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La controriforma di Elena Bonora

Introduzione:
Con Controriforma si intende quel processo di trasformazione vissuto tra 500 e 600 dalla Chiesa di Roma che,
pur estendendo i suoi effetti in tutta Europa, lasciò l’impronta più profonda e duratura sulla vita religiosa, la
cultura e la società della penisola italiana. Ruolo centrale ebbe la congregazione romana del Sant’Uffizio,
creata nel 1542. L’Inquisizione riuscì a far prevalere un’intransigente politica di difesa e di affermazione
dell’ortodossia, dell’autorità ecclesiastica e del primato papale. Viene qui analizzato il mutamento: dalla
reazione di fronte alla frattura protestante al rafforzamento del ruolo politico e spirituale del papato; dalla
predisposizione dell’arsenale istituzionale e ideologico per la lotta contro l’eresia e l’affermazione del modello
di controllo clericale sulla società; dal suo consolidarsi e stabilizzarsi nella prima parte del ‘600 sino al
progressivo sfaldarsi verso la metà del secolo.

L’affermazione della Chiesa della Controriforma


1) Il sacco di Roma e il problema della riforma della Chiesa.
QUADRO GENERALE --> nel 1494 la discesa di Carlo VIII re di Francia fino a Napoli da inizio al trentennio delle
“guerre d’Italia”, in cui la penisola diventava il tragico teatro degli scontri tra le ambizioni di Francia e Spagna. Il
successo o il fallimento delle alleanze tra opposti schieramenti potevano condurre a radicali trasformazioni
istituzionali, come quelle avvenute a Firenze rispettivamente nel 1494 e nel 1527 con la cacciata dei Medici e
l’instaurazione di un regime repubblicano (1494-1512; 1527-1530).

Al centro degli eventi italiani papa Giulio II della Rovere (1503-1513) stringeva e rompeva alleanze, conquistava
città e territori, comandava gli eserciti. Nel 1511 passava dalla Lega Antiveneziana di Cambrai (= Venezia aveva
conquistato la Romagna e si creò contro di essa una lega, formata da papa Giulio II della Rovere e da tutti i più
potenti sovrani europei; nel 1510 Venezia veniva sconfitta e privata dei suoi territori sulla terraferma) alla Lega
santa contro la Francia. Re Luigi XII decise allora di riunire un concilio a Pisa per deporre il papa, che si sarebbe
sciolto dopo la disfatta francese e alla convocazione a Roma del V concilio Lateranense. Nello stesso periodo la
critica di Erasmo da Rotterdam si levava contro questo “papa guerriero”, attento più all’espansione del suo
Stato che alle esigenze spirituali del suo gregge, contro una Chiesa imbevuta di interessi temporali, contro una
religione affidata a frati corrotti e ignoranti, a un clero avido e ambizioso. Erasmo nei suoi scritti accusava il
clero di aver tradito il messaggio morale e religioso dei Vangeli e di aver ridotto la fede a un cumulo di pratiche
superstiziose, cerimonie esteriori e preghiere oscure.

Di fronte a questa situazione instabile, all’inizio del 500 la penisola fu pervasa dalla speranza nell’arrivo di
un’età di rigenerazione della cristianità. Chi sosteneva tale idea, era convinto che un grave processo di
degenerazione avesse investito le strutture ecclesiastiche e se ne individuavano le cause:

 Assenteismo dell’altro clero


 Smodato sfarzo della curia romana
 Eccessivo coinvolgimento del papato negli affari mondani

Tutto questo era alimentato anche dalla diffusione della stampa e della predicazione che, tramite frati itineranti
ed eremiti che si spacciavano per profeti, aiutò ad infiammare i fedeli e dava voce alla paura dilagante della fine
del mondo se gli uomini non si fossero redenti. Non erano fenomeni che riguardavano solo il popolo: dotti e
studiosi forzavano le parole delle Sacre Scritture per leggervi l’annuncio del “papa angelico” che avrebbe aperto
la nuova era.

Nel 1517 a Wittenberg la rivolta contro Roma del frate agostiniano Martin Lutero aveva avviato un processo
storico che di lì a poco avrebbe infranto l’unità religiosa del mondo cristiano. Ad occupare in quel periodo il
sacro soglio erano i papi fiorentini della famiglia dei Medici, con la breve interruzione di Adriano VI (1522-1523),
ex precettore di Carlo V. Nella Roma di Leone X (1513-1521) e poi di Clemente VII (1523-1534), Lutero fu
considerato un “barbaro” per i suoi ideali di riforma e per l’indifferenza verso le arti e le lettere.

Nel 1527, dopo la stipulazione della Lega di Cognac (che coinvolge: papa Clemente VII; Firenze, Venezia, Milano
e Re di Francia) tra papa e re di Francia, le truppe imperiali di Carlo V entravano nella penisola e marciavano
senza ostacoli sino a Roma, tenendola in pugno per quasi un anno. Il funesto evento fu interpretato come segno
tangibile della “giusta ira di Dio”.

Il sacco del 1527 non rappresentò solo un trauma individuale o di chi era rimasto vittima della lunga
occupazione: come sostenne Guicciardini in “Storia d’Italia”, l’umiliazione della Roma cristiana aveva messo in
ginocchio la stessa fede nel primato politico e culturale dell’Italia rinascimentale, fondato sulla continuità con
l’eredità di Roma antica.

Alla fine degli anni Venti alla corte di Clemente VII la protesta di Lutero era ancora incredibilmente
sottovalutata. Negli anni successivi al sacco, dopo la pace di Bologna del 1530 tra il papa e Carlo V (Carlo V
doveva restituire al papa i suoi domini, mentre Clemente VII riconosceva i diritti di imperatore sui territori
italiani, incoronando Carlo V imperatore a Bologna nel 1530) la necessità di una riforma ai vertici cominciò a
diventare problema politico e religioso anche per il papato. A poco a poco uomini di chiesa e di cultura
iniziarono a guardare Roma come il luogo dove programmi di rinnovamento, riforme e proposte avrebbero
potuto trovare ascolto.

Nel 1534 Paolo III Farnese, nuovo papa, fu in grado di riunire intorno a sé i principali rappresentanti dei circoli
riformatori:

 Gian Pietro Carafa, vescovo di Chieti (poi papa Paolo IV)


 Reginald Pole, allontanato dalla corte inglese per essersi opposto al divorzio di Enrico VIII, suo cugino
 Gregorio Cortese, abate del monastero veneziano di San Giorgio Maggiore
 Gasparo Contarini
 Pietro Bembo, uno dei letterati più famosi dell’epoca; aveva già dato compiuta forma teorica alla sua
codificazione dello stile della lingua volgare.

Queste personalità confluirono a Roma in momenti diversi e furono tutte elevate alla porpora cardinalizia.

Nel 1536 una commissione presieduta da Contarini ricevette l’incarico di tracciare le linee di una riforma
universale in vista della convocazione conciliare. L’anno successivo a Paolo III veniva consegnato il documento
conosciuto come “Consilium de emendanda Ecclesia” (“Parere sulla riforma della Chiesa”). Il memoriale
affrontava una vasta serie di problemi: dal controllo sui libri, sulla predicazione al popolo e sull’insegnamento
universitario, agli abusi del clero regolare e secolare sino alla riforma degli uffici centrali romani (in particolare il
risanamento dei grandi dicasteri curiali quali Dataria e Penitenziaria, istituzioni-simbolo della corruzione
romana). Anche se il progetto di riforma ecclesiastica delineato nel Consilium fallì, per un breve momento tra gli
esponenti dei vertici curiali si riuscì a raggiungere un accordo intorno ad un comune programma di
rinnovamento da presentare al pontefice.

2) Il pontificato farnesiano: crisi religiosa e nuove prospettive politiche.


Con la stabilizzazione del dominio imperiale sulla penisola dopo la pace di Bologna del 1530 tra il papa e Carlo
V, i toni apocalittici si spensero a poco a poco. Parallelamente l’istituzione ecclesiastica stendeva un controllo
crescente sui fenomeni profetici, mettendo a tacere quella folta schiera di figure che ne erano state
protagoniste (monache visionare, frati che si fingevano profeti, …). Con L’elezione di Paolo III la Santa Sede
iniziò ad affrontare il problema della rottura religiosa europea e della propagazione dell’eresia nella penisola.

