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LETTERATURA ITALIANA

1. CIVILTÀ MEDIEVALE

Il sistema economico, linguistico e culturale dell’impero romano con il passare del tempo si
modifica, crea nuove realtà in cui riemergono elementi sia antropologici che linguistici
anteriori alla romanizzazione che si mescolano con le culture di altre popolazioni giunte nei
territori romani.
La lingua in primis si evolve portando alla creazione delle lingue volgari neolatine o
romanze, di maggiore diffusione in paesi come Italia, Francia o Romania, mentre in paesi
come Germania e Inghilterra prevalgono le nuove lingue germaniche.
Il passaggio da un’età a un’altra non è improvviso, in quanto questo cambiamento si
avvertiva già con gli imperatori successivi ad Augusto e si era accelerato nel III-IV secolo, in
un periodo di divisione tra Oriente e Occidente e con l’avvento delle prime invasioni
barbariche.
Ciò che è effettivamente nuovo in questo periodo è l’introduzione di una nuova religione, il
cristianesimo, che soppianta l’antica religione pagana, proponendo come esempio di vita
quello di Gesù, raccontato in testi chiamati Vangeli che diffondono modello oltre i confini
dell’Impero.
Roma non era più la capitale dell’Impero, sostituita da Milano in Occidente e da Bisanzio,
ribattezzata Costantinopoli, in Oriente; nonostante ciò Roma rimaneva il centro simbolico
del mondo vista la testimonianza dei discepoli di Gesù Pietro e Paolo che erano morti nella
capitale.
In Italia la prima esperienza di entità politica e culturale limitata alla penisola è il regno degli
Ostrogoti e con la figura di Teodorico, il quale sposta la capitale a Ravenna in quanto porto
attivo e punto strategico per i commerci con l’Oriente e Bisanzio. È proprio a Ravenna che
Teodorico fa costruire splendidi edifici religiosi e il proprio palatium, centro del potere.
In particolare ha in mente di sviluppare un progetto di incontro con la cultura latina con
l’aiuto di due importanti intellettuali dell’epoca, Boezio e Cassiodoro; il progetto però non
vede la luce in quanto Boezio viene perseguitato e ucciso, mentre Cassiodoro si rifugia in
una comunità monastica da lui fondata in Calabria per salvare le testimonianze di della
civiltà antica dalla loro distruzione grazie alla trascrizione di molte opere letterarie e
filosofiche.
Un'altra forma di riorganizzazione del sapere era quella enciclopedica, prediletta in Spagna
da Isidoro di Siviglia nelle Etymologiae, in cui torna la divisione delle discipline ereditata dal
mondo antico: trivio per la grammatica, retoriche e dialettica e quadrivio per la
matematica, geometria, astronomia e musica.
Nonostante ciò non tutto può essere salvato e bisognava scegliere autori di prima categoria
da privilegiare nella trascrizione delle opere, quelli considerati fondamentali; da questo
concetto di prevalenza nasce il termine classico, che appartiene a una classe, identificando
con questo attributo uno scrittore di “prima classe”.
Un esempio di autore classico era Virgilio con le sue Bucoliche, Georgiche e l’Eneide.
Mentre le grandi biblioteche venivano distrutte in incendi e saccheggi, nuovi luoghi di
diffusione culturale venivano istituiti, posti simili alla Vivarium dove si era rifugiato
Cassiodoro, ovvero un monastero. Questi luoghi venivano gestiti secondo il modello di
Benedetto da Norcia, seguendo la regola dell’Ora et Labora; parte di questa regola
prevedeva di ricopiare i testi dei codici, ovvero manoscritti di testi antichi, chiamati in
questa maniera perché erano fascicoli di fogli ripiegati l’uno dento l’altro, in luoghi appositi
chiamati scriptorium.
Dopo la morte di Teodorico, il regno degli Ostrogoti non resistette l’assalto di Bisanzio
mentre, dopo un allunga e sanguinosa guerra, l’Italia è conquistata dai Bizantini, causando
città spopolate o distrutte.
Tuttavia i Bizantini dovranno cedere l’Italia ai Longobardi, nuovi conquistatori del nostro
paese ed è con questa data che si interrompe il legame con il mondo antico e comincia il
Medioevo.
Questo periodo era all’inizio considerato “un’età di mezzo”, a lume spento, e il termine
stesso Medioevo aveva un significato negativo, sebbene nel Quattro e Cinquecento sia
stato considerato un periodo da ammirare e cercarono di farlo “rinascere”.
Gli uomini del Medioevo non avevano coscienza di questo grande cambiamento, sapevano
che qualcosa di terribile era successo a Roma ma non avevo idea di cosa questo
comportasse.
In particolare Agostino da Ippona, maestro di scuola africano che ha vissuto in Italia ed è
ritornato in Africa nei suoi ultimi anni di vita, si era interrogato sul senso della Storia in
rapporto con l’umanità e ha un ruolo di fondamentale importanza la religione: alcuni autori
erano convinti che la distruzione delle città erano dirette conseguenze della mancanza di
religione e di tutti i peccati commessi dagli a uomini, mentre altri rifiutavano questa teoria a
priori.
Nonostante ciò il cristianesimo era rilevante per l’uomo del Medioevo, considerato
elemento di salvezza per l’uomo, visto il sacrificio commesso da Gesù sulla croce.
Nel Medioevo la lingua principale di comunicazione è il latino, ma non quello classico, bensì
quello utilizzato dagli scrittori romani, definito “latino medievale”, che si apre all’altezza del
sacro, agli spazi dell’immaginario, ecc.
Ed è proprio in questo latino che cominciano ad apparire alcune differenze con il latino
tradizionale, come la perdita della durata delle vocali, che differenziava una parola da
un’altra; in ambito della Chiesa il papa Gregorio Magno e un monaco di origine longobarda,
Paolo Diacono, intraprendono la scrittura di opere in latino medievale.
Un importante cambiamento avvenne con l’incontro azione di Carlo Magno nella notte di
Natale dell’800, definendolo imperatore del Sacro Romano Impero; un gesto molto
importante anche per l’Italia in quanto si svilupparono diverse conseguenze:
-sul piano politico, la quasi scomparsa del dominio longobardo e la diminuzione
dell’influenza bizantina;
-sul piano culturale, il coinvolgimento di grandi intellettuali italiani per recuperare la
tradizione antica, una vera e propria “rinascita”, divinità carolingia, che avvenne in
concomitanza con la rinascita delle istituzioni scolastiche presso la corte imperiale e le
principali cattedrali e abbazie di Francia e Germania.
Nello stesso periodo si riconosce l’uso del delle lingue volgari; lo stesso Carlo Magno ero
analfabeta e nell’813 il Concilio di Tours stabilisce di fatto il bilinguismo, concordando il
latino per documenti ufficiali e il volgare nelle predicazioni.
Dopo l’anno Mille il sistema sociale fu rivoluzionato con la teoria dei tre ordini: in alto gli
oratores, ovvero gli ecclesiastici, al centro i bellatores, coloro che combattono, e infine i
laboratores, coloro che lavorano, quindi operai, contadini e artigiani.
Dopo l’anno Mille le strutture del mondo feudale entrano in crisi in un lungo periodo di
decadenza che si trascinerà per molti secoli.
Il processo storico culmina in vere guerre di conquista di territori del Medio Oriente, le
Crociate.
Intano la ripresa di commerci e fiere si estende dall’Italia all’Europa, portando alla rinascita
delle principali città italiane, città che costituivano luoghi liberi, che venivano gestite dal
basso, con varie forme di assemblea e consultazione popolare; nasce così il libero comune.

La letteratura europea
Il XII secolo vede una grande rinascita culturale legata alla rinascita culturale delle città e
alla fioritura dell’economia e dei commerci.
In Europa assistiamo allo sviluppo della letteratura in volgare; un esempio ci è fornito dal
Cantare del Cid in Spagna, mentre in Francia la situazione è diversa.
In Francia settentrionale la produzione letteraria avviene nella Langue d’oil, lingua francese
antica.
Suddetta produzione trattava storia del periodo carolingio, composti in poemetti, detti
chansons de geste, come la chansons de Roland, testimonianze della lotta tra Carlo Magno
e i Saraceni.
Sono principalmente testi cantati e recitati, caratterizzati da un verso molto cadenzato
ritmicamente, il decasyllabe, accompagnato da frequenti ripetizioni di parole e frasi.
Nel XII secolo però si assiste al passaggio dai poemi epici al roman, caratterizzato da una
maggio analisi dell’interiorità del protagonista e dall’uso dell’octosyllabe.
Le storie trattate in questi roman possono provenire dalle leggende del mondo antico,
figure storiche trasformate in mito oppure dal ciclo bretone, legato quindi al mondo di re
Artù, la tavola rotonda, ecc.
In questo caso viene prediletta la scrittura e i temi principali sono amore, avventura e
ricerca, storie in cui i cavalieri sono in continuo movimento, e la considerazione della donna
è diversa dal medioevo: esse venivano considerate dominae, signora, donne considerate
come esseri umani che pur vivendo a fondo la vicenda erotica, acquisiscono un grado di
supremazia feudale sul cavaliere.
La cortesia si oppone alla villania, che rappresenta i sentimenti negativi quali viltà, egoismo,
ecc.
Ispirata a questi comportamenti nasce una serie di racconti, i Fabliaux, che raccontano
storie di donne che si facevano beffe dei propri compagni e amanti.
Ai Fabliaux si accompagnano favole su animali, influenzate dal pensiero indiano e arabo, in
particolare la volpe, che incarna l’uomo.

Poesia provenzale
Nella Francia meridionale, invece, la lingua dominante era la Langue d’oc.
Tra il XI e il XIII secolo in questa lingua si esprime una poesia di altissimo livello formale.
I poeti, chiamati trovatori, appartengono a livelli sociali diversi, tutti gravitanti alla corte, dal
giullare al menestrello, fino allo stesso principe.
Gli stessi elementi proposti dal romanzo cortese vengono riproposti in prima persona dai
trovatori come elementi di una storia personale.
L’accuratezza per la perfezione dell’amore non esclude un amore fisico per la propria
donna.
Caratteristica della poesia provenzale è l’attenzione riservata alla sperimentazione di nuove
forme; si trattava di poesia quasi sempre accompagnate da musica, quindi destinate ad
essere eseguite alle feste di corte.
Queste sperimentazioni portano all’uso di nuove forme metriche originali come la canzone,
caratterizzata da divisione in strofe e presenza di conclusione, il congedo.
All’interno della canzone anche le tematiche seguono un ordine prestabilito: all’inizio si
presenta la descrizione della natura, collegata alla descrizione o alle lodi della bellezza della
donna, il cui amore può essere dichiarato apertamente o meno.
All’interno delle composizioni era possibile trovare una serie di riferimenti diventati di uso
comune, come:
-l’alba: momento triste di separazione degli amanti;
-il pianto: compianto in morte.
Oltre ai generi è possibile anche distinguere due grandi partizioni della poesia provenzale, il
trobar leu, di facile comprensione con lessico più comprensibile, e il trobar clus, un poetare
chiuso, di più difficile comprensione.
Il Duecento

La poesia provenzale terminò in modo tragico e improvviso.


La nascita di movimenti ereticali e l’indipendenza raggiunta dalle corti provenzali portarono
alla convergenza di interessi politici e religiosi.
Le Crociate diedero il via ad una lunga serie di guerre che posero fine alle corti feudali.
Molti trovatori trovarono rifugio presso la nostra penisola e negli stessi anni proprio in Italia
si assiste alla costituzione di un gruppo di poeti che riprende in modo diretto l’eredità della
poesia provenzale, impulso fornito da Federico II.
Il sogno di Federico era quello di creare una struttura statale nuova che superasse la
staticità del mondo feudale; per attuare questo progetto era necessaria una rivoluzione
culturale.
Il suo intento era creare una classe di funzionari, uomini fedeli allo stato e all’imperatore,
esperti di diritto e per questa ragione creò l’Università di Napoli, nel 1224, dal momento
che riteneva che l’Università di Bologna non fosse sufficiente.
Queste sue opere lo fecero apparire alla Chiesa come un Anti-Cristo, un eretico.
La novità principale, tuttavia, fu che alla corte imperiale non usarono più il provenzale ma il
volgare; non è possibile stabilire un luogo preciso ne tanto meno una data precisa in cui
affermare questo cambiamento in quanto la corte ufficialmente risiedeva a Palermo ma
Federico II viaggiava molto, quindi si poteva ritenere avesse una corte itinerante.
La ripresa della poesia provenzale fu abbastanza fedele sebbene il tema dell’amore cortese
sia stato arricchito di elementi culturali dei poeti “dilettanti”.
Nonostante ciò la poesia provenzale fu imitata in maniera eccellente e rappresenterà la
base della nostra letteratura italiana.
Tra gli autori vi erano delle tacite regole che venivano seguite da tutti.
Innanzitutto non si ammettevano più le irregolarità arcaiche dei “ritmi”; introduzione della
sinalefe, procedimento secondo il quale l’ultima sillaba (terminante in vocale) e la prima
della parola successiva ( che inizia sempre per vocale) formano una sillaba unica.
I testi sono composti principalmente in endecasillabi e settenari; inoltre si trattava di versi
scritti quindi non accompagnati da musica.
Un’altra importante invenzione era il sonetto, creato da Jacopo da Lentini, composto da
due quartine e due terzine in versi endecasillabi.
Non bisogna dimenticare che oltre alla poesia alta vi sia anche un filone di poesia
popolareggiante.

Gli ordini mendicanti


Gli inizi del Duecento sono caratterizzati da grandi fermenti religiosi, in particolare dovuti
alla nascita di piccole comunità che si sforzavano di vivere secondo la parola del Vangelo.
Queste comunità venivano chiamate Ordini Mendicanti e i più importanti erano due: i
Domenicani e i Francescani.
I Domenicani erano stati fondati dallo spagnolo Domenico di Guzmán e fondamentalmente
accoglievano frati predicanti; erano conosciuti per essere bravi oratori e si servivano della
parola per contrastare gli eretici.
Un momento importante all’interno di queste comunità erano le prediche, ovviamente in
volgare per essere comprese da tutti, destinate a colpire l’immaginazione mediante
metafore, forti immagini e vite dei santi (definite exempla).
I conventi più importanti dei Domenicani erano dotati delle scuole, che raggiunsero
addirittura l’importanza delle Università, e venivano chiamati “Studio”, come ad esempio
quella a Napoli.
L’altro grande ordine mendicante era quello fondato da Francesco di Pietro Bernardone, da
cui prende origine il nome dell’ordine, i Francescani.
Figlio di un agiato mercante, Francesco si convertì alla parola di Dio ed eclatante fu
l’episodio in cui si spogliò in piazza davanti al vescovo e al prete di Assisi e a suo padre
rinunciando ad ogni sua proprietà.
Francesco allora si ritirò nella cappella di San Damiano e lì sogna quello che diventerà il suo
progetto di vita, una comunità di frati minori all’inizio criticati dalla Chiesa in quanto si
supponeva fossero eretici per poi essere confermati come ordine religioso.
Oltre alla sua vita dedita alla preghiera e all’umiltà, Francesco compose anche un canto di
33 versi senza rima e misura fissa.

Poesia comunale toscana

Dopo la morte di Federico II la poesia della corte imperiale subisce un improvviso arresto,
ma non andò persa del tutto in quanto fu trascritta in manoscritti toscani.
Pertanto, l’interesse per la poesia in volgare nasce prettamente in ambito notarile e
giudiziario.
Nella Toscana orientale, ad Arezzo, operò Guittone del Viva. La sua produzione, composta
da circa 175 sonetti e 50 canzoni, si dividide in due sezioni che rispecchiano il versante
amoroso-politico e quello morale-religioso.
Guittone preferisce lo sperimentalismo e il trobar clus; inoltre dopo la conversione l’autore
si consacrerà alla poesia morale e dottrinaria non sempre ben intelligibile a causa
dell’oscurità formale.
Pertanto la sua poesia insegna qualcosa ai tanti altri poeti di Firenze che erano rimasti alla
poesia volgare.

