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Riassunto esame Letteratura italiana

Le origini e il duecento.
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente nel 476 d.C. l'antica unità linguistica dell'Europa venne
meno e il latino, che fino ad allora aveva accomunato gran parte delle regioni occidentali, si frantumò in una
pluralità di lingue dette "volgari", perché parlate dal "volgo" (il popolo non istruito). Questi volgari sono
oggi definiti "neolatini" o "romanzi". I più importanti volgari nel Medioevo furono l’italiano (in realtà un
insieme di molti linguaggi, diversi da città a città), la lingua d'oïl (parlata nella Francia del Nord), la lingua
d'oc o provenzale (Francia del Sud), il castigliano, il gallego-portoghese (Penisola Iberica), il rumeno. Il
latino non esisteva più come lingua parlata in modo naturale, ma sopravviveva come lingua scritta e nella
cosiddetta letteratura latina medievale (o mediolatina), ovvero l'insieme di testi prodotti dalla Chiesa
occidentale e di argomento prettamente religioso e filosofico.

La prima vera testimonianza europea di un volgare romanzo risale all'842 : il Giuramento di Strasburgo,
ovvero la solenne cerimonia con cui Carlo il Calvo (re dei Franchi) e Ludovico il Germanico (re di
Germania) si giurarono reciprocamente fedeltà nella lotta comune contro il fratello Lotario: i due re
giurarono ciascuno nella lingua dell'altro e i rispettivi eserciti ripeterono la formula nei loro propri volgari,
ovvero la lingua d'oïl e l'antico tedesco. L'evento venne registrato da uno storico dell'epoca che trascrisse le
parole in antico francese nella sua opera in latino, costituendo così il più antico documento scritto di quel
volgare.

In Italia il volgare fu usato per molti secoli solo come lingua orale, finché cominciò ad essere utilizzato
anche nella redazione di alcuni documenti scritti per finalità pratiche e non ancora letterarie: il primo
esempio scritto di una lingua che pare di transizione dal latino al volgare è il cosiddetto indovinello veronese
('VIII-IX sec) , così chiamato perché uno sconosciuto scrivano inserisce entro un codice liturgico di origine
spagnola (e oggi conservato alla biblioteca Capitolare di Verona) un indovinello che allude all'opera di
scrittura: una mano che regge una penna d'oca e lascia l'inchiostro sulla pagina bianca. È evidente che la
struttura sintattica è già quella del volgare, anche se il lessico è ancora molto simile al latino:

"Se pareba boves, alba pratalia araba “Teneva davanti a sé i buoi, arava i prati bianchi,
et albo versorio teneba, et negro semen reggeva un aratro bianco e seminava un seme
seminaba" nero"

Ci si chiede se teneba e seminaba siano voci latine cui è caduta la desinenza finale ( dal latino tenebat e
seminabat ) oppure siano voci volgari latinizzate ( teneva e seminava). Ci si chiede, inoltre, se appartengono
ad una morfologia volgare il se al posto del sibi e la desinenza -o invece di -um (albo e negro al posto di
album e negrum ).

Esigenza giuridica e necessità pratica si associano, invece, al primo documento in cui il volgare italiano
appare contrapposto al latino: parliamo dei Placiti Campani1, redatti tra il 960 e il 963 nel principato
longobardo di Capua e Benevento. Un giudice capuano, per risolvere una controversia tra il monastero
benedettino di Montecassino ed un uomo d’Aquino, il quale aveva rivendicato il possesso delle terre di quel
monastero. Il giudice ascoltò una testimonianza che appoggiava la difesa dell’abbazia e tale testimonianza fu
riportata in volgare forse per permettere al testimone di intendere il contenuto scritto della loro
testimonianza.

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki kontene, So che quelle terre, in quei confini di cui qui si
trenta anni le possette parte Sancti Benedicti parla, furono possedute per trent'anni dal monastero
di S. Benedetto

1
Il placito era una sentenza emessa per dirimere una controversia
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Nel XII secolo aumentano le testimonianze di un volgare scritto: oltre a qualche deposizione in contese
giudiziarie ( fra cui la Testimonianza di Travale del 1158 ), compaiono anche i primi testi di ambizioni
letterarie come il Ritmo Laurenziano, il Ritmo Cassinese e il Ritmo su Sant’Alessio. Nonostante questi
ritrovamenti, non possiamo ancora parlare di vera e propria letteratura volgare italiana. Prima di entrare nel
vivo della materia, dobbiamo analizzare gli influssi che le letterature d’oltralpe hanno esercitato nel nostro
Paese. In particolare, andremmo ad analizzare, in ordine : la Poesia epica in lingua d’oil, i Romanzi Cortesi
in lingua d’oil e la lirica provenzale in lingua d’oc.

 Intorno all'XI-XII sec. il volgare inizia ad essere usato in testi con caratteristiche propriamente
letterarie. I primi esempi di opere poetiche sono le chansons de geste, ovvero i poemetti epici in
lingua d'oïl prodotti in Francia del Nord, che raccontavano le imprese leggendarie dei paladini di
Carlo Magno in Spagna, nella guerra contro i Mori della fine dell'VIII sec. Le chansons de geste,
scritte in versi raggruppati in strofe di diversa lunghezza (le lasse), avevano come protagonisti i
personaggi del cosiddetto ciclo carolingio. I testi delle chansons ci sono giunti anonimi e risalgono
all'XI-XII sec., ovvero il periodo di massima espansione di quella società feudale che questi poemi
intendono celebrare, mentre è forte l'elemento religioso rappresentato dalla lotta dei guerrieri
cristiani contro gli "infedeli" musulmani, in un contesto storico che vedeva le prime Crociate verso la
Terrasanta. L'opera più celebre è la Chanson de Roland, in cui il protagonista Orlando - descritto
come perfetto guerriero e uomo di fede - cade in un'imboscata sui Pirenei, a Roncisvalle, tesagli dai
Mori a causa del tradimento di Gano: il testo risale al XII sec. e distorce in parte un fatto storico,
poiché il conte Roland morì in effetti in quella località nel 778, ma durante uno scontro con i Baschi
e non con gli Arabi. Nel poemetto Orlando combatte strenuamente alla testa della retroguardia dei
Franchi e suona il corno (olifante) per chiamare rinforzi, che però giungono troppo tardi. L'influenza
di questo episodio e, in generale, della tradizione del ciclo carolingio sarà grande anche in Italia,
dove già nel Trecento nascerà il filone dei "cantari" in ottave e nel XV-XVI sec. inizierà la stesura
dei primi poemi epico cavallereschi, come il Morgante di Pulci, l'Orlando innamorato di Boiardo e
l'Orlando furioso di Ariosto (protagonista di tutti e tre sarà proprio Orlando).

 Tra XII e XIII sec. la società feudale francese diventa più raffinata ed elabora un nuovo sistema di
valori detto cortesia, in parte diverso da quello dell'epoca precedente poiché il cavaliere non
dev'essere solo un prode guerriero, ma anche un perfetto uomo di corte, per cui l'amore diviene un
valore tanto importante quanto la guerra. Tale evoluzione storica si riflette nella letteratura e
nascono, sempre in Francia del Nord, in lingua d'oïl, i romanzi cortesi, i cui protagonisti non sono
più i paladini di Carlo Magno ma i personaggi del cosiddetto ciclo bretone, ovvero re Artù e i
cavalieri della tavola rotonda. Rispetto alle chansons de geste, i guerrieri bretoni, oltre a dare prova
di valore militare, sono anche impegnati nella ricerca di un oggetto simbolico (spesso il sacro Graal,
la coppa dove venne raccolto il sangue di Cristo) che diventa percorso di perfezionamento morale,
ma sono anche protagonisti di vicende amorose in cui fanno la loro comparsa figure femminili,
prima escluse dalla tradizione epica francese. Il cavaliere intraprende la quête per dare prova di
coraggio alla dama e ottenerne così l'amore, nell'ambito di una relazione quasi sempre adultera e
secondo i dettami del cosiddetto amor cortese: tra il cavaliere e la dama si crea una sorta di
"vassallaggio amoroso", un rapporto di sottomissione dell'uomo alla donna che di solito è
socialmente superiore e sposata, la quale può concedersi o meno al suo amante alla fine del suo
percorso; sono inoltre presenti elementi magici e favolosi, come ad esempio la lotta dell'eroe contro
mostri e creature mitologiche (draghi e simili) per dimostrare il proprio valore. Tra gli autori
principali di romanzi cortesi ricordiamo Chrétien de Troyes (XII sec.), che ha dedicato le sue opere
soprattutto a Lancillotto (amante della regina Ginevra, moglie di re Artù; e a Perceval (il Parsifal
della tradizione alto-tedesca). Collegata al romanzo cortese ma indipendente dai personaggi del ciclo
arturiano è la leggenda di Tristano e Isotta, oggetto della trattazione di numerosi scrittori.
L'argomento di questi poemi ha conosciuto una vasta diffusione anche in Italia del Nord.

 La stessa idealizzazione della nobiltà e dell'amor cortese sono anche al centro della produzione
poetica in lingua d'oc in Francia del Sud dove, tra XII e XIII sec., fiorisce un ricco filone di poesia
lirica di argomento amoroso che esprime i valori della società aristocratica delle corti dei grandi
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feudatari (specie in Provenza, per cui questa poesia viene anche impropriamente definita
"provenzale"). Gli autori, signori feudali essi stessi o cavalieri-poeti che vivevano nell'ambiente di
corte, erano detti trovatori (dall'occitanico trobar, "poetare") e al centro delle loro liriche vi era la
celebrazione del vassallaggio amoroso verso una dama di maggior grado sociale - non di rado la
moglie del proprio signore - verso la quale la produzione dei versi rappresentava il "servizio", cui
poteva corrispondere un "beneficio" talvolta coincidente con l'amore fisico (erano i gradi della
fin'amor, le "tappe" del servizio amoroso). La poesia trobadorica era destinata al canto e aveva un
accompagnamento musicale, venendo spesso eseguita dai menestrelli o giullari nelle corti, a
differenza della poesia italiana che invece solo occasionalmente verrà musicata. La lirica in lingua
d'oc, pur essendo di tema prevalentemente amoroso, poteva toccare anche altri argomenti (la
politica, la guerra...) e lo stile, solitamente elevato e "tragico", talvolta diventava basso e "comico",
specie quando trattava di amore tra persone di basso livello sociale. Molti i generi poetici elaborati
dai trovatori, tra cui spicca la canzone (canso), il componimento per eccellenza destinato a celebrare
l'amor cortese, mentre di stile meno elevato erano la ballata e il sirventese (quest'ultimo di
argomento per lo più politico). La poesia provenzale distingueva poi uno stile facile e cantabile,
detto trobar leu, e uno difficile e oscuro, con rime rare e lessico ricercato, detto trobar clus (entrambi
influenzeranno molto la lirica amorosa italiana). I testi dei trovatori ebbero una notevole diffusione
anche in Italia, dove il metro e i temi delle loro poesie vennero presi a modello da parte delle
principali scuole liriche del Duecento (ciò avvenne soprattutto in Sicilia e in Toscana), mentre agli
inizi del XIII sec. vi furono alcuni poeti dell'area settentrionale che scrissero liriche in lingua d'oc e
secondo i moduli della poesia provenzale, che furono detti "trovatori italiani" (tra essi spicca la
figura di Sordello da Goito).
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Poesia religiosa.
La produzione letteraria di argomento religioso che fiorisce nel corso del XIII secolo trae forza dall’acceso
dibattito sulla necessità di un rinnovamento profondo della Chiesa e dall’impetuosa crescita di movimenti
evangelici e pauperistici. Ma andiamo con ordine. Già durante l’ XI secolo si era sviluppato un movimento
popolare di protesta contro il clero simoniaco2. Gli organi di protesta cominceranno poi a svilupparsi in veri e
propri gruppi eretici 3 nel corso del secolo successivo. Tra i gruppi eretici ricorderemo innanzitutto i valdesi4
( seconda metà del XII secolo ), i quali sostenevano che il diritto di predicare spettasse a tutti i credenti,
donne comprese. Contemporaneo al gruppo del valdesi era il movimento dei Càtari, il quale riuscì ad
organizzarsi con una struttura organizzativa alternativa a quella della Chiesa. I Càtari sostenevano una
visione dualistica dell’esistenza: da un lato il male, che governa i beni terreni ( fra cui la Chiesa ); dall’altro,
il bene, riconosciuto solo da pochi eletti. Sfiorava l’eresia anche il movimento fondato dal monaco calabrese
Gioacchino da Fiore (1130-1202), il movimento dello gioacomismo per l’appunto. Il pensiero di Gioacchino
da Fiore era ispirato ad una visione escatologica e millenaristica allora assai diffusa: veniva attesa la fine del
mondo con l’avvento successivo di un nuovo millennio in cui Dio e il Bene avrebbero governato la vita
umana: all’età del Padre ( Vecchio Testamento ) e a quella del Figlio ( cominciata con Cristo in terra )
sarebbe seguita l’età dello Spirito Santo ( il cui inizio era previsto per il 1260 ). La Chiesa reagì a queste
eresie innanzitutto con la repressione violenta: Innocenzo III avviò la crociata contro gli Albigesi ( i càtari
della provenza ) e comandò le stragi del 1208. Seguendo questa linea politica di oppressione, nel 1233, la
Chiesa istituì il Tribunale dell’Inquisizione che, con l’aiuto delle autorità politiche, aveva il compito di
scoprire e condannare gli eretici. Solo in un secondo momento la Chiesa incoraggiò una reazione ideologica
attraverso la diffusione di frati predicatori, in gran parte domenicani, e l’assunzione al proprio interno di
movimenti pauperistici come quello francescano.
L’ordine domenicano fu fondato dallo spagnolo Domenico di Calaurega ( 1170 ca-1221) e venne
riconosciuto da Papa Onorio III nel 1216. Domenico era stato tra gli albigesi ed aveva cercato di convertirli
con la predicazione: da questa esperienza, Domenico si era convinto che solo l’arma della persuasione e della
battaglia teorico-religiosa poteva sconfiggere i movimenti di protesta. Dunque, ne segue chiaramente che la
natura dei domenicani era quella di essere innanzitutto Frati predicatori, esperti teologhi e maestri della
dottrina5.
Per parlare dei francescani dobbiamo, invece, innanzitutto aprire un piccolo paragrafo su Francesco d’Assisi
(1182-1226). Francesco era figlio di un ricco mercante e, grazie alla ricchezza paterna, riesce a condurre una
giovinezza allegra e spensierata. Fondamentale appunto biografico è la battaglia tra Assisi e Perugia nello
scontro di Ponte San Giovanni (1202): Francesco partecipa e viene fatto prigioniero. Successivamente,
Francesco è attivo al seguito di Gualtieri di Brienne, generale al servizio di Federico II, ma una febbre lo
colpisce durante il viaggio verso sud ed è costretto a rientrare ad Assisi nel biennio 1205-1206. Matura, in
questo periodo, un profondo travaglio interiore che si precisa nell’affermazione della propria vocazione
religiosa. Una volta convertito, si dedica alla predicazione e all’affermazione dei principi evangelistici
assieme ai suoi seguaci, i “frati minori”. Nel 1210, la Regola di Francesco avrà una parziale approvazione da
Innocenzo III. Nel 1219, Francesco è in Terra Santa per incontrare il Sultano: è un viaggio pacifico, di netta
opposizione alla linea politica della chiesa: per Francesco, se Cristo può nascere in qualsiasi luogo si viva
secondo il suo insegnamento, viene meno la necessità di riconquistare le regioni che storicamente si legano
alla vita di Gesù.
Nel 1223, con Onorio III, c’è la definitiva accettazione dei Frati Minori all’interno della Chiesa, ma, per
essere accettata, la Regola dovette subire delle trasformazione e dovette lasciar cadere gli aspetti più rigidi
come l’obbligo del lavoro, che fu sostituito da quello di vivere di elemosina, e il principio di uguaglianza.
Alla morte di San Francesco, nel 1226, i Francescani si divisero tra chi volle rimane fedele alla Regola

2
Indica chi compre e/o vende cariche religiose. Il termine deriva da Simone Mago, che avrebbe voluto comprare dagli
apostoli Pietro e Giovanni il potere di conferire i doni dello Spirito Santo con l’imposizione delle mani.
3
L’eresia è una dottrina che si oppone all’ortodossia, ovvero alla linea d’ordine della Chiesa. La parola viene dal greco
“Hairesis”, ovvero scelta. Per la Chiesa, la parola greca “Hairesis” diviene “scelta sbagliata”.
4
Dal fondatore: il mercante Valdo.
5
L’esempio più illustre era Tommaso d’Aquino
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originaria ( gli spirituali, influenzati da Gioacchino da Fiore ) e chi, invece, accettò i dettami della Chiesa ( i
conventuali ).
Da ricordare, a livello letterario, è la Laudes creaturarum di Francesco, scritta poco prima di morire. Questa
lauda6 è considerata il primo testo artistico della letteratura italiana. Il testo fu composto come strumento di
propaganda religiosa con destinazione di massa e, infatti, non è un caso la scelta del volgare come mezzo per
gli strati più “umili” ed ignoranti. La funzione ideologica della lauda è doppia: opporsi al pessimismo
apocalittico medievale, mostrando l’aspetto sereno del creato e del rapporto tra uomo e Dio; contrastare
l’eresia càtara, che distingueva e contrapponeva cielo e terra dominati da entità inconciliabili, ovvero bene e
male: Francesco, invece, valorizza il rapporto armonioso tra terra e cielo.

Iacopone da Todi ( 1230 ca-1306) fu un procuratore legale. Poco sappiamo della sua vita prima di un evento
fondamentale: la morte della moglie a causa del crollo di un tetto durante una festa ( 1268 ). Si scoprì sul
cadavere della moglie un cilicio7. Jacopone rimase sconcertato nello scoprire che la moglie, di nascosto, si
auto flagellava per avvicinarsi a Dio. Dalla data del tragico evento, Iacopone abbandona la vita mondana: per
un decennio temprerà il suo spirito mendicando e nel 1278 entrerà a far parte dei Frati Minori da convinto
“spirituale”. Iacopone sosterrà animatamente, in questi anni, la distinzione tra scienza terrena e sapienza
divina. Nonostante la sua intensa attività di predicatore e letterato, non rimarrà estraneo alle vicende politiche
della Chiesa: nel 1294 sostiene l’ascesa al soglio pontificio di Pier da Morrone, colui che diventerà Papa col
nome di Celestino V. Quest’ultimo deluderà le aspettative di Iacopone abdicando per Bonifacio VIII.
L’avversione di Iacopone per Bonifacio si esplica su due fronti: su quello letterario con l’invettiva di O Papa
Bonifazio, molt’ài iacato al mondo, e su quello politico con la sottoscrizione del Manifesto di Lunghezza nel
1297, che chiedeva di deporre il Papa e indire un nuovo concilio. Col Manifesto segue uno scontro armato
tra oppositori di Bonifacio e le milizie del Papa che culmina nel 1298 con l’assedio della roccaforte di
Palestrina: Iacopone viene incarcerato a vita e scomunicato. La scomunica gli pesa tanto che si sente
costretto di “supplicare” il suo «avversario» scrivendo i versi di O Papa Bonifazio, eo porto tuo prefazio
chiedendo la cancellazione della scomunica anche a prezzo dell’inasprimento della condotta. Ma la revoca
della scomunica e la libertà gli vengono concessi solo dal successore di Bonifacio, Benedetto XI nel 1303.
Dal 1303 fino alla morte nel 1306, Iacopone si ritirerà nel convento di Collazzone.

6
Canti di lode al signore. Inizialmente, le laude erano cantate in un latino non proprio puro, ma Francesco decide di
usare il volgare per essere compreso anche dalle masse più ignoranti.
7
Uno strumento di mortificazione personale.
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Scuola siciliana.
In Sicilia, alla corte di Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero dal 1230 al 1250, entro
un ambiente, la Magna Curia palermitana, aperta ad interessi filosofici, giuridici e scientifici, si colloca la
creazione di una poesia in volgare che si propone solo finalità estetiche e letterarie. Federico si pone
l’obiettivo di creare un polo poetico laico, adottando un volgare, quello siciliano, ripulito ed arricchito di
provenzialismi al fine di elevarlo ad illustre. E su quali basi dà vita al suo progetto? Federico II dà vita al suo
progetto grazie alla conoscenza della poesia provenzale8, anch’essa laica, e, probabilmente, anche grazie ad
un influsso della lirica tedesca, del Minnesang. Nonostante quanto fin’ora affermato, è importante
sottolineare che i poeti della corte siciliana non sono i cavalieri delle corti provenzali, ma sono semplici
funzionali imperiali: per loro la poesia diventa un momento di totale distacco dalle occupazioni lavorative ed
offre un’opportunità di aristocratica separatezza e di elegante evasione della realtà pratica: prova ne è il fatto
che nei testi poetici dei siciliani viene rimossa qualsiasi implicazione politica, tanto encomiastica, quanto ( e
soprattutto ) di polemica. Il servizio all’imperatore si manifesta per via obliqua, grazie al contributo dei poeti
alla fondazione di una poesia che afferma il prestigio della struttura politica che promuove tale sviluppo
poetico.
Il tema delle poesie della corte siciliana è sempre lo stesso: l’amore. Amore recuperato nella concezione
principe dell’amor cortese: da qui, la ripresa dei topoi tipici della poesia provenzale. Ma rispetto ai
provenzali, c’è un’evoluzione: c’è un vero e proprio interesse di natura psicologica che scruta i riflessi
interiori e spirituali dell’esperienza d’amore portando l’indagine verso una perlustrazione della
fenomenologia amorosa. Tutto ciò porta, innanzitutto, alla sostituzione del ruolo di protagonista, che passa
dalla Donna ad Amore, oggettivato e personificato; in secondo luogo, l’attenzione alla fenomenologia
d’amore attiva un repertorio di immagini più ricco rispetto a quello fissato dai provenzali con frequente
ricorso al mondo naturalistico, al mondo dei lapidari e dei bestiari. La presenza monotematica spinge i poeti
ad una concentrazione verso il lavoro formale. Tale lavoro spinge la poesia ad una destinazione
esclusivamente di lettura e, dunque, rifiuta l’accompagnamento musicale.
L’appartenenza ad uno stesso ambiente e l’univocità tematica non appiattiscono, però, le identità dei poeti.
E il più famoso tra quelli siciliani è Giacomo da Lentini (1210 ca- 1260 ca), detto il Notaro. Il suo canzoniere
comprende una quarantina di componimenti, tra cui anche sonetti9, di cui è inventore. Giacomo da Lentini
mostra di padroneggiare gli schemi della tradizione provenzale e di saper inserire al loro interno notevoli
innovazioni: sul piano tematico, egli tende all’interiorizzazione, all’analisi dei movimenti psicologici dell’io
e alla descrizione della fenomenologia d’amore; sul piano della creazione e della fantasia delle immagini,
egli procede con analogie che rimandano al mondo sociali e quello naturale e vegetale.
Dell’ambiente siciliano, merita menzione un testo giustamente famoso di Cielo d’Alcamo: Rosa fresca
aulentissima. Nelle strofe del componimento, trova animazione un battibecco tra un corteggiatore che tenta
di piegare ai suoi desideri una contadina e la contadina che, dopo aver rintuzzato le dichiarazioni e le
profferte del suo interlocutore, da ultimo cede. La materia popolare potrebbe trarci in inganno, ma il testo è
un componimento di accorta sapienza letteraria modellato sull’esempio della “pastorella”, un genere della
tradizione provenzale.

8
Probabilmente viene a conoscenza della poesia provenzale grazie all’area Franco-Veneta.
9
Componimento poetico composto da 14 versi endecasillabi ( 2 quartine e 2 terzine ).
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La poesia siculo toscana e Guittone d’Arezzo.


Nel 1250 muore Federico II e con lui muore il progetto culturale della Magna curia. Tuttavia, il magistero
dei siciliani non resta senza un’eredità. Alcune tracce del loro patrimonio poetico si ritrovano: in Umbria,
con Iacopone da Todi, il quale trasferisce in ambito religioso certi aspetti dell’ambito amoroso della poesia
siciliana; in Emilia con alcuni poeti del calibro di Onesto da Bologna o Ghislieri ; in Toscana, la regione che
dopo la disfatta ghibellina del 126610, diviene centro egemone dell’attività poetica. La continuità in terra
toscana della poesia siciliana è comprovata dalle trascrizioni in codici toscani delle poesie dei siciliani, col
conseguente snaturamento del colorito linguistico originario ed è confermata dall’abbondante produzione dei
cosiddetti poeti «siculo-toscani». Col trasferimento dalla Sicilia dell’Impero alla Toscana dei comuni, la
poesia passa ad un uso esclusivamente letterario dell’ambiente cortigiano ad un uso anche politico, in quanto
i poeti tendevano a partecipare alla vita pubblica con i loro versi. Si comprende, dunque, che la poesia può
farsi carico di responsabilità morali e civili. Di questo passo, la poesia allarga il suo spazio di pertinenza e,
accanto all’amore, si affacciano temi di natura etica e politica.
In questa fase di rinnovamento della poesia, la figura di maggior spicco è quella di Guittone del Viva
d’Arezzo ( 1235 ca- 1294 ). La prima parte della sua produzione è incentrata alla lirica d’amore. Guittone si
rivela estraneo alle potenzialità sublimanti della fin’amor, ovvero di quell’amore che migliorava e raffinava
chi ne facesse esperienza, ed anzi lui fa ricorso alla poesia di carattere amoroso per scopi prevalentemente
pratici ed utilitaristici. Nel suo «manuale del libertino», Guittone espone una serie di istruzioni sull’arte della
seduzione. In alternativa alla lirica amorosa, la poesia diventa per Guittone il campo di una insistita
sperimentazione tecnica, che si risolve nella ricerca degli artifici del trobar clus. Tuttavia, la sperimentazione
formale non soffoca il maturare di una profonda crisi interiore e i sintomi di quel risentimento morale ( che
andrà poi a sfociare nella conversione ) che cominciano ad affacciarsi in alcuni componimenti tra il 1257 e il
1262. Questi componimenti si pongono l’obiettivo di chiarire gli ideali etico-politici dell’autore. Al culmine
di questa fase si colloca la canzone per la rotta dei guelfi fiorentini a Montaperti nel 1260. La canzone è Ahi,
lasso! Or è stagion de doler tanto. La rotta dei guelfi dà modo al poeta di aprire una più ampia riflessione
storica: secondo Guittone, Firenze, che era destinata a divenire la Roma dei suoi tempi, pagava il prezzo
delle divisioni politiche interne. Nel 1265, a termine di un lungo travaglio spirituale, Guittone lascia la
moglie ed i figli per aderire alla confraternita laica dei cavalieri di Santa Maria. La canzone manifesto della
sua conversione è la canzone Ora parrà s’eo saverò cantare : il poeta annuncia il programma della sua
nuova poesia abbandonando l’amore perché irrazionalità e «follore», ovvero pazzia.

10
Battaglia di Benevento che vede la sconfitta del figlio di Federico II, Manfredi.
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Stilnovismo.
Per una corretta interpretazione del fenomeno, il dolce stil novo deve essere analizzato nei suoi aggettivi
costitutivi. “Novo” può essere preso alla lettera nel suo semplice significato di “nuovo” per indicare
l’appartenenza dei poeti stilnovisti ad una posizione di avanguardia letteraria. Ma “novo” può anche essere
messo in relazione col suo corrispettivo provenzale “nou” o “novel” che, in riferimento al trobar, indicava un
modo di poetare che scaturiva da un rinnovamento interiore del poeta. La novità si manifesta nei contenuti e
nelle forme di una nuova poesia, nell’interiorizzazione dell’essenza d’amore11. Tale processo di
interiorizzazione segna anche un netto scavalcamento della poetica guittoniana, la quale non era riuscita a
comporre la contraddizione amore/passione. In questo modo, nella seconda parte del Duecento, emergono
due direzioni entro cui si muove la poesia: da una parte i guittoniani, i quali affidano alla poesia una
responsabilità didattica alimentata dalla spiritualità cristiana; dall’altra gli stilnovisti, il cui carattere elitario
costituisce l’esito di una cultura laica ed estranea ad una diretta intenzione pedagogica e a una destinazione
politica. “Dolce”, invece, fa riferimento ad un ideale di «dolcezza» e raffinatezza formale da proporre come
volgare illustre, come lingua sovra regionale.
Abbiamo già fatto riferimento all’interiorizzazione dell’essenza d’amore per gli stilnovisti, quindi ora
torniamo sul tema dell’amore e, in particolar modo, sull’esperienza d’amore. L’esperienza d’amore, che è il
requisito egemone dell’apparato dottrinale dello stilnovismo, risulta spogliata di riferimento o a situazioni
esterne perché vissuta nella sua natura di fenomeno interiore: l’esperienza d’amore diventa dottrina la cui
conoscenza permette all’uomo di percorrere una scala di elevazione morale e spirituale indicata dall’amata.
L’amata, la donna, non è più signora socialmente superiore al cavaliere, il quale le tributa l’omaggio, ma
diventa creatura la cui bellezza assume un valore etico prima ancora che estetico. La donna del dolce stil
novo è portatrice di virtù, è donna-angelo che assolve ad una duplice responsabilità: una, terrena e mondana,
che consiste nel far sì che si manifesti la gentilezza dell’innamorato attraverso il suo comportamento
virtuoso; l’altra, alta e spirituale, di mediazione tra l’uomo e Dio. La donna-angelo diventa, dunque,
conciliazione tra amore per la creatura umana e amore di Dio.
Ma perché in una società come la Firenze del Duecento, con tanti problemi pratici e concreti da affrontare,
risulta così centrale una questione astratta e teoretica come quella dell’amore? Bisogna osservare che nella
poetica del dolce stil novo il tema dell’amore diventa polo di catalizzazione di problematiche di ordine
culturale e sociale, che trascendono la stretta specificità della casistica sentimentale. Il dibattito che si forma
tra Amore e ai suoi rapporti con la gentilezza scaturisce dalla necessità di rideterminare e riqualificare le
posizioni sociali. In questa concezione, si rifiuta la coincidenza tra fra gentilezza e nobiltà di sangue. Si
respinge il principio di ereditarietà di sangue: la nobiltà si acquisisce attraverso le virtù individuali
dell’uomo. Questa concezione si giustifica nella società borghese di fine Duecento, aperta al riconoscimento
dei requisiti personali in cui si invera la nobiltà d’animo. Tuttavia, è importante sottolineare che
l’elaborazione concettuale degli stilnovisti non si pone come obiettivo una «democratizzazione» della cultura
e della società. Al contrario, gli stilnovisti tendono a selezionare una ristretta élite che, in base al sapere, alla
raffinatezza formale, alle virtù interiore, tenderà a formare una nuova aristocrazia.

