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La storia della letteratura italiana inizia con Federico II nel Medioevo che per gli umanisti fu un’età/ un

periodo oscuro regolato da principi lontani dalla ragione ma che segnò il cambiamento e il passaggio dalla
lingua latina al volgare.
Il Medioevo, età caratterizzata da una visione della società di tipo piramidale (feudalesimo) e del crollo
dell’impero romano (476 a.C.), aveva alla base due principi:
- Universalismo: e cioè il potere universale della chiesa e dell’impero entrambi voluti da Dio, chiesa e
impero che di qui a poco entreranno in conflitto per le mire temporali della chiesa (il desiderio di essere
influente anche politicamente nel paese)
- Enciclopedismo: e cioè il principio secondo il quale se la realtà ha un ordine unitario voluto da Dio anche il
sapere deve essere unitario (salvo che il primato lo ha la teologia) DIO E’ SAPERE -> DIO E’ UNICO-> IL
SAPERE E’ UNICO E UNITARIO
Già da questi primi 2 caratteri notiamo che la cultura è legata alla chiesa e alla religione.
Gli intellettuali sono soprattutto chierici (ci sono anche giullari di piazza e di corte ma sono di minor
importanza) che leggono le sacre scritture nei monasteri e hanno un rapporto con la cultura latina molto
particolare in quanto ne ammirano lo stile ma non concordano con il contenuto di natura pagana, di
conseguenza o scelgono dei testi che prefigurano il cristianesimo (la Quarta Egloga di Virgilio che parla della
venuta di un puer salvifico nel quale i chierici videro un’anticipazione della venuta di Cristo) oppure
selezionano, trasformano i testi cercando di attualizzare l’antico, il che è un’operazione fortemente
antistorica (saranno poi gli umanisti a recuperare e emendare i testi dalle manomissioni e a ripristinare il
principio della storicizzazione grazie ad una nuova disciplina: la filologia, ossia lo studio di un testo per
tracciarne l’identità originaria)
C’è sempre una visione simbolica/allegorica del reale che rimanda sempre alla religione e a Dio; i chierici
ritengono che di un testo bisogna fare una lettura multipla, in quanto questo ha diversi significati:
- Significato letterale quindi superficiale
- Significato allegorico e che rimanda ad altri significati
- Significato morale e dunque ricavare dei modelli di comportamento (cristiani)
- Significato anagogico e cioè il testo deve spingere verso Dio
E’ dunque una lettura a quattro strati.
Dietro ad ogni cultura c’è sempre una filosofia, quella del Medioevo è quella di Aristotele che viene
tradotto in latino da San Tommaso D’Aquino, filosofia che prende il nome di “scolastica” perché utilizzata
nelle scuole, e cioè un insieme di fede cristiana più razionalismo aristotelico.
Ci furono anche filosofi arabi che partirono da A. Per dar vita a diverse correnti filosofiche, tra queste
l’Averroismo (dal filosofo Averroè che non credeva nell’immortalità dell’anima e cioè un’estremizzazione di
Aristotele a svantaggio della cultura cristiana) e sarà importante nel Dolce Stil Novo con Cavalcanti che sarà
il massimo esponente Averroista nella letteratura.
Quello di Carlo Magno in Francia fu senza dubbio l’impero più importante, che tra l’ XI e il XIV secolo che
permise il passaggio dal latino ai vari volgari o come si suol dire lingue romanze chiamate così dal termine
Romània e cioè l’insieme di tutte quelle nazioni che prima parlavano latino e che gradualmente arrivano ad
elaborare un proprio volgare ( Italia, Francia , Spagna e Portogallo)
Dato che il potere più forte lo detiene Carlo Magno la Francia di conseguenza anche in letteratura da inizio
a tutto il processo, infatti dal X secolo nasce una letteratura in lingua d’hoc e d’oïl rispettivamente sud e
nord della Francia, con i cicli Bretone e Carolingio: il secondo riguarda storie dei paladini di Carlo Magno
(Chanson de Roland narra di un cavaliere fedelissimo a C.M. che viene tradito da Gano di Maganza e si fa
uccidere pur di difendere C.M. e la sua terra), queste storie appartengono all’epica e sono importanti
perché venivano recitate nelle corti del nord della Francia e insieme al ciclo Bretone costituiranno una
buona parte della letteratura italiana fino ad Ariosto (dato che l’Orlando Furioso unisce i due cicli); il ciclo
Bretone (Chrétien de Troyes) racconta invece dei cavalieri della tavola rotonda e della loro ricerca del Santo
Graal e sono romanzi d’amore: le avventure di re Artù e del suo cavaliere più importante Lancillotto che
s’innamora di Ginevra (la moglie del re) e che tratta la tematica di amore e morte.
Ed erano scritte in lingua d’oïl

In lingua d’hoc e dunque a sud della Francia (Provenza) troviamo la lirica provenzale/la lirica dei trovatori
nella seconda metà dell’XI secolo (successivo alla produzione epica).
I temi principali sono la politica e l’amore cortese: e cioè un amore idealizzato e dunque che non si
concretizza perché la donna amata è spesso già sposata.
Le tematiche prendono vita sul testo teorico sull’amore di Andrea Cappellano il “De Amore”.
Il poeta sta più in basso della signora nella scala sociale (ricordiamo la società piramidale ^^) e non può che
agognare quest’amore senza realizzarlo e spesso il poeta usa il Senal (pseudonimo) e cioè mette un nome
fittizio alla donna per non farla identificare e mettere a tacere i mal parlieri.
In qualche modo questa lirica cortese, che era un insieme di versi e musica, riproduce lo stesso rapporto
che c’è tra il signore e il vassallo: così come il vassallo presta servizio per il signore senza chiedere
ricompense così il poeta innamorato svolge il suo servizio d’amore per la donna amata senza chiedere
soddisfazione di questo amore; dunque troviamo una consonanza tra la struttura socio-politica del
feudalesimo e l’idea di questo amore.

Oltre a questi due cicli cominciano a sorgere altri generi:


- I Lais di Maria di Francia componimenti d’amore e di sofferenza d’amore
- I Fabliaux di materia comica
- I romanzi allegorici come il Roman de la Rose parzialmente tradotto da Dante in un opera che si chiama “Il
Fiore”
In Italia siccome c’è una frammentazione politica c’è anche una frammentazione linguistica: si scrive in
latino e nessun dialetto prenderà il sopravvento prima di Dante e Petrarca (il fiorentino).
Dei primi reperti in volgare sono il Placito Capuano (un atto legale scritto tra il 960 e il 963 in un dialetto
che anticipa la nascita del volgare italiano).
La poesia italiana nasce in ritardo rispetto all’Europa e troverà consistenza soprattutto negli anni ’20 e ’30
del 200 (in ritardo rispetto alla poesia cortese^^) nelle regioni centro-settentrionali perché lì si trova la
letteratura religiosa con San Francesco e il Cantico delle creature, Jacopone da Todi che inventa la Lauda e
che con le loro poesie ci danno 2 immagini di religiosità
- La religiosità solare
- La religiosità funerea che da strazio e sofferenza esmesuranza
Contemporaneamente c’è una crociata del Papa Innocenzo III contro gli Albigesi eretici (della Francia) che
porta alla distruzione delle corti provenzali, allora i trovatori scappano nell’Italia del nord diffondendo la
loro poesia, tant’è vero che in Italia ci sono poeti che riprendono in lingua d’hoc le tematiche della poesia
cortese.
La prima vera scuola poetica si ha al sud dell’Italia che adopera l’idioma locale: La scuola Siciliana.
Emerge la figura di Federico II che è insieme imperatore di Germania e dell’Italia del sud, una figura politica
e intellettuale di grande pregio essendo lui stesso un poeta che apriva le porte della sua corte a intellettuali
forensi tra gli anni ’20 e ’30 del 200.
I poeti della scuola siciliana sono funzionari di Federico II, per i quali la poesia è un momento di evasione
dalla propria professione adoperando un siciliano illustre (depurato dei dialettismi, ricco di provenzalismi)
che differentemente dalla poesia cortese si incentra solo sul tema dell’amore perché per quanto Federico II
fosse illuminato, il suo era un potere assoluto e dunque la tematica politica che poteva dissentire dalla sua
era abolita nella cerchia dei poeti siciliani.
Il poeta è in attonita attesa dell’amore e del dolore che ne deriva, anche qui ci sono i mal parlieri (vedi il
Senal^^) e un tema importante (che ritorna nello Stil novo in Guinizzelli, Petrarca e Dante sotto altro
significato) è l’effetto benefico della vista della donna che dona una pienezza interiore ma anche sofferenza
e anche degli occhi come specchio dell’anima.
Quindi le tematiche riguardano tutta la gamma dell’amore: l’innamoramento, la gelosia, il tormento,
l’attesa e il piacere del vedere la donna con una serie di metafore come quella del poeta naufrago nella
tempesta d’amore o il poeta pittore che con i versi riproduce il viso dell’amata.
Essendo i temi ristretti ci spieghiamo bene come mai i componimenti di questa scuola sono soltanto 150.
Le rime utilizzate erano: la canzone (componimento polistrofico) e il sonetto (componimento monostrofico:
2 quartine e 2 terzine che rimano in modo diverso), genere poetico che avrà una fortuna enorme e che pare
proprio sia stato ideato da un siciliano: Iacopo D’Alentini.
I poeti della scuola siciliana sono: Federico II, Pier Delle Vigne, Iacopo D’Alentini (che adopererà un Trobar
Clus e cioè poetare difficile che si distingue dal Trobar leu che è invece facile e comprensibile; il Trobar clus
è difficile perché ha ad esempio delle rime interne e sarà anche adoperato da Guittone D’Arezzo e da Dante
stesso mentre gli stilnovisti usano il Trobar leu).
Dopo la morte di Federico II nel 1250 alcuni rimatori compreso il figlio Enzo esportano la poesia siciliana nel
centro d’Italia, dando vita alla scuola siculo-toscana.
Furono tradotti tutti i sonetti di D’Alentini (senza non trovare qualche difficoltà stilistica e sociale in quanto
in Toscana c’era il comune e in Sicilia l’imperatore) il comune Toscano fa sì che il pubblico sia molto vasto
(mercanti, artigiani…) e naturalmente non essendoci più l’impossibilità di parlare di politica permette
l’aumento dei temi trattati compreso quest’ultimo (essendo il comune soggetto a contrasti da Guelfi e
Ghibellini, guelfi bianchi e neri etc.).
I maggiori rappresentanti di questa scuola sono: Guittone D’Arezzo e Bonagiunta Orbicciani (che fu il
tramite tra i siciliani e i toscani).
I siculo-toscani parlano di politica, hanno funzione civile (assente in Sicilia) e adoperano spesso una rima
Tenzone: scambi di sonetti tra 2 personaggi spesso polemici.

Guittone D’Arezzo
Di Guittone il testo più noto è “Ai lasso ora è stagion di doler tanto” che parla della sconfitta dei Guelfi (di
cui lui faceva parte) a Montaperti.
La sua storia poetica è divisa in 2 fasi:
- Poeta d’amore e di dolore
- Poeta etico-religioso in seguito alla vestizione di Frate Gaudente
Di lui ci sono rimasti 86 sonetti da entrambe le fasi che sono legati da un debole filo che li raggrupperebbe
in una sorta di canzoniere, l’architettura di base non sembra molto chiara come quella del Petrarca.
La forza del modello di Guittone è tale che la spinta a cambiare deve venire da fuori, dalla Bologna di
Guinizzelli, per creare una poesia nuova e diversa.

Guinizzelli
Guinizzelli è considerato il fondatore del Dolce Stil Novo, soprattutto per la sua canzone-manifesto “Al cor
gentil rempaira sempre amore”; gli stilnovisti sono diversi sia dai siciliani sia dai guittoniani: non
costruiscono la scuola (sono esperienze individuali che convergono su temi comuni come l’amore e la
gentilezza).
Rispetto ai provenzali che avevano un’immagine idealizzata della donna, gli stilnovisti spiritualizzano
l’immagine della donna: la donna è tramite a Dio (Dante), prestano grande attenzione all’interiorità
dell’amante e una forte componente filosofica.
Si chiama Dolce Stil Novo per i seguenti motivi  Dolce: perché è appunto un Trobar leu Stil Novo: sia
perché è un’avanguardia letteraria sia perché rimanda all’idea della vita rinnovata dall’amore.
La definizione di Dolce Stil Novo lo dobbiamo a Dante soprattutto al passaggio del XXIV canto del
Purgatorio in cui Dante incontra Orbicciani (trapiantatore della scuola siciliana in Toscana e Guittoniano), il
quale lo riconosce come lo scrittore della canzone “Donne ch’avete intelletto d’amore” e al quale Dante
spiega come nasce la sua poesia e quella degli altri stilnovisti: per questi poeti c’è una dipendenza
dall’amore che li ispira e li costringe a scrivere, definendo una netta differenza tra le due scuole precedenti
in quanto le penne degli stilnovisti “seguono ciò che detta Amore”.
Quella dello Stil Novo è una corte ideale di spiriti eletti e gentili che possono provare amore, un’aristocrazia
data dall’ingegno e all’eccellente preparazione filosofica in un ambiente non più di corte ma urbano nel
quale le apparizioni della donna amata avverranno in pubblico.
Ci sono però delle differenze, Guinizzelli, Dante e Cavalcanti per esempio hanno una visione dell’amore
diversa: i primi 2 credono che abbia una funzione benefica, il secondo essendo influenzato dalla filosofia
averroistica crede nell’esistenza di 2 anime (sensitiva e razionale) crede che l’amore possa impossessarsi
della prima facendo smarrire la ragione e portando alla sofferenza e al dolore (come un dio Marte che
scaglia frecce); Dante d’altra parte prima fa parte di questo gruppo e poi se ne distacca gradualmente nel
tempo e possiamo notarlo nel momento in cui nel canto V dell’inferno incontra Paolo e Francesca che
parlano del loro amore utilizzando termini dello Stil Novo.
Ci sono inoltre forti differenze tra questi: Per Guinizzelli la nobiltà d’animo (la gentilezza) è una condizione
dell’amore, senza di essa non ci si può innamorare; per Dante la nobiltà d’animo è una conseguenza
dell’amore; inoltre per Guinizzelli la donna è come un angelo, per Dante essa è un angelo mandato da Dio
che attraverso di essa ti avvicina a Dio.
Molto spesso nella letteratura i principi filosofici-scientifici vengono applicati alla fenomenologia
dell’amore, come possiamo vedere analizzando nelle tre strofe dell’ opera di Guinizzelli “Al cor gentil
rempaira sempre amore” dove troviamo il concetto Aristotelico del rapporto tra potenza e atto: così come
ad esempio le pietre hanno in potenza un calore che solo se sono colpite dal sole diventa atto allo stesso
modo il cuore che è in potenza gentile diventa atto solo nel momento dell’innamoramento.
Nelle sue opere Guinizzelli esplicita come l’amore riesce a trovare riparo e dimora solo in un cuor gentile
come un uccello che trova nido nel bosco, questo cuor gentile diventa tale soltanto dopo esser stato colpito
dall’amore così come il sole dopo la sua nascita riesce a generare luce e calore trasformando la sua potenza
in atto.
La gentilezza d’animo è in potenza finché non arriva l’amore, momento in cui diventa atto.
Guinizzelli inoltre credeva che la gentilezza d’animo non corrispondesse alla “posizione sociale” perché
come il calore del sole attraversa anche il fango e lo riscalda senza insudiciarsi, allo stesso modo l’uomo
superbo che afferma di essere gentile per “schiatta” (cioè per eredità) non potrà mai esserlo d’animo
perché è come il fango che pure se attraversato dal sole resta fango e non cambierà mai

Guido Cavalcanti
Anch’egli ha un’architettura filosofica su cui basa tutta la sua produzione letteraria e nella tripartizione
dell’anima in:
- Anima intellettiva
- Anima vegetativa
- Anima sensitiva
Nel suo caso l’amore aggredisce l’anima intellettiva, oscurando la ragione e rendendo l’uomo preda dei
sensi causando sofferenza.
Egli rappresenta l’amore come Dio Marte che scocca frecce e ferisce e contro cui il poeta non ha armi per
difendersi in quanto la sua anima intellettiva è ormai fatta fuori; la tecnica che usa Cavalcanti è quella di
frantumare il corpo dell’amato personificando tutto, nel sonetto “Voi che per gl’occhi mi passaste il core” (il
quale contenuto è già prevedibile dal titolo) si rivolge alla donna, accusandola di averlo fatto innamorare
attraverso gli occhi e di averlo portato a sopportare l’angoscia.
L’amore viene spaccando con il ferro della saetta con tanta forza da lasciare il poeta esanime con solo
l’aspetto del viso e la voce.
Le due terzine ripetono la situazione delle due quartine, come se l’autore volesse martellare su questo
processo distruttivo dell’amore e delle conseguenze che ha sul poeta.
La forza dell’amore si muove velocissima e cattura attraverso lo sguardo, colpendo con una freccia
(Cavalcanti utilizza di proposito un linguaggio bellico) che fa sussultare l’anima e distrugge il cuore.

L’idea degli occhi come varco dell’amore e l’immagine dell’amore che scocca la freccia e ferisce il poeta
sono molto importanti in quanto saranno riutilizzati da Petrarca nel suo Canzoniere, proprio nel sonetto in
cui incontra Laura e nel quale Petrarca racconta di come Amore lo abbia colto impreparato e lo abbia ferito
mentre non ha affatto toccato la donna (simbolo dell’amore non corrisposto) adoperando la stessa
immagine bellica di Cavalcanti.
Dante con il sonetto “Tanto gentil e tanto onesta pare” si riferisce a Beatrice che quando saluta gli altri è
talmente magnifica e splendida che è impossibile guardarla, camminando si sente lodare ma rimane umile
e sembra che sia qualcosa mandata da Dio a mostrare un miracolo, dai suoi occhi traspare la dolcezza che
solo gli spiriti eletti possono capire e apprezzare, dalle sue labbra pare si muova uno spirito soave
dell’amore.
Sembra un sonetto semplicissimo ma un grande critico che si chiama Contini afferma che bisogna
storicizzare ogni parola che si incontra perché non ha mantenuto lo stesso significato nel tempo: per
esempio quando leggiamo il termine “pare” non dobbiamo tradurlo con “sembra” ma con “appare” perché
l’intento di Dante era quello di raccontare come Beatrice si mostrasse e appunto “apparisse” come un dono
di Dio, mandando il poeta in contemplazione estatica.
Il ritmo è molto lento che dà il senso di immobilità come se Beatrice non stesse veramente camminando e
tutto fosse bloccato; lo stesso critico dimostra come Dante abbia reso questa lentezza attraverso degli
accenti ritmici (sul primo verso sono 5 quando solitamente sono 2 o 3) che rallentano il verso e rendono
l’apparizione quasi onirica, anche i termini non rimandano a nulla di fisico ma ad un ambito spirituale e che
creano atmosfera, proprio perché Dante vuole smaterializzare l’immagine di Beatrice rendendola divina.
L’incontro stesso è puramente spirituale e non fisico o materiale.

Parallelamente alla nascita dello Stil Novo vediamo la nascita della poesia parodica, comica che fa parte del
cosiddetto Carnevalesco che come il carnevale dava vita ad un mondo alla rovescia e metteva tutti i valori
alla berlina, la letteratura comico-parodica si esprime facendo caricature dell’amore sublime con poeti
come Rustico Di Filippo, Folgòre da San Gimignano e il più noto Cecco Angiolieri.
Quest’ultimo è la voce del dissenso e dell’emarginazione, aveva un pessimo rapporto con il padre in quanto
egli non voleva dargli soldi impedendogli di poter stare con la donna di cui era invaghito: Becchina (dato
che lei non vuole stare con un uomo povero) che è l’anti-Beatrice.
I temi della sua poesia sono: la Donna, la taverna e i dadi; ma nonostante i temi meno “alti” questa è
comunque una poesia molto elaborata a livello di lingua e sintassi, per esempio il sonetto più noto di
Angiolieri “S’io fossi foco” esprime tutto l’odio per la sua famiglia, per i cristiani e inoltre il desiderio carnale
dell’amore detronizzando tutti i valori dell’epoca (il Papa, l’imperatore, il padre etc.) Nonostante ciò l’opera
non manca di perizia tecnica: innanzitutto ogni verso inizia allo stesso modo creando un’anafora e si chiude
con un punto e virgola per creare un ritmo martellante che intrappola il lettore e non lo lascia andare fino
all’ultimo verso dove non c’è più l’anafora e che sfocia in un sorriso e nella comicità.

LE TRE CORONE DEL 300


Le tre personalità più importanti del ‘300 furono senza dubbio Dante, Petrarca e Boccaccio nonostante le
loro diversità: questi ultimi due vivono in un contesto e in una cultura già preumanistica mentre Dante
come già sappiamo visse nel pieno del Medioevo.
Petrarca soffrirà di più questo contrasto tra una formazione medioevale e una cultura umanistica mentre
Boccaccio sarà più avanti, sceglie il genere da lui fondato e cioè la novella dopo una lunga evoluzione della
prosa del ‘200.

Dante Alighieri
Si costruì un bagaglio intellettuale enciclopedico insieme al maestro Brunetto Latini (autore del Trèsor,
un’enciclopedia in lingua francese che tratta di teologia, storia, politica, retorica etc. E autore del Tesoretto
rimasto incompiuto, una sorta di enciclopedia morale) fu esempio per Dante di poesia dottrinale (e cioè
poesia che ha funzione didattica).
Nello stesso tempo D. Leggeva i provenzali, i siciliani, Guittone, Cavalcanti; possedeva dunque
un’esperienza ampia di poesia in volgare.
Era un uomo di lettere ma anche un uomo politico attivo nelle lotte intestine al comune di Firenze (era un
guelfo bianco dunque difendeva la libertà di Firenze contro il Papa Bonifacio VIII che aveva mire temporali
sul comune di Firenze) con una grossa vocazione didattica.
Il primo evento importantissimo nella sua vita è la morte di Beatrice Portinari nel 1290 che Dante cerca di
superare attraverso lo studio filosofico e nell’impegno politico.
Anche il suo esilio in seguito ad un’accusa di baratteria lo segna particolarmente e segna le sue opere, egli
era infatti costretto a chiedere ospitalità di corte in corte e stare lontano dalla propria patria; durante
questo esilio egli si convince che F. È preda di una borghesia che pensa solo al denaro e per la quale non
esistono altri valori, e si convince sempre di più che il tipo di governo adatto a sanare la situazione politica e
morale sarebbe la presenza di un imperatore.
Ad un certo punto sognò che questo imperatore fosse Errico VII di Lussemburgo che era sceso in Italia però
questo sogno non si realizzò perché anche il Papa Clemente V ebbe un comportamento ambiguo con
questo imperatore che morì improvvisamente frantumando il sogno del poeta.
Era un intellettuale laico ma con una formazione teologica, filosofica, poetica vastissima e con un impegno
politico interventista.
Era esemplare del suo periodo e di quell’epoca, tant’è vero che la Divina Commedia inizia con “Nel mezzo
del cammin di nostra vita” proprio perché il viaggio ultramondano fatto dal poeta doveva essere non solo
un’espiazione personale ma dell’umanità intera; lui era testimone e ambasciatore dell’intera umanità.
Vita Nova
La sua prima opera fu la Vita Nova scritta tra il 1293 e il 1295, è un prosimetro e cioè un insieme di prosa
e versi dimostrando l’incredibile bravura del poeta nel calibrare le due in quanto le prime spiegano il
contenuto delle seconde.
La bravura sta nell’utilizzo di una prosa lirica che non creasse attrito con le poesie, essendo stili tanto
diversi (diverse invece saranno le prose dell’esilio).
L’opera racconta tutta l’esperienza dell’amore per Beatrice, il dolore per la sua morte, il momento di
smarrimento successivo alla morte e il rinsavimento (l’idea di scrivere per Beatrice qualcosa di un gradino
superiore); anche nella Vita Nova sfrutta il simbolismo dei numeri, racconta di aver conosciuto B. a 9 anni e
di averla vista 9 anni dopo (il 9 è multiplo di 3 che rimanda alla trinità, ed è dunque espediente per
sottolineare la natura divina della donna).
Dante prova felicità e soddisfazione nel saluto di B., dove “saluto” sta per “salute dell’anima”.
Dopo il secondo incontro Dante fa un sogno in cui Dio Amore con in braccio Beatrice le dà il cuore del poeta
in pasto, questa immagine viene letta come una sorta di profezia della morte della donna e della sofferenza
del poeta, senonché per nascondere il suo amore D. finge di essersi innamorato di un’altra donna e B. gli
toglie il saluto, momento dolorosissimo per il poeta nel quale egli inizia a usare immagini cavalcantiane
dell’amore fino alla scena del gabbo (burla, presa in giro) che dà una svolta all’opera: le amiche di B. a un
certo punto chiedono a Dante quale sia il fine del suo amore e lui risponde che il suo obbiettivo è avere il
suo saluto, ma è in quel momento che il poeta capisce che più di tutto desidera lodare la donna.
Sfortunatamente è proprio subito dopo che avviene la morte di B. che gli appare in sonno, splendente tra i
beati sicché decide di parlare di lei più in là in modo più compiuto.
La Vita Nova è il racconto di un’ esperienza autobiografica, sentimentale e intellettuale; testimone della
crescita del poeta e della sua maturazione che presenta delle rime che creano un’atmosfera rarefatta
insieme alla presenza dei due sogni.
I nuclei del racconto sono 3:
- gli effetti dell’amore sul poeta riguarda la fase del saluto ed è ovvio che siamo al centro della visione
stilnovistica
- la lode della donna momento in cui capisce che l’amore deriva da altro
- la morte della donna
La tradizione mistica dell’itinerario dell’anima di origine medioevale costruisce un itinerario d’amore verso
Dio attraverso 3 fasi:
- extra nos: e cioè amare Dio per ciò che ci ha dato
- intra nos: e cioè amare Dio perché la nostra anima è felice di farlo
- super nos: e cioè amare Dio perché questo amore ci ricongiunge a Dio stesso
Il racconto dell’amore per B. nella Vita Nova si basa esattamente su questo itinerario
- extra nos: Dante ama Beatrice per il suo saluto
- intra nos: Dante ama Beatrice per il piacere di lodarla
- super nos: Dante attraverso Beatrice riesce ad arrivare a Dio
In questo sta la maturità del poeta, nella scelta dello stile e nella costruzione simbolica che testimonia la
sua crescita religiosa, letteraria e culturale; anche l’utilizzo della tradizione mistica ci fa capire quanto il suo
sapere fosse enciclopedico.
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Appunti di letteratura italiana 3 10/10/18
Dopo Quest’esperienza si dedica soprattutto alla filosofia e alla politica adottando uno stile con rime più
aspre che veicolano concetti.
Sono anni di grossa sperimentazione: scrive anche poesia comica (non come Cecco Angiolini) per esempio
la Tenzone con Forese Donati (^^^); adopera anche il Trobar Clus nelle cosiddette rime Petrose che non si
sa se si chiamano così perché dedicate ad una donna di nome Petra o se questa donna adombri la filosofia;
scrive anche molte rime che pubblicarono nelle opere d’esilio dove è sempre più amareggiato per la
situazione di Firenze; scrive lettere e tra queste una delle più importanti e quella a Cangrande della Scala
(signore di Verona) che lo aveva ospitato durante l’esilio, al quale invierà il primo canto della Divina
Commedia spiegando la scelta del titolo dell’opera.

Abbiamo il Convivio (banchetto) scritto tra il 1304 e il 1307 è un’opera completamente diversa alla vita nova
in quanto è dottrinaria: non è autobiografica ma un’opera in cui Dante vuole insegnare il sapere, espone
idee e concetti ed esprime la passione del poeta per il sapere stesso.
Doveva essere composta di 15 trattati e invece l’autore ne scrisse solo 4: uno introduttivo e altri 3 come
“commenti” ad altrettante canzoni: “voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete” , “amor che ne la mente mi
ragiona” e “Le dolci rime d’amor ch’io solìa”.
Nel proemio l’autore spiega il progetto dell’opera, scritta in volgare per poter offrire un banchetto di
sapere ad un pubblico allargato fatto di uomini e donne che seppur di animo gentile non hanno potuto
dedicarsi allo studio; si rivolge a quella nuova aristocrazia non di casta ma di elezione (anime elette dal
cuor gentile) e che secondo Dante avrebbe dovuto prendere il potere a Firenze per scalzare una borghesia
troppo legata al denaro ce stava portando Firenze al decadimento morale inserendo una metafora secondo
la quale le canzoni sono il cibo e il commento è il pane che le accompagna.
La parte in prosa del commento Dante lo adatta allo stile dell’opera e dunque con uno stile argomentativo.
Nel primo trattato si rifà alla lettura multipla (la lettura a più strati^^) e distingue tra l’allegoria dei poeti e
quella dei teologi dicendo che l’allegoria dei poeti è fatta di significati nascosti sotto fatti inventati mentre
l’allegoria dei teologi è l’insieme dei significati nascosti sotto fatti storicamente veri (la letteratura resta
finzione anche se ispirata al vero).
Nel secondo trattato c’è la lode alla filosofia che è una delle branche più alte del sapere per il poeta, di cui
il massimo detentore è sempre Dio che elargisce il sapere.
Nel terzo trattato ci tiene a ribadire un concetto tipico dello stilnovo (la vera nobiltà non è di sangue ma di
virtù) anche se successivamente se ne allontanerà, anticiperà i temi dell’opera De Monarchia e cioè che il
tipo di governo migliore è l’impero, anticipa anche il de vulgari eloquentia perché considera il volgare la
lingua più adatta a esprimere concetti anche più complessi.

Egli diventa vero e proprio mediatore tra il sapere e il pubblico adoperando il volgare, svolgendo la funzione
di intellettuale organico e dunque che ha una funzione del sociale per il quale il sapere deve diventare
azione.
Importante è anche il fatto che nell’ultima parte egli distingue dall’utilizzo del volgare quelle che secondo la
retorica medioevale sono i 3 stili che si possono adoperare in letteratura
 Lo stile tragico o sublime
 Lo stile mezzano o comico
 Lo stile umile o elegiaco

Questa divisione era funzionale ad adoperare gli stili più adatti alla materia trattata.

Dante inaugura la trattatistica sul problema della lingua che è un problema che arriverà fino a Manzoni, lui
è il primo a chiedersi nel De Vulgari Eloquentia quali siano i caratteri della lingua volgare proprio per dare
legittimità al volgare come lingua letteraria, la scrisse in latino perché è rapportato al pubblico a cui si
rivolge (parla ai dotti e agli intellettuali) e dice che il volgare deve essere illustre (portato a un tale
perfezionamento da poter essere adoperato per materie complesse e alte) deve essere cardinale (il cardine
intorno al quale girano tutti i dialetti, anche se Dante è il primo a utilizzare contrariamente il fiorentino),
aulico (degno di essere parlato in una reggia se esistesse) e deve infine essere curiale (deve avere
l’eccellenza della lingua delle corti).
Mentre il latino è una lingua artificiale il volgare è una lingua naturale (paragona il volgare alla nutrice e
cioè la lingua che si apprende dalla nascita) che però deve raggiungere la perfezione del latino per poter
diventare lingua letteraria a tutti gli effetti (ciò che farà nella Divina Commedia).
Lui credeva che l’origine della differenza delle lingue è nata dalla Torre di Babele a Cartagine (una torre
altissima che doveva arrivare al cielo che però Dio, vedendola come un gesto di superbia, punì
confondendo le lingue) e bisognasse lavorare ad elaborare in Italia un'unica lingua letteraria che sarebbe
stata il volgare illustre discusse anche dei metri da adoperare (per lui la canzone era quello perfetto, tant’è
vero che ne commenta 3 nel Convivio).
(???)Quest’opera è importante perché contiene il motivo dell’allargamento delle potenzialità del volgare,
un potenziamento della funzione del volgare che non serve solo alla lirica d’amore, la marca della cultura
medioevale in cui egli si inserisce è questo evocare l’episodio della torre di Babele infine fu egli a iniziare la
questione della lingua (che ritroveremo nel 500 dove la tendenza letteraria paradossalmente era quella del
classicismo).(???)

L’unica opera del periodo dell’esilio è il De Monarchia dove parte dal tratteggiare la situazione politico-
sociale all’inizio del 300: l’impero ha perso il potere, il papato è corrotto e la chiesa è sottomessa al potere
della monarchia francese e di qui c’è la degenerazione dell’umanità e l’ammazzamento della borghesia.
Anche questa scritta in latino, nel primo libro parla della monarchia dell’imperatore che sa sanare i
contrasti essendo di gran lunga superiori a tutti i regnanti; nel secondo libro Dante afferma che l’impero è
voluto da Dio perché è stato nell’impero di Augusto che è nato Cristo; nel terzo libro analizza i rapporti tra
papato e impero e mette in discussione tutti quelli che credono che ci debba essere una supremazia l’uno
sull’altro anche rinominata supremazia del sole e della luna, mentre Dante pensa che siano 2 poteri di
uguale dignità, separati e specifica che sono 2 poteri con funzioni diverse: il papato deve pensare alle anime
mentre l’impero deve pensare alla vita terrena contrapponendo alla prima teoria la sua teoria dei due soli.
Questa idea del potere temporale della chiesa proviene dal documento che si chiama donazione di
Costantino, il papato giustificava la propria interferenza nella vita pubblica e politica appellandosi a questo
documento che affermava che l’imperatore aveva ceduto delle terre al papato perché le governasse, Dante
contesta questo documento dicendo che né l’imperatore aveva il potere di dare delle terre dell’impero al
papato né la Chiesa avrebbe dovuto accettare tenendo fede al voto di povertà e umiltà.
In pieno Umanesimo, quando cambiano i parametri culturali e nasce la filologia, ci fu un filologo chiamato
Lorenzo Valla che dimostrò scientificamente la falsità di questo documento (già anticipata da Dante).
Le opere minori sono importanti in quanto anticipano lo stile e i temi dell’opera maggiore, per esempio il
De Monarchia anticipa il tema della crisi morale della Divina Commedia tra potere terreno e spirituale in un
viaggio metaforico nel quale Dante rappresenta l’intera umanità.

La Divina Commedia – Opera Mundi


L’opera è un testo che non si riduce ad un solo genere letterario, prima di tutto è il racconto di una visione
nel corso della quale l’autore ha visitato i regni dell’aldilà e nel quale egli crede fortemente in ciò che
racconta, è un concentrato di un migliaio di micro-romanzi che raccontano migliaia di storie di personaggi a
lui contemporanei o antecedenti ai quali lascia la parola per raccontare la propria storia, è una storia
d’amore in cui la ragazza amata da adolescente che si trasforma in oggetto di contemplazione nella Vita
Nova e poi in guida spirituale sulle soglie del Paradiso (nell’ultimo canto del purgatorio dove Dante incontra
Beatrice lì la donna ha una scena di gelosia nei confronti del poeta che dopo la sua morte ha amato altre
donne conservando la materia sentimentale), è la summa del sapere filosofico, scientifico, teologico,
letterario del Medioevo e di Dante stesso (enciclopedismo medioevale), c’è la drammatica dialettica tra il
sapere e il mondo contemporaneo che spinge l’universo (VI canto di tutte e tre le cantiche), c’è la
rivisitazione della Bibbia e della mitologia pagana con una lingua ricchissima che ricopre tutto lo spettro
dello stile: dal più basso al più aulico per dare realismo all’intera opera (plurilinguismo), c’è una grandiosa
spettacolarità degna del cinema realizzata solo attraverso le parole e infine ci sono momenti di onirismo
visionario che Dante utilizza per far credere che abbia davvero anche solo mentalmente visitato il mondo
da lui descritto.
Proprio perché la situazione politico-religiosa in Italia è critica Dante crede che il suo viaggio sia voluto
direttamente da Dio per essere testimone per tutta l’umanità.
I modelli a cui Dante si rifà sono:

 Lo schema medioevale della visione dei mondi extramondani


 Il poema allegorico (essendo l’allegoria fortissima nell’opera)
 L’Eneide e la discesa agli inferi
 Tema del viaggio che rimanda sia al romanzo Bretone sia al viaggio come percorso mistico verso Dio

Nella Divina Commedia entra l’intera esperienza di vita dell’autore e naturalmente dietro c’è la filosofia
aristotelica secondo la quale la ragione e la razionalità sono unite ma anche l’idea religiosa dell’estasi
mistica di Platone.
Anche nella Commedia è fortissima l’allegoria dei numeri ma soprattutto quella del numero 3 in quanto
l’opera è composta di 3 cantiche formate da 33 canti ognuno più un proemio che arriva a 100 anche
riducibile al numero 1 che è il numero perfetto (Dio); nell’inferno Dante incontra le 3 fiere (leone, gonza e
lupa) che sono allegorie della superbia, lussuria e dell’avidità (i tre grandi peccati di Firenze).
Un altro numero è il 7 che è l’insieme delle virtù teologali (fede, speranza e carità) e di quelle cardinali
(giustizia, fortezza, prudenza e temperanza).
C’è anche un grande amore per la classicità anche nella scelta della guida (Virgilio) e si tratta dell’allegoria
dei teologi ^^.
Un critico Auerbach ha parlato nella Divina Commedia della presenza di un cosiddetto realismo figurale e
cioè che sotto l’identità di un personaggio si nasconde un valore allegorico ( Virgilio realisticamente è un
poeta nato a Mantova, autore dell’Eneide ecc. ma è allegoria della ragione; Beatrice è storicamente esistita
ma al di sotto c’è l’allegoria della grazia divina)

Il nome: Dante spiega la scelta del nome in una delle lettere indirizzata ad un signore che nell’esilio gli
aveva dato ospitalità ^^.
- Commedia perché è una storia che inizia male e finisce bene (inferno  paradiso) ma anche perché lo
stile è mezzano, intermedio tra il tragico e l’elegiaco in realtà Dante usa tutti gli stili e non solo quello
adatto alla commedia proprio perché all’interno dell’opera ci sono tantissimi personaggi da classi sociali
differenti (plurilinguismo/pluristilismo) come avviene nel V canto dell’inferno dove per Francesca usa uno
stile stilnovistico e sublime o quando nel paradiso incontra un amico che si chiama Cacciaguida che nel
descrivere la situazione di Firenze usa termini bassissimi, tutto ciò ha una doppia valenza: un indizio
dell’allontanamento di Dante dallo Stil Novo ma anche della perizia del plurilinguismo nell’adattarlo e
nell’utilizzarlo in modo pragmatico per rendere al meglio il realismo dell’opera.
- Divina fu aggiunto successivamente da Boccaccio nella fase matura della sua vita quando si dedicò molto
alla sua storia e alla sua figura.

L’architettura dell’opera è perfetta perché abbiamo l’inferno dove c’è un vestibolo più 9 cerchi, il
purgatorio con l’antipurgatorio e 7 cornici e infine il paradiso con 9 cieli; ha una cura particolare per il canto
di materia politico che è il VI in tutte e 3 le cantiche (nell’inferno c’è Ciappo che parla della situazione di
Firenze, nel Purgatorio c’è Sordello da Goito e nel Paradiso l’imperatore Giustiniano)
Lo stile: Dante usa la terzina che è formata da 3 endecasillabi in cui il verso di mezzo anticipa la terzina
successiva (così da mimare il “cammino” continuo del poeta)

La Commedia può essere letta come romanzo in senso Lucacciano (il romanzo come ricerca da parte di un
eroe problematico di valori autentici in un mondo problematico) dato che Dante è un eroe pieno di
sconforto che va alla ricerca nell’aldilà di valori autentici e di Dio, l’opera può inoltre essere analizzata e
studiata attraverso strutture narrative: del tempo del racconto, lo spazio, i personaggi, il punto di vista del
narratore etc.
Procederemo dunque ad analizzare la Divina Commedia secondo questi parametri:
- La voce/ il narratore è un narratore ma anche personaggio detto omodiegetico di primo grado che cede
la parola a narratori di secondo grado (tutti i personaggi che raccontano di volta in volta), c’è naturalmente
la voce di Dante e quella dei personaggi. Cedendo la parola a tanti personaggi c’è dunque una pluralità di
punti di vista in quanto ognuno racconta la propria storia, talvolta cercando addirittura di giustificarsi (come
nel caso di Francesca nel canto V dell’inferno), nonostante il Dante narratore sia onnisciente il Dante
personaggio vive le emozioni sul momento suscitando nel lettore una grande partecipazione emotiva.
- la legge del contrappasso le pene inflitte nell’inferno sono designate per affinità o opposizione: per
esempio i superbi sono costretti a camminare con un masso pesantissimo sulla testa a simboleggiare
l’impossibilità di poter “guardare in alto”, i lussuriosi vengono intrappolati in una tempesta continua che è
metafora della tempesta della passione, gli indovini che avevano in vita la presunzione di poter conoscere il
futuro, camminano con la testa ritorta all’indietro; inoltre, secondo l’etica del medioevo, era un peccato
voler superare i limiti del sapere, essendo esso patrimonio di Dio, e questo ci spiega perché nell’inferno è
presente anche Ulisse che cercò di superare le Colonne D’Ercole verso il quale Dante ha un rapporto
complesso: da un lato lo ammira per la sua audacia, dall’altro lo accusa di aver sfidato i limiti del sapere e
dunque Dio.
- il tempo del racconto nell’inferno e nel paradiso c’è un’assenza totale di tempo perché la pena o il
premio sono eterni, non hanno una durata; il tempo c’è solo nel purgatorio perché le anime che vi si
trovano ci mettono del tempo ad espiare il loro peccato per poter poi accedere al Paradiso; c’è anche un
tempo nei contesti dei racconti, ogni personaggio ha la sua epoca e la sua storia
- lo spazio del racconto lo spazio ha una funzione simbolica (iniziando dalla selva oscura); poiché la cultura
medioevale è una cultura verticale (tende verso Dio) come il feudalesimo e le varie classi che formano una
piramide, anche qui lo spazio si evolve verso Dio: si parte dal basso dell’inferno all’alto del paradiso.
La stessa contrapposizione tra basso/alto corrisponde a buio/luce
- i personaggi le descrizioni sono sempre dinamiche, non ci sono ritratti statici ma sono colti in movimento;
nel racconto si accumulano una serie di storie di secondo grado, ellittiche (il personaggio racconta solo una
parte della sua vita, principalmente il pezzo in cui il peccato viene compiuto), tecnica utilizzata per potersi
concentrare sul momento di massima tensione di un personaggio che crea una forte densità drammatica
senza perdersi in fatti di poca importanza.
- il motivo del viaggio è molto moderno e nel caso di Dante è sia fisico che metaforico/spirituale.

Nel corso del ‘300 il comune entra in crisi a causa degli scontri interni tra Guelfi, ghibellini, guelfi bianchi e
guelfi neri; di questa debolezza approfittano alcuni nobili che per imporre il proprio potere danno vita alle
Signorie.
Ad eccezione di Firenze, fiera della sua libertà civile, che avrà la sua prima signoria soltanto nel 1434 con i
Medici (una signoria molto particolare e dedicata alla Florentina Libertas e anche al rispetto delle istituzioni
comunali, soprattutto con la signoria di Lorenzo il Magnifico che era un mecenate e uomo di cultura […]).
In questa realtà cambiata, cambia anche l’intellettuale che non è più agganciato ad un comune ma ad una
Signoria, nasce dunque la figura del “poeta cortigiano” e cioè l’uomo che trova il suo spazio per esprimersi
senza essere vincolato indissolubilmente alla corte.