La poesia lirica “nuova” da Bologna a Firenze

Contemporaneo di Guittone è Guido Guinizzelli, ghibellino, costretto all’esilio nel 1274, la


cui poca produzione è cpmensata dalla qualità dei suoi contenuti.
All’inizio è guittoniano anche lui, ma in seguito alla conoscenza più approfondita dei poeri
imperiali, torna sulla strada della poesia fredericiana; questa scelta crea non pochi dissidi
con i suoi ex-amici, che lo criticano di uno stile troppo complicato e decisamente troppo
filosofico.
In particolare Guinizzelli aveva lodato la donna amata con troppe similitudini, concludendo
con l’immagine della stessa che saluta, ovvero che “dona salute”, ovvero salvezza,
all’amato. In particolare amche il tema dell’amore si distacca dall’originale concezione e il
poeta diventa cosciente di essere non solo vittima e protagonista, ma anche testimone e
scrivano di aueloo che gli succede.
Tutti questi presupposti rendevano possibile una lirica “nuova”, manifestata in Al cor
gentile rempaira sempre amore; quel “gentile” segna una differenza sostanziale con
l’amore cortese.
È importante però dire che Guinizzelli, a causa della sua densità filosofica e teologica,
predilige un pubblico “colto”, quasi a livello universitario.
Nuovo, oltre alla tematica, è anche lo stile, che insistensul raffinamento del lessico.
La lezione di Guinizzelli viene ripresa a Firenza da Guido Cavalcanti, appartenente ad una
famiglia nobile guelfa bianca.
Nei suoi anni migliori Guido capeggia una “brigata”, con l’intento di un’elaborazione
collettiva, un divertissement leggero sul filo del trobar leu, ma col tempo Cavalcanti si
distacca dai suoi amici e approfondisce quello che sarà l’unico tema del suo canzoniere:
l’amore.
Questo sarà un tema fortemente ossesivo per l’autore, esplorato in ogni aspetto di
transcendenza, negatività, estasi, descritto come entità che sfugge alla ragione e
dominal’anima.
Alla fine, anche il tema del saluto diventa distruttivo, in particolare manifestato nel sonetto
Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira o in Voi che per li occhi mi passaste ‘l core, in cui
l’autore descrive immagini di una lotta e la donna infierisce su di lui, fino al massacro e alla
carneficina del cuore.
Grazie alla sua approfndite conscenze di filosofia, Guidoera arrivato a concepire la
separazione tra anima sensitiva e anima razionale; l’amore investe l’anima sensitiva ed è
esperienza potenzialmente distruttiva.

La poesia comica

Parallela alla poesia “lirica”, “alta”, vi era anche la poesia comica, conisderato uno spazio
espressivo non popolaresco, né ridicolo, ma semplicemente basato sul rovesciamento del
tema della donna-angelo e sulla parodia dei temi della poesia alta.
Lo dimostrano poeti come Guinizzelli, Cavalcanti e lo stesso Dante, ma soprattutto Rustico
di Filippo, la cui produzione si divide per l’appunto in testi amoroso-cortesi e testi comici;
simtratta perlopiù di caricature e dimritratti grotteschi di personaggi della vita quotidiana.
Un altro filone di poesia comica è quello della poesia goliardica, legata in particolare a
Cecco Angiolieri, poeta dalla vita inquieta e irregolare.
I suoi oltre cento sonetti si dividono tra elementi della letteratura, rendendo quindi
impossibile discernere gli elementi di vita personale e luoghi comuni, come l’esaltazione dei
tre principi della vita goliardica, ovvero donna, taverna e dado.
Altro elemento determinante è la sua condizione economica, in quanto l’autore era pieno
di debiti, portando così Cecco ad attaccare tutte le autorità costituite, a partire dal padre.
S’i’fosse foco arderei’l mondo esprime il suo pensiero circa il rapporto con il mondo,
aspirando a immaginare di essere Dio, il papa e persino gi elementi naturali, morte
compresa, per sconvolgere l’equilibrio del mondo a suo favore.
Anche Cecco ha una storia d’amore con una donna, Becchina, figlia di un conciatore di
pellami e già sposata; questa conidzione, oltre alla differente classe sociale, hanno reso
impossibile la loro storia d’amore.
A livello medico la malinconia veniva riconosciuta ufficialmente come malattia, in quanto
condizione di alterazione dell’equilibrio psicofisico che causava umore tetro nel malato,
scatenata dalla malattia d’amore, in cui l’amante soffre per la privazione dell’amata; per
Cecco questa condizione era causata dall’emarginzione sociale, in un mondo di regole dire
senza possibilità di riscatto.

La prosa

Bologna fu un importante centro anche per la prosa in volgare.


In particolare nel Medioevo la prosa latina medievale era diventata mezzo di
comunicazione ufficiale nelle cancellerie dell’Impero e del Papato, successivamwnte
applicata anche al volgare nel Duecento, dal momento che i comuni italiani cominciarono a
servirsi della lingua viva per i loro documenti. L’arte dello scrivere elegante prese il nome di
ars dictandi o ars dictaminis. Fondamento di questa scrittura era la retorica, insegnata a
Bologna dal maestro Boncompagno da Signa tra il 1195 e il 1215.
Suddetti volgarizzamenti furono applicati anche alla narrativa “lunga”, abbracciando
personaggi come Giulio Cesare o Alessandro Magno in una contiguità fra storia antica,
leggenda e mitologia. In questa forma si diffuse la letteratura romanzesca e cavalleresca
francese, come il Roman de Troie, tradotto in latino da Guido delle Colonne nell’Historia
destructionis Troiae.
Oltre a questa narrazione veniva prediletto anche l’uso di annali e cronache,
originariamente in latino, elaborata inizialmente nelle abbazie e successivamente dai
governi cittadini; vi si riflette la concezione medievale e cristiana della storia, come un
processo lineare, guidato dalla Provvidenza divina, in cui si conoscono i punti di partenza (
la creazione prima e la venuta di cristo poi) e il punto di arrivo ( il Giudizio Universale).
L’analista o il cronista, più che dare giudizi o tentare sintesi, si limitano a registrare gli eventi
come essi si verificano.
Nel quadro delle cronache latine si differenzia Salimbene de Adamcon il suo Chronica, una
cronaca contemporanea in un latino molto vicino al volgare, i cui personaggi vengono
rappresentati con tratti realistici.
La narrativa “breve” nel Medioevo si basava sugli esempi delle exempla, affrontando invece
delle vite di santi, le vite di grandi uomini, significativi per l’aspetto morale.
Come per la narrativa “lunga”, anche per la narrativa “breve” furono rilevanti i
volgarizzamenti; uno dei testi più singolari è sicuramente il Libro dei Sette Savi, in cui un
principe viene ingiustamente incolpato dalla matrigna che racconta sette storie sul tema del
tradimento dei figli, riprese da sette racconti di sette sapienti sul tema della falsità delle
donna, dimostrando così l’innocenza del principe.
Da questa esperienza ha origine a Firenze, verso la fine del secolo, il Libro di novelle e di bel
parlar gentile, in cui traspare da una parte la manifestazione esteriore della “cortesia” e
dall’altra l’uso della parola e di buone risposte, evidenziati da motti da cui si evince
l’intelligenza e la sagacia dei protagonisti.
Altra forma di narrazione breve è quella delle favole degli animali, proiezione della vita di
relazione degli uomini; venivano elencari animali conosciuti ma mai visti come le tigri o gli
elefanti, ma anche animali inventati quali basilischi, che uccidevano con il solo sguardo, o la
salamandra che si nutriva di fuoco.

DANTE

Nel 1265 a Firenze nasce Durante di Alagherio, detto Dante, appartenenete ad una piccola
nobiltà cittadina non tanto benestante a causa della disastrosa situazione economica della
sua famiglia verso la metà del Duecento. Dante sposa Gemma Donati da cui avrà quattro o
cinque figli. La sua formazione è legata principalmente a Brunetto Latini e e Guido
Cavalcanti grazie al quale viene inserito nella raffinata vita delle classi dominanti di Firenze.
Nel 1283 avvenne l’incontro con Beatrice di Folco Portinari, già sposata con un altro uomo;
ne nasce un amore intenso ma del tutto interiore, raccontato nel Vita Nuova.
Negli anni Novanta riprende gli studi classici e filosofici, frequentando i conventi di Santa
Croce e Santa Maria Novella.
Nel 1293 Gaino dell Bella promulga gli Ordinamenti di giustizia che escludono dalla
partecipazione alla vita politica i nobili ma Dante riesce ad eludere questo divieto
iscrivendosi all’Arte dei medici e degli speziali (1295), potendo prendere parte a diverse
assemblee e facendosi eleggere priore per il peiodo 15 giugno- 15 agosto 1300.
Nell’Ottobre 1301 partecipa ad un’ambasceria al papa che però invia un suo emissario Carlo
di Valois a Firenze, favorendo la vittoria dei Neri.
Dante, che stava tornando a Firenze da Roma, fu condannato a due anni di esilio per
“baratteria” e visto che non intende rientrare affatto a Firenze viene inoltre condannato a
morte e alla confisca di tutti i suoi beni, costringendo Dante e la sua famiglia al
vagabondaggio per tutta l’Italia, cercando rifugio presso signori cordiali e ospitanti.
A Firenze, Dante era stato escluso dall’amnistia del 1311 ma incluso in quella del 1315,
purché pagasse una multa.
La multa però era un’ammissione di colpa per Dante per cui espresse il suo sdegno per la
situazione ad un suo amico fiorentino tramite una lettera che confermò la sua condanna a
morte.
Gli unici rifugi rimasti a Dante erano Verona e in particolare Ravenna dove vi rimase fino
alla sua morte, avvenuta nel 1321.

Rime della giovinezza

Dante iniza scrivendo poesie sparse sotto l’influenza di Guittone e Cavalcanti. Uno dei suoi
primi testi fu inviato agli altri rimatori fiorentini, come autopresentazione, a cui rispose
Guido, con un sonetto che segna l’accettazione di Dante nella cerchia elitaria dell’autore.
Dante è molto legato al gruppo dei poeti in cui entra a far parte.
L’adesione al gruppo di amici di Guido comunque comporta l’accettazione dei moduli di
poesia nuova e l’allontanamento dalle tentazioni guittoniane.
Il salto di qualitá avverrá proprio con l’evoluzione delle poesie dedicate a Beatrice, che
verranno consacrate a lode, anche in condizione di assenza della donna amata.
L’amore non è negativo o potenzialmente distruttivo, ma al contrario é nobilitante e
addirittura beatificante, inteso come via di purificazione.
A distanza di quasi trent’anni Dante guardó alle sue iniziali produzioni, e definí il momento
in cui la sua poesia cambió rispetto a quella di Guido e degli altri poeti prima di lui.
Bonagiunta addirittura riconosce Dante come colui che inizió le “nove rime” con “Donne
ch’avete intelletto d’amore”.

Vita Nuova

Qualche anno dopo la morte di Beatrice(1290) Dante decise di raccogliere tutta la


produzione poetica legata alla donna in un’unica raccolta, in modo da creare una “storia”
della sua vita, dei suoi amori, ma soprattutto della sua poesia.
Dante peró voleva raccontare molto piú di questo, voleva esprimere i contesti e cosa
significava quella raccolta per lui; nacque cosí Vita Nuova, in struttura prosimetrica,
composta da 31 testi poetici scritti dal 1283 al 1291 che si dispongono in una cornice
unitaria di testi in prosa, solitamente narrativa.
Straordinaria, da parte di Dante, scegliere di usare la prima persona all’interno della sua
storia; la scrittura autobiografica non era molto frequente nel Medioevo.
La Vita Nuova di consefuenza non è né un’opera autobiografica, né un romanzo d’amore
ma un’opera molto piú complessa in cui si sovrappongono vari riferimenti, come quelli alle
scritture profetiche e apocalittiche o all’angiografia; inoltre questa opera è anche
un’occasione per Dante di dimostrare la sua cultura faticosamente formata nel corso degli
anni.
Inoltre è molto interessante scoprire la numerologia all’interno dell’opera: Beatrice è
sempre associata al numero 9, segno di perfezione, multiplo di 3, che a sua volta
rappresenta la Trinità, proprio perché secondo l’autore la donna era come un angelo, la
manifestazione della potenza divina.
La narrazione inizia con il ricordo del primo incontro con Beatrice a nove anni; nove anni
dopo un Dante diciottenne incontra un’altra volta Beatrice, la quale saluta il ragazzo e lui si
ritrova a sognare l’apparizione di Amore e della donna amata, con il suo cuore in mano,
quindi a rappresentazione di un possibile presagio di morte.
Al suo risveglio Dante scrive il suo primo sonetto, A ciasun alma presa e gentil core, in cui
racconta brevemente il suo sogno per chiedere spiegazione a Guido.
Dante decide di tenere nascosto il suo amore permla donna, infatti decide di creare la
figura di una prima “donna schermo” , fin quando la seconda “donna” ideata da Dante a cui
si rivolge l’autore non crea in Beatrice sdegno e decide quindi di negare il saluto a Dante.
Questo gesto causa a Dante un periodo di profondo sconforto, suoerato solo con la
creazione dello ‘stilo della loda’ ( dolce stile novo), con la prima canzone Donna ch’avete
intelletto d’amore; il testo è solenne anche dal punto di vista formale e significativo è qnche
il cmabio di destinatario: non si rivolge piú alla donna amata ma alle “donne che hanno
intelletto d’amore”, cioè un pubblico elitario in grado di intendere questa dottrina d’amore.
Il superamento di Cavalcanti è dimostrato dal sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare: il
“saluto” di Beatrice innesta una vera e propria epifania, un’apparizione miracolosa in cui si
rivela l’eccellenza della sua nobiltá interiore e del suo decoro.
La storia continua con presagi di morte ed esempio culminante di ció è la morte di Beatrice
che l’autore decide di non raccontare.
La sola memoria della donna amata non basta a Dante e due anni dopo viene “traviato” da
una nuova donna gentile, e decide quindi di interrompere questa sua opera per raccontare
le memorie di questa nuova donna in un’altra opera.

Rime della maturità

Probabilmente giá con la scrittura delle “nove rime” Dante si allontanó da Guido, ma questa
avventura non era destinata a terminare, soprattutto con il ritorno di Dante allo stile
comico e con il tenzone tra lui e Forese Donati: si tratta di tre sonetti di Dante risposti da
altrettanti tre sonetti di Forese in una giocosa sfida, in piena rima dantesca.
I temi trattati in questo tenzone tra Dante e Forese sono plebei, non aulici, e questa nuova
sfida permette a Dante di rileggere l’ereditá provenzale, e nascono, grazie alla nuova
ispirazione, alcune poesie che prendono il nome di rime petrose; tra queste ricordiamo Cosí
nel mio parlar voglio esser aspro.
Livello piú alto raggiunto in questi componimenti è in Al poco giorno enal gran cerchio
d’ombra, in cui Dante utilizza la difficile sestina, utilizzata precedentemente da Arnaut,
caratterizzato da sei stanze di sei endecasillabi l’una, e un congedo di tre versi, per un totale
di 36 versi. Elemento significativo è il numero 6 questa volta, rovesciamento del numero 9,
quindi con un’accezione negativa relativa al numero con cui rappresentava Beatrice,
sebbena possa essere anche solo una coincidenza.
Nel periodo inizale dell’esilio Dante avrebbe composto la canzone Tre donne intorno al cor
mi son venute, in cui appaiono al poeta le rappresentazioni della Giustizia; Dante,
amarsmente ferito nella sua vicenda umana,con questo componimento si proietta al di
fuori della sua sfera individuale, assumendo il ruolo di cantor rectudinis, poeta di alto
impegno morale.