La diffusione delle idee riformate in Italia ebbe una dimensione essenzialmente urbana, con caratteristiche
specifiche da città a città:
 Repubblica di Venezia: la fiorentissima industria libraria produsse la prima Bibbia eterodossa in volgare
(1530- 1532) tradotta dall’esule fiorentino Antonio Brucioli, in seguito processato per eresia
dall’Inquisizione, insieme con le precoci traduzioni delle opere di Erasmo e Lutero. I testi eterodossi
circolavano senza difficoltà sotto gli occhi allarmati del nunzio pontificio (= rappresentante diplomatico
del papa) che nel 1543 denunciava la grande “libertà della stampa”. Sino alla fine degli anni 40 la classe
dirigente veneziana, sempre pronta a far valere l’autonomia dello Stato contro Roma, si astenne
dall’adozione di significative misure repressive.
 Repubblica di Lucca: l’eresia si radicò profondamente nelle file del patriziato cittadino dedito ai traffici
mercantili con i paesi riformati, nei conventi e tra alcune eminenti figure di umanisti, come Curione e
Paleario (quest’ultimo alla fine fu addirittura processato, decapitato e arso sul rogo per eresia a Roma
nel 1570). La piccola repubblica fu a lungo luogo d’incontri di esponenti del dissenso religioso che qui
potevano trovare la protezione di solide complicità e coperture sociali. Solo intorno alle metà degli anni
50 il movimento ereticale lucchese fu spezzato e i processi aprirono un flusso di esuli verso Ginevra tra i
quali comparivano i nomi più prestigiosi della classe dirigente cittadina.
 Domini estensi: la corte ferrarese di Renata di Francia, convertita al calvinismo e ricca di rapporti con il
mondo francese, rappresentò un punto di riferimento per i rappresentanti del dissenso religioso italiano
sino al ritorno in patria della duchessa nel 1559 (alla morte del marito, Ercole II). Nell’altra città estense,
Modena, l’eresia si radicò a tal punto da aggravare livelli sociali diversissimi e costituire una comunità
eterodossa forte e compatta che per circa trent’anni dominò la vita religiosa cittadina.
 Firenze: fermenti eterodossi si diffusero alla corte di Cosimo I de’ Medici, coinvolgendo segretari,
uomini d’affari e gli intellettuali legati all’Accademia del principe.
 Repubblica senese: passata sotto il dominio mediceo nel 1557, solo la dura repressione inquisitoriale
degli anni 60 riuscirà a stroncare un movimento clandestino che aveva amalgamato differenti livelli
sociali e si era presto orientato verso il calvinismo.
 Napoli: negli anni 40 il dissenso religioso assunse connotazioni autonome, profondamente influenzato
dal magistero spirituale dello spagnolo Juan de Valdés, mentre una larga diffusione di dottrine ereticali è
attestata dalle fonti dell’Inquisizione spagnola operante in Sicilia.
 Milano: altro dominio spagnolo, la comunità ereticale cremonese, una vera e propria Chiese calvinista,
mostra quale punto di organizzazione fosse in grado di raggiungere nel Nord Italia un dissenso che
poteva avvalersi dei passi alpini come canali di comunicazione ed eventuali vie di fuga.

Dissenso religioso in Italia nei primi del 500 = Il movimento filoriformato ebbe una fisionomia non unitaria
entro la quale per oltre un trentennio uomini e conventicole eterortodosse poterono contare su solidarietà
nascoste, mobilità degli adepti, piccole forme di propaganda. Tra gli anni 40 e 50 il dissenso religioso nella
realtà urbana italiana potè assumere una dimensione istituzionale e godere di autorevoli legittimazioni
ecclesiastiche da parte di personalità perseguitate dall’Inquisizione. Un’altra importante caratteristica fu la larga
articolazione sociale e il coinvolgimento dei ceti popolari (analfabeti) nei dibattiti dottrinali finalmente sottratti
al monopolio dei teologi.

Le nuove dottrine incontravano situazioni cariche di inquietudini morali e politiche si rimodellavano dinanzi al
messaggio religioso della Riforma. Mentre negli anni ’40 a Zurigo, Wittenberg e a Ginevra le nuove ortodossie si
andavano lentamente definendo e consolidando, sul piano dogmatico e istituzionale la realtà italiana era
frammentata in gruppi ereticali privi di un centro organizzativo che fosse in grado di svolgere una funzione
unificante sul piano dottrinale.

Trasformazioni politiche e religiose in atto negli anni ’40 ai vertici dell’istituzione ecclesiastica = nel 1541, nel
corso della dieta di Ratisbona tra l’imperatore Carlo V e principi tedeschi, si riaprivano i colloqui tra cattolici e
protestanti (rappresentanti da Melantone) affidati al legato papale Contarini (rappresentante dei cattolici). Il
cardinale veneziano dovette rendersi conto dell’impercorribilità della via della riconciliazione: inizialmente, in
materia di giustificazione si poté pervenire a un compromesso dottrinale soddisfacente per entrambe le fazioni;
ma la frattura si rivelò insanabile sulle questioni riguardanti il carattere sacramentale della Chiesa e della sua
costituzione gerarchica. L’anno successivo al fallimento dei colloqui di religione, lo scontro ai vertici della Chiesa
di aggravò: il 21 luglio 1542 papa Paolo III istituì (con la bolla “Licet ab initio”) il supremo tribunale del
Sant’Uffizio romano con compiti di direzione e coordinamento delle inquisizioni locali e facoltà di procedere
contro laici ed ecclesiastici senza tener conto di privilegi e immunità.

Maggio 1542 ---> veniva pubblicata la bolla di convocazione del concilio di Trento, presto sospeso a causa
dell’aggravarsi della guerra tra Francia e Spagna.

Il dissenso interno alla Chiesa nel 1542 si riaggregava e radicalizzava, sul piano dottrinale, intorno a nuove
personalità, tendenze spirituali e linee politiche d’intervento. Figura ispiratrice fu lo spagnolo Juan de Valdés:
all’inizio degli anni ’30 il cavaliere spagnolo si era rifugiato a Roma e poi a Napoli per sottrarsi all’Inquisizione
del suo paese (Spagna = già dalla fine del XV secolo operava l’Inquisizione spagnola; la repressione colpì
soprattutto i convertiti dall’ebraismo e dall’islamismo, sospettati di continuare a praticare in segreto la propria
religione). Nella città partenopea si riunì intorno a lui un gruppo che dopo la sua morte (1541) si ricostituì a
Viterbo alla corte del cardinale Pole. Il passaggio di uomini liberi tra Napoli e Viterbo, l’intrecciarsi di
frequentazioni ed esperienze religiose intorno al cardinale inglese (Pole) caratterizzarono la cosiddetta Ecclesia
Viterbiensis: ne fecero parte uomini di Chiesa, vescovi, umanisti, illustri aristocratici e gentildonne (come Giiulia
Gonzaga e Vittoria Colonna), che si trovarono così raccolti intorno al messaggio religioso valdesiano e ormai
lontani dalle posizioni moderate di Contarini.

Importanza del messaggio di Valdés

- La fede che stava al centro della proposta valdesiana non si definiva attraverso un determinato nucleo
di dogmi
- La verità cristiana non consisteva in un insieme di contenuti dottrinali e di testi scritti, ma si conquistava
attraverso una ricerca personale, sulla base di una trasformazione interiore sviluppata nel rapporto
diretto con Dio.
- La mancanza dei toni violenti e la rasserenante dolcezza del suo linguaggio celavano degli spazi di
mediazione accordati al clero entro una concezione che metteva in risalto solamente gli aspetti interiori
dell’esperienza religiosa

L’importanza del ruolo della spiritualità valdesiana rispetto ad altri orientamenti che animarono la vita religiosa
italiana degli anni ‘30/’40 risiede nel fatto che essa coinvolse uomini che ricoprivano ruoli istituzionali di
altissimo livello entro la struttura ecclesiastica. In particolare, l’attività degli spirituali si fece frenetica nel
periodo compreso tra la prima fallita convocazione del concilio del 1542-1543 e la sua apertura nel dicembre
del 1545 sotto la presidenza del cardinale Pole. Gli spirituali pubblicarono in quel periodo i trattatelli di Valdés e
soprattutto un libricino nato nell’ambiente valdesiano destinato a grande circolazione, il “Trattato utilissimo del
beneficio di Christo”, redatto a Napoli nel 1540 e successivamente rielaborato nel 1542: il libro condensava il
rassicurante messaggio valdesiano di salvezza universale grazie al sacrificio di Cristo, arricchendolo con
numerose citazione calviniane sulla giustificazione per fede. Le dottrine valdesiane rappresentavano una
proposta di mediazione volta a catturare il consenso dell’élite ecclesiastiche e culturali, di cardinali e vescovi
impegnati a Trento.

Gennaio 1547 ---> il concilio emanava il decreto di giustificazione secondo una rigida formulazione che chiudeva
ogni possibilità di dialogo con la Riforma protestante, ma anche con le posizioni degli spirituali. Il “Beneficio di
Christo” e i trattatelli valdesiani furono condannati dagli Indici di libri proibiti come opere eretiche. Nel 1549,
alla morte di papa Paolo III Farnese, durante il lunghissimo e tormentato conclave che ne seguì, le fervide
aspettative riposte nell’elezione del cardinale d’Inghilterra al soglio pontificio non si realizzarono per un solo
voto, a causa delle accuse di eresia rivolte a Pole dal Carafa sulla base di una documentazione.