FRANCESCO PETRARCA
Petrarca fu un intellettuale cosmopolita e intellettuale del mondo: visse per molto ad Avignone (quando la
corte del Papa venne spostata) dove intrecciò rapporti con intellettuali d’oltralpe; viaggiò moltissimo alla
ricerca di testi antichi (difatti scoprì delle lettere e il Proarchia di Cicerone) ; quando tornò in Italia preferì
andare a Milano dalla famiglia dei Visconti, Boccaccio ne fu molto dispiaciuto ma la scelta del poeta era
mirata alle sue esigenze dato che la signoria milanese aveva un potere molto forte impedendo le lotte
intestine, permettendogli di vivere in pace e dedicarsi all’ otium nel senso latino del termine e cioè dedicarsi
allo studio.
Egli è completamente diverso da Dante da come possiamo vedere: amava viaggiare mentre Dante sarebbe
rimasto a Firenze tutta la vita e i suoi viaggi erano solo limitati al periodo dell’esilio, viveva in una corte ma
mantenne sempre la propria autonomia e proprio per questo non aveva molto a cuore le questioni
politiche: era fautore di pace (nel canzoniere ci sono solo 2 canzoni politiche “Italia mia” e “Spirto gentil”
dove si augura che la pace regni nelle regioni d’Italia) appoggiò inoltre il tentativo repubblicano di Cola di
Rienzo, dunque non era proprio disinteressato alla politica ma se ne distaccava.
I suoi interessi erano lo studio, i libri, la letteratura classica etc.
La sua personalità è molto complessa e costantemente in conflitto perché da un lato aveva il culto dei
classici del ondo pagano e dall’altro un bisogno di spiritualità cristiana ( Le confessioni di Sant’Agostino
sono il suo modello di vita che avrà importanza nelle sue opere latine), la scissione più forte era tra le
seduzioni della vita mondana (l’amore per Laura) e l’amore per la gloria, tant’è vero che fu incoronato
sommo poeta in Campidoglio nel 1341.
L’aspirazione alla religiosità che lo tormentava era come un’espiazione per il suo attaccamento alle cose del
mondo (da qui deriva il forte conflitto con se stesso, che vivendo in un periodo di transizione tra due
epoche molto diverse, accentua le sue contraddizioni: la cultura medioevale lo faceva sentire in colpa per il
suo desiderio delle cose mondane mentre il lento svilupparsi dell’umanesimo lo incentivava a vivere in un
mondo legato alle cose terrene).
Ancor più forte sentì questo tormento quando il fratello Gherardo prese i voti diventando frate in un
monastero francese, scisso tra l’amore per i viaggi e il bisogno di quiete trovata prima dai Visconti e poi
nella casa di Arquà (che tornerà nelle ultime lettere di Iacopo Ortis […]).
Della classicità amava soprattutto l’esaltazione della mondanità ma anche lo stile e la purezza del latino,
elaborò anche un’idea dell’imitazione dei classici che sarà ripresa nel ‘400 da Poliziano, uno dei massimi
letterati della corte di Lorenzo il Magnifico, : secondo lui non si doveva imitare solo un artista o un’opera
ma si doveva trarre spunto da più opere (anche definita teoria dell’ape: così come l’ape va di fiore in fiore a
raccogliere il nettare per produrre il miele, così il poeta deve raccogliere ispirazione da più fonti senza
cadere in un’imitazione pedissequa e palese per poter produrre qualcosa di nuovo).
Dal punto di vista filosofico lui preferisce Platone, filosofo dell’anima, ad Aristotele e alle sue rigide griglie
concettuali; tant’è vero che ama Platone filtrato da Sant’Agostino, per cui la verità è in interiore omini
dunque è dentro di noi.
Nasce con lui un particolare tipo di religiosità che consiste nell’esercizio della vita morale per cui Dio si
trova nella pace dell’anima.
Questo è un grande scarto da Dante e dal Medioevo: la religiosità non è più collettiva ma è una dimensione
privata e individuale.
Se Dante va sempre oltre e lascia incompiute delle opere in virtù della Divina Commedia, Petrarca invece
lavora e riscrive in continuazione i suoi lavori a causa del culto maniacale della forma e della lingua; alcuni
autori della letteratura fanno un grande lavoro di raffinamento, i loro laboratori sono complessi alla ricerca
delle parole migliori e Petrarca era uno di questi (Flaubert tempo dopo sarà molto simile a Petrarca).
Le diversità da Dante sono molto vistose anche dal punto di vista dello stile: se Dante utilizzava un
plurilinguismo, Petrarca utilizza un bilinguismo (egli scrive in latino e volgare) e secondo lui le due lingue
sono funzionali a codici diversi e materie diverse (il latino per lui era quello dei grandi classici mentre il
volgare era più adatto alla lirica amorosa).
I suoi scritti in volgare erano nugae e cioè “cose di poco conto”, ed è paradossale dato che la sua fama
deriva proprio da un’opera in volgare (il Canzoniere sul quale lavorerà in modo incredibile, per poter
affinare e perfezionare il volgare tanto quanto il latino); nonostante esista un bilinguismo, c’è anche un
unilinguismo dato che il suo stile è sempre uno solo e porta il volgare al livello del latino e ad uno stesso
registro “alto” (è per questo che Bembo lo indicherà come esempio per la poesia del classicismo
cinquecentesco)
Le opere latine
Le sue opere latine sono importantissime perché ci danno uno scorcio della sua vita e sulla personalità del
poeta e di come egli viveva nel difficile periodo di transizione in cui si trovava.
Petrarca scrisse delle opere polemiche: Invectiva contra medicum quendam “Invettiva contro un medico”,
De sui ipsius et multorum ignorantia “Dell’ignoranza propria e di quella degli altri” dove se la prende con
alcuni filosofi Averroisti che lo avevano criticato perché lo credevano un ignorante in quanto egli non
sapeva nulla delle discipline matematiche, Petrarca risponderà dimostrando la superiorità delle lettere e
dello studio delle “umane lettere” sugli studi scientifici, inoltre dimostra il suo fastidio per i rigidi sistemi
aristotelici.
Questa tensione di Petrarca per l’esame di coscienza è affidata a il Secretum una delle sue opere latine più
importanti che si chiude con una frase latina rerum vulgarium fragmenta e cioè “raccoglierò gli sparsi
frammenti dell’anima mia” che sarà poi il titolo latino del Canzoniere.
Il Secretum fu concepito tra il 1342 e il 1343, poi rimaneggiato fino alla redazione definitiva del 1345:
strutturato in 3 libri in cui P. immagina un dialogo con S. Agostino alla presenza di una donna bellissima che
è la verità; più che un dialogo è un monologo perché S. Agostino e il poeta sono i due volti di P. stesso, le
immagini dei suoi conflitti interiori: l’uno sta a smontare gli alibi di Petrarca che si crea per giustificare le
sue passioni mondane (S. Agostino) mentre Petrarca è ovviamente il peccatore che non riesce a staccarsi da
queste passioni terrene.
Nel primo libro il santo gli rimprovera di essere troppo attaccato a fantasmata a cose effimere, che
finiscono (la donna, la fama etc.).
Nel secondo libro lo accusa di avere molti vizi, il più importante dei quali è l’accidia (una malattia della
volontà, come l’ignavia, che ci impedisce di fare il giusto) dato che Petrarca sa di essere nel sbagliato ma
non ha la forza di volontà di cambiare è un accidioso, a causa della quale non riuscirà a sciogliere il groviglio
del tormento
Nel terzo libro il Santo gli rimprovera il suo amore per Laura e per la gloria che lo hanno portato in uno
splendido abisso, e gli fa notare che dall’inizio di quest’amore è avvenuta una degradazione morale del
poeta e quindi lo invita a ridimensionare la bellezza della donna che è destinata a morire.
Questo dialogo/monologo si conclude senza una conclusione effettiva, dato che tutte le contraddizioni
restano aperte e non trovano soluzione, il poeta non ammette una propria conversione e continua a soffrire
per queste sue contraddizioni sentendosi continuamente in colpa.
Si chiude con la frase che anticipa il titolo del Canzoniere che sembra essere il tentativo nel “raccogliere i
frammenti” della sua anima.
Questi contrasti Petrarca riesce a placarli soltanto nella poesia: sul piano morale non riesce a risolversi ma
nella scrittura riesce a trovare un equilibrio formale che in qualche modo gli dà pace “Perché cantando il
cuore si disacerba”, attraverso un uso sapientissimo delle parole e delle tecniche retoriche che rendono
ogni canzone del canzoniere equilibrata e armonica (che non ha dal punto di vista morale ma riesce a
rendere con la parola scritta).
------------------------------------------------ 02/02/19Altre opere latine importanti sono le opere sul motivo della
solitudine: il de vita solitaria (esaltazione della solitudine come strumento non solo per lo studio ma anche
per riflettere su sé stessi e sentire i moti del proprio animo) e sull’ozio religioso (scritta per il fratello che egli
ammira per la sua scelta di vita monastica).
Anche il suo vastissimo epistolario è importantissimo perché egli non scriveva soltanto al destinatario ma le
scrive perché siano pubblicate; per esempio le lettere familiari tra le quali una lettera rivolta a Dionigi di
Borgo San Sepolcro nella quale racconta di una passeggiata fatta con il fratello che era una salita di un
monte (il Monte Ventoso) che da semplice passeggiata diventa una confessione intima: egli racconta che
mentre il fratello va dritto alla cima del monte senza esitazione egli invece sceglie un percorso molto
tortuoso (metaforicamente questa scelta rappresenta la scelta di vita del poeta), quando finalmente arriva
alla vetta guarda il panorama in basso e legge una frase di S. Agostino che recita “Gli uomini aspirano ad
ammirare dall’alto il mondo e trascurano sé stessi” (ancora una volta l’invito a cercare la verità in interiore
omini); tra le lettere senili la più importante è posteritati “ai posteri” (un testamento spirituale) la quale ci
dona un’immagine della propria vita in cui si racconta come il prototipo di letterato che attraverso la poesia
trova pace, di un letterato che avrebbe sempre aspirato alla pace a alla quiete ma che ha molta difficoltà a
trovarla.
Queste lettere dunque sono veri e propri testi letterari.
Per Petrarca si può parlare del classicismo perché egli parla di tutto ciò che non riguarda la sfera bassa del
quotidiano e non a caso, sempre quando Bembo lo considererà simbolo della poesia, nel 500 nascerà una
corrente chiamata “petrarchismo” di poeti che seguivano il suo esempio nella quale furono ammesse anche
le donne.
L’Africa, altra opera latina, è un poema epico in esametri (ispirato allo stile classico dell’Eneide) racconta la
seconda guerra punica; quello che ha di particolare è che Petrarca fa un’elegia dei vinti e non fa
un’apoteosi dei vincitori; testimonianza della passione per il mondo antico ma anche testimonianza di un
nuovo modi di raccontare la storia (rispettando il suo interesse per l’analisi profonda dell’anima).

Canzoniere
Nonostante egli elogi il latino si impegna ad elevar il volgare allo stesso livello culturale, ed è proprio con il
Canzoniere che fonda un genere (anticipato da Guittone ma molto meglio elaborato) nel quale egli ha una
cura così maniacale che riesce a mettere insieme liriche di momenti diversi in un unico libro con una
struttura molto salda.
La scrive e la riscrive realizzando ben 9 redazioni di cui la definitiva del 1374 è contenuta nel codice
Vaticano 3196, mentre un altro numero è relativo ad un’altra redazione di abbozzi con tutte le correzioni,
gli emendamenti, le variazioni che il poeta apporta per poi arrivare a quella definitiva; questi abbozzi hanno
dato materiale in abbondanza ai filologi che anno studiato queste correzioni e il loro significato.
Il titolo del manoscritto è quello in latino ^^^ che lega il Canzoniere al Secretum, sono rime scritte in
momenti diversi e raccolti in un unico libro.
Si compone di 366 componimenti di diversi metri: sonetti, canzoni, ballate, sestine, madrigali che
testimoniavano la sua vasta conoscenza delle forme della lirica; sotto il segno della variazione della pluralità
e dello sperimentalismo (i madrigali fino a che non li ha scritti Petrarca erano componimenti che venivano
solo cantati oralmente dai giullari nelle piazze), c’è stato chi ha operato una divisione nel canzoniere tra le
rime in vita e in morte di madonna Laura, una divisione non indicata da Petrarca ma segnalata dagli studiosi
che dopo la canzone “io vo’ pensando e nel pensier m’assale” si rileva un cambiamento di atteggiamento,
una tristezza e una nostalgia profonde che ci segnalano la morte dell’amata; in realtà può essere
considerato un diario perché racconta in prima persona i percorsi interiori, e qualcuno ha detto anche che
può essere considerato un romanzo perché il poeta gioca con il tempo nel racconto di questo amore
( alcuni sonetti sembrano presentare delle prolessi e quindi delle anticipazioni nella vita del poeta).
Madonna Laura è molto più carnale di Beatrice, rappresenta un amore terreno, con una forte spinta
erotica; è il personaggio centrale dell’opera e svolge varie funzioni: sul piano sentimentale è l’oggetto del
desiderio, sul piano conoscitivo spinge l’autore a mettere in discussione se stesso e le sue passioni, sul
piano poetico è ovviamente ispiratrice dei versi.
Molto più fisica di B., è però dipinta in maniera molto stilizzata, a volte in atmosfere rarefatte, il poeta a
volte la chiama dolce inimica un ossimoro che simboleggia l’amore per questa donna che nonostante la
forte passione del poeta è nemica dei suoi sentimenti; il poeta sarà talvolta violento nei suoi confronti e
poeterà con violenza contro di lei mentre altre volte immaginerà una Laura innamorata.
La descrizione della donna amata è frammentata, quasi vivisezionata; ogni parte del suo corpo è descritta
separatamente. Tutti gli oggetti che la riguardano sono come un suo emblema (alcuni oggetti sono talmente
connaturati al personaggio che si sostituiscono ad esso).
Petrarca ha questo sogno utopico di potersi liberare da questo amore e la presenza di questo dissidio
potrebbe far pensare ad una poesia franta e cioè che produce queste contraddizioni ma in realtà come
abbiamo detto prima il poeta era capace di dare equilibrio e ordine solo alle sue rime ^^^
Il nome di Laura crea una serie di giochi: Laura = alloro = corona d’alloro e onore poetico / All’aura = vento,
aria.
(????) Una cosa importante da dire è che anche P. adopera i numeri, soprattutto il numero 6; un critico
specializzato in Petrarca (Sant’Agata) spiega questa simbologia che si basa su 2 coincidenze : pare infatti
che i due si siano incontrati il 6 Aprile 1327 e la donna muoia il 6 Aprile 1348; inoltre il giorno del loro
incontro è venerdì santo e cioè il giorno della passione di Cristo.
Mettendo in relazione questi due elementi simbologico-liturgici possiamo notare che, essendo la somma
delle rime dell’opera 366, se leggiamo ogni sonetto per tutti i giorni del calendario partendo dal 6 Aprile
arriviamo al sonetto 364 (sonetto della morte di Laura) che corrisponde al giorno di Natale e al passo
iniziale per il processo di redenzione del narratore.
Se partiamo dal 6 aprile 1327 (giorno dell’incontro con Laura e della passione di Cristo) e scorriamo tutti i
componimenti come i giorni di un anno, tenendo presente il calendario liturgico, vediamo che il primo
sonetto della seconda parte (la morte di Laura) coincide con il 25 Dicembre e dunque la nascita di Cristo,
dunque: la morte di Cristo coincide con la nascita dell’amore mentre la nascita di Cristo coincide con la
morte di Laura e dunque l’inizio del periodo di redenzione per Petrarca.
DUNQUE tutto ciò sta a simboleggiare come la nascita e la morte di questo amore siano affiancati alla
nascita e la morte di Cristo in modo tale che la coincidenza tra nascita dell’amore e la morte di cristo
simboleggi come questo amore segnò l’inizio della sofferenza mentre la morte dell’amore (e di Laura) che
avvengono il giorno della nascita di Cristo segnano la fine della sofferenza e del peccato e dell’inizio del
cammino di redenzione. (?????)
Il simbolismo numerico di Petrarca è molto diverso da quello di Dante perché non rimanda ad un mondo
religioso ma puramente legato alla sua storia personale e individuale.
Essendoci state tante redazioni e tante modifiche, quello che era il primo sonetto divenne il 32° dove
Petrarca racconta il mito di Dafne ed Apollo: Dafne era una ninfa seguace della dea Diana, essendo
guerriera fece voto di castità ma a causa dell’insidia del dio Apollo questa scappa; il padre per poterla
salvare la trasforma in una pianta di alloro (il riferimento a Laura).
Come primo sonetto invece inserì una sorta di compendio/riassunto dell’opera nel quale egli subito
adopera delle tecniche stilistiche che ci danno la misura di questo equilibrio che riesce a trovare solo nella
scrittura; nel quale egli si rivolge ad un uditorio immaginario formato da persone che hanno provato cose
d’amore e comprendono ciò che lui sta scrivendo in rime sparse e cioè composte in tempi diversi e poi
raccolte, dove ci sono i sospiri e il dolore del suo animo al tempo del giovanile errore che lui stesso ancora
non rinnega del tutto, chiede a questo uditorio pietà se non perdono per aver peccato; anche se egli sa di
essere pieno di segni della sofferenza d’amore di cui ancora si vergogna insieme al desiderio di cose
mondane che lui sa essere brevi sogni (come se anticipasse al lettore il suo cambiamento).
Tutto il sonetto ( 2 quartine e 2 terzine) è sviluppato su 2 piani temporali: il passato con il momento del
peccato e dell’amore e il presente con quello del pentimento.
Le tecniche retoriche non sono subito visibili e c’è bisogno di una più profonda analisi per trovarle:
all’inizio della prima quartina il termine che regge tutto è “voi”, invece alla fine della seconda quartina il
termine che regge tutto sta alla fine del quarto verso “spero”; c’è dunque una disposizione a chiasmo
(incrociata) dei membri di una frase, questa disposizione c’è anche nell’uso che Petrarca fa delle dittologie
(coppie di parole che possono essere in antitesi o sinonimi) anch’esse a chiasmo come per esempio:
piango ragiono (dittologia di termini opposti)

vane speranze van dolore

Nelle terzine il ritmo è più incalzante, gli aggettivi sono pochi e sono tutti di valore negativo (vane, sparse,
breve); ma quello che è importante è l’uso dell’allitterazione (ripetizione degli stessi fonemi, la parte più
piccola della parola, in un verso) per esempio: e di me medesimo meco mi vergogno è un’allitterazione di
“me” e ha funzione di insistere sulla centralità del poeta, il poeta è che è al centro e allo stesso tempo
soggetto e oggetto della poesia e tutta la storia raccontata è individuale, personale e non collettiva.
Le dittologie sono due parole su due piatti della bilancia che non pende da nessuna delle due parti e da
dunque il senso di equilibrio assoluto che placa la mancanza di equilibrio interiore del poeta stesso.

Il sonetto dell’incontro con Laura è il 3° dove c’è anche un chiaro riferimento alla poesia di Cavalcanti,
Petrarca la incontra il giorno della passione di Cristo quando il sole si offuscò per la pietà di Dio verso la
sofferenza del figlio che è stato colpito dagli occhi della donna (ritorno al motivo del 200), in quel momento
egli sentiva che quel giorno di dolore non doveva essere adatto all’amore dunque non era difeso a dovere
contro il dolore dei colpi d’amor che lo trovano disarmato e lo colpiscono dritto al cuore attraverso agli
occhi che sono uscio e varco di lacrime, il poeta era in collera con il Dio amore che lo aveva ferito
nonostante egli fosse già addolorato per la passione di Cristo mentre Laura non l’aveva affatto ferita (amore
non corrisposto).
Un altro sonetto molto importante è solo e pensoso dove c’è il tema della solitudine che come abbiamo
visto il poeta aveva già trattato in 2 opere latine ^^, questa solitudine che è occasione per sottrarsi agli
sguardi del mondo e nascondere il suo amore e la sua passione.
Anche qui sono presenti 2 dittologie: solo e pensoso e tardi e lenti (la prima all’inizio e la seconda alla fine
sempre per creare equilibrio).
Il motivo dello schermo è quello del poeta che si vuole nascondere dagli altri, egli stesso è uno schermo su
di uno sfondo vago (dalla dittologia fuori/dentro), in una valle sconosciuta in un’atmosfera rarefatta dove
però non può nascondersi dall’amore.
-Le figure retoriche sono: dittologie, antitesi (fuori/dentro e spenti/avvampi) e una simmetria finale quando
dice amore viene ragionando con meco ed io con lui dove il tormento d’amore si equilibra nella scrittura.
Le rime del canzoniere sono scritte nel segno della variatio (variazione) ^^ in cui troviamo anche i primi
madrigali d’autore, questi sono componimenti brevi (terzine libere e un distico a rima baciata) dove si parla
di Laura e dove l’autore inserisce come sempre un elemento del mondo antico spolverando in questo caso
il mito di Atteone il quale è un seduttore e che nel madrigale del poeta diventa sedotto dalla dea Diana così
come il poeta è stato crudelmente sedotto dall’innocente Laura che viene dipinta con una infinità di
aggettivi e dettagli, molte antitesi (arde/gelo).
Invece una delle canzoni più importanti chiare fresche e dolci acque definita boschereccia (fuori dalla vita
civile in un’atmosfera rarefatta quasi da sogno) scritta nel ‘45 nell’anniversario del giorno
dell’innamoramento: egli scrive ciò che il poeta immagina e cioè Laura benevola nei suoi confronti.
Il componimento è molto più complessa del sonetto essendo polistrofica nella quale P. alterna
endecasillabi con settenari che rendono la canzone più leggera.
Egli descrive quest’ambientazione onirica dove giace Laura e la descrive con la tecnica della partizione dove
Amore non scocca più frecce perché la donna è morta e Petrarca scrive una sorta di testamento dove
dichiara di voler essere sepolto nel luogo dove Laura s’appoggiava al bosco, vicino ad un ruscello.
Egli immagina la sua sepoltura dove Laura tornerà e lo cercherà invano chiedendo perdono per lui,
piangendo e asciugandosi gli occhi con il suo velo.
La canzone si chiude con un appello alla canzone stessa.
La sestina era usata dal poeta francese Arnault Daniel (poeta del 200) e anche da Dante nelle rime petrose,
un tipo molto adatto ad una tematica dura, infatti data la sua difficoltà fa parte del trobar clus.
Consiste in 6 strofe di 6 versi più un commiato con parole rima in retrogradatio cruciata e cioè che l’ultima
parola dei primi 6 versi ritorna nei secondi 6 versi alternando l’ultima alla prima, la penultima alla seconda;
poi nel commiato ci sono tutte e 6 le parole rima.
La sestina è dedicata (come sempre) a Laura dove l’accusa di averlo condannato notte e giorno ad un
tormento d’amore infinito, proprio perché in tutta la terra non esiste sì aspra fiera come Laura che non gli
dà mai pace (vediamo l’abissale differenza dalla canzone precedente dove il poeta dipingeva la donna in
lacrime per lui sulla sua tomba), nel commiato di 3 versi ripete tutte le parole delle strofe precedenti dove
invece egli rinuncia alla pietà di Laura e accetta la morte solitaria.
Nell’ultima canzone la canzone alla Vergine il poeta chiede alla Madonna non pietà e redenzione religiosa
per poter arrivare a Dio ma una redenzione, una pace terrena e non teologica.

Un’altra opera in volgare di Petrarca sono i Trionfi, un poema allegorico in cui ricorre agli astemi
medioevali; nonostante egli avesse ben poco di medioevale il momento in cui li scrisse era durante un
periodo di stretta amicizia con Boccaccio e la condivisione dell’ammirazione per Dante.
L’opera è fallita, non regge lo stile e il successo del canzoniere, resta incompiuta proprio perché non
rispettava il suo stile (unica opera incompiuta).
Questo poema racconta di una sfilata di carri che rappresentano diverse figure Allegoriche: l’Amore, la
Pudicizia, la Morte, la Fama, il Tempo e l’Eternità.
Dietro il percorso di queste immagini si cela sempre il percorso dell’anima di Petrarca: l’amore (Laura) la
pudicizia (Laura non cede la sua virtù al poeta), la Morte (che gli sottrae l’amata), la Fama (il desiderio di
gloria del poeta, il tempo (che rende tutto vano) e infine l’eternità (la pace eterna che scioglie i dissidi).
Il poema è in terzine in onore di Dante, la sua incompiutezza è legata al fatto che lo stile non era quello del
poeta ma metaforicamente l’opera rimane incompiuta è come è incompiuto il superamento delle proprie
contraddizioni e il non raggiungimento dell’espiazione del peccato.

------------------------------04/02/19

- L’evoluzione della prosa -


La poesia è sempre stata considerata (fino a Croce) superiore alla prosa; addirittura quando Manzoni scrisse
i Promessi Sposi un letterato (Tommaseo) si rammaricava dello stile utilizzato dall’autore.
I generi letterari compongono il sistema culturale di un’epoca, il romanzo si distingue dagli altri per la sua
disponibilità e apertura: è difficile definirlo proprio perché può avere diversi sottogeneri.
Per lungo tempo la prosa è stata considerata inferiore però poiché il sistema culturale (come disse una
semiologa italiana Maria Corti) è insieme stabile ma dinamico: stabile in un’epoca ma non sempre perché
in altre la gerarchia può cambiare.
E’ soprattutto nell’ Europa del 700 e in Italia nell’800 che il romanzo assume un ruolo dominante, anzi (dice
un altro semiologo Michail Michajlovič Bachtin) addirittura quando domina il romanzo gli altri generi di
conseguenza si “romanizzano”.
Nel 200 essendo che la storia inizia con molti esempi di poesia (da Dante a Petrarca) non dà molto spazio
alla prosa di evolversi.
La prosa è il genere più adatto alla classe borghese perché riesce di più a rappresentare la visione borghese
del mondo dunque è chiaro che, nel periodo dei comuni, c’è il predominio della prosa (essendo la poesia
per un pubblico ristretto).
Il passaggio della prosa dal latino al volgare avviene nella seconda metà del 200 e avviene soprattutto con i
“volgarizzamenti” e cioè vengono tradotti in volgare italiano le storie del ciclo bretone e carolingio e
soprattutto si applica in campo giuridico dato che la borghesia cittadina, intraprendente, ha sempre
bisogno di documenti e atti giuridici comprensibili a tutti.
I primi documenti di prosa volgare sono manuali di comportamento (su come si scrivono le lettere o su
come si sta a tavola) perché è indubbio che, nell’epoca in cui la borghesia diventa la classe egemone,
questa cerchi di apprendere delle abitudini dell’aristocrazia.
Soprattutto importanti sono gli exempla: componimenti in volgare del 200, brevissime narrazioni che prima
erano legate a finalità religiose e poi legate a finalità morali-laiche di comportamento.
Una raccolta di exempla si chiama il Novellino ed è una raccolta del 1280 di Anonimo; sono racconti
brevissimi (divisi tra racconti di vizi e racconti religiosi) schematici dove i protagonisti sono re, regine,
personaggi biblici che con un motto di spirito tendono ad insegnare una lezione morale ed è il primo germe
della nascita della novella ( fondata da Boccaccio e diversissima dal Novellino in quanto non è breve, ha lo
scopo solo di intrattenere e ha personaggi reali con una loro identità e carattere).
Il Milione di Marco Polo (proveniente dal suo cognome Emilione) venne raccontato in carcere ad un
compagno di cella (Rustichello da Pisa) che lo trascrisse in lingua d’oïl e poi successivamente volgarizzato; è
importantissimo in quanto unisce l’osservazione della realtà con il gusto del romanesco (racconta un
viaggio in Cina fino all’imperatore) e dà una serie di informazioni antropologiche e descrizioni nette (sarà
una fonte per Boccaccio nella costruzione degli scenari delle sue novelle).
Ci sono in prosa le Cronache, il racconto degli eventi politici del comune e i suoi conflitti interni.
Tutti questi testi insieme ai Fabliaux costituiscono una mappa della nascita della prosa nel 200 e
soprattutto la mappa delle fonti dalle quali prenderà vita la novella con Boccaccio, un genere inizialmente
avversato ma che poi troverà una sua autonomia nei secoli.
Questa era svalutata perché i trattati di retorica non vi davano nessuna importanza, poi perché prima degli
scritti in prosa erano in una veste molto dimessa, e spesso c’era l’anonimato e dunque nessuna podestà
d’autore in più spesso erano affidate all’esibizione di menestrelli e giullari che spesso cadevano
nell’oscenità e nella difficoltà di riprodurre il mimo della prosa.
Ecco perché la prosa era stata messa ai margini della cultura officiale.

Alle origini della novella ci sono 3 stili di racconto breve: l’historia, l’argomentum e la fabula,la prima
riferisce eventi in prosa storicamente accaduti ed ha come fine quello di informare, l’argomentum riferisce
argomenti inventati ma verosimili e ha come fine quello di coinvolgere emotivamente chi legge mentre la
fabula racconta eventi inverosimili con il fine di divertire e intrattenere.
La narrativa breve coincide con lo stile della fabula così come il Decameron perché non hanno né il fine di
informare né di coinvolgere ma solo di intrattenere.
Le caratteristiche della fabula sono: la brevità, la delectatio (assenza di impegno etico), la linearità(il tempo
del racconto è lineare) e la vanitas (non ha nessun senso allegorico o religioso).

BOCCACCIO
Come sempre prima del Decameron ci sono opere minori di Boccaccio che pure c’interessano in quanto
anticipano degli elementi del Decameron stesso.
Poiché il padre di B. lavorava alla Banca dei Bardi di Firenze che finanziava la corte angioina di Napoli
venne costretto a trasferirsi a Napoli alla corte angioina con il figlio.
Trasferimento importantissimo per il Boccaccio in quanto egli nella corte egli conosce Fiammetta la donna
amata, nonché figlia naturale di Roberto D’Angiò; ma anche perché egli s’immerge nel mondo cortese dove
conosce un mondo improntato su comportamenti che lo affascinano tantissimo, egli legge molto della
letteratura cortese con un attenzione particolare ai classici latini e ad Ovidio che parlava d’amore (tema
che sarà molto importante nel Decamerone) e delle sue varie forme: l’amore che porta alla morte fino alla
sessualità più spiccia.
Nello stesso tempo ammira Dante e Petrarca.
Ha dunque una formazione eterogenea che lo porterà a sperimentare varie forme nelle opere giovanili: il
romanzo cavalleresco e anche quello psicologico (Boccaccio è il primo ad introdurre questo sottogenere) e
a queste tematiche unisce il tema autobiografico, soprattutto il suo amore per Fiammetta (che è il nome di
una delle narratrici del Decameron)
Dopo il fallimento della banca dei Bardi il poeta è costretto a tornare con il padre a Firenze; chiaramente la
vita borghese gli piacerà meno di quella di corte, però la città potenzierà il primo campo di osservazione
del reale e dell’umanità intera grazie all’apertura del mondo borghese e la divisione in ceti sociali della
natura comunale di Firenze.
L’ultima fase anche detta umanistica è un’attenzione maggiore del poeta verso Dante legata all’amicizia
con Petrarca.

Le opere giovanili
Le opere giovanili di Boccaccio si possono dividere in 2 periodi:
Le opere napoletane: La prima è la caccia a Diana in terzine (primo omaggio a Dante) e racconta come le
seguaci di Diana si ribellino alla dea offrendo le loro prede a Venere che trasforma gli animali in uomini, tra i
quali c’è anche l’autore che grazie all’amore dell’amata diventa pieno di virtù.
Da una parte questa trama ci indica che c’è il principio cortese dell’amore che ingentilisce l’animo, dall’altra
è abbastanza sintomatico che tra Diana e Venere lui preferisca Venere che è la dea dell’amore invece di
Diana che imponeva la castità ai seguaci.
Quest’opera preannuncia già l’interesse di Boccaccio alla tematica amorosa ed erotica.
La seconda si chiama Filostrato che significa vinto d’amore, è in ottava prima (una strofa di 8 endecasillabi)
ed è molto importante che prima di B. veniva adoperata dai giullari nei loro cantari mentre il poeta li
trascrive, egli porterà in auge questa strofa (la useranno Poliziano e Boiardo nel 400 mentre nel 500 Ariosto
e Tasso) che è molto in chiave narrativo ma molti ne potenziano più le caratteristiche liriche.
Questa prima fase napoletana ci fa capire che il poeta era uno sperimentatore.
L’opera è una ripresa del ciclo troiano in lingua d’oïl, il personaggio Troiolo s’innamora di una giovane
greca che non ricambia in suo amore causando la morte tragica del personaggio.
Quest’opera è importante perché il tema amoroso sopravanza su quello bellico, l’opera ebbe molta fortuna
e venne tradotta in Inghilterra da Caucer mentre Shakespeare ne trasse un dramma.
La terza opera si chiama Filocolo dal greco “fatica d’amore”, riprende un romanzo in lingua d’oïl ed è in
prosa: la storia di due ragazzi (Florio e Biancifiore) ma quello che ci importa è che è un romanzo di tipo
alessandrino (pieno di peripezie) perché il loro amore è contrastato dagli dei (il giovane deve fare delle
prove per ritrovare la ragazza), ci sono colpi di scena e agnizioni (si scopre che qualcuno è il padre/familiare
di qualcun altro) e ha un lieto fine dove i due si sposano.
Dunque il tema principale è l’amore (tragico e felice) che dimostra quanto la vena narrativa dell’autore
fosse sviluppata, presentando dei temi tipici del Decamerone come il tema dell’esotico (nel Filocolo il
giovane ragazzo deve viaggiare anche attraverso il mare per ritrovare l’amata) l’avventura, la Fortuna.
Ritorna molto il motivo del mare che è una forza imprevedibile e quindi è la metafora della Fortuna.
L’ultima opera del periodo napoletano è Teseida, in ottava racconta la storia di due giovani innamorati della
stessa donna che si sfidano a duello, uno dei due muore e prima di morire fa un grande atto di
magnanimità chiedendo all’altro duellante di prendersi cura della donna.
Anche questo ha una doppia valenza: da un lato è una tematica cortese, dall’altra anticipa il tema
dell’ultima giornata del Decameron tutta incentrata sulla magnanimità e sulla cortesia.
Le opere di questo periodo sono importantissime nella biografia intellettuale del poeta in quanto egli cerca
sempre di gradire la corte con le sue opere tenendo, nonostante tutto, un occhio al futuro della sua opera
maggiore.

Le opere fiorentine
Dopo il ritorno a Firenze B. si trova a confrontarsi con un modello molto forte come quello di Dante e infatti
le sue 2 opere sono: Il ninfale d’ameto anche chiamato “la commedia delle ninfe fiorentine” e l’amorosa
visione.
La prima è in terzine ed è un prosimetro (come il modello di Dante), è un testo pastorale che racconta di
questo pastore Ameto che s’innamora di una Ninfa, ma al di là dell’intreccio ciò che è importante da
ricordare è che ad un certo punto del testo il personaggio si ritrae con 7 ninfe e 3 pastori che devono
raccontare delle storie; c’è quindi da un lato il tributo a Dante, dall’altro c’è un’anticipazione del
Decameron.
Ameto, innamorato di una ninfa, non rientra nel modello stilnovistico in quanto il suo è un desiderio
carnale come lo stile dei racconti (di materia erotica) dei 10 personaggi.
L’amorosa visione è anch’essa in terzine e andrebbe accoppiata ai Trionfi di Petrarca perché lui entra in un
castello e assiste ad una parata di trionfi dove incontra Fiammetta.
L’avventura anche qui non ha alcun senso religioso, è un percorso verso la donna amata e non verso Dio.
Il ninfale fiesolano dove c’è il tema della metamorfosi ma è anche un’opera eziologica (che attraverso un
mito B. racconta l’origine di Fiesole e di Firenze).
L’ultima opera del periodo giovanile è la più importante: l’elegia di madonna Fiammetta, un romanzo in
prosa importantissimo in quanto è stato considerato il primo romanzo psicologico della letteratura italiana
ma anche perché per la prima volta a parlare è una donna (Fiammetta stessa scrive una lunga lettera alle
amiche per raccontare il suo strazio amoroso, tutti i palpiti d’amore, racconta come dovesse fingere davanti
al marito per nascondere il suo dolore)
E’ una grande novità ed è molto interessante che quest’opera sia un rovesciamento dell’autobiografia
proprio perché è Fiammetta a raccontare il suo dolore per essere stata lasciata da Panfilo (il poeta) mentre
nella realtà è il contrario.
Tutta questa lettera è scritta con un doppio registro temporale del passato e del presente: il passato e la
sua storia d’amore con Panfilo e il presente con le sofferenze del rifiuto.

Tutto questo cumulo di esperienze di scrittura e di vita confluiranno nel grandissimo serbatoio del
Decameron che ha anch’esso un’architettura perfetta.
(!!!) Tutti questi elementi in mano a Boccaccio vengono potenziati e unendo anche molte delle fonti citate
prima ^^ B. fonda un genere nuovo, tant’è vero che poi tutte le critiche che gli si rivolgeranno all’oscenità
saranno ribaltate spiegando come attraverso un controllo retorico egli non sfocia mai nell’oscenità.
Il Decameron ha avuto l’esigenza di far uscire la novella dalla posizione marginale in cui la cultura ufficiale
l’aveva messa, proprio per questo non troviamo nei trattati di retorica molto sulla narrazione ma troviamo
molto su cos’è la novella nei prologhi e nei proemi degli autori stessi (come il quello dell’opera di B).
Il Decameron si distingue dal Novellino perché Boccaccio arricchisce moltissimo il genere dell’exemplum (ci
sono novelle brevi e lunghe) e soprattutto perché lui inserisce tutte e 100 le novelle nella cosiddetta cornice
e cioè un arciracconto; inoltre tra il novellino e il Decameron cambiano molte cose: il racconto non ha
nessun fine morale, è molto realistico, nel Novellino l’ambiente era molto astratto e anche i personaggi lo
erano mentre nel Decameron dà delle precise coordinate spazio-temporali, colloca i suoi personaggi in uno
spazio preciso (una reggia, la città come Firenze o Napoli con i suoi vicoli che venivano usati per le novelle di
intrigo o beffa), i personaggi sono prelevati da tutte le classi sociali dalla più bassa alla più alta, hanno
un’identità personale più ricca e complessa per cui molto spesso le novelle di cui sono narratori sono una
conseguenza del modo di essere e dunque rispecchiano il loro carattere.
Tutto ciò porta ad una visione laica del reale (Boccaccio viene infatti criticato dal monto ecclesiastico), lui è
il padre del realismo occidentale e vuole rappresentare ampiamente l’umanità che agisce liberamente
sottoposta però all’influenza della Fortuna (può essere avversa o favorevole) che metterà alla prova
l’intelligenza e l’intraprendenza dei personaggi. (!!!)
Il Decameron
Il sottotitolo dell’opera è principe galeotto, che è un chiaro rimando a Paolo e Francesca nel V canto
dell’inferno di Dante, ma anche al personaggio del romanzo di Chretien de Troie che fa da intermediario tra
Lancillotto e Ginevra per il loro amore.
Seppur c’è questo rimando a Dante, manca completamente nell’opera l’aspetto allegorico in quanto il
poeta è interessato solo al mondo del reale.
Il titolo significa in dieci giorni (novelle di dieci giorni), fu scritto tra il 1348 e il 1353 e racconta di 10 giovani
che per fuggire alla terribile peste che minaccia Firenze, si ritirano in una dimora signorile in campagna e
pensano di trascorrere il tempo raccontando ogni giorno una novella ciascuno.
Il libro è così costruito:
- Proemio: in cui è Boccaccio a parlare dove c’è una cosa inedita e cioè la dedica alle donne
- Introduzione alla 1° giornata che costituisce parte della cornice in cui il poeta racconta la peste e racconta
una società completamente sconvolta, flagellata e degradata dalla peste dal punto di vista della salute e da
quello morale, inoltre racconta l’incontro dei giovani i quali attraverso il racconto di queste novelle non
vogliono solo trascorrere il tempo ma è come se volessero ricostruire proprio quella società che non c’è più.
- La cornice non è solo un elemento decorativo, ma esprime la fiducia di Boccaccio nella possibilità di
imporre un ordine alla realtà che è diventata un caos.
Altrettanto significativamente la cornice si distingue dalle novelle perché nella cornice si racconta la vita dei
ragazzi (l’inizio e la fine della giornata, l’atmosfera idillica della campagna e dell’isolamento) inoltre,
contrariamente alle novelle, i ragazzi vengono tutti da una stessa classe sociale ed hanno dunque lo stesso
linguaggio decoroso; difatti quando nel 500 Bembo dirà di imitare P. nella poesia e B. nella prosa
specificherà di utilizzare la lingua formale, alta, uniforme dei novellatori (dato che nelle novelle è presente
un plurilinguismo causato dalla diversa estrazione sociale dei personaggi).
I nomi dei ragazzi a volte richiamano personaggi nelle opere precedenti di Boccaccio (Fiammetta, Panfilo,
Filostrato) a volte sono nomi letterari (Lauretta e dunque il richiamo a Petrarca); non hanno caratteri
psicologici definiti tranne uno: Dioneo ( si chiama così da Dione, la madre di Venere) che è irriverente,
trasgressivo, praticamente è l’unico che ha libertà di parola e può scegliere di non aderire alla tematica di
ogni giorno ed è una chiara maschera dell’autore.
L’architettura perfetta c’è anche nella strutturazione nelle tematiche delle varie giornate:

1. Tema libero: “la novella di Sir Ciappelletto”


2. Chi insidiato dalla fortuna avversa riesce a raggiungere il lieto fine: “la novella di Landolfo
Dufolo”
3. Chi con la capacità d’industria riesce a ottenere ciò che vuole: “la novella di Andreuccio da
Perugia”
4. Amori tragici: la grande novità di Boccaccio sta nel comprendere nella tragedia amorosa anche
le classi sociali più basse e per questo ci sono 3 novelle da prendere in analisi:
“la novella di Gismonda e di Tancredi”
“la novella di Elisabetta da Messina”
“la novella di Simona e Pasquino”
5. Amori a lieto fine: In questa giornata Boccaccio chiarisce il concetto di “scambio” dei valori tra
le classi sociali egemoni dell’epoca (borghesia e nobiltà) ^^
“la novella di Federigo degli Alberighi”
6. Motti di spirito e la capacità attraverso la parola di togliersi dagli impicci: con la prima novella di
questa giornata ci troviamo di fronte ad una metanovella (si trova al centro dell’opera, giusto
nella sua metà) che racconta quanto sia importante e difficile l’arte del “raccontare”,
“la novella di Madonna Oretta”
In un’altra novella vediamo come personaggio d’onore Guido Cavalcanti in una veste
completamente diversa, un’immagine inedita di un personaggio “leggero” data dal balzo che ad
un certo punto compie superando un muretto di cinta, come metafora della leggerezza e della
spensieratezza che non sono per niente qualità del poeta che in realtà ha una natura molto più
“grave”; di questa novella ne parlerà anche Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane negli anni
‘60 del 900.
7. Beffe ai mariti: “novella del mercante Lodovico” (settima novella)
https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_settima/Novella_settima
8. Beffe di altro tipo: Emerge in questa giornata soprattutto un personaggio Calandrino, in ben 4
novelle come se fossero atti di una commedia.
Boccaccio disprezza questo personaggio per la sua stupidità (avendo egli un culto per
l’intelligenza) e tra queste la più divertente è “la novella della pietra magica”
9. Tema libero
10. La virtù e la magnanimità: La novella di “Griselda” che comparata alla prima conclude il
percorso verso l’alto, dal peccatore Sir Ciappelletto alla Santa donna Griselda che è talmente
virtuosa che sembra irreale quasi paragonabile alla Madonna.
La novella piacque tanto a Petrarca che la tradusse in latino, è una novella che può essere letta
in più chiavi: come una fiaba (l’eroina che supera tutte le prove per ottenere ciò che desidera),
in chiave religiosa (Griselda rappresenta il genere umano che sopporta le prove che Dio gli
propone) o in chiave sociologica (la difficoltà dell’unione delle classi).

La corrispondenza tra la 1°e la 9° che sono a tema libero, i 2 dittici tra la 3°- 4° (amori tragici/felici) e 7°- 8° (
beffe ai mariti/di vario tipo) e poi c’è da dire che oltre questa costruzione ben pensata e resa nota nel libro
Boccaccio medioevale e cioè il percorso ascensionale fatto dall’opera perché nella prima giornata, la prima
novella parla di un grande peccatore e un essere immondo mentre l’ultima novella dell’ultima giornata
parla di una donna Griselda, che è il massimo della virtù; vediamo dunque come si va dal peccato alla
massima virtù, tant’è vero che Griselda è un personaggio così buono e virtuoso da essere irrealistico e
addirittura equiparato alla Vergine Maria.
L’altra cosa importante da dire è che prima della 4° giornata c’è un intervento dell’autore che sarà molto
importante nel quale risponderà alle critiche fattegli in seguito alla pubblicazione delle prime novelle.
Per difendersi inserisce in questa introduzione un’altra novelletta definita la 101esima novella.
Il Decameron si struttura su 4 livelli:
- Extradiegetico comprende gli interventi di Boccaccio (il Proemio, l’introduzione alla 4° giornata e le
conclusioni) è importante perché in queste occasioni tiene alto il suo ruolo di “padre” e offre al lettore una
decifrazione delle 100 novelle (da “diegesis” racconto)
- Intradiegetico l’introduzione alla prima giornata, l’introduzione e le conclusioni delle giornate dei ragazzi
che raccontano l’itinerario dal caos alla speranza di un nuovo ordine
- Diegetico la narrazione delle 100 novelle
- Metadiegetico (un racconto nel racconto) presenta 2 metodi:
1.Scatole cinesi e cioè una seconda novelletta che, incastrata nella prima (spesso raccontata da uno dei
personaggi) cambia le sorti della novella principale tramite una morale o un motto di spirito
2.Mise en abyme (messa in profondità) proveniente dall’ araldica (studio degli stemmi), quando in un
testo c’è una 2°novella che è molto simile a quella originale e ne anticipa gli esiti.
E’ un livello che dà importanza al codice narrativo in cui sono costruite le novelle.
ex. Prima giornata “novella del saladino” / “novella del povero Bergamino”

Questa novella tratta dal Decamerone, narra che Saladino, che era un sultano d'Egitto e di Siria (1138-
1193), era molto ricco, potente e saggio ma ultimamente, stava affrontando una carenza economica.