Guido Guinizzelli e il manifesto dello stilnovismo


Il dolce stil novo, che ha il suo epicentro a Firenze, ha, però, come luogo d’origine Bologna12. A Bologna,
nasce Guido Guinizzelli ( 1235 ca – 1276 ), colui che Dante saluterà nel Purgatorio come «padre/ mio e
dell’altri miei maggior che mai/ rime d’amor usare dolci e leggiadre», fissandone, così, il ruolo di
precursore del dolce stil novo. Canzone manifesto della sua produzione è Al cor gentil rempaira sempre
amore, non a caso considerata anche manifesto del movimento stilnovistico poiché ne enuncia le idee
capitali. Già dal primo verso, il verso che, tra l’altro, dà anche il titolo alla canzone, si sottolinea il principio
di corrispondenza tra amore e cuor gentile che, dal punto di vista sociologico, equivale alla rivalutazione
della nobiltà del cuore contro la nobiltà del sangue. E’ invece nella stanza finale che emerge un altro aspetto,
fondamentale quanto il primo: la concezione della donna. Il poeta immagina di dover giustificare al cospetto

11
XXIV CANTO PURGATORIO
12
Bologna è una zona culturalmente prosperosa grazie all’università
Riassunto esame Letteratura italiana

di Dio il motivo delle sue lodi alla donna13. L’unica risposta che saprà dare il poeta è che ha amato una donna
che «tenne d’angel sembianza». Così facendo, però, Guinizzelli rivelerà come il suo desiderio non sia stato
rimosso per via di sublimazione: il processo di scorporamento dell’identità della donna e di assoluta
interiorizzazione del sentimento d’amore non risulta, con lui, ancora del tutto compiuto. Solo con Dante, la
donna non avrà solo le sembianze di un angelo, ma essa stessa sarà angelo.

Guido Cavalcanti
Guido Cavalcanti ( 1259 ca – 1300 ) nacque a Firenze. Fu un attivissimo guelfo bianco, particolarmente
avverso al capo della fazione dei guelfi neri, Corso Donati. A seguito di una rissa, nel 1300, viene
condannato al confino per decisione dei priori, tra i quali c’era l’amico Dante Alighieri 14. Relegato a
Sarzana, si ammala. Ammalato, gli viene concesso il rientro a Firenze, ma nell’Agosto dello stesso 1300
muore.
Nel canto X dell’Inferno, Dante incontra il padre di Guido, Cavalcante Cavalcanti. Dall’incontro tra i due,
viene fuori la descrizione di un Guido refrattario a teologia, fede, spiritualità e interamente votato alla sola
razionalità umana.
Rispetto agli altri componenti del dolce stil novo, Cavalcanti vive in maniera peculiare l’esperienza d’amore:
egli è conscio dell’unicità e della contingenza dell’emozione sentimentale e tale consapevolezza suscita in lui
non l’abbandono del momento, ma la ricerca di una motivazione. Guido, è pur sempre un razionale che
assiste impotente al manifestarsi di un fenomeno irrazionale, qual è l’amore. A questo amore, Cavalcanti non
riesce a riconoscere alcuna prerogativa di sublimazione che, per via morale o religiosa, lo qualifichi come
esperienza gratificante: dunque, non resta che soffrirlo in quanto doloroso e mortale. Ontologia e
fenomenologia d’amore sono analizzate nella canzone Donne me prega, perch’eo voglia dire. E’ un testo
molto complesso, che abbraccia il sapere filosofico del poeta, soprattutto il sapere della filosofia di Averroè.
Guido fa propria la concezione secondo la quale la sede dell’amore si trova nell’anima sensitiva, al di fuori
del controllo della ragione. L’apparizione della donna e l’impossibilità dell’uomo di vivere il fenomeno
d’amore con gioia provocano in lui tremore, paura, smarrimento. Nell’analisi e nella descrizione di questi di
questi effetti, il poeta oggettiva l’impressionismo psichico del movimento degli «spiritelli», ovvero quelle
entità materiali che si formano nel cuore e rendono visibile il processo di distruzione fisica e spirituale che il
poeta soggiace nel subire il turbamento d’amore. Nel sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core, lo
sguardo della donna fa penetrare Amore nell’uomo tanto «che’ deboletti spiriti van via» e il poeta percepisce
«morto ‘l cor nel lato manco».

13
Nel medioevo, la lode era riservata per Dio e/o la Vergine.
14
L’amicizia con Dante è tanto forte che quest’ultimo invierà proprio a Cavalcanti il sonetto-questione A ciascun alma
presa e geltil core. Cavalcanti poi risponderà con il sonetto Vedeste, al mio parere, onne valore. Inoltre, l’amicizia
sembra palesemente dichiarata dal sonetto dantesco Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io.
Riassunto esame Letteratura italiana

La prosa dal Duecento al Trecento.

La Retorica e la prosa scientifica.


La fondazione della retorica volgare si situa a Bologna, città culturalmente all’avanguardia grazie al prestigio
della sua università. Lì, dal 1195 al 1215, fu docente di grammatica e retorica il toscano Boncompagno da
Signa, il cui testo più importante, la Rhetorica antiqua, proponeva un tipo di retorica semplificata secondo
l’uso della Chiesa ed insisteva sul significato della retorica come dottrina necessaria a collegare le arti
liberali e il diritto. Altra figura importante per la Bologna della prima metà del Duecento è quella di Guido
Faba, autore della Gemma Purpurea ( 1243 ca ), un trattatello di retorica epistolografica che istituisce un
rapporto di parità tra latino e volgare. Successivi sono i Parlamenta et epistole: qui un parlamentum, ovvero
un argomento, prima viene esposto in volgare, poi viene sottoposto a tre traduzioni latine differenti per
ampiezza e stile ( maior, minor, minima ), al fine di presentare dei modelli di discorso o di lettera da usare
secondo le circostanze. Sempre in ragione dell’ars dictandi della prima metà del Duecento, bisogna far
menzione delle Lettere di Guittone d’Arezzo. Usando uno stile elevato, sostenuto, che rispetta le regole del
cursus15, Guittone scrive una trentina di lettere indirizzate, per lo più, ai «frati gaudenti». Le lettere trattano
problemi religiosi e questioni morali.

Fiorentino, e non Bolognese, è Brunetto Latini ( 1220 ca – 1294 ca ), il quale scrive, al tempo dell’esilio in
Francia16, la Retorica. Il testo consiste nella traduzione dei primi diciassette capitoli del De Inventione di
Cicerone, con l’aggiunta di un ampio commento. Oltre a dare sfoggio, nel commento, alle sue numerose
conoscenze didattiche, Brunetto esprime quelle che sono, a parer suo, le competenze della retorica: stabilire
le norme del «dire» e quelle del «dittare»: le norme del «dire» riguardano l’oratoria, utile nei processi e nel
«saper dire in ambascerie et in consigli de’ signori e delle comunanze»; le norme del «dittare» sono riferiti ai
componimenti letterari quando queste agiscono da strumento di ammaestramento, quando «muovono li animi
a ben fare». E’ d’obbligo menzionare, sempre di Brunetto Latini, un testo che poco ha a che fare con la
retorica, ma che è molto legata all’enciclopedia ed alla prosa scientifica: il Tresor, opera scritta in francese.
In questo testo, Brunetto riversa il patrimonio delle sue conoscenze, le quali non nascono da speculazioni
originali, ma sono frutto di rielaborazioni di cognizioni già note. Sono tre i libri in cui articola il suo Tresor
ed in cui versa tutta la sua conoscenza. Per lo spirito laico, il Tresor segna un passo in avanti rispetto all’altra
summa enciclopedica duecentesca, scritta in latino : lo Speculum di Vincenzo di Beauvais, d’impronta
scolastica e spirito religioso. Continuando per un attimo la prosa scientifica, dobbiamo ricordare La
composizione del Mondo colle sue cascioni di Restoro d’Arezzo, che forse fu frate e che portò a termine il
suo libro nel1282. Rispetto a Brunetto, che, come detto, intende riversare nel suo testo tutto le sue
conoscenze, Restoro focalizza la sua attenzione alla cosmogonia e all’astronomia. Il fine del sapere
scientifico, per Ristoro, diviene quello di portare alla luce il funzionamento e le manifestazioni del
meccanismo della concordia discors, il meccanismo su quale si sostiene l’universo.

La spinta culturale del Duecento non si esaurisce nella volontà di dare un nuovo volto alla Retorica: nel
Duecento si assiste ad una fervida attività di volgarizzamento.
Se parliamo di volgarizzamenti dal latino, impossibile non menzionare la figura di Bono Giamboni ( 1240-
1292 ), fiorentino. Oltre al volgarizzamento del Tresor brunettiano, citiamo anche il volgarizzamento delle
Historiae ad versus Paganos di Paolo Orosio. Non di volgarizzamento, ma di rimaneggiamento è, invece,
quello fatto sul De miseria humane conditionis di Lotario Diacono, il futuro Papa Innocenzo III. Opera
originale, ma che comunque riprende molte fonti antiche, è un testo allegorico-narratico: Il Libro dei Vizi e
delle Virtudi. Ma i volgarizzamento non vengono solo fatti tenendo conto dell’esperienza latina, ma anche ( e
soprattutto ) dell’esperienza francese. Il dominio francese è quello romanzesco. La leggenda di Troia viene

15
Seguire le regole del cursus vuol dire seguire un andamento ritmico della prosa codificato da alcune precise norme e
ricorrendo a costanti colori retorici.
16
Brunetto era un Guelfo. In missione diplomatica presso il Re Alfonso X di Castiglia ( missione relativa proprio al
chiedere aiuto contro i Ghibellini ), gli giunge la notizia della disfatta guelfa nella battaglia di Montaperti ( 1260 ).
Venuto a conoscenza dell’evento, si auto esilia in Francia.
Riassunto esame Letteratura italiana

ripresa dal Roman de Troie di Benoit de Sainte-Maure, che sarà tenuto presente dal Boccaccio per il
Filostrato. Dalla medesima fonte francese vengono ricavati anche l’anonima Istorietta troiana, di fine
duecento, ed un altro volgarizzamento, del 1322, del senese Binduccio dello Scelto. I volgarizzamenti
permettono anche la divulgazione in Italia del mondo arturiano con il Tristano Riccardiano e la Storia di
Merlino del cronista Paolino Pieri.

Cronache e Dino Compagni.


Nel mondo comunale, animato da passioni politiche e risentimenti faziosi, l’adesione al presente non
prescinde da un forte interesse per il passato: nascono le cronache. Il più vivace storiografo del Duecento fu
il francescano Salimbene da Parma (1221-1288), autore di una Cronica in cui racconta gli avvenimenti
italiani dal 1168 fino all’anno della sua morte. La cronaca è scritta in latino, un latino molto dialettale ( in
linea con una materia contemporanea ) e l’autore si propone di assumere il punto di vista del testimone
diretto.
Ma il maggior cronista vissuto tra duecento e trecento è un contemporaneo di Dante, come lui si parte Guelfa
bianca : Dino Compagni (1260-1324). Nella sua Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, scritta tra il
1310 e il 131217, compendia le vicende di un ventennio (1280-1300) e riserva una parte speciale alla
descrizione delle tappe italiane di Arrigo VII e le lotte civili che lacerano Firenze tra il 1300 e il 1308: tutti
questi argomenti, sono quelli che Dino ha vissuto in prima persona e, pertanto, si affida alla memoria
personale e, quando questa non è sufficiente, ricorre a testimonianze altrui. La plausibilità delle
testimonianze è convalidata secondo il criterio della maggioranza.

Prosa narrativa.
Nel Duecento manca il romanzo. La letteratura italiana privilegerà, per molto tempo ancora, la novella. Si
possono individuare, in Italia, alcune raccolte che si iscrivono nel segno della narratio brevis. Uno di questi è
il Libro dei Sette Savi, il quale propone lo schema dell’incorniciamento, fondato sul pretesto del ricorso al
novellare come espediente per sospendere una sentenza di morte. Protagonista della cornice è il figlio di un
re che è condannato a morte dal padre perché ingiustamente la matrigna lo ha accusato di averla insidiata. Il
ragazzo non può difendersi perché il precettore gli consiglia l’assoluto silenzio. Per rimandare la sentenza di
morte, allora sette savi che vivono a corte rimandano la sentenza narrando, ognuno, una novella misogina.
Ogni novella viene controbattuta da una novella di segno opposto dalla regina. Il soffermarsi della narrazione
serve a guadagnare tempo. In questo modo, al giovane sarà possibile parlare e gli sarà facile dimostrare la
propria innocenza. Di un anonimo scrittore toscano è una raccolta di venti leggende storiche e cavalleresche:
Conti di antichi cavalieri.
Menzione speciale va al cosiddetto «Novellino», un titolo convenzionale ricava lato dal modo in cui, nel
Cinquecento, il monsignor Giovanni della Casa indicò questa raccolta di novelle. Il Novellino registra in
chiave narrativa i gusti, mentalità e aspirazioni della società di fine Duecento. Contemporaneamente, però,
l’anonimo autore è preoccupato di recuperare i valori del mondo cortese, come l’onestà, la lealtà, la
liberalità.

17
Dino Compagni, come Dante fu Guelfo Bianco, fu Priore e, sempre come Dante, fu scosso dalla stesse illusione della
discesa in Italia di Arrigo VII.
Riassunto esame Letteratura italiana

Dante Alighieri
Dante Alighieri (1265- 1321) nasce a Firenze, figlio di Alighiero, figura terminale del declino del ruolo di
piccola nobiltà della famiglia acquisito dal trisavolo Cacciaguida. Nonostante tutto, il padre, uomo d’affari,
riesce comunque a consentire al figlio una buona istruzione prima nella scuola di Brunetto Latini 18, poi, fra
l’86 e l’87, all’Università di Bologna. Nel 1289 partecipa tra le fila della parte guelfa ai combattimenti della
propria città contro i ghibellini di Arezzo, nella vittoriosa battaglia di Campaldino. In armi è anche nello
scontro della Caprona contro Pisa. Nel 1290 muore Beatrice. Dante, che già aveva scritto componimenti in
versi nella nuova lingua volgare, ricostruisce la storia amorosa nel libretto della Vita nuova.

La Vita nuova (1293-1295) è la testimonianza lirica e, insieme, il ripensamento idealisticamente trasfigurato


dell’esperienza amorosa della giovinezza: Beatrice, la donna amata, conduce il poeta al suo rinnovamento. Il
rinnovamento è duplice: c’è un rinnovamento interiore, che produce un raffinamento umano e morale; c’è un
rinnovamento letterario, che consiste nel superare schemi formali ormai logori.
Per la Vita nuova, Dante sceglie, entro il corpus della sua produzione giovanile, 31 componimenti ( 25 di
essi, sonetti ). Le poesie vengono collegate tra loro tramite la prosa, che, se da una parte funziona da tessuto
narrativo perché serve ad introdurre e giustificare la circostanza da cui hanno tratto le poesie, dall’altra è
rivolta a spiegare gli aspetti retorici e formali delle liriche. Tale struttura di prosa e versi è chiamata
prosimetro. E’ importante sottolineare che non si deve considerare il «libello» come un vero e proprio
documento auto biografico sia per il lavoro accurato di selezione del materiale sia per il tema. Il protagonista
è, sì, Dante, il quale racconta la sua giovinezza alla luce dell’esperienza d’amore, ma è un Dante che traccia
un tragitto di salvezza concessagli dal disvelamento della natura angelica della donna amata.
Dante, all’inizio del «libello», ci riferisce della prima volta in cui gli appare Beatrice, a nove anni, e di
quando la rivede nove anni dopo. Insistendo sul numero nove, si insiste su un segno di perfezione in quanto
nove è multiplo di tre, numero indicativo della Trinità. Si passa, poi, al «saluto», da intendersi sia alla luce
dell’etimologia latina di «salvezza», sia al nome della stessa donna, portatrice di beatitudine. Entrambe le
concezioni prefigurano una destinazione non mondana dell’incontro.
Il primo sonetto della Vita nuova è A ciascun’alma presa e gentil core, ovvero un sonetto questione inviato a
tutti i «fedeli d’amore» perché risolvano i dubbi del poeta, in particolare quello del macabro spettacolo della
donna amata che si pasce del suo cuore. Fra i molti che risposero, «fue risponditore» Guido Cavalcanti col
sonetto Vedeste, al mio parere, onne valore.
Il saluto dispone Dante all’amore e al contegno perché Amore, sul piano di rapporti sociali, secondo le regole
dell’amor cortese, esige discrezione e segretezza. Dante, pertanto, mette in atto una strategia di gesti e di atti
che possano celare l’identità di Beatrice. Egli prende, così, a far credere che sia interessato ad un’altra donna:
una «gentil donna schermo della veritade». Ma quando quest’ultima si allontana da Firenze, il poeta rivolge
il suo finto amore ad una seconda donna. Beatrice, venuta a sapere del suo comportamento, lo punisce
togliendogli il saluto. Il poeta entra in uno stato di prostrazione che ha il suo momento più acuto quando,
invitato ad una festa di nozze cui partecipa anche Beatrice, nell’accorgersi della presenza di lei, il poeta
trema ed impallidisce. Nonostante questo, Dante non suscita compassione in Beatrice: anzi, la reazione di lei
e delle sue amiche è di scherno, di «gabbo», stando all’incipit del sonetto Con l’altre donne mia vista
gabbate. In questo momento di crisi, Dante non a caso userà un repertorio d’immagini cavalcantiano. Dante
supererà la condizione che lo fa soffrire solo attraverso uno scatto mentale: quando si rende conto che gli è
preclusa la facoltà di realizzare il fin’amor cortese, perché la donna l’ha privato del saluto, e lui si rende
conto di non riuscire neanche a sostenerne la vista, scavalca il traguardo del saluto quale fine del suo amore.
Egli assolutizza il sentimento d’amore con il proposito di riporre la beatitudine esclusivamente nella lode alla
donna amata. Con «lo stilo de la loda», l’omaggio diventa mezzo e fine della devozione amorosa:
l’appagamento consiste nella felicità di un canto totalmente votato alla celebrazione dell’amata e nella lode
della donna. Su questi presupposti si fonda la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore, a seguito della
quale si allineano Amor e ‘l cor gentil sono una cosa e Tanto gentile e tanto onesta pare, ove si impone
l’identità di figura miracolosa assunta da Beatrice. E proprio riguardo alla figura della donna amata, Dante
attua un ulteriore passo in avanti rispetto ai suoi colleghi dello stilnovo. Ricordiamo che Guinizzelli
immagina di giustificarsi d’innanzi a Dio ritenendo che la donna «tenne d’angel sembianze» e, dunque, per
lui la donna amata sembra un angelo; Dante, in Donne ch’avete, osserva che il cielo «non have altro difetto»

18
Dante si dimostrerà proprio come continuatore del modello intellettuale incarnato da Brunetto Latini
Riassunto esame Letteratura italiana

che l’assenza momentanea di Beatrice, «venuta/da cielo in terra a miracol mostrare» ( Tanto gentile ). Per
Dante, dunque, la donna è un angelo. L’identificazione della donna con una creatura celeste è
successivamente ribadita dal coro degli angeli che accompagna la sua ascesa al cielo, come è evidente nella
sua canzone Donna pietosa e di novelle etade.
Dante non racconta la morte di Beatrice, ma la preannuncia e, quando accade, comunica l’evento. La
scomparsa di lei non condiziona la sostanza di un amore che non ha bisogno della presenza della donna
perché si esalta della sua spiritualità e della sua trascendenza. Se l’animo è rivolto al cielo, ove è Beatrice, i
vincoli terreni, resi insidiosi dall’instabilità, portano, però, Dante verso la strada del peccato. A Dante appare
una «donna pietosa», la quale prova compassione per lui. Il poeta si lascia attrarre dalla giovane e per lei
compone quattro sonetti, di registro cavalcanti ano, che sembrano rispecchiare una retrocessione ad un
vagheggiamento di stile cortese. Solo l’apparizione in sogno di Beatrice aiuta Dante a rimuovere il
«malvagio desiderio» per la donna pietosa. La «gentilissima Beatrice», così, gli si rivela nella gloria celeste.
A seguito di questa visione, Dante si congeda dal suo libello con la promessa «di non dire più di questa
benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei» e con la speranza «di dicer di lei quello
che mai non fue detto d’alcuno».
La componente mistico-religiosa non deve lasciare in ombra il carattere eminentemente letterario dell’opera,
che si manifesta in almeno due risoluzioni: nel progetto di fare della Vita nuova una summa dell’attività
poetica giovanile; nell’appoggio del discorso a citazioni che vanno dalla Bibbia ad autori e opere della
letteratura classica e di quella medievale.

Dante non si preoccupò mai di raggruppare ed ordinare in un libro organico i componimenti lirici rimasti
esclusi dalla Vita nuova. Tali poesie extravaganti, composte fino al 1308, costituiscono il libro delle Rime.
Sono presenti, in questa raccolta, sonetti di corrispondenza tra l’Alighieri e Dante da Maiano, riconducibili al
magistero tecnico di Guittone ( magistero che verrà presto abbandonato ); sono presenti poesie di carattere
personale come il sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io
Appartengono al periodo del traviamento successivo alla morte di Beatrice, i sonetti della tenzone con Forese
Donati19. Sono sei sonetti, tre per ciascuno, di botta e risposta in cui i due contendenti non hanno freni nello
scambiarsi insulti, nella logica dell’improperium proprio dello stile comico. L’episodio, richiamato da Dante
stesso nel Purgatorio, si configura come un esercizio letterario che si affianca ad analoghe soluzioni
realistiche e giocose adottate da Rustico di Filippo e Cecco Angiolieri. I frutti di questo esercizio stilistico si
potranno cogliere nel linguaggio delle Malebolge infernali.
Si riscontrano in alcuni componimenti anche un impegno nello studio filosofico. Esempi principi dello studio
filosofico sono le canzoni Le dolci rime d’amor ch’io solia, nella quale Dante offre un contributo sul
dibattito circa il concetto della nobiltà, e Poscia ch’Amor del tutto mi ha lasciato, che espone il concetto di
leggiadria, che consiste nell’unione di «sollazzo», «Amore» e «opera perfetta». Tra il 1296 e il 1298, Dante
scrive quattro componimenti, le cosiddette «rime petrose». La donna Petra è l’opposto della donna
angelicata: per la sua durezza, si rivela avversa e crudele. Tale caratteristica della donna si riversa nello stile
della poesia ( stile aspro ) e su un repertorio di immagini che richiama il gelo, la «fredda neve», la «noiosa
pioggia». E’ un amore, non solo non corrisposto, ma ( e soprattutto) è un amore che non eleva, è un amore
dei sensi. L’aspetto più rilevante di queste rime è il tecnicismo estremo che si esplicita in Amor, tu vedi ben
dove Dante usa, in sessantasei versi, solo cinque parole-rima.
Al tempo dell’esilio dantesco20, è da menzionare la canzone Tre donne intorno al cor mi son venute ( 1302 ).
Al poeta, solo ed esule da Firenze, fanno visita tre donne, che personificano la Giustizia divina, la Giustizia
umana e la Legge positiva. Queste appaiono al poeta prostrate nell’animo e lacere nelle vesti, ma ancora fiere
e dignitose. Dante si rende conto di come la sorte da esule si iscrive nel quadro di una ingiustizia generale al
punto che l’afflizione si converte in scatto d’orgoglio.

Al di fuori dell’incontro e dell’amore per Beatrice, un altro evento segna profondamente la vita di Dante:
l’esilio. In maniera ufficiale, Dante accede alla vita politica solo a partire dal 1295, ovvero quando le
restrizioni degli Ordinamenti di Giustizia promulgati due anni prima da Giano della Bella, che impedivano ai
nobili l’accesso alle pubbliche magistrature, furono attenuate: fu consentito anche ad un nobile, purché non
magnate, di ricoprire incarici pubblici, a condizione che si immatricolasse in una corporazione. Dante, da
cultore di studi filosofici, entrò a far parte dell’Arte dei medici e degli speziali, che inglobava medici,

19
Fratello di Corso Donati, il futuro capo dei Guelfi Neri
20
Sull’argomento dell’esilio, ci torneremo più avanti.
Riassunto esame Letteratura italiana

filosofi, poeti e uomini di cultura. Ma qual è la Firenze in cui Dante fa politica? E’ una città lacerata da forti
contrasti tra la famiglia guelfa dei Cerchi, mercanti arricchiti di umili origini, che avevano il sostegno di ex
ghibellini e popolani, e la famiglia dei Donati, aristocratici appoggiati dall’aristocrazia. I primi saranno
chiamati Guelfi Bianchi, i quali saranno autori di una politica di forte rivendicazione dell’autonomia del
Comune; i secondi saranno chiamati Guelfi Neri, i quali praticheranno una politica di forte rapporto col
Papa. Dante aderirà alla politica dei Bianchi, soprattutto per la crescente preoccupazione dei soprusi di Corso
Donati, il capo della famiglia Donati e leader dei Neri. Nel 1300, Dante viene nominato priore per il bimestre
giugno-agosto. Durante questo incarico, una violenta rissa tra le due fazioni provoca il confino a Perugia per
sette capi di parte Nera e il confino a Sarzana per altrettanti capi Bianchi. Tra i Bianchi, c’era l’amico Guido
Cavalcanti. Nel 1301, Dante è uno dei tre ambasciatori fiorentini inviati a Roma presso Bonifacio VIII per
dissuaderlo dal far giungere a Firenze Carlo di Valois, il quale doveva fungere da paciere tra le due fazioni
fiorentine. Il Papa, dopo aver congedato i due accompagnatori di Dante, trattiene il poeta a corte. Viene, così,
a trovarsi fuori città quando Carlo di Valois fa il suo ingresso a Firenze favorendo l’ascesa dei Neri. Si
aprono processi sommari nei confronti dei Bianchi e Dante è una di queste vittime: viene condannato in
contumacia all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ad una multa e al confino per due anni. Dante, che al
momento della sentenza (1302) doveva trovarsi a Siena, non si presentò entro i tre giorni prescritti per pagare
l’ammenda. Con ulteriore sentenza, Dante verrà, così, condannato a morte e i suoi beni saranno confiscati.
Per evitare di essere catturato, Dante sceglie l’esilio. Nel 1303 sta a Forlì, per poi passare, nello stesso anno,
alla corte di Verona presso Bartolomeo della Scala. Nel 1304, dopo la rotta dei compagni d’esilio contro i
Neri nella battaglia della Lastra, Danze perde le speranze di rientrare a Firenze. Dopo una breve sosta a
Treviso, tra il 1306 e il 1307 si sposta a Lucca Fino al 1311, Dante risiede nel castello di Poppi, nel
Casentino, ospite del conte Guido di Battifolle. Dal 1308 al 1313, Dante segue da vicino le mosse di Arrigo
VII di Lussemburgo. In lui, Dante vede la speranza della realizzazione del pensiero politico che trascriverà
nel De Monarchia. L’illusione svanisce per la morte prematura del Re nel 1313.
Nel 1312, Dante viene escluso da un’amnistia concessa a numerosi esule di parte Bianca.
Nel 1315 è probabile si trovasse in Toscana: di fronte alla possibilità di ottenere la grazia purché si
riconoscesse pubblicamente colpevole, respinge con sdegno l’offerta. Ancora una volta, trova ospitalità a
Verona presso Cangrande della Scala, ove si ferma fino al 1320. Inviato dal signore Ravennate in ambasceria
a Venezia, probabilmente si ammala. Rientrato a Ravenna, muove nel 1321 e il suo corpo viene sepolto
presso la chiesa di San Pier Maggiore, oggi Chiesa di San Francesco.

Dopo il fallimento del 1304 dei Bianchi di rientrare a Firenze, Dante si dedica alla meditazione filosofica. Il
risultato è la stesura di due trattati: il Convivio e il De vulgari eloquentia.
Nel Convivio Dante ricostruisce la propria identità collocando al centro dell’interesse la maturazione
avvenuta dopo la scomparsa dell’amata. All’autobiografismo amoroso, subentra l’autobiografia culturale.
Viene ripreso l’episodio della «donna pietosa» che prova compassione per il poeta dopo la morte di Beatrice:
non è una donna reale, ma, come afferma Dante stesso, «figlia di Dio, regina di tutto e bellissima filosofia.».
Dante riprende, dunque, la concezione di Boezio secondo la quale la filosofia può assumere il ruolo di
consolatrice.
Il termine convivio può essere tradotto con “banchetto”, “simposio”. Ai partecipanti viene offerta di volta in
volta una vivanda, ovvero una canzone accompagnata da un pane, cioè un commento che ne spiega i
significati facilitando la comprensione dei versi. Il trattato è a beneficio dei non letterati che abbiamo,
comunque, cuore gentile e desiderio di conoscenza. Dovendo rivolgersi ad un pubblico vasto, Dante usa il
volgare. Riconoscendo l’inferiorità del volgare col latino, Dante giustifica la sua scelta su tre ragioni: 1)
Sarebbe stato sconviene commentare in latino dei testi in volgare; 2) Il volgare aiuta a raggiungere più
persone; 3) Il volgare è loquela naturale.
I capitoli sono trenta, ripartiti in due parti: quindici sono diretti a confutare le definizioni errate del concetto
di nobiltà; gli altri quindici sono rivolti a determinare il significato della vera nobiltà e ad enunciare le facoltà
che caratterizzano l’uomo nobile.
Il De vulgari eloquentia, invece, è progettato in quattro libri e rimasto interrotto al quattordicesimo paragrafo
del secondo libro. Il proposito di Dante è analizzare i problemi della lingua e giustificare la dignità del
volgare. Poiché i destinatari del trattato dovevano essere i dotti, i «chierici», Dante scrive in latino.
Il primo libro è occupato da argomenti di linguistica generale e storica: il frazionamento linguistico seguito
dalla punizione divina per l’atto di superbia della costruzione della torre di Babele ha portato alla
suddivisione delle lingue europee in tre famiglie: germanica, greca e neolatina. La neolatina è tripartita in :
lingua d’oc, d’oil e del sì. L’ultima è il volgare italiano. La necessità di Dante sta nel trovare, nel
Riassunto esame Letteratura italiana

frazionamento linguistico e politico italiano, un volgare illustre. Studiando le quattordici varietà linguistiche
dei parlati regionali, Dante ritiene che nessuna di esse possiede i requisiti necessari a imporsi sulle altre.
Nonostante questo, consta che i maggiori poeti italiano hanno scavalcato i confini regionali esprimendosi in
un volgare sovra municipale unitario. Nel secondo libro, si preoccupa, invece, di chiarire forme e modi di
conferimento di dignità alla lingua nell’ambito della poesia.

