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Lezione 12

In questa lezione riprendiamo il concetto di “frase” ripartendo da quello che abbiamo visto a proposito dei
sintagmi verbali, rivedendo gli aspetti della frase che rendono questo costituente diverso dal sintagma
verbale. Quindi ci occuperemo di rappresentazione della struttura delle frasi: le frasi semplici e le frasi
subordinate.

Riprendiamo da un tema trattato nelle lezioni precedenti, cioè appunto la struttura dei sintagmi verbali:

Quindi ripartiamo da una frase come “il nonno fuma la pipa”: si tratta di un verbo bivalente, con due
argomenti: un argomento esterno e un argomento interno. Abbiamo visto che la struttura di un verbo
come questo, di un sintagma verbale di un verbo bivalente è quella che vediamo in questa slide. In realtà
però, come è ovvio “il nonno fuma la pipa” è una frase e non è un sintagma verbale.

Quindi come rappresentiamo questa struttura? Abbiamo visto che la frase contiene degli elementi,
contiene degli ingredienti che non fanno parte del sintagma verbale. In particolare è la flessione, e quindi il
contenuto funzionale, il significato funzionale delle frasi che non è determinato, non è previsto nella forma
lessicale di un verbo. Un verbo può partecipare a frasi di struttura varia, con proprietà flessive varie, può
essere associato o combinato con soggetti vari e quindi acquistare caratteristiche di flessione di vario tipo.
Non è il verbo che porta la flessione.

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E questa cosa la si rappresenta nella struttura sintattica
separando l’informazione lessicale, predicativa,
argomentale che corrisponde alla testa U
dall'informazione funzionale, appunto quella che
corrisponde alla flessione. E abbiamo detto che la
flessione è rappresentata dalla testa i. La testa i, che vi
ricordo, sta per “INFLECTION”.

Quindi la testa i proietta un costituente di tipo x’ (x


barra), quindi ci sarà un livello i’(i barra) e un livello VP.

Cosa c’è nella testa i? Nella testa i nelle varie frasi delle varie lingue ci possono essere elementi di datura
diversa. Fondamentalmente ci può non essere niente, ci può essere un ausiliare, ci può essere invece un
morfema, un pezzo di parola. Questo dipende dal tipo di frase e anche dal tipo di lingua. Però possiamo dire
che a un livello un po’ più astratto di rappresentazione e di concezione della struttura della frase, nella
testa i ci sono quelli che si chiamano i tratti di flessione. La parola “tratti”, come molti di voi sanno,
richiama il concetto di > caratteristica linguistica. Si parla di tratti per esempio anche a proposito della
fonologia.

Quindi i tratti sono dei pezzi di informazione, potremmo dire, dei primitivi di informazione che in questo
caso, è informazione che riguarda la flessione. Questi pezzetti di informazione li definiamo come tratti di
informazione relativa a tempo T, modo M e accordo A:

Essi sono categorie di flessione che hanno a che fare con proprietà semantiche della frase: il tempo in cui si
colloca l’evento descritto dal verbo. Il modo si riferisce piuttosto alla prospettiva del parlante, diciamo
dell’emittente rispetto a valutazione di verità della frase. Ma adesso non entriamo in questo che cos’è il
tempo, il modo dei verbi, ecc...lo sappiamo tutti. E con accordo, ci si riferisce all’accordo tra il soggetto della
frase e l’elemento (o parola) che realizza la flessione. Quindi l’accordo tra il soggetto e il verbo, se è il verbo
ad essere flesso, oppure l’accordo tra soggetto e ausiliare, ad esempio in italiano:

- quindi “il nonno fuma”> fuma si accorda con nonno per numero e persona.
- “Tu fumi”> fumi si accorda con tu, seconda persona singolare e se c’è un ausiliare è la stessa cosa.

Benissimo, quindi questi elementi, questi pezzetti di significato funzionale, che poi si possono realizzare in
vari modi nella frase, sono quelli che sono contenuti, diciamo di base, fondamentalmente nella testa.
Quindi c’è un contenuto astratto potremmo dire, che poi a seconda della frase si realizza, cioè prende una
forma specifica.