Convivio

Intorno al 1304 Dante dovette convincersi che l’esilio sarebbe diventato la conidzione
dominante della sua vita e che doveva trovare un’occasione di riscatto morale, riscatto che
sarebbe avvenuto tramite l’unica ricchezza che nin gli era stata confiscata, la sua cultura. Il
suo progetto era molto chiaro: comunicare tutto questo suo sapere nel modo piú
immediato possibile, in lingua volgare, come se fosse un “convito” di vivande offerto agli
uomini desiderosi di conoscenza, chiamato per l’appunto Convivio.
L’architettura dell’opera segue lo schema dell’enciclopedia medievale, nella forma del
prosimetro e della scrittura esegetica.
Il primo libro definisce le finalità dell’opera, la ace,ta del pubblico e della lingua; il secondo
si diffonde sul sistema del sapere medievale, in trivio e quadrivio e soprattutto chiarisce il
metodo di interpretazione allegorica; infine il terzo si rivolge alla llde della donna amata.
Intorno al 1308 Dante interruppe la scrittura del Convivio dal momento che la sua ansia di
comunicare il suo mondo interiore era confluita nella Commedia.

La Divina Commedia
Il primo Trecento
Crisi del Medioevo

All’inizio del Trecento le strutture pricncipali della civiltá medievale entrano in crisi, visto
che il papato con Innocenzo III passa sotto la tutela della monarchia francese e trasferisce la
propria sede ad Avignone da Roma (1308-1377); il ritorno dei papi a Roma avverrá solo con
Urbano V nel 1370 e definitivamente nel 1377 con Gregorio XI, provocando Scisma
d’Occidente.
L’impero rinuncia gradualmente alla alla politica d’influenza in Italia e in Europa
occidentale, orientando la sua sfera d’azione in Europa centrale e orientale. In questo
ambiente stanno cominciando ad emergere gli stati nazionali, come la Francia e
l’Inghilterra che si fronteggiano nella Guerra dei Cent’anni.
In Oriente l’impero bizantino sta per crollare definitivamente sotto i colpi degli invasori
Turchi.
Quando ha inizio la ‘globalizzazione’ della società medievale, l’Italia risente in prima linea
dei contraccolpi di quanto succede nel continente: la crisi della monarchia francese, la
Gierra dei Cento anni e i grandi eventi come la Peste Nera. Come conseguenza di tutto ció
falliscono le banche principali, come i Bardi e i Peruzzi a Firenze, per l’insolvenza dei loro
debitori europei e le cittá diventano ingovernabili per le lotte tra le diverse fazioni politiche.
In molte cittá le istituzioni politiche comunali lasciano il potere a una sola famiglia, piú ricca
o potente delle altre, istituendo una Signoria prima e un Principato poi.
Il sistema italiano, capace di unificare la penisola, tendeva costituirsi come un sistema di
stati regionali, cui corrisponde una sostanziale autonomia anche culturale e linguistica.
Lo stato della Chiesa versa in una situazione di grave anarchia e il suo controllo sará
recuperato solo dalla ferrea azione del cardinale di Albornoz in vista del ritorno dei Papi a
Roma.
Al sud il regno di Napoli si configura come un forte stato, di grande rilevanza europea e
mediterranea, ma, dopo la morte del re, viene coinvolto nella decadenza di astica degli
Angioini.

Petrarca

Francesco di Petracco nacque ad Arezzo nel 1304 da un notaio fiorentino. Coinvolto negli
stessi torbidi politici vissuti da Dante, Petrarca era stato costretto a scappare nella
ghibellina Arezzo, con una una multa e al taglio della mano. Questo costringe l’autore a
vivere con la madre e il fratello minore nella casa avita dell’Incisa, e si sposta a Pisa quando
il padre raggiunge la corte dell’imperatore Arrigo VII.
Alla morte dell’imperatore la famiglia si sposta in Provenza e il padre puó finalmemte
dedicarsi ad un lavoro piú stabile, mentre Francesco comincia i suoi studi di trivio con
Convenevole da Prato e poi si sposta a Montpellier per gli studi di diritto, quando vidne
messo a conoscenza della morte della madre.
Il padre invita allora a Bologna i fratelli Francesco e Gherardo per completare gli studi di
diritto, ma il clima intellettuale bolognese apre le porte degli studi di lettere ai due fratelli.
Nonostante ció il soggiorno bolognese termina in modo brusco con la morte del padre.
Francesco allora torna ad Avignone ed entra a far parte della cerchia di una famiglia romana
molto influente, i Colonna.
L’autore decide quindi di diventare chierico senza ordini sacerdotali , ma solo come
membro della struttura ecclesiastica, avendo accesso a benefici economici e al contempo
libertà d’azione.
Nell’ambiente di Avignone entra in contatto con i classici latini e altre opere che
metteranno le basi della sua formazione e cultura.
È proprio ad Avignone, inoltre, che avverá un evento molto importante per Petrarca:
conoscerà nella chiesa di Santa Chiara, il 6 aprile 1327, una donna di nome Laura. Nasce un
amore sconvolgente, per una donna irrangiungibile, oggetto di desiderio del poeta che
scatena in lui una forte fantasia erotica, soggetto delle sue prime composizioni in volgare.
Petrarca costruirà intorno a lui e Laura il suo mito piú grande, ripreso dal mito di Dafne e
Apollo.
Dopo un primo viaggio a Roma presso i Colonna, Francesco torna ad Avignone, ma inizierà
anche a distaccarsene e compra, come rifugio personale, una casa nella campagna sulle rive
del fiume Sorgue, luogo in cui nasceranno i suoi figli Francesca e Giovanni da donne non
conosciute e dove inizierá a scrivere i suoi componimenti in latino, tra cui Africa.
Proprio questo poema gli fruttó la coronazione poetica a Roma, l’8 aprile 1341.
Tornato ad Avignone dopo un viaggio a Parma da un suo amico, Petrarca incontra il monaco
calabrese Barlaam con cui cerca di affrontare gli studi di greco ma deve comunque nel
frattempo un periodo difficile per lui, tra ripensamenti della propria condizione esistenziale
e una vita sospesa tra vane attività mondane.
Ulteriore difficoltà per Petrarca è rappresentata dalla conversione del fratello Gherardo che
diventa monaco, accentuando la diversitá tra i fratelli, uno che sfrutta la chiesa per i
benefici econonomici, l’altro totalmente voto alla fede.
Il richiamo dell’Italia è fortissimo, soprattutto quando Cola di Rienzo sale al potere a Roma;
nonostamte ció, il suo entusiasmo viene smorzato dalla notizia che la peste ha ucciso molti
dei suoi amici.
Petrarca decide di rimanere in Italia, raccoglie le lettere familiari e rivede le opere
precedenti.
Incontra a Firenza Boccaccio che gli farà da interprete con Leonzio Pilato il quale insegnerà
a Petrarca il greco.
Dopo un ultimo viaggio a Valchiusa e Avignone, Petrarca si stabilisce definitivamente a
Milano presso l’arcivescovo Giovanni Visconti, per il quale svolge diverse e importanti
ambascerie europee. Si sposta in varie città tra cui Venezia, Padova e Pavia, si ferma
definitivamente ad Arquà, dove trova la morte nel 1374.

Rerum vulgarium fragmenta

La prima produzione letteraria di Francesco è molto probabilmente poesia, in padricolare


poesia in volgare.
Questi sono i primi anni della Commedia, in cui Petrarca prende spunto per la sua scrittura
dai testi di poesia lirica provenzale e italiana, con predilezione per i trobar clus, di una
poesia raffinata, molto attenta all’e,aborazione formale e ha un’attenzione particolare
verso la poesia ‘nuova’ toscana.
Petrarca apportó alcune novitá radicali come, ad esempio, l’uso di un nuovo repertorio di
immagini e situazioni, in particolare nell’ambito della mitologia, ler la prima volta utilizzata
in qualitá di forte paradigma esistenziale; l’aurore sente la mecessità di vedere con occhi
nuovi quelle storie, come se fossero attuali.
Dai classici deriva l’impulso di raccogliere le ‘cose volgari’ in una struttura unitaria, come un
canzoniere individuale: essi erano sempre stati considerati manoscritti collettivi.l’elemento
do aggregazione fu l’innamoramento di Laura, nel 1327; gia nel 1330 Petrarca ricorda un
suo primo libello, probabilmente di rime in volgare, relativo al suo amore per Laura.
Tra il 1336 e il 1338 alcuni di quei testi sono ricopiati e rielaborati in un altro manoscritto
che comprende 22 sonetti, tra cui due testi che trattavano del ritratto di Laura eseguito da
Simone Martini.
È importante notare come la prima poesia volgare di Petrarca non sia un esperimento
solitario ma veri e propri testi di corrispondenza, segno di una corrispondenza con altri
poeti contemporanei.
Una nuova raccolta del 1342 ci dà anche il primo testo proemiale, il sonetto Apollo, s’ancor
vive il desio, che insiste sulla cifra mitologica della storia e viene sostituito solo verso il
1349-1350 dalla composizione Voi chkascoltando in rime sparso il suono; il nuovo proemio
si rivolge al pubblico del libro, dando una visione del mondo diverso dalla morte di Laura,
non la storia d’amore tra Francesco e Laura, ma la storia dell’anima di Francesco e del suo
pentimento.
Il canzoniere passa attraverso diverse fasi, da una prima raccolta ( non pervenuta), a un
manoscritto autografo di Boccaccio, a una trascrizione finalmente completa dell’opera,
ultimata nel 1366, a cura del copista Giovanni Malpaghini, nel codice Vaticano Latino 3195,
fonte di altre trascrizioni.
Nella redazione definitiva, il nome scelto da Petrarca fu Rerum Volgarium Fragmenta, un
titolo simile a quello usato da Boccaccio nel codice Chigiano, è significativo piú dal punto di
vista morale che poetico visto che richiama il Secretum in cui raccolse tutti i Fragmenta
della sua anima.
Nonostante di parli di frammenti, la struttura è tutto tranne che frammentata, infatti
presenta una costruzione dalla coesione fortissima paragonabile solo alla Commedia di
Dante. Si tratta di un blocco di 366 testi divisi in due parti, ‘in vita’ e in ‘ morte’ di Madonna
Laura, che non rispecchia l’evento biografico, quanto una sorte di metamorfosi interiore.
Come in Dante, anche con Petrarca possiamo riscontare alcune simbologie con i numeri: 36,
come i giorni in un anno, che contribuiscono a darci l’idea di un diario che non raccoglie un
a successione di pensieri, quanto una strana liturgia personale, dominata da un sentimento
di tempo al quanto contraddittorio.
Elementi magici che allontanano o esorcizzano la presenza della morte sono legati ai segni
fisici delle parole, dei nomi e, per l’appunto, dei numeri che assumono un significato
speciale per l’autore.
I temi dominanti sono la perpetua metamorfosi, l’instabilità della vita umana, la malinconia,
forse ancora piú dominanti dell’amore o della donna amata.
All’interno dell’opera possiamo notare come lui usi un unilinguismo riducendo le escursioni
della lingua poetica e creando un lessico privo di asprezze ma dotato di maggiore densitá
semantica; inoltre Petrarca preferisce l’uso della paratassi, della coordinazione, aggettivi,
sinonimi o antonomi in gruppi di due/tre; prevale la struttura binaria, che da l’idea del
doppio, dell’alternanza.
Medesima selezione formale va attribuita alla metrica, che si riduce a due soli tipi di verso,
l’endecasillabo e il settenario, combinati in una gamma di solo cinque forme metriche:
sonetti, canzoni, sestine, ballate e madrigali.
L’opera si apre con un sonetto proemiale che presenta ad un pubblico ideale le vicende del
primo giovanile errore e del suo cammino di pentimento; segue una prima serie di testi
giovanili, influenzati dalla poesia provenzale e fiorentina. L’inizio sell’amore per Laura si
lega anche a elementi cristologici, come il Venerdì Santo o il pellegrinaggio alla Veronica.
La seconda parte “in morte”si apre con la canzone I’vo pensando, et nel penser m’assale, un
testo di meditazione sulla vanità della vita. Il primo testo in cui si presenta la morte di Laura
è invece il sonetto Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo.
Nel periodo in cui torna a Valchiusa Petrarca comincia a sognare frequentemente Laura,
che si ferma a conversare con lui, e questi suoi sogni danno impulso alla giovanile canzone,
ovvero la canzone della visione, in cui rivisita la morte di Laura in sei visioni oniriche
successive, in cui Laura appare come animale, nave, lauro, fontana, fenice e bella donna; in
altri testi Laura continua a trasformarsi in personaggi dei miti, come Proserpina, Euridice o
Medusa, e continua a tornare in sogno all’autore.
Il finale del canzoniere ricorda molto quello della Commedia, in cui la canzone alla Vergine
segna la fine di quest’opera, ed è riconosciuta come la poesia religiosa di Petrarca più bella.
La conclusione è una preghiera di intercessione a Gesù, con l’ultimo rigo che recita
“ch’accolga il mio spirito ultimo in pace”, con PACE in contrapposizione con la sua storia
dominata dalla GUERRA.

BOCCACCIO

Boccaccio nasce nel 1313 a Firenze, figlio illegittimo successivamente riconosciuto di


Boccaccino di Chelino, uomo introdotto nel mondo delle banche e del commercio.
Il padre lo porta a Napoli con se con la prospettiva di inserirlo nella stessa attività
lavorativa, ma visto il disinteresse del figlio, lo indirizza verso gli studi di diritto; Giovanni
invece si appassiona agli studi letterari e comincia una formazione vasta e tumultuosa,
documentata nei suoi zibaldoni, manoscritti privati in cui Boccaccio raccoglie testi di letture
giovanili e prime prove letterarie.
Nella chiesa di San Lorenzo si innamora di una fanciulla, chiamata Fiammetta, e per lei
nascono le prime opere in volgare.
Il felice periodo napoletano finisce nel 1341 quando il padre rientra a Firenze per un dissidio
con i Bardi.
Giovanni peró cerca una sua indipendenza fuori Firenze, cercando una nuova
collaborazione cortigiana simile a quella che aveva a Napoli, ripercorrendo le stesse corti
frequentate da Dante.
Quella che vive in questo periodo è una vita irregolare e libertina: ha ben cinque figli da
cinque donne diverse.
Durante la peste del 1348 muore il padre di Giovanni e da quel momento comincia a
scrivere la sua opera piú grande, il Decameron.
Nel 1350 Peatrarca passa a Firenze e conosce Boccaccio, da cui deriva un’amicizia sincera e
duratura; grazie a Petrarca Boccaccio approfondirá lo studio dei classici e si porrá a guida di
un circolo di intellettualiche permetteranno la rinascita del Antichi.
Boccaccio nel frattempo riprende a viaggiare, questa volta per via di alcuni incarichi ufficiali
del comune e ha modo di tornare a Napoli, ma la trova completamente cambiata; ne
approfitta comunque per visitare l’abbazia di Momtecassino e visionare alcuni manoscritti
di testi classici sconosciuti.
Successivamente attraversa un periodo di allontanamento dalla vita pubblica e si ritira a
Certaldo, accettando di divenire chierico com Petrarca. Dopo alcuni viaggi accetta di leggere
pubblicamente Dante a Firenze ma è costretto a smettere dopo alcuni mesi a causa
dell’aggravarsi della malattia che un anno dopo lo porterá alla morte, nel 1375.

