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UNITÀ 6

LA SUBORDINAZIONE

La fusione di proposizioni in un periodo può avvenire non solo mediante la


coordinazione ma anche mediante la subordinazione. Una proposizione subordianta si
caratterizza per la mancanza di autonomia, ossia per la necessità di dipendere da una
proposizione reggente, che può essere una frase semplice o, a sua volta, rinviare a un'altra
proposizione. Quindi, la proposizione subordinata non può stare da sola, ha bisogno di un'altra
proposizione a cui appoggiarsi.
Per esempio, nella frase:

leggi il libro che ti ho comprato

"leggi il libro" è la proposizione principale o sovraordinata o reggente della secondaria o


subordinata o dipendente "che ti ho comprato".
Abbiamo visto che le strutture frasali si organizzano intorno a una testa verbale. In una frase
complessa, uno o più costituenti della frase sono rappresentati a loro volta de strutture di tipo
frasale, le proposizioni o frasi subordinate. La struttura frasale su cui si organizza tutta la frase
complessa è la frase principale. In linea di principio una frase complessa sarà costituita da tante
strutture frasali quante sono le forme verbali che in essa compaiono.
Es.:
[Appena Maria entrerà], capiremo subito [se la sposerà].

In questo esempio abbiamo tre strutture frasali, organizzate rispettivamente intorno alle forme
verbali entrerà, capiremo e sposerà. La frase principale è quella organizzata intorno al verbo
capiremo e comprende tutta la frase complessa; le strutture frasali organizzate intorno ai verbi
entrerà e sposerà (delimitate dalle parentesi) sono le proposizioni che fungono da costituenti
della frase principale: se la sposerà è un argomento della testa verbale, appena Maria entrerà è
un elemento extranucleare (circostanziale di tempo).
La subordinazione può essere multipla: una frase può cioè contenere a sua volta delle
proposizioni, dove la subordinata diventa la reggente della subordinata che contiene; oppure può
darsi che ci siano subordinate coordinate tra di loro.
Così, nella frase "dimmi quando partirà e quando arriverà" abbiamo una principale ("dimmi")
e due subordinate ("quando partirà", "quando arriverà"); queste ultime, d'altro canto, sono
anche coordinate tra di loro.
Es.: nel seguente schema le frecce verticali indicano subordinazione e le frecce orizzontali
indicano coordinazione.

dimmi

quando partirà e quando arriverà

Diversamente, nella frase "domandagli se ha saputo che Mario è a Roma" la seconda


subordinata ("che Mario è a Roma") non dipende direttamente dalla principale ("domandagli"),
ma dalla prima subordinata ("se ha saputo"), secondo lo schema:
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domandagli

se ha saputo

che Mario è a Roma

Le proposizioni che dipendono direttamente dalla principale si chiamano subordinate di primo


grado, quelle che dipendono dalle subordinate di primo grado si chiamano subordinate di
secondo grado, e così via.

Osservazioni:

- Il termine principale è riservato alla proposizione reggente che sia insieme una frase semplice.
Il termine reggente (col sinonimo sovraordinata) qualifica una proposizione, principale o
secondaria, che ne regga un'altra.

- Quando da una stessa proposizione dipendono autonomamente due diverse subordinate , le due
dipendenti devono considerarsi dello stesso rango.

Classificazione delle proposizioni (o subordinate)

Le proposizioni subordinate possono essere classificate:


a) in base alla loro forma, cioè in particolare al modo del loro verbo;
b) in base alla funzione che esse svolgono nella frase principale.

Subordinate esplicite e implicite.-

Secondo la struttura della frase, soprattutto il modo verbale utilizzato, le subordinate si dicono:

a) Esplicite: se contengono un verbo di modo finito (indicativo, congiuntivo, condizionale).


Es.:
lascia che parli;
anche se volessi non potrei;
quando fu rimasto solo, riprese il suo lavoro

Il quarto modo finito, l'imperativo, non può comparire in una subordinata.

b) Implicite: se contengono un verbo di modo indefinito (infinito, participio, gerundio).


Es.:
lascialo parlare;
anche volendo non potrei;
rimasto solo, riprese il suo lavoro

Nella maggior parte dei casi, per avere una subordinata implicita è necessario che il soggetto
della reggente e il soggetto della dipendente coincidano.
Es.:
La frase [io] penso che [io] gli dirò tutto (soggetto uguale), può essere trasformata in penso di
dirgli tutto;
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invece, la fase [io] penso che [tu] gli dirai tutto (soggetto diverso) non può subire un'analoga
trasformazione.
Le proposizioni esplicite, attualizzando l'azione attraverso un preciso rapporto di tempo e di
persona e individuando una ben determinata funzione sintattica nel periodo, presentano una
gamma di realizzazioni più articolata delle proposizioni implicite.
Es.:

SUBORDINATA IMPLICITA SUBORDINATA ESPLICITA


Varianti di tempo
quando arriva; quando arrivò;quando è
arrivato,ecc.
arrivato il treno, (la folla si avvia verso il Varianti di rapporto sintattico
binario)
quando è arrivato; poiché è arrivato;
se è arrivato, ecc.

In particolare, il costrutto esplicito è in grado di indicare le tre relazioni temporali che possono
darsi tra reggente e subordinata (contemporaneità, anteriorità della subordinata, anteriorità della
reggente e, quindi, posteriorità della subordinata).

a) contemporaneità: non so se dici la verità;


non sapevo se dicessi la verità

b) anteriorità della subordinata:


non so se tu abbia detto la verità;
non sapevo se tu avessi detto la verità.

c) posteriorità della subordinata:


non so se dirai la verità;
non sapevo se avresti detto la verità.

Il costrutto implicito ha minore latitudine temporale. L'infinito nella sua forma verbale può
indicare contemporaneità ("penso di essere saggio") o anteriorità ("penso di essere stato
saggio"), ma non posteriorità; così come il gerundio (contemporaneità: "arrivando, ho visto
qualcosa di nuovo"; anteriorità: "essendo arrivato presto, si fermò fuori del paese"). Il
participio passato - quello presente ha raramente funzione verbale - indica soltanto anteriorità
("arrivato in paese, andò subito a casa sua").
Le proposizioni implicite possono non essere introdotte da congiunzioni.

Es.: arrrivato il treno, Maria partì


sento arrivare qualcuno
Incontrando il portinaio, lo saluto.

Invece, una congiunzione o una locuzione congiuntiva è di regola come elemento introduttore
delle subordinate esplicite.

Proposizioni infinitive complemento di un verbo


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Dobbiamo distinguere tra i casi in cui il verbo reggente e l‟infinito formano una specie di verbo
composto e i casi in cui l‟infinitiva costituisce un membro indipendente del sintagma verbale
(SV).

