: luxuria, bixa, laxadho (lasciato) o per la s sonora: exemplo, vixende
(vicende)…
- ausiliare fi(r): fin mantenudhi (sono assistiti)
- influenza degli antichi volgari settentrionali praticamente inesistente sulla lingua comune → trattasi di
una forte tradizione autoctona e indipendente dalle correnti principali della lingua letteraria medievale
(siciliano poetico e toscano).
- avrà però un uso sovraregionale (lingua koinè) nelle corti padane tra Quattro e Cinquecento, confinata
in filoni marginali (scritture domestiche o private: libri di famiglia, di ricordi, lettere) o riattivazioni colte
dei nostri tempi (commedia in dialetto, grammelot padani tipo Diaro Fo, il lombardo antico ricostruito
dal teatro di Testori).

4. Sintassi dei primi prosatori


→ PROSA NARRATIVA: genere in voga dalla fine del Duecento
→ PROSA VOLGARE (o prosa toscana medievale nella varietà fiorentina): si forma in ritardo rispetto alla
poesia modellandosi su 2 modelli:
1. LATINO
2. FRANCESE ANTICO: come la lingua provenzale ha esercitato un ruolo decisivo nella
formazione della lingua poetica, così il francese antico ha svolto una funzione primaria per la
lingua, specie nella sintassi, della prosa narrativa

- PRIMI TESTI FIORENTINI, frammenti di un libro di conti di banchieri (1211): sintassi scheletrica in funzione
della comunicazione pratica → semplici appunti, promemoria, di compere e vendite.

- 2 TESTI/TRADUZIONI (redazioni/volgarizzazioni) di opere scritte in francese antico:


a. FATTI DI CESARE: volgarizzamento fiorentino di un romanzo in prosa francese (Fait des Romans) che
narra le vicende di guerra romana con senso della meraviglia tipico medievale (cesare diventa un eroe
arturiano, decontestualizzandolo come faceva l’iconografia medievale)
b. IL MILIONE (Divisament dou Monde) di Marco Polo: resoconto dei viaggi in Oriente di Marco Polo
Elementi comuni:

- LINGUA FRANCESE: lingua medievale internazionale del ceto mercantile (in francese si esprimevano i
mercanti o chi intratteneva relazioni con persone di regioni diverse anche italiane: Marco veneto detta
in francese il libro a Rusctichello da Pisa).
- REGISTRO INTERMEDIO DELLA PROSA ANTICA: tra un livello altro di prosa retoricamente elaborata e un
livello basso di scritture correnti e meno controllate (libri di conti, cronache domestiche), ma distanti da
esempi di prosa colta medievale, come:
a. prosa scientifica dell’enciclopedismo medievale
b. prosa dottrinale e filosofica di ascendenza scolastica (Dante o Brunetto Latini)
- SINTASSI DELLA FRASE E DEL PERIODO: l’“italiano antico” organizza il testo (porzione macrosintattica) in
modo completamente diverso da quello moderno → A e B sono scritti in una lingua simile all’italiano
odierno ma che diverge nel modo di strutturare una frase e di stabilire relazioni sintattiche (trattasi di un
congegno sintattico che possiede regole diverse dalle nostre):
a. MORFOSINTASSI:
- maggior frequenza dei pronomi personali soggetto
- verbo in seconda posizione dopo un elemento preverbale (avverbio), come: ora fue, appresso
andò, al didietro, atende…
- sintagma congiunzione+avverbi in funzione introduttiva di frase infinitiva esclamativa, che
sottolinea un brusco o inatteso cambiamento della scena narrata, rompendo con la linearità
temporale e sintattica dell’enunciato introducendo una nuova situazione contingente, come:
bla bla bla…ed ecco venire…
- paraipotassi: “ed ecco” funge anche al livellamento di coordinazione (proposizione
indipendente) e subordinazione (proposizione dipendente), che nell’italiano odierno si fa
quando una subordinata anteposta viene unita ad una reggente attraverso la congiunzione e.

b. SINTASSI DEI TEMPI E DEI MODI VERBALI (in discordanza con l’italiano moderno):
- uso del trapassato remoto nella proposizione principale (dove in italiano moderno si
userebbe un passato remoto, relegando il trap. remoto nelle proposizioni dipendenti in
variazione al pass.remoto) con valore aspettuale, cioè non indicando solo il tempo dell’azione
ma informando anche il modo subitaneo (l’aspetto momentaneo) e non in continuità,
dell’azione (svolta “in quel preciso istante”).
- uso del congiuntivo nei costrutti ipotetici esprimendo la potenzialità dell’azione (parte
dubitativa o protasi), e il condizionale la “risoluzione logica” (apodosi) nel caso di realizzazione
della protasi, del tipo: se potessi, verrei (se avessi potuto, sarei venuto) → nella lingua antica
questi 2 tipi regolari sono affiancati da costrutti ove al congiuntivo e al condizionale poteva
sostituirsi, in protasi o apodosi, l’indicativo, come: se avessi potuto, venivo o se potevo, sarei
venuto, venendo a costituire tipi “misti” di periodo ipotetico.
5. Un esempio di prosa scientifica medievale

- RESTORO D’AREZZO: COMPOSIZIONE DEL MONDO CON LE SUE CASCIONI (1282) → più piccolo trattato
enciclopedico in volgare aretino (più antico codice in cui è stata tramandato l’opera) diviso in 2 libri:
- Importanza per la storia delle conoscenze scientifiche medievali: rende in volgare una materia
di carattere scientifico-enciclopedico (soprattutto astronomia) per la quale si usava normalmente
il latino, prima dell’enciclopedismo scientifico di Brunetto Latini e del linguaggio filosofico
scolastico di Dante (Convivio)
- NEOLOGISMI SCIENTIFICI: Fonti arabo-latine da cui l’autore estrae la terminologia specifica,
componendo un nutrito vocabolario di termini specifici (polo, artico, antartico, settentrione,
oriente, ottuso, argento vivo, clima, declinazione, epiciclo, grado, equatore, retrogradare…)
- è testimonianza di una tradizione di scritture in volgare – da Restoro a Galileo - che è autonoma
rispetto all’altra grande e ben più modellizzante tradizione scritta della lingua letteraria →
tradizione di scritture tecnico-scientifiche che spazia in ambiti ben distanti, dalla filosofia alla
storia alla matematica, all’astronomia.
- Tale tradizione si forma su modelli diversi rispetto alla tradizione letteraria del linguaggio poetico
(basato sulla lirica provenzale rivisitata dai siciliani e poi dai toscani trovando, proprio in Toscana,
nel corso del 1300, il suo spazio ideale per costituirsi come tradizione e divenire un canone e
modello linguistico per l’uso generale, che fino al Manzoni, sarà letterario e scritto) → la tradizione
scientifico-enciclopedia ha altri punti di riferimento, primo tra tutti il latino scientifico.
- Se vi è il tentativo di regolare lo scritto scientifico secondo un parametro di accettabilità formale,
mentre gli aspetti microgrammaticali rimarranno fedeli al volgare nativo dell’autore
- La testualità e la sintassi superiore (della frase complessa) è invece modellato sul latino della
trattatistica, che ha un ruolo determinante nel trasferire in volgare i tipici stilemi della prosa
scientifica e argomentativa, con finalità e modalità d’esecuzione nettamente diverse dalla prosa
narrativa e dalle forme tradizionali della comunicazione letteraria.
- atteggiamento verso la realtà esterna che ci appare in modo diverso (a partire dai verbi usati) se
essa è guardata (guardare) o osservata (considerare, cercare le cause) più attentamente → rende
possibile uno sguardo analitico sul reale compiuto dal savio al fine di chiarirne i meccanismi
- Moduli sintattico-testuali più ricorrenti:
a. polisindeto con e iniziale
b. clausole di tipo causale introdotte da nessi come cum ciò sia cosa che (poiché), modellati sul
latino cum id sit causa quae
- Fenomenologia sintattica e stilistico-retorica che faceva parte delle consuetudini della lingua prosastica
coeva, ma che trova proprio nel sottocodice scientifico o didattico le applicazioni più frequenti e insistite
→ la fissità delle formule conduce alla ripetizione degli schemi sintattici e la linearità sintattica è un tratto
evidente che sembra ricalcare nel suo procedere x aggregazioni di frasi, sintagmi e lessemi, il
procedimento euristico sul quale si basa la conoscenza dell’enciclopedia medievale sospesa tra:
numerazione degli opposti, catalogo degli oggetti, descrizione sequenziale di eventi.
- Il contributo di Restoro alla formazione di una tradizione di scritture tecnico-scientifiche è tutto sommato
marginale (scarsa è la trasmissione del trattato), non esercitando un influsso importante sulla scena
culturale di fine Duecento → tuttavia offre una testimonianza, attraverso la penetrazione in volgare di
termini astronomici e scientifici, di retaggio arabo ma filtrati dai latinizzamenti medievali, che rinforza
l’ipotesi della formazione di un filone di scrittura a carattere tecnico-filosofico-scientifico (in cui rientra
il Convivio dantesco) strettamente dipendente da fonti latino-medievali, e che queste fonti abbiano
fornito un modello, non alternativo, ma autonomo, affiancato alla incipiente tradizione della lingua
letteraria legata alla diffusione della poesia volgare.
CAPITOLO III

MODELLI TOSCANI

1. Fiorentino, toscano, italiano

Il primato del fiorentino nella storia linguistica italiana è frutto del prestigio letterario dei grandi autori
trecenteschi → non è un primato trecentesco → il volgare delle loro opere non si diffonde già nel ‘300
(fino al ’500 provoca un influsso minimo sugli altri volgari italiani, se non di vocabolario poetico
stilnovistico)

➔ FINO AL ‘500 (codificazione gramm.) esistono + volgari con proprie tradizioni scritte non sempre
letterarie e non un unico volgare egemonico → l’autonomia di questi volgari crolla nella prima
metà del ‘500 dopo la larga adesione al modello del Bembo (Prose della volgar lingua, 1525) → si
afferma il modello di morfologia e morfosintassi del fiorentino trecentesco (segmento temporale di
una precisa varietà toscana) di Dante, Petrarca, Bocc.

Tratti del fiorentino trecentesco (e non genericamente dal toscano) assunti dall’italiano scritto e
letterario, cioè acquisiti stabilmente dall’italiano comune fin dalla sua fondazione cinquecentesca:

FONETICA VOCALICA:

1. I DITTONGHI IÈ, UÒ, in: piede, pietra, buono, nuovo (con o breve e e breve latina in sillaba libera) sono
solo fiorentini ma anche di altri dialetti toscani e siciliano letterario… (p.62)

2. ANAFONESI (esito di i, u, toniche , da i, u brevi, latine) in famiglia (famĭlia), gramigna (gramĭnea),


lingua (lĭngua), al posto di e (fameglia, gramegna, lengua) come in altri dialetti toscani.

3. AR intertonico e postonico passa a ER: Margarita → margherita, zuccaro → zucchero, amarò →


amerò

MORFOLOGIA

1. 1°P plur INDICATIVO in -IAMO (amiamo) – nei non fiorentini era amamo

2. DESINENZA CONDIZIONALE -EI, -EBBE (sarei, avrebbe) – a sud e nord era in -IA : sarìa, avrìa

3. DESINENZA -A per la 1° P sing IMPERFETTO: “io aveva”, mantenuti nell’italiano letterario fino al
Manzoni (anche se già nel ‘400 il fiorentino aveva introdotto la forma analogica in -O, non accolta dalle
grammatiche del ‘500 che si rifanno al fiorentino del ‘300)

CARATTERISTICHE STRUTTURALI

1. ASSENZA DI METAFONESI, cioè di vocali toniche condizionate dalle vocali finali, come avviene in toso-
tusi, sicco-secca…

2. CONSERVAZIONE DELLE VOCALI FINALI DI PAROLA, in contrasto coi dialetti settentrionali in cui le
parole potevano finire per consonanti

3. MANTENIMENTO DELL’OPPOSIZIONE FUNZIONALE TRA CONSONANTE DEBOLE E CONSONANTE


INTENSA nelle coppie: polo/pollo, bruto/brutto, fato/fatto…
TUTTAVIA:

→ TRATTI NON FIORENTINI restano comunque presenti nella lingua parlata formando, insieme ad altri
tratti fonomorfologici locali le pronunce regionali.

→ TRATTI FIORENTINI NON ASSORBITI DALLA LINGUA COMUNE:

- Del fiorentino post-trecentesco, ma usati da autori come Machiavelli e Guicciardini, cioè prima
che gli stessi toscani accettassero la norma bambesca, come:
a. 3° P plur IND PRES in -ONO (amono, cantono)
b. l’articolo plurale “e’” per “i” (e’ gatti)

- Tratti fonetici fiorentini come:


a. riduzione di uò ad ò (ovo, omo…)
b. Gorgia Toscana (spirantizzazione intervocalica delle consonanti sorde occlusive: c,p,t), come:
amico, lupo, dito, che può arrivare al dileguo della consonante (amìo).
→ entrambi documentati in una fase tarda del fiorentino (post norma bembesca) e nel caso b
senza una tradizione ortografica che li sorreggesse (fonetismi di livello basso-popolare)
→ Nel caso a il tentativo ottocentesco di estendere tale tratto fiorentino all’uso generale scritto si
è ristretto ad alcuni casi come: figliolo, campagnolo, barcaiolo, gioco.

→ IL TIPO LINGUISTICO FIORENTINO COME MODELLO DI LINGUA COMUNE NON è QUINDI UN


FENOMENO LINEARE: nella storia linguistica dell’italiano la scelta di questo particolare dialetto a
matrice dell’italiano avviene principalmente attraverso il CANALE ELITARIO DELLA LETTERATURA → ma
l’assunzione della letteratura a modello di lingua comune non è stato un fenomeno medievale e
trecentesco ma RINASCIMENTALE → finché i volgari mantennero la loro autonomia il riconoscimento
di un modello linguistico dominante ha operato principalmente sotto forma indiretta del prestigio
culturale accordato ad alcuni autori ritenuti da subito esemplari.
2. Lingua e linguaggi di Dante

2.1 L’italiano di Dante

→ La lingua di Dante non è così immediatamente comprensibile per un lettore moderno

Tanto gentile e tanto onesta pare (da VITA NOVA)


→ sotto l’apparente trasparenza linguistica del componimento si nasconde un codice profondamente
diverso: non c’è parola o costrutto che non presenti minime o massime differenze dall’italiano moderno:
a. forme arcaiche (ogne, devèn, li, laudare, vestuta, spirto…)
b. parole desuete (labbia per volto)
c. parole che si sono mantenute nella lingua moderna ma con funzioni grammaticali e semantiche
diverse:
- altrui usato come complemento oggetto quando oggi si usa solo come aggettivo (vizi altrui)
- posizione pronome clitico la in caso accusativo tra particella negativa e verbo in: no l’ardiscon
di guardare oggi impossibile (non la osano di guardare)
- ordine sintattico antico in venuta… a miracol mostrare, con complemento ogg. tra prep. a e verbo
- mostrasi invece di si mostra con il clitico dopo il primo verbo (legge Tobler-Mussafia rispettata
da Dante).
- altre sgrammaticature eliminate poi dalla codificazione bembesca, come: che intender… la
prova.
- terminologia del linguaggio stilnovistico che rinnova il lessico cortese dei siciliani
risemantizzando alcuni lessemi chiave: gentile e onesta per nobile di atteggiamento, donna per
signora del mio cuore, umiltà per benevolenza, piacente per bellezza spirituale, pare per mostrarsi
(evidenza).
→ Sfatare il mito che l’italiano antico sia rimasto inalterato fino ad oggi, come se Dante avesse inventato
dal nulla l’italiano e lo avesse consegnato alle generazioni future in forme perfette e fisse → l’apparente
omologia delle strutture linguiste nasconde una diversità profonda → il contributo di Dante per la
costruzione di una lingua comune su basi letterarie (operata dalla codificazione grammaticale
cinquecentesca) non è stato maggiore di quello di altri autori del Trecento come Petrarca (per il linguaggio
poetico) e Boccaccio (per la prosa).
→ La codificazione della lingua comune nel ‘500 non ha eletto l’ “italiano di Dante” come modello
normativo.
Ma in che lingua ha scritto Dante? PLURILINGUISMO: non usa un’unica lingua ma più lingue, che si
adattano all’erotica stilnovistica (Rime), alla molteplicità dell’esperienza sovrasensibile (Commedia) o alla
lingua filosofica di ragionamento argomentativo (Convivio) secondo le concezioni retoriche-stilistiche del
tempo che concepivano uno stile e una lingua per ciascun genere → Dante è il 1° a provare + generi e
provare quanto la lingua potesse modellarsi e predisporsi a diversi impieghi e settori (come la prosa
filosofica fino ad allora di stretta pertinenza del latino).
2.2 Plurilinguismo dantesco
- Lingua di riferimento: fiorentino fine due - inizio trecentesco
- Con anche forme non fiorentine come sicilianismi e di altri volgari (arrivati per via culturale e letteraria)

- Tra i sicilianismi si noti:


a. esiti monottongati (devén per diviene, core per cuore, foco per fuoco;
b. l’uso della desinenza -ia del condizionale nelle forme porìa, dovrìan)
c. alcune rime siciliane

- Ibridismo linguistico della Commedia:


a. la presenza di elementi culturali e linguistici non fiorentini è normale in un testo del ‘300, in
assenza di canoni
b. lessico dal vocabolario francesizzante e provenzalizzante (gallicismi) ai latinismi, al fiorentino
popolare e al dialettismo per rappresentare la confusio linguarum dell’oltretomba
c. i gallicismi e latinismi appartengono al toscano antico (es: termini in in -anza)
d. lessemi non toscani che costituiscono per i teorici del Rinascimento, delle macchie di
“dialettalità” (“non fiorentinità” ma anche “fiorentinità popolare”) nella lingua di Dante
e. Plurilinguismo riflesso dantesco dato dalla connotazione di un personaggio attraverso un
allusione lessicale o grammaticale al suo idioma nativo
f. settentrionalismi: acquisito negli spostamenti di Dante o per contiguità del fiorentino ai volgari
oltreappenninici (co per capo, ca per casa)

- Lasciti dell’italiano di Dante alla tradizione (dantismi):


a. verbi parasintetici tratti da un nome, aggettivo o avverbio, formati con l’aggiunta di un prefisso
(come -in): inborgarsi, inurbarsi, incapellarsi, indiarsi…
b. sintagmi e locuzioni stereotipate, inserite stabilmente nel linguaggio colto italiano, anche
distaccandosi dal marchio d’origine, come: nel mezzo del cammin, l’amor che muove il sole e
l’altre stelle, selva selvaggia, senza infamia e senza lodo…
2.3 La prosa filosofica e argomentativa

- Dante è consapevole di fondare una prosa filosofica in volgare → diversamente dalla poesia lirica non
c’era una tradizione illustre modellizzante (poesia siciliana filtrata dalla tradizione emiliana-toscana), a
parte le scritture scientifiche saldamente dipendenti da fonti latino-classiche medievali sia per lessico che
per modelli sintattici (→ CAP 2 P.5)→ dante modella la sua prosa sui modelli latino-classici, sul francese e
sul latino dei trattati della scolastica