Il solo trattato portato a compimento da Dante è la Monarchia, scritto in latino negli anni dell’esilio, tra la
venuta in Italia di Arrigo VII e il 1317, quando Papa Giovanni XXII nominò vicario imperiale Roberto
d’Angiò. Nei tre libri in cui si articola il trattato, Dante riversa le tre idee fondamentali del suo pensiero
politico: 1) l’Impero è istituzione necessaria per unire politicamente l’umanità; 2) il popolo romano è
deputato, per disegno della provvidenza, alla scelta dell’imperatore; 3) l’autorità imperiale e l’autorità
pontificia discendono direttamente da Dio e, dunque, i due poteri sono autonomi. La separazione delle
competenze non esclude, però, uno spirito di mutua collaborazione tra le due entità: è opportuno che
l’imperatore porti al Papa lo stesso rispetto che un figlio deve avere nei confronti del padre ed è conveniente
che il Papa gratifichi l’imperatore del beneficio illuminante della grazia, concessa grazie alla benedizione.

Prima di parlare della Commedia dantesca, sarà utile parlare delle Epistole e delle Egloghe.
Le tredici epistole di Dante ci sono giunte tutte in latino. Dante intende l’epistolografia come un genere
letterario cui far ricorso per corrispondenza diplomatica, per ammonimento morale, per partecipazione
politica, per interventi a carattere letterario. Spiccano tra le tante, tre epistole scritte tra il 1310 e il 1311, al
tempo dell’ascesa di Arrigo VII in Italia. Queste epistole sono indirizzare: ai signori d’Italia perché
accolgano l’imperatore; ai fiorentini; all’imperatore stesso. Da menzionare è l’epistola XIII, diretta a
Cangrande della Scala per annunziare la dedica e inviargli il primo canto del Paradiso. L’epistola chiarisce
motivazioni poetiche, morale e politiche che sono a fondamento del poema e ne illustra i criteri per una
corretta interpretazione ( anche distinguendo bene tra senso letterale ed allegorico ).
Tra il 1319 e 1320, sono, invece, le due Egloghe, in esametri latini, scritte in risposta a due analoghi
componimenti inviatigli da Giovanni del Virgilio, bolognese. Sotto la veste pastorale, ripresa da Virgilio,
Dante nella prima delle egloghe respinge la proposta del suo interlocutore di scrivere in latino il suo poema,
mentre nella seconda rifiuta l’invito a trasferirsi da Ravenna a Bologna.

La «Commedia»

Datazione. Poco dopo i quant’anni, Dante dà avvio alla stesura della Commedia. Risulta accettabile l’ipotesi
che colloca la composizione della prima cantica verso il 1306-1307: l’interruzione del Convivio e del De
vulgari eloquentia starebbero a confermare come l’urgenza del nuovo impegno intellettuale induca Dante a
lasciare incompiuti i due trattati. Comunque, i dati interni all’Inferno non ci portano oltre il 130921. Per il
Purgatorio, invece, il richiamo, nel canto XXIII, alla battaglia di Montecatini (1315), con la sconfitta dei
fiorentini, dovrebbe stabilire attorno a quella data la fase finale di redazione della cantica. Per il Paradiso,
siamo più informati: l’invio del primo canto a Cangrande della Scala, assieme alla nota epistola, e la
promessa di dieci canti nella seconda egloga, in cui si fa cenno del Paradiso come opera non ancora
completa, convalidano la congettura che l’inizio della composizione vada collocato attorno al 1316 e che la
conclusione coincida pressappoco con la morte del poeta.
Nome. Perché l’opera si chiama «commedia»? Lo spiega Dante stesso nell’Epistola a Cangrande: se nella
tragedia c’è un lieto inizio e un finale tragico, per la commedia è il contrario: inizio tragico e fine gioiosa. Lo
stesso vale per la Commedia dantesca: si parte da un inizio tragico (l’inferno) per arrivare ad una fine gioiosa
( il paradiso).
Stile. Nonostante si prediliga uno stile umile, non di rado Dante eleva il registro verso una raffinatezza ad
una preziosità espressiva elevati.
Fonti. Nel ricordare, nel secondo canto dell’Inferno, i precedenti viaggi ultraterreni compiuti da San Paolo e
da Enea, il poeta suggerisce anche le sue fonti: su San Paolo lo informano l’Apocalisse, la seconda lettera ai
Corinzi e la Visio Pauli; su Enea, la fonte è chiaramente il VI libro dell’Eneide. L’ultima fonte da tenere a
mente è l’immaginario medievale, di cui vengono impiegate tipologie costruttive e categorie mentali.

21
Nonostante questo, c’è chi ha azzardato a qualche integrazione fino ai primi mesi del 1314, prova ne è la profezia
della morte di papa Clemente V nel canto dei simoniaci.
Riassunto esame Letteratura italiana

Architettura poema. I canti sono ripartiti in tre cantiche da 33 canti ciascuna. Eccezione è l’Inferno, che
presenta 34 canti perché il primo è introduttivo.
La terzina incatenata lega gli endecasillabi ad un numero di 3 e 9, con l’aggiunta, a volte, di una unità per
formare il 10.
In ogni regno, le anime dei defunti sono distribuiti secondo un criterio di tripartizione: l’Inferno, il luogo
della dannazione eterna, è costituito da un vestibolo e nove cerchi; il Purgatorio, il regno dove si espia la
colpa, è composto dalla spiaggia dove approdano le anime, l’antipurgatorio, le sette cornici dove si
«purgano» i sette peccati capitali e, al culmine, il Paradiso Terrestre; il Paradiso, infine, è composto dai nove
cieli del sistema tolemaico più l’Empireo.
L’architettura organica del poema è rafforzata da corrispondenze interne sapientemente calcolate: tutte e tre
le cantiche affrontano l’argomento politico tranne il canto VI; l’inizio degli incontri con personaggi collocati
nei tre regni avviene sempre al canto III di ciascuna cantica; il vocabolo che chiude tutte e tre le cantiche è
sempre «stelle». Da notare, inoltre, come al centro dell’opera (ovvero ai canti XVI e XVII del Purgatorio) si
affronti i problemi del libero arbitrio e della dottrina d’amore. E’ nella parte centrale del Paradiso, infine,
che Dante colloca l’incontro col trisavolo Cacciaguida, dal quale apprende la giustificazione del suo viaggio
e del suo poema.

Il viaggio.
L’inferno. Dante immagina di compiere il suo viaggio ultraterreno quando è giunto al culmine della sua
parabola esistenziale, ovvero a trentacinque anni d’età, nel 1300. Il viaggio si svolge in 7 giorni, lo stesso
numero dei giorni impiegati da Dio nella creazione, a cominciare dal 7 Aprile, ovvero il Venerdì Santo,
oppure, secondo altri, dal 25 Marzo, ovvero il concepimento e morte di Cristo.
Dante, smarrito nella selva oscura, allegoria del peccato, pensa di poter trovare salvezza dirigendosi verso un
monte che vede illuminato dai raggi del sole. Il suo cammino è, però, ostacolato da tre fiere: una lonza,
allegoria dell’invidia; un leone, allegoria della superbia; una lupa, allegoria dell’avarizia. E’ soprattutto la
lupa a spaventare Dante, il quale è costretto a tornare verso la selva. Gli viene in soccorso Virgilio, inviato in
suo aiuto da Beatrice e della Vergine. Virgilio avverte che la lupa sarà cacciata dal mondo da un Veltro.
Intanto, per Dante, la salvezza potrà avvenire solo dopo che avrà percorso i regni della dannazione e della
purificazione. L’inferno è rappresentato come una profonda voragine a forma di cono, che è stata aperta sotto
Gerusalemme da Lucifero quando fu cacciato dall’Empireo assieme agli angeli ribelli e fu mandato a
conficcarsi al centro della terra. I dannati sono distribuiti lungo i cerchi degradanti di questo imbuto, secondo
un criterio di valutazione delle colpe che si rifà all’Etica Nicomachea ed alla Fisica di Aristotele. Viene
considerata la diversa gravità della tendenza al male, che dipende, in ordine crescente, dall’eccesso nel
seguire gli istinti naturali: dall’incontinenza fino alla violenza e alla frode. Pian piano che si scende, e ci si
allontana da Dio, cresce la gravità del peccato. Le punizioni infernali trovano corrispondenza, per
similitudine o per contrasto, col peccato commesso.
Dopo essere entrati nell’Inferno e aver superato l’Antinferno, dove sono collocate le anime degli angeli
rimasti neutrali e dei pusillanimi, Virgilio e Dante, condotti dal traghettatore Caronte, attraversano
l’Acheronte ed entrano nel primo cerchio infernale, il Limbo, ove si trovano le anime di bambini ed adulti
innocenti che non furono battezzati. Lì, nel buio infernale, spicca un «nobile castello». Tale edificio ospita
gli «spiriti magni» dei sapienti, degli eroi, dei poeti antichi. Questa è anche la sede di Virgilio.
Gli incontinenti, ovvero coloro che subordinarono la ragione e il senso della misura all’istinto e alle passioni,
occupano i cerchi dal secondo al quinto22. Successivamente, Virgilio e Dante giungono nei pressi della città
di Dite. Qui i diavoli impediscono l’accesso, ma un Messo celeste li mette in fuga. Entranti in città, si
presenta una pianura popolata di sepolcri infuocati: è il sesto cerchio, dove vengono puniti gli eretici, come
gli Epicurei, ovvero coloro che non hanno creduto nell’immortalità dell’anima. Emerge la figura del
ghibellino Farinata degli Uberti, di una generazione precedente a Dante e, nel corso di un animato dibattito
politico tra i due, a fianco di Farinata si leva in ginocchio Cavalcante Cavalcanti, il padre di Guido.
Nel settimo cerchio di stanno i violenti, che vengono ripartiti in tre gironi concentrici, a seconda dell’oggetto
della loro bestialità23. Seguono i violenti contro Dio, contro Natura, che è figlia di Dio, e contro l’arte, che è
figlia della natura: i bestemmiatori, i sodomiti ( Brunetto Latini ), gli usurai. Da qui, un mostro infernale,

22
Secondo cerchio i lussuriosi ( Paolo e Francesca). Terzo cerchio i golosi ( Ciacco che predice le sventura di Firenze ).
Quarto cerchio gli avari e i prodighi ( folla anonima nella quale si distinguono papi, cardinali e uomini di chiesa). Nel
quinto cerchio, immersi nella palude Stigia, troviamo iracondi ( Filippo Argenti ) e accidiosi.
23
Violenti contro il prossimo, contro se stessi ( Pier delle Vigne ) e negli averi.
Riassunto esame Letteratura italiana

Gerione, si carica sulla schiena Virgilio e Dante per calarli nell’ottavo cerchio, sede dei fraudolenti, coloro i
quali esercitavano la loro malizia contro chi non aveva particolari motivi per fidarsi di loro e che sono
distribuiti nelle dieci bolge che formano l’area infernale chiamata Malebolge. I dannati che le occupano sono
ruffiani, seduttori, adulatori, simoniaci (Niccolò III), indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri
fraudolenti, i formentatori di scandali, discordie, i falsari, falsificatori della persona, falsificatori della parola.
Nel nono cerchio sono puniti i peccatori che si macchiarono della colpa di frode contro chi aveva motivi di
fidarsi di loro. Loro, sono conficcati nel ghiaccio del lago Cocito, rapartito in quattro zone: Caina, i traditori
dei parenti; Antenora, traditori politici; Tolomea, i traditori degli ospiti; Giudecca, traditori dei benefattori.
Nella parte estrema dell’Inferno trova posto il traditore per eccellenza: Lucifero. Egli ha tre fatte. In ciascuna
bocca si trova un peccatore: Bruno e Cassio, traditori dell’Impero, e Giuda, traditore di Cristo. Virgilio e
Dante completano la loro discesa scivolando lungo il corpo di Lucifero. Raggiungono, così, il centro della
terra e qui si capovolgono. Salgono, quindi, lungo le gambe del diavolo e, dopo aver attraversato una caverna
scavata nella roccia dalla natura, giungono nell’emisfero australe, ove sorge la montagna del Purgatorio.

Purgatorio. Il Purgatorio si è formato con la terra uscita dalle viscere del mondo al momento della caduta di
Lucifero. Ai piedi della montagna del Purgatorio, Dante e Virgilio incontrano Catone Uticense, ovvero il
guardiano del luogo. Catone sollecita Virgilio a lavare la caligine infernale che copre il volto di Dante e a
cingerlo di un giunco, in segno di umiltà. Intanto giunge un angelo, il quale fa sbarcare le anime raccolte alla
foce del Tevere e che sono condotte verso l’espiazione. Fra queste, c’è anche quella del musico Casella,
amico di Dante.
Si procede dalla spiaggia all’Antipurgatorio, dove sono le anime che tardarono a pentirsi. La prima schiena
di anime che incontrano Dante e Virgilio è quella degli scomunicati ( Re Manfredi ). Seguono gli spiriti
negligenti, poi le vittime di morte violenta e i principi negligenti. Davanti alla porta per accedere alla
montagna del Purgatorio, l’Angelo custode incide sulla fronte di Dante sette P, indicative del peccato: esse
verranno in successione cancellate dagli angeli che sono a custodia delle sette cornici in cui è suddivisa la
montagna del Purgatorio, la cui topografia è articolata seguendo l’ordine dei vizi capitali. Nel suo viaggio,
Dante assisterà ad esempi del peccato preso in considerazione ed esempi di virtù opposta.
Nelle prime tre cornici del Purgatorio, sono inseriti coloro che hanno indirizzato il proprio amore al danno
del prossimo. Dunque, la prima cornice sarà quella dei superbi, la seconda degli invidiosi, la terza degli
iracondi. La quarta cornice è occupata dagli accidiosi24. In successione, nella sesta cornice, troviamo gli avari
e i prodighi, fra cui Stazio, il quale, terminato il suo cammino di espiazione, si incammina con Dante e
Virgilio verso il Paradiso. Seguono i golosi, il cui volto è scavato da un’impressionante magrezza. Nella
balza più alta della montagna, ci sono i lussuriosi, avvolti tra le fiamme. Tra i lussuriosi, Dante incontra poeti
come Guinizzelli ed Arnaldo Daniello, il quale si rivolge a Dante parlando in provenzale. Il viaggio di
esplorazione del male e di purificazione finisce. A Dante viene cancellata l’ultima P sulla fronte e, quindi, gli
è consentito di salire verso il Paradiso Terrestre. Al di là del fiume Lete apparare Matelda, l’immagine della
felicità terrena. Dopo una processione simbolica, volta a rappresentare la storia della Chiesa, appare Beatrice
su un Carro Trionfale, entro ua nuvola di fiori. Il poeta non può più fare affidamento su Virgilio, la ragione,
il quale si congeda. D’ora in avanti, Dante farà affidamento solo dalla fede, ovvero Beatrice. Quest’ultima
rimprovera Dante per i peccati commessi da lui. Una volta confessati, il poeta si immerge nel fiume Lete, le
cui acque fanno dimenticare il male. Assieme a Stazio, beve l’acqua dell’Eunoè, che ha la virtù di riportare
alla memoria il bene compiuto. Solo una volta compiuti questi riti, Dante sarà puro.

Paradiso. Dante ne dà una precisa collocazione spaziale come per Inferno e Purgatorio, anche se la sua
descrizione è molto lontana da quella di un luogo fisico e si fa più astratta man mano che l'ascesa procede. Il
poeta immagina la Terra sferica e immobile al centro dell'Universo, circondata da dieci Cieli che
costituiscono appunto il Paradiso (la sfera del fuoco separa il mondo terreno da quello celeste): i primi nove
Cieli sono sfere concentriche che ruotano attorno alla Terra, ciascuno governato da un'intelligenza angelica,
mentre il X (l'Empireo) è immobile e si estende all'infinito, essendo la sede di Dio, degli angeli e dei beati. I
primi sette Cieli prendono il nome del pianeta che ruota insieme ad essi (Luna, Mercurio, Venere, Sole,
Marte, Giove, Saturno), mentre l'VIII è il Cielo delle Stelle Fisse e il IX è il Primo Mobile, detto così in
quanto è il primo Cielo a muoversi e a imprimere il movimento a tutti gli altri. Dai primi otto Cieli nasce un
influsso generato dalla stella che è presente in ognuno di essi e che si riverbera sulla Terra e su tutte le

24
L’accidia è la negligenza nell'esercizio della virtù necessaria alla santificazione dell'anima.
Riassunto esame Letteratura italiana

creature. Nel X Cielo dell'Empireo risiede Dio, circondato dai nove cori angelici e dalla candida rosa dei
beati.
Questi sono divisi in sette schiere, a seconda dell'influsso celeste che hanno subìto in vita, e sono gli spiriti
difettivi, quelli operanti per la gloria terrena, gli spiriti amanti, i sapienti, i combattenti per la fede, gli spiriti
giusti, gli spiriti contemplanti. Anche se i beati risiedono normalmente nell'Empireo assieme a Dio e agli
angeli, nel Paradiso (per ragioni di simmetria compositiva e di più agevole comprensione per il lettore) essi
compaiono a Dante nel Cielo dalla cui stella hanno subìto l'influsso: così, ad esempio, gli spiriti difettivi
compaiono nel I Cielo della Luna, gli spiriti amanti invece nel III Cielo di Venere, e così via. Nel Cielo delle
Stelle Fisse Dante assiste al trionfo di Cristo e di Maria, quindi gli appaiono le anime di san Pietro, san
Giacomo e san Giovanni, che esaminano il poeta rispettivamente sulla fede, sulla speranza e sulla carità.
Superato l'esame, Dante viene ammesso al Primo Mobile dove assiste allo sfavillio e al canto dei nove cori
angelici, descritti come altrettanti cerchi lucenti che circondano un punto luminosissimo. Beatrice fornisce a
Dante spiegazioni dottrinali circa la natura degli angeli, quindi lei e il poeta accedono all'Empireo, dove i
beati si mostrano tutti in forma... di candida rosa: essi sono disposti in seggi che si allargano via via verso
l'alto, e Dante osserva che i punti più lontani appaiono con la stessa nitidezza di quelli più vicini. Beatrice
conduce Dante al centro della rosa e gli mostra che i seggi vuoti sono ormai pochi, tra cui quello già
destinato all'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, su cui è posta la corona imperiale.
A questo punto Beatrice riprende il suo seggio all'interno della rosa, accanto a Rachele, mentre il suo posto
come guida di Dante è rilevato da san Bernardo di Chiaravalle. Questi invita Dante a contemplare la gloria di
Maria, quindi fornisce al poeta alcune spiegazioni circa la composizione della rosa e invoca l'assistenza della
Vergine perché interceda presso Dio e ammetta Dante alla visione dell'Altissimo. La Cantica e il poema si
chiudono con la descrizione di questa visione.
Riassunto esame Letteratura italiana

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca (1304-1374) nasce ad Arezzo, figlio di un notaio fiorentino di parte Bianca che, come
Dante, verrà esiliato nel 1302 dalla città toscana. Nel 1312, la famiglia si trasferisce nei pressi di Avignone
poiché il padre aveva ricevuto un incarico alla corte di papa Clemente V. Francesco riceve una prima
formazione di grammatica con Convenevole da Prato mentre, dal 1320 al 1326, studia diritto a Bologna. Alla
morte del padre, nel 1326, Francesco rientra ad Avignone. Rientrato in città, il Petrarca si lega alla figura del
vescovo Giacomo Colonna e, sancito questo legame, prende gli ordini minori. Per mediazione del vescovo,
Petrarca viene assunto dal fratello di Giacomo, ovvero il cardinale Giovanni Colonna, come cappellano. Al
seguito del cardinale, Petrarca si trasferisce nella sede di Lombez, nei Pirenei. Il servizio presso il cardinale
non è molto pesante e ciò permette a Petrarca di dedicare molto tempo agli studi: è in questi anni, 1330 circa,
che comincia la corrispondenza epistolare tra Petrarca e i dotti del suo tempo per l’approfondimento degli
studi umanistici. Nel 1333, frate Dionigi da Borgo San Sepolcro gli fa dono di una copia delle Confessiones
di Sant’Agostino. Sempre nel 1333, compie un viaggio in Germania, nelle Fiandre, e nel nord della Francia:
lì, a Liegi, avviene la scoperta dell’orazione ciceroniana Pro Archia poeta. Tra il 1336 e il 1337, Petrarca
compie un viaggio che lo porta alla scoperta di Roma e scopre, nel ’37, che gli è nato un figlio naturale da
una donna a noi sconosciuta25. Alla fine del ’37, Petrarca prenderà dimora presso Valchiusa, a quindici
chilometri da Avignone. Lì, nella quiete del luogo, Petrarca riesce a lavorare alle sue opere in piena libertà:
una prima circolazione delle sue opere gli valgono la laurea a poeta. L’opportunità di essere incoronato con
l’alloro gli viene offerta nel 1340 dall’Università di Parigi e dal Senato di Roma. Su consiglio del cardinale
Colonna, il poeta sceglie Roma, ma, prima della cerimonia ufficiale, si reca a Napoli per essere esaminato
dal re Roberto D’Angiò, il quale lo dichiara degno dell’alloro. Nel 1341, con la cerimonia al Campidoglio, il
poeta pronuncia la Collatio laureantionis e riceve dalle mani del senatore Orso dell’Anguillara la corona
quale «magnus poeta et historicus».

Nonostante sia rimasta un’opera incompiuta, l’Africa resta l’opera petrarchiana che meglio celebra Roma e
la civiltà romana. Il poema, in esametri, cerca di far rinascere in tempi moderni l’epica classica: l’argomento,
infatti, è la seconda guerra punica, dal momento in cui Scipione l’Africano sbarca a Cartagine, vince a Zama
e rientra trionfalmente a Roma. Il richiamo all’epica classica è, senza dubbio, sottolineato anche dal richiamo
all’Eneide tanto è vero che l’opera avrebbe dovuto consistere in dodici canti, proprio come l’opera di
Virgilio.
Nel poema, le due anime di Petrarca, quella dello studioso e quella dell’uomo dall’interiorità complessa ed
irrequieta, si fronteggiano: lo studioso riesce a trasferire in versi le proprie conoscenze storiografiche, che per
lo più derivano da Tito Livio. Lo studioso riesce a passare in rassegna gli eroi che hanno reso grande Roma
sfruttando il pretesto ciceroniano dell’apparizione in sogno, a Scipione, del padre Publio: qui si prefigura
profeticamente il destino della città nella parabola discendente della decadenza che non comporta tuttavia la
perdita del ruolo egemone della civiltà romana; il Petrarca dall’interiorità complessa ed irrequieta viene fuori
con la riflessione tra la gloria umana e quella celeste: solo l’ultima è imperitura, mentre quella umana è vana
e caduca tanto da rendere inutili gli affanni degli uomini per conquistarla. La caducità della gloria umana è
ben rappresentata dal Magone morente durante in viaggio in nave da Genova a Cartagine: l’incertezza e la
precarietà della vita, la coscienza della vanità delle cose umane sono i motivi toccati da Magone.

Lavorando all’Africa ( in latino), nel 1338 Petrarca scrive una vita di Scipione l’Africano che costituirà il
punto di partenza per una serie di ventitré biografie di personaggi illustri del mondo romano redatte tra il ’41
e il ’43. Il nucleo delle biografie si allarga con dodici figure del passato più remoto appartenenti alla Bibbia
ed alla mitologia classica. Tali biografie andranno a formare il De viris illustribus tra il 51 e il ’53. Quando,
poi, dopo il ’68, durante il soggiorno padovano, Francesco da Carrara chiederà a Petrarca di preparare del
materiale storiografico su trentasei personaggi da far poi tradurre in pitture, il poeta metterà mano a due
redazioni del De viris. Tanto attorno all’Africa quanto attorno al De Viris, quindi, Petrarca lavora anche dopo
l’incoronazione in Campidoglio.

Torniamo alle vicende biografiche del ’42. Dopo un breve soggiorno a Parma e a Selvapiana, Petrarca torna
a stabilirsi in Valchiusa fino al 1343 quando il cardinale Colonna manda il poeta in missione diplomatica a

25
Il figlio morirà prematuramente nel ’61.
Riassunto esame Letteratura italiana

Napoli dove erano stati fatti prigionieri a Castel Capuano i conti d’Altamura, accusati di ribellione al Re.
Fallita la missione, Francesco torna a Parma. Qui, fino al ’45, si impegnerà nell’elaborazione dei Rerum
memorandarum libri, una raccolta di aneddoti e avvenimenti esemplari ripartiti secondo categorie
corrispondenti alle quattro virtù cardinali cui avrebbe dovuto seguire una sezione imperniata sui vizi opposti.
Ma l’opera non arriverà mai a compimento poiché nel 1345 Parma verrà assediata dai Visconti e dai
Gonzaga e Petrarca sarà costretto alla fuga: troverà riparo momentaneo a Verona dove, nella Biblioteca
Capitolare, scoprirà e trascriverà le epistole di Cicerone. Nel ’46, Petrarca torna in Valchiusa. In questo anno,
l’autore scrive il De vita solitaria, in cui viene tessuto l’elogio al mito della vita solitaria, e dà inizio al
Bucolicum Carmen, ovvero dodici egloghe pastorali d’impronta virgiliana26.
Nel 1347, a Roma una sollevazione popolare porta al potere Cola di Rienzo. La notizia risveglia Petrarca dal
suo otium letterario nella speranza che si potessero realizzare una rinascita della Repubblica Romana e il
ripristino del papato a Roma. A prezzo della rottura di solide amicizie, innanzitutto coi Colonna, Petrarca
rientra in Italia per sostenere Cola di Rienzo, ma non fa in tempo di arrivare a Roma perché, giunto a
Genova, è informato del fallimento dell’impresa del tribuno. Trascorre il ’48 tra Parma e Verona: è l’anno
della peste che porterà via molti dei suoi amici ( ed anche Laura, la donna amata ). Dopo esser stato tra il ’49
e il ’51 a Padova e nel ’50, per il Giubileo, a Roma, sosta a Firenze dove conosce Giovanni Boccaccio. Tra il
51 e il ’53, Petrarca torna ad Avignone, nel suo ultimo soggiorno in Provenza. Dopo il breve soggiorno
francese, passerà otto anni, fino al ’61, a Milano presso l’arcivescovo Giovanni Visconti. Dopo brevi
soggiorni tra Venezia e Pavia, nel ’68 Petrarca si stabilisce a Padova, nei pressi di Arquà, sui Colli Euganei,
dove il signore di Padova, Francesco da Carrara gli aveva fatto dono di un terreno. Qui, accudito dalla figlia
Francesca, trascorre i suoi ultimi anni di vita.

La fondazione dell’«epistolario» come genere letterario dotato di uno statuto autonomo si deve a Petrarca. E’
Petrarca il primo a non abbandonare le lettere alla precaria trasmissione extravagante, provvedendo, invece, a
sistemarle in raccolte organiche, a rifinirle su un piano propriamente stilistico. Alla comunicazione
epistolografica Petrarca si affida per scrutare la propria interiorità: nella prima lettera quarto libro delle
Familiari rerum libri XXIV, inviata a Dionigi di Borgo San Sepolcro, il poeta racconta l’ascesa al monte
Ventoux, nel 1336, da lui compiuta assieme al fratello. Nel descrivere la scalata al monte, Petrarca gioca sul
contrasto tra il passo spedito nel procedere verso l’altro del fratello e il suo passo lento: come ad indicare
come il primo sia sospinto da un convinto slancio di fede, mentre il secondo è impossibilitato all’ascesi
spirituale perché imbrigliato dai lacci mondani. Oltre le lettere “Familiari”, sono da menzionare le
diciannove lettere Sine nomine scritte tra il ’42 e il ’58. In queste lettere, i nomi dei destinatari vengono
omessi in quanto si trattava di lettere dal forte contenuto politico-ideologico, spesso fortemente polemico nei
confronti del papato e della corte avignonese. Legata alle Familiari, ci sono le 120 epistole raccolte nei 17
libri delle Seniles : epistole scritte tra il ’61 e il ’74. Da menzionare è una lettera scritta all’incirca verso il
1367, ma più volte ripresa e rimaneggiata, tanto è vero che non apparità nei volumi delle Seniles: parliamo
dell’Epistola ad posteros o Posteritati: un autoritratto nel quale il poeta racconta la sua vita dalla nascita al
1351. Petrarca parla delle proprie origini, descrive il suo temperamento, riconosce i suoi errori di gioventù e i
suoi difetti. In questo ritratto “ideale” ha un suo peso le volute omissioni del poeta come quelle sulle sue
partecipazioni alla vita politica ( ndr. caso Cola di Rienzo ). L’immagine che Petrarca vorrebbe dare di sé ai
posteri è quella del letterato che, giunto a conciliare il patrimonio culturale classico con quello cristiano, si
stacca dal contingente, non si contamina dalla storia contemporanea, si esprime solo in latino, riscoperto nel
suo decoro classico27.

L’epistolario non è l’unico genere in cui il poeta riversa le sue critiche: famosi sono gli scritti polemici. Primi
tra tutti sono i quattro libri delle Invective contra medicum quendam (1352-55), in cui a un tipo di attività
rivolta prevalentemente al guadagno, come quella del medico, Petrarca contrappone la gratifica di chi coltiva
le umane lettere. Altre due invettive: la prima diretta, nel ’55, contro il cardinale Jean de Caraman, che aveva
sparlato di Petrarca definendolo uomo di scarsa cultura e di riprovevole contegno morale; la seconda (’73) è
una replica a un libello di Jen de Hesdin che aveva difeso la gallicana pars dopo che Urbano V aveva
riportato la sede papale a Roma: qui, Petrarca si lancia in un attacco all’«osceno lupanare» che era Avignone
e si presta ad una magnificazione di Roma, intesa come città dei Cesari e dei Papi. Menzione a parte è uno

26
La “moda” del genere pastorale era stata portata dalla corrispondenza tra Dante e Giovanni del Virgilio.
27
Non menziona, infatti, i suoi scritti volgari.
Riassunto esame Letteratura italiana

scritto polemico che ricalca il periodo tra il ’67 e il ’71: quattro giovani averroisti venezioni, irritati
dall’avversione petrarchesca ad Aristotele, cominciarono a giudicare il poeta come brav’uomo, ma ignorante.
Petrarca, dopo aver bollato gli avversari come invidiosi della sua fama, colpisce direttamente Aristotele, il
cui razionalismo dottrinario patisce il limite dell’insufficiente elevatezza morale con cui sostenere il
cammino dell’uomo verso la verità e la felicità. Per Petrarca, Aristotele era il filosofo che, sì, istruiva, ma
non migliorava l’uomo. Petrarca termina la lettera effettuando un cambio nella gerarchia delle auctoritates
filosofiche: tocca a Platone, filosofo preoccupato non dell’ordine generale dell’universo, ma del
miglioramento morale dell’uomo, sostituire Aristotele.