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In una frase come: “Il nonno ha fumato la pipa” → questo
contenuto astratto si realizza nell’ausiliare. In questo caso
è un ausiliare che realizza la proprietà di tempo, diciamo
quella che si chiama passato prossimo. Comunque
realizza una proprietà di tempo passato, di modo
indicativo e poi realizza l'accordo con un soggetto che qua
è presente nell’albero sintattico, ma in forma di
argomento esterno del verbo. Questa struttura è
chiaramente non definitiva, perché quella struttura che
vediamo produce un ordine: “ha il nonno fumato la pipa” che non è l’ordine della frase che dobbiamo
analizzare e che in generale non è l’ordine delle frasi in una lingua come l’italiano, o se è per questo, in
quasi tutte le lingue, dove il soggetto precede in genere il verbo o l’ausiliare.

Come possiamo quindi dar conto di questo stato di cose? Abbiamo già accennato a questo:

Diamo conto di questo caso di cose ipotizzando, diciamo introducendo la nozione di movimento sintattico.

Più precisamente in cosa consiste il movimento sintattico? Noi abbiamo un sintagma nominale (il nonno)
che è disponibile, è già presente nella frase perché è stato inserito nella frase al momento della formazione
del sintagma verbale. Quindi quando nella costruzione della frase, il parlante ha individuato il verbo,
l’argomento interno e quello esterno, fa una costruzione: si tratta naturalmente di processi inconsapevoli e
anche estremamente veloci. Qui invece li stiamo analizzando in maniera molto lenta. Quindi, il parlante fa
una costruzione unendo, combinando prima ,abbiamo visto, l’argomento interno col verbo e quindi questo
è il costituente, e poi in una successiva operazione l’argomento esterno con il verbo.

Quindi diciamo l’argomento esterno, che poi sarà anche il


soggetto della frase, è già presente e disponibile, ma è in
una posizione di vicinanza con il verbo perché in questa
posizione di vicinanza, in particolare nella posizione di
specificatore rispetto al verbo, c’è un rapporto stretto tra
queste due entità. Però poi quando noi costruiamo la frase
abbiamo bisogno che ci sia anche un soggetto sintattico
nella frase. Questo soggetto sintattico di fatto sta in una
posizione diversa da quella dove è stato inserito

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l’argomento esterno. Esso sta nella posizione di specificatore dell’IP. Quindi noi rappresentiamo questa
situazione dicendo che lo stesso sintagma nominale (il nonno) svolge nella frase due funzioni:

1. svolge la funzione dell’argomento esterno del VP. Quindi ha una relazione argomentale con
il verbo.
2. E poi svolge una funzione sintattica nella posizione più alta del sintagma della frase dell’IP,
dove ha la funzione grammaticale diciamo, e quindi tra l’altro la funzione di far scattare, di
fare il ‘trigger’ dell’accordo del verbo, in questo caso dell’ausiliare/flessione.

Quindi diciamo, che dalla posizione di specificatore dell’IP,


il costituente che sta in quella posizione controlla la
flessione. Allora però, chiaramente io vengo ad avere una
frase dove ho: “il nonno ha il nonno fumato la pipa”. Le
frasi non sono fatte così ma questo è un principio di
economia che ci può facilmente portare a dire che una
delle due copie, la copia più bassa che sta più vicino al
verbo, non viene realizzata e resta silente.

Quindi diciamo, possiamo concepire il movimento sintattico (questa operazione che si chiama movimento
sintattico) come un'operazione di copia e poi di successiva cancellazione del costituente che sta più in
basso. A questo punto la frase è dotata di un soggetto sintattico che coincide con l’argomento esterno.

Cosa succede poi? Quindi adesso abbiamo appurato che


c’è stato questo movimento sintattico, ovvero questa
copiatura e cancellatura della copia più bassa del soggetto.
Che cosa succede alla flessione, quando invece di avere un
ausiliare o un verbo che prende lui stesso la flessione, cioè
non c’è la divisione tra flessione e parte lessicale del
verbo, ma le due cose sono realizzate nella stessa forma,
come succede in italiano col tempo presente in cui si dice
“il nonno fuma la pipa”.

> Torno un attimo indietro per specificare che la forma “fumato” è una forma, in realtà c’è un pezzetto di
elemento funzionale nella parola “fumato”, tuttavia non c’è la flessione che realizza il tempo, il modo e
soprattutto l’accordo. Non c’è nel verbo l’informazione relativa alla persona e al numero, che sono quelli
che sono in gioco nel fenomeno dell’accordo, in italiano. Mentre invece nel “Il nonno fuma” il verbo ha la
flessione.