Convivio:

a. tecnica espositiva complessa per procedimenti espositivi e dimostrativi


b. uso ricorrente del sillogismo
c. nessi sintattici e testuali raziocinanti
d. strutture argomentative e moduli sintattici che Dante usa indifferentemente sia nella prosa volgare che
nel latino della Monarchia (dico igitur quod → dico adunque che)
e. Inizio della trattazione con una massima o citazione assiomatica dalla quale procede il ragionamento
f. Introdurre l’esposizione con una formula dichiarativa prolettica che anticipa o riassume ciò che verrà
dimostrato o di cui si è appena parlato
g. introdurre, dopo una dimostrazione, una presunta obiezione (modulo contro-argomentativo) per
rafforzare la propria tesi (procedimento tipico della filosofia scolastica)
Sintassi:
h. struttura del periodo ipotattica, con abbondanza di incidentali e il verbo che può trovarsi distanziato
dal soggetto a cui si riferisce per mezzo dell’interposizione di segmenti frastici anche estesi
i. rapporti logico-grammaticali “a distanza” con connettivi sintattico-testuali (avverbi, congiunzioni) che
reggono l’architettura del perioso nei punti di snodo → tipici periodi “a festone” costruiti con numerose
subordinate prolettiche (causali) e la principale collocata alla dine per smorzare la tensione compositiva,
rappresentando attraverso la sintassi, il lineare procedimento dimostrativo di sillogismo (es. p.76)
l. gli equilibri interni di strutture sviluppate nella subordinazione e con frequenti incidentali, vengono
assicurati da segnali di ripresa, che fungono da raccordo con la premessa da cui si era partiti, consentendo
di riannodare il filo del discorso (….e così…)

→ Se la sintassi del Convivio non costituirà un modello di riferimento della prosa colta delle epoche
successive (in Dante il modello latino è la vitale prosa filosofica del tempo e non la prosa classica di
Cicerone o di Livio) è qui che si forma quello stile periodico (stile polifrastico) della prosa italiana che avrà
come continuatori Boccaccio, Bembo, Guicciardini (ed altri)
2.4 Il “volgare letterario comune” (vulgare latium)
Merito di Dante → aver posto il PROBLEMA DELL’ESISTENZA DI UN VOLGARE LETTERARIO COMUNE
(“illustre”) tuttavia ristretto ad una collettività ristretta formata soprattutto da poeti → tale ricerca è il
tema di base del De vulgari eloquentia (trattato incompiuto del 1305)
→ PROCEDIMENTO EURISTICO (relativo all'ipotesi-guida di una ricerca scientifica e alla metodologia che
vi è connessa) x riconoscere i tratti specificamente linguistici che avrebbero dovuto contrassegnare la LLC
(Lingua Letteraria Comune), ovvero quella che chiama vulgare latium, o latinum vulgare illustre:
attraverso sottrazione degli elementi troppo municipali dei volgari e effettuando una:
→ CLASSIFICAZIONE PREVIA DELLE LINGUE in base e al criterio della confusio linguarum e del mito
babelico (interruzione del monolinguismo della lingua adamitica) che distingue 3 ceppi europei: lingue
romanze neo-latine, lingue germaniche, lingua greca. Le lingue romanze a loro volta si distinguono in:
- LINGUA D’OIL (francesi nord)
- LINGUA D’OC (“ibero-romanzo” che comprende provenzali e catalani e forse spagnoli e
portoghesi, semplificati sul modello occitano-catalano)
- LINGUA DEL Sì DEGLI ITALIANI
→ Prima rappresentazione (seppur semplificata) su basi linguistiche del dominio italo-romanzo → criterio
etnico-geografico: esistono regioni geografiche con un relativo idioma peculiare e volgari specifici
regionali → Dante individua 14 varietà idiomatiche distribuite su altrettanti territori: il toscano è una di
esse ma senza un ruolo dominante (si affianca agli altri volgari disegnano la cartina dialettale dell’italo-
romanzo) → in realtà gli idiomi mutano da regione a regione ma anche dentro la stessa città, potendo
registrare un migliaio di varietà → Dante adotta un parametro “largo” che non tiene conto delle variazioni
“minime” identificando 14 varietà dominanti disegnando una cartina dialettale basata sul displuvio
appenninico (dove dx e sx sono ricavate dalla posizione relativa ai fiumi):
1. siciliano
2. pugliese (àpuli occidentali)
3. romanesco
4. spoletino (umbro)
5. toscano
6. genovese
7. sardo
8. calabro (àpuli orientali-campania)
9. anconitano
10. romagnolo
11. lombardo
12. trevigiano-veneziano
13. aquileiese (ladino-friulano)
14. istriano
→ CONCLUSIONE: Dopo aver indagato sui singoli volgari italo-romanzi e non aver trovato un idioma che
da solo possa definirsi “illustre”, Dante ammette che la LLC vada rintracciata nella lingua della tradizione
poetica dai poeti siciliani agli stilnovisti, una lingua, questa, usata anche se da pochissimi.
→ primo riconoscimento della formazione della collettività linguistica su base esclusivamente e
selettivamente letteraria, perché si fonda principalmente sul linguaggio poetico (quello della prosa
ancora non ha consolidato la propria tradizione illustre)
→ Idea data dal fatto che i testi a disposizione di Dante erano “normalizzati” dai copisti: le differenze
linguistiche tra autori di regioni diverse venivano azzerate attraverso un processo di “toscanizzazione”
operato dai copisti toscani, uniformizzando la faccia linguistica e ripulendola dagli usi locali → l’idea di
una lingua letteraria comune è nata da un equivoco che ha percorso per lungo tempo la storiografia
letteraria e linguistica italiana, a partire dalla riproposta in chiave “italianista” delle idee dantesche
operata da Giovan Giorvio Trìssino (CAP VII.2a), pubblicando la versione italiana del trattato di Dante
(1529) su cui costruisce l’alternativa al modello toscano bembesco.
3. Petrarca e la codificazione del linguaggio poetico

3.1 Il metodo del Petrarca

PETRARCA: primo grande autore di cui conosciamo gli autografi e redazioni diverse dalle sue poesie: la
lingua volgare del Petrarca è possibile studiarla senza filtri linguistici dei copisti (diversamente da dante
conosciuto attraverso le copie in cui la certezza assoluta è garantita solo con le “parole protette” dal
meccanismo della rima)

→ Amo Sol, quella fronde ch’io sola amo: sonetto dal Canzoniere (Rerum Vulgarum fragmenta, o poesie
scelte in volgare) in 2 versioni autografe:
1. V. definitiva dal Codice Vaticano latino 3195
2. V. più antica dal Codice degli Abbozzi (1336-1338)

→ METODO AUTOCORRETTORIO DEL PETRARCA: nel passaggio dalla v. antica a quella definitiva c’è una
continua revisione di se stesso dell’autore in cerca di una perfezione irraggiungibile (artista prossimo alla
sensibilità moderna), appuntando ai margini osservazioni, incertezze e note autocritiche in latino.
→ TEMA DEL SONETTO: distacco dalla visione della donna amata: il sole-apollo non rallenta il suo corso
nonostante le preghiere dell’io narrante e presto l’ombra della sera toglieranno dallo sguardo dell’amante
il luogo dove alberga la donna-lauro-fronda amata da entrambi (Laura e Dafne, nome greco del lauro) →
fitta trama di relazioni tematico-figurali (procedimento iterativo dei significanti-significati che dà un senso
compiuto alla poesia)
→ STRUTTURA TRIANGOLARE: 3 attori: io-Petrarca, sole-Apollo, fronda-Laura. Io-Petrarca e sole-Apollo
prima accomunati dalla 1 persona plurale (stiamo a vederla nella 1 v. e stiamo a mirarla nella v. definitiva,
cambiando l’atteggiamento psicologico dei protagonisti e il loro distanziamento contemplativo dalla
donna amata, più che il valore semantico del verbo) e poi distaccati dalla forte pausa di metà verso
segnalata dai 2 punti.
→ LE VARIANTI REDAZIONALI tra le due versioni non sono sconnesse tra loro ma provocano spostamenti
nel testo da uno stato di coerenza interna ad un altro → una variante ripercuote sull’altra creando un
nuovo assetto del testo che si propaga in componimenti diversi fino a ridisegnare un equilibrio dell’intera
opera → le correzioni non riguardano il codice linguistico: le correzioni grammaticali non sono tutte
“neutre” ma seguono una ratio linguistica → il sistema stilistico-linguistico ha già trovato un equilibrio
interno “statico” (in contrapposizione col sistema dinamico delle correzioni di Ariosto nel suo Orlando
Furioso, orientate, sui piani morfologico e lessicale, dal nuovo codice di riferimento bembesco → Cap 7,
5.1)
3.2 L’officina linguistica del “Canzoniere”

→ CORREZIONI GRAMMATICALI: le varianti grafiche o fonetiche avvengono all’interno di un sistema


ben solido nelle proprie fondamenta linguistiche, ammettendo, quindi, anche un ritorno alla forma
sostituita e correzioni di segno opposto (penser passa a pensier ma insieme passa a inseme, bon a buoni
ma puoi a poi, senza rintracciare un criterio-guida per le forme con monodittongo, tipiche siculo-toscane,
e per quelle con dittongo, più toscane).
→ Alcune varianti ci indicano una tendenza di recupero di forme desuete rispetto a quelle usuali
→ Tendenza all’eliminazione di forme francesi-provenzali (impiegate abbondantemente dai siciliani fino
agli stilnovisti): mercé e dolçe passate a mercé e dolce…

→ SPECIFICITÀ DELLA LINGUA DEL PETRARCA: il collocarsi in uno spazio geolinguistico e in una diacronia-
sincronia di una definita lingua naturale come era il fiorentino di fine Due- Inizio Trecento per Dante → il
volgare petrarchesco, nella storia dell’italiano letterario, è un volgare inteso esclusivamente come lingua
letteraria, e specificamente poetica → una locutio secundaria rispetto al latino che serviva per la
comunicazione strumentale e filosofico-morale.
→ ELEZIONE UMANISTICA E CINQUECENTESCA DELLA LINGUA DE PETRARCA A CODICE DI RIFERIMENTO
PER L’ESPRESSIONE POETICA → un volgare dal forte potere modellizzante che presenta, nella sua
assenza di contatti con le lingue vive, i connotati asettici di una lingua seconda (Petrarca è infatti poco
influenzato dalla lingua madre tanto da preferire il latino anche nella comunicazione minima) → trattasi
di una fiorentinità trascendentale (poliglottismo minimale o monolinguismo) in contrapposizione con il
“poliglottismo massimale” di Dante.
→ PETRARCA funge da collettore della tradizione poetica siciliana e stilnovistica ma allo stesso tempo
svolge un filtro linguistico che si ripercuoterà negli assetti futuri della lingua letteraria poetica.
→ la prassi linguistica del Canzoniere si imporrà fino a diventare canonica anche nei suoi aspetti più
irregolari dovuti al contatto con filoni e tradizioni storico-linguistiche diversi (trasmessi alla tradizione e
continuati in poesia fino all’Ottocento) come:
- le oscillazioni tra forme toscano-fiorentine e non, divenute normali
nel linguaggio poetico (fero-fiero, oro-auro, mondo-mundo…)
- i gallicismo (rai per raggi, veglio per vecchio)
- i sicilianismi (spesso di origine francese-provenzale) fonetici e
lessicali (core, gioco, pensere, lassare), o morfologici (condizionale in
-ia come sarìa, avrìa)
→DUPLICE RISULTATO DI QUESTO FILTRO-SELEZIONE:
1. precoce spinta alla defiorentizzazione della lingua letteraria prima che essa si fondi
in maniera stabile sul modello fiorentino
2. Riduzione ai minimi termini della doppia opzione francese-provenzale e siciliana
che gravava sullo stilnovismo, operando una decontaminazione linguistica, anche
segnata da:
- l’abbandono della rima siciliana
- la soppressione del suffissame francese (-anza) ad eccezione di pochi
suffissi ancora vigenti (lontananza, baldanza, speranza, usanza…)

→ Il Canzoniere presenta dunque una POLIMORFIA REGOLATA (o plurigrafismo) e che riguarda:


- relativa (solo apparente) varietà metrica (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7
ballate, 4 madrigali)
- varietà sintattica del periodo di Petrarca:
- la lunghezza del periodo può essere abnorme fino ad arrivare ad
abbracciare l’intero componimento in una “sintassi continua” (è il caso di
5 sonetti monoperiodici) a cui si affiancano:
- Sonetti pluriperiodici possono contenere fino a 8 o 9 periodi (la misura
media è 5)

→ La monoperiodicità non implica però complessità sintattica → es. sonetto a p.87 dove c’è un
parallelismo di strutture ipotetiche introdotte da se che riflettono gli stati d’animo dell’autore in una
protasi continuata che si protrae fino alla terzina finale → il lungo periodo si articola in una serie di
sintagmi nominali reiterati fino al v. 12 quando entra il verbo finito a produrre l’effetto “detonazione” (se
queste sono le cause che mi distruggono, allora donna, mio sarà il danno ma vostra la colpa) → si produce
asimmetria tra la parte nominale estesa e la breve parte conclusiva.
→ TENDENZA ANTIREALISTICA del linguaggio petrarchesco, anche resa dalle ripetizioni, enumerazioni
binarie e metafore, sarà l’impronta della tradizione lirica fino a Leopardi
3.3 Le correzioni linguistiche al “Petrarca aldino”

→ al di là del suo aspetto immutabile, la lingua del Canzoniere presenta oscillazioni grammaticali normali
per un testo del ‘300 → La prassi di riscrittura manuale eseguita personalmente o da copisti di fiducia
(Giovanni Malpaghini di Ravenna) favoriva la coesistenza di grafemi o allomorfi concorrenti per la stessa
funzione grammaticale (venendo meno l’autocontrollo linguistico in parti molto estese o trascritte a
distanza di tempo)
→ Il Canzoniere è un testo abbastanza controllato (polimorfia regolata)

→ OPERA DI NORMALIZZAZIONE GRAMMATICALE DELLA LINGUA DI PETRARCA operata dal Bembo, sulla
base del Canzoniere autografo → pubblicazione del Canzoniere e dei Trionfi da lui curata (1501) → anche
detta “PETRARCA ALDINO”:
→ tale normalizzazione dell’aspetto grammaticale della lingua
petrarchesca che fissa definitivamente un testo canonico, cioè predisposto
a svolgere la funzione di modello sia linguistico sia tematico

→ CORREZIONI DI TIPO MICROGRAMMATICALE (non di sostanza) volte a rendere il testo regolare dal
punto di vista linguistico:
- elisione o troncamento di forme piene di V (com’huom, dolor)
- riduzione della grafia latineggiante pt, mn, ct (come in aspecta) nelle “forme assimilate” (aspetta)
in linea con la grafia toscana e in disaccordo con la scrittura umanistica degli autori toscani del ‘500.
- inserisce l’h etimologica (huomo) dove il Petrarca la ometteva (nei casi di elisione o scrittura
continua come altruom) e sulle forme del verbo avere (ho, havete…)
- inserisce la th nelle t semplici (da Toscana a Thoscana, da Tirreno a Thirreno…)
- riduzione delle ch o gh + vocale in c o g (da stancho a stanco, da piagha a piaga…)
- seleziona un’unica forma quando ce ne sono diverse (spatio, spacio, spaçio; fosse, fusse)
- sostituisce Elli per Egli e meu e mei per mio e miei
4. La prosa del Boccaccio
Boccaccio è considerato fin dal Cinquecento il fondatore della prosa letteraria italiana
4.1 La sintassi del “Decameron”
3 campioni di prosa del Boccaccio dal Decameron:
- Testo 1: l’autore prende la parola (Dico adunque) e introduce l-avvenimento esterno, la peste del 1348
da cui scaturirà la decisione dei 10 giovani di ritirarsi in un luogo appartato per sfuggirle. Per 10 gg in cui
si racconteranno 10 novelle al giorno su un argomento stabilito da ciascuno di essi
- Testo 2: Inizio della 4° giornata nel locus amoenus dove il re della giornata (Filostrato) invita Fiammetta
a prendere il proprio turno nella narrazione
- Testo 3: Nel mezzo della 9° giornata all’interno di una novella burlesca del ciclo di Bruno, Calandrino e
Buffalmacco.
→ Colpisce la diversità linguistica – caratteristica del Decameron (diversi stili di scrittura) – delle 3
situazioni che fanno parte dello stesso testo, sia pure in parti non contigue: VARIAZIONE STILISTICO-
SINTATTICA → PLURISTILISMO: TANTE LINGUE QUANTE SONO LE SITUAZIONI COMUNICATIVE alle quali
corrispondono tanti stili di scrittura caratterizzati da:
- peculiari tratti sintattici,
- peculiari collocazione delle parole in relazione agli effetti ritmico-melodici della frase
- procedimenti mimetici che investono la struttura della frase e si propagano alla
morfosintassi,
- scelta del lessico specifico, o dialettale o allusivo al contesto geografico, al personaggio,
alla stessa tradizione poetica stilnovista.

Come si realizza tale variazione (tipologia sintattica) nei 3 campioni citati:


Testi 1 e 2: piano alto del codice prosastico e Testo 3, narrazione dialogata
- Testo 1 (dall’introduzione generale) → esempio di sintassi polifrasisitica, caratterizzato da tutti i
fenomeni che contraddistinguono lo stile periodico o ipotattico: periodi molto articolati e di “lunga
gittata”; uso abbondante di subordinate prolettiche collocate a incastro tra soggetto e predicato che
chiudono il periodo, tipico del latino (consueta postura finale del verbo della reggente introdotta a
distanza dal pronome relativo) → modello di riferimento che Boccaccio cerca di riprodurre in volgare a
livello di frase complessa, cioè la partitura sintattica solenne e maestosa degli storiografi latini (soprattutto
LIVIO), come le continue infrazioni dell’ordine lineare dei costrutti frastici, come le interpolazioni di
elementi di vario tipo nel blocco ausiliare + participio passato (erano…pervenuti), o verbo reggente +
infinito (cominciò…a dimostrare) → seguendo i moduli sintattici del latino classico, una ordo artificialis
della prosa latina (forzando il volgare a dislocazioni inconsuete) che è consapevolmente riprodotta da
Boccaccio → in tal senso la sintassi del Boccaccio prefigura la prosa colta umanistica del XV secolo ma se
ne distacca ricorrendo a schemi ritmico-melodici ricercati nella conclusione del periodo che calcano con
specifici adattamenti al volgare gli schemi accentuativi del cursus della prosa mediolatina
Insomma: un modello sintattico di prosa letteraria latineggiante (periodare complesso boccacciano)
fondato dal Boccaccio sulla base dei volgarizzamenti due-trecenteschi che si imporrà a partire dal
Cinquecento con gli Asolani del Bembo → fino alla crisi dello stile periodico e alla sostituzione dei
modelli ipotattici con quelli paratattici e francesizzanti (o europeizzanti) del 1700.
- Testo 2: contesto totalmente diverso → parte del giovane narratore protagonista del Decameron che da
voce alle singole novelle (la parte narrativa vera e propria dunque è indiretta o di secondo grado) → tono
narrativo lontano da quello dove l’autore-io prende la parola in prima persona (proemio, intro, conclu) ed
è più descrittivo e “intermedio” tra il registro delle parti autoriali e il registro basso o umile dei singoli
racconti (che contemplano anche mimetismi con le zone del parlato realistico) → stile elegiaco delle
cornici narrative collega tale modalità descrittiva a quella del primo romanzo psicologico (Elegia di
Madonna Fiammetta, 1344) sia nei temi che nello stile e linguaggio:
- scenario topico lontano dai contatti col mondo e caratterizzato da immagini rassicuranti
- minore tensione compositiva → abbassamento del livello ipotattico del periodare
- rimane il modulo temporale cum inversum (prima…che, già…quando) in quanto stile
consolidato in prosa e in poesia (stilnovistica e petrarchesca) per introdurre il nuovo, inatteso
(era già...quando…) → richiamo alla poesia della cornice narrativa espresso anche dalla
struttura di frase scandita in membri ritmici che costituiscono unità melodiche autonome o
affiancate alla struttura sintattica complessiva → lettura metrica che consideri non solo i
rapporti sintattici ma anche i legami ritmico-melodiche del testo, come:
- inversione ordine diretto ausiliare-participio (cacciata aveva) che rappresenta a livello della
frase quello che rappresenta nel periodo il modulo di subordinazione inversa cum inversum
- variazione delle parole vuote o grammaticali (preposizioni, clitici) sfruttate per dar ritmo
musicale
- ripetizione a distanza degli stessi significanti (anafore, polisindeti) che producono un effetto
di quasi rima e rafforzano il parallelismo totale tra i membri del testo
- chiusura del periodo con la coppia di parole ossitone (tronche)
- cursus ritmico della prosa mediolatina su tutto il testo
- studiata disposizione delle parole che dà effetto di gravità e eleganza stilistica
- Testo 3: situazione comunicativa nettamente diversa con diverse soluzioni della lingua e dei
comportamenti dei personaggi: dal locus amoenus si passa al pettegolezzo erotico dei personaggi del
popolo: movimenti più veloci e importanza della gestualità oltre le parole: al disinteressato ragionare dei
giovani narratori della cornice si sostituisce la curiosità maliziosa per i fatti altrui e la burla.
→ CONVERSAZIONE DIRETTA: tipologia testuale e sintattica del dialogato che è moderna rispetto agli
scambi dialogici della prosa narrativa due-trecentesca, stereotipati e lontani dalla riproduzione di un
dialogo (come nel Novellino e nel Milione) → basati sua una serie lineare di domande e risposte che non
ammettono salti di battuta o digressioni, servendosi di segnali espliciti che saldavano domanda e risposta
generando catene anaforiche (effetto-eco) tra frasi contigue in una progressione comunicativa basata su
tempi lunghi. Elementi innovativi del Boccaccio:
- Dinamismo comunicativo tra una battuta e l’altra → prototipo della mimesi del linguaggio parlato
- senza la catena delle anafore
- cadenza del linguaggio parlato (pur non essendo la fedele trascrizione di una conversazione orale)

→ PARLATO-RICREATO O PARLATO-SCRITTO:
- controllata riproduzione dell’oralità
- sintassi breve e paratattica
- uso di segnali discorsivi tipici dell’oralità: ridondanza pronominale che ricrea gli effetti realistici di
una conversazione diretta → ridondanza che è tipica dell’italiano antico fino alla riforma
ottocentesca manzoniana - nell’italiano moderno infatti, almeno nello scritto, c’è la cancellazione
del pronome personale soggetto quando possibile

4.2 Parodia linguistica e dialettalità riportata

- Uso di dialetto a fini ludico-parodici → epistola napoletana del Boccaccio (1339) → prosa dialettale
unica nel suo genere: mimesi dialettale; periodo ipotattico (articolato) tipico della prosa di Boccaccio.