3) Dal conflitto ai vertici della Chiesa alla “guerra spirituale” del Cardinal Carafa
Momento cruciale fu il pontificato di Giulio III (1550-1555): durante il suo governo, l’Inquisizione andò
accumulando una ricca documentazione a carico di cardinali e vescovi per mezzo di indagini e processi in cui
erano imputati personaggi di secondo piano. Elemento trainante dell’Inquisizione romana era il cardinal Carafa:
nel 1532 egli aveva inviato a papa Clemente VII un memoriale sulla repressione dell’eresia luterana e la riforma
della Chiesa nel quale proponeva di risolvere il problema del rinnovamento della Chiesa attraverso
l’intransigente affermazione del primato papale e la guerra spirituale condotta con ogni rigore e asprezza
contro l’eresia. Papa Giulio III più volte si oppose alla volontà del cardinal Carafa, dando il via ad un sotterraneo
braccio di ferro tra papa e Inquisizione, a testimonianza dell’enorme potere politico detenuto dal Sant’Uffizio.

Nonostante gli aspri contrasti tra il papa e il Sant’Uffizio riguardo alla repressione del dissenso ai vertici della
Chiesa, sotto il pontificato di Giulio III la stretta inquisitoriale si fece più incisiva nei confronti della società,
volgendosi anche contro movimenti e orientamenti maturati “dal basso” nel corso della crisi cinquecentesca.
Nel 1552 fu processato l’interno ordine dei barnabiti, di cui furono messi sotto accusa le dottrine ispiratrici, le
visioni ecclesiologiche e i capi carismatici, tutti investiti da imputazioni d’eresia che rischiarono di mettere in
discussione l’esistenza della congregazione di chierici regolari fondata a Milano circa vent’anni prima.

Nei primi anni ’50 il Sant’Uffizio riuscì a diventare il principale strumento di repressione non solo dell’eresia, ma
di ogni dissenso interno che fosse in contrasto con ideali, certezze e indirizzi dello schieramento intransigente,
un centro di potere in grado di contrastare la politica papale e di condizionare la stessa elezione del pontefice.

Alla morte di Giulio III nel 1555, con il nome di Marcello II veniva eletto papa il Cervini, più volte membro del
Sant’Uffizio. In seguito alla sua prematura scomparsa ascendeva al soglio pontificio Gian Pietro Carafa con il
nome di papa Paolo IV: la politica dell’Inquisizione diventava politica del papato. Il rafforzamento delle strutture
ecclesiastiche fu perseguito sotto il suo governo per mezzo d’iniziative rigorosamente tese a salvaguardare il
primato pontificio quali:

 Riforma dall’alto degli uffici curiali.


 Istituzione di commissioni cardinalizie.
 Scelta dei porporati.
 Attribuzione di importanti incarichi a quanti tra i porporati erano membri del Sant’Uffizio.

La svolta centralistica e repressiva dell’istituzione sotto Paolo IV si concretizzò nella promulgazione nel 1559
dell’Indice dei libri proibiti, il primo emanato per iniziativa pontificia, uno strumento potentissimo affidato dal
papa al Sant’Uffizio, elaborato al di fuori dell’assemblea conciliare ormai sospesa da anni (dal 1552 al 1562 a
causa delle resistenze del partito degli intransigenti). Parallelamente fu ampliato il campo delle competenze dei
tribunali inquisitoriali, estese a bestemmiatori, sodomiti, celebranti senza ordinazione; furono revocati
permessi di lettura dei libri proibiti; si stabilì la pena capitale per i colpevoli di eresie gravissime come
l’antitrinitarismo; si esclusero dal diritto di voto in conclave i cardinali inquisiti o sospettati d’eresia.

La guerra spirituale sotto papa Paolo IV Carafa non fu volta solo alla repressione del dissenso, ma si indirizzò
anche verso le minoranze religiose come gli ebrei. L’offensiva antiebraica era iniziato nel 1553 quando
l’Inquisizione aveva diretto la confisca e i roghi del Talmud (testo che si pone a fondamento della tradizione e
delle leggi ebraiche postbibliche) condannato come sacrilego e blasfemo, di cui venivano proibiti il possesso e
l’uso. Divenuto papa, Paolo IV con una bolla del 1555 ordinò la segregazione nei ghetti di tutti gli ebrei che si
trovavano nello Stato pontificio, impose la vendita dei beni immobili di proprietà ebraica, proibì loro l’esercizio
dell’arte medica e il commercio di beni alimentari di prima necessità, li obbligò a indossare abiti con il segno
giallo distintivo e decretò la validità del battesimo per i marrani, gli ebrei convertiti forzatamente in massa nel
1497 in Portogallo, e per i loro discendenti. Alla morte del Carafa nel 1559 la popolazione romana prese
d’assalto il palazzo del Sant’uffizio liberando i prigionieri e devastando l’archivio, mentre le pasquinate e la
violenta satira anticarafesca divampavano, approfittando degli orientamenti del nuovo pontefice Pio IV della
famiglia milanese dei Medici.

4) Chiesa, papato e Stati europei


All’indomani dell’elezione di papa Pio IV furono aperti i processi contro i nipoti del Carafa, conclusisi con la
condanna a morte degli imputati, considerati responsabili della disastrosa politica antiasburgica e colpevoli di
tradimento ai danni dello zio. Tra i primi provvedimenti del nuovo pontefice vi furono la liberazione del cardinal
Morone e la sua reintegrazione nel Sacro Collegio. Nel gennaio 1562 il papa riapriva a Trento il concilio.
L’incarico di presiederlo fu affidato proprio a Morone che diresse i lavori dell’assemblea dal suo inizio sino alla
conclusione nel dicembre del 1563.

Dicembre 1563 ---> terminava così il concilio di Trento svoltosi nell’arco di due decenni di storia europea densi
di trasformazioni sul piano politico e religioso. La soluzione del problema protestante si era posta come urgenza
al giovane Carlo V, divenuto imperatore nel 1519. Per oltre un ventennio egli aveva dovuto lottare con le
resistenze del papato che nella convocazione del concilio vedeva una minaccia per il primato pontificio e un
pericolo di risveglio delle tendenze conciliariste, fautrici della superiorità dei concili sul papato, che nel secolo
precedente aveva indebolito l’autorità della Santa Sede. A causa di questo ritardo Carlo V era stato costretto a
una politica di concessioni ai ceti imperiali che avevano aderito al luteranesimo, in cambio del loro aiuto contro
i turchi e re di Francia.

Dopo una prima convocazione nel 1542, subito sospesa, il concilio era stato finalmente aperto da papa Paolo III
Farnese il 13 dicembre 1545 a Trento, città dell’Impero ma in territorio italiano. Nel marzo del 1547 fu
trasferito, con il pretesto di un’epidemia a Bologna, città pontificia, con una decisione che provocò la protesta
ufficiale dell’imperatore e il ritiro dei vescovi spagnoli. Così sguarnita l’assemblea conciliare si prolungò
stentatamente sino alla morte del pontefice (1549): riconvocata a Trento da Giulio III il primo maggio 1551,
nuovamente sospesa il 28 aprile 1552 a causa della guerra tra Carlo V ed Enrico II di Francia alleatosi con i
principi tedeschi, non fu più ripresa dal Carafa impegnato in una rovinosa politica antimperiale e antispagnola.
Quando, dopo un’interruzione di oltre dieci anni, il concilio fu riaperto nel 1562 a Trento da papa Pio IV, la
geografia politica europea era profondamente cambiata. La divisione dell’eredità di Carlo V alla metà degli anni
’50 aveva ridisegnato gli assetti politici europei: con l’attribuzione nel 1556 al figlio Filippo II re di Spagna dello
Stato di Milano e dei Regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, oltre ai domini coloniali e al possesso dei Paesi Bassi, e
al fratello Ferdinando del titolo imperiale e dei domini diretti degli Asburgo, la spartizione dinastica carolina
aveva decretato in Italia la fine di quell’autorità imperiale ispirata a prospettive ireniche e conciliatrici con il
mondo germanico che aveva condizionato le scelte politiche e religiose dei primi decenni del ‘500.

Nel 1555 la dieta di Augusta aveva riconosciuto, nella forma giuridica dello ius reformandi, la libertà religiosa
per i principi protestanti, sancendo così la pluralità confessionale della Germani sulla base del principio cuius
regio eius religio (a colui che deteneva la sovranità sul territorio spettava determinare la religione dei sudditi,
fatto salvo il loro diritto di emigrare) e aprendo la via al consolidamento istituzionale della Riforma in molti
territori dell’Impero.