Siccome Saladino era una persona molto avara, cercò di rivolgersi a Melchisedech con l'astuzia affinché
riuscisse ad ottenere ciò che voleva con una parvenza di giustizia. Così fece venire Melchisedech che
era un usuraio di Alessandria, e gli domandò, siccome credeva molto nella religione ebraica, quale tra la
religione giudaica, quella saracena e la cristiana, secondo lui sarebbe quella reale.
Melchisedech però, oltre ad essere un grande religioso, era anche molto astuto e capì subito che con
una sua risposta poteva andare contro il sultano.
A questo punto l'usuraio, siccome doveva per forza dare una risposta, gli raccontò una novelletta che
esprimeva un paragone. Infatti questa novelletta raccontava che un uomo ricco possedeva una pietra
preziosa e che alla sua morte la doveva dare ad un figlio che doveva essere molto fedele e responsabile.
Questa pietra preziosa fu tramandata per molti anni fino a quando, un discendente non sapeva a chi di
tre figli dare la pietra preziosa, poiché erano tutti e tre molto diligenti e rispettosi nei confronti del
padre, così egli decise di fonderne dalla prima altre due e quindi donarle a tutti i suoi eredi.
Tutto fu chiarito fin quando, alla morte del padre, questi tre fratelli non andassero reclamando la loro
eredità sfoggiando lo stesso anello e dunque non riuscendo a risolvere il groviglio.
Con questa novelletta l’usuraio ebreo espose la morale secondo la quale tutte le religioni hanno i propri
diritti e le proprie eredità e questo è giusto ma su chi di loro abbia la supremazia ancora non è certo
come non si sappia chi dei fratelli abbia l’anello autentico; grazie a questa abile dimostrazione d’astuzia
e conoscenza acquistò la fiducia del Saladino con il quale stabilì una solida relazione di
amicizia. (Scatole cinesi)

Nella novella Bergamino è invitato con molti altri a Verona da Cangrande della Scala, il quale intendeva
fare una notabile e meravigliosa festa, ma che poi, preso improvvisamente da avidità, soddisfa con
regali e licenzia tutti i convenuti. Tranne Bergamino, che, non mandato a chiamare, resta ad una
locanda in attesa di essere di utilità, pagando l'oste con le sole tre belle vesti che possedeva. Quando
aveva già impegnato l'ultima, Cangrande decide di andare a trovarlo, per schernire la sua cocciutaggine,
ma Bergamino inizia a raccontargli una garbata novella di un caso simile al suo: un certo Primasso,
grande grammatico parigino, decise di provare la proverbiale ospitalità dell'abate di Cluny (un luogo
comune, con quello della ricchezza dell'abbazia borgognona, molto diffuso nel medioevo). Quando
l'abate lo vide seduto alla sua mensa, senza riconoscerlo si fece prendere da un'improvvisa avarizia e
vietò di servire i pasti, al che Primasso iniziò a mangiare i tre pani che aveva con sé; arrivato al terzo
l'abate si incuriosì della sua cocciutaggine e si pentì della propria avarizia insensata: dopo aver fatto
servire il pranzo venne a sapere dell'ospite illustre e lo ricoprì di doni.
Analogamente Cangrande prova rimorso per la sua subitanea irragionevolezza e donò a Bergamino
denari, vesti e un palafreno (cavallo di posta), e "nel suo piacere per quella volta rimise l'andare e lo
stare". (Mise en abyme)

Nel livello extradiegetico e dunque negli interventi fatti dall’autore durante l’opera troviamo:
Il Proemio nel quale Boccaccio inserisce un’inedita dedica alle donne sapendo che le novelle e il Decameron
stesso possano essere da giovamento ai cuori delicati e a volte maltrattati dalle delusioni d’amore, l’autore
credeva che le donne fossero più capaci di amare e di soffrire ma soprattutto non avevano altre distrazioni
come la caccia e la guerra e avevano bisogno di aiuto per alleviare le loro pene ed erano più disposte alla
lettura; una lettura non più collettiva ma individuale e privata.
La scelta delle donne non è la scelta di un pubblico marginale ma di un pubblico nuovo che potesse
accogliere uno stile di scrittura nuovo.
Poiché la novella non trovava posto nei libri di retorica noi possiamo trovare notizia e descrizione di questo
stile solo nei prologhi e nelle introduzioni delle opere degli autori, proprio come il proemio di Boccaccio nel
quale egli definisce la prosa come mezzo per dilettare, intrattenere rivolto specificamente alle donne.
L’introduzione alla 4° giornata (amori infelici) B. sente la necessità di scriverla per i motivi sopra descritti
^^, i critici letterari lo criticavano per i temi scelti a causa dei quali egli non sarebbe stato ammesso nel
Parnaso (il mitologico monte delle Muse) e dunque non sarebbe stato un letterato di qualità, inoltre questi
credevano che con quelle novelle egli non avrebbe guadagnato nulla da vivere.
Boccaccio ribatte a tutte le critiche:
Per l’esilio dal Parnaso lui risponde dicendo che a parlare d’amore come lui hanno parlato i più grandi poeti
quindi la tematica non è da redarguire ma in particolare egli sosteneva che se le Muse sono donne, egli che
parla di donne è con le muse nel Parnaso; per quanto riguardava la critica sul tema dell’erotico egli
risponde che l’amore può nascere in qualsiasi forma, e lui nel rappresentare il reale e la realtà e quanto in
questa ci sia l’amore introduce la 101esima novella dove racconta di Filippo Balducci che rimasto vedovo
decide di diventare eremita con il figlio piccolo per preservarlo dalle insidie del mondo, quando c’era
necessità di uscire nel mondo esterno era lui ad andare in città lasciando il piccolo nella torre, quando
questo però cresce desidera andare in città con il padre ed egli, dopo esser stato convinto, lo porta con sé;
arrivati in città il ragazzo si guarda intorno resta stupito di qualunque cosa quando ad un certo punto
passano delle giovani fanciulle particolarmente addobbate e il ragazzo resta stupefatto rivolgendo al padre
il desiderio di portare una di quelle “cose” in eremitaggio, il padre cerca di dissuaderlo definendo le dame
“papere” ma il ragazzo non demorde nel desiderarne una al suo fianco, il padre continua dicendo “tu non
sai donde esse s’imbeccano” una chiara allusione erotica con una perifrasi tipica del Boccaccio, ma ancora il
ragazzo insiste nel volere una dama con sé.
Questa novelletta era funzionale a spiegare che l’amore è naturale e avviene in modo istintivo nonostante
appunto l’esilio e il fatto di non aver mai sentito parlare d’amore.
Nelle conclusione egli si riallaccia alla quarta giornata ritornando a difendersi dalle stesse accuse di
oscenità spiegando che sopra ogni novella egli scrive una rubrica dove sono brevemente raccontati i temi
di ogni novella, dunque il lettore può scegliere se procedere nella lettura o meno.
Due delle risposte evidenziano la grande modernità dell’autore nell’evidenziare che anche nella Bibbia si
parla di amore come Eros (Sodoma e Gomorra) ma anche dicendo che l’oscenità non è in chi scrive ma
nell’occhio di chi legge.
E’ moderno perché riconosce quanto la ricezione del lettore è importante nella decodifica del testo dato
che le sue novelle sono aperte a molte interpretazioni ( teoria della ricezione che viene poi a svilupparsi
negli anni raggiungendo con il libro di Eco dei limiti e delle regole come il contesto storico in cui un testo sia
stato scritto o al pensiero dell’autore del testo)

Le Novelle
Ogni novella ha una precisa ambientazione geografica e storico-sociologica.
A volte può svolgersi in un mondo lontano (quello feudale) e più volte B. ricorre alla rappresentazione della
società a lui vicina (borghese) nella quale troviamo l’enorme differenza che nasce con Dante che invece
disprezzava la Borghesia.
Alcuni addirittura definivano il Decameron come l’Epopea dei Mercadanti, però Boccaccio è affascinato
dalle capacità imprenditoriali da quella che è la loro industria e dunque la capacità di “fare” sempre non
superando i limiti della ragion di mercatura dunque non è che per darsi da fare bisogna fare piazza pulita di
tutti i valori, anzi, per l’autore ci deve essere una sorta di scambio e integrazione di valori tra gli
aristocratici e la borghesia: quest’ultimi devono mantenere alcuni valori come la magnanimità il decoro;
nello stesso tempo la prima deve impadronirsi di alcuni valori della borghesia come appunto l’industria.
Ovviamente quello di Boccaccio non è un dinamismo sociale ad ampio spettro perché per esempio gli
artigiani e le altre classi inferiori invece devono rimanere al proprio posto.
Essendo la vita dei mercanti soggetti ad imprevisti, è molto importante il tema della Fortuna: questa è una
forza completamente laica che può favorire o danneggiare il personaggio, però quando questo è
particolarmente intelligente (altro valore importante per Boccaccio) riesce a prevedere la Fortuna e a
tutelarsi.
L’amore ovviamente è una forza naturale, nel Decameron assume diverse forme: può ingentilire gli animi,
può portare alla morte, può portare a beffe o essere puro Eros.
Così come Boccaccio si muove nel tempo ^^ così si muove nello spazio, solitamente lo scenario è la città
come Firenze e Napoli ( quest’ultima proprio per la topografia con i suoi vicoli e i suoi anfratti si presta a
certe novelle) e il mare come metafora della fortuna per la sua imprevedibilità.
Questa rappresentazione del reale è tenuta insieme dalla cornice (il racconto dei ragazzi) che ha un fine
molto preciso e cioè quello di ricostruire attraverso le novelle, una città che era stata distrutta.
Boccaccio nel Proemio quando dice di rivolgersi alle donne per definire la novella usa vari termini: racconti,
romanzi, contrasti, commedie, mimi… racconto perché è il puro scorrere dei fatti, romanzo è quando la
novella ripercorre l’intero percorso del personaggio e non si concentra solo su un episodio, il contrasto è
quando 2 personaggi entrano in conflitto, la commedia perché spesso le novelle hanno un impianto di tipo
teatrale e infine il mimo è quando si dà rilievo alla gestualità del personaggio.
I narratori sono eterodiegetici e dunque non sono personaggi delle novelle, sono narratori di 2° grado
(perché il primo è Boccaccio) e sono onniscienti, speso si identificano con l’autore ma quello che è più
corrispondente all’autore è Dioneo.
Anche per Boccaccio possiamo parlare di plurilinguismo dato che nelle sue novelle ci sono molte classi
sociali a parlare, solo che a differenza di Dante che creava contrasti tra gli stili egli una volta scelta la
provenienza del personaggio, adegua la lingua dell’intera novella a quella del personaggio.

Gli anni della maturità dell’autore vengono definiti gli anni del Boccaccio “umanista”, non che sia una
conversione totale da parte sua ma a causa dell’influenza di Petrarca e la grande passione per Dante
attutiscono un po’ il versante trasgressivo del poeta, prima di tutto anche lui inizia a scrivere opere in latino
come il “bucolicum Carmen” oppure il “de genealogia de orium gentilium” la genealogia degli dei pagani in
cui soprattutto c’è una difesa della poesia e della letteratura in generale.
Ma soprattutto ha colpito la sua opera in volgare “il Corbaccio”, il titolo si pensava derivasse dallo spagnolo
“frusta” o al “covo” e cioè all’uccello del malaugurio; ed è un opera contro le donne, autobiografica, che
racconta di un signore che si è innamorato di una vedova finché il marito defunto non gli fa visita in sogno
facendo una lista di tutti i difetti della moglie e definendo il luogo dove stanno tutte le donne “il porcile di
Venere”.
Sembra appunto essere una rivoluzione a 360 gradi da quella che era l’idea di Boccaccio nel Decameron,
nelle opere latine però c’è il “de claris muriebus” e cioè una galleria delle donne famose.
La passione per Dante lo porta a scrivere sia un trattatello in lode al poeta, sia a fare delle lezioni pubbliche
sulla Divina Commedia, analizzandola canto per canto, che vennero però interrotte alla sua morte.
Da qui appare evidente il pre-umanesimo di Boccaccio, il suo mondo laico, la sua aperta visione verso la
realtà, è affascinato da doti umane prima non considerate tali dalla teologia del medioevo.
Ci accompagna dunque a parlare dell’umanesimo stesso, e dei suoi caratteri generali per inserirvi al suo
interno le corti umanistiche più importanti ( la corte di Lorenzo il Magnifico, la corte di Ferrara e la corte di
Napoli)
------------------------------06/02/19

Appunti di letteratura italiana 7 19/10/18

UMANESIMO
Dare delle date precise dell’inizio e la fine di questo movimento come per gli altri è impossibile, però c’è da
dire che l’umanesimo coincide con il 400 dove avviene una svolta culturale profonda rispetto al Medioevo,
e va all’interno di un movimento più ampio (il Rinascimento dove l’etichetta però l’affidiamo ai primi
decenni del 500 con la cultura della controriforma che combatterà la cultura rinascimentale).
Si chiama umanesimo perché al centro c’è l’uomo e non più Dio, la distinzione tra umanesimo e
Rinascimento avviene attraverso 3 grandi eventi

 La perdita d’indipendenza degli stati italiani, trasformando l’Italia in terra di conquista


 La diffusione della stampa
 La riforma protestante di Martin Lutero alla quale la chiesa risponderà con la Controriforma

Dal punto di vista politico si consolidano le Signorie, che si trasmettono per ereditarietà, molte di queste
diventano Principati (la più importante è quella dei Medici a Firenze).
Tra le signorie però ci sono lotte, tentativi di espansione per cui è centrale la figura di Lorenzo il Magnifico o
“ago della bilancia” che riuscì’ a portare pace in Italia co la pace di Lodi mentre lavorava alla “Florentina
Libertas” ^^.
Nel principato riprende valore la corte, è un fenomeno del mecenatismo (i principi che accolgono aprono le
porte agli intellettuali, sostenendoli anche economicamente) e per questo nasce l’immagine
dell’intellettuale cortigiano.
Nella prima fase dell’umanesimo “cortigiano” non a un’accezione negativa essendo questi intellettuali liberi
di esprimersi, ma nel rinascimento questi perderanno di valore.
Per capire bene cos’è l’umanesimo bisogna fare le opportune distinzioni con il medioevo:
È a causa dell’Umanesimo che il medioevo è visto come un periodo di barbarie
L’umanesimo vuole spazzare via tutte le idee del medioevo, dunque ad una visione teocentrica si
sostituisce una visione antropocentrica
L’uomo è superiore a tutti gli altri esseri viventi. Può operare, agire. Persino il suo corpo, che nella cultura
medioevale era luogo di perdizione, diviene motivo di esaltazione essendo esso emblema della forza
dell’uomo.
L’idea che l’uomo può realizzarsi nella vita e non ha bisogno di aspettare l’aldilà per avere la pace eterna
Nell’umanesimo c’è l’esaltazione della natura e della bellezza che erano proprie del mondo classico e viene
infatti recuperato il culto dei classici.
La filosofia dell’umanesimo scalza Aristotele e le sue rigide teorie, per accogliere il platonismo, con la sua
filosofia dell’anima, retorica.
S’incrementa il desiderio del viaggio e della scoperta tra gli intellettuali alla ricerca di opere classiche nel
mondo.
Nasce in questo periodo la filologia e cioè lo studio capillare del testo per riportarlo alla sua versione
originale, epurarlo da tutte le manomissioni fatte nel periodo medioevale che permette il ristabilirsi del
valore della storia, si riscopre il “De Rerum Natura” di Lucrezio che venne censurato a causa del suo
realismo nel periodo medioevale.
Dell’umanesimo ci sono varie fasi:

 L’umanesimo civile (prima metà del 400) ad opera di intellettuali che sono anche funzionari di
stato e che quindi hanno un ruolo civile della società, cancellieri dei vari principati che sempre in
quest’ottica di umanizzazione danno valore al matrimonio come prima cellula sociale, o al denaro
che invece era mal visto nel 300.
Esemplare in questo periodo la figura di Leon Battista Alberti egli era un artista eclettico, perché ne
sapeva di pittura, di scultura ed era anche un letterato; la sua opera più famosa sono i 4 libri della
Famiglia, un dialogo tra i membri della famiglia Alberti nel quale si parla di diverse cose come ad
esempio il rapporto tra Virtù e Fortuna (già toccato da Boccaccio): secondo l’autore il dominio della
Fortuna è circoscrivibile soltanto all’accadere fisico come la malattia, l’incidente; mentre l’uomo
può sempre con la sua ragione può arginare i movimenti di fortuna.
Quello che si esalta è il valore della vita di campagna, contrariamente a Boccaccio con l’umanesimo
si riscopre il valore del bene immobile; poi si dice che ovviamente la Famiglia è la prima cellula della
società e si rivede il concetto di tempo: si esalta il valore della masserizia e cioè di conservare,
approvvigionarsi (Federico degli Alberighi).
Questi discorsi scalzano la teologia con la loro praticità: il tempo è importante per la masserizia e
mentre prima apparteneva a Dio (veniva infatti condannata l’usura che aumentava il valore del
denaro nel tempo) nell’Umanesimo il tempo è denaro e permette di accrescere i beni di questa
microcellula familiare.
Però l’importanza maggiore che riveste Alberti sta nel fatto che l’umanesimo civile riprende anche
la cultura del latino e degli “studia humanitatis” e alla cultura d’élite, mentre l’autore indice una
gara poetica nel 1441 “il Certame Coronario” in cui avrebbe vinto chi avesse scritto la più bella
poesia in volgare, non vinse nessuno a questa gara ma essa stessa segna il passaggio dal latino al
volgare e la fase umanista conseguente
 L’umanesimo cortigiano richiama invece alla cultura d’élite, perché torna il mondo “distaccato
dalla realtà”, in queste corti si comincia a vagheggiare l’ideale di bellezza, sono permeate dalla
filosofia neoplatonica di Marsilio Ficino e cambia ovviamente il rapporto con i classici, non più la
funzione civile ma la passione retorica per lo stile; tant’è vero che è proprio durante questo periodo
che ci si pone il problema dell’ imitazione, sarà un intellettuale della corte di Lorenzo che esporrà
questo problema tra le due scuole di pensiero:
-Una pensava che bisognasse imitare solo un autore: Cicerone (Cortese)
-L’altra era per l’imitazione multipla e cioè che imitava più autori (come affermava Petrarca^^)
sostenuta da Poliziano

Il genere letterario scelto dall’umanesimo per potersi affermare è prima di tutto il trattato essendo esso un
dispensatore di principi e quindi funzionale ad una cultura uova che deve divulgare le proprie idee (trattati
sulla dignità dell’uomo...) nel diventare poi umanesimo cortigiano, stabilendosi nella società cortigiana
utilizza la novella come quella di Masuccio Salernitano a Napoli avendo come modello Boccaccio ma
distaccandosi sempre un po’, per esempio in quelle di Salernitano non c’era la cornice e era piena di satira
contro le donne e contro gli ecclesiastici, le novelle anche di Ghelardi da Prato che invece adotta la cornice
come Boccaccio; poi la poesia dove il modello sommo è Petrarca, ad esempio Boiardo della corte di Ferrara
scriverà un canzoniere (sempre scostandosi un po’ da Petrarca) ; ma anche la poesia carnevalesca con
Burchiello; c’è infine una ripresa del romanzo cavalleresco che tra l’altro è un genere adatto alle corti che si
riferisce all’ Orlando innamorato di Boiardo (nel 400) e all’ Orlando Furioso di Ariosto (del 500) che
continua l’Orlando innamorato ma con caratteristiche differenti; e infine il teatro diverso dalle sacre
rappresentazioni (vite dei santi adattate a diventare un testo teatrale) che con Poliziano diventa invece
profano.

LE CORTI DEL 400


La corte dei Medici o corte di Firenze di Lorenzo tiene il potere dal 1469 al 1492, pur essendo un principe
assoluto ci teneva molto a mantenere la tradizione comunale di Firenze, fu colui che mise fine le guerre tra i
principati portando un periodo di pace (anche se c’era un po’ in tutti il presentimento che questa pace fosse
destinata a finire con la discesa di Carlo VIII di Francia)
La madre Lucrezia Tornabuoni, donna coltissima, lo seguì negli studi permettendogli di disporre di una
biblioteca (La Biblioteca Lorenziana); tra i tanti personaggi e intellettuali della sua corte è importante la
presenza di Marsilio Ficino, un filosofo che diede vita al neoplatonismo che si basava sull’idea che l’uomo
era il tramite tra Dio e la Natura perché l’uomo era capace di trovare Dio attraverso l’amore per la natura.
Egli ebbe 3 grandi intellettuali alla sua corte:
-Ficino un filosofo
-Poliziano un filologo amante della poesia nel senso più alto del termine
-Pulci un trasgressivo, tant’è vero che ad un certo punto fu allontanato dalla corte, dopo aver scritto un
sonetto irriverente contro Ficino.
Nelle sue produzioni Lorenzo prende spunto un po’ da tutti:
Sul modello di Ficino scrive “le selve d’amore” un itinerario dalle passioni carnali alla pura contemplazione
della bellezza, e anche “l’altercazione” in terzine; sul modello di Pulci e sotto la sua influenza egli scrisse “i
beoni” e cioè la galleria dei più gradi bevitori di Firenze e anche “la neccia da Barberino” che si riallaccia alla
satira del villano e al rovesciamento dell’amore cortese; questa racconta di un villano (personaggio di bassa
estrazione) chiamato Vallera che si innamora di una giovane nobildonna Nincia; sul modello di Poliziano
scriverà “il Corinto” un poemetto idillico-campestre in cui c’è questa immagine della campagna lontana
dalla realtà sulla quale grava un sentimento malinconico e cioè l’idea che la giovinezza svanisce presto; alla
stessa tematica si riallaccia la canzone di Bacco e Arianna dei canti carnascialeschi (destinati alle feste di
carnevale) con il tema della rosa che appassisce e i petali che cadono, come un presagio che quella pace da
lui stabilita sarà insidiata.
Egli dunque accoglie gli intellettuali dai quali, allo stesso tempo, prende spunto per le sue opere essendo
anch’esso un attivo intellettuale.

Per il teatro invece scrisse solo sacre rappresentazioni

Per quanto riguarda Poliziano è importantissima la Raccolta Aragonese (realizzata per volontà di Lorenzo)
dove sono raccolte le migliori poesie della tradizione Italiana (dalla scuola siciliana all’umanesimo) da
mandare in dono al re di Napoli (e non è un caso che il prologo e la dedica di questa raccolta, che rifà la
storia della poesia in volgare, siano state affidate proprio a lui da Lorenzo, essendo considerato tra i tre il
poeta per eccellenza) fu il precettore dei figli di Lorenzo, nel tempo ebbe dei dissapori con la madre (e
moglie di Lorenzo) Clarice Orsini e venne cacciato dalla corte Medicea, si rifugiò per un breve periodo nella
corte di Mantova per poi ritornare a Firenze.
Egli considerava la poesia fondamentale fin dalla formazione della società umana.
Frutto del suo lavoro filologico, che lo portò a collocare ogni opera nel suo contesto originario, furono le
“Miscellanee” e soprattutto le “Sylvae” nel suo incarico universitario.
Entrò in polemica con Cortese per la questione dell’ imitazione ^^, era forte sostenitore della dignità del
volgare con il quale scrisse una delle sue opere più famose “le stanze per la giostra” un poemetto in ottave
scritto in occasione della vittoria di Giuliano de Medici (fratello di Lorenzo) a una giostra (dei tornei in cui
doveva sempre risultare un vincitore); è opera encomiastica e dunque di lode ma anche un opera
sull’altissimo valore civilizzatore della poesia; rimasta purtroppo interrotta al II libro nel 1478 a causa di
congiura (congiura de’ Pazzi ), da parte di una famiglia avversa ai Medici, che uccise Giuliano e proprio
perché egli ne era protagonista assieme alla donna amata Simonetta Vespucci non fu più possibile
continuare l’opera.
Il poemetto in ottave racconta di questo personaggio selvatico Iulo il quale ama solo la caccia e dopo la
caccia si intrattiene con dei pastori con i quali disdegna l’amore, Cupido (figlio di Venere) pensa di dargli
una lezione e gli fa apparire una cerva che lui insegue, questa si trasforma in una ninfa bellissima
(Simonetta) per cui Iulo si innamora perdutamente; per questo il poemetto è anche una sorta di romanzo di
formazione in quanto il personaggio si evolve da cinico e beffardo dell’amore a uomo innamorato che si
eleva proprio grazie all’amore, passando dunque dalla giovane età alla virilità/maturità; nel secondo libro
Iulo va nel regno di Venere, la descrizione di questo mondo è bellissima egli infatti lo dipinge come un
mondo incantato dove Venere e Marte amoreggiano e dove nessun mortale può mettere piede, dove il sole
splende imperituro e nel quale Cupido convince la madre a mandare un sogno profetico a Iulo che lo spinge
a cimentarsi in questa giostra per conquistare l’amore della ninfa (è qui che s’interrompe l’opera).
Naturalmente è un’opera nella quale sono presentissimi i segni della poesia antica latina ma anche della
poesia di Petrarca (è stata definita proprio per questo una poesia al quadrato) anche se quest’imitazione
non significa che egli sia un seguace di altri poeti ma un poeta che riesce ad amalgamare la sua conoscenza
profondissima della poesia in un prodotto nuovo.
E’ un’opera piena di simbolismo con il mito della bellezza, dell’amore, del percorso ascensionale e della
crescita di Iulo stesso ma anche la descrizione del regno di Venere perché è una sorta di locus amoenus
(luogo ideale, felice e sereno che si trova anche nella letteratura religiosa medievale ma che Poliziano
reinterpreta in chiave laica) ristretto a pochissimi e soprattutto senza nessun conflitto, un luogo sereno e
pieno d’amore.
C’è una cura incredibile della poesia in quanto egli procede per distici, ogni due versi ci propongono delle
immagini chiarissime di ciò che viene descritto, è un’ottava lirica e descrittiva divisa in quattro distici come
una poesia concertante: ogni verso è la nota di uno spartito che crea un concerto di immagini (mentre la
prima ottava di Ariosto sarà di tipo narrativo).
A Mantova scrisse un’opera teatrale che si chiama “la favola di Orfeo” (ripresa da Virgilio) che racconta di
Euridice (moglie di Orfeo) che per sfuggire ad Aristeo, che la vuole sedurre, viene morsa da un serpente e
muore; Orfeo (il simbolo della poesia) è disperato e scende nell’Ade per chiedere al dio ce vi regna di
ridargli la moglie, egli glielo concede a patto che lui riesca ad uscire dal suo regno senza voltarsi, Orfeo
però non ce la fa, la moglie scompare per sempre e lui, sconfitto, viene dilaniato dalle Baccanti.
Il senso metaforico è doppio: da un lato c’è l’esaltazione della poesia dato che Orfeo con la sua cedra e
attraverso la poesia riesce ad ammansire le belve dell’Ade, ma dall’altro esso viene dilaniato dalle Baccanti,
questo a simboleggiare il presentimento che la pace stabilita da Lorenzo finirà presto (altro elemento in
comune con Lorenzo è la scrittura delle “canzoni a Ballo” tra cui la canzone “i’ mi trovai, fanciulle” con il
tema della fanciullezza che passa e della rosa che appassisce)
Il testo scritto a Mantova è importante in quanto introduce il nuovo stile di teatro dalla sacralità alla laicità
^^.
Di altro stampo era invece Pulci: trasgressivo a tal punto da essere cacciato dalla corte, inserito nella linea
del carnevalesco.
Prima di tutto tra lui e Lorenzo c’era un gioco: quando egli scrive la “nuncia da Barberino” Lorenzo rispose
con un’altra opera dello stesso genere “la bega di Nicomano”; si mandavano dunque tra di loro opere quasi
come se fosse una gara a chi fosse più parodico.
La sua opera maggiore è il “Morgante”, in una prima redazione era in 23 cantali, poi in una seconda
redazione ne aggiunse altri 5, edizione chiamata “Morgante Maggiore”.
Quest’opera riprende la tematica da un cantale del 1450 “l’Orlando”, per completamente stravolgerlo e
immetterci tutti i suoi spiriti bizzarri che lavorano soprattutto sul linguaggio, la trama è lasciata da parte
dedicandosi più sull’espressionismo linguistico che lacera i modelli classici; la materia è del ciclo carolingio
(tradimento) e in questa storia che era in aria medioevale (il cavaliere che si sacrifica per il signore) si
inseriscono 2 personaggi nuovi: Morgante un gigante che si converte al cristianesimo, si unisce all’esercito
di Carlo e che salva la nave dell’esercito dal naufragio sostituendosi ad uno degli alberi grazie alla sua
stazza; e l’amico Margutte che è un gigante nano.
Poiché la scrittura gioca con il paradosso Morgante muore per il morso di un granchio e Margutte muore
dalle risate per aver visto una bertuccia che gli si era infilata negli stivali.
E’ una narrazione non organica, gli episodi non hanno legami, perché a lui interessa sperimentare il
linguaggio; la lingua ha il sopravvento sulla trama, un linguaggio che desacralizza tutto, estremamente
espressionistico (molto cruento), mischia i gerghi, il parlato, termini forti tanto da deformare la lingua e
renderla molto espressiva come ad esempio con il cibo (i personaggi mangiano i resti dei nemici uccisi).
Tutto questo è già evidente quando appare sulla scena Margutte che è un ghiottone, nato da una monaca
greca e da un prete maomettano (quindi già una nascita sacrilega); il quale uccide anche il padre, gesto che
ha un significato simbolico in quanto egli uccide l’autorità (simbolo della natura trasgressiva di Pulci).

Appunti di letteratura italiana 9 25/10/18

La corte di Ferrara o corte degli Estensi e dei tre marchesi che si susseguono: Leonello, Borso ed Ercole I fu
anch’essa importantissima in quanto come intellettuale vi troviamo Matteo Maria Boiardo, di origini
aristocratiche e scrittore di alta formazione umanistica.
Stando a corte scrisse un’opera teatrale “il timone”; sul modello di Petrarca, con le dovute distinzioni,
scrisse un canzoniere d’amore “Amorum Libri” in 3 libri in onore della donna amata Antonia Caprara.
Nel primo libro canta le gioie dell’amore
Nel secondo libro il dolore del tradimento
Nel terzo libro il pentimento
Naturalmente il modello è di P. (che nel rinascimento porterà alla nascita del Petrarchismo) però nel
canzoniere di Boiardo manca il dissidio dell’anima tra amore per la mondanità e per i piaceri della vita e
consapevolezza della necessità di tendere a Dio proprio a causa del contesto Umanista in cui Boiardo
scrive.
Il suo capolavoro è “L’Orlando innamorato” anche questa interrotta bruscamente nel 3° libro a causa della
discesa di Carlo VIII di Francia e delle successive invasioni territoriali francesi e spagnole.
L’opera è un romanzo cavalleresco, anche questo era molto amato dalla corte perché si celebrano cavalieri
ed eroi, e nel quale Boiardo unisce ciclo Bretone e Carolingio (parla di amore e di guerra).
Già il titolo segnala la grande novità perché l’aggettivo “innamorato” è quasi un ossimoro accostato al
nome di Orlando dato che l’eroe rappresenta il modello del cavaliere senza macchia e senza paura mentre
Boiardo lo stravolge (ossimoro che ritornerà con Ariosto e “l’Orlando furioso” nel quale l’eroe è in preda
alla follia).
E’ la storia di un personaggio nuovo, la bellissima Angelica figlia del re Del Catari (protagonista anche di
Ariosto) che fa innamorare tutti i cavalieri e soprattutto fa innamorare sia Orlando che il cugino Rinaldo e
anche il nemico dei cavalieri di Carlo Magno Agricane.
Angelica è l’emblema della donna imprevedibile, sfuggente, che sceglie chi amare Angelica non è né come
Beatrice né come Laura, è sensuale, corporea (anche nel Gattopardo ci sarà un’Angelica scelta da Tommaso
di Lampedusa come in Senilità di Svevo dove si chiamerà Ange e sarà una di facili costumi, infatti il
personaggio maschile, uomo carnale e legato alle passioni terrene, la chiama Giolona).
Orlando uccide Agricane e poi fa un duello con Rinaldo ma questo duello viene interrotto da Carlo Magno
che promette la donna a chi sarà più valoroso nella guerra contro i Saraceni (è qui che si interrompe
l’opera)
L’altra novità è che tutti i valori cortesi sono svuotati dei loro caratteri medioevali e riempiti di caratteri
umanistici: la prodezza (che prima era indirizzata alla difesa del sovrano) diventa la virtù dell’uomo libero
che contrasta la fortuna, non è più devozione ma una dote personale; l’onore perde il carattere feudale di
fedeltà per diventare affermazione di sé della propria statura morale; lealtà e cortesia sono caratteri
umani e i personaggi sono fortemente tolleranti verso il diverso.
Boiardo attualizza i valori cortesi inserendo un valore aggiunto che è quello della cultura: il protagonista è
superiore ad Agricane perché non è bruto ma colto.
La trama è affollata di avventure, e proprio perché doveva intrattenere la corte, nell’intreccio di Ariosto si
dirameranno un sacco di storie di altri personaggi; Boiardo usa una tecnica che si chiama “entrelacement” e
cioè spezzare un’avventura nel momento clue, raccontarne un’altra, e riprendere quella precedente per
tenere desta l’attenzione del pubblico sugli avvenimenti e creare suspence, desiderio evidente dell’autore
nei continui appelli al lettore (segno dell’oralità dell’opera).
La lingua usata da Boiardo è un insieme di toscano e padano (la lingua della corte ferrarese), tant’è vero
che nel 500 sarà tradotto da Berni in fiorentino che diverrà lingua di Stato.

La corte di Napoli o corte Aragonese è una corte che vive il dominio straniero e quindi ha una successione
turbolenta: all’inizio vi era la dinastia Aragonese questa però crolla quando scendono i francesi di Carlo VIII,
poi sarà riconquistata dagli aragonesi e infine Napoli sarà sotto il dominio degli spagnoli di Ferdinando il
Cattolico.
I maggiori rappresentanti di questa corte sono due personaggi completamente diversi:
Pontano che ebbe una brillante carriera politica: diventò segretario di Stato e fu anche capo di
un’accademia “l’accademia Panormita” (che nell’umanesimo era luogo d’incontro per gli intellettuali) della
quale divenne capo ribattezzandola con il nome “accademia Pontaniana”.
Egli fu umanista nel senso pieno della parola ma preferì scrivere in latino perché lui voleva essere un
autore di successo Europeo, dunque sceglie una lingua che gli consente di avere un pubblico molto vasto;
scrive trattati politici e poetici: tra i primi il più importante è “il de principe” la visione in chiave umanistica
del principe perfetto, somma di tutte le virtù laiche e mondane.
- - Questa questione dei trattati sulla figura del principe risale al medioevo ma al tempo c’erano i speculum
principis in linea con la cultura teologica, nei quali il principe era emanazione di Dio e dunque era
spiritualizzato mentre Pontano laicizza la figura del principe: le virtù sono sia laiche che mondane ma resta
un principe idealizzato, ed è proprio qui che scopriremo più in là l’enorme novità di Machiavelli e del suo
trattato.- -
Pontano inseguì il successo, ebbe un rapporto pacifico con tutte le corti e le sue successioni contrariamente
a Iacopo Sannazzaro il quale non ebbe un rapporto pacificato con il suo tempo perché era un intellettuale
molto tormentato e malinconico che ebbe anche un rapporto problematico con la scrittura ma soprattutto
mentre Pontano accolse con favore l’arrivo dei Francesi, Sannazzaro rimase fedele agli Aragona al punto di
seguire Federigo D’Aragona in esilio.
Il suo rapporto difficile con la scrittura emerge con la sua opera maggiore “l’Arcadia”, un’opera
complessissima: un prosimetro con un prologo, 12 prose, 12 egloghe e un congedo; un’opera pastorale
quindi si rifà non solo ai modelli latini (Virgilio, Teocrito…) ma si rifà anche al ninfale di Boccaccio per poi
rinnovare il genere al punto da diventare il modello per le successive opere pastorali (Tasso scriverà
l’Aminta in uno dei rari momenti di pace proprio sul modello di Sannazzaro).
Quest’opera ha avuto una elaborazione così lunga proprio a causa delle continue revisioni del poeta e della
sua irrequietezza.
Il nome Arcadia deriva da una regione del Peloponneso piena di pastori che nell’opera di Sannazzaro
rappresenta la trasfigurazione della corte Aragonese: un mondo idillico e incontaminato ma che viene
improvvisamente invaso da dolore e distruzione (proprio come la corte Aragonese che ad un certo punto è
aggredita dall’occupazione straniera).
Nelle prime 5 prose prevale l’elemento descrittivo, dalla 6° compare il narratore (controfigura di
Sannazzaro) che si chiama Sincero e spicca tra gli altri pastori e dà il via ad una sorta di romanzo
autobiografico: racconta la sua storia di nobili origini, lascia Napoli e si rifugia in Arcadia per guarire le sue
sofferenze d’Amore.
Rinnova il mito dell’Arcadia stessa di pace e serenità nella quale l’uomo approda in seguito ad una
sofferenza ed è solitamente un luogo alternativo alla corte mentre invece in questo caso diventa la
trasfigurazione della corte stessa (come Tasso nell’Aminta dove le maschere nascondono vari personaggi
della vera corte Estense).
E’ un umanista a tutti gli effetti, scrive anche delle Rime per la donna amata che anticipano il petrarchismo a
venire (indotto dal classicismo di Bembo) ma che non arriverà all’altezza di Petrarca (il migliore canzoniere
sarà di Mon Signore della Casa) ma avrà anche una funzione sociale: la promozione delle donne non come
personaggi letterari ma scrittrici in prima persona.

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Appunti di letteratura italiana 10 26/10/18


IL RINASCIMENTO
Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 finisce la pace di Lodi e la politica d’equilibrio tra i vari
principati, Carlo VIII re di Francia scende in Italia e in pochissimo tempo entra a Milano, Firenze e Napoli.
Il suo successo di breve durata ma segnalò la debolezza degli stati italiani, dovuta soprattutto alla mancanza
di un buon esercito, il mare diventa infatti uno scacchiere per le invasioni straniere perché dopo la Francia è
la volta della Spagna e nel 1527 c’è il sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi che la devastarono
completamente; e nel 1530 Carlo V di Spagna viene incoronato imperatore d’Italia.
A causa dunque di questa successione di stranieri e invasori cambia drasticamente il ruolo dell’intellettuale
cortigiano, diventa un semplice elemento decorativo che sta lì per fare encomio alla casata ma perde la sua
autonomia ed identità.
Tra l’altro c’è anche la scoperta dell’America dunque i traffici commerciali si spostano nell’atlantico
constatando anche un crollo dell’economia.
Il sacco di Roma porta anche alla diffusione di gravi epidemie.
Nonostante l’Italia fosse politicamente prostrata e violentata fu proprio in questo periodo (o meglio, nei
primi 30 anni del 500) che la cultura si sviluppava florida con autori come Machiavelli, Ariosto, Castiglione e
diventa un modello culturale per l’Europa.
Ha dei legami con l’umanesimo perché la filosofia è sempre la neoplatonica, una filosofia che esalta l’uomo
e le sue capacità, le sue doti; continuano gli studi filologici e l’amore per la natività; nello stesso tempo
prendono piede gli studi scientifici di Leonardo.
Nel 500 avviene anche la scoperta della stampa, la più famosa stamperia era quella di Aldo Manunzio a
Venezia; stampa che permise una più ampia circolazione dei testi, nasce un mercato del libro, nasce la
figura dell’editore e naturalmente con la nascita del mercato il pubblico assume un ruolo importante, è
importante proprio perché anche gli intellettuali trovano una nuova fonte di sostentamento tramite la
vendita dei libri.
In effetti oi possiamo individuare nella cultura del 500 ben 3 filoni, i primi due sono contemporanei mentre
il manierismo viene nella seconda metà inoltrata del 500

 Classicismo: con classicismo c’è una forte codificazione delle regole letterarie, la letteratura si basa
sui principi dell’equilibrio e dell’armonia.
Una forte codificazione che fu poi incentivata dalla riscoperta della poetica aristotelica, dove il
filosofo aveva dato delle regole soprattutto per la tragedia e l’epica però la poetica fu un po’ forzata
(per esempio la tragedia si doveva basare su 3 unità):
-Tempo si doveva svolgere in 24h
-Luogo doveva essere uno solo
-Azione doveva svolgersi intorno ad un solo argomento).
Il classicismo detta regole anche sulla lingua, sui comportamenti, sui modelli da seguire; grande
classicista fu Bembo che con le prose della volgar lingua del 1525 disse che chi scriveva in poesia
doveva imitare Petrarca, chi in prosa il Boccaccio della cornice non citando in alcun modo Dante.
Bembo scrisse un’altra opera importante nel futuro “gli Asolani”, un dialogo tra vari personaggi tra
cui il fratello di Bembo che è portavoce dell’autore stesso, sull’esaltazione dell’amore platonico.
Il problema della lingua lo pose anche Castiglione come vedremo, autore del “Cortigiano” dove
scrive le regole del perfetto uomo di corte e contrariamente a Bembo egli dice che bisogna
adottare in letteratura la lingua che si parla nelle corti.
Nonostante entrambe le posizioni vengano da due persone d’élite per un pubblico ristretto alla
corte, si differenziano dal fatto che Castiglione è legato alla realtà specifica della corte mentre
Bembo è legato alla letterarietà in generale.
Machiavelli invece pensava che i letterati dovessero adoperare la lingua dell’uso, e cioè il fiorentino
parlato; significa dunque che la sua posizione non è d’élite ma democratica ma è soprattutto
rispecchia la sua volontà di allargare il pubblico (il Principe infatti aveva un pubblico era molto
vasto)
Tra le tre quella egemone fu la posizione classicista di Bembo.
La tradizione classicista della letteratura italiana impedirà e favorirà l’Italia nell’accogliere idee
diverse della letteratura (ad esempio quando si diffuse dalla Germania il romanticismo che
immetteva nuove tematiche, chiaramente non fu accolto dai classicisti, anzi, nacque una polemica
tra i due movimenti) equilibrando gli eccessi (anche Verga prenderà spunto da Zola ma va verso un
reale ben temperato, non passa agli eccessi di Zola ma resta in un equilibrio tipico del classicismo)
 Anticlassicismo è ovviamente il rovescio della medaglia e cioè di autori che rientrano nel
carnevalesco che rifiutano le regole, che stravolgono in senso parodico i generi della letteratura.
Questi due fiumi opposti però convivono.
I maggiori rappresentanti di questo movimento furono:
Berni che va contro la sacralità della poesia, contro il petrarchismo e scrive un’opera satirica che è
quasi paragonabile al grottesco “i Capitoli”; il più noto è Pietro Aretino, autore delle Pasquinate e
cioè delle composizioni che prima erano anonime, denigratorie contro il Papa chiamate così perché
venivano affissi sulla statua di Mastro Pasquino a Roma, è un intellettuale libero che ce l’aveva
contro l’intellettuale cortigiano, si cimenta in molti generi, per esempio nel teatro scrive “La
Cortigiana” di tematica trasgressiva, scrive poi “I Ragionamenti” delle novelle divise in 3 giornate in
cui i personaggi sono prostitute, monache libertine e tutto è dovuto a questo principio del
rovesciamento, tant’è vero che in quest’opera lui prende da Boccaccio tutto ciò che Bembo diceva
di non dover prendere: la lingua delle novelle, l’eros…
Folengo è importante perché fu come l’inventore della lingua maccheronica (lingua che usa la
morfologia e la grammatica latina più la sintassi volgare) che mischia latino e volgare con elementi
dialettali e con questa sperimentazione linguistica scrive le “Maccheronee” che sono un insieme di
opere, la più importante è il “Baldus”, anche quei c’è il tema del rovesciamento, una parodia del
romanzo cavalleresco: Baldus è un eroe monello che si aggira in un mondo contadino, che fa
bravate e soprusi; Folengo usa il contenitore del cavalleresco per infrangerlo e ritorcerlo.
 Manierismo si colloca dopo e si esprime prima nelle arti visive e poi nella letteratura, questo porta
talmente all’eccesso le regole da alterarle, da arrivare ad un azzeramento completo dell’armonia
e dell’equilibrio.
È proprio per questo una cultura espressionistica con caratteri forti e deformanti che aprono la
strada al Barocco (una poetica della meraviglia e della bizzarria).
Coincide anche al periodo della Controriforma (citata dopo) un’epoca di forte restrizione che
influisce molto anche sulla produzione di Tasso (citato dopo).

In generale comunque i generi del Rinascimento erano: il trattato necessario a definire le idee della nuova
cultura, stavolta in volgare (dopo il certame coronario) e può essere di 2 tipi:

1. Monologico e cioè quando è una sola persona a parlare (per esempio il Principe di Machiavelli)
quando l’autore vuole dare una propria visione del mondo
2. Dialogico e cioè quando c’è un dibattito tra vari personaggi su diversi punti di vista tra i quali
però ne prevale sempre uno (come gli Asolani di Bembo)

Continuano a scriversi novelle, con Matteo Bandello che scrive il novelliere senza cornice; e soprattutto
Girardi Cinzio (che ritroveremo con Tasso) che scrive gli enatommiti o i cento racconti, dove la cornice
diversamente da Boccaccio è il sacco di Roma da cui un gruppo di persone fuggono verso Marsiglia, in
questa opera prevale molto il tema morale (molto diverso dal tema boccacciano);
per quanto riguarda la poesia siamo nell’età del petrarchismo, dove Petrarca è un modello indiscusso; il
miglior canzoniere è di Monsignor della Casa che scriverà anche un manuale di comportamento “il Galateo”
e che vede questo nuovo fenomeno di promozione delle donne che scrivono: Gaspara Stampa, Isabella di
Morra, Vittoria Colonna.
Altro genere è il romanzo cavalleresco, nel teatro si scrivono tragedie sul modello truculento di Seneca e
commedie che come vedremo passeranno da una rappresentazione di commedie di Plauto e Terenzio, alla
traduzione di queste commedie, alla scrittura di commedie in latino, in volgare fino ad arrivare alle
commedie inedite scritte da Machiavelli e Ariosto.
Vediamo dunque come il Rinascimento abbia un doppio movimento: portare a compimento ciò che era
iniziato nell’umanesimo e allo stesso tempo stravolgerne alcuni canoni per questioni storico-politiche del
tempo.

----------------------------------------------11/02/19

MACHIAVELLI
Il contesto storico in cui vive l’autore è un tumulto di cambiamenti: dalla morte di Lorenzo il Magnifico nel
1492 alla discesa di Carlo VIII di Francia.
A Firenze, con la fine della libertà italiana, viene cacciato Piero de Medici e c’è una prima forma di
repubblica con Savonarola (un frate dell’ordine dei Piagnoni) che dura molto poco, secondo Machiavelli il
problema era che egli non aveva un esercito, e viene arso al rogo; subentra un’altra repubblica di
Piè Soderini, presso questa repubblica Machiavelli inizia la sua carriera politica e diventa segretario della
seconda cancelleria della repubblica che doveva occuparsi del problema militare e della politica estera.
Nel 1512 cade Soderini e ritornano i Medici, Machiavelli viene esiliato dai Medici, e torturato perché aveva
tradito la corte.
Viene esiliato a San Casciano ed è qui che comincia il Principe, torna a Firenze dopo esser stato perdonato
dai Medici e nel 1527 con il sacco di Roma i Medici vengono nuovamente cacciati e nasce una nuova
repubblica dalla quale egli venne escluso a causa della pace ristabilita con i Medici.
Machiavelli era in realtà ideologicamente repubblicano dunque accetta l’incarico di Soderini dove
acquisisce esperienza della situazione d’Italia e delle monarchie Europee.
Egli infine muore esattamente nel 1527.
Di Machiavelli ci resta un vasto epistolario, però è diverso da quello di Petrarca perché a differenza del
poeta Machiavelli non scrive con l’obbiettivo di pubblicarle, sono lettere personali dedicate ad amici e
parenti; tra queste una in particolare del 10 dicembre 1513 mandata a Francesco Vettori (ambasciatore di
Firenze a Roma), dove egli racconta come si svolge la sua vita da esiliato e dice che mentre di giorno vive la
vita del paese, frequenta le osterie, gioca a dadi; di sera si chiude nel suo studio e comincia a leggere e a
studiare la storia del passato; questa è divisa tra registro comico dedicato alle attività mattiniere e tra una
parte più introspettiva e aulica quando racconta i suoi studi notturni e solitari.
La lettera è importante perché ci fa capire che ha un rapporto fortissimo con passato e presente (lo studio
e la vita del paese), il principe è infatti scritto per il presente (un manuale per i Medici scritto per imparare
ad uscire dalla sudditanza dello straniero) rifacendosi ai modelli del passato basandosi sull’idea che la
storia si ripete; abbiamo dunque uno scorcio della sua vita quotidiana e la malinconia della sua vita passata
ma anche una chiara spiegazione della sua teoria politica e della sua formazione di studioso.
Questa teoria politica è l’applicazione del principio umanistico dell’imitazione: il principe (come il poeta)
deve imitare i modelli del passato ed è proprio da questo che notiamo la sua formazione umanistica ma
anche dal fatto che nonostante il suo trattato fosse scritto in volgare i titoli di ogni capitoletto erano scritti
in latino.
L’opera fu dedicata al nipote di Lorenzo il Magnifico.
Nonostante il trattato sia dedicato ad un principe, che simboleggia il potere assoluto, mentre i discorsi di
Tito Livio hanno natura Repubblicana ciò non causa contraddizione nell’autore (convinto repubblicano)
perché egli è consapevole che prima di poter stabilire una Repubblica forte e stabile è necessario che un
altrettanto forte monarchia possa gettare le basi e riordinare il caos e liberare la penisola da potenze
straniere.
Questo trattato monologico in volgare adotta uno stile dilemmatico (per alternative o/o che porta sempre
alla scelta più aderente al suo pensiero).
Il trattato stesso si chiude con una citazione all’opera Italia Mia di Petrarca.
E’ proprio con Machiavelli che nasce la scienza della politica, egli prende istantaneamente le distanze dalle
ideologie passate sul principe, separa la politica dalla morale cercando soltanto la verità effettuale,
interessato unicamente a trovare un principe che non abbia niente di spirituale o idealizzato ma un principe
che faccia di tutto per salvare l’Italia.
La frase “il fine giustifica i mezzi” e il termine giustificare sono sbagliati in quanto di morale nella politica
non c’è nulla.
Egli dice che gli uomini purtroppo per natura non possono cambiare, però in qualche modo potrebbero
esserci 2 tipi di principi: i respettivi e cioè quei principi che aspettano l’occasione adatta ad intervenire e gli
impetuosi sono quelli che agiscono d’impulso.
Per Machiavelli sarebbe meglio essere l’uno o l’altro a seconda della necessità ma la natura e il
temperamento non cambiano quindi non è possibile che esista un principe che possa essere entrambe le
cose, e lui tra i due preferisce gli impetuosi.
Nonostante ciò anche il Principe ha le sue regole, e sono 2:
-Non deve toccare la donna
-Non deve toccare la roba dei sudditi (denaro)
Perché queste due cose porterebbero alla rivoluzione dei popoli.
E’ un opuscolo di 26 capitoletti:
dal capitolo 1 al capitolo 11 lui spiega i vari tipi di principati, distingue i principati ereditari (passati di padre
in figlio) e i principati nuovi; egli liquida velocemente quelli ereditari dato che il principe perfetto è difficile
che possa essere un semplice erede, mentre i principati nuovi possono essere; misti (aggiunti a quelli già
esistenti), principati conquistati con le armi di altri o con le proprie, principati che si possono acquistare
per fortuna o virtù, principati civili (conferiti dai cittadini) o principati ecclesiastici (come quello della
Chiesa).
- -La posizione di Machiavelli verso la chiesa è critica dato che egli pensa che la chiesa di Roma non è stata
abbastanza debole da consentire la libertà politica e non è stata abbastanza forte da aiutare l’Italia- -
I principati misti sono i migliori ma anche i più difficili da mantenere perché il principe deve fare
continuamente riferimento agli antichi ed ad alcuni moderni e deve comportarsi in modo tale da aver il
consenso del popolo ed evitare delle rivolte e deve essere dunque stabile.
3 sono gli ingredienti che portano il principe ad un buon governo:

1. La virtù
2. La fortuna
3. L’occasione

La virtù intesa come virtù politica che consiste nella capacità del principe di saper ad esempio prevedere i
rivolgimenti di Fortuna e dunque prevenire e riuscire a cogliere l’occasione giusta mostrando l’esempio di
Mosè che riuscì a dimostrare la virtù politica liberando il popolo di Israele dalla prigione egizia e con un
pizzico di destrezza politica e fortuna riuscì a guidare lontano dal dominio degli egiziani il popolo israeliano.
Sulla virtù di previsione c’è il 7° capitoletto dedicato a Cesare Borgia che con l’aiuto del padre papa
Alessandro VI e con l’aiuto dei francesi riesce ad ottenere la Romagna e siccome è in gamba riesce a
prosperare; ma commette un errore nel momento in cui muore il padre e deve essere eletto un nuovo
papa, si fa il nome di un Papa (Giulio II) dalla famiglia Della Rovere (nemica ai Borgia) che riesce a salire
come Papa compromettendo il principato di Cesare che viene imprigionato.
Questo dimostra che la virtù politica e l’occasione possono determinare il futuro di un principe.
Dal capitolo 12 al 14 parla del problema militare che per Machiavelli è importantissimo, lui è contrario alle
milizie mercenarie quanto a quelle ausiliarie (le prime sono quelle milizie a pagamento) secondo
Machiavelli sono inaffidabili prima di tutto perché se il capo della milizia è una persona latente potrebbe
rivoltarsi contro chi l’ha ingaggiato o cambiare alleanza se gli viene proposto un compenso più lauto, quelle
ausiliarie sono quelle prestate da un altro Sato che causano l’assoggettazione a questo Stato verso il quale
si è in debito; dunque le Milizie devono essere composte dai cittadini che hanno a cuore la libertà della
patria.
Lui parla anche del problema della religione distinguendo la pagana dalla cristiana, tra le due preferisce la
religione pagana in quanto quella cristiana che insegna che la vita importante è quella dell’aldilà di spinge
all’inazione in vita tato importante è il “dopo”, al contrario la religione pagana è piena di eroi che giuravano
sulla tomba dei loro padri di morire per a loro patria; era una religione che spingeva alla lotta e al “fare”
cosa che l’Italia aveva bisogno.
Dal capitolo 15 descrive la siluette del principe: non c’è nulla di idealistico ma persegue la verità effettuale
e a questo principe gli converrà più essere parsimonioso che liberale, la crudeltà gli darà il rispetto dei
sudditi, dovrà apparire pietoso ma non esserlo davvero; dunque dovrà assumere dei comportamenti anche
amorali se questi contribuiscono a rafforzare il principato, essere capace di simulare, deve comportarsi con
l’audacia del leone e l’astuzia della golpe quello che deve assolutamente evitare è l’odio del popolo.
Il leone e la volpe sono un tipico esempio dell’utilizzo di immagini nel suo trattato, difatti dice che il
principe deve essere come un centauro (una creatura mitologica mezzo uomo e mezzo animale) e la parte
animalesca deve essere l’insieme di volpe e leone.
Prende come modello il centauro Chirone che era il precettore di Achille, che non a caso era esperto di arti
mediche (secondo Machiavelli i corpi Statali sono corpi malati e allora questo principe-centauro deve come
un medico saper prevenire più che curare perché solo con la prevenzione l’Italia potrà salvarsi dalla rovina
totale).
Il 25esimo capitolo sarà completamente dedicato alla Fortuna in cui, utilizzando un immagine metaforica,
paragonandola ad un fiume che può essere tranquillo e improvvisamente agitarsi in una piena, è dunque
compito del contadino (il principe) prevedere il danno e arginarlo; inoltre la paragona anche ad una donna
che deve essere picchiata e sottomessa.
Il 26esimo capitolo cambia completamente il tono usato dall’autore, è un capitolo pieno di enfasi, pieno di
sentimenti in cui vuole spingere i Medici a mettersi a capo in una lotta per la libertà d’Italia, pieno di
interrogative retoriche facendo riferimento a termini bassi nonostante si riferisca ai Medici, chiudendo con
i versi di “Italia Mia” di Petrarca che invoca la virtù combattiva degli italiani contro gli stranieri.
Qualcuno ha anche detto che questo capitolo stona con il resto dell’opera ma in realtà tra la scienza della
politica e questa invocazione sentimentale non c’è contraddizione perché sono 2 retoriche diverse ma per
arrivare allo stesso fine: la libertà per il popolo italiano.