DECAMERON

Giovanni Boccaccio aveva apportato grandi cambiamenti nella letteratura in volgare e


poteva ritenersi soddisfatto della sua produzione, a pari merito di Dante.
Il campo in cui siritiene piú bravo, peró, è quello del racconto, lungo o breve, in prosa o
poesia. Negli anni ha lavorato sia sul versante dell’esperienza personale, sia sulla riscrittura
di testi altrui, e ha accumulato molto materiale per i suoi racconti.
L’evento che spinge Boccaccio a trasformare queste storie in racconti veri e propri è la
grande peste del 1348, in cui l’autore rimane scioccato da come questo evento possa
capovolgere le uniche certezze umane del tempo. Si è giunti alla conclusione che quel
fenomeno cosí terribile fosse una punizione da parte della natura ma Boccaccio rifiutava di
crederci, cominciando a scrivere 1349 il Decameron, terminato molto probabilmente nel
1351.
Il titolo deriva dalle parole greche déca “dieci” e emeròn “giorni” e riprende titoli simili della
letteratura medievale. Giá all’inizio dell’opera ritroviamo un collegamento alla letteratura
cavalleresca di ispirazione erotica, con il personaggio di Galeotto: presente all’interno della
storia di Lancillotto e Ginevra, il libro permise l’innamoramento di Paolo e Francesca.
Nel proemio l’autore si riferisce al suo pubblico, le donne, a cui l’opera è dedicata, con il
fine di alleggerimento e sollievo dalle sofferenze della vita.
I racconti sono 100 e sono definiti novelle, favole o parabole, ma il termine corretto per
descriverle è appunto il primo, declassando le ultime due a sinonimi; le novelle sono
inserite in una struttura globale, che è essa stessa un racconto, una cornice, la vicenda dei
dieci giovani che, per sfuggire alla peste, si sono rifugiati in una villa fuori Firenze, e
passano, e passano il tempo raccontandosi storie. A questo livello bisogna aggiungerne un
altro, anche se più sfuggente, è quasi mai dichiarato: quello dell’autore che traferisce le
novelle all’universo della scrittura e nell’opera interviene solo una volta in prima persona,
per difendere il proprio stile umile e le proprie scelte tematiche e morali.
La cornice ai racconti, oltre ad essere autonoma, è anche fonte di veritá, in quanto racconta
gli eventi della peste, introduzione all’opera con un brano di vera cronaca.
Quello che Boccaccio sottolinea di questo periodo è la sospensione delle regole: i legami
familiari, i freni morali, per arrivare a un’assoluta anarchia.
Nonostante ció, Boccaccio vede l’evento come una possibilitá di libertán i suoi eroi sono 10
ragazzi, sette ragazze e tre ragazzi, che affrontano vari temi.
Fuori dalla cittá si realizza un altro miracolo, la Morte sospende le sue azioni, e di
conseguenza il tempo storico reale; il tempo infatti, anche se a-storico, è comunque
naturale, raccontato con una successione di albe e tramonti, mentre lo spazio è quello
chiuso e protetto della villa, sintesi di natura e ragione, equilibrio e bellezza.
La storia all’interno delle novelle peró riprende il suo normale corso, e c’è da aggiungere
che i personaggi rinviano a tutte le classi sociali e a tutte le corporazioni, dai principi ai
cuochi. Due categorie peró spiccano in particolare tra le altre: gli ecclesiastici, in chiave
negativa, oggetti di una satira impietosa, e le donne, in chiave positiva, che acquistano
sempre piú libertá d’espressione.
Boccaccio trasmissione la sua visione delle storie e dei personaggi attraverso dei disegni
all’inizio dell’opera.
Gli elementi fondamentali del Decameron sono fondamentalmente due: la natura e la
ragione, rappresentati da un lato da tutte le pulsioni naturali dell’individuo, e dall’altra dal
lungo cammino della civiltá grazie al loro ingegno; per Boccaccio infatti l’humanitas è il
risultato dell’equilibrio tra Eros e ingegno. L’eros è il motore primario, quello che da la
scintilla, ma poi è necessario l’ingegno.
Al di fuori dell’individuo è il potere della fortuna a governare la sua vita, capovolgere
situazioni positive quarto negative, ma è proprio a questo che serve l’ingegno, a dominare
la fortuna e a prevedere lo sviluppo degli eventi.
Dal punto di vista stilistico, Boccaccio riesce a realizzare pienamente quello stile mezzano,
misto tra tragico-epico, leggendario-favoloso e comico-realistico.
I passaggi tra questi stili sono giustificati dal fatto che ogni novella puó essere letta
autonomamente; quello che è necessario osservare é che l’autore non usa mai una
connotazione vernacolare o popolare troppo forte, con un uso di fiorentino elevato,
esemplata sul modello dei classici latini.
I periodi presentano strutture sintattiche molto ampie, basate su diversi gradi di
subordinazione che bilanciano la complessitá del pensiero con una forte musicalitá di
ritmo.
Lo stile tende sempre ad adattarsi alle situazioni e ai personaggi: la sintassi si semplifica nei
dialoghi tra popolani e si complica nelle grandi orazioni.

INSERIRE ORDINE NOVELLE E RAGAZZI

Cultura volgare tra Tre e Quattrocento


La prosa

Dopo la metá del Trecento la fortuna della Commedia di Dante e la rete culturale
instauratasi tra Boccaccio e Petrarca contribuiscono alla creazione di un pubblico della
letteratura in lingua fiorentina e toscana, ormai recepita come lingua media della
comunicazione letteraria anche al di fuori della Toscana. Grazie al Decameron il genere
letterario piú amato è la novella, accompagnata dalla narrativa breve, che comincia a
configurarsi come vero e proprio genere ( novellistica).
Proprio in questo contesto matura l’episodio piú importante per la ricezione del
Decameron: la sua lettura da parte di Geoffrey Chaucer, figlio di un mercante di vini a
Londra.
L’autore italiano piú significativo è sicuramente Franco Sacchetti, appartenenti a una
famiglia di mercanti di parte guelfa, che riprende l’atmosfera giocosa del Decameron in
Battaglia delle belle donne e la lirica fiorentina in Libro delle rime. Compone
Trecentonovelle, frutto della volontá di superare Boccaccio. La differenza sostanziale tra le
due opere è a livello di struttura, in quanto Sacchetti elimina la cornice presente nel
Decameron e sostanzialmente risulta essere un libro di ricordi, piú che trascrizione di storie
in forma di novella; inoltre nel Trecentonovelle, le novelle sono narrate dall’autore e
tendono a condensarsi in forme piú brevi.
Gli altri novellieri invece necessitano di una cornice come quella di Boccaccio: il giullare
Giovanni da Firenze, nel suo Pecorone, adotta questo sistema facendo raccontare le sue
novelle a un frate Auretto è una monaca Saturnina, cosí come Giovanni Sercambi da alle
sue 155 novelle un punto di inizio simile a quello di Boccaccio nel Decameron; racconta di
un gruppo di giovani che cerca di sfuggire alla peste e nel loro viaggio continuano a
raccontare novelle fino a quando giungono alla loro destinazione, l’Italia.
Come l’opera di Franco Sacchetti risulta essere un libro di memorie, ci sono autori che
hanno fatto di questo genere un vero e proprio libro di famiglia, in cui gli scrittori
tramandavano le loro conoscenze di generazione in generazione, in quanto il perno di
quella societá era appunto la famiglia.
Un’attrice di libri di famiglia puó essere considerata Alessandra Macinghi Strozzi, che scrisse
numerose lettere ai proprio figli esiliati da Firenze, esempio di grande forza morale ed
espressiva, e sicuramente rappresenta uno degli esempi piú alti di livello culturale raggiunto
dalle donne.
Un livello altissimo di espressione aveva giá raggiunto un’altra donna, Caterina da Siena,
che attraverso le sue lettere esortava il suo pubblico a non accontentarsi e faceva
conoscere il suo mondo interiore attraverso immagini straordinarie, raccontando una
mistica Unione con Cristo, un Eros spirituale che si esprime con un linguaggio molto forte.
Sempre riguardo la comunicazione religiosa, un altro esempio ci è dato da Bernardino da
Siena, che rinnovó il genere della predicazione,coinvolgendo l’uditorio in modo diretto, con
un linguaggio semplice da lui stesso chiamato “chiarozzo chiarozzo”, focalizzandoci sui
problemi concreti della gente.

La poesia

Anche nella poesia la produzione italiana viene influenzata da Firenze e Toscana.


Con la poesia lirica i poeti ritornano al loro impegno politico, all’attualità,
all’autobiografismo così come alla poesia occasionale o celebrativa. Autori dell’Italia del
Nord sono Antonio Beccari, Francesco di Vannozzo e Simone Serdini.
A Firenze invece spicca la figura di Domenico di Giovanni detto il Burchiello, un barbiere
molto vicino alla vita culturale della sua città che è considerato l’inventore di una poesia
molto particolare caratterizzata da immagini surreali, composte da accostamenti
improbabili di immagini e parole; in realtà questi accostamenti improbabili altro non sono
maschere di una satira feroce delle forme esteriori.
La poesia popolare veniva affidata ad una trasmissione prettamente orale, in occasione di
importanti feste religiose o cittadine. Per i cantastorie fu una vera benedizione l’invenzione
dell’ottava di Boccaccio che permetteva di imparare le strofe più facilmente o
eventualmente cambiarle.
Affine al mondo dei cantari, per il carattere di rappresentazione pubblica, vi erano l sacre
rappresentazioni, sviluppatasi a Firenze, con Feo Belcari: si trattava di una forma
embrionale di teatro ( derivata dalla lauda drammatica), messa in scena nelle piazze e sui
sagrati nel corso delle festività religiose.

L’UMANESIMO

Rinascimento e Umanesimo

Con il termine Rinascimento si intende il periodo storico che interessò l’Italia e l’Europa tra
il XIV e XVI secolo, caratterizzato dal passaggio dalle strutture economiche e sociali del
mondo feudale a quelle dell’età moderna.
Questo passaggio dava l’idea che qualcosa ‘rinasceva’, tornava alla luce: le lezioni di civiltà
degli Antichi venivano rivisitate, aprendo quindi le porte per una nuova concezione del
passato agli occhi dell’uomo.
Questa era una lezione che durante il corso del Medioevo non era mai stata persa di vista,
cambiava solo il modo di leggerli: all’interpretazione allegorica di preferiva una ricerca
indipendente della realtà umana, si cercavano risposte a domande nuove.
Un’idea di rinascita era collegata anche al fatto che, tra la fine del Duecento e gli inizi del
Cinquecento, fu possibile riscoprire un certo numero di testi classici quasi del tutto
dimenticati.
I classici riportati alla luce “rinascono” e con loro anche i rispettivi scrittori; tuttavia non
sono solo gli scrittori latini a vedere di nuovo la luce, ma anche quelli greci, e questo fu
possibile grazie ai brevi insegnamenti di greco promossi da Petrarca e Boccaccio.
Nel giro di pochi anni molti umanisti impararono la lingua greca, anche nel corso di viaggi a
Costantinopoli e Grecia così come la stessa caduta di Costantinopoli favorì l’arrivo in Italia di
molti intellettuali greci e di relativi libri.
Il panorama della letteratura classica si era esteso e aveva messo in crisi le vecchie strutture
dell’insegnamento.
Le arti di trivio e quadrivio non bastano più come conoscenza, quindi fu iniziata una guerra
contro la stessa educazione che doveva cambiare radicalmente; come conseguenza di ciò,
alcuni maestri cominciarono a dare rilevanza assoluta alla lettura dei libri classici, come
fondamento del suo percorso pedagogico.
Queste vere e proprie scuole che rivoluzionarono i propri insegnamenti erano comunque
estranee al sistema tradizionale sebbene in seguito finirono per influenzare le università
che erano ancora legate alla diffusione dei saperi medievali.
Il complesso di discipline e testi che costituivano il curricolo di queste scuole cominciò a
essere chiamato studia humanitatis, ovvero studi di cultura latina e greca.
Il termine umanista vero e proprio, nonostante ciò, nacque solo nel Cinquecento, con
un’accezione ristretta all’ambito scolastico-universitario, mentre noi oggi tendiamo a
riferirla anche al secolo precedente a tutti quegli intellettuali che si riconoscevano nel
periodo della ‘rinascita’.
La lingua dell’umanesimo era il latino, ma non il latino classico, bensì il latino classico, la
lingua di Cicerone e Virgilio, restituita alla sua forma antica grazie ad una nuova disciplina,
la filologia.
L’uso del latino classico come lingua di comunicazion però richiedeva un enorme sforzo:
bisognava prima riportarlo in vita, e poi sarebbe potuto epdiventare una lingua da
utilizzare; questa proposta però fu bocciata e siccome il latino volgare era considerato
ancora “barbaro”, allora si pensò di imitare gli antichi, manzione presa in seria
considerazione dagli umanisti che davano vita ad accessi dibattiti per per concordare una
imitazione o un’altra.
La letteratura umanistica crea dunque un nuovo sistema di generi; dal punto di vista della
prosa si da grande valore alla storiografia, he si distacca dalle cronache e dagli annali di
tradizione medievale e riprende i grandi disegni storiografici di Livio. Vasta fortuna ha anche
l’epistolario, genere inventato da Petrarca, in cui si proietta la vasta rete di relazioni
intessuta dagli intellettuali; l’epistola può essere considerata come un ‘dialogo a distanza’ e
l’altro brando genere di questo periodo è appunto il dialogo.
La poesia conoscerà un momento di grande splendore e darà davvero l’impressione di
“rinascita” dei generi degli Antichi; infine si cominciano a comporre le prime commedie
umanistiche.
Nelle arti, invece, la rinascita fu visibile dall’opera di artisti come Brunelleschi, Masaccio,
Donatello che, studiando direttamente le testimonianze dell’arte classica, rinnovarono
completamente i linguaggi artistici.
La concezione dlllmspazioe era diversa da quella degli Antichi, ad esempio, grazie
all’incendio e della prospettiva.

I centri dell’umanesimo
L’umanesimo nasce come un fenomeno sovraregionale imperniato su alcuni centri
propulsori, ma rapidamente diffuso in tutta la penisola.
Un’area geografica determinante, come luogo di incontro e di formazione, fu all’inizio il
Veneto: a Padova si conservavano i libri di Petrarca e presso la giovane università delle
scuole cittadine si incontrarono i primi maestri dell’umanesimo.
A Firenze la nuova cultura era stata preparata soprattutto da Boccaccio che aveva educato i
suoi concittadini al culto di Dante e Petrarca. L’umanesimo fiorentino si sviluppò subito con
una forte caratterizzazione ideologica e politica; uscita stremata dalla peste, la cottà
credette alle idee di filosofi e intellettuali e seguì un cammino inverso a quello che
seguirono altri stati regionali, conservando le proprie istituzioni comunali ma ripensandole
come una repubblica di stato antico.
Questo era il cosiddetto umanesimo civile, un progetto ideale, che nella realtà doveva
mediare con i continui problemi sociali e politici.
Le lotte per il potere si erano solo sopite e a Firenze il potere rimaneva ancora nelle mani
delle famiglie più prestigiose; si continuava a mandare in esilio gli avversari politici, come
nel caso di Cosimo de’Medici che al suo rientro dal suo esilio ha instaurato il suo dominio
sulla città.
Il vero anello di congiunzione tra Petrarca e Boccaccio e l’umanesimo civile fu il notaio
Coluccio Salutati, cancelliere della repubblica fiorentina a partire dal 1375, che si richiamò
esplicitamente eredità petrarchesca, con la composizione di un’epistola e l’affermazione
della supremazia degli studia humanistatis sulle discipline professionali quali diritto e
medicina. In un punto però Coluccio si distacca da Petrarca: afferma il primato della vita
attiva sulla vita contemplativa, e il diretto coinvolgimento dell’intellettuale nell’attività
politica e mondana.
Nel’Italia del Nord lo sviluppo delle corti signorili diede all’umanesimo un carattere diverso
rispetto a Firenze in quanto l’umanista era in funzione subalterna rispetto al principe e
poteva al massimo diventarne segretario, il cancelliere, lo scrittore o il responsabile
dell’ufficio. Con gli strumenti che gli sono propri, l’intellettuwle contribuisce alla
costruzione di un’immagine pubblica del principe e del suo sistema di governo, evidente
soprattutto nella storiografia, ideologicamente orientata.
Naturalmente gli umanisti fiorentini erano favorevoli alle libertà repubblicane e ostili alla
tirannia, mentre gli umanisti al servizio delle corti settentrionali difendevano il governo
signorile.
L’umanesimo era una cultura elitaria, e le scuole miravano alla formazione di una nuova e
più dinamica classe dirigente, in grado di affrontare le sfide di un mondo radicalmente
mutato.
Un primato politico ed economico è rappresentato dalla Milano dei Visconti, mentre le altre
cortimsi sviluppavano in città più piccole, come Mantova, a Ferrara e Rimini.
In realtà è un fenomeno policentro, ovvero interessa simultanemante gran parte della
penisola in quanto spesso L’umanista girava tra le città in cerca di una migliore
sistemazione al servizio di un principe o di un miglior incarico all’università.
Dopo il ritorno dei papi a Roma, la città acquista un ruolo crescente tra i centri
dell’umanesimo; molti umanisti appartengono alla curia pontificia e le vicende ancora
incerte del papato li portano in giro per l’Italia e per l’Europa.
L’umanesimo, infatti, nasce a stretto contatto con la Chiesa Cattolica in quanto i papi
favorirono la cultura umanistica e la libertà di ricerca intellettuale.
Uno di loro era stato un grande umanista, Enea Silvio Piccolomini, ovvero Papa Pio II,
straordinaria figura di riferimento.