La pace di Cateau-Cambrésis tra Francia e Spagna fu stipulata nel 1559, in una cornice europea molto diversa
da quella che aveva caratterizzato l’età di Carlo V. In quello stesso anno, la morte improvvisa di Enrico II di
Valois inaugurava il tormentato periodo di debolezza della monarchia, gettando la Francia nelle guerre civili e
religiose che l’avrebbero dilaniata per quasi trent’anni. L’Inghilterra di Elisabetta I Tudor si preparava ad entrare
definitivamente nell’orbita della Riforma. Nella Scozia il parlamento si avviava ad adottare la confessione di
fede calvinista di John Knox. Nell’Impero il calvinismo conquistava il principe del Palatinato elettorale. La
Spagna di Filippo II diventò la potenza leader nella salvaguardia della fede cattolica.

Nel 1566 un altro inquisitore fu eletto papa, Pio V Ghislieri, domenicano, al servizio del Sant’Uffizio come
commissario generale e successivamente da cardinale. Durante il governo di papa Pio V, l’Inquisizione vide
confermati i privilegi e l’allargamento delle proprie competenze già fissati da papa Paolo IV. Il Sant’Uffizio fu
riorganizzato e il numero dei suoi membri fu ridotto a quattro cardinali di comprovata affidabilità. Sotto il papa
domenicano fu assicurata alla congregazione una sede stabile in Vaticano ed era solito presiederne con
diligente attenzione le riunioni.

I soggetti istituzionali
1) Il centralismo romano: papa, congregazioni cardinalizie e nunzi
Sul finire del ‘500, Roma era la sede di un potere con un ruolo internazionale di primo piano, il centro di
elaborazione delle certezze religiose e delle norme di comportamento che dovevano indirizzare la società. La
corte di Roma era anche il gran teatro del mondo dove si costruivano carriere ecclesiastiche e fortune familiari.
La curia romana era nuovamente in grado di attirare i migliori intellettuali dell’epoca. Roberto Bellarmino e
Cesare Baronio furono entrambi membri di ordini religiosi, entrambi cardinali, entrambi impegnati a Roma sia
sul fronte della repressione (come membri delle congregazioni dell’Inquisizione e dell’Indice) sia su quello
dell’elaborazione culturale attraverso la redazione di catechismi e dei due monumenti ideologici della
Controriforma, le “Controversiae” e gli “Annales Ecclesiastici”: le due opere, pubblicate nell’ultimo scorcio del
‘500, rappresentano il punto d’arrivo di una cultura egemone che aveva espunto il dissenso equiparandolo
all’eresia.

Dopo la metà del secolo si assiste alla creazione di nuovi centri istituzionali di potere: le congregazioni
cardinalizie romane. I cardinali erano dopo il papa il livello più alto della gerarchia ecclesiastica; il Sacro Collegio,
o Concistoro, nelle riunioni celebrate in presenza del papa, era stato per secoli il massimo organo di governo
della Chiesa a fianco di quel particolare sovrano che era il pontefice. Alla morte del papa i porporati di riunivano
in conclave e non ne uscivano prima di aver scelto tra loro il successore. In passato erano stati formulati vari
progetti di riforma per porre fino allo sfarzo sfrenato dei “principi della Chiesa”; alla crescita spropositata delle
loro famiglie, cioè le corti cardinalizie i cui membri godevano di esenzioni e privilegi; allo scandaloso cumulo di
benefici nelle mani della stessa persona. Le trasformazioni di cui venne investito il Collegio cardinalizio nel corso
del ‘500 furono ispirate da ragioni politiche connesse al crescere dell’assolutismo della monarchia papale a
scapito delle aspirazioni oligarchiche e dei poteri di condizionamento e di controllo che potevano formarsi entro
il Sacro Collegio.

Sacro Collegio = l’erosione del suo peso politico era stata avviata già nel ‘400 con l’allargamento del numero dei
cardinali che in questo modo, sul piano economico, si trovavano a dipendere in misura maggiore dal papa. Dai
18 porporati del pontificato di Eugenio IV (1431-1447) si giunse ai 76 sotto Pio IV, sino al tetto massimo di 70
stabilito nel 1586 da Sisto V. Nell’ultimo scorcio del secolo lo svuotamento dei poteri di quello che un tempo era
considerato l’antico Senato del pontefice era un fatto compiuto: le sue riunioni furono sempre più rade e
convocate per consultazioni puramente formali, per cerimonie e allo scopo di attribuire i benefici concistoriali.

Nel 1542 creazione della congregazione romana dell’Inquisizione; sul modello di questa ne furono istituite
altre:

- Congregazione della Stamperia Vaticana sorta lo stesso anno per la pubblicazione dei testi ufficiali di
patristica, dei dottori della Chiese e nel 1566 del Catechismo romano;
- Congregazione dell’Indice istituita nel 1571, cui era affidato il controllo sulla produzione libraria;
- Congregazione del Vescovi e dei Regolari nel 1601, con competenze sulle questioni più disparate
riguardanti sia il governo episcopale delle diocesi italiane sia gli ordini religiosi;
- Congregazione dei Riti, 1588, cui erano affidati il controllo sulla liturgia, sul culto dei santi e le procedure
di canonizzazione;
- Congregazione del Cerimoniale, 1588, che si occupava delle precedenze tra ecclesiastici, tra dignitari
laici, delle cerimonie solenni;
- Congregazione De propaganda fise (= per la propagazione della fede), 1622, cui spettava di regolare le
questioni riguardanti la fondazione di missioni, di collegi per la formazione dei missionari e la stampa di
libri da diffondere tra le popolazioni da convertire.

Nel 1588 papa Sisto V Peretti, francescano ed ex inquisitore, con una bolla papale aveva riorganizzato l’intero
sistema in quindici congregazioni: sei erano deputate al governo temporale dello Stato pontificio
(congregazione Navale, dell’Università Romana o Sapienza, dell’Annona o Abbondanza dello Stato, degli Sgravi,
delle Acque e delle Strade, Supremo Tribunale della Consulta); le rimanenti nove erano deputate al governo
spirituale della Chiesa, nonostante le due sfere non fossero nettamente distinte. La preminenza su tutte era
assicurata alla congregazione dell’Inquisizione, presieduta direttamente dal papa che solitamente partecipava
alle riunioni del giovedì.
Nel 1588 papa Sisto V Peretti, francescano ed ex inquisitore, con una bolla papale aveva riorganizzato l’intero
sistema in quindici congregazioni: sei erano deputate al governo temporale dello Stato pontificio
(congregazione Navale, dell’Università Romana o Sapienza, dell’Annona o Abbondanza dello Stato, degli Sgravi,
delle Acque e delle Strade, Supremo Tribunale della Consulta); le rimanenti nove erano deputate al governo
spirituale della Chiesa, nonostante le due sfere non fossero nettamente distinte. La preminenza su tutte era
assicurata alla congregazione dell’Inquisizione, presieduta direttamente dal papa che solitamente partecipava
alle riunioni del giovedì.

Dentro un quadro istituzionale talmente mutato, cambiò anche la figura del cardinale. Esperienza curiale,
preparazione giuridica e affidabilità politica diventarono i criteri di reclutamento dei porporati che
cominciarono assomigliare sempre più ad altissimi funzionari della burocrazia papale, ai membri di
un’aristocrazia cortigiana dipendente dal sovrano Pontefice.

Altre istituzioni possono essere considerate espressione del centralismo romano. Durante il pontificato di
Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), le nunziature (=rappresentanze diplomatiche presso le corti italiane e
straniere) ricevettero stabile assetto e crebbero di numero. In Italia, nunziature apostoliche permanenti si
trovavano a Venezia, Napoli, Torino e Firenze. A quelle già esistenti in Spagna, Portogallo, Francia, Polonia e alla
corte imperiale di Praga, Gregorio XIII ne aggiunse altre: a Lucerna per la Svizzera, a Coloni per il Nord-Ovest
tedesco, a Bruxelles per la Fiandra.

Il nunzio rappresentava un elemento di collegamento tra Roma e il principe presso cui era accreditato, tra
Roma e i vescovi dello Stato dove svolgeva le proprie funzioni. Era una figura istituzionale con ampissimi poteri,
direttamente in contatto non solo con il cardinal nipote, ma anche con le congregazioni cardinalizie; le sue
facoltà potevano spaziare dal campo diplomatico ai problemi di governo pastorale, dai conflitti tra le autorità
ecclesiastiche locali sino alla lotta contro l’eresia.

Quale fu il ruolo del tridentino nella Chiesa della Controriforma? ---> Ebbe un ruolo centrale come luogo di
elaborazione delle linee di riforma disciplinare dell'istituzione, di fissazione di verità dottrinali, di formazione di
un nuovo Spirito. Emergono però le difficoltà incontrate dall'opera di rinnovamento dei vescovi, a causa della
politica romana e del progressivo svuotamento condotto dalla Santa Sede delle soluzioni e degli strumenti
operativi emersi dai dibattiti conciliari.

2) Il Concilio di Trento e il luogo dell’episcopato nell’Italia postridentina .

Ultima fase conciliare ---> fu quella cui presero parte in maggior numero i rappresentanti degli episcopati non
italiani, in particolare francesi e spagnoli; parteciparono a pieno titolo i generali degli ordini mendicanti
(francescani, domenicani, agostiniani, carmelitani, serviti) e, senza diritto di voto, i cosiddetti “periti”, cioè
consulenti teologi e canonisti.

