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Letteratura italiana IV anno

(cap. 1) Il Rinascimento

Il Rinascimento si pone consapevolmente come rottura rispetto agli schemi culturali del Medioevo,
basandosi su un programma di rinnovamento contro una civilt considerata ormai esaurita. Pi tardi
gli intellettuali del 1700, vedranno addirittura il Rinascimento come una cultura luminosa opposta
al mondo medioevale giudicato buio e barbarico (giudizio per altro non vero perch il Medioevo fu
invece un periodo di grande fermento culturale).
Il Rinascimento rappresenta la riscoperta delle origini del mondo classico la cui conoscenza era
stata limitata nel mondo medievale , soprattutto dalla visione morale della Chiesa che vedeva nelle
opere antiche modelli di vita non compatibili con quelli cristiani.
Sia nella lingua che nelle arti e nelle scienze, il R. ha cercato sempre di operare su due fronti: il
restauro filologico e la coscienza storico-critica, in modo da evitare sia limitazione passiva sia
lassimilazione falsificante. Nel R. dunque avviene una consapevole storicizzazione dellantichit
classica e un rinnovamento che costituisce la reale novit del periodo e creer continuit con le et
successive della rivoluzione scientifica e lIlluminismo.
A prima vista questo ritorno allantichit classica sembra un paradosso: il rinnovamento radicale
della cultura viene avviato come riscoperta di un passato lontano. In realt per le citt italiane, dove
la nuova cultura nasce, si tratt subito di un moto di riscossa nazionale, n nome di una grandezza
politica mai dimenticata ma non pi ritrovata.
La ricerca e la riscoperta dunque degli antichi nella loro autenticit, diventa confronto con il
mondo antico per elaborare una cultura nuova e originale non di imitazione servile. Per
gradi, questa riscoperta, diventa una grande rivoluzione culturale che investe tutto il pensiero
filosofico e scientifico, le arti e larchitettura, la politica e il diritto, la vita religiosa. Il ritorno agli
antichi genera il senso della pluralit delle visioni del mondo, e quindi la necessit di stabilire dei
rapporti: le comparationes (per esempio fra Cicerone e Quintiliano, fra Platone e Aristotele). Ne
nasceranno diverse linee interpretativelo sviluppo storico di una verit che si conquista nel tempo
come si afferm con Machiavelli, considerato il primo storico politico italiano.

(cap.2) Niccol Machiavelli

(Vita, pensiero, opere)

Niccol Machiavelli considerato un tipico esempio di uomo rinascimentale. Questa definizione


secondo molti, descrive in maniera compiuta sia l'uomo sia il letterato anche se stato spesso usato
pi il termine machiavellismo, per indicare un'intelligenza acuta e sottile ma anche spregiudicata.
Machiavelli inoltre considerato il fondatore della scienza politica moderna.

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Niccol Machiavelli (Firenze, 1469-1527) entr al servizio della Repubblica di Firenze (nata dopo
una congiura contro i Medici) e nel 1498 venne nominato segretario della Seconda
Cancelleria. Tale incarico gli consent di conoscere a fondo e dall'interno la realt della
politica del tempo, anche grazie a numerose "missioni" da lui condotte presso molte corti
dell'Italia e dell'Europa.
Caduta nel 1512 la Repubblica e tornati di nuovo i Medici, Machiavelli venne sospettato di
congiura anti-medicea e costretto all'esilio. E' a questo periodo che appartiene la
composizione delle sue principali opere d'argomento politico: II principe (scritto nel
1513) e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (1513-18). Smorzatosi
progressivamente il rigore dell'esilio, Machiavelli pot rientrare a Firenze, dove ricopr la
carica di storico ufficiale della citt, componendo le sue Istorie fiorentine.

Il pensiero storico - politico

Secondo Machiavelli necessario seguire la "verit effettuale", tralasciando come frutto


dell'immaginazione tutto ci che non derivi necessariamente da tale verit. Gli uomini vanno
considerati in base a ci che sono e non in base a come dovrebbero essere.
La societ degli uomini regolata da meccanismi simili a quelli esistenti in natura e chi ha
una chiara conoscenza di tali meccanismi di conseguenza in grado di "dominarla".
Machiavelli propone la creazione di uno stato forte, ordinato ed efficiente, il quale sia in
grado di far fronte ai suoi nemici sia interni che esterni e, per quanto possibile, alle avversit
della fortuna. E' ad un tal fine che egli analizza tutti quei fattori che concorrono alla nascita
ed alla caduta degli stati, comprese l'uso della forza, dell'inganno, dell'assassinio politico,
ecc. Questi fattori sono studiati prescindendo da ogni implicazione di tipo morale, ma come
elementi della realt politica.

Anche la religione non sfugge ad una tale analisi e questa viene trattata esclusivamente nel suo
ruolo di strumento da mettere al servizio del mantenimento dello stato. Centrale nel
pensiero politico di Machiavelli il ruolo ricoperto dalla cosiddetta dialettica virt-fortuna.
Anche la pi audace iniziativa umana (virt) pu infatti essere vinta dalla forza soverchiante
delle circostanze (fortuna).

OPERE

Discorso fatto al magistrato de' Dieci sopra le cose di Pisa (1499)

Ritratto delle cose di Francia (1510)

Ritratto delle cose della Mancia (1512)

Il Principe (1513)

La Mandrangola (1513) ( commedia teatrale)

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1513-1519)


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Dell'arte della guerra (1516-1520)

La vita di Castruccio Castracani da Lucca (1520)

Istorie Fiorentine (1520-1525)

Epistolario (1497-1527)

Il Principe

E un trattato di dottrina politica composto da Niccol Machiavelli nel 1513 mentre si trovava a
San Casciano, confinato in seguito al ritorno della casata Medici (1512), seguita ad
un'accusa di aver partecipato alla congiura antimedicea.

Machiavelli propugnava un principato in grado di reggersi sull'unit etnica dell'Italia; cos facendo,
e denunciando in tal modo una chiara coscienza dell'esistenza di una civilt italiana, Machiavelli
predica la liberazione dell'Italia sotto il patrocinio di un principe criticando il dominio temporale dei
Papi che spezza in due la penisola.

Ma l'unit d'Italia resta per Machiavelli solo una intuizione. L'idea dell'unit d'Italia, rest
indeterminata, poich non trov appigli concreti nella realt, restando perci a livello di utopia, cui
ipotizzando la figura ideale del principe nuovo.

Le qualit che, secondo Machiavelli, deve possedere un principe ideale sono:

la disponibilit di imitare il comportamento di grandi uomini, come per esempio quelli


dell'Antica Roma;
la capacit di mostrare la necessit di un governo per il benessere del popolo, es. illustrando
le conseguenze di un'oclocrazia;

il comando sull'arte della guerra - per la sopravvivenza dello stato;

la capacit di comprendere che la forza e la violenza possono essere essenziali per


mantenere stabilit e potere;

la prudenza;

la saggezza di cercare consigli soltanto quando necessario;

la capacit di essere "simulatore e gran dissimulatore";

il totale controllo della fortuna attraverso la virt (la metafora utilizzata accosta fortuna ad
un fiume, che deve essere contenuto dagli argini della virt).

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la capacit di essere leone, volpe e centauro. (leone forza - volpe astuzia - centauro come
capacit di usare la forza come gli animali e la ragione come l'uomo)

soprattutto il principe ideale deve saper creare e mantenere uno Stato.

Per raggiungere il fine di conservare e potenziare lo Stato Machiavelli giustifica qualsiasi azione del
Principe, anche se in contrasto con le leggi della morale ("si habbi nelle cose a vedere il fine e non
il mezzo", si legge in alcuni suoi scritti, da cui l interpretazione forzata dalla Chiesa che si era
sentita attaccata dalle idee del Machiavelli sintetizzata nella celebre massima "il fine giustifica i
mezzi"che in realt lo scrittore non ha mai detto), ma tale comportamento valido solo per
conseguire la salvezza dello Stato, la quale, se necessario, deve venire prima anche delle personali
convinzioni etiche del principe, poich esso non il padrone, bens il servitore dello Stato.

Machiavelli, nello scrivere il trattato, aveva ancora nella mente la figura di Cesare Borgia (morto
gi nel 1507)per il quale aveva avuto un indubbia ammirazione quando, anni prima lo aveva
contattato per incarico di Firenze. Figlio illegittimo del papa spagnolo Alessandro VI ( Rodrigo
Borgia), Cesare Borgia, detto anche Duca Valentino dal territorio francese del Valentinois che aveva
ricevuto sposando la nipote del Re di Navarra, durante i primi anni del 1500 era divenuto ormai
signore incontrastato dellEmilia Romagna e gi meditava di estendere il suo potere alle citt
toscane di Siena, Pisa e Lucca, avvalendosi dellaiuto paterno e di una condotta al di fuori di ogni
etica familiare e politica che tuttavia gli aveva consentito di conquistare un territorio vasto e di
pensare ad un progetto di conquista vasto e unitario.

Firenze si sentiva minacciata: apparivano allorizzonte tempi nuovi e tempestosi, nei quali
occorreva che uomini capaci prendessero pronte risoluzioni. Pier Soderini, gonfaloniere dello Stato
fiorentino affid a Machiavelli per la sua abilit diplomatica, lincarico di prendere contatto col
Borgia. Firenze, pur diffidando del Valentino, intendeva confermargli la sua amicizia, per non
essere investita dai suoi aggressivi disegni.

Machiavelli giunse a Imola dal Borgia, ricevette un'offerta di alleanza per la citt di Firenze, alla
quale Niccol, affascinato dalla figura di Cesare Borgia, guard con favore pi di quanto non
facesse il governo fiorentino stesso. Rimase al seguito del Valentino per tutta la durata di quei tre
mesi di campagna militare.

Scriveva di lui il Machiavelli nella Lettera ai Dieci del 26 giugno 1502:

Questo signore molto splendido e magnifico, e nelle armi tanto animoso che non s gran cosa
che non gli paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai si riposa n conosce fatica o
periculo: giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben
volere a' suoi soldati; ha cappati e' migliori uomini d'Italia: le quali cose lo fanno vittorioso e
formidabile, aggiunte con una perpetua fortuna

La mandragola
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La mandragola una commedia destinata alla rappresentazione teatrale, la pi originale tra le due
commedie scritte da N. Machiavelli (laltra commedia la Clizia). Con ogni probabilit fu scritta
nel 1518 e rappresentata prima ancora della sua pubblicazione, durante il carnevale fiorentino di
quell anno; pi tardi nel mese di settembre, fu riproposta in occasione delle nozze di Lorenzo il
Magnifico. Pubblicata nel 1522, fu rappresentata sempre con successo e, in occasione della
rappresentazione del 1526 a Venezia, il Machiavelli aggiunse alcune canzoni da inserire alla fine di
ogni atto che avevano la funzione di collegare gli atti e di incuriosire il lettore (o lo spettatore)
anticipando in parte la vicenda successiva. In ogni canzone il protagonista la personificazione di
Amore (questi canti sono riportati in appendice nel presente libro). Ancora oggi La Mandragola
viene rappresentata con successo ed considerata un classico teatrale come alcune di commedie di
Plauto o come il pi moderno teatro di Moliere o di Goldoni.

La trama

La vicenda si svolge a Firenze. Il fiorentino Callimaco Guadagni, da poco tornato da Parigi,


innamorato della moglie di messer Nicia, un vecchio e stolto dottore di legge, avido e vile che si
esprime ricorrendo a proverbi, essendo povero di contenuti personali. Il problema di Nicia quello
di non avere avuto figli da sua moglie Lucrezia alla quale addossa la colpa della sterilit. In realt
tutto il contrario. Con l'aiuto del servo Siro e dell'astuto amico Ligurio, viene ordita una beffa ai
danni di Nicia che consentir a Callimaco di avere le grazie di Lucrezia. Infatti Callimaco,
fingendosi un importante medico, fa credere a messer Nicia che lunico modo per avere figli sia di
somministrare a sua moglie un infuso di mandragola ( una curiosa pianta dalla radice antropomorfa
che nellantichit era considerata antidoto alla sterilit femminile). Lo avverte tuttavia che il primo
uomo che avr rapporti amorosi con lei sarebbe morto. Certo Nicia non vuole essere il primo e
Ligurio trova la soluzione: infilare per primo nel letto di Lucrezia un garzone qualunque; lidea
tranquillizza Nicia, comunque dubbioso sul fatto di dover accettare un amplesso tra la moglie ed
uno sconosciuto. La beffa pronta: non sar un comune garzone ad andare a letto con la moglie di
Nicia ma Callimaco stesso , travestito da garzone. Nel frattempo Lucrezia , che una donna onesta,
stata convinta a prendere il farmaco e ad accettare ladulterio dalla madre Sostrata convinta che
sia un bene per la figlia e da fra' Timoteo, convinto dai soldi di Ligurio. Alla fine Lucrezia accetta,
e nel momento in cui scopre la vera identit di Callimaco, acconsente a diventare sua amante.
Terminata lavventurosa notte, Callimaco rivestitosi da medico, garantisce a Nicia che diventer
padre e lo stolto vecchio per garantirsi a sua volta ogni gratuita assistenza, consente al medico di
abitare in casa sua !

I personaggi

Callimaco: lamante meschino, come lo definisce Machiavelli nel Prologo, ma ha furbizia e


intuizione, con cui affronta disinvoltamente ogni difficolt.

Nicia: vecchio dottore di legge, marito di Lucrezia, molto sciocco e avido. Il suo linguaggio spesso
incomprensibile. Fino alla fine ignaro della beffa, si considera furbo ed convinto di aver
raggiunto lo scopo di diventare padre.

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Ligurio:amico furbo e profittatore di Callimaco, di lui non si sa nulla . Rappresenta la volont
razionale e consapevole della malvagit , capace di organizzatore tutto, e abile persuasore.

Fr Timoteo: un frate corrotto e senza scrupoli,avido di denaro. Nel III atto si nota tutta la sua
malizia quando persuade Lucrezia

Lucrezia: la moglie di messer Nicia, una donna bellissima ma anche onestissima e al tutto aliena
dalle cose damore legata al marito non dall amore, ma dalla fede nel patto coniugale.

Sostrata: la madre di Lucrezia, donna molto pratica e amorale che ritiene un bene per il futuro della
figlia, lamore con callimaco.

La struttura della commedia

Euna commedia che si sviluppa in cinque atti preceduti da un prologo che costituisce una parte
molto importante perch fornisce al pubblico tutte le notizie necessarie a comprendere meglio lo
svolgimento della storia: il luogo e il tempo . La storia si svolge nella citt di Firenze con i suoi
intrecci di vita: nobili, borghesi e popolani, tutti si esprimono con un linguaggio vivace e colorito
assai adatto a dipingere il carattere di ogni personaggio. La maggior parte delle scene si svolge in
luoghi interni (le case dei personaggi e la chiesa, ma nessun luogo viene descritto con precisione, le
loro caratteristiche si intuiscono grazie ai movimenti e ai comportamenti dei personaggi). Per
quanto riguarda il tempo, gi da queste descrizioni lo spettatore (o il lettore) comprende che la
societ tratteggiata quella contemporanea allAutore; ne possiamo avere una vera conferma
quando, durante la lettura , incontriamo uno dei personaggi chiave della storia, Fra Timoteo,che
riceve la confessione di una donna molto impaurita dalle notizie della caduta di Costantinopoli e
dellavvenuto saccheggio di Otranto assediata dai Turchi (sappiamo che il tragico avvenimento si
verific nel 1480). La storia si sviluppa in tempi brevi: i giorni necessari ad elaborare la beffa e ad
attuarla.

Unaltra caratteristica interessante del Prologo la voce narrante dellAutore che presenta la sua
commedia, entrando in contatto diretto con il pubblico, in particolare quello femminile. Questo
coinvolgimento diretto degli spettatori nella storia, f subito pensare al metateatro di Plauto , il
celebre commediografo latino che ricorreva spesso a questo espediente teatrale per introdurre
subito un clima di rapporto stretto, quasi di complicit e condivisione.

Il significato

Machiavelli nel Prologo in veste di Narratore, definisce la sua opera una favola, in realt in
questa commedia si nasconde anche un aspetto drammatico. Infatti mentre lAutore cerca leffetto
comico e la risata grassa soprattutto grazie al dialogo serrato e molto colorito, allo stesso tempo
svela con le sue caricature il suo pensiero pi serio e profondo su una societ degradata; in
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quest'opera Machiavelli suscita la vis comica e contemporaneamente stimola a pensare. Sono
evidenti infatti alcune importantissime tematiche che emergono dallo sviluppo della vicenda, quali
la corruzione di alcuni rappresentanti del clero denunciata dal personaggio di Nicia, una forte
sensazione di pessimismo che muove alcuni personaggi spinti a qualunque azione perch il mondo
cos, i riferimenti che affiorano qua e l sul mondo politico corrotto e degradato. Tematiche
fondamentali che troviamo anche nel Principe, lopera di Machiavelli che alla base della
politica moderna.

(CAP.3) TORQUATO TASSO

VITA E OPERE

Torquato nacque a Sorrento l11 marzo 1544, da Bernardo Tasso, nobiluomo e letterato al servizio
del principe di Salerno, Ferrante Sanseverino. La madre Porzia de Rossi, era una
nobildonna napoletana. Quando il principe fu esiliato, Bernardo Tasso lo segu portando con se il
piccolo Torquato.
Segu il padre a Roma, quindi a Bergamo, a Pesaro, Urbino e a Venezia. Studi diritto, filosofia ed
eloquenza; giovanissimo componeva un poema in ottave in 12 canti, il Rinaldo (1562). Nel 1565 si
stabil a Ferrara al seguito del cardinale Luigi dEste ed entr subito nelle grazie dei principi, specie
del duca Alfonso II; intanto lavorava ad alcuni dialoghi e al poema sulla liberazione di
Gerusalemme, la cui prima idea risale forse al maggio 1559. Nel 1572, lasciato il cardinale, pass
tra gli stipendiati di Alfonso, ma senza alcun obbligo se non quello di comporre poesie in onore di
casa dEste.
Dopo il successo dellAminta, dramma pastorale da lui stesso fatto rappresentare nel 1573, ebbe
anni di grande attivit artistica: furono soprattutto gli anni della Gerusalemme liberata, finita nel
1575. Ma gi in questo anno si hanno i primi sintomi dellinquietudine e dellinstabilit mentale di
Tasso. Preso da scrupoli religiosi, sottopose la Gerusalemme ad amici e letterati , si present
addirittura allinquisitore di Ferrara che lo assolse. Intanto il suo squilibrio psichico si andava
accentuando: nel giugno 1577, credendosi spiato, aggred con un coltello un servo. Fu allora
confinato nelle sue stanze, ma fugg da Ferrara per tornarvi nel 1579, mentre la corte era in festa
per le terze nozze di Alfonso con Margherita Gonzaga. E siccome nessuno badava a lui, diede in
escandescenze contro il duca e la corte. Fu rinchiuso nellospedale di S. Anna, dove, trattato pi
come prigioniero che come infermo, sarebbe rimasto sette anni.
Finalmente nel luglio del 1586 Vincenzo Gonzaga, cognato di Alfonso, ottenne di condurre con s il
poeta a Mantova. Di l egli pass a Roma . Viaggi ancora. Poi sempre pi ammalato, nel marzo
1595, si fece trasportare nel monastero di S. Onofrio sul Gianicolo, dove mor il 25 aprile. Fu
sepolto nella chiesa del convento.

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La Gerusalemme liberata

Quando Tasso arriv alla corte di Ferrara , si dedic alla composizione di un poema epico che aveva
lo scopo di rendere gloriose le radici storiche della casata dEste. Tasso, gi da adolescente, aveva
sperimentato nel poemetto Rinaldo, il genere epico e lo aveva ripreso progettando un poema pi
ampio che titol fin da allora Gerusalemme che tuttavia lasci incompiuto dopo appena un canto
e mezzo. Il nuovo progetto epico intitolato La Gerusalemme liberata, fu completato da Torquato
Tasso solo nel 1575, e pubblicato il 24 giugno 1581 a Ferrara con la piena approvazione del poeta
che aveva invece disconosciuto precedenti ed incomplete pubblicazioni. Tuttavia Tasso,
probabilmente sotto linfluenza sia dei suoi disturbi nervosi, sia dei continui e sempre pi profondi
scrupoli religiosi, non fu mai del tutto soddisfatto dellopera che giudicava non sempre coerentesi
era prefissato sia nel contenuto che nello stile poetico. La Gerusalemme liberata divisa in 20 canti
e comprende 1917 ottave; i 20 canti sono raggruppati in 5 parti, che corrispondono ai 5 atti della
tragedia classica. Non dobbiamo infatti dimenticare lattenzione e lamore del poeta per la cultura
classica e in particolare trovava nella tragedia teatrale, lo spirito drammatico cui ispirare le vicende
dei suoi personaggi. Mentre la sua fama cresceva, il poeta, gi nellospedale- carcere di S. Anna,
pensava ad un rifacimento dellopera intera. Vi lavor assiduamente dopo la liberazione,
pubblicando nel 1593 a Roma la Gerusalemme Conquistata, opera complessa e perfettamente
coerente al modello epico classico e al modello cattolico stabilito dal Concilio di Trento. Tasso
consider questultima fatica letteraria la sua opera prediletta, sebbene sia unopera praticamente
ignota ai lettori successivi. In realt la vera vena poetica, lispirazione e loriginalit si trovano solo
nella Gerusalemme liberata ancora non rielaborata.

Lidea di scrivere unopera sulla prima crociata mossa da due obiettivi di fondo: raccontare la
lotta tra pagani e cristiani, di nuovo attuale nella sua epoca, e raccontarla nel solco della tradizione
epica-cavalleresca. Sceglie la prima crociata in quanto un tema non cos ignoto al tempo da lasciar
pensare che fosse inventata, ma anche adatto allelaborazione fantastica.