→ EPISTOLA NAPOLETANA: divisa in due parti:

1. Lettera di trasmissione scritta in prosa letteraria dal tono aulico e ricercato sul tema classico degli
otia necessari agli uomini per sopportare le fatiche della vita
2. epistola napoletana come allegato parodico alla prima parte (Boccaccio-Parisse avvisa Francesco
Bardi che una tal Machinata ha avuto un figlio da tal Francesco) → riflessione sull’uso letterario dei
volgari diversi dal toscano-fiorentino (chiamiamo volgari e non dialetti le lingue precedenti alla
codificazione cinquecentesca in cui si afferma il toscano-fiorentino come modello normativo
comune), per la sua specificità ludico-mimetica:
- l’epistola non è una parodia perché gli intenti mimetici sono linguisticamente più rilevanti
- significato nell’accostamento al fiorentino: oltre a cambiare codice linguistico si cambia anche il
registro espressivo: il tono diviene familiare e affettivo oltreché più realistico (includendo il
pettegolezzo erotico) → il dialetto colma le lacune della lingua ufficiale e diviene un genere
complementare a scopi quasi sempre ludici e caricaturali piuttosto che a forme ufficiali di
comunicazione
- resta comunque un uso non autoctono del napoletano
- caratteristiche linguistiche del napoletano: dittongamento metafonetico (fratiello, biello,
juorno…), condizionali meridionali come faceramo e lessico specifico
→ PLURILINGUISMO NEL DECAMERON: contemporaneizzazione delle novelle in città e regioni diverse, sia
italiane sia esotiche, che produce una l’adeguamento mimetico alle realtà linguistiche sottostanti
(oltreché mediante la citazione di toponimi, nomi di strade, di luoghi narrati), mediante la tecnica degli
inserti alloglotti (inserimento di parlate altrui): uso di vocaboli, locuzioni o frasi in volgare locale:
- allusioni lessicali alla lingua dei luoghi della narrazione (ca’ a Venezia…)
- interi fraseologismi dialettali che riproducono la cadenza della lingua
- citazioni a scopo caricaturale di forme appartenenti ai volgari toscani
- la caratterizzazione linguistica può investire lo stesso fiorentino “basso” o “popolare” con l’esibizione
di tratti rustici in alcune delle novelle (con l’impiego per esempio di alterati in -azzo, -ozzo, -uzzo)
→ Si tratta di una DIALETTALITÀ RIPORTATA → gli inserti alloglotti prevedono la fedeltà al modello di
partenza che si basa sulla natura puramente uditiva, ovvero su una linguistica del ricevente e non
dell’emittente, perciò indiretta, filtrata da un ascoltatore-riproduttore non madrelingua → procedimento
di filtraggio che implica in esiti incerti perché basato sulla coscienza dei tratti intonazionali (cadenza,
intonazione dell’enunciato).

5. Toscanizzazione e tradizioni linguistiche locali


Dal 1350 aumentano i documenti pratici in volgare per facilitare le divulgazioni di contenuti che
riguardano la collettività (statuti municipali, libri contabili, inventari…) più adeguati al ceto mercantile
→ PLURILINGUISMO DEL BASSO MEDIOEVO sul territorio italo-romanzo come riflesso di un generale
policentrismo politico territoriale, in cui il toscano acquisisce un certo prestigio ma lascia spazio ad altri
volgari → le TRADIZIONI LOCALI (consuetudini scrittorie autonome dal toscano che investono le parti
grammaticali, fonetiche e morfologiche di un testo) fioriscono in assenza di un modello linguistico
egemonico (che il toscano assumerà solo a partire dal 1500) → tali usi, in realtà sono stati marginalizzati,
fino a tempi recenti, solo ai livelli più alti della lingua comune letteraria (fiorentino trecentesco divenuto
standard dal 1500) → accanto ad una élite colta di scriventi troviamo così la scrittura di non letterati liberi
dalla tradizione più rigida del modello letterario (quindi il prestigio letterario del fiorentino trecentesco
non preclude l’espressione in altri volgari).
→ ALCUNE CARATTERISTICHE:
- il volgare locale è più legato ad una tradizione linguistica basata sulle scritture latine filosofico-
scientifiche (piuttosto che alle correnti di poesia in volgare)
- Volgari settentrionali ma anche meridionali: volgare aquilano (scritture storiche, oltreché alle poesie
religiose umbre della fascia appenninica benedettina); volgare napoletano (anche se contaminato da
toscanismi inerziali indotti dal prestigio linguistico); siciliano; romanesco (Cronica di Antonio Romano ad
esempio di una prosa colta non toscana del 1300 dall’alto valore stilistico-retorico e quindi dai caratteri
potenzialmente modellanti → quest’opera divulgativa alterna elementi colti e popolari dimostra, da un
lato, l’indifferenza verso la prosa d’arte toscana e, dall’altro, l’influenza di storiografi latini → distanza
dalla prosa due-trecentesca d’ispirazione francese in favore delle strutture latine e la brevitas della prosa
latina)
PARTE II
L’ETÀ DELLA CODIFICAZIONE

CAPITOLO IV

GLI UMANISTI E IL VOLGARE

Il Quattrocento e l’Umanesimo → momento cruciale per la storia linguistica dell’italiano

- Riflessione teorica degli umanisti


- Recupero della lezione dell’antichità classica

→ Il volgare prende coscienza delle proprie origini storiche e si sperimentano nuovi parametri letterari
fondati sul latino

➔ MA erroneamente viene considerata un’epoca di transizione dalle esperienze trecentesche al


consolidamento cinquecentesco di una norma comune basata sul canone letterario del Trecento
toscano → secondo tale prospettiva (dei filologi fiorentini di fine ‘500) i tentativi umanistici di
costruire una lingua colta esemplata sul modello latino classico (bilinguismo latino-volgare
quattrocentesco) sarebbero una crisi transitoria di snaturamento del volgare (FASE DI REGRESSO
della naturalità toscana della lingua del Trecento) → GIUDIZIO RESTRITTIVO DEL VOLGARE
LATINEGGIANTE DEGLI UMANISTI → l’umanesimo quattrocentesco anche per la preponderanza
della produzione in lingua latina veniva così tagliato fuori dalla linea portante della storia linguistica
dell’italiano

➔ PROPOSTA: valutare le riflessioni teoriche e le esperienze linguistiche degli umanisti a partire dalle
motivazioni culturali → pratica di una lingua che cercava – proprio attraverso il contatto con il
latino classico – di trasformarsi in uno strumento più raffinato di comunicazione non solo letterario
ma anche civile e ideologico.

1. Modelli classici

Nuova sensibilità culturale in più diretto e intimo rapporto con il mondo classico → ripristino di forme
concettuali e linguistiche proprie dell’antichità latina → modelli formali del latino classico: recupero della
forma antica basato sullo studio filologico-linguistico dei testi latini e greci, che consente l’eliminazione
delle interpolazioni dei copisti medievali e ristabilisce la lezione genuina dei classici esemplati sull’usus
classico → METODO UMANISTICO: applicazione rigorosa alla prosa colta quattrocentesca sia latina che
volgare del modello (exemplum) ciceroniano (moduli retorico-sintattici del periodare ciceroniano) →
prelievo diretto sull’exemplum dell’autore classico → il metodo d’insegnamento degli studia humanitatis
(gli humanistae o studenti universitari) fu condizionato a inizio 1400 dalla scoperta dei testi fondamentali
dell’antichità (De oratore di Cicerone e Institutio oratoria di Quintiliano) che rivoluzionarono l’oratoria
spostandola dalle discipline filosofiche, come la dialettica, a quelle linguistico-letterarie influenzando la
formazione di una prosa colta letteraria autonoma dai modelli della scolastica tardo medievale → La
trattatistica e l’epistolografia ciceroniana porta uno stile di prosa fluido, elevato e non accademico.
➔ Campi letterari nuovi come la trattatistica → antecedente alla prosa scientifica italiana

➔ I rapporti intensi e cruciali tra latino e volgare di questo periodo costituiscono un bilinguismo latino-
volgare che favorisce scambi in entrambe le direzioni → si verificano fenomeni di interferenza
sintattica e lessico-semantica ampliati dall’uso simultaneo del latino e del volgare e dalla pratica
dell’auto-traduzione:

a. il volgare si arricchisce di costrutti sintattici e di forme lessicali del latino classico → la prosa
volgare si avvicina al latino nell’ organizzazione sintattico-testuale e nel lessico.
b. il latino degli umanisti è influenzato da moduli volgari inediti.

Modello classico di latino nel ‘400 → Latino ciceroniano → ritenuto più idoneo x acquisire una prosa
nuova elegante e formale

Cristoforo Landino → testo di rifondazione su basi umanistiche della letteratura italiana in cui afferma
che “è necessario essere latino per essere buon toscano”. Censura lo stile
negligente di Boccaccio e prende a esempio di eleganza formale l’Alberti e il
Palmieri → la lingua volgare deve arricchirsi con il latinismo lessicale e
fraseologico-sintattico a modello dei padri latini.

→ Parametro umanistico di eleganza formale che prevede l’uso abbondante di latinismi lessicali
(ambito intellettuale e tecnico-scientifico) e moduli sintattici peculiari come l’accusativo con
l’infinito (che trasferivano nel volgare i costrutti tipici del latino) → l’imitazione del modello classico
() porta a una nuova costruzione del periodo e dell’ordinamento dei suoi elementi frasali

→ I moduli tipici del periodare ciceroniano alla base della formazione di una tradizione della prosa
latina si ritrovano nella prosa volgare dell’Alberti e del Palmieri:

a. complessità della struttura ipotattica (ampio uso della subordinazione)


b. simmetria degli elementi costitutivi della frase (concinnitas)
c. ordine delle parole (dispotio) su basi ritmiche e di rilievo degli elementi frasali (ordo artificialis)

➔ ne consegue il carattere sperimentale della prosa volgare umanistica in equilibrio tra forme della
tradizione trecentesca che tenta di superare e l’appropriazione dei moduli classici di prosa latina di
stampo ciceroniano.
➔ I latinismi lessicali e semantici d’età umanistica arricchiscono il vocabolario intellettuale e adeguano il
volgare alla nuova funzione di lingua di cultura → “tradurre”(da una lingua all’altra) sostituisce il
sinonimo trecentesco di “traslatare” in concorrenza dell’omonimo “tradurre” (“condurre, trasportare
da un luogo all’altro”)
➔ Apporto dell’umanesimo alla formazione del vocabolario intellettuale italiano attraverso i latinismi
colti del ‘400:
a. lo studio dell’antichità greco-latina rimette in circolo termini o significati della politica e cultura
classica (latinismi e greco-latinismi semantici come repubblica, come stato in senso stretto, e
accademia, come gruppo di persone riunite a scopo di studio)
b. formazione di terminologie specialistiche modellate su fonti classiche (come nel campo
dell’architettura, grazie ai trattati di Alberti)
2. Latino umanistico

Sia nel latino che nel volgare degli umanisti c’è la consapevolezza del rinnovamento della lingua della
precedente tradizione medievale e della rottura delle regole che regolavano la prassi linguistica colta →
frattura a livello dell’organizzazione testuale (macrosintassi periodale e sintassi topologica) come nel
dialogo-trattato. GRAZIE A:

➔ Recupero formale del modello ciceroniano: inserimento delle lettere e delle orazioni di Cicerone nel
curriculum scolastico delle scuole umanistiche dal 1430 → impatto sulla prosa latina da metà secolo
quando “gli studenti impareranno a scrivere come Cicerone, e lo stile ciceroniano diventò norma”.
➔ Consapevolezza dello scarto tra il “nuovo” latino ed il “vecchio” latino: questo “nuovo latino”
caratterizza per un ornatus elegante, con ripetizioni di stesse parole (in contrasto con il latino tardo-
medievale caratterizzato per l’uso di costrutti e neoformazioni lessicali vicini al volgare)
➔ Metà ‘400: Distanza tra latinità viva e corrente degli usi pubblici (latino medievale) e latinità classica
restaurata (latino umanistico) → salto decisivo dato dalla fissazione di paradigmi morfosintattici,
fraseologici e lessicali del latino dell’età ciceroniana operata nelle elegantiae di Lorenzo Valla (1444)
che costituiscono la magna carta dell’Umanesimo italiano e europeo.
➔ ELEGANTIAE: opera di ricostruzione grammaticale della lingua latina nel momento del suo “massimo
splendore” su un’equazione tra max distanza dalla civiltà romana e culmine delle capacità
linguistiche del latino → non un trattato grammaticale sistematico ma una raccolta di exempla che
coprono tutto l’arco della latinità con l’obiettivo di ripristinare dentro un corpus esteso, una norma
classica del latino, basata sull’usus scribendi di autori vissuti tra il I sec a.C. e il I sec d.C. in
contrapposizione netta con la tradizione viva del latino medievale
➔ “latino classico” identificato con la prassi linguistica degli autori tra età repubblicana e età dei Flavi →
Esemplificazione grammaticale fondata sulla bono consuetudo di un settore ristretto della latinità che
diminuisce drasticamente l’oscillazione diacronica del latino umanistico
➔ Riflessi dell’opera del Valla sulla speculazione umanistica sul volgare: distinzione di 2 livelli:
istituzionale e retorico-letterario per cui la lingua latina non rappresenta di per sé una grammatica ma
che al suo interno esiste una lingua letteraria fissata da regole grammaticali, stilistico-sintattiche e
lessicali apriva il varco alla considerazione grammaticale di idiomi diversi dal latino prescindendo dalla
loro immanente dimensione letteraria, tanto più funzionale a lingue come il volgare che non avevano
tradizione di scritture letterarie come quella latina.
3. Grammaticalità e letterarietà del volgare

Primo umanesimo → formazione di una coscienza linguistica del volgare come lingua dotata di regole
autonome rispetto al latino

Nel quadro dell’evoluzione e del superamento delle concezioni linguistiche tardo-medievali, il movimento
umanistico quattrocentesco ha, da una parte, affermato la piena legittimità del volgare come strumento
dotato di una propria dimensione letteraria sia pure esemplata sul latino, dall’altra ha sancito la
possibilità, rivoluzionaria nei confronti della speculazione medievale, di una sua grammaticalizzazione.
→ le tappe di tale iter stanno nelle posizioni assunte dagli umanisti nei riguardi del latino parlato
nell’antichità, questione disputata tra Leonardo Bruni e lo storiografo Biondo Flavio: tale disputa sul
latino parlato nell’antichità affronta se non indirettamente il problema dell’origine del volgare ma
costituisce un momento decisivo per la considerazione di esso come realtà storica e non risalente ad
un’antichità remota:
→ le idee umanistiche sulla lingua mettono in luce le implicazioni pratiche derivate dallo scioglimento del
nesso tra grammatica e retorica, uno dei capisaldi della speculazione medievale.
1. LEONARDO BRUNI: esplicita la distinzione di due livelli di lingua, una scritta colta, letteraria e una
parlata, demotica, informale, riguardante la situazione del latino nell’antichità (prefigurando l’esistenza
del latino volgare) non applicandola automaticamente alla situazione del bilinguismo quattrocentesco
come intenderanno, semplificandolo, i contemporanei → “tesi sulla diglossia del latino antico”
etichettata come antistorica o astorica. A partire da una posizione di retroguardia, in Bruni si ha una
convergenza di grammatica e retorica - di regole della lingua e stile elevato - secondo una concezione
medievale che presupponeva l’esistenza di una lingua artificiale di scrittori (locutio secundaria artificialis)
regolata da norme grammaticali, il latino, alla quale si opponeva la molteplice natura degli idiomi volgare,
fissati, nella loro acronicità, al mito babelico della confusio linguarum.

2. BIONDO FLAVIO: da una prospettiva storiografica focalizza più il piano istituzionale (grammatica) che
quello retorico-letterario, creando una distinzione tra i due piani che supera la posizione del Bruni → la
concezione di un esito catastrofico della latinità che coincide con le invasioni barbariche e la caduta
dell’impero romano delimita storicamente il passaggio dalla latinità antica del tempo barbarico – dove il
volgare già parlato dai romani, nasce mescolandosi con le lingue germaniche (lingua mixta) – e diviene
realtà linguistica diversa dal suo predecessore, fondata storicamente su un episodio preciso e non più
ancora ancorata a mitiche concezioni babeliche.
3. LEON BABATTISTA ALBERTI
Nel proemio al terzo dei Libri della Famiglia (1473) riprende gli argomenti della disputa Bruni-Biondo e
svolge alcuni passaggi sulla questione dell’origine del volgare → a favore della tesi storica (o catastrofica)
del Biondo semplifica la posizione del Bruni nella sua presunta continuità tra volgare dell’antichità e
volgare moderno: la constatazione della diglossia del latino antico basata sulla presenza di doppioni
lessicali come bellum/duellum è azzerata ricacciando Bruni tra i sostenitori di una insostenibile acronicità
del volgare.
→ doppia argomentazione:
a. legittimazione del volgare come lingua grammaticale
b. innalzamento del volgare a lingua letteraria (elimata e polita) da effettuarsi
ad opera di autori colti come era accaduto per il latino antico (così il volgare
sarà elegante come il latino).
→ scissione del nesso grammatica/retorica (già visto nlle Elegantie del Valla e che già il Biondo aveva
sostenuto nella “grammatica naturale” opposta alla “retorica” della consuetudo linguistica degli autori)
produce la legittimità di una grammatica del volgare “lingua giovane” nata dal contatto tra il latino e i
popoli germanici.
→ il venir meno del rapporto immanente tra istituzione linguistica (grammatica) e letteratura (retorica)
ancora unite nella mentalità umanistica (fino al primo Cinquecento) si concretizza nell’Alberti per mezzo
della rivoluzionaria stesura della prima grammatica di un idioma moderno diverso dal latino e, dal lato
della prosa colta, nel compimento del suo trattato Della famiglia.