Sul piano dottrinale, la rottura con il mondo riformato si era consumata ben presto; contro la giustificazione per
sola fide dei protestanti, il decreto del 1547 ribadì il valore salvifico delle opere. Sulle fonti della Rivelazione,
contro la sola Scriptura, si stabilì l’eguale importanza della tradizione ecclesiastica. Furono approvati i decreti
sui sacramenti, confermati nel numero di 7 (battesimo, eucarestia, penitenza, estrema unzione, ordine sacro e
matrimonio) contro i due ammessi dalla dottrina luterana (battesimo ed eucarestia). Furono decretati il
carattere di sacrificio della messa offerto per mezzo dei sacerdoti e la non convenienza dell’uso del volgare nella
celebrazione del rito. Furono riaffermati l’esistenza del purgatorio, la validità delle indulgenze, il culto dei santi
e della Vergine. Ma, soprattutto, l’autorità papale fu nel complesso rafforzata come mai in precedenza.

Dopo la conclusione ufficiale dei lavori e la solenne promulgazione dei decreti conciliari da parte della Sante
Sede, la loro applicazione fu accettate dagli Stati regionali italiani, suscitando invece reazioni diverse tra i
governi dei paesi cattolici europei:

- All’indomani della chiusura del concilio solo i re di Spagna, Portogallo e Polonia acconsentirono a fa
applicare i decreti nei loro domini.
- In Francia, anche dopo la fine delle guerre di religione, la registrazione delle norme tridentine si scontrò
con la tradizione di autonomia e difesa delle libertà gallicane e con l’opposizione dei parlamenti che
interpretarono i decreti volti al disciplinamento ecclesiastico come pretese lesive delle proprie funzioni
di polizia (= controllo sociale); nonostante il rifiuto della normativa tridentina gli orientamenti di riforma
ispirati al concilio si diffusero tra il clero.
- Anche nella cattolicissima Spagna di Filippo II la difesa delle prerogative e degli interessi della corona
condusse ad un’interpretazione delle norme conciliari che suscitò frequenti disaccordi con Roma.
- Al di qua delle Alpi la ricezione del concilio ebbe caratteri specifici derivanti dal diverso peso politico del
papato nella penisola.

Decreti dogmatici/decreti disciplinari ---> durante il concilio di Trento i decreti di contenuto dottrinale di erano
alternati ai provvedimenti relativi alla riforma delle strutture ecclesiastiche.

Decreti disciplinari:

- riguardavano la riorganizzazione delle Chiese locali attraverso il potenziamento del ruolo dei vescovi.
- Fu resa obbligatoria la residenza degli ordinari nella loro diocesi per porre fine al diffuso fenomeno
dell’assenteismo;
- fu vietato il cumulo di benefici maggiori nelle mani di una sola persona;
- si ordinò l’istituzione di seminari per risolvere il problema dell’ignoranza e dell’impreparazione del clero
diocesano (= sacerdoti dipendenti dal vescovo) a cui fu imposto il celibato ecclesiastico e l’abito talare;
- si rinnovò l’obbligo per l’ordinario o i suoi collaboratori di effettuare visite pastorali nelle diverse località
della diocesi;
- agli arcivescovi a capo di una provincia ecclesiastica si prescrisse la convocazione triennale di concili
provinciali cui dovevano partecipare i vescovi titolari delle diocesi che componevano la provincia;
- il clero di ogni diocesi doveva riunirsi annualmente nei sinodi presieduti dal vescovo.
- I parroci ebbero l’incarico dell’insegnamento della dottrina cristiana ai laici in apposite scuole, delle
redazioni dei registri parrocchiali dove annotare battesimi, matrimoni e sepolture. E di annotare gli
“status animarum” (stati delle anime), in cui veniva annotato l’assolvimento dei precetti religiosi da
parte dei parrocchiani (tenuti a confessione e comunione annuali).

Riforma disciplinare: volta al potenziamento delle strutture di governo delle Chiese locali e individuava il suo
esecutore principale nel vescovo. Gli ordinari diocesani si trovarono economicamente penalizzati e videro
decurtate le loro entrate; il divieto del cumulo di benefici incompatibili fu aggirato da Roma con l’imposizione di
pensioni a favore di terzi sulle rendite delle mense episcopali e dei benefici curati minori come quelli
parrocchiali. Le pensioni ecclesiastiche, gestite dal pontefice, rappresentavano un modo per far fronte alle
spese di un apparato burocratico-amministrativo in espansione, per alimentare il nepotismo papale e dei
porporati, per mantenere alto lo splendore della corte pontificia e di quelle cardinalizie.

[DA PAG 49 A 58 = FATTI SU FATTI]

3) L’inquisizione
Dotato nel 1542 di facoltà che gli consentivano di intervenire contro chiunque fosse sospettato di reati contro la
fede, il tribunale del Sant’Uffizio si era rivelato un formidabile strumento per imporre uomini e ideologie ai
vertici dell’istituzione ecclesiastica prima, per reprimere l’eresia nella società poi. La congregazione romana
aveva lentamente creato una struttura stabile di tribunali inquisitoriali sparsi sul territorio della penisola e
riorganizzato l’Inquisizione medievale (tradizionalmente affidata ai membri degli ordini medicanti, come
domenicani e francescani).

Tra ‘500 e ‘600 una serie di manuali redatti da funzionari del Sant’Uffizio descrisse le procedure degli inquisitori:
alcuni di essi ebbero circolazione manoscritta, altri furono pubblicati a stampa. Anche se si tratta di una fonte
importante per gli storici, nessuno di questi diventò mai “ufficiale” dell’esposizione inquisitoriale.
Quella romana fu una delle tre inquisizioni operanti in età moderna nei paesi cattolici, ed è l’unica a non essere
completamente scomparsa: nel 1965 la congregazione del Sant’Uffizio (cui nel 1917 erano passate le
competenze proprie dell’abolita congregazione dell’Indice) ha modificato norme e procedure ed è divenuta
congregazione per la Dottrina della fede. Le altre due inquisizione, quella spagnola e quella portoghese,
avevano origini e natura diverse da quella romana: nate per iniziativa delle corone, si erano rivelati potenti
strumenti nel processo di consolidamento delle monarchie iberiche, realizzato attraverso l’imposizione
dell’uniformità religiosa contro le minoranze di ebrei e musulmani.

Inquisizione portoghese = sorta nel 1547 era diretta da un organo legato alla monarchia e controllava altri
quattro tribunali locali: quello di Lisbona (con giurisdizione in Brasile e nelle isole dell’Atlantico), di Coimbra, di
Evora e di Goa nella penisola indiana (con competenza su tutte le colonie dell’Oriente).

Inquisizione spagnola = istituita nel 1478 dai re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia (in base
alla bolla di papa Sisto IV), aveva avuto un ruolo fondamentale nel processo di unificazione dello Stato (la
“reconquista”). Sul piano culturale e della mentalità, l’idea della crociata contro l’infedele e della “limpieza de
sangre”, aveva contribuito alla creazione di una forte mentalità “nazionale”, rafforzata dalla creazione di rigidi
meccanismi d’esclusione sociale nei confronti dei non-cristiani. Anche il Consejo de la Suprema y General
Inquisición di Madrid, da cui dipendevano i 21 tribunali sparsi nei domini spagnoli, dal Perù alla Sardegna, dalla
Navarra alla Sicilia, era uno dei consigli della corona.

Dopo l’unione tra Spagna e Portogallo nel 1580 le due Inquisizioni iberiche avevano continuato a funzionare in
modo autonomo. Il rapporto con l’Inquisizione romana fu costruito di volta in volta sul piano politico della
relazione diretta tra la monarchia spagnola e il papato.

La situazione era completamente diversa in Italia: qui il papa aveva imposto l’esistenza di un tribunale
sovrastatale agli altri principi della penisola in nome della propria autorità di capo spirituale della Chiesa.
Nonostante l’alleanza creatasi nell’Italia della Controriforma tra autorità civili ed ecclesiastiche per la lotta
contro l’eresia, i poteri dei tribunali inquisitoriali erano troppo lesivi della sovranità degli Stati per non suscitare
contrasti. Per questi motivi l’Inquisizione si era organizzata nei vari Stati regionali italiani secondo forme
diverse:

- Venezia: nei processi era riuscita ad imporre la presenza di tre magistrati laici (Savi all’eresia) membri
dell’aristocrazia di governo; all’inizio degli anni ’50 nuovi conflitti con Roma erano sorti perché la
Repubblica volle introdurre rappresentanti dell’autorità civile anche nei tribunali inquisitoriali della
Terraferma.
- Genova: ottenne di poter affiancare rappresentanti laici agli inquisitori.
- Lucca: nel 1545 aveva istituito l’Offizio sopra la religione, una magistratura cittadina contro l’eresia,
riuscì ad opporsi ai tentativi romani d’introdurre il tribunale dell’Inquisizione.
- Domini italiani dipendenti dalla corona spagnola: Sicilia e Sardegna;
- Milano: funzionava l’Inquisizione romana;
- Napoli: nel 1547 il tentativo d’insediare l’Inquisizione spagnola aveva incontrato fortissime resistenze, la
lotta all’eresia era affidata ai tribunali vescovili e a un commissario delegato papale dotato di ampi
poteri, che di fatto dipendeva dal Sant’Uffizio.