1) Verbo composto

Comprende le costruzioni fattitive o causative (fare, lasciare e alcuni verbi percettivi) e le


costruzioni a ristrutturazione dove compaiono verbi modali (dovere, volere, potere, sapere),
verbi aspettuali (cominciare a, finire di, continuare a, stare a, stare per, ecc.) e verbi di moto
(andare a, venire a, tornare a, ecc.).
I criteri principali di cui ci serviamo per delimitare queste costruzioni sono:
a) la posizione dei clitici, che, pur dipendendo dall‟infinito, si trovano accanto al verbo reggente:

a.- Lo faccio accompagnare a casa. (cfr.: Faccio in modo che lo accompagnino a casa)
b.- Lo voglio accompagnare a casa. (cfr.: Voglio accompagnarlo a casa)

b) il complemento oggetto (CO )del verbo all‟infinito può diventare il soggetto della costruzione
del si passivo:

a.- Queste case si fanno costruire a scopi speculativi.


b.- Queste case si vogliono costruire per venire incontro al problema degli immigrati.

c)l‟infinito non può essere negato:

a.-* Lo faccio non uscire. (cfr.: Faccio in modo che non esca)
b.-* Lo vorrei non accompagnare. (cfr.: Vorrei non accompagnarlo)

In casi come questi si può negare solo il complesso verbale nella sua interezza:

a.- Non lo faccio uscire.


b.- Non lo voglio accompagnare.

La negazione può essere usata in senso constrastivo, per correggere un‟affermazione:

c.- Lo faccio non uscire, ma rientrare.

1.a) La costruzione fattitiva:

I verbi fattitivi fare e lasciare e i verbi percettivi intendere, sentire, udire e vedere formano con
l‟infinito un complesso verbale. Con fare (e in alcune varietà anche con lasciare) questa è l‟unica
costruzione possibile, mentre con gli altri verbi è possibile un‟altra struttura sintattica.
Es.:
a.- Piero farà venire Maria. (=Piero farà in modo che Maria venga)
b.- Piero farà mangiare la minestra a Maria.(=Piero farà in modo che Maria mangi la minestra)
c.- Piero farà mangiare la minestra da Maria.(=Piero farà in modo che Maria mangi la minestra).

Nella costruzione fattitiva è possibile esprimere il soggetto dell‟infinito (Maria negli esempi).
Esso non compare però mai come soggetto perché il complesso verbale ha già il suo soggetto,
che è il soggetto del verbo fattitivo (Piero).
La costruzione fattitiva presenta le seguenti caratteristiche sintattiche:
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a) i clitici stanno accanto al verbo reggente, qualsiasi sia la loro funzione:


1.- Lo faccio uscire.
2.- Lo faccio mangiare a Piero.
3.- Gli faccio mangiare la minestra.
4.- Gli farò scrivere una lettera da Giorgio.
5.- Ci farò andare Giorgio.
6.- Ne farò uscire Giorgio.
7.- Ne farò partire molti.
8.- Ne farò mangiare molti a Giorgio.

b) l‟infinito non può essere negato:

1.- *Gli ho visto non salutare la nonna.

Il verbo reggente e l‟infinito costituiscono un complesso verbale; questo complesso verbale si


comporta sintatticamente come un costituente:
Es.:
2.- Faccio mangiare la minestra a Piero.

I costituenti di questa frase sono il complesso verbale faccio mangiare, il CO la minestra e il


complemento indiretto (CI) a Piero.

d) l‟infinito appare solo nella forma semplice:

1.- *Lo faccio avere scritto a Piero.


2.- *Lo faccio essere picchiato.

e) si può fare il passivo della costruzione fattitiva: il CO del complesso verbale diventa il
soggetto e il verbo reggente assume la forma passiva.

1.- Paolo fece cadere il libro./ Il libro fu fatto cadere da Paolo.

1.b) La costruzione percettiva:

Nella costruzione percettiva il verbo regge un CO e una proposizione infinitiva senza


introduttore preposizionale il cui soggetto non espresso è controllato dal CO:

1.- Maria ha sentito Piero suonare il pianoforte.

Piero è il CO di sentire, giacché può essere rappresentato da un clitico accusativo o trasformarsi


nel soggetto della frase passiva:

2.- Maria l‟ha sentito suonare il pianoforte.


3.- Piero è stato sentito suonare il pianoforte da Maria.

L‟infinitiva suonare il pianoforte può essere considerata un complemento predicativo


dell‟oggetto.

Reggono la costruzione percettiva i seguenti verbi:


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a.- intendere, sentire, udire, vedere, che ammettono anche la costuzione fattitiva;
b.- lasciare (in alcune varietà dell‟italiano);
c.- ascoltare, avvertire, guardare, mirare, notare, osservare, scorgere, spiare;
d.- alcuni verbi non propriamente di percezione, come immaginare, cogliere, riccordare e
seguire, che assumono un significato di percezione:

1.- Lo seguono muoversi per la stanza.

Funzioni delle proposizioni subordinate

Le frasi subordinate, in quanto alla funzione, si suddividono in tre tipi:


1) Argomentali: proposizioni che fungono da argomento della frase principale, cioè fungono
da complemento del verbo della frase principale in quanto soddisfano le valenze o argomenti
del predicato. Al pari dei SN, possono trovarsi o in posizione di soggetto e sono dette
soggettive o in posizione di complemento e sono dette completive. Queste ultime si
distingono a loro volta in oggettive e oblique. Si hanno inoltre delle frasi argomentali che
corrispondono ad una frase interrogativa, le cosiddette interrogative indirette. Sono elementi
nucleari.
2) Avverbiali: non sono richieste dal verbo principale e sono aggiunte alla frase principale
sulla base di criteri semantici; fungono da elemento extranucleare della frase principale. Sono
le proposizioni temporali, causali, finali, ecc.
3) Attributive: sono proposizioni che modificano elementi nominali con funzione attributiva,
come le proposizoni relative. Possono essere, a seconda della loro funzione, nucleari o
extranucleari.
Un caso particolare, ma da considerare dentro delle argomentali, sono le subordinate
predicative e quelle dichiarative.

1.Proposizioni argomentali

1.1 Le frasi completive

1.1.1 Caratteri generali

Le proposizioni completive possono avere il verbo nella forma infinitiva o temporalizzata. A


questa diffrenziazione sono collegati altri fenomeni: a) l‟espressione del soggetto della
subordinata, possibile solo se il verbo è di modo finito (1); b) la scelta del complementatore,
cioè dell‟elemento che collega la subordinata al predicato reggente (2):

(1) a. Gianni crede [che Mario vincerà la partita] / [di vincere la partita].
b. Gianni crede *[che vincere la partita] / *[di Mario vincere la partita].