Che cosa è successo? E’ successo che il verbo, nella


sua forma lessicale che qui rappresento con l’infinito:
avrei potuto rappresentarla con la radice del verbo,
per esempio in questo caso fum. La radice fum sta in
V e la desinenza del verbo sta in i, dove realizza la
flessione, il contenuto flessivo. Comunque in ogni
caso, quello che succede è che il verbo si sposta.
Ovvero possiamo dire che si copia nuovamente dalla

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sua posizione di testa (posizione V) a un’altra posizione di testa (posizione i), e che va a incorporare la
flessione: la radice si va a prendere la sua desinenza, che sta in quella posizione. Oppure possiamo dire che
la forma del verbo va a realizzare la flessione. Perché con certi tempi verbali in italiano, ma anche in
tantissime altre lingue, la flessione non è realizzata separatamente sull’ausiliare, ma è realizzata nella stessa
forma del verbo. Quindi così come prima il soggetto NP sta in due posizioni perché svolge due funzioni, in
questa frase il verbo sta in due posizioni perché svolge due funzioni: svolge la funzione lessicale in V, e
svolge la funzione grammaticale, funzionale cioè di realizzare la flessione in i.

Notate che in tutti e due i casi, il movimento innanzitutto deve avere una motivazione. Quindi non è che noi
possiamo decidere che muoviamo le cose a nostro piacimento senza nessuna ragione, semplicemente per
far tornare l’analisi dei dati. Poi, oltre alla necessità di una motivazione, c’è sempre una omogeneità nel
movimento tra la posizione di partenza e la posizione di arrivo. Quindi se una parola, in questo caso il
verbo, parte da una posizione che è una posizione di testa, cioè la testa del suo costituente, può atterrare
solo in un’altra posizione di testa. Quindi non troveremo mai un movimento che sposta per esempio un V
nella posizione di uno specificatore di P, perché la posizione di specificatore di P non è una posizione che
accoglie teste, ma al contrario accoglie XP, cioè costituenti interi. E quindi dalla posizione di specificatore
del VP il movimento è alla posizione di specificatore dell’IP. E non potrà mai esserci un movimento da uno
specificatore a una testa. E poi naturalmente la copia bassa di nuovo si cancella, per cui noi non abbiamo “ Il
nonno fuma il nonno fuma la pipa”, ma abbiamo “Il nonno fuma la pipa”.

L’altra volta abbiamo visto dei dati che rendono evidente il movimento del soggetto. Torneremo più avanti
su due cose: primo, che questo movimento da V a i non è una caratteristica presente in tutte quante le
lingue. È piuttosto appunto una caratteristica parametrica, cioè che si verifica solo in certe lingue. E poi,
vedremo anche più avanti dei dati, delle strutture, delle frasi e quindi dei dati empirici che dimostrano che
effettivamente queste frasi sono il prodotto di un movimento del verbo. Diciamo per ora resta a livello di
come vi dicevo l’altra volta di ‘atto di fede’, ma più avanti torneremo a vedere le prove di questa
affermazione.

Vediamo adesso che cosa succede con un verbo


monovalente, per esempio un verbo come
“dormire”. Qui abbiamo il sintagma verbale di un
verbo come dormire. C’è anche qui un argomento
esterno (il gatto) e questa è la struttura del
sintagma verbale.

E la frase corrispondente: “il gatto dorme” la


costruiamo in modo sostanzialmente quasi uguale a
quello dell’esempio precedente. Ovviamente in questo
caso non c’è un argomento interno perché il verbo è un
verbo intransitivo, ma la struttura della frase è la stessa.

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Quindi, data una frase come “Il gatto ha dormito”:

Inseriamo il VP all’interno di una struttura più ampia, una struttura che è la proiezione di una testa i, la
testa della flessione, che contiene i tratti di tempo, modo e
accordo, e dell’ausiliare perché esattamente come prima
realizza in questo caso i tratti di tempo, modo e accordo.

Successivamente, proiettiamo il livello più alto e abbiamo


nuovamente il movimento del soggetto:

valgono esattamente gli stessi argomenti che abbiamo detto prima. Cioè NP si sposta dalla posizione di
specificatore dove svolge la sua funzione argomentale, sul ruolo rispetto alla testa predicativa V, e la
posizione di specificatore di P, che è la posizione del soggetto dove questo NP va a fare il suo dovere e
determina l’accordo sulla testa i.