I discorsi sulla prima Deca di Tito Livio


Il Principe lo scrisse interrompendo i “discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio” prendendo spunto dalla
storia di Roma dello stesso autore, un modello latino strutturato in 3 libri:

1. Primo libro – la politica interna della repubblica romana


2. Secondo libro – la politica estera della repubblica di Roma
3. Terzo libro – i grandi uomini che fecero grande Roma

Secondo M. ci sono alcuni fattori che fanno in modo che la repubblica romana sia forte e salda: la religione
pagana che porta all’agire, gli scontri tra patrizi e plebei sono positivi in quanto sono occasioni di confronto
tra le classi e spesso da questo sono nate buone leggi; la politica estera la elogia per il fatto che avendo la
repubblica un esercito di cittadini, fu una politica che portò ad un incremento territoriale.
Questo è per lui il modello della repubblica perfetta.
All’interno di quest’opera fa propria la concezione ciclica delle forme di governo sostenuta da Polibio che
diceva che tutti gli organismi politici nascono crescono e muoiono dopo esser degenerati dando posto ad
un nuovo ciclo, all’origini del mondo c’era dunque l’anarchia, segue la monarchia che nasce cresce e
degenera in tirannide, subentra poi l’aristocrazia (potere dei migliori) che degenera in oligarchia dopo di
che c’è la democrazia che degenera in demagogia (un comportamento politico che attraverso false
promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore a fini politici o per il
raggiungimento/conservazione del potere); tutte forme di governo che non si verificarono a Roma perché
questa contemplava in se stessa tutte e 3 le forme di governo di cui parlava Polibio, a Roma c’erano i
consoli che rappresentano la monarchia, il Senato che rappresenta l’aristocrazia e i tribuni della plebe che
garantivano la democrazia e tutelavano la plebe.
Essendoci dunque una collaborazione tra le 3 forme di governo non c’è un potere che degenera rendendo
in automatico la repubblica forte anche all’estero.
Opere minori
Machiavelli scrisse anche “L’arte della guerra” in 7 libri dove riprende l’idea delle milizie ausiliarie e
mercenarie; scrive le Historie Fiorentine che è la storia di Firenze dalle origini fino alla morte di Lorenzo il
Magnifico, a un lato questo libro è un’indagine lucida degli errori che hanno portato al disastro presente,
però la sua ideologia politica è troppo forte e invasiva perché questa opera sia perfettamente
storiografica, l’autore non è capace di essere oggettivo e impersonale ma cede alla tentazione di esprimere
le sue idee.
Scrisse anche opere più “letterarie” come Belfagor arcidiavolo, L’Asino (sul modello di Apuleio) ma
soprattutto scrisse 2 commedie: la Clizia meno nota e la famosissima Mandragola.
La Mandragola è sul modello boccacciano della beffa, nel Prologo alla commedia c’è un invettiva ai
fiorentini e ai Medici che sancisce ormai il fatto che essa sia in volgare e una delle prime inedite ad essere
scritte
Intreccio: a Firenze c’è un signore anziano che si chiama Nicia che ha una moglie molto giovane e bella che
si chiama Lucrezia con la quale desidera un figlio senza riuscire ad averne, nel frattempo un giovane che si
chiama Callimaco è invaghito di Lucrezia; con l’aiuto di 2 personaggi Ligurio e Fra Timoteo, ordisce questa
beffa: dicono a Nicia (sciocco e stupido) che potrà avere un erede solo bevendo una pozione della
Mandragola che porta alla morte, siccome egli non vuole morire i 2 gli suggeriscono di prendere il primo
uomo che passa e di proporgli di prendere il suo posto, ovviamente il “malcapitato” e Callimaco che accetta
e passa una splendida notte d’amore con Lucrezia alla quale confessa la verità; ella esce incinta e il padrino
diverrà proprio Callimaco che non fu riconosciuto da Nicia.
La beffa in questo caso svela un significato più profondo, come se fosse la traduzione in un genere diverso
delle teorie del principe: Nicia è un ozioso, incapace che non si è ai mosso da Firenze rappresenta i Medici
e i fiorentini ignavi, Ligurio (l’ideatore della beffa) è uno stratega, capo militare; Fra Timoteo sta dalla parte
sua ma mentre il primo vuole prendersi gioco di Nicia il secondo lo fa per denaro e Lucrezia è il principe
perché coglie al volo l’occasione che le si presenta dopo esser sempre stata virtuosa.

CASTIGLIONE

Classicista, scrisse il Cortegiano iniziato nel 1513 e pubblicato soltanto nel 1528, è ambientato nella corte di
Urbino mentre il duca Guidobaldo è malato; e allora la Duchessa Elisabetta e Emilia Pio decidono di dar vita
ad una conversazione tra vari personaggi di corte come per esempio Dovizi da Bibbienna e Bembo.
L’argomento della conversazione sono le regole a cui deve attenersi il perfetto cortigiano diviso in 4 libri

1. Nel primo libro analizza psicologicamente e caratterialmente la figura del cortigiano dicendo che
deve possedere alcune doti, tra tutte la sprizzatura e cioè quella che noi oggi chiamiamo
nonchalance, la capacità di far apparire come naturali tutti gli atteggiamenti che invece hanno
richiesto molto studio e attenzione senza apparire affettati; deve possedere il buon giudicio e cioè
la capacità di osservare la realtà e di scegliere sempre il comportamento più adatto all’occasione;
infine la grazia (un po’ l’insieme, il risultato ultimo di quest’educazione di corte) e cioè avere
equilibrio, armonia ed evitare l’eccesso (da questo capiamo che Castiglione era un vero classicista)
2. Nel secondo libro si parla del problema della lingua, come sappiamo per Castiglione bisogna
parlare la lingua delle corti e per questo non è una scelta letteraria o comunicativa ad ampio raggio
essendo una lingua d’élite. In questa occasione si parla anche dei motti di spirito e della capacità
attraverso l’intelligenza di dare una risposta immediata.
3. Nel terzo libro invece si parla della perfetta donna di palazzo, questa deve essere di bell’aspetto,
curata ma deve sapere anche conversare ed avere una formazione intellettuale (grazie al
petrarchismo e la rivalorizzazione delle donne scrittrici) per descrivere questa donna si portano
esempi di grandi donne del passato anche perché si discute del problema d’inferiorità della donna
verso l’uomo.
4. Nel quarto ed ultimo libro si parla dei rapporti del cortigiano con il principe, secondo l’autore il
cortigiano deve stare ad un livello paritario con il principe, deve anche proteggerlo contro
l’adulazione (quanti per ottenere favori lo adulano e se ne approfittano).

La critica si soffermò molto sul quarto libro in quanto mirava molto alla pratica essendo quasi un libro di
regole e questa presenza di Bembo sembrava una contraddizione rispetto a tutto il resto del testo ma a ben
guardare ci sono degli elementi nel suo intervento che puntano verso un’atmosfera quasi ideale, onirica e
quasi sganciata dal reale (considerato il contesto disastroso in cui viveva l’autore) questi elementi sono il
fatto che molti dei personaggi che partecipano a questo dialogo nel momento in cui egli scrive sono morti,
conversazione a cui egli neanche partecipa che si svolge di notte e si conclude all’alba (metaforica del sogno
che svanisce) senza però intaccare il valore pratico dell’opera che è un manuale di comportamento del
cortigiano.
I due elementi ideale e reale sono presenti ma non offuscano l’aspetto pratico del testo che ebbe fortuna
proprio per l’elaborazione di un modello sfruttato nel sociale.
L’opera ricorda un po’ il Decameron nel contesto d’incontro dei cortigiani che si uniscono per ricreare un
periodo fausto della storia delle corti italiane.
La cicatrice che segna l’opera è la malinconia dell’autore nel constatare la morte delle corti, rifugiandosi
nel sogno impossibile che queste possano rinascere.
Quello di Castiglione non è l’unico manuale di comportamento, troviamo anche il Galateo di Mon Signore
della Casa, ma si differenzia profondamente dal Cortigiano in quanto non si rivolge all’uomo di corte ma ai
cittadini.
I due manuali presentano l’uno il comportamento opposto dell’altro: mentre il cortigiano segue regole che
portano all’eccellenza, il cittadino nell’opera di Della Casa deve seguire la regola dell’omologazione e
dunque uniformarsi alla moda e all’uso, ubbidendo alle usanze comuni; nell’opera di Della Casa a parlare è
un vecchio idiota (illetterato) che vuole ammaestrare un parente giovinetto che deve entrare in società.
Mentre il cortigiano è un trattato dialogico, il galateo è monologico.

GUCCIARDINI
Nonostante con Machiavelli egli abbia 20 anni di differenza e idee contrapposte, i due furono molto amici.
Mentre M. era un borghese G. veniva da una famiglia aristocratica e anche la sua carriera politica conosce
momenti di successo e di sconfitta.
Egli fu al seguito di 2 papi: Clemente VII e Leone X, entrambi della famiglia dei Medici.
L’errore di Guicciardini che lo portò a smettere di fare politica e a chiudersi nella sua villa fu quello di
spingere Papa Clemente VII a fare un’ alleanza con i Francesi contro gli spagnoli di Carlo VIII, un’alleanza
disastrosa perché come sappiamo Carlo VIII vinse e fu responsabile del sacco di Roma.
Tutto questo a Guicciardini non fu perdonato, e segnò la fine della sua carriera politica.
Da Machiavelli lo distingue l’ideologia politica perché parteggia per un regime oligarchico come c’era a
Venezia: il Doge e il Senato; egli non crede affatto che la storia possa essere maestra di vita, a suo parere
la storia non si ripete mai anche quando sembra e quindi non serve a niente l’esempio degli antichi,
differenza che segnala l’uscita di Guicciardini dalla cultura umanistica in quanto non crede nell’idea di
“modello” e “imitazione”.
Una delle sue opere più importante è un opera di Aforismi, delle brevissime massime, completamente
l’opposto ad un trattato unitario escludendolo anche per questo motivo dall’umanesimo.

Le opere minori
-Le considerazioni sul Principe di Machiavelli in cui confuta l’idea dell’imitazione, facendo crollare il
classicismo
-Vari discorsi politici (il discorso di Logrogno) dove propone un sistema politico oligarchico a Firenze come a
Venezia
-Il Dialogo del Reggimento di Firenze in cui dice che non ci sono regole assolute da dare ma bisogna sempre
valutare la situazione momento per momento e agire di conseguenza
Se Machiavelli pensava che imitando gli antichi si arrivasse allo splendore, Guicciardini crede che la storia
sia caos che proceda per eccezioni e non ripetizioni perciò bisogna usare la discrezione (la capacità di
valutare le circostanze e agire di conseguenza) senza affidarsi a regole fisse, esprimendo tutto il suo
pessimismo dovuto al contesto storico in cui viveva.
In una storia così fatta (imprevista, sconvolta, caotica) l’unica cosa da perseguire è il proprio particulare e
cioè il proprio onore e l’onore della propria famiglia.
L’opera più importante sono i Ricordi, aforismi che smantellano l’idea del trattato e che ebbero una
lunghissima elaborazione e revisione, soprattutto sottoponendoli a revisione linguistica nei quali critica
l’idealizzazione del modello politico romano che è impossibile dal punto di vista strutturale e politico
essedo la realtà italiana completamente diversa (usa, per rendere il concetto più chiaro, la metafora
dell’asino che vorrebbe correre veloce come un cavallo), il principio umanista dell’imitazione in quanto gli
esempi non sono mai uguali o simili e potrebbero portare a conseguenze totalmente diverse a quelle avute
nel passato, infine spezza l’equilibrio tra virtù e fortuna dato che su quest’ultima l’uomo non ha nessun
potere ed è completamente assoggettato e non può prevederla o controllarla. (30 la fortuna, 110 la
repubblica romana, 117 l’esempio e l’imitazione)

L’ultima opera di Guicciardini più importante è La Storia d’Italia nella quale racconta la storia d’Italia
iniziando dalla morte di Lorenzo alla morte di Clemente VII, è chiaro che visto che la storia non è per lui
ripetizione ma eccezione e caos, riproduce i fatti dando insegnamento che tuttalpiù i fatti si possono
enumerare e contemplare ma non modificare, la sintassi, piene di subordinate, simboleggia un po’ il caos
della storia; non traspare alcun giudizio ma solo un’enumerazione degli eventi di cui è stato in parte
protagonista.
Questa è la prima grande opera storiografica ma anche una sorta di tragedia, quella di un paese che passa
dalla Florentina Libertas, alle invasioni straniere attraverso una serie di sconfitte, errori e fallimenti.
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Appunti di letteratura italiana 12 2/11/18

LUDOVICO ARIOSTO

Ariosto era un personaggio molto singolare, perché vive a corte (Ferrara) presso il cardinale Ippolito e in
seguito dal Duca Alfonso, ma con i due ebbe un rapporto conflittuale perché cercava costantemente di
schivare tutti gli incarichi e gli impegni perché non aveva nessuna ambizione sociale-politica, ciò a cui dava
più valore erano la propria casa e la propria donna, in un certo senso sarebbe stato un perfetto borghese
se non avesse avuto bisogno di essere mantenuto, e nonostante ciò visse questo conflitto con molta
leggerezza (diversamente da Tasso che porterà con se il tormento di una vita di cui non è mai soddisfatto).
Inizia con una produzione di liriche in latino e volgare in onore della sua amata che si chiamava Alessandra
Benucci, nelle quali si sente l’influenza di Bembo, dei temi del petrarchismo e di Boiardo (che lo porterà alla
scrittura dell’Orlando Furioso); fu autore di commedie (tipicamente rinascimentale), alcune ambientate
nella città di Ferrara tra cui la Cassadia e I Suppositi (o gli scambiati/gli scambi di persone/fraintendimenti)
scritte in prosa (in un secondo momento le riscrisse in endecasillabi sciolti) mettono in scena il conflitto tra
giovani e vecchi : i primi vogliono libertà e autonomia mentre i vecchi contrastano questo desiderio.
Successivamente scrisse altre 3 commedie che sono Il Negromante, La Lena e Gli Studenti in versi
(endecasillabi sciolti).
L’immagine di Ariosto è anche determinata dalle satire che egli scrisse in forma di lettere e inviate ad amici
e parenti, in cui il tema ricorrente è il suo sogno di libertà e autonomia dalla corte in cui spiega perché non
vuole fare l’ambasciatore o perché gli pesa diventare governatore della Garfagnana sempre ribadendo il
desiderio di starsene a casa propria nell’ otium per poter studiare e poter sbrigliare la fantasia perché per
l’autore la fantasia non è evasione dal mondo ma conoscenza della realtà attraverso l’immaginazione.
Particolarmente interessante è la “Satira III” inviata ad Annibale Malaguzzi nella quale egli rivendica la
propria libertà dalla corte (diversamente da Castiglione) perché preferisce l’ideale di vita familiare
borghese ed osserva tutti quelli che cercano gloria con un occhio disincantato dato che lui non ne condivide
i valori.
il modello delle Satire è sicuramente Orazio con il quale condivide lo stile di vita indipendente al costo
anche di rinunciare alle ricchezze; come Orazio è molto tollerante, non pretende che tutti la pensino come
lui e accetta e riconosce che ci sono altre persone che la pensano in modo diverso; utilizza invece l’ironia
nel “giudicare” quelle persone e crede che la vera felicità stia nel ridimensionare i propri desideri.
La Satira III è particolarmente interessante in 2 parti: nella prima mostra quella tolleranza per i desideri
delle altre persone nonostante non li condivida dicendo che preferisce mangiare una rapa nella sua casa
anziché sedere ad un ricco banchetto, rimanere in casa sedentario anziché viaggiare in posti lontani,
comprende che esiste una pluralità nella natura umana ma non la condivide; la seconda parte interessante
è un apologo (come una scusa verso tutti quelli che lo “criticavano” delle sue scelte) chiamato apologo
della gazza nel quale racconta di un pozzo al quale attingono ognuno in ordine di importanza (Il Papa, i
principi, i cavalieri, i cortigiani, i soldati, gli alleati ecc.) e di una gazza che vede se stessa prosciugarsi dalla
sete perché è messa per ultima nella lunga fila di persone che prendono posto prima di lei, considerando
infine migliore l’alternativa di starsene per conto proprio a bere da una fonte diversa, con questo racconto
metaforico Ariosto vuole giustificare il suo stile di vita criticando in un certo modo il nepotismo della società
cortigiana che pure se si volesse non permette facilmente di esprimere i propri desideri ambiziosi
spiegando in questo modo perché egli preferisca di vivere in autonomia.
L’Orlando furioso
L’opera più importante rimane “L’Orlando Furioso” continua l’opera di Boiardo con reminiscenze classiche
(soprattutto da Virgilio e dalla sua Eneide in cui c’è una storia di grande amicizia e di sacrificio tra Eurialo e
Niso simile ai due Cloridano e Medoro di Ariosto).
Nonostante le numerose fonti di ispirazione l’opera è assolutamente originale, vi sono in tutto 3 edizioni:
1516, 1521 e 1532 in cui sono importanti le variazioni tra la seconda e la terza che sono di tipo linguistico
perché nel 1525 circolano le opere di Bembo alle quali Ariosto adatta l’opera.
Parte dall’opera Boiardo, che era in origine di natura padana, e la trasforma seguendo le regole del
fiorentino dettate da Bembo.

-Il nome
Se con Boiardo l’Orlando era innamorato e cadeva in contraddizione questa diventa ancor più evidente con
Ariosto e il tema della follia che pare sia stata presa da un’opera di Seneca chiamata Hercules Furens.
-Il tema della follia e del rovesciamento
Orlando impazzisce perché è innamorato di Angelica e a un certo punto scopre che lei si è concessa e si è
sposata con un fante (Medoro) che è inferiore a Orlando.
L’idea portante è quella del rovesciamento, tutto diventa il proprio contrario: la pazzia di Orlando è uno
stravolgimento totale dell’eroe medievale, innanzitutto lui cerca Angelica e vede sul tronco degli alberi le
iniziale di Angelica e del fante cercando di autoconvincersi che non sia vero (rinunciando alla razionalità),
incontra poi un contadino che gli conferma i suoi dubbi e l’eroe, impazzito dalla rabbia, si spoglia nudo e
con la sua sciabola inizia a distruggere gli alberi ed a uccidere animali.
Oltre a rovesciare l’ideale di cavaliere rovescia anche l’ideale di amore cortese che dovrebbe ingentilire
l’animo.
Nel frattempo un amico di Orlando sale su un cavallo alato per andare a recuperare il senno del cavaliere in
un’ampolla che si trova sul mondo della luna dove ci sono tutte le cose che sono perse sulla terra e sulla
quale non c’è la follia essendo tutta sulla terra.
-la protasi unendo il ciclo Bretone e Carolingio è importante per la comprensione leggere la protasi
dell’opera nella quale l’autore specifica la materia del racconto che sono l’amore e la guerra, Ariosto nella
protasi inizia inserendo un doppio chiasmo:

LE DONNE I CAVALIERI

L’ARMI LE AUDACI IMPRESE GLI AMORI LE CORTESIE


La parte più importante arriva dopo, quando Ariosto rivendica l’originalità dell’opera e specifica la novità
del rovesciamento dell’eroe rappresentato in modo diverso dall’originale; ci sono 2 elementi importanti
nella protasi: la spiegazione della materia di cui tratterà (con il rispettivo chiasmo ) e l’abbassamento
della materia stessa nell’utilizzo della parola “matto” di stile basso, cosa ancora più importante egli fa un
paragone tra se e l’eroe cosa che abbassa ulteriormente la figura di Orlando.
Ariosto si rivolge ad Ippolito D’Este con la stessa chiave ironica rivolgendosi a sé stesso come un “umile
servo” facendo apparire l’opera poca cosa rispetto a ciò che in cambio gli dà Ippolito (quando in realtà
Ariosto pensa che la letteratura e la poesia siano di altissimo livello, persino superiore a tutto quello che il
cardinale avrebbe potuto offrirgli).

La differenza tra Boiardo e Ariosto è che Boiardo vede il tempo felice delle corti e credeva dunque che la
cavalleria e i principi cortesi potessero continuare ad esistere mentre gli eroi di Ariosto sono metafora
dell’uomo contemporaneo che cerca di appagare sempre il suo desiderio e non si accontenta di quello che
ha abbandonando i valori cortesi degli eroi classici.
La differenza tra Boiardo e Ariosto sta anche nell’utilizzo di un intreccio diverso, mentre Boiardo sfrutta un
entrelacement che crea un equilibrio nella trama, Ariosto utilizza un intreccio centrifugo ancor più
complesso con un più abile utilizzo dell’entrelacement

L’intreccio
L’intreccio dell’Orlando furioso è centrifugo e cioè che da un evento centrale si diramano mille storie
diverse che rendono impossibile sintetizzarne la trama è una materia svariatissima ma Ariosto usa in
maniera ancora più raffinata (rispetto a Boiardo) la tecnica dell’entrelacement, riuscendo sempre a
mantenere le fila della narrazione creando un senso di compattezza e armonia che è data dalle simmetrie
rovesciate o simmetrie dirette: un esempio della prima è la ricerca di Orlando per Angelica che lo porta alla
degradazione e dunque alla pazzia, abbiamo anche l’amore di Ruggero e Bradamante che porta ad
un’elevazione di Ruggero e dunque un miglioramento; per il secondo abbiamo l’esempio di Orlando e
Rodamonte che delusi dalle loro donne vengono meno al loro dovere.
Si possono tuttavia distinguere 3 nuclei narrativi:

1. La lotta tra cristiani e saraceni (i Mori) quindi tra Carlo Magno e Agramante [Nucleo della guerra]
2. La passione di Orlando per Angelica [Nucleo dell’amore]
3. L’amore di Bradamante per Ruggero [che sarebbe un secondo nucleo dell’amore che rappresenta
l’encomio per la casata degli Estensi perché è la storia di un ragazzo di religione pagana che per
sposare l’amata si converte al cristianesimo e dal quale matrimonio nasce la famiglia degli Estensi]

-Temi e stili il testo è una mega ricerca (quête) di carattere laico e non religioso, le 2 più importanti
nell’Orlando sono: la ricerca dell’eroe per Angelica e Bradamante che cerca Ruggero.
I critici dicono che ci sono 2 metafore interne al testo che segnano la grande capacità di regia di Ariosto: la
metafora di una tela piena di fili che va in tutte le direzioni ma che alla fine danno un’immagine definita e
la metafora del suonatore di cedra che sa usare tutti i toni dando una sorta di armonia acustica/musicale al
testo stesso, inoltre, in questo mondo fantastico l’eroe incontra ad un certo punto il castello di un mago
(Atlante) che ha il potere di far apparire l’immagine del desiderio dei cavalieri (che svanisce) e tenerli
prigionieri nel castello. Orlando vi entra perché sembra che il mago tenga in braccio Angelica mentre
Ruggiero è tenuto prigioniero dal Mago (suo tutore) perché non si incontri con Bradamante; ma appena i
due entrano non trovano l’oggetto del desiderio nonostante essi cerchino ovunque e da tutte le parti
mentre Atlante continui ad ingannarli.
L’immagine del castello di Atlante è in qualche modo simbolo e metafora della ricerca continua di
appagamento e di brama che il cavaliere (dunque l’uomo contemporaneo) compie senza però riuscire mai
ad ottenere ciò che desidera.
La lingua inoltre presenta costrutti complessi ed eleganti che integrano la lingua parlata.
Un elemento portante di questo mondo multiforme è la digressione (flashback) che è anche metafora dello
smarrimento e del perdere la retta via (classica condizione del furioso) in senso laico.
Ariosto compare all’inizio dei canti per esprimere un giudizio o un’idea del personaggio mantenendosi
sempre ad una certa distanza dai personaggi chiamata teoria dello straniamento a volte ridicolizzandoli e
creando ironia senza moralizzare.
Tutti i personaggi sono cavalieri erranti impegnati i una continua ricerca in una selva, che non ha niente di
cristiano e che porta a nulla, resta vana.

Ariosto definisce i propri personaggi non per il loro profilo psicologico ma in base alle loro azioni tant’è
vero che per esempio alcuni di essi diventano delle antonomasie come il nome del guerriero Gradasso che
era superbo e prepotente il quale ai giorni d’oggi è diventato un aggettivo proprio per le persone con
questo carattere.
La scelta della varietà, dei tanti personaggi diversi tra loro, si rifà alla concezione di pluralità della natura
umana e cioè dall’idea che ogni cosa nel mondo si può ribaltare nel suo contrario: gli uomini d’onore
nonostante la loro virtù possono avere difficoltà ad adattarsi al mondo e gli uomini inetti invece hanno la
capacità di adattarsi ma questa è tanto sviluppata che può causare una perdita di valori e identità.
Questa condizione è chiamata Pluralismo Prospettico legata anche al principio del capovolgimento e alla
visione multiforme della realtà.
Lo spazio della storia nell’Orlando è orizzontale e dunque non conduce a Dio perché è un mondo laico; il
tempo è aggrovigliato nel senso che si possono narrare prima avvenimenti accaduti dopo e dunque non ha
linearità temporale.

Insieme al Cortegiano e al Principe l’Orlando di Ariosto è uno dei pilastri della letteratura del 500 nel
rappresentare il disagio dell’uomo contemporaneo nella perdita dei valori e delle virtù, nell’illusione di una
società che non esiste più.

-----------------------------------------------13/02/19

TORQUATO TASSO

Tasso è un personaggio completamente diverso da Ariosto per indole ma anche a causa del periodo in cui
vive e cioè quello della Controriforma che era la risposta della Chiesa cattolica alla scissione di Martin
Lutero dopo la critica dura rivolta a causa della vendita delle indulgenze; nel concilio di Trento, che durò dal
1545 al 1569, sancì la rottura definitiva tra Protestantesimo e Cattolicesimo ma non solo perché fu
ripristinato il tribunale dell’inquisizione nel quale si era colpevoli fino a prova contraria e secondo il quale
chiunque facesse anche un minimo passo falso sarebbe stato condannato; nacque inoltre l’indice dei libri
proibiti che vennero o modificati o distrutti (Il Principe di Machiavelli, la Divina Commedia e il Decameron
che addirittura fu riscritto).
Nacque dunque una cultura antifilologica.
Nonostante ciò la controriforma portò alla nascita dei Gesuiti, l’ordine monastico più colto composto da
missionari che risistemarono le questioni della scuola e l’organizzazione del sapere
Dal punto di vista artistico la Controriforma coincide con il Manierismo che come temi fondanti aveva la
follia, l’orrore (nelle tragedie) insieme ai generi misti della tragi-commedia, deformazione che porterà al
forte disagio degli intellettuali aggravato dal fatto che non avendo l’appoggio delle corti dovevano trovare
un modo per sostentarsi.
Si aggiunge inoltre che in questo periodo avvenne la rivoluzione copernicana che stravolge la precedente
teoria tolemaica che vedeva la terra al centro dell’universo, mentre Copernico scoprì che al centro
dell’universo vi era invece il sole distruggendo l’ideale antropocentrica secondo la quale l’uomo è al centro
dell’universo creando spaesamento e confusione.

Il disagio di Tasso nasce dal fatto che egli vive a cavallo tra la cultura Rinascimentale e quella della
Controriforma, ha quindi una formazione tipicamente classicista che però viene totalmente stravolta, lo
shock e la paura portano addirittura l’autore a sottoporre di sua spontanea volontà al tribunale
dell’inquisizione.
Questa costrizione fu tanto dolorosa da alterare la sua psiche ma questo non gli impedì di diventare un
grandissimo scrittore capace di eccellere in tutti i generi nei quali si cimentò, rimane un personaggio di
grandissimo fascino, essendo il prototipo del genio sofferente molto amato dal romanticismo (per
Leopardi è immagine dell’intellettuale che contrasta il potere), amato dagli scrittori decadenti perché
prototipo di genio e follia e per il positivismo venne considerato un caso clinico.

Opere minori
Tasso cominciò a scrivere e fare esperienza della corte seguendo il padre.
Tasso si trovava a Venezia quando la città era impegnata nella guerra contro i Turchi nella famosa battaglia
di Lepanto e a soli 15 anni scrisse un poema sulla prima crociata che si chiamava Il Gerusalemme che rimase
incompleto, nel 1562 scrisse il Rinaldo che era tra il romanzo e il poema epico.
Nel 1565 va a Ferrara da Luigi D’Este, furono gli anni migliori nei quali si dedicò alla poesia e strinse amicizie
con molti intellettuali di corte, riprese il poema epico scritto a 15 anni e nel 1575 lo lesse al Duca Alfonso.
In questo breve periodo felice scrisse l’Aminta, una favola pastorale rappresentata alla corte di Ferrara,
subito dopo cominciò a rompersi il suo equilibrio perché sottopose il suo lavoro ad alcuni intellettuali
romani e da un lato difendeva quello che aveva scritto mentre dall’altro lo autodenunciava all’inquisizione.
Cominciarono le manie di persecuzione per cui il Duca D’Este lo fa rinchiudere per 7 anni nell’ospedale di
Sant’Anna, questi 7 anni furono molto produttivi perché scrisse tantissime lettere in cui raccontava il suo
malessere, Rime nelle quali va oltre il petrarchismo usando un linguaggio più complesso, franto (lo stesso
della Gerusalemme Liberata) scrisse dei dialoghi come “Il padre di famiglia” o “Il Messaggero” che erano
indicazioni di modelli di comportamento.
Mentre sta in ospedale c’è un’edizione “pirata”, un altro scrittore pubblica l’opera di Tasso, l’anno dopo
l’autore pubblica quella originale poi sottopone quest’opera al tribunale fino a che nel 1593 non trasforma
completamente l’opera che verrà ribattezzata con il nome La Gerusalemme conquistata dove egli toglie
moltissimi episodi che potevano adombrare l’Eros ed esaspera gli elementi religiosi creando un’altra opera
completamente diversa, che però non sostituirà mai la prima.
Tasso, che stava scrivendo la Gerusalemme Liberata, scrisse i discorsi dell’arte poetica dove egli univa i testi
di teoria letteraria sul poema eroico (i discorsi del poema eroico) alla teoria del poema eroico (i discorsi
dell’arte poetica) in cui affronta il problema del poema eroico dal punto di vista teorico dando dei principi e
delle regole sulle quali esso doveva adattarsi.
Tasso arriva a dire che il pubblico chiede insieme diletto/intrattenimento ma chiede anche insegnamento
di valori etici quindi secondo lui il poema eroico doveva basarsi sul principio dell’utile dulci, dice che la
materia deve basarsi non sul vero, che è proprio della storia, ma sul verosimile che è un misto di storia e di
invenzione e naturalmente tra le due non deve esserci stridore rendendo la narrazione credibile, l’Orlando
si scriveva sul meraviglioso pagano mentre egli lo sostituisce con il meraviglioso cristiano (miracoli, prodigi
venuti da dio ecc.), sull’unità egli dice che l’opera è un micromondo e deve rispettare l’ordine che Dio da al
mondo reale, e intorno all’unicità si svolgono diversi aspetti, infine dice che lo stile deve essere anche
elevato, con tendenza alla magnificenza e al sublime con l’uso di parole nuove (parole peregrine) e
dell’enjambement (allontanandosi dal modello di classicismo di Bembo) rompendo l’armonia del
petrarchismo e anticipando le bizzarrie del Barocco.
L’Aminta
L’autore scrisse questa favola boschereccia nel periodo felice passato alla corte Ferrarese, la favola
racconta si un giovane pastore innamorato e non ricambiato di una ninfa che si chiama Silvia, si consiglia
con 3 personaggi: Tirsi, Elpino e Dafne; il primo è Tasso stesso, Elpino sarebbe Pigna e Dafne è la dama di
corte.
Tirsi e Dafne consigliano ad Aminta di andare ad una fonte dove Silvia sta facendo il bagno ma la ninfa
quando lo vede scappa e nello scappare viene raggiunta da un satiro e nel fuggire incontra dei lupi che
sbranano il suo velo, Aminta la rincorre e trova il velo pieno di sangue convincendosi che ella sia morta, per
il dolore egli si getta da una rupe ma un cespuglio di rovi lo salva e una volta salvato viene a sapere che
Silvia è viva e questa colpita dal gesto d’amore del giovane finalmente ricambia il sentimento.
L’opera è divisa in 5 atti con un prologo e un coro finale.
L’Aminta è importante perché al di sotto si cela una sottile critica alla propria epoca, in una parte
dell’opera si fa l’apologia della cosiddetta età dell’oro: quando l’uomo era libero, non c’erano istanze
repressive, si poteva vivere secondo natura, non esisteva il pudore in quanto non era peccato esibire il
proprio corpo.
Il mondo di Aminta è un primo assaggio della capacità di Tasso di inserire in opere all’apparenza
perfettamente adeguate alla controriforma, delle idee sotterranee che fanno intuire il disagio e la
complessità dell’autore cresciuto con valori rinascimentali che vive in una cultura direttamente opposta.

Le regole che sono state stabilite da Tasso vengono rispettate da Tasso stesso nella Gerusalemme Liberata

La Gerusalemme Liberata
La Gerusalemme Liberata è un poema di materia storica (la Crociata) né troppo lontana né troppo vicina in
quanto la battaglia di Lepanto contro i Turchi è di tema analogo alla crociata avvenuta nell’anno 1000, c’è il
tema religioso in quanto i crociati devono liberare il santo sepolcro dai pagani, c’è il meraviglioso cristiano
perché intervengono angeli e demoni ad aiutare i rispettivi campi, l’unità è data dal fatto che i cavalieri non
sono erranti ma hanno tutti un unico obbiettivo con a capo Goffredo di Buglione diventando compagni
erranti “erranti” nel senso religioso della possibilità di peccare (nel caso di Rinaldo si trova nelle Isole
Fortunate dove viene sedotto dalla maga Arnida, dimenticando la guerra. Per giustificare l’errore del
cavaliere Tasso inserisce il motivo della magia e del sortilegio).
Il centro spaziale è Gerusalemme a cui si contrappone la Selva di Saron dove avvengono gli incantesimi dei
pagani e nella quale ci sono moltissimi alberi utilizzati per creare le armi dei soldati cristiani i quali saranno
impossibilitati ad accedervi a causa degli incantesimi ed è sia orizzontale che verticale perché c’è la lotta tra
pagani e cristiani ma anche tra inferno e paradiso, il tempo del racconto invece è lineare e breve, un tempo
scandito nel quale racconta solo la fase finale della prima Crociata.

L’intreccio della Gerusalemme Liberata è di tipo centripeto perché tutti i personaggi e gli avvenimenti
convergono verso il personaggio di Goffredo di Buglione che da questo senso dell’unità che mancava
invece nell’Orlando Furioso, inoltre l’intreccio è molto più semplice: composto di 20 canti divisi in 5 blocchi
come se fossero atti di una tragedia.
La storia inizia con l’apparizione dell’arcangelo Gabriele a Goffredo che gli dice di andare a liberare i
cristiani prigionieri a Gerusalemme dove s’imbastirà la lotta contro i pagani.
Nella protasi, ispirata al modello dell’Eneide di Virgilio, inoltre troviamo i temi che affronterà l’autore:
- Il contrasto tra le armi cristiane e i sortilegi pagani
-La materia storica della crociata
- L’introduzione del meraviglioso cristiano
- La differenza tra l’unità cristiana e la molteplicità pagana
- Invocazione alla Musa cristiana alla quale chiede ispirazione e chiede perdono per aver mischiato al vero
storico il diletto (utile dulci) giustificandosi utilizzando una metafora: egli si paragona ad una madre
premurosa per il figlio malato (il mondo ignaro) che mette dello zucchero attorno all’orlo del bicchiere che
contiene la medicina per poter guarire; così Tasso utilizza l’immaginazione e la fantasia per “addolcire la
pillola” e far leggere al lettore la storia della Crociata
-Citazione alla corte Estense alla quale esprime la propria gratitudine (soprattutto al duca Alfonso) per il
periodo felice che aveva trascorso e per averlo salvato dalla malinconia e dalla malattia.
-Personaggi I protagonisti del campo cristiano sono 3 (uomini) e tutti rappresentano una parte dell’anima di
Platone:

1. Goffredo di Buglione che sarebbe la guida per i compagni cavalieri  anima razionale
2. Rinaldo che è l’Achille perché toglierà gli incanti della selva di Saron  anima concupiscibile e cioè
quella più tentata dalle passioni
3. Tancredi è l’eroe malinconico e sofferente e il più vicino all’autore  anima irascibile e cioè quella
presa dall’ira

Nel campo pagano ci sono 3 personaggi femminili

1. Clorinda la guerriera che gira sempre coperta da armatura


2. Erminia una principessa sensibile e fragile
3. Armida la maga capace di mettere in atto armi di seduzione

Diversamente da Ariosto questi personaggi hanno un importante sagoma psicologica come quella di
Clorinda turbata dalle sue origini cristiane, o del re Solimano tormentato da idee di vendetta.
Mentre l’Orlando era un romanzo solare, la Gerusalemme si svolgeva maggiormente di notte il che
generava fraintendimenti come nel caso di Tancredi che era innamorato di Clorinda, se la trova di fronte
ma completamente coperta dall’armatura e inizia un duello dalla quale esce vincitore, ma nel momento in
cui va a togliere l’elmo al cavaliere defunto si rende conto di aver ucciso l’amata e mentre l’uomo piange e
si dispera questa prima di esalare l’ultimo respiro rievoca le origini cristiane e si converte; di Erminia
abbiamo il canto XVI, che racconta del suo castello e del giardino di questo castello dove tutti si perdono,
ma anche un passo molto importante nel quale lei assiste dalle mura di Gerusalemme al duello tra Tancredi
e Argante (nemico pagano) e angosciata di saperlo ferito si veste nelle armi di Clorinda e cerca di salvarlo,
ma quando entra in campo si trova contro una pattuglia di crociati così scappa e si rifugia nella foresta dove
incontra un pastore che le dice di aver pochi desideri, gli mostra i suoi figli e le confessa di non avere servi e
di vivere in un luogo solitario in contemplazione della natura ricordando della sua vita passata in cui non
voleva diventare pastore e dunque, arrivato in Egitto dopo aver a lungo viaggiato si unì ad una di quelle
corti con un ruolo di servo, e benché non avesse un ruolo importante ebbe esperienza delle ingiustizie che
avvenivano al suo interno sentendo la mancanza della libertà, ma dopo aver trascorso la giovinezza e aver
perso la speranza rimpianse la vita pacifica di pastore per cui ebbe il coraggio di dire addio alla corte per
tornare nei boschi (unico momento in cui Tasso devia dal tema principale per ricordare l’età dell’oro come
nell’Aminta, affidando questo messaggio malinconico alla fragile principessa).

Tasso dimostra di essere il poeta della controriforma e dell’esaltazione delle corti quando descrive per
esempio degli apparati liturgici o quando descrive la processione che accompagna Rinaldo sul Monte
Oliveto, però in questa immagine compatta s’insinuano degli indizi un po’inquietanti come l’episodio di
Erminia nel bosco o nel personaggio di Armida nel quale fa capolino l’egoismo e la ricerca del piacere della
cultura rinascimentale; questo vuol dire che anche se il poema è compatto e cerca di sostenere la cultura
controriformistica ci sono delle spinte opposte che rimandano al rinascimento, lo possiamo notare anche
nello stesso motivo della guerra che è sì necessaria ma è comunque violenta e spietata.
In ambito religioso ci sono 2 facce: la religiosità collettiva e quella intima e sofferta di ogni personaggio
percependo addirittura una curiosità per il demoniaco.
Un critico che si chiama Caretti nel notare tutte le crepe nell’opera la definì un bifrontismo spirituale che è
segnale del tormento interiore tipico in un poeta che vive a cavallo tra due epoche; Zatti (altro critico)
credeva che questo bifrontismo invertisse la struttura profonda del poema in quanto vediamo in scena una
lotta non tra due culture ma un conflitto interno alla cultura stessa (dunque non il contrasto tra due dei ma
tra Dio e Satana).
Mentre i cristiani sono portavoce della controriforma, i pagani sono portavoce di una cultura laica,
rinascimentale e individualistica di cui Tasso faceva parte e dalla quale proviene e per la quale prova una
sottile simpatia in quanto quello pagano è un popolo che rappresenta la molteplicità (essendo un popolo
misto) contro l’unità del cristianesimo e rappresenta non un altro mondo ma il mondo di prima.
Nella grande confusione e turbamento della sua vita Tasso non riesce a rispettare l’armonia della
narrazione tipica di Ariosto rovesciando l’ossimoro dell’opera rivolgendola a se stesso: il mondo della
Gerusalemme è distrutto e spaccato a metà come l’autore stesso.
E’ importante paragonare il poeta con il suo precedente collega Ariosto perché possiamo così capire com’è
il cambiamento tra i due autori in base al contesto storico.

IL 700 E L’ILLUMINISMO
Ci sono 2 eventi storici di grandissima portata in questo secolo: la rivoluzione francese che avvenne a Parigi
e scardina il potere dell’aristocrazia dell’impero trovando il favore di tanti intellettuali e di italiani che però
subito se ne allontanarono con l’inizio del periodo del terrore, la rivoluzione industriale in Inghilterra
invece fu una svolta incredibile in quanto stabilì il primato della città sulla campagna, portando alla nascita
di agglomerati urbani e della figura dell’operaio; anche questa però ha un rovescio della medaglia in quanto
la vita in fabbrica era dura.
Il 700 è un secolo di grande trasformazione dove l’ottica scientifica e cioè l’osservazione razionale della
realtà si estende in tutti i campi della cultura e della vita civile, l’imperativo è quello di conoscere e la
cultura deve diventare azione e dunque essere utile alla società; l’intellettuale s’immerge totalmente nella
realtà e opera nel progresso della società e nella realtà.
Essendo il sapere d’obbligo per tutte le classi sociali di conseguenza anche la lingua diventa essenziale e
funzionale.
Allo stesso tempo, con l’ampliazione dei mercati, l’intellettuale diventa cittadino del mondo e soprattutto
ha una grandissima tolleranza per il diverso e ne è affascinato.
La filosofia predominante è quella empirista che deriva dalla razionalità.
L’ Italia in particolare, dato che manca una borghesia, è governata parte dai Savoia dai Borboni e
dall’Austria però sono aperti al dialogo con gli intellettuali soprattutto nell’emanazione delle leggi
diventando sovrani illuminati.