(2) a. Mario ha rinunciato * [che convincermi] / [a convincermi]


b. Cerca *[che ti ricordi dove abbiamo incontrato Mario l‟ultima volta] / [di ricordarti
dove abbiamo incontrato Mario l‟ultima volta].

È il verbo reggente ad ammettere l‟una o l‟altra delle costruzioni, infinitiva o temporalizzata


(esplicita o implicita), o entrambe. Il comportamento dei verbi a questo propostio non è
casuale, e mostra delle regolarità. La forma infinitiva è sempre possibile, mentre quella
temporalizzata ha una distribuzione più ristretta. Si può dunque affermare che, solitamente, se
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un verbo può reggere una subordinata oggettiva temporalizzata (esplicita), allora può reggere
anche un‟infinitiva (implicita), ma non viceversa.
Le subordinate completive nella variante infinitiva sono ora rette direttamente dal verbo, ora
introdotte da di o da a. Ogni altra preposizione introduce un differente tipo di subordinata,
come la finale e la relativa in (4) e (5), e non si usa con le completive:

(3) a. Gianni preferisce [abitare in campagna]


b.Maria non si è ancora accorta [di aver sbagliato]
c.Giorgio ha rinunciato [a convincermi delle sue ragioni].

(4) Gianni si è nascosto [per sfuggire alla polizia]


(5) Restano ancora pochi posti [da assegnare]

La variante temporalizzata, con il verbo di modo finito, è invece introdotta dal


complementatore che; in questo caso la proposizione è sempre retta direttamente dal verbo:

(6) a. Avevo sempre creduto [che Mario fosse una persona onesta]
b. È bene assicurarsi [che gli atterzzi siano in perfetto stato].

Inoltre, sono da considerarsi predicative le subordinate, sempre infinitivali, presenti nella


costruzione a sollevamento:

(7) a. Il libro risulta [esser stato rubato].


b. Questa struttura sembra [non poter reggere a un temporale violento].

Rientrano nell‟ambito delle completive quei casi in cui il verbo precede il sogggetto della
subordinata infinitiva, che è spesso in caso nominativo:

(8) Riteniamo esser il generale il vero colpevole della sconfitta.

1.1.2. Completive oggettive e completive oblique.

I complementi nominali si distinguono dal punto di vista sintattico tra complemento oggetto o
diretto, espresso da un SN, e complementi preposizionali o obliqui, espressi da SP:

(9) a. Gianni ha visto [Mario].


b. Gianni ha partecipato [all‟incontro].

La differenza tra complementazione “diretta” e quella “obliqua” si trova anche a livello di


frase: i complementi frasali si possono infatti suddividere in proposizioni completive
“oggettive”, corrispondenti a un complemento oggetto, e proposizioni completive “oblique”,
corrispondenti ai complementi preposizionali. Ad esempio, le infinitive in (10) sono delle
oggettive, quelle in (11) sono delle oblique:

(10) a. Gianni desidera [vincere la partita].


b. Gianni ha promesso [di aiutarci].
(11) a. Gianni si è accorto [di aver sbagliato].
b. Gianni ha contribuito [a organizzare l‟incontro].

La distinzione tra oggettive e oblique è collegata a una serie di proprietà sintattiche:


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1)Le oggettive infinitive sono o rette direttamente dal verbo, oppure sono introdotte da di, che
funge da complementatore preposizionale, cioè è interno alla frase e ha la stessa funzione del
complementatore che nelle proposizioni temporalizzate. Le oblique infinitive sono invece
introdotte da di o a, che sono delle vere proposizioni.

2)Le oggettive si possono pronominalizzare con il clitico lo, cioè con lo stesso clitico che si
usa per pronominalizzare il complemento oggetto. Rispetto a (10) abbiamo:
(12) a. Gianni lo desidera.
b. Gianni lo ha promesso.

Le oblique si possono pronominalizzare con il clitico partitivo ne o con il locativo ci / vi, cioè
con i clitici che pronominalizzano i complementi preposizionali di SN, a SN (non dativo):

(13) a. Gianni se n‟è accorto.


b. Gianni vi ha contribuito.

3) Soltanto con le oggettive si può avere la forma passiva, mentre questa struttura è sempre
esclusa con le oblique:

(14) a. Gli era stato promesso di aiutarlo.


b. È‟ stato deciso di partire.

(15) a. *È stato contribuito a organizzare l‟incontro.


b.*È stato dubitato di partire.

Le subordinate completive dirette e oblique, tuttavia, non si distinguono sempre con la stessa
chiarezza dei nominali.
Nella costruzione temporalizzata viene neutralizzata l‟opposizione tra subordinata oggettiva e
obliqua, in quanto il complementatore che non può essere preceduto da una preposizione:

(16) a. Dubito [della tua buona fede].


b. Dubito [di poter capire quel libro].
c. Dubito [(*di) che tu abbia capito quel libro]

(17) a. Mi meraviglio [del tuo comportamento]


b. Mi meraviglio [di vederti così abbattuto].
c. Mi meraviglio [(*di) che tu sia così abbattuto].

La distinzione tra i diversi tipi di completive è resa visibile soprattutto dal tipo di introduttore
che lega il verbo reggente alla proposizione infinitiva.

1.1.3. Proposizioni oggettive

1.1.3.1.Prima classe: verbi transitivi con l‟infinito senza preposizione.

La prima classe raggruppa quei verbi che non prendono nessuna preposizione davanti
all‟oggettiva infinitiva. Si tratta di un certo numero di verbi di volontà, o che comunque
qualificano un atteggiamento rispetto a un‟azione designata da una proposizione, come
adorare, amare, ardire, desiderare, detestare, gradire, intendere, odiare, osare, preferire, ecc.:
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(20) Gianni desidera [passare le vacanze senza la televisione].

1.1.3.1.1. Costruzione temporalizzata

La forma temporalizzata non è sempre ammessa:

(21) a. Desidero / Gradisco / Preferisco / Voglio [che ognuno faccia il proprio lavoro].
b. ?Adoro / ?Amo / ?Detesto / ? Intendo/ ?Odio [che ognuno faccia il proprio lavoro]1.
c. *Ardisco / *Oso che ognuno faccia il proprio lavoro.2

La subordinata temporalizzata è obbligatoria se il suo soggetto è diverso da quello della


principale, altrimenti è esclusa:

(22) *Desidero / *Gradisco che (io) faccia il mio lavoro.