E lo stesso: se invece di avere un tempo verbale che


richiede l’ausiliare, o un tempo verbale come per

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esempio l’indicativo in cui l’ausiliare non c’è, abbiamo il movimento dalla testa V, la parte lessicale del
verbo alla testa i dove il verbo si flette. E si realizzano i tratti di tempo, modo e accordo.

COSA SUCCEDE CON I VERBI ZEROVALENTI?

Qui chiaramente c’è qualcosa che per forza deve essere diverso rispetto a prima, perché il fatto che manchi
un argomento interno, abbiamo visto, non cambia nulla rispetto alla costruzione della frase. Ma il fatto che
cambi un argomento esterno, mi aspetto che abbia delle conseguenze sulla struttura della frase. Perché?

Procediamo al solito modo:

Quindi prendiamo una frase proprio minimale come “piove”, che è una frase perfettamente accettabile in
italiano. Che cosa succede?

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il VP si inserisce nel sintagma della flessione nell’IP, la testa i realizza i tratti di accordo e si ha il movimento
del verbo dalla testa V alla testa i, dove il verbo si flette. E qui è identico a quello che abbiamo visto prima. Il
problema è quello del soggetto perché il verbo zerovalente nella frase non ha argomenti che possano
svolgere la funzione di soggetto sintattico.

E quindi cosa ci metto nello specificatore di IP? Di fronte a una frase come quella dell’italiano: “piove”,
oppure “oggi piove”, dove ‘oggi’ però è un aggiunto, quindi non cambia niente rispetto alla struttura
nucleare della frase. “Piove” è una frase perfettamente grammaticale. Quindi noi potremmo, da questo
dato dell’italiano e delle lingue uguali all’italiano da questo punto di vista, potremmo trarre la
generalizzazione che in realtà non è vero che tutte le frasi devono avere un soggetto, che non è vero che il
soggetto è un ingrediente indispensabile di una frase perché di fatto se il verbo è un verbo zerovalente e
non ha il soggetto, la frase non ha il soggetto. Quindi potremmo fare questa ipotesi. In realtà dobbiamo
modificare l’affermazione che poi corrisponde ad un principio > tutte le frasi hanno un soggetto, dicendo le
frasi con i verbi argomentali hanno un soggetto e le frasi con i verbi zerovalenti non hanno un soggetto. Ma
è giusta questa ipotesi? Posso già anticipare la risposta: non è un’ipotesi corretta perché

ci sono due dati empirici che costituiscono prove contrarie di questa ipotesi, quindi che la negano.

1. La prima prova contraria è questa: non è vero che in una lingua come l’italiano e in tutte le lingue
che sono uguali all’italiano in questo senso, solo con i verbi zerovalenti non c’è il soggetto della
frase. L’italiano è una lingua in cui il soggetto può mancare anche con un verbo monovalente e
bivalente. Per esempio in un dialogo posso dire: “dov'è il gatto?” - qualcuno risponde: “dorme sulla
poltrona”. Non c’è bisogno di specificare: “il gatto/esso dorme sulla poltrona”. Anzi, diciamo che
sarebbe una risposta meno naturale così. La risposta più naturale è quella in cui il soggetto è
cancellato, ovvero è sottinteso perché chi dice che ‘dorme sulla poltrona’, l’interlocutore sa che c’è
un soggetto, che il soggetto è presente nella conversazione e che è stato menzionato prima, e cioè

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il gatto. Si dice che l’italiano è una lingua a soggetto nullo. Questo soggetto nullo è un'espressione
tecnica (imparatela, perché ritornerà).

CHE COSA VUOL DIRE ‘NULLO’? > vuol dire che il soggetto è costituito da un pronome che resta però non
realizzato fonologicamente, quindi è un soggetto che c’è ma non si sente, ovvero non si vede.

Nella notazione sintattica, questo soggetto silente/nullo/vuoto si indica usando la forma PRO, che sta per
PRONOME. E’ come se ci fosse un ‘esso’ in una frase come il ‘gatto’. > dov’è il gatto? - (esso sottinteso)
dorme sulla poltrona. Quindi è un NP non realizzato, che c’è ma non è realizzato.