L’illuminismo porta a compimento tutte queste prime istanze, ed è chiamato così dall’immagine della luce
che sgombra e lacera le tenebre dell’ignoranza; al centro c’è la ragione umana che diventa l’unico
strumento di giudizio.
Anche in ambito religioso nacque il deismo nel quale si negano i principi della classica religiosità
analizzando la figura del dio.
La luce della ragione ha l’obbiettivo di creare un mondo migliore unendo tutti gli uomini dotati di ragione,
determinando un periodo di tolleranza, l’assenza del dogmatismo.
Si diffuse in Francia per poi dilagare in tutta Europa e in Italia con la dovuta moderazione, non è un caso che
nacquero nuovi generi, soprattutto in Inghilterra, parallelamente al nuovo periodo: si elimina ogni traccia
della filosofia metafisica, si approfondisce la realtà per quello che è con il conseguente BOOM del romanzo
che nel suo essere un genere medio in cui si muovono personaggi in una cornice realistica, capaci di
iniziativa pratica (come Robinson Crusoe) è adatto a tutti e può assumere nature diverse generando dei
sottogeneri (il romanzo umoristico di Laurence Sterne, il romanzo d’amore con Richardson e Filling); e ci fu
anche il teatro (la prima forma d’arte ad apparire in Italia, ancor prima del romanzo)
Benché l’illuminismo sia partito dalla Francia lì la situazione è diversa prima della rivoluzione e quindi a
causa delle restrizioni imposte da Clero e Aristocrazia gli intellettuali francesi rispondono con un genere
alternativo chiamato panflait: un libretto satirico e anonimo che cerca di aggirare la censura.
Un’opera importantissima è l’enciclopedia di Diderot e D’Alembert che ebbe enorme diffusione in quanto
trattava tutti i campi del sapere con linguaggio accessibile ma anche per l’inserimento di immagini sulle
macchine agricole ecc. che erano molto esplicative per un pubblico analfabeta contribuendo alla diffusione
del sapere.
In Italia il modello fu quello francese anche se vi erano parecchie difficoltà in quanto non esisteva il ceto
borghese, c’era l’influenza della chiesa e dei proprietari terrieri.
I centri della cultura illuminista in Italia furono 2:

 Milano c’è Mariateresa D’Austria e Giuseppe II che sono portati ad uno svecchiamento delle
strutture socio-politiche del loro regno che naturalmente fu ben vista da intellettuali come i fratelli
Verni e Beccaria che diffondevano le idee illuministe su un giornale chiamato il Caffè facendo
battaglie illuministiche contro il vocabolario della Crusca che utilizzava termini d’élite
 Napoli dove ci sono i Borboni con il riformismo illuminato avvalendosi del supporto di intellettuali
di valore come Genovesi o Filangieri

Era luogo comune di diffusione dell’illuminismo il caffè, i salotti e soprattutto 2 accademie: l’accademia dei
Trasformati e l’accademia dei Pugni con intenti differenti: la prima era più moderata, ancora legata alla
tradizione classicista della cultura italiana, mentre la seconda era più battagliera (a cui fanno capi Berni e
Beccari).

Due autori molto importanti per l’illuminismo italiano (ma che non avevano alcun contatto con quello
francese) erano Parini e Goldoni.
Parini fu precettore presso i Serbelloni (famiglia aristocratica), autore di un poemetto didascalico-satirico
che si chiamava Il Giorno diviso in più parti, che era rappresentazione critica dell’aristocrazia raccontando
della vita del “signore” dalla mattina alla sera nel segno dello spreco però Parini non è totalmente contro
l’aristocrazia ma contro la parte nullafacente.
Scrisse anche delle odi, alcune alla scienza e alla medicina (all’innesto del Vaiolo) e alcune neoclassiche sul
valore della poesia.
Egli rientra nella sfila di intellettuali illuministi che combattono in nome delle riforma e del progresso ma
ha con l’illuminismo un rapporto contorto essendo lui un ecclesiastico (non poteva accettare l’idea della
laicità francese ma aderiva a quella che imponeva l’uguaglianza tra le classi), critica l’aristocrazia che deve
essere rieducata, teme che il culto della Francia possa imbarbarire la lingua italiana perché pensa che la
poesia abbia un valore altissimo e una dignità formale, la poesia è “lusinghevol canto”, nello stesso tempo è
a favore dell’agricoltura (derivata da una vita sana) non a caso il Giorno si apre con dei contadini che si
svegliano alle 5:30 per lavorare contrastando l’immagine del signore che steso su un letto enorme ricoperto
di cuscini si sveglia alle 12:00.
Egli è simbolo della moderazione con cui gli intellettuali italiani accolgono le idee illuministe francesi.
Goldoni dall’altro lato è di estrazione borghese, veneziano, fu autore di una grandissima riforma del teatro
e cioè il passaggio dalla commedia dell’arte con le maschere che improvvisavano e non rappresentavano
una realtà, erano fittizie e non rappresentavano l’individualità, al teatro moderno fornito di un copione,
una sceneggiatura reale e ben studiata attraverso un elaborato e lento processo.
Goldoni ha dunque dell’illuminismo il culto dell’individualità, del realismo, del razionalismo il culto della
metafisica, della vita pratica, del buon senso, della socialità; sempre però in maniera moderata
Anche lui critica la nobiltà dedita all’ozio e come Parini crede nella rieducazione.
Uno dei suoi capolavori fu la Locandiera, la storia di questa donna borghese molto abile nel vendersi senza
mai concedersi (Mirandolina) ai 3 aristocratici che la corteggiavano, ma sposandosi con un cameriere che
l’avrebbe aiutata a incrementare il capitale della sua impresa non essendo nuovo al lavoro e al mestiere e
che in quanto figura maschile l’avrebbe protetta da ulteriori avances.

Dal 1796 al 1799 si vive il periodo giacobino con delle repubbliche democratiche che danno vita alla
Repubblica Cisalpina (Lombardia e territori della Padania) e alla Repubblica napoletana del 1799 che sarà
sostenuta da molti intellettuali e aristocratici ma che finì nel sangue a causa dell’ignoranza del popolo che
fu facile preda del cardinale Ruffo, contrario alla repubblica causando una strage sanguinosa e
condannando a morte tutti i repubblicani, tragedia sulla quale Cuoco scrive un saggio raccontando come la
poca cultura del popolo abbia degenerato un intero sistema politico.
E’ dunque un periodo politicamente molto movimentato che si riflette sulla vita degli intellettuali, nel
periodo giacobino per esempio nascono 2 tendenze:

 La tendenza Giacobina, democratica e egualitaria (che vive solo in quel triennio dato che
successivamente ci sarà il dominio straniero e l’impero napoleonico)
 La tendenza moderata improntata sul modello di governo Inglese che anticipa quello che sarà il
Liberalismo del Romanticismo

Verso la fine del 700 ha inizio l’età napoleonica che sarà fondamentale anche per la storia d’Italia.
Nel 1800 la situazione cambia, dopo il triennio giacobino, perché con l’arrivo di Napoleone nasce la
Repubblica Italiana se non ché egli diventa poi imperatore del regno d’Italia e tra il 1814 e il 1815 tornano
la Restaurazione e gli austriaci.
Napoleone prima visto come un salvatore, quando diventa imperatore e accentra tutto il potere nelle sue
mani cambia completamente la percezione della sua figura; è in questa fase che si diffonde di nuovo il
classicismo e diventerà neoclassicismo che rispondeva all’esigenza di più gruppi sociali (dei reazionari
perché esaltava la Roma dei Papi, ai giacobini perché vedevano nella Repubblica romana l’ideale
repubblicano che in quel triennio si era consumato e a Napoleone che si ispirerà all’Impero romano anche
nella moda e nell’abbigliamento o nell’architettura oltre che nella politica).
In Italia prese il nome di neo-classicismo perché sulla base dell’idea classicista si inglobarono esperienze
contemporanee come il sensismo o la formazione illuministica e ci si pone di fronte ai materiali
dell’antichità come modelli di quieta grandezza e nobile semplicità indicato come carattere neoclassicista
da Winkelmann.
All’interno di questo movimento però ci sono personalità diversissime: personalità come Monti che
tradusse l’Iliade e venne chiamato poeta banderuola dato che era “elastico” politicamente o poeti come
Ugo Foscolo che considerò il neoclassicismo come una fonte di personalità di grande importanza che
avevano fatto grande l’Italia da cui prendere esempio, un neoclassicismo molto più profondo.
Nello stesso momento nacque e si diffuse il pre-romanticismo che è il completo opposto al neoclassicismo
perché incarna una cultura che predilige la notte, dei temi particolari, paesaggi macabri (nasce infatti il
romanzo gotico) e quindi non interessato alla forma classica e solare ma a tutto ciò che è notturno e alla
profondità dell’io e dei suoi tormenti.
Anche il preromanticismo ama le epoche lontane perché hanno dato origine alla poesia, rientrano in questa
corrente i canti di Ossiam McFerson che finge di aver trovato degli antichi canti di un bardo dei popoli
celtici; nasce poi in Germania il romanticismo che sarà diverso da quello italiano nato successivamente.
E’ importantissimo in questa corrente lo Sturm und Drang che persegue l’irrazionalità, è contro le norme e
che adopera tra i partecipanti Goethe con i dolori del Giovane Werter (modello forte e rivisitato da Foscolo).
Questo secolo è quindi diviso da una parte da una poetica preromantica con il rifiuto delle regole
l’attrazione per l’orrido e dall’altra l’armonia ritrovata del neoclassicismo che sembrano essere in
contraddizione ma che rappresentano le due risposte che l’uomo si da per salvarsi da quel tormento vissuto
in quel periodo, e dunque il poeta o si nascondeva nella contemplazione del proprio io (preromanticismo) o
ritornava nostalgicamente al passato cercandovi un’armonia e un ordine ormai persi (neoclassicismo).
Ci furono anche autori come Foscolo che invece unisce entrambe le correnti e non ne sceglie solo una.

---------------------------------------14/02/19

UGO FOSCOLO
L’autore nacque nell’isola greca di Zante, un possedimento della Repubblica Veneta, e a soli 16 anni si
trasferisce a Venezia dove studia e subito si fa notare dalla società grazie alla sua intelligenza sia anche per
la sua avvenenza.
Inizialmente si arruola nelle truppe della Repubblica Cispadana e scrive l’ode a Bonaparte liberatore ma
tutto cambia quando nel 1797 Napoleone con il trattato di Campoformio cede Venezia agli austriaci che
Foscolo vede come un tradimento cambiando il suo orientamento e diventando antinapoleonico, va a
Milano dove conosce Monti e vive degli amori furibondi con Isabella Roccioni, Antonietta Fagnani Arese;
ottenne la cattedra di eloquenza all’università di Pavia presto soppressa a causa di una tragedia che aveva
scritto e che si chiamava l’Aiace che fu vista male dal potere (perché il tiranno Agamennone adombrava la
figura di Napoleone), andò a Firenze dove nella Villa di Bellosguardo scrive Le Grazie; dopo la sconfitta di
Napoleone gli Austriaci gli offrirono la direzione del giornale la Biblioteca italiana che però rifiuta, va in
Svizzera e poi a Londra dove paradossalmente vive e muore in miseria.
C’è una perfetta coincidenza tra l’età napoleonica e la biografia intellettuale di Foscolo: l’età napoleonica
inizia nel 1797 con le repubbliche giacobine e finisce con il 1813/1814 con la sconfitta di Waterloo e il
ritorno alla restaurazione e allo stesso tempo la prima opera di Foscolo ode a Napoleone Bonaparte fu del
1797 e le Grazie che chiudono il suo percorso intellettuale le scrisse tra il 1812/13.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Quella di Foscolo fu una scelta molto ardua e cioè iniziare la storia del romanzo italiano che era indietro
rispetto all’Europa, lui ci ha lasciato un piano di studi nel quale veniamo a conoscenza delle sue letture che
precedono l’Ortis che comprendono tutti i romanzieri più importanti d’Europa: Rousseau, Cervantes, Swift,
Goethe.
Nell’ orazione inaugurale all’università di Pavia dichiara che il romanzo è ormai necessario per la società
italiana e deve rispondere ai bisogni letterari di un pubblico medio che sta tra l’idiota e il letterato (il
borghese).
Per Foscolo si può parlare di egotismo e cioè un forte culto dell’individualità, una concentrazione sul
proprio “io” che causa proprio per questo delle tangenze tra la vita e le opere dell’autore che però non
corrisponde alla realtà, addirittura uno studioso comparò delle lettere dell’autore a Fagnani Arese nel quale
egli si definiva un romanzetto ambulante(spesso nell’Ortis per questo problema il personaggio si confonde
con l’autore) la scelta del romanzo epistolare è per il poeta il mezzo più adatto a raccontare la passionalità
del personaggio e anche l’ipertrofia dell’autore.
I modelli europei a cui si rifà sono Goethe con i dolori del giovane Werter e alla Nouvelle Eloise di Rousseau
(entrambi epistolari) modificando alcune cose: per esempio diversamente dall’opera di Goethe nell’Ortis
non c’è solo la materia amorosa a anche quella politica che con le sue delusioni accresce quella amorosa e
viceversa e infine il tema del suicidio; da Rousseau Foscolo prende la scelta del romanzo epistolare, la
passione amorosa però la forte differenza è che non solo nella nouvelle Eloise ci sono più scrittori di lettere
mentre nell’Ortis ci sono solo le lettere di Jacopo che non hanno neanche risposta ma anche la differenza
nell’evoluzione della storia in quanto l’Ortis porta verso il caos, il disordine e la morte.
L’Ortis ha una complessissima storia del testo in quanto Foscolo lavorò tantissimo sul romanzo:

 1796 abbozzo Laura Lettere


 Dopo la partenza nell’esercito della Repubblica Cisalpina l’editore lo fece concludere da un altro
autore nel 1798
 Foscolo torna dalla guerra, respinge l’edizione pirata, finisce e rivede l’abbozzo e fa uscire la prima
edizione definitiva nel 1802
 Quando nel 1816 va in Svizzera c’è una edizione Zurighese dove troviamo l’aggiunta di una lettera
quella “antinapoleonica del 17 marzo” e accompagna l’edizione con una notizia bibliografica che è
una sorta di auto-commento al testo per aiutare il lettore a comprendere appieno il significato del
romanzo
 Nel 1817 a Londra c’è un’ultima edizione

Sintesi dell’intreccio
La trama nell’Ortis non ha un vero e proprio sviluppo in quanto non racconta una storia ma racconta lo
sviluppo dei suoi sentimenti per la propria donna e per la patria, è divisa in 2 parti e racconta di questo
giovane Jacopo Ortis che è uno studente deluso dal trattato di Campoformio va sui Colli Euganei in
autoesilio dove conosce la famiglia di Teresa composta dal padre, Teresa e la sorella isabellina ma la madre
non c’è perché non sopporta l’imposizione del matrimonio non voluto da Teresa; oltre a questi 3 c’è
Odoardo che è il promesso sposo di Teresa se non che tra Teresa e Ortis scoppia l’amore, in una delle
lettere il ragazzo racconta del bacio che scambia con la ragazza, nella seconda parte quando rinuncia a
Teresa parte, viaggia e va dalla madre e dal corrispondente delle sue lettere Alderani, incontra Parini e
quando viene a sapere che Teresa si è sposata si uccide il 25 Marzo.
Si può definire una monodia epistolare e cioè che le lettere sono tutte sue, a scrivere è solo Ortis all’amico
Alderani che pure è un personaggio interessante perché non è una semplice “buca da lettere” come il
mittente del giovane Werter prima di tutto perché è un doppio di Ortis ha le stesse idee politiche, anche lui
sceglie l’esilio solo che lui è più ragionevole e meno preso dagli eccessi; in più l’epigrafe è sua, appare
nell’inizio della seconda parte e sarà lui a raccontare il suicidio di Ortis e svolge la funzione del narratario e
cioè il destinatario interno del testo e cioè il primo lettore.
Questo significa che nel romanzo c’è un solo punto di vista sicché per il lettore non c’è possibilità di fuga ed
è catturato da questa voce unica che parla di dolore e tradimento.
Dalla tessitura molto ben organizzata riusciamo a carpire l’unità del racconto, tant’è vero che usa una serie
di corrispondenze e raccordi tra le lettere, basta infatti vedere il modo in cui si può sintetizzare il sistema
dei personaggi ed è possibile vedere come il sistema dei personaggi inglobi il tema dell’amore e della
delusione politica
La Madre La Madre e Jacopo sono separati, Jacopo è il personaggio centrale e a due
passioni: La Patria e Teresa
Per quanto riguarda la patria a un rapporto conflittuale con Napoleone mentre
Jacopo Teresa è vessata dal proprio padre che vuole scegliere con chi farla sposare
mentre Odoardo è colui che la deve sposare, come Napoleone vessa la patria.
Le due trame sono quindi perfettamente sovrapponibili.
Non a caso il padre di Teresa adombra la figura di Napoleone perché fa
Patria Teresa un sopruso costringendo la figlia a sposare chi non ama.

Napoleone Padre Odoardo

Lo stesso schema può essere riscritto sul piano del pubblico e del privato

PRIVATO
ANTAGONISTA
Odoardo

PUBBLICO

È ostacolato Napoleone
EROE ha una DONNA
Ortis Teresa
EROE PATRIA

In questo solido impianto possiamo comprendere e notare il duro lavoro che Foscolo ha impiegato per
rendere l’opera il più coerente possibile.

Identikit del personaggio

Jacopo è uno studente di famiglia benestante però dato lo statuto della lettera è Alderani a raccontare la
fisionomia di Jacopo sul finale della prima parte (pagina 90 “LORENZO a chi legge”) dove dipinge il ritratto di
un vero eroe preromantico dato che in questa corrente l’aspetto rispecchia i sentimenti come i sentimenti
sono complementari alla natura.
In questa seconda parte Ortis è ormai rassegnato al fatto che Teresa è promessa ad un altro si aggira per le
campagne disperato e sciatto in cerca della solitudine.
L’analisi dello stile ci aiuterà invece a capire la psicologia di Ortis ma soprattutto la Notizia Bibliografica
dove egli spiega una serie di cose e cioè che il romanzo è per un pubblico allargato, vincolato al presente,
ha bisogno di una sintassi sciolta e lineare che però non disdegna termini colti comprensibili solo se
contestualizzati e giustificando la scelta dello stile epistolario che se ben costruito ci permette di
comprendere tutto e di contestualizzarlo.
Sappiamo inoltre che Foscolo lesse il Trattato del sublime di Pseudo Longino sicché tende ad un linguaggio
elevato per ottenere grandezza in quanto Jacopo è un titano che cerca di lottare contro l’avversa fortuna.
Dal punto di vista stilistico Jacopo ottiene grandezza con le triplicationes ad andamento ascendente (e cioè
nella successione di 3 termini uno più grave dell’altro) che mimano la frenesia di Ortis (pagina 11 lettera del
28 ottobre) “[…] m’arde, m’agita, mi divora.”; l’altra tecnica è quello del polisindeto alternato ad un
asindeto e cioè frasi unite da una congiunzione alternate da frasi senza congiunzione ( pagina 84 lettera del
25 maggio) questo per creare un effetto martellante e drammatico usa infine le interrogative retoriche
che mimano l’implosione della passione che si trovano sia nella lettera che racconta la situazione politica
che in quella della situazione amorosa (sempre rispettando quel raccordo tra i due temi) (pagina 6 lettera
del 13 ottobre / pagina 85 lettera del 27 maggio).
Tutto questo da vita ad una prosa concitata, a tinte forti e ad un romanzo senza idillio.
Inoltre l’autore inserisce tre piccoli mini romanzi che rispecchieranno in qualche modo la vita dell’Ortis,
anche chiamate triplicationes contenutistiche.
Le triplicationes di tipo contenutistico sono 3 microstorie: quella di Lauretta, una sua amica impazzita dopo
la morte del fidanzato; quella del giovane Olivo che benché diseredato dal padre quando egli muore
lasciando dei debiti, è lui a doverli saldare e l’ultima è quella di un giovane tenente veneto anche lui
emigrato dopo il trattato di Campoformio che ha abbandonato l’esercito e che vaga per l’Italia con la
moglie e il figlioletto, spoglio di tutto (cibo e vestiti) tanto che Ortis chiede al suo servitore di aiutarlo
perché gli fa venire in mente la fine che Teresa avrebbe potuto fargli fare.
Queste 3 storie hanno anche una funzione di mise en abyme e cioè 3 microracconti simili alla storia
principale che anticipano gli esiti della storia, ma soprattutto hanno in comune un tema che è la chiave di
lettura di tutto il romanzo: la compassione che Ortis prova per queste anime infelici.
La compassione per Foscolo è il sentimento che nasce dalla rappresentazione del dolore ma anche della
nobile resistenza al dolore (ulteriore elemento del sublime).
Ciò significa che se la compassione è la chiave di volta di tutto il romanzo allora il romanzo non è
langroiante, non è patetico ma tragico, e questo ci è chiaro capirlo dall’avvertimento iniziale di Alderani al
lettore (pagina 3 al lettore) scritto nel 1798, tra l’altro è anche importante che in alcuni casi quando Ortis
scrive delle cose come la lettera sulla storia di Lauretta, e vorrebbe mandarla a Teresa invece pensa di
deviare il destinatario e inviarla ad Alderani proprio per non far piangere Teresa stessa (pagina 59 tagliata
lettera del 29 Aprile ) inoltre invece di farle recapitare delle lettere di dolore decide di inviarle al padre
(dopo “LORENZO a chi legge” ore 9 tagliata).
La visione della vita di Ortis è cupa, il suo vocabolario saccheggia l’immaginario funebre, parole come
“tenebra” o “larve” mentre parole come “pace” e “sole” subiscono dei mutamenti nel corso del romanzo
( pagina 15 lettera del 12 novembre) dove in questo caso il sole è rigoglioso e luminoso all’incontro con
Teresa mentre nella seconda parte (pagina 144 lettera di Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio) il sole coprirà il suo
cadavere con delle “ombre pacifiche”.
Se i suoi valori sono la compassione e la libertà, un disvalore è per lui il denaro (pagina lettera del 20
novembre) perché per lui vale più l’essere che l’avere.
I rapporti con la società sono conflittuali in quanto non riesce ad identificarsi in nessuna classe sociale
(pagina 120 lettera del 4 dicembre a Parini / pagina lettera del 17 marzo a Napoleone) in quanto non è
abbastanza scaltro da poter comandare, non è disposto a servire perché non vuole sottomettersi e non
vuole abbassarsi al livello di chi “briga” (lavora).
Il fatto che egli abbia dei rapporti difficili rapporti con la società ci è già noto ( pagina 10 lettera del 24
ottobre) nella quale racconta di un incontro con un contadinello che stava rubando e che al suo richiamo gli
rispose che tutti facevano così; qui Ortis sottolinea quanto la società che è negativa, sia rappresentata nella
sua interezza da questo semplice aneddoto.
La lettera a Parini fa parte della seconda parte in cui viaggia che è per lui un modello di riferimento non
solo per il senso altissimo della poesia ma anche come comportamento dignitoso nella sofferenza in quanto
in una delle sue Odi si vede anziano e cade spesso per strada ma nonostante le difficoltà non si abbassa mai
a chiedere aiuto allo Stato (la Caduta); in questa lettera del 4 dicembre lo incontra e insieme discutono di
politica: Ortis, giovane ed energico, vorrebbe intervenire contro l’invasore con tutta la foga della gioventù
mentre Parini, anziano e saggio, gli consiglia invece di scrivere e diventare educatore delle generazioni
future rappresentando metaforicamente l’incontro tra due generazioni (pagina 129).
Nella lettera contro Napoleone del 17 marzo si riferisce all’imperatore dicendo “ […]Che importa ch’abbia il
vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace? […] — Nasce italiano, e soccorrerà
un giorno alla patria: - altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: — La natura lo ha creato tiranno: e il
tiranno non guarda a patria; e non l’ha. […]”
Proprio perché Ortis non si riconosce in nessuna classe sociale e disprezza il potere lo porta alla solitudine e
ad allontanarsi dagli altri (pagina 9 lettera del 23 ottobre).
L’identikit di Ortis è quello di un uomo con grandi passioni che aggravano la sua solitudine, odia Napoleone
e rifiuta tutta la società nella quale vive.
Data la sua centralità, tutti gli altri personaggi saranno visti attraverso il suo punto di vista:
Odoardo per esempio emerge (nella lettera del 20 novembre) durante la gita ad Arquà con tutta la famiglia
di Teresa, i due ragazzi però si allontanano e Ortis legge a Teresa care fresche e dolci acque di Petrarca fino
a che la ragazza non esordisce dicendo di non essere felice, raccontandogli come il padre per problemi
economici l’abbia promessa sposa ad Odoardo e di come la madre ha espresso il dissenso andando via di
casa; Odoardo nel frattempo va via a ritirare delle somme di denaro da delle persone (che subito suscita la
disapprovazione di Ortis e di Foscolo stesso) mostrandocelo come un uomo avido, attaccato al denaro e che
appare come un uomo sempre con l’oriuolo alla mano e dunque un uomo per cui il tempo è denaro e che
pretende sempre di avere e mai di dare, il che non è carattere dell’amore dato che amare significa
spendere e donare senza limiti ( Roland Barthes – Frammenti di un discorso amoroso) anche in punto di
morte il suo sangue esce tanto da invadere la stanza da una ferita autoinflitta, mentre espira Ortis tiene
stretto un medaglione che è una sineddoche di Teresa (così anche come l’affetto che dedica alla sorella
Isabellina) (pagina 189 l’amico tuo Jacopo Ortis).
Il signor T*** è il padre di Teresa ed è un personaggio contraddittorio perché è da una parte galantuomo e
dall’altra autoritario, di conseguenza anche i sentimenti di Ortis sono conflittuali perché per lui prova odio
in quanto gli ha sottratto la donna amata ma allo stesso tempo lo ammira per la cieca dedizione che ha
verso la figlia e per le sue caratteristiche da buon gentiluomo (pagina 21 lettera del 20 novembre)
rendendolo anche un analogo di Napoleone.
Teresa per Ortis è un’opera d’arte, è poesia, il suo volto è specchio della sua anima tant’è che anche lei
quando capirà di non poter amare Ortis cercherà la solitudine e si trascurerà lasciando i segni del duo
dolore sul corpo ( pagina 91 LORENZO a chi legge).
A Teresa Ortis dedicherà 2 lettere: Teresa all’arpa e la lettera del bacio (pagina 28 Lettera del 3 dicembre)
tutta la descrizione è in chiave neoclassica sul segno dell’armonia e della perfezione, segno che anche se il
romanzo è tipicamente preromantico in Foscolo ci sono anche tecniche neoclassiche.
L’amore in questo caso è forza positiva che contrasta il nichilismo di Ortis (pagina 76 lettera del 14 maggio
ore 11) rendendo il bacio come un percorso attraverso il divino, mentre nell’impossibilità di averla nel finale
diventa strumento di dolore confermando le simmetrie tra il dolore per la patria e il dolore di non avere
Teresa.
Nel gesto di suicidio dell’Ortis non c’è viltà ma un gesto tragico di protesta estrema contro la durezza della
vita mentre Foscolo riesce a trovare delle “illusioni” (poesia, affetti, i sepolcri e la memoria) contrastando il
nichilismo e a non suicidarsi; il suicidio di Ortis è un gesto eroico in perfetta linea con le caratteristiche del
personaggio tragico-sublime.
Nell’opera legata alla morte c’è già adombrato il tema della tomba lagrimata che tornerà con i sepolcri.
Per avere però un quadro più completo del protagonista dobbiamo aggiungere un’informazione più
importante: nel desiderio di stare al passo con l’Europa Foscolo poté già analizzare i vari tipi di romanzo
esistenti e tra questi fu affascinato da quello di tipo umoristico, tant’è vero che ammira Sterne di cui
tradurrà il viaggio sentimentale pensando di attribuire questa traduzione ad un personaggio immaginario
che è un’altra maschera (Didimo Chierico), un personaggio umoristico, un erudito che gioca con la scrittura
e riflette su di essa ed è un personaggio traduttore umoristico come un Ortis disingannato e cioè che non è
sopraffatto dall’amore e dalle passioni come Jacopo, prendendo le distanze.
Questa maschera conferma che Foscolo aveva questa intenzione importantissima di tenere il passo con il
romanzo europeo, esistono infatti nelle opere di Foscolo delle opere Didimee, opere giovanili come il sesto
tono dell’io (opera autobiografica rimasta interrotta) e le lettere dall’Inghilterra in cui osserva la società
inglese trovando le differenze con quella italiana; inoltre all’interno dell’Ortis c’è una lettera
completamente diversa definita “lettera Didimea” che si intreccia allo stile neoclassico e preromantico
( pagina 30 Padova, 11 dicembre) nella quale Jacopo è succube della seduzione di una signora di un certo
rango sociale la quale casa, piena di riferimenti al mondo pagano, ci fa capire un po’ del personaggio che lo
mette nella condizione di dover assistere ad una lotta tra il cuore e la ragione dove il cuore vince
rinunciando ad una possibile salvezza dalla sofferenza che Teresa gli avrebbe poi inflitto; riusciamo a
comprendere il cambiamento di stile anche dal fatto che per scriverla con tono umoristico ha dovuto
scriverla più volte diversamente dall’impulsivo scrivere delle lettere precedenti e preromantiche che sono
scritte sull’onda del sentimento.

Foscolo si cimentò anche nella produzione poetica, iniziata nel 1802 e poi in seguito pubblicò 12 sonetti e 2
odi; c’è da dire che se per il romanzo lui ci ha lasciato una notizia bibliografica come strumento per
addentrarsi all’interno delle passioni Ortisiane, anche per la poesia troviamo dei testi teorici: La
dissertazione e l’altra si chiama appunti sulla ragione poetica, è soprattutto qui che lui precisa la diversa
funzionalità del romanzo e della poesia: il romanzo riguarda il presente, la famiglia, le passioni mentre la
poesia ha a che fare con i miti antichi, è custode della moralità, veicola dei significati universali e collettivi
che devono avere degli effetti istantanei sul pubblico.
La poesia ha una forte funzione civile.
Le 2 odi sono:

 All’amica risanata
 A Luigia Pallavicini caduta da cavallo
Sono entrambe di stile neoclassico perché sono esaltazione della bellezza femminile dove le donne sono
paragonate a divinità greche, e quindi riproduce i carmi della pittura e della scrittura neoclassica.
Tra le due è importante la seconda perché fa un discorso filosofico sulla bellezza che purifica dalle passioni
e sulla funzione eternatrice della poesia che cantando la bellezza la rende eterna.
Il neoclassicismo di Foscolo però non è formale ma profondo perché ci tiene a cantare valori che
contrastano con il nero presente, tra cui appunto la bellezza e la poesia che canta la bellezza.
Nei sonetti è molto forte il modello di Alfieri ma anche il tema della soggettività tipica dell’Ortis; dei 12 i più
famosi sono: Alla sera, A Zacinto e In morte del fratello Giovanni.
In questi 3 sonetti ci sono molti temi già apparsi nell’Ortis: il tema del poeta sventurato, il conflitto con il
presente privo di valori e la sepoltura lacrimata (l’unica speranza è che alla fine di questa vita dolorosa ci
sarà qualcuno che piangerà la sua memoria).
E’ una poesia molto sperimentale perché lui rompe la tradizione poetica usando frequentemente
l’enjambement che è come se seguisse l’andamento del poeta che si conclude con un verso finale che placa
il furore dell’autore.

I Sepolcri
C’era stato nel 1804 l’editto di Saint Cloud emanato da Napoleone per ragioni igieniche che in realtà per
Foscolo sembra una profanazione perché l’editto prevedeva delle tombe comuni poste fuori la città,
privando l’identità del sepolto.
Foscolo discute di quest’editto nel salotto di una signora che si chiama Isabella Teodochi Albrizzi con il
poeta Pinemonte che scrisse I Cimiteri e da questa discussione nasce l’idea di scrivere i sepolcri.
Il modello è simile alla poesia sepolcrale inglese di Thomas Grey, solo che lì il sepolcro è visto in chiave
cristiana e filosofica mentre per Foscolo ha una funzione civile, per quanto possa essere utile al presente
soprattutto degli uomini grandi che sono di ammaestramento per i contemporanei.
Molti sono i modelli a cui si rifà: Parini, Alfieri, Omero (che alla fine compare anche nell’opera).
Lui parte da una posizione materialistica, nel senso di negare la funzione del sepolcro, poi a poco a poco
(con una serie di ragionamenti) ne rivaluta la funzione cominciando a dire che il sepolcro permette ai
parenti del defunto di creare una corrispondenza di amorosi sensi con l’anima del defunto.
Anche qui c’è una forte polemica contro la politica e la situazione italiana.
E’ un carme di 295 endecasillabi sciolti.
La trama è quella di passare dalla negazione del sepolcro alla sua affermazione, l’utilità della tomba che
conserva la memoria (soprattutto dei grandi uomini) e gradualmente passa dalla tomba al valore della
poesia che esalta il sepolcro, tant’è vero che l’ultima immagine è quella di Omero cieco che si aggira tra le
tombe degli eroi della guerra dei greci e toccando queste tombe sente l’ispirazione per cantare non solo i
vincitori ma anche i vinti di questa guerra.
Su questi sepolcri nacque una polemica, un certo Guillon aveva scritto che i sepolcri erano oscuri e
incomprensibili a causa dei bruschi passaggi da un pensiero ad un altro, Foscolo risponde con una lettera
che viene pubblicata sul giornale italiano intitolandola Monsieur Guillon sulla sua incompetenza a giudicare
i poeti italiani spiegando la struttura dell’opera che secondo l’autore ha uno scheletro fatto da immagini
legate tra loro creando una compiuta tessitura grazie a delle piccole particelle chiamate transizioni che
possono essere per contrasto o per affinità.
I sepolcri sono divisi in 4 parti

 Prima parte dal verso 1 al verso 90 in cui lui dice che i sepolcri inutili ai morti invece giovano ai vivi
perché mantengono un legame con i trapassati; inoltre introduce la legge di Saint Cloud
 Seconda parte dal verso 91 al 150 lui racconta il culto del sepolcro lontano nel tempo e nello spazio
(lontani nel tempo: i sepolcri del medioevo che erano posizionati sotto i pavimenti delle chiese che
invadono i sogni dei bambini lontani nello spazio: i cimiteri inglesi che sono ridenti perché pieni di
vegetazione e fontane dove le giovani fanciulle inglesi portano i fiori)
 Terza parte dal verso 151 al verso 212 c’è l’esaltazione delle tombe dei grandi uomini come
Machiavelli a Santacroce e per il passato parla delle tombe dei greci morti nella battaglia di
Maratona
 Quarta parte dal verso 213 al verso 295 parte dal sepolcro di Ilo fondatore di Troia per arrivare a
Cassandra e poi ad Omero che con la sua poesia ha reso eterni i vinti e i vincitori nella battaglia tra
greci e troiani

Le Grazie

Foscolo aveva commentato un testo la chioma di Berenice nel quale dice che le qualità essenziali nella
poesia sono il passionato (suscitare passione) e il mirabile (destare ammirazione).
Il passaggio dai sepolcri alle Grazie sono un passaggio dal passionato al mirabile, mentre nei sepolcri c’è
molta passionalità, nelle grazie (scritte sul modello neoclassico) la poesia desta ammirazione.
Il poema è in endecasillabi, lavorato a lungo, iniziato nel 1803 e finito nel 1813 (quando andò a Firenze nella
villa di Bellosguardo).
Le Grazie sono le divinità intermedie tra la terra e il cielo, la loro funzione è dare vita alla civiltà; si
compongono di 3 inni:

I. Inno: si racconta della nascita di Venere e delle Grazie (esaltando il tema della bellezza)
II. Inno: le Grazie dalla Grecia vengono i Italia e tre donne amiche di Foscolo celebrano un rito in loro
onore che sono venute in Italia per portare la civiltà
III. Inno: le Grazie sono tornate in Grecia per sfuggire alla guerra e per sfuggire alla conflittuale realtà
sociale dell’Italia; però Pallade le fa tornare in Italia coperte da un velo che le ripari dalle violenze
del presente, e su questo velo sono ricamate tutte immagini che alludono ai più alti sentimenti
proprio per compiere la loro opera civilizzatrice

E’ un opera che celebra i valori eroici dell’esistenza privata rappresentato sul velo delle Grazie il valore
della compassione, il furore, la giovinezza, l’amore volgare, l’ospitalità, la tenerezza materna…che
rappresentava allo stesso tempo il sistema etico di Foscolo.
Sono inoltre importanti gli spazi: Atlantide (da dove vengono le Grazie) è un luogo antagonista al male del
mondo a cui loro approdano per la loro funzione civilizzatrice.
Sembrerebbe che con le Grazie Foscolo abbia abbandonato la storia per il mito ma non è così perché se non
ci fossero i mali della storia non sarebbero necessarie le Grazie.

Con Foscolo si chiude l’esperienza del romanzo epistolare e la soggettività trova altre forme per esprimersi
come la forma della confessione (un personaggio racconta di una sua trasgressiva esperienza ad un altro
personaggio come nel caso di Frankenstein di Mary Shelley).

-----------------------------------15/02/19

Appunti di letteratura italiana 18 23/11/18

ROMANTICISMO

Il romanticismo nasce in Germania intorno alla rivista Ateneum fondata dai fratelle Schlegel, poi si diffonde
in tutta Europa (in Italia con un po’ di ritardo)
E’ molto legato ai cambiamenti del 700 (le due rivoluzioni) perché metaforicamente le due avrebbero
decretato la morte della Madre (la natura violata dall’industria) e del Padre (il re non esiste con la
rivoluzione francese); salgono alla ribalta nuove classi sociali come borghesia e proletariato urbano cambia
il rapporto tra città e campagna (che viene completamente abbandonata).
Da una parte c’è l’euforia del nuovo ma dall’altra l’intellettuale entra in una forte inquietudine perché la
realtà sfugge al suo controllo (il mito della macchina)
Gli intellettuali inquieti sono borghesi che criticano la loro stessa classe perché per loro il culto dell’arte non
coincide con i valori della borghesia.
I caratteri generali sono:

 La filosofia idealistica che è una concentrazione sull’”io”, un’attenzione al cuore (tema dominante è
l’amore e il legame tra Eros e Thanatos)
 La notte della ragione (la follia), i personaggi sono segnati dalla malattia romantica che è un
continuo inappagamento, e dunque il desiderio del desiderio (preferiscono desiderare per sempre
senza appagare quel desiderio, in molti romanzi se l’amore è appagato questo finisce) di cui parlerà
Schlegel
 Nuovi personaggi: esule (tipico alla Byron), la vittima (come il Conte di Montecristo)
 Si attestano idee fondamentali: Con Schiller abbiamo la distinzione tra poesia ingenua e poesia
sentimentale, la prima è quella degli antichi che nasce dalla natura mentre quella sentimentale è
quella moderna riflessiva e non naturale

In questa poetica in cui viene esaltata l’irrazionalità, il sogno, l’”io”, il soggettivismo esasperato si scrive
tutto il disagio dell’intellettuale per le conseguenze di quei due grandi eventi del 700.
In generale la cultura romantica poiché mette al centro l’”io”, l’inquietudine e la sregolatezza, identifica lo
scrittore con il “genio” che deve sentirsi libero rifiutando qualsiasi regola, l’arte non è imitazione ma frutto
della spontaneità, all’armonia si sostituisce la disarmonia, i generi vengono violati e il sublime e il volgare
possono esistere portando a compimento il preromanticismo e opponendosi completamente
all’illuminismo.
La letteratura subisce questo cambiamento modificando temi, personaggi e stili; seguendo la sregolatezza e
l’assenza di regole.
In Italia la situazione politica è diversa dall’Inghilterra o la Francia dove c’era la monarchia costituzionale; è
preda degli Austriaci che dopo la Restaurazione tornano a invadere la penisola, si vive un momento di
arretratezza economica a causa dell’industria scarsa e l’agricoltura arretrata, si inizia ad affermare un
embrione di borghesia mentre i ceti popolari rimangono analfabeti; gli intellettuali invece si dividono in:
liberali moderati che vogliono portare avanti delle riforme cominciate con l’illuminismo (Manzoni) e
democratici che puntano ad una rivoluzione, a formare una repubblica con l’aiuto delle masse popolari
(Mazzini)
Anche in Italia ci sarà uno sviluppo dell’editoria (soprattutto a Milano, capitale morale d’Italia) mentre nel
sud i Borboni impediscono la circolazione dei libri (in Sicilia ad esempio il giornale arrivava 5 giorni dopo la
pubblicazione).e dato che il romanzo è la forma più adatta a cambiare e adeguarsi al tempo e allo stile, il
romanticismo esaurita la forma dell’”io” predilige un altro tipo di romanzo: il romanzo storico (la storia del
romanzo ottocentesco passa dal romanzo dell’”io” con Foscolo al romanzo della storia con Manzoni per
concludere con il romanzo della scienza di Verga e la grande trasformazione nel 900 con Pirandello e
Svevo).
Tra i vari elementi c’è un interesse forte per l’infanzia delle Nazioni, e il romanzo fa sua questa esigenza,
uscendo dal soggettivismo esasperato per entrare in questa nuova forma dove c’è un narratore che parla
esterno alla storia, onnisciente e che ha questa volontà di osservare la realtà e di cercare di dare un ordine
a questa realtà diventandone il regista (come farà Manzoni).
Il romanzo storico diventa il sottogenere adatto agli intenti educativi della poetica romantica, aggirando gli
ostacoli della censura dato che non racconta del presente ma del passato (anche se non troppo lontano)

Poiché il romanticismo è legato al Risorgimento e lo appoggia fortemente, tendono anche ad un’unità


linguistica tra lingua colta e lingua parlata che non avverrà, essendo che i ceti popolari rimarranno legati ai
propri dialetti.
Il tempo del romanzo storico è dilatato, ci sono più spazi, ci sono più personaggi e cambia la funzione del
narratore che ad esempio nel caso di Manzoni interviene a chiarire le cose
In Italia arriva con un articolo di Madame de Stael sul giornale la biblioteca italiana intitolato “sulla
maniera e l’utilità delle tradizioni” nel quale invita gli italiani ad aprirsi all’Europa e abbandonare la
tradizione classicistica.
A questo punto si formano 2 partiti perché nasce la polemica classico-romantica tra chi voleva accogliere
l’invito di Madame de Stael e chi preferiva rimanere classicista il che porta a scelte ben precise perché i
classicisti sono per le regole, custodi dell’italianità mentre i romantici sono per l’ispirazione personale e
l’apertura alla cultura europea e a nuove lingue.
Il gruppo dei romantici si riunisce attorno ad un giornale chiamato il conciliatore (vi fa parte Manzoni come
eminenza grigia e quindi senza davvero comparire) che ebbe una vita brevissima perché chiuso dalla
censura austriaca.
Tra i classicisti c’erano Giordani e Leopardi (il che poi è singolare visto che si schiera a favore del classicismo
dato che in una prima fase fa poesia deli antichi ma diverrà poi il più grande poeta romantico dell’800)..

ALESSANDRO MANZONI
l’autore era figlio di Pietro Manzoni e di Giulia Beccaria (figlia di Beccaria l’illuminista), vive in un ambiente
molto aperto e colto, difatti inizialmente ha un’educazione classica nei collegi fino a che non si trasferisce a
Parigi dove entra in contatto con gli ideologi francesi eredi dell’illuminismo e soprattutto con Fauiel che
aveva un’idea dell’arte e della letteratura basata su forti valori morali.
Nella vita dell’autore è importante la sua conversione religiosa che porta un forte rinnovamento interiore
perché da giansenista divenne cattolico comportando ad un cambiamento letterario: da poesia
classicheggiante come l’Urania agli inni sacri tra cui il più importante La Pentecoste che vogliono ricostruire
una storia della chiesa e della religione stessa con un verso molto popolareggiante perché rivolto ad un
pubblico molto vasto.
Dopo Parigi torna a Milano e si avvicina al romanticismo entrando del gruppo del conciliatore pur
essendone eminenza grigia.
Per arrivare alla realizzazione dei Promessi Sposi bisogna analizzare le sue opere precedenti come le
tragedie: il Conte di Carmagnola (1816 – 1820) e l’Adelchi (1820 – 1822) variando completamente lo stile
della tragedia classica, tant’è vero che scrive un importante frammento di poetica la lettera a Monsieur
Chauvait e la prefazione al Carmagnola in cui lui spiega perché non rispetta le regole aristoteliche (già di
stampo romantico) poiché il suo modello di scrittore tragico non è più quello francese di Racines ma quello
di Shakespeare definendo le sue tragedie “tragedie della coscienza”: il conte di C. è ambientato nel 400 e
racconta di questo capitano Francesco Bussone che prima sta con i milanesi e poi passa dai veneziani e in
una di queste battaglie egli è molto clemente con i vinti milanesi, allora il governo veneto lo accusa di
tradimento e così pare sia andata la storia reale mentre Manzoni lo rende innocente e succube degli
avvenimenti.
L’Adelchi è invece il figlio del re Desiderio dei Longobardi che prima era legato ai franchi, la sorella infatti
aveva sposato Carlo Magno ma poi egli la ripudia e con l’aiuto del papato vuole scalzare i Longobardi e
prendere l’Italia; mentre il padre è pieno di vendetta, Adelchi che è ferito capisce quanto la storia e la
morale siano lontane esordendo con una frase “nella storia non resta che o far torto o patirlo” vedendo la
morte come una liberzione da questo dissidio.
In appendice all’Adelchi scrive della storia Longobardica dell’Italia ed è importante perché oltre a dissentire
sull’idea degli italiani che i franchi potessero liberarli dai Longobardi, dato che alla fine è solo un semplice
cambio di potere, dichiara di essere interessato alla moltitudine che non fa la storia ma la subisce, e cioè
quel mega personaggio (il popolo) che troveremo nei Promessi Sposi.
Le tragedie sono storiche ma al centro c’è sempre una coscienza inquieta.
Manzoni spiega che non riesce a rispettare le regole aristoteliche perché la tragedia di una coscienza non si
può svolgere in un tempo limitato, ed essendo storica non può svolgersi in un solo luogo dando vita al
dramma storico.
Scrisse “le osservazioni sulla morale cattolica” è una polemica con Sismondi, che aveva accusato il
cattolicesimo della decadenza italiana; Manzoni risponde che la morale cattolica è superiore alla filosofia
laica perché mentre la morale laica varia a seconda dei tempi e dei luoghi, quella cattolica rimane la stessa;
questo significa che la morale cattolica ha un valore metastorico (resta sempre uguale a se stesso)
sottolineando ancora una volta la scissione tra la storia e la morale.
Allo stesso tempo scrive una lettera a Fauriel sulla sua idea dell’arte e di avere il vero per soggetto,
l’interessante per mezzo e la morale come insegnamento per fine; quindi alla base di tutto c’è l’idea della
letteratura che deve seguire il vero e allo stesso tempo unire al vero la finzione seguendo un fine educativo.
Per quanto riguarda la struttura dei personaggi egli da vita ai personaggi tipici: non realmente esistito ma
che hanno tutti i tratti dell’uomo e della donna del secolo XVII.
A quel tempo ebbe molta fortuna l’Ivaneau di Scott il quale aveva scritto moltissimi romanzi storici, in virtù
della storia interessante e potente dell’Inghilterra, che aveva inoltre il piacere del raccontare mentre
Manzoni ebbe l’occasione di scrivere un solo romanzo a causa dell’immobilità politica dell’Italia ma anche
perché non raccontava solo per il piacere di farlo bensì raccontava del disagio di un’intera popolazione
esprimendo il dramma morale dell’epoca.

I Promessi Sposi
L’opera ebbe più redazioni

 Tra il 1820 e il 22 scrisse il Fermo e Lucia che era poco romanzesco, c’erano delle parti trattatistiche
(una lunghissima digressione sulla storia della colonna infame e dei processi sommari fatti durante
il periodo della peste, accusati del contagio e la diffusione dell’epidemia)
 (la ventisettana) Nel 1827 lo rielabora con il titolo definitivo creando un testo a parte considerata la
natura diversa da quello precedente (elimina le parti trattatistiche e le digressioni dando
compattezza al romanzo storico)
 (la quarantana) Nel 1840 ci ritorna lavorando solo sulla lingua per uniformarla togliendo i
lombardismi, i francesismi ed adoperare il fiorentino della lingua dell’uso che era la soluzione
nazionale per l’unità linguistica

Il romanzo dà vita ad un circuito comunicativo

Testo

AUTORE REALE Autore implicito (Narratore)  (Narratario)  Lettore LETTORE REALE


Implicito

 Autore reale: nevrotico, tormentato (Journal di Matilde Manzoni nel quale lei racconta del padre
che non si prende mai cura di lei nella malattia essendo lui nevrotico e impegnato mentalmente)
 Autore implicito: l’immagine ideale che abbiamo dell’autore che non sempre coincide con l’autore
stesso (nel caso di Manzoni ci appare un autore pacifico, ragionevole, controllato)
 (Narratore): colui che parla ma che può anche non esserci e non palesarsi (come fa Verga nei
Malavoglia
 (Narratario): anche il narratario può non esserci (i presunti 25 lettori di Manzoni)
 Lettore implicito: è l’idea di lettore che si fa l’autore mentre scrive e che lo aiuta a scegliere il tema,
i personaggi, la trama ecc.
 Lettore reale: il reale pubblico che nel tempo legge e leggerà l’opera

Nei Promessi sposi la questione del narratore è complicata perché occorre dei passaggi: in quanto l’autore
finge di aver trovato un romanzo e di averlo tradotto nella lingua ottocentesca bisogna analizzare il testo,
ma neanche il presunto narratore del testo tradotto è il primo narratore in quanto egli dichiara di aver
sentito questa storia de Renzo.
Dunque Renzo è il primo mentre il secondo è l’anonimo e il terzo è il Manzoni.