4. La prima grammatica di una lingua moderna


- “Grammatica della lingua toscana” d’importanza europea: apre una breccia nella concezione medievale
che negava la possibilità di una grammatica delle lingue volgari (a prescindere dalla connessione con la
codificazione cinquecentesca della norma letteraria sui grandi modelli toscani del Trecento) →
grammatica dell’uso fiorentino vivo e coevo dell’autore ampliata nelle finalità non municipalistiche →
fotografa una lingua di comunità “civile” più che letteraria (come sarà per le grammatiche del ‘500),
ovvero, raccoglie l’uso della lingua in brevi annotazioni con l’aspetto di una grammatica → sfida del
cimentarsi in un territorio inesplorato di pertinenza fino ad allora del latino.
→ doppio binario:
a. rapporto con il modello di analoghe trattazioni tardolatine
b. tentativo di riformulazione di categorie grammaticali conosciute nella lingua classica
e pertinenti al volgare
→ innovazione rispetto al modello latino, che colgono un’istantanea del volgare fiorentino di metà ‘400
(nonostante non avrà nessun impatto sulle grammatiche cinquecentesche…):
a. ordine delle parole (grafemi dell’alfabeto) come nuovo tentativo di creare un
alfabeto fonetico valido per il volgare (come per distinguere la c dalla ch…)
b. segni diacritici particolari distinguono la funzione grammaticale di e congiunzione e
è verbo e e’ articolo prlurele
c. punto debole sui tempi composti: manca la segnalazione del trapassato remoto, del
gerundio composto, del condizionale passato
d. si mantiene la griglia declinazionale del latino anche se non più funzionale alla lingua
volgare (schema grammaticale vuoto nella morfologia del nome)
e. il modello latino viene superato nell’individuare tratti innovativi del sistema verbale
romanzo:
- la formazione del passato prossimo e la sua opposizione al passato remoto
- la formazione analitica del passivo mediante l’ausiliare essere seguito dal participio
passato
- la formazione del modo condizionale in confronto anche al congiuntivo (che nel latino
svolgeva entrambe le funzioni)

5. Bilinguismo albertiano
→ confronto tra 3 campioni di prosa colta d’età umanistica:
1. Libri della famiglia di Alberti (1433)
2. Incipit del trattato Della vita civile di Palmieri (1438)
Il ritratto di Niccolò Niccoli nelle Vite di Vespasiano da Bisticci (1480)
→ assenza di un registro omogeneo e diversità delle realizzazioni macrosintattiche → la sintassi del
periodo dei tre campioni rispecchia modelli d’organizzazione testuale non affini congrui alla diversa
cultura degli autori e all’impatto che il periodare latino esercita su di essi:
1. Alberti → progettualità complessa e ipotattica (sperimentalismo sintattico e
sollecitazioni latine)
2. Palmieri → prosa più tradizionale
3. Bisticci → prosa paratattica e giustappositiva vicina alla tradizione autoctona delle
scritture mercantili e memorialistiche medievali
PROSA ALBERTIANA → complessità sintattica e prosodica data dai seguenti tratti:
1. tensione ipotattica non solo data dall’uso di subordinate gerundiali e participiali ma per la
preferenza dell’accusativo con l’infinito
2. ordine libero degli elementi nella frase (ordo artificialis)
3. simmetria degli elementi frasali
4. dittologia (accoppiamento in sequenza binaria di verbi, sostantivi o attributi sinonimici o di
significato diverso: maravigliarmi e dolermi…)
5. cumulo di sostantivi
6. ritmo interno del periodo scandito dalla ricorrenza di identiche sequenze foniche ai confini
esterni della frase (rima)
→ tendenza a modulare la sintassi volgare sui procedimenti della prosa latina ciceroniana → l’architettura
complessa del periodo albertiano rappresenta per il suo sperimentalismo latineggiante la max
espressione esercitata dalle strutture latine sulla sintassi del volgare → BILINGUISMO ALBERTIANO dato
da fenomeni tipici d’interferenza sintattica tra latino e volgare che è confermato nei Libri della famiglia:
a. all’elaborazione stilistico-retorica esemplata su modelli classici (sintassi del periodo) corrisponde,
sul lato della fonomorfologia, un adeguamento della lingua all’uso colto fiorentino del primo
Quattrocento (passaggi di forme non toscane a esiti del fiorentino colto come il condizionale saria
sostituito da sarebbe, escludendo il ricorso a forme popolari)
b. la presenza del modello latino è pervasiva in tutti i livelli non strettamente sincronico-
grammaticali e investe anche la scelta classicista di un genere tipicamente classico come il dialogo,
di cui i Libri della famiglia costituiscono il primo esempio umanistico in volgare → il genere dialogico
e l’aderenza formale al modello ciceroniano non sonsentono di stabilire connessioni con la
precedente prosa colta trecentesca (né quella di Dante o di Boccaccio costituiscono antecedenti)
→ nei Libri della famiglia c’è un tentativo di agganciarsi al modello ciceroniano per sfruttare
appieno le risorse sintattiche del periodare latino.
c. pluralità di stili → Alberti argomenta il suo progetto innovativo servendosi di 4 protagonisti:
Lionardo, Battista, Giiannozzo, Adovardo, ai quali è affidato il compito di orientare il tema di ciascun
libro: al variare del personaggio varia lo stile peculiare di ogni libro → adeguazione mimetica alle
modalità espressive di ogni personaggio (in assenza di un vero e proprio punto di vista dell’autore
nelle diverse e contrastanti posizioni assunte dai personaggi del dialogo)
d. lingua familiare e colloquiale dal punto di vista della sintassi (parlare più libero) piuttosto che
aderente alle reali abitudini linguistiche del fiorentino parlato quattrocentesco che costituisce
invece la base fonomorfologica della prosa.
e. substrato stilistico della prosa latina che opera sia a livello di organizzazione testuale sia nella
sintassi interna del periodo: Tendenza verso il latinismo sintattico in alcune parti ci sono periodi
complessi (tensione ipotattica) imitando uno stile oratorio formale → predilezione dell’ornatus
ciceroniano dato dall’uso della dittologia e delle interposizioni di elementi frastici nelle sequenze
nome-aggettivo o ausiuliare-participio passato che restituiscono la tipica faccia della frase latina.
f. TERZO LIBRO: in contrasto la sintassi del terzo libro (tema della masserizia) in cui la sintassi si fa
a misura del parlato nonostante conservi un certo rigore formale → si veda in questo senso il
richiamo alle scritture familiari nei consigli pratici del personaggio senza educazione letteraria
(Giannozzo) → il periodo si frantuma in tante piccole monadi senza connessioni a lunga distanza
con frasi lineari e progressione naturale dei componenti frastici. Si cerca un equilibrio tra modelli
classici e le scritture private in cui i moduli del parlato coevo sono riprodotti ad un livello di
simulazione dell’oralità e non accolti passivamente
g. la sintassi degli exempla attua procedimenti schematici della brevitas latina
h. altri moduli sintattici dei Libri della famiglia richiamano il modello latino: costrutto dell’accusativo
con l’infinito (dico di mangiare); giustapposizione tra verbo reggente e infinito (cercate abondare)
omettendo le parole vuote (preposizioni, congiunzioni, articoli) come è tipico del latino classico.

→ Il confronto con il latino ha determinato una razionalizzazione dei rapporti tra proposizione principale
e subordinata → la scelta della sintassi vicina al modello classico ha prodotto il rarefarsi di fenomeni
peculiari della prosa volgare antica (uso raro del participio passato assoluto e paraipotassi tipica del
medioevo limitata a occorrenze sporadiche nel terzo libro, più basato sull’oralità).
→ I Libri della famiglia non ispirano una tradizione di prosa colta in volgare ma costituiscono l’esperienza
più notevole di bilinguismo latino-volgare quattrocentesco, investendo in profondità le strutture volgari
→Procedimenti sintattici caratterizzanti la prosa del volgare dell’Alberti come esempio di
sperimentalismo linguistico del primo Quattrocento: raggiungendo in modo sperimentale la forma
classica della prosa latina (la sintassi albertiana) nei confronti della prosa coeva (come quella del Palmieri
influenzata dai modelli trecenteschi) si riflette in ambiti non linguistici, come l’architettura → in quanto
ricerca di una proporzione classica tra gli elementi compositivi.

6. Prosa scientifica
La mancanza di una prosa colta che si rifà allo sperimentalismo sintattico albertiano non ne diminuisce
l’importanza nella storia della lingua italiana del Quattrocento → l’inattualità del modello linguistico
albertiano già a fine ‘400 sono da imputare a:
1. ripresa di una tradizione letteraria toscana dei modelli stilnovistici senza impegnarsi nella prosa
argomentativa “civile”
2. Affermazione di un umanesimo volgare che additava nel Boccaccio la prosa e nel Petrarca la poesia
come canoni di una lingua letteraria in via di formazione

→ BEMBO: L’antilatinismo programmatico del Bembo segna dunque il discrimine tra la prima fase
dell’Umanesimo sperimentale latineggiante dell’Alberti (continuato dalla prosa polifilesca) e il ritorno al
modello linguistico del Trecento toscano come base per la codificazione grammaticale e la prassi
pessicografica cinquecentesco
→ Contributo albertiano: nella lingua delle opere tecniche alla formazione di una prosa e di una
terminologia volgari di carattere specialistico → i pochi volgarizzamenti trecenteschi di opere tecnico-
scientifiche dell’antichità non intaccarono l’assoluto predominio del latino nel campo della trattatistica
specializzata, che rimarrà fino al Settecento → solo col ritorno dell’interesse per l’antichità classica
dell’Umanesimo si iniziò a consolidare una nuova visione epistemologica che poneva le basi per una
riorganizzazione dei campi della conoscenza.
DE PICTURA → l’esperienza linguistica dell’Alberti in campo artistico-architettonico è interessante: la
doppia versione latina a volgare del trattato De pictura (capolavoro di auto-traduzione) e bifrontismo
latino-volgare) rappresenta un esempio tra i primi di prosa scientifica moderna sviluppata col recupero
umanistico della trattatistica specialistica latina, in particolare vitruviana → la natura bifronte del trattato
si manifesta negli ambiti reciproci dei 2 codici linguistici:
1. nella versione volgare l’interferenza col modello latino a livello di costrutti sintattici
e reggenze verbali
2. presenza di volgarismi nella stesura latina
→ ma soprattutto è l’organizzazione testuale che ricalca nella ricerca di una nitidezza espositiva
inconsueta al volgare, le procedure dimostrative della prosa tecnica vitruviana; moduli espositivi della
prosa scientifica divenuti consueti da Galileo in poi, cioè l’impiego premeditato di verbi-pilota che hanno
lo scopo di orientare il lettore sull’articolarsi del discorso scientifico facilitandone la comprensione
(piglieremo, esporremo…):
→ strategia retorica – controllo retorico dell’enunciato – che sostiene e direziona il ragionamento e gli
consente di progredire linearmente secondo la sequenza logica che va dal concetto noto a quello non
noto (che si avverte nell’uso della coppia verbale investigare/perscrutari che segnala la transizione
retoricamente controllata da un argomento al successivo, in un consueto modulo retorico del
ragionamento scientifico dell’Alberti, come diciamo/investighiamo, abbiamo trovato...
→ formule di raccordo che legano la progressione del ragionamento ad una porzione precedente del
discorso interrotta da una digressione, come: …ma torniamo in superficie
→ formule conclusivo-ricapitolative (abbiamo…mostro) che precede e si giustappone ad una formula
ingressiva (abbiamo a dire)
→ FINALITA DIVULGATIVA: intenzione di uscire dal circuito specialistico (terminologia matematica) per
soddisfare le esigenze di un pubblico più vasto → esigenza comunicativa che caratterizza la lingua tecnico-
scientifica dell’Alberti, mediante:
a. le perifrasi esplicative tratte dal linguaggio più usuale
b. la tecnicazione del lessico corrente
→ l’aderenza al modello vitruviano da una parte, la mancanza di una tradizione medievale dall’altra,
giustificano solo in parte l’innovazione della trattatistica albertiana che ha saputo creare ex novo
l’antecedente umanistico più rappresentativo della grande produzione scientifica sei-settecentesca.
CAPITOLO V

LINGUA D’USO E LINGUAGGI DELLA COMUNICAZIONE

1400 → incremento uso del volgare con finalità pratiche in ambiti comunicativi diversi come le
cancellerie padane, la predicazione religiosa, le corrispondenze private, le traduzioni di testi specialistici,
la trattatistica settoriale… → secolo delle libere esperienze del volgare che diviene più duttile e vario
nel lessico e nella sintassi aprendosi a nuove forme espressive e nuovi settori

→ il movimento umanistico rinnova il toscano letterario trecentesco con l’apporto del modello latino-
classico e apre al volgare spazi riservati al latino.

1500 → secolo della codificazione che regolamenta le molteplici forze propulsive dell’età umanistica

1. Formazione di lingue comuni regionali


Lo sperimentalismo latineggiante dell’Alberti rappresenta una produzione colta in volgare nel ‘400, che
però fuori dalla toscana si sviluppa con scopi pratici e strumentali: nei settori dell’amministrazione e degli
affari → la lingua strumentale usata a fini pratico-comunicativi e caratterizzata da tratti latineggianti (e
qualche toscanismo) e da tracce dialettali prende via via il posto del latino cancelleresco ed ecclesiastico
(medievale) fino ad allora unico strumento delle comunicazioni pubbliche. I motivi sono:
a. esigenza di comunicare in modo chiaro e diretto ad una popolazione anche non acculturata
b. lento abbandono del latino notarile screditato dalla cultura umanistica basata sul latino classico
→ ITALIA CENTRO-SETT: formazione di stati regionali intorno a centri politici come Milano, Venezia,
Genova, Mantova, Ferrara e Urbino, che adottano il volgare come lingua della cancelleria (burocratica)
favorisce la diffusione di una lingua comune dai tratti ancora ibridi ma depurata dai connotati più dialettali
e municipalistici → gli storici definiscono queste lingue sovradialettali con una fisionomia “comune” lingue
di koinè.
→ KOINè = termine dal greco antico per indicare una “lingua comune” letteraria usata dai prosatori d’età
ellenistica e imperiale diversa dalle 4 varietà dialettali del greco (eolico, dorico, ionico e attico) → nel
contesto linguistico italiano definisce una lingua prevalentemente d’uso non letterario con certa stabilità
che livella le particolarità dialettali su una base latina e, a volte, toscana → varietà sopralocale che si
estende in un territorio ampio caratterizzato da una frammentazione linguistica
Prima del Quattrocento, una koinè italiana fu la lingua siciliana letteraria alla corte di Federico II → ma si
preferisce definirla scriptae mettendo in evidenza il ruolo livellatore del mezzo scritto → al contrario, le
koinè regionali quattrocentesche ebbero riflessi sulla lingua parlata, producendo una lingua comune di
cui troviamo riflessi della fonetica e morfologia dei dialetti settentrionali odierni.
TRATTI LINGUISTICI DEI TESTI QUATTROCENTESCHI SCRITTI IN UNA LINGUA DI KOINè in 3 testi epistolari
della seconda metà del ‘400 (2 lettere informative dirette ai signori di Ferrara e Milano e 1 lettera di
raccomandazione a Francesco Gonzaga di Mantova scritta dal Visconti di Milano)
→ Essendo fenomeni di convergenza linguistica che segnano il superamento dei dialetti municipali
con finalità pratico-comunicative (diverse dalla standardizzazione in senso toscano o italiano che
avviene a partire dal ‘500 sulla spinta della codificazione grammaticale) si avvertono nei testi di
carattere pubblico o ufficiale dove il volgare a scopi comunicativi subentra al latino (documenti
notarili o cancellereschi, statuti, bandi, corrispondenze diplomatiche, informative per il principe) in
cui emerge un tentativo consapevole di lingua che si allontana dal dialetto per assumere una
fisionomia regionale o sovraregionale.
→ Gli spostamenti dei principi nei vari principati li costringe a adattare il loro volgare originario agli
altri, attenuandolo fino a farne uno strumento neutro e fruibile in ogni ambiente
→ patina latineggiante dei documenti quattrocenteschi avvertibile in una 1° lettera è il collante
attorno al quale si aggregano le tendenze centripete verso l’italianizzazione (latinismi e qualche
toscanismo)
1. le 3 lettere, al di là delle peculiarità individuali culturali di ciascun scrivente (habitus
cancelleresco della 1° lettera, lessico più eletto nella 3°) mostrano una veste linguistica
affine: l’ibridismo latino-volgare costituisce il fondo comune dei 3 testi mentre le
deboli tracce dialettali (cossa, cossì) scompaiono gradualmente nella 3° lettera.
2. Presenza dei latinismi (cancellereschi o umanistici) riguarda la realizzazione grafica
etimologica o paraetimologica (facto, nocte, proximo, notitia…) e le scelte lessicali
(coniuratione, subiectione) e alcune formule sintattiche della prassi scrittoria
cancelleresca.
3. Assenza di una standardizzazione delle caratteristiche grafico-fonetiche e
morfologiche che presentano oscillazioni tra forme concorrenti, in linea col latino, coi
dialetti o col toscano.
4. Una tendenza alle koinè sovramunicipali è fenomeno già visibile nei testi non
toscani del Due-Trecento creando una continuità con la standardizzazione linguistica
che avviene tra Quattro e Cinquecento nelle scritture pratiche delle cancellerie padane
→ la lingua cortigiana può considerarsi l’applicazione in campo letterario delle koinè
regionali (prima che l’opzione del toscano letterario si affermasse a inizio 1500 furono
scritte in lingua cortigiana grandi opere come L’Orlando innamorato del Boiardo e
l’Arcadia di Sannazaro) ma l’assenza di una norma stabile e di un modello linguistico
uniforme e prestigioso interruppero sul finire del Quattrocento una produzione
rimasta quasi totalmente ai margini della tradizione letteraria.
2. Oralità e predicazione religiosa
→ Comunicazione religiosa: tipica ricerca della comunicazione a un uditorio scarsamente acculturato:
necessità di una lingua comprensibile a tutti a scopo divulgativo, alle prese con le esigenze del vissuto
quotidiano e non direttamente coinvolta con la letteratura fine a se stessa ma dedicata alla ricerca intima
del contatto più diretto e intimo con l’uditorio adattandosi ad un livello medio di competenza linguistica
per non essere una “voce nel deserto” → lingua dei predicatori come uno dei primi esperimenti del
volgare come lingua pubblica
→ Il primo registro volgare predicatorio si forma nel Trecento ad opera degli ordini dei mendicanti
francescani e domenicani in Toscana → con Bernardino da Siena il sermone in volgare aquisisce uno
statuto autonomo.
“PREDICHE DEL CICLO SENESE”, 1427: trascrizione delle prediche come documento di lingua d’uso unico
→ tecnica omiletica (predicatoria) bernardiniana in cui spiccano i fenomeni tipici dell’oralità e una
riduzione a sermo humilis dei contenuti dottrinali delle sacre scritture (dirlo chiarozo chiarozo, “parla
chiaro!):
a. frequenti interiezioni, frasi esclamative e interrogative dirette testimoniano i tratti
prosodici a misura di parlato
b. iterazioni (ripetizioni) “a contatto” di elementi verbali
c. sintassi lineare e paratattica con frequenti incisi che frantumano il periodo e
riproducono il giro breve del parlato spontaneo, caratterizzato da riprese e ridondanze
con segnali funzionali (evitando legami a distanza) → ripetizioni di elementi frastici o
di intere frasi
d. fenomeni lucidi del linguaggio: giochi di parole, ecolalie, neoformazioni lessicali
e. onomatopee
f. simulazione dei procedimenti del parlato presente anche nella novellistica toscana
del Trecento ma che qui viene sfruttata per accattivarsi l’uditorio e non per sfoggio
linguistico
→ Prosa caratterizzata da strutture paratattiche, parallelistiche, iterative (ripetitive) della sintassi in
contrasto apparente con l’elitarismo latineggiante della prosa dell’Alberti → più che un contrasto si tratta
di un uso tattico della lingua → progetto linguistico del Bernardino (non meno colto dell’Alberti)
finalizzato a raggiungere il pubblico con una lingua più aderente al vissuto quotidiano → in questo senso
non si tratta di una lingua povera e rozza ma di una lingua in equilibrio tra gli eccessi del dialetto e la più
elevata prosa umanistica
3. La comunicazione epistolare