Da cosa si vede che c’è? si vede tra l’altro non solo dal fatto che i parlanti sanno che c’è, ma si vede anche
dal fatto che svolge la sua azione sintattica: cioè fa scattare l’accordo, perché infatti il gatto dorme.

E se io dicessi dove sono i bambini? E qualcuno rispondesse giocano in giardino avremmo “giocano” il quale
è accordato con un soggetto alla terza persona plurale. Quindi l’accordo c’è e quindi questo vuol dire che il
soggetto fa il suo lavoro di trigger dell’accordo e poi anche dal punto di vista del riferimento all’entità, i
parlanti sanno capire chi è il riferimento, ovvero chi è il soggetto, chi è che svolge l’azione, oppure chi si
trova in un certo stato, dorme, chi gioca etc.

Questa è la prima prova contraria, poi c’è un’altra


prova contraria, ma prima di vedere l’altra prova
contraria diciamo che, ecco questa è come
facciamo a rappresentare una frase con il
soggetto nullo. Quindi questo è il VP di dormire
sulla poltrona, e questo è il soggetto della frase
che naturalmente parte, è originato come
argomento esterno del verbo, e quindi c’è il
consueto movimento del costituente, salvo che in
questo caso si tratta di un movimento di un
costituente silente. La rappresentazione del
movimento comunque indica che questo NP
silente svolge la doppia funzione di
argomento del verbo e di soggetto sintattico
trigger dell’accordo.

Poi c’è una altra cosa da considerare, la


prova contraria numero 2. Cioè se noi
passiamo ad osservare una lingua che è
diversa dall’italiano, per esempio l’inglese e
tutte le lingue che da questo punto di vista
sono uguali all’inglese e cioè le lingue che non sono a soggetto nullo, osserviamo che in queste lingue in cui
il soggetto sottinteso non è ammesso, tutte le frasi hanno sempre un soggetto sintattico, anche le frasi con i
verbi zerovalenti. Per cui la conclusione a cui possiamo arrivare è che il principio che tutte le frasi hanno un
soggetto non viene smentito da frasi possibili in italiano come “oggi piove”, il principio non è smentito. Ci
sono dei fatti di variazione interlinguistica, cioè di diversità tra le lingue che spiegano queste differenze, un
primo elemento è che:

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- L’italiano è una lingua a soggetto nullo, può sottintendere il soggetto, l’italiano, lo spagnolo,
- L’inglese come il francese, il tedesco come tantissime altre lingue nel mondo non può sottintendere
il soggetto.

Quindi la seconda osservazione è che: che cosa succede con le frasi con i verbi zerovalenti? Il soggetto delle
frasi zerovalenti non è un soggetto argomentale ovviamente, perché il verbo non ha argomenti, ma è un
soggetto puramente sintattico, che viene inserito nella frase esclusivamente per svolgere il suo ruolo
sintattico, e questa funzione, questo tipo di soggetto si chiama: SOGGETTO ESPLETIVO. Questa è
un’espressione tecnica così come “soggetto nullo”, e va imparate se no poi faremo riferimento a questo
concetto più volte e si fa confusione.

(IMPARATE BENE CHE COSA SI INTENDE PER SOGGETTO NULLO cioè si intende un soggetto
presente ma non realizzato, e CHE COSA SI INTENDE PER SOGGETTO ESPLETIVO, si intende un
soggetto non argomentale che viene inserito solo per la finalità sintattica con i verbi zerovalenti)

Dato che l’italiano è una lingua a soggetto nullo il soggetto espletivo non viene realizzato, quindi viene ad
essere un soggetto espletivo che svolge una funzione sintattica ma anche nullo per cui noi in italiano non
diciamo *“esso piove”, deve essere sostituito, anzi è obbligatoriamente sostituito dal pronome nullo.
Quindi questa è la struttura dell’italiano:

Il verbo zerovalente, il movimento del verbo per realizzare la


flessione e il soggetto che sta nella posizione di soggetto
sintattico. Però è un soggetto nullo. Se io dico “sta piovendo”, ho
un ausiliare, ho il verbo che a questo punto non si muove perché
la flessione è realizzata dall’ausiliare e di nuovo ho un soggetto
nullo. Cos’è che dobbiamo osservare in questa frase e in quella
precedente? Dobbiamo osservare che non essendoci nessun
argomento esterno, e neanche interno nel VP, non si ha un
movimento dallo specificatore del VP allo specificatore dell’IP,
perché nello specificatore di VP non c’è nulla e quindi è a livello
di frase che si unisce al verbo un elemento che nel caso
dell’italiano è un elemento silente, che però ha la capacità di
svolgere la sua funzione sintattica e cioè di fare determinare
l’accordo.