INTRECCIO
La storia racconta di questa ragazza, Lucia, che è fidanzata con un tale Renzo con il quale deve sposarsi e
che viene però circuita da un signore prepotente che si chiama Don Rodrigo che manda degli scagnozzi dal
parroco del paese per minacciarlo affinché non sposi i due ragazzi (il parroco infatti Don Abbondio è il primo
a comparire sulla scena ed è un personaggio piatto, un vaso in terracotta tra vasi di ferro, fragile, nato nel
secolo sbagliato) che data la sua indole ubbidisce (c’è un tratto che ci fa intuire il suo comportamento:
mentre cammina scansa i ciottoli con i piedi come se metaforicamente fossero impedimenti e complicazioni
che non vuole affrontare, come nel caso del matrimonio)
Il parroco non dice la verità ai ragazzi e non li sposa ma Lucia capisce tutto e lo dice a Lorenzo così i due
decidono (nel capitolo 80) di presentarsi di sera da Don Abbondio e costringerlo, Lucia essendo di moralità
ferrea non è molto d’accordo come Lorenzo, che invece è più rabbioso, e che rappresenta un po’ la ricerca
vana di giustizia nel mondo.
I due dunque entrano nella casa di Don Abbondio che ha la prontezza di buttare una coperta addosso a
Lucia e impedirle di dire sì; tutta l’agitazione nata nella piccola casa del prete si riverbera in tutto il paese
arrivando ai due bravi che quella stessa sera erano andati a casa di Lucia per rapirla e non lasciando altra
scelta ai due se non di fuggire con l’aiuto di padre Cristofaro, qui c’è l’addio ai monti di Lucia che ci mostra
un caso di narratore onnisciente in quanto il linguaggio usato dalla ragazza non si adatta al personaggio ma
è aulico rivelando la presenza del narratore.
Scappati dal paese si creano 2 intrecci paralleli:

 il romanzo di Lucia che si svolge solo in spazi chiusi: dalla Monaca di Monza, al castello
dell’Innominato che si converte, va a casa del sarto poi da donna Prassede e rappresenta il romanzo
della fanciulla perseguitata
 il romanzo di Lorenzo che è un romanzo di formazione ambientato in spazi aperti: va a Milano dove
è coinvolto nella rivoluzione per il pane mettendosi in mostra come tribuno della plebe, dando voce
alla sua rabbia, proprio perché viene creduto capo della rivolta è costretto a scappare a Bergamo
dal cugino, ritorna a Milano dove assiste alla tragedia della peste e si ricongiunge a Lucia nel
Lazzaretto dove viene sciolto il voto di castità di Lucia da Cristofaro permettendo il matrimonio.

I due intrecci vengono poi resi graficamente da un critico che si chiamava Giovannelli nel seguente schema:

QUELLO DI LUCIA immagine


Significativamente il critico ha creato uno schema ellittico nel quale i poli non si chiudono, proprio a
simboleggiare la natura non idillica nel romanzo.
QUELLO DI RENZO Immagine
Nel punto 3 dove c’è una Redenzione parziale vediamo Renzo che sogna Don Rodrigo e Lucia addormentato sui bordi dell’Adda
ed è il momento in cui inizia a capire che sta sbagliando tutto e deve liberarsi dell’oppressione di Don Rodrigo e che Lucia deve
essere insegnamento di calma, attesa, e rassegnazione.
Nel punto 6 c’è la redenzione definitiva del personaggio che di fronte alla calamità del mondo (la peste di Milano) si rende conto di
dover dare più valore ad altre cose ed essere meno iroso.

Anche in questo caso non abbiamo un finale idillico perché Renzo non torna nella terra natia (prerogativa
del finale idillico secondo il semiologo Michail Michajlovič Bachtin)

SISTEMA DEI PERSONAGGI

Eroe

Aiutanti Traditori
Eroina Fra Cristofaro e Cardinale Don Rodrigo
Federico Borromeo Gertrude (Monaca di Monza)

Avversario

Due personaggi che cambiano molto sono 2

 L’Innominato sul piano dei potenti che passa dall’essere tiranno a santo benefico perché cerca di
risarcire al male compiuto tramite il Cardinale Federico Borromeo
 Renzo sul piano degli umili che da ribelle, tramite Lucia, si trasforma in un personaggio che ripone
la sua fiducia in Dio

ANALISI DEI PERSONAGGI

Fra Cristofaro e Gertrude

Nel romanzo l’autore manda segnali al lettore tramite le descrizioni per far capire la psicologia dei
personaggi.
Fra Cristofaro non nasce prete, anzi prima faceva una vita mondana e si chiamava Lodovico finché un
giorno mentre camminava con un suo fido servitore si scontra con un nobile che pretende che egli gli ceda
il passo, da lì nasce una disputa e questo nobile uccide l’aiutante di Fra Cristofaro e lui uccide il nobile.
Da questo atto di violenza ha una crisi profondissima, va così a chiedere perdono alla famiglia della vittima
che gli cede il pane del perdono e da lì decide di prendere i voti come prete spogliandosi di tutti i beni che
aveva e che ha l’unico intento di aiutare i deboli contro i soprusi.
Nonostante il suo cambiamento, quando viene a sapere del sopruso di Don Rodrigo è l’unico in grado di
minacciarlo ed è il quel momento che dal suo volto riemerge l’uomo vecchio sull’uomo nuovo segnalando
l’esistenza di un cantuccio del vecchio Lodovico nel cuore del nuovo Frate.
La monaca di Monza di nobile famiglia è destinata a diventare suora, ha un carattere esuberante e
passionale, ha una tresca con un servitore scoperta da una cameriera che la macchia della condanna di
questo servitore. Nonostante le ribellioni diventa suora e un giorno al monastero incontra Egidio con cui
nasce una tresca.
Gertrude è allo stesso tempo vittima del padre, di una organizzazione della società nobiliare, del sopruso
dell’epoca ma anche carnefice nel rapimento di Lucia.
La descrizione avviene con l’arrivo di Lucia e della madre al monastero (capitolo 10) che inizia già con
un’antitesi (la bellezza violata e sfiorita) e attraverso la quale traspare la sua natura, con la tecnica del
cromatismo persino nei colori della sua veste (bianco e nero) Manzoni rappresenta la scissione della sua
anima e della contraddizione del personaggio; nel volto c’è il mistero e il turbamento, i suoi movimenti
stizzosi e a volte studiati e l’abbigliamento che contrastano con il suo aspetto da suora soprattutto nella vita
attillata e nella ciocca di capelli che sbuca da sotto il velo.

GLI SPAZI

C’è una contrapposizione di macrospazi: la città (caos) e il paesino (pace e nido salvifico).
C’è differenza tra spazi chiusi (Lucia) e aperti (Renzo).
A volte gli spazi anticipano il carattere del personaggio che sta per entrare in scena come il castello di Don
Rodrigo dal quale traspare la sua classe sociale (il palazzotto è più alto rispetto alla città) tutt’attorno ci sono
le case dei contadini, che Manzoni chiama “piccolo regno” con tono dispregiativo, attraverso la tecnica
dell’enumerazione Manzoni accumula i soggetti che sono in disordine (che rappresentano il guazzabuglio) e
che sono sia di lavoro che di guerra.
Tutto ciò che lo circonda segna il brutto e l’orrido, all’ingresso si trovano 2 avvoltoi che sono metafora della
natura crudele e 2 bravi mezzo addormentati (creando un parallelo tra i due legandoli nella natura)
Anche il castello dell’Innominato è significativo ma rispetto a quello di Don Rodrigo porta delle differenze,
l’autore infatti non utilizza peggiorativi, non ci sono personaggi al di là dell’Innominato, dal punto di vista
della metafora degli animali abbiamo presente l’aquila che è un uccello nobile e potente come questo
signore superiore a chiunque e dominatore.
Lo spazio dunque è regale nella sua terribilità.
Mentre tutto ciò che circondava Don Rodrigo era grossolano e negativo, ciò che circonda l’innominato sono
personaggi che sanno essere compassionevoli come il capo dei suoi bravi o come la vecchia che si prende
cura di Lucia nella prigionia quasi ad anticipare la notte terribile nella quale dopo aver incontrato Lucia si
converte (richiamo autobiografico di Manzoni) diventando un signore magnanimo con l’aiuto del cardinale
Federico Borromeo.

LO STILE
Essendo la storia un Guazzabuglio è frequente nel romanzo il tema del rovesciamento:

 la contrapposizione tra l’oralità e la scrittura che si presenta nell’episodio in cui Renzo si reca da
Azzeccagarbugli che era un avvocato imbroglione al soldo di Don Rodrigo; quando Renzo va da lui
per ricevere aiuto contro il signorotto l’avvocato lo confonde per uno dei bravi ma quando capisce
che il ragazzo in realtà ha altre intenzioni inizia a parlare in latino per non fargli capire cosa sta
dicendo, per cacciarlo.
Essendo quello di Renzo un romanzo di formazione (Bildungsroman) nel suo corso cambia e diventa
più propenso ad affidarsi alla provvidenza divina: in una scena avvenuta in un’osteria ( Osteria della
Luna Piena) dopo la rivolta del pane chiedendo cibo e riposo, purtroppo però gli si affianca una
guardia e in quel momento l’oste capisce che Renzo è un personaggio pericoloso dunque si reca al
banco con un calamaio e un foglio bianco chiedendogli le sue generalità ma il ragazzo si rifiuta
avendo capito la trappola.
Quando alla fine Renzo sposerà Lucia ed avrà dei figli li manderà subito a scuola per non renderli
vittime come lui lo era all’inizio del romanzo.
 La contrapposizione tra segno visivo e segno verbale che avviene quando Don Rodrigo torna da un
banchetto e durante la notte si sente male e capisce di aver preso la peste, chiama il suo bravo che
si chiama il Griso ingannandosi a vicenda: Don Rodrigo chiede al bravo di chiamare il dottore, il
Griso vede il bubbone, capisce la situazione e finge di fare ciò che gli viene chiesto quando in realtà
chiama i monatti per portare il padrone al Lazzaretto

La scelta dell’epoca

Manzoni sceglie il 600 per evitare la censura austriaca ma anche perché la visione che lui ha della storia è
quella di un Guazzabuglio e cioè un pasticcio, termine che ricorre spesso nel romanzo.
Per esempio nella scena del matrimonio a sorpresa (capitolo 8) si ferma a fare una riflessione e a cercare di
fare chiarimento tra le dinamiche dei fatti e cioè che nonostante Renzo apparisse un tiranno in realtà era un
oppresso mentre don Abbondio che è un oppressore appare un oppresso.
Manzoni sceglie il 600 proprio perché in quel periodo il mondo è alla rovescia e nel romanzo questo
necessita del suo intervento a sistemare le cose.
In una lettera a Fauriel si nota benissimo l’idea che l’autore ha dell’epoca trattata criticandone la politica
impari dominata da prepotenti violenti e considerandola adatta al suo ideale di storia come guazzabuglio.
Nella descrizione dell’orto di casa di Renzo Manzoni approfitta per inserire una metafora del Guazzabuglio,
l’orto infatti è invaso dal caos e dal disordine ma Manzoni nel descriverlo cerca di riordinare e richiamare
l’ordine che doveva esserci all’origine.
Il finale non è idillico perché i ragazzi non tornano al paese, inoltre lì la storia della loro avventura si è
diffusa e le persone si stupiscono del fatto che Renzo abbia affrontato tutte quelle difficoltà per una ragazza
“mediocre” , perché quando muore Don Rodrigo al suo posto viene un altro signorotto che offre il suo
palazzo che offre il pranzo di nozze al quale gli umili e i potenti sono divisi in due tavoli, sono anti idilliche
inoltre le parole di Renzo alla fine del romanzo mentre racconta le cose che ha imparato a non fare nel suo
viaggio, slegate tra di loro e senza un legame il che lascia perplessi, inoltre anche Lucia dice che non è
andata a cercare i guai ma che ci si è ritrovata dentro il che dimostra che anche le persone più valorose e
con il livello morale più alto vanno incontro a difficoltà che nessuno può risparmiargli.

IPPOLITO NIEVO
Dopo i moti del 31 e del 48 andava scemando il furore rinascimentale e la borghesia cominciava ad
arroccarsi nei propri interessi economici.
In più Manzoni stesso rivede le sue posizioni, e tra le varie cose che pubblica dopo i promessi sposi ci sono
un saggio sul romanzo storico e dei componimenti misti di storia e invenzione e un trattato che si chiama
dell’Invenzione in cui predilige sempre di più la storia e la filosofia alla finzione narrativa rinnegando il
modello elaborato nei Promessi Sposi e sancendo intorno agli anni 50 la fine del romanzo storico; nello
stesso tempo era uscito un articolo su un giornale, attribuito a Tenca (un intellettuale), nel quale diceva che
il pubblico dopo aver goduto del romanzo storico era desideroso di altro genere di storie come quelle
contemporanee.
Anche in Europa cambiano le cose: inizia la narrativa campagnola di Sand e di altri scrittori come Dumas
figlio che scrive La signora delle camelie, Dickens con Oliver Twist ecc. i quali hanno abbandonato il modello
di Walter Scott (padre del genere storico) abbracciando un genere completamente opposto.
Tutto ciò si riverbera in Italia dove è fondamentale l’apporto di Ippolito Nievo il quale scrisse il romanzo
storico Angelo di bontà poi scrisse un romanzo campagnolo Il conte pecoraio e infine la sua opera più
famosa Le confessioni di un italiano scritto tra il 1857/58 pubblicata 10 anni dopo la sua morte con un titolo
nuovo Le confessioni di un ottuagenario (uomo di 80 anni) perché oltre che essere scrittore, Nievo era
molto impegnato politicamente al seguito di Garibaldi e purtroppo, di ritorno da una spedizione, naufragò
insieme alla nave dove stava quando aveva solo 30 anni.
Il romanzo è in prima persona, è il protagonista Carlino Altoviti che racconta tutta la sua vita, arrivato alla
veneranda età di 80 anni in retrospettiva dall’infanzia alla maturità, l’autore è quindi insieme narratore e
personaggio.
Carlino racconta le proprie vicende che vanno dal 1775 al 1858 (anno della morte) che si intrecciano con
eventi politici importanti come la dominazione francese, la restaurazione e il risorgimento.
Il romanzo e diviso in 2 parti

 Nella prima parte racconta l’infanzia e l’adolescenza: Carlino è orfano di madre e viene accolto da
una zia nel castello di Fratta in Friuli mettendolo a contatto con la servitù e lo spazio è ristretto al
castello di Fratta e alla cucina dove viene messo insieme al servitore Martino, il tempo narrativo è
lento e ripetitivo perché la giornata si svolge secondo dei rituali feudali
 Nella seconda parte dalla giovinezza alla maturità il protagonista poiché il castello è stato distrutto
va in giro per il mondo, fa le sue esperienze politiche e si sposa, lo spazio si allarga a dismisura
perché il personaggio viaggia e il tempo accelera perché succedono molti eventi

Il romanzo nasce da una grandissima intuizione: di chiudere con il romanzo storico partendo dalla storia,
questa esiste e costituisce l’impalcatura del romanzo ma coincide con la vita di Carlino e con la sua
contemporaneità diventando il romanzo di transizione tra il romanzo storico a quello contemporaneo,
inglobando entrambe i generi oltre al genere umoristico, di formazione rendendo difficile classificarlo.
Di questo romanzo fu fatto uno sceneggiato televisivo chiamato La Pisana in quanto era il nome della
cugina di Carlino della quale lui era invaghito ma con la quale avrà un rapporto conflittuale e che venne
definita sin dall’infanzia come “donna fatale” nella descrizione; nel ricordare la cugina Carlino vive i fatti da
personaggio e li rivive dall’altezza dei suoi anni con più saggezza e malinconia da narratore creando una
costante dialettica tra Carlino personaggio e narratore.
Trovandosi di fronte il Modello del Manzoni, Nievo sceglie di scrivere nel proprio idioletto veneziano
mediamente colto per non porsi nella condizione impari del confronto.
A renderlo un romanzo di formazione è la frase iniziale che recita “nacqui veneziano e per carità di Dio
morrò italiano” e indica la trasformazione dell’eroe che attraverso degli eventi si evolve ma che soprattutto
ha vissuto un pezzo di storia.
Nievo vuole distinguersi dalla prosa smielata e sentimentalista del secondo romanticismo e si differenzia da
Manzoni non solo per la lingua ma anche per il significato che “la folla” personaggio assume nel suo
romanzo: per Manzoni la folla è una miccia, qualcosa di pericoloso mentre per Nievo, che invece ha una
posizione non moderata ma garibaldina/mazziniana, la folla è un potenziale rivoluzionario.
Un critico, Portinari, diche che ci sono 2 tonalità contrastanti nello stile di Nievo:

 Tonalità idillica quando ricorre a vezzeggiativi e diminutivi nel descrivere Pisana


 Tonalità umoristica quando sfrutta l’iperbole che è evidente nella descrizione nella cucina del
castello di Fratta, tutto è enorme e vasto perché il punto di vista è quello di un bambino ma anche
perché Nievo aveva la precisa volontà di fare una parodia del castello gotico (e dunque del romanzo
gotico che precede quello storico che si alternano)

In questa descrizione può anche passare il tempo della storia, il cosiddetto Cronotopo e cioè lo spazio
attraverso il quale passa il tempo del racconto, come se il tempo si materializzasse nello spazio che può
essere nel romanzo Bucaresco la strada dove il vagabondo fa gli incontri della sua storia, oppure il
castello che nel romanzo storico trasuda di storia, anche il salotto nei romanzi di sthandal dove
avvenivano le discussioni politiche e infine la soglia che è il tempo del dubbio, dell’attesa ( per esempio
nella narrativa di Maria Messina ci sono queste donne che vivono in queste case/prigioni e che sanno
che se restano saranno imprigionate per il resto dei loro giorni, ma se escono potrebbero perdersi; in
una delle sue novelle c’è una ragazza che indecisa sul da farsi resta su di una panchetta che lei mette
sulla soglia).
Anche la cucina di Fratta è un cronotopo in quanto attraverso di essa passa il tempo della storia

UN TEMPO UN TEMPO ORA


(prima parte del SUCCESSIVO (tempo del narratore)
romanzo – tempo del (seconda parte del
narratario) romanzo – tempo del
narratario)
CONDIZIONI ABITUALI La cucina aveva delle La cucina non esiste più
caratteristiche --

EVENTI INTERATTIVI I gatti Il protagonista ricorda la


(che si ripetono) -- cucina
EVENTI UNICI La cucina viene distrutta Il protagonista racconta
-- dai francesi della cucina
Il romanzo di Nievo è un romanzo storico/contemporaneo che diventa un romanzo pedagogico soprattutto
per il protagonista scandito in tre fasi

1. Fase dell’educazione naturale (infanzia)


2. Fase dell’educazione storica (giovinezza): quando Carlino viaggia
3. Fase dell’educazione sociale (maturità): quando Carlino si sposa, si lega a doveri familiari e cresce al
livello sociale.

---------------------------------16/02/19
Appunti di letteratura italiana 20 29/11/18
LA SCAPIGLIATURA
Nasce a Milano dopo l’unità d’Italia, incentivata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione che causarono
purtroppo la questione meridionale che esiste ancora oggi, perché era la sede dove ha origine la maggior
parte delle case editrici e soprattutto della stampa, soprannominata da Verga come capitale Bacologica.
Gli intellettuali vivono una delusione enorme perché la borghesia che aveva fatto il risorgimento si era
arroccata nei propri interessi mettendo al bando gli ideali risorgimentali.
Nella prefazione di uno dei romanzi giovanili di Verga del suo periodo milanese la Eva, l’autore fa un
attacco a questa situazione dichiarando che la società è ormai condannata all’industrializzazione e alla
svendita dell’arte causata dalla serializzazione industriale di qualsiasi prodotto esprimendosi come gli
scapigliati facevano anche se non fece parte della scapigliatura.
Gli intellettuali che parteciparono al nuovo movimento vennero ribattezzati “scapigliati” dall’intellettuale
Carlo Righetti nel su romanzo scapigliatura e il 6 Febbraio dando l’identikit dello scapigliato dicendo che
erano intellettuali controcorrente, irrequieti, eccentrici, trasgressivi ecc. in realtà questi scapigliati così
come pativano questa difficoltà di rapportarsi alla borghesia vivevano nell’eccesso e morivano giovanissimi
succubi della loro disperazione.
La scapigliatura Milanese si colloca tra gli anni 60/70 e per molto tempo non fu considerata, perché non
produsse niente di importante, ma fu rivalutata perché riprendeva le istanze del romanticismo europeo che
non erano penetrate in quello italiano essendo gli esponenti lacerati tra la nostalgia dell’ ideale mentre
raccontano della presa d’atto di un reale che è brutto, vivendo in una scissione continua, tant’è vero che un
manifesto della scapigliatura è la poesia Dualismo di Arrigo Boito.
Il brutto, il male e la malattia sono dunque i temi della poesia e della prosa degli scapigliati.
Tutti i membri erano antimanzoniani (dato che rifiutavano la religiosità dell’autore) inoltre avendo uno
spirito decadentista/naturalista e la reputazione di “poeti maledetti” erano spinti da una grossa volontà di
sperimentazione facendo circolare in Italia nuovi generi di romanzi come il genere fantastico, ma anche con
il romanzo rusticale degli anni 50 dove la campagna è vista come un luogo pacificato e pieno di valori,
seguendo il modello di Edgar Allan Poe e l’umorismo di Sterne rifiutando il sentimentalismo del secondo
romanticismo.
Tra questi scrittori va ricordato Iginio Ugo Tarchetti che morì a 30 anni, il suo secondo nome se lo affibbiò
in onore della sua passione per lo scrittore rivoluzionario Ugo Foscolo noto per il suo romanzo Fosca.
Fosca è la storia di un soldato il quale va ospite da un suo superiore dove vive questa ragazza che si chiama
Fosca, lui ha una fidanzata che si chiama Clara, (nell’onomastica vediamo come emerge il simbolismo:
mentre la sua fidanzata è una ragazza solare e sana mentre la figlia del superiore è più inquietante) una
ragazza malata di isteria e di una bruttezza fuori dal comune.
Fosca è una donna fatale in quanto orrenda nel corpo ma non nell’anima riuscendo a circuire Giorgio (il
soldato) per ottenere una notte d’amore prima di morire; da questa notte d’amore Giorgio è contagiato
dalla mattia della donna.
Il romanzo è un diario del racconto che fa al dottore che lo tiene in cura.
Già sono presenti elementi naturalistici ed elementi decadenti come la figura del medico che è un topos
della cultura naturalista mentre la forte tematica di amore e morte e dell’orrido è di natura decadente.
Tarchetti scrisse inoltre dei racconti umoristici sul modello di Sterne, e amore nell’arte dove è fortissimo il
modello del decadentismo europeo.
E’ importante ricordare anche Carlo Dossi che fu l’unico a non morire giovane, scrisse L’altrieri e La vita di
Alberto pisani (autobiografia) dove più che essere trasgressivo e innovativo nei contenuti lavora sul
linguaggio adoperando uno stile dissacrante che è uno strumento per dissentire dal modello classico di
letteratura e per prendere le distanze dal romanzo borghese.
Nel tempo si ampliarono le coordinate geografiche e storiche del tempo della scapigliatura, si parò anche di
una scapigliatura piemontese (meno importante e conosciuta di quella milanese) che unì le arti nel senso
che ci furono 2 autori: Giovanni Faldella che unì pittura e letteratura ad esempio nell’opera schizzi a penna
o A Vienna gita con il Lapis; e Giovanni Camerana che invece unisce musica e letteratura e oltretutto
prende spunto dal simbolismo francese.
Come si sono allungati negli spazi gli scapigliati si allungano anche nel tempo nel senso che si parla di una
scapigliatura democratica con autori che scrivono fino ai primi del 900 con delle forte istanze sociali i quali
rappresentanti maggiori sono Cameroni con il suo Gazzettino Rosa che era il giornale di un fanatico
gallomane che scriveva molto degli autori francesi come Zola e Valera.
La scapigliatura è importante perché recupera ciò che era stato filtrato dal romanticismo europeo, un
momento di forte rottura che sottopone a revisione critica del risorgimento e delle promesse fatte e non
mantenute ma che è invece testimone di un involuzione della figura del borghese e del disagio vissuto dagli
intellettuali dopo l’Unità.

Gli anni 60 segnano inoltre gli esordi di Giovanni Verga.


E’ importante però prima parlare dei come gli scrittori siciliani vivessero un paradosso perché erano
geograficamente e culturalmente emarginati ma saranno le punte di diamante della letteratura tra 800 e
900.
Tutti vissero una sorta di sindrome come se simbolicamente soffrissero di claustrofobia (dato che l’isola era
chiusa e circondata dal mare) e che li portò ad andare di là dal mare, emigrare per riuscire ad entrare nella
società letteraria ed avere successo come Verga e Capuana che si recarono a Firenze (al tempo ancora
capitale) e poi a Milano, De Roberto autore de I viceré andò a Roma e Pirandello andò a studiare a Bonn
(Germania).
Spesso dopo le esperienze fatte gli autori cominciavano a soffrire di agorafobia e dunque di nostalgia della
propria terra alla quale tornarono tutti (Pirandello ci tornò solo per essere seppellito ad Agrigento).

VERGA

Per poter parlare di Verga bisogna prima smentire 2 pregiudizi

 La conversione: spesso il tema della conversione viene usato per spiegare dei “cambiamenti” nello
stile dell’autore o nei tremi che tratta, nel caso di Verga lo vediamo da giovanissimo esordire a
Catania con dei romanzi storici cambia invece stile a Milano con la pubblicazione di un ciclo di
romanzi mondani, sentimentali e romanticheggianti sul modello di Dumas figlio finché, prima con
un bozzetto chiamato la Nedda e poi con la vita dei campi, cambiò completamente registro
diventando il più grande scrittore del verismo italiano.
L’idea della conversione fu erroneamente propagata dall’amico Capuana, quando dopo la Nedda
primo pubblicò i Malavoglia che si rivelò inizialmente un fiasco pazzesco a causa dei temi trattati
che erano completamente opposti a quelli di cui il pubblico era abituato (storie d’amore, di femme
fatale ecc.), per cui l’amico scrisse una recensione parlando del baluginare di una “grazia” che lo
portò a scrivere di altro.
Uno dei critici più esperti dell’autore De Benedetti spiega perché l’autore non si sia affatto
convertito ma che in realtà abbia capito che doveva cambiare rotta se voleva passare dalla
mediocrità dei romanzi giovanili al ciclo dei vinti senza però abbandonare le classi alte dato che in
questo ciclo era previsto di parlare di tutte le classi, dalle più basse alle più alte, in 5 libri:
- I Malavoglia
- Mastro-don Gesualdo
- La duchessa di Leyra
- L’onorevole Scipioni
- L’uomo di lusso
In più se scorriamo la sua biografia intellettuale si vede che l’autore tiene aperti sempre due
scrittori perché dopo i Malavoglia scrisse Il Marito di Elena (un romanzo molto poco conosciuto ma
importantissimo che sembrava riprendere i temi del Verga giovanile) mentre dopo Mastro-don
Gesualdo scrisse I Drammi intimi delle novelle che parlavano di amori e dell’altra società; vediamo
dunque che l’autore si alterna tra verismo e realismo.
 L’ideologia: per lungo tempo si è parlato dell’ideologia di Verga, si credeva egli fosse un
conservatore dato che d’altra parte uno dei suoi principi derivava dal principio dell’ostrica che
pesava come un macigno sulla sua opera.
Nel 1960 un gruppo di intellettuali marxisti iniziano a discutere di Verga e tutti arrivarono al
principio che l’ideologia conservatrice di Verga non era un difetto ma una qualità perché glia aveva
consentito di raccontare la realtà del sud come veramente era e cioè immobile, ancora di tipo
feudale; quindi paradossalmente la sua ideologia conservatrice lo portò ad essere sincero e reale,
ad avere un occhio lucido sulla realtà senza addolcirla.
Lo stesso ragionamento fu fatto per Balzac in Francia che aveva rappresentato nella sua Commedie
Humaine la Francia del secondo impero, si sciolse questo problema con la teoria del nonostante e
cioè che nonostante egli fosse un riformista raccontò senza fronzoli la storia della Francia in quel
periodo.
Se c’è infatti una cosa che accomuna tutti gli scrittori siciliani è proprio il fatto di aver scritto dei
romanzi antistorici e cioè romanzi che non dipingevano la storia come progresso ma che
raccontavano di come al sud il progresso non ci fosse mai stato e che invece tutto fosse degradato
sempre di più.

Per capire l’operazione verghiana dobbiamo distinguere tra realismo e naturalismo.

 Il Realismo affonda le sue radici nella letteratura dell’antica Grecia, quello ottocentesco invece si
esprime inizialmente nelle arti figurative e successivamente in letteratura con il quale si esprime
Flaubert con Madame Bovary dal quale Verga prende molto spunto ne Il Marito di Elena e
adottando nelle sue opere lo stesso principio di Flaubert del narratore che deve essere come Dio e
cioè creare ma non mostrarsi mai.
 Il Naturalismo ha come base la filosofia positivista i cui massimi rappresentanti furono Taine e
Darwin, il primo affermava che sul temperamento dell’uomo influivano la razza, l’ ambiente e il
contesto storico mentre Darwin introduce il concetto della selezione naturale e della lotta per la
vita ma anche l’evoluzionismo e l’ereditarietà.
Il maggior rappresentante di questa corrente, prima ancora di Zola, furono i Fratelli De Goncourt
che avevano scritto un romanzo intitolato Germinie la certeux la storia di una serva che cade nella
più abbietta delle degradazioni morali ma fu Zola che, riconoscendo il loro valore, si addebitava
comunque la nascita del naturalismo con Teresa Raquin de l’Assomoir e diversamente da Verga
viveva nella città di Parigi rigogliosa e progressista.
La nascita di questo movimento si fa risalire a degli incontri che Zola fece nella sua casa parigina
dove l’autore insieme ad altri intellettuali raccontavano delle novelle sulla guerra franco-prussiana
ma l’identificazione del metodo l’affida ad un libro chiamato il romanzo sperimentale scritto nel
1880 prendendo come modello la medicina sperimentale di un medico chiamato Claude Bernard
che osservava, sperimentava e infine con i dati trovare una cura; allo stesso modo Zola
sperimentava con la letteratura prendendo dei personaggi, metterli in un laboratorio immaginario,
osservarli sperando che esponendoli ai mali della società potesse produrre una cura (cosa che
avviene nel Teresa Raquine scritto nel 64 nel quale applica la sperimentazione medica su “corpi
vivi” e sul loro temperamento anziché sui “cadaveri” che utilizzano i veri chirurghi/medici
sottoponendoli all’esperienza di un omicidio; spiega tutta la sua teoria e l’esperimento che mette in
atto nella prefazione.
Questa questione della “sperimentazione” crea un’altra differenza tra l’autore francese e Verga, in
quanto dallo studio di uno dei suoi critici, Mazzacurati, è emerso che l’autore rappresenta
direttamente la vita naturale senza bisogno di analisti ed esperimenti abbandonando qualsiasi
“volontà di regia” tenuta da Zola ma lasciando che nel romanzo parlino le voci naturali e
incontaminate dei personaggi.
Dopo gli esordi dei romanzi storici degli anni 60 Verga parte e va a Firenze e poi a Milano, qui costruisce il
ciclo de la prima maniera composto da romanzi giovanili
-Una peccatrice
-Storia di una capinera
-Eva
-Tigre Reale
-Eros
Tranne Storia di una capinera che parla di una ragazza costretta a farsi monaca ed è in stile epistolare, tutti
gli altri parlano d’amori fatali tra personaggi di classe sociale altoborghese e aristocratica come duchesse
e marchesi; poco considerati dalla critica come romanzetti di consumo in realtà sono romanzi molto
importanti per capire l’itinerario di Verga.
In una peccatrice, Eva e Tigre Reale l’autore appare anche come personaggio e dunque è emotivamente
implicato nelle vicende d’amore (nella parte di un personaggio esterno) mentre nell’ultimo (Eros) le cose
cambiano, Vega non è personaggio ma diventa narratore che dall’alto racconta le frenesia amorose di
questi personaggi a volte con tono ironico; ed è proprio grazie a questo ultimo romanzo che Verga cambia
drasticamente stile di scrittura causato dalla nausea causata da questo modello narrativo esasperato dalle
passioni che negli altri romanzi invece lo coinvolgevano.
Questo ciclo segna l’apprendistato dell’autore nella scrittura ma anche questo passaggio dalla passione per
le passioni ad un’usura e una nausea per quel genere e quello stile portando l’autore a cercarne un altro.
L’autore rifiutò l’offerta della casa editrice di ripubblicare il primo romanzo del ciclo nel 1901 perché
credeva che fosse come disseppellire dei “peccatacci” commessi da lui da giovane mentre invece De
Benedetti credeva che l’autore avesse capito che quel romanzo stesso fosse un oroscopo anticipato del suo
destino e che lui non volesse che gli fosse ricordato il fallimento subìto dopo non esser riuscito a
completare la duchessa di Leyra a causa del troppo coinvolgimento emotivo che minacciava l’oggettività del
narratore (nonostante stesse scrivendo a Milano e dunque lontano da quel mondo proprio per evitare di
cadere nella soggettività) in quanto racconta la storia di un ragazzo siciliano che si chiama Pietro che si
innamora di una contessa che non è affatto interessata finché il ragazzo scrive un opera teatrale il Gibberto
che ha successo attirando la donna e convincendola a vivere insieme finché la passione non si consuma nel
ragazzo che si allontana e porta al suicidio della duchessa concludendosi con Pietro che torna nella terra
Natale tornando una nullità.
Questo episodio ci fa capire quanto siano importanti questi romanzi nella storia intellettuale dell’autore.
Già nel 1874, tra Tigre Reale e Eros, Verga aveva scritto il bozzetto di Nedda che era la storia di questa
raccoglitrice di olive, ragazza sfortunatissima perché perde la madre, il marito e persino la figlia segnala il
cambio di scenario ma non nel puro realismo perché Nedda utilizza ancora il linguaggio dei romanzi
giovanili.
Prima del ciclo dei vinti scriverà un bozzetto marinaresco chiamato Padron ‘Ntoni che sarà il protagonista
dei Malavoglia poi scriverà una lettera ad un avvocato dove annuncerà di voler scrivere un ciclo di romanzi
chiamato La Marea che cambierà ne I Vinti.

Tra tutte le opere in prosa dell’autore ci sono solo 3 frammenti di poetica:


- La prima novella dalla raccolta di testi teorici Vita dei Campi che si chiamava Fantasticheria (dalla stessa
raccolta abbiamo anche la novella di Rosso Malpelo) del 1880, immediatamente precedente ai Malavoglia,
racconta la storia di un viaggio che Verga fa con una signora dell’alta società che viene interrotto per un
imprevisto, costringendo i due ad una sosta nella città di Aci Trezza la quale bellezza colpisce la nobildonna
che però non apprezza lo stile di vita che della cittadina; a quest’affermazione Verga le dice che che per
poter guardare questo mondo deve “rovesciare il cannocchiale” che usa per vedere le opere teatrali
trasformandolo in un microscopio per poter vedere e capire le “piccole vite” di quel luogo ( già segnalando
il grande cambiamento che lo porterà dalle opere giovanili piene di passioni e grandi sentimenti alle opere
successive del verismo) poi paragonando gli abitanti di Aci Trezza a delle formiche spaventate dal
movimento dell’ombrellino della signora trovando riparo nella loro piccola tana (tema dell’ostrica).
Sempre in questa novella Verga anticipa alcuni personaggi dei Malavoglia come una piccola donna che
vende le arance chiamata La Longa, fino ad alludere all’ideale dell’ostrica introducendo il personaggio dei
“vinti” che per brama dell’ignoto “si staccano dallo scoglio e vengono vinti dal mare” quindi abbandonano
la loro casa e la loro vita ma falliscono e vengono travolti dalla vita.
Il tema del mare è molto importante nella cultura siciliana in quanto qualcosa da temere; Sciascia la definì
una paura esistenziale perché è proprio attraverso il mare che sbarcarono tutti i dominatori (Berberi,
Normanni, truppe americane ecc.) che resero la Sicilia un’eterna colonia.
- Introduzione alla novella L’amante di Gramigna dedicata a Salvatore Farina, che lui definisce come
“documento umano” tipico del naturalismo francese, nella quale evidenzia la differenza del suo stile con
quello di Zola nel quale egli non si palesa come narratore o come autore permettendo all’opera di “farsi da
sé” dunque lasciando che i personaggi si raccontino da soli, mostrandoli al lettore come se li avesse appena
“raccolti dall’orto”.
Dice inoltre che ciò che egli racconta sono dei “fatti diversi” o faits divers sempre dal naturalismo francese.
- L’introduzione ai Malavoglia dove Verga spiega che cosa intende fare, e cioè rappresentare la lotta per la
vita di tutte le classi sociali partendo da quelle più basse dove i desideri sono quelli basilari, salendo via via
fino ad arrivare all’uomo di lusso.
Già però l’autore si rende conto che salendo di rango sarà difficile mantenere l’impersonalità in quanto già
da Mastro-don Gesualdo i colori saranno diversi perché il mondo è più effimero e meno “reale”.
Alla fine della prefazione dice che chi osserva questo spettacolo non ha diritto di giudicarlo dato che anche
solo l’operazione di raccontarlo senza rimanere coinvolto è difficile.
Lo stesso De Benedetti che aveva smentito la storia della conversione dell’autore si chiede perché Verga
decida di rendere tutti i suoi personaggi degli umiliati e dei vinti dandoci 2 spiegazioni

 Spiegazione storica: in Sicilia in pieno 800 esisteva ancora una struttura di tipo feudale ( i poveri
diavoli e i galantuomini) non c’era una borghesia intermedia a fare da cuscinetto costringendo i
siciliani ad accettare questa situazione
 Spiegazione culturale: essendo la cultura siciliana strettamente legata a quella greca adotta come
questa l’idea di fato e destino che non può essere cambiato

Analizzando vita dei campi però il critico trova una novella Jeli il pastore che racconta la storia di un giovane
pastore, Jeli, sempre vissuto da solo nei campi e rimasto orfano in tenera età. La prima parte si concentra
sull'infanzia del protagonista in mezzo ai campi siciliani, dove fa amicizia con Don Alfonso, figlio di un
borghese e conosce Mara, di cui si innamora perdutamente e con la quale, dopo una serie di peripezie, si
sposa. All'inizio va tutto bene e Mara è la moglie più dolce che esista, ma dopo un po' di tempo Jeli inizia a
nutrire dei dubbi sulla fedeltà della moglie. La gelosia del protagonista arriva al culmine quando, durante
una festa in una fattoria, Mara viene invitata da Don Alfonso a ballare e Jeli, accecato dalla collera, uccide il
rivale in amore; in questa novella pare che il protagonista non sia umiliato perché difende il proprio onore
ma in realtà quello fa ad Alfonso è dovuto anche al fatto che la loro amicizia li ha portati ad un livello di
parità e allora è solo questa parità che gli dà la necessità di ucciderlo di fronte al tradimento.

È proprio grazie a questi frammenti che possiamo ricavare e riconoscere lo stile verista dell’autore

I MALAVOGLIA
INTRECCIO vedi volume Ferroni II pagina 797

L’intreccio dei Malavoglia si può dividere in 2 microintrecci:

 L’intreccio generale: il primo romanzo è senza idillio, è vero che Alessi riscatta la casa del nespolo
ma non è più quella di prima e tutti sono morti, circolare ma non chiuso e parte dalla violazione
dell’equilibrio (tentativo della vendita dei lupini) a cui seguono poi il naufragio, il pignoramento
della casa del nespolo, la morte di Luca, la morte della Longa, un secondo naufragio, la morte di
padron ‘Ntoni e il recupero parziale dell’equilibrio con Alessi; Verga usa l’imperfetto (tempo della
narrativa e della ripetitività che richiama la monotonia della vita ad Aci Trezza)
 L’intreccio di ‘Ntoni: il romanzo ha una storia completamente diversa in quanto ‘Ntoni non resta
chiuso nell’isola di Aci Trezza ma prosegue nel seguente modo
Paese Napoli - Paese Mondo esterno - Paese Mondo esterno
Il personaggio è in fuga da Aci Trezza, non vuole rimanere in quel cerchio che è metafora dell’isola;
la prima volta va a Napoli per il servizio militare e quando torna è cambiato perché vede come la
Sicilia è tanto degradata rispetto alle altre città d’Italia e arrabbiato della sua situazione, poi va di
nuovo via nonostante le lacrime della madre e tutti i ragionamenti che gli fa il nonno ma non fa
fortuna e torna al paese deriso dai cittadini che lo vedono povero e disperato che va sempre
all’osteria della Citruzza a mangiare i resti di cibo lasciati dagli avventori e infine va per il mondo
esterno definitivamente e non torna più; c’è il passato remoto segno della rottura di un’abitudine in
cerca di cambiamento

Gli spazi del romanzo sono circoscritti, un’isola ristretta tra due zolle e circondata dal mare, mentre il
tempo è quello ciclico e ripetitivo delle stagioni.
La lingua è morfologicamente italiana e sintatticamente dialettale (le parole sono italiane ma ordinate
e utilizzate con una sintassi siciliana dialettale come ad esempio l’utilizzo del “che” floscio) per poter
raggiungere un pubblico più vasto infarcendo il romanzo d dialetti e detti così da renderlo più regionale
e dargli un’identità.

IL SISTEMA DEI PERSONAGGI

Nei Malavoglia abbiamo un sistema dicotomico e dunque di opposizione tra:


-la famiglia dei Malavoglia e il paese (galantuomini contro persone malevole e pettegole)
-tra i personaggi al di fuori della famiglia affidata al loro idioletto e cioè al modo in cui parlano attraverso i
dialetti: padron ‘Ntoni (materia della casa e della famiglia come per ogni uccello il suo nido è bello) e Zio
Crocifisso (materia del denaro)
- tra i membri stessi della famiglia: Ntoni (il trascura) e Alessi (colui che resta e ricostruisce in parte
l’equilibrio); Mena (legata alla famiglia) e Lia (abbandona la famiglia e diventa prostituta).

LO STILE

Per realizzare l’impersonalità in un concerto corale (e cioè dove tutti i personaggi parlano allo stesso modo)
Verga utilizza diversi artifici:

-il discorso libero indiretto (già utilizzato precedentemente da Manzoni) in modo massiccio il quale
consiste nel rimuovere i “verba dicendi” (disse che) rendendo ancora meno percepibile il narratore e più
diretto il contatto con il personaggio che parla di sé in 3°persona
-l’artificio della regressione: per effettuare un cambio di scena il narratore regredisce al livello dei
personaggi utilizzandone lo stesso linguaggio sicché il lettore non se ne renda conto evitando l’intervento
dell’autore ad esempio nella novella la Lupa Verga per non segnalare la sua presenza ad un certo punto del
racconto dice “non veniva mai in chiesa” dando la parola agli abitanti della cittadina e non usando la forma
“non andava mai in chiesa” proprio per eclissare ulteriormente la sua presenza.
- l’artificio dello straniamento è utilizzato da Verga per rappresentare il contrasto tra la famiglia e il paese
(usato anche da Tolstoj nel racconto Customer nel quale tutto è rappresentato e raccontato attraverso il
punto di vista di un cavallo) che consiste nel trasformare il “normale” in “bizzarro” e cioè che il paese
considera strano tutto ciò che per i Malavoglia è normale come ad esempio quando padron ‘Ntoni
s’ammala e tutta la famiglia non lo porta all’ospedale facendo venire il medico inutilmente perché non
vogliono farlo morire lontano dalla sua casa mentre per il paese i nipoti sono disgraziati perché non
vogliono salvarlo portandolo all’ospedale; lo troviamo anche nel contrasto tra i membri stessi del paese
come nel caso della Zuppidda che era una pettegola e sapeva tutto di tutti nel paese e nessuno la
sopportava nonostante essa dicesse la verità (quando nel romanzo sentiamo parlare della Zuppidda come
una pettegola a “parlare” è il paese mentre subito dopo attraverso un libero indiretto a parlare di Zuppidda
è lei stessa che si “difende” dicendo che tutti la odiavano perché diceva solo la verità e nessuno voleva
sapere la verità)
In realtà anche se il romanzo è del tutto impersonale e non si sente la presenza del narratore, c’è un
cantuccio nel quale l’autore si nasconde e sarebbe l’albero del nespolo che con i suoi movimenti
preannuncia in un certo modo quel che sta per accadere (quando si avvicina una disgrazia l’albero si fa
scuro, le foglie cadono e iniziano a vorticare a mulinello) andando a vantaggio di Verga nell’utilizzo di
simbolismi.
Nonostante tutti questi artifici nel romanzo ci sono delle “smagliature” rilevate da Mazzacurati per
dimostrare quanto difficile fosse eliminarsi del tutto:
al funerale di Bastianazzo: come vuole il rito del consolo tutto il paese si riunisce per dare conforto e
condoglianze alla famiglia e durante questa cerimonia ad un certo punto la piccola Lia inizia a galloriare (a
imitare un gallo) utilizzando un termine letterario fiorentino che stona nel contesto;
Mena ed Alfio che parlano da delle finestre (altro simbolo di non idillio) in un momento idillico mentre la
Provvidenza si appresta a partire per il suo primo viaggio, ad un certo punto Mena guarda il cielo e parlando
delle stelle allude alle anime del Purgatorio che vanno in paradiso e a Sant’Andrea crocifisso, e guarda caso
subito dopo vediamo che scattata la mezzanotte il vento iniziò a soffiare violentemente tutte immagini di
morte che in un certo senso sembrano anticipare il destino, un segnale della prescienza d’autore sfuggito al
filtro verista.