Il Secretum.
Il Secretum ( latino) è un’indagine introspettiva tesa a mettere a nudo i contrasti che lacerano l’anima del
poeta. Tre sono le fasi di redazione (’47, ’49, ’53), anche se l’autore fissa il dialogo in relazione al
sedicesimo anno dopo l’incontro con Laura e quindi verso il ’42-43. Quella che fornisce l’autore è una data
fittizia, volta a ricondurre ai quarant’anni della sua vita la svolta che lo indirizzava, dopo la giovinezza
attraversata dal peccata, verso ad una matura stagione della riflessione e della devozione.
Lo svolgimento dialogico dell’opera, divisa in tre libri, è sostenuta da una cornice modellata sul genere delle
visioni: al poeta appare una donna, la «Verità», accompagnata da un vecchio, Sant’Agostino, che per tre
giorni lo sottoporrà ad esame. Si instaura una dialettica entro la quale Agostino occupa il posto di confessore
e Petrarca quello di penitente, alla presenza della Verità. Nel primo libro, l’accusa principale che Agostino
indirizza al poeta è la debolezza della sua volontà malata perché non di matrice stoica, ovvero una volontà
che consiste nell’aver coscienza della morte e della sua immanenza per vivere nell’avvertenza dei limiti
dell’esistere. Nel secondo libro, l’interrogazione si incentra sui sette peccati capitali: il poeta si riconosce
colpevole di tutti i vizi, tranne dell’invidia. La debolezza principale individuata nella seconda giornata è il
peccato d’accidia. Nel terzo dialogo, Agostino mette alle strette Petrarca imputandogli i peccati per lui più
rovinosi: l’amore per Laura e il desiderio di gloria. Per Francesco non c’è assoluzione perché non riesce ad
opporsi ai peccati che, comunque, riconosce.

Triunphi

L'altra opera poetica in volgare sono i Trionfi (volgare) (scritti fra il 1348 e il 1374). Si tratta di un'ambiziosa
visione allegorico-didattica in terzine divisa in sei parti: Trionfo dell'Amore, della Pudicizia, della Morte,
della Fama, del Tempo, dell'Eternità. In essi, guardando al grande modello della Commedia dantesca,
Petrarca intese inserire il vagheggiamento del personale mito amoroso animato dalla figura di Laura sia nel
flusso della storia degli uomini, sia in immutabili quadri di riferimento morale e in prospettiva metastorica.
Sono i grandi temi della vita interiore del Petrarca, primo fra tutti quello dell'umano dibattersi tra la
dispersione mondana e la compiuta maestà dell'eterno, a essere drammatizzati nei Trionfi, con un gusto
figurativo e compositivo ancora in buona parte medievale e un esito poetico nel complesso deludente.

Il canzoniere.
Petrarca scrive versi fin da quando è studente a Bologna fino alla morte. Sotto il titolo di Rerum vulgarium
fragmenta vanno 366 poesie, di cui 317 sono sonetti. Se ripensiamo ai modelli della tradizione lirica
precedente al Petrarca, possiamo identificare due linee di tendenza prevalenti: quella della diffusione
estemporanea e isolata dei singoli componimenti; quella della Vita nova di Dante, che aveva incorniciato le
poesie entro un disegno narrativo posto a giustificazione. Petrarca è innovativo in questo senso perché
concepisce per primo la creazione di un “libro di versi”: organizza le rime sparse in un libro che non ha
bisogno di spiegazioni esterne o di raccordi narrativi interni perché il significato delle parti è affidato alla
distribuzione degli equilibri strutturali. Non è un caso, infatti, che il “canzoniere” diventerà ben presto un
modello che sarà imitato in Italia e in Europa. L’insieme del Canzoniere è costruito su di un accorto
collegamento in serie dei singoli testi, mediante riprese di immagini o di sole parole o addirittura di sole
clausole ritmiche tra componimenti contigui.
Riassunto esame Letteratura italiana

Struttura. L’indicazione strutturale di maggiore evidenza è quella costituita dalla suddivisione della raccolta
in due parti: la prima, che è detta delle rime «in vita di madonna Laura»; la seconda «in morte di madonna
Laura». In realtà la sistemazione non è propriamente così netta poiché alcuni sonetti che si iscrivono nella
seconda parte, presentano ancora una Laura in vita. Può darsi che Petrarca intendesse rendere più morbido e
sfumato il transito di Laura dalla vita alla morte.
La bipartizione del Canzoniere sembra seguire un’oscillazione psicologica e morale del poeta: la prima parte,
infatti, racchiude le poesie che traggono ispirazione dagli amori colpevoli per Laura e per la gloria; la
seconda parte, invece, presenta la consapevolezza dell’errore di quei amori e subentra il desiderio di un
riscatto interiore e di una purificazione spirituale.
Contenuti. Petrarca enuncia la sua poetica nel sonetto proemiale Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono:
qui, in una prospettiva ormai di distacco dall’urgenza delle passioni e di allontanamento dalla vicenda
amorosa, ritenuta «giovanile errore», il Petrarca si apre ad un rapporto di confessione e di dialogo con chi
vorrà leggere i suoi versi. Il poeta non cerca una condivisione della teoria d’amore, ma una complicità sul
piano dell’esperienza d’amore.
Ma cosa si racconta? Il Canzoniere è, innanzitutto, una raccolta di poesia d’amore dedicate alla creatura che
di quell’amore è l’ispiratrice, Laura: dunque, viene narrata la storia d’amore del poeta verso Laura. Si
incorrerebbe in errore, però, se si scambiasse la silloge poetica del Petrarca per un documento diari stico o
per un immediato rendiconto autobiografico.
Il personaggio centrale della raccolta, Laura, agisce a più livelli nei confronti del poeta: sul piano
sentimentale ed esistenziale suscita i suoi affanni; sul piano conoscitivo provoca le sue investigazioni
psicologiche e la sua analisi interiore; sul piano poetico è l’ispiratrice dei versi. Laura è creatura che non
possiede una precisa identità fisica perché la sua fisionomia è scolorita nei tratti generici dei «begli occhi
soavi», del «dolce riso», delle labbra «vermiglie», del viso «candido come neve» e, soprattutto, dei «capei
d’oro». Al pari delle sembianze esteriori della donna, anche la natura è sottoposta ad un processo di
stilizzazione: i paesaggi sono spesso ricostruiti su immagini desunte o trapiantata dalla tradizione elegiaca e
bucolica ed accompagnano la descrizione di Laura. Petrarca predilige i luoghi solitari perché ritenuti
possibili vie di fuga dall’incombente assillo dell’amore. I luoghi solitari possono essere esterni e naturali
oppure ambienti interni, chiusi, come la cameretta del poeta intesa quale luogo letterariamente autorizzato
all’esplicazione della dimensione elegiaca del pianto e dei sospiri. Tuttavia anche questi luoghi non
costituiscono un riparo significativo al pensiero d’amore («Ma pur sì aspre vie né sì selvagge/cercar non so
ch’Amor non venga sempre/ ragionando con meco, e io col lui.»). La preferenza accordata ai luoghi solitari
si rivela in sintonia con le caratteristiche dell’amore petrarchesco anche sotto un altro aspetto: la solitudine
rappresenta lo scenario più adatto per chi nell’amore non cerca tanto l’appagamento della vista, quanto la
spinta al rimpianto. L’amore di Petrarca, indirizzato verso una creatura che non ha una vera e propria
concretezza poiché Laura è creatura disincarnata, «fantasma», è un amore che non vive della presenta, un
amore concepito come assenza e come perdita e pertanto si nutre di memoria e sogno. La reale consistenza di
Lei poggia su una realtà fantasmatica, che fa di lei una creatura presente nell’essere assente. L’assenza
definitiva, quella della morte, non modifica nella sostanza la sua immagine, anche se ha un ruolo
determinante per la funzionalità della struttura: quando la donna è in cielo, il poeta la sente tutta sua e si
realizza la funzione salvifica.

L’amore per Laura diventa l’occasione strumentale attorno alla quale si aggregano i temi e i motivi che sono
fondamentali nell’interesse del poeta, autentico protagonista della raccolta. Se Laura richiama per via
allusiva ( laurea, lauro, ecc.) l’altro grande peccato di cui si sente colpevole, ovvero l’aspirazione alla gloria,
il «giovanile errore» della passione amorosa suscita un processo di immersione nell’interiorità che tocca una
serie di problemi tali da spingere il poeta oltre la semplice registrazione dell’avventura sentimentale.
Attraverso la figura di Laura, Petrarca giunge a fronteggiare in serrata tensione i temi profondi del timore e al
tempo stesso del desiderio di morte, della memoria sospirosa del passato, della vanità delle cose umana e
della vita, della precarietà delle passioni, del valore effimero proprio di ogni cosa terrena, della labilità
dell’esistere e della fuga del tempo.
Riassunto esame Letteratura italiana

Giovanni Boccaccio.
Giovanni Boccaccio (1313-1375) nasce a Firenze o, più probabilmente, nel villaggio di Certaldo, da cui
proveniva la famiglia paterna, nel 1313. Il padre Boccaccino di Chellino era agente della compagnia
mercantile dei Bardi. Dopo aver trascorso l’infanzia a Firenze, dove iniziò una prima formazione scolastica
sotto la guida del maestro Giovanni Mazzuoli da Strada, nel 1327 Giovanni Boccaccio segue il padre a
Napoli: lì, infatti, Boccaccino aveva seguito la compagnia dei Bardi, divenuti prestigiosi finanziatori del Re
Roberto d’Angiò. La famiglia si lega molto al mondo della corte, tanto è vero che Boccaccino diverrà nel ’28
consigliere del re. A Napoli, immerso nel mondo mercantile, Boccaccio seguirà le lezioni di diritto.
Nonostante studiasse controvoglia diritto, quest’esperienza avrà un lato positivo nella sua vita con l’incontro
del professore Cino da Pistoia, poeta stilnovista. Grazie a Cino, Boccaccio ha modo di essere sensibilizzato
alla lettura dei poeti dello stilnovo e di Dante. Intanto gli incontri proficui coi dotti della corte angioina
portano il poeta a portare avanti un percorso di formazione caratterizzato da un vivace eclettismo, che lo
porterà ad affiancare agli studi eruditi e scientifici la lettura di poeti classici.

Le rime. Autore di liriche, Giovanni Boccaccio non costruì mai un suo canzoniere. Nella sua esperienza di
poeta, si individuano tracce riconoscibili dell’influsso dello stil novo (soprattutto Cino da Pistoia) e di Dante.
Ma l’incontro con molti dotti, tra cui Dionigi da Borgo San Sepolcro, i quali hanno stretti contatti con
Petrarca, portano ad un influsso costante del poeta aretino verso il poeta fiorentino: la suggestione
petrarchesca si avverte nei componimenti di meditazione sul tempo, sulla morte e in quelli di invocazione a
Dio e alla Vergine. La devozione verso Petrarca verrà suggellata con un sonetto, Hor sei salito, caro signor
mio, in cui il compianto per la morte di Petrarca è riscritto sulla filigrana del sonetto che Petrarca aveva
composto in memoria di Senuccio del Bene.
Le rime del Boccaccio sono caratterizzate da eclettismo tematico e svelano un quoziente di autonomia e di
elaborazione più personale: il Boccaccio lirico si sente attratto verso il fascino delle bellezze naturali, di
quelle femminili.

Ma Boccaccio più che un poeta lirico, è un narratore.


La sua prima opera, collocabile all’incirca verso il 1334, è Caccia di Diana, ovvero un racconto mitologico
in terza rima che l’autore dedica alle donne napoletane della corte angioina.
Cronologicamente successivo è probabilmente il Filocolo («fatica d’amore»), scritto tra il 1336 e il 1338. Il
testo è un romanzo in prosa, articolato in cinque parti, in cui l’autore sfrutta la sollecitazione di Fiammetta, la
donna amata, per raccontare le disavventure e le peripezie amorose di Florio e Biancifiore. I due, innamorati
e costretti a separarsi per la volontà dei genitori di lui poiché avversi alla relazione del figlio con una donna
di rango sociale inferiore, alla fine si ricongiungono e si sposano poiché viene riconosciuta la nobile casata
cui la giovane appartiene mentre Florio si converte al cristianesino assieme al suo popolo. Il Filocolo
oltrepassa il mero documento letterario perché si configura come un testo che rappresenta un’operazione
intellettuale diretta a congiungere le due «anime» della cultura angioina: quella alta, scientifica, erudina;
quella bassa, di svago, mondana, affascinata dai versi d’amore e dalle prose dei romanzi. Il progetto di
Boccaccio è, dunque, quello di saldare i due poli ed approdare ad una letteratura «mezzana», che coincilia
l’invenzione narrativa con il sapere.
All’incirca del 1339 è il Filostrato («vinto d’amore»), un poema in ottave che riprende l’argomento omerico
della guerra troiana ed isola un episodio: il rapporto amoroso fra Troiolo e Criseida. Troiolo, scoperto il
tradimento dell’amata con Diomede, giura a quest’ultimo vendetta, ma, entrato in battaglia, Troiolo viene
ucciso da Achille.
Sempre in ottava rima è un poema epico, il Teseida, che va a collocarsi all’incirca tra il ’39 e il ’40. A Dante,
che aveva scritto nel De vulgari eloquentia che nessuno scrittore italiano aveva mai scritto poemi epici in
volgare, Boccaccio intendeva rispondere con il Teseida. Nonostante il titolo possa trarre in inganno, il poema
non narra principalmente le imprese di Teseo, che vince le Amazzoni e sposa la regina Ippolita, ma prevale
la vicenda che vede coinvolti Emilia, sorella di Ippolita, Arcita e Palemone. Emilia è al centro dell’interesse
amoroso tra i due giovani. Questi, condannati ad «etterna prigion» da Teseo, hanno come unico sollievo la
vista della bella Emilia. Teseo, avendo ammirato la nobiltà del loro sentimento, non solo libera i due, ma
propone un torneo cavalleresco tra due schiere guidate ciascuna da uno di loro. Il vincitore avrà in sposa
Emilia. Chi vince è Arcita, il quale, però, viene ferito a morte. Arcita sposa la donna, ma impone che, alla
sua morte, Emilia andrà in sposa a Palemone. E’ importante rendersi conto che gli eroi del poema non sono
Riassunto esame Letteratura italiana

guerrieri, ma cavalieri che, in quanto tali, sono al servizio di un ideale d’amore e che, alla fine, attraverso il
gesto di Arcita, danno testimonianza di un trionfo d’amicizia.

Nel 1338, si verifica una frattura nei rapporti tra Boccaccino e la compagnia dei Bardi. Tale rottura
obbligherà Boccaccio a lasciare Napoli e rientrare a Firenze nell’inverno tra il ’40 e il ’41. Per presentarsi
all’ambiente fiorentino, Boccaccio si avvicina alle direttrici formali e tematiche della letteratura toscana di
inizio Trecento: prova è il Ninfale d’Ameto, un prosimetro che per le parti in versi utilizza la terzina dantesca
e che concepisce l’amore come forza purificatrice. Ameto, rozzo pastore, a seguito dell’incontro con sette
ninfe, che rappresentano le virtù cardinali e teologali, abbandona la sua condizione di brutalità animalesca e
conquista la piena umanità, al punto che, da ultimo, gli è concessa l’opportunità di attingere alla massima
felicità spirituale ovvero la contemplazione divina.
Contigua cronologicamente all’Ameto è l’Amorosa visione (1342-1343 ca), un poema di cinquanta canti in
terzine, in cui Boccaccio si prefigge di seguire le orme di Dante non solo nella scelta metrica, ma anche nella
concezione generale dell’opera come mirabile visione. L’opera di Dante è richiamata fin dall’esordio:
Boccaccio, smarrito in un lido deserto, è soccorso da una «donna gentile» che lo conduce in un nobile
castello dentro il quale il poeta visita due sale: alla prima sala sono riservate le immagini dei grandi desideri
terreni ( Sapienza, Fama, Amore) ; la seconda sala è il regno della Fortuna, raffigurata nell’imprevedibilità
degli eventi e delle azioni che regolano, ma anche sconvolgono, i beni terrestri.
Tra il 1343 e il 1344 Boccaccio compone l’Elegia di madonna Fiammetta, una narrazione in prosa in cui
Fiammetta stessa si rivolge alle «innamorate donne» per raccontare loro la storia del suo amore
extraconiugale (lei è sposata) per Panfilo. Nei nove capitoli in cui è articolata l’elegia, Fiammetta parla
dell’incontro con l’amato, della malinconia per la partenza di Panfino, della falsa notizia del matrimonio di
lui e del tentativo di suicidio di lei alla notizia del nuovo amore di Panfilo chiudendo il percorso con
l’illusione del ritorno. Questa Elegia non è un discorso sull’esperienza d’amore, ma è un discorso puramente
letterario sull’amore: il testo è un monologo, che prende palese ispirazione dalle Heroides di Ovidio, in cui
non si cerca semplicemente di raccontare l’esperienza dell’amata, ma di scrutare il fenomeno d’amore.
Perché Boccaccio sceglie l’Elegia come genere? Dante nel De vulgari eloquentia, aveva definito l’elegia
come uno stile basso, adatto per a storie d’amore dolore. Se da una parte Boccaccio segue l’indicazione
dantesca dell’argomento d’amore, d’altra parte egli respinge la connotazione di genere «umile» tanto nella
scelta dei personaggi ( Fiammetta è una aristocratica ) quanto nello stile.
Del 1344-1345 è, invece, il Ninfale fiesolano, un poemetto pastorale in ottave sulle origini leggendarie di
Fiesole (Firenze ?). Attraverso la componente mitico-leggendaria, il poeta fa risalire la fondazione di Fiesole
alla storia d’amore fra Africo, un pastore, e Mensola, una ninfa che aveva fatto voto di castità per Diana.
Africo corteggia la ninfa ed essa cede all’amore: dalla loro unione nascerà un figlio. Mensola sarà punita
dalla dea Diana venendo tramutata in un fiume mentre l’amato Africo si ucciderà per la disperazione di aver
perso la ninfa. Il bimbo superstite, Pruneo, così chiamato perché «tra i pruni pianger fu trovato», viene
cresciuto dai genitori di Africo. Cresciuto, diventa siniscalco di Attalante, fondatore di Fiesole e portatore di
una nuova civiltà. Dunque, Pruneo si allontana dalla rozza Diana, ma non si avvicina a Venere, venerata dal
padre Africo, perché portatrice di un amore senza regole. Da questo particolare, si passa da mito a storia:
Fiesole è fondata sulla volontà di civilizzare.

Nel 1348, la Peste Nera colpiva Firenze e Boccaccio perde molte persone a lui care. Attorno a questo evento
catastrofico, Boccaccio progetta il Decameron, completato già in una prima versione nel ’51, ma più volte
ripreso. In questa sede non si parlerà del Decameron perché già oggetto di studia della monografia.

Tra il 1350 e il 1360, il Comune di Firenze affida a Boccaccio una serie di incarichi diplomatici: fu
camerlengo alla camera del Comune, legato della Repubblica nelle trattative con Napoli per l’acquisto di
Prato, membro dell’Ufficio di Condotta, ambasciatore, eccetera. Uno dei primi incarichi, che combacia con
la sua passione dantesca, fu la consegna, nel 1350, di un parziale risarcimento di dieci fiorini d’oro a suor
Beatrice, monaca di un monastero ravennate, figlia di Dante Alighieri. Se, infatti, negli anni napoletano c’era
un interesse verso Dante, ora quell’interesse diviene vero e proprio culto: Boccaccio allestì vere e proprie
raccolte delle opere dantesche e dedicò alla sua immagina una biografia accurata dell’autore.
Ma gli anni ’50, per Boccaccio, segnano anche un’altra fondamentale influenza: quella di Francesco
Petrarca. Petrarca era stato ammirato dal giovane Giovanni fin dagli anni Napoletani, ma nel ’50 ebbe modo
di conoscerlo dal vivo. L’amicizia tra i due si trasformò in un vero e proprio sodalizio, facilitato dai
numerosi soggiorni che Boccaccio trascorse a casa di Petrarca: ’51 a Padova, ’59 a Milano, ’63 a Venezia,
Riassunto esame Letteratura italiana

’68 ancora Padova. Guidato da Francesco, Giovanni intraprese un nuovo percorso di riscoperta degli autori
classici. L’influenza del maestro Petrarca porterà l’ormai maturo Boccaccio a comporre per lo più opere di
grande impegno erudito e di immenso sfoggio del latino.
Intanto, Boccaccio, ottenuti gli ordini e i benefici ecclesiastici, aveva abbandonato Firenze nel 1360 per
trasferirsi a Certaldo, triste per la scomparsa della figlia Violante ( morta nel ’58). In una lettera all’amico
esiliato Pino de’ Rossi, Boccaccio lasciava emergere quanto fosse cara, per lui, la vita isolata e tranquilla in
cui si era immerso. Ma le ristrettezze economica che lo spinsero a cercare, nel ’62, una buona sistemazione
presso la corte angioina, dove Niccolò Acciaiuoli, amico di Boccaccio dai tempi napoletani, era divenuto
gran siniscalco. L’esperienza finì tragicamente se è vero che l’anno successivo il Boccaccio scriveva una
feroce invettiva contro l’Acciaiuoli28. A quel punto, Boccaccio si sistema definitivamente a Certaldo, salvo
recarsi a Firenze per alcuni incarichi ufficiali: incarichi diplomatici, ma anche, nel ’73, per tenere a
pagamento una serie di letture della Commedia di Dante nella chiesa di Santo Stefano della Badia. Tali
letture si interruppero al canto XVII dell’inferno poiché la cattiva salute del poeta proibiva di continuare.
Giovanni Boccaccio morì nel 1375.

Corbaccio
Menzione eccezionale deve essere fatta per il Corbaccio, l’ultima opera a carattere narrativo del Boccaccio,
scritta verso il 1363. L’autore racconta come, sotto forma di visione, gli compaia il marito di una vedova che
Boccaccio corteggiava: l’ex marito dell’amata passa in rassegna tutti i vizi delle donne ed esorta Giovanni a
non dedicarsi all’amore, ma agli studi. Dunque, c’è l’abbandono della tematica amorosa per la passione alla
cultura seria29. Il titolo può esser derivato dal latino corba, vocabolo osceno sinonimo di nicchio; corbaccio
potrebbe valere come dispregiativo “corvo”, uccello del malaugurio che, nei bestiari medievali, era
identificato con la passione amorosa che, come un corvo sui cadaveri, rende ciechi. Francisco Rico :
«Corbaccio è il Secretum del Boccaccio» inteso come manifestazione della mutatio animi di un quarantenne
«con la rinuncia alle avventure amorose e la dedizione ad attività spiritualmente nobili.

28
Ci fu anche un’altra esperienza napoletana per Boccaccio, nel ’70, ma che finì lo stesso in delusione.
29
Qui si vede l’influenza del Petrarca
Riassunto esame Letteratura italiana

Umanesimo
Il termine Umanesimo fu coniato nella Germania dell’Ottocento dal pedagogista Friedrich Immanuel
Niethammer. Lo studioso derivò la parola “umanista” dal latino humanista, termine usato nel gergo
studentesco degli universitari del cinquecento per indicare colui che si occupava di discipline letterarie. Il
lemma humanista derivava a sua volta dall’espressione ciceroniana, riciclata dai dotti del Trecento, Studia
humanitatis, ossia «discipline relative all’umanità». L’umanesimo, inteso come fenomeno storico-sociale del
‘400, si caratterizza, infatti, per la preminenza di un gruppo ristretto di discipline, come la retorica, la storia,
la poesia e la filosofia morale, di cui si afferma l’assoluta centralità per la formazione dell’uomo, rispetto ad
altre discipline a carattere professionale, come il diritto e la medicina. Tali studia humanitatis vengono sentiti
come un ritorno al magistero degli antichi, latini e greci.
Nel momento in cui nasce la coscienza dell’Umanesimo, nasce anche il concetto di Medioevo, ovvero di età
di mezzo tra l’antichità e il moderno risorgimento. Il termine Medioevo compare per la prima volta nel 1518
nelle opere di Gioacchino di Watt. E’ precoce la nascita del pensiero che vorrebbe una forte opposizione tra
un Umanesimo sinonimo di luce e razionalità ed una “età di mezzo” sinonimo di oscurantismo, periodo
soggiogato ai dogmi ecclesiastici. Titolo principe di questa concezione è l’opera di Jacop Burckhardt La
civiltà del Rinascimento in Italia (1860). Il verità, l’opera del Burckhardt è, nel panorama del romantico
Ottocento, isolata: non di rado, in questo periodo, il giudizio di valore tra Medioevo e Rinascimento appare
ribaltato: il primo viene visto come l’epoca della fede, di lealtà cavalleresca; il secondo viene disprezzato in
quanto visto come indifferente in campo religioso, retorico, povero d’invenzione a causa dell’imitazione
verso l’antico.
Ai giorni d’oggi, nessuno oserebbe porre una spartiacque all’interno dei due periodi. Prima di tutto, grazie
allo straordinario sviluppo degli studi sul Medioevo, è stata resa giustizia allo splendore dottrinale, artistico e
filosofico dell’età di mezzo, che nessuno più si sognerebbe di marchiare come oscurantista. Ma l’altro
motivo per cui una contrapposizione recisa tra Medioevo e Umanesimo appare problematica è che il
progredire degli studi su ambedue le età non ha solo portato alla luce delle rotture tra i due periodi, ma
soprattutto continuità. Se, infatti, grazie agli studi, l’immagine del Medioevo esce dalla visione
“oscurantista” con cui era stata marchiata da una certa corrente storiografica, è anche vero che gli studi
recenti sull’Umanesimo hanno dimostrato l’insostenibilità di un Umanesimo laico, irreligioso, diretto al
laicismo illuministico. Dunque, il rapporto tra Medioevo e Umanesimo oggi ci appare molto più sfumato di
quanto non sembrasse in passato. Tuttavia, sia pure all’interno di un quadro più articolato, la novità
rappresentata dalla rinascita degli studia humanitatis appare incontestabile. Eugenio Garin sostiene che la
vera novità degli Umanisti sta nel nuovo rapporto che gli studiosi hanno con gli antichi. Difatti, se pur è
innegabile affermare che anche il Medioevo conobbe l’antico, agli studiosi dell’età di mezzo poco importava
determinare se una tesi fosse stata postulata da un filosofo o da un altro, quello che importava era assimilarla,
anche a scapito di omesse contestualizzazioni. Con l’Umanesimo, invece, comincia una ricerca precisa del
volto del pensatore, di dialogo tra passato e presente.

Se è vero che gli studia humanitatis vengono visti come un ritorno al magistero degli antichi, appare logico
che uno degli interessi principali degli studiosi del ‘400 è quello di riscoprire i testi antichi andati perduti. Gli
umanisti si accorsero ben presto che le biblioteche monastiche e capitolari, ricche di materiale non
catalogato, si prestavano ad essere delle vere e proprie miniere di codici antichi. In Italia, si rivelarono
importanti le istituzioni monastiche di tradizione benedettina e i fondi capitolari di Venezia e Montecassino.

Se parliamo di “cacciatori di manoscritti” è obbligatorio menzionare Poggio Bracciolini (1380-1459),


viaggiatore al seguito dell’antipapa Giovanni XXIII. Nel 1414, Poggio scoprì presso l’abbazia di Cluny due
orazioni ignote di Cicerone; nel 1416, nell’abbazia svizzera di San Gallo, riscoprì l’esemplare completo delle
Istitutiones oratoriae di Quintiliano, altre orazioni di Cicerone e le Argonautiche di Valerio Flacco; nel 1417,
il De re rustica di Columella, le Silviae di Stazio, le Historiae di Ammiano Marcellino e, infine, il De rerum
natura di Lucrezio. In una lettera a Guarino Veronese, dove si informava l’umanista del ritrovamento
dell’opera di Quintiliano, Poggio descrive la riscoperta dei testi antichi come una sorta di azione liberatrice.

Mentre i ritrovamenti degli antichi codici latini avveniva nelle principali biblioteche d’Europa, una via
diversa permise il recupero degli scritti greci: qui non c’era nulla da “disseppellire” poiché l’antica cultura
greca era ancora ben viva e disponibile, ma era disponibile in Oriente, nel mondo bizantino. In questo caso,
Riassunto esame Letteratura italiana

va da sé, l’ostacolo era per lo più geografico. Nel versante “orientale” menzioniamo per primo Giovanni
Aurispa (1376-1459), un siciliano studente di diritto a Bologna. Compie di viaggi in oriente:nel primo, 1413,
acquistava nell’isola greca di Chio codici di Sofocle ed Euripide; nel secondo, riporta in Italia Tucidide,
Omero, Diogene Laerzio; nel 1421, al rientro della sua più imponente campagna d’acquisti, riporta oltre 238
codici tra cui Aristofane, Callimaco, Demostene, Eschilo, Platone, eccetera.
Altro soggiorno in Oriente fu quello di Guarino Veronese (1374-1460), che nel 1430 si recò a Costantinopoli
per impadronirsi della lingua e delle cultura ellenica. A Costantinopoli abitò in casa del grecista Manuele
Crisolora.
Infine, ricordiamo Francesco Filelfo (1398-1481), che, recatosi a Costantinopoli nel 1421 sempre alla scuola
di Crisolora, ne sposò la nipote e tornò dopo sette anni in Italia dove sfruttò ambiziosamente il prestigio che
gli conferiva il soggiorno in Oriente.
Tuttavia, gli studi greci non furono riattivati soltanto dal movimento degli Umanisti italiano verso Oriente,
ma anche dal movimento inverso, ovvero il movimento dei dotti bizantini verso l’Italia. I dotti di Bisanzio
cominciarono a frequentare l’Italia quando l’imminenza del pericolo turco spinse Costantinopoli a rompere
l’isolamento e a cercare aiuto in Occidente. Questo processo portò dapprima a timide missioni diplomatiche,
in seguito portò al tentativo di riunione fra le Chiese d’Oriente e Occidente. La terza fase di questo processo
è costituita dall’afflusso di maestri greci dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi ottomani nel
1453. Alla prima fase di questo processo appartiene la figura di Manuele Crisolora (1350-1415), un
aristocratico, amico dell’imperatore Manuele II Paleologo, che in successivi viaggi in Italia e in Europa tentò
di tessere alleanze che assicurassero l’aiuto dell’Europa cattolica all’impero orientale. Crisolora compì viaggi
in Occidente: Genova, Venezia, Parigi, Londra. Nel 1396 la Repubblica fiorentina, dietro suggerimento del
cancelliere Coluccio Salutati, gli offrì la prima cattedra di Greco a Firenze.