Cosa succede in una lingua non a soggetto nullo? (In una lunga dove i soggetti non possono essere
sottintesi) Prendiamo ad esempio il caso dell’inglese e prendiamo la corrispondente espressione, ovvero
frase “it is raining”. Qui c’è un errore, perdonatemi: questo è IS e NON STA, ovviamente.

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La struttura è esattamente identica,
ausiliare, verbo e non c’è un soggetto
argomentale, e quindi non c’è il
movimento del soggetto da specificatore
di VP a specificatore di IP, ma nello
specificatore di IP si inserisce un soggetto
che è un NP, che è un pronome, come i
normali pronomi, ma è un NP
ESPLETIVO, cioè che non ha ruolo
argomentale.

A differenza dell’italiano, siccome


l’inglese è una lingua che non ammette
il soggetto sottinteso, anche il pronome
espletivo, anche il soggetto espletivo,
viene realizzato, prende forma
fonologica, si incarna in suono. Questa
è la differenza tra le due lingue, le
lingue a soggetto nullo e le lingue non a
soggetto nullo.

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Adesso in relazione al movimento vi introduco il concetto che trovate discusso anche sul libro
dettagliatamente cioè il concetto di : TRACCIA. Il concetto di traccia ha a che fare con il movimento
sintattico. Abbiamo visto che con il movimento sintattico noi lo possiamo rappresentare diciamo anche
proprio segnare sull’albero sintattico, diciamo io in questi disegni ho utilizzato un modo molto informale
per cercare di farvi vedere con chiarezza come stanno le cose, ho segnato il movimento facendo vedere che
infondo il movimento si può anche intenderlo come una copia, per cui un costituente prima si copia in una
posizione più alta, un costituente o una testa è lo stesso. Per esempio, il verbo da V a I, o il soggetto da
specificatore di VP a specificatore di IP, possiamo pensare che il movimento consista nel fatto che queste
entità si copia in una posizione diversa, e poi nella posizione originale si cancella, e questa cancellazione
l’ho fatta vedere proprio con un tratto di penna e la copia,
ovvero il movimento l’ho fatto vedere con un altro tratto di
penna. In una diciamo rappresentazione, notazione, perché
la rappresentazione ha un valore teorico, invece il modo in
cui noi poi diamo forma grafica alla rappresentazione non è
teorico, è così convenzionale, quindi nella notazione
sintattica, ci sono vari modi per rappresentare il
movimento e uno dei modi che si usa è quello delle tracce.

Partiamo da una struttura che abbiamo visto prima dove


qui abbiamo il doppio movimento, abbiamo il movimento
dell’NP del soggetto diciamo, e il movimento del verbo alla
flessione. Io ho rappresentato questo facendo dei tratti per
cancellare la posizione di partenza, e poi delle linee, delle
curve, per far vedere dove va a finire, qual è il punto di atterraggio di questo oggetto che si sposta.

C’è però anche un modo diverso che è anche però un po’ più pulito per rappresentare le cose, quello che fa
uso della traccia. Il concetto di traccia è un concetto secondo il quale, nell’albero sintattico, nella struttura
sintattica, un’unità sia una testa o un costituente che si sposta dalla sua posizione di partenza lascia
qualcosa in quella posizione, per quello si parla di traccia. Vedremo più avanti, ci torneremo brevemente,
che questo qualcosa effettivamente è riconoscibile, questo è un
altro dei dati empirici che da sostanza e che fa capire che quello di
movimento non è un’invenzione infondata, ma ha un corrispettivo
empirico. Ci sono, vedremo, dei casi in cui si capisce che in una certa
posizione dell’albero, in una certa posizione nella sequenza delle
parole, anche se non c’è una parola, c’è qualcosa che in qualche
modo si può notare indirettamente, e questo qualcosa si chiama
traccia.