1.1.3.1.2. Oscillazione nell‟uso di “di”

C‟è molta variabilità nell‟impiego di di davanti all‟infinito della subordinata con la classe dei
verbi in questione. Con alcuni si può avere una variante che presenta la preposizione di speso
di uso antiquato:

Per questa sera, desidero / gradisco / preferisco (di) cenare tardi.

Nessun verbo di questa classe può presentare una variante con la preposizione a davanti
all‟infinito.
Laddove la variante con di è ammessa, essa è generalmente preferita quando la subordinata
non è adiacente al verbo reggente:

(23) a. Gianni ha sempre desiderato con tutte le sue forze [di diventare celebre].
b. Gradirei, se mi è concesso, [di essere lasciato in pace].

1.1.3.2.Seconda classe: verbi transitivi con l‟infinito preceduto da “di”.

La grande maggioranza dei verbi che reggono una subordinata oggettiva richiede la
preposizione di davanti all‟infinito. Non si tratta di un insime omogeneo: in base al tipo di
rapporto con cui si legano al proprio complemento, i verbi possono infatti essere ripartiti in
due classi, sintatticamente ben definite.
La prima classe è costituita da quei verbi che, pur inserendo di davanti all‟infinito, si
comportano per il resto come verbi transitivi. Se prendono un complemento nominale, questo
è un complemento oggetto, non introdotto da preposizione:

(24) a. Gianni ha promesso [di impegnarsi di più].


b. Gianni ha promesso il suo aiuto.

(25) a. Mario mi ha confidato [di essere in procinto di partire].


b. Mario mi ha confidato un segreto.
1
(?) leggermente anomalo, non perfettamente accettabile
2
(*) agrammaticale
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Anche in questa classe, sia il complemento oggetto, sia la frase oggettiva possono essere
pronominalizzati con il clitico lo; per la frase tale possibilità è però più limitata:

(26) a. Penso [di non essere all‟altezza].


b. Lo penso.

(27) a. Gianni mi ha suggerito [di parlare del problema con poche


persone].
b. Gianni me lo ha suggerito.

(28) a. Gianni deve finire [di leggere il libro entro domani].


b. * Gianni deve finirlo.

Almeno per quei verbi che possono reggere un SN oggetto è chiaro che questa prima classe di
verbi con di davanti all‟infinito si comporta, dal punto di vista della complementazione, in
maniera simile alla Prima Classe. In questi casi il di non è da considerare una preposizione,
ma un complementatore preposizionale, cioè un elemento che fa parte della frase subordinata,
ed ha la stessa funzione del che nelle proposizioni temporalizzate.
Questo viene confermato da una caratteristica della costruzione con fare seguito da un
infinito. In tale costruzione, il soggetto del verbo dipendente da fare può apparire come un
complemento oggetto o indiretto:

(29) a. Ho fatto mangiare una mela a Gianni.


b. Ho fatto discutere Gianni con Mario.

Sostituendo una proposizione ai complementi nominali, i verbi che richiedono di davanti


all‟infinito ma usano il clitico lo, esprimono tutti il soggetto della subordinata come
complemento indiretto, cosicché la completiva si comporta come un complemento oggetto:

(30) Ho fatto credere a Gianni [di essere un bravo sciatore].


(31) Ho fatto promettere / sperare a Gianni [di essere un bravo
studente].
Poiché non tutti i verbi ammettono un complemento nominale o la cliticizzazione della
subordinata, il comportamento nella costruzione fattitiva è a volte l‟unica caratteristica in base
alla quale un verbo viene incluso in questa classe.
Vengono considerati verbi appartenenti alla classe che richiede la variante “complementatore”
di di: cercare, cessare, fingere, finire, smettere, tentare.

I verbi che prendono di nella funzione di complementatore sono caratterizzati da una


certa omogeneità di significato; anche se la somiglianza semantica è meno stretta che per i
verbi che reggono l‟infinito semplice.
Appartengono a questa classe i verbi dichiarativi: dire e sinonimi, con tutte le possibili
sfumature e specializzazioni di significato, verbi che esprimono diversi mezzi o maniere di
dichiarare un contenuto proposizionale, e anche delle locuzioni di significato dichiarativo,
come: accennare, affermare, ammettere, assicurare, chiarire, chiedere, comunicare,
confermare, consigliare, dichiarare, dimostrare, dimostrare, dire, domandare, dare,
insinuare, leggere, mostrare, negare, omettere, promettere, proporre, provare,
raccomandare, raccontare, rispondere, rivelare, scomettere, significare, spiegare, stabilire,
telefonare, telegrafare, testimoniare, ecc.
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L‟altro grande gruppo di verbi che prendono di come complementatore infinitivo è


formato dagli epistemici, che esprimono percezione, conoscenza, ricordo, ma anche opinione
e giudizio: accettare, apprendere, aspettarsi, capire, constatare, credere, decidere,
determinare, dimenticare, figurarsi, immaginare, indovinare, inventare, notare, osservare,
pensare, ricordare, rilevare, sapere, scoprire, sentire, sognare, trovare, ecc.
Oltre a questi due grandi raggruppamenti, appartengono a questa classe alcuni verbi di
comando, permesso e divieto, che, pur avendo la possibilità di ricorrere con il solo
complemento frasale, reggono di solito un SP e una frase: comandare, imporre, ordinare,
permettere, proibire, vietare, ecc.

La direzione ci ha permesso [di utilizzare i nuovi macchinari].

Un gruppo ristretto di verbi aspettuali, privi sia di complementazione nominale che della
possibilità di cliticizzare la subordinata oggettiva, possono essere ascritti a questa classe solo
a causa del loro comportamento nel costrutto fattitivo: cessare, finire, smettere:

Ho fatto smettere Gianni [di fumare].

1.1.3.2.1.) Costruzione temporalizzata (o esplicita)

La costruzione oggettiva temporalizzata è possibile nella grande maggioranza dei casi. Essa è
ammessa, in particolare, quasi senza eccezione in dipendenza da predicati dichiarativi ed
epistemici:

(32) Gianni ha detto / rivelato / raccontato / gridato / testimoniato /


garantito [che il treno era già partito].

(33) La giuria propone / concede / decide [che la seduta venga


aggiornata].

(34) Gianni ha temuto / sperato / pensato / immaginato [che il treno


fosse già partito].

(35) Mario deve ancora sapere / scoprire / apprendere [che suo


fratello è all‟ospedale].

I verbi di comando e permesso richiedono solitamente l‟infinito. La forma temporalizzata è


meno usuale e di livello stilisticamente piuttosto alto; inoltre, essa è spesso limitata ai casi in
cui il soggetto della subordinata può essere interpretato come un impersonale. Da qui la
frequenza, in questi costrutti, della costruzione con il si o della forma passiva:

(36) Ti proibisco / permetto / vieto [di parlare oltre].