Il tema centrale dunque epico-religioso, anche se intrecciato con temi pi leggeri. Nel poema si
intrecciano due mondi, l idillico e l eroico. Il centro dellopera lassedio di Gerusalemme difesa
da valorosi cavalieri. Da un lato i principali cavalieri cristiani tra cui Tancredi e Rinaldo dallaltro il
Re Aladino, Argante, Solimano e Clorinda. Una serie di vicende si intrecciano nellopera e ci sar
sempre il dualismo tra Bene e Male, e sebbene ci sia anche qui la magia, lintervento sovrumano
dato da Cielo ed Inferno, angeli e demoni, intrecciate con suggestioni amorose.

Il poema ha una struttura lineare, con grandi storie damore, spesso tragiche

Tasso segue contemporaneamente tre percorsi :

a) nel modello si ispira allOrlando furioso di Ludovico Ariosto e allantico modello omerico
dellIliade (Afferma infatti che la poesia pu unire al vero il verosimile)

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b) poeticamente segue le regole di derivazione aristotelica care al Rinascimento (unit
dazione, unit di luogo, unit di tempo) e quindi mantiene una coerenza storica nello
sviluppo complessivo della vicenda

c) da un punto di vista morale e religioso segue il clima culturale della Controriforma cattolica
che caratterizza la decisa impronta educativa del poema (di certo assente nellOrlando
furioso). La storia, inquadrata nellambito dellintervento provvidenziale di Dio, permette
infatti di realizzare lo scopo educativo

Tutto ci per a condizione di conseguire anche il diletto, che per Tasso laltro fine irrinunciabile,
lelemento meraviglioso della sua opera.

La trama del poema

Siamo al sesto anno della prima crociata quando uno tra i comandanti cristiani Goffredo di
Buglione, vede in una apparizione lArcangelo Gabriele che lo invita a portare lattacco finale
contro Gerusalemme, assumendo la carica di comandante di tutto lesercito. I cristiani , dopo aver
eletto Goffredo loro capo supremo, marciano verso Gerusalemme. Da parte nemica il guerriero
musulmano Argante, propone di risolvere con un duello tra lui e un eroe cristiano, le sorti della
guerra per evitare un lungo assedio. Lesercito cristiano accetta e sceglie il cavaliere Tancredi. Il
duello lungo e i due contendenti sembrano di pari valore, sopraggiunge la notte e viene rinviato.
Nel frattempo i demoni inviati da Satana il diavolo principe del male, decidono di aiutare lesercito
musulmano per vincere la guerra. Il diavolo si serve della maga Armida che, fingendosi una
principessa proveniente da Damasco, attira ed imprigiona i pi forti cavalieri cristiani, tra cui lo
stesso Tancredi, in un castello incantato. Anche leroe Rinaldo viene a mancare alle forze cristiane
perch viene allontanato dal campo cristiano, accusato di aver ucciso un altro crociato.

Quando giunge il giorno stabilito per riprendere il duello interrotto, Tancredi scomparso e viene
sostituito da un altro crociato aiutato da un angelo. I diavoli a loro volta aiutano il musulmano e
trasformano il duello in battaglia generale. I crociati sono sul punto di perdere la guerra quando
arrivano gli eroi imprigionati, liberati da Rinaldo, che non si era rassegnato ad essere macchiato
dalla vergogna ed era andato in aiuto dei suoi compagni. La situazione volge al meglio e i cristiani
ottengono una importante vittoria.

Goffredo di Buglione a questo punto ordina di dare lassalto a Gerusalemme, ma di notte Argante e
leroina musulmana Clorinda (di cui Tancredi innamorato) incendiano la torre pdi legno pronta
allattacco. Clorinda viene uccisa in duello, in una delle scene pi significative del poema, proprio
da colui che la ama, Tancredi, che non lha riconosciuta perch coperta dalla corazza da
combattimento. Tancredi addolorato per aver ucciso la donna che ama e solo lapparizione in
sogno di Clorinda gli impedisce di suicidarsi. Intervengono altre magie: il mago Ismeno con un
incantesimo sul bosco impedisce ai crociati di trovare la legna per ricostruire la torre. Rinaldo
tenuto prigioniero dalla maga Armida e Goffredo invia due guerrieri a liberarlo. Rinaldo, pentito di
essersi lasciato irretire da Armida fino a trascurare il suo dovere di guerriero e di cristiano, vince gli

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incantesimi della selva e permette ai crociati di assalire e conquistare Gerusalemme. Il poema si
conclude con Goffredo che pianta il vessillo cristiano allinterno delle mura della citt santa.

Testo allegato

Dal canto settimo

I NTANTO Erminia infra lombrose piante

Dantica selva dal cavallo scorta:


N pi governa il fren la man tremante;
4E mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
Il corridor che in sua bala la porta;
Chalfin dagli occhj altrui pur si dilegua,
8Ed soverchio omai chaltri la segua.

II.

Qual dopo lunga e faticosa caccia


Tornansi mesti ed anelanti i cani
Che la fera perduta abbian di traccia,
12Nascosa in selva dagli aperti piani;
Tal pieni dira e di vergogna in faccia
Riedono stanchi i cavalier Cristiani.
Ella pur fugge, e timida e smarrita
16Non si volge a mirar sanco seguita.

III.

Fugg tutta la notte, e tutto il giorno


Err senza consiglio e senza guida,
Non udendo o vedendo altro dintorno
20Che le lagrime sue, che le sue strida.
Ma nellora che l Sol dal carro adorno
Scioglie i corsieri, e in grembo al mar sannida,
Giunse del bel Giordano alle chiare acque,
24E scese in riva al fiume, e qu si giacque.

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IV.

Cibo non prende gi, ch de suoi mali


Solo si pasce, e sol di pianto ha sete:
Ma l sonno, che de miseri mortali
28 col suo dolce oblio posa e quiete,
Sop co sensi i suoi dolori, e lali
Dispieg sovra lei placide e chete:
N per cessa Amor, con varie forme,
32La sua pace turbar mentre ella dorme.

V.

Non si dest finch garrir gli augelli


Non sent lieti e salutar gli albri,
E mormorare il fiume e gli arboscelli,
36E con londa scherzar laura e co fiori:
Apre i languidi lumi, e guarda quelli
Alberghi solitarj de pastori:
E parle voce udir, tra lacqua e i rami,
40Chai sospiri ed al pianto la richiami.

VI.

Ma son, mentre ella piange, i suoi lamenti


Rotti da un chiaro suon cha lei ne viene,
Che sembra ed di pastorali accenti
44Misto, e di boscarecce inculte avene.
Risorge, e l sindrizza a passi lenti,
E vede un uom canuto allombre amene
Tesser fiscelle alla sua greggia a canto,
48Ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

VII.

Vedendo quivi comparir repente

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Le insolite arme, sbigottir costoro;
Ma gli saluta Erminia, e dolcemente
52Gli affida, e gli occhj scopre e i bei crin doro.
Seguite, dice, avventurosa gente
Al Ciel diletta, il bel vostro lavoro;
Ch non portano gi guerra questarmi
56Allopre vostre, ai vostri dolci carmi.

Parafrasi

Nel frattempo, Erminia, guidata dal cavallo tra le piante ombrose. La sua mano tremante non
guida pi il cavallo, Erminia sembra quasi tra viva e morta. Ella si aggira per talmente tanti sentieri,
in balia del cavallo, che alla fine si dileguata agli occhi dei suoi inseguitori, ed impensabile che
sia ancora seguita da qualcuno. Come i cani da caccia ritornano mesti e affannati dopo avere perso
la traccia dellanimale cacciato, tra la boscaglia, cos, pieni di disappunto e di rabbia, rinunciano
alla ricerca di Erminia, i cavalieri Cristiani. Erminia, intanto, timorosa e smarrita fugge senza
guardare alla sue spalle se seguita. Erminia fugg per tuta la notte, e per tutto il giorno, vag senza
unindicazione e senza una meta, non vedendo alcunch intorno, attraverso le lacrime ed il pianto.
Ma nellora in cui il carro del sole scioglie i suoi cavalli e scompare sul mare, Erminia giunse alle
limpide acque del bel Giordano, quindi discese in riva al fiume dove si coric.
Erminia non vuole mangiare, perch il suo nutrimento sono i suoi mali, e non ha altra sete che delle
sue lacrime, ma il sonno che per i mortali , con il suo oblio, riposo e quiete, port via con i sensi i
dolori di Erminia, e spieg le proprie ali tranquille e languide sopra la donna; lamore per, non
cessa di tormentare Erminia nemmeno nel sonno. La donna non si svegli finch non sent il
cinguettare felice degli uccelli, il mormorio del fiume e il rumore dellaria che giocava con le
erbette, con i fiori e con lacqua del fiume. Erminia apr gli occhi tristi e guarda le sperdute case dei
pastori, e le parve di udire tra lacqua, i rami ed i sospiri, una voce che la chiamava.
Mentre Erminia continua a piangere, i suoi lamenti sono interrotti da un suono deciso che sembra di
accento pastorale, connotato da una certa rustichezza. La donna si alz e vide un uomo canuto che,
a passi lenti e cantando insieme con tre ragazzini, intrecciava fuscelli (presumibilmente per fare dei
canestri).
Vedendo apparire la persona armata estranea, coloro si sbigottirono, ma Erminia li saluta e li
rassicura con dolcezza, scoprendo i capelli biondi e gli occhi. Continuate pure il vostro lavoro
gente, dice Erminia perch tale lavoro bene agli occhi divini: la guerra e le armi non sono
considerate come le vostre opere e i vostri dolci canti.

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XII.

Tempo gi fu, quando pi luom vaneggia


Nellet prima, chebbi altro desio,
E disdegnai di pasturar la greggia,
E fuggii dal paese a me nato:
E vissi in Menfi un tempo, e nella reggia
Fra i ministri del Re fui posto anchio:
E bench fossi guardian degli orti,
Vidi, e conobbi pur le inique corti.

XIII.

E lusingato da speranza ardita,


Soffrii lunga stagion ci che pi spiace.
Ma poi chinsieme con let fiorita
Manc la speme, e la baldanza audace;
Piansi i riposi di questumil vita,
E sospirai la mia perduta pace:
E dissi: o corte, addio. Cos agli amici
Boschi tornando, ho tratto i d felici.

XIV.

Mentre ei cos ragiona, Erminia pende


Dalla soave bocca intenta e cheta:
E quel saggio parlar, chal cor le scende,
De sensi in parte le procelle acqueta.
Dopo molto pensar, consiglio prende
In quella solitudine secreta
Infino a tanto almen farne soggiorno,
Chagevoli fortuna il suo ritorno.

XV.

Onde al buon vecchio dice: o fortunato,

13
Chun tempo conoscesti il male a prova,
Se non tinvidj il Ciel s dolce stato,
Delle miserie mie piet ti mova:
E me teco raccogli in questo grato
Albergo; chabitar teco mi giova.
Forse fia che l mio cor, infra questombre,
Del suo peso mortal parte disgombre.

XVI.

Ch se di gemme e dor, che l volgo adora


Siccome idoli suoi, tu fossi vago;
Potresti ben, tante nho meco ancora,
Renderne il tuo desio contento e pago.
Quinci versando da begli occhj fuora
Umor di doglia cristallino e vago,
Parte narr di sue fortune: e intanto
Il pietoso pastor pianse al suo pianto.

XVII.

Poi dolce la consola, e s laccoglie,


Come tuttarda di paterno zelo;
E la conduce ov lantica moglie
Che di conforme cor gli ha data il Cielo.
La fanciulla regal di rozze spoglie
Sammanta, e cinge al crin ruvido velo;
Ma nel moto degli occhj e delle membra
Non gi di boschi abitatrice sembra.

XVIII.

Non copre abito vil la nobil luce


E quanto in lei daltero e di gentile:
E fuor la regia maest traluce
Per gli atti ancor dellesercizio umle.
Guida la greggia ai paschi, e la riduce
14
Con la povera verga al chiuso ovile;
E dallirsute mamme il latte preme,
in giro accolto poi lo stringe insieme.

XIX.

Sovente, allor che su gli estivi ardori


Giacean le pecorelle allombra assise,
Nella scorza de faggj e degli allori
Segn lamato nome in mille guise:
E de suoi strani ed infelici amori
Gli aspri successi in mille piante incise:
E in rileggendo poi le proprie note
Rig di belle lagrime le gote.

Parafrasi

Ci fu un tempo, nella giovinezza, quando lo spirito umano vaneggia, che approva unaltra volont,
rifiutando il pascolo del gregge; fuggii dalla mia terra natale e vissi nella corte di Menfi, riuscendo a
diventare un ministro del re, e bench fossi solo consigliere agricolo, conobbi liniquit (corruzione,
ingiustizia) delle corti. Pur abbagliato dalla vita che vivevo, soffrii per molto tempo questo fatto, e
quando con let giovane si spensero anche le aspettative e la baldanza, rimpiansi le cure di questa
vita umile, e sospirando per la pace che non avrei mai avuto dissi addio alla corte e tornando tra i
familiari boschi, ritrovai la felicit. Mentre il pastore discorre in questo modo, Erminia ascolta
tranquilla pendendo dalle labbra del pastore; quel discorso savio, che le raggiunge lanima, calma
parzialmente lumore della donna. Dopo una lunga riflessione decide di rifugiarsi in quella riservata
solitudine al fine di agevolare, in seguito, il rientro nella propria terra. Quindi dice al buon vecchio
Uomo fortunato, che ebbi occasione un tempo di conoscere il male, possa il cielo concederti di
provar piet per le mie vicende, accoglimi in questo cos bel posto, dove risiedere mi giover. Fai,
per favore che il mio cuore, tra questi paesaggi si sgomberi del suo peso morale.
Se vuoi, come tutto il popolo in genere vuole, come fossero idoli, gemme e oro, io te ne posso dare:
ne ho ancora con me tante da poter soddisfare la tua richiesta. Quindi, piangendo lacrime
cristalline, narr in parte dei propri averi,e il pastore umile pianse insieme con Erminia. Poi il
pastore consola dolcemente la donna e la accoglie con lo zelo proprio di un padre, la conduce dalla
vecchia moglie, alla quale il cielo ha dato un cuore come quello del pastore. Erminia si barda delle
povere vesti contadine, e si cinge la chioma con un ruvido velo(nel testo c da notare come Tasso
descrive le vesti che sta indossando Erminia. Egli sembra descrivere degli abiti principeschi),anche
se non sembra, per conformazione fisica una contadina. Gli abiti per quanto poveri e di funzione
umile non sono assolutamente indecorosi e tutta la nobilt che si cela in Erminia, traspare anche
dalle vesti contadine. Ella guida il gregge e lo riconduce nellovile con un povero frustino, munge il
latte dalle ispide mammelle, e lo raccoglie in un giro. Spesso, quando con il caldo sole estivo, le
pecore si riparavano allombra, Erminia scriveva il nome amato (Tancredi), in mille maniere, sui
faggi e sugli allori, incidendo molte piante con i suoi strani e tristi amori; poi, rileggendo ci che
aveva scritto, rigava di lacrime le guance. Riguardo dei tronchi sordi, e sprigiona dagli occhi due
15
sorgenti di lacrime. Tancredi, nel frattempo, trascinato dalla fortuna, si aggira lontano da lei, alla sua
ricerca.

Commento stilistico
Essendo un poema epico, la metrica utilizzata da Tasso nella Gerusalemme liberata quella
fissata dalla tradizione: si tratta infatti di ottave endecasillabe scandite da uno schema ritmico di
tipo ABABABCC.

Lo stile utilizzato da Tasso elevato e classicheggiante e ricalca perci quello utilizzato da Virgilio
nellEneide, a cui infatti si ispira.

La sintassi risulta complessa, anche perch il verbo viene spesso posto alla fine della frase, come
nella lingua latina.

Per quanto riguarda il lessico, esso risulta molto elevato, come elevato il genere trattato dallopera
stessa.

Le figure retoriche utilizzate, piuttosto numerose, sono le seguenti:

- ALLITTERAZIONE: delle consonanti R e S in tutta la prima ottava: Fugg tutta la notte e tutto
il giorno (3,1)

che non bramo tesor n regal verga (10,2) il pietoso pastor pianse al suo pianto (16,8)

- ENUMERAZIONE: Non si dest fin che garrir gli augello non sent lieti e salutar gli albori e
mormorar il fiume e gli arboscelli, e con londa scherzar laura e co fiori. (5,1/4) = polisindeto

e disdegnai di pasturar la greggia; e fugii dal paese a me natio, e vissi in Menfi


un tempo, e ne la reggia fra i ministri del re fui posto anchio, e bench fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur le inique corti (12,3/5) = polisindeto e climax ascendente.

- INVERSIONE: n cura o voglia ambiziosa o avara mai nel tranquillo del mio petto
alberga (10,3) = anastrofe ed ascoltan di tre fanciulli il canto (6,8) = anastrofe

- SIMILITUDINE: Qual dopo lunga e faticosa caccia tornansi mesti ed anelanti i cani che la fera
perduta abbian di traccia,[] tal pieni dira e di vergogna in faccia riedono stanchi i cavalier
cristiani. (2,1/6) = i cavalieri cristiani che inseguono Erminia vengono paragonati a cani che,
avendo perduto la preda, si ritirano tristi e ansimanti per la vana rincorsa.

s come il folgore non cade in basso pian ma su leccelse cime, cos il furor di peregrine spade sol
di gran re laltere teste opprime (9,3/6) = cos come il fulmine non cade in pianura, ma sulle cime
pi alte, allo stesso modo il pensiero della guerra opprime solo le menti dei re, lasciando immuni le
persone umili.

- METAFORA: ne lora che l sol dal carro adorno scioglie i corsieri e in grembo al mar
sannida (3,5/6) = si riferisce al tramonto

l sonno [] lali dispieg sovra lei placide e chete (4,3/6) = il sonno come un uccello che
dispiega le sue ali sopra di Erminia
16
dalto incendio di guerra arde il paese (8,2) = la guerra come un fuoco

- METONIMIA: languidi lumi (5,5) = si riferisce agli occhi di Erminia

strepito di Marte (8,7) = Marte sta per guerra

- PERSONIFICAZIONE: e mormorar il fiume e gli arboscelli, e con londa scherzar laura e co


fiori. (5,3/4)

gli amici boschi (13,7/8)

- IPERBOLE: fonti di pianto da begli occhi elice (22,6)

Dal Canto XII

Il Combattimento di Tancredi e Clorinda

Tancredi che Clorinda un uomo stima


vuol ne l'armi provarla al paragone.
Va girando colei l'alpestre cima
ver altra porta, ove d'entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avvien che d'armi suone
ch'ella si volge e grida: - O tu, che porte,
correndo s? - Rispose: - E guerra e morte.

- Guerra e morte avrai: - disse - io non rifiuto


darlati, se la cerchi e fermo attende. -
Ne vuol Tancredi, ch'ebbe a pi veduto
il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l'un e l'altro il ferro acuto,
ed aguzza l'orgoglio e l'ira accende;
e vansi incontro a passi tardi e lenti
quai due tori gelosi e d'ira ardenti.

Notte, che nel profondo oscuro seno


chiudesti e nell'oblio fatto s grande,
degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
teatro, opre sarian s memorande.
Piacciati ch'indi il tragga e'n bel sereno
a le future et lo spieghi e mande.
Viva la fama lor, e tra lor gloria
splenda dal fosco tuo l'alta memoria.

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi


voglion costor, ne qui destrezza ha parte.
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Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l'ombra e'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; e'l pi d'orma non parte:
sempre il pi fermo e la man sempre in moto,
n scende taglio in van, ne punta a voto.

(il duello prosegue)

Tre volte il cavalier la donna stringe


con le robuste braccia, e altrettante
poi da quei nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fier nemico e non d'amante.
Tornano al ferro, e l'un e l'altro il tinge
di molto sangue: e stanco e anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

( Tancredi si rivolge al nemico per conoscerne il nome)

Nostra sventura ben che qui s'impieghi


tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci nieghi
e lode e testimon degni de l'opra,
pregoti (se fra l'armi han loco i preghi)
che'l tuo nome e'l tuo stato a me tu scopra,
acci ch'io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o vittoria onore. -

Rispose la feroce: - Indarno chiedi


quel c'ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese. -
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi
e: - In mal punto il dicesti; (indi riprese)
e'l tuo dir e'l tacer di par m'alletta,
barbaro discortese, a la vendetta.

.(Clorinda ferita a morte, chiede il battesimo e avviene il doloroso riconoscimento)

- Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona


tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma s: deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar invoglia e sforza.
18
Poco quindi lontan nel sen d'un monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empi nel fonte,
e torn mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sent la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide e la conobbe: e rest senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non mor gi, ch sue virtuti accolse


tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l'acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise:
e in atto di morir lieta e vivace
dir parea: "S'apre il ciel: io vado in pace".

Trama del canto

Clorinda e Argante sono di ritorno dalla spedizione che aveva avuto lo scopo di incendiare la torre
mobile che i cristiani avevano utilizzato per dare lassalto alle mura della citt. Leroina per viene
ferita alle spalle da un nemico, il cristiano Arimone; per questo si volta e lo uccide. La sua
soddisfazione dura pochi istanti: Argante ha infatti ormai raggiunto le mura e le porte della citt
vengono chiuse. Clorinda si vede perduta, ma in quellistante trova uno stratagemma per salvarsi:
decide infatti di mischiarsi ai nemici sperando di non essere notata da nessuno nel mezzo della
confusione. La donna per si sbaglia; Tancredi, purtroppo, ha capito che si tratta di un pagano e la
sfida a duello, senza per sapere che si tratta della donna di cui innamorato. Clorinda accetta e
decide di non rivelare la sua identit, anche se facendolo si sarebbe potuta salvare. Inizia cos
latroce combattimento in cui Tancredi ha la meglio: leroe riesce ad infliggere un colpo di spada
nel petto di Clorinda, che cade a terra sconfitta. Prima di morire la donna concede a Tancredi il suo
perdono e gli supplica un ultimo favore prima di spirare: vuole essere battezzata secondo il rito
cattolico. Tancredi, commosso, acconsente, si avvicina ad un ruscello e riempie il suo elmo di fresca
acqua. Poi torna e, togliendo lelmo a Clorinda, si accorge di aver ucciso la donna che ama. Colto
da un forte sconvolgimento, Tancredi raccoglie le sue forze per compiere lultimo desiderio della
fanciulla, che subito dopo muore.

