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1.

- La forma passiva 1
La forma passiva si usa per esprimere un’azione subita dal
soggetto.
Vediamo un esempio di trasformazione da una forma attiva a una
forma passiva:
– Paolo (soggetto) legge (verbo attivo) un libro (complemento
oggetto) ⇒ un libro (soggetto) è letto(verbo passivo) da Paolo
(complemento d’agente).
Come si vede, nel passaggio dalla frase attiva a quella passiva
cambiano i ruoli sintattici degli elementi che formano la frase:
il soggetto ⇒ diventa complemento d’agente;
il complemento oggetto ⇒ diventa soggetto;
ma non cambiano i ruoli semantici e quindi il significato delle due
frasi è lo stesso.
LA FORMAZIONE DEL PASSIVO
→ Hanno la forma passiva soltanto i verbi transitivi con il
complemento oggetto espresso.
→ Il passivo si forma con l’ausiliare essere coniugato nel tempo
del corrispondente verbo attivo, seguito dal participio passato del
verbo. Il participio passato si accorda nel genere e nel numero
con il soggetto.
→ Il soggetto della frase attiva corrispondente, preceduto dalla
preposizione da, diventa complemento d’agente se è animato
(una persona, un animale) o complemento di causa efficiente se è
inanimato.
→ Il complemento oggetto diventa soggetto.
Vediamo qualche esempio:
• presente: lui (soggetto) mangia (verbo attivo) la pizza
(complemento oggetto) ⇒ la pizza (soggetto) è
mangiata (verbo passivo) da lui (complemento d’agente); 
• passato prossimo: le acque (soggetto) hanno
sommerso (verbo attivo) il villaggio (complemento oggetto) ⇒
il villaggio (soggetto) è stato sommerso (verbo passivo) dalle
acque (complemento di causa efficiente);
• imperfetto: Maria preparava la cena ⇒ la cena era
praparata da Maria;
• passato remoto: il pittore dipinse il quadro ⇒ il quadro fu
dipinto dal pittore;
• futuro: Natalia correggerà i compiti ⇒ i compiti saranno
corretti da Natalia.
Ora vediamo la coniugazione passiva del verbo amare:
INDICATIVO
– presente: io sono amato; imperfetto: io ero amato; passato
remoto: io fui amato; futuro semplice: io sarò amato;  passato
prossimo: io sono stato amato; trapassato prossimo: io ero stato
amato; trapassato remoto: io fui stato amato; futuro anteriore: io
sarò stato amato.
CONGIUNTIVO
– presente: che io sia amato; passato: che io sia stato
amato;  imperfetto: che io fossi amato; trapassato: che io fossi
stato amato.
CONDIZIONALE
– presente: io sarei amato; passato: io sarei stato amato.
IMPERATIVO
– presente: sii amato tu.
INFINITO
– presente: essere amato; passato: essere stato amato.
GERUNDIO
– presente: essendo amato; passato: essendo stato amato.
2.- L'avverbio
 

Nella lingua italiana, le parole costituenti le parti variabili del discorso, per
la precisione quelle che servono a precisare circostanze e modi di un
determinato stato o di un evento, e che alterano, nella maggior parte dei
casi, il significato di alcune parole, sonoavverbi.

In grammatica, l'avverbio modifica e integra il significato di un


verbo, principalmente.
Es: suona meravigliosamente la chitarra.

L'avverbio è meravigliosamente, che si riferisce alla parola suona, che è


un verbo.
Non sempre, però, l'avverbio è usato per modificare un verbo: può
essere affiancato ad altri avverbi o aggettivi, arricchendone o
trasformandone il significato.

Es: Miriam è molto intelligente.

Intelligente è aggettivo, molto è l'avverbio che ne modifica il significato.

Es: Luca ha imparato a scrivere molto precocemente.

In questo caso, la stessa parola, molto, è avverbio in funzione di un altro


avverbio:precocemente.
 
Vediamo, invece, come l'avverbio può integrare il significato di
un'intera frase:
Es: Ma sì che vengo!

È indubbio che, piuttosto di un semplice “vengo!”, l'intera proposizione


così formulata, grazie al “sì” che ha funzione di avverbio, sia più forte ed
espressiva.
Possiamo considerare avverbi anche alcune locuzioni, quindi dette
“avverbiali”, in quanto espressioni formate da più parole aventi il
medesimo significato di un normale avverbio.

Queste, dunque, dell'avverbio assolvono identica funzione, pertanto, dove


avremo parole come molto, poco, troppo, vi saranno in egual misura
locuzioni quali all'incirca,né più né meno, ecc.
Ma vediamo il tutto nello specifico.
 