*Ti probisco / permetto / vieto che tu parli oltre.
(37) Il generale ordinò / permise / proibì [che si facesse saltare il
ponte].
(38) Il generale ordinò / permise / proibì [che i soldati facessero
saltare il ponte].

La forma temporalizzata è rigidamente esclusa in dipendenza dai conativi e dagli aspettuali:


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(39) Mario ha finito / smesso / terminato [di lavorare presso la


banca].
(40) * Mario ha finito / smesso / terminato che lavori presso la banca.
(41) Devi cercare [di impegnarti di più].
(42) *Devi cercare che ti impegni di più.

Una particolarità della costruzione di modo finito in questa classe è la possibile omissione del
complementatore che. L‟omissione è strettamente condizionata dal verbo reggente, ma anche
è necessario che si tratti di una oggettiva in senso stretto, dipendente da un verbo e non da un
nome:
(43) Non credo [si possa far molto per salvare la situazione].
(44) Immagino [Gianni sia già al corrente delle novità].
(45) Spero [sia tutto un frutto della tua immaginazione].
(46) *Non ho l‟impressione si possa far molto per salvare la
situazione.
I principali verbi che possono reggere una oggettiva temporalizzata senza che sono: capire,
credere, dire, pensare, temere, sperare, escludere, immaginare, dubitare, ipotizzare, arguire,
dedurre, concludere, supporre, pretendere, trovare, ecc.

1.1.4. Proposizioni oblique

1.1.4.1. Terza classe: verbi intransitivi con l‟infinito preceduto da “di”

Con una serie di verbi, di svolge funzione preposizionale. Si tratta per lo più di verbi
riflessivi, ai quali vanno aggiunti alcuni verbi semplici: accorgersi, avvedersi, assicurarsi,
contare, curarsi, degnarsi, dimenticarsi, disperarsi, dubitare, fantasticare, meravigliarsi,
occuparsi, parlare, pentirsi, rammaricarsi, rammentarsi, ricordarsi, scusarsi, sforzarsi,
soffrire, vergognarsi, ecc.

Nessuno di questi verbi è transitivo; se è presente un complemento nominale, questo è


introdotto da di, allo stesso modo dell‟infinito. Quasi tutti i verbi di questa classe ammettono
un complemento nominale:

(47) Gianni si è accorto / curato / dimenticato / meravigliato / pentito


/ ricordato dell‟incidente.
(48) Gianni ha dubitato / fantasticato / parlato / sognato del suo
futuro.
Con alcune eccezioni è possibile pronominalizzare l‟oggettiva. Il clitico richiesto è il genitivo
ne, lo stesso usato per cliticizzare un SP con la preposizione di:

(49) Abbiamo parlato / discusso [di rinviare la riunione].


Ne abbiamo parlato / discusso.
(50) Mario non si ricorderà / dimenticherà / curerà / preoccuperà /
degnerà mai [di allacciarsi le cinture].
Mario non se ne ricorderà / dimenticherà mai.

La complementazione nominale e la cliticizzazione concordano nell‟indicare che il di che


precede l‟infinito retto dai verbi appartenenti a questa classe è una preposizione.
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Inserendo il verbo reggente in un costrutto causativo, il soggetto dell‟infinitiva è


all‟accusativo (retto da fare), senza preposizione. Tuttavia, con verbi riflessivi non sempre il
costrutto fattitivo è possibile:

(51) Hanno fatto diperare / illudere Giorgio [di poter ottenere la


vacanza premio].
(52) Hanno fatto dubitare Giorgio [di essere un bravo sciatore].
(53) *Hanno fatto sforzare Giorgio di ottenere il primo posto.

Questo tipo di di non alterna quasi mai, a differenza che nella classe precedente, con il
costrutto senza introduttore.
Ci sono però dei casi in cui il di preposizione alterna con il di complementatore:

(54) Il professore si era dimenticato / ricordato [di spiegare la lezione


del giorno].
Questi verbi possono avere la costruzione transitiva, sia con le preposizioni che con i SN, e
possono premettere la preposizione a davanti al soggetto della subordinata nella costruzione
fattitiva:
(55) Il professore se lo era dimenticato / ricordato.
(56) Il professore si era dimenticato / ricordato l‟ora
dell‟appuntamento.
(57) Le circostanze hanno fatto dimenticare / ricordare al professore
[di spiegare la lezione del giorno].

1.1.4.1.2) Costruzione temporalizzata (o esplicita)

Pur avendo uno statuto preposizionale, il di di questa classe non può ricorrere davanti a che.
Così come per le classi precedenti, quest‟ultimo si presenta sempre da solo:

(58) Dubito [(*di) che tu possa effettivamente mantenere le tue


promesse].
(59) Improvvisamente mi sono ricordato / accorto / avveduto /
rammentato [(*di) che oggi i negozi sono chiusi].

Rispetto alla classe precedente, la proporzione di verbi che non ammettono la costruzione
temporalizzata è nettamente maggiore. Con un certo numero di verbi sono possibili entrambi i
costrutti: accorgersi, assicurarsi, avvedersi, dimenticarsi, disperare, dubitare, meravigliarsi,
rammentarsi, ricordarsi, ecc.
Altri reggono solo l‟infinito: contare, curarsi, degnarsi, discutere, disperarsi, fantasticare,
occuparsi, parlare, sforzarsi, vantarsi, ecc.
La divisione tra i verbi che possono reggere la sola variante infinitiva e quelli con tutte e due
le possibilità non sembra rispondere ad alcun criterio semantico.

1.1.4.2) Quarta Classe: verbi con l‟infinito preceduto da “a”

Questa classe è composta dai verbi che prendono la preposizione a davanti all‟infinito. Le
loro caratteristiche sono le stesse di quelle della classe precedente: la preposizione compare
anche davanti agli eventuali complementi nominali, mostrando così di essere richiesta dal
verbo indipendentemente dal tipo di complemento, e di non essere un puro complementatore:
14

(60) Gianni ha imparato / pensato / rinunciato [a frequentare la


mensa].
(61) Mario si è abituato / deciso / impegnato / prestato [a frequentare
la mensa].
(62) Giorgio è arrivato / corso / restato / rimasto / riuscito [a
frequentare la mensa].

Come ne per la classe precedente, il clitico ci può pronominalizzare sia un SP che la frase:

(63) Gianni ha pensato / rinunciato al suo progetto.


(64) Gianni ha pensato / rinunciato [ad andare a Venezia].
(65) Gianni ci ha pensato / rinunciato.

In genere i verbi di questa classe possono reggere solo un‟infinitiva; la forma temporalizzata
non è ammessa, anche nei casi in cui il soggetto della subordinata può essere diverso da
quello della reggente:

(66) *Mi sono messo / impegnato / arrischiato che parli.