Commento stilistico
Nel passo in questione sono presenti diversi registri linguistici che variano a seconda dell'argomento
trattato. Nel momento del duello, infatti, Tasso utilizza un linguaggio pi comune e reale, volto a
descrivere gli atti di battaglia; mentre nella seconda parte, al momento del battesimo di Clorinda, il
linguaggio si innalza assieme all'argomento religioso.

Argomento prevalente in queste ottave inizialmente quello di guerra, associato a quello dei
sentimenti (ira e amore vengono contrapposti), che sfocia poi nella conversione religiosa.

Tasso divide il brano in ottave con l'intento di rimanere fedele al genere epico cavalleresco.

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Nel brano analizzato il linguaggio, ricco di verbi e ci serve a rendere il testo pi esplicito e
conciso.

Per quanto riguarda le figure retoriche, si nota come il Tasso ne faccia un ampio uso:

-ALLITTERAZIONI: novarte di salvarsi le sovenne (50,6)

Torna lira necori, e li trasporta (62,1)

Mentre egli il suon desacri detti sciolse, colei di gioia trasmutassi e rise (68,5-6)

- ELLISSI: che l viver di Clorinda al suo fin deve (64,2) = manca parte del verbo

- ENUMERAZIONE: Non schivar, non parar, non ritirarsi voglion costoro, n qui destrezza ha

parte. Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi (55,1/3) = polisindeto

Gi simile a lestinto il vivo langue al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue (70,7-8) =
polisindeto e climax ascendente

- INVERSIONE: sdegno tienila al petto unita (62,8) = iperbato

e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza (66,8) = anastrofe

- SIMILITUDINE: Poi, come lupo tacito simbosca dopo occulto misfatto, e si desvia, da la
confusion, da laura fosca favorita e nascosa, ella se n ga (51,1/4) = Clorinda se ne andava
nascosta dal buio e dalla confusione come il lupo che si imbosca silenzioso dopo aver commesso un
occulto misfatto.

Ottava 63 = come il mar Egeo che non si acquieta del tutto nonostante abbiano cessato di spirare i
venti da nord e da sud, allo stesso modo Tancredi e Clorinda serbano ancora il loro impeto
nonostante la grande quantit di sangue che hanno versato.

- METAFORA: duo tori gelosi e dira ardenti (53,8) = Tancredi e Clorinda sono paragonato a
due tori ardenti dira.

caldo fiume (64,7) = il fiotto di sangue che sgorga dal petto di Clorinda.

la bella anima sciolta al fin seguiva, che poco inanzi a lei spiegava lale (71,3-4) = la bella
anima di Clorinda ormai sciolta dal corpo e spiega le sue ali come fosse un uccello liberato dalla
sua gabbia.

- METONIMIA: passa la bella donna (69,8) = sta per muore.

- IPERBOLE: un mar di pianto (59,4)

(cap. 5) Il Manierismo

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Per Manierismo si intende, quell'insieme di correnti, di tendenze e di gusti, che caratterizzano
il passaggio tra la cultura cinquecentesca e quella che sar tipica dell'et barocca.

il senso di crisi, quasi di stanchezza, che spinge luomo verso questa dimensione di profondo
disequilibrio, a cavallo tra la misura ancora classica del Rinascimento e la stravaganza del Barocco.

Le cause

In seguito al concilio di Trento (1545-1563, la Chiesa si attiv per ridestare il rigore morale e
religioso nellEuropa cattolica e riguadagnare la fiducia e la credibilit perdute. In questa opera di
restaurazione fu fortemente conservatrice e cerc di imporre una nuova severit di costumi e di
frenare ogni manifestazione di libero pensiero ricorrendo ad un autoritarismo religioso e politico,
che oppresse per molti decenni l'Europa, segnando il temporaneo declino dello spirito di tolleranza,
di libera e spregiudicata ricerca che era stata la manifestazione pi significativa della civilt
rinascimentale. Per questo la cultura rinascimentale italiana perse la sua creativit e si stabil su un
idea di decoro formale. Tramontato il concetto di cultura e arte come sorgente di creativit, si
svilupp un classicismo formale, fondato su una minuta, e pedante serie di regole e precetti.

ASPETTI

La letteratura di questo periodo dunque caratterizzata dalle modalit espressive del Manierismo :

da un'estrema e raffinata elaborazione formale, spesso fine a se stessa


dalla tendenza a giustificare la propria opera mediante trattati di arte poetica, secondo i
precetti arbitrariamente desunti dalla "Poetica" di Aristotele,

un bisogno, solo esteriore, di originalit.

si viene cos a stabilire il trionfo della forma sul contenuto, dell'eleganza raffinata sulla
realt.

il proposito moraleggiante, in ossequio alla Controriforma

il dettaglio diveniva loggetto principale dellopera

(cap. 4) Il Barocco

Nel corso del 1600 il modello culturale europeo basato sul pensiero umanistico-rinascimentale ,
sub profondi cambiamenti a causa della forte influenza delle idee che caratterizzarono la
Controriforma del Cattolicesimo in opposizione al Protestantesimo che si stava diffondendo in
molte nazioni. Soprattutto in Italia questa influenza fu molto forte per la presenza stessa del centro
vitale della Chiesa. A causa della nuova severit religiosa, l'intellettuale non poteva affrontare i
temi di tipo sociale, critici o argomentativi, per evitare di incorrere nella censura ecclesiastica;
perci le tematiche si ridussero notevolmente. Inoltre le sanguinose guerre che derivarono dalla
lotta religiosa (pensiamo alla guerra dei 30 anni), diffusero inquietudine e un senso di precariet

21
delle cose umane mettendo in crisi i valori classici di compostezza, equilibrio e armonia. In campo
artistico letterario, questa crisi trova espressione nel Barocco (questo termine sembra derivare dalla
lingua Portoghese dove indicava una perla naturale dalla forma fantasiosa e irregolare); infatti
questa tendenza culturale si ispir al bizzarro, alla sproporzione, al virtuosismo e all'illusionismo
tecnico. La letteratura barocca si oppone infatti alla tradizione rinascimentale basata su regole
codificate, come la regolarit, la misura, l'equilibrio, proponendo invece la ricerca del meraviglioso,
la libera invenzione, il gusto del fantastico.

Risaltano in particolare storie di ambientazione mitologica utilizzate a tale scopo; esse


rappresentano da una parte il tentativo di approfondire questo mondo immaginario e fantastico e
dall'altra invece la manifestazione di una chiara delusione per il mondo concreto, e di una necessit
di evadere verso un mondo illusorio. Questo genere letterario presenta due caratteristiche:

una COMPONENTE LUDICA: l'opera viene scritta infatti con l'intento di stupire il lettore.
l'IDEA del DOPPIO: le cose non si mostrano mai per quello che sono, a dimostrazione
dell'artificiosit della natura umana. La finzione il tratto fondamentale del genere letterario
ed artistico: l'uomo un insieme di maschere diverse che usa a seconda delle occasioni.

I letterati di questo periodo utilizzarono un linguaggio molto raffinato per dare alle loro opere
maggior pregio artistico. Sebbene la letteratura Barocca sia povera di contenuti propose delle novit
sperimentale che apriranno la strada all'Illuminismo.

In Italia la letteratura Barocca trova il suo poeta pi significativo in Giambattista Marino che visse
tra il 1615 e il 1623 alla corte di Francia, invitato da Maria de' Medici, vedova del re Enrico IV,
dove tra onori e agi, Marino riordin e concluse la sua produzione poetica. Pubblic a Parigi e a
Venezia nel 1623, lAdone , un vastissimo poema mitologico in versi, divisi in venti canti. Marino
si allontana dal modello del poema eroico di Tasso e Ariosto per il tema amoroso e mitologico ,
argomento e sfondo diventeranno tipici del gusto dellArcadia (vedi cap. successivo), non storico e
del tutto inverosimile trattato con una poesia tutta impostata sul principio della "meraviglia".

Trama:

il dio Amore vuole vendicarsi di sua madre Venere che l'ha picchiato e decide di farla innamorare
di Adone un bellissimo giovane, facendo in modo di farli incontrare a Cipro, dove abita la dea.
dallincontro nasce un reciproco amore e vengono via via descritti i luoghi della dimora di Venere.
Nel canto VI i due amanti visitano i giardini della vista e dell'odorato: il primo permette all'autore
una descrizione dell'occhio, di una galleria di pitture e la narrazione della storia del pavone, il
secondo invece la descrizione del naso, dell'orto dei profumi e della vita di Amore.

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IL GIARDINO DEL PIACERE. Sotto la figura del giardino ci vien rappresentata l
Allegoria del Piacere. Nelle cinque porte si sottintendono i cinque sentimenti
del corpo. Nel cristallo e nel zaffiro della prima porta si intende la materia
dellocchio, che lorgano della vista. Nel cedro della seconda, il senso
dellodorato. Nella favoletta del pavone si spiega la meravigliosa creazione del
firmamento. Nei diversi oggetti, passatempi e trattenimenti piacevoli del
giardino, si nascondono le allegorie dei piaceri sensuali.

Dal canto VI dellAdone: Il giardino del piacere

Argomento

Al giardin del Piacer col giovinetto sen va la dea delamorosa luce. Per le porte de
sensi indi il conduce di gioia in gioia alultimo diletto.

Armi il petto di gel chi vede Amore 1 ottava


saettar foco e ferir lalme a morte,
e dela rocca fragile del core
difenda pur le malguardate porte;
n del crudele e perfido signore
vintroduca giamai le fiere scorte,
chinsidiose a chi non ben le serra
sotto vista di pace apportan guerra.
Chi da questempio e dala carne infida 2 ottava
condur si lascia infra perigli errante,
qual cieco chel can prenda per guida,
segue del senso le fallaci piante;
savien poi chegli caggia o che luccida
chi per torto sentier lo scorse avante,
non si lagni daltrui che di sestesso,
chel fren dogni sua voglia in man gli ha messo

Infiora il lembo di quel gran palagio 7 ottava


spazioso giardin, mirabil orto.
Miseria mai n mai ventr Disagio,
vhan Delizie ed Amori ozio e diporto.
Col, senza temer fato malvagio,
23
Venere bella il bel fanciullo ha scorto,
cangiando il ciel con quel felice loco,
che sembra il cielo o cede al ciel di poco.
- Non pensar tu che senza alto disegno 8 ottava
(disse volto Mercurio al bellAdone)
fondata abbia Ciprigna entro il suo regno
questa s vaga e florida magione,
chintelletto divin, celeste ingegno
nulla a caso giamai forma o dispone;
misterioso il suo edificio tutto
a sembianza deluomo qui costrutto
Le meraviglie che comprende e serra 10 ottava
non son possenti ad agguagliar parole;
n nave in onda, n palagio in terra,
n teatro, n tempio sotto il sole,
n vha machina in pace, ordigno in guerra,
che non tragga il model da questa mole;
trovano in s perfetta architettura
il compasso e lo squadro ogni figura.
Miracol grande, in cui con piena intera 11 ottava
Giove de doni suoi vers leccesso,
dela divinit sembianza vera,
imagin viva e simulacro espresso.
Quasi in angusta mappa immensa sfera,
fu luniverso epilogato in esso;
tien sublime la fronte, alte le ciglia,
sol per mirar quel ciel che lassomiglia.
distinto in tre parti il maggior mondo: 12 ottava
luna de sommi dei, chen alto stassi;
dele sfere rotanti hanno il secondo
loco le belle e ben disposte classi;
ritien lultimo sito e pi profondo
la region degli elementi bassi.
E questaltro minor, chha spirti e sensi,
ben di proporzion seco conviensi:

24
sostien la vece del sovran motore 13 ottava
nel capo eccelso la virt chentende;
stassi a guisa di sol nel mezzo il core,
loqual pertutto il suo calor distende;
il ventre nela sede inferiore,
qual corpo sublunar, varia vicende.
Cos in governo e nutrimento e vita,
questa casa animata tripartita.
Son cinque corpi il cielo e gli elementi 14 ottava
e pur de sensi il numero s fatto:
lorbe stellato di bei lumi ardenti
dela vista un natural ritratto;
son poi tra lor conformi e rispondenti
ludito alaere ed ala terra il tatto,
n par che meno in simpatia risponda
lodorato ala fiamma, il gusto alonda.
Potea ben la divina onnipotenza, 15 ottava
con quellistesso suo benigno zelo
con cui pose neluom tanta eccellenza,
donargli ancora incorrottibil velo
e di quel puro fior di quinta essenza,
onde non misto fabricato il cielo,
come simile al ciel la forma veste

di materia comporlo anco celeste.

Nelorto, in cinque portici diviso, 19 ottava


dan cinque porte al peregrin lentrata
e da un custode insu la soglia assiso
la porta dogni portico guardata.
Sentra per ogni porta in paradiso
l dove un giardinetto si dilata,
talch di spazio egual tra s vicini
contiene un sol giardin cinque giardini.
Cinque giardin la dilettosa reggia 20 ottava
nele sue cinque torri inclusi abbraccia,
sich da suoi balcon lunge vagheggia
25
differente un giardin per ogni faccia.
Confine un muro ogni giardino ombreggia,
che stende linea infuor di mille braccia.
Questo in quadro si chiude e in mezzo lassa
porte, onde lun giardin nelaltro passa.
Ciascun canton de quattro innanzi sporge 21 ottava
una torre angolare insu la punta,
e la quinta tra lor nel mezzo sorge
s choltre il muro la cornice spunta;
e, come dissi, a dritto fil si scorge
torre da torre egualmente disgiunta;
e con giusta misura arte leggiadra,
i non so come, ogni giardino inquadra.
Dela porta del portico primiero, 22 ottava
ch di cristallo e di zaffir contesta,
vivace e nobil giovane lusciero,
di diverso color sparso la vesta.
Un avoltoio in pugno ed un cerviero
si tiene a pi da quella parte e questa,
un specchio ha innanzi e nelo scudo incisa
la generosa che nel sol saffisa.

Per lungo tratto a guisa di corona 40 ottava


da ciascun fianco il bel giardin si spande,
dove in ogni stagion Flora e Pomona
guidano danze e trecciano ghirlande.
Il muro principal che limprigiona
tetto ricopre a meraviglia grande,
sostenuto da un ordine leggiadro
dalte colonne e compartito in quadro.
Da quattro galerie per quattro grate, 41 ottava
che cancelli han dor fin, sesce negli orti,
dove prendono ognor schiere beate
di ninfe e di pastor vari diporti
e, passando in piaceri unaurea etate,
fanno giochi tra lor di tante sorti
quante suol forse celebrarne apena
nele vigilie sue la bella Siena.
Forman parte di lor, sedendo sotto 42 ottava
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gran tribuna di fronde, un cerchio lieto,
e lun alaltro sussurrando un motto
dentro lorecchie, taciturno e cheto,
de suoi chiusi pensier non interrotto
scopre a chi pi gli piace ogni secreto.
Con questa invenzion chieste e concesse
si patteggian damor varie promesse.

(cap. 5) L'Arcadia.

L'Accademia dell'Arcadia viene fondata nel 1690 a Roma, da parte di un gruppo di


14 letterati (i pi importanti furono Gravina, Crescimbeni e Zappi) che erano soliti
frequentare un circolo letterario istituito dall'ex regina Cristina di Svezia, stabilitasi a
Roma (1655) dopo aver abdicato ed essersi convertita al cattolicesimo. Questi
letterati si attivano per favorire un deciso programma di reazione al gusto barocco e
un ritorno al gusto raffinato e semplice dellantica et classica dellantica Grecia.

Per questo i 14 letterati dettero alla loro accademia il nome di Arcadia. Arcadia era
infatti il nome di un'antica regione della Grecia, sede del monte Parnaso sacro alle
Muse; secondo la tradizione letteraria, i pastori vivevano l felici e in semplicit. I
soci del circolo fondarono sezioni in tutta Italia.

L'Arcadia si svilupp come un fenomeno culturale basato su unutopa (lutopia un


sogno che non pu essere realizzato); in questo caso il sogno era quello di costruire
una societ perfetta estranea a tutte le guerre e alle grandi vicende politiche che
avevano sconvolto l'Italia e l'Europa nel 1600 e proseguiranno nella prima met del
'700. LArcadia cerc di diffondere i questi ideali di pace e perfezione, attraverso gli
strumenti artistici in quel tempo pi popolari: il teatro, il melodramma, la commedia
ecc. Seguendo questo programma, l'Arcadia riusc ad allargare lo sviluppo culturale
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italiano portandolo ai livelli europei e reagendo alla cultura della controriformistica
cattolica e del barocco. LArcadia infatti seppe avvicinare tra loro le varie tradizioni
teatrali delle regioni italiane e diminu le differenze tra le classi sociali, permettendo a
chiunque di potersi iscrivere all'Accademia. Il successo dell'Accademia fu
immediato.

I soci dellAccademia si facevano chiamare pastori: ogni letterato assumeva un


nome pastorale greco e avevano un simbolo distintivo (la siringa di Pan circondata da
alloro). Ben presto i soci aumentarono di numero perci lArcadia dovette aprire
molte sedi nelle citt pi importanti, fissando tuttavia la sua sede principale, nel 1725,
a Roma sul Gianicolo (il luogo delle riunioni veniva chiamato Bosco Parrasio, in
onore del monte Parnaso).

Questa accademia allinizio fu molto attiva pubblicando ben 13 volumi di rime


poetiche (lultimo del 1790), poi continu sempre pi stancamente la sua attivit,
finch nel 1925 fu trasformata in un semplice istituto di cultura nel campo degli studi
storico-letterari.

Gli ideali dellArcadia

Il nuovo ideale quello di una letteratura semplice, chiara, ordinata (l'Arcadia fu


vicina alle idee della filosofia razionalistica di Cartesio). Attraverso la narrazione e la
poesia, gli Arcadici immaginavano un mondo fantastico, sereno, lontano dalle
stranezze della letteratura barocca, che deformava gli aspetti del reale fino all'assurdo.
L'Arcadia adott anche una simbologia pastorale (ad es. il suo protettore era Ges
Bambino, perch era nato tra i pastori). Questa societ ideale viene definita idilliaca e
bucolico-pastorale. I protagonisti delle storie rifiutano guerra e violenza; anche il
desiderio di potere e denaro viene visto con disgusto e nei racconti lavidit
simboleggiata da satiri. Anche il commercio e l'industria, e in parte anche l'agricoltura
sono attivit rifiutate nel mondo dellArcadia perch gli intellettuali aristocratici,
attraverso l'arte poetica e musicale cercano di riconciliare l'uomo con la natura.
L'Arcadia, assediata da un mondo proteso verso il profitto, preferisce rifugiarsi nel
profondo delle foreste o fra montagne inaccessibili o in isolette solitarie con unidea
"ambientalista" (le idee-guida sono poche ma precise: l'albero, l'animale, l'uomo, il
corso dei fiumi, le greggi di pecorelle che rappresentano linnocenza).

Il programma letterario dellArcadia

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Il programma letterario prevedeva un vero e proprio culto della vita pastorale cantato
attraverso componimenti lirici, scritti con un linguaggio poetico chiaro e lineare,
molto diverso dalla poesia barocca della meraviglia e della stranezza. Secondo
l'Arcadia, la chiave per ritrovare la cultura che il barocco aveva dissipato, era il
ritorno al classicismo del periodo Umanistico. Il progetto tuttavia rimase solo un
mutamento di superficie povero di veri contenuti: l'idea di una nuova societ si
riduceva all'evasione in una societ astratta, salottiera, sostanzialmente artificiale.
poesie d'occasione dove protagonisti sono pastori e pastorelle che non hanno nulla di
reale..

Le storie si sviluppano sempre in qualche campagna serena, generalmente l'Arcadia. I


personaggi erano principalmente ninfe e pastori, che si interessano unicamente alle
cose dell'amore e della caccia. L'azione di queste opere pastorali consisteva
unicamente in intrighi e complicazioni amorose, intrecciati con elementi mitologici e
magici. Dietro a questi personaggi si nasconde il letterato che sfrutta loccasione per
proporre le sue idee.

I maggiori rappresentanti dellArcadia

Gian Vincenzo Gravina

Le riflessioni pi interessanti sono quelle del calabrese Gian Vincenzo Gravina


(1664-1718). Nel trattato Della ragion poetica (1708) Gravina riconosce alla poesia
il carattere della "finzione" fantastica e il potere di comunicare a tutti (persino alle
"menti volgari") le verit pi nascoste. La poesia diventa una "maga, ma salutare, e
un delirio che sgombra le pazze". La sapienza occulta; le favole sono le maschere
storiche attraverso le quali la verit assoluta si manifesta nella comunicazione sociale:
la poesia assume un forte ideale di funzione civile. Le idee di Gravina non furono mai
accettate dall'Arcadia ed egli, deluso, si chiuse in un rigido classicismo.

Pietro Metastasio

Il maggior rappresentante dell'Arcadia Pietro Metastasio (al secolo Pietro


Trapassi). Nasce a Roma nel 1698 da una famiglia povera. Viene adottato ancora
ragazzo, per le sue qualit artistiche, da Gian Vincenzo Gravina (un letterato
dell'Arcadia) che lo avvia agli studi dei classici greco-latini e degli autori del '500. La
moglie (una celebre cantante) lo induce a scrivere melodrammi. La Didone
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abbandonata (1724), a carattere patetico-sentimentale, fu un grande successo. Dopo
aver scritto altri melodrammi, la sua fama divenne cos grande che la corte di Vienna
gli offr l'incarico di poeta cesareo. Il suo ambiente quindi fu quello dell'alta
aristocrazia e il suo teatro quello imperiale. Il genere che si era scelto era quello
dell'opera seria, cio lo spettacolo nobile per eccellenza. Sar appunto a Vienna che
comporr i suoi migliori melodrammi, ammirato da tutti. Porre in musica uno dei suoi
drammi sotto la sua supervisione veniva considerato un onore per un compositore, un
importante traguardo ai fini della carriera di operista. Rimase estraneo alle idee
illuministiche della IIa met del '700. Mor a Vienna nel 1782.