L’APOGEO DEL RINASCIMENTO

La civiltà delle corti

Intorno alla metà del Quattrocento il policentrismo dinamico dell’umanesimo si stabilizzò in


un grande sistema politico, destinato a durare almeno fino alla fine del secolo, e che può
essere definito civiltà delle corti: sistema peculiare della civiltà italiana del Rinascimento,
che la differenzia dallo sviluppo di tutti gli altri paesi europei.
In questo periodo , i principali centri italiani ebbero , come polo di aggregazione delle
attività culturali, una corte, come prototipo di di organizzazione moderna del potere,
schema piramidale che aveva al vertice il principe e, ai diversi livelli, la cancelleria, i
consiglieri e i funzionari.
Altro polo di aggregamento diventava l’Accademia, all’inizio libera associazione di umanisti,
per poi gradualmente divenire un luogo d’incontro e di discussione con un suo rituale di
accesso e organizzazione.
Il sistema conobbe un periodo di stabilità dopo un periodo di lotte feroci, ma fu tutta
un’illusione: nel 1494 scese in Italia il re di Francia Carlo VIII per conquistare il regno di
Napoli. Pochi anni dopo il crollo fu inevitabile dal momento in cui Francia e Spagna
conquistarono due fra gli stati più ricchi e potenti, il ducato di Milano e il regno di Napoli, e
dopo le cosiddette guerre d’Italia la Spagna impose il suo predominio alla penisola, per una
durata di quasi due secoli.
Dal punto di vista culturale, la seconda metà del Quattrocento vede un evento
rivoluzionario, che cambia tutte le dinamiche: l’invenzione della stampa a caratteri mobili. I
costi di produzione e di vendita scendevano e i libri erano stati presto alla portata di un
pubblico più ampio.
Altro evento significativo è la netta ripresa della letteratura in volgare, dopo la stagione del
dominio quasi assoluto dell’umanesimo o latino. L’allargamento del pubblico di lettori e
l’impulso dato dalle corti principesche alla produzione di testi più agevolmente fruibili
siamall’interno che all’esterno del circuito cortigiano, spinsero molti intellettuali, anche di
formazione umanistica, alla sperimentazione di nuovi generi letterari in volgare, e al
rinnovamento di quelli già esistenti. Non era una semplice rivincita del volgare contro il
latino, come dimostrato dalla presenza di molti grandi scrittori bilingui, in latino e in
volgare, e portarono nella giovane tradizione volgare l’altezza della cultura umanistica.
I risultati furono di enorme valore per la fondazione di una letteratura compiuta,ente
‘italiana’, che si riconoscesse in valori e forme condivise.
Nel sistema delle corti i centri più importanti saranno quelli retti dai principi “nuovi”, non
provenienti dall’antica aristocrazia feudale. Il caso più significativo è quello di Firenze , che
passa dalla repubblica dell’umanesimo civile a ad uno stato retto dalla famiglia Medici.
Dopo il governo di Cosimo e poi di suo figlio Piero, il potere passò al giovane figlio Lorenzo e
subì un ulteriore irrigidimento dopo la congiura dei Pazzi; dopo la morte di Lorenzo il potere
passò al Pietro per solo due anni per passare a Girolamo Savonarola.

Sannazaro

Appartenente ad una famiglia di piccola nobiltà di origine lombarda, Iacopo Sannazaro


trovò la sua collocazione nella corte aragonese. Ad una raffinata formazione umanistica
testimoniata in un giovanile zibaldone accompagnò la pratica della poesia in volgare, in
sodalizio con poeti ‘jentelomini’ come il Caracciolo e il De Iennaro.
Le prime egloghe di Sannazaro, influenzate dall’Arzochi e da Giusto de’Conti, mettono in
campo situazioni bucoliche tradizionali, che da un l’unto di vista formale seguono uno
sperimentalismo simile a quello dei suoi modelli contemplando diversi metri quali la terzina
a rima sdrucciola, la frottola di endecasillabi con rima al mezzo e le stanze liriche, e
linguaggi nuovi.
Il vero cambiamento avvenne quando Sannazaro decise di raccogliere le sue egloghe sciolte
in un ‘libro’ che prese la forma del prosimetro: una regolare scansione di prose e di
egloghe, dove la prosa fa da tessuto narrativo e da cornice delle vicende dei pastori che, di
volta in volta, cantano i testi poetici. In prima redazione l’opera è strutturata in un prologo,
dieci prose e dieci egloghe, col titolo di Arcadio.
Nasce così il romanzo pastorale, su un’esile trama ambientata nella regione di Arcadia, nel
Peloponneso, dove un personaggio che parla in prima persona, Sincero, partecipa alla vita e
alle occupazioni quotidiane dei pastori. La sua individualità soggettiva emerge dopo la VI
prosa, con un commosso ricordo di Napoli, da cui Sincero sarebbe fuggito a causa di un
amore disperato per una fanciulla.
È un mondo incantato, in cui il tempo del mito sembra scorrere lentissimo, malinconico, al
di fuori della storia, tra agre poetiche, rituali e cerimonie; si tratta anche di uno
straordinario patchwork culturale, leggibile a livelli diversi, mosaico di citazioni e allusioni.
Le prose, di grande scorrevolezza e musicalitá, si arricchiscono di una tensione lirica nuova,
dovuta alla particolare forma del prosimetro.
Su tutto, l’imitazione dei classici latini e greci è la caratteristica fondamentale; il numero 10
è lo stesso della bucolica virgiliana, e la struttura si apre e si chiude circolarmente con
descrizioni di paesaggio e ambiente naturale.
Sebbene sia sospeso nel mito, questo mondo non è felice: forte è la presenza della morte
che sconvolge l’equilibrio. Costante è la sensazione che dietro la scenografia teatrale di
Arcadia ci sia una realtá ben piú dura.
La posizione di Sannazaro è comunque allineata alla corte aragonese. Fin dai primi anni
Ottanta il giovane poeta e umanista era entrato al servizio di Alfonso d’Aragona e l’aveva
seguito in campagne militari e si era avvicinato al nuovo segretario regio, il Pontano, che ne
cleebró l’amicizia nel dialogo Actius.
Sannazaro riprende l’Arcadio e aggiunge due prose, due egloghe è un congedo, cambiando
il nome in Arcadia.
Nello stesso periodo Sannazaro crea una raccolta di Rime, in cui l’elaborazione del codice
formale del petrarchismo giunge a un livello superiore di quello dei contemporanei.
Iacopo si era dedicato anche al teatro, preparando scenografie per vari spettacoli
rappresentati a corte; queste sono solo esperienze ormai superate per Sannazaro, che nel
congedo dell’Arcadia annuncia il suo definitivo addio alla poesia bucolica volgare. Al posto
della poesia volgare si dedicherá infatti alla poesia umanistica latina e alla poesia bucolica
latina; nel frattempo il mondo di Sannazaro era completamente cambiato: Napoli aveva
perso l’indipendenza e l’ultimo re aragonese era andato in esilio in Francia. Iacopo fu tra i
pochi che lo seguirono e con quest’occasione ebbe la possibilità di scoprire testi classici he
lo fecero tornare all’esercizio della filologia. Tornato a Napoli, Sannazaro si ritiró nella sua
villa a Mergellina e li inizió a costruire una chiesa, Santa María del Parto, che avrebbe
dovuto ospitare il suo mausoleo.
Aveva in mente un ultimo progetto, un poema religioso in latino sulla nascita di Cristo che
doveva rappresentare l’incontro delle aspirazioni ideali dell’humanitas degli Antichi.

PIETRO BEMBO

Pietro Bembo era figlio di uno degli esponenti più in vista del patriziato veneziano,
collezionista di manoscritti antichi, come il codice di Terenzio sul quale il giovane Pietro si
esercitó con il maestro Angelo Poliziano.
Poco dopo partí per Messina per perfezionare il suo greco grazie alle lezioni di Costantino
Lascaris: un periodo di studi entusiastici che portó Pietro alla composizione di testi in greco
e alla creazione del De Aetna, un dialogo tra Pietro e suo padre.
Pietro Matus nell’ambiente ferrarese l’idea di scrivere un’opera in volgare, gli Asolani,
dialogo-prosimetro diviso in tre libri nella idealizzata cornice della corte di Caterina Cornaro
ad Asolo. Tema dominante dell’opera è l’amore, in cui due protagonisti ne danno un’idea
diametralmente opposta: per un l’amore è eterno dolore, mentre per l’altro è motivo di
piacere; la sintesi conclusiva viene fatta dal terzo interlocutore in seguito alll’incontro con
un eremita. In pratica esso gli rivela la vera essenza delll’maore che è desiderio di bellezza,
ma non bellezza fisica quanta quella spirituale.
In resltá questa è una definizione al quanto idealizzata per l’autore, in quanto lui viveva un
amore molto concreto, testimoniato da appassionanti lettere d’amore.
Ritornando alla prima opera in volgare di Bembo, il rusultaro era alquanto deludente
perché tendeva ad imitare la prosa di Boccaccio con un’eccessiva ambizione stilistica, e
soprattutto tendeva a emulare il migliore autore contemporaneo, Sannazaro, con scarsi
risultati.
La vera dimensione di Bembo era quella di operatore culturale, mediatore di esperienze
fino ad allora mai considerate unite.
Dopo infruttuosi tentativi ad entrare in politica, Bembo trascorre gli anni successivi nella
corte di Urbino e si dedica alla composizione di poesia in volgare, le Stanze, e in un
consistente gruppo di Rime. Intraprende la carriera ecclesiastica , destinata e segnare la sua
vita, che tuttavia non gli impedirà di convivere con la Morosina, madre dei suoi figli.
Nella capitale del classicismo umanistico conferma ale sue idee sul ciceronianismo, in uno
scambio di epistole con sull’imitazione con il filosofo Gianfranco Pico.
Per Bembo l’imitazione è un processo di assimilazione organica da un solo autore,
individuato come il migliore nel suo genere: un modello empirico, non ideale, cui ci si
avvicina in per lunga pratica di studio.
Conseguenza diretta fu il suo trasferimento agli autori volgari, in un’opera elaborata
soprattutto nella Roma ciceroniana, ma completata e pubblicata in Veneto, le Prose della
volgar lingua, dialogo in tre libri ambientato a Venezia nel 1502, tra il fratello Carlo Bembo
e altri intellettuali e principi. Le prose, nel Cinquecento, avranno un fortissimo valore
normativo , specialmente per il lessico, la grammatica e l’ortografia.

NICCOLÓ MACHIAVELLI

Niccolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469 da un notaio di modeste condizioni


economiche ma vivaci interessi culturali che lo inizia alle prime letture di classici latini e
autori volgari.
Ha una formazione non umanistica, ma più vicina agli ambienti borghesi e mercantili della
città.
Non favorevole al governo del Savonarola, esce improvvisamente dall’ombra quando, dopo
il supplizio del frate, viene nominato segretario della seconda cancelleria, alle dipendenze
del suo maestro Adriani, a capo della prima cancelleria.
E l”iniziò di un prodigioso periodo per Machiavelli, che lo vedrà impegnato soprattutto su
un fronte diplomatico e internazionale, per garantire alla sua città-stato un margine di
autonomia e sopravvivenza.
Nel 1501 sposa Marietta Corsini da cui avrà prole numerosa e a cui serà molto legato
affettivamente nonostante avrà altre avventure amorose. Dal 1502 diventa il principale
consigliere del nuovo reggitore della repubblica fiorentina, Pier Soderini. Con il fratello di
Piero, Francesco Soderini, svolge nel 1502-1503 la sua missione più difficile e istruttiva,
presso Cesare Borgia, che stava ampliando un forte stato personale tra le Marche e la
Romagna, con una politica spregiudicata. Machiavelli lo raggiunge a Urbino nel 1502, dove
assiste al massacro di Senigallia, in cui vengono attirati con inganno e poi uccisi i principali
nemici del Valentino ( Cesare Borgia).
L’esperienza di quegli anni drammatici gli ha insegnato che una delle prime cause della
debolezza degli stati italiani è la mancanza di un esercito di leva: i principi infatti si
servivano di mercenari. Nasce quindi l’idea, che perseguirà negli anni successivi, di costruire
una milizia della repubblica fiorentina, formata dagli stessi popolani e contadini. È un
progetto difficile, osteggiato e persino deriso, ma nonostante Machiavelli fosse malvisto dai
‘grandi’, decise di perseguire il suo obiettivo, e tra il 1505 e il 1507 riesce a costituire i primi
reparti del suo esercito. Questo lavoro però sembra essere inutile di fronte al consueto
capovolgimento di alleanze, quando papà Giulio II guida una lega per cacciare i Francesi
dall’Italia. Come conseguenza di ciò, dalla Spagna parte un esercito diretto a Firenze, da
sempre alleata della Francia e a Prato distrugge l’esercito di Machiavelli.
Pier Soderini fugge e i Medici rientrano a Firenze e Niccolò è congedaromdallamcancelleria,
confinato, incarcerato e torturato con l’accusa di aver partecipato ad una congiura
animedicea.
Per fortuna il cardinale Giovanni de’Medici è eletto papa Leone X e l’amnistia rimette in
libertà Machiavelli.
Tempo di solitudine e riflessione, ma anche di produzione, e scrive il capolavoro De
Principatibus.
Eppure Niccolò vorrebbe tornare ad essere utile in città ma vani sono i primi tentativi di
riguadagnare la fiducia dei Medici.
Nel frattempo si avvicina a un circolo di giovani patrizi fiorentini e avrà la possibilità di
riavvicinarsi ai Medici solo nel 1519, quando apprezzano le sue scritture letterarie, come la
commedia Mandragora o il trattato De re militari. Gli si chiedono pareri sul modo di
riformare la costutituzione di Firenze, e Machiavelli propone la restaurazione della
repubblica; gli viene affidato anche qualche incarico, sempre di poco conto.
A Firenze, intanto, l’oppressione è sempre in agguato. I giovani degli Orti Oricellari, giardino
in cui Machiavelli si riuniva con gli altri patrizi, venivano accusati di congiura e alcuni di loro
furono decapitati, mentre altrimduro o costretti alla fuga.
Niccolò non è coinvolto e si concentra nella scrittura della sua più grande opera storica, le
Storie fiorentine, che presenta ufficialmente a Roma al nuovo papa mediceo Clemente VII.
La politica del papa, ostile alla impero di Carlo V e favorevole alla Francia, addensa
pericolosi scenari di guerra. Machiavelli allora decide di riorganizzare la milizia.
Viene nominato cancelliere dei Procuratori delle Mura a Firenze, per curare le difese della
città, ma si rivela tutto inutile.
Nel 1527 l’esercito imperiale arriva a Roma e la saccheggia, mentre a Firenze torna la
repubblica, che guarda con sospetto Machiavelli, in quanto “colpevole” di aver sempre
cercato di riguadagnare il favore dei Medici.
Niccolò muore il 21 Giugno 1527.