Per lungo tempo si è detto che i Malavoglia sembrasse una fiaba, un mondo non toccato dalla storia
quando in realtà esistono degli elementi che testimoniano il passare del tempo e le conseguenze che la
storia porta in Italia
- La leva militare di ‘Ntoni
- Disprezzo che gli abitanti di Aci Trezza hanno per i battelli a vapore che fanno scappare i pesci o dei fili del
telegrafo che si stagliano tra le nuvole
- La figura del farmacista Don Franco e il luogo stesso della farmacia che è un tema tipico della cultura
naturalista; nei Malavoglia la farmacia era luogo di incontro per i cittadini per parlare di politica perché il
farmacista, essendo repubblicano pieno di idee rivoluzionare, invece di dare effettivo servizio farmacologico
organizzava dei comizi con i clienti andando contro il volere della moglie; inveisce contro i cittadini perché li
considera ciechi e deboli di fronte allo stravolgimento politico di quel tempo.
Don Franco dunque crea un piccolo parlamento mantenendo una visione lucida sulla realtà soprattutto nel
momento in cui avviene una mini-rivolta nel paese per tutte le azioni losche avvenute nel consiglio
comunale che sembrano essere una rappresentazione in miniatura del governo italiano.
L’unico che apprezza davvero è ‘Ntoni con la sua smania di fare fortuna e conoscere e scappare tanto da
renderlo suo discepolo portandolo sempre con sé sulla spiaggia che per ‘Ntoni peggiora la sua situazione di
odio verso il suo paese travisando le lezioni del farmacista.
Questa relazione con il farmacista rende ‘Ntoni sempre più teso e nervoso finché il contrasto tra le due
generazioni esplode nel capitolo XIII nello scontro con il nonno dopo il quale scapperà.

È stato detto che Verga fosse l’Eschilo della modernità in quanto il suo registro è tragico e trasporta il
tragico antico nel moderno dissacrato; nel caso dei Malavoglia ci sono 2 tragedie

 La tragedia classica che vede coinvolta tutta la famiglia (trasgressione punizione) che ripete lo
schema classico hybris nemesis e ananke (trasgressione – punizione - sconfitta) ed è corale
 La tragedia del giovane ‘Ntoni invece riguarda un personaggio della modernità e cioè bisognoso di
lusso e di autonomia e desideroso di qualcosa di più dalla sua vita, dunque facile preda dell’altrove
che lo porta a vivere una tragedia individuale di cui è lui il solo responsabile (questo lo rende un
moderno Eschileo)

Uno degli studiosi di Verga Luperini studiando la tragedia di ‘Ntoni riesce a risalire alla causa di questa
tragedia attraverso una coscienza autopunitiva e masochistica che ‘Ntoni sviluppa per aver abbandonato di
proposito la casa familiare affascinato dalla chimera del progresso che promette un cambiamento e un
miglioramento che inganna l’uomo.
L’addio di ‘Ntoni è anticipato da un altro personaggio Alfio Mosca (il carrettiere innamorato di Mena) che
insieme alla cugina Anna sono gli unici personaggi che vivono intorno ai Malavoglia a non essere negativi,
Alfio Mosca è la mise en abyme della vita di ‘Ntoni e dunque anticipa le sorti che spettano al personaggio
perché quando Alfio capisce che non c’è più speranza per lui e Mena decide di partire con il suo asino
spelacchiato a cercare fortuna, ritorna e si capisce che da un certo punto di vista è andato bene perché
torna con un asino da un pelo lucente però anche lui ha trasgredito al principio dell’ostrica e quindi
nonostante il guadagno si ammala di malaria (principio della tragedia greca di trasgressione  punizione)
‘Ntoni dopo la stessa esperienza di Alfio inizierà ad apprezzare quello che non ha più e si renderà conto dei
valori che c’erano ad Aci Trezza e che lui aveva abbandonato e ai quali non potrà più tornare.
Anche nell’ultima scena apparirà il nespolo (e dunque l’autore) che si farà scuro alla partenza di ‘Ntoni che
all’alba prima di partire darà un ultimo scorcio al paese che si risveglia e si appresta ad andarsene prima che
chiunque lo veda e cita Rocco Spatu, figlio maggiore della cugina Anna; è un ubriacone, fannullone ed è
implicato nel contrabbando, che simboleggia un indizio del fatto che secondo Verga la legge dell’utile, il
rifiuto dei valori sta invadendo anche la comunità siciliana una volta nitida e fuori dalla storia.

Dopo i Malavoglia Verga tenta la pubblicazione di un nuovo romanzo nel 1882 Il marito di Elena (molto
simile a Madame Bovary di Flaubert in quanto entrambe le donne sono sfrontate, scontente e traditrici ma
diverso perché mentre Madame Bovary si uccide perché soffocata dai debiti di una vita sfarzosa mentre
Elena verrà uccisa dal marito che crede che lei non lo ami più) che fu visto dalla critica come un “ritorno” ai
romanzi mondani in quanto raccontava di questa ragazza, Elena, figlia di un cancelliere di tribunale che
s’innamora di uno studente, Cesare, e con il quale dopo varie peripezie ed ostacoli riuscirà a sposarsi; il
matrimonio però inizierà a fallire non appena la donna si renderà conto che il ragazzo non è capace di
soddisfare tutti i suoi capricci e le abitudini di una vita raffinata, portandola alla depressione e al tradimento
capriccioso che la condannerà ad essere uccisa dal marito con un pugnale.
E’ un romanzo in cui è chiaro che Verga essendo pudìco è più restìo a raccontare dei tradimenti della donna
che causano anche confusione nelle lettrici ma tradisce soprattutto il principio dell’impersonalità; recupera
lo stile dei romanzi giovanili e soprattutto il narratore è palese come nella scena in cui Elena conosce la
madre contadina di Cesare e ad un certo punto “sentiamo” il narratore anticipare con un commento le sorti
del romanzo.
Tuttavia è un romanzo importantissimo perché durante la sua stesura Verga capisce che gli sarà difficile
mantenere l’impersonalità man mano che salirà nella gerarchia sociale del Ciclo dei Vinti, cosa che
puntualizzeranno anche i Fratelli de Goncourt nella prefazione di una delle loro opere, dicendo che pure se
era facile scrivere dei vinti delle classi più basse diventerà impossibile parlare della “seta delle poltrone” e
infatti Verga dopo aver scritto Mastro-don Gesualdo provò a scrivere la duchessa di Leyra dichiarando più
volte di stare lavorando sull’opera fin quando, in un’intervista con un giornalista, no dirà di aver rinunciato
citando proprio i fratelli de Goncourt e dichiarando di non essere capace di parlare dell’alta società perché
troppo piena di sottintesi e sotterfugi, anche la lingua trae in inganno quando ad esempio un duca sta
perdendo a carte e per fingere che vada tutto bene simula un’emicrania diverso dal linguaggio di cose della
povera gente la classe più alta ha un linguaggio di parole subdolo.
A Verga dunque si aprì la scelta di immedesimarsi nei personaggi dell’alta società o di giudicarli e in
entrambe i casi sarebbe venuto meno al principio dell’impersonalità, per coerenza dunque rinuncerà del
tutto (tutto questo trattato in un libro di Mazzacurati chiamato il ciclo interrotto).
Infatti quando nel 1889 l’autore pubblica il Mastro-don Gesualdo D’Annunzio pubblicherà “il Piacere” che
era l’uomo di lusso che Verga non riuscirà a scrivere perché diversamente da lui D’Annunzio scriverà con
uno stile molto soggettivo che invece l’autore non apprezza.

Un ano dopo Il Marito di Elena (1883) Verga scriverà una raccolta di novelle “Le Rusticane” che saranno
cartoni preparatori per il Mastro-don Gesualdo, una specie di laboratorio di scrittura.
Diversamente da Vita dei Campi lo sguardo di Verga è molto incrudelito dal mondo popolare, il progresso
invade in queste novelle, anche gli strati più bassi; per questi personaggi è più importante la morte
dell’asino che quella di un parente.
I titoli non rimandano a personaggi esemplari ma alla realtà che è sopraffatta dal bisogno del progresso e
della roba e che presenta una devastazione dei sentimenti che qui sono del tutto assenti e sostituiti
dall’avidità.
Emblematica la novella intitolata La Roba che anticipa il Mastro-don Gesualdo perché racconta di Mazzarò
che dal niente diventa padrone di terre e di mandrie, è un personaggio verso il quale l’autore prova pietà e
ostilità perché quando Mazzarò s’ammala e sa che deve morire decide di distruggere la sua roba così che
nessuno se la prenda.
Abbiamo anche un’altra novella che tornerà nella storia di Verga che si chiama Libertà ambientata in Sicilia
durante la rivoluzione garibaldina e nella piccola contea di Bronte dove ci fu una rivolta violentissima di
questi cittadini che speravano Garibaldi potesse liberarli dalla tirannia dei signori che detenevano le terre;
per alcuni critici questa novella rappresentava il conservatorismo di Verga ma in realtà è molto altro perché
finita la rivoluzione con l’arrivo dei garibaldini, il generale Bixio manda a morte tutti quelli che avevano
contribuito alla rivoluzione riportando la precedente quiete che abitava il borgo già prima della rivolta
perché i galantuomini avevano bisogno dei contadini a lavorare le terre e la povera gente aveva bisogno dei
galantuomini per avere un lavoro e vivere.
Anni dopo questa novella, quando ci fu nel 1894 la rivolta in Sicilia dei fasci siciliani (dei lavoratori delle
miniere di zolfo che si ribellavano per le condizioni estreme in cui lavoravano), Verga e Capuana vennero
accusati da un giornalista di aver raccontato di una Sicilia verista, immobile e sottomessa quando in realtà la
rivoluzione aveva trovato modo di esprimersi anche lì; Verga rispose più tardi mentre Capuana per portare
avanti il suo discorso citò la novella dell’amico continuando a sostenere che i siciliani fossero dei Vinti e
definendo le rivoluzioni siciliane come una febbre improvvisa che viene pazientemente curata riportando
tutto alla normalità portando a nessun risultato.
Dall’1883 inizierà a lavorare sul M.d.G. con la prima edizione del 1888, rivista e ripubblicata definitivamente
nel 1889.

MASTRO-DON GESUALDO

Il nome stesso del romanzo predice il destino di un personaggio che nasce manovale e aspira a diventare
signore, però la compresenza dei due termini ci fa capire che sarà un personaggio che non sarà più
riconosciuto dalla classe di partenza e non sarà mai riconosciuto dalla classe alta a causa delle sue origini.
Il segno evidente del suo peccato e del suo fallimento sono le sue mani sempre sporche di calce che
ritorneranno spesso nel racconto (la figlia se ne vergognerà, i servi le noteranno e sono indignati di dover
servire un loro “pari”).
E’ chiaro che saliamo un gradino più su perché la storia si svolge nella città di Vizzini.
Nel lavorare sull’opera Verga eliminò molte parti che raccontavano dell’infanzia di Gesualdo e che
andarono a costituire due novelle

 Vagabondaggio
 Mondo piccino
Dall’edizione dell’88 a quella dell’89 Verga toglie tutte le parti sentimentali e cerca di adeguarlo alla sua
poetica della impersonalità però il lettore si accorge subito che per quanto il narratore non ci sia il
linguaggio cambia: nei Malavoglia era impressionistico mentre qui è espressionistico e in alcuni casi
deformante che contiene sempre un giudizio rispetto all’oggetto rappresentato.
La storia è quella di un manovale, grande lavoratore che vuole tentare di scalare la società sposando una
nobile decaduta che gli da una figlia illegittima (a sua insaputa); tutta la sua storia è una lotta incessante
contro chiunque perché è odiato dalla sua famiglia (il padre lo invidia, i fratelli vogliono solo soldi, il
matrimonio sarà disastroso perché la moglie amerà sempre il cugino e la figlia si vergognerà di lui) e
dall’accumulo di questo odio si ammalerà di cancro al pirolo che gli farà gonfiare la pancia in modo
spropositato e che è metafora dell’accumulo compulsivo che fa della roba durante tutta la sua vita fino a
morire solo nella foresteria della casa della figlia che intanto è sposata al duca di Leyra, circondato da servi
annoiati e infastiditi; il romanzo finisce con le porte del palazzo che si chiudono alla morte di Gesualdo.
Il romanzo ha un’architettura perfetta dove inizio e fine sono in simmetria perché la storia si apre in medias
res durante l’incendio di casa Trao (la famiglia della moglie Bianca) nella quale Gesualdo è l’unico ad
entrare in un atto di coraggio alla Prometeo, sale le scale di corsa non per bontà verso i Trao ma ancora una
volta per interesse personale dato che vicino al palazzo c’era il suo magazzino e non voleva che andasse
distrutto; e si conclude con il duca di Leyra (e dunque un altro palazzo aristocratico) che dissipa tutta la dote
della moglie e dunque tutto ciò per cui Gesualdo aveva lottato tutta la sua vita.
Anche se Verga non conclude il ciclo a finirlo è De Roberto con la sua opera I Viceré che inizia con l’apertura
delle porte del palazzo Francalanza per la morte della duchessa di Francalanza come se desse una
continuità.
Verga in una intervista dirà inoltre che il romanzo del futuro è il romanzo di costume in cui naturalismo e
psicologismo si sarebbero uniti (ciò che accade nell’opera di De Roberto).
E’ sempre stato definito il romanzo della “Roba” ma questa e il lavoro impiegato per accumularla non sono
solo un “tema” ma agiscono sullo spazio e dunque sulle terre conquistate da Gesualdo nella sua vita e
anche a livello di tempo narrativo che è frenetico e convulso alla ricerca della Roba (Gesualdo sarà infatti in
continua frenesia per guadagnare).
L’intreccio è sintetizzabile in 4 parti

1. L’ascesa del personaggio (Gesualdo inizia ad accumulare)


2. Il trionfo con il matrimonio
3. Il declino perché si accorge di aver fatto un “affare sbagliato”
4. La caduta e dunque la morte

In questo mondo attraversato dalla logica della Roba c’è un solo personaggio, scheggia residua dei
Malavoglia, ed è la serva Diodata: orfana che Gesualdo ha tenuto con sé, amante che gli ha dato due figli e
l’unica che gli vuole davvero bene, l’unica che andrà alla carrozza quando lui andrà via dalla figlia; è dunque
l’unico personaggio pieno di valori che non siano la roba, e Gesualdo se ne renderà conto solo alla sua
morte quando gli appariranno la moglie e Diodata che gli gridano “che hai fatto?” perché in realtà il
protagonista ha il cuore buono ma non riesce a rinunciare al valore della roba e ad essere riconosciuto dalla
società.
L’opera narra la tragedia di un self-made man e la sua rovina dettata dal desiderio di cambiare vita e
migliorarla e ci riesce ma resta un vinto perché morirà in solitudine e senza nessuno che lo ami.
Tra i Malavoglia la differenza essenziale è la fascia sociale in cui Gesualdo vive, inoltre vediamo che non
esistono un tempo e uno spazio definito in quanto tutto ruota attorno alla “roba”, inoltre si passa dal
concerto corale al concerto strumentale dato che parlano diversi personaggi in modo diverso.
La storia racconta di come Gesualdo riesce a realizzare il desiderio di salire la gerarchia sociale sposando
Bianca Trao (una nobildonna decaduta) grazie all’intervento della Zia Sganci (madre del cugino di cui Bianca
era innamorata che le proibisce di sposarlo data la sua situazione economica) che vedremo è il doppio
perfetto di Gesualdo in quanto anche lei era di origini contadine fino a che riesce a sposare un nobile,
attaccatissima al denaro programma intenzionalmente il matrimonio tra il protagonista e la nipote; questa
somiglianza la vediamo nel secondo capitolo della prima parte (pp. 31/32) dove vediamo come la
baronessa abbia convertito un teatro in un magazzino dove accumula roba, con la Rubiera notiamo come
Verga passa dallo stile impressionistico ad uno stile espressionistico, processo che inizia con Le Rusticane
dove il suo sguardo appare più incrudelito dal mondo in cui vive e la perdita dei valori.
Essendo un concerto a più voci ci sono più personaggi diversi tra loro (parte I capitolo III p 48) e questo stile
emerge quando Gesualdo verrà invitato ad una festa della signora sganci dove saranno invitati tutti gli
uomini e le donne più importanti e ricchi della città, ma lui non ne farà parte perché insieme ai “parenti
poveri” siederà su di un balconcino separato dal resto degli invitati; assistiamo dunque ad una polifonia
perché in quest’occasione mentre tutt’attorno c’è la calca di persone che chiacchiera di soldi ed affari
Bianca, incinta, si staglia tra tutti nel suo lamento disperato di dolore (pag. 65/66); da qui in poi Bianca non
parlerà affatto ma lascerà parlare i gesti, le smorfie e il copro soprattutto nella prima notte di nozze tra i
due dove Gesualdo mentre le spazzola i capelli confessa le sue emozioni mentre lei è terrorizzata di giacere
con il marito mentre ha la testa altrove (pp. 153/154 parte I capitolo VII) cosa che lui non noterà fin
quando il matrimonio non fallirà.
Il nome stesso del protagonista scrive il suo destino e cioè quello di un uomo che sarà sempre condannato a
non appartenere né alla classe sociale in cui desidera stare né a quella da cui proviene.
Mastro-don Gesualdo fu ambientato tra il 1820 e il 1848 e nonostante ciò Verga lo pubblica
successivamente ai Malavoglia ambientati tra il 1863 e il 78 dopo essersi incrudelito verso la storia e la sua
società e con il preciso intento di sottoporre a revisione critica il periodo del Risorgimento, egli nonostante
fosse stato mazziniano, il suo primo romanzo fu infatti I carbonari della montagna nel quale come
protagonista inserì un eroe senza macchia e senza paura come dettavano gli ideali risorgimentali, proprio
perché rimane deluso dall’età contemporanea (parte II capitolo II episodio della notte carbonara p 185) e
nel romanzo si nota quando avvengono dei moti che giungono a Vizzini dove tutti i possidenti temono che
la plebe potesse insorgere e rubare la loro roba, una notte però tutti i nobili si incontrano per organizzare
una notte simile a quelle dei carbonari sulla quale Verga ci farà dell’ironia, si incontreranno in un magazzino
fatiscente, tutti travestiti in modo da non essere riconosciuti; tanto da non riconoscersi neanche tra di loro
creando una situazione quasi simile ad una commedia degli equivoci dentro la quale l’autore inserisce una
nota critica e di scherno verso i profanatori della sua religione giovanile del risorgimento.
Il romanzo è un romanzo della negazione, nella sua interezza è una rivisitazione e distruzione dei valori
verghiani

 Il mito della famiglia dato che Gesualdo è odiato da quella di provenienza, non è amato neanche
dalla moglie e la figlia non lo rispetta e si vergogna di lui (parte III capitolo I p 249).
Nel suo andare frenetico però il protagonista riesce a trovare un momento di pausa in un’analessi
sull’infanzia di Gesualdo (rimossa dopo la prima edizione) ciò avviene nell’ Idillio della Canziria (una
delle terre conquistate da Gesualdo) definito così da un critico in quanto l’ambientazione è
tranquilla, serena, ( anticipata da un’ambientazione infernale e caotica) ( parte I capitolo VI 84)
dove Diodata si prende cura di lui mentre ricorda la sua triste e faticosa infanzia condividendola
con Diodata la quale ha una certa affinità con Gesualdo dato che entrambi sono nati sotto una
cattiva stella (pp. 93/94) (parte I capitolo VI pp. 89/90), ma nonostante questo non è realmente un
idillio perché in quel momento egli confessa di star sposando un’altra donna (Bianca) suscitando le
sue lacrime e la rabbia di Gesualdo: l’idillio è legato alla terra d’origine (la Consilia è terra
conquistata dopo l’allontanamento dal padre per la ricerca della fortuna) l’idillio ha lieto fine
(Diodata è disperata dalla scoperta del matrimonio dell’uomo che ama con un’altra mentre lui la fa
sposare con un altro dipendente).
Il matrimonio stesso è un presagio per il futuro di Gesualdo (i bambini mettono tutto a soqquadro,
c’è caos e disordine, il paese intero lo distrugge) che nonostante sia attaccato alla roba vorrebbe
ricostruire la sua famiglia ma fallisce miseramente.
 Il mito della ballerina nei romanzi del ciclo giovanile c’era una fede incondizionata nella passione
come Eros e c’è anche il personaggio della ballerina (come in Eva) che è un personaggio positivo in
quanto l’unico che si rende conto che al di fuori della scena e messa nella sua misera casa e nelle
condizioni più abbiette nemmeno la passione più forte può durare.
Nel romanzo viene invece rovesciato, Ninì Rubiera che era uno scansafatiche si invaghisce di una
ballerina di terz’ordine che si chiama Aglae (parte II capitolo IV pp. 224/225) inoltre Ninì, nel suo
essere scansafatiche ma amante delle donne e della bella vita ma soprattutto un grande
spendaccione, contrae debiti con Gesualdo e quando la madre lo viene a sapere viene presa da un
ictus e Verga la descrive con uno stile impressionistico, impietosito e quasi disgustato (parte II
capitolo V p.244)
in quanto ella rappresenta il capitalismo e l’assoluto disinteresse verso qualsiasi sentimento
umano.

 Il mito dell’ amor passion come nei Malavoglia c’era il romanzo di ‘Ntoni, qui c’è il romanzo di
Isabella che s’incastra con la trama principale: la sua storia è quella di una figlia illegittima, una
piccola Bovary che studia nei collegi più prestigiosi di Palermo ed entra in contatto con l’alta
società, ha una fervida immaginazione, lege romanzetti d’amore nascosti sotto il cuscino nel
collegio dove vive e ha un’estrema vergogna del padre, si sente da sempre una Trao e non una
Motta infatti quando il padre la va a trovare in collegio lei si vergogna di farlo vedere alle amiche
(essendo un romanzo di cose e non di parole l’elemento di vergogna sono le mani).
Quando scoppia il colera Gesualdo porta tutta la famiglia in un suo possedimento a Limòli per
tenerli lontani dall’epidemia, dove mentre lui ci stava “come un Papa” e si godeva la vista delle sue
terre e dei suoi lavoratori, la figlia ha una specie di shock perché quello che ha di fronte è terra
lavorata, si sente fuori luogo in uno spazio che non le si addice; insieme alla famiglia Gesualdo
porta anche la zia Cirmena e il nipote Corrado che è un poeta del quale Isabella s’innamora
(elemento dell’ereditarietà del naturalismo  così come la madre s’era innamorata di un cugino
dal quale avrà un figlio anche se diversamente dalla madre non soffre per la separazione essendo
lei ), la zia essendo ruffiana cerca di avvicinare i due ragazzi leggendo le poesie del figlio a Gesualdo
senza sortire alcun effetto; i due ragazzi però scappano ma Gesualdo arrabbiato riesce a ritrovarli,
una volta tornata Isabella viene persuasa dall’amare Corrado dal Marchese di Limòli al posto di un
matrimonio con il duca di Leyra.
Il crollo di questo mito si vede dal fatto che Isabella non ha esitazioni nel rinunciare al vero amore
per il denaro e la fama mentre nei romanzi giovanili si moriva per amore, ma oltre questo c’è
Corrado La Gurna che rappresenta un altro mito che crolla dato che nell’ultima edizione non
pronuncia parola, l’unico segno che è presente è un cappello di paglia che Isabella vede da lontano,
inoltre nonostante egli voglia essere un poeta i suoi scritti vengono usati come un mezzo per
accalappiare una dote e arrivare comunque alla roba (sminuendo il valore del letterato e della
cultura).
 Il mito della scienza e della medicina (che durante l’800 cambia e si trasforma continuamente:
prima è angelo consolatore, poi con il naturalismo è scienziato, negli anni 90 diventa invece uno
che spilla soldi ma non riesce a guarire i paziente) in quanto tutti i medici che compaiono sono
messi all’angolo (soprattutto nell’ultima parte), il contrasto tra loro e Gesualdo è altissimo: loro
parlano in latino per non farsi capire dal malato e per mostrare superbamente la loro cultura e la
loro scienza e a questo Gesualdo reagisce con rabbia, affrontandoli e rinfacciandogli che essendo lui
a pagarli pretende di capire cosa dicono (parte IV capitolo IV pp.377/382)

Il romanzo di Isabella è ancora più importante perché come lei entra in scena, una Bovary dell’alta società,
cambia completamente il linguaggio (primo presagio della difficoltà che incontrerà continuando il ciclo)
che presenta addirittura fiorentinismi, vaghezza, interrogativi retorici, linguaggio elaborato nella forma e
privo di concretezza (non parla più di cose ma di parole) (parte III capitolo II pp. 272-274) che viene
bruscamente interrotto dall’ “intervento” di un altro personaggio ritornando al linguaggio prosaico dedicato
ai personaggi umili.
Questo potrebbe essere considerato un errore dell’autore però comunque quell’intervento prosaico argina
l’errore (cosa che non accadrà per La duchessa di Leyra costringendolo a interrompere l’opera).
A conferma dell’errore su Isabellina abbiamo una lettera in cui confessa di aver sbagliato e di essere caduto
nel soliloquio dell’anima tormentata di Isabella che palesa l’intervento dell’autore dichiarandolo un
“peccato d’accidia”.
Quando verso la fine del romanzo Gesualdo capisce di star per morire fa chiamare la figlia per aprirle il
cuore e capire perché sia stata sempre infelice e confessarle dei figli con Diodata ai quali vuole che arrivi la
sua eredità (parte IV capitolo V p.403) ma si rende presto conto che tra i due il colloquio è impossibile,
segno concreto che gli fa capire le fragilità della figlia è la curva sopra le ciglia e l’ostinazione a non aprirsi e
non volergli bene e dunque rinuncia a raccontarle dei figli con Diodata rappresentando all’estremo la
solitudine del protagonista.
Proprio in punto di morte Gesualdo ha la visione dettata dalla malattia di tutte le persone che hanno vissuto
insieme a lui che lo scherniscono sputandogli addosso, una scena che rappresenta appieno la tragicità del
personaggio e la sua scissione tra il desiderio di accumulare roba e il bisogno di tenere viva la famiglia e i
suoi valori (parte IV capitolo IV p. 372) .
La morte è scritta nelle ultime battute del romanzo, una morte che non rispecchia il suo stato sociale di
nobile ma una morte povera, in una foresteria lontana dalla casa dove la figlia vive con il conte di Leyra (suo
marito) che nel frattempo sta sperperando tutta la sua dote, circondato da servi che non lo sopportano e si
sentono indignati di servire un uomo che ha le loro stesse origini facendo un ulteriore cenno alle sue mani
(precedenti citate dalla figlia) (parte IV capitolo V pag. 405).
Nell’opera l’elemento tragico viene spesso anticipato da delle descrizioni che fungono come veri e propri
presagi e nasce non dalle circostanze esterne come nei Malavoglia ma all’interno stesso del personaggio e
cioè il conflitto tra l’ostinata voglia di salire nella scala sociale e accumulare roba e il desiderio di avere una
famiglia che rispetti i valori originari siciliani; se nei Malavoglia c’è comunque un “destino” che tira le fila
della storia, nel Mastro-don Gesualdo la punizione e la tragicità viene da qualcosa di concreto, dalla roba e
dalle emozioni e le conseguenze che causa nell’uomo che ne prova desiderio.

Dopo aver fallito la conclusione del ciclo dei vinti Verga si dà al teatro: fa rappresentare le scene di alcune
sue novelle (cavalleria rusticana, la Lupa ecc.)nonostante lo considerasse un genere inferiore al romanzo
dato che non amava l’idea che ci fosse un pubblico radunato a folla (dato che la lettura è un’attività
solitaria) che si condiziona vicendevolmente e non permetteva alla singola persona di creare e sviluppare
un proprio pensiero; inoltre la presenza dell’ attore causava una violazione della realisticità del personaggio
dandogli una interpretazione personale e cambiandogli totalmente i connotati.

Scrisse poi un testo teatrale chiamato dal tuo al mio che tra il 1903 e il 1906 che nacque come dramma e
successivamente divenne un racconto; questo testo è una risposta in ritardo alle accuse di Buté alla quale
non aveva ancora risposto ^^ e racconta della storia dei fasci siciliani e di un momento storico molto
difficile, di una Sicilia in crisi quando allo stesso tempo al nord nel 1898 ci fu una feroce repressione contro
gli operai che scioperavano per le loro condizioni di vita.
Il protagonista è un sindacalista che si mette a capo della rivoluzione dei minatori finché non s’innamora
della figlia dell’ex padrone della miniera voltando le spalle ai compagni e alla rivoluzione per poter
conquistare la donna e la miniera stessa.
Rappresenta allo stesso tempo i fasci siciliani che fanno una rivoluzione che come una cometa passa e non
porta alcun cambiamento ^^ e il trasformismo che è per Verga il cancro della società e cioè al cambio di
schieramento politico per interesse o denaro (cosa che avviene con Luciano).
E’ anche importante la prefazione dell’opera nella quale dichiara che riscrivendolo in forma narrata non per
fare polemica ma arte, privilegiando sempre la prima forma di espressione che lui avesse mai utilizzato,
raccontando storie di uomini umili e veri che questi siano dei vinti o dei voltagabbana perché questi
esistono davvero.

--------------------------------------------------17/02/19
Appunti di letteratura italiana 24 7/12/18

Cosa succede in Francia


Dopo il decadentismo del naturalismo in Francia insieme all’inizio degli anni 90 prende il suo posto il
decadentismo nato nelle soirée de Médan con il romanzo À rebour di Joris-Karl Huysmans come manifesto
seguito anche da il manifesto dei 5 in cui prendono le distanze da Zola e dal naturalismo
Cosa succede in Italia
Capuana, che con Verga fu la causa della nascita del naturalismo, comincia ad interessarsi a nuovi autori
come D’Annunzio e autori stranieri senza mai “tradire” Verga ma stando comunque attento a ciò che
accade nel resto d’Europa.
Lui stesso, che aveva provato a scrivere il romanzo del naturalismo dedicato a Zola Giacinta, negli anni 90
scrive un romanzo particolarissimo Profumo che è la storia di una donna che soffre di una rarissima
patologia per la quale ogni volta che il marito le si avvicina lei emana un profumo di zagare; ed è un
romanzo in cui c’è un interesse per la psicologia per poi scrivere nel 1901 il Marchese di Rocca Verdina, la
storia di questo marchese che ha una serva come amante e per non farlo scoprire in paese la fa sposare con
un altro dipendente facendole promettere che non avrebbe mai consumato il matrimonio con lui,
nonostante ciò la ragazza rompe la promessa e il marchese uccide il marito facendo ricadere la colpa su di
un innocente facendosi successivamente dilaniare dai sensi di colpa tanto da impazzire; se la prima parte
era ancora naturalista, nella seconda è totalmente decadentista grazie all’immersione nella psicologia
oscura del personaggio.
Anche in Italia il critico Olivetti intervisterà Verga su quale dei due stili sia migliore e l’autore risponde
affermando che non c’è bisogno di dare etichette ben precise e definite ma possono tranquillamente essere
compresenti dichiarando il romanzo psicologico come genere del romanzo futuro (I Viceré).
Nello stesso tempo nel 1889 è uscito Il Piacere di D’Annunzio, un romanzo di Burget il Discepolo (romanzo
psicologico) segnalando un totale cambiamento nella letteratura.

DECADENTISMO
Nasce in Francia intorno alla rivista le Decadent dopo un periodo di convivenza con il naturalismo (nello
stesso anno nasce Madame Bovary e I fiori del male) e sorpassandolo del tutto negli anni 90 quando i
decadenti maturano una sfiducia nel progresso, un rifiuto e un dissenso nei confronti della scienza e della
realtà essendo attratti dall’irrazionale, dall’oltre da tutto ciò che c’è ma non si vede dalle epoche di
decadenza e dalla filosofia di Nietzsche (nonostante alcuni la girassero a proprio favore, dato che per il
filosofo il concetto di oltreuomo è quello di un uomo che è capace di vivere tutto, anche il dolore) e la
filosofia di Bergson che dava importanza al tempo, sostituendo al tempo della scienza il tempo della
coscienza che è magma, durata indistinta e non ha linearità; parla di conoscenza come intuizione e non
osservazione poi cominciano a circolare le teorie di Einstein sulla relatività, la filosofia di Freud e il
subconscio (qualcosa che non si vede ma incide sulla personalità a nostra insaputa).
Tutto il periodo è invaso da una nuova rivoluzione copernicana, l’artista non sente più di avere un compito
sociale né di essere in sintonia con la società, diventa il veggente e cioè colui che riesce a scorgere le realtà
oltre i fenomeni (epifanie) [etimologia: Un’ epifania è un momento speciale in cui un qualsiasi oggetto
della vita comune, una persona, un episodio diventa "rivelatore" del vero significato della vita a chi
percepisce il loro valore simbolico. L'epifania è resa dalla tecnica dello stream of consciousness che, proprio
tramite l'analisi dei singoli pensieri del personaggio, mette in luce i collegamenti che esso fa tra l'oggetto
(con il suo valore simbolico) e la sua situazione.]
Il vero padre del decadentismo è Baudelaire con il simbolismo per poi penetrare in Italia dove in un libro
dedicato al tema l’autore Solinari cita e studia gli esponenti più importanti di questo movimento e le loro
opere; tra loro ci sono Pascoli con il Fanciullino e l’idea che il poeta come un bambino riesce a vedere la
realtà in modo diverso, D’Annunzio con il Superuomo che racconta di un esteta che vive di simboli e ha una
volontà di potenza sugli altri, Fogazzaro con il Santo che è un romanzo psicologico che mette in scena i
tormenti dell’anima con una sottile vena di religiosità, Pirandello con la Coscienza della Crisi che è
comunque decadentista ma insieme a Sveva diventano coscienza critica di quell’epoca e del disagio della
realtà che si rispecchia nei romanzi dove i personaggi sono fuori di chiave, sena certezze, senza un chiaro
ruolo.
In questa nuova rivoluzione il romanzo, nella sua natura, cambia rotta e assorbe come una spugna gli ideali
della nuova corrente che esplora tutto ciò ce è oltre la realtà, le epoche della decadenza causando un
cambiamento nel tempo del romanzo adattandosi alla filosofia di Bergson del tempo della coscienza non è
più lineare ma è più proteso alle analessi e alla manipolazione della temporalità d, cambia il personaggio e
anch’esso è incerto sulla sua posizione nel mondo e nella società; con Svevo e Pirandello nasceranno 2
nuovi generi di personaggio:

 Il forestiero della vita (Pirandello) e cioè colui che si guarda vivere e vede gli altri vivere e che
patisce la brama di una maschera da portare
 L’inetto (Svevo) e cioè colui che è incapace di adattarsi

Il narratore è consapevole di non poter spiegare tutto e non essere onnisciente (come Manzoni) né di
potersi “assentare” completamente dal racconto (come Verga) diventando autodiegetico e cioè che
racconta la propria storia ma anche inattendibile e cioè che può non dire sempre la verità (come accade nel
prologo della Coscienza di Zeno nel quale il dottore avverte il lettore che molto spesso il suo paziente
mente) non c’è nulla di certo nella narrazione.
PIRANDELLO

L’autore nasce in Sicilia e con questa manterrà un vincolo, nonostante egli sia un convinto antidannunziano
era più per uno stile di cose che di parole, anche lui andrà via dalla patria e vi tornerà solo da morto e
anche lui esordirà con dei bozzetti di stile veristico uno in particolare La capannetta però ben presto esce
fuori dall’orbita verghiana già con il suo primo romanzo L’Esclusa scritto nel 1893 ma pubblicato a puntate
sulla rivista La Tribuna nel 1901 (dopo un intenso lavorio) e poi in volume nel 1908 e infine nel 1927 in
un’edizione definitiva; è molto interessante l’edizione a puntate che viene dedicata a Capuana dove
confessa le sue perplessità su come il racconto verrà accolto e capito dato che il metodo di pubblicazione a
puntate è quasi nocivo e non permette al lettore di carpire l’umorismo e la vena comica del romanzo che
sono la vena poetica dell’autore.
L’Esclusa è la sua prima prova narrativa, la storia di Marta Ajala, una giovane ragazza sposata accusata
ingiustamente di adulterio e cacciata da casa dal marito che l'abbandona costringendola a rifugiarsi dal
padre che al suo arrivo si isola nella sua camera e al momento del difficile parto di Marta muore, come il
bambino di lei così Marta comincia a studiare e vince il concorso per il posto di maestra nella scuola della
città dalla quale dovrà poi scappare a causa della maschera di adultera che gli è stata affibbiata e che la
rende martire finché non sarà aiutata dall'oramai deputato Alvignani che le trova di nuovo una soluzione,
trasferendola a Palermo con la sorella e la madre.
La vita lì migliora molto: la sua storia è all'oscuro di tutti e a scuola Marta si trova bene.
Durante il soggiorno palermitano, Marta incontra nuovamente l'Alvignani e, credendo di esserne
innamorata, ha un figlio da lui. Poco dopo viene chiamata dalla madre di Rocco che le chiede di visitarla
perché molto malata così la donna chiama subito l’ex marito vegliando insieme a lui le ultime ore di vita
della madre.
In seguito, Marta viene completamente riaccettata in famiglia, nonostante il fatto che per la prima volta sia
accaduto davvero un tradimento.
Il romanzo è singolarissimo perché nella prima parte è presente l’influenza verista e nella seconda tutto si
stravolge fino all’assurdo (un personaggio innocente all’inizio è accusato ingiustamente e invece quando è
davvero colpevole viene perdonato e riaccettato) ed è questo l’umorismo pirandelliano che sfocia
nell’assurdo.
Marta è il primo personaggio pirandelliano chiuso in una stanza della tortura : la famiglia e la società che li
costringono ad indossare una maschera e ad abbracciare una personalità che non è sua a causa della
xenofobia che tutti provano attorno a lei e che viene invece sostenuta dal narratore data la sua xenofilia.
E proprio per questa xenofilia che il narratore cambierà identità, lascerà lo stile naturalista abbracciando
una prosa antidannunziana attraverso la quale racconterà storie di anime torturate, storie che circolano tra
novelle, romanzi, teatro creando un “isola Pirandello”.
Le sue idee sono sostanziate soprattutto del filosofo Binet e la sua negazione dell’unità di Dio, poi Bergson
sui quali elaborerà il conflitto tra vita come flusso continuo e forma che cerca di stabilizzarlo, tra la
maschera (ciò che gli altri vogliono che tu sia) e il volto (chi sei davvero); il motivo inquietante del doppio
funzionalizzato per mettere in scena le anime turbolente e che non trovano mai pace; il senso della
maschera sarà ispirato dalla cultura siciliana e da quella di una Roma anch’essa antidannunziana (non la
Roma dei Papi, dei castelli, delle ville ma dilaniata dallo scandalo nella quale Pirandello identifica nella
spazzatura).
La scelta che fa Pirandello di utilizzare come personaggio principale una donna è condizionata dal suo stile
tematico che vede il contrasto tra la vita e la forma o la realtà e la maschera, stile per il quale le donne sono
adatte perché più prossime alla natura sono più capaci di improvvise ribellioni, più animose come un
vulcano che sopporta la neve, le intemperie finché improvvisamente si scatena diversamente dall’uomo
che sta al suo programma al suo desiderio di tranquillità e omologazione.
Molti critici credevano che la storia di Marta ricalchi una storia vera di cui protagonista era Verga che aveva
una relazione con una certa Giselda Fojaniesi (scrittrice) che però era sposata con un poeta più anziano di
lei (che la tradiva) e viveva con la suocera che la chiamava la stranìa perché di origine fiorentina; un giorno
scopre una lettera di Verga indirizzata alla donna che viene cacciata di casa.
Nonostante ciò la stessa Fojaniesi prima che tutto questo scandalo accadesse scrisse un romanzo che
raccontava la stessa e identica storia, e cioè di una ragazza sposata con un uomo più grande di lei e che
convive con la sorella di lui arpia e viene ingiustamente accusata di adulterio e cacciata di casa; indizio che
la Fojaniesi avesse architettato questa sceneggiata proprio per essere cacciata e liberarsi dal marito e dalla
suocera.
Le novelle che lui scrive chiamate novelle per un anno sono l’esempio della novella moderna, quando
l’assurdo diventa una normalità, i personaggi sono condannati alla sconfitta intrappolati nelle maschere che
la società gli impone, Pirandello spesso utilizza la tecnica del brutto e del grottesco dando ai suoi
personaggi delle storpiature fisiche che rispecchiano le loro “storpiature psicologiche”.
I personaggi sono divisi in 2 categorie:

 Quelli che accettano e calcano la maschera ancora più intensamente per poter rappresentare
davvero il personaggio che gli è stato affibbiato (ex.) “La Patente” è la breve storia di questo
signore che tutti considerano uno jettatore e lui invece di affannarsi a spiegare di non esserlo va al
comune e pretende la patente sulla quale venga scritto “jettatore”
 Quelli che inutilmente rifiutano l’esistenza della maschera (ex.) “il Treno ha Fischiato” che
comincia con una prolessi e racconta la storia di un impiegato Belluca che ha una vita infernale
perché mantiene una famiglia intera finché una notte mentre sta sul divano sente il fischio di un
treno che gli fa immaginare una vita diversa, la novella inizia con Belluca che si presenta a lavoro e
contrariamente a quello che è sempre stato inizia a dare i numeri tanto da far chiamare la croce
rossa per farlo portare all’ospedale dal quale esce dopo poco ritornando alla sua vita di sempre
(ex.2) “La Carriola” racconta di un professionista molto serio che ad un certo punto, mentre torna
a casa in treno, riflette sulla sua vita pensando a quanto questa non gli appartenesse davvero così
tornato a casa, in un gesto di ribellione nei confronti di se stesso e della società che gli ha affibbiato
quella maschera, prenderà il suo cane per le zampe posteriori e gli farà fare la carriola per pochi
passi.

In questi due casi vediamo come nel primo il personaggio dello jettatore abbia accettato la maschera che gli
è stata affidata e l’abbia poi indossata in modo sfacciato; mentre nel secondo caso il personaggio rifiuta la
vita che ha e la maschera di brav’uomo di famiglia e lavoratore senza però riuscire a toglierla del tutto.
Per questa linea Pirandello al Fu Mattia Pascal, ma prima di ciò è bene parlare del saggio sull’umorismo del
1908 (scritto dopo il romanzo) dedicato alla memoria del fu Mattia Pascal che contiene tutta la poetica
pirandelliana.
Nella prima parte egli ripercorre tutta la storia della poetica umoristica e tutti gli autori che ne facevano
parte come Sterne (una grande passione per l’autore proprio perché è uno di quegli autori che secondo lui
non conclude come Amleto).
Nella seconda parte spiega invece cos’è per lui l’umorismo, innanzitutto questo movimento crede che l’arte
sia riflessione e non intuizione come affermava Croce portando l’esempio di una donna attempata che si
veste in modo inadeguato alla sua età (appariscente) e che suscita le risa, ma Pirandello dice che se ci
fermiamo a riflettere su cosa c’è dietro la scelta d’abbigliamento di questa signora potremmo magari
scoprire che lei lo fa per non perdere il marito che è più giovane di lei e questo affianca al riso le lacrime; e
questo è l’umorismo, una graduale consapevolezza che inizia con l’avvertimento del contrario (la donna
vestita in modo non adeguato)e arriva al sentimento del contrario (il momento in cui ci rendiamo conto
che al di là di quello che vediamo e percepiamo c’è una realtà molto spesso triste e che suscita le lacrime);
e l’insieme del comico e del tragico genera l’umorismo.
Questa poetica si basa su 2 fatti principali

1. L’arte è riflessione
2. Lo stile più adatto per trasportare questo lavoro approfondito è l’espressionismo e cioè Il processo
di smontamento che procede attraverso un’analisi profonda di ciò che appare per poter arrivare a
ciò che è con lo smontamento della maschera che spesso porta al paradosso e all’assurdo.

IL FU MATTIA PASCAL
Scritto in un periodo molto difficile della sua vita perché la famiglia della moglie aveva subito un tracollo
finanziario, la moglie aveva dei disturbi mentali gravi che lo avevano portato a pensare al suicidio finché
invece convoglia la disperazione nella scrittura dando vita a questo romanzo che è l’emblema della
rivoluzione copernicana del 900, sia per quanto riguarda l’uso del tempo dato che comincia a vicenda
conclusa e con Mattia che ricomincia a raccontarla poi non c’è più il tempo logico/cronologico dei romanzi
ottocenteschi ma il tempo della coscienza del protagonista.
Pirandello lo pubblicò prima sulla rivista Nuova Antologia nel 1904, poi in volume nel 1910 e poi con alcune
modifiche n 2 edizioni nel 1918 e del 1921; l’ultima fu particolare perché venne pubblicata dopo aver
ricevuto delle accuse di inverosimiglianza, di aver scritto un romanzo assurdo e che nella realtà non poteva
esistere, edizione nella quale appose un’avvertenza chiamata avvertenza sugli scrupoli della fantasia in cui
racconta un paio di episodi con cui vuole dimostrare che la vita vera è ancora più assurda della letteratura:
porta l’esempio di un uomo che tutti credevano morto mentre invece era chiuso in un carcere americano
da decenni e poi porta un episodio di un triangolo amoroso tra marito moglie e amante nel quale il marito
non sa tra quale donna scegliere finché tutti e tre non decidono contemporaneamente, di comune accordo
di suicidarsi per porre fine al dilemma, senonché la moglie è più veloce nel suicidarsi lasciando l’amante e il
marito senza più intralci.