Metastasio si pose il problema di dare dignit artistica e severit morale ad un genere


screditato presso gli intellettuali: il melodramma, essendo esso caratterizzato da
atteggiamenti ridicoli e farseschi (mescolanza di tragico e comico, di eroismo ed
erotismo, eccessiva scenografia). La sua riforma del melodramma consiste:

distingue nettamente poesia e musica, privilegiando la prima (la musica come


commento della poesia);
non segue alla lettera le tre regole aristoteliche di unit di tempo-luogo-azione;

al centro delle sue opere vi sempre un eroe (Enea, Tito, Attilio Regolo...) che
vince se stesso, sacrificando al dovere gli affetti e le passioni, ma il
protagonista un personaggio pi vicino ai cortigiani e aristocratici del '700
che non agli eroi tradizionali della cultura greco-latina, che sicuramente pi
tragica;

il gusto melodrammatico respinge sia gli estremi della tragedia che lo scontro
drammatico di passioni violente e la rappresentazione realistica di vicende
quotidiane. I contrasti fra passione e dovere, sentimento e ragione non
diventano mai grandi scontri ideali e morali. Il mondo del Metastasio quello
della commedia dolce-amara dell'amore, con apparenze serie e decorose. Con i
suoi melodrammi sentimentali egli anticipa il Goldoni, con quelli eroici
anticipa l'Alfieri.

(cap. 6) LIlluminismo

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Il termine "illuminismo" era usato dagli scrittori del diciottesimo secolo nella
convinzione di provenire da un'epoca di oscurit e ignoranza e di dirigersi verso una
nuova et, segnata dallemancipazione dell'uomo e dai progressi della scienza sotto la
guida del "lume" della ragione.

LIlluminismo fu un movimento culturale e filosofico; nacque in Inghilterra ma si


svilupp principalmente in Francia, e poi in tutta lEuropa, dallinizio del XVIII
secolo fino alla rivoluzione francese.

L'illuminismo fu portavoce di un moderno spirito scientifico, che rifiutando la


concezione medioevale della realt sottoline limportanza dell'osservazione diretta
dei fenomeni e dell'uso autonomo della ragione. La fede nella ragione si unisce con il
modello sperimentale della scienza di Newton sembrava rendere possibile la scoperta
non solo delle leggi del mondo naturale, ma anche di quelle dello sviluppo sociale. Si
pens allora che, usando saggiamente la ragione, sarebbe stato possibile un progresso
indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale.

La scienza si diffuse soprattutto nel campo dell'astronomia e della fisica, ma anche in


quello della biologia e degli studi sulle piante. La cultura dell'Illuminismo, sembrava
"sconfiggere" le tenebre dell'ignoranza ritenute tipiche del Medioevo.

Le idee prevalenti dell'Illuminismo furono: la libert e l'uguaglianza sociale, i diritti


umani, la laicit dello Stato, la scienza e il pensiero razionale. In seguito Libert,
galit, Fraternit, traslati in un diverso contesto, divent uno dei motti rivoluzionari
del 1789.

In realt l'Et dei Lumi anticip nuovi modelli non solo culturali ma anche socio-
economici. Per comprendere meglio quale significato questo movimento dette alle
nuove idee, interessante leggere ci che dice il filosofo tedesco Kant:

L'Illuminismo l'uscita dell'uomo dallo stato di minorit che egli deve imputare a
se stesso. Minorit l'incapacit di valersi del proprio intelletto senza la guida di un
altro. Imputabile a s stessi questa minorit se la causa di essa non dipende da
difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del
proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di
servirti della tua propria intelligenza! dunque il motto dell'illuminismo.
Sennonch a questo illuminismo non occorre altro che la libert, e la pi inoffensiva
di tutte le libert, quella cio di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i
campi .

Tra i prodotti pi importanti della cultura illuminista ricordiamo L'Enciclopedia o


Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. E una vasta
enciclopedia pubblicata in lingua francese, da un consistente gruppo di intellettuali
sotto la direzione di Diderot e D'Alembert. Essa rappresenta un importante punto di
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arrivo di un lungo percorso teso a creare un compendio universale del sapere, nonch
il primo prototipo di larga diffusione e successo delle moderne enciclopedie, al quale
guarderanno e si ispireranno nella struttura quelle successive.

Ma oltre ad essere un'opera di informazione, l'Enciclopedia era anche un'opera di


propaganda, tramite la quale i suoi autori si proponevano di convincere il vasto
pubblico della validit delle idee illuministe. La sua pubblicazione incontr per
questo diversi ostacoli e resistenze: il governo francese ne blocc per due volte la
stampa e gli ultimi due volumi dovettero uscire clandestinamente. Ci nonostante
l'Enciclopedia fu interamente pubblicata negli anni fra il 1751 e il 1772, e ottenne un
grande successo sia in Francia che nel resto d'Europa, dove il francese era ormai
divenuto la lingua delle persone colte.

La diffusione delle nuove idee in Italia

In Italia la "nuova filosofia", arrivata dai frequenti contatti con la vicina Francia,
venne assorbita ed elaborata da parecchi intellettuali. Le citt illuministiche per
eccellenza furono Napoli e Milano.

A Napoli, sotto il tollerante re Carlo di Borbone, gli intellettuali assunsero cariche


pubbliche e collaborarono con le amministrazioni borboniche.

A Milano, il movimento ebbe come centro di discussione e di confronto la rivista


Il Caff (che va di pari passo con il consumo della bevanda, 1762-1764), fondata
dai fratelli Pietro e Alessandro Verri.

Importanza dell'illuminismo italiano

Oltre alle opere e agli scritti dei fratelli Verri, dall'Illuminismo milanese venne fuori
uno dei capolavori della letteratura "pratica" dell'epoca, ammirato anche da Voltaire e
dagli Enciclopedisti: il breve trattato giuridico Dei delitti e delle pene (1763) del
filosofo Cesare Beccaria, che propone, l'abolizione della tortura e della pena di morte.
L'Illuminismo port nuovi stimoli anche all'arte e alla poesia: un'importante poeta
dalle idee illuministe fu Giuseppe Parini, che satireggi la nobilt e i suoi privilegi
nel poema Il Giorno, mentre nel teatro incoraggi i commediografi e i
drammaturghi verso idee nuove: il caso di Carlo Goldoni.

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(cap. 7) Giuseppe Parini

Vita e opere:
Giuseppe Parini nasce nel 1729 vicino Milano. Le disagiate condizioni economiche della famiglia
non gli assicurano un'educazione adeguata. Viene quindi accolto a Milano da una prozia ricca e sola
che lo fa studiare in collegi religiosi. Allet di 23 anni esordisce nel 1752 con alcune poesie sotto
nome darte. Favorito dal successo, il poeta accolto nell'Accademia dei Trasformati, uno dei pi
prestigiosi centri culturali di Milano. Conclusi gli studi e presi gli ordini come abate, viene
introdotto nell'ambiente della nobilt intellettuale milanese; qui Parini accolto come precettore
presso il duca Serbelloni. Otto anni dopo, la moglie del duca Vittoria, forse causa
dell'allontanamento del poeta dalla sua posizione. Nel 1763 viene pubblicata la prima parte de Il
giorno, breve poemetto e opera maggiore di Parini, con il titolo Il Mattino, seguito nel 1765 da
Il Mezzogiorno, e il prestigio del poeta cresce con la loro pubblicazione.

Contemporaneamente arricchisce la sua produzione poetica con numerosi testi sparsi, tra cui le
Odi.

Le idee espresse nelle Odi:


Per il Parini la poesia uno strumento civile attraverso il quale egli riesce a sostenere e diffondere
le idee illuministiche, sia quando difende la nuova civilt fondata sulla scienza, sia quando rifiuta le
vecchie superstizioni. Una prima raccolta di Odi esce nel 1791, una seconda nel 1795.

Il poemetto Il giorno:
Parini lascia incompiute le due parti mancanti del Giorno (Il Vespro e la Notte).

Il poemetto doveva essere diviso in quattro parti e rappresenta una visione fortemente critica della
societ aristocratica e ricco - borghese. Tuttavia a causa degli aspetti pi moderati con cui
lIlluminismo si diffuse in Italia rispetto alla Gran Bretagna e alla Francia, i toni critici sono
smorzati sotto la forma di una satira leggera nascosta dietro quella che sembra solo apparentemente
la descrizione accettata di una normale quotidianit.

Attraverso i diversi momenti della giornata di un nobile signore, infatti Parini coglie gli aspetti
drammatici della vita di quei lavoratori che sembravano non avere identit e diritti. Coglie inoltre il
narcisismo della nobilt, la vita priva di valori veri e la mancanza di dignit personale di coloro che
si mostravano condiscendenti e servili pur di ottenere benefici.

Per questo, dopo la morte e per tutto l'Ottocento, Parini sar il simbolo del letterato impegnato in
senso civile e morale. Difficile oggi distinguere mito e lineamenti autentici della sua
personalit. Di umile origine e attivo in una societ aristocratica, difende la dignit della propria
condizione.

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La Vergine Cuccia

da Il Giorno, il Meriggio, vv. 652-697


Tal ei parla, o signor: ma sorge in tanto Accorse ognuno; il volto 675
a quel pietoso favellar, da gli occhi fu d'essenze spruzzato a la tua dama:
de la tua dama dolce lagrimetta, ella rinvenne al fine. Ira e dolore
655
pari a le stille tremule, brillanti, l'agitavano ancor; fulminei sguardi
che a la nova stagion gemendo vanno gett sul servo; e con languida voce
680
dai palmiti di Bacco, entro commossi chiam tre volte la sua cuccia: e questa
al tiepido spirar de le prim'aure al sen le corse; in suo tenor vendetta
fecondatrici. Or le sovviene il giorno, chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
660
ahi fero giorno! allor che la sua bella vergine cuccia de le Grazie alunna.
vergine cuccia de le Grazie alunna, L'empio servo trem; con gli occhi al suolo
685
giovenilmente vezzeggiando, il piede ud la sua condanna. A lui non valse
villan del servo con gli eburnei denti merito quadrilustre; a lui non valse
segn di lieve nota: e questi audace zelo d'arcani ufici. Ei nudo andonne
665
col sacrilego pi lanciolla: ed ella de le assise spogliato onde pur dianzi
tre volte rotol; tre volte scosse era insigne a la plebe: e in van novello
690
lo scompigliato pelo, e da le vaghe signor sper; ch le pietose dame
nari soffi la polvere rodente: inorridro, e del misfatto atroce
indi i gemiti alzando: Aita, aita, odir l'autore. Il misero si giacque
670
parea dicesse; e da le aurate volte con la squallida prole, e con la nuda
a lei l'impietosita Eco rispose: consorte a lato su la via, spargendo
695
e dall'infime chiostre i mesti servi al passeggero inutili lamenti:
asceser tutti; e da le somme stanze e tu vergine cuccia idol placato da le vittime
le damigelle pallide, tremanti precipitro. umane isti superba.

Parafrasi.
A quelle parole piene di sentimento, sorge una dolce lacrima dagli occhi della tua dama, simile alle
goccioline tremolanti e luccicanti che in primavera stillano dai tralci della vite eccitati al loro
interno dal tepido soffio dei venti primaverili, portatori di fecondit. Ora le viene in mente quel
giorno, ah terribile giorno! Quando la sua bella cagnolina allevata dalle Grazie, giocando come
fanno i cuccioli, morse con il dente bianco il piede del servo: ed egli, impertinente, con un calcio la
lanci: e quella rotol per tre volte; tre volte scosse gli scompigliati peli e da le deboli narici soffi
la polvere irritante. Poi lamentandosi: sembrava dicesse aiuto, aiuto; e da le volte dorate l Eco
rispose allinvocazione daiuto rimandando di stanza in stanza il grido della cagnetta: dai locali
posti a livello pi basso tutti i servi tristi salirono e dalle stanze padronali dei piani nobili le
damigelle pallide e tremanti si precipitarono. Accorsero tutti; il volto della tua dama fu spruzzato di
profumi e alla fine rinvenne: lira e il dolore lagitavano ancora; lanci sguardi fulminanti al servo,
e con voce dolce chiam per tre volte la sua cagnetta: e questa le corse al suo seno; a modo suo le
sembrava chiedere vendetta: e tu vendetta avesti vergine cagnolina allevata dalle grazie. Lempio
servo trem; con lo sguardo basso ascolt la sua condanna. A lui non servirono i meriti accumulati
in ventanni di onorato servizio, a lui non serv la scrupolosit dimostrata nelleseguire incarichi
riservati: in vano lui supplico e promise; lui se ne and spogliato della livrea che un tempo lo
rendeva rispettabile agli occhi del popolino. In vano sper di poter lavorare per un altro padrone,
perch le dame, impietosite per la cagnetta, non nascosero il loro odio per il responsabile di cos
crudele delitto. Il poveraccio rimase per la strada, con i figli pallidi e affamati e con a fianco la
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moglie, tentando inutilmente di impietosire i passanti: e tu vergine cagnolina, placato, come gli
antichi idoli, dal sacrificio di vittime umane, ti potesti gloriare della compiuta vendetta.

Analisi.
L'animale protagonista di questa scena una cagnolina ("la vergine cuccia" (v.661)) ci viene descritta
secondo il punto di vista della padrona, accecata dall'affetto, coi tratti sublimi e raffinati d'una
divinit antica: realizzando l'effetto di un'epica grottesca, i suoi modi sono degni delle Grazie "de le
Grazie alunna" (v.661); i suoi denti sono splendenti come l'avorio "eburnei denti" (v.663); le narici
sono belle come quelle di una fanciulla cantata da un poeta "vaghe" (v.667); i guati tanto aggraziati
da sembrare parole "indi i gemiti alzando, aita aita/parea dicesse" (vv.669-670). Viene di
conseguenza deformato anche il resoconto del morso: il giudizio del narratore sembra sparire, e noi
lettori non abbiamo elementi per stabilire se davvero il cane abbia scherzosamente mordicchiato il
"piede villan", o piuttosto non vi abbia profondamente affondato i denti: per una simile padrona
qualsiasi morso sar sempre "lieve nota" (v.664). Anche la caduta del cane non ricorda gli scivoloni
divertenti di un cucciolo quanto piuttosto i balzi difensivi di una belva che combatte "tre volte
scosse/lo scompigliato pelo e da le vaghe/nari soffi la polvere rodente" (vv.666-668). Proprio come
una divinit che si ritiene offesa, l'animale reclama una vendetta che la sua padrona non tarda a
mettere in atto "vendetta/chieder sembrolle: e tu vendetta avesti/vergine cuccia" (vv.681-683). Nelle
parole della padrona la cagnetta un animale sacro e intoccabile "idol" (v.696). Non stupisce che
Parini chiuda l'episodio con l'immagine dell'idolo placato da vittime sacrificali umane "e tu vergine
cuccia idol placato/da le vittime umane" (vv.696-697)

Impietosa la connotazione del servo che ha avuto l'idea di reagire al morso del cane; in un
crescendo tragicomico il suo piede gi "villan" (v.663) quando viene addentato dall'animale diventa
"sacrilego" (v.665) nell'atto di colpirlo. Particolarmente duro il momento della vendetta: il servo
chiamato senza mezzi termini "empio" ("L'empio servo trem con gli occhi al suolo/ud la sua
condanna" (vv.684-685)). Il servo segnato da questo "misfatto atroce" (v.691) finir a mendicare
con la famiglia. Il rovesciamento dei ruoli tra animale e uomo, nel finale dell'episodio, perde la sua
patina ironica per rivelarsi in tutta la sua crudelt nel racconto degli "inutili lamenti" (v.695) del
servo, detto addirittura "perfido" (v.692), costretto a mendicare con moglie e figlioli perch nessuna
delle "pietose dame" (v.690) pi disposta ad accoglierlo. Evidentemente per la dama corteggiata
dal Giovin Signore la propria cagnolina vale pi di un servitore: nell'ideologia aristocratica
dell'Ancien Rgime un servitore un sottoposto la cui dignit umana invisibile agli occhi del
padrone. La "vergine cuccia" un trastullo alla moda, un segno elitario della condizione nobiliare,
un ornamento vivente della dama aristocratica.

Elenco figure retoriche.


o "O signor" (v.652)- Io narrante
o "pari a le stille tremule brillanti" (v.655)- Similitudine

o "nova stagion" (v.656)-Perifrasi per indicare la primavera

o "dai palmiti di Bacco" (v.657)-Perifrasi per le foglie di vite

o "aure/fecondatrici" (vv.658-659)-Enjambement

o "bella/Vergine cuccia" (vv.660-661)-Enjambement

o "de le Grazie alunna" (v.661)-Iperbato e Latinismo

o "piede/villan" (vv.662-663)- Enjambement

35
o "eburnei denti" (v.663)-Metafora antifrastica

o "segn di lieve nota" (v.664)-Perifrasi

LA CADUTA ( dalle Odi)

Lode La caduta venne originariamente composta nel1785, in seguito ad un fatto


realmente accaduto al poeta (una caduta per le strade di Milano, dovuta anche alle
precarie condizioni fisiche),allepoca cinquanteseienne; il testo cominci a circolare
in prima edizione nel gennaio 1786, tuttavia il titolo attuale definitivo solo
dalledizione delle Odi pariniane del 1791.

Metro: strofa di tre settenari e un endecasillabo a rime piane alternate. Schema abab.

Quando Orion dal cielo


declinando imperversa
e pioggia e nevi e gelo
sopra la terra ottenebrata versa,
me spinto ne la iniqua
stagione, infermo il piede,
tra il fango e tra lobliqua
furia de carri la citt gir vede;
e per avverso sasso
mal fra gli altri sorgente
o per lubrco passo
lungo il cammino stramazzar sovente.
Ride il fanciullo; ..
Altri accorre; e: Oh infelice
e di men crudo fato
degno vate! mi dice;
e, seguendo il parlar, cinge il mio lato
con la pietosa mano;
e di terra mi toglie;
e il cappel lordo e il vano
baston dispersi ne la via raccoglie:
Te ricca di comune
censo la patria loda;

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e te molesta incta
di poner fine al Giorno
per cui cercato a lo stranier ti addita.
Ed ecco il debil fianco
per anni e per natura
vai nel suolo pur anco
fra il danno strascinando e la paura:
n il s lodato verso
vile cocchio ti appresta
che te salvi a traverso
de trivi dal furor de la tempesta.
Sdegnosa anima! prendi
prendi novo consiglio,
se il gi canuto intendi
capo sottrarre a pi fatal periglio.

Dunque per lerte scale


arrampica qual puoi;
e fa gli atri e le sale
ogni giorno ulular de pianti tuoi.
O non cessar di porte
fra lo stuol de clienti,
abbracciando le porte
de glimi che comandano a i potenti;
e lor merc pentra
ne recessi de grandi;
e sopra la lor tetra
noia le facezie e le novelle spandi.

Ma chi giammai potra


guarir tua mente illusa
o trar per altra via
te ostinato amator de la tua Musa?
Lasciala: O, pari a vile
mima, il pudore insulti,
dilettando scurrile
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i bassi geni dietro al fasto occulti -.
Mia bile, al fin costretta
gi troppo, dal profondo
petto rompendo, getta
impetuosa gli argini; e rispondo:
Chi sei tu che sostenti
a me questo vetusto
pondo e lanimo tenti
prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.
Buon cittadino, al segno
dove natura e i primi
casi ordinar, lo ingegno
guida cos che lui la patria estimi.
Quando poi det carco
il bisogno lo stringe,
chiede opportuno e parco
con fronte liberal che lalma pinge.
E se i duri mortali
a lui voltano il tergo,
ei si fa, contro a i mali,
de la costanza sua scudo ed usbergo.
N si abbassa per duolo,
n salza per orgoglio -.
E ci dicendo, solo
lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.
Cos, grato a i soccorsi,
ho il consiglio a dispetto;
e privo di rimorsi,
col dubitante pi torno al mio tetto.
Parafrasi
Quando la costellazione di Orione tramontando, si scatena furiosamente; e riversa sopra la terra
abbuiata pioggia, neve e gelo, la citt (Milano) veda me, costretto ad uscire nella stagione invernale
sofferente alle gambe, andare tra il fango e la corsa furiosa ed incrociata dei carri; e vede me spesso
cadere lungo la strada, sia a causa di un sasso che sporge contrario, sia per un punto sdrucciolevole,
un fanciullo incomincia a ridere; Qualcuno viene in mio aiuto e mi dice: <O poeta infelice degno di
un destino meno crudele> e seguitando a parlare, mi cinge la vita con la sua pietosa mano; mi fa
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alzare da terra e raccoglie il mio cappello sporco e linutile bastone dispersi nella strada; < la Patria
ricca di pubblico denaro ti loda; da ogni parte proclama te o poeta eccelso immortale, perch il
tempo non riuscir ad erodere la tua fama; la Patria ti sollecita con fastidiosa insistenza a
completare il Giorno, lopera con la quale ti addita agli stranieri che si informano su di te. Ed ecco
che tu vai trascinando fra il danno di una caduta e la paura di unaltra, il debole corpo, per la
vecchiaia e per costituzione naturale: e neppure la tua tanto lodata poesia serve a procurarti un
modesto cocchio, che ti protegga dallinfuriare della tempesta e dai pericoli agli incroci.
Oh! Anima dignitosa! (lespressione dantesca. Sordello nel VI canto del purgatorio detto da
Dante anima sdegnosa) cambia sistema se intendi sottrarre il tuo corpo a pericoli pi gravi. Tu
non hai parenti, non hai amiche, non hai palazzi che possano farti favori nellelargizione dei favori,
nei confronti di tanti altri. Dunque arrampicati come puoi per le alte scale degli alti palazzi e fai in
modo che gli atri e le sale risuonino dei tuoi lamenti: oppure non tardare ad inserirti nel novero dei
parassiti., presentandoti in modo supplichevole dietro la porta di coloro che pur non essendo grandi
condizionano i potenti; e col loro aiuto penetra nella stanza recondite (nascoste dai potenti, e sopra
di loro cupi e tristi, diffondi i tuoi motti ed i tuoi pettegolezzi). Ma chi potrebbe mai guarire la tua
mente illusa o convincerla a percorrere unaltra strada , t che sei devoto alla tua ispirazione?.
Abbandonala; oppure, simile ad unattricetta offendi il pudore divertendo con versi sconci i pi
volgari istinti che spesso si nascondono dietro sontuose apparenze>. ( Quando il signore finisce di
parlare, Parini, lo assale, rimproverandolo. A lui che intendeva insegnarli al Parini come si dovesse
fare poesia, il Parini oppone la virt del buon cittadino). La mia indignazione contenuta fin troppo
prorompendo dal pi profondo dellanimo rompe impetuosamente gli argini. < Chi sei tu che
sorreggi a me questo vecchio corpo e tenti di umiliare il mio animo?. Sei umano ma non sei giusto.
Il buon cittadino indirizza le proprie inclinazioni naturali nella direzione segnata dalla propria
indole naturale e dalle prime vicende della propria vita sin da guadagnarsi la stima della Patria.
Quando poi vecchio, la necessit lo costringe , chiede con opportunit e misura con fronte alta che
riflette la dignit delluomo onesto. E se gli uomini indifferenti gli voltano le spalle egli si arma,
contro le sventure del suo carattere. Non si umilia per il dolore, ne si esalta per lorgoglio.
Dicendo queste cose lascio solo colui che mi aveva aiutato; e mi allontano da lui guardandolo
biecamente. Cos caro per laiuto prestatomi, rifiuto sdegnosamente il suo suggerimento; e privo di
rimorsi , ritorno col piede incerto a casa mia.