La procedura giudiziaria dell’Inquisizione prevedeva la pena capitale solo in due casi:

1) Per gli eretici impenitenti, ossia non disposti a ritrattare le proprie opinioni.
2) Per gli eretici relapsi o recidivi, per coloro che avevano già subito un processo conclusosi con la
condanna all’abiura per eresia formale ed erano caduti nuovamente in peccati contro la fede.

[PROCESSO DI DOMENICO SCANDELLA, DETTO MENOCCHIO PAG 63-65]

Abiura: secondo l’espressione spagnola auto de fe, cioè atto di fede, consisteva in una dichiarazione in cui
l’imputato ritrattava le proprie precedenti convinzioni ed era solitamente redatta per iscritto dal giudice, sulla
base di testimonianze processuali.
Le sentenze più miti prevedevano la condanno a pene salutari (confessioni, digiuni, recita giornaliera di salmi,
litanie e rosari); altre pene andavano dall’obbligo d’indossare l’infamante abitello giallo sino all’imposizione di
pubblici atti di penitenza come il presentarsi davanti alla chiesa nei giorni di festa con una candela in mano e
una cinghia di cuoio al collo. Per i casi più gravi erano previsti il carcere perpetuo (tre anni di reclusione), il
carcere perpetuo irremissibile (otto anni), l’immuratio (carcere a vita) o la tremenda condanna alla galera, cioè
ai lavori forzati ai remi. Le esecuzioni capitali erano eseguite dal braccio secolare, non dai membri della
gerarchia ecclesiastica i quali non potevano macchiarsi del sangue di un uomo: per gli eretici che avessero
confatto il loro pentimento era prevista l’impiccagione, gli altri erano bruciati. Quello inquisitoriale era l’unico
tribunale d’antico regime dinanzi al quale non valevano i privilegi della nascita e del sangue né l’immunità
connesse allo statu ecclesiastico.

Per quanto riguarda le pene capitali, la più ferma nel rifiutarne la trasformazione rituale auspicata dall’autorità
ecclesiastica fu la Repubblica di Venezia, dove le esecuzioni degli eretici avvenivano non pubblicamente sul
rogo, ma di notte per annegamento nelle acque della laguna.

Il processo informativo, ossia la prima fase di raccolta di notizie e di prove a carico, veniva avviato dagli
inquisitori su denuncia di testimoni la cui identità era tenuta nascosta all’accusato, oppure perché gli stessi
inquisitori avevano avuto notizia di qualche reato. In altri casi era lo stesso colpevole che si autodenunciava al
tribunale del Sant’Uffizio.

Affinché questo sistema funzionasse, occorreva prima che la confessione nell'Italia post-tridentina diventasse
effettivamente una pratica radicata e diffusa nella società. Tutto ciò avvenne lentamente, ma tra 500e 600
l'azione di confessori ed inquisitori consentì all'autorità ecclesiastica di allargare enormemente il controllo sulle
coscienze e i comportamenti dei fedeli.

Ora andiamo a delineare i caratteri e gli effetti del pervasivo controllo clericale steso sul mondo dei laici che fu
un tratto caratteristico della Chiesa della Controriforma.

4) Gli ordini regolari.


Tra gli anni ’20 e ’40 i predicatori appartenenti agli ordini regolari erano stati in Italia importanti canali di
diffusione delle idee eterodosse. Nell’Italia del ‘500 i regolari non furono soltanto un elemento di resistenza
all’autorità del vescovo nelle Chiese locali; prima e dopo Trento gli ordini svolsero una funzione insostituibile
nella cura d’anime a fronte delle permanenti carenze e assenze del clero secolare. I membri delle nuove
congregazioni religiose fornirono un valido supporto ai vescovi nel loro disegno di disciplinamento ecclesiastico
della società; inoltre negli ultimi decenni del secolo aumentò il numero dei membri di ordini antichi e recenti
elevati all’episcopato. All’espansione cinquecentesca dei vecchi ordini si era affiancata, a partire dagli anni ’20
del ‘500, la creazione delle prime congregazioni di chierici regolari:

- Teatini, ufficialmente riconosciuti nel 1524;


- Barnabiti o chierici regolari di San Paolo, nel 1533;
- Gesuiti e somaschi nel 1540;

Erano gruppo di chierici che vivevano in comune secondo una regola professando i tre voti di castità, povertà e
obbedienza; che non indossavano l’abito monastico, ma quello nero del clero secolare, e che cercavano di
sottrarsi a pratiche religiose collettive per dedicarsi interamente a un’intensa attività tra il laicato. Questi ordini
erano nati durante la crisi dei primi decenni del ‘500 quando nei centri urbani della penisola si era sviluppata
una spiritualità dei caratteri mistici e ascetici, concentrata sulla ricerca della riforma interiore.

Ludovica Torelli, contessa di Guastalla e fondatrice delle angeliche = detta la divina madre per la sue doti
mistiche e visionarie, diresse per un ventennio la vita spirituale di barnabiti e angeliche. Anche i membri
dell’ordine maschile mostravano una totale subordinazione alla sua congregazione femminile, incarnata da
questa figura carismatica.
Negli anni ’60 papa Pio V impose l’obbligo della clausura a tutte le comunità religiose femminili. La
segregazione e il silenzio imposti alle religiose inflissero un duro colpo al fenomeno delle mistiche e visionarie
così come si era sviluppato tra ‘400 e ‘500. La repressione culturale esercitata verso le letture e le possibilità
d’espressione delle monache fu maggiore di quella condotta verso qualsiasi altro componente della società: la
cultura monastica femminile nell’età della Controriforma fu costretta a sopravvivere priva di buoni libri,
circondata da interdizioni e sospetti, ripiegata su sé stessa e spogliata di quei confronti con l’esterno che
rendevano vivi gli scambi culturali e la produzione creativa. A tale obbligo riuscirono a sottrarsi solo quelle
congregazioni, come le orsoline (Compagnia di Sant’Orsola: aveva lo scopo specifico di dedicarsi all’istruzione
femminile) e le dimesse, che rinunciarono alla professione dei voti solenni dedicandosi a compiti educativi.

[DA PAG 75 A 82 SI PARLA DI VARI ORDINI RELIGIOSI. RIPORTO QUI I PIU’ IMPORTANTI]

Barnabiti: alla metà del secolo l’Inquisizione romana condannò come eretiche le dottrine dei loro maestri e
segregò la divina madre.

Compagnia di Gesù: ruolo centrale svolto dai gesuiti nella Chiesa della Controriforma; Ignazio di Loyola
impresse alla congregazione una struttura verticistica e gerarchizzata, ma al tempo stesso elastica: già nel 1550
tre province erano operative (Portogallo, Spagna e India), mentre Ignazio governava direttamente le altre aree
(Italia, Sicilia, Germania, Francia); alla sua morte nel 1556 le province erano 12: Italia (esclusa Roma), Sicilia,
Germania superiore e inferiore, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Portogallo, Brasile, India ed Etiopia. Ogni
casa fondata dai gesuiti aveva un superiore o rettore che rispondeva al provinciale, e questi a sua volta al
generale. Ignazio impose che i provinciali fossero nominati direttamente dal generale, e i superiori locali da
questi o dai provinciali; al contrario di quanto accadeva per gli altri ordini, il generale della congregazione era
nominato a vita, come il papa. Sotto la guida di Ignazio si approntarono gli strumenti che avrebbero fatto della
Compagnia di Gesù l’ordine per eccellenza della Controriforma. La fondazione si istituzioni scolastiche aperte ai
laici non faceva parte dei progetti iniziali di Ignazio: la prima fu creata a Messina nel 154, ma da quel momento
il reticolo delle scuole gesuitiche si stese rapidamente su tutta l’Europa. Nella capitale pontificia sorsero per
iniziativa dei gesuiti prestigiose istituzioni della Controriforma:

- Collegio romano (ora Pontificia Università Gregoriana) fondato nel 1551 per l’educazione di chierici e
laici;
- Collegio Germanico, dove si formarono i futuri protagonisti della restaurazione cattolica nei paesi infetti
dal contagio ereticale come la Boemia, Polonia, Germania;
- Collegio Inglese, che alimentava il flusso sotterraneo di missionari inviati in Inghilterra.
- Seminario, per la preparazione del clero dell’arcidiocesi romana;
- Prima Casa dei catecumeni per conversione degli ebrei.