La TRACCIA è un qualcosa di non visibile ma che comunque si fa


notare. In ogni modo la traccia che si rappresenta con una “t”, è
anche un espediente dell’annotazione sintattica, cioè per
rappresentare il movimento. Invece di in sostanza scrivere la forma
fonologica, quindi proprio la o le parole nella posizione di partenza
ci si mette una t e si scrive la forma fonologica solo nella posizione di
arrivo. Naturalmente se io facessi una rappresentazione come
questa di destra se non sapessi come l’ho fatta, questa rappresentazione non è completa, perché nello

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specificatore di VP (t a sinistra) e nella testa V (t a destra) c’è una traccia, in ognuna delle due posizioni. Ma
dov’è andato a finire l’oggetto che era in quella posizione lì, la rappresentazione non me lo dice. Se io non
lo sapessi già potrei pensare che questo (t a destra nella testa V) è andato a finire qua (NP di IP) e che
quello che partiva da specificatore (t di VP) sia finito in I. In realtà le restrizioni che la teoria impone sul
movimento in questo caso non lasciano molto dubbio:

_ una testa può finire solo in una posizione di testa,

_ uno specificatore solo in una posizione di specificatore.

Tuttavia è necessario comunque essere chiari quando si usano le tracce, allora si usa: IL SISTEMA DI INDICE.
Quindi si dice per esempio che questa traccia
(specificatore VP) che chiamiamo traccia “i”
dove “i” è INDICE, è in connessione con
questo NP che si chiama “i”. Quindi indice “i”
della traccia mette in relazione questa traccia
con l’NP in alto.

Lo stesso vale per la seconda traccia, qui


ovviamente abbiamo un indice diverso. Per
esempio “i lunga: j” e diciamo che accanto
alla forma del verbo mettiamo una j lunga.
Questa rappresentazione è esattamente
uguale a quella a sinistra, cioè è diversa ma
ha esattamente lo stesso significato, ma se
vogliamo è più pulita, più chiara non ci sono
tante righe, tante linee.

[Voi potete fare come vi pare, potete continuare nei vostri esercizi e anche negli esempi questa modalità (a
sinistra) oppure potete adottare quest’altra modalità, l’importante è che il disegno sia interpretabile, quindi
se usate la traccia dovete stare attenti a metterci un indice, in modo che si capisca il costituente o l’oggetto,
non è detto che sia il costituente, l’oggetto che stava nella posizione dove ore c’è t, dov’è andato a finire]

A questo punto per concludere questa revisione, questo riepilogo anche insomma della rappresentazione
della struttura delle frasi, e prendiamo in considerazione anche la rappresentazione delle frasi subordinate,
poi torneremo più avanti sulla rappresentazione, e sui vari tipi di frasi subordinate la rappresentazione delle
frasi, però intanto vediamo come facciamo a rappresentare la struttura di una frase che non è una frase
semplice ma è una frase che sta in dipendenza di un’altra frase.

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In generale non sempre ma molto
spesso, le frasi subordinate o
secondarie sono introdotte da una
congiunzione, se vi ricordate quello
che abbiamo visto sulle cosiddette
parti del discorso, sulle categorie di
parole, la congiunzione è una
categoria del gruppo funzionale,
ovviamente non si tratta di una parola
con un contenuto e una natura
lessicale e nel gergo, diciamo così,
sintattico la congiunzione è chiamata COMPLEMENTATORE, si può perfettamente continuare a chiamarla
congiunzione naturalmente, anche perché tra l’altro il complementatore è un po’ un tipo particolare di
congiunzione. Ma insomma sta di fatto che il termine complementatore ricorre.

Il complementatore che è appunto una parola che fa parte delle categorie funzionali e tra l’altro, e quindi
tra l’altro in questo è un po’ come con la flessione, quindi è un’altra categoria che entra in gioco e che come
la flessione è una categoria funzionale. Tra l’altro c’è un rapporto abbastanza stretto tra il
complementatore e la flessione, tra la congiunzione e la flessione. Questo si vede per esempio che il tipo di
complementatore, ovvero di congiunzione si combina con strutture flessive con forme di flessione diverse,
per esempio:

_una congiunzione come “che”, in italiano in una frase tipo: “io penso che domani pioverà”, questo “che”
introduce una frase, chiamata secondo la grammatica tradizionale italiana, finita opposta a frasi infinite o
infinite. Nel gergo sintattico si chiamano anche: FRASI TEMPORALIZZATE. Cosa vuol dire? Che è una frase
in cui c’è sia l’accordo della persona, e del numero, e quindi l’accordo soggetto flessione, sia l'espressione
del tempo e del modo.