Le scritture del ‘segretario’

Il periodo in cui Machiavelli su segretario della prima cancelleria coincide anche con l’inizio
della sua attività di scrittore.
In questi anni è quasi esclusivamente compositore di scritture politiche, direttamente
legate all’occasionalità, con temi che vanno dal rapporto di una missione alle lettere
diplomatiche, alla memoria dei “signori” di Firenze, le situazioni strategiche, politiche e
militari.
La responsabilità finale di tali decisioni non competevano a Machiavelli, ma la sua influenza
fu abbastanza decisiva. Per questo le scritture del segretario rivoluzionarono la scrittura
professionale. Il loro stile è secco, la lingua si avvicina al parlato, ma si nota un’ela orata
cura retorica.
Una prima serie di scritti riguarda i rapporti di Firenze con le città vicine, rapporti che
rivelano che l’egemonia fiorentina deve reggersi anche sulla forza e la violenza.
Una seconda categoria di scritture è rivolta alla politica europea: si tratta delle memorie di
Machiavelli al ritorno dai suoi viaggi diplomatici che rivelano la sua straordinaria capacità di
osservazione e il suo realismo, scevro da ogni condizionamento ideologico. In questi scritti
l’autore supera la tradizionale struttura dei luoghi comuni e registra la realtà effettiva.
Alle scritture politiche il segretario aggiunge le sue prime scritture letterarie, legate
ovviamente al filone della letteratura popolare fiorentina del Quattrocento, che continuano
a riflettere le contemporanee esperienze politiche.

De principatibus
La rovina della repubblica nel 1512 segna una cesura netta della vita di Machiavelli,
permettendogli così di dedicarsi alla riflessione sulla storia appena passata, cercando di
comorendere i motivi dietro quegli eventi sconvolgenti, dalla caduta dei stati alla generale
crisi che sembrava travolgere la civiltà del Rinascimento, i suoi valori e le sue speranze.
Il suo rifugio dopo il carcere fu l’Albergaccio, in cui la sera, nella sala rustica, i grandi Greci e
Romani tornano a vivere e a “conversare” con Machiavelli.
È il senso della continuità dell’umanesimo, quello di far rivivere gli Zantichi anche nel
presente e magari aiutare i contemporanei autori a trovare risposte ai quesiti del presente.
I temi delle sue conversazioni con gli Antichi vengono rivelate nella lettera al Vettori,
presentando i contenuti dell’opera che vorrebbe scrivere e dedicare a Giuliano de’Medici,
figlia di Lorenzo il Magnifico e fratello del papa, reggitore di Firenz e principe illuminato.
Questa rappresenta la prima testimonianza del De principatibus, rivisto nel 1514 con nuova
dedica a Piero de’ Medici, successore di Giuliano de’ Medici.
Il titolo sarebbe diventato Il principe perché se ne sarebbe privilegiata relativa al ritratto del
principe, più che l’insieme dell’opera che in realtà è un breve trattato sulle varie forme di
governo monarchico e sulle modalità di gestione e conservazione.
La prosa si distende in uno stile veloce, incalzante, che supera la retorica esornativa per
raggiungere una massima aderenza alle “cose”.
Il “De principatibus” riflette il momento più cupo della vita di Machiavelli e del suo
orizzonte politico. Tutto intorno a lui sembra crollato: la repubblica, il sogno di una milizia
popolare, l’utopia di una città prospera e giusta. Al contrario, i grandi modelli europei delle
monarchie nazionali sembrano assolutamente vincenti, con i loro forti eserciti, e il moderno
sistema amministrativo. È possibile allora che l’Italia si riprenda dallo stato di decadenza
dopo il Rinascimento? Per Machiavelli la risposta è sì; però, per attuare questo piano,
sembra necessario dimenticare il sogno repubblicanovdell’umanesimo civile e considerare
una forma di governo forte,in grado di superare le divisioni tra gli stati italiani.
Il “principato”, per l’appunto, o la forma monarchica.
È un doppio salto mortale, quello di Machiavelli, ex-segretario di una repubblica e ora
teorico dei principati.
La prima parte dell’opera esamina le varie tipologie di principato (ereditario, nuovo o
misto) e le modalità d’acquisto (per virtù, per fortuna, per delitto o favore); a parte si
collocano i principati ecclesiastici, come quello del papa, il cui potere temporale si avvale
anche dell’immensa autorità morale e spirituale della Chiesa. Sempre di carattere generale
è l’analisi delle “offese e difese” del principato, che si concretizzano nel modo di
organizzare le proprie milizie (in quattro diverse tipologie: mercenarie, ausiliarie, proprie e
miste).
La seconda parte dell’opera è quella più sconvolgente e dimostra che il De principatibus
nacque come forma di scrittura privata, come meditazione e sfogo personale di Machiavelli.
Tutta la tradizione medievale e umanistica sul tema del principe, il cosiddetto speculum
principis, presuppone un destinatario, che è il principe stesso. In questi capitoli, però, e
come se Machiavelli parlasse a se stesso; il suo scritto ha la forma dell’opuscolo tecnico, il
tractatus, come avrebbe potuto scriverlo un ingegnere o un artista. Bisogna descrivere un
oggetto e le sue funzioni, senza fronzoli, e, in questo caso, l’oggetto è il principe, non quello
buono, ma quello che Machiavelli ha visto in azione. Suddetto principe non esita ad usare la
violenza, l’inganno, la ferocia per il mantenimento dello stato.
Nelle pagine di Machiavelli domina un pessimismo di fondo sulla natura degli uomini; le sue
affermazioni, però, non sono contro gli ideali di humanitas classici e umanistici. Quegli
ideali sono semplicemente sospesi, perché il momento politico contemporaneo esige uno
sforzo eccezionale di pensiero e azione.
Ed è proprio nella terza parte dell’opera che Machiavelli riprende tutte le argomentazioni
precedenti svelando un fine, una speranza, e introducono anche un possibile destinatario.

LUDOVICO ARIOSTO

Ludovico Ariosto nasce nel 1474 a Reggio Emilia. La sua giovinezza si svolge nel raffinato
ambiente della corte di Ferrara, che lo attira molto più degli studi giuridici avviati presso
l’università; Ludovico infatti preferisce le attrattive della vivace cultura umanistica e dalla
lettura dei classici, mediata dall’insegnamento del maestro Gregorio da Spoleto, con il
risultato di una prima produzione di poesia latina, di notevole elaborazione formale,
sospesa fra temi erotici, occasionali ed encomiastici. Il carattere proprio della cultura
ferrarese porta il poeta alla lirica volgare : una poesia che si distacca dallo sperimentalismo
cortigiano contemporaneo, in un tentativo di medio avvicinamento al modello petrarchese.
La vita di Ludovico è interamente proiettata su una dimensione cortigiana; nel 1503 entra al
servizio del cardinale Ippolito d’Este, un vero principe del Rinascimento, e in qualità di
cortigiano di un cardinale, deve diventare “chierico” e prende gli ordini minori, pur senza
abbandonare gli amori della giovinezza, dai quali ha due figli.
Ippolito si dimostra un padrone esigente, che tratta Ludovico come suo segretario,
costringendolo a vari incarichi che lo allontanano dagli studi e dalla letteratura.
La sua vita prinvata cominciò a cambiare quando nel 1513 incontra una donna (allora
sposata ma presto vedova) che diventa il suo grande amore: Alessandra Benucci, sposata
segretamente solo nel 1528; la necessità di una maggiore tranquillità di vita lo portò alla
rottura col cardinale Ippolito, consumata al rifiuto di accompagnare il cardinale in
Unngheria. Negli anni successivi l’Ariosto mantiene sempre un certo grado di indipendenza
nei confronti della corte del duca Alfonso d’Este, tranne nel periodo in cui accettò l’incarico
di commissario della Garfagnana.
Rientrato a Ferrara trascorse gli ultimi anni alla cura delle proprie opere letterarie, e alle
successive edizioni del Furioso, spegnendosi nel 1533.

Orlando furioso

La morte del Boiardo aveva lasciato incompiuto il suo poema, l’innamoramento di Orlando.
L’Ariosto cominciò a lavorare intorno al 1505 ad una continuazione dell’Innamoramento,
venendo incontro ad una probabile aspettativa dei suoi primi destinatari, i principi estensi.
Nell’arco di un decennio l’opera fu completata e pubblicata a Ferrara nel 1516, in una prima
redazione in 40 canti dedicata al cardinale Ippolito, con il titolo Orlando Furioso, scritto in
una lingua ancora vicina al Boiardo e alla cultura volgare “padana” e ferrarese.
Ma l’Ariosto aveva lasciato aperto per tutta la vita il “cantiere” del Furioso, nello sforzo di
allargarne gli orizzonti ad un più vasto pubblico italiano; già nella terza edizione vi erano 46
canti, caratterizzata da una revisione linguistica in direzione del toscano letterario, sulla
base delle Pross di Bembo.
Già nell’incilit si avverte la forte distanza dalla precedente tradizione cavalleresca: dopo
tanti cantari spesso anonimi, emerge ora la forte presenza dell’autore, dell’io narratore.
Il poeta riprende la tecnica dell’intreccio narrativo e la porta al massimo delle sue possibiltà
espressive: tutti i personaggi si muovono sulla dimensione della contemporaneità e le loro
vincende devono alternarsi tra loro, essere lasciate in sospeso e poi riprese a grande
distanza testuale.
Nonostante il titolo suggerisca un prevalere della storia di Orlando, in realtà non c’è nessun
filone narrativo che prevale sugli altri; nel suo carattere di contenitore “plurimo” di generi
letterari, il Furioso contiene anche delle digressioni novellistiche, di derivazione
boccacciana.
L’io canto riprende il prime verso dell’Eneide, e quindi anche la consapevolezza della
fusione del genere cavalleresco con le istanze classiche della cultura umanistica.
Forse proprio dalla tragedia di Seneca poteva venire lo spunto per il titolo dell’opera.
Per i cavalieri di Ariosto i valori cortesi dell’amore, dell’eroismoe della nobiltà, e quelli
umanistici della ragione e della virtù, vengono sopravanzati dalla presenza della follia, la
negazione assoluta della ragione, del cortese e dell’onesto, che travolge proprio il paladino
più forte e invincibile; Orlando, per l’appunto, entra in scena con un sogno, che ,
presentandogli Angelica in pericolo, diventa il vero motore della sua azione. E diventa pazzo
quando scopre che Angelica non è innamorata di lui ma di un oscuro fante nemico. Di
fronte alla realtà crolla l’illusione e ogni ideale cavalleresco; qualcosa si spezzza dentro
quella macchina perfetta di guerriero, e lo trasforma in un essere selvaggio, che, tornato a
uno stato ferino e precivilizzato, vaga completamente nudo.
La follia, comunque, è ovunque già prima di Orlando e attorno a Orlando.
E la follia di disumani eroi come Mandricardo e Rodomonte, è la follia comentanea della
gelosa della gelosa Bradamante, è la follia di potere e ricchezza, la meschinità, il
tradimento, la lussuria.
Per l’Ariosto è in filigrana la critica morale dell’intera società del Rinascimento, e
paradossalmente, la follia si tramuta nella guerra, che non è più la competizione “onesta”
tra due leali cavalieri, ma la guerra sporca delle armi da fuoco che distrugge la gloria e toglie
onore al “mestier de l’arme”. È la crisi degli ideali della cavalleria.
Il mondo torna ad essere non misurabile, dominato da forze irrazionali, come il caso della
fortuna e del caso, rappresentate visivamente in grandi scenari e architetture simboliche,
come la labirintica foresta del I canto, o il magico castello di Atlante.
Vastissima è la geografia fantastica del Furioso, spazi immensi percorsi, dall’inesausta
ricerca dei paladini, dagli scogli remoti delle isole britanniche ai regni magici e sensuali
dell’Oceano Indiano.
Per superare quegli spazi, Ariosto inventa l’ippogrifo, un fantastico e riottoso cavallo alato,
che viene utilizzato da Astolfo in uno straordinario viaggio sulla Luna, dove è possibile
ritrovare ciò che si perde sulla Terra, e dove viene recuperata l’ampolla con il senno
perduto di Orlando.
Astolfo, a sua volta, è uno dei personaggi più originali del Furioso, appare all’inizio
trasformato in pianta dalla perfida maga Alcina e poi si lancia in avventure dominate dal
senso del magico ma anche da un desiderio di conoscenza.
Tra gli altri personaggi spicca la figura di Ruggiero che conserva una funzione encomiastica
nei confronti dei principi estensi, in quanto considerato capostipite della famiglia. In
Ruggiero si osserva un processo di metamorfosi che Ariosto applica a molti dei suoi
personaggi, quindi non si parla più di statiche marionette, ma figure umane a tutto tondo
che soffrono e si disperano; Ruggiero, per esempio, passerà da schiavo erotico di Alcina
aguerriero cristiano che riesce a battere Rodomonte.
La novità è costituita dai personaggi femminili: le donne acquistano una funzione nuova,
non più oggettto di desiderio.
Angelica usa il suo intelletto e la seduzione per piegare il volere dei cavalieri che incontra e
si innamora di un umile soldato ferito, Medoro; Bradamante invece combatte guerrieri
maschi, lasciandoli nel,a vergogna più nera.
Queste sono proiezioni di donne che cominciano a diventare le protagoniste della vita di
corte del primo Cinquecento.
Ma lo stesso senso della contemporaneità ispirò anche la composizione dei Conque Canti,
che poi restarono fuori dal poema: una serie di inganni e sospetti che doveva ritardare il
matrimonio tra Ruggiero e Bradamante causati dal traditore Gano di Maganza, assente nel
Furioso; uno scenario tutto commiato cupo e estraneo alla solarità del Furioso.
Suddetta solarità era anche accompagnata dall’eccezionale lavoro stilistico per mezzo del
quale Ariosto cerca di affinare la propria lingua poetica e raggiungendo un equilibrio di
componenti diverse in un impianto generale ispirato ai modelli toscani di Petrarca e Dante.
Ariosto rielabora la metrica della ottava del Petrarca lirico, in modo che non appare più
come un modulo meccanicamente ripetitivo ma calibrato sul perfetto equilibrio di parole e
ritmi. Il senso della misura appare allora pienamente recuperato nella globalità del Furioso,
nella dialettica tra miscrostrutture e macrostruttura, nel delicato bilanciamento di opposti
su cui si basa l’ultimo capolavoro del Rinascimento.
IL CINQUECENTO