Accanto alle comunicazioni ufficiali e diplomatiche (primi tentativi di lingue strumentali sovraregionali)
prende corpo una copiosa produzione di lettere (familiari) private, riflettendo un allargamento della
pratica della scrittura a forme di comunicazione senza pretese letterarie o esigenze politiche.
→ si consolida una forma primaria di scrittura (accanto al ricordo scritto, al memoriale, al diario)
elaborando in volgare un peculiare registro o linguaggio della comunicazione privata (di cui si
conoscevano solo esempi illustri in latino)
→ Età COMUNALE : momento in cui la comunicazione epistolare si diffonde in modo massicico diventando
la scrittura-guida (forma scritta più praticata) → sviluppo della civiltà mercantile per cui si diffonde tra i
ceti intermedi un uso scritto in volgare, specie in area centrale e in Toscana → lettere dei mercanti-
scrittori altamente rappresentative di questo campo di applicazione del volgare, comprendendo:
1. lettere mercantili (pratiche)
2. lettere familiari (private)
→ spesso nelle lettere d’affari si affianca la nota di vita privata, come uno spiraglio in cui emergono le
preoccupazioni del vissuto familiare
→ legame tra produzione “privata” con la comunicazione orale anche se ovviamente la componente di
oralità spontanea è stemperata dall’esercizio della scrittura e le strutture del parlato filtrano solo ove
concesso e quando si grammaticalizzano, cioè dove trovano un’adeguata espressione nel codice formale
della scrittura.
→ STESURA FEMMINILE della produzione delle scritture private a ribadire il carattere intimo della prosa
domestica

73 LETTERE AI FIGLI DI ALESSANDRA MACINGHI STROZZI (1447-1470) → nobildonna fiorentina alle prese
con le sorti economiche della propria casata.
→ Testo della lettera scritta ai figli Filippo in occasione della morte del fratello Matteo
→ Patina omogenea dell’epistolario in un fiorentino colloquiale tipico dei documenti
privati
→ caratteristiche macrosintattiche e retorico-testuali delle lettere:
a. sintassi paratattica: frasi articolate in una sequenza coordinativa senza subordinazioni
con nessi giustappositivi come il che polivalente (congiuntivo) che porta dalle strutture
ipotattiche verso la paratassi e la coordinazione (tendenza ad allineare segmenti
frastici) → cortrutti ad incastro dove le subordinate sono raccordate da segnali di
richiamo secondo un procedimento di sovrappiù grammaticale (che….che…) tipico
dell’oralità.
→ lingua non piatta: le strutture paratattiche conferiscono vivacità e vitalità senza
togliere cura e formalità segno di una tradizione toscana di dettar lettere tramandato
di generazione in generazione e che contava su:
a. formule retoriche (polisindeti, strutture binarie, dittologie sinonimiche)
b. formule testuali non letterarie ma tipiche della consuetudo dello scrivere corretto
c. partizioni canoniche di organizzazione testuale (saluti, esordio, narrazione,
conclusione)
d. formule d’ingresso e di conclusione legate al genere epistografico e al registro
comunicativo

→ Approssimazione alla lingua d’uso e formule retorico-testuali del registro colloquiale caratterizzano
l’epistolario della Macinghi Strozzi che resta un documento eccezionale di lingua in presa diretta →
messinscena del quadro familiare dove la lingua si fa strumento di comunicazione di affetti:
a. pathos delle interrogative retoriche (prosa emotiva di Santa Caterina)
b. descrizione di avvenimenti minimi
c. pronuncia infantile del nipotino Alfonso

4. Linguaggi scientifico-enciclopedici e traduzioni

→ Medioevo: opera di volgarizzazione medievale: adattamento alle strutture del volgare i contenuti e la
forma testuale del modello, contaminandolo e riscrivendolo attraverso le conoscenze del proprio tempo
producendo una copia lontana dall’originale
→ Umanesimo: traduzione di testi antichi latini di ambito tecnico-scientifico o enciclopedico con
attenzione filologica all’opera da tradurre (piano storico-linguistico e semantico del lessico di partenza)
→ modo di tradurre vicino ai canoni scientifici di “corretta traduzione” inizialmente dedicato alla
traduzione dei testi greci in latino e solo a fine secolo dal latino al volgare → il problema umanistico del
tradurre è teorizzato da Leonardo Bruni nel De recta interpretatione (1420).

→ NATURALIS HISTORIA di Plinio tradotta da Cristoforo Landino (1476): traduzione in volgare più
importante del periodo per la valorizzazione del volgare fiorentino a fini politici (progetto mediceo):
a. messo in pratica il precetto di “derivare e condurre del nostro idioma” vocaboli
neologici del settore scientifico-enciclopedico non attestati nei volgari medievali,
allargando il patrimonio lessicale
b. PROEMIO: l’autore da indicazioni importanti circa il metodo di traduzione: numerosi
tecnicismi settoriali di Plinio (agronomia, botanica, zoologia, astronomia) entrano per
la prima volta nel lessico volgare
SCIENZE MEDICHE→ Nelle traduzioni quattrocentesche di testi tecnico-scientifici un discorso a parte è
quello delle opere del settore medico in cui le traduzioni in volgare riguardano testi in latino medievale e
non classici, in cui il lessico del traduttore documenta la formazione di una terminologia specialistica
medica in rapporto con la lingua comune
- famosa la traduzione dell’Anathomia a capite usque ad pedes di Mondino del Liucci) → qui già sono
presenti molti termini specialistici che si pensava fossero entrati nel volgare solo qualche secolo più tardi,
nel Seicento (aorta, chilo, intestino, esofago, femore, pleura, retina, trachea, vertebra…)

SCIENZA MATEMATICA → formazione in epoca umanistica di un’autonoma scienza matematica su basi


moderne.
- Summa de Arithmetica Geometria Proportioni er Proportionalità di Luca Pacioli (1494): summario di
matematica generale che abbraccia la scienza matematica da Euclide al Fibonacci che si colloca nel
rinnovamento umanistico della cultura tecnico-scientifica legato alla riscoperta dei trattati classici e
favorito dalla rivoluzione tipografica che diffonde le opere a un pubblico più vasto.
a. rompe con la tradizione medievale dei manuali di aritmetica pratica (abachi o
algoritmi) connessa alla domanda di strumenti tecnici da parte della classe mercantile
e finalizzata ad addestrare i mercanti e servirsi dei numeri nella loro quotidiana pratica
di lavoro → l’opera fa parte della trattatistica scientifica vera e propria proponendosi
di divulgare per mezzo della stampa la geometria euclidea in volgare ad uso letterario
e volgare (cioè per intellettuali ma anche per tecnici e mercanti).
b. introduce una terminologia settoriale di matrice greco-latina ignota ai volgari
medievali fissando su larga scala il lessico settoriale della matematica: codifica
tecnicismi classici a scapito dei corrispondenti volgari medievali: angolo per cantone,
sfera per palla, lato per costa… → termini tecnici della geometria e matematica
moderna trovano qui la loro prima attestazione (cono solido, tangente, superficie,
basale, binomiale, quadrinomio, equiangolo…)
CAPITOLO VI

LA LINGUA LETTERARIA ALLA FINE DEL QUATTROCENTO

→ L’Umanesimo, nella sua prima fase, favorì l’applicazione del volgare alla prosa civile o trattatistica
scientifico-enciclopedica dando meno spazio ai testi letterari in prosa o poesia
→ Ultimo trentennio del Quattrocento: ripresa letteraria del volgare in tutta la penisola (risveglio) →
poesia e prosa narrativa si rifanno nei paradigmi linguistici ai modelli del Petrarca e Boccaccio, ma anche
del Sacchetti nella novellistica → esperienze ancora regionali ma avviate alla standardizzazione toscana.
→ IL VETTORE LETTERARIO nella 2° metà del 400 è il polo attorno al quale si forma una prima incipiente
norma linguistica che riduce le spinte centrifughe degli idiomi locali → si
tratta di una tendenza alla standardizzazione già presente nelle scritture
pratiche delle koinè regionali, non omogenea nelle sue realizzazioni e non
codificata grammaticalmente (cosa che accadrà solo nel 500) ma basata su
esempi-modello (come gli autori toscani del 300) → si respingevano scritture
avvertite coscientemente come inferiori a livello sociolinguistico, come la
letteratura dialettale subalterna.
2° metà del 400 → INVENZIONE DELLA STAMPA A CARATTERI MOBILI permette la diffusione dei primi
libri riprodotti serialmente non più scritti a mano, favorendo:
- allargamento utenza libraria
- standardizzazione della lingua con la richiesta dei tipografi di norme precise per la
composizione
- aumenta l’attenzione sul testo scritto e sulla lettura individuale
- diffonde le lingua degli scrittori-modello con la stampa delle prime opere – le poesie
del Petrarca, il Decameron, la Divina Commedia – catalizzatori alla costruzione di una
norma letteraria.

1. Modelli toscani

Ambiente mediceo-laurenziano → valorizzazione della tradizione poetica e linguistica toscana dallo


stilnovismo alla produzione contemporanea
Raccolta aragonese (1477) → raccolta di più autori (antologia, silloge) che stabiliva il canone letterario
toscano fondato non solo sui grandi trecentisti ma anche su poeti di corte
medicea → documento del progetto politico-linguistico di espansione del
modello toscano-fiorentino
→ Accompagna la lettera di Poliziano indirizzata a Federico d’Aragona, che
difende il primato del toscano come volgare-guida della letteratura e pone
le sue basi come lingua comune oltre i suoi confini geografici.
→ Toscano come lingua non dialettale ma già consapevole delle sue
potenzialità migratorie e unificatrici perfezionando l’opera avviata dei
trecentisti → s’avvia un processo di toscanizzazione della letteratura non
toscana in tutto il territorio con modalità specifiche.

Poesia toscana tardo-quattrocentesca (dei poeti laurenziani come Lorenzo de Medici, Poliziano, Pulci:
→ accoglie liberamente le innovazioni del volgare contemporaneo affianco
a forme della tradizione poetica antica (sicula, provenzale) e a latinismi
umanistici.
→ Nella morfologia verbale vi è aderenza all’uso linguistico coevo vivo, che
segna il maggior distacco dal modello trecentesco, più vicine all’italiano
moderno (come “io andavo” anziché “io andava” trecentesco poi
riaffermato col Bembo fino al Manzoni).
→ Nella morfologia dell’articolo usano le forme vive el, e preferite a il, i
→ Nei possessivi plurali il tipo letterario tradizionale miei, tuoi, suoi alterna
col tipo fiorentino vivo mia, tua, sua
→ Esclusione di fenomeni sociolinguistici avvertiti come “bassi”, come
parte di una selezione grammaticale, una norma alta letteraria (come
ghiusto per giusto, sugghietto per suggetto…) così come le assimilazioni
popolari (mandallo per mandarlo), il passaggio di v in b (boce), il -gli plurale
di -llo (fratello-frategli) della poesia popolare

INFLUSSI:
FORME ARCAICHE: Il recupero dello stilnovismo e della tradizione prepetrarchesca comporta la presenza
di forme arcaizzanti come gli astratti in -anza e -enza, già molto limitati in Petrarca.
LATINO: amplia il repertorio lessicale con parole dotte e semantico (raccogliendo la tendenza umanistica)

ESPERIENZA DEI POETI LAURENZIANI: la grande tradizione letteraria ha posto i poeti toscani della corte
medicea in una posizione privilegiata → eredi di una lingua e letteratura già “classica” e imitata fuori
toscana, i laurenziani saldarono l’esperienza trecentesca con la nuova sensibilità umanistica dando vita ad
un modello linguistico-letterario più duttile e raffinato di quello petrarchesco, caratterizzato da una
maggior incidenza del latino e del latinismo (semantico e lessicale) → il recupero della lezione
petrarchesca e la tendenza ad un classicismo volgare avverso al latinismo, avvenuto nel primo 500
hanno tolto ai poeti laurenziani il ruolo di modelli di lingua e letteratura che potenzialmente erano in
grado di svolgere
2. Modelli settentrionali
Se un fattore decisivo per la diffusione di un modello linguistico sovraregionale nella 2° metà del 400 è
dato dalla produzione letteraria di ispirazione petrarchesca – il Canzoniere rappresenta un paradigma
letterario di temi, forme metriche e lingua – ricongiungendosi a tale tradizione lirica diversamente dai
poeti medicei, la poesia lirico-amorosa delle corti settentrionali costituisce un tentativo sperimentale di
una lingua comune coscientemente allontanata dal dialetto locale ricorrendo al toscano letterario
trecentesco e al latino.
→ si parla di ibridismo linguistico per definirne il carattere non omogeneo e sperimentale
→ tuttavia presenta tratti linguistici costanti, come:
- uso di varianti fonetiche e morfologiche toscane per mascherare le forme locali (tentativo di
sprovincializzare le lingua e avvicinarla ad esiti comuni e sovraregionali di koinè)
- DUBBIO: le forme locali rappresenterebbero, dunque, un ingrediente inerziale
nell’avvicinamento al toscano o un ingrediente intenzionale per un modello italiano alternativo
al modello dominante trecentesco? → è che il volgare letterario del 400 è ancora una lingua
sperimentale non ancora fissata a norme precise ma che assimila i modelli letterari toscani
attraverso la lettura, di modo che il Petrarca è un modello linguistico artificiale e non
sistematico (implicando incertezze per il lettore non toscano).
FERRARA → Centro più importante nella formazione di una koinè padana in letteratura
→ Esempio + significativo dell’acquisizione della cultura linguistica toscana: Matteo Maria
Boiardo, la cui koinè padana subisce gli influssi del toscano letterario petrarchesco e del latino
(latinismo umanistico) → soprattutto nei componimenti del Canzoniere (Amorum Libri), più che
nel poema epico cavalleresco (Orlando Innamorato) tipicamente cortigiano legato a tradizioni
autoctone.
→ Amorum Libri: rappresentante della produzione petrarcheggiante tardoquattrocentesca
delle corti padane: apporto dialettale limitato nel lessico ma espressivo nella fonetica e
morfologia (soprattutto quando coincide col latino). La pressione del volgare locale diminuisce
quando coincidono gli esiti tra latino e toscano (in forme anafonetiche). L’oscillazione testimonia
un accoglimento non ancora sistematico del toscano.
→ Nel lessico valgono le stesse considerazioni dei poeti medicei: il latinismo lessicale è un
fenomeno generale della cultura umanistica ma è sicuramente meno accentuato nella poesia
(su cui pesa una tradizione volgare toscana) che nella prosa, priva di modelli trecenteschi
ugualmente potenti (scarso ancora l’influsso del Boccaccio).
- La giustapposizione di moduli lessicali petrarcheschi (toscano-letterari) e latineggianti
interessa tutta la produzione lirica quattrocentesca al di là della regione → il latinismo diventa
un serbatoio al quale gli autori attingono in carenza del vocabolario locale, in modo da evitare il
dialettismo e nobilitare il lessico come forma italiana sovraregionale.
- Tra i latinismi boiardeschi di diffusione umanistica, come tentativo di oltrepassare il
vocabolario petrarchesco, citiamo: adusto per nero, bruciato, atroce per crudele, concetto per
creatura, parto.
- Dei pochissimi dialettismi presenti con aspetto toscano citiamo: risoro per conforto, invoglia
(avvolge) è l’adattamento toscano del ferrarese invujar…

3. Modelli meridionali
2° metà 400 → Sud (NAPOLI) presso la corte aragonese → diffusione di una lingua comune letteraria
dove il dialetto locale si stempera nel contatto col latino e col toscano letterario: come
al nord la lingua della poesia lirica fornisce il campione di un volgare letterario affrancato
dal dialetto, a modello di Petrarca → anche qui il petrarchismo non si limita
all’assunzione di schemi metrici e motivi retorici ma diventa un fatto linguistico
→ Il ricorso a tratti dialettali viene limitato ai componimenti popolareggianti e non
influisce nelle poesie di stretta osservanza petrarchesca
ESEMPIO
Sonetto di Pietro Jacopo De Jennaro (autore controllato lignuisticamente e impegnato nella
sprovincializzazione del volgare locale)
→ Veste linguistica omogenea, orientata ad una lingua letteraria dal vocabolario aulico comune e
standardizzato attinto dal modello petrarchesco (alma), assenza di dittonghi (more anziché muore) e
riflessi del latino (mundo) → proiettato verso una lingua poetica unitaria
→ uniche tracce dialettali si trovano in quillo e fiuri (metafonia di e od o toniche condizionata da -i e -o
finali come tratto più mantenuto dagli scrittori meridionali)

CONFRONTO TRA IL SONETTO DI DE JENNARO E UNO DEL BOIARDO:


Comunanza di temi amorosi, di forme metriche, di vocaboli latineggianti o del repertorio petrarchesco o
prestilnovistico → lingua del testo verso una realizzazione standardizzata; una lingua poetica comune da
cui continuano ad emergere deboli tracce locali, confinate alla fonetica
4. Prosa ultraumanistica

PROSA del ‘400 → predominio del modello latino-umanistico


Con l’Alberti inizia a modellarsi la sintassi sul latino classico → imprinting umanistico che condiziona le
scritture letterarie compresa la tradizione novellistica che si accosta al filone popolare mantenendo tratti
idiomatici locali per dare vivacità realistica alla lingua
CORTI PADANE → intensificazione della produzione in prosa colta dal carattere latineggiante che
degenererà nel volgare pedantesco nel 500 → pi`] che esempi marginali si tratta di un nuovo tipo di
letterarietà dalla vita effimera destinato a decadere in qualche decennio con l’avvento del canone
antilatino e filotoscano sostenuto dal Bembo
Di queste esperienze prosastiche di tardo400 segnaliamo 2 romanzi-fiume affini per tema e lingua:
1. HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI di Francesco Colonna (“battaglia d’amore in sogno di Polifilo”)
2. PEREGRINO di Jacopo Caviceo