(67) * Mi sono abitutato che Gianni parli.

I casi in cui la subordinata può essere di modo finito sono poco numerosi, e in esse il che non
sostituisce la preposizione, ma la segue, dando luogo a la sequenza a che, propria di uno stile
piuttosto elevato.

(68) Gianni acconsente / ambisce / contribuisce / si è impegnato a


che la partita sia disputata.

La forma temporalizzata è limitata alle subordinate con valore finale. I verbi imparare,
insegnare e badare costituiscono delle eccezioni, in quanto possono reggere una proposizione
temporalizzata non introdotta da a e senza tale valore.

(69) Ho imparato / insegnato che non bisogna pretendere più del


dovuto.
(70) Bada che non ti succeda nulla di male.

1.1.5) Il passivo

La passivizzazione coinvolge la frase allo stesso modo di un complemento oggetto, qualora il


verbo sia al passivo e non abbia come argomento un SN:

(71) È stato deciso di partire.


(72) Fu proposto anche di non accettare l‟incarico.
(73) Non era ancora stato ordinato di deporre le armi.

1.2 Le frasi soggettive

La proposizione soggettiva è quella che può fungere da soggetto, occupando il posto che in
genere è di un nominale. Essa può avere forma infinitiva o temporalizzata, introdotta da che.
15

La nozione di soggeto, a differenza di quella di complemento, è una nozione univoca, almeno


in senso strutturale, anche se non in quello semantico.

In posizione di soggetto di frase, una proposizione può acquisire un certo grado di nominalità,
che le permette di accompagnarsi a verbi che, di solito, hanno come soggetto un SN:

(1)
a. [Un colpo di fortuna] ha permesso a Gianni di trovare lavoro.
b. [L‟allenatore] giustificò la nostra sconfitta.
c. [Il coraggio di Gianni] non finisce di stupirmi.

(2)
a. [Avere a disposizione molto tempo] ha permesso a Gianni di trovare lavoro.
b. [Aver giocato troppe partite] giustificò la nostra sconfitta.
c. [Che Gianni sia così coraggioso] non finisce di stupirmi.

L‟unica condizione, in questo caso, è che il verbo non imponga alla posizione soggetto delle
restrizioni di selezione incompatibili con la presenza di una proposizione, per esempio che il
soggetto debba essere animato. In questo caso non è possibile avere una proposizione nella
posizione del soggetto:

(3)
a. [L‟allenatore] perdonò la nostra sconfitta.
b. *[Aver giocato troppe partite] perdonò la nostra sconfitta.

Quanto più una proposizione è sintatticamente simile a un nome, tanto più facilmente è
ammessa come soggetto. Il massimo della nominalizzazione si ha nella perifrasi con il fatto
che (o anche la circostanza che) con la variante temporalizzata, e nella variante con l‟articolo
dell‟infinito sostantivato:

(4)
a. Il parlare troppo piano ti impedisce di farti capire.
b. [Il fatto che tu parli troppo piano] ti impedisce di farti capire.

1.2.1) Strutture predicative con un aggettivo

La costruzione più comune in cui una frase funge da soggetto è la struttura copulare con un
predicato di tipo aggettivale; la soggettiva può precedere il predicato o seguirlo:

(5)
a. E‟ chiaro [che non ti sei preparato a sufficienza].
b. É inutile [affaticarsi tanto].
c. È importante [che tu mi comprenda bene].

(6)
a. [Che Gianni non sappia ancora della sciagura] è inammissibile.
b. [Non rivelarmi nulla] è stato crudele.
c. [Che Mario possa essere già arrivato] è improbabile.
16

Come in tutte le proposizioni soggettive, l‟infinito è più frequente di un modo finito. La forma
temporalizzata è in genere perfettamente accettabile, nello stesso modo dell‟infinito, dopo il
predicato, ma non sempre in posizione iniziale.

1.2.2) Strutture predicative con un avverbio o un SP.

Delle costruzioni idiomatiche, isolate ma di grande uso, hanno come predicato un avverbio o
un SP:
(1) È bene / meglio [che ci intendiamo subito] / [intenderci subito].
(2) [Rassegnarsi subito al peggio] non è da lui.

Con l‟avverbio, non si ha preferenza per la costruzione infinitiva rispetto a quella


temporalizzata. In entrambi i casi è ammessa solo la posposizione della soggettiva, mentre la
anteposizione è esclusa.
Con il SP, al contrario, la posizione è libera, mentre la variante temporalizzata non è
ammessa:

(3) Non è da lui [rassegnarsi subito al peggio].


(4) *[Che Gianni si rassegni subito] non è da lui.

1.2.3) Strutture predicative con un SN

Nel caso in cui il secondo termine della predicazione sia un SN, non sempre la frase è il
soggetto vero e proprio; in determinate costruzioni essa può fungere da predicato, dal
momento che un SN, ma non un SA, un SP, o un avverbio, può esprimere il soggetto. In un
altro tipo di costruzione la frase è da considerarsi complemento dello stesso SN.
Di solito, la frase è il soggetto ed è qualificata da un predicato nominale:

(11)
a. [Guidare a quella velocità] è una pazzia.
b. [Che Mario abbia davvero perso il posto per delle calunnie] è un‟infamia.
c. [Essersi offerto volontario] è stato un atto coraggioso da parte sua.

(12)
a. Ê un‟illusione [pensare di finire tutto il lavoro entro oggi]
b. È un peccato [che Gianni non sia stato accettato].

1.2.4) Strutture identificative

Altre costruzioni che esprimono identità, simili a quelle considerate in 1.2.4., hanno invece
una frase come soggetto del verbo:

(16)
a. [Fare certe domande] significa non avere capito niente.
b. [Affermare le proprie idee] non vuol dire soffocare quelle altrui.
c. [Poter sostenere una discussione] implica aver letto molto.
17

In questi casi, la seconda proposizione è in posizione di complemento, e quindi, se il verbo lo


richiede o lo permette, può apparire il di tipico delle strutture subordinative:

(17) Poter sostenere una discussione implica (di) aver letto molto.

1.2.5) Verbi impersonali

Esiste una serie di verbi usata in senso impersonale, che prende come soggetto sintattico una
frase. A differenza delle costruzioni esaminate in precedenza, qui la proposizione non è il
SOGGETTO della predicazione, ma il soggetto in senso strettamente sintattico. Si può
parlare di verbi impersonali solo per i casi in cui può effettivamente essere omesso ogni
nominale:

(18)
a. Non sempre accade [di essere valutati imparzialmente]
b. (Mi) basta [che Gianni esprima chiaramente le sue intenzioni]
c. (A Mario) sembra [che la situazione non sia più sostenibile].

