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XVIII CAPITOLO

Il capitolo XVIII si inserisce in un insieme dei 5 canti fondamentali del trattato, i


capitoli dal XV al XIX, i quali, sono quelli per cui, questo trattato è detto Il Principe e
non De Principatibus. In essi, partendo dall'indicazione morale di come dovrebbe
essere il principe, Machiavelli, con uno scatto avversativo, "nondimanco", apre un
finestra completamente nuova nella trattatistica politica facendo tesoro della sua
esperienza politica da cui derivano i consigli utili e scandalosi per il Lorenzino.

Nel XVIII capitolo, Machiavelli, affronta il tema della lealtà del sovrano, chiedendosi
se sia giusto mantenere la parola data e le promesse fatte o se sia invece più
proficuo, quando ciò serva ai propri disegni. Sono, però, le dinamiche della realtà a
determinare il conseguente comportamento di un principe accorto, e a rendere
preferibile, quando convenga, un comportamento sleale a uno fondato sulle
promesse fatte. Inoltre, egli dice che tra i principi che hanno adottato un
comportamento del tutto morale e corretto e quelli che non hanno sempre mantenuto
la parola data, abbiano avuto più successo questi ultimi.

In seguito, l'autore dice che il principe deve combattere con le leggi, tipico modo di
combattere dell'uomo e con la forza, tipico delle bestie. Questo concetto, Machiavelli
lo ha tratto da Cicerone, il quale, in particolare nel De Ufficis (Bibbia dell'umanesimo
civile), dopo aver elencato i due principali poteri che il sovrano può utilizzare, dice
che egli deve ricorrere alla forza solo se strettamente necessario. Per spiegare che il
principe deve saper usare sia la legge che la forza, dunque, l'una e l'altra natura,
Machiavelli ricorre all'esempio di Chirone il centauro, di cui parla anche Dante nel XII
canto dell'Inferno. Chirone, figlio di Crono e di Filira, a differenza di tutti gli altri
centauri, emblema dell'irrazionalità e della ferocia, era il centauro più raffinato e
sensibile anche alle arti e alla medicina, a cui, per questo motivo, la tradizione
affidava la formazione di alcuni principi tra i più importanti. In particolare, Chirone,
secondo un’antica leggenda antica, sarebbe stato il precettore di Achille a cui
avrebbe insegnato a far ricorso alla propria natura bestiale oltre che a quella
umana. Secondo Machiavelli, tale leggenda serviva agli antichi scrittori per
“insegnare” in maniera occulta ai principi la necessità di un comportamento crudele,
qualora il mantenimento dello Stato l’avesse richiesto. La riflessione che porta
Machiavelli a richiamare l’immagine del centauro è tipica del suo ragionare analitico
e quasi scientifico. Dare un principe in custodia ad un centauro significa che egli
deve avere una parte umana, sensibile e raffinata, ma deve avere anche una metà
bestiale.

Nella prima parte del ragionamento Machiavelli introduce una polemica contro il
modo tipico di intendere la politica, secondo cui, attenersi solo alle “leggi” (come
voleva del resto il Cicerone del De Officiis,) significa non riconoscere che i rapporti
tra gli uomini sono dominati dalla violenza e dall’interesse e assecondare una
visione edulcorata della realtà, totalmente inservibile nell’agone spietato della
politica: “sapere bene usare la bestia e l’uomo” è dunque, per il principe, elemento
fondamentale di una condotta capace di garantire la stabilità del governo e dello
Stato. E’ forse, questo, uno dei punti più spregiudicati e rivoluzionari dell’intero
trattato e come tale è stato letto, però, anche aspramente giudicato dai secoli
successivi, infatti, nel 1559, esso venne incluso della Chiesa nell’Indice dei libri
proibiti.
Machiavelli, poi, spiega che la parte ferina del principe è a sua volta divisa in due
parti, la volpe, simbolo dell'astuzia e il leone, simbolo della forza. La figurazione
animale deriva direttamente dalla favolistica classica, che assegnava appunto alla
volpe doti superiori di furbizia e al leone un’ineguagliabile potenza fisica. Il rimando
alla favolistica esopica fornisce a Machiavelli il destro per una rappresentazione
“visiva”, capace di imprimersi nella mente del lettore con la forza dell’esemplarità. Va
sottolineato a ulteriore riprova della novità dirompente del pensiero machiavelliano,
che la tradizione faceva dell’astuzia volpina un territorio negativo di raggiri e di
inganni. Il leone e la volpe sono entrambi due parti fondamentali del principe, il
quale, se è solo furbo non si intende di politica e non può assicurare se stesso e il
suo stato. Anche questo concetto deriva dal primo libro del De Officiis ciceroniano.
Cicerone, però, è rimproverabile nei confronti dell'astuzia della volpe utilizzata contro
i propri simili, mentre Machiavelli esalta, in particolare, questa parte. Egli dice che ha
avuto maggior successo il principe che ha meglio saputo usare la volpe rispetto al
leone, dunque che meglio ha saputo essere impetuoso, ma allo stesso tempo è una
natura che deve essere saputa utilizzare con la simulazione e la dissimulazione. In
questo caso, Machiavelli non affronta il tema della frode da un punto di vista morale,
limitandosi a dichiararne la liceità qualora le contingenze politiche la impongano.
Dunque, vi è in lui la necessità di separare la politica dalla morale, la quale, è
sottolineata anche dai passaggi in cui egli fa ricorso al termine “sapere”. Il principe
deve “sapere bene usare la bestia”, “deve sapere diventare il contrario”, cioè, deve
essere in grado di mettere a tacere le qualità positive per ricorrere alla crudeltà o
all’inganno, deve, in buona sostanza, “sapere entrare nel male, necessitato”, ovvero,
deve ricorrere ad un comportamento spietato quando necessario. Il verbo “sapere”
fa dunque riferimento a una nozione da apprendere con profitto. Ancora una volta
nessun riferimento a una dimensione morale: la durezza, la crudeltà di
comportamento del principe devono far parte del suo bagaglio tecnico, strumenti da
usare quando ve ne sia bisogno.