Da un punto di vista formale possiamo distinguere due “classi” di avverbi,
quella lessicale e quella derivata: con avverbi lessicali indichiamo parole
che non derivano da altre (presto, bene, male, sempre, ecc. ) mentre
con avverbi derivati intendiamo il contrario e quindi parole derivanti da
altre, il cui processo di formazione, nella lingua italiana, vede
l'apposizione del suffisso -mente per gli aggettivi
(attentamente,brevemente, comodamente, ecc. ) oppure -oni,
direttamente alla radice di un sostantivo o di un
verbo: ciondoloni, bocconi, ecc.
Sulla base della funzione che svolgono all'interno dell'enunciato,
identifichiamo alcuni avverbi per il modo con cui indicano l'azione
compiuta, per il tempo e luogo in cui la collocano; altri per l'opinione
espressa sulla parola che affiancano. Per questo distinguiamo:

- Avverbi di modo o maniera, che precisano il modo in cui avviene


l'azione, e sono:
in -mente = brevemente, gentilmente, ecc;
in -oni = cavalcioni, carponi, ecc;
quelli aventi la forma di aggettivi al maschile = forte, chiaro, alto,
ecc;
altri = bene, male, volentieri, purtroppo, ecc;
locuzioni corrispondenti comprese (di corsa, più piano, più alto, ecc. );

- Avverbi di tempo, che specificano il momento in cui si svolge l'azione:


ieri, oggi, frequentemente, subito, prima, finora, ecc.
e locuzioni corrispondenti: all'improvviso, per tempo, prima o poi, ecc;

- Avverbi di luogo, che precisano il luogo in cui l'azione avviene:


            lì, qui, giù, dietro, sopra, altrove, presso, vi, ci, ecc;
e locuzioni corrispondenti: di là, di qua, di sotto, ecc;

- Avverbi di quantità, che esprimono in maniera vaga una determinata


misura:
appena, molto, abbastanza, alquanto, meno, ecc;
e locuzioni corrispondenti: all'incirca, di più, di meno, ecc;

- Avverbi opinativi, che esprimono, ovvero, un'opinione, e possono


essere:

di affermazione = certo, sicuro, indubbiamente, ecc;

di negazione = no, né, nemmeno, neppure, ecc;

di dubbio = probabilmente, forse, chissà, magari, ecc;

le locuzioni, rispettivamente, saranno: di sicuro/nemmeno per


sogno/quasi quasi, ecc;
- avverbi interrogativi, i quali, all'interno dell'enunciato, presentano
una domanda:
quanto?, dove?, perché?, ecc;
e locuzioni corrispondenti: da quanto?, da dove?, ecc.

Alcuni avverbi hanno funzione focalizzante, cioè quella di


trasformare una parte della frase in corrispondenza della struttura
informativa dell'intera proposizione; di questa categoria fanno parte gli
avverbi anche, perfino, solamente, addirittura, ecc. Su questi avverbi si
focalizza l'importanza dell'enunciato.
 
Come gli aggettivi, anche gli avverbi hanno dei gradi comparativi :

- di maggioranza: si forma premettendo più al grado positivo


dell'avverbio (Es:lentamente - più lentamente);

- di minoranza: si forma come il primo, ma premettono meno al posto


di più (meno lentamente);

- di uguaglianza: premettendo le parole tanto o così oppure


posponendo come oquanto (così lentamente come/tanto lentamente
quanto);
e superlativi:

- assoluto: si forma aggiungendo il suffisso  -issimo o -issimamente al


grado positivo (Es: velocemente – velocissimo/velocissimamente);

- relativo: si forma anteponendo al grado positivo la locuzione il più e


posponendo il termine possibile (il più veloce possibile).
 
Gli avverbi, ancora come gli aggettivi, sono soggetti ad
alterazioni diminutive(bene/benino), vezzeggiative (male/maluccio), a
ccrescitive (bene/benone),peggiorative (male/malaccio).
 
Confondere gli avverbi con preposizioni, aggettivi, pronomi e congiunzioni
è uno dei rischi maggiori che si possano correre nell'interpretare i vari
elementi del sistema linguistico italiano. Per distinguerli, ci basterà
ragionare sul fatto che:

- gli aggettivi, a differenza degli avverbi, concordano sempre in genere e


numero con il sostantivo che accompagnano;

- gli avverbi non collegano più elementi, come fanno le congiunzioni, ma


fanno riferimento a un elemento soltanto per volta;
- le preposizioni concorrono sempre alla formazione di un complemento
linguistico, introducendo un pronome o un sostantivo;

- le particelle ci, vi, né, posso essere distinte dai pronomi quando indicano


uno stato o un moto a luogo: in quel caso sono avverbi.