Il nuovo rapporto degli umanisti con la storia, e con il vero storico, si attua attraverso lo strumento della
filologia. Esso non era un mero esercizio di erudizione perché accertare la verità dei testi poteva significare
accertare la verità della storia. Lorenzo Valla (1407-1457), il più grande grammatico e filologo
dell’Umanesimo, riuscì a dimostrare, su basi squisitamente linguistiche, che la famosa «donazione» di
Costantino, secondo cui l’imperatore avrebbe concesso al Papa il diritto di esercitare il potere temporale sul
territorio della Chiesa, era un falso compilato nel Medioevo. E’ pur vero che Valla non era uno studioso
neutrale poiché era al servizio di Alfonso D’Aragona, che si opponeva alle pretese del Papa Eugenio IV sul
regno di Napoli, ma l’episodio dimostra come la competenza filologica potesse essere impugnata come vera
e propria arma di contesa politico-ideologica. Non meno importante dal punto di visto filologico è un’altra
opera di Valla: Annotazioni al Nuovo Testamento. Valla sottopone il testo della Sacra Scrittura ad un’analisi
testuale, confrontando il testo latino corrente con la più antica traduzione di San Girolamo. Quest’analisi è
sconcertante poiché toccava il verbum sacrum, la parola di Dio: inizia con Valla un processo di approccio
laico ai testi sacri che arriverà a considerarli e studiarli nella loro concreta storicità, al di là di ogni
paralizzante sacralizzazione.

Quando prima abbiamo parlato della critica dominante del Romanticismo verso l’Umanesimo figurava, tra le
tante, quella che l’Umanesimo si presentava come un periodo povero di invettiva perché caratterizzato
dall’imitazione verso l’antico. Già Petrarca, nel ‘300 quindi, si difendeva da questa accusa: egli partiva
dall’esperienza persona di essere incorso involontariamente in citazioni degli autori prediletti. Petrarca
spiega bene in una lettera delle Familiares a Boccaccio che non si trattava di “imitazione”, ma di
immedesimazione: autori come Virgilio e Cicerone erano stati così profondamente assimilati da esser
divenuti parte di una memoria personale. Petrarca, nella difesa, procede contrapponendo due metafore, una
negativa ed una positiva. La metafora negativa è quella dell’Histrio, ovvero l’attore che cambia vesti
cambiando personaggio, passando da un’identità fittizia ad un’altra. La metafora positiva, invece, è quella
dell’ape, che succhia il dolce da ogni fiore, ma lo elabora e lo trasforma in qualcosa di diverso, in cera o
miele. Nel ‘400 questa posizione viene ripresa e approfondita. Le domande che si ponevano gli studiosi
erano: chi imitare? Come? Prendono largo due posizioni: la prima guidata da Agnolo Poliziano, la seconda
da Paolo Cortesi. I due furono protagonisti di uno scambio di lettere (ante 1490) in cui Poliziano difendeva la
libertà di imitare attingendo alla lezione dei più vari autori ( classicismo eclettico) mentre il Cortesi
sosteneva la necessità di tenersi stretto ad un solo autore (nel suo caso, Cicerone per la prosa e Virgilio per la
poesia).
Riassunto esame Letteratura italiana

Ma nel ’400 lo scontro intellettuale non si esaurisce nell’ambito dell’imitazione degli antichi, ma prosegue
per la scelta della lingua. Nel ‘400 la lingua latina fu sottoposta ad un processo di depurazione e di
restaurazione grazie ai ritrovati modelli classici. Questo ritorno del latino allo splendore “aureo” faceva
diventare la lingua sempre più di stampo elitario. Inoltre, l’accresciuta eleganza la rendeva anche meno
pratica di un volgare che, dopo l’esperienza letteraria tra Duecento e Trecento, aveva guadagnato un certo
prestigio. Inutile marcare il fatto che non mancarono dispute tra i sostenitori dell’una o dell’altra lingua.
Entro questi dibattiti è notevole la posizione espressa da Leon Battista Alberti (1404-1472), autore della
prima grammatica di lingua italiana, precisamente di lingua toscana. Riprendendo le parole di Marazzini
«l’opera nasce da una sorta di sfida: dimostrare che anche il volgare ha una sua struttura grammaticale
ordinata, come ce l’ha il latino». Alberti continuò la sua attività di promozione del volgare istituendo, nel
1441, il Certame coronario,una gara poetica nella quale i partecipanti dovevano affrontarsi attraverso
componimenti in volgare su un tema prefissato: il tema proposto per il concorso fu «la vera amicizia».
L’iniziativa nasceva dalla ferma convinzione che la lingua volgare sarebbe stata in grado di esprimere nobili
concetti purché vi fosse stato qualcuno capace di urla in modo adeguato. Gli umanisti chiamati a ricoprire il
ruolo di giudici, però, non ritennero nessuno degno della corona d’alloro in argento. Secondo un’anonima
Protesta ( probabilmente scritta dallo stesso Alberti), i giudici avrebbero fatto fallire intenzionalmente la
gara poetica perché irritati dal fatto che una lingua come l’italiano avesse preteso di gareggiare con il latino.

Ma attraverso quali istituzioni si diffuse la nuova cultura umanistica? Quali furono i luoghi di diffusione del
nuovo sapere?
Se al centro della cultura Medioevale c’erano state la Chiesa e le grandi università, la nuova cultura
umanistica crea ambiti educativi diversi : spazi privati, semiprivati, scuole che si impongono per il prestigio
degli insegnanti. Per quanto riguarda gli spazi privati, ritorniamo a Guarino: egli arrivò a Ferrara nel 1429
come precettore dei principi d’Este, i figli del marchese Niccolò. A Ferrara, Guarino aprì in casa propria una
scuola, il celebre contubernium, che prevedeva, in una libera convivenza di maestro e allievi, un processo
formativo condiviso volto alla formazione integrale dell’individuo.
Ma la libertà e la creatività della nuova cultura si conferma, più precisamente, nell’aggregazione culturale
strutturata. Gli Umanisti evitavano le “vecchie” università e Chiese. Essi si riuniscono nelle Accademie,
ovvero associazioni e sodalizi intellettuali che si aggregano liberamente intorno ad una figura di spicco per
dialogare di filosofia, teologia e letteratura. Nel ‘400, l’accademia più celebre era quella di Marsilio Ficino,
fondata nel 1463, a Firenze, in una villa messagli a disposizione da Cosimo il Vecchio con lo scopo di
favorire lo sviluppo del platonismo. Un’altra accademia importante era quella detta “Romana” di Pomponio
Leto (1428-1497) nella quale la passione per l’antichità assunse caratteri eversivi di vera e propria rinascenza
pagana e di fastidio verso la religione cristiana. L’avversità contro la chiesa si trasformò in scontro quando,
nel 1468, i principali esponenti dell’accademia furono arrestati sotto l’accusa di avere cospirato contro papa
Paolo II.

Firenze tra Umanesimo civile e Laurenziano.

Con Umanesimo civile e laurenziano si distinguono due momenti storico-letterari successivi del ‘400
fiorentino: il primo, che fa capo alla figura del cancelliere Coluccio Salutati (1331-1406), caratterizzato da
un legame strettissimo fra istituzioni politiche e cultura; il secondo, che gravita intorno alla figura di Lorenzo
de’ Medici, caratterizzato da un profondo mecenatismo che tende a chiudere gli intellettuali all’interno del
potere, allontanandoli da un impegno attivo nella società.
Anche se è vero che la fase “civile” è rappresentata dall’operato dei cosiddetti «umanisti-cancellieri»,
dobbiamo tenere presente che Leonardo Bruni portò a termine la carica di cancelliere dopo che Cosimo de
Medici era salito al potere (1434) e che Poggio Bracciolini assunse la carica di cancelliere in pieno regime
mediceo. Il governo di Lorenzo (1469-1492), d’altra parte, non segna uno stacco nella collaborazione tra
politica e cultura, ma la prosegue in termini diversi. Tuttavia, è innegabile che il consolidarsi del potere
mediceo abbia modificato la funzione dell’intellettuale fiorentino: in un primo momento egli si identificava
con l’istituzione politica di cui era parte attiva; in seguito, l’intellettuale si realizza al di fuori della gestione
diretta della cosa pubblica, si concede alla protezione del mecenate e si dedica, grazie a lui, in pace allo
studio.
Riassunto esame Letteratura italiana

Gli intellettuali operanti nel primo ‘400 sono, dunque, legati alle istituzioni repubblicane di Firenze e al
regime Oligarchico che ha il controllo sulla città, almeno fino al ritorno di Cosimo il Vecchio nel 1434. In
questo clima matura il mito della fiorentina libertas. La seconda fase dell’Umanesimo fiorentino è introdotta
dall’attività di Cristoforo Landino (1424-1498), nel quale la passione civile dei cancellieri umanisti lascia il
posto ad un impegno esclusivamente letterario e filologico. Landino fu maestro di Lorenzo il Magnifico, ma
fu quest’ultimo ad indirizzare il cenacolo di intellettuali verso una cultura di carattere esclusivamente
letterario e non politico.

Lorenzo il Magnifico.

Lorenzo de’ Medici (1449-1492) nasce a Firenze nel momento in cui i Medici sono al culmine della loro
fortuna e del loro magnifico mecenatismo. L’infanzia e l’adolescenza di Lorenzo trascorrono in questo clima
privilegiato di straordinario fermento intellettuale. Lorenzo apprende il greco seguendo le lezioni
dell’Argiropulo, docente di lingua greca all’università di Firenze. Segue sicuramente anche le lezioni di
Ficino, specie dopo la fondazione dell’accademia Platonica nel ’63. Fra i suoi precettori c’è anche
Cristoforono Landino, professore di poetica ed eloquenza, e Antonio Squarcialupi, l’organista del Duomo. Il
classicismo con cui si forma non escludono, però, anche un’educazione mondana e cortese, tanto e vero che,
quando a vent’anni vince la giostra in piazza Santa Croce, alla presenza dell’aristocrazia fiorentina dedica la
sua vittoria a Lucrezia Donati. Nello stesso anno della giostra, Lorenzo sposa Clarice Orsini, aristocratica
romana. Pochi mesi dopo il matrimonio, muore il padre di Lorenzo, Piero: aveva solo 51 anni ed aveva
guidato la famiglia solo per 5 anni. Lorenzo si trova così ad avere, a vent’un anni, il peso dello «Stato» sulle
spalle.

Isolando il contesto di Lorenzo-letterato, possiamo affermare che, all’interno della sua famiglia, gli venissero
in senso culturale due messaggi contrastanti: da una parte c’era il nonno, propugnatore del nuovo
Umanesimo greco-latino, protettore di Ficino, fautore del neoplatonismo; dall’altra c’era la mamma
Lucreazia Tornabuoni, rappresentante del gusto popolareggiante, semicolto, volgare. Nonostante la sua
formazione, il giovane Lorenzo, come poeta, appartiene al versante “materno”. Non per niente i fratelli Pulci
gli sono, in questi anni, personalmente molto vicini. La loro impronta si rileva in tutte le opere giovanili di
Lorenzo: nel Corinto, nell’Apollo e Pan, nel Simposio e, soprattutto, nella Nencia da Barberino.
Quest’ultima rappresenta anche uno dei casi più intricati della poesia del ‘400: il testo ci è stato tramandato
in più versioni ed esistono varie attestazioni, dirette ed indirette, di «testi nenciali», che testimoniano la larga
diffusione del tema. Nencia da Berberino è una contadina: i testi costituiscono una lode parodistica delle sue
bellezze, risolvendosi un rovesciamento comico, di tono goffamente rusticale, della lunga tradizione cortese
della «lode di Madonna».

Nel 1473, con la composizione del De summo bono, Lorenzo cambia registro. L’opera, sei capitoli in terzine,
mette in scena il dialogo tra Lauro ( Lorenzo stesso ) e Marsilio ( Marsilio Ficino) e testimonia il rapporto
profondo che si è ormai istituito fra il giovane signore di Firenze e il filosofo. Da quell’anno, non a caso,
cominciano i dissapori di Luigi Pulci con alcuni membri della cerchia medicea, primo fra tutti il Ficino
stesso. Nel neoplatonismo di Ficino, Lorenzo trova un sostegno spirituale essenziale in una vita sottoposta a
tanti pericoli come la sua. Legandosi nuovamente a Ficino, inoltre, Lorenzo torna al programma culturale
miceneo proposto anni prima dal nonno Cosimo.

Lorenzo, che probabilmente scrive poesie d’amore da quando era giovinetto, continua su questo itinerario
almeno fino agli anni Ottanta senza mai dare al canzoniere una forma compiuta e chiusa: ne risulta un libro
di rime costruito per accumulazione. Questa sorta di “diario poetico” testimonia fedelmente l’evoluzione
della poesia, dell’esperienza d’amore e del pensiero di Lorenzo. A questa struttura lirica, si sovrappone la
composizione del Comento, un’opera mista di prosa e versi. Nel Comento, Lorenzo raccoglie alcuni sonetti
delle Rime e li commenta in prosa, cimentandosi in un’impegnativa interpretazione filosofica dell’essenza
d’amore e delle modalità del suo manifestarsi. E’ notevole che nell’ultima fase della sua poesia, nelle Rime
come nel Comento, Lorenzo risalga all’indietro lungo la genealogia della poesia d’amore toscana e, oltre
Petrarca, riscopra non solo Dante, ma anche lo stil novo.
Riassunto esame Letteratura italiana

La signoria occulta dei medici conosce il suo momento più critico nel 1478 con la congiura de’ pazzi: i
congiurati colpiscono Lorenzo e il fratello Giuliano durante la messa in Santa Maria del Fiore. Giuliano cade
assassinato mentre Lorenzo riesce a salvarsi rifugiandosi assieme ai suoi amici nella sacrestia. Il popolo
fiorentino si solleva in aiuto di Lorenzo e danno inizio al linciaggio dei congiurati. Lorenzo, intanto, affronta
la situazione di petto: egli si reca dal re di Napoli, massimo rappresentante dello schieramento antimediceo e,
mettendosi nelle mani del re, negozia la fine delle ostilità: è il trionfo di Lorenzo. Al frangente napoletano si
lega il documento più impegnativo della politica culturale di Lorenzo: la cosiddetta Raccolta aragonese,
ovvero l’antologia di rime antiche che Lorenzo fece allestire tra il 1476 e il 1477 per il giovane Federico
d’Aragona, figlio del re di Napoli. La raccolta conteneva 449 testi fra cui Dante, Guinizzelli, Guittone,
Cavalcanti, Cino da Pistoia. Manca Petrarca forse perché ritenuto tanto famoso da non esser manco
menzionato.

L’opera culturale di Lorenzo attraversa anche il coinvolgimento nelle “feste” fiorentine, occasione
“interclassista” della vita cittadina. Lorenzo lascia il suo segno, all’interno di questa produzione, con un
cospiquo numero di canzoni destinate ad accompagnare le mascherate di Carnasciale oppure ad essere
eseguite su carri trionfali. Il canto carnascialesco è una canzone cantata da un gruppo di figuranti che
impersonano arti e mestieri. Sono testi a doppio senso osceno.
Altra cosa sono i «trionfi» ovvero carri allegorici in genere ispirati alla mitologia classica che sfilavano in
occasione festive varie, ma specie per Carnevale.

Al trionfo del Magnifico fanno riscontro molti lutti e dolori. La congiura aveva portato via suo fratello; nel
1482 muore la madre; nell’88 è la volta della moglie. Nel culmine del successo, Lorenzo sembra distaccarsi
dal suo ruolo pubblico dedicandosi, per lo più, alla costruzione della futura biblioteca Laurenziana assieme a
Poliziano e Pico. Le sue ultime opere hanno un forte spirito religioso. Muore nel 1492.

Luigi Pulci
Luigi Pulci (1432-1484) nasce da una famiglia di nobili origini, ma decaduta. Alla morte del padre nel ’51,
Pulci si ritrova a mantenere la famiglia: dopo un breve periodo al servizio di Francesco Castellano, un ricco
uomo d’affari, il Pulci si avvicina ai Medici. La cultura di Luigi non è raffinata, anzi: la sua formazione
risente della frequenza delle lezioni fiorentine di Bartolomeo Scala, ma de facto le sue conoscenze si
limitano a rudimenti di latino e le sue letture più approfondite riguardano Dante, Petrarca e Boccaccio.
Nonostante questo, nel 1461 diventa assiduo frequentatore, assieme al fratello Luca, del palazzo mediceo.
Luigi si lega particolarmente a Lucreazia Tornabuoni, la madre di Lorenzo de’ Medici. Sarà proprio Lucrezia
ad esortare lo scrittore alla stesura del Morgante, che uscì a stampa per la prima volta nel 1478. Poi
seguirono altre due edizioni, nel 1481 e nell’82. Al primo Morgante, in ventitré canti, seguì il Morgante
maggiore, con altri cinque canti.

Il poema pulciano si rifà ai ben noti canovacci della tradizione cavalleresca. I personaggi provengono dal
ciclo carolingio. Per una breve sintesi della trama si vedano pp 237-238 del libro di letteratura Italiana
Battistini, qui ci limiteremo a sottolineare solo alcuni elementi d’analisi.

Nel 1896 un giovane Pino Rajna rintracciò in un manoscritto della Biblioteca Laurenziana di Firenze un testo
che sembrò il precedente diretto di Morgante. L’anonimo autore autodata il testo per il 1384, ma si tratta di
una pretesa di aumentare il prestigio del manoscritto aumentando l’età. Eppure i tratti stilistici del testo ed i
caratteri narrativi collocano il poema nell’ultimo quarto del Quattrocento, ovvero negli stessi anni del
Morgante. A livello di trama il testo, che spesso corrispondeva ottava per ottava al testo pulciano, è simile al
Morgante, ma non uguale. Le aggiunte pulciano si rilevano brillanti: la storia d’amore fra Uliveti e Forisena,
la mancata impiccagione di Astolfo, le ottave del mostro peloso, l’episodio di Dodone liberato da Morgante,
l’invenzione di Margutte.

L’invenzione di Margutte, il mezzo gigante, si rivele la più famosa del poema. In questo personaggio
possiamo leggere un attendibile manifesto dell’ideologia irriverente, ribelle e parodica dell’autore. Margutte
è un gigante cresciuto a metà, un doppio mostro essendo un gigante abortito. La bruttezza fisica si
Riassunto esame Letteratura italiana

accompagna ad una bruttezza morale che, nella sua presentazione, Margutte rivendica e specifica in dettaglio
in una confessione senza pentimento: ateo, violento, peccatore, ladro, farabutto. Margutte si presenta come il
male assoluto («io fu’ cattivo insin nell’uovo»). Margutte è una sorta di Ser Ciappelletto decameroniano che
ha deciso di pubblicare orgogliosamente il manifesto della sua vita rovesciata, vissuta tutta sul versante
negativo dell’impertinenza morale.

Ma l’originalità del Morgante non sta solo nelle aggiunte del racconto: l’originalità dell’operazione
pulciniana è di carattere linguistico e stilistico. Si potrebbe infatti pensare che la scelta di un tema come
quello cavalleresco, che richiama un canovaccio già scritto come quello di Orlando e dei cavalieri di Carlo,
con l’aggiunta solo di alcune novità, sia stata studiata dal Pulci per concentrarsi sul registro della
comunicazione: ogni parola è drogata, deformata. Il mondo stesso dei paladini di Carlo esce da questo
restiling stilistico come parodizzato, comicamente rovesciato.

Se già con il personaggio di Margutte abbiamo scoperto una sarcastica estraneità del Pulci verso le
sottigliezze teologiche della Firenze contemporanea, tale distacco viene confermato anche in numerose rime
del poeta, il quale non si fa problemi a sfiorare la parodia blasfema. Tale comportamento porta il poeta a
scontrarsi con i rappresentanti della “vecchia guardia” fiorentina, con Ficino e con gli altri membri
dell’avanguardia neoplatonica. Pulci li aggredirà più volte in sonetti che ridicolizzano la dottrina ficiana. Il
risultato dello scontro tra le due parti è la progressiva emarginazione del Pulci dalla brigata laurenziana.
Nonostante non ci sarà mai una vera e propria rottura formale tra lui e Lorenzo, è anche vero che Pulci negli
ultimi anni della sua vita lascerà Firenze per recarsi a Milano, al servizio di Roberto Sanseverino. In questo
umore di rancore per quanto successo a Firenze, Pulci matura gli altri cinque cantari del Morgante Maggiore.
Qui il registro espressivo muta, diviene serio, ambizioso, dotto, politico: palese è il re pagano Marsilio
(=Marsilio Ficino) che mostra il carattere infido e traditore di Ficino; l’inserto apertamente ideologico del
diavolo Astarotte intende rispondere a distanza ai detestanti neoplatonici. Quella di Astarotte è una risposta
serie: il diavolo si presenta come campione di tolleranza religiosa, basata sul principio che «non debbe
disperar mercede/chi rettamente la sua legge tiene». Ma dove pulci marca la mano è la denuncia verso la
«presunzion […] de’ mortali» che pretendono di «giudicare il Ciel di terra» facendo riaffiorare lo scetticismo
nei confronti della teologia, della filosofia e della inanità delle loro speculazioni.

Pulci muore a Padova durante un viaggio al seguito di Sanseverino. Negli ultimi anni si era riavvicinato
all’ortodossia cattolica, scrivendo anche un poemetto dedicato alla Vergine l’anno prima di morire (1483),
ma ciò non gli valse il perdono delle chiesa: Pulci morì nel 1484 e fu seppellito in terra sconsacrata a causa
dei suoi «scritti profani».

Angelo Poliziano
Nel circolo mediceo fu Angelo Ambrogini (1454-1494), detto il Poliziano dal nome del luogo natio mons
Politianus. Da Montepulciano si trasferì nel 1469 a Firenze. Entrò nella cancelleria privata dei Medici
ottenendo a ventuno anni l'incarico di precettore dei figli di Lorenzo, Piero e Giovanni, il futuro papa Leone
X. Verso la fine del 1479, forse per contrasti con la moglie di Lorenzo, Clarice Orsini, Poliziano si allontanò
da Firenze e dimorò a Venezia, Padova e Mantova. Nel 1480, ritrovato il pieno accordo con i suoi protettori,
tornò a Firenze e si dedicò completamente agli studi classici, trascurando la produzione poetica in volgare a
favore della poesia latina, soprattutto epigrammi ed elegie (celebri quelle In violas, e In Albieram Albitiam,
per la morte di una quindicenne), e dell'impegno filologico. Sono testimonianza della sua attività di questi
anni i poemetti in esametri latini inclusi nelle prolusioni accademiche: Manto (1482); Rusticus (1483);
Ambra (1485) e Nutricia (1486), di contenuto teorico e metodologico. La sua ricerca filologica (raccolta nei
Miscellanea, 1489) dette frutti di importanza decisiva; notevoli anche i suoi apporti all'interpretazione di
Aristotele e i giudizi letterari di cui sono piene le Epistole (1494). Celebri sono rimaste le sue canzoni a ballo
in volgare (fra tutte, I'mi trovai, fanciulle e Ben venga maggio e il gonfalon selvaggio), che traducono in un
linguaggio di grande misura una gioiosa cantabilità popolaresca.

Per Giuliano de’ Medici, vincitore della giostra nel 1475, Poliziano scrisse in ottave le Stanze per la giostra,
pubblicate solo nel 1494. Le prime strofe sono dedicate alla glorificazione di Firenze e di Lorenzo (Lauro),
nuovo protettore delle arti e della poesia; segue la comparsa della figura di Iulo (Giuliano), la cui giovinezza
Riassunto esame Letteratura italiana

rude e selvatica è trascorsa nei piaceri della caccia e nel disprezzo per l'amore. Ma un giorno, durante una
caccia, egli diviene preda di Cupido, s'innamora e inizia così la sua formazione di uomo sensibile ai valori di
amore e della gloria. Il secondo libro si apre con la celebrazione di Lorenzo, poeta e innamorato; a Iulo viene
ordinato in sogno di conquistare la donna amata, dimostrando il proprio valore nelle armi. Qui si interrompe
il poema. Il poema si chiude solo al secondo libro a causa della morte prematura di Giuliano durante la
congiura de’ pazzi. L’ importanza del testo, al di là della trama abbastanza fragile, consiste nella creazione di
una dimensione in cui si rapportano in perfetto equilibrio la potenza illuminata dalla cultura e la bellezza che
suscita l'amore. Questo mondo ideale ha come contesto una natura splendente, ancora incontaminata: una
rappresentazione tutta terrena, ma non per questo meno affascinante, del mito del paradiso terrestre, in cui
l'essere umano può sentirsi perfettamente appagato. L'ottava di origine popolare viene nobilitata attraverso
una raffinata eleganza di intarsi letterari, derivati sia dalla tradizione della poesia lirica volgare, sia
dall'attenzione filologica alla produzione classica, trattata e tradotta con grande maestria, mentre la lingua è
costituita da una preziosa rielaborazione e fusione della tradizione fiorentina degli ultimi due secoli, senza
cedimenti alla tentazione di passive imitazioni.

Elaborata sullo schema delle sacre rappresentazioni, la Fabula d'Orfeo ha come contenuto il mito
del poeta e musico Orfeo, che grazie alla sua arte divina riesce a commuovere e vincere la morte,
ottenendo dal re degli Inferi Plutone la restituzione della sposa Euridice. Non sapendo però resistere
all'umanissimo desiderio di rivolgere lo sguardo all'amata lungo il cammino che li riporta sulla
terra, la perde per sempre. Poliziano come pochi altri credette nel valore assoluto della poesia
portatrice di valori eterni di bellezza e di armonia; ma allo stesso tempo sentì, specialmente dopo il
1480, il senso della fugacità della vita, del rapido tramonto della giovinezza, la fine inevitabile di un
sogno. Dal punto di vista teatrale la Fabula riveste una notevole importanza perché segna la nascita
del dramma pastorale, che avrà un grande sviluppo nel corso del Cinquecento.

Ferrara e l’Umanesimo Cortigiano.

L’umanesimo fiorentino si distingue prima in un umanesimo «civile», poi laurenziano, popolaresco e


signorile allo stesso tempo. Fuori Firenze, l’Umanesimo si struttura, invece, secondo il modello cortigiano: il
centro culturale è la corte, alle dipendenze del principe. Questo modello di Umanesimo trova nella Ferrara
degli Este il suo esempio più compiuto ed artisticamente fecondo.
La Ferrara del ‘400 è formalmente un feudo pontificio: ad ogni passaggio di successione il nuovo signore
estense deve essere riconosciuto dal Papa. L’influenza della Chiesa nella politica di Ferrara è, dunque, molto
forte e si rivelerà la rovina stessa del ducato poiché nel 1598 il ducato verrà sciolto per tornare sotto le
dipendenze dirette della Chiesa. Un secondo fattore che limiterà le ambizioni del piccolo ducato è la
vicinanza geografica con Venezia, la quale impedirà sempre all’ambiziosa Ferrara di sviluppare una forte
vocazione marinaresca e commerciale stroncando ogni tentativo da affermazione sul mare. Nonostante tutto,
Ferrara riesce comunque ad avere nel ‘400 un ruolo di primo piano. Dopo la signoria di Niccolò III, il breve
regno del marchese Leonello dà a Ferrara il prestigio di un principato esemplarmente umanistico, in cui lo
stesso signore sembra incarnare, secondo le fonti, il modello platonico del filosofo al potere. Il successore di
Leonello, il fratellastro Borso, dalle fonti è stato contrariamente dipinto come un signore gaudente e
illetterato. Eppure Ferrara sotto il suo regno conosce opere come gli affreschi di Schifanoia e la città viene
promossa nel ’71 da Marchesato a Ducato, il che significa che la città veniva considerata una protagonista
sulla scena politica europea. Ma sarà solo sotto il ducato di Ercole I d’Este che Ferrara si lancerà
all’avanguardia tra le città del suo tempo: il duca concepisce, infatti, la celebre ‘addizione erculeanea’ che
rappresenta il primo piano urbanistico ispirato ai nuovi concetti del classicismo architettonico; sotto il suo
impulso Ercole, pur essere più un guerriero che un letterato, dette un grande impulso agli studi letterati, tanto
è vero che sotto suo volere Ferrara divenne il centro di traduzione, riadattamento e produzione della
commedia “all’antica”; sempre sotto di lui, si consolidò quel particolare gusto letterato estense che unisce la
componente umanistica a quella romanza, che tiene viva l’antica tradizione cavalleresca ( Boiardo con
L’Orlando Innamorato). Ci fu anche un tentativo, da parte di Ercole I, di estendere il modello ferrarese in
Italia: attraverso un’accorta politica matrimoniale, Ercole mandò in sposa le sue figlie, Isabella e Beatrice,
rispettivamente a Mantova e a Milano. Creando questa sorta di triangolo estense, il gusto letterario della
corte ferrarese poté espandersi. E se Beatrice, sposa di Ludovico il moro, morì Giovanissima non potendo
adempiere pienamente all’obiettivo paterno, Isabella, sposa di Francesco Gonzaga, nella sua lunga vita di
Riassunto esame Letteratura italiana

marchesana riuscì a trasformare la corte di Mantova in una sorta di microcosmo della cultura e del gusto
rinascimentale gettando le basi, col suo ossessivo collezionismo, per quella che sarà la «celeste galeria»
gonzaghesca che arriverà a contare 1800 quadri e 3000 libri.

Matteomaria Boiardo
Matteomaria Boiardo (1441-1494) nasce a Scandiano. Grazie al nonno Feltrino, cavaliere e politico di
rilievo, poté godere di una solida preparazione classica. Collabora, sin da giovane, sempre grazie al nonno,
con la corte d’Este: sin dal 1467 compone, per il giovane principe Ercole, numerosi volgarizzamenti di
scrittori classici e medievali. A partire dalla seconda metà degli anni ’80, Matteomaria è collaboratore
principale di Ercole nell’ambizioso progetto di rinascita del teatro classico, che prevede il volgarizzamento e
la messa in scena di numerose commedie di Plauto e Terenzio.