39
(cap. 8) Carlo Goldoni

e la riforma del teatro

La vita e le opere:

Carlo Goldoni stato un drammaturgo, scrittore e librettista italiano ed considerato


uno dei padri della commedia moderna, stato autore anche di numerosi libretti di
opera lirica.

Nacque a Venezia il 25 febbraio 1707, da una famiglia borghese. Dopo un regolare


corso di studi, intraprese la carriera di medico, il padre lo chiam presso di s, a
Perugia. Si trasfer quindi a Rimini, per studiare filosofia, ma abbandon lo studio,
sia per nostalgia della madre, sia per seguire una compagnia di comici di Chioggia.
Ebbe cos inizio un periodo piuttosto avventuroso della sua vita. La passione per il
teatro caratterizz la sua inquieta esistenza. Con l'improvvisa morte del padre nel
1731, si dovette prendere carico della famiglia; tornato a Venezia, complet gli studi
a Padova, ed intraprese la carriera forense.

Nel 1734 incontr a Verona il capocomico Giuseppe Imer e con lui torn a Venezia
dopo aver ottenuto l'incarico di scrivere testi per il teatro San Samuele. In questo
periodo nacquero le prime tragicommedie scritte dal neo-avvocato per questa
compagnia a partire da Il Belisario del 1734 fino al Giustino del 1738. Seguendo
a Genova la compagnia Imer, conobbe e spos Nicoletta Conio. Con lei Goldoni
torn a Venezia.

Nel 1738 Goldoni diede al teatro San Samuele la sua prima vera commedia, il
Momolo cortesan, con la parte del protagonista interamente scritta. A Venezia, dopo
la stesura della sua prima commedia interamente scritta, La donna di garbo (1742-
43), fu costretto a fuggire a causa dei debiti.

Continu a lavorare nel teatro durante la guerra di successione austriaca curando gli
spettacoli di Rimini occupata dagli austriaci; poi soggiorn in Toscana.

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Goldoni non aveva abbandonato i contatti con il mondo teatrale: fu convinto dal
capocomico Girolamo Medebach a sottoscrivere un contratto come scrittore per la
propria compagnia che recitava a Venezia al teatro Sant'Angelo. Nel 1748 torna a
Venezia e fino al 1753 scrive per la compagnia Medebach una serie di commedie, in
cui, distaccandosi dai modelli della commedia dell'arte, realizza i principi di una
"riforma" del teatro. A questo periodo appartengono L'uomo prudente, La vedova
scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama, La buona moglie, La famiglia
dell'antiquario e L'erede fortunata: qui, tranne nell'ultima, emergono le polemiche
sulla novit del teatro goldoniano e la rivalit con l'abate Pietro Chiari, che lavora per
il teatro San Samuele.

Realizza inoltre sedici commedie, tra cui Il teatro comico, La bottega del caff, Il
bugiardo, La Pamela, tratta dal romanzo di Samuel Richardson, Il giuocatore, La
dama prudente, L'avventuriero onorato, I pettegolezzi delle donne. L'attivit per il
Medebach continu poi con Il Molire, L'amante militare, Il feudatario, La serva
amorosa, fino a La locandiera e a Le donne curiose. Dopo aver rotto con il
Medebach, Goldoni assume un nuovo impegno nel 1753 con il teatro San Luca, di
propriet Vendramin. Comincia quindi un periodo travagliato in cui Goldoni scrive
varie tragicommedie e commedie. Deve adattare i propri testi innanzitutto per un
edificio teatrale ed un palcoscenico pi grandi di quelli a cui era abituato, e per attori
che non conoscevano il suo stile, lontano dai modelli della commedia dell'arte: fra le
tragicommedie ebbe un gran successo la Trilogia persiana; tra le commedie si
possono ricordare La cameriera brillante, Il filosofo inglese, Terenzio, Torquato Tasso
ed il capolavoro Il campiello. Goldoni era ormai una celebrit nazionale.

Tornato a Venezia, ebbe dei grandi risultati artistici con Gli innamorati, commedia
in italiano e con I rusteghi, in veneziano. Nel 1761 Goldoni fu invitato a recarsi a
Parigi per occuparsi della Comdie Italienne. Nell'ultima stagione per il Teatro San
Luca, prima della partenza, produsse La trilogia della villeggiatura, Sior Todero
brontolon, Le baruffe chiozzotte.

Giunto a Parigi nel 1762, Goldoni intraprese una battaglia di riforma: la sua
produzione presentava testi destinati alle scene parigine e a quelle veneziane.

Goldoni insegn l'italiano alla famiglia reale, alle figlie del re di Francia Luigi XV a
Versailles e nel 1769 ebbe una pensione di corte. Tra il 1784 e l'87 scrisse in francese
la sua autobiografia Mmoires. La rivoluzione francese sconvolse la sua vita e, con
la soppressione delle pensioni, in quanto concesse dal re, mor in miseria il 6 febbraio
1793, 19 giorni prima di compiere 86 anni. Le sue ossa sono andate disperse.

Il pensiero:

Egli fu conosciuto per il suo "illuminismo popolare", che critica ogni forma di
ipocrisia dando importanza alle classi sociali piccolo-borghese. Goldoni accetta le
41
gerarchie sociali, distinguendo tuttavia i diversi ruoli della nobilt, della borghesia e
del popolo. Consapevole dei conflitti che possono sorgere tra le varie classi sociali,
d spazio nel suo teatro al conflitto tra nobilt e borghesia, dimostrando che un uomo
si pu affermare indipendentemente dalla classe cui appartiene, attraverso l'onore e la
reputazione di fronte all'opinione pubblica. Ogni individuo se onorato accetta il
proprio posto nella scala sociale e rimane fedele ai valori della tradizione mercantile
veneziana: onest, laboriosit, ecc. Ogni opera di Goldoni contiene una sua morale,
sottolineando nelle premesse il ruolo pedagogico dei caratteri.

Il suo teatro riprende dal mondo riferimenti, spunti, allusioni e richiami alla vita
quotidiana. L'opera goldoniana racchiude tutta la vita della Venezia e dell'Italia
contemporanea, assumendo cos la qualit di un modernissimo realismo. I borghesi
assumono il ruolo centrale tra le varie classi sociali sulle scene goldoniane: nelle
prime opere sono positivi, a partire dalla figura di Momolo, "uomo di mondo". La
maschera di Pantalone diventa immagine delle buone qualit del mercante veneziano.
I nobili appaiono senza valori. I servi, conservando la schematicit della commedia
dell'arte, si segnalano per la gratuita intelligenza. Una commedia esemplare La
famiglia dell'antiquario.

Goldoni, si allontana dalla Commedia dell'arte e dall'imitazione del teatro degli


antichi. Fa scomparire lentamente le maschere, mettendo in risalto i caratteri e gli
eventi ispirati alla vita semplice e modesta, borghese o popolana.

Il linguaggio diventa quotidiano, parlato e dialettale.

Solo uno stile semplice, naturale, non accademico od elevato pu consentire ai


sentimenti di esser veri, naturali, non ricercati ed alla portata di tutti. Questa la
grand'Arte del Comico Poeta, di attaccarsi in tutto alla Natura, e non iscostarsene
giammai.

La riforma del teatro di Goldoni il risultato di un'attenta osservazione delle


tecniche dei commediografi del suo tempo, verso il progressivo distacco dalla
Commedia dell'arte che dominava da oltre due secoli (fine del Cinquecento -
prima met del Settecento).

Le tragicommedie

Nel 1734 inizia la vera carriera teatrale di Carlo Goldoni. Il giovane Goldoni giunto
al teatro con idee rivoluzionarie non poteva tollerare tuttavia storie costruite come un
insieme di scherzi slegati dalla trama, che servivano soltanto a mettere in luce i vari
talenti degli attori, dando un effetto disorganico alla storia tanto da farla sparire tra i
lazzi e le buffonerie.
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Goldoni inizi con il tempo un ampio lavoro di ripulitura a partire dalle prime opere,
offrendo man mano trame logiche e complete, personaggi reali e testi completi per gli
attori.

Nel 1738, Goldoni scrisse la sua prima commedia, Il Momolo cortesan. La donna
di garbo, del 1743, la prima commedia scritta in ogni sua parte e con veri caratteri.

Nel 1748 scrisse La putta onorata e La buona moglie (continuazione della


precedente) in cui compare un maggior impegno morale e sentimentale.

Tra il 1749 ed il 1750, Goldoni precis la propria poetica e difese la propria


consapevole opera di riforma.

Nella commedia La bottega del caff Goldoni delinea il ritratto di una


piazzetta veneziana, animata dalla presenza di una bottega di
caff e di altri locali che permettono ai personaggi un vivace
gioco di entrate e di uscite. Questo movimento assume un
significato opposto per i due personaggi principali: il
caffettiere Ridolfo, uomo onorato, ed il nobile spiantato don
Marzio. La vicenda si conclude con la vittoria del bene e
l'espulsione di don Marzio dalla scena.

Il capolavoro degli anni fra il 1750 ed il 1753, e forse la sua opera pi famosa, La
locandiera dove la protagonista Mirandolina, donna esuberante, complessa,
affascinante, sempre lucida e sincera, capace di autocontrollo, domina la commedia
superando ogni ostacolo per fare a proprio modo, badare ai propri affari di locandiera,
assicurandosi tranquillit, agi, reputazione e libert, senza andare in sposa ai tanti
uomini rimasti da lei affascinati. Gli altri personaggi, pi semplici, ma ben
individuati, fanno risaltare la figura della protagonista. La locandiera chiude una fase
dell'arte goldoniana.

Tra il 1760 ed il 1762, Goldoni scrisse alcune commedie di ambientazione veneziana


che costituiscono dei veri capolavori: I rusteghi (1760), La casa nova (1760),
Sior Todero brontolon (1762), Le baruffe chiozzotte (1762). In tali commedie,
l'esperienza artistica di Goldoni ormai matura nel rappresentare, con misura ed
acume, lo scontro tra generazioni e tra caratteri e la ricerca di un ordine improntato ad
una ragionevole moralit. In queste grandi commedie di carattere e di ambiente la
realt si concretizza, i caratteri si precisano.

A Parigi Goldoni fu costretto, dal gusto del pubblico francese, a riproporre il gioco
d'intreccio con effetti grotteschi e facili caricature, equivoci, sorprese.

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In tale ambito nacque Il ventaglio, opera di singolare finezza compositiva, che nel
1764 fu totalmente scritta in italiano ed inviata a Venezia per essere rappresentata.
Nella commedia l'azione si materializza nel ventaglio che passa di mano in mano e si
risolve nel fragile fuoco d'artificio di brevissime battute. La commedia veneziana,
scritta a Parigi, segna l'abbandono da parte del Goldoni del teatro dei comici italiani
in Francia.

La locandiera

La locandiera proposta come la novit del nuovo teatro di Goldoni, perch


sostituisce gli schemi ormai vecchi della Commedia dell'Arte. Le maschere che
rappresentavano personaggi fissi (per esempio il servitore furbo, il cavaliere vanitoso,
lavaro, la ragazza furba, ecc.) vengono sostituite dal volto stesso degli attori, che
impersonano il ruolo di questi personaggi quotidiani e reali.

Lo svolgimento della vicenda ne La locandiera, prima affidato alla fantasia creativa


degli attori che in ogni rappresentazione recitavano mantenendo la trama ma
cambiando le parole e inventando nuovi gesti, viene sostituito dall'ordinata sequenza
di eventi mirabilmente pianificata da Goldoni su un testo completamente scritto (il
copione), che diventa cos il poeta di teatro. Mirandolina, esce dal modello della
maschera fissa: rappresentata come un personaggio vivo, una donna reale che con
senso pratico e idee precise, programma e prevede tutto quello che la riguarda : in
questo senso pi vicina al Goldoni. Questo personaggio, in effetti sviluppa in modo
pi realistico la maschera di Colombina come la
ritroviamo
nella
Commedia
dell'arte; a
differenza
di
Colombina,
per, si
tratta di un

44
personaggio imprevedibile. Questa tendenza al realismo conferisce alla commedia un
volto umano, ed universalmente valido in ogni tempo rappresentando sulla scena il
mondo con le sue contraddizioni.

LA TRAMA

La storia non si svolge a Venezia come nella gran parte delle commedie di Goldoni,
ma a Firenze. La trama si incentra
sulle vicende di Mirandolina,
un'attraente e astuta giovane donna
che gestisce a Firenze appunto, con
l'aiuto del suo cameriere Fabrizio,
una locanda ereditata dal padre.

La commedia si sviluppa in tre


atti( questa suddivisione serviva a
preparare la scena a sipario
abbassato)

La protagonista Mirandolina viene


corteggiata dagli ospiti della sua locanda, il Marchese di Forlipopoli (un aristocratico
decaduto che ha venduto il prestigioso titolo nobiliare) e il Conte d'Albafiorita (un
mercante che, arricchitosi, entrato a far parte della nuova nobilt)

I due personaggi rappresentano gli estremi dell'alta societ veneziana del tempo di
Goldoni. Il Marchese, convinto che basti la sua protezione e il suo onore per
conquistare il cuore della bella giovane. Al contrario, il Conte crede di poter
procurarsi l'amore di Mirandolina cos come ha acquisito il titolo (le fa infatti molti e
costosi regali).

L'astuta locandiera, da buona mercante, non si concede a nessuno dei due, lasciando
ad entrambi intatta l'illusione di una possibile conquista. Arrivano nel frattempo alla
locanda due attricette avventuriere : Deianira e Ortensia che cercano uomini ricchi e
vanitosi da sfruttare.

Infine arriva alla locanda un nuovo ospite: il Cavaliere di Ripafratta, un nobile che fa
pesare il suo rango sociale e disprezza le donne. Il Cavaliere, legato alle sue nobili
origini, si lamenta di ogni cosa: del servizio, della biancheria, del cibo e detta ordini
a Mirandolina. Egli cerca inoltre di mettere in ridicolo il conte ed il marchese
accusandoli di essersi abbassati a corteggiare una popolana.

Mirandolina, ferita nel suo orgoglio femminile e non essendo abituata ad essere
trattata come una serva, decide che far innamorare di s il Cavaliere, ma solo per
dargli una lezione di vita e di comportamento. Attraverso premure e gentilezze
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sempre misurate, Mirandolina comincia a conquistare il cuore del Cavaliere. La
protagonista riesce nel suo intento procedendo per gradi ed usando uno dopo l'altro
diversi trucchi: la strategia della conquista ben pianificata e viene rappresentata
attraverso una serie di verit e bugie, lacrime, falsi svenimenti , non mancano le scene
comiche; il cavaliere finisce per cedere, e tutto il senso di superiorit che provava
contro le donne, si tramuta in un appassionato amore che lo tormenta.

Intanto il cameriere Fabrizio, segretamente innamorato, si mostra molto geloso di


Mirandolina.

Alla fine la protagonista riesce a compiere la sua piccola vendetta: infatti il cavaliere
combattuto tra sentimenti contrastanti, non vuole far sapere di essere oggetto dei
raggiri di una donna, ma allo stesso tempo spera di poterla avere per s. Dopo una

Serie di colpi di scena e di equivoci, alla fine Mirandolina dimostrando buon senso e
un carattere pratico, capisce che il suo comportamento ha incoraggiato troppo il
cavaliere, quindi decide di riprendere in mano una linea di vita chiara e precisa:
decide di sposare Fabrizio che le aveva mostrato affetto sincero. La donna non lo ama
veramente ma, per tener fede ad una promessa fatta al padre in punto di morte, lo
sposa, convinta che questo matrimonio non le impedir di mantenere la propria libert.

Nella scena finale a sorpresa , Fabrizio viene minacciato dal cavaliere che non vuole
rinunciare a Mirandolina e viene sfidato a duello nonostante lintervento del Conte e
del Marchese che accorrono sentendo gridare. A fermare lo scontro e a salvare la
situazione che le sta sfuggendo di mano, interviene per la stessa Mirandolina, la
quale fa capire al cavaliere che solo lei la causa di tutto ed annuncia di voler
sposare Fabrizio, ponendo fine alle gelosie fra i tre.

Il cavaliere lascia la scena adirato, mentre gli altri due benedicono le nozze e fanno
un regalo. Il cavaliere parte, Mirandolina promette a Fabrizio che se lui la sposer, lei
rinuncer a far innamorare altri uomini. Poi rifiuta le offerte dei due nobili e chiede
loro di cercar rifugio presso un'altra locanda e di non importunarla mai pi. La scena
si conclude quando Mirandolina si rivolge al pubblico e lo esorta a non lasciarsi mai
ingannare dalle lusinghe della locandiera.

La comprensione della commedia

proposta nell'introduzione e nel monologo finale


La morale viene dichiarata nel brevissimo monologo finale di (Terzo atto, scena
ultima): l'uomo deve essere messo in guardia da malizie e tranelli escogitati dalle
donne, furbe e dotate di armi pericolose.

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...e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza
del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere,
di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera.

L'introduzione del pezzo (L'autore a chi legge) propone una lettura pi semplice e
convincente, parlando dei difetti del cavaliere e della sua tendenza a incappare in
situazioni di sofferenza ed avvilimento. Se ci si concentra sui caratteri dei personaggi,
si noter come la furbizia e la malizia di Mirandolina vincono sulla presunzione e
sull'ostinazione del cavaliere.

La locandiera nel suo contesto storico


Chiaramente, si tratta di un'opera accessibile a tutti, ha lo scopo di divertire il
pubblico proveniente da qualunque ceto sociale. In questo senso come testo
rappresentativo dell'Illuminismo, l'opera rispecchia il dibattito sulle classi sociali cos
vivo nel Settecento. Notiamo infatti come Mirandolina si preoccupi dei suoi interessi
incarnando in un certo senso i nuovi ideali della borghesia emergente. I nobili, poi,
sono rappresentati nella varia articolazione che caratterizzava l'aristocrazia del XVIII
secolo: nobili di antica stirpe ma decaduti e privi di mezzi, nobili ricchi di appoggi e
relazioni ma non di denari, borghesi da poco nobilitati e guardati con disprezzo
malcelato dai "veri" aristocratici. Nell'insieme, comunque, rappresentano i parassiti
della societ che non contribuiscono minimamente al suo sviluppo e pretendono
privilegi e servigi, rendendosi cos ridicoli ed irritanti agli occhi degli spettatori (a
differenza di Mirandolina, il Conte ed il Marchese non lavorano). Se dal punto di
vista sociale, la visione di Goldoni fu profondamente critica, lo stesso vale per
l'atteggiamento (negativo) dei nobili nei confronti del drammaturgo. questa una
delle ragioni per cui pi tardi Goldoni avrebbe abbandonato Venezia alla volta di
Parigi.

Emerge inoltre nella storia il concetto illuminista di autodeterminazione


dell'individuo, particolarmente significativo perch portato avanti da un personaggio
femminile.

(cap. 9) Il Romanticismo
Il Romanticismo stato un movimento culturale molto vasto che ha coinvolto il
pensiero, la filosofia, larte (pittura e musica) e la letteratura che si svilupp in
Europa parallelamente allIlluminismo verso la fine del 1700; se ne differenzi e si
diffuse nella prima met del 1800 ; ebbe una diffusione diversa nei Paesi Europei sia

47
nella cronologia, sia nellinterpretazione dei concetti che il nuovo movimento
sosteneva.

Al termine del 1700, alcuni dei concetti fondamentali del Romanticismo, erano stati
preannunciati in Germania, da un piccolo gruppo di intellettuali, artisti e letterati
tedeschi che si erano nominati Sturm und Drang (letteralmente: Assalto e
tempesta); questo gruppo reagendo alle idee dellIlluminismo giudicato comunque
importante per molte sue idee, soprattutto quelle mirate alla libert dellindividuo,
cercarono di dimostrare che luomo non pu essere guidato solo dalla ragione ma
deve essere in grado di ascoltare le sue emozioni e i suoi sentimenti che talvolta
danno indicazioni di cui non si pu fare a meno; di qui lassalto dei sentimenti e la
tempesta del cuore.

A quel tempo le idee circolavano per lEuropa solo attraverso la stampa, i libri o
grazie ai salotti letterari (vedi illustrazione); si trattava di una consuetudine
affermata nel mondo della nobilt e della ricca borghesia. Soprattutto molte signore si
compiacevano di organizzare queste giornate o periodi di incontri invitando nel
proprio salotto i personaggi pi illustri della cultura
nazionale ed internazionale (letterati, artisti,
giornalisti, scienziati). Durante le conversazioni
venivano messe a confronto idee nuove e ognuno le
avrebbe poi diffuse nel proprio paese. Tra i salotti
pi importanti vi era quella della baronessa tedesca
madame De Stael (vedi ritratto). Fu proprio grazie a
lei che le idee dello Sturm und Drang furono
conosciute in Europa.