Nella seconda parte del capitolo, invece, l’autore riflette sulla capacità di simulare e
dissimulare del principe aveva un ruolo centrale nella trattatistica quattrocentesca. Il
principe non deve possedere intimamente le qualità positive di cui si è fin lì discorso
(pietà“, “fede”, “integrità”, “umanità”, “religione”), ma deve “far mostra” di averle. Solo
così sarà in grado di metterle da parte per richiamare invece un comportamento più
risoluto, anche violento, quando serva. Machiavelli, secondo un procedimento
abituale del Principe, allega l’esempio di Alessandro VI, un papa simulatore e
fedifrago, ma cui “succederno gli inganni ad votum”, ovvero che riuscì sempre, con
la sua condotta, a ottenere i risultati sperati. Il principe, cioè, deve mantenere un
atteggiamento duttile, deve essere in grado di smussare tratti caratteriali troppo
pronunciati per aprirsi alle necessità del momento, riflessione su cui si innesta il
proverbiale pessimismo machiavelliano nei confronti dell’uomo. Gli uomini, sono più
attenti all’apparenza delle persone, e solo pochi sanno penetrare le reali intenzioni di
ognuno. Inoltre il popolo (“vulgo”), se non esiste una magistratura superiore a cui
rivolgersi, tiene sempre per pavidità la parte del principe. Le azioni del sovrano
risulteranno così in grado in ogni modo “onorevoli”, perché appunto il popolo di
ferma all’apparenza delle cose (“va sempre preso con quello che pare”), purché ne
consegua un interesse (“si guarda al fine”).

La frase “al mondo non è se non vulgo” la dice lunga sulla scarsa considerazione di
Machiavelli verso le capacità critiche della massa, ulteriore elemento che va a
corroborare quella visione disincantata dell’uomo per cui la critica ha potuto coniare
la formula “antropologia negativa”, a segnalare la sfiducia dello scrittore fiorentino
nei confronti del genere umano.

Infine, nelle ultime righe, accenna ciò di cui tratterà nel penultimo capitolo, la teoria
del riscontro, il riscontro tra le azioni compiute e il risultato ottenuto. Leggendo storici
e avendo ben presente le dinamiche politiche, Machiavelli, fin dai primi anni del
cinquecento si era interrogato sul perché diversi uomini di stato accessori agito allo
stesso modo con risultati opposti, ovvero, fallimenti o trionfi, binomio contraddittorio
sul quale ha riflettuto anche nei Ghiribizzi al Soderino, Francesco Soderini. Nel XXV
capitolo, porta a compimento questa sua riflessione dicendo che il principe deve
saper adattare il proprio operato in base a quello che la fortuna richiede e che i
risultati sono stati diversi in casi in cui i principi hanno operato nello stesso modo,
perché le condizioni dei periodi storici e politici in cui hanno agito richiedevano
atteggiamenti diversi, impetuosi o più prudenti. Per esempio, nel capitolo XXVI,
Machiavelli sostiene che il periodo in cui sta vivendo sia un periodo che richiede
un'azione impetuosa da parte di un principe, il quale non poteva essere il Lorenzino,
poco fortunato.

Cose notevoli del XVIII capitolo


Tra gli elementi essenziali del XVIII capitolo, troviamo:
1. Il contrasto tra ideale e reale (essere vs parere);
2. I termini e le espressioni che richiamano la necessità: è necessario, debbe,
bisogna;
3. I campi semantici dell'uomo-bestia;
4. Il campo semantico della simulazione: colorire, inganni, parere;
5. La metafora edificatoria che esprime l'efficacia della politica di Machiavelli:
fondamenti, in modo edificato con lo animo;
6. L'utilizzo del presente indicativo delle perentoria certezza (bisogna, debbe) vs
condizionale della vita ideale (si dovrebbe fare, si dovrebbe vivere,
osserverebbono, non sarebbe buono);
7. l’importanza dei nessi logici (congiunzioni avversative o avverbi: nondimanco,
adunque, pertanto...) con valore deduttivo-conclusivo o avversativo: snodi del
ragionamento di Machiavelli, che ne articolano a livello sintattico i sillogismi
impliciti.