Un secolo difficile

Nel 1525 la battaglia di Pavia sembra risolvere la contesa tra la Francia di Francesco I e
l’Impero di Carlo V d’Asburgo a favore di quest’ultimo. Le ultime velleità del papato sono
stroncate con il Sacco di Roma nel 1527 ad opera delle truppe imperiali in cui è
predominante la presenza di milizie luterane tedesche. Tre anni più tardi, nel convegno di
Bologna , sarà lo stesso pontefice Clemente VII, che durante il sacco di Roma si era rifugiato
in Castello Sant’Angelo, a consacrare imperatore Carlo V, riconoscendo un predominio
spagnolo che sarebbe durato quasi due secoli. Sono governati direttamente dalla Spagna
per mezzo di viceré e governatori i territori più ricchi e rilevanti della penisola come Milano,
Napoli, la Sicilia e la Sardegna, che acquistano un ruolo importante nella politica
mediterranea della Spagna e nello scontro con l’Impero Ottomano.
In realtà l’asse politico ed economico dell’Europa non gravita più intorno al Mediterraneo o
all’Italia ma si è spostato verso Occidente, con la scoperta dell’America e la corsa delle
potenze europee a conquistare il Nuovo Mondo e a stabilire relazioni commerciali con le
Indie e l’Oriente, per via marittima. L’afflusso di nuove merci e di ingenti quantitativi di
metalli preziosi porta ad una inarrestabile rivoluzione dei prezzi che mette in ginocchio la
rete dei mercanti e banchieri italiani, prima egemoni in Europa.
Per Venezia è l’inizio di una lunga decadenza che coinvolge l’intero sistema produttivo e
commerciale italiano.
Eppure il Cinquecentoè il secolo in cui gli ideali e le forme del Rinascimento passano dall’
Italia all’Europa, in un veloce e straordinario momento di trasformazione che vede, ad
esempio, la fine dell’architettura gotica e l’avvento del classicismo, da un’estremità all’altra
del continente, grazie al’emigrazione di artisti italiani.
Alla diffusione di uomini e di libri nel periodo dell’umanesimo, favorita dall’invenzione della
stampa e dalla rete di relazioni internazionali di editori come Aldo Manuzio, succede ora la
formazione di scuole umanistiche, che raccolgono l’ideale di humanitas fondato sullo studio
degli Antichi, e lo coniugano con le nuove istanze politiche e religiose della società europea,
spesso in polemica con gli ultimi umanisti italiani, visti come attardati esponenti di un
classicismo ciceroniano basato sulla sterile imitazione. Tale era, ad esempio, la posizione di
Erasmo da Rotterdam, che fu tra i principali difensori della libertà di ricerca intellettuale, in
un tempo in cui gli spazi di libertà andavano sempre più restringendosi.
Nonostante l’ideale di unità tra uomini nel segno della religione , il Cinquecento fu
soprattutto un secolo di divisioni, di lotte feroci, di guerre sanguinose, rese ancora più
terribili dalle invenzioni delle armi da fuoco. Gran parte delle guerre fu giustificato
dall’etichetta della “guerra di religione”, contro un amico che andava sterminato da parte di
chi fosse detentore della verità assoluta. La divisione principale fu quella originata dalla
ribellione di Martin Lutero, nei confronti della decadenza morale e della corruzione della
corte pontificia romana, e nella chiesa tedesca del primo Cinquecento.
Lutero, che propose la Riforma della chiesa e il suo ritorno agli originari precetti evangelici,
non fu un “profeta disarmato”, ma la sua protesata fu appoggiata dal desiderio di
indipendenza dei principi tedeschi nei confronti dello strapotere dell’Impero.
La chiesa all’inizio non seppe comprendere tale bisogno di rinnovamento e si limitò a
scomunicare il monaco ribelle, ma poi, di fronte all’ingigantirsi della “protesta”, fu
costrettto a mettersi ai ripari che è stato definito Controriforma o Riforma cattolica. Il
momento più intenso fu il Concilio di Trento, indetto da Papa Paolo III Farnese nel 1545 è
concluso da papa Paolo IV Carafa nel 1563, concilio in cui furono dettate le regole della
riorganizzazione della Chiesa Cattolica nell’età moderna, con attenzione al rapporto di
vescovi e sacerdoti con i fedeli, e alle forme di comunicazione, anche artistica.
Come era avvenuto secoli prima, anche ora la Chiesa potè contare sull’aiuto di nuovi ordini
religiosi che si impegnarono a fondo nella battaglia culturale e religiosa, tra cui i Gesuiti, o
Compagnia di Gesù, fondata nel 1534 da Ignazio di Loyola.
I Gesuiti si concentrarono sul problema dell’educazione delle classi dirigenti, raccogliendo
l’eredità della scuola umanistica e ponendola al servizio della militanza religiosa. Per due
secoli essi furono l’arma più potente al servizio della Chiesa Cattolica, incaricati di delicati
rapporti diplomatici in tutta Europa, formatori ed educatori delle classi nobilitati e borghesi,
zelanti missionari alle frontiere del mondo, per diffondere la fede cattolica: e dall’istituto
allora fondato a Roma, De propaganda Fide, nacque la parola moderna “propaganda”, con
valore semantico talvolta negativo.
Le ombre della Controriforma furono evidenti anche nella politica di repressione a cui fu
sottoposta metà dell’Europa che restava fedele alla Chiesa Cattolica, con l’abolizione della
libertà di pensiero, la persecuzione non solo degli aderenti alle chiese “protestanti” ma
anche di liberi intellettuali, e addirittura scienziati e filosofi; fu rafforzato il tribunale
dell’Inquisizione e istituito il Sant’Uffizio, un organismo apposito per individuare e
reprimere i casi sospetti di eresia e allontanamento dall’ortodossia cattolica. Altro
strumento di repressione istituito dalla Chiesa fu l’Index librorum prohibitorum, un indice di
libri proibiti dalla chiesa in quanto eretici.
Nel giro di appena una generazione, intellettuali e letterari si ritrovarono a dover
fronteggiare una drammatica chiusura di orizzonti.
L’umanista allora tende a rinchiudersi nel recinto protetto della scuola e dell’Università
dove coltiva in modo specialistico la lettura dei classici greci e latini.
Figura assolutamente nuova è quella di chi vive a stretto contatto con il mondo editoriale,
che dagli inizi del secolo comincia ad avere i caratteri di organizzazione industriale, basato
su una vita incerta e irregolare, talvolta anche pericolosa.
L’espansione della stampa e l’allargamento del pubblico segna allora il definitivo trionfo del
volgare su latino, ridotto ormai alla produzione di una letteratura raffinatissima ma
destinata a un pubblico di nicchia.
A metà del Cinquecento i luoghi di aggregazione degli intellettuali sono più la corte o le
università, quelle in forma di Accademie, già nate in età umanistica.

205 Dibattiti di lingua e poetica


TORQUATO TASSO
La vita

Torquato Tasso nasce a Sorrento nel 1544; l’infanzia di Tasso si divide tra Salerno e Napoli,
con la madre, e in parte godendo di una prima educazione presso i Gesuiti. Ritrova a Roma
il padre e da allora lo segue in giro per il mondo per alcune importanti corti e città italiane.
Sono anche gli anni degli studi classici e universitari, a Padova, dove segue all’inizio le
lezioni di diritto, a cui preferisce quelle di filosofia ed eloquenza. È anche il tempo della
prima produzione poetica e del poema Amadigi a Venezia. Torquato inizia un poema storico
sulla prima crociata, Il Gerusalemme, ma lo lascia incompleto e si sposta alla produzione del
Rinaldo, dedicato al cardinale Luigi D’Este.
Nell’ambiente universitario di Padova, dopo la lettura della Poetica di Aristotele, stende un
primo abbozzo dei Discorsi dell’arte poetica.
Continua una fertile produzione di rime, legate a motivi occasionali o agli amori giovanili.
Nel 1565 Torquato viene inserito nell’organico di una corte rinascimentale, che è quella
della Ferrara estense al tramonto. Comincia a comporre una tragedia si argomento nordico,
il Galealto re di Norvegia, insegna allo Studio rudimenti di fisica aristotelica, e diventa
storiografo ufficiale. Continua la sua passione per il poema cavalleresco, che torna alla
materia storica della Prima Crociata, con un poema in venti canti, il Goffredo, intitolato
all’eroe di quella crociata, Goffredo da Buglione.
Proprio all’apice di quel successo mondano e letterario cominciano a manifestarsi i primi
segni del disagio esistenziale e psichico di Torquato, che avverte in modo acutissimo le
inquietudini religiose del tempo. Uno strisciante complesso di persecuzione, che
lentamente gli fa apparire nemica anche la corte ferrarese, che culmina con l’aggressione
ad un servitore.
Dopo una prima breve prigionia Torquato fugge e vagabonda per l’Italia, giungendo a
Sorrento , dove si presenta travestito da frate a Cornelia, sua sorella, facendosi riconoscere
solo in un secondo momento.
Nel 1579 ritorna a Ferrara in occasione delle nozze tra Alfonso e Margherita Gonzaga, e da
in escandescenze di fronte alla corte facendosi rinchiudere nell’ospedale di Sant’Anna per
ben sette anni. Questo fu il periodo più brutto della sua vita, accompagnato solo dalla
scrittura.
Compone centinaia di lettere e rime, e importanti Dialoghi su varie tematiche di debattito
contemporaneo.
Intanto vengono pubblicate le sue opere del periodo cortigiano: l’Aminta e il poema
Goffredo, ribattezzata Gerusalemme Liberata.
L’enorme e immediata fortuna del poema ne consacrò definitivamente la fama,
accendendo anche discussioni sulla poesia epica, concentrate sul confronto fra Ariosto e
Tasso.
Dopo la liberazione dall’ospedale di Sant’Anna, Tasso iniziò l’ultimo decennio della sua vita ,
trascorso in un inquieto peregrinare tra i più importanti centri della cultura
contemporanea.
Nella splendida Napoli vicereale soggiorna a più rirpese, ospite del convento a
Monteoliveto, dove scrive il poemetto “Monteoliveto” sulla solitudine contemplativa, e il
poemetto bucolico “Il rogo amoroso”.
Ma è Roma che lo attira nelle residenze più lunghe, a partire dal 1587. Qui Tasso
intraprende la revisione della sua Liberata, pubblicata con il titolo,Gerusalemme
Conquistata, per poi morire nel 1595 nel convento di Sant’Onofrio al Gianicolo.

Il poema

Tutta l’opera di Tasso ruota intorno ala scrittura di un grande poema, un testo che
risolvesse le difficoltà strutturali che il genere cavalleresco aveva sempre avuto, nel
rapporto contraddittorio tra originaria tradizione orale e popolare ed elaborazione scritta
cortigiana e letteraria.
Tasso inizia così il suo primo poema, intitolato il Gerusalemme, un progetto grandioso per
un ragazzo di 15 anni, è lasciato incompiuto dopo 116 ottave.
Dopo l’Intermezzodi un poema cavalleresco in dodici canti intitolato Rinaldo, Tasso torna
alla sua epopea della Prima Crociata, e termina il poema, stavolta intitolato con il nome
dell’eroe per eccellenza, Goffredo, in venti canti: un poema epico regolare che riprende con
coerenza grandi esempi come Omero e Virgilio, abbandonando le leggende medievali e
congiungendo episodi verosimili.
La revisione del poema avrebbe contribuito alla mania di persecuzione dell’autore; fatto sta
che questa opera ebbe una conclusione proprio nell’Ospedale di Sant’Anna, prima con una
pubblicazione non autorizzata con il titolo Goffredo e poi ripubblicato con il titolo di
Gerusalemme Liberata. Il mondo della Liberata non è assolutamente statico, ma anzi
mobile e inquieto, e gioca su un’inaspettata molteplicità di luoghi e personaggi.
A Goffredo si affianca così la figura di Rinaldo, il campione cristiano che svolge anche la
funzione encomiastica nei confronti degli estensi.
L’altro campione è Tancredi, guerriero generoso, impulsivo, destinato a uccidere l’amata
Clorinda senza riconoscerla. Dall’altro lato troviamo i “cattivi”, i Mori, i Saraceni, gli Infedeli.
Lo stile è il luogo di suprema elaborazione di questa poesia, strettamente legata al
laboratorio della poesia lirica, soprattutto la madrigalistica e la poesia per musica.; la lingua
realizza il miracolo di partecipare all’interno del genere epico-eroico parole popolari,
puntando alla sonorità del verso, alla forma del significante più che del significato, in un
effetto di magnificazione epica.
Il senso generale del poema, dunque, va ben oltre la celebrazione di un episodio glorioso
della storia della cristianità e dell’impegno a rinnovare quella storia nel presente.
Nell’immagimario di Tasso si accampa il quadro grandioso di una lotta tra bene e male, che
diventa anche la lotta tra dovere e piacere, tra norma e disordine, una sostanziale dualità di
fondo.
IL SEICENTO
Moderno e barocco

Nel Seicento il grande scontro tra le potenze europee per il dominio del continente
raggiunge il culmine nella Guerra dei Trent’anni, che termina con il Trattato di Westfalia e
l’inizio del declino della Spagna e dell’Impero. È il tempo della prodigiosa proiezione
commerciale e coloniale di Olanda, Inghilterra e Francia, rendendo teatro marginale il
Mediterraneo, con conseguenze negative soprattutto per Venezia.
L’Italia è saldamente inserita nel sistema imperiale spagnolo, con alcuni importanti stati
dominati direttamente da viceré e governatori. Luci e ombre si alternano al tempo del
predominio spagnolo: da un lato la diffusione di un sistema di amministrazione burocratica
centralizzata, che si accompagnava spesso a fenomeni di malgoverno e corruzione;
dall’altro l’accelerazione delle dinamiche di trasformazione sociale che portarono alcune
città ad uno straordinario ma incontrollabile sviluppo demografico, alla modernizzazione
dei sistemi di produzione di massa e di commercio, con i primi stabilimenti industriali a
Milano e Napoli.
L’attenzione e spesso la censura della Chiesa non puó impedire l’incremento continuo del
mondo della comunicazione. La cultura si diffonde presso un pubblico più ampio, per mezzo
di edizioni più economiche, dei primi fogli periodici e del passaggio alle prime modalità di
produzione di massa , portando gli stessi letterati a cercare di seguire il gusto del pubblico
al quale si rivolgono.
Si afferma la superiorità dei Moderni rispetto all’autorità degli Antichi.
Le accademie sono dedite principalemente alle scienze naturali e alla promozione del
metodo sperimentale; le ultime conquiste sono quelle di Galileo, con l’invenzione del
cannocchiale, la scoperta di nuovi corpi celesti e la dimostrazione matematica e
astronomica del sistema cosmologico già proposto da Copernico.
Le frontiere del mondo conosciuto sono ormai più ampie di quelle conosciute da Aristotele
o Tolomeo. Si sgretolano certezze millenarie e il sentimento che domina i Moderni è
sicuramente quello della meraviglia, dello stupore per le cose viste per la prima volta, per le
grandi scoperte scientifiche, per il trascorrere dell’infinitamente piccolo all’i finitamente
grande, per mezzo di uno strumento come il cannocchiale.
L’espressione più significativa di questo atteggiamento è nell’intenso collezionismo di
oggetti che vengono appunto chiamati “meraviglie”, in piccoli musei di principi o di
accademici: tentativo di racchiudere in un’unica stanza un cosmo immenso che non è più a
misura di uomo; è il sentimento inquietante di un mondo instabile, mobile, non più al
centro dell’Universo tra altri infiniti mondi ma in un relativismo che costringe l’uomo a a
ripensare criticamente il proprio rapporto con la Storia e alla Natura.
Il Seicento rende così l’idea di un secolo “in rivolta”, ribellione contro i classici, gli Antichi, i
sistemi tradizionali del pensiero, della società, della religione, contro la stessa morale e
contro le norme e le regole che avevano fondato le basi del Cinquecento.
Una parte importante di questa rivolta avviene proprio in campo linguistico, con la reazione
alle pretese dell’Accademia della Crusca di dare fondamento normativo alla lingua italiana,
sulla base del toscano letterario fissato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca
(1612); dopo una seconda edizione senza sostanziali innovazioni, la Crusca dovette in
seguito procedere a un grande ampliamento del lessico, fino a Tasso e altri autori moderni;
intanto i dialetti avevano iniziato la loro rivincita sulla letteratura in lingua, dal Basile al
teatro popolare veneziano.
Il nuovo prevale sul vecchio, e la meraviglia nasce dalla scoperta continua di inconosciute
associazioni tra le cose, in un mondo retto da una rete potenzialmente infinite di analogie e
di corrispondenze. Dal momento che tali corrispondenze profonde sono percepibili a partire
dall’analogia delle forme esteriori, il meccanismo che rende possibile la scoperta agisce a
livello soprattutto linguistico, retorico, formale, per mezzo di una figura retorica che diventa
un vero e proprio strumento conoscitivo, la metafora, analizzata in tutte le sue possibilità
comunicative nell’opera del gesuita torinese Emanuele Tesauro, Il cannocchiale aristotelico.
Lo “spirito vitale della poetica elocuzione”, secondo Tesauro, è però l’argutezza, la capacità
di raffinare la vista interiore delle cose per coglierne il senso profondo; una poesia fatta di
concetti, di idee argute e ingegnose, di inediti accostamenti, che rinnova completamente la
retorica degli Antichi.
La parola che definisce la poesia del Seicento deriva dall’ambito semantico della filosofia e
della logica: il barocco, termine utilizzato in senso negativo nel Settecento per condannare
le forme artistiche bizzarre, abnormi, anticlassiche del Seicento e solo in età
contemporanea è stato assunto in in modo neutro, per indicare prima le arti figurative, e
poi la letteratura e la musica dinquell’eta.
La cultura “barocca” presenta alcuni caratteri di fondo che alcuni studiosi hanno creduto di
riconoscere in momenti molto lontani della storia della civiltà, addirittura nel Novecento.
L’età barocca si distingue per la prevalenza del “vedere”, portando a compimento un
processo di trasformazione nel sistema della comunicazione che passava dal dominio
dell’udito a quello della vista. Sono gli occhi di Galileo aperti sull’universo. È l’affermazione
di una spettacolarità globale che tende a trasformare tutto in un teatro: il grande teatro del
mondo, in cui ognuno di noi è attore e protagonista, in cui gli eventi spettacolari assumono
una dimmensione spettacolare.
È sicuramente questa una delle ragioni per cui il teatro raggiunse un suo discutibile primato,
nelle sue forme alte come in quelle popolari. Altro topic di rilevanza in questa visione del
teatro e del mondo è l’assunzione della maschera, della dissimulazione.
Lo teorizzerà un accademico segretario di aristocratici napoletani, Torquato Accetto, che
nel trattato Della dissimulazione onesta, definisce la dissimulazione “industria di non far
vedere le cose come sono”; un nascondersi, come forma estrema di autodifesa nei
confronti della violenza dei poteri, l’altro lato della faccia della medaglia dell’esibizionismo
barocco.
L’arte barocca predilige le forme in movimento, la velocità, perché attraverso la poetica
delle forme raggiunge uno di suoi scopi principali: il godimento estetico. È un’arte
edonistica, fondata sul piacere. Si serve degli strumenti dell’illusionismo e della
sensualità,anche a livello sensoriale immediato.
Nella poesia barocca il compiaciuto gioco sei significanti, delle onomatopee, della sonorità
musicale , dello sperimentalismo metrico e stilistico. Una poesia piena e vitale, che
nell”esuberanza e nell’esibizionismo della carne, maschera il suo opposto: un profondo
sentimento di Morte, rappresentata nei momenti più orridi e macabri, in “trionfi” di
scheletri e analisi microscopiche del disfacimento di corpi, eventi “spettacolari” che il
Seicento potè vedere più volte a causa della terribile pestilenza che colpì città come Milano
e Napoli.
IL SETTECENTO
L’età dell’Arcadia