INTRECCIO
La storia narra di un uomo Mattia Pascal che è un giovane un po’ scapestrato che mette due ragazze incinte
nello stesso momento ed è poi costretto a sposarne una con la quale vivrà tormentato anche dalla suocera
(vedova Pescatore) terribile che lo considera meno di niente.
Lui lavora nella biblioteca del Signor Boccamazza deserta e mai frequentata.
Non sopportando più la sua vita decide di partire per l’America, e arrivato a Monte Carlo vince giocando
alla roulette una cifra esorbitante, pensa di andare a casa e dimostrare alla vedova di essere capace di far
qualcosa.
Mentre torna sente dei personaggi che parlano di politica e filosofia mentre ad un certo punto sul giornale
legge che nel suo paese è stato trovato il cadavere di un uomo e che la moglie e la suocera l’hanno
riconosciuto come Mattia Pascal; il protagonista ha un momento di euforia perché crede che l’occasione
che gli è stata data può aiutarlo ad avere una nuova vita e avendo ascoltato il dialogo di due uomini che
parlavano dell’imperatore Adriano e del filosofo De Meis decide di ribattezzarsi con il nome Adriano Meis e
cerca di togliere tutti i segni evidenti della sua identità passata (si taglia i capelli, si fa la barba)
sottoponendosi ad un’operazione per addrizzare un occhio strabico che lui ha il quale è l’effetto somatico di
una sofferenza interiore ma che gli dava la possibilità di vedere le cose diverse dagli altri.
Con questa uova identità decide di girare il mondo finché non desidera smettere e riavere una vita
tranquilla, così va a Roma in una pensione a Via Ripetta tenuta da un anziano signore che si chiama
Anselmo Paleari interessato all’occulto e che rappresenta la controfigura di Pirandello perché impegnerà il
protagonista in discussioni di tipo filosofico.
Oltre al proprietario c’è la figlia Adriana di cui Adriano s’innamora ricambiato; un personaggio losco che è il
cognato della ragazza e che mira a sposarla per la dote; il fratello di Adriana che è un povero rimbambito e
infine c’è la signorina Caporale che è un’insegnante di musica.
Mattia durante il soggiorno tenta di fare molte cose che però la sua condizione di “falsa identità” non gli
permette come comprare una cagnetta (ma non ci riesce perché non può dichiararla al comune dato che
non ha una vera identità), partecipa ad una seduta spiritica e viene derubato dei suoi soldi ma non può
denunciarlo ai carabinieri infine vorrebbe sposare Adriana ma non può farlo perché già è sposato.
Quella che era nata come un’opportunità di cambiare vita ben presto diventa una prigione e Mattia si rende
conto che non può vivere così decide di inscenare un secondo suicidio, lascia le sue cose in riva al Tevere e
torna al suo paese pensando di poter riavere la sua vita ma intanto la moglie si è risposata e ha avuto una
figlia con un altro uomo; la prima reazione di Mattia è quella di rabbia perché non accetta che qualcuno
abbia preso il suo posto ma poi lentamente accetta la realtà e si rinchiude di nuovo a lavorare nella
biblioteca dove il suo collega gli consiglia di scrivere un libro sulla sua esperienza.
Ogni tanto Mattia Pascal va sulla sua tomba a mettere dei fiori e quando le persone gli chiedevano chi eli
fosse egli rispondeva di essere il fu Mattia Pascal

LO STILE
Il romanzo si svolge a Miragno in Liguria (che non si sa se esiste) e questa scelta di ambientazione ha
mandato in crisi molti critici che invece erano abituati alle ambientazioni siciliane o romane fin quando non
hanno capito che Pirandello con questo romanzo vuole strappare la condizione del Mattia Pascal da una
motivazione regionale (non vuole che le sue scelte siano condizionate dal contesto in cui vive ma
dall’universalità della condizione dell’uomo).
Dato che tra 800 e 900 il romanzo naturalistico si scompagina, l’intreccio disegna un percorso circolare e
simmetrico perché all’inizio con la sparizione c’è la nascita (di una nuova identità) e alla fine c’è
un’ulteriore sparizione che riconduce alla rinascita del personaggio vero; è molto forte il tema del
dualismo in chiave inquietante nello sdoppiamento d’identità del personaggio ma anche della sua stessa
ombra (motivo molto legato a Pirandello); è un romanzo pieno di elementi umoristici come le due
premesse, i capitoli titolati, c’è la compresenza di comico e tragico e c’è al centro Mattia Pascal che non
riesce a fare percorsi rettilinei ma è preso da un vortice nel quale perde la maschera ma anche la sua
esistenza; il tempo storico come abbiamo già detto non percorre uno scema scientifico o cronologico ma si
concentra sul tempo della coscienza del protagonista e per il quale il passato è una gabbia da cui dover
scappare mentre il futuro è una trappola che lo porta a non concludere e a girare a vuoto.
Si può fare la differenza tra un personaggio di Nievo che nel tempo storico si forma e cambia mentre quello
di Pirandello non avendo un rapporto con il tempo cronologico ma solo con il tempo della sua coscienza è
protagonista di un romanzo di deformazione.
Il tempo è importantissimo, anche questo deriva dal modello di Sterne perché il suo Tristram Shandy inizia
con l’immagine di un orologio, i genitori di Tristram stanno avendo un rapporto sessuale e la moglie
esordisce al marito chiedendogli se si fosse ricordato di caricare la pendola e quando il protagonista
racconta la sua vita dichiara di essere segnato dal motivo del tempo e dalla sua vitale importanza così come
accade a Pascal nel quale c’è una scissione tra tempo reale e tempo individuale.
Nonostante il personaggio dell’800 fosse un vinto era comunque capace di creare la sua vita mentre Mattia
Pascal è un personaggio che la subisce è un antieroe.
Si può dare un significato anche al nome stesso di Mattia Pascal:
Mattia: perché è un matto, sin da ragazzo è stato considerato strano e fuori dalle regole
Pascal: si può ricondurre alla Pasqua come resurrezione oppure al filosofo Blaise Pascal che nella sua opera
parla dell’annichilimento dell’uomo dopo la scoperta di Copernico che in termini filosofici determina la
perdita d’identità.
Abbiamo detto che l’elemento tempo è importante ed è visibile nei fuochi di apertura e chiusura del
romanzo: la biblioteca (piena di libri vecchissimi e mai frequentata da nessuno) e il cimitero (dove
giacciono persone che hanno finito il loro tempo).
Il narratore è autodiegetico (è lui stesso a raccontare la propria storia) capace di creare questo contrasto
tra l’io narrante e l’io narrato perché mentre il personaggio s’illude di potercela fare il narratore sa già che
non andrà così.

IL ROMANZO
Il romanzo si apre con una Premessa I e una Premessa II, nella seconda ad un certo punto lui sta nella
biblioteca e trova due libri che a causa dell’umidità si sono come attaccati tra di loro (premessa seconda
pagina 9 capitolo II) che Mazzacurati interpreta come una metafora che unisce due opposti su cui riflettere
perché è la prima immagine della poetica pirandelliana dell’umorismo e dell’unione del comico e del
tragico in quanto sono uniti tra loro un libro licenzioso e un libro religioso dettati dal caso; sempre nella
stessa premessa viene nominato Copernico in un dialogo tra Mattia e don Eligio mentre quest’ultimo cerca
di convincerlo a scrivere un romanzo e nel quale Mattia maledice lo scienziato accusandolo di essere la
causa dei problemi dell’uomo moderno perché anche se la terra aveva sempre girato e l’uomo non lo
sapeva almeno aveva delle certezze sulla sua esistenza (capitolo II pp.10/11) e citando alcuni romanzi
dell’800 fa notare a don Eligio quanto questi non avessero più importanza dopo lo stravolgimento causato
dallo scienziato; ad un certo punto lui si sente convinto di essere libero dalla sua vecchia vita quando legge
di quella notizia sul giornale del ritrovamento di un cadavere che era stato riconosciuto come il suo
(capitolo VIII Adriano Meis p.75) ma che ben presto riconoscerà come un’illusione; quando sceglie il nome
con cui ribattezzarsi sente una situazione di straniamento e si guarda intorno con occhi nuovi vedendo gli
altri vivere da estraneo, come una persona che non è interessata ai discorsi della vita (capitolo VIII p.79);
quando arriva a Roma per andare nella pensione incontra la signorina Caporale che anticipa la vecchia
dell’umorismo (capitolo X Acquasantiera e posacenere p.101) perché appare come un fenomeno da
baraccone, brutta e vestita in modo orrendo ma Mattia Pascal scopre che dietro il suo aspetto di nasconda
una donna ferita, infelice di essere zitella e inoltre invaghita del cognato di Adriana che invece la sfruttava
facendola soffrire, portandola ad ubriacarsi e a tentare il suicidio per più di una volta mentre la stessa
Adriana si comportava come una mammina e cercava di consolarla molte volte standole accanto le notti
intere a smaltire la depressione e l’ubriachezza; ad un certo punto Meis e Paleari discutono di filosofia, in
un episodio particolare Meis utilizza un’acquasantiera che tiene in camera come posacenere finché Adriana
non lo raggiunge e gliela toglie redarguendolo per averne fatto un uso improprio, però subito dopo la fa
cadere distruggendola in mille pezzi portandola infine nella camera del padre che la riutilizzerà allo stesso
modo di Meis, è l’occasione perché per bocca di Paleari l’autore possa dire cosa ne pensa di Roma (dato
che nel periodo in cui scrive siamo nella Roma nello scandalo della banca romana e del Parlamento
corrotto) (capitolo X pp.107/108) definendola come la ceneriera in cui tutti scuotono il proprio sigaro
sconsacrando quella che i papi avevano reso sino ad allora un’acquasantiera, una città eterna dando un
parare antidannunziana (che lodava e dava tantissimo credito ai musei e alle opere d’arte) e negativissima
che rispetta la coscienza critica del decadentismo; ci sono altri 2 discorsi di Paleari (e dunque dell’autore)
che sono importantissimi: in uno vediamo Mattia Pascal che riposa nella sua camera dopo l’operazione e
viene disturbato da Paleari che gli annuncia di uno spettacolo di marionette sulla Tragedia di Oreste
(capitolo XII L’occhio e Papiano pp.125/126) e chiedendo a Pascal cosa potrebbe succedere se
improvvisamente ci fosse uno squarcio nel cielo di carta e rispondendogli subito dopo che quell’eroe, che la
storia vuole sia determinato a vendicare il suo onore e quello della sua famiglia e guidato da valori
tipicamente classici, diventi improvvisamente titubante e incerto trasformandolo in Amleto e dunque
diventando da eroe classico a eroe moderno, un brano che mette i paletti tra il tragico antico (che nasce
dall’Olimpo che decide il destino degli eroi che accettano senza proteste il loro destino) e il tragico
moderno (che nasce da questa incertezza dell’esistenza e dalla continua sofferenza dell’uomo moderno,
dilaniato dal dubbio), Pirandello a tal proposito scrive un articolo chiamato Non Conclude dove dichiara che
gli uomini si prodigano per ottenere una cosa e nel momento in cui la ottengono iniziano ad avere dei dubbi
e a vivere nell’insoddisfazione perché la vita è flusso continuo che la società cerca di arginare e dargli una
forma mentre questa non ha mai fine, l’uomo è condannato a non avere mai una definizione ben precisa di
se stesso e non avrà mai certezze, Pirandello stesso dirà “Io amo le anime irrequiete, le anime
sconclusionate; non quelli che sono vaghi di sé” e tra questi ci sono Sterne e Amleto; l’altro discorso sempre
del Paleari che come sempre entra a disturbare Pascal nella sua camera dicendogli (capitolo XIII Il
lanternino pp.139/140) che ognuno di noi ha un lanternino dentro di sé (la coscienza) e in alcune epoche
esistono dei lanternoni che sono dei valori morali in cui credere (la Patria, la Famiglia, l’Onore ecc.) mentre
in quella moderna non esistono affatto causando una confusione tra i lanternini che non avendo una luce
centrale diventano sempre più fiochi si scontrano, alcuni si isolano nell’incomunicabilità a causa
dell’assenza di valori condivisibili facendoli sembrare delle formiche che cercano riparo nel loro formicaio
che però è stato bloccato da un bambino crudele (metafora usata già da Verga nella novella Fantasticheria
ma in modo diverso ^^), tutto ciò esprime il pensiero di Pirandello e il giudizio che ha lui verso la sua epoca
che non ha valori causando l’incertezza e l’infelicità nell’uomo contemporaneo; dopo la grande illusione di
poter avere una vita ideale e la delusione di non poterla avere c’è la presa di coscienza che quella libertà
assoluta è in realtà un’illusione in un certo modo giustificandosi dicendo che chiunque avrebbe approfittato
di quell’occasione (capitolo XV Io e l’ombra mia p. 163), nello stesso capitolo si affronterà il motivo
dell’ombra preso dallo scrittore Chamisso che aveva scritto la Storia meravigliosa di Peter Schlemihl che era
la storia di questo ragazzo che in cambio della ricchezza vende la sua ombra al diavolo e che poi si rende
conto del suo affare pessimo perché senza essa è come se non esistesse dato che l’ombra è la proiezione di
noi stessi e Pirandello la reinterpreta (capitolo XV pp.170/171) inizialmente come se questa fosse qualcosa
di cui vorrebbe liberarsi perché rappresenta la sua esistenza nel mondo come Mattia Pascal (e dunque gli
rinfaccia la sua vera identità) per poi provare pietà per l’ombra stessa (e dunque per sé stesso) e vedendola
calpestata sale su un tram per “salvarla”; quando Mattia Pascal torna a casa non ha la percezione del tempo
che è passato nella città perché per ciò che lui ha vissuto (per il suo tempo interiore) sembrano passati
secoli a causa dell’esperienza straordinaria che ha avuto sviluppo nel microcosmo della sua esistenza e che
non aveva nessun legame con ciò che avveniva nella storia, mentre nella città pare non sia cambiato nulla
tranne qualche evento ordinario il che giustifica il motivo per cui tutti si comportano come se non fosse
successo nulla (capitolo XVIII il fu Mattia Pascal p.201)

--------------------------------------------------------18/02/19
Altri romanzi
Pirandello scrive altri 3 romanzi:
 I vecchi e i giovani fa fare alla critica un passo indietro, dopo l’eccezionalità e l’unicità del Fu Mattia
Pascal che rivoluzionava il modello ottocentesco l’autore passa ad un romanzo storico; scritto in
terza persona (il narratore è onnisciente) e mostra un affresco molto ampio della Roma degli ultimi
anni dell’800 (1892/1893) e degli scandali della Banca Romana ma anche dell’insurrezione dei fasci
siciliani (di cui già parlò Verga).
L’intreccio è impossibile da sintetizzare perché un impianto da romanzo storico intreccia moltissime
storie e personaggi ma lo schema di fondo è questo contrasto tra il senex e il puer: la generazione
che ha fatto il Risorgimento e la nuova che è delusa da quello che i propri antenati non sono riusciti
a fare; l’accusa a Pirandello di aver scritto un romanzo storico a questo punto è mal fondata,
innanzitutto perché è un romanzo antistorico tipico della tradizione siciliana (un romanzo che ha un
impianto storico ma che non è altro che la negazione del progresso e la critica alla storia che non
ha mantenuto le sue promesse) e non solo, perché questo è un romanzo nel quale è ugualmente
presente l’umorismo quindi non tradisce i temi de il fu Mattia Pascal: i vecchi hanno nostalgia del
passato e i giovani cercano in qualche modo di combattere questo sistema negativo che ha portato
alla degenerazione della borghesia romana e all’insofferenza delle classi rurali e l’umorismo sta nel
personaggio di un vecchio Don Cosmo Laurentano (una sorta di portavoce dell’autore)che ha
capito il gioco, si chiude nella sua tenuta e osserva da lontano tutto il magma di interessi, di amori
legati ai soldi, di fallimento della borghesia che invece aveva fatto il Risorgimento; tant’è vero che
riesce a vedere ciò che è dietro la realtà delle cose (il sentimento del contrario) ed esordisce
dicendo “gira e rigira anche la storia non si conclude” dando un tono umoristico al personaggio ma
anche alla storia in generale.
Il racconto si conclude male (già all’inizio del romanzo ci sono dei segni premonitori di questo
fallimento come il colore grigio o la parola fango che vengono ripetute più volte) perché c’è un
dipendente di Cosmo Laurentano che si chiama Mauro Mortara che non capisce il “gioco” che c’è
dietro, si butta nella mischia con la bandiera d’Italia per difendere gli ideali risorgimentali e viene
persino ucciso dai suoi stessi alleati segno del caos che regna.
Il giovane invece purtroppo nel momento in cui capisce la difficoltà di poter cambiare la storia non
perde i suoi ideali ma è costretto a fuggire a Malta nella speranza di tornare a combattere.
 I quaderni di Serafino Gubbio operatore esce in rivista nel 1915 con il titolo Si Gira poi venne rivisto
e pubblicato nel 1925 con il titolo attuale.
Si torna alla narrazione autodiegetico soggettiva, si capisce già dal titolo che andiamo incontro ad
un diario si un operatore cinematografico se non che è stato definito un romanzo della reificazione
e cioè del trasformare tutto in “cosa”, un mito che quegl’anni era cavalcato in maniera ossessiva e
che invece Pirandello aborre perché la “macchina” è la negazione dell’anima che è oggetto di tutta
la sua narrativa.
La trama si raccoglie tutta in un unico momento di Spannung e cioè quando Serafino deve girare
una scena con degli attori che però hanno un retroscena intricato d’amore: Margaret Nestorov
affascinante donna, femme fatale che ha fatto innamorare di sé un giovane, già occupato con una
giovane ragazza, che al suo rifiuto si suicida; Serafino sta girando questa scena in cui il protagonista
doveva uccidere una tigre che stava per assalire la donna e trarla in salvo, se non che a sostituire
l’attore che sarebbe dovuto esserci si presenta uno degli uomini rifiutati dalla Nestorov che prende
il fucile e invece di puntarlo alla tigre lo punta verso l’attrice uccidendola mentre a sua volta l’uomo
viene sbranato dalla tigre.
Il povero macchinista che in quel caso era una semplice “mano” che girava una manovella assiste a
tutta la scena in stato di shock, uscendone poco dopo muto e con un senso di rifiuto verso
qualunque tipo di sentimento.
Questo romanzo è importante perché è contrarissimo al concetto del cinema che annulla
l’esistenza dell’ anima e questo è evidente quando Serafino prende una carrozzella per andare a far
visita alla ragazza sua amica la quale fidanzato si era suicidato per la Nestorov e mentre procede
lungo la strada si vede superato da macchine che sfrecciano molto più veloci di lui che lo portano a
riflettere come la macchina impedisca all’uomo di apprezzare il tragitto e la natura che sta intorno
mentre lui può godere di tutto questo; quando arriva alla casa della ragazza resta sconcertato
perché come lei tutto è fatiscente e invecchiato, ingannato dalla memoria che aveva conservato
un’immagine solare e splendente della ragazza.
Oltre ad essere una critica al progresso ha un significato anche più profondo perché il mutismo di
Serafino ha una grande importanza, questo rappresenta come l’artista abbia perso la capacità di
interpretare gli avvenimenti e può soltanto passarli in rassegna e dunque dell’alienazione della
società.
 Uno nessuno e centomila (un testamento pirandelliano) è un romanzo che ha avuto una
lunghissima elaborazione: dal 1909 al 1926.
E’ un romanzo a tutti gli effetti umoristico, ci sono tanti segnali “effetti tipografici” del modello di
Sterne e della scrittura bizzarra come ad esempio 2 pagine lasciate bianche, una pagina in cui sono
disegnate le sopracciglia del protagonista.
Anche questo ha i capitoletti titolati e il protagonista parla in prima persona e il suo nome è
Vitangelo Moscarda e segue una vita normale finché un giorno guardandosi allo specchio sente la
moglie alle sue spalle dirgli che il suo naso pende a destra, e in quel momento capisce che la moglie
lo vede diversamente da come si vede lui; allora comincia a chiedere a tutti i conoscenti, amici, e
colleghi e scopre che ognuno ha un’idea diversa di lui e sotterraneamente tutti hanno un’idea
negativa a causa del padre che in passato era un usuraio, allora Vitangelo si rende conto che lui si
vedeva “uno”, capisce che per la società lui è “centomila” (totale frantumazione dell’”io”) e decide
di sfatare queste immagini altre che lo circondano andando in licenza, cedendo la sua banca e
facendo il possibile per cambiare la sua reputazione; ad un certo punto viene ferito
volontariamente da una donna e portato in ospedale per poi essere spostato in un ospizio fondato
proprio da lui stesso esordendo con queste parole “io mi sono fatto pianta, foglia, nuvola e adesso
sono nessuno”.
Il finale è inverosimile ma diversamente da Mattia Pascal è lui stesso a decidere cosa farne della sua
vita facendosi elemento della natura entrando nel flusso della vita e rifiutando le maschere.
Il processo è dunque: Vitangelo crede di essere uno, scopre di essere centomila e sceglie di essere
nessuno.

Il teatro
Pirandello condivide come Verga l’idea che il romanzo sia una forma letteraria più elevata del teatro, tant’è
vero che scriverà un articolo che si chiama “illustratori, lettori e traduttori” dove critica molti aspetti del
teatro come la difficoltà del rapporto con il regista o con gli attori che vogliono modificare l’essenza del
personaggio stesso dandogli un’interpretazione diversa e persino i problemi tecnici del teatro come ad
esempio la struttura stessa delle scene, le luci e la loro funzione ecc.
Però la sua fu una passione perché parte dalla gioventù, nasce dagli anni 90 dell’800 ma l’attività vera e
propria inizia nel 1915.
Dopo aver scritto testi come Liolà, la storia di un Mattia Pascal degli anni giovanili, diventa un’attività
continuativa.
La forma teatrale dominante in quel periodo era il dramma borghese che rappresentava scene di vita
quotidiana, molto spesso triangoli amorosi, con personaggi a tutto tondo dove c’era una rigida
consequenzialità di causa ed effetto e dunque risentiva ancora del modello naturalistico; Pirandello però la
fa esplodere creando un teatro completamente nuovo con un opera che già nel titolo esprime l’ideologia
dell’autore che in un primo momento sembra dare delle certezze e il momento dopo le mette in
discussione: Così è, se vi pare ( Così è certezza; Se vi pare  dubbio) che ricorda nella struttura in qualche
modo il primo romanzo composto da Pirandello L’Esclusa.
Questa è la storia del signor Ponza che insieme alla suocera, la signora Frola, e alla moglie che non si vede
mai, si trasferisce in una piccola cittadina di provincia dopo essere scappati da un terribile terremoto dove
subito sono soggetti a pettegolezzi in quanto corre voce che il Signor Ponza impedisca alla Signora Frola di
vedere la figlia tenuta chiusa a chiave nella propria abitazione e nessuno, in paese, riesce a spiegarsi il
perché.
Così la storia di questa famiglia diventa un “caso” per l’intero paese tanto che un notaio invita la gente del
paese nel proprio salotto a discuterne, luogo che diventa una stanza della tortura per il personaggio del
signor Ponza che viene analizzato e studiato per capire quale maschera affibbiargli.
La storia si conclude con l’arrivo della moglie che però è coperta da un velo e dice “io son colei che vi si
crede”, l’apoteosi del relativismo e dell’assenza di certezze dove l’identità di un personaggio non è definita
ma ognuno la sceglie per sé (ancora una volta Pirandello sceglie una donna per introdurre la sua visione
delle cose).
Le fasi del teatro di Pirandello sono difficili da identificare, ma c’è da dire che dopo quest’opera Pirandello
approda al teatro del grottesco che non è altro che l’umorismo a teatro di cui fanno parte 3 opere

 Il gioco delle parti è la più interessante, racconta di questa coppia di sposi Leone Gala ma lei ha un
amante e il marito lo sa ma si mostra cinico tanto da esserle indifferente nonostante egli soffra
tantissimo (maschera/volto).
Ad un certo punto lei e l’amante decidono di uccidere il marito inscenando un aggressione su di lei
nella sua stessa casa dalla quale si è salvata per miracolo alla quale lui dovrà rispondere con una
sfida a duello verso l’aggressore, essendo lui molto intelligente ha capito il “gioco” si rifiuta dicendo
che non avendo nessuna prerogativa da marito ma in realtà ce l’ha l’amante deve essere
quest’ultimo a battersi in sua difesa.
Anche qui siamo nell’assurdo, nel tema della maschera e naturalmente la convenzione del dramma
borghese è totalmente rovesciata.
 Ciascuno a suo modo
 Questa sera si recita a soggetto

Nel 1921 viene pubblicata l’opera più famosa di Pirandello e cioè Sei personaggi in cerca d’autore che fa
parte della fase del teatro nel teatro (metateatro) nella quale vengono fuori tutti i limiti di questo genere
particolare: la storia infatti racconta di sei personaggi (Padre, Madre, Figlia, Figlio, Bambino e Bambina) che
si presentano su un palco tutti vestiti di nero mentre una compagnia sta allestendo il gioco delle parti
reclamando il diritto che la loro storia sia raccontata in quanto il loro autore si è rifiutato dato che il loro è
un drammone sentimentale di tipo ottocentesco, ma loro hanno urgenza di diventare personaggi; dunque
la compagnia inizialmente rifiuta finché questi non insistono di raccontare la loro storia, una storia nella
quale il Marito e la Moglie si erano lasciati e quest’ultima a causa della crisi era andata a lavorare da
Madama Pace (produttrice di cappelli per donne) che chiede alla Figlia di esercitare il mestiere di prostituta
all’interno del negozio finché un giorno si presenta il padre e per un pelo evitano l’incesto; da qui nasce
tutto un dramma perché succede che la bambina annega in una fontana, il figlio si spara ecc. ma gli attori
della compagnia non sono affatto capaci di rappresentarla scatenando l’ira dei Personaggi ( tecnica che
l’autore usa per rappresentare il metateatro ma anche per puntare il dito sui limiti del teatro e
dell’impossibilità del rappresentare il dramma borghese).
Anche questo testo è all’avanguardia, approdato persino oltreoceano e rappresentato in tutti i teatri del
mondo.
Un altro testo di Pirandello è l’Errico IV nel quale affronta il tema della follia che in qualche modo è una via
di fuga dalla maschera ma che come vedremo ha i suoi risvolti negativi.
La storia racconta di questo signore che anni prima aveva organizzato una grande festa di carnevale nel suo
palazzo e lui era vestito da Errico IV, ad un certo punto cade da cavallo e quando si riprende crede di essere
davvero per Errico IV e lo farà per anni finché un medico non propone di guarirlo ricreando la stessa
situazione in cui si trovava quando è avvenuto l’incidente e invita la donna che Errico IV amava ad andare
da lui vestita da carnevale ma dato che essendo lei invecchiata non sarebbe stata riconosciuta come tale la
donna manda al suo posto la figlia.
In realtà in tutto quel tempo Errico era guarito da molto tempo ma preferiva tenere quella maschera di
follia per essere tutelato dalle invadenze del mondo; quando arrivano al palazzo questo fa delle avances
alla figlia della donna, Matilde, per cui interviene il compagno della madre (all’epoca dell’incidente
l’amante della moglie di Errico) che il protagonista uccide e resta deciso a rimanere con le vesti di Errico IV
perché ormai la follia lo ha preso.
Per Pirandello i folli hanno dei comportamenti anomali e si accettano ma nel caso di Errico IV questi si è
privato della vita stessa.
Nell’ultima fase teatrale dell’autore riusciamo a scorgere una netta separazione tra il metateatro e il nuovo
teatro, nasce infatti il teatro dei miti e I giganti della montagna è l’opera emblematica di questo nuovo stile
di teatro che fu l’ultimo prima della morte dell’autore che infatti la lascia incompleta.
La storia racconta della duchessa Ilse che vuole rappresentare un’opera teatrale ma siccome nessuno glielo
lascia fare si rega dal mago Cotrone il quale a sua volta rifiuta consigliandole di rivolgersi ai giganti della
montagna che sono i suoi servi che si ribellano e sbranano Ilse e tutta la sua compagnia.
Il suo significato ruota attorno alla metafora dei giganti e alla morte dell’arte: Pirandello infatti associa i
giganti al mondo moderno (la meccanizzazione, l’alienazione e la violenza) che è incapace di comprendere e
apprezzare l’arte e la porta ad una morte lenta (rappresentata dal tentativo fallimentare della Contessa Ilse
di allestire uno spettacolo proprio nella villa del mago Cotrone). Non c’è spazio per l’arte in un mondo
corrotto come quello moderno.

ITALO SVEVO
L’autore aveva in comune con Pirandello il ruolo come coscienza della crisi nonostante fossero molto
diversi tra loro, anzi nel romanzo di Pirandello riusciamo a identificare Tantalo mentre in Svevo ritroviamo
Ercole e effettivamente Tantalo era condannato in eterno dagli dei a desiderare qualcosa che non avrebbe
mai ottenuto (venne infatti condannato ad avere sempre fame e sete e ad essere circondato da un
ricchissimo banchetto dal quale però non poteva attingere) mentre Ercole si riscatta attraverso le 12
fatiche.
La differenza sta nel fatto che il personaggio pirandelliano è condannato in eterno e non ha scelta mentre
quello di Svevo (soprattutto Zeno) riesce, di compromesso in compromesso, a uscirne vincitore; se il
personaggio di Pirandello è un forestiere della vita quello di Svevo è l’inetto.
Italo Svevo è uno pseudonimo per Aron Hector Schmitz, Triestino di origini ebraiche.
Jean Starobinski scrisse un saggio su Stendhal che a sua volta utilizzava uno pseudonimo chiedendosi come
mai questi autori utilizzassero un falso nome e cosa celassero dietro quella falsa identità che si erano creati,
a proposito di Svevo possiamo dire che faceva parte dell’agiata borghesia triestina, una famiglia di
commercianti per la quale la scrittura e la letteratura erano un vizio assurdo perché era il contrario
all’ideologia economico e dunque Svevo voleva nascondere questa sua passione tant’è vero che una delle
sue frasi emblematiche è “fuori della penna non c’è salvezza” proprio a indicare quanto la scrittura possa
sottrarre l’oblio dalla nostra vita.
Il suo pseudonimo inoltre rimanda al fatto che Trieste era una città ai confini di Italia, all’epoca faceva
ancora parte dello stato Asburgico, dunque si sentiva in parte Italiano(Italo) e in parte Svevo (e insieme a
Pirandello vivevano ognuno agli estremi opposti dell’Italia senonché Italo è anche vicinissimo ai luoghi dove
è prodotta la cultura e dunque all’Europa mentre Pirandello era molto lontano e più emarginato).
Trieste è una città particolare perché ospita culture diverse che non si amalgamano tra di loro e viene
definita il crogiolo di queste culture (un luogo dove queste s’incontrano ma non si fondono) [anche se
crogiòlo è un significato figurativo per “Ambiente in cui si realizzano l'incontro e la fusione di aspetti o di
elementi diversi” via https://www.google.com/search?
q=crogiolo&rlz=1C1GCEA_enIT826IT826&oq=crogiolo&aqs=chrome..69i57j0l5.1439j0j9&sourceid=chrome
&ie=UTF-8]
il che è il forte motivo di individualismo dei triestini e di Svevo, essendo tutti abituati a usanze e culture
diverse ognuno pensa e agisce per sé.
E’ anche importante la sua origine ebraica che è causa della sua inadeguatezza alla vita (Zeno infatti venne
paragonato a Woody Allen e dunque ad un personaggio disordinato, sciatto e distratto).
Il suo pseudonimo dunque è legato a molti aspetti del suo carattere o delle sue origini.
L’autore fu un vero e proprio caso letterario in quanto i suoi romanzi “Una Vita” e “Senilità” furono un
completo insuccesso, causato dalla miopia della critica, tanto da tenerlo disimpegnato dalla scrittura per 25
anni; nonostante ciò con l’aiuto di James Joyce, che era il suo professore d’inglese, e con altri due autori
francesi riuscì a far riconoscere il genio della sua opera più famosa “La Coscienza di Zeno” e ebbe quel
successo che gli era stato negato che però durò pochissimo perché l’autore morì pochi anni dopo la
pubblicazione nel 1928 (come con Verga anche per Svevo fu poi scritto un libro “il caso Svevo” sul suo caso
di non riconoscimento e sulle cause del fallimento iniziale)
Grazie ad un epistolario e al suo profilo autobiografico riusciamo a ricavare tutte le letture alle quali
l’autore si è ispirato per le sue opere: leggeva Darwin solo che quello di Svevo è un darwinismo rovesciato
perché per l’autore i forti, proprio perché sono sicuri di sé, non sono disposti a cambiare, mentre i deboli
sono apertissimi al cambiamento; legge Schopenhauer nella sua filosofia della volontà come irrequietezza
e aspirazione ad un possesso mai compiuto e difatti i suoi inetti hanno questa tensione a possedere
qualcosa che non otterranno mai e anche in questo caso l’autore apporta le sue “modifiche” rifiutando
quello che la filosofia di Schopenhauer proponeva come cura alla volontà come irrequietezza (l’ascesi)
perché egli ribalta il rapporto salute/malattia e cioè il fatto che egli creda che i veri sani sono i malati
perché chi si sente bene nella società in cui vive è malato perché non avverte il disagio della società mentre
al contrario i malati sono sani perché sanno di vivere in una società degenerata (nella Coscienza di Zeno è
evidente quando introduce la moglie del protagonista); legge inoltre Freud e anche lui è importante perché
apporta nello stile dell’autore perché apprezza la psicanalisi come un’analisi di un disagio psichico che
funge da strumento per gli autori di analizzare i propri personaggi e renderli più autentici ma non crede alla
terapia perché dalla malattia non si guarisce e infine Nietzsche e l’aspetto dionisiaco della sua filosofia,
dell’oltreuomo che partecipa con energia al gioco della vita accettandone anche il dolore.
Lo stile principale dell’autore è quello del monologo interiore diverso dal flusso di coscienza usato da Joyce
perché nel monologo il personaggio si riferisce a sé stesso ma ha una sintassi ben costruita mentre il flusso
fa saltare tutti i nessi logici e la punteggiatura ancora diverso dal libero indiretto scritto in terza persona
senza verba dicendi.
Secondo Svevo la scrittura è fondamentale perché è convinto che bisogna letterarizzare la vita, darle valore
e recuperare anche quei minimi eventi vissuti che il tempo e la memoria fanno sparire.
Anche Svevo è contrario alla bella pagina e come Pirandello userà il linguaggio di cose, il suo Inetto inoltre
quando parla dice molte bugie, diventando un narratore inattendibile (di cui siamo a conoscenza in quanto
nel preambolo c’è un appunto dello psicanalista che avverte il lettore della natura del personaggio che nel
corso del romanzo confesserà di star mentendo a causa del “passaggio di traduzione”).

Svevo esordisce nel 1893 con il romanzo “Una Vita” (il titolo originario era “Un Inetto” che poi l’editore
preferì cambiare).
Il romanzo è particolare perché ci troviamo di fronte a un narratore in terza persona che sta continuamente
ad incalzare il personaggio e ad avvertire il lettore di tutte le bugie che dice il personaggio smontando le sue
giustificazioni di non essere in grado di aderire alla vita.
Il protagonista si chiama Alfonso Nitti ed è un giovane che viene dalla campagna e arriva a Trieste per
andare a lavorare nella Banca Maller, in realtà lui subito ha delle grandi difficoltà a inserirsi tra i colleghi e
vedremo quanto significativa sarà la lettera in apertura di romanzo, però per una serie di circostanze viene
invitato nel salotto del proprietario della banca dove incontra la figlia del proprietario Annetta scoprendosi
entrambi “scrittori in erba” tanto da voler scrivere un romanzo insieme finché spinto dalla governante della
famiglia non corteggerà Annetta e in effetti stava per riuscirci se non che è costretto ad andare via per stare
accanto alla madre malata, resta lontano parecchio tempo e al suo ritorno trova la situazione
completamente cambiata: Annetta è fidanzata con un altro personaggio (Macario) che è l’anti-Alfonso e
cioè sicuro di se e ben inserito nella società, e con un ruolo inferiore nella banca.
A tal proposito Alfonso si ribella e scrive una lettera che a Maller pare una lettera ricattatoria per cui il
fratello di Annetta lo sfida a duello al quale lui non si presenta per andarsi a suicidare.
Riusciamo a percepire nell’opera il conflitto tra città (un luogo nel quale è obbligato a mostrare delle
capacità che non ha perché è inetto) e campagna (che è luogo di serenità, familiare) di stampo naturalista,
gli spazi sono 3: casa Lanucci (modestissima nella quale Alfonso va a vivere), la banca e il salotto di casa
Maller; nella casa Lanucci che è grigia e tristissima (tema dominante nelle prime opere dell’autore) lui si
sente gratificato perché agli occhi di questa modesta famiglia lui un giovane di valore, laureato e lodato
dalla madre di casa Lanucci che vorrebbe farlo sposare con la figlia di cui Alfonso però non è interessato
mentre tutte le nevrosi del personaggio scoppieranno nella banca e nel salotto dei Maller.
Il suicidio del personaggio non ha nulla di eroico e può essere interpretato come l’ennesima prova della sua
incapacità di prendersi le proprie responsabilità e l’altra come l’unico modo per porre fine a questa
“irrequietezza” della volontà dell’inetto che on arriva mai ad un possesso compiuto (quando va via per
prendersi cura della madre si allontana in effetti dal desiderio di sposare Annetta e questo è simbolico nel
constatare come sia scritto nel destino dell’inetto on poter essere soddisfatto nei suoi desideri).
In questo testo sono significative le lettere di apertura e chiusura che fanno capire la volontà di tenere la
storia in una cornice ben costruita essendoci corrispondenza tra inizio e fine; la prima lettera è indirizzata
alla madre nella quale lui confessa il suo disagio nello stare in città lontano dalla madre, in un luogo a lui
estraneo e diverso da quello a cui è abituato (persino nell’aria che respira sente delle differenza che lo
fanno sentire a disagio), lettera nella quale nasconde la nevrosi che sta covando e che finge di non avere
sotto una grande superbia che gli impedisce di essere sincero e di esprimere la sua nostalgia paragonando il
suo livello culturale più alto dei suoi colleghi e dando la colpa del suo disagio agli altri e alla loro ignoranza.
E proprio perché si auto-inganna credendosi migliore degli altri e vittima degli altri per lui è impossibile
guarire.
L’ultima lettera è della Banca una lettera cinica e fredda che contiene notizie prettamente pratiche (la data
del funerale, il testamento di Alfonso) i quanto, quando si viene a sapere del suicidio e bisogna avvertire i
parenti, questa si rivolge ad uno zio al quale dichiarano di non sapere le cause della morte ma solo il modo
in cui fu trovato il cadavere. Anche questa nasconde la verità in quanto la banca sapeva in realtà come
Alfonso si fosse ucciso e perché.

Come Alfonso Nitti anche il personaggio di Senilità (del 1898) ha al centro un inetto.
Per capire il romanzo bisogna rifarsi al titolo in quanto senilità significa vecchiaia ma il protagonista ha solo
30 anni, e da questo capiamo che la “vecchiaia” a cui si riferisce Svevo è interiore e cioè l’incapacità vitale
di Emilio Brettani.
Lo spazio è sempre quello di Trieste e diversamente da Una Vita questo è uno solo, tutto infatti si svolge lì;
inoltre, mentre in Una Vita c’era il tema sociale dell’inserimento dell’uomo di campagna nella metropoli e
dunque c’erano molti personaggi, in questo sono solo 4: Emilio, la sorella Amalia (da notare il gioco
onomastico), una ragazza che si chiama Angela e uno scultore che si chiama Stefano Valli.
Emilio lavora presso una società di assicurazione e anche lui si dedica molto alla letteratura (egli scrisse
infatti un romanzo che tra gli amici ebbe una qualche fortuna) e vive con la sorella (che benché sia più
giovane gli fa da madre) zitella e brutta finché succede che Emilio incontra Angela che è il suo opposto in
quanto è esuberante di vita e con la quale intreccia una relazione che fallisce miseramente in quanto,
essendo lui un lettore, mistifica lei e il loro rapporto vedendola e venerandola come un angelo (stessa
superbia di Alfonso nel voler cambiare le persone) per questo non riesce a vedere la realtà di Angiolina che
al contrario è una ragazza di facili costumi, a volte bugiarda e traditrice.
E’ significativo il fatto che mentre lui la chiami Ange (angelo) l’amico Stefano Bambi la chiama Giolona (a
sottolineare la carnalità della donna) e sarà proprio lui che le farà tradire l’amante.
Nel frattempo la sorella Amalia si innamora di Balli e lo confessa in un attimo di sonnambulismo, Emilio così
lo viene a sapere e lo prega di non frequentare più la sua casa per non far soffrire la sorellina che invece
nella disperazione di ammala, prende l’etere (una sostanza usata come solvente e in medicina come
anestetico) e muore.
Il romanzo si chiude con Emilio rimasto solo, abbandonato anche da Angelina, che sogna quest’utopia che
un giorno Angiolina tornerà con dei tratti suoi e di Amalia.
Anche qui il narratore è in terza persona e incalza il personaggio.

Questi due romanzi non ebbero successo subito e questo rende per lui la letteratura niente di più di uno
sfogo sotterraneo, in quel periodo di inattività egli si reca in Inghilterra dove scrive un’opera che si chiama
“Soggiorno Londinese” e s’impegna nel suo lavoro di industriale, scrive un testo sul darwinismo e ha un
incontro con Joyce e la psicanalisi (dato che il fratello della moglie si era sottoposto ad una cura
psicanalitica con Freud), scrive anche testi teatrali dove è ridondante il tema della vecchiaia e dopo molti
anni nel 1923 ritorna nella letteratura con La coscienza di Zeno
Nel suo profilo autobiografico Svevo ci spiega la differenza tra Zeno Cosini e i due precedenti personaggi, i
tre sono simili nella loro inettitudine ma diversamente dagli altri Zeno è più anziano e più ricco; Zeno
s’inventa delle malattie fisiche che in realtà sono somatizzazioni della sua psiche e delle sue nevrosi, lui
stesso dice che non è mai in linea con le cose (non lavora quando dovrebbe e lavora quando dovrebbe
astenersene/ ama il padre ma lo rende infelice), è un personaggio le quali azioni non rispondono alla sua
volontà ma vengano influenzate da qualcun altro.
Per questo personaggio Svevo abbandona la terza persona lasciandolo parlare di se senza prima avvertire il
lettore della natura bugiarda del protagonista pur di nascondere le proprie debolezze.
L’influenza del passaggio tra 800 e 900 cambiano la natura del personaggio e l’organizzazione del tempo del
racconto, difatti questo romanzo è diviso in blocchi tematici che non hanno niente a che vedere con il
tempo degli orologi:

- La prefazione a firma del dottore che lo tiene in cura


- Il preambolo
1. Il fumo
2. La morte di mio padre
3. La storia del mio matrimonio
4. La moglie e l’amante
5. La storia di un’associazione commerciale
6. Psicoanalisi (un diario di 3 giorni in cui abbandona il racconto del passato e sostiene di essere
guarito)

Questa scelta strutturale fa saltare il tempo del racconto perché nel secondo blocco può raccontare
qualcosa che è avvenuta prima del primo blocco tematico (e infatti è così che le sedute di psicoanalisi si
strutturano: non hanno linearità).
In realtà Zeno è un po’ ozioso e dissipato, fa disperare il padre perché non studia, fa sempre tutto il
contrario di quello che gli viene detto (tanto che il padre ad un certo punto lo affida ad un tutore), quando
cresce essendo nevrotico inventa delle malattie fisiche che non ha e che addebita al vizio del fumo.
Persino il rapporto che ha con la sigaretta è particolare: da giovane le rubava al padre perché lo ama
essendo il suo contrario, è forte, una certezza che non ha proprio perché Zeno è debole e questo gesto è
inconsciamente un appropriarsi della vita del padre e prende questo vizio del fumo tanto che
continuamente utilizza in continuazione l’acronimo U.S. che significa ultima sigaretta e cioè il proposito di
non fumare più, proposito che deroga ogni volta che ne fuma un’altra e questo meccanismo gli provoca un
grande piacere (sia dare un proposito e quindi esercitare un’autorità che violare questo stesso proposito
come quando si fece chiudere in una clinica per smettere e invece riuscì ad evadere corrompendo
un’infermiera con una bottiglia di cognac) stessa cosa che accadrà nel rapporto con l’amante.
Il rapporto con il padre è importante soprattutto nel secondo blocco nel quale racconta del periodo di
malattia del padre e di come il dottore gli avesse affidato il compito di non farlo alzare dal letto, compito
che lui per pigrizia o impossibilità non riesce a mantenere e quando ci prova viene schiaffeggiato dal padre
in un moto di rabbia verso di lui, da quell’ultimo gesto egli sente il senso di colpa di non esser riuscito a
seguire i dettami del medico e di aver deluso il padre.
Questi blocchi non sono altro che la scrittura della sua vita affidatagli dal suo psicanalista.
Essendo la psichiatria per Sevo solo una scienza e non una cura capiamo perché egli lascia la parola allo
psicanalista (che si firma come dottor S. che potrebbe stare per Svevo o Sigmund Freud) nella prefazione
che getta una luce negativissima su questa figura in quanto egli dichiara di aver pubblicato il contenuto
delle sedute psicanalitiche per dispetto dopo che il paziente se ne era sottratto dopo aver capito che non gli
fruttavano nessun risultato ma che la malattia era positiva nel mondo in cui viveva, infrangendo la privacy
medico-paziente; nonostante ciò c’è molta psicanalisi nel romanzo, anche perché il protagonista parla
apertamente delle nevrosi e fa dei lapsus pazzeschi, dopo aver parlato dell’episodio con il padre Zeno si
sente perso e quindi va alla ricerca di una figura sostitutiva incontrando per caso il signor Malfenti che è
una sorta di doppio del padre in quanto è un uomo forte, sicuro di sé e lo invita a casa sua dove Zeno
conosce le sue 4 figlie (Anna Augusta Alberta e Ada) e incontra un giovane che si chiama Guido Speier che
come il bancario di una vita e il Balli di Senilità è l’opposto del protagonista: un bel ragazzo, dongiovanni,
bravissimo a suonare il violino, e cioè capace di tutto.
Con questo incontro si arriva al terzo blocco, quello del matrimonio, perché Zeno decide di sposarsi con una
delle figlie di Malfenti: scarta Anna che è la più piccola, ci prova con Ada che è la sorella più bella che però
lo rifiuta e si sposa con Bruno Speier finché alla fine non sposa Augusta che è la più brutta ma in realtà, e lui
lo sapeva, era la moglie più adatta a lui perché amorevole, materna, lo fa sentire tranquillo e anzi non la
corteggia nemmeno perché è lei stessa che si dichiara nella sua affettività nei suoi confronti.
Così sposa Augusta ed è un matrimonio felice nonostante ad un certo punto egli descriva la moglie come un
“cumulo di certezze” dalla scelta di un vestito alla certezza che tutto rimarrà com’è, la fiducia nelle
istituzioni ecc. e cioè tutto ciò che Zeno non ha e quello che è importante è quando verso la fine lui
confessa che ciò che sembra “salute” e dunque un comportamento normale e sano per lui in realtà è
malattia perché non è consapevole di ciò che la circonda contrariamente da lui che è nevrotico e critico
della società borghese nonostante paradossalmente egli desideri farne parte sposando la figlia di un
borghese.
Ad un certo punto di questo stesso blocco Zeno trova un’amante in una ragazza ce studia pianoforte e
quando sta con lei si sente in colpa per la moglie ma quando è con la moglie vorrebbe andare dall’amante
creando un circolo vizioso uguale al meccanismo del fumo; alla fine l’amante lo lascia proprio perché Zeno
stesso si è messo in condizioni di farsi lasciare perché in quanto nevrotico non ha il polso per farlo da solo.
I lapsus vengono fuori nel blocco successivo nel quale emerge il suo odio per il signor Speier per aver
sposato Ada e perché lui rappresenta tutto ciò che lui non è, però decide di aprire un’associazione
commerciale proprio con lui.
Guido nel frattempo tradisce Ada, gioca e perde molti soldi e già una volta la moglie ha dovuto prestargli
denaro per saldare i debiti di gioco mentre una seconda volta non avendo il coraggio di andare dalla moglie
e dice a Zeno che inscenerà un falso suicidio che farà spaventare tanto la moglie da concedergli i soldi di
sua spontanea volontà chiedendogli consiglio sul farmaco da usare e Zeno, non si sa se intenzionalmente o
meno, gli suggerisce una dose un po’ troppo massiccia per cui Guido muore per davvero.
Ada capisce tutto e si ammalerà per il matrimonio fallimentare.
Un chiaro segnale di lapsus freudiano lo vediamo quando, il giorno del funerale di Guido, Zeno seguirà per
tutto il percorso verso il cimitero un’auto sbagliata il che dimostrerà quanto lui in fondo non volesse affatto
andarci.
L’ultimo blocco è importante perché si è liberato del dottore che gli aveva dato la diagnosi che attribuisce la
sua nevrosi al complesso di Edipo creatosi a causa della mancanza di una figura materna alla quale lui non
crede perché sente di essere guarito in quanto negli anni in cui scrive i 3 giorni di diario inizia la prima
guerra mondiale e lui essendo proprietario di un’industria siderurgica guadagna tantissimo e di
conseguenza essendo riuscito in qualcosa si sente improvvisamente guarito e scrive in questo diario la
summa di tutto il pensiero di Svevo e che qualcuno ha anche visto una sorta di profezie della seconda
guerra mondiale e della bomba atomica in quanto egli dice che la salute non appartiene a questo mondo in
quanto se gli animali vogliono sopravvivere in un mondo che peggiora cercano di migliore se stessi e le loro
caratteristiche fisiche mentre l’uomo nel tempo ha creato ordigni fuori di lui e dunque non ha creato un
progresso naturale escludendosi dalla selezione naturale perché non rispetta la legge del più forte ma
quella di chi ha più ordigni che con il progresso porterà all’invenzione di un ordigno tanto potente da poter
distruggere l’intero mondo permettendo la nascita di un nuovo mondo [anche se in realtà sono rimaste
poche pagine di un quarto romanzo di Svevo (mai completato) sul tema della vecchiaia nel quale ritroviamo
Zeno alle prese di nuove nevrosi]

FINE