I verbi per cui la proposizione soggettiva è effettivamente il soggetto, possono averla in


posizione sia preverbale che postverbale, senza la marca subordinativa di. Per gli altri, la
proposizione è da considerarsi invece un complemento, e può apparire solo dopo il verbo e
preceduta da di.

1.2.6.1) Proposizioni soggetto di verbi transitivi

I verbi con cui la proposizione funge più chiaramente da soggetto sono del tipo allarmare,
interessare, disturbare, appassionare, seccare, divertire. Non possono essere introdotti da di,
né l‟intera proposizione può essere cliticizzata con ne. Si tratta di verbi “psicologici”, che
esprimono la reazione emotiva di un esperiente rispetto a un‟azione, uno stato di cose o un
fatto. Si tratta di normali verbi transitivi, con la possibilità di un oggetto accusativo e
l‟ausiliare avere. La frase è un soggetto vero e proprio, che può presentarsi prima o dopo il
predicato:

(19)
a. [Il tuo intervento] mi disturba / interessa / secca.
b. Mi distruba / secca / interessa [il tuo intervento].

(20)
a. [Che si propongano certi progetti] mi disturba / secca / interessa.
b. Mi disturba / secca / interessa [che si propongano certi progetti].

1.2.6.2.) Proposizioni soggetto di verbi inaccusativi

Con un altro gruppo di verbi, cui appartengono bastare, convenire, dispiacere, piacere,
servire, la frase soggettiva può precedere o seguire il predicato. Questi verbi sono
inaccusativi. L‟ausiliare di questi verbi è essere. L‟esperiente clitico in (21) o espresso da un
nominale (22), é dativo, e non accusativo:

(21) Mi è bastato / dispiaciuto / servito [far uso di determinati mezzi].


(22) A Mario è bastato / dispiaciuto / servito [far uso di determinati mezzi].
18

Per quanto riguarda i verbi difettivi, bisgognare ammette marginalmente il perfetto composto
è bisognato, mentre è del tutto esclusa la forma con l‟ausiliare avere.

1.2.6.3.) Proposizioni complemento di verbi inaccusativi

Con una serie di vebri inaccusativi impersonali, quali importare, parere, succedere, trattarsi,
ecc. la proposizione appare in genere in posizione postverbale, preceduta da di:

(23)
a. Mi pare / sa / importa [*(di) aver capito bene]
b. Succede / Capita / Avviene / Accade / Si tratta / Sembra [*(di) dover decidere in
fretta].

Quando il verbo reggente è accompagnato da un altro elemento che ne rende più specifico il
significato, oppure è fortemente accentato e preceduto da una pausa, la frase soggettiva può
apparire in posizione preverbale introdotta necessariamente da di:

(24)
a. [Di aver capito bene] è parso a tutti / no ci sembra proprio.
b. [Di dover chiedere in fretta] succede spesso / capita a tutti / non avveniva da tempo.

(25)
a. [Di aver capito bene], MI SEMBRA.
b. [Di dover decidere in fretta], MI È SUCCESSO.

Se non si realizzano queste condizioni, gli esempi con la soggettiva preverbale sono
agrammaticali:

(26)
a. *[Aver capito bene] mi pare / sa / importa.
b. *[Dover decidere in fretta] succede / capita / avviene / accade / si tratta / sembra.

1.2.6.4.) Rapporti tra proposizione soggettiva e SN

Con la maggioranza degli impersonali, ma non con tutti, può apparire, anziché una frase, un
SN, sia che questo abbia un significato proposizionale, sia che si tratti di un vero e proprio
costrutto nominale. Esso può occupare la posizione postverbale o, in particolari condizioni,
anche quella preverbale:

(27)
a. È accaduto [un fatto inatteso].
b. È accaduto [che Gianni è stato arrestato].

(28)
a. Non sempre succede[ciò che ci si augura].
b. No sempre succede [di essere convincenti].

(29)
a. A tutti dispiace [dell‟eliminazione di Gianni dal torneo].
19

b. A tutti dispiace [che la situazione si sia deteriorata].

(30)
a. [L‟eccessiva cautela] non sempre conviene.
b. [Una così lunga preparazione] mi è davvero servita.

Verbi como bisognare e parere non hanno invece una complementazione nominale in
alternativa con quella frasale:

(31)
a. *Bisogna [una persona esperta]
b. Bisogna [che ci sbrighiamo].
c. Bisogna [partire subito].

(31)
a. *Mi pare [l‟incapacità di Gianni].
b. Mi pare [che abbia ragione].
c. Mi pare [di sognare].

1.2.6.5.) Costruzioni temporalizzate

Nelle soggettive temporalizzate dipendenti da verbi impersonali vigono gli stessi rapporti tra
frase e verbo che valgono in genere nelle costruzioni infinitive. Queste ultime si differenziano
tra loro per la possibilità di diverse particelle introduttive; le frasi con verbo di modo finito
sono introdotte invece solo da che. Il modo verbale è in genere il congiuntivo.
Così come per le completive, anche per le soggettive la forma temporalizzata ha una
diffusione minore di quella infinitiva. Tuttavia, tra gli impersonali i verbi che non ammettono
la frase di modo finito sono molto rari:

(32)
a. Conviene [che tu torni a casa adesso].
b. Mi sa [che non finiremo prima di domani].

(33)
a. *Non mi riesce [che io insegni a Gianni una sola parola di russo].
b. *Adesso ci toccherà [che gli rispieghiamo tutto da capo].

1.3 Le frasi interrogative indirette

Le “interrogative indirette” sono un tipo di frase subordinata argomentale caratterizzata da


una serie di proprietà grammaticali, cui corrisponde la caratterizzazione semantica della
“domanda”.
Le relazioni tra strutture interrogative e domande possono concernere:

I) una frase principale (“interrogativa diretta”): costituisce


un „tipo‟ sintattico, analogo a quello dichiarativo,
iussivo, ecc., caratterizzato da un insieme di proprietà
formali sistematicamente interrelate, tra cui restrizioni su
alcuni aspetti flessivi del sintagma verbale della frase
20

principale, intonazione ascendente, presenza di pronomi


della serie interrogativa / relativa, ecc.
II) una fras subordinata (“interrogativa indiretta”).

Le interrogative indirette esplicitano un dubbio, una domanda, un quesito contenuti nella


sovraordinata.
Es.:
Non so [che cosa vuoi fare].
Gli chiese[ da dove venisse].

Un'interrogazione può essere realizzata in forma diretta:


Es.:
Quanti anni avrà?
Sono arrivati a casa?

oppure in forma indiretta:


Es.:
Non so [quanti anni abbia].
Mi chiedo[ se siano arrivati a casa].