Il termine "romanticismo" viene dallinglese


romantic che con questo termine indicava una
certa letteratura che proponeva storie sotto forma di
romanzo. Accanto
a questo primo
significato si svilupp e alla fine prevalse il
significato di "pittoresco" riferito non solo a ci
che veniva artisticamente raffigurato ma soprattutto
al sentimento che una storia, un fatto, una musica,
riusciva a suscitare.

Si svilupp anche in Inghilterra, a seguito del


declino dellIlluminismo

Il Pensiero Romantico

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Come reazione allIlluminismo, il Romanticismo contrappone al freddo ragionamento
la spiritualit, le emozioni, la fantasia, limmaginazione, e soprattutto laffermazione
dei caratteri individuali dogni artista. Ogni artista tende allinfinito, cio alla
costante ricerca di un bene o di una bellezza infinita; poich il mondo a sua
disposizione limitato, luomo sente un vuoto, una mancanza, una inevitabile
situazione di infelicit.

Punti fondamentali del movimento romantico sono:

Rifiuto dellidea illuministica che la ragione da sola sia sufficiente


allevoluzione culturale delluomo; secondo i romantici infatti la ragione da
sola non era stata in grado di spiegare la totalit del mondo e di tutto ci che
esiste. Luomo deve saper ascoltare anche i suoi sentimenti ed emozioni; nella
spiritualit e nella fede potr trovare molte risposte.
Soggettivismo e individualismo: con l'abbandono della ragione illuministica,
tutto ci che circonda l'uomo, la natura, non ha pi una sola e razionale chiave
di lettura, ma varie interpretazioni che cambiano in base a chi le propone.
La posizione delluomo: tra le idee illuministiche, i romantici accettano e
condividono il concetto di uguaglianza tra gli individui. Essi affermano per
che gli uomini sono tutti uguali non solo davanti alle leggi della storia, ma
anche davanti alle leggi di Dio.
Concetto di popolo e nazione: estendendo questo criterio di uguaglianza anche
sul piano politico, i romantici affermano limportanza per le antiche radici di
ogni popolo, per i dialetti che sono legati a queste radici, per i loro miti e
leggende ; da qui nasce il diritto dei popoli alla propria libert e indipendenza.

I caratteri della letteratura Romantica


Nella produzione letteraria si sviluppano due correnti:

la corrente soggettiva, che concepisce la poesia come una delle pi alte


espressioni dello spirito, della fantasia e del sentimento delluomo. La poesia
fonte di una analisi dello stato danimo dell'autore. Questa corrente soggettiva
viene definita lirica
la corrente oggettiva, concepisce la letteratura come rappresentazione di una
realt sociale; vuole rappresentare il vero esteriore, la vita e gli ideali degli
uomini di un preciso tempo e luogo. Questa corrente oggettiva viene definita
Storica.

Il romanticismo letterario italiano

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In Italia, alcuni elementi tipici della nuova sensibilit romantica si possono gi
trovare nel poeti Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi, mentre Vittorio Alfieri diede
inizio ad un importante filone letterario e politico risorgimentale che si svilupp nei
primi decenni del 1800.

La data d'inizio vera e propria del romanticismo italiano il 1816: nel gennaio di
tale anno, infatti, Madame de Stal pubblic un articolo (Sulla maniera e utilit delle
traduzioni) nel quale invitava gli italiani a conoscere e tradurre le letterature straniere
come mezzo per rinnovare la propria cultura. Successivamente alcuni letterati
fondarono nel 1818 il Conciliatore, rivista diretta da Silvio Pellico, che si
proponeva di "conciliare"la ricerca tecnico-scientifica con letteratura, sia illuminista
che romantica, con il pensiero laico e con il cattolicesimo. La rivista fu per chiusa
nel 1819 per ordine degli austriaci.

Ma intanto stavano gi diffondendosi in Italia le prime dimostrazioni risorgimentali,


alle quali risulter strettamente legata la produzione romantica italiana. Esemplare fu
in proposito la figura di Alessandro Manzoni, che diede un impulso fondamentale alla
diffusione del genere letterario del romanzo storico. Anche i romantici sentono forte
lesigenza di accrescere la cultura come avevano cercato di fare i letterati illuministi
(pensiamo per esempio a Goldoni) ma cercano di raggiungere questo obiettivo
proponendo al lettore contenuti pi attuali (per esempio Foscolo esorta a studiare la
storia per difendere la propria patria; Manzoni invia ai suoi lettori un messaggio
civile e politico).

(cap. 10) Lindirizzo storico del Romanticismo

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785, dal conte Pietro e da Giulia Beccaria;
il padre era un uomo di cultura conservatrice e fortemente cattolica, possidente di
ricchi terreni nella zona di Lecco; la madre era la figlia del giurista Cesare Beccaria,
uno dei pi illustri rappresentanti del pensiero Illuminista in Lombardia, autore di un
importante libro intitolato Dei delitti e delle pene in cui con una visione della
giustizia molto moderna, proponeva labolizione della pena di morte. (Linfluenza
delle idee innovative del nonno e la modernit per quei tempi della madre, saranno
molto importanti nella crescita e nella maturazione del giovane Alessandro).
Dopo la separazione della madre dal conte Pietro avvenuta quando Alessandro era
ancora molto giovane, egli trascorse linfanzia e la prima giovinezza, in collegi
religiosi molto severi, dove ricevette uneducazione classica, ma sopport con fatica
la regola tipica di quegli ambienti.
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Quando usc dal collegio aveva sedici anni e aveva maturato per reazione idee
apertamente atee e libertarie. Entrato nellambiente culturale milanese del periodo
napoleonico, strinse amicizia con i profughi politici provenienti dal regno di Napoli,
frequent poeti gi affermati e noti come Foscolo e trascorse questo periodo sia
frequentando la vita mondana della citt, sia dedicandosi al lavoro intellettuale e alle
prime composizioni poetiche come il poemetto Il trionfo della libert. Lanno
successivo termin la stesura di quattro Sermoni, ( si tratta di composizioni satiriche).
Nel 1805 lasci la casa paterna e raggiunse a Parigi la madre, rimasta sola dopo la
morte del suo nuovo compagno, Carlo Imbonati. In suo ricordo e soprattutto per fare
un dono alla madre alla quale Manzoni fu sempre fortemente legato, scrisse un carme
intitolato In morte di Carlo Imbonati.

A Parigi frequent gli ambienti intellettuali dove cominciava a diffondersi il pensiero


del Romanticismo che si contrapponeva lentamente allIlluminismo. Questo periodo
divenne per il giovane Manzoni un importante punto di riferimento per la sua futura
attivit di scrittore; infatti accett con entusiasmo i concetti romantici che
rivalutavano limportanza dei sentimenti di fronte ad un uso della ragione esagerato.
Inoltre fu molto colpito dalle idee di indipendenza e di libert stimolate sempre dal
Romanticismo.

In questo periodo spos Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino. Insieme


a lei che era di confessione protestante Calvinista, Manzoni si riavvicin alla fede
riscoprendone il vero messaggio e vivendo insieme alla moglie che nel frattempo si
era convertita al Cattolicesimo, un profondo cambiamento interiore. Il mutamento si
nota subito nella sua produzione poetica: tornato a Milano, compone infatti gli Inni
sacri ( 1812-1815) e condusse una vita tranquilla dedicata allo studio, alla scrittura,
alle intense pratiche religiose, alla famiglia che, nel frattempo, era diventata
numerosa.

Nei confronti della politica mostr sinceri sentimenti patriottici e unitari, segu con
entusiasmo gli avvenimenti che aprirono il Risorgimento Italiano, ma non vi
partecip attivamente quindi non venne colpito dalla dura repressione austriaca che
ne segu. Tuttavia proprio in questi anni egli lavor ad opere che con il loro
contenuto divennero un importante messaggio civile rivolto a riscoprire lo
spirito italiano: le Odi civili, la Pentecoste, due tragedie da rappresentare in
teatro(Il conte di Carmagnola e l Adelchi), le prime due stesure de I promessi Sposi
(inizialmente intitolato Fermo e Lucia), oltre a saggi di letteratura e di storia.

Con la pubblicazione de I promessi sposi nel 1827, si pu dire concluso il periodo


creativo di Manzoni. Negli anni della maturit, la vita di Manzoni fu funestata da
crisi epilettiche, una serie interminabile di lutti (la morte della moglie, della madre, di
parecchi dei figli) e dalla condotta dissipatrice dei figli maschi. Nel 1837 si rispos
con Teresa Borri Stampa, che mor poi nel 1861.
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Nel 1842 pubblica Storia della colonna infame, un saggio privo di spunto
narrativo. Il saggio una pura cronaca dei fatti che si svolsero intorno al processo ai
presunti untori che ebbero la sfortuna di essere accusati di aver propagato la peste che
sconvolse Milano nel XVII secolo, argomento che lo aveva colpito durante le sue
ricerche storiche nella stesura dei Promessi sposi.

Ormai lo scrittore era divenuto un personaggio pubblico, il suo romanzo era


stato giudicato dalla stampa straniera unopera fondamentale per il risveglio
della coscienza nazionale italiana. Perci quando il regno dItalia si costitu nel
1860, fu nominato senatore. Pur essendo profondamente cattolico, era contrario al
potere temporale della Chiesa, e favorevole a Roma capitale. Nel 1861, infatti, vot a
sfavore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, come tappa intermedia
verso Roma. Nel 1872, dopo la conquista della citt da parte delle truppe italiane, ne
accett la cittadinanza onoraria, con scandalo degli ambienti cattolici pi retrivi.

Mor a Milano nel 1873, a ottantotto anni, in seguito a una caduta. Gli furono tributati
solenni funerali, alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia. Verdi gli
dedic la sua Messa da Requiem al primo anniversario dalla morte. Fu sepolto nel
cimitero monumentale della citt.

I PROMESSI SPOSI

Fu pubblicato in una prima versione nel 1827; rivisto in seguito dallo stesso autore,
soprattutto nel linguaggio, fu ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il
1841. Il titolo originale, poi rivisto, fu Fermo e Lucia.
Per comprendere il significato del romanzo I promessi sposi, importante capire
che Alessandro Manzoni aveva perfettamente compreso che il vento della Storia stava
portando grandi sconvolgimenti nellItalia del 1800, che avrebbero coinvolto tutti:
dai potenti agli uomini dazione, dagli intellettuali ai pi semplici uomini del popolo,
portandoli a difendere la propria libert e a costruire lunit di una nuova nazione.
Per questo il romanzo si inserisce nella corrente storica del Romanticismo e
lobiettivo era quello di rendere consapevole la societ del suo tempo, del fatto che la
tirannia e la prepotenza non sono destinate a durare. Come lanciare questo messaggio
senza riferirsi direttamente allimpero Austriaco che dominava gran parte del
territorio italico ed evitando quindi ogni possibile censura?
Ecco la grande idea di Manzoni: proporre una storia ambientata sempre nella sua
terra, ma non nella Lombardia del suo tempo, bens in quella del 1600, lepoca della
prepotente dominazione spagnola su quelle terre. Il lettore attento avrebbe compreso
il messaggio del Manzoni: un popolo ha diritto alla sua identit e merita
lindipendenza da ogni invasione straniera.
Laltro motivo dominante nello svolgimento della trama, il sentimento
delluguaglianza degli uomini non solo di fronte alla storia ma anche alle leggi
52
di Dio dal quale hanno ricevuto la vita; una vita che, sebbene diversa negli aspetti
materiali, si conclude per tutti nello stesso modo. E le vicende degli uomini sono
dominate dalla volont di Dio, anche se essi lo dimenticano o lo abbandonano.
Il Manzoni, quando per le sue vicende familiari, ritrov la fede,era profondamente
convinto di questo grande disegno della divina Provvidenza, che interferisce
portando la grande storia nella vita degli umili e talvolta, gli umili nella grande storia.

Come lo stesso Manzoni scrisse in alcuni appunti e lettere, il suo romanzo era fondato
su tre concetti principali:

1. Il vero per soggetto: l'autore mette al centro la ricostruzione storica degli eventi
che caratterizzarono quei luoghi a quel tempo.
2. L'utile per scopo: l'opera deve mirare ad educare l'uomo ai valori che Manzoni
vuole diffondere.
3. L'interessante per mezzo: l'argomento del romanzo deve essere moderno,
popolare, e quindi avere forti legami con la realt contadina ed operaia.

Chiavi di lettura del romanzo:

Come romanzo storico.

Influenzato dal romanzo storico di moda in Inghilterra, Manzoni


sent questo genere adatto alle sue aspirazioni e alle sue capacit per raccontare la
situazione umana e le vicende private degli umili collegandole alla grande storia
della Lombardia intorno al 1630, negli anni della dominazione spagnola.
Attraverso questa rappresentazione storica, Manzoni spinse i lettori del suo tempo
a riflettere sullanaloga situazione che la gente lombarda viveva sotto gli Austriaci
e quindi fu notevole il suo contributo alla causa del Risorgimento italiano.

Come epopea del terzo stato.

Per la prima volta in Italia i protagonisti di una vicenda "tragica" e "alta" sono gli
umili, gli esponenti del terzo stato, uomini di ogni giorno con le loro vicende
quotidiane. Ci fu il frutto del cristianesimo liberale di Manzoni, punto di incontro
fra la sua educazione illuminista e la sua fede cristiana. Se gli umili diventano
protagonisti, viceversa i "grandi", le autorit, ne escono ridimensionati, ritratti
nella loro meschinit e nel loro cattivo uso del potere.

Come significato religioso

Ne I Promessi Sposi Manzoni vede la storia come un susseguirsi di azioni dietro


le quali agisce nascosta, ma attenta alle vicende umane, la Provvidenza divina. I

53
piani degli uomini, umili o potenti, spesso hanno un effetto contrario a quello
voluto, perch non hanno considerato il disegno di Dio.

Lo stile

La finzione del manoscritto secentesco permette al Manzoni di raccontare


commentando continuamente in prima persona la sua storia.

Autore e personaggi, si esprimono tutti con lo stesso linguaggio.


Manzoni racconta con un tono pacato, con descrizioni attente e precise che hanno
ogni volta uno scopo preciso: limmedesimazione del lettore nellatmosfera dei
luoghi o delle situazioni;lAutore molto attento anche nel ritrarre
psicologicamente i personaggi.

TRAMA

La storia prende avvio la sera del 7 novembre 1628, quando Don Abbondio, parroco
di un paesino sulle colline presso Lecco vicino al lago di Como, viene minacciato dai
bravi (1) di Don Rodrigo, signorotto spagnolo locale, che gli intimano di non
celebrare il matrimonio tra due giovani del paese: Renzo Tramaglino e Lucia
Mondella (2). Questo perch il nobile spagnolo si era incapricciato della ragazza
vedendola uscire dalla filanda. Impaurito, il parroco convince con scuse vaghe Renzo
a rimandare la cerimonia. I due giovani, poco convinti, chiedono inutilmente aiuto
all'avvocato AzzeccaGarbugli, poi confidano laccaduto a padre Cristoforo, un frate
che li ha sempre protetti e che non teme Don Rodrigo, e cerca di farlo desistere dai
suoi progetti verso Lucia ma il nobile irremovibile e tenta addirittura di rapirla. I
due giovani sono costretti a fuggire: Lucia viene fatta accompagnare insieme alla
madre Agnese, presso un convento a Monza, mentre Renzo giunge a Milano dove si
fa coinvolgere nelle rivolte causate dalla scarsit del pane; a stento riesce a sfuggire
alla polizia che lo crede un sobillatore dei disordini e trova ospitalit presso il cugino
che vive nel Veneto, dove lavorer sotto falso nome. Nel frattempo Lucia viene rapita
a Monza con la complicit della madre superiora del convento, detta la monaca di
Monza, una donna dalla vita infelice e dal triste destino. Lucia viene portata in un
castello. In questa occasione Lucia fa un voto alla Madonna: rinunciare a Renzo in
cambio della salvezza e della libert. Il castello di propriet dell'Innominato, un
potente signore milanese che vive svolgendo incarichi da malfattore a cui don
Rodrigo aveva chiesto aiuto; l'incontro con Lucia lo porta a provare rimorso per tutti i
delitti e le violenze commesse in passato: libera Lucia e la affida al cardinale
Borromeo, si converte e fa il proposito di vivere onestamente gli ultimi anni della sua
vita. La ragazza, liberata, trova ospitalit presso una nobile famiglia milanese.
Purtroppo il 1630, infuria la guerra dei trent'anni che vede coinvolti molti stati
europei tra cui la Spagna, e le truppe mercenarie dei Lanzichenecchi scendono in
54
Italia diffondendo violenza e scatenando unepidemia di peste che falcia migliaia di
vite umane. Renzo si ammala ma riesce a guarire e torna in Lombardia alla ricerca di
Lucia. La trova convalescente al lazzaretto (luogo dove vengono portati i malati di
peste), dove incontra anche don Rodrigo morente. In questo luogo di sofferenza ha la
possibilit di incontrare Fra Cristoforo da cui apprende che il voto di Lucia non
valido poich espresso in una situazione di pericolo. Cos i due giovani si
congiungono e una volta celebrato il matrimonio si trasferiscono a Bergamo.

(1) I bravi erano guardie del corpo dei nobili spagnoli, pronti a tutto per ordine dei
padroni
(2) I due giovani erano filatori di seta, una attivit artigianale-industriale gi
molto attiva nella zona intorno al lago di Como dove si allevava il baco da seta

PERSONAGGI PRINCIPALI

don Abbondio succube


Personaggio del suo tempo e delle sue
principale : ingiustizie; non
curato del paese,
un succube che riuscendo ad affrontarle
Don vocazione non pavido, egoista,
tenta di evitare tenta di scansarle. Viene
Abbondio spirituale ma di pauroso
problemi a paragonato da Manzoni
convenienza
discapito dei pi ad un vaso d'argilla che
semplici. viaggia insieme ad altri
vasi di ferro su un carro.

(simboleggia la non sa mantenere i


personaggio domestica di don
Perpetua sincerit, la segreti, poich ha un
minore Abbondio
genuinit) animo semplice

animo buono,
Renzo operaio tessile e
protagonista onesto, ingenuo e
Tramaglino contadino, orfano
impulsivo

fidanzata di
simboleggia
Renzo, tessitrice, Umile e riservata, Lucia
Lucia protagonista, l'innocenza, i
orfana di padre appare pi equilibrata e
Mondella vittima valori puri del
vive con la madre coerente di Renzo
cattolicesimo
Agnese.

dotata di furbizia
aiutante dei materno, protettivo,
Agnese madre di Lucia paesana, molto
protagonisti impulsivo
legata alla figlia

55
simboleggia la
Azzecca- aiutante avvocato manipolazione un fantoccio al servizio
garbugli dellantagonista trasandato della legge a dei potenti,
difesa dei privilegi

simboleggia un
padre cappuccino, cristianesimo
Padre aiutante dei senso della giustizia,
di benestante coraggioso,
Cristoforo protagonisti, determinazione e
famiglia di capace di prendere
(Lodovico) personaggio storico coraggio
mercanti posizione in difesa
dei pi deboli

antagonista,
simboleggia i prepotente, capriccioso,
Don Rodrigo incapricciato di nobiluomo
prepotenti offensivo, violento
Lucia

figlia di un potente
signore di Milano,
ispirata ad un
Monaca di secondo Manzoni
personaggio storico
Monza sempre stata frustrata,
(suor Maria Personaggio autoritario,
(Gertrude) indirizzata alla vita rancorosa, debole,
Virginia de Leyva, enigmatico
detta"la in convento, anche indecisa, ambigua
la Monaca di
Signora") se ci andava
Monza)
contro la sua
natura

simboleggia il
dapprima violento, e
pentimento e la
nobile, potente dominante poi, a seguito
Innominato personaggio storico redenzione, valori
fuorilegge del pentimento, umile e
alla base del
desideroso di espiazione
cristianesimo

di facoltosa autentica e
Cardinale
famiglia lombarda, profonda
Federigo personaggio storico puro, umile, caritatevole
arcivescovo di spiritualit
Borromeo
Milano cristiana

Opere scritte dopo la conversione religiosa(1810)


Inni Sacri (1812 1822)

Frutto della conversione del Manzoni, gli Inni Sacri sono composizioni dedicate alle principali feste
dell'anno liturgico. Il progetto prevedeva dodici Inni; in realt Manzoni ne compose quattro,
pubblicati dal 1815 al 1822: La Resurrezione, La Passione, Il nome di Maria, La
Pentecoste.

56
Odi civili

Marzo 1821

Ode ispirata da entusiasmo patriottico di fronte alla possibilit di un intervento armato dei
Piemontesi contro gli Austriaci che dominavano la Lombardia . Questo intervento poi non avvenne
e l'ode fu pubblicata solo nel 1848. Contiene una famosa definizione del concetto di nazione: una
d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue, di cor (vv.31-32).

Il cinque maggio

Composto nel 1821subito dopo la morte di Napoleone; nell'opera lo scrittore mette in risalto le
battaglie e le imprese dell'imperatore nonch la fragilit umana e la speranza in Dio.

Tragedie

Il Conte di Carmagnola

E la storia drammatica di Francesco Bussone, un valoroso capitano di ventura, dapprima per il


duca di Milano che lo aveva nominato conte, poi per i Veneziani, al soldo dei quali aveva vinto il
suo antico padrone nella battaglia di Maclodio, nel 1427. Secondo l'uso delle compagnie di ventura
aveva lasciato liberi i prigionieri, e per questo motivo era stato accusato dai veneziani che
sospettavano un tradimento, e venne condannato a morte.

Adelchi

E la storia drammatica di Adelchi, principe longobardo che lotta contro i Franchi per liberare il
proprio padre f(re Desiderio) fatto prigioniero e vendicare la sorella Ermengarda, data in sposa al
giovane re franco, Carlo Magno e poi da questo ripudiata per motivi politici.