Nel primo (1):


- il ricorso al latino è più marcato soprattutto a livello lessicale dando un tono artificioso al testo
- Il modo di costruire la frase è ricalcato sul latino classico
- si notano fenomeni perturbatori nell’ordine delle parole: verbi posti in chiusura di frase o di periodo;
sequenza ausiliare+part.pass. invertita; intersezione di elementi frastici che interrompono la linearità
sintattica; omissione di parole vuote che aumentano la densità semantico-lessicale del testo (quasi
barocca)
- i latinismi frequenti creano un’aurea di iperclassicità

Nel secondo (2):


- Meno latineggiante nel lessico e nella costruzione sintattica
- lingua semanticamente meno complessa a tendenza paratattica e la brevilineità della struttura frastica
(prosa più breve e spedita): sintassi più lineare rendendo la prosa più leggibile per un lettore moderno,
con uso di parole vuote per rendere più espliciti i rapporti sintattici
- non mancano comunque latinismi, inversioni sintattiche, rinvii alla classicità arcadica per mezzo
dell’onomastica mitologica
- medietà prosastica tra latino e volgare che resta un esempio della lingua cortigiana, cioè dell’applicazione
in letteratura della koinè sovraregionale
5. Dialettalità subalterna
Nel Quattrocento, la poesia petrarchista impone un codice linguistico unitario → per questo motivo il
petrarchismo quattrocentesco è anche un fenomeno linguistico oltreché stilistico: la matrice toscana
letteraria si integra con le tradizioni regionali e partecipa alla formazione delle lingue letterarie che
riducono al minimo la componente dialettale, sulla quale si erano formate le koinè regionali nelle scritture
di carattere pratico → i tratti morfologici locali sono ora consapevolmente azzerati in prol di una lingua di
registro “alto” distante dalle realizzazioni letterarie “basse” coinvolte col realismo quotidiano.
→ si tratta di registri diversi (alto-basso) che spesso appartengono agli stessi autori danno vita a fine 400
ad una prima cosciente divaricazione tra gli impieghi del codice letterario e il volgare locale.
DOPPIO ESEMPIO di Lorenzo de Medici
Sonetto come espressione di una lingua letteraria alta modellato sullo stilnovo e sul Petrarca in cui le
caratteristiche della donna sono evocate e non descritte fisicamente, per mezzo di un lessico
standardizzato (gli occhi belli, la bella bocca, la candida man…) che discende dai modelli prestigiosi
Nencia da Barberino: poemetto in ottave in cui vi è la descrizione realistica della donna amata, con più
forte connotazione dialettale, per mezzo di una “lingua rusticale” che traspone il dialetto fiorentino per
rendere più credibile il monologo del suo personaggio → esperimento di dialetto contadinesco con tratti
linguistici tipici, come:
- raddoppiamento fonosintattico (né ttanto, che sson) con connotazione popolare
- preposizione “de” per di
- uso delle proclitiche (se, me, ce, te..)
- uso di verbi popolari, di diminutivi espressivi (trecce biondelline, dolce paroline) e
di lessico realistico

OPPOSIZIONE CITTÀ/CAMPAGNA della poesia rusticale toscana di fine 400 → diventa contrasto tra 2
codici linguistici: LINGUA LETTERARIA/DIALETTO RUSTICO avvertito a partire dalla consapevolezza di una
lingua letteraria di carattere unitario
→ si costituisce una letteratura dialettale subalterna distante dalle forme espressive del petrarchismo
linguistico (ben lontano dal filone della parodia dialettale o della dialettalità riportata)
→ SI percepiscono ora più che mai dislivelli interni tra cultura egemonica (elitaria, depositaria della
tradizione letteraria) e le culture subalterne (mondo rurale, culture urbane marginali) che continuano a
esprimersi col dialetto locale.
→ La presenza di una norma implicita nata con l’adesione spontanea alla norma linguistica più prestigiosa
giustifica gli esperimenti quattrocenteschi di dialettalità subalterna (continuati anche dopo) non limitati
solo alla toscana ma laddove si costituivano modelli dominanti di espressione letteraria.
ESEMPIO DELLA CORTE ARAGONESE dove il modello petrarchesco aveva stabilizzato una koinè letteraria
distante dal dialetto locale → poeti come De Jennaro e Sannazaro alternarono a versi in lingua
composizioni di carattere popolare in dialetto napoletano (gli gliommeri, tipiche forme poetiche
napoletane in endecasillabi in rima col primo emistichio del verso successivo del 400-500) in cui si
manifesta la consapevole riproduzione de dialetto parlato dagli strati sociali inferiori della città → il codice
sociolinguistico più basso (dialetto plebeo urbano) si contrappone al codice aulico della lingua letteraria e
i 2 codici possono anche coesistere all’interno dello stesso gliommero.
ESEMPIO: “Eo non agio figlio né fittigli” (non ho figli ne guai), GLIOMMERO di DE JENNARO (titolo
proverbiale che rappresenta il monologo-caricatura di un personaggio dei bassifondi, un sarto sorpreso a
defecare in un vicolo e messo in fuga da un gruppo di megere)
→ il confronto tra dialetto dello gliommero e la lingua letteraria del de Jennaro petrarchista dà la distanza
tra 2 codici che sembrando muoversi in direzioni opposte: verso la deriva della dialettalità parlata (appena
trattenuta dalle resistenze della scrittura) e verso la codificazione di un vocabolario standardizzato
(elitario, letterario, sovraregionale) per sua natura poco aperto alle sollecitazioni “dal basso”.
CAPITOLO VII

IL PROBLEMA DELLA NORMA DEL CINQUECENTO

1. Fattori di unificazione: la stampa e le revisioni editoriali (p.189)

STAMPA ➔ prima standardizzazione degli usi linguistici nei testi letterari: la lingua si depura du
particolarità locali in un processo lento e non pianificato almeno fino a inizio del ‘500,
quando la correzione si farà più consapevole e la revisione editoriale sarà affidata a letterati

➔ nuovo criterio di leggibilità: Il testo si fa più leggibile per tutta una serie di accorgimenti
grafico-editoriali: l’ortografia moderna tipografica risponde ad una nuova esigenza di
normalizzazione della veste linguistica di stampa:
- elimina segni diacritici e fenomeni superflui della scripta medievale
- si serve di indicazioni paragrafematiche (interpunzione, separazione delle parole,
accenti, apostrofi)

➔ Regolarità seriale data dalla tecnologia del mezzo che contribuisce alla diffusione della
nuova impaginazione del libro più vicino a come lo concepiamo oggi

ESEMPIO

Differenze del profilo ortotipografico tra un libro di fine 400 e uno del 500: esempio di 2 edizioni del
sonetto voi ch’ascoltate in rime sparse il suono dal Canzoniere di Petrarca (Rerum Vulgarium
fragmenta)

1. Versione del 1478 (Ed. del Filelfo)

- Caratteristiche di un “testo di passaggio” segnato da tratti tardomedievali: formato grande,


grafia gotica, lettere capitali miniate su fondo dorato

2. Versione del 1501 a cura editoriale del Bembo (stampa aldina, di Aldo Manunzio)

- formato tascabile
- caratteri corsivi nitidissimi (famoso carattere corsivo aldino) che stilizza la scrittura
cancelleresca chiamata italics dagli inglesi (grande impatto europeo di questo stile tipografico)
- segni paragrafematici nuovi e diversi dalla edizione 1: criteri d’interpunzione (virgola per
pausa debole e “;” per pausa media) al posto dei due punti per la pausa breve e medi e il
trattino soprascritto per i compendi di lettere, di elisione (apostrofo) e di accentazione (“è”
verbo) pressoché definitivi che fissano la norma ortografica dei testi moderni.

1502: Bembo cura l’edizione della Commedia dantesca (Le terze rime) usando gli stessi criteri ortografici
già provati nell’edizione di un suo testo latino → tali innovazioni si basarono su manoscritti greci che
circolavano nella tipografia aldina (per apostrofo e accento grave)
Il Bembo stesso modifica i suoi criteri in edizioni successive:

- Il “;” davanti al che pronome relativo (voi; ch’ascoltate) sotituito dalla semplice virgola
- L’accento grave per la 3° P del verbo essere (è) si estende come segnale di accento
tonico in finale delle parole ossitone (pietà)

Per l’edizione del Petrarca (“PETRARCA ALDINO”), il Bembo visiona il codice autografo Vaticano Latino
3195, che influì nelle sue concezioni di lingua letteraria
Implicazioni letterarie del Petrarca aldino:
➔ Testo-guida che fissa il canone linguistico petrarchesco del 500 (distanziandosi dalle
esperienze petrarchesche del 400)
➔ Fissa una norma di lingua colta che si rifà al toscano letterario del 300 nella sua più
autentica facies linguistica (lingua esemplata sul fiorentino degli autori del 300 → le
forme fiorentine letterarie sostituiscono le varianti loclai o latineggianti sia nella
fonomorfologia che ne l lessico: te → ti, nelo → nel, sopto→ sotto…)

nasce una
filologia dei testi volgari
Officina tipografica elementi decisivi
che sarà alla base delle
e opera dei revisori → per la storia dell’italiano →
grammatiche
cinquecentesche

Le revisioni editoriali dei primi anni del 500 affidate a letterati umanisti (Bembo, Summonte) non hanno
un carattere sistematico limitandosi spesso a correggere l’aspetto linguistico ibrido del testo-modello
senza una linea di condotta omogenea… → salvo il petrarca aldino (basato su codici autorevoli e
sull’originale) la mancanza di una codificazione grammaticale (specialmente nella prosa) lasciava spazio
all’intervento personale e ogni scrittore, specie se non toscano, era costretto a costruirsi la propria
lingua a tavolino con inevitabili incongruenze → per questo il toscanismo tendenziale conviveva con esiti
regionali o latineggianti, in una prassi letteraria polarizzata attorno a centri-koinè letterari di prestigio.

ESEMPIO: Asolani del Bembo → caso esemplare di auto-revisione editoriale


→ Opera composta e manoscritta alla fine del 400 (autografo legato alla cultura
linguistica della koinè settentrionale)
→ Edizione del 1530: ritocchi fono-morfologici che documentano la lenta e
progressiva conquista di una lingua ancorata ad una norma arcaica (fiorentino colto
trecentesco) che sarà fissata in regole dallo stesso Bembo nel 1525 con le Prose della
volgar lingua.
2. Discussioni sulla norma
1520-30: “LA QUESTIONE DELLA LINGUA”: dibattito sulla norma linguistica del volgare letterario che
coinvolge gli intellettuali del tempo: trattati, dialoghi, libelli polemici che difendono posizioni e riflessioni
non tanto sull’uso della lingua letteraria, quanto sulla lingua ideale della letteratura alla base delle
operazioni dei singoli autori → non si tratta quindi di testi normativi in senso stretto ma piuttosto di
posizioni teoriche (dalle quali, magari, si fa dipendere una parte grammaticale ribadendo il nesso tra
speculazione e normativa linguistica)
Correnti principali (scalate nel tempo e non direttamente interagenti):
1524: Epistola de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana del Trìssino (trattatello
ortografico) segna l’inizio ufficiale del dibattito sulla lingua
→ L’interesse teorico di inizio 500 sul volgare letterario dipende da:
1. la moda del fiorentino trecentesco sostenuta dal Bembo e dalla sua attività di editore-autore
sia di testi canonici del 300 (Petrarca e Dante aldini) sia di opere esemplate intenzionalmente
sulla lingua dei grandi trecentisti toscani (come Gli Asolani che aderiscono alla prosa del
Boccaccio maturo)
2. La reazione alla scelta di una lingua arcaizzante (modello trecentesco) lontana dai modelli di
lingua comune, letteraria e non, che si erano formati in tutta Italia, diede vita alla Corrente
“cortigiana” o “italianista”.

A. CORRENTE “CORTIGIANA” O “ITALIANISTA”


Sostenitori di un’ipotetica lingua cortigiana (cioè delle corti) che coincide con le realizzazioni delle varie
koinè di fine 400 → è “ipotetica” nel senso in cui non esistono documenti che riflettano in maniera
organica un codice linguistico cortigiano (comprendendo anche la produzione poetica petrarchesca
tardoquattrocentesca più unitaria della prosa) → non presentano insomma tratti linguistici
caratterizzanti e omogenei ma risentono dell’ibridismo latino-volgare della tradizione colta del secolo
precedente, soprattutto in prosa (opere di fine 400 - inizio 500 in assenza di un modello normativo
egemone) → la mancanza di un codice linguistico unitario però non impedì ad alcuni letterati del tempo
di farsi portavoce di posizioni che possono essere incasellate in questa corrente.
- Libro de natura de amore (1508) di Mario Equicola (segretario alla Corte Pontificia): opera più
rappresentativa della foggia linguistica cortigiana:
a. nella dedicatoria si sintetizzano le idee e la prassi linguistica della “lingua cortesana romana”
che è segnalata come varietà colta del volgare degli ambienti curiali romani in contrasto col
modello fiorentino degli autori trecenteschi.
b. Sono presenti caratteristiche tipiche delle koinè quattrocentesche come: uso di latinismo
grafico-fonetico (non solo investe l’aspetto grafico delle parole ma la loro pronuncia)
c. L’autore mira a proporre un consapevole e esplicito modello alternativo al toscanismo
arcaizzante degli Asolani del Bembo e al fiorentino quattrocentesco (del Pulci, per esempio) in
sostegno di una lingua che evita il ricorso a forme antiquate o a modi popolari (diverge dal
“ignorante vulgo” per eleggere il “bel parlare” urbano)→ rifiuto di toscanismi arcaizzanti come la
forma dittongata luogo per loco, o morfologici come eglino per essi, o lessicali come guari per
molto, Iddio per dio.
→ Lingue-Koinè del primo 500 tipiche delle corti italiane (soprattutto settentrionali) in contrasto con
l’opzione arcaico-toscanizzante del Bembo → codici nati dalla convergenza linguistica su base toscano-
latineggiante calibrati e duttili alle esigenze comunicative e pratiche più che letterarie → USO
CORTIGIANO
- Cortegiano (1528) di Baldassarre Castiglione → ideale di una lingua letteraria (lingua italiana) formata
da materiali eterogenei trova qui l’affermazione più prestigiosa in linea con l’elitarismo umanistico-
rinascimentale e il rifiuto di ogni “affettazione”. Dice il testo: è lecito porre termini italiani d’altre parlate
oltreché toscana, (come accade per la frammentazione linguistica in Grecia), su basi di regole
grammaticali per farne risultare una lingua che si potrà dire “italiana” comune e colta e abbondante di
termini)
a. ideale “italianista” nel modo in cui si apre a molteplici compromessi coi volgari toscani e non. La
base della lingua comune è il toscano con le sue regole grammaticali ma solo in quanto tali regole
e scelte lessicali siano confermate su scala sovraregionale → rifiuto degli arcaismi toscaneggianti
e del toscano contemporaneo così come del latino oltranzistico quattrocentesco
b. manca una tradizione di classici (quella degli autori trecentisti toscani non basta
c. Koinè greca come esempio illustre si lingua comune fondata su basi letterarie (analoga la lingua
poetica dei siciliani, non a caso “Lingua cortigiana”)

TRÌSSINO → Letterato vicentino ellenofilo e MAX esponente teorico della corrente italianista del primo
500
Isola 2 momenti significativi:
1. Riscoperta e traduzione in “lingua italiana” del De Vulgari eloquentia
2. Immissione del trattato di Dante nel dibattito primo500 attraverso il dialogo Il Castellano (1529)
rendendolo attuale e funzionale alla propria teoria (x esempio traducendo vulgare curiale con
lingua cortigiana e vulgare latinum con volgare italiano) → il “volgare illustre” è identificato
con la lingua cortigiana che non si identifica con nessuno dei singoli volgari locali ma una
rappresentazione più prestigiosa
→ L’idea di un volgare illustre (già problematizzato da Dante) rappresenta un’utopia linguistica su cui
Trìssino costruisce la propria posizione teorica:
→ ipotesi di lingua letteraria pancronica: in questo senso il canone dei boni auctores del Castellano è
molto più allargato che nelle Prose del Bembo, prevendendo un blocco italianista che salda siciliani,
lingua lirica toscana di 200 e 300 e gli autori moderni non vernacolari
→ modello grammaticale eclettico dove forme antiche coesistono con esiti coevi
→ Grammatichetta (1529) di Trìssimo: accosta forme italiane e toscane nel tentativo di normalizzare la
spiccata polimorfia dell’italiano cortigiano e di conferirgli uno statuto autonomo dalla scelte arcaizzanti
del Bembo e da quelle contemporaneiste dei toscano-fiorentinisti (è nella morfologia verbale che le
forme italiane più contrastano con quelle toscane)
B. CORRENTE “TOSCANO-FIORENTINISTA”
REAZIONE FIORENTINISTA all’appropriazione di Trìssino delle tesi dantesche in favore della corrente
italianista → reazioni polemiche degli autori fiorentini o toscani che trovano limitato il ruolo storico del
fiorentino nella costruzione della lingua letteraria comune
→ Discorso intorno alla nostra lingua (1524) di Niccolò Machiavelli ribadisce il primato del volgare
fiorentino sugli altri idiomi e lingue cortigiane in nome del concetto di “naturalità” della lingua
fiorentina viva e parlata che da sempre è stata modello per gli autori che hanno scritto in volgare con fini
letterari (rifiuta la paternità dantesca del De Vulgari e l’interpretazione italianista del Trìssino)
a. Importanza ai fenomeni grammaticali che avvallerebbero la matrice fiorentina dell’italiano
letterario distaccando particolarità fonetiche o fonomorfologiche (pronuncia e accenti) che
farebbero del dialetto fiorentino un modello egemone su basa linguistica (es: il fiorentino fa
cadere le parole su vocali mentre le lingue settentrionali su consonanti: pane/pan).
b. Potenza del fiorentino di adattare il proprio sistema fonomorfologico i forestierismi siano essi
dialettalismi o parole straniere
c. Non può quindi esistere altra lingua comune letteraria del fiorentino parlato e scritto dai tempi
di Dante fino a quelli dell’autore (in contrasto con la corrente italianista e con quella arcaizzante)
che è alla base di ogni lingua comune (che non può essere, quindi, chiamata curiale o cortigiana)

→ Le idee fiorentiniste troveranno a metà 500 una sistemazione di compromesso con la posizione
vincente del Bembo ad opera di Benedetto Varchi che nel suo trattato L’Ercolano (1570) favorisce la
fiorentinità della lingua ma su base dei grandi autori toscani del 300 come modello linguistico dei buoni
scrittori.