Quando Ignazio e i suoi compagni si presentarono a Roma dinanzi al papa nel 1540 era loro intenzione
intraprendere il viaggio in Terrasanta per la conversione degli infedeli; sin dalla prima generazione, lo slancio
missionario gesuitico prese la direzione di paesi lontani.

Religione, cultura e controllo sociale


1) Conquista missionaria e acculturazione delle masse
Nella seconda metà del ‘500 il controllo ecclesiastico sul laicato prese la forma di un vasto processo di
acculturazione dei fedeli; in questo campo l’ordine dei gesuiti ebbe ruolo predominante per varietà di metodi,
diversificazione delle proposte, attenzione per i diversi livelli culturali e sociale dei destinatari dei messaggi. In
Cina e in Giappone i missionari avevano dovuto adattarsi a culture e riti elaborati da civiltà antiche e complesse;
la conquista delle élite giapponesi e cinesi si affiancava a quella dei ceti dominanti europei nei collegi e nelle
università e a quella dei principi di cui i gesuiti divennero confessori e direttori spirituali. A questi spazi
d’intervento si aggiunsero i paesi dove si era diffusa la fede riformata: Francia, Germania, Polonia, Austria,
Boemia, Ungheria e Moravia.
Nei confronti dei rudes e dei semplici che popolavano il vasto mondo rurale delle Indie, il compito dei gesuiti si
presentò nelle forme sperimentate nelle missioni americane, cioè non come conquista spirituale di eretici, ma
di barbari immersi in culture e credenze estranee al cattolicesimo. Estirpare l’idolatria, colmare l’ignoranza,
cancellare superstizioni, disciplinare i comportamenti: questo era il compito che si presentava di fronte a
popolazioni in larga parte non alfabetizzate. Alla fine del ‘500 i gesuiti non erano soli, affiancati dai cappuccini e
dai membri degli antichi ordini regolari; seguirono le congregazioni di sacerdoti tra cui i Pii Operai (1606) e la
Congregazione dell’Assunta (1646). Ma sono soprattutto i gesuiti che tra ‘500 e ‘600 incarnarono la figura del
missionario.

C’erano diversi tipi di missioni e nel corso del tempo si sviluppò un dibattito tra i membri degli ordini su quale
fosse il modello più appropriato. Quando giungevano nei luoghi delle missioni, i gesuiti prendevano
informazioni sui conflitti tra individui, famiglie, gruppi funzionari che dividevano la società locale; il componer
pace fu percepito dai membri della Compagnia come un aspetto importante del loro lavoro; quella offerta dai
gesuiti era una soluzione extragiudiziale (al di fuori delle aule dei tribunali) alle tensioni, alle vendette e alle
faide che laceravano la società. Per risvegliare la devozione i gesuiti utilizzavano vari mezzi: manifesti
propagandistici, immaginette e persino medaglie benedette, piccoli doni preziosi in un mondo materiale
poverissimo. Per l’educazione del popolo, oltre alla predicazione, c’era l’insegnamento di orazioni e canzoni. Si
diffondeva l’uso della corona del rosario cui era legato il radicamento delle devozioni mariane, cioè alla Vergine.
L’opera di indottrinamento si serviva anche di libri stampati come i catechismi che esponevano le verità
cristiane fondamentali in forma di messaggi semplici e di indiscutibili certezze.

Le missioni sono solo un aspetto del progetto ecclesiastico di acculturazione di massa caratteristico della
Controriforma: un aspetto importante, vista l’entità e la novità dei problemi posti dal mondo delle campagne
che l’istituzione si trovò per la prima volta ad affrontare attraverso l’attività degli ordini religiosi.

1596: definitivamente proibita dall’Indice clementino la lettura della Bibbia in volgare. Insieme alla Bibbia in
volgare, l’Indice aveva vietato una vastissima gamma di opere di argomento biblico: pericopi (= raccolte di brani
della Scrittura inseriti nella liturgia della messa che servivano per seguirla e capirla), poesie, compendi,
commenti e scritti di pietà ispirati ai Vangeli e alla vita di Cristo, la censura si era anche estesa a moltissimi testi
devozionali o perché coinvolti nel divieto dei volgarizzamenti biblici o in quanto rientravano nelle regole e
proibizioni generali aggiunte all’Indice.

Le pratiche devozionali che si proponevano erano:

- La riduzione della formazione del cattolico all'apprendimento di orazioni in latino e indottrinamento


catechistico.
- La diffusione di una letteratura di argomento spirituale in volgare e rigidamente controllata
dall'autorità ecclesiastica.

Nella prima metà del Cinquecento il problema della religione degli indotti era stato posto da intellettuali come
Erasmo, che aveva ridicolizzato le preghiere in latino ripetute a pappagallo dai fedeli senza comprenderne è il
significato.

La chiesa della Controriforma si pose il problema dell'educazione religiosa dei "semplici" e della lotta contro
l'ignoranza e la superstizione sviluppando la propria azione su scala vastissima. Ma, come è stato efficacemente
notato, un conto era offrire al popolo degli illetterati la Bibbia in Bolgare, un altro regalargli canzonette.

2) Stregoneria, superstizioni e santità: il controllo di credenze e devozioni


A partire dagli anni ’80 del ‘500 la maggior parte dei reati perseguiti dai tribunali inquisitoriali riguardava non
più eretici in senso stretto, ma uomini e soprattutto donne immersi in un mondo di credenze e comportamenti
definiti superstiziosi. I giudici passarono ad occuparsi di tutte quelle pratiche, culti, devozioni e costruzioni
culturali per mezzo dei quali gli individui intrattenevano autonomamente relazioni con il soprannaturale
influenzati da culture arcaiche che sfuggivano al tentativo di clericalizzazione del rapporto con il sacro messo in
atto dalle autorità ecclesiastiche. Questo allargamento delle competenze dell’Inquisizione fu sancito da due
bolle dell’ex inquisitori Sisto V, una del 5 gennaio 1586 che condannava la magia, l’altra del 22 gennaio 1587
che confermava la giurisdizione della congregazione del Sant’Uffizio su ogni reato contro la fede.

La dottrina cristiana della stregoneria fondata sul patto con il diavolo si era formata attraverso una tradizione
plurisecolare che risaliva ai padri della Chiesa e si richiamava al testo biblico. Spesso si trovavano imputati che
confessavano credenze e pratiche derivanti da tradizioni folkloriche antiche che i giudici ecclesiastici (cattivi
antropologi) ascoltavano solo in base alla loro cultura di uomini di Chiesa.

È il caso dei Benandanti, nome attribuito in Friuli a coloro che erano nati con la camicia, ovvero avvolti nella
placenta. Tra ‘500 e ‘600 dinanzi al tribunale dell’Inquisizione di Udine furono celebrati molti processi al termine
dei quali i giudici condannarono i benandanti come stregoni (in particolare per un antico rito della fertilità).

La caccia alle streghe è un dato comune a molte società: nel ‘500 e ‘600 essa conobbe picchi altissimi in Europa
e fu particolarmente feroce là dove il reato di stregoneria era di competenza non dei tribunali ecclesiastici, ma
di quelli laici, come in Germania, Francia, Inghilterra e persino nelle colonie americane.

Instructio pro formandis processibus in causis strigum et maleficiorum: opera redatta da un autorevole
personaggio della curia romana; l’opera cominciò a circolare nei vari tribunali manoscritta e anonima a partire
dal 1624; destinata ai vescovi e agli inquisitori, non elaborava definizioni teologiche della stregoneria, ma
forniva indicazioni di carattere procedurale per la conduzione delle inchieste e dei processi, richiamando i
giudici periferici all’osservanza di regole precise a fronte degli eccessi verificatisi nelle varie sedi locali: obbligo
di consultare i medici per stabilire le eventuali cause naturali dei delitti, divieto di condanno senza prove
sufficienti, divieto di estorcere confessioni con un uso improprio della tortura e degli interrogatori, di
considerare valida la testimonianza di streghe contro altro streghe. Le accuse di operare malefici erano spesso
frutto di interpretazioni della realtà provenienti dalla stessa società e andavano a loro volta sorvegliate e
contenute. La linea di confine tra stregoneria e pratiche superstiziose non malefiche era infatti labile e sfocata:
la donna che godeva della fiducia della comunità per le sue capacità terapeutiche e per l’abilità a manipolare
qualche sostanza, poteva facilmente venire accusata da quella stessa comunità di essere una strega dotata di
poteri diabolici e la responsabile di morti e malattie.

Documentazione dell’Inquisizione veneziana: le tante donne che a partire dal tardo ‘500 comparvero dinanzi ai
giudici non andavano al sabba, frequentavano la messa pregando Dio, la Madonna e i santi, ma nello stesso
tempo invocavano il diavolo «per ottenir dalli amanti ogni suo contento» facendo incetta di reliquie e oggetti
benedetti che utilizzavano in riti superstiziosi. Incorrevano nel reato di abuso di sacramenti perché trafugavano
dalla chiesa l’olio della cresima benedetto per spalmarselo sulle labbra e sotto gli occhi.