Verso la fine degli anni ’60, Boiardo sperimentò la poesia d’amore in volgare. Il suo canzoniere, che si
concluderà verso il 1476, rappresenta la ripresa più serie, nel panorama quattrocentesco, del modello
petrarchesco. Il suo canzoniere è, infatti, un vero e proprio libro di rime in cui ogni poesia contribuisce a
formare un testo organico, continuo e compatto. Avendo come modello Petrarca, è facile osservare due
somiglianze tra i due canzonieri: entrambi sono modellati su un’unica passione amorosa; entrambi iscrivono
le loro rime in uno schema di errore/pentimento, che inquadra l’amore in termini di disavventura giovanile.
Ma gli Amorum libri tres rappresentano anche tratti del tutti originali. Innanzitutto, sfruttando le sue
conoscenze classiche, Boiardo non guarda come modello esclusivamente il Petrarca, ma anche i poeti
elegiaci ed erotici latini, che parlano di amori più carnali, concretamente consumati. Inoltre, a differenza
della maggior parte della tradizione lirica volgare, l’identità anagrafica della donna amata, Antonia Caprara,
è dichiarata dall’autore stesso.
Il canzoniere boiardesco si divide in tre libri, corrispondenti alle diverse fasi di una vera e propria storia
d’amore: nel primo, c’è l’innamoramento e la conquista della donna; nel secondo c’è il tradimento di lei e la
delusione del poeta; nel terzo, c’è un breve ritorno di fiamma che chiude il libro su una note dolce-amara, di
una schiavitù d’amore ormai subita senza illusioni e senza speranza di felicità.

Una prima edizione dei primi due libri dell’Orlando Innamorato fu pubblicata tra l’82 e l’83. Di questa
edizione non ci è rimasta alcuna copia. Il terzo libro, steso a rilento e rimasto interrotto, fu, invece,
pubblicato a sé stante nel 1495, pochi mesi dopo la morte dell’autore. Pochi mesi dopo, a cura degli eredi di
Boiardo, uscì la prima edizione completa della sua opera in tre libri.
Per una breve sintesi della trama si vedano pp 258-261 del libro di letteratura Italiana Battistini, qui ci
limiteremo a sottolineare solo alcuni elementi d’analisi.

Dal titolo stesso è evidente l’invenzione primaria che governa l’opera: far innamorare Orlando per
trasformare il più casto e integro dei cavalieri della corte carolingia in un amante cortese. Innamorandosi,
Orlando esce dalla scena epica, abbandona fisicamente il paesaggio della guerra, abbandona l’armata
cristiana e la battaglia di Carlo per entrare nello spazio bretone della «ventura» disseminato di prove magico-
meravigliose. Usando la felice affermazione di Pio Rajna : «S’avrà, dunque, la fusione delle materie di
Francia e di Bretagna; i due fiumi che prima scorrevan paralleli, ora si congiungeranno in un solo letto». Il
cast rimane carolingio, ma il sistema di valori e di comportamenti è arturiano. Rispetto ad una tradizione che
tendeva a privilegiare la cavalleria carolingia ( epica, seria, cristiana, storicamente fondata ), che «tenne ad
amor chiuse le porte» rispetto a quella bretone ( romanzesca, d’intrattenimento, amorosa), il poeta di
Scandiano rovescia la gerarchia e proclama la superiorità di quest’ultima.
L’Orlando Innamorato inaugura anche un nuovo modello, che sarà ripreso dall’Ariosto: la struttura ad
intreccio del racconto, fondata su una continua interruzione e ripresa a distanza dei vari fili narrativi. Perché?
Perché quel che leggiamo non è un racconto, ma la rappresentazione del racconto: il libro contiene un testo
che non è stato scritto per essere letto, ma per essere recitato. Prova ne è l’esordio «Signori e cavallier che ve
adunati/ per odir cose dilettose e nove,/ state attenti e quieti, ed ascoltati/ la bella istoria che ‘l mio canto
muove». Questo non è un vero e proprio esordio, ma l’inizio di una performance orale col cantore che invita
il pubblico a prendere posto e fare silenzio. Dunque, i canti non sono semplici capitoli di un racconto, ma
sessioni performative. Tanto è vero che alla fine e all’inizio dei canti, c’è un saluto da parte del poeta. Da
questa dimensione orale, nasce l’intreccio: per far in modo che il pubblico non si annoi, il poeta riprende ad
Riassunto esame Letteratura italiana

intreccio più avvenimenti, crea suspence, mette sulle spine l’ascoltatore. Per divertire l’ascoltatore, inoltre, il
poeta si ferma completamente l’azione ed inserisce una novella breve.

Ritorniamo alla vita del poeta. Tra il 1480 e il 1483, gli viene affidato il governo di Modena. Nel 1487
diviene capitano ducale di Reggio, un incarico che ricoprirà fino alla morte, nel dicembre del 1494, poche
settimane dopo aver assistito impotente all’arrogante passaggio delle truppe di Carlo VIII nel suo territorio.

Napoli Aragonese.

Il ‘400 napoletano coincide con la figura e l’opera di Alfonso d’Aragona. Entrato nella capitale nel 1443, il
re vi impiantò subito una corte sfarzosa di grandi ambizioni intellettuali richiamando una schiera di dotti e
letterati, quella che Garin chiamò la sua «collezione di uomini». La cerchia intellettuale spazia da nomi come
il Bruni, il Bracciolini fino al Valla, il Pontano ed Antonio Beccadelli. A questi ultimi due nomi si deve
anche la nascita dell’Accademia Napoletana. Sono per la maggior parte nomi del centro nord perché, come
suggerisce Garin «mancò nell’Italia del sud una profonda diffusione del nuoo sapere, mentre forze più vive
tendevano a emigrare verso le città e le corti del nord».
L’umanesimo aragonese assunse, quindi, l’aspetto di un trapianto artificioso, legato soprattutto grazie
all’energica iniziativa del re. Ma tutto si consuma e finisce alla corte del re e l’accademia da lui voluta:
Alfonso non promosse la scuola universitaria, né si preoccupò di estendere la vitalità culturale della sua corte
in altri centri del regno o in altre istituzioni del sapere.

Nel 1458 l’accademia napoletana, la più antica d’Italia, viene fondata da Antonio Beccadelli meglio
conosciuto come il Panormita, autore di un’opera molto licenziosa che fu subito accusata e nascosta. Il vero e
proprio lavoro dell’accademia nasce sotto la direzione di Giovanni Pontano, letterato e organizzatore delle
diverse riunioni e banchetti durante i quali venivano declamati ad alta voce versi latini. Tantissimi sono gli
intellettuali napoletani che partecipano alle riunioni discutendo sulla filosofia, l’arte e la letteratura. Tra
questi vi è anche Jacopo Sannazaro, che a sua volta divenne poi il direttore, e Masuccio Salernitano. La
parabola storica della letteratura napoletana si sottoscrive nel periodo aragonese tra il 1442 e il 1502. La
produzione letteraria è estremamente legata all’esistenza della corte regia, non a caso i maggiori letterati
prima citati svolgevano in qualche modo ruoli di funzionari del sovrano stesso. Alla caduta del governo
aragonese e l’instaurazione stabile del regime spagnolo segnò un netto calo della produzione di opere
artistiche in volgare. Giovanni Pontano rappresenta con la sua opera più famosa, il De amore coniugali, una
vera e propria innovazione per la lirica amorosa italiana. Difatti, prima di Pontano, tutti i poeti hanno sempre
elogiato l’amore per un’amante, per una donna che usualmente era già sposata, l’autore in questione appare
come il primo che canta l’amore per sua moglie! Particolari sono anche le Nenie, ovvero ninna nanne scritte
per cullare i figli.
Masuccio Salernitano invece con il suo Novellino si pone come successore del grande Giovanni Boccaccio,
ma presto il suo libro a causa dell’eccessiva vivacità espressiva riguardo determinate questioni religiose,
viene inserito e censurato nell’Indice dei libri proibiti.
Il grande poeta napoletano che già nel Quattrocento riscosse un immediato successo, Jacopo Sannazaro,
compone un prosimetro di dodici egloghe alternate ad altrettante prose conosciuto sotto il nome Arcadia.
L’opera narra del giovane Azio Sincero (pseudonimo dello stesso poeta), che dopo una delusione amorosa
decide di viaggiare nella famosa regione greca dell’Arcadia per dimenticare le sue sofferenze. Tuttavia
l’atmosfera del luogo rilassante, ma malinconica e funerea (rappresentazione metaforica delle gioie e delle
angosce della vita di corte) causa nel giovane un brutto sogno che lo costringe a ritornare a Napoli. Il suo
viaggio si svolge nelle viscere della terra tramite un tunnel che lo condurrà al di sotto del Vesuvio. La Napoli
umanistica rappresentava dunque un polo di estrema importanza a livello letterario e culturale grazie alla
presenza di tantissimi autori che hanno reso celebre la città, descrivendola realisticamente anche se trasferita
in atmosfere mitiche e lontane come quella dell’Arcadia.
Riassunto esame Letteratura italiana

Il Cinquecento: le idee, la cultura, le istituzioni.


Nel ‘500, più ancora che nel ‘400, il classicismo non esaurisce il quadro culturale dell’epoca: all’aspetto
classicheggiante e idealeggiante di tale cultura, si affiancano anche altri aspetti più turbati, inquieti, che
spesso scaturiscono da zone di pensiero diverse. Eugenio Battisti in L’Antirinascimento, nel 1962, e, ancor
prima, nel 1950, Hiram Haydn ne Il Controrinascimento sottolineano la presenza, nel ‘500, sia di correnti
naturalistiche, magiche ed esoteriche accanto al neoplatonismo imperante, sia il proliferare di un gusto per
l’irregolare, il grottesco, il mostruoso accanto al culto armonico della bellezza ideale classica.
Di più difficile interpretazione, anche a livello di pura periodizzazione, è il Manierismo, visto tal volta come
fenomeno culturale che va ad essere anello di congiunzione fra Rinascimento e Barocco. Il termine
Manierismo nacque nel ‘600 in ambito artistico per indicare certe manifestazioni artistiche di tardo ‘500 che
apparivano come la semplice e goffa trasformazione «in maniera» delle forme create dall’arte classica
rinascimento. Lo storico dell’arte Marx Dvorak, negli anni Venti del Novecento, vide nel Manierismo non un
fenomeno di decadenza e di esaurimento, ma l’emergere di un carattere soggettivistico e deformante dell’arte
di fine cinquecento, in contrapposizione alle regole classiche. Grazie a Dvorak nascerà un filone di pensiero
che farà del Manierismo l’espressione artistica della crisi che scuote un secolo travagliato: Manieristi
saranno chiamati gli artisti, inizialmente soprattutto fiorentini, che negli anni del primato michelangiolesco
danno vita ad una pittura caratterizzata da linee “serpenti nate”, allungate e sinuose, colori agri e preziosi,
astratti. Per quanto riguarda l’applicazione del modello manieristico nella letteratura si veda Manierismo e
letteratura di Gerg Weise, che, negli anni ’60, individuò non solo nel ‘500, ma in tutta la tradizione post
petrarchesca, una «vena di preziosità e raffinatezza goticheggianti» in contrasto con l’armonico equilibrio
umanistico, ma diverso anche dall’afflato estroverso del Barocco. Gustav Hocke, nel 1959, in Manierismo
nella letteratura intese la sensibilità manieristica come una costante tipologia astorica, intemporale, che si
contrapporrebbe ad un “classicismo” altrettanto astorico e intemporale. Il Manierismo, dunque, per Hocke, si
presenta come l’irregolare che in ogni età si oppone alla regola classica.

Rispetto al ‘400, il nuovo secolo vede un accentrarsi ancor più forte delle attività intellettuali e culturali
all’interno della corte. Il Libro del Cortegiano, scritto nel 1531, di Baldessar Castiglione ci presenta la corte
come un luogo amabile di conversazione, di civile scambio di opinioni e confronto di idee. Nel libro
vengono rappresentate tre serate alla corte di Urbino in cui un’eletta schiera di cortigiani, sotto l’amabile
guida della duchessa Elisabetta e di sua cognata Emilia Pio, si dedicano al «giuoco» di «formar con parole il
perfetto cortegiano». La presenza femminile nella corte è depurata da ogni tipo di tensione o sottinteso
erotico ed imposta la qualità e il livello dello scambio intellettuale cortigiano: i cortigiani non devono mai
addentrarsi in terreni troppo specialistici dato che le donne rappresentano un livello di cultura raffinato, sì,
ma non professionale poiché non hanno una vera e propria formazione umanistica. In questo senso, la corte
di Castiglione ci ricorda l’eletta compagnia della cornice del Decameron. L’idealizzazione della corte ad
opera di Castiglione provoca, per contrasto, una serie di invettive da parte di coloro che vedono l’altro volto
dell’ambiente cortigiano. Pietro Aretino, in una esagerata aggressione a quel mondo, descriverà la corte
come «spedale delle speranze, sepoltura delle vita, balia degli odii, razza de l’invidie». Ma, al di là di questi
eccessi d’ira, non mancano comunque critiche serrate: basterà ricordare le difficoltà incontrate con l’Ariosto
nel suo difficile rapporto con gli Este; l’inquietudine di un Tasso. Entrambi ci presentano una corte come
luogo esigente e spietato, competitivo, carico di insidie: d’altro canto, la corte è anche l’unico palcoscenico
capace di assicurare lustro, fama e visibilità. D’altronde, nel ‘500, tutta l’Italia, tranne Venezia, è nelle mani
di principi, e il loro mecenatismo è ormai la fonte di gran lunga principale di finanziamento culturale.

Sia pure sottoposte al controllo del principe del luogo, le accademie rimangono, in questo secolo, uno spazio
di libertà e confronto culturale. Tuttavia, le accademia del ‘500 non sono quelle del ‘400: se quelle del secolo
precedente rappresentavano l’avanguardia dei nuovi studi classici, le accademie del ‘500 sono organismi
votati più agli studi di divulgazione della cultura che agli studi severi della filologia.
Dal punto di vista dell’aggregazione sociale, l’accademia si distingue dalla corte per il suo carattere non
gerarchico: anche se all’interno dell’istituto accademico vi sono delle cariche, esse ruotano
democraticamente per garantire pari dignità dei partecipanti. Se tra i partecipanti c’è un qualche principe o
funzionario politico di elevata statura, si presuppone ch’egli deponga alla porta ogni tentazione di comando.
Un tratto diffuso di tutte le accademia è la pianificazione collegiale di un determinato lavoro, discussa
collettivamente e, non di rado, anche la stesura a più mani del progetto.
Riassunto esame Letteratura italiana

Rispetto alla vitalità delle accademie e delle corti, le università non attraversano nel ‘500 un periodo
particolarmente brillante. In effetti, le università di tutta Europa ancora s’attardavano a coltivare tradizioni di
secoli passati, come quella aristotelica in filosofia e tolemaica in astronomia, mentre il nuovo veniva
maturando in circoli, accademie e liberi rapporti intellettuali. In Italia, in particolare, era forte l’influenza
della Chiesa sul sistema universitario. Dal 1564 Pio IV, infatti, prescrisse il giuramento di fedeltà cattolica a
tutti i laureandi, provocando un vero e proprio esodo degli studenti stranieri. Le proteste non mancarono,
specie a Padova e Bologna. Un po’ ovunque, in Italia, le università persero durante il Cinquecento il respiro
internazionale che avevano sempre avuto, trasformandosi in cattedrali un po’ asfittiche di un sapere spesso in
ritardo rispetto ai nuovi sviluppi del Rinascimento.

Un centro, invece, di grande cultura è la tipografia, che ha superato la fase quattrocentesca degli orafi-
stampatori per approdare a personalità del calibro di Aldo Manuzio di Venezia, Lorenzo Torrentino di
Firenze, imprenditori che portano avanti l’attività dell’editoria in ogni città.

Ora abbiamo spiegato i centri di cultura, ma quale è la vera e propria condizione dell’intellettuale? All’inizio
del ‘500, la sistemazione cortigiana, per l’intellettuale, sembra la più augurabile: con la naturale eccezione
degli scrittori fiorentini e veneti, tutti gli altri si affaticano per entrare al servizio di qualche principe. E’ vero
che la corte può diventare anche luogo malvagio: basti pensare alla satira I dell’Ariosto, il quale descrive la
corte come un luogo in cui il poeta è sempre in competizione con cortigiani più giovani e intraprendenti,
dove non c’è una vera e propria libertà. Diversa, certo, è l’immagine della corte che ci delinea il Cortegiano:
ma quell’immagine è effimera. Provando a seguire le biografie degli interlocutori che parteciparono al
dialogo, nel giro di pochi anni tutti loro si ritrovarono al servizio della chiesa: alcuni saranno vescovi, altri
nunzi apostolici o cardinali. Quella che era nel cortigiano una corte laica, amabilmente governata dalla
duchessa di Urbino, in breve diventa una corte non solo di chierici, ma di veri e propri uomini di Chiesa. Il
messaggio è semplice: i tumulti delle guerre d’Italia (1494-1559) spingono il cortigiano laico verso
l’approdo ecclesiastico sentito più sicuro e tranquillo. Questo “trapasso” sarà possibile solo fino a quando il
Concilio di Trento (1545-1565) non disciplinerà con maggior rigore le carriere del personale ecclesiastico.
Dal Concilio in poi, il transito dallo stato di intellettuale cortigiano a quello di intellettuale uomo di Chiesa
non sarà più possibile poiché la vita ecclesiastica diventerà professione riservata. Si separano le carriere: da
una parte nasce il “prete”, in senso moderno”, dall’altra il “laico”.

Il ‘500 vive una paradossale contraddizione: da una parte il mercato del libro di espande presso ogni classe
sociale, ma d’altra parte la società tardo cinquecentesca è una società autoritaria che pretende un controllo
capillare delle opinioni e delle idee e, di conseguenza, un controllo sulla carta stampata. Fin dall’invenzione
della carta stampata, la Chiesa aveva avvertito la pericolosità della nuova tecnologia: Innocenzo VIII nel
1487 emana una disposizione relativa alla censura preventiva sulle opere a stampa. Dopo di lui, anche
Alessandro VI (1501) e Leone X (1515) seguiranno la stessa strada: Leone X aveva disposto che nessun libro
potesse essere stampato senza l’approvazione del vescovo del luogo. Col Concilio di Trento, la volontà di
controllo accresce: nel 1559 Paolo IV emana l’Indice dei libri proibiti , un indice che proibiva, oltre a scritti
eretici ed eterodossi, anche autori volgari come Boccaccio e Machiavelli, nonché molte edizioni in latino
della Bibbia e tutte le edizioni in volgare. Nel 1564 Pio IV fa uscire l’Indice tridentino, che mitigava quello
che Rotondò definì «l’indiscriminato furore distruttivo» di papa Paolo IV Carafa. Ma con l’indice del 1587
di Sisto V, si tornò ad un atteggiamento più intollerante. Nel 1596, altro Papa, Clemente VIII, e altro Indice,
stavolta più mite e comprensivo. Queste giravolte ( che avranno termine solo nel 1965, quando Paolo VI
abolirà l’indice) dimostrano quanto era difficile, se non impossibile, imporre un controllo sulla carta
stampata. Tale fenomeno non accompagna solo il versante “cattolico”, ma tutta la cristianità.
La censura assunse forme diverse: non sempre si distruggeva un libro proibito, spesso, invece, si riscriveva,
si aggiustava magari tagliando qualche parte. E’ quanto, ad esempio, successe per il Decameron.

La questione della lingua.


Nei primi anni del ‘500, l’Italia deve constatare il suo distacco dall’Europa: mentre altrove si formano nuovi
stati-nazione, la nostra penisola si rivela incapace di trovare una forza in grado di unificare il paese. La
coscienza dell’impotenza di trovare una forza unificatrice in grado di rendere unita la penisola a livello
Riassunto esame Letteratura italiana

politico, fa crescere il desiderio di perfezionare un’identità italiana almeno a livello culturale e linguistico.
Ma quale italiano usare? Era un po’ la stessa domanda che si poneva Dante nel De vulgari eloquentia solo
che all’epoca si trattava di fondare la letteratura italiana sul nulla, mentre nel ‘500 si trattava di ri-fondarla
sulla base di modelli prestigiosi come Dante stessi, ma anche Petrarca, Boccaccio e così via, ma anche sulla
base di un’esperienza, l’Umanesimo del ‘400, dove il volgare aveva dimostrato una sua capacità di crescere e
raffinarsi
Le posizioni più importanti furono due: quella di coloro che erano interessati principalmente alla favella, alla
lingua parlata; quella che, invece, miravano alla lingua letteraria, degli scrittori. La prima posizione è
incarnata dai sostenitori della «lingua cortigiana». Si tratta di uomini di corte, come il già più volte citato
Baldesar Castiglione, educati nell’ambiente delle signorie italiane che consideravano la lingua innanzitutto
come gesto sociale, come comportamento. Non sono preoccupati, o almeno poco gli interessa, di come si
debba scrivere, ma di come si debba parlare: la lingua viene discussa quale fatto di educazione, di belle
maniere. Ma questi non volevano una vera e propria unità linguistica nazionale, strettamente intesa, ma
volevano che, ovunque, a corte, si parlasse con identica raffinatezza e pulizia di modi e stile. Posizione
simile, ma non identica, è proposta da Giangiorgio Trissino (1478-1550). Il Trissino, aristocratico nativo di
Vicenza, perseguì una carriera cortigiana prima nella Ferrara di Lucrezia Borgia poi, nel 1514, nella Roma di
Leone X. Decisivo fu anche il soggiorno fiorentino nel 1513 che lo mise in contatto con l’ambiente degli Orti
Oricellari e dove aiutò a diffondere il De vulgari eloquentia di Dante, che agli stesso aveva da poco riportato
alla luce. E proprio Dante è alla base del pensiero di Trissino: egli legge nell’ideale dantesco di un volgare
italiano, presente in tutte le lingue della penisola, ma non identificabile in nessuna, non tanto l’utopia di una
lingua da creare, quanto la realtà di una parlata comune che può essere compresa e usata al di là delle varie
parlate locali. Il Trissino, nel tentativo di proporre una lingua comune, propose di aggiungere nuove lettere
all’alfabeto italiano, attingendole dal greco, per distinguere i suoni del parlato che non hanno un corrispettivo
grafico: l’o chiuso si scriverà come l’omega greco, l’epsilon sarà la ‘e’ aperta. Tuttavia, è evidente che
questo italiano era assai difficile da riscontrare nella realtà.D’altra parte, il Trissino aveva proposto
quest’idea di italiano comune pensando agli ambienti colti, dove il prestigio del toscano aveva contribuito a
creare una lingua approssimativamente unitaria.

La forza vincente delle idee linguistiche di Pietro Bembo (1470-1547), rispetto a quelle di Castiglione o
Trissino, sta nella netta distinzione fra lingua scritta e parlata. Nel suo dialogo Prose della volgar lingua,
Bembo ha come obiettivo polemico la lingua cortigiana, di cui dimostra l’improponibilità come lingua
nazionale perché lingua varia, legata ad un sistema politico frammentato e che non dà alcuna garanzia di
regolarità. Il Bembo se la prende con Vincenzo Calmeta, autore di un trattato nel quale si proponeva come
lingua nazionale quella della corte romana, la corte per eccellenza: secondo Bembo, di tutte le corti, quella
pontificia è la meno consigliabile come luogo di omologazione linguistica perché, se nelle altre si può
almeno contare su una continuità dinastica, a Roma i papi cambiano e portano con sé inclinazioni
linguistiche diverse a seconda della loro nazionalità. Insomma, Bembo dimostra l’assenza, in Italia, di un
centro culturale in grado di porsi come luogo di elaborazione autorevole di una lingua nazionale. Nonostante
l’Italia fosse destinata a rimanere divisa in tante entità locali, Bembo ipotizza la possibilità di mantenere
un’identità culturale assicurandosi allo strumento della lingua letteraria, fissa e stabile, che rappresenti una
identificazione dell’élite intellettuale italiana. Quale sarebbe la lingua letteraria proposta? Il toscano di due
secoli prima, quello che neanche a Firenze si parlava più. E’ una scelta vincente perché praticabile.

E’ sempre Bembo a dare spunto di studio: con l’esempio delle rime raccolte negli Asolani e con il suo
canzoniere, Bembo traccia la strada della nuova lirica cinquecentesca, caratterizzata da un’imitazione stretta
del modello petrarchesco. In breve, scrivere sonetti in stile petrarchesco diventò per i letterati italiani
l’esercizio più comune di addestramento alla lingua e alla letteratura patria.
Ma non bisogna vedere nel petrarchismo un movimento poetico, ma un fenomeno di costume letterario:
prima di tutto, il petrarchismo ebbe il carattere di un fenomeno veramente nazionale, unificante; inoltre, fu
un fenomeno ‘democratico’: non occorreva una complessa educazione linguistica o letteraria o filologica per
scrivere un sonetto tanto è vero che proprio grazie al petrarchismo che nel ‘500 vediamo arrivare alla ribalta
gruppi e categorie sociali, come le donne, fino ad ora esclusi nella letteratura; infine, il petrarchismo fu anche
un fenomeno di alta socialità letteraria: il petrarchismo favorì la comunicazione fra letterati e li aiutò in modo
decisivo a uscire dal loro isolato individualismo.
Riassunto esame Letteratura italiana

Niccolò Machiavelli.
Niccolò Machiavelli (1469-1527) nasce a Firenze in una famiglia della borghesia intellettuale cittadina non
molto facoltosa, ma anche comunque permise al giovane Niccolò di ricevere un’educazione in linea con gli
standard dell’Umanesimo fiorentino, anche se lontana dalla raffinatezza ellenizzanti della cultura medicea.
Da una delle poche lettere degli anni giovanili (1498) si intuisce la scarsa simpatia per Savonarole, anche se
è probabile che non si schierasse apertamente con nessuna delle fazioni in campo. Quando, nel Giugno del
1498, Savonarola viene giustiziato, Machiavelli viene chiamato a reggere la seconda cancelleria del Comune,
dove resta fino al 1512. Godendo della fiducia del gonfaloniere Pier Soderini, Machiavelli si trova ad
accumulare un’esperienza politica che va ben oltre le sue responsabilità di segretario di cancelleria: sono 15
anni «né dormiti né giuocati», pieni di viaggi, commissarie, missioni speciali.
Oltre alla corrispondenza continua con i suoi superiori fiorentini, Machiavelli scrive in questi anni anche
opuscoli di riflessione politica più distaccata, non immediatamente funzionali ai suoi impegni di lavoro. Nel
1504 c’è la sua prima opera poetica, il Decennale primo, una cronache in terzine degli ultimi dieci anni di
storia fiorentina. Quando nel 1512 i Medici tornano a Firenze, il Machiavelli perde il posto, lo stipendio e
viene coinvolto, sia pur erroneamente, in una congiura antimedicea e nel 1513 viene condannato ad un anno
di confino, che egli sconta in un poderetto a San Casciano, vicino Firenze.

La carriera di Machiavelli si divide apparentemente in due momenti distinti: dalla sua «preistoria» fino al
1513, data dell’allontanamento dalla Segreteria, e dal 1513 fino alla morte nel 1527. Il primo periodo è,
dunque, quello del Machiavelli segretario; il secondo corrisponde alla fase della sua lontananza dalla cosa
pubblica. La cesura del ’13 non può essere interpretata come lo spartiacque reciso fra un Machiavelli politico
ed uno letterario costretto ad un ozio forzato dovuto alla lontananza dalla politica innanzitutto perché
Machiavelli è letterato anche negli anni della segreteria; inoltre, gli stessi scritti di segreteria, specialmente
durante le frequenti assenze fuori Firenze, ci presentano un Machiavelli già “scrittore” di politica, relatore,
ma anche acuto osservatore della cronaca politica contemporanea. Post res perditas certamente attende alle
sue opere più famose, ma che continuano e sviluppano senza cesure l’abito mentale e ideologico degli anni
della segreteria.

Il Principe è un’opera concepita e stesa entro la fine del 1513, frutto dell’ozio forzato di San Casciano, con il
dichiarato scopo di acquistare il favore dei nuovi padroni, i Medici, per tornare ad essere impiegato nella
macchina statale. La dedica ai Medici, prima Giuliano, poi a Lorenzo duca d’Urbino, conferma quanto
dichiarato. Ma di cosa parla? Il Principe considera il momento di fondazione di uno stato, ovvero il momento
di disconnessione e di discontinuità rispetto al regime precedente; si concentra sull’inevitabile violenza del
passaggio e sulle misure eccezionali che il principe nuovo dovrà assumere per mantenere uno stato ancora
tanto fragile. Il testo può essere scandito in tre parti: Nella prima sezione con i capitoli da 1 a 11, Machiavelli
classifica i diversi tipi di principato e li divide in ereditari e nuovi, individua anche quelli misti, civili ed
ecclesiastici. Tuttavia si concentra sui Principati nuovi che, a lui più interessano, e si interroga su due
questioni fondamentali relative ai Principati: come fa un principe a prendere il potere? E una volta ottenuto
come fa a mantenerlo, organizzando lo Stato in maniera efficiente? In poche parole, si interroga sulla
stabilità e la sicurezza dello Stato, cercando di individuare le possibili soluzioni. Secondo lui, bisogna
ricercare le soluzioni sia negli esempi della storia antica e sia in quelli della vita politica recente. L'azione del
principe deve basarsi, quindi, sull'imitazione di questi esempi. Ma l'imitazione non basta se al principe
manca la virtù individuale, cioè la capacità di agire con energia e risolutezza per il raggiungimento del
proprio fine, ossia mantenere il potere. Il principe è chiamato a gestire e risolvere quegli eventi che capitano
mentre governa, eventi portati dal caso, dalla Fortuna.
Nella seconda sezione con i capitoli dal 12 al 14, Machiavelli si pone il problema della milizia, cioè
dell'esercito. Egli è profondamente convinto che ogni Stato deve dotarsi di un esercito regolare, per cui
esprime il suo giudizio completamente negativo contro l'esercito mercenario e le Compagnie di Ventura, che
erano gruppi di soldati che venivano pagati dai vari Stati per combattere le guerre e che nel corso di una
guerra potevano anche passare da una forza all'altra in base al migliore offerente. In questo, Machiavelli
rintraccia la causa dei rovesci delle sorti dei vari principi italiani.
Nella terza sezione con i capitoli dal 15 al 26, enuclea i temi fondamentali dedicati alla figura del principe
savio. Il principe savio è colui che sa utilizzare tutti i mezzi, siano essi leciti e illeciti, morali o immorali, per
conseguire il proprio fine. Una cosa fondamentale è quella di illudere il popolo: Machiavelli pensa che il
Riassunto esame Letteratura italiana

popolo ha sue qualità principali, la semplicità, cioè la propensione a credere a ciò che gli viene detto, ma
anche la tristizia, cioè la cattiveria; per cui il principe deve sapere da un lato rabbonire e dall'altro dominare
con la forza. Solo cosi potrà ottenere il consenso del popolo. Machiavelli, legittima il principe ad utilizzare il
male e dice che deve usare sia la parte umana che la parte bestiale e lo paragona alla golpe e al lione, simboli
dell'astuzia e della forza che si concretizzano con la violenza e l'inganno; in questo senso forse, vuol dire che
“il fine giustifica i mezzi”, ma non vuol dire che il principe non debba possedere tutte le qualità morali
possibili, in quanto gli è consentito l'uso del male solo in caso di estrema necessità. Nel capitolo 25, si
interroga su come può il principe, con le sue virtù, contrastare gli eventi: il potere della Fortuna lo
condiziona solo per metà se egli è in grado, attraverso la virtù, di cogliere le occasioni che gli si presentano
per volgerle al proprio favore. Il potere che esercita sulla Fortuna, viene spiegato attraverso una metafora
singolare: la fortuna è donna e come tale si può batterla e urtarla per sottometterla, percuoterla e dominarla.
Il principe domina la Fortuna, soprattutto se è giovane poiché i giovani possiedono la ferocia e l'audacia. Nel
capitolo 26, spiega chi sono i destinatari dell'opera ed esorta la famiglia dei Medici a mettersi a capo dei
principi per liberare l'Italia dagli stranieri.