Abbiamo visto come, nella grammatica italiana, gli avverbi ricoprano un


territorio vasto e vario e  riescano a integrare parti del discorso
determinando quello che sarà poi il significato finale dell'enunciato. Usati
in ambiti circostanziali, dove si occupano di integrare la relazione tra
soggetto e predicato; in concomitanza di sintagmi aggettivali o avverbiali,
fornendo e modificando il quadro spazio-temporale della frase in cui
l'azione è collocata, manipolando concetti di modalità, quantità e volontà.
Elementi eterogenei del discorso, diversamente applicabili per avere, ogni
qualvolta, una resa diversa del messaggio esposto.
 

3.- LA CONGIUNZIONE E
L’INTERIEZIONE

3.1 Le interiezioni
Una categoria di parole difficilmente classificabile all'interno della
grammatica è senza dubbio quella delle interiezioni: gli elementi che la
compongono non rientrano in alcuno schema di reggenza, non
interagiscono con il senso stretto del significato dell'enunciato a cui
prendono parte, né possono essere modificati da altri parti del discorso;
non hanno regole linguistiche precise di distribuzione all'interno del
discorso e possono comparire da soli formando periodi di testo isolati.
 
Identifichiamo le interiezioni tra le parti invariabili del discorso, che non
hanno alcun legame sintattico con gli elementi linguistici ai quali si vanno
ad affiancare, utilizzate perlopiù per esprimere condizioni di agitazione,
reazioni improvvise, stati d'animo concitati.
 
In base alla forma, distinguiamo interiezioni proprie, improprie e locuzioni
interiettive.
 
Le interiezioni proprie sono così denominate per la loro funzione,
puramente interiettiva, e sono: Ah!, eh!, ehi!, oh, ahimè!, urrà!, ehm...,
beh, boh, mah, ahi, ohi, uffa, puah!, ecc.
 
Le interiezioni improprie sono parole appartenenti a categorie ben
definite all'interno della grammatica, come verbi, aggettivi, avverbi,
sostantivi, che in alcuni contesti si prestano a comportarsi come delle
interiezioni. Queste sono: bene!, evviva!, peccato!, accidenti!, ottimo!
su!, zitto!, ecc.
 
Le locuzioni interiettive sono espressioni composte da due o più parole
o, ancora, da frasi aventi un valore di espressione emotiva, come mamma
mia!, meno male!, porca miseria!, poveri noi!, al riparo!, ecc.
Le interiezioni possono avere
valore assertivo, esclamativo o interrogativo; non si limitano, dunque,
come spesso erroneamente supposto, ad esprimere emozioni quali dolore,
gioia, stupore, ecc, che potremmo “catalogare” come
espressioni esclamative.

Vediamo nel dettaglio le differenze.


 
Nell'espressione:
“Ah, va bene”

Ah rappresenta un'interiezione a valore assertivo;

“Eh? Cosa dici?”

Eh è l'interiezione a valore interrogativo;

“Toh! Chi si vede!”

Toh indica un'esclamazione.

 
È l'intonazione, inoltre, a giocare un ruolo nodale per la corretta
interpretazione delle interiezioni: intonazioni ed emissioni foniche
ascendenti o discendenti possono focalizzare diversamente l'intenzione di
questi elementi ad uso delle diverse espressioni all'interno delle quali si
collocano.
Es: ah, … ; ah! …
 
Talvolta, per quanto questo compito sia assolto genericamente da nomi o
verbi, le interiezioni possono avere valore onomatopeico, si veda il caso di
espressioni di mimesi del suono come quelle universalmente usate dei
fumetti, ad esempio: crash!, tonf!,argh!, ecc.
 
Abbiamo visto come le interiezioni svolgano diverse funzioni all'interno
della lingua, spesso semplicemente utilizzate come veri e propri “segnali
discorsivi”, ovvero espressioni che informano sullo svolgimento del
discorso, dal suo inizio alla sua conclusione, come i saluti, che
rappresentano il simbolo per eccellenza dello scambio comunicativo:

- Buongiorno, come stai?


- Bene. Oggi è una bella giornata, no?
- Beh, sì, lo è.

Una sorta di “intuizioni” quindi, che i partecipanti allo scambio si


comunicano a vicenda, spesso per indurre la comunicazione, codificando i
messaggi a dovere, a prendere una direzione precisa.
 

3.2Congiunzioni
 Le congiunzioni, all'interno della grammatica, sono parti invariabili
del discorso, volte a definire una correlazione logica tra sintagmi o intere
proposizioni, all'interno del periodo nel quale intervengono.