Pagine di lettura e approfondimento da

I Promessi Sposi
57
CAPITOLO I

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto
a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a
ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera
dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor pi sensibile all'occhio
questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi
nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi
golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due
monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi
cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talch non chi, al primo vederlo,
purch sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo
discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome pi
oscuro e di forma pi comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendo lento e continuo; poi
si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il lavoro
dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de' torrenti, quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto,
campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casaliAi tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo
a raccontare, quel borgo, gi considerabile, era anche un castello, e aveva perci l'onore d'alloggiare
un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che
insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le
spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle
vigne, per diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia. Per una di queste
stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre
dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, n il
casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, n a questo luogo n altrove. Diceva
tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi
dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena,
proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che
facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li
fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole gi scomparso, scappando per i fessi del monte
opposto, si dipingeva qua e l sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora.
Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta,
dov'era solito d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e cos fece anche quel
giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta..Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando,
com'era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe
voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al confluente, per dir cos, delle due
viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e
l'altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le
braccia incrociate sul petto. L'abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov'era giunto il curato, si
poteva distinguer dell'aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi
intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull'omero sinistro, terminata in una gran nappa, e
dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una
cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante
sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e
gonfi calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d'ottone, congegnate come in
cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de'
bravi..Che i due descritti stessero ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che
pi dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, che l'aspettato era lui. Perch, al suo apparire,
coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt'e
due a un tratto avevan detto: lui; quello che stava a cavalcioni s'era alzato, tirando la sua gamba
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sulla strada; l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi
sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse
di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domand
subito in fretta a se stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra;
e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro
qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo
rassicurava alquanto: i bravi per s'avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l'indice e il medio della
mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva
intanto la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell'occhio, fin
dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un'occhiata, al di sopra del
muricciolo, ne' campi: nessuno; un'altra pi modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorch i bravi.
Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o
peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perch i momenti di quell'incertezza
erano allora cos penosi per lui, che non desiderava altro che d'abbreviarli. Affrett il passo, recit
un versetto a voce pi alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarit che pot, fece ogni sforzo
per preparare un sorriso; quando si trov a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci
siamo; e si ferm su due piedi.

- Signor curato, - disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.

- Cosa comanda? - rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli rest spalancato
nelle mani, come su un leggo.

- Lei ha intenzione, - prosegu l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore
sull'intraprendere una ribalderia, - lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia
Mondella!

- Cio... - rispose, con voce tremolante, don Abbondio: - cio. Lor signori son uomini di mondo, e
sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c'entra: fanno i loro pasticci tra
loro, e poi... e poi, vengon da noi, come s'anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i
servitori del comune.

- Or bene, - gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando, - questo matrimonio non
s'ha da fare, n domani, n mai.

- Ma, signori miei, - replic don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un
impaziente, - ma, signori miei, si degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da me,...
vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca...

- Ors, - interruppe il bravo, - se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi
non ne sappiamo, n vogliam saperne di pi. Uomo avvertito... lei c'intende.

- Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli...

- Ma, - interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, - ma il
matrimonio non si far, o... - e qui una buona bestemmia, - o chi lo far non se ne pentir, perch
non ne avr tempo, e... - un'altra bestemmia.

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- Zitto, zitto, - riprese il primo oratore: - il signor curato un uomo che sa il viver del mondo; e noi
siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purch abbia giudizio. Signor curato,
l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.

Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un temporale notturno, un lampo
che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto,
un grand'inchino, e disse: - se mi sapessero suggerire...

- Oh! suggerire a lei che sa di latino! - interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il
feroce. - A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per
suo bene; altrimenti... ehm... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si
dica in suo nome all'illustrissimo signor don Rodrigo?

- Il mio rispetto...

- Si spieghi meglio!

-... Disposto... disposto sempre all'ubbidienza -. E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen
lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel
significato pi serio.

- Benissimo, e buona notte, messere, - disse l'un d'essi, in atto di partir col compagno. Don
Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto
prolungar la conversazione e le trattative. - Signori... - cominci, chiudendo il libro con le due mani;
ma quelli, senza pi dargli udienza, presero la strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono,
cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a
bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua,
mettendo innanzi a stento una gamba dopo l'altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di
dentro, s'intender meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui gli
era toccato di vivere.

Don Abbondio (il lettore se n' gi avveduto) non era nato con un cuor di leone. Il nostro
Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di
toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella societ, come un vaso di terra cotta, costretto a
viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti,
che lo vollero prete. Per dir la verit, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del
ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe
riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni pi che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe
qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo
dispensa dal farsi un suo sistema particolareIl suo sistema consisteva principalmente nello
scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare.. Se si trovava
assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col pi forte, sempre per alla
retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva
che gli dicesse: ma perch non avete saputo esser voi il pi forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra
parte. Stando alla larga da' prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose,
corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un'intenzione pi seria e pi meditata,
costringendo, a forza d'inchini e di rispetto gioviale, anche i pi burberi e sdegnosi, a fargli un
sorriso, quando gl'incontrava per la strada, il pover'uomo era riuscito a passare i sessant'anni, senza
gran burrasche

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A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio
sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perch la ragione e il torto non si dividon
mai con un taglio cos netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Aveva poi una sua
sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo,
il qual badi a s, e stia ne' suoi panni, non accadono mai brutti incontri

Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, n aveva mai avuto che far con lui, altro che di
toccare il petto col mento, e la terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l'aveva
incontrato per la strada Giunto alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta
nella toppa la chiave, che gi teneva in mano; apr, entr, richiuse diligentemente; e, ansioso di
trovarsi in una compagnia fidata, chiam subito: - Perpetua! Perpetua! -, avviandosi pure verso il
salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua,
come ognun se n'avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e
comandare, secondo l'occasione, tollerare a tempo il brontolo e le fantasticaggini del padrone, e
fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno pi frequenti, da che aveva
passata l'et sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano
offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue
amiche.

- Vengo, - rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don
Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entr,
con un passo cos legato, con uno sguardo cos adombrato, con un viso cos stravolto, che non ci
sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era
accaduto qualche cosa di straordinario davvero.

- Misericordia! cos'ha, signor padrone?

- Niente, niente, - rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.

- Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? cos brutto com'? Qualche gran caso avvenuto.

- Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o niente, o cosa che non posso dire.

- Che non pu dir neppure a me? Chi si prender cura della sua salute? Chi le dar un parere?...

- Ohim! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino. Per amor del cielo!
non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va... ne va la vita!

Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta
ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre pi debolmente i nuovi e pi
incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto pi d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con
molte sospensioni, con molti ohim, le raccont il miserabile caso. Quando si venne al nome
terribile del mandante, bisogn che Perpetua proferisse un nuovo e pi solenne giuramento; e don
Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesci sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro,
alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: - per amor del cielo!

- Delle sue! - esclam Perpetua. - Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor
di Dio!

- Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto? .


61
- Basta: ci penser questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da s, a rovinarsi la salute;
mangi un boccone.

- Ci penser io, - rispose, brontolando, don Abbondio: - sicuro; io ci penser, io ci ho da pensare - E


s'alz, continuando: - non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a
pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me.

- Mandi almen gi quest'altro gocciolo, - disse Perpetua, mescendo. - Lei sa che questo le rimette
sempre lo stomaco.

- Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. Cos dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: -
una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com'andr? - e altre simili lamentazioni,
s'avvi per salire in camera. Giunto su la soglia, si volt indietro verso Perpetua, mise il dito sulla
bocca, disse, con tono lento e solenne : - per amor del cielo! -, e disparve.

Personaggi

Don Abbondio: protagonista del 1 capitolo, curato del paese che dovrebbe unire in matrimonio
Renzo e Lucia. Pauroso, definito simbolicamente vaso di terra cotta in mezzo a tanti vasi di ferro.
Cerca di evitare i contrasti, di essere neutrale e se proprio deve di mettersi dalla parte del pi forte.
Religioso non per vocazione ma per rientrare in una classe protetta. Pauroso fin dalla giovinezza,
molto rispettoso dei potenti. Personaggio che presenta tratti di comicit soprattutto nel dialogo con
Perpetua. Estremamente egoista, quando vede i bravi stizzito perch si accorge che sono l per lui.
Bravi: prepotenti dallaspetto caratteristico, intorno al capo potano una reticella verde, che cadeva
sull'omero sinistro, dalla quale esce sulla fronte un enorme ciuffo, hanno lunghi baffi arricciati in
punta, armi ben visibili. A prima vista si davano a conoscere per individui della specie de' bravi.
Arroganti, utilizzano un linguaggio minaccioso ed irriverente. Intimidiscono il povero curato sia
con le parole sia con i gesti facendogli capire che ne va della vita.
Perpetua: la serva fedele di Don Abbondio a lui molto affezionata, che vuole proteggerlo, ma
desiderosa di sapere. Pettegola, ma di animo buono e spontaneo. D al padrone il saggio consiglio
di rivolgersi allarcivescovo che un sant'uomo, un uomo di polso, che non ha paura di nessuno.

Il ritmo narrativo del capitolo lento nella parte descrittiva dei luoghi e pi veloce nei dialoghi.

Capitolo 8: La notte degli imbrogli e laddio ai monti

commento
1) Indica le espressioni che ci rivelano un Manzoni attento osservatore dei comportamenti collettivi.

es. (qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo,si lascia sopravanzare)

Come sempre il Manzoni coglie ogni occasione che la narrazione delle vicende gli offre, per
proporre al lettore riflessioni su comportamenti discutibili che, tuttavia costituivano al suo tempo e
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anche prima, un modello usuale di vita. Per esempio nel serra serra che si verifica al momento del
matrimonio a sorpresa in casa di don Abbondio, fa una attenta osservazione su vittima e artefice di
un sopruso che, ad uno sguardo superficiale, sembrano scambiarsi i ruoli ha tutta lapparenza
dun oppressoreeppureera loppresso;parrebbe la vittimaera lui che faceva un sopruso.
Pi avanti, sempre con sguardo attento coglie latteggiamento prima sorpreso, poi coraggioso e
infine spaventato della collettivit del piccolo borgo, poco abituata alle sorprese tendon
lorecchiosi drizzanole donne consigliano, preganoi pi curiosi scendono a prendere gli
schioppi; poi pi avanti i paesani vengono descritti quasi infastiditi per essere stati svegliati senza
motivo si guardavano in visoognuno aveva una domanda,nessuno una risposta;
cominciarono a brontolarea sagrarea stringersi nelle spalle; chi accorre,chi sguizza tra uomo e
uomo e se la batte.

2)Perch possiamo dire che l'originalissimo esordio di questo capitolo (Carneade!Chi era costui?)
contribuisce a rinsaldare il legame tra testo e lettore? per quale motivo esso ci fa comprendere
meglio lo stato d'animo di don Abbondio in quel momento?

Lesordio del capitolo certamente nuovo e rivela tutta loriginalit del Manzoni poich, invece di
un classico esordio di tipo narrativo o descrittivo, il lettore si trova davanti ad unimprovvisa
esclamazione e a una domanda diretta; il lettore perci spinto a proseguire il racconto incuriosito
dalla strana domanda.

Manzoni con delicata ironia ci mostra un Don Abbondio che legge per svago, per trascorrere il
tempo forzatamente libero dagli impegni, in quanto il sacerdote non pu svolgere le abituali
incombenze dovendosi mostrare malato agli occhi del villaggio. In realt non ha sete di conoscenza
e quindi legge ci che gli capita senza fare delle scelte; questa descrizione aiuta il lettore a capire
ancora meglio il carattere vuoto e superficiale e la povert spirituale di questo personaggio.

3) quali differenze emergono tra la figura di fra Cristoforo e quella di fra Fazio?

Fin dallinizio di questa sequenza le due figure presentano la profonda differenza morale che le
distingue: alla figura pallida e maestosa di padre Cristoforo ritratto quasi come unimmagine sacra,
si contrappone quella del frate sagrestano, la cui povert di spirito messa in risalto
dallatteggiamento meschino: lui si preoccupa che siano rispettate le regole alla lettera mentre
Cristoforo le interpreta nel loro valore pi cristiano di sostegno ai bisognosi.

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4) L'Addio ai Monti di Lucia anche un'occasione per riflettere,in ogni tempo, sullo stato d'animo
di chi costretto a lasciare la propria terra. Confronta la situazione dei ns fuggitivi con quella dei
molti immigrati di oggi.(scrivi un testo di max.30 righe),

Laddio silenzioso a quel mondo che ha rappresentato per la protagonista linfanzia, ladolescenza,
il primo amore e il sogno della vita futura con il suo promesso sposo, vissuto da Lucia nei propri
pensieri, con un atteggiamento intimo e malinconico, quasi vergognoso di mostrare sentimenti
profondamente umani e femminili. Tuttavia La giovane addolorata ma non disperata perch
sorretta da una fede incrollabile che le indica la via della speranza. Molte sono le incertezze di quel
momento, nessuna la certezza tranne la volont incrollabile di credere in un Dio buono e
misericordioso che muove gli uomini in un disegno superiore. Il futuro avrebbe dato le risposte a
queste silenziose domande.

Il tempo storico passa, come pure i protagonisti degli avvenimenti della storia umana, ma mi
sembra che gli uomini non vogliano accettare i suoi insegnamenti: ancora oggi tanti don Rodrigo
della situazione costringono povera gente che vorrebbe pensare solo alla propria vita e alla propria
famiglia, a lasciare le loro radici per terre lontane e piene di incognite. Il nostro Paese
continuamente testimone di questo fenomeno; non parlo di chi lascia la sua terra per cercare
fortuna, ma di tutti quelli che vi sono stati costretti dalle prepotenze di dittatori o signori della
guerra o boss di mafie locali: quali pensieri saranno i loro silenziosi compagni di viaggio mentre
seduti per giorni interi su fondi di imbarcazioni fatiscenti, ammucchiati come bestiame, vedono
allontanarsi nella notte che li nasconde le coste della loro terra? Sono certo che anche loro vedono i
volti cari e le scene del passato dove forse erano ancora felici ma sono pronti comunque ad
accettare la nuova realt. Senza dubbio hanno dalla loro parte tutte le possibilit moderne di
comunicare e di conoscere in qualche modo i luoghi dove si stanno dirigendo ma oggi come ieri
non cambiato il dubbio: Riuscir a costruirmi una vita? Che persone trover? Cosa mi aspetta?

5) Molti critici sostengono che l'Addio ai Monti sia una delle pi belle pagine del romanzo. Pur
considerando solo i capitoli fin qui esaminati,esprimi il tuo parere in proposito. Ti sembra che la
forma espressiva scelta dall'autore sia efficace? Riterresti pi opportuno un tipo di linguaggio meno
poetico?Avresti dato voce anche agli altri personaggi,o ti sembra che i pensieri di Lucia siano i pi
rappresentativi? Dopo aver esposto queste considerazioni,prova a riscrivere il brano con le parole
semplici che avrebbe usato Lucia.

La lettura dei capitoli precedenti mi ha mostrato il Manzoni come un autore sempre attento a
muovere in modo equilibrato personaggi e vicende, adattando ad ogni situazione lo stile narrativo
ed il linguaggio appropriati. Infatti ho individuato momenti di narrazione minutamente descrittiva,
spunti storici e sociali, sequenze ricche di dialoghi, spunti sottilmente umoristici, momenti gravi e
drammatici. Sono tante le sfaccettature che compongono lo stile del Manzoni e non sono casuali
perch sono opportunamente utilizzate per mettere in evidenza ora il carattere di un personaggio,

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ora le sue abitudini oppure per proporre ai lettori quadri diversi e riflessioni personali sulla vita del
tempo sempre con attenzione al legame tra la storia e le sue conseguenze. A mio giudizio anche
nell Addio ai monti la scelta di un linguaggio profondamente poetico il frutto della grande
capacit narrativa del Manzoni. Certamente lAutore avrebbe potuto narrare lepisodio con altre
parole ma, per quanto scelte e adatte, mi sento di poter affermare che non avrebbero creato una
suggestione cos forte al punto che il lettore si sente trasportato su quella silenziosa barchetta che
scivola sulle acque illuminate dalla luna e vive i pensieri della protagonista. Ritengo che far
intervenire gli altri personaggi, avrebbe sminuito lintensit del momento che lautore giustamente
fa interpretare non con la voce ma con il pensiero dalla figura pi dolce ma anche moralmente pi
forte: appunto Lucia.

Addio montagne , che ricordo fin da quando ero una bambina; vi vedevo grandi circondare questo
lago e credevo che toccaste il cielo. Vi voglio bene; amo questi luoghi, i torrenti e le case bianche
come gli agnellini di un gregge; siete la mia famiglia ma vi devo lasciare con tanta tristezza nel
cuore; non vorrei andarmene come chi lo fa spontaneamente perch sogna la ricchezza e poi se ne
pente. Io non lo faccio per questo, sono costretta da gente cattiva che mi allontana a forza da questo
mio mondo che amo, dalla piccola casa dove sono nata e cresciuta, da quella dove avrei abitato
come sposa felice, dalla chiesetta dove sognavo di sposarmi. Addio! Spero soltanto che Dio, dopo
questa terribile prova, mi abbia riservato alla fine una grande gioia.

La monaca di Monza

A partire dal capitolo IX, le vicende di Renzo e Lucia escono dallambiente geografico e sociale
limitato ai luoghi natii dove si sono fin qui svolte e vengono proiettate in un mondo pi ampio dove
si intrecciano con pagine di storia autentica: da una parte le vicende che caratterizzano lipocrita,
formale e corrotto mondo dellaristocrazia di Spagna dominante in Lombardia, dallaltra le vicende
di un popolo prevaricato e involontariamente coinvolto nel gioco dei potenti.

Su questo scenario compare un personaggio insolito, non principale, comunque molto importante
sia per lo sviluppo del romanzo, sia perch rappresenta ed parte del quadro storico che lAutore
ricorda e critica ora con frasi sottilmente ironiche ora con momenti fortemente drammatici, per
consapevolizzare i lettori sul significato delloppressione straniera. La presenza diretta del
personaggio limitata solo a pochi capitoli (il IX, il X e il XVIII). Si tratta della Monaca di Monza,
un personaggio ispirato alla vera storia di una nobile spagnola: Anna Maria, principessa de Leyva
costretta con sottile inganno e ricatto psicologico dalla sua stessa famiglia alla vita monastica per
non dissipare il patrimonio familiare, gi dissestato e conservarlo per lerede primogenito. Nel
romanzo Manzoni la chiama Gertrude e , con una sapienza narrativa unica, introduce il lettore alla
sua conoscenza con un senso di attesa pieno di tensione che prepara alla storia drammatica di questa
donna. La signora non una monaca come le altre;due grosse e fitte gratee dietro una

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monaca ritta. Fin da questo approccio si intuisce un personaggio diverso, di importanti origini,
consapevole del suo peso sociale ma profondamente infelice.

Il personaggio della monaca di Monza infatti coinvolto in una serie drammatiche contraddizioni
fin dalla sua prima infanzia e questa lotta tra due possibili scelte nel bene e nel male,
contraddistinguono la crescita e leducazione di questa infelice fanciulla che il Manzoni descrive
con grande attenzione psicologica, dimostrando contemporaneamente profonda piet umana quando
la descrive come vittima innocente di intrighi familiari ma non esita a condannarla per la sua
incapacit di dare comunque un significato alla sua vita che, di avvenimento in avvenimento,
precipita verso il baratro. Lei ne consapevole ma prigioniera di questo mondo di contraddizioni
che ormai la imprigionano dalla pi tenera et: da bambina felice di essere chiamata dai suoi
familiari la madre badessa, non sa neppure cosa significhi ma la fa sentire importante. Pi tardi,
ormai fanciulla, combattuta tra la gioia per il suo destino di futura grande suora che le stato
inculcato e una specie di sorda invidia per le altre giovanette educate come lei nel monastero, ma
destinate ad uscirne per sposarsi. E in questo momento della sua vita che si approfondisce un
contraddittorio dualismo che divide drammaticamente le aspirazioni di vita di Gertrude:
veramente cos importante divenire suora o preferibile lesempio delle sue compagne? La giovane
non preparata a queste scelte, non ne ha la capacit perch la sua vita stata continuamente
plagiata dai familiari, dai servitori, dagli educatori religiosi conniventi. E cos si divide tra linvidia
e larrogante presunzione che lei alla fine, sarebbe stata la migliore.

Gertrude cresce, si avvicina al momento della grande decisione ed ecco un altro elemento di
contraddizione: comincia ad associare allimmagine del convento un significato pi profondo,
quello religioso che nessuno fuori o dentro il convento le ha mai spiegato: non neppure in grado di
capirlo ma la spaventa. Il modello morale che le era stato offerto la confonde e Gertrude si sente
addirittura colpevole di desiderare una vita diversa che invece sarebbe stata del tutto normale e,
ancora una volta entra in contraddizione con s stessa, decidendo di monacarsi per espiare a questa
colpa mai commessa. Il tempo continua a trascorrere inesorabile e Gertrude passa da una
contraddizione allaltra, pentendosi di essersi pentita, poi decide: non avrebbe acconsentito a
monacarsi. La reazione silenziosa e oltraggiata della famiglia, in particolare del padre, pongono la
fanciulla a contraddirsi di nuovo: non pi sicura del suo atteggiamento, isolata, privata delle
attenzioni di cui andava tanto fiera, comincia a pensare che la scelta del monastero sia alla fine,
quella giusta. Il destino assesta lultimo colpo: un biglietto innocentemente scritto ad un paggio che
sembrava lunico a prestarle attenzioni, la trasforma nella vergogna della sua famiglia e tanto se ne
convince che scrive al padre di essere pronta a tutto per ottenerne il perdono. Il destino segnato,
ma il divenire monaca per sempre non fa uscire Getrude dal suo mondo di contraddizioni.