3. Le Prose della volgar lingua (1525) dell’autore umanista veneziano Pietro Bembo
Trattato grammaticale più importante del 500 e forse della Storia dell’italiano che fissa il canone della
lingua letteraria nel fiorentino di Dante, Petrarca e Boccaccio.
→ Scarto delle oscillazioni d’uso in favore di un paradigma linguistico stabile
→ OPZIONE FONDATA SULLA LETTERATURA: Non si tratta della lingua usata nel 300
ma esclusivamente del registro scritto ricavato opere dei 3 autori →
autorizzato/basato su forme, costrutti e vocaboli (esemplificati nel 3° libro) presenti
nelle opere letterarie esemplari e non sulla reale situazione linguistica trecentesca
fiorentina → modello di lingua elitaria svincolata dall’uso effettivo secondo
l’argomento umanistico (esposto nel 1° libro)contro i sostenitori della lingua
cortigiana che “non si può dire che sia veramente lingua alcuna favella che non ha
scrittore”
→ Distacco definitivo della lingua letteraria dalle scritture pratiche e cancelleresche
sulle quali si basava l’esperienza quattrocentesca delle lingue cortigiane e delle koinè
→ alla polimorfia di queste, Bembo contrappone la certezza di un uso basato sulle
scelte fonomorfologiche sintattiche e lessicali dei classici del 300.
INIZIO 500 → La stampa accelera il processo di standardizzazione della lingua (esigenza di norme
grammaticali precise per editori e letterati)
1516 → Regole grammaticali della volgar lingua di Giovan Francesco Fortunio → 1° grammatica
stampata in Italia e 2° assoluta dopo la Grammatichetta albertiana (composta
contemporaneamente ad essa per venire in contro alle esigenze di regole chiare per i dubbi degli
scrittori non toscani)
Regole: schematica morfologia e ortografia toscana tratta dai testi di Dante, Petrarca e Boccaccio
Prose: elegante trattato-dialogo di tradizione umanistica che crea un nesso inscindibile tra il problema
della correttezza grammaticale e l’esigenza retorica e stilistica della lingua volgare.

Le Prose della volgar lingua (1525)


• Dialogo svolto a Venezia datato al 1502, rivendicando la precedenza cronologica all’opera del
Fortunio
• Forma dialogica connessa alle finalità persuasive dell’opera: prima di esporre la grammatica
vanno convinti i lettori con un’argomentazione ad hoc su alcuni punti cruciali, attraverso 3
interlocutori che rappresentano 3 posizioni teoriche sulla norma:
a. Provenzalista Federico Fregoso
b. Fiorentinista Giuliano de Medici
c. Portavoce di Bembo, Carlo Bembo (fratello)
I tre personaggi cercano di convincere un quarto interlocutore (latinista Ercole Strozzi) sulla
dignità linguistico-letteraria del volgare

1° LIBRO: teorico
→ sulla varietà delle lingue e sulla dignità del volgare per esprimere concetti alti (Bembo si basa
su una tesi del Convivio dantesco sulla scelta della propria lingua e non del greco da parte dei
romani)
→ Sulle origini provenzali della poesia volgare antica per presentare un volgare illustre (il
provenzale) trasfuso nei versi italiani innalzandoli a rango di lingua letteraria.
→ Punti cruciali del classicismo bembiano
a. rifiuto di una teoria cortigiana della lingua giacché non si poggia su una tradizione letteraria
(non esiste una lingua se non esiste una letteratura)
b. riconoscimento della superiorità del fiorentino (o toscano) su ogni altro volgare italiano (ma
che contrasta la tesi fiorentinista coeva)
c. separazione della lingua delle scritture dall’uso popolare in polemica con le esperienze dei
poeti della corte di Lorenzo de Medici che avevano accolto nelle polo opere molti tratti
fonomorfologici “vivi”.
2° LIBRO: argomenti retorico-stilistici legati ai problemi di lingua
→ per ottenere un dettato persuasivo occorre tener presenti suono, ritmo,
lunghezza, varietà e ordine delle parole
2º LIBRO

Stretta connessione tra grammatica e stile confermata dal fatto che le modificazioni fonetiche del corpo
della parola vengono inserite in questo punto della trattazione

3° LIBRO

Tratta espressamente le questioni grammaticali

Notevole (dal punto di vista dell’argomentazione retorica) che sia il fiorentinista Giuliano de Medici a
dettare le norme della morfologia del fiorentino dei classici trecenteschi e non di quello coevo

• Per la poesia il modello è Petrarca e non Dante (né gli stilnovisti)


• Per la prosa è il Boccaccio

La trattazione procede in ordine non schematico → le prescrizioni vengono dissolte nel discorso
dialogico, eliminando classificazioni rigide

Detecnicizzazione della grammatica → La terminologia tecnica è sostituita con espressioni del linguaggio
comune (il singolare è “il numero del meno” e il plurale è “il
numero del più”, il futuro è “il tempo che a venire è”)

Stile retorico → inversioni sintattiche, abbondanti preposizioni che rendono il periodo un elegante
parlato ricreato

Morfologia verbale → Indicazioni di carattere morfologico soprattutto sulle desinenze verbali la cui
polimorfia (medievale) viene ridotta nell’optare per una forma valida per la prosa
(quella più moderna – tu ami, noi …-iamo) e una (antica – tu ame, noi …-emo) per
la poesia

Impatto sulla tradizione linguistica italiana → le scelte del Bembo diventarono la norma dell’italiano
scritto per oltre 3 secoli (si pensi alla 1°P del p.remoto noi
amammo che si afferma su noi amassimo e la 1°P del
condizionale noi ameremmo su noi ameressimo)
4. Grammatiche e dizionari

4.1 Nascita del genere “grammatica”

Il Cinquecento fu il secolo della codificazione grammaticale: le discussioni sulla norma linguistica e le


edizioni a stampa di Dante, Petrarca e
Boccaccio avevano sancito la vittoria della
posizione toscano-arcaica del Bembo che
basava le sue scelte grammaticali su un
canone ristrettissimo di autori “esemplari”

La lingua letteraria era l’oggetto dal quale estrarre regole valide per una élite di scriventi colti che si
allontanavano dal proprio retroterra dialettale attraverso uno strumento umanisticamente modellato
sui boni auctores toscani → per questo servivano strumenti didattici agili e sicuri:

1. Le Regole del Fortunio offrivano una morfologia e ortografia toscana schematiche con poche
precisazioni grammaticali fondate sui testi dei trecentisti, con poche interferenze di forme cortigiane
(per questo tale trattato viene ripubblicato nel corso del secolo successivo nonostante le altre
grammatiche più importanti e via via numerose)

2. Le Prose del Bembo rimasero un libro d’élite. Solo dal 1549 l’opera si diffonde in modo più ampio (fino
a tal data viene assimilato indirettamente attraverso la Grammatica volgare di Alberto Acarisio, 1536)

→ si avvia un processo di manualizzazione della grammatica volgare rivolto a finalità didattiche che
smembravano e riducevano in pillole i maggiori trattati grammaticali per renderli più agili e di facile uso
→ produzione scolastica e divulgativa che si svolse in parallelo alla tradizione “alta” favorendo una
diffusione più capillare del modello trecentista. 2 esempi di manualizzazione di trattati maggiori sono:

→I compendi di Marco Antonio Flaminio alle Regole del Fortunio e al 3° Libro


delle Prose del Bembo (Le Prose di Monsignor Bembo ridotte a metodo, 1569)

→ Non puramente sottrattivi ma vere e proprie sintesi che offrono un passo


avanti nel processo di regolarizzazione del volgare: al modello venivano tolte
le digressioni filologiche-interpretative e le citazioni, in modo da far emergere
le regoli principali della lingua toscana (nel caso delle Prose ridotte dal
Flaminio, la forma dialogica è abolita in favore di una trattazione schematica
dei fenomeni grammaticali in ordine alfabetico) → dalla grammatica aperta
alla grammatica prescrittiva della scuola
4.2 Dal lessico d’autore al dizionario

Anche nel lessico si procede da una prototipica forma di dizionario (umanistica), una lista di esempi
d’autore, ad una forma più elaborata non incentrata esclusivamente sui singoli autori.

→ Nel medioevo abbiamo esempi di enciclopedie, etimologie o glossari in latino

Seconda metà del 400 → primi esempi di lessici del volgare (protodizionari): liste di parole in ordine
alfabetico fornite di una sintetica definizione con lo scopo pratico di glossare
parole difficili (latinismi) cercando sinonimi nel lessico corrente, producendo
delle specie di archivi personali autodidatti finalizzati strettamente all’interesse
degli autori. Ricordiamo:

- Vocabulista di Luigi Pulci


- Liste di Leonardo da Vinci

Inizio 500 → Nuova concezione di dizionario → la tipografia veneziana mise a disposizione strumenti
lessicografici non più concepiti come archivi personali.
Primo vocabolario così concepito è:

- Le tre fontane di Niccolò Liburnio (1526) – corpus lessicale ridotto alle parole di Dante,
Petrarca e Boccaccio e distinzione tra voci prosastiche e poetiche che fa di tale dizionario
un’applicazione nel campo lessicografico della posizione bembesca (prima della
pubblicazione delle Prose del Bembo lo stesso Liburnio sosteneva un codice linguistico più
allargato agli scrittori toscani moderni)

→ interesse anche per la traduzione di voci toscane con parole di altri dialetti (venetismi o
settentrialismi) nella cosiddetta “seconda lingua” del compilatore, a ribadire la finalità didattica di
un’opera rivolta a scriventi colti non toscani che volevano modellare la loro lingua sul buon uso dei
grandi trecentisti

Metà 500 → Attività lessicografica sempre più forte:

- Vocabulario di Lucilio Minerbi (1535): lessico boccaciano di 4000 parole in appendice al Decameron (le
parole vengono tipizzate: verbi all’infinito, aggettivi al singolare maschile…) e vengono registrate anche
parole non boccacciane di alta frequenza

- Osservazioni sopra il Petrarca di Francesco Alunno (1539): lessico ragionato dei Rerum Vulgarium
Fragmenta - esempi d’autore glossati con indicazioni normative.

- Le ricchezze della lingua volgare sopra il Boccaccio di Francesco Alunno (1543): il modello di lingua
prosastica rimane il Boccaccio ma oltre il Decameron include le opere minori: verbi tipizzati all’infinito,
distinzione tra forme antiche e moderne, segnalate varietà regionali o dialittali, tendenza ad uscire dal
lessico di un unico autore.
- Vocabulario di 5000 vocaboli toschi di Fabrizio Luna (1536): considerato prototipo di dizionario
moderno allargato a più scrittori ma in realtà è un’opera caotica (canone di autori antichi e moderni
mischiato con la prassi linguistica cortigiana, riferimenti alla lingua d’uso, rinvii incontrollabili, vocaboli
omonimi definiti in un’unica definizione…)

- Vocabolario, Grammatica et ortographia de la lingua volgare di Alberto Acarisio (1543): riscrittura della
grammatica del ’36; un sommario in ordine alfabetico delle osservazioni grammaticali del 3° libro del
Bembo

→ propone la scelta di parole dei grandi trecentisti toscani secondo il bembismo


→ voci registrate secondo un metodo moderno (lemmario tipizzato)
→ sono fornite informazioni etimologiche, ortografiche e d’uso (prosa/poesia)
→ attenzione per la fraseologia, i modi di dire, le locuzioni cristallizzate
→ precisione delle definizioni in linea con la prassi moderna
→ si evitano definizioni tautologiche o di notorietà

5. L’adeguamento alla norma

Accettazione progressiva ad un modello testimoniata dall’opera di conversione al


linguistico egemone sostenuto da ➔ fiorentino trecentesco della più importante
grammatiche e repertori lessicali produzione letteraria del periodo

➔ Testi scritti in una lingua ibrida (koinè) vengono riscritti dallo stesso autore “convertito” al modello
toscano (o da revisori), eliminando tratti fonetici, morfologici e morfosintattici non in sintonia col
modello (così come i tratti grammaticali del toscano coevo)
➔ Il processo di standardizzazione linguistica su base toscano-letteraria compie il suo passo decisivo
e in pratica si instaura su scala nazionale, benché ancora non esista una nazione in senso politico
(Leopardi, acuto interprete delle vicende storico-linguistiche della lingua letteraria, in alcune pagine
dello Zibaldone sottolineava il carattere “unitario” dell’italiano cinquecentesco definendola la
“lingua nazionale del cinquecento”).

Qualche esempio di standardizzazione grammaticale su base toscano-letteraria:


5.1 Varianti d’autore: le correzioni grammaticali dell’Orlando furioso

Caso paradigmatico e contraddittorio:

- 3 edizioni a stampa (1516 – 1521 – 1532)


- processo di riscrittura in direzione toscano-letteraria
- eliminazione tratti di koinè del padano illustre (tratti dialettali e latineggianti nel
vocalismo e nel lessico)
- lavoro correttorio non sistematico ma esemplare di una tendenza precisa alla
quale si conformeranno la maggioranza delle scritture letterarie cinquecentesche
- “errata corrige” nella 2° ed. in cui si presentano forme più corrette di quelle
usate, documentando tendenze grammaticali work in progress dell’Ariosto
(summo > sommo, distino > destino, volontieri > volentieri, devere > dovere e, tra
le preposizione di, del al posto di de)

→ 3° Edizione: adesione alla grammatica del Bembo e rinuncia al “volgar uso tetro” (cioè alla lingua
cortigiana della koinè) adottando le indicazioni del 3° libro delle Prose del Bembo:

- introduzione dei dittonghi uo e ie (rota > ruota, scola > scuola, vene > viene)
- aumento consonanti geminate (aventura > avventura, dubio > dubbio, publico >
pubblico)
- ma il nesso ti davanti a vocale rimane (tristitia)
- sostituzione della finale –o in –a nell’imperfetto 1P (ero > era)
- morfologia toscana di C
- articoli determinativi il e i al posto di el, e, lo.
- Morfologia verbale di futuri e condizionali (tremarò > tremerò, scrivarei >
scriverei) pur rimanendo esiti contrari in alcuni verbi a dimostrazione del carattere
tendenziale e non sistematico della prassi correttoria dell’Ariosto

5.2 Varianti dell’editore: le correzioni grammaticali del “Galateo”

Galateo di Giovanni Della Casa (insieme al Cortegiano è un capolavoro cinquecentesco della trattatistica
di comportamento) – pubblicato postumo nel volume Rime et Prose curato da Erasmo Gemini e Carlo
Gualteruzzi → la lingua del manoscritto (non autografo ma in copia fedele) presenta tratti fonetici,
grafici, morfologici e sintattici del fiorentino colloquiale (modello di lingua colta informale e non arcaica
ma dell’uso coevo del 1550, tipico dell’autore che non è un letterato di professione), ben diversi da
quelli del testo pubblicato, corretto dagli interventi in senso bembiano del Gualteruzzi.

Intervento linguistico correttivo/normalizzante: eliminazione sistematica dei tratti del fiorentino vivo in
prol di una lingua fiorentino-arcaizzante filotrecentista (secondo le regole del “corretto scrivere” dettate
nel 3° libro del Bembo da Giuliano de Medici)

ESEMPI:

- Reintroduzione del dittongo in prego > priego, trovo > truovo, prova > pruova secondo la fonetica del
fiorentino trecentesco (già abbandonati dal fiorentino coevo)
- altri passaggi dalla forma corrente a quella arcaizzante (venezia > Venegia, palazzo > palagio, veleno >
veneno, bacio > bascio)
- introduzione della i prostetica (stessa > istessa, stimo > istimo, sputava > isputava, nimico > inimico)
- morfologia verbale: eliminazione degli allomorfi del fiorentino corrente (siano > sieno, fusse > fosse,
possino > possano, faccino > facciano, vedesti > vedeste, chiamono > chiamano, rifiutono > rifiutano,
affermono > affermano )
- desinenza –i nelle 2P sing anche dove il Bembo aveva permesso l’uso coevo in –a (faccia > facci, dica >
dichi, possa > possi)

ARBITRARIETÀ DELLA RISCRITTURA → Con il suo editing, Gualteruzzi stabilisce un testo snaturato
linguisticamente, dalla patina arcaizzante che mal si addice alle finalità pedagogiche e al tono
colloquiale dell’opera → allo stesso tempo sembra un testo più moderno nel modo in cui adotta norme
linguistiche che si stabilizzeranno nell’italiano letterario.

EDITING EMBLEMATICO → dimostra che dagli anni 1560 anche un testo d’autore fiorentino doveva
allinearsi alla grammatica vincente del Bembo.

6. Grammatici e filologi fiorentini

Le prime grammatiche dell’italiano nascono con l’attività editoriale del 1500 dei testi dei grandi autori
fiorentini ad opera di autori non toscani

Singolare che toscani e fiorentini, pur prendendo parte al dibattito sulla lingua, non si dedicano alla
produzione di grammatiche:

- 1° GRAMMATICA dell’italiano inedita → La grammatica della lingua italiana dell’Alberti


- 1° GRAMMATICA dell’italiano edita → le Regole del Fortunio (col 2° libro dedicato all’ortografia)
- 1° GRAMMATICA di autore toscano: Le Regole della lingua fiorentina (1552) di Pier Francesco
Giambullari (fiorentino) → un secolo dopo la prima grammatica in assoluto di un toscano (Alberti)
- DA METÀ 500 → si intensifica l’attività dei grammatici fiorentini, senza incidere sulla grammatica
successiva, favorisce la fissazione dello standard grafico, cioè nella codificazione delle regole
ortografiche dell’italiano (valide fino ad oggi)

Il Bembo fissa un primo standard ortografico


- Avvertenza ai lettori in appendice al
accolto nell’uso scritto generale del primo
Petrarca aldino (1501) del Bembo: difesa
Cinquecento che semplifica la grafia del volgare
dell’uso ortografico toscano in ➔
(questa la ragione per cui l’italiano possiede
contrapposizione all’uso delle grafie
una grafia più semplificata del francese o
etimologiche che si modellavano sul latino.
dell’inglese)
Costanti dell’ortografia bembesca:
1. Grafia assimilata dei gruppi consonantici complessi (lectore > lettore, scriptore > scrittore, victoria >
vittoria) in contrasto con le grafie cortigiane o italianiste fedeli alla forma latina scritta
2. Mantenimento dei grafemi h e –ti– (huomo, pronuntia)
3. Conservazione dei diagrammi in alcune parole greche (poliphilo, philosophia)

➔ Modellata sulla pronuncia toscana, la grafia bembesca arcaizzante era considerata non adatta a
rappresentare un’opzione valida per tutta la collettività degli scriventi italiani, che trovavano un
retaggio comune nel latino ma il modello bembesco sarà vincente

1550 → Passo avanti nella semplificazione della grafia compiuto da un gruppo di grammatici E FILOLOGI
toscani e fiorentini (molti dei quali legati all’Accademia fiorentina da cui sorgerà l’Accademia
della Crusca nel 1582) → ORTOGRAFIA BASATA SUL PRINCIPIO DELLA CORRISPONDENZA TRA
GRAFIA E PRONUNCIA (REALE TOSCANA) riflettendo un interesse verso i modi corretti del
pronunciare

→ riforme non solo ortografiche ma ortoepiche mirate a fornire uno standard di pronuncia
modellato sul tipo fiorentino-toscano

Claudio Tolomei (linguista toscano) già aveva ritenuto inadeguato l’alfabeto latino per rappresentare la
pronuncia toscana avvertendo come urgente una riforma ortografica

→ Nel Polito (1525) il principio di corrispondenza tra grafia e pronuncia non era ancora pieno
mentre si rifiutano i grafismi di retaggio latino-umanistico

→ Attenzione al toscano parlato: prima segnalazione del fenomeno della gorgia toscana
(aspirazione di alcune consonanti occlusive velari)

Lettera H → racchiude le tensioni tra retaggio umanistico e adeguamento della pronuncia in toscano: un
discrimine tra l’atteggiamento del 500 e lo standard che si va imponendo è dato nelle Regole della
lingua fiorentina di Giambullari, in cui si cerca di mediare tra uso letterario scritto (bembiano) e uso
fiorentino coevo (accogliendo per es. “io ero” insieme a “io era”):

→ Stabilisce un primo criterio che rompe definitivamente con la tradizione umanistica: il


grafema h non ha valore etimologico ma serve a distinguere gli omografi (valore grafico
distintivo), come: o/ho, a/ha, anno/hanno… (tale regola viene accolta dagli autori successivi,
mantenendo qualche caso in cui il grafema h non distintivo contava con una lunga tradizione di
scritture colte)

Grafia etimologica di -ti e -zi: uso oscillante tra gli autori


→ 1° ED. Vocabolario degli Accademici della Crusca: stabilisce le h solo per ho, hai, ha, hanno
(ma rimane la serie huomo, hora) e vizio, nazione, parziale.. smantellando lo standard
bembiano

Scelte diverse per le parole straniere:

→ Grafia delle parole greche con y, ph, th, ch che si mantiene per tutto il ‘500 (philosopho,
orthographia) insieme a fi (Sofocle, Telefo) che si affermerà dal ‘600.