Si tratta quindi di parole funzionali che, come le preposizioni, svolgono una


funzione di collegamento, la quale può avere caratteristiche coordinanti,
in quanto effettua un collegamento tra più parole collocate sul medesimo
piano logico e sintatticamente affini, o subordinanti, quando invece la
congiunzione colloca due proposizioni facenti parte di un periodo su piani
logici diversi, stabilendo così un rapporto di subordinazione che spinge
l'una ad essere retta dall'altra, che automaticamente divienereggente.
Questo per quanto riguarda l'aspetto funzionale.

Rispetto invece alla forma, possiamo distinguere:

- congiunzioni semplici, composte da un'unica


parola: e, o, ma, né, anche se, ecc;

- congiunzioni composte, derivate dall'unione di una o più


parole: perché (per +che), oppure (o + pure), poiché (poi + che), ecc;

- locuzioni congiuntive, costituite da più parole: non appena, a patto


che, anche se, ecc.
Tornando all'aspetto funzionale, le congiunzioni coordinanti e subordinanti
si suddividono a loro volta, stabilendo delle categorie sulla base del legame
logico che instaurano con gli elementi facenti parte delle proposizioni che
vanno a integrare.

Per le coordinanti distinguiamo:

- copulative(positive o negative):
e, anche, pure, né, neppure, ecc (ho studiato storia e filosofia);

- avversative: ma, però, anzi, tuttavia, piuttosto, nondimeno, ecc (sono
stanca,tuttavia leggerò);

- disgiuntive: o, ovvero, oppure, altrimenti, ossia, ecc (noleggerò un
giallo o un thriller);

- dichiarative(o esplicative): infatti, invero, cioè, ecc (aveva detto di


sì, infatti poi è venuto);

- conclusive: quindi, ebbene, eppure, perciò, ecc (sono già le


otto, quindi resteremo a casa);

- correlative: e... e, o... o, sia... sia, né... né, non solo... ma


anche, ecc (non era nérosso né bianco);

e per le subordinanti:

- dichiarative: che, come, ecc (tutti sanno che hai partecipato al


provino);

- finali: perché, affinché, che, ecc (ripeto affinché tu capisca);


- condizionali: se, purché, qualora, a patto che, ecc (te lo regalo a
patto che lo usi);

- causali: poiché, siccome, dal momento che, per il fatto


che, ecc (restiamo a casa,poiché nevica);

- concessive: seppure, sebbene, benché, per quanto, ecc (ha


vinto, sebbene giochi male);

- consecutive: cosicché, in modo che, ecc (metto le cuffie, cosicché tu


possa studiare in silenzio);

- comparative: così... come, più... che, meglio...


che, ecc (meglio mora che bionda);

- temporali: mentre, finché, quando, prima che, come, dopo


che, ecc (entra, primache piova!);

- modali: come, come se, ecc (non so come tu sia riuscito ad


aggiustarla, non essendo meccanico);

- interrogativeindirette: come, se, quando, perché, ecc (Non
so se accetterà);

- avversative: laddove, mentre, ecc (siamo andati al


cinema, mentre avrei preferito non uscire);

- limitative: che, per quanto, in quanto, ecc (per quanto ne sappiamo,


non sono sposati);
- esclusive: senza, salvo che, eccetto che, ecc (è
partito senza avvertirmi).

La congiunzione che, in particolare, oltre a determinare un legame tra gli


elementi delle proposizioni, assume il ruolo di complementatore, in
quanto è usato in maniera generica e senza valori specifici nell'introduzione
di frasi subordinate, esprimendo pertanto un semplice segnale di
subordinazione alla proposizione reggente.

4. I CONNETTORI O
CONNETTIVI TESTUALI
I connettivi in linguistica sono quelle espressioni che servono per unire ,
legare, le parte logiche di un discorso, di una frase.
Sono cioè delle forme invariabili (congiunzioni, locuzioni, ecc.), che
funzionano da ponte per unire in modo logico i diversi contenuti di un
testo.

Sono uscita prima questa mattina, eppure, non ho fatto in tempo!


                                              Connettivo

La funzione di connettivo può essere svolta da parole di diversa natura


grammaticale ossia:

Preposizioni:  Ho pensato di invitarti a pranzo domani.

Congiunzioni come ma, però, ciononostante, perciò, finché, che,


dunque, perché, se, malgrado che, affinché, ecc. :Non ho
studiato perché stavo molto male.

Avverbi e le locuzioni avverbiali come così, allora, successivamente,


cioè, inoltre ecc.:Penso quindi sono.
Verbi :  Abbiamo cantato, ballato, mangiato e chiacchierato
insieme, riassumendo ci siamo divertiti molto!