Interrogative dirette e indirette presentano una serie si caratteristiche grammaticali comuni.

1.3.1.) Proprietà fondamentali delle interrogative indirette.

Le interrogative indirette sono caratterizzate dalle seguenti proprietà:

a) Presentano un introduttore di subordinazione che non può mai esser omesso e occupa una
posizione iniziale.

A seconda del tipo de introduttore si distinguono due tipi di interrogative indirette:

a.1) “alternativa” (detta anche “sì / no”), introdotta da se.

a.2) di tipo “x” (detta anche wh- o k-), quando l‟elemento introduttore è un sintagma
interrogativo, comprendente un pronome, aggettivo, o avverbio della serie interrogativa: chi,
che cosa, come, dove, perché, quale / -i, quando e quanto /-i/-a/-e.
In contesti non marcati, se è possibile costruire una interrogativa indiretta alternativa è
possibile anche costruire una interrogativa di tipo x e viceversa:

(1)
a. Dubitava se gli fosse permesso.
b. Dubitava su che cosa gli fosse veramente permesso.

b) Ci sono caratteristiche comuni a interrogative dirette e indirette: per esempio, in ambedue


possono ricorrere gli stessi pronomi, aggettivi, aavverbi interrogativi.

c) L‟interrogativa indiretta è argomento di un predicato che può essere un verbo, un aggettivo


o un nome.
21

d) Il predicato da cui dipende l‟interrogativa appartiene a una ristretta classe semantica. Per
una serie di predicati, inoltre, è necessario precisare anche il tipo di contesto in cui si trovano.

I verbi da cui può dipendere un'interrogativa indiretta sono tutti quelli che riguardano la sfera
intellettiva e della comunicazione ("domandare, chiedere, dire, sapere, cercare, tentare,
indovinare, ignorare, pensare, essere certo, incerto, non essere sicuro", ecc.). Reggono
l'interrogativa indiretta anche sostantivi corrispondenti ai verbi citati, come: "domanda, ricerca,
dubbio, problema, questione",ecc.
Es.:
lo prese il dubbio se restare o partire.

Le interrogative indirette sono simili alla proposizioni completive. La differenza sta nel fatto che
mentre le proposizioni soggettive e oggettive contengono un'enunciazione, le interrogative
indirette esprimono un dubbio, una domanda.

Possono introdurre un'interrogativa indiretta gli stessi elementi che introducono un'interrogativa
diretta (chi, che, che cosa, come, quando, dove, perché, quanto, quale, ecc.) e la congiunzione
interrogativa se; il verbo ha il modo all'indicativo, al congiuntivo o al condizionale:
Es.:
Mi domandavo che cosa aveva fatto/ che cosa avesse fatto/ che cosa avrebbe fatto.

Nella forma implicita, queste proposizioni sono introdotte dagli stessi pronomi, aggettivi,
avverbi o dalla congiunzione se, col verbo all'infinito:
Es.:
Non so quale scegliere.
Non so a chi rivolgermi.

Come le interrogative dirette anch'esse si distinguono in totali (o connessionali) - introdotte


sempre da se - e in parziali (o nucleari) - introdotte da un particolare pronome o avverbio
interrogativo in funzione di congiunzione-. Nelle interrogative parziali il soggetto è generalmente
posposto al verbo ("non so che cosa mangia il tuo cane"). Tuttavia, a differenza delle
interrogative dirette, in cui la sequenza predicato-soggetto è obbligatoria, nelle indirette si ha
spesso la possibilità di scelta.
Es.:
Quando ebbe capito bene cosa il dottore volesse dire.
Quando ebbe capito bene cosa volesse dire il dottore.

Anche le interrogative indirette possono porre un'alternativa: possono essere cioè disgiuntive. In
questo caso il primo termine è sempre introdotto dalla congiunzione se, il secondo dalle
congiunzioni o, oppure.
Es.:
Sono incerto se partire o restare.

1.4) La Proposizione Predicativa (e specificativa)

Nel caso in cui il secondo termine della predicazione sia un sintagma nominale, non sempre la
frase è il soggetto vero e proprio; in determinate costruzioni essa può fungere da predicato,
dal momento che un sintagma nominale può esprimere il soggetto.
Es.:
a.- La sua decisione è [un andare contro tutte le regole]
22

b.- Il comportamento di Mario è [un lottare contro i mulini di vento]

La frase predicativa può essere pronominalizzata con lo:

a.- La sua decisione lo è.


b.- Il comportamento di Mario lo è.

Dentro di questo gruppo possiamo considerare le costruzioni a sollevamento:

c.- Il libro risulta [esser stato rubato]


d.- Questa struttura sembra [non poter reggere a un temporale violento]

In un altro tipo di costruzione, apparentemente simile, la frase non è il soggetto, e quindi non
è da considerare una vera e propria soggettiva. La copula non instaura una relazione di
predicazione, ma di identità. Per questo motivo, la proposizione, che può essere infinitiva o
temporalizzata, è da considerarsi esplicativa del SN. L‟identità viene stabilita tra la
proposizione e il contenuto semantico non del SN in sè, ma della nozione designata dal SN.
Quest‟ultimo deve indicare un‟azione mentale, o un atteggiamento, o anche semplicemente un
concetto, il cui significato sia, o possa essere, una proposizione, e non un referente oggettivo:

d.- [La decisione] / [Il timore] / [Il pericolo] è (di) rimanere in questo luogo.

Solo in questa costruzione è ammessa nella forma infinitiva la presenza di di davanti


all‟infinito, peraltro non obbligatoria:

e.- Il mio consiglio è [(di) ritirarci].


f.- Il partito migliore da prendere è [(di) cercare un accordo].

1.5) La Propozione dichiarativa


Le propozioni dichiarative servono a “dichiarare”, a spiegare un pronome dimostrativo,
completando il senso della principale.
Es.:
a.- In ciò l‟uomo si distingue dalle bestie, [che ha l‟uso della ragione].

Il dimostrativo può essere accompagnato da un sostantivo come argomento, fatto,


circostanza, punto:

b.- Su questo punto sbagli, [che io fossi presente].


c.- Su questo fatto tutti concordano, [che la cosa va risolta al più presto].

Talvolta il dimostrativo manca, e il sostantivo regge da solo la proposizione dichiarativa:

d.- Il fatto che siamo tutti qui testimonia il nostro affetto per te.

O nelle forma implicita:

e.- Il fatto di essere tutti qui testimonia il nostro affetto per te.

Le proposizioni dichiarative sono introdotte dalla congiunzione che con il verbo all‟indicativo
o al congiuntivo, oppure da di con il verbo all‟infinito.