Il momento della pronuncia dei voti conclude questo fase della sua vita ma ne apre unaltra ben pi
drammatica. La suora non trova pace e continua ad alternarsi psicologicamente tra le sue
contraddizioni: ha intrapreso con leggerezza una strada difficile e non sa portarla avanti con
maggiore saggezza; alterna atteggiamenti alteri, capricciosi e prepotenti a momenti di disponibilit
e gentilezza; sente che questi momenti le danno benessere ma non capace di continuarli;
indifferente al mondo ma desidera farne parte. Anche la descrizione fisica che Manzoni fa del
personaggio insiste sulle contraddizioni del personaggio: lo sguardo che sembra cambiare di
intensit parallelamente ai diversi pensieri che attraversano la mente: ora chiedono comprensione
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ora sono lontani e alteri; il vestiario che rappresenta il suo stato ma contemporaneamente sembra
trasandato a dimostrare il suo disinteresse; il modo di parlare e di chiedere, ora formale e benevolo,
ora eccessivamente entrante e curioso di cose che non dovrebbero interessarla. E in fondo a tutto
quel terribile tarlo che le rosicchia lanima: un senso continuo di colpa per le sue indicibili
esperienze, che la portano comunque a desiderare di fare del bene , in questo caso aiutando Lucia,
per guadagnare un senso di pace. Anche il suo modo di avvicinare Lucia contraddittorio: ne
percepisce linnocenza e la purezza morale ma ne contemporaneamente indispettita perch una
semplice contadina riuscita ad avere una linea morale da rispettare mentre lei non ne stata
capace.

(Cap. 10) Lindirizzo lirico del Romanticismo

Giacomo Leopardi

VITA e le OPERE

Dalla nascita al 1812: Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, in provincia di Macerata,
nelle Marche (allora appartenenti allo Stato pontificio), da una delle pi nobili famiglie del paese,
primo di dieci figli. Quelli che arrivarono all'et adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo (1799-1878),
Paolina, Luigi (1804-1828) e Pierfrancesco (1813-1851). Il padre, il conte Monaldo, era un uomo
amante degli studi e d'idee molto conservatrici; la madre era la marchesa Adelaide Antici, donna
energica ma fredda, religiosa in modo esasperato, molto legata alle convenzioni sociali e quindi
poco materna verso la famiglia; questo atteggiamento influ molto sul carattere del Leopardi da
bambino che non ricevette tutto l'affetto di cui aveva bisogno. Dopo alcuni investimenti sbagliati
fatti dal marito che ridussero notevolmente il patrimonio familiare, la marchesa prese in mano la
situazione e grazie ad una rigida economia riusc a mantenere il decoro della famiglia. I sacrifici
economici costrinsero il giovane Giacomo a vivere nel piccolo borgo provinciale rimanendo escluso
dalle correnti culturali che circolavano nel resto del paese e in Europa. Nonostante questo Leopardi
crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che
erano pi vicini a lui d'et. Ricevette la prima educazione da due precettori religiosi affrontando
studi di latino, di teologia, di filosofia, di scienze. Per proprio conto Leopardi segu un suo
personale percorso di studi sulla letteratura greca, sulla filosofia e sulla storia, utilizzando la
biblioteca paterna molto fornita (oltre 16000 volumi).

1812 1819: Cessata la formazione con i precettori nel 1812, Leopardi da solo si immerse
totalmente in uno studio come lui stesso defin "matto e disperatissimo"per sette anni, durante i
quali studi di tutto, dalle lingue antiche allastronomia. Tuttavia questo periodo assorb tutte le sue
energie e rec gravi danni alla sua salute sia per la vista che per la colonna vertebrale.

In questo periodo compose la Storia dell'astronomia (1813), e il Saggio sopra gli errori popolari
degli antichi (1815). Si dedic inoltre fino al 1816 alla pubblicazione di opere di traduzione dal
latino e dal greco (Odissea, parte dellEneide, idilli, ecc.) Lentamente in Leopardi nasce lamore per

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la poesia. Contemporaneamente inizi a leggere autori contemporanei italiani e stranieri come
Alfieri, Parini, Foscolo , Monti, Goethe, Byron, Madame de Stal, i testi filosofici di
Schopenhauer. Questa esperienza provoc un cambiamento profondo in Leopardi che si
convert alla nuova sensibilit romantica. Ne sono testimonianza alcune poesie significative
come Le Rimembranze.

Colpito da alcuni seri problemi fisici che lo condizioneranno per tutta la vita nel corpo e nel
carattere, il suo disagio e la conseguente timidezza, lo spinsero ad analizzare profondamente il
significato del dolore e la condizione umana.

Nel 1817 il Leopardi, giunto alle soglie dei diciannove anni con il peso dei suoi mali e della
condizione infelice, visse dei profondi mutamenti. Consapevole delle sue capacit e insofferente
alla vita provinciale, sent l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente di Recanati.
Nello stesso anno inizi la sua amicizia epistolare con Pietro Giordani che lo aveva incoraggiato
nella sua attivit . Inizi a scrivere lo Zibaldone, una specie di diario intellettuale nel quale
registrer fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere. Continu ad
interessarsi alle novit proposte dal Romanticismo e scrisse due componimenti patriottici
All'Italia e Sopra il monumento di Dante che testimoniano il suo desiderio di impegno civile
che aveva assorbito dalle idee romantiche.

1819 1820: Nel 1819 progett la fuga da Recanati e cerc di procurarsi un passaporto per il
Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fall.
Nei mesi seguenti disperato e depresso, Leopardi elabor alcuni concetti fondamentali del suo
pensiero : la vanit delle speranze e l'ineluttabilit del dolore. Inizi intanto la composizione di
una serie di canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La
sera del d di festa e Alla luna.

1822 1828: il periodo delle esperienze lontano da Recanati. Nel 1822 si reca a Roma, il primo
viaggio fuori da Recanati: rimarr molto deluso. Nel 1823 ritorna a Recanati. Nel 1825 il poeta,
invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella si rec a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione
completa delle opere di Cicerone e altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano per egli non
rimase a lungo perch il clima gli era dannoso alla salute. Decise cos di trasferirsi a Bologna dove
visse mantenendosi con l'assegno mensile delleditore e dando lezioni private. A Bologna conobbe
anche la contessa Malvezzi, della quale si innamor senza essere corrisposto. Stella pubblica la
nuova opera di Leopardi le Operette morali basate sul l'idea di riprendere il genere letterario
latino dei Dialoghi. Visse per qualche tempo anche a Firenze dove conobbe il gruppo di letterati
appartenenti al circolo Viesseux tra i quali anche il Manzoni che si trovava a Firenze per rivedere
dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Nel novembre del 1827 si rec a Pisa dove
rimase fino alla met del 1828, dove rimase il clima mite miglior la sua salute. Leopardi torn alla
poesia, e compose Il Risorgimento e il canto A Silvia inaugurando il periodo creativo detto dei
Canti chiamati anche "grandi idilli", in cui il poeta sperimenta la cosiddetta canzone libera o
canzone leopardiana.

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1828 1837: Nel 1828, finiti i mezzi di sostentamento costretto a far ritorno a Recanati. Nel 1829
compone: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio, il Canto notturno del
pastore errante dellAsia; nel 1830, torna a Firenze ed inizia lamicizia con un esule napoletano:
Antonio Ranieri. Nel 1833 Giacomo si trasferisce con il Ranieri a Napoli; i due vivono in
condizioni economiche estremamente precarie. Nel 1835 escono i Canti per leditore Starita di
Napoli; vi compaiono nuove poesie tra cui Il passero solitario e il cosiddetto ciclo di Aspasia (Il
pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia). Muore, a 39 anni, nel 1837 a
Napoli durante unepidemia di colera: il Ranieri a stento riesce a sottrarne il corpo alla fossa
comune.

IL PENSIERO LEOPARDIANO

Lo sviluppo del pensiero di Leopardi risulta determinato da diversi fattori:

La progressiva consapevolezza della propria infelicit causata da due diversi motivi: quelli
familiari-ambientali e quelli storico-culturali. I primi si collegano allatmosfera formale e
rigida della sua famiglia e alleducazione antiquata e conservatrice voluta dai genitori, per
cui la sua fu una formazione solitaria, senza poter condividere le sue riflessioni giovanili
perch costretto a vivere nellambiente chiuso e provinciale della piccola Recanati.
I motivi di ordine storico-culturale sono invece legati alla crisi delle idee settecentesche al
tramonto e al sorgere confuso delle nuove ideologie Romantiche.
Leopardi medita dunque sul senso della vita, partendo da queste basi di disagio esistenziale
e giunge a un pessimismo di tipo esistenziale, che si pu riassumere nei seguenti punti:
negazione delle illusioni e dei sogni infantili, sfiducia e delusione verso la vita, sensazione
di inutilit e di soffocamento.

Sviluppando questi concetti attraverso le tappe della sua vita e le esperienze personali,
Leopardi conclude che la Causa della decadenza del suo tempo la ragione, "nemica della
natura", corruttrice dei costumi, madre di civilt e societ egoiste, distruttrici del mondo
eroico. E possibile ritrovare la vivacit dellimmaginazione, la forza delle illusioni, contro
la delusione delloggi, attraverso il meccanismo della ricordanza. Come gi il Foscolo,
anche Leopardi sente che le illusioni (gloria, amor proprio, amor di patria, libert, onore,
virt, amore per la donna), che assecondano la natura e costituiscono lunico antidoto agli
effetti della civilt e della ragione.

Responsabile del male nella vita la natura, non pi vista come provvida e benefica madre,
bens come una matrigna che causa linfelicit umana. Essa nellet dellinesperienza offre
linsopprimibile desiderio di felicit destinato per a restare insoddisfatto.

Negli ultimi anni , quelli passati a Napoli, il suo pensiero si trasforma: passa dal pessimismo
cosmico ad un messaggio pi positivo. Causa di questo cambiamento fu il desiderio di un
maggior coinvolgimento morale e psicologico nellevoluzione della societ del suo tempo e
quindi lesigenza di un atteggiamento virile, eroico e costruttivo.

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Linfinito(Testo e parafrasi)

Linfinito, composto nella nata Recanati nel 1819 viene inizialmente pubblicato sul milanese
Nuovo Ricoglitore del dicembre 1825, per poi comparire nelledizione dei Versi del conte
Giacomo Leopardi (Stamperia delle Muse, Bologna, 1826) e successivamente nei Canti (1831). Al
poeta si presenta una visione limitata dell'orizzonte, ostacolata da una siepe, posta sulla cima di un
colle. La vista impedita permette a Leopardi di fantasticare e meditare sull'infinito. L'idillio si basa
su un confronto continuo tra limite e infinito, tra suoni della realt e il silenzio dell'eternit. Il
componimento in endecasillabi sciolti, forma metrica che Leopardi trova pi adatta per rendere il
ritmo e i moti dell'animo.

Metro: endecasillabi sciolti.

1. Sempre caro mi fu quest'ermo colle 1,


2. e questa siepe, che da tanta parte

3. dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

4. Ma sedendo e mirando, interminati

5. spazi di l da quella, e sovrumani

6. silenzi, e profondissima quete

7. io nel pensier mi ngo 2, ove per poco

8. il cor non si spaura 3. E come 4 il vento

9. odo stormir tra queste piante, io quello

10. innito silenzio a questa voce

11. vo comparando: e mi sovvien l'eterno 5,


70
12. e le morte stagioni, e la presente

13. e viva, e il suon di lei. Cos tra questa

14. immensit s'annega il pensier mio:

15. e il naufragar m' dolce in questo mare.

1. Questo colle solitario mi sempre stato caro,

2. e anche questa siepe, che impedisce al mio sguardo

3. una gran fetta dellorizzonte pi lontano

4. Ma mentre siedo e fisso lo sguardo sulla siepe,

5. io immagino gli sterminati spazi al di l di quella,

6. i silenzi che vanno al di l dellumana comprensione

7. e la pace profondissima, tanto che per poco

8. il mio cuore non trema di fronte al nulla. Quando sento

9. le fronde delle piante stormire al vento, cos paragono

10. la voce del vento con quel silenzio infinito:

11. e istintivamente mi giunge in mente il pensiero delleternit,

12. le ere storiche gi trascorse e dimenticate e quella attuale

13. e ancor viva, col suo suono. Cos il mio ragionamento

14. si annega in questimmensit spazio-temporale,

15. e per me un naufragare dolcissimo.

16.

1
ermo colle: Il monte Tabor, un colle che si alza a sud di Recanati.
2
io nel pensier mi fingo: cio, immagino questa situazione con gli strumenti della mia fantasia.
3
il cor non si spaura: il motivo presente, com noto, anche nei Pensieri di Blaise Pascal: Le
silence ternel de ces espaces infinis meffraie [il silenzio eterno di questi infiniti spazi mi
spaventa].
4
La congiunzione ha qui una sfumatura anche temporale: quando, non appena.

71
5
mi sovvien leterno: indica la repentinit del movimento di pensiero del poeta che, di fronte
allinfinito e al nulla in cui luomo pare annientarsi e al rumore del vento tra le fronde che gli suona
noto e famigliare, intuisce il senso delleternit e del trascorrere dello spazio-tempo contrapposto
alla finitezza delluomo.

A Silvia (testo e parafrasi)

Il celebre idillio leopardiano composto a Recanati tra il 19 e il 20 aprile del 1828, e compare poi
nei Canti a cura delleditore Piatti di Firenze (1831). L'ultimo verso di ogni strofa sempre un
settenario in rima come uno dei versi precedenti. In questo componimento Leopardi rievoca
una figura femminile del sua giovinezza, Silvia, morta prematuramente di tisi. Il poeta riflette
quindi sull'inevitabile infelicit dell'uomo e sul crollo delle speranze. La giovane, con la sua precoce
morte, diventa l'emblema della disillusione dell'et adulta.
Metro: Canzone di strofe libere, senza schema fisso. Anche lo schema ritmico libero; con lunico
elemento ricorrente del verso che chiude ogni strofe che in rima con uno dei precedenti.
1. Silvia 1, rimembri ancora
2. quel tempo della tua vita mortale 2,

3. quando belt splendea

4. negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi 3,

5. e tu, lieta e pensosa, il limitare

6. di giovent salivi?

7. Sonavan le quiete

8. stanze, e le vie dintorno 4,

9. al tuo perpetuo canto,

10. allor che allopre femminili intenta

11. sedevi, assai contenta

12. di quel vago avvenir che in mente avevi.

13. Era il maggio odoroso: e tu solevi

14. cos menare il giorno.

15. Io gli studi leggiadri


72
16. talor lasciando e le sudate carte 5,

17. ove il tempo mio primo

18. e di me si spendea la miglior parte,

19. din su i veroni 6 del paterno ostello

20. porgea gli orecchi al suon della tua voce,

21. ed alla man veloce

22. che percorrea la faticosa tela 7.

23. Mirava il ciel sereno,

24. le vie dorate e gli orti,

25. e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

26. Lingua mortal non dice

27. quel chio sentiva in seno 8.

28. Che pensieri soavi,

29. che speranze, che cori, o Silvia mia!

30. Quale allor ci apparia

31. la vita umana e il fato!

32. Quando sovviemmi di cotanta speme,

33. un affetto mi preme

34. acerbo e sconsolato,

35. e tornami a doler di mia sventura.

36. O natura, o natura,

37. perch non rendi poi

38. quel che prometti allor? perch di tanto

39. inganni i figli tuoi?

40. Tu pria che lerbe inaridisse il verno,

73
41. da chiuso morbo 9 combattuta e vinta,

42. perivi, o tenerella. E non vedevi

43. il fior degli anni tuoi;

44. non ti molceva il core

45. la dolce lode or delle negre chiome,

46. or degli sguardi innamorati e schivi;

47. n teco le compagne ai d festivi

48. ragionavan damore.

49. Anche peria fra poco

50. la speranza mia dolce: agli anni miei

51. anche negaro i fati

52. la giovanezza. Ahi come,

53. come passata sei,

54. cara compagna dellet mia nova,

55. mia lacrimata speme!

56. Questo quel mondo? Questi

57. i diletti, lamor, lopre, gli eventi

58. onde cotanto ragionammo insieme?

59. Questa la sorte dellumane genti?

60. Allapparir del vero

61. tu, misera, cadesti 10: e con la mano

62. la fredda morte ed una tomba ignuda

63. mostravi di lontano.

1. O Silvia, ti ricordi ancora

2. quel periodo della vita terrena,


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3. quando la bellezza splendeva

4. nei tuoi occhi felici e furtivi

5. e tu, serena e riflessiva, ti avvicinavi

6. alla soglia della giovinezza?

7. Le stanze silenziose

8. e le vie circostanti risuonavano

9. per il tuo canto ininterrotto e spontaneo,

10. quando sedevi, dedita

11. ai lavori femminili, e assai felice

12. di quellindeterminato futuro che avevi in mente.

13. Era il mese di maggio pieno di profumi primaverili:

14. e tu eri solita trascorrere cos le tue giornate.

15. Io abbandonando talvolta i miei

16. amati componimenti e i testi di studio su cui faticavo,

17. dove si spendeva la miglior parte

18. di me stesso e della mia adolescenza,

19. dai balconi della casa paterna

20. porgevo ludito al suono della tua voce,

21. e a quello della mano che

22. scorreva veloce sulla tela.

23. Perdevo lo sguardo nel cielo sereno,

24. per le strade invase dal sole e per gli orti,

25. e di qui il mar che appare allorizzonte, e quindi

26. gli Appennini. Il linguaggio umano non pu esprimere

27. quel che allora io sentivo nel mio cuore.

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28. Che pensieri delicati ed indecifrabili,

29. che speranze, che passioni, o Silvia mia!

30. Quanto felice ci appariva allora

31. la vita umana e il suo destino!

32. Quando mi torna in mente di tali fiduciose illusioni,

33. un moto dellanimo mi stringe

34. in modo acerbo e senza consolazione possibile,

35. e torno a soffrire per la mia sorte sventurata.

36. O natura, o natura,

37. perch non dai nellet della maturit

38. ci che hai promesso durante la giovinezza? Perch

39. inganni cos tanto i figli tuoi?

40. Tu, tormentata e sconfitta da un male incurabile,

41. prima che linverno inaridisse i campi,

42. ti spegnevi, o tenerella. E non potevi cos vedere

43. il fiore degli anni tuoi;

44. non ti addolciva il cuore

45. ora la lode dei tuoi capelli corvini

46. ora gli sguardi innamorati e pudici;

47. n con te le compagne nei giorni di festa

48. discutevano damore.

49. In modo simile periva di l a poco

50. la mia dolce speranza: il destino ha negato

51. ai miei anni anche

52. la giovinezza.

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53. Ah mia speranza fonte di lacrime,

54. cara compagna della mia giovent,

55. come sei trascorsa!

56. questo quel mondo che avevamo sperato?

57. Questi i piaceri, lamore, le opere, gli accadimenti

58. di cui tanto discutemmo insieme?

59. Questa la sorte dellumanit?

60. Al disvelamento della verit

61. tu, misera, sei caduta: e con la tua mano

62. indicavi da lontano la fredda morte

63. e la tomba ignuda.

1
Nota la probabile identificazione della fanciulla con Teresa Fattorini, figlia di un cocchiere di casa
Leopardi morta di tisi nel 1818, il cui nome poetico tratto dallAminta di Torquato Tasso; alla
figura rimanda anche un importante passo dello Zibaldone del giugno del 1828 in cui Leopardi
descrive e trasfigura una giovane dai sedici ai diciotto anni che ha nel suo viso, ne suoi moti,
nelle sue voci, salti ec, un non so che di divino, che niente pu agguagliare. [...] quel fiore
purissimo, intatto, freschissimo di giovent, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel
viso e negli atti, o che nel guardarla concepite in lei e per lei; quellaria di innocenza, di ignoranza
completa del male, delle sventure, de patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fiore della
vita.
2
vita mortale: lincipit di A Silvia si apre esplicitamente sullonda del ricordo malinconico, come
indicato dalla scelta del verbo (v. 1 rimembri), dalluso del vocativo con nome personale e dal
ricorso, volutamente sfumato, del pronome determinativo (v. 2 quel tempo). La funzione del
ricordo - cruciale per buona parte della poetica leopardiana - sottolineata anche in un celebre
passo delloZibaldone del 14 dicembre 1828: La rimembranza essenziale e principale nel
sentimento poetico, non per altro, se non perch il presente, qual chegli sia, non pu esser poetico;
e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nellindefinito, nel
vago.
3
ridenti e fuggitivi: i due termini, quasi in endiadi come lieta e pensosa al v. 5, indicano sia la
giovanile attesa della bellezza della vita sia la percezione, oscuramente percepita, della sofferenza
che lattende; di qui la speranza e il timore nello stesso sguardo. Il tutto contribuisce
alla caratterizzazione psicologica assai puntuale della figura femminile.

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4
La costruzione sintattica con la pausa dettata dalla virgola al verso 7 e la scansione tra lo spazio
interno (le quiete | stanze) e quello esterno (le vie dintorno) quasi riproduce la propagazione ad
eco del canto della fanciulla.
5
Tra gli studi leggiadri e le sudate carte forse ravvisabile la distinzione tra la passione
leopardiana per la poesia e gli studi di erudizione su cui Leopardi stesso spende la propria
adolescenza. Da notare la figura retorica del chiasmo studi leggiadri - sudate carte.
6
veroni: aulicismo per balconi.
7
Nellimmagine di Silvia intenta a lavori di cucito si noti la figura retorica della metonimia, che
sostituisce alleffetto (il suono) la sua causa (appunto, la man veloce).
8
Pi che uneffettivo sentimento damore, Leopardi intende qui la compartecipazione di una stessa
situazione esistenziale, quella appunto della giovinezza speranzosa e serena, non ancora turbata
dalle sofferenze e dalle inquietudini della vita.
9
chiuso morbo: la tisi, o mal sottile.
10
Il soggetto della frase la speranza mia dolce del v. 50; alla figura di Silvia si sovrappone
dunque, nellamarissimo finale, la speranza stessa, che indica la tomba come destino comune
dellumanit. Lapparir del vero (v. 60) insomma il crollo delle illusioni nutrite in giovent, e
che le sofferenze della vita adulta hanno smontato pezzo per pezzo.

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