Alcune espressioni come da un certo punto di vista, in pratica, d’altra


parte, in altri termini, per dirla in breve, come si è detto
pocanzi, ecc. : Preferirei che tu soprassedessi,in altre parole lascia stare e
vattene!

Riassumendo, i connettivi sono congiunzioni,  avverbi,


preposizioni o espressioni che si usano  per collegare frasi (sia
coordinate alla principale sia subordinate)o per mettere
in rapporto fra loro parti di testo.

A seconda del rapporto logico, ossia della funzione con cui uniscono le
parti del testo possiamo avere diversi tipi di connettivi:

SPAZIALI
Esprimono rapporti di spazio anche astratti.
Dove, lì, là, sopra, sotto, verso, in direzione di, a destra, a sinistra, fino
a , all’interno, all’esterno, davanti, dietro, qui.
In Italia si fa colazione con cibi dolci, qui in Austria a colazione si
mangiano insaccati e formaggi.

TEMPORALI 
Indicano l’ordine cronologico con cui si uniscono i vari eventi.
Esprimono anteriorità: prima, in precedenza, qualche giorno fa, allora,
anticamente, una volta, a quei tempi, proprio allora.
Oggi Marica ha i capelli cortissimi, qualche giorno fa li aveva lunghi fino al
sedere!
Esprimono contemporaneità: ora, adesso, mentre, nel frattempo, intanto
che, a questo punto, in questo momento, in questo istante.
All’inizio non ti potevo proprio vedere, ora, non ti sopporto ancora di più.
Esprimono posteriorità: alla fine, successivamente, dopo molto tempo,
dopo vario anni, poi, in seguito, quindi.
Luca studiò molti anni a Ferrara, poi, si trasferì a Venezia.

LOGICO CAUSALI
Stabiliscono un rapporto di causa, effetto, una successione di eventi.
Quando la causa precede l’effetto: ne deriva che, di conseguenza, quindi,
dunque, pertanto, perciò, da ciò si deduce che, così che.
Il riscaldamento si è rotto, pertanto, quest’inverno batteremo i denti dal
freddo!
Quando l’effetto precede la causa: dato che, siccome, poiché, perché, dal
momento che.
Quest’inverno batteremo i denti dal freddo, dato che il riscaldamento è
rotto.

PRESCRITTIVI
Indicano in modo rigido l’ordine delle azioni.
Prima di tutto, innanzitutto, in primo luogo, poi, in secondo luogo, in terzo
luogo, infine, in sintesi, in conclusione, insomma, dunque.
Prima di tutto fatti una doccia e poi ne parliamo!

D’IMPORTANZA
Specificano l’importanza delle informazioni stabilendo tra le stesse una
gerarchia.
In primo luogo, anzitutto,  prima di tutto, a questo punto, inoltre, si
aggiunga il fatto che, oltre a questo, oltre a ciò, oltre a quanto è stato
detto, poi, infine, non ci resta che, e, anche, pure, nello stesso modo,
comincerò.
Prima di tutto ti apprezzo, perché sei una persona sincera, oltre a ciò sei
simpatico e gentile!

ESPLICATIVI
Stabiliscono un rapporto di chiarificazione, introducono una spiegazione.

 Cioè, infatti, ad esempio, in altre parole, per quanto riguarda, tra l’altro,
in sintesi.
La tua vista mi provoca sentimenti negativi, in altre parole, non ti
sopporto!

AVVERSATIVI 
Stabiliscono un rapporto di opposizione, introducono un’opposizione
rispetto a quanto già detto.
Ma, invece, ciononostante, malgrado ciò, tuttavia, pure, nondimeno,
eppure, mentre, al contrario.
Sei brutto, povero, ti vesti male e sei sempre in ritardo, tuttavia, ti amo
da morire!

IPOTETICI
Introducono un’ipotesi.
Se è vero che, ammettendo che, nel caso in cui, partendo dal presupposto
che, ipoteticamente, poniamo il caso che.
Ti perdono, ma solo se è vero che mi hai detto la verità!

CONCLUSIVI
Introducono una parte del discorso che ha la funzione di concluderlo,
riassumerlo.
Affinché, allo scopo di, allora, perciò, pertanto, quindi, insomma.
Il discorso insomma, non è ancora ben chiaro!

DI SOMIGLIANZA
Stabiliscono un rapporto di analogia tra due parti.
Analogamente, anche, come, mentre.
La moglie di Luca lo tradisce, anche la moglie di Mario lo tradisce,
insomma (conclusione) sono due cornuti.