La repressione delle pratiche magiche e superstiziose costituisce un ulteriore aspetto del tentativo
controriformistico di controllo delle devozioni fondato sulla netta separazione tra chierici e laici e sul
rafforzamento del ruolo dei primi come unici tutori autorizzati nella gestione del rapporto con il sacro.
Importanza crescente entro tale processo acquisirono gli esorcisti: quella dell’esorcista era una figura
complessa il cui potere si fondava sulla convinzione che le forze diaboliche fossero costantemente operanti
nella società, nei corpi e nelle anime dei fedeli e in particolare delle donne, monache e laiche. Gli esorcisti erano
a volte personaggi scomodi, la cui attività finiva con il rafforzare quelle stesse credenze magico-diaboliche che la
lotta ecclesiastica alle superstizioni cercava di sradicare; talvolta finivano anche loro dinanzi ai tribunali
dell’Inquisizione.

A partire dal tardo ‘500, parallelamente a quello delle superstizioni, i poteri ecclesiastici affrontarono il
problema della santità: si trattò soprattutto di organizzare il disciplinamento di un aspetto fondamentale della
vita religiosa, attraverso un duplice processo di repressione delle deviazioni e di definizione di modelli approvati
di santità, che fu contemporaneamente gestito dal papato e dall’Inquisizione. Nell’ultimo quarto del ‘500, la
santità “simulata” o “affrettata” di quanti aspiravano ad un rapporto individuale ed eccezionale con il
soprannaturale diventò materia trattata dai tribunali dell’Inquisizione. Nel frattempo la Chiesa portava a
compimento il processo di definizione della santità legittima e tracciava i modi e le procedure attraverso cui
consolidò il proprio monopolio sulla fabbrica dei santi. Gli interventi normativi di Urbano VIII nel 1625 e nel
1634 delinearono rigorosamente le vie legali della santità, fissando i criteri e le regole del processo di
beatificazione e di quello di canonizzazione, proibendo il culto pubblico di uomini e donna morti in odore di
santità prima della formale approvazione della Santa Sede e vietando di tributare forme pubbliche di
venerazione a personaggi viventi.

Entrambi i processi (di beatificazione, che autorizzava il culto, e di canonizzazione, che sanciva il riconoscimento
ufficiale della santità da parte della Chiesa) avevano carattere inquisitorio, ed erano volti all’indagine sulla vita e
all’accertamento dei miracoli del candidato, di cui veniva valutata anche l’ortodossia degli scritti. Figura centrale
nei processi di canonizzazione era quella dell’accusatore o avvocato del diavolo.

Occorre ricordare come la promozione di un santo fosse anche il risultato di pressioni e interessi locali: il
riconoscimento della santità di uno dei suoi membri poteva aumentare il prestigio sociale di una famiglia;
l’istituzione di un santo patrono era in grado di rafforzare l’identità di una città, di un ordine religioso, di un
gruppo professionale o di una fazione politica.

Grande attenzione fu prestata ai canali di diffusione di culti e devozioni quali immaginette, libri a stampa
(soprattutto biografie), reliquie e altri pericolosi veicoli di un’idea del sacro no approvata da Roma. Vittime di
questo vasto processo di controllo furono soprattutto le donne. Queste, sospese tra “illusioni diaboliche e
divine rivelazioni”, circondate dal sospetto di muoversi per “concupiscenza e carnalità… sotto pretesto di
rivelazioni”, confinate dietro le solide grate della clausura, tra il riconoscimento della santità e la condanna per
eresia, stregoneria e finzione, piegate a un modello clericale di santità, erano le condizioni che le donne
vivevano durante la Controriforma. Nonostante gran parte di queste esperienze spirituali venissero isolate la
vita religiosa seicentesca continuò ad essere affollata di eccezionali esperienze femminili e di vicende di
direzione spirituale tra confessore e penitente sulle quali l’Inquisizione e superiori ecclesiastici dovettero
intervenire drasticamente per ridurre all’obbedienza.

3) Il controllo dei comportamenti


Il concilio di Trento aveva fissato i sacramente nel numero di 7, ne aveva ribadito il significato di
«segni efficaci della grazia», cioè il valore salvifico per il fedele, aveva stabilito regole per la loro
celebrazione e il ruolo indispensabile del sacerdote che li ammaestrava. I decreto tridentini non si
limitarono a prendere posizione contro la dottrina di Lutero (che ammetteva come sacramenti solo
battesimo ed eucarestia), ma posero le basi normative per l’intervento della Chiesa nei riti di
passaggio in direzione della loro clericalizzazione.
Battesimo: i festeggiamenti per celebrare, con il battesimo, l’ingresso del nuovo individuo nella
società dei viventi erano per il clan familiare un’occasione per suggellare alleanze strette
attraverso l’istituto del comparatico, cioè la scelta dei padrini. L’autorità ecclesiastica intervenne
limitando il numero dei padrini, fissando requisiti per la loro ammissione (età e istruzione
religiosa), riducendo il lungo periodo solitamente intercorrente tra nascita biologica e nascita
spirituale.
Riti funebri: la Chiesa intervenne anche per modificare le regole sociale del lutto e dei riti funebri.
Matrimonio: effetti straordinari in ordine al controllo dei comportamenti sociale e morali furono
quelli seguiti al decreto conciliare “Tametsi” sulla riforma del matrimonio emanato dopo accese
discussione nel 1563. Il rilievo sociale del matrimonio era enorme: a esso erano legati
l’assegnazione dei beni dotali, la trasmissione dell’eredità familiare; il matrimonio pretridentino
era soprattutto frutto di scelte e strategie familiari. Sino al concilio, per considerare un matrimonio
giuridicamente valido era sufficiente che i due contraenti con l’accordo delle famiglie si
scambiassero ad alta voce il consenso; in altri casi, specie se si trattava di coppie giovanissime, le
parole scambiate avevano valore di promesse vincolanti per il futuro (=sponsali): iniziava così un
lungo periodo di fidanzamento durante il quale i due giovani potevano frequentarsi e avere
rapporti sessuali sotto il tetto dei genitori. Insieme con il carattere sacro del matrimonio, il concilio
stabilì regole precise per la validità del vincolo: la cerimonia doveva avvenire dinanzi al parroco
degli sposi, in presenza di due o tre testimoni, dopo che il parroco per tre giorni di festa
consecutivi ne aveva fatto pubblico annuncio durante la messa solenne; il parroco aveva poi il
compito di registrare in appositi registri le varie celebrazioni.
Le situazioni di disordine sociale che la Chiesa dovette affrontare in questo campo furono molte:
matrimoni clandestini, cioè contratti in assenza di testimoni semplicemente pronunciando parole
di reciproco consenso, che permettevano alla coppia di sottrarsi al controllo parentale; diffuse
situazioni di concubinato punite con la scomunica; matrimoni tra persone senza fissa dimora per
celebrare i quali fu imposto ai parroci l’obbligo di raccogliere informazioni sui contraenti e di
richiedere l’autorizzazione del vescovo. Queste situazioni davano luogo a infinite controversie: i
matrimoni clandestini in particolare, difficilmente dimostrabili, erano facile strumento di seduzioni,
inganni e abbandoni, rendevano possibile la bigamia e causavano incertezze sulla prole nata da
quell’unione. Solo dopo la rivoluzione francese (1789) fu sancito il principio che lo stato civile degli
uomini debba essere indipendente dalle loro opinioni religiose e dalla confessione a cui
aderiscono. Le controversie matrimoniali spettavano ai vescovi e ai loro tribunali, il reato di
bigamia era giudicano dall’Inquisizione.
N.B: nessuna norma ecclesiastica proibiva alla coppia di avere rapporti sessuali prima del
matrimonio.
L’accresciuto controllo della Chiesa su tali aspetti del sociale si complicò nell’esigenza di controllo
degli stessi mediatori ecclesiastici. Di qui la definizione di un nuovo reato la cui competenza fu
attribuita ai tribunali inquisitori: la sollicitatio ad turpia, cioè l’adescamento dei penitenti da parte
del sacerdote durante la confessione. Le severe pene previste contro gli ecclesiastici, la rilevante
quantità dei casi giudicati dai tribunali inquisitoriali romani e spagnoli, il fatto che gran parte di
questi casi riguardasse proposte sessuali fatte alle donne, indicano la volontà di tutela di una
pratica sacramentale che aveva gettato radici profonde in questa componente della società. A
partire dalla fine del ‘500 l’ingresso del mondo femminile e dei suoi problemi nello spazio d’ascolto
e di controllo clericale costituito dalla confessione condusse a una sorta di «femminilizzazione»
della vita religiosa: la nascita e la diffusione nelle chiese del confessionale, il mobile che separa
confessore e penitente.