La prosa è tecnica. Tutto è organizzato attraverso classificazioni e opposizioni che si estendono


all'architettura generale dell'opera. Il lessico è privo di neologismi, e troviamo qualche latinismo. La spinta
polemica si concretizza nell'uso di metafore e simboli. Machiavelli ribalta la concezione umanistica
dell'uomo, proponendo il concetto di saviezza che si distoglie da quello degli Umanisti, per i quali l'uomo
savio era morale e trasparente, mentre Machiavelli legittima l'utilizzo dell'ambiguità e dell'inganno e in egual
misura del bene e del male. Tutto ciò per conseguire il bene comune.

Mentre si allenata, dal 1515, il rigore del confino, Machiavelli si attira via via la benevolenza e la simpatia di
una nuova generazione di giovani aristocratici come Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti. Quantomeno,
in questo momento, si trova non nelle più alte cerchie politiche, ma culturali. Negli anni 1515-17, frequenta
l’ambiente degli Orti Oricellari ( i celebri giardini della famiglia Rucellai), entro cui i Discorsi prendono
forma definitiva; nel 1518 scrive e fa rappresentare ( forse per le feste del matrimonio di Lorenzo de’ Medici
duca d’Urbini), la Mandragola; nel 1520, entrato in confidenza col cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa
Clemente VII, riceve per sua mediazione dallo studio fiorentino l’incarico di scrivere la storia di Firenze: ne
usciranno le Istorie fiorentine completate nel 1525. Tra il 1519 e il ’20, scrive l’Arte della guerra; nel 152,
fa rappresentare la sua seconda commedia , la Crizia.

Se nel Principe interessa come si fonda uno stato, ai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio interessa
scoprire come si fa a farlo durare. Facendo dipendere la struttura del testo dal disegno di Livo nella Prima
Deca, si punta ad individuare i fattori di durata dello stato continuando a prendere spunto dalla storia di
Roma, esempio inarrivabile.

La Mandragola procurò a Machiavelli un’immediata popolarità tanto è vero che verrà portata più volte in
scena trovando consacrazione anche a Venezia. L’intreccio dell’opera ruota intorno ai tentativi di Callimaco
di possedere Lucrezia, moglie di un ricco Borghese Nicia Calfucci. Nicia, disposto a tutto pur di avere un
erede, e disperato poiché la donna era sterile, si lascia convincere dal finto-medico Callimaco che suggerisce
il rimedio della mandragola: una posizone che renderà feconda la donna, salvo procurare la morte a chi per
primo giacerà con lei. Nicia accetta di mettere a letto con lei un ragazzaccio di strada. Va da sé che il ragazzo
sarà Callimaco stesso travestito. La notte d’amore ha luogo, e la donna, scoperto l’inganno, decide di
accettare l’amore di Callimaco e di farselo compagno per l’avvenire.

La Clizia deriva dalla Casina di Plauto. E’ per metà un volgarizzamento ( dall’atto III in poi), ma
Machiavelli riesce a trasformare la farsa plautina, imperniata su un vecchio padre di famiglia che
s’incapriccia per un della figlia adottiva, in un vero e proprio, comico sì, ma anche amarognolo dramma
familiare.

In Arte della Guerra, trattato a forma di dialogo, Machiavelli torna in un tema caro agli anni della segreteria,
ovvero il tema delle milizie30. Niccolò ribadisce l’avversione al sistema degli eserciti mercenari e la necessità

30
Negli anni della Segreteria, Machiavelli girava la Toscana ora per l’arruolamento di truppe, ora per l’ispezione di
fortezze a zone strategiche.
Riassunto esame Letteratura italiana

di dotarsi di truppe “proprie”, arruolate fra gli abitanti dello stato fiorentino. Alla fine dell’opera, per bocca
di uno degli interlocutori, Machiavelli constata amaramente l’impossibilità, in Italia, di una vera riforma
della milizia, e assume uno sguardo giudicante della realtà contemporanea, facendosene storico. Questo
senso storico culmina nelle Istorie fiorentine, dove la militanza e la lettura ideologica della realtà politica
devono fare i conti con l’esigenza di ricomporre gli eventi in un discorso storiografico, e quindi anche con le
convenzioni retoriche di un preciso genere letterario, quale appunto è la storia. La sua storiografia non è
semplice racconto degli avvenimenti, ma è un’interpretazione. Le interpretazioni, si sa, possono essere
pericolose ed è per questo che l’opera decide di fermarsi al 1492, ovvero alla morte del Magnifico, evitando
di entrare negli anni più caldi della recente storia fiorentina.

Nonostante la sua crescita popolare, Machiavelli non riuscirà mai a ritornare sulla ribalta della grande
politica. Comincia a ricevere piccoli incarichi pubblici, sì, ma quando nel 1527 il sacco di Roma e il tracollo
politico di Papa Clemente VII determina anche un sommovimento antimediceo, i Medici sono costretti alla
fuga, viene instaurata la repubblica e Machiavelli, identificato come simpatizzante mediceo, si trova dalla
parte sbagliata. Machiavelli muore nel 1527.
Riassunto esame Letteratura italiana

Francesco Guicciardini
Francesco Guicciardini (1483-1540) nasce a Firenze da Simona Gianfigliazzi e Piero Guicciardini, un fiero
sostenitore mediceo. Piero era stato ricompensato per la sua lealtà dai Medici con importanti cariche
politiche, le quali venivano accettate, sì, ma senza particolare entusiasmo: la vera predilezione di Piero erano,
infatti, gli studi letterari e filosofici, tanto è vero che fu uomo molto vicino a Marsilio Ficino. Al contrario,
Francesco dimostra fin da ragazzino una forte ambizione politica che lo spingerà a dedicarsi agli studi
giuridici prima Firenze, poi a Ferrara e Padova. Nel 1504 gli si offre l’occasione di intraprendere la carriera
ecclesiastica e di ottenere il godimento dei benefici dello zio Ranieri, arcidiacono di Firenze e vescovo di
Cortona, morto nello stesso anno. Francesco era tentato da questa offerta poiché l’alto grado della sua
famiglia e la consapevolezza del proprio valore gli sembravano «uno fondamento da farsi grande nella
Chiesa e da poterne sperare di essere un dì cardinale». Il padre, severo religioso, proibisce al figlio la carriera
ecclesiastica perché sa che non c’è vera vocazione in Francesco, ma solo voglia di diventare un uomo
politico di elevata statura. Dopo il diniego del padre, Francesco intraprende con successo la carriera di
avvocato. Sempre andando contro il volere paterno, prosegue con cocciutaggine un matrimonio di grande
prestigio politico con Maria Salviati31. Abbiamo ormai superato i primi anni del ‘500 e Francesco acquisisce
un certo prestigio politico: nel 1511 diventa ambasciatore della Repubblica verso il re di Spagna. Svolgendo
il ruolo di ambasciatore, Francesco ha molto tempo a disposizione da dedicare alla scrittura: tra gli scritti
ricorderemo il Discorso di Logrono, che rappresenta una lucida analisi delle crisi politica fiorentina, e la
stesura del primo nucleo dei Ricordi. Nell’Agosto del 1512, come abbiamo ricordato con Machiavelli, i
Medici tornano a Firenze. Francesco è richiamato nel ’13 a Firenze dove ritorna a fare l’avvocato, ma non
abbandona la politica: nel 1514 è membro degli Otto di Balìa e l’anno successivo entra a far parte della
Signoria. Con la salita al trono pontificio di Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, Francesco viene
nominato avvocato concistoriale dal nuovo papa. Sempre dal papa, Francesco Guicciardini viene nominato
governatore di Modena nel 1516 e l’anno successivo anche di Reggio: Francesco è il braccio destro del Papa.
Nel 1521 scoppia il conflitto fra Leone X, alleatosi con Carlo V d’Asburgo per impadronirsi di Parma,
Piacenza e Ferrara, contro il re di Francia. Guicciardini ricopre in questo delicato momento storico il ruolo di
commissario generale dell’esercito pontificio. In questo periodo c’è anche la stesura del Dialogo del
reggimento di Firenze, sollecitato dalla crisi di Firenze alla morte, avvenuta nel ’19, di Lorenzo di Piero de’
Medici. La carriera politica di Guicciardini segna una brusca battuta d’arresto alla morte di leone X con il
breve pontificato di Adriano VI. Ma con l’elezione di Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, la fortuna
politica di Guicciardini torna in auge, seppur per poco tempo. Diventato consigliere del papa mediceo,
Guicciardini spinge Clemente VII a formare un’alleanza con la Francia ( lega di Cognac). E’ un consiglio
fatale: nel 1527 c’è il Sacco di Roma ad opera dell’esercito imperiale. Sentendosi responsabile della tragedia,
Guicciardini lascia la luogotenenza e torna a Firenze, dove gli ultimi rampolli dei medici vengono estromessi
dalla città e, al loro posto, subentra un governo repubblicano guidato dal gonfaloniere Niccolò Capponi. A
quel punto, si ritira a vita privata nella sua villa di Finocchietto dove, comunque, l’ira dei concittadini lo
raggiunge, essendo Francesco accusato di aver rubato le paghe dei soldati. Guicciardini esce pienamente
assolto dal processo, ma capisce che era giunto il momento di allontanarsi dalla sua città: nel 1528 si
trasferisce, sempre vicino Firenze, nella sua villa a Montici dove raccoglie e ordina i suoi scritti. Nel 1529,
Clemente VII firma con il vincitore Carlo V il trattato di Barcellona con il quale l’imperatore, signore
d’Italia, si impegna a restituire Firenze ai Medici. Guicciardini lascia la città sotto assedio per trasferirsi a
Roma. La fuga dalla città vale, da parte dei sostenitori del gonfaloniere, la confisca dei beni e la condanna
come ribelle. Riconquistata la città, il Papa ordina a Guicciardini il rientro a Firenze con l’ordine di punire i
difensori antimedicei: egli castiga i principali responsabili della caduta medicea conquistandosi il titolo di
aguzzino. A compito finito, lascia Firenze in direzione di Bologna. Lì accetta il governatorato, ma allo stesso
tempo partecipa al processo di riforma dello stato fiorentino che, pur mantenendo gli istituti repubblicani,
diventerà un ducato ereditario in mano ai medici. Guicciardini tornerà a Firenze quando il successore di
Clemente, Paolo III, non gli confermerà il governatorato. Qui non interviene mai direttamente nella politica
cittadina, ma diviene fervente sostenitore di Alessandro de’ Medici. Quando, nel ’36, Lorenzino de’ Medici
uccide di mano sua il duca, Firenze si trova in crisi. Guicciardini a quel punto prepara il terreno per
l’elezione ducale di Cosimo de’ Medici, figlio del compianto Giovanni dalle Bande Nere. Essendo molto
giovane, Guicciardini spera di esercitare una notevole influenza sul giovane Cosimo il quale, però, scavalca

31
I Salviati erano fra i principali avversari del gonfaloniere Soderini e fautori di un governo di ottimati.
Riassunto esame Letteratura italiana

il suo tutore Guicciardini e tratta personalmente con l’imperatore per prendere il potere di Firenze. Lo
scrittore, «disparato», si ritira a vita privata per dedicarsi alla stesura della Storia d’Italia. Muore nel Maggio
del 1540.

Colpisce il fatto che le opere di Guicciardini siano in massima parte opere “segrete”, ovvero non destinate a
pubblicazione. L’unica scritta con l’intento di essere divulgata è Storia d’Italia. Ma perché la maggior parte
delle sue opere sono state segrete? In parte, ciò dipende dal carattere degli scritti guicciardiniani: sono opere
private, scritte per sé o, al massimo, per i suoi eredi immediati. Ma per alcune di opere il discorso è
leggermente diverso, soprattutto per i trattati politici: la “non pubblicità” di questi testi deriva dal contrasto
tra il pensiero politico che rappresentano e le funzioni pubbliche rivestite dall’autore.

Quando si parla di Guicciardini non si può far a meno di confrontarlo con Machiavelli, suo amico e collega.
Lo stesso Guicciardini scrive un commento molto polemico attorno ai discorsi machiavelliani,
Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio, dove prendeva le
distanze da alcune idee cardine del pensiero espresso da Machiavelli. I Discorsi di Machiavelli insistevano
sulla necessità, per gli uomini moderni, di guardare alla «lezione» degli antichi, traendo dal loro esempio
regole utili a «ordinare le repubbliche» e «mantenere li stati». La repubblica romana rappresentava per
l’autore il modello più alto di stato, quello da imitare. Contro questo «claccisismo storico», Guicciardini
oppone una concezione relativistica della storia, dalla quale non può essere tratta alcuna regola «ferma»,
alcun esempio da imitare, perché i fatti nella storia non si ripetono mai uguali, ma sono posti a mutazione
rispetto ai tempi (devono essere contestualizzati, dunque). La tendenza a rifiutare teorie assolute regna
sovrana nell’opera guicciardiniana.

Il 1530 è l’anno della redazione definitiva dei Ricordi, un’opera che rappresenta il procedere sistematico del
pensiero di Guicciardini. I Ricordi costituiscono il frutto del lavoro di una vita, un’opera che illustra la
rottura del poeta nei confronti con la tradizione umanistico-rinascimentale del confronto con l’antico e con
l’idea positiva di una storia magistra vitae. Asor Rosa descrive bene il pensiero dello scrittore fiorentino così:
«Il ‘mondo’ di Guicciardini è […] un mondo in cui le “distinzioni” e le “eccezioni” prevalgono nettamente
sugli elementi di continuità e di regolarità» tanto è vero che l’avversione alle «regole» torna in molti ricordi,
ora come rivendicazione dell’esperienza rispetto alla storia, ora come negazione esplicita dell’esemplarità
dell’antico, ora come negazione dell’efficacia pratica di principi troppo rigidi e universali, ora contestando il
principio di esemplarità in quanto basato su un presupposto di consequenzialità in sé fallace. La
conseguenza più devastante dell’avversione guicciardin iana alle regole è la distruzione del principio di
causalità; secondo i ricordi, non si può mai essere sicuri del perché un evento succeda ad un altro, e quindi è
impossibile dedurne leggi fisse. Non si deve credere, tuttavia, che Guicciardini veda il mondo come
un’insieme di eventi casuali: egli è ben convinto che esistano leggi regolari e fisse, ma è altrettanto convinto
che non è dato all’uomo di penetrare quelle leggi se non con estrema difficoltà. Il pessimismo nelle
possibilità di anti vedere gli sviluppi della storia non si traduce in un puro e semplice fatalismo: al contrario
l’uomo, proprio perché messo a confronto con una realtà elusiva e illeggibile, dovrà sforzarsi di usare il
proprio «accorgimento».
I Ricordi non rappresentano un trattato politico o civile, ma uno zibaldone di pensieri e di massime che
derivano dall’esperienza diretta dell’autore e che svariano dalla politica alla morale, coniugando strettamente
speculazione teorica e pratica di vita.

La Storia d’Italia è una sorta di testamento ideologico che Guicciardini consegna ai posteri. Guicciardini
narra la storia d’Italia a partire dal 1494, anno della discesa in Italia dell’esercito francese, fino alla morte di
Clemente VII nel 1534. Il quadro della decadenza italiana, segnato da eventi tumultuosi, si ricompone venti
libri, che Guicciardini, se pur formalmente si dimostra attento a creare un’opera corrispondente al canone del
genere storico, presenta caratteristiche allontanano il suo testo dalla tradizione umanistica: la narrazione è
fondata su un’attenta ricognizione e analisi delle fonti documentarie, prima d’allora mai attestato nella
storiografia italiana; la ricostruzione degli eventi si arricchisce di un’accurata lettura politica e psicologica
dei vari personaggi. Guicciardini spiega al lettore lo scenario della distruzione italiana come conseguenza di
un’infausta combinazione di debolezze umane e della fortuna: l’ambizione smisurata di alcuni uomini, la
corruzione del clero e la scarsa capacità politica degli uomini al potere hanno distrutto politicamente l’Italia.
Nonostante questo, l’impotenza umana di fronte alla fortuna non è l’unica lezione: anche se l’uomo non può
dominare il mondo esterno, egli domina il proprio regno, quello dell’intelletto. La ragione dà all’uomo la
Riassunto esame Letteratura italiana

forza di comprendere il valore delle cose del mondo. Così Guicciardini, pur non condividendo l’idea
umanistica della storia come esemplificazioni di regole generali da seguire, torna alla concezione umanistica
del valore morale della storia, la quale non insegna l’uomo a vivere, ma indice l’uomo ad acquistare
coscienza del valore intrinseco della propria esistenza.
Riassunto esame Letteratura italiana

Ludovico Ariosto
Ludovico Ariosto (1474-1533) nasce a Reggio Emilia, primo di dieci figli, da una famiglia molto vicina agli
Este: il padre, infatti, era Capitano della Rocca di Reggio. Nel 1484, gli Ariosto si trasferiscono a Ferrara
dove Nicolò, il padre di Ludovico, ricoprirà importanti cariche amministrative. E’ a Ferrara che Ludovico
acquisisce, tra l’85 e l’89, i primi rudimenti di grammatica. Mentre la famiglia si trasferisce a Modena,
Ludovico resterà per seguire, secondo il volere del padre, corsi di legge allo Studio di Ferrara fino al 1494.
Già in questi anni, all’incirca tra il ’93 e il ’94, si data una prima comparsa del giovane Ludovico nel mondo
teatrale con la Tragedia di Tisbe (perduta) e una collaborazione proficua con la compagnia teatrale di corte.
Quando, nel 1494, abbandona gli studi di legge, comincia la propria educazione umanistica sotto la guida di
Gregorio di Spoleto. Grazie all’influsso del maestro Gregorio, ma anche grazie alla vicinanza dei poeti
umanisti ferraresi come Ercole Strozzi e Alberto Pio, l’ormai ventenne Ludovico scrive i Carmina in latino,
significativi di un allenamento classicista che porterà i suoi frutti più maturi nella produzione in volgare. Nel
1498 Ariosto viene assunto come «familiare» di Ercole I. Da questo momento in poi, comincia a dedicarsi
alla lirica in volgare. Le rime volgari dell’Ariosto comprendono canzoni, sonetti, madrigali e delle egloghe in
terzina. La varietà delle forme metriche utilizzate, a cui si aggiunge quella dei temi, non solo amorosi e
autobiografici, ma anche politici e cronachistici, avverte che siamo lontano dal petrarchismo ortodossi che si
affermerà solo dopo 1530 con la lezione del Bembo.
Nel 1503 Ludovico entra al servizio del cardinale Ippolito d’Este, il fratello del duca, ed assume gli ordini
minori. La sua condizione di ‘chierico’ lo obbliga al celibato e lo lega alla gerarchia ecclesiastica, ma allo
stesso tempo permette all’Ariosto di beneficiare di una rendita senza troppi sforzi. Nonostante ci siano
giunte, già per il 1507, prime notizie di una continuazione dell’Orlando innamorato boiardesco, il debuto
ufficiale di Ariosto come letterato è sul palcoscenico ducale: nel 1508 viene rappresentata la Cassaria.
L’anno seguente è il tempo dei Suppositi. Entrambe le commedie riprendono temi e situazioni del teatro di
Plauto e Terenzio, ma dimostrano una forte novità a livello linguistico e stilistico.
Questi stessi anni dei primi seri lavori letterari, sono anche gli anni dell’intensa attività diplomatica al
servizio del duca Alfonso, che si serve dell’Ariosto come mediatore nella crisi che oppone il ducato estense
col papa Giulio II. Nel 1512 Ludovica accompagna il duca a Roma: dopo un’aspra rottura col pontefice, i
due sono protagonisti di una fuga rocambolesca dalla città, inseguiti dagli sgherri del papa. Nel 1513, con
l’elezione a papa di Leone X, il clima sembra cambiare: Ariosto, amico del pontefice, è a Roma per la sua
cerimonia di insediamento. Il 1513 è anche l’anno di incontro, a Firenze, con Alessandra Bonucci, che sarà
l’amore di una vita. A quel tempo, però, la Benucci è sposata e solo con la morte di lui ( 1528) i due
potranno sposarsi, in segreto. Nel 1516 esce la prima edizione del furioso, opera dedicata ad Ippolito d’Este.
Ma il legame tra il poeta e il cardinale andrà frantumandosi l’anno successivo, 1517, quando Ludovico si
rifiuterà di seguire il padrone nella nuova sede vescovile in Ungheria.Dopo la rottura col cardinale, Ariosto
trova nella forma della satira il veicolo adatto per esprimere la propria frustrazione di cortigiano maltrattato,
ma anche quella di poeta considerato con snobistica sufficienza dal suo stesso protettore. Con le satire, si
apre la stagione dell’ «Ariosto morale», un Ariosto ironico, amaro, spazientito commentatore dei costumi del
suo tempo. E’ un Ariosto che, sì, aveva già cominciato a profilarsi in molti dei proemi della prima edizione
del furioso, ma l’«Ariosto morale» trova il suo habitat naturale nella forma della satira.
Le Satire furono composte dal 1517 al 1525. Sono tutte ispirate ad avvenimenti comuni di una vita certo non
avventurosa, ma inquieta e fitta di preoccupazioni: le satire compongono un autoritratto antieroico e
quotidiano dello scrittore. Nella prima lo vediamo amareggiato per la rottura con Ippolito. Nella seconda
descrive senza simpatia i fastidi della corte romana. Nella terza ribadisce i disagi del servizio cortigiano resi
lievi dall’ambiente familiare ferrarese. Nella quarta descrive i guai del suo governatorato in Garfagnana
(1523). Nella quinta discute i pro e i contro della vita matrimoniale. Nella sesta, col pretesto di chiedere a
Bembo un buon maestro per il figlio, dipinge un’immagine poco accattivante dei precettori dell’epoca. Nella
settima, l’ultima, rifiutando la nomina di ambasciatore presso il papa, conferma il suo carattere di uomo
schivo, alieno dai falsi splendori della corte. Ma attenzione: quello che ci viene incontro non è un «Ariosto in
pantofole», rinunciatario e borghesemente attaccato al suo piccolo decoro provinciale poiché, in realtà,
quello che il poeta ci offre è un ritratto non solo psicologico, ma storico: le contrarietà del poeta rimandano a
nodi spinosi della realtà contemporanea. Le Satire sono lo sfogo di un intellettuale cortigiano che vive i
propri malumori all’interno di una condizione di precarietà e di crisi: quella che attraversano tutte le corti
della penisola.
Riassunto esame Letteratura italiana

Nel 1518 Ariosto torna al servizio cortigiano alle dipendenze del duca Alfonso. In stretta collaborazione col
papa, continua l’attività teatrale del poeta: nel 1519 viene rappresentata a Roma la commedia dei Suppositi
mentre nel 1520 Ariosto invia a Leone X il Negromante.
La ristrettezza economica spinge il poeta ad accettare l’incarico di governatore di Garfagnana ( parte
montuosa della Lucchesia). A Castelnuovo Garfagna l’Ariosto rimane fino al 1525: le lettere ci descrivo un
Ariosto scontento, frustrato, alle prese con una endemica anarchia. Tornato a Ferrara, Ariosto trascorre i suoi
ultimi anni con serenità: nel 1528 sposa segretamente Alessandra Benucci; viene nominato sovrintendente
agli spettacoli ducali; attende ad una nuova edizione del Fusioso32. La terza edizione dell’Orlando Furioso,
in quarantasei canti, esce nel 1532. Il poeta muore l’anno successivo, a Ferrara.

Orlando Furioso
Per un breve riassunto della trama, si vedano pagine 307-310 dal libro di letteratura Battistini.

Ariosto continua Boiardo non solo riprendendo la trama lasciata interrotta nell’Innamorato, ma anche perché
ne eredita l’artificio narrativo fondamentale: la recita dell’avventura cavalleresca all’interno della corte. Tra
Furioso ed Innamorato intercorrono delle affinità a livello strutturale: anche nel Furioso ci viene
rappresentata da un narratore; anche nel Furioso ogni canto non è semplice capitolo, ma sessione orale;
anche nel Furioso, la figura del narratore accoglie il pubblico, si congeda da esso, interloquisce e dialoga.
Ma cambia qualcosa. Basta pensare all’incipit dell’opera ariostesca: «Le donne e i cavalier, l’armi e gli
amori/ […] io canto». L’incipit non replica l’appello orale di Boiardo, che incitava il pubblico di corte ad
ascoltare la performance, ma richiama la nobiltà classica dell’Eneide di Virgilio. Inoltre, se pur i congedi del
narratore ai canti replicano i soliti manierismi canterini già visti in Boiardo, i proemi del Furioso si
trasformano in raffinati commenti morali del poeta.
Un altro artificio che Ariosto riprende da Boiardo è quella del racconto interrotto, sempre sul più bello, per
passare ad un altro personaggio o ad un’altra trama: questo artificio permette di rappresentare la realtà del
poema come un incrocio di vicende in cui nessun personaggio ne esce protagonista. Da notare che tale
‘varietà’ non è semplice trovata strutturale, ma rappresenta la visione multiforme della realtà secondo il
poeta, la quale è aperta alla rappresentazione degli opposti e delle contraddizioni: nel racconto trova posto la
fedeltà di Isabella e la civetteria di Doralice, l’abnegazione di Medoro e il buon senso di Cloridano, la
brutalità di Rodomonte e la gentilezza di Zerbino. La tecnica romanzesca del racconto interrotto e
dell’intreccio che ne consegue aiuta Ariosto a creare un’onnipotente casualità della quale l’autore è regista: il
divertimento consiste nel lasciar smarrire il lettore in un labirinto di cui soltanto il poeta conosce la mappa.
Andando avanti in questo percorso, il poeta traccia una sfida impari con la fortuna, una realtà dalle leggi
mutevoli, che procede per ribaltamenti incontrollabili, smentite e colpi di scena.

Sempre da Boiardo, Ariosto riprende l’arricchimento tecnico-narrativo delle novelle. Riprendendo l’esempio
boiardesco, ma in modo più vario e sfumato, un personaggio del racconto si ferma e presenta una storia
sostituendo temporaneamente il narratore. Tra i vari tipi di novelle portate nel testo, importanti sono quelle
che raccontano il passato dei personaggi: queste sono ‘novelle’ incompiute, che aspettano il loro finale
definitivo all’interno della trama principale e che risultano, dunque, intrecciate col romanzo. Queste novelle,
essendo incompiute, sono spesso state definite dai critici come “digressioni narrative”.
Una menzione speciale deve essere fatta per la novella di Ricciardetto e Fiordispina, con la quale Ariosto
riprende a distanza e completa in sede novellistica la trama dell’Innamorato, ossia il «vano amor» della bella
Fiordespina per Bradamante, da lei scambiata per un cavaliere. Ariosto risolve il tutto inventando un gemello
maschio di Bradamante, spacciatosi per la sorella magicamente metamorfosata in uomo grazie all’intervento
di una fata.

Approfondimenti Proemio, Astolfo sulla luna e palazzo di Atlante, vedasi fotocopie.

L’Orlando Furioso si presenta come un’opera in progress, tanto è vero che Ariosto, pubblicata la terza
edizione, già ne prometteva una quarta. Questo carattere aperto, “continuabile”, si coglie osservando il
passaggio dalla prima alla terza edizione del poema dove Ariosto aggiunge ben sei canti che, beninteso, non
vanno ad allungare il finale, ma li aggiunge intrecciandoli con la trama preesistente.

32
Si era già avuta una seconda edizione nel 1521, ma consisteva solo in una ripulitura linguistica in senso toscano
Riassunto esame Letteratura italiana

Torquato Tasso.
Torquato Tasso (1544-1595) nasce a Sorrento da Bernardo Tasso, segretario del principe di Salerno Ferrante
Sanseverino, e Porzia de’ Rossi, discendente di una nobile casata pistoiese. Quando il principe Sanseverino
si ribella al vicerè di Napoli, che tentava di introdurre l’Inquisizione spagnola, Bernardo gli rimane fedele ed
abbandona Salerno lasciando la famiglia. Fallita la ribellione, Berdando trova rifigio a Roma. Lì, nel 1554, lo
raggiunge Torquato. Era ormai certo che i due non sarebbero più tornati a Salerno ed è per questo,
probabilmente, che i fratelli di Porzia decisero di avvelenarla così da non dover pagare ciò che rimaneva da
versare per la dote della sorella. A Salerno rimane solo la sorella di minore di Torquato, Cornelia. Nel 1557,
Torquato e Bernardo trovano riparo presso la corte dei Della Rovere, a Pesaro e Urbino. Qui, Torquato
diviene compagno di studi di Francesco Maria, figlio del duca, alla scuola di letterati e poeti come Girolamo
Muzio e Dionigi Atanagi. Nel 1559 Berbardo si sposta a Venezia ( subito raggiunto dal figlio ), dove segue
la stampa del suo poema eroico, l’Amadigi. Ospiti a Venezia dello scultore Dionigi Atanagi, il giovanissimo
Torquato fa il suo esordio nell’epos con le 116 ottave del Gierusalemme, un frammento incompiuto e
clandestino che testimonia la precocità, in Tasso, dell’idea di un poema eroico ispirato alla materia della
prima crociata. Nel 1560 Torquato obbedisce al padre e si iscrive a legge a Padova, ma subito prende a
frequentare i corsi di filosofia ed eloquenza accostandosi all’ambiente dell’aristotelismo padovano e ai
dibattiti sulla Poetica di Aristotele. Nel 1562, Tasso esce allo scoperto con la sua prima opera a stampa: il
Rinaldo, un poema in bilico fra omaggio all’avanguardia aristotelica e classicheggiante, e fedeltà al retaggio
romanzesco del genere. Nello stesso anno vengono concepiti anche i primi nuclei dei Discorsi dell’arte
poetica. Nel 1565 è a Ferrara, la capitale del gusto cavalleresco. Qui, al servizio prima del cardinale Luigi
d’Este e poi del duca Alfonso II, coltiva i generi del cortigiano: la poesia lirica e il teatro. Per il primo
genere, egli concentra la sua attenzione a due dame estensi; per il secondo genere, nel 1575 compone
l’Aminta.