Mentre invece la flessione “di”, in una frase come: “io spero di andare al mare”, l’elemento “di” che in
questa funzione è un complementatore introduce una frase infinitiva di andare, o “to go in inglese” (ho
messo l’inglese per far vedere che non è una caratteristica dell’italiano ma è una differenza tra frasi
temporalizzate e non temporalizzate che si osserva nelle lingue in generale).

Un'altra cosa che possiamo dire è per esempio, che se noi guardiamo una struttura come: “Andrò al mare
anche se piove / Vado al mare anche se piove” questa frase subordinata “anche se piove” va all'indicativo,
mentre posso anche dire ”vado al mare sebbene piova” e qui sappiamo che con sebbene ci deve andare il
congiuntivo, questo che cosa mi fa vedere? Non c’è una differenza di significato tra anche se ovvero tra il
verbo che viene dopo “anche se” e il verbo che viene dopo “sebbene”. Il significato è sempre lo stesso, è
una frase con valore concessivo, cioè faccio qualcosa anche se le cose lo impediscono, o qualcosa del
genere. Il valore semantico di “anche se” e ”sebbene”, è identico però anche se è seguito dal verbo
all’indicativo mentre sebbene introduce un verbo al congiuntivo.

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Questo ci fa capire che c’è un legame tra il tipo di complementatore e certe caratteristiche della flessione, e
per cui, questo ci dà un motivo per mettere in relazione l’IP con il complementatore, e quindi così come la
flessione che è nella testa funzionale I, il complementatore è una testa funzionale C che proietta una
propria struttura X’. Una struttura
fatta di specificatore, testa e
complemento (la struttura di
sempre). C è la testa e poi ci sono
le due posizioni canoniche.

La frase semplice, l’IP si unisce al


complementatore e diventa il
complemento di C in questa
struttura:

Questo (a destra) è il modo in cui noi in qualche modo diciamo troviamo lo spazio per inserire la
congiunzione propria delle frasi secondarie. Ovviamente è inutile
sottolineare che qui il concetto non è trovare uno spazio in un
disegno, perché non è questo l’obiettivo dell’analisi sintattica,
l’obiettivo dell’analisi sintattica è dare una rappresentazione
omogenea e coerente della relazione che esiste tra le varie parti
della frase.

Siccome ci sono dati che ci fanno capire che c’è una relazione
stretta tra il complementatore e certe caratteristiche della frase
che è introdotta del complementatore, noi rappresentiamo questo
legame in questo modo, ovvero incassando la frase semplice
“domani pioverà” in una struttura più ampia, in cui la frase
semplice si unisce alla congiunzione “che domani pioverà”.

In una frase come “penso che il gatto dorma”, è costituita da una frase semplice “penso” e una frase
secondaria introdotta dalla congiunzione “che il gatto dorma”. Quindi “il gatto dorma” è un IP, come quelli
che abbiamo analizzato finora, che il gatto dorma è
la frase secondaria che la testa C proietta un CP,
vedremo più avanti che anche la posizione di
specificatore del CP a volte è riempita ma lo
analizziamo con calma. Questo CP che corrisponde
alla frase secondaria “che il gatto dorma” si unisce
alla frase principale.

Ora nella frase in oggetto “penso che il gatto


dorma”, vediamo esattamente che la frase
secondaria svolge la funzione proprio di
complemento del verbo pensare: che cosa penso?
Penso che il gatto dorma. Quindi questo stato di cose lo rappresentiamo così:

Questa è una frase secondaria che ha la funzione di complemento del verbo, non tutte le frasi secondarie
hanno questa struttura, comunque questa è di questo tipo, comunque questa è una frase secondaria che

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ha il valore di frase di complemento di un verbo, e questa è la struttura, quindi questo è il verbo pensare
che fa parte della frase principale che prende come proprio complemento il CP che corrisponde alla frase
secondaria. L’intera struttura è questa:

Frase principale IP: penso

Frase secondaria: che il gatto dorma

L’IP più basso non l’ho analizzato ma lo potete


analizzare voi stessi in base ai principi della
struttura della frase che abbiamo visto fino ad ora.

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