→ I grammatici fiorentini non riescono sempre a stabilire dei criteri ortografici sicuri:

→ Manca la distinzione tra u e v (considerate un’unica lettera), poi definita sulla base di
minuscole (u) /maiuscole (v), iniziali (v) o lettere di mezzo (u).

→ La grafia ha avuto schemi standard poco prestabiliti fino a tempi recenti: abbiamo visto qui solo
alcune tendenze che vanno verificate autore per autore.
CAPITOLO VIII

L’ITALIANO LINGUA DI CULTURA

1. Norma, comportamento, lingua

Cortegiano, I Libro, Cap 34 (Castiglione)

→ sulla scelta delle parole adatte alla conversazione civile dell’uomo di corte (canone delle forme
adeguate allo scritto e alla conversazione colta) che deve aver cura di “usare, e scrivendo e parlando,
quelle che oggi sono in consuetudine in Toscana e negli altri lochi d’Italia e hanno grazia nella
pronuncia”, includendo francesismi e ispanismi importati nella lingua (lingue del commercio e più
conformi all’italiano) → legittima prestiti culturali da 2 lingue vive e non dal serbatoio delle lingue
classiche.

Francese: assieme al provenzale (nella poesia lirica) svolge un’influenza centrale sul lessico e
sulla sintassi della prosa narrativa due-trecentesca e dal 1600 al 1900.

Spagnolo: ispanismo cinque-seicentesco parallelo all’affermazione politica della potenza


spagnola oltre alle mediazioni lessicali che lo spagnolo porta nell’introdurre termini esotici
frutto delle esplorazioni geografiche

→ Ispanismi nel Cortegiano: termini ed espressioni che circolavano negli ambienti colti del
500 come piccolo vocabolario mondano-esteriore di parole alla moda, dal fascino evocativo di
un modo di vivere formale e galante che si esprime con una terminologia comportamentale e
delle maniere eleganti e ostentate da tenersi a corte (primor x abilità, accertare x conseguire,
attillato x elegante, brio, complimento, baciamano, etichetta, sussiego, flemma, lindo,
grandioso...) → il prestito spagnolo non intacca il lessico intellettuale ma la zona del
comportamento pubblico

→ Spostamenti semantici det dal contatto con lo spagnolo nel lessico italiano, per esempio:

- complimento si attesta come atto cerimonioso di circostanza da metà 500,


sostituendo il vecchio significato di “compimento” (da cumplir)

- flemma, dai tratti comportamentali spagnoli lenti nell’agire, acquisisce il senso di


“calma” invece che il significato antico di “umore del corpo, catarro”.

→ questi ispanismi possono generare motivi di polemica e satira sociale in confronto


all’austerità del carattere italiano, per esempio nel confronto tra la parola “cerimonia” come
funzione sacra (italiano) e atti di riverenza non religiosi (spagnolo) – In Galateo di Della Casa.

→ Nel Castiglione e nel Della Chiesa emerge la lingua è intesa in rapporto alla sua funzione sociale che
aspiri ad una medietà lontana da eccessi e epurata da parole desuete o sintassi inadeguate alla
naturalità della conversazione colta → affidarsi ad una norma classica comporta una discrezione che
oltre ad essere “media” è un potente fattore di autocontrollo dello strumento linguistico. Vediamo
come tale autocontrollo si esercita nelle strutture della frase del periodo
2. Dal Castiglione al Tasso. Linee di sviluppo della prosa argomentativa

2.1 Tendenze ipotattiche e sintassi analitica

Confronto tra passo iniziale degli Asolani del Bembo (1505) – manifesto primocinquecentesco del
periodare boccacciano e analogo passo del Cortegiano (1528) di Castiglione

1. AFFINITÀ nella struttura complessiva del periodo: medesima matrice ipotattica: frase
complessa articolata a lunga gittata tendente all’ipotattismo (sintassi con molte subordinate
perlopiù prolettiche, cioè alla sx della principale, o di costrutti parentetici) → elaborazione
retorico-stilistica che produce periodi molto complessi (lontani dalla snellezza sintattica
moderna).

- TENDENZA ALL’IPOTATTISMO: costruzione verticale del periodo a grado elevato di


subordinazione (non c’è differenza tra i 2 autori sul numero delle
proposizioni e profondità di grado della subordinazione)

modello paratattico settecentesco di stampo


Periodo ipotattico della prosa cinquecentesca francese e europeo: periodi poco estesi come
come enorme contenitore che ingloba oggetti X scatole piccole in cui non entrano che pochi
piccoli e più ingombranti oggetti, in un ordine precostituito che ammette
poche variazioni

2. DIFFERENZA TRA IL MODELLO SINTATTICO BOCCACCIANO (BEMBO) E LA PROSA DI TIPO


RAZIOCINANTE-ANALITICO (CASTIGLIONE)

→ DIFFERENZE STILISTICHE E SINTATTICO-TESTUALI tra i 2 autori: nel livello sottostante alla frase
complessa: nella distribuzione quantitativa delle proposizioni parentetiche e nell’ordine dei
costituenti frastici.

a. BEMBO → periodo costruito sull’uso della disgiunzione e inversione, cioè sull’INFRAZIONE


SISTEMATICA DELL’ORDINE LINEARE DEI COSTITUENTI FRASTICI secondo una
costante ritmico-musicale che trova il suo punto di attrazione nella parte
terminale del periodo, dove l’accumulo della tensione compositiva si esaurisce
con l’effetto-rima del verbo conclusivo sul modello boccacciano

→ L’inserimento delle proposizioni parentetiche svolge una funzione ritmico-


melodica (riempitivo fonico)
b. CASTIGLIONE:

→ L’inserimento delle proposizioni parentetiche rispecchia una tendenza a dare


un ordine analitico e raziocinante al reale → tecnica delle incidentali
caratterizzante la prosa del Cortegiano – impronta stilistico-sintattica del trattato
che riflette un atteggiamento di autocontrollo dello strumento linguistico: la
rottura della linearità affermativa attraverso moduli del dubbio o attenuazione è
in linea con l’ideale istruttivo della conversazione e del vivere civile a cui tende il
perfetto cortigiano.

→ i rapporti analitici stabiliti tra le parti del periodo per mezzo di connessioni
logiche (snodi della sintassi analitica) si attuano per mezzo dei moduli bimembri e
delle strutture binarie disgiuntive (non…ma) o comparative (come…così) che
tengono insieme sintatticamente periodi anche molto complessi → tendenza alla
sintassi analitica diversa dalla prosa medievale scolastica e scientifica, data dalla
ripresa di connettivi sintattici (congiunzioni, avverbi) e dalla ricerca di legami
testuali tra le parti del periodo: abbondano i collegamenti anaforici a catena, cioè
le strutture ripetitive o ricapitolative che favoriscono il mantenimento del filo del
discorso.

→ Legame col relativo nella frase conclusiva che ricapitola il contenuto della frase
precedente sul modello latino (et + dimostrativo) collega la prosa del Castiglione
alla tradizione del periodare classico ma con sviluppi moderni (come l’uso di un
nome generico ricapitolativo)

→ Altri fenomeni di evoluzione dal latino: la riduzione tendenziale di proposizioni


gerundiali in favore di costrutti espliciti omovalenti, l’uso meno esteso del
costrutto accusativo + infinito; riduzione dell’ellissi del che subordinante

→ La razionalizzazione delle strutture sintattiche maggiori comporta infine


l’abbandono delle incongruenze sintattiche “dell’anacoluto” (tema sospeso,
paraipotassi, ripetizione della congiunzione che dopo un inciso…) consuete nella
prosa medievale
2.2 Ordine dei costituenti della frase

Finalità comunicative completamente diverse tra i 2 autori:

a. BEMBO → sul modello trecentesco mira a stabilire un canone di prosa letteraria colta formalmente
evoluta dal prototipo latino-umanistico di Alberti

b. CASTIGLIONE → direzione opposta: mira a un modello di prosa colta funzionale alle esigenze
comunicative non esclusivamente letterarie ma civili, cioè estende il piano della
comunicazione colta dall’ambito della letteratura all’ambito dei contenuti
intellettuali della società civile e cortigiana

→ sul piano fonomorfologico e lessicale la lingua può apparire più datata di quella
del Bembo per l’adeguamento alle regole del 3° libro delle Prose (modello di lingua
comune in opposizione alla polimorfia delle koinè quattrocentesche)

→ sul piano stilistico-sintattico è l’opposto: il modello boccacciano-bembesco qui


non trova continuità nella prosa

→ sul piano della sintassi della frase e dell’ordine dei suoi costituenti il Cortegiano
diventa un modello di partenza di una tradizione di alto livello di testi di vari settori
e generi accomunati dalla stessa finalità comunicativa di contenuti civili e
intellettuali (come il trattato politico e filosofico del Machiavelli) – “che parlano di
cose che appartengono agli uomini civili e da essi sono comprese”.

Argomenti e modificatori del verbo:

a. BEMBO → prevale l’ordine Sogg > Ogg > Verbo tipica del latino classico e della prosa boccacciana

→ La precessione degli argomenti sul verbo come tratto tipicamente boccacciano: Bembo
colloca spesso uno o più complementi d’agente prima del verbo

→ Casi di inversione (oggetto > verbo, participio > ausiliare)

b. Nei prosatori cinquecenteschi (Castiglione, Tasso, Machiavelli) → ordine Sogg > Verbo > Ogg

→ Rari i casi di inversione nei prosatori cinquecenteschi → a volte si ha O > V ma spesso in


subordinate

→ Complementi dopo il verbo]

Fenomeni d’iperbato del sintagma verbale: sequenza di ausiliare + participio o verbo servile + infinito
interrotta da:

→ interruzioni deboli (avverbi o complementi) → presenti nella prosa in generale

→ interruzioni forti (intrusione di intere frasi) → tipiche del Bembo


CONCLUSIONE

L’analisi delle strutture periodali e dell’ordine dei costituenti della frase mostrano che nei primi
decenni del cinquecento si formano 2 filoni di prosa colta che originano tradizioni stilistico-sintattiche
antitetiche:

1. Una tradizione letteraria su modello boccacciano rappresentata dagli Asolani del Bembo

2. Una tradizione colta non specificamente finalizzata alla letteratura ma alle pratiche del
vivere civile in senso lato rappresentata dal Cortegiano di Castiglione

Si tratta di 2 modi diversi di intendere le finalità dello strumento linguistico e due codici linguistici
stilistico-sintattici antagonisti:

1. La prassi arcaizzante del Bembo che riproduce moduli arcaizzanti (strutture incidentali
usate come riempitivi fonici, architetture periodali modellate su esigenze ritmico-
melodiche, costante infrazione dell’ordine lineare dei costituenti frastici…)

2. La prosa del Castiglione che riproduce uno stile prosastico alto ma lontano dalla sintassi
trecentesca e dallo sperimentalismo latineggiante della prosa umanistica

2.3 Varianti sintattiche del Tasso

Le scelte stilistico-sintattiche del Cortegiano sono in sintonia con gli sviluppi della prosa argomentativa
cinquecentesca di livello colto: trattati di argomenti vari (filosofico, politico, retorico, letterario) in
contatto con l’epistolografia (lettere) in cui la tensione ipotattica fa posto a soluzioni sintattiche più
semplificate in linea con gli scopi colloquiali del linguaggio scritto che vuole rappresentare la disinvoltura
della lingua parlata

→ Stilizzazione dell’oralità tollerata dallo scritto in senso di una simulazione di parlato


retoricamente colto e civile per contenuti non solo letterari ma filosofici e intellettuali

→ PARLAR NATURALE: convergenza di oralità e scrittura del Cortegiano che diventa canone
dello stile prosaico colto di alto livello → avvicinamento alla sintassi lineare del linguaggio
parlato attraverso fenomeni come:

- la riduzione dei complementi a sx del verbo

- la riduzione degli iperbati forti

→ Dimostrato dalla prosa del Tasso che ricrea le modalità della conversazione cortigiana
Analisi delle varianti bembesche e tassiane:

a. Bembo → negli Asolani, accentua i moduli arcaicizzanti e le inversioni, in un movimento correttorio


(dal 1505 al 1530) opposto alla prosa del Tasso, che tende a produrre sequenze non lineari
(spostando a sx del verbo i diversi complementi)

→ tendenza a passaggi da moduli lineari e correnti a soluzioni sintattiche boccacciane


(DIREZIONE ARCAIZZANTE → OLTRANZISMO STILISTICO: Bembo arriva ad essere più
boccacciano del Boccaccio)

→ Inversione ordine dei costituenti del sintagma verbale (participio > ausiliare, infinito > v.
servile) con incisi nel mezzo.

b. Tasso → nei Dialoghi, sul modello del Cortegiano, riduce le inversioni e le infrazioni dell’ordine lineare
della frase (mentre nella Gerusalemme liberata abbondavano inversioni e sequenze non
lineari, caratteristiche della lingua poetica) → movimento correttorio del Tasso:

→ Dove prima si aveva l’ordine V > S > O Tasso sostituisce con S > V > O (sequenza lineare)

3. Tra prosa colta e linguaggio specialistico: la lingua della politica e della storiografia

Machiavelli → Formazione cinquecentesca di un linguaggio politico moderno → Lingua come strumento


affilato e funzionale

→ Es: Inizio del Discorso sopra Pisa (1499)

Analisi dell’aspetto testuale e morfosintattico che delinea la tipologia del discorso politico
machiavelliano in quanto lingua come strumento politico d’azione

→ periodare paratattico

→concatenazione di ipotesi e controipotesi messe tatticamente sul piatto della bilancia per
valutare la soluzione migliore; la linea politica-militare più sicura.

→ preferenza per i moduli argomentativi prolettici dove l’informazione principale è


espressa da una subordinata completiva viene anticipata rispetto alla reggente che segue.

→ qui le inversioni non sono preziosismi ma riflettono la logica interna del discorso → la
sintassi si articola sulla logica del ragionamento (per questo la prosa di machiavelli è più
facilmente leggibile di quella del Bembo o del Tasso)

→ tendenza a evitare le strutture pesanti ipotattiche che porta a frazionare il periodo in


membri frastici brevi spesso coordinati in sequenze parallele.

→ moduli dilemmatici dati dal parallelismo di preposizioni coordinate dalla congiunzione


disgiuntiva o → consentono di scindere un problema e restituirlo nella sua formula binaria
valutando le forze in gioco e le molteplici possibilità di azione ridotte a due possibilità
praticabili
→ Anche la struttura del testo segue questa logica: la struttura ellittica che apre il testo (il
fatto che… funge da protasi di un costrutto ipotetico in apodosi (se… dovremmo….) e crea
l’effetto di presentare il problema scisso in 2 parti → la disposizione parallela delle frasi che
articola il discorso evidenzia 2 situazioni prevedibili e lascia una terza possibilità in coda
(ma…) che preannuncia la conclusione logica (sicché, x tali ragioni…) non senza un’ulteriore
considerazione sull’opportunità della scelta espressa dal modulo dilemmatico (essendo
necessaria la forza, si deve considerare se è bene usarla o no)

→ la pragmaticità del discorso politico affianca l’ideale stilistico di una prosa essenziale in
cui l’ornamento retorico è sostituito dalle necessità esplicative seguendo un andamento
logicizzante del discorso.

→ uso di strutture aforistiche: alla spiegazione basata sui fatti subentrano le massime
lapidarie legando il Principe alla trattatistica cinquecentesca

Da quali fonti deriva il linguaggio politico del Machiavelli?

→ Il genere deriva dalla trattatistica umanistica sull’ottimo principe, esemplata su quella medievale
(testi in latino sul comportamento del sovrano e del modello di vita esemplare) ma con originalità.

→ 2 strati linguistici autonomi:

1. scritture pratiche mercantili e cancelleresche


2. prosa latineggiante umanistica

→ Da questi presupposti produce una letteratura scientifica sul modello del linguaggio politico
moderno: exempla moderni e antichi (e casi storici) sono usati per avvalorare la dimostrazione e le
deduzioni funzionali a calcolare il presente e futuro

→ uso di moduli sintattico-testuali logicizzanti


→ tecnificazione del lessico corrente
→ latino avvertibile negli stereotipi cancellereschi che veicolano espressioni avverbiali
formulari in volgare e ancora presente nelle parti formulari di lettere, titoli, intestazioni…

ASPETTO CHIAVE: tecnificazione e fissazione della terminologia politica nei significati moderni
→ parole-chiave del Principe diventate termini politici canonici nella scienza
moderna: stato come entità politica e territoriale, repubblica come forma di governo
opposta al principato)
→ Terminologia militare (dal trattato Dell’arte e della guerra)
→ Attraverso la tecnificazione del linguaggio comune e la presenza di lessico
specifico:
- andamento ordinato della prosa (sintassi lineare)
- termini specifici del settore militare
- uso di sinonimi o varianti lessicali dello stesso oggetto
- tecnicismi di specialità militari dotati di precise accezioni
Storia dell’Italia di Francesco Guicciardini (1540)
→ ideale stilistico completamente diverso: volontà formale di forgiare un discorso
storiografico nuovo
→ Varietà e complessità dei costrutti sintattici che risente dei modelli classici
(storiografi latini)
→ Un unico periodo omnicomprensivo racchiude in sé le cause molteplici che hanno
condotto all’eliminazione dell’imperatore Carlo V → sintassi tentacolare:
→ TENSIONE IPOTATTICA → modulo di prosa esemplato sul periodare latino:
tendenza a legare anaforicamente mediante un nesso relativo un periodo all’altro,
serie di relative e participiali alle quali si attaccano consecutive che chiudono
l’ampio organismo sintattico evidenziando il valore causale che deriva dalla
principale…
→ Uso di connettivi testuali (congiunzioni, avverbi…) e legami a distanza che
mantengono coeso la sintassi dilatata (richiami grammaticali).
→ Ordine artificiale dei costituenti frastici con interposizioni di elementi incidentali
tra verbo e il participio passato
→ moduli iterativi: procedimenti elencativi dove le strutture coordinative si
susseguono con ritmo incalzante (ritmi della prosa classica degli storiografi latini)

→ Periodare del Guicciardini: pacatezza e lentezza agli antipodi della sintassi intuitiva del Machiavelli
→ Valore della prosa del Guicciardini: passaggio cruciale dalla prosa letteraria alla storiografia da cui
prende avvio la prosa scientifica del 600 legata ancora a una
tradizione classica su cui Guicciardini si basava.

4. Verso l’italiano strumentale: la lingua delle relazioni diplomatiche e dei viaggiatori


Piano della strumentalità → relazioni dei diplomatici italiani all’estero
- Relazioni degli ambasciatori veneti
- Relazione dalla corte di Spagna del genovese Martino Centurione (testo esempio): esempio di scrittura
controllata: del sorvegliato italiano dei diplomatici caratterizzato linguisticamente da:
a. rifiuto dei tratti municipali
b. intestazione latina
c. continuità/discontinuità con le scritture pratiche delle koinè quattrocenetesche:
continuità: parole, locuzioni (latinismi), grafismi latineggianti (umanistico rinascimentale)
e formule latine tipiche del linguaggio cancelleresco, titolazione dei paragrafi
in latino (prassi diplomatica)

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