Alla tradizione della favola pastorale, si ricollega l'Aminta, favola boschereccia scritta da Tasso nel 1573. La
favola pastorale è una rappresentazione teatrale dal tema mitologico e dall'ambientazione bucolica. Sullo
sfondo di un mondo idilliaco e apparentemente lontano, il poeta parla della vita della corte che avrebbe
assistito alla rappresentazione. Con l'Aminta, Tasso crea un modello destinato ad aver fortuna per tutto il
XVII secolo. L'opera si divide in 5 atti, ognuno dei quali si conclude con un coro. Lo stile, nonostante appaia
semplice, è ben studiato dall'autore ed è carico di artifici e molto spazio è dato ai dialoghi e alle descrizioni.
La trama è semplice e ricalca gli schemi tradizionali della poesia pastorale. Il protagonista è il giovane
pastore Aminta, innamorato della ninfa Silvia che a lui preferisce la caccia, ovvero la natura. I due
protagonisti, hanno due aiutanti, Tirsi per Aminta e Dafne per Silvia. Un giorno, su consiglio di Tirsi,
Aminta si reca alla fonte in cui di solito Silvia si lava, ma trovo solo un velo sporco di sangue. Per una serie
di informazioni sbagliate crede che la ninfa sia stata sbranata da un lupo e per il dolore si getta da un dirupo,
ma riesce a salvarsi. In realtà, Silvia era stata rapita da un satiro, ma anche lei era riuscita a salvarsi e, venuta
a sapere del gesto di amore di Aminta, nel finale cambia idea e cede al suo amore. L'opera è stata composta
per allietare gli spettatori che potevano riconoscere nei personaggi alcuni membri della corte. Anche Tasso
ha il suo alter ego in Tirsi, che rappresenta i suoi turbamenti e la sua insoddisfazione. L'Aminta viene
composta negli anni in cui stava lavorando al suo capolavoro: la Gerusalemme liberata.

Per un riassunto della trama della Gerusalemme liberata si vedano le pagine 395-399.

Al centro di tutta l’attività letteraria di Tasso c’è il poema della Crociata, un progetto poetico, perseguito fin
dall’adolescenza, con cui il poeta mira alla gloria e alla fama poetica. La fonte da emulare, per Tasso, è senza
alcun dubbio l’Orlando Furioso di Ariosto. Ma quale è l’intento principale del Tasso? Il suo intento
Riassunto esame Letteratura italiana

principale è quello di piacere non solo agli «intendenti» del genere, ma al più vasto pubblico dei lettori
replicando il successo che poté ricevere all’inizio del cinquecento Ariosto.

Col primo tentativo, realizzato a quindici anni, della Gierusalemme, il Tasso dimostra già di avere le idee
ben chiare su ciò che desidera comporre: il suo sarà un poema epico, di soggetto storico ed ispirato ad un
argomento preciso- la prima Crociata- che riesce ad unire insieme l’epicità della guerra e il sentimento della
missione religiosa che, nell’Europa che si prepara alla battaglia di Lepanto (1571), suscita non poche
suggestioni. Il Gierusalemme arriva a condurre l’esercito di Goffredo sotto le mura di Gerusalemme, ma
questo frammento creato dal genio del Tasso quindicenne verrà riutilizzato, spesso aggiustandolo solo di
poco, nei primi tre canti della Liberata.

Rispetto alla Gierusalemme, il Rinaldo è sembrato, più che un abbozzo della Liberata, un primo timido
tentativo in cui il poeta diciottenne si espose a giudizio del mondo. Ora non abbiamo più un poema epico, ma
un romanzo; non abbiamo più un’azione storica, ma un repertorio di meraviglie e magie; non abbiamo un
serio rapporto con la storia a lui contemporanea, ma il racconto idealizzato della prima educazione
cavalleresca di uno dei più amati eroi carolingi, Rinaldo di Montalbano. Tasso in prima persona scriverà di
non aver voluto, secondo il canone aristotelico, perseguire un’unità della favola strettamente intesa, ma allo
stesso tempo non volle neanche riprodurre il sistema ariostesco. Da Ariosto si allontana soprattutto per
quanto riguarda la configurazione ‘orale’, dialogica e interlocutoria del narratore. I Discorsi dell’arte poetica
intervengono a superare l’esperimento del Rinaldo cercando di designare quella che sarà la Liberata: un
poema che parla di una materia vera, la storia, intessuto di magie grazie alla formula del «meraviglioso
cristiano» a cui il lettore credente deve credere in norma alla religione; ma anhe una favola intera di stile
sublime, ‘magnifico’, ornato e ricco di abbellimenti formali.

La Gerusalemme liberata sviluppa moltissime tematiche, tra cui prevalgono quelle della religiosità, della
natura e dell’amore. Il tema religioso è inquadrato nel cosmico conflitto fra bene e male, che coinvolge la
sfera umana e quella soprannaturale; connessi a questo tema sono quelli della guerra e della magia, distinta
in bianca e nera; l’esito finale non deve ingannare, perché il fatto che ai tempi di Tasso Gerusalemme fosse
nuovamente in mano ai musulmani dimostra quanto la vittoria del bene su questa terra sia fragile e mai
definitiva. Quanto al tema della natura, nel poema il paesaggio diviene per la prima volta elemento
strutturale: non solo infatti visualizza gli stati d’animo dei protagonisti, ma si carica di valori simbolici
funzionali al racconto (è il caso per esempio del contrasto luce-ombra). Il tema amoroso appare infine
declinato in forme problematiche: gli amori nel poema appaiono sempre sfasati e sembrano potersi realizzare
solo attraverso il sacrificio di sé. Il fatto poi che quasi tutte le vicende amorose coinvolgano personaggi
appartenenti ai due opposti schieramenti, dimostra che l’amore è l’unica forza capace di conciliare i
contrasti.

I personaggi del poema sono assai diversi rispetto a quelli della tradizione cavalleresca; Tasso ne fa delle
autentiche persone, con una profondità psicologica e un mondo interiore individuale, fatto di problematicità e
contraddizioni. Esemplare è in questo senso il personaggio di Tancredi, che anticipa aspetti della sensibilità
romantica.

Tasso cercò di elevare il poema eroico alla dignità della tragedia, perseguendo l’obiettivo di una classicità
moderna attraverso uno stile “magnifico” e “sublime”. L’obiettivo fu conseguito ricorrendo a frequenti
citazioni classiche, a una musicalità prima sconosciuta, all’uso intenso delle figure retoriche e a una
particolare attenzione alla dispositio; rispetto all’armonioso canone petrarchesco, Tasso scelse una
disarmonia armonica.

Dubbi personali, esasperati dalle critiche dei revisori romani, che turbano il Tasso facendogli presagire
un’accoglienza tutt’altro che tranquilla al proprio poema, compromettono il suo equilibrio. Nasce la
Riassunto esame Letteratura italiana

Gerusalemme conquistata, un poema del tutto diverso. E’ un’opera pesantemente condizionata dagli scrupoli
religiosi del suo autore, influenzato dal clima storico post-tridentino. A livello della materia, Tasso valorizza
l’importanza del vero come base imprescindibile dell’epica, e orienta le componenti di quest’ultima (storiche
e non) alla produzione di una piacevole meraviglia. Se consideriamo le aggiunte fatte nell’opera dei
parafrasi di salmi, riflessioni teologiche, preghiere aggiunte, ben si capisce come l’autore cerchi in tutti i
modi di guadagnare alla sua opera la qualifica di ‘vera’, sia sul lato storico, sia sul quello religioso.
Riassunto esame Letteratura italiana

Il ‘600
La cultura del Seicento viene sintetizzata con il termine "barocco". Ma la sintesi non è priva di difficoltà, sia
nell'individuazione dei limiti cronologici, sia in una sua precisa definizione terminologica. Il manierismo, pur
radice importante e per certi versi causa del barocco, non ne è parte integrante; in Italia riguarda il
Cinquecento, dagli anni '30 fino al termine del secolo, ed è uno dei vettori più importanti della cultura. Si
può parlare invece di barocco solo rispetto al secolo XVII: in Italia fino agli anni '90, mentre in Francia
risulta già in crisi a partire dal 1660. D'altra parte, esiste una chiara differenza tematica fra le due scuole,
spesso confuse fra loro: il manierismo, con il suo virtuosismo e il suo culto del particolare, è una specie di
"controclassicismo" interno al classicismo; il barocco si manifesta con un'energia iconoclasta,
anticlassicistica, del tutto autonoma dall'aspirazione rinascimentale, secondo una ricerca ossessiva del
"nuovo". L'etimologia del termine non è chiara: pare che "barocco" derivi dall'incrocio tra il sostantivo
"baroco", che nella filosofia scolastica designava un particolare sillogismo paradossale, e il portoghese
barroco, indicante un tipo di perla irregolare e sgraziata. Proprio da quest'ultimo significato deriva l'aggettivo
francese baroque (bizzarro), da cui a sua volta deriva il termine italiano. In sede filosofica già nel
Cinquecento il termine identificava spregiativamente un modo falso e di ragionamento, soggetto ancora alla
superata mentalità aristotelica. E persino gli stessi autori che oggi sono definiti barocchi per eccellenza (per
esempio, Marino, Tassoni ecc.) usarono l'aggettivo con connotazioni negative per indicare gli eccessi
stilistici dei loro colleghi. Un vasto gruppo di poeti (come Rinaldi, Stigliani e Marino) che oggi ascriviamo al
barocco preferivano definirsi come esponenti del "concettismo". Il termine "barocco" cominciò a entrare nel
lessico comune della critica, sempre in senso spregiativo, verso la fine del Settecento per iniziativa dei teorici
del neoclassicismo (J.J. Winckelmann, F. Milizia). Il significato spregiativo fu contestato a fine Ottocento
dallo storico dell'arte tedesco H. Wölfflin, che riconobbe allo stile barocco, opposto all'arte classicista, un
valore positivo. Oggi il termine ha generalmente un significato oggettivo, storico, che prescinde da giudizi di
valore generale: quando non è usato in senso traslato (in cui mantiene sempre un'accezione di esagerato e
artificioso), tende a identificare il gusto e lo stile di tutta un'epoca. Il nesso "arte-natura" viene interpretato
come sensuale comunicatività fra i due soggetti: il virtuosismo diventa la "meraviglia" e il "piacere" di una
continua simulazione dentro lo scambio simbolico fra l'arte e la natura. L'opera d'arte è alla ricerca di una
"teatralità" assoluta (fra cruda quotidianità e spettacolo visionario), e allo stesso tempo cerca di esprimere la
massima fisicità (dal macabro realistico all'erotico) insieme alla massima estasi religiosa. Sono la tecnica e il
preziosismo sorprendente dell'invenzione linguistica (giochi di metafore, improvvisazioni di analogie,
paradossi, enfasi, iperboli e ambiguità dei testi) la novità moderna del linguaggio barocco. Lo scrittore
barocco rifiuta la normale comunicatività del linguaggio, mette da parte il primato conoscitivo e morale della
lingua rinascimentale, si apre a una scelta espressiva che si giustifica solo nella sottigliezza dell'esecuzione,
nell'arguzia con cui sa inventare e rendere manifesta l'"artificiosità" dell'arte. Antitesi e contrasto drammatico
diventano meccanismi strutturali dominanti in tutti i generi letterari, così come in tutte le manifestazioni
artistiche. I termini chiave del barocco sono: l'ingegno, cioè la capacità della parola di trasferire le immagini
e i pensieri da un contesto a un altro; l'acutezza (l'agudeza spagnola), ovvero la capacità di colpire la
sensibilità dell'ascoltatore; lo spirito, ossia la capacità di suscitare la meraviglia di chi legge. Fondamentale il
termine concettismo (nel quale come abbiamo visto si riconoscevano gli scrittori barocchi), che invita all'uso
di "concetti" con i quali uno scrittore sa impreziosire ed esasperare la comunicazione del linguaggio: il
"concetto" è una specie di illuminazione mentale che accende la "meraviglia", come se le parole fossero tanto
più vere quanto più capaci di visionarità, di invenzione creatrice. Nel Cannocchiale aristotelico (1670) di
Emanuele Tesauro (1592-1672), l'"argutezza, gran madre di ogni ingegnoso concetto" viene ricondotta alla
conversazione "civile" e dunque poetica, con lo scopo di procurare piacere e infinita meraviglia. Il Seicento
fu contemporaneamente l'età cupa della dominazione spagnola e della Controriforma e l'età del progresso
filosofico-scientifico, in cui si afferma definitivamente la teoria copernicana (1543) con gli studi di Keplero
(1609) e di Galileo (1632). La fine della certezza antropocentrica, il crollo dell'unità religiosa, il sorgere
Riassunto esame Letteratura italiana

prepotente nella scienza di un'idea di spazio scientifico infinito, la fortissima crisi dell'equilibrio classicistico
imposto dal manierismo cinquecentesco sono le prospettive storiche in cui s'inquadra la grande stagione del
barocco. Fu uno stile "internazionale": interessò tutte le nazioni e tutte le forme artistiche, dalla musica alla
poesia e all'architettura. In un certo senso, il barocco fu il primo fenomeno di cosciente modernità, come se
in un nuovo spazio simbolico si aprissero alla creatività umana nuove strade e nuove tecniche espressive. La
nostra letteratura barocca è ferma a una risposta che non sa dare: quale modello si può proporre con
l'esaurirsi di quel principio rinascimentale, e in particolare del Bembo, che aveva legato la letteratura a una
prospettiva ideale? Cosa vuol dire essere moderni, rinunciare a un sapere classicista? Per quanto l'esempio
italiano, specie Marino e il marinismo, sia stato esportato in tutta l'Europa, non si può nascondere che il
barocco letterario italiano risulta comunque una testimonianza di crisi culturale, il segno di una letteratura
senza grandi libri. La crisi politica italiana, il peso della Controriforma sono certo cause di un disagio storico
che sembra privo di soluzioni. La cultura nobiliare laica è afflitta da un individualismo tanto fazioso quanto
servile; la cultura gesuitica, specie dagli anni '40, deve far prevalere il senso strumentale e "predicatorio"
della cultura, quale controllo sociale. Le personalità migliori del nostro barocco sembrano casi isolati, quasi
scardinati da una reale società letteraria. Fino alla fine del secolo, quando si affermerà in funzione
antibarocca l'Arcadia, avremo un dibattito complesso ma anche confuso, spesso arenato in un groviglio di
provincialismo e di intuizioni lasciate senza sviluppo, senza forza civile e culturale.
Riassunto esame Letteratura italiana

Galileo Galilei
Galileo (1564-1642) nasce a Pisa dal padre Vincenzio, musicologo, che lo indirizza alla professione medica.
Nel 1580 è iscritto alla Facoltà di Arti dell’Università di Pisa, anche se Galileo non porterà a termine gli
studi a causa della precoce disaffezione verso la scienza tradizionale e il suo insegnamento. In quegli anni si
avvicina, d’altro canto, alla letteratura e allo studio della geometria, che voleva apprendere per coltivare la
pittura e la musica. Di questo interesse verso l’arte nascono gli studi su Dante, su Petrarca, Ariosto e Tasso.
Ma fu la geometria a rivelargli la vocazione per gli studi matematici. Nel 1589 ottiene la cattedra di
matematica a Pisa, che allora era connessa a quella cosmografica, e diede inizio alle ricerche sul moto
naturale, sul rapporto tra peso e caduta dei gravi, pronunciandosi contro l’imprecisione di coloro che si
professavano in linea con la scienza peripatetica e affermando il primato della matematica nel discernere il
vero dal falso. Nel 1592 Galileo viene chiamato all’Università di Padova sempre per insegnare matematica.
In quel clima agiato, aperto alla libertà di pensiero, Galileo familiarizzò con gli studiosi padovani e con i
circoli degli intellettuali veneziani. L’esito degli studi teorici di questo periodo fu raccolto nel trattato Le
mecaniche, un testo sul concetto di forza e sulle macchine. Nel 1604 la scoperta di una «nova», una stella
mai vista prima d’allora, diede impulso a Galileo, il quale osservò che, a differenza di quanto affermavano i
peripatetici, ciò che stava oltre l’orbe lunare non era immutabile. Nel 1609, grazie a delle notizie di primi
prototipi dall’Olanda, riuscì a costruire( e a migliorare ) il primo telescopio, che divenne ben presto
l’emblema del secolo e dell’intraprendenza dello spirito umano. Grazie al nuovo strumento di ricerca, tra la
fine del 1609 e i primi di marzo del 1610, Galileo passò le notti a scrutare il cielo. Dal lavoro del genio uscì
fuori il Siderius nuncius (1610), dove, in un latino abbastanza scarno, Gelileo presentava le scoperte fino ad
allora fatte: la superficie ineguale della Luna, l’immensità del numero delle stelle, la natura delle nebulose e
della Via Lattea, l’individuazione di quattro satelliti di Giove. Le scoperte mettevano in discussione le
certezze della scienza tradizionale e suscitarono consensi e contrasti.

Chiamato nell’estate del 1610 a Firenze per ricoprire l’incarico di matematico e filosofo di corte, ruolo che
gli consentiva di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca, Galileo si recò a Roma per propagare i risultati delle
sue ricerche. Il viaggio fu un successo: il papa lo accolse con felicità e il collegio dei gesuiti confermarono le
sue scoperte. Durante il viaggio romano gli fu offerta anche l’iscrizione all’Accademia dei Lincei. Fondata
nel 1603 per iniziativa di Federico Cesi, l’Accademia si era costituita su un’impostazione magica, elitaria ed
esclusiva sotto la guida dell’esponente Giovan Battista della Porta. Le cose cambiano con l’arrivo di Galileo.
Nel discorso Del natural desiderio di sapere, tenuto da Cesi ai membri dell’Accademia nel 1616, si vede
l’influsso che Galileo aveva sull’organizzazione: in una prosa animata da un forte fervore, il Cesi invitava
alla «propagazion delle scienze», alla «comunicazione e perpetuazione a pubblico utile delle virtuose fatighe
e acquisti fatti.».

Al successo romano corrispondeva, però, al manifestarsi di forti ostilità a Firenze. L’aristotelico Ludovico
delle Colombe contestò le tesi galileiane sul comportamento dei corpi immersi nell’acqua. Il diverbiò fruttò
nel 1612 il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono, in cui Galileo
riproponeva, sulla base di dimostrazioni matematiche e attraverso una prosa in volgare, l’inattendibilità
dell’impostazione aristotelica. Ma l’attacco più serio fu portato avanti dai predicatori domenicani, i quali
cominciarono a considerare le teorie gelileane contrarie alle sacre scritture. Nel 1613 uscì, col contributo dei
Lincei, la Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari, non un trattato, ma un’epistola di risposta ad
alcune lettere interrogative giunte da Mark Welser sul fenomeno delle macchie solari. Già in precedenza si
era discusso su questo argomento: il gesuita tedesco Christoph Scheiner attribuiva il fenomeno al passaggio
dei corpi celesti orbitanti attorno al sole. Galileo dimostra, invece, l’appartenenza del fenomeno alla
superficie solare arrivando perfino a calcolare, attraverso il loro moto regolare, il periodo del movimento di
rotazione del Sole intorno al proprio asse. Ciò inficiava ancora una volta la tesi aristotelica
dell’incorruttibilità dei corpi celesti.
Riassunto esame Letteratura italiana

Contro l’Istoria non potevano mancare oppositori. Il libro confermò i dubbi circolanti a Firenzi
sull’inconciliabilità delle teorie professate dallo scienziato con la scrittura sacra. A tal proposito, Galileo fu
avvisato dall’allievo Benedetto Castelli, benedettino e professore di matematica a Pisa, che i dubbi
circolavano anche a corte: la Granduchessa Cristina lo aveva interrogato, infatti, sulla congruenza delle
scoperte galileiane con il dettato delle sacre scritture. In questo frangente (ci troviamo ancora nel 1613)
Galileo scrisse la lettera al Castelli alla quale seguirono quella a Monsignor Pietro Dini e quella a Cristina di
Lorena (1615). Queste appena citate sono le cosiddette Lettere teologiche poiché le idee espresse in queste
lettere illustrano il pensiero di Galileo sul rapporto tra scienza e Bibbia. In queste lettere, concepite per una
pubblica discussione, Galileo propone la separazione tra indagine teologica e indagine scientifica poiché i
due piani d’indagine sono incommensurabili, dunque indipendenti. In questo modo, Galileo cercava di
sovvertire la piramide gerarchica delle discipline che prevedeva la superiorità della teologia e tentava di
separare il piano religioso da quello prettamente scientifico.

La lettera a Castelli divenne lo strumento per l’accusa: una copia incompleta ed imprecisa ( forse
manipolata) fu utilizzata per la denuncia al Sant’Uffizio per iniziativa del domenicano Nicolò Lorini. Ma
altri settori del mondo ecclesiastico, invece, difendevano Galieleo: il carmelitano Antonio Foscarini difese
Galileo con una lettera sopra le opinioni dei Pitagorici e del Copernico della mobilità della Terra e stabilità
del Sole mentre il domenicano Tommaso Campanella cercava di difendere lo scienziato nella sua Apologia
pro Galileo. A quel punto Galileo capì che le sue idee potevano esser difese solo scardinando l’aristotelismo.
Si recò a Roma per sostenere la sua posizione, ma il Sant’Uffizio procedette alla condanna di due
proposizioni copernicane come false, ovvero la centralità del Sole e la mobilità della Terra e vietò a Galileo
di professarle.

Nello stesso 1616, Galileo aveva scritto il Discorso del flusso e reflusso del mare, in cui spiegava il
fenomeno delle maree sulla base del movimento terrestre, ma non lo poté pubblicare. Nel 1619 rispose al De
tribus cometis del gesuita Orazio Grassi con il Discorso delle comete, scritto in collaborazione con l’allievo
Mario Guiducci, il quale comparve come unico autore. Galileo pone il fenomeno delle comete al di là della
Luna e, dunque, attacca ancora una volta l’aristotelismo. Nello stesso Discorso Galileo crea una polemica
molto forte contro le teorie di Tycho Brahe, che i gesuiti stavano facendo proprie perché conciliava
eliocentrismo e geocentrismo. Grassi ribatté nella Libra astronomica ac philosophica, pubblicata sotto lo
pseudonimo di Lotario Sarsi, un’opera riconosciuta dai gesuiti come sintesi della posizione scientifica del
Collegio Romano. Dai Lincei venne consigliato a Galileo di rispondere tramite una lettera indirizzata a
Virginio Cesarini, che era stato il beniamino del Collegio Romano ed ora era affezionatissimo a Galileo. La
risposta fu Il saggiatore, edita dai Lincei nel 1623. Il 1623 è lo stesso anno in cui viene eletto papa Urbano
VIII, uomo di chiesa che si era più volte dichiarato ammiratore di Galileo: l’opera fu a lui dedicata in forma
di epistola. Il tema delle comete è usato da Galileo per costruire non tanto un trattato scientifico, ma un’opera
di propaganda cultura in rottura coi vecchi metodi, indimostrabili.

La salita al trono pontificio di Urbano VIII e le amicizie che aveva stretto a Roma grazie ai Lincei, facevano
ben sperare per il futuro: fu così che Galileo si recò, nel 1624, a Roma per incontrare il papa (6 gli incontri ).
Dalla visita, prese il via la scrittura del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e
copernicano, finito nel 1629, che rispondeva all’idea di confrontare le due teorie. Nel 1630, con un altro
viaggio a Roma, ottenne l’imprimatur di stampare il progetto. Visto che i termini dell’imprimatur erano
imprecisi e richiedevano modifiche, Galileo decise di non trattare con i revisori romani, ma decise di far
stampare l’opera con l’aiuto dei domenicani di Firenze. Il testo uscì nel ’32. In quattro giornate tre dialoganti
( Giovanfrancesco Segredo- super partes , Filippo Salviati- portavoce di Galileo; Simplicio- sciocco
sostenitore delle tesi aristoteliche). Nella prima giornata sono abbattuti i presupposti della scienza
aristotelica, ovvero la differenza fra Terra e cieli, considerati tutti ugualmente corruttibili. La seconda
giornata è dedicata a dimostrare la possibilità del moto di rotazione della terra e a smantellare le
argomentazioni contrarie, usando il principio della relatività del moto. Nella terza giornata c’è la
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presentazione del moto della terra intorno al sole. Nella quarta, dove Salviati arriva in ritardo a casa dell’alta
marea, si porta per l’appunto la marea come prova del moto della terra.

Accusato di ben otto capi d’accusa, Galileo dovette presentarsi a Roma dove fu costretto ad abiurare. Inoltre
ricevette una pena detentiva e, soprattutto, fu obbligato a Galileo a non trattare più della mobilità della terra e
della stabilità del sole. Alla fine del 1633 gli venne consentito di recarsi a casa col divieto perentorio di
ricevere visite. L’unica forma di compagnia che trovava erano le lettere che inviava e riceveva verso tutti i
dotti d’europa. Nel ’38 gli fu concesso di recarsi a Firenze per ricevere visite. In questi anni lavorava ai
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, un testo pubblicato fuori dall’Italia, a
Strasburgo, dove nel frattempo stavano circolando le traduzioni delle sue opere. Galileo morì ad Arcetri nel
Gennaio del 1642 dopo una breve malattia.
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Gianbattista Marino
Avviato agli studi giuridici, si dedicò quasi subito alla poesia come poeta cortigiano presso il duca Ascanio
Pignatelli e poi (1592) presso il principe Matteo di Capua. Nel 1600 entrò al servizio del cardinale Pietro
Aldobrandini a Roma. Pubblicate le Rime (1602), cominciò a lavorare alla stesura del poema Adone, che nel
progetto iniziale avrebbe dovuto essere di tre libri. Nel 1606 seguì Aldobrandini a Ravenna e in altre città del
Nord. Giunto a Torino (1608), scrisse per Carlo Emanuele I un panegirico Il ritratto del serenissimo don
Carlo Emanuele duca di Savoia (1608), ottenendone in cambio una generosa ospitalità dal 1610 al 1615. A
corte si scontrò con l'invidia del segretario del duca, il poeta Gaspare Murtola, autore del poema sacro La
creazione del mondo (1608) deriso da Marino. Nel 1608 Marino aveva stampato la raccolta lirica La lira. Gli
anni torinesi furono particolarmente fecondi: riprese e ampliò il progetto dell'Adone; nel 1614 stese le
Dicerie sacre, tre orazioni fittizie (La pittura, La musica, Il cielo) che dimostrano un'abilità virtuosistica
straordinaria nel modellare la lingua nel genere "oratoria sacra". Nel 1615 fu chiamato alla corte di Francia
dalla regina Maria de' Medici, a cui dedicò il poemetto encomiastico Il tempio (1615). A Parigi scrisse
alcune delle sue cose migliori: gli Epitalami (1616), poesie per nozze, La galeria (1619), rassegna di opere di
scultura e pittura di artisti contemporanei. Nel 1620 diede alle stampe La sampogna, composta da 12
poemetti, 8 di contenuto mitologico e 4 di tipo pastorale. Il trionfo giunse con l'Adone (1623), poema in 20
canti la cui lussuosa edizione fu finanziata dallo stesso re Luigi XIII. Poco dopo Marino decise di tornare in
Italia, accolto con grandi onori a Torino, a Roma e soprattutto a Napoli. Nella sua città si dedicò alla
composizione di un poema religioso in ottave, La strage degli innocenti, già iniziata vent'anni prima;
l'improvvisa morte non gli consentì di concludere quest'opera, pubblicata postuma nel 1638. Anche le Lettere
(uscite a partire dal 1627) sono postume.
Il carattere del lavoro di Marino è chiarito già da un'affermazione dello stesso poeta, che riguardo alle
proprie vaste letture scriveva: "Imparai sempre a leggere col rampino, tirando al mio proposito ciò ch'io
ritrovava di buono, notandolo nel mio zibaldone e servendomene a suo tempo". Marino è il poeta che
reinventa e rinnova con un'esuberanza cromatica e figurativa mai vista nella nostra letteratura. Sembra aver
superato senza ritorno il classicismo a favore di una curiosità infinita e sensuale, originalmente barocca. Le
liriche della Lira sono una proliferazione di timbri e sonorità; la Sampogna è un esercizio di gusto
inconsapevolmente "esotico" e svaporato; la Galeria-poi forse il libro migliore di Marino-rimane un
incredibile tessuto di rifrazioni e annotazioni curiose. Il libro di maggior successo fu comunque l'Adone. Con
i suoi 40.000 versi è il più lungo poema della letteratura italiana. La vicenda che ne costituisce l'esile trama
ha al centro l'innamoramento di Venere per il bellissimo giovane Adone. Marte, preso dalla gelosia,
costringe il giovinetto a una serie di peripezie e alla fine ne provoca la morte a opera di un cinghiale. Lo
svolgimento del mito ha tuttavia un'importanza relativa. Ciò che conta è il modo con cui esso viene
raccontato e soprattutto l'infinita serie di episodi secondari, di spunti descrittivi (come quelli celebri del canto
dell'usignolo o dell'elogio della rosa) sfruttati oltre ogni aspettativa; l'abilità nel trasformare aspetti allegorici
in luoghi della fantasia, come il giardino del Piacere e l'isola della Poesia; e ancora l'infinita gamma di piani
e di livelli con cui viene trattata la materia erotica che sta alla base del mito: si va dalle allusioni appena
accennate alla narrazione audace e densa di particolari. L'Adone è un immenso coacervo di immagini, una
"fabbrica delle meraviglie", un succedersi inarrestabile di metafore e sarebbe vano cercarvi un centro logico;
la sua novità sta proprio nell'infrazione della regola classicistica dell'unità del poema eroico e nel recupero
della narrazione affabulatoria dei grandi narratori di favole latini (Apuleio, Ovidio, Claudiano) ed ellenistici
(Apollonio Rodio, Mosco e Bione).
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