Alla fine del Seicento le “guerre di Successione” portano al graduale declino della Spagna e
all’ascesa della Francia a livello continentale mentre l’Inghileterra a livello globale. L’Italia
continua a restare marginale in ambito europeo, passando dalla dominazione spagnola a
quella austriaca e come se non bastasse comincia a imporsi anche la dinastia dei Savoia con
l’acquisto del Regno di Sicilia.
C’era da dire che l’IItalia poteva sembrare arretrata rispetto agli paesi europei anche a
livello di cultura, ancora ancorata ai classici e alle tradizioni. Nel 1687, a Parigi, durante una
seduta dell’Académie, Claude Perrault affrontò polemicamente il tema della querelle des
Ancients et des Modernes, confronto tra Antichi e Moderni, che vedeva superati gli esempi
di letteratura classica italiana, quindi autori come Dante, Boccaccio e Petrarca che fino ad
ora avevano guidato l’intera civiltà europea adesso erano considerati “sorpassati”.
La risposta degli italiani fu di rivendicare il valore della loro tradizione letteraria e politica
che andava depurato dalle intemperanze formali del Seicento barocco; questa risposta ci
concretizzò con la rinascita dell’Accademia. In particolare un gruppo di letterati aveva
cominciato a riunirsi dal 1674 intorno ad un personaggio quasi leggendario, Cristina di
Svezia, ex-regina dello stato scandinavo , protagonista di una conversione dal
protestantesimo al cattolicesimo. Uno tra questi letterati giunse ad affermare “ egli mi
sembra che noi abbiamo oggi rinnovato l’Arcadia”
Era la nascita dell’Accademia dell’Arcadia, formalizzata il 15 ottobre 1690. Rinviava al mito
pastorale dell’Arcadi, la regione del Peloponneso nella quale la tradizione bucolica antica e
moderna aveva ambientato il le proprie finzioni poetiche; per questo motivo i soci si
travestivano da pastori. La sua produzione letteraria non era limitata solo al solo genere
pastorale, anzi, l’ampiezza degli interessi andava verso l’intero sistema dei generi, con una
netta preferenza per l’effusione lirica e amorosa. Quel che ne distingueva la poetica era la
ricerca della chiarezza d’espressione, l’abbandono del concettismo e dell’arguzia del
Seicento barocco, il ritorno al vero e al buon gusto: una riforma che agisce soprattutto nella
retorica e nella metrica, nella quale si impongono le forme poetiche brevi, le canzonette di
settenari prevalentemente sulle strofe di quartine e caratterizzate da una nuova sensibilità
musicale. Nelle arti è invece ancora imperante il tardobarocco, che tende però a perdere i
caratteri della monumentalità e della grandiosità per diventare una pratica soprattutto
decorativa e raffinata, chiamata barocchetto o rococò.
Un altro aspetto fondamentale dell’Arcadia è la sua ampia dimensione sociale e
istituzionale , in quanto l’Arcadia non rimase confinata a Roma ma ebbe una larga
diffuzione nazionale e istituzionale per mezzo di sedi distaccate chiamate “colonie”. Di più,
la sua poesia era spesso una poesia “collettiva”, affidata a pubblicazioni come le raccolte le
Rime degli Arcadi a cura dei Crescimbeni, motivo per cui non è facile individuare personalità
individuali.
Non era un ambiente pacifico e idilliaco, ma anzi talvolta luogo di scontro feroce tra diverse
idee della poesia.
Aveva ragione Gravina a vedere nel teatro il genere più vitale e nuovo del suo tempo, ma
non erano certamente le sue tragedie a infiammare il pubblico.
Il teatro aveva perso quasi del tutto il suo carattere di provvisorietà e marginalità che aveva
agli inizi della Commedia dell’Arte. Tra i più importanti scrittori di libretti per il
melodramma si impose Apostolo Zeno, vivace animatore di cultura anche grazie a una
pubblicazione periodica, “Il Giornale dei letterati d’Italia”, poi poeta cesareo a Vienna,
sostenitore di una riforma del teatro musicale , dal quale si sarebbe dovuta eliminare
l’esuberante commistione dei generi comico e tragico.
Chi veramente contribuì alla piena diffusione europea del teatro e della musica italiana fu
Pietro Trapassi, detto Metastasio, formatosi nell’orbits del Gravina.
Metastasio prese gli ordini minori per garantirsi una stabilità economica e e divenne abate.
Dopo un primo dramma storico passa a Napoli, uno dei centri principali per il melodramma,
con istituzioni come la Pietà dei Turchini e musicisti come Alessandro e Domenico Scarlatti.
A Napoli stringe amicizia con la Romanina e con il cantante Castrato Farinelli.

L’illuminismo

La rapida evoluzione economica e civile delle società dell’ancien regime si trova a


fronteggiare strutture politiche e istituzionali ancora saldamente ancorata al sistema
dell’assolutismo, delle grandi monarchie europee di diritto divino.
Solo l’Inghilterra vede la nascita di di una vera democrazia parlamentare e di una nuova
concezione politico-economica che favorisce il libero commercio e la libera concorrenza,
considerati elementi di prosperità e benessere, quel che verrà definito liberalismo.
Altrove, gli intellettuali, i letterati, i filosofi e gli storici dovevano interrogarmi su come
intervenire sul sistema, riformarlo dall’interno senza sovvertirlo o distruggerlo.
La riforma dello stato riportava ad esempio una separazione funzionale dei poteri,
affermata in Francia da Montesquieu; tra i primi bersagli dei riformatori era l’insieme di
privilegi feudali ancora detenuti dalle classi aristocratiche che frenavano il processo di
sviluppo, senza dimenticare l’ingerenza della Chiesa nella vita dello stato.
Il movimento intellettuale sarà così definito Illuminismo perché si riferisce alla metafora dei
lumi, luce della ragione e della scienza che comincia a rischiarare il cammino dell’uomo
dopo un lungo periodo di oscurità, barbarie e superstizione religiosa.
L’Illuminsmo era sicuramente un movimento di élite, ma si serviva di nuove forme di
comunicazione e di aggregazione, che permettevano la diffusione delle sue idee a tutti i
livelli, dalle classi aristocratiche alle classi dirigenti, dai ceti medi a quelli mercantili, fino ad
artigiani e operai che si affacciavano all’lafsbetizzazione per mezzo di istituzioni scolastiche
e filantropiche. Nuovi spazi di aggregazione erano i “salotti”, in cui si riunivano
periodicamente la società intellettuale, le dame, i poeti e i filosofi.
La comunicazione culturale e letteraria, ma anche mondana e sociale, era infatti assicurata
dalla nascita e dallo sviluppo della stampa periodica, fenomeno stabilitosi a livello
industriale soprattutto in Inghilterra.
In Francia l’Illuminsimo raggiunse il suo punto più alto con la pubblicazione di un’enorme
impresa collettiva, l’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert, monumento di una nuova
sistematica interpretazione del mondo e dell’uomo che si estendeva a tutti gli aspetti della
vita, dalle arti all’economica, ecc.
Sostenitore dell’Ecyclopedie fu François-Marie Arouet, detto Voltaire, filosofo e scrittore
più rappresentativo dell’illuminismo europeo, assertore dell’idea del progresso della civiltà
come passaggio dalla barbarie ai Lumi.
Tuttavia non erano tutti ottimisti sulla sorte dell’umanità.
Un grande intellettuale ginevrino, Jean Jacques Rousseau criticò profondamente l’illusoria
prospettiva del progresso, e affermò che la civiltà finiva con l’allontanare l’uomo
dall’originaria purezza dello stato di natura. La storia umana è una vincenda di corruzione e
decadimento, è compito della filosofia è quello di purificare e ‘liberare’ l’umanità dalle
forme corrotte della civiltà, concetto che Rousseau comunicò nel suo romanzo filosofico
Julie ou la Nouvelle Heloise, il cui racconto di amore tra Julie e il precettore Saint-Preux
mette in scena il contrasto tra l’amore naturale e le corruzioni e le convenzioni della società
circostante; fu un testo importante soprattutto per l’introduzione del romanzo epistolare,
strutturato sulla fittizia raccolta di lettere. Nel trattato pedagogico Emile viene proposto un
nuovo sistema di educazione, basato sulla libertà e creatività del fanciullo.
L’Italia partecipò al movimento illuministico soprattutto dal punto di vista delle riforme
politiche ed economiche; questo anche perché l’illuminismo italiano fu sostenuto da alcuni
prìncipi , che vedevano in un cauto processo di riforma una possibilità di controllo migliore
delle masse e degli intellettuali (dispotismo illuminato).
Gli intellettuali napoletani furono sicuramente quelli più vicini all’illuminismo francese. Il
sacerdote Antonio Genovesi diffuse le idee nuove sul progresso economico e sociale nelle
sue Lezioni di commercio o sia di economia civile, mentre il suo allievo più brillante, l’abate
Ferdinando Galiani, sarebbe addirittura approdato a Parigi nell’ambiente dell’Ecyclopedie. Il
giovane principe Gaetano Filangieri nella sua scienza della legislazione, ci lascia l’opera più
importante dell’Illuminismo italiano, l’ideale di uno stato basato sulla giustizia e
l’uguaglanza dei diritti e che verrà ripreso nella Costituzione Americana.
Favorevoli alle riforme furono anche gli Asburgo, nel granducato di Toscana, e soprattutto
a Milano, sotto Maria Teresa e Giuseppe II, oltre all’opera del conte Carlo di Firmian.
Gli intellettuali milanesi, in questo serrato confronto con la cultura illuministica europea e
in particolare con la lingua francese, sentirono molto il problema del rinnovamento anche
degli strumenti comunicativi, e in particolare della lingua italiana, che nei loro testi tende a
imitare talvolta la sintassi e lo stile dei philosphes d’oltralpe, nella ricerca di una chiarezza e
di un’immediatezza che di solito la prosa italiana non aveva.
In generale ne derivò un influsso positivo a collegare maggiormente le parole alle cose e a
curare la comprensibilità dei testi, soprattutto quelli destinati alla divulgazione scientifica e
filosofica. Proprio in questo ambito rinasce l’interesse per il dialetto, frequentato a Milano e
in Sicilia.
L’altro grande genere di consumo resta a il melodramma, in cui imperava il vecchio
Metastasio , e , col Metastasio, la poesia e la musica italiana continuavano ad avere
un’influenza profonda in tutta Europa, al punto che la stessa lingua internazionale della
musica, il suo lessico tecnico, divenne allora, e lo è ancora oggi, l’italiano.
Tuttavia, l’orizzonte serio di Metastasio viene incrinato dalla fortuna di un nuovo modello,
la commedia musicale, l’opera buffa, spesso dialettale, elaborata principalmente dalla
scuola napoletana con importantissimi musicisti.
PARINI

Di modeste origini, Giuseppe Parini fu appassionato alla letteratura e alla poesia sin da
ragazzo, conosciuta attraverso la lettura dei classici antichi e moderni, per continuare i suoi
studi dovette frequentare la scuola dei Barnabiti e poi diventare sacerdote per poter fruire
di un lascito testamentario di una vecchia e ricca zia che aveva condizionato l’eredità a
quella sciocca clausola.
Il resto della sua vita Parini la trascorse quasi interamente a Milano, prima come precettore
presso famiglie aristocratiche, poi come professore nelle Scuole Palatine, benvoluto dai
governanti austriaci. Le sue lezioni promuovevano l’idea di una poesia socialmente utile,
una letteratura che non si compiace di se stessa ma ma si fa maestra, avvalendosi anche di
una innovativa concezione dell’unità delle arti che, in particolare nel teatro, portano alla
fusione di diversi linguaggi e diverse istanze comunicative: la poesia, la musica, la pittura e
la scultura.
Le sue prime poesie, pubblicate nella raccolta Alcune poesie di Ripano Eupilino gli
comsentirnono l’ingresso nell’Accademia dei Trasformati e nei circoli intellettuali milanesi.
Senza essere un poeta dialettale, Parini amó i suoi colleghi ‘meneghini’ e li difese contro le
critiche di padre Onofrio Branda.
Inizia così l’esercizio di una letteratura sempre ‘impegnata’ nella satira morale o
nell’insegnsmento.
Del tutto conformi al programma del Discorso sopra la poesia (1761) sono le prime Odi,
all’inizio ancora in strofette arcadiche di settenari, poi caratterizzate da una lirica meno
cantabile ma più ragionativa. Le odi erano di solito lette nelle riunioni dell’Accademia dei
Trasformati e poi subito pubblicate, affrontando vari temi, dalla condizione di vita nelle
campagne a quelle delle grandi città.
Negli stessi anni Parini rovescia la sua funzione di precettore e inizia a scrivere alcuni
poemetti satirici, fingendo che siano testi pedagogici indirizzati ad un aristocratico allievo,
un Giovin Signore.
Come se dovesse insegnare al suo discepolo tutte le minute attività della vita, Parini passa
in rassegna i costumi più corrotti e insulsi.
La satira di una vita vuota è inutile non si ferma al primo risultato di una facile poesia
comica, ma arriva ad essere un terribile atto d’accusa nei confronti delle classi dominanti
che perdo non completamente il contatto con la realtà, e vivono da parassiti a spese di un
intero sistema sociale ed economico che lavora al loro servizio.
I poemetti dovevano essere tre, in modo da coprire l’arco temporale di un’intera giornata di
vita del Giovin Signore, ma Parini ne pubblicò solo due , Il Mattino e Il Mezzogiorno. Il
progetto, ripreso negli anni Ottanta, divenne un vero e proprio poema in quattro parti,
chiamato Il Giorno dallo stesso autore in una lettera del 1791, diviso in Mattino, Meriggio,
Vespro e Notte, dove si passa in rassegna un’incredibile galleria di imbecilli che si preparano
al rituale collettivo del gioco d’azzardo. In realtà il progetto rimane incompleto e
consegnato ad alcuni manoscritti nella forma di un’ ‘opera in movimento’.
Le descrizioni minuziose presenti nell’opera portano inevitabilmente al rallentamento dei
tempi, a una descrittività che fa risaltare in modo abnorme il dettaglio, glorificato secondo i
modi della poesia eroicomica.
Fuertísima è anche la dimensione teatrale, con l’impressione che tutti i gesti compiuti dal
Giovin Signore e da tutti gli altri personaggi non siano altro che atti di una recita che si
ripete ogni giorno, senza che se ne rendano conto.
Sono presenti i classici antichi, in particolare Virgilio, Ovidio e Orazio, e anche la mitologia,
ricreata in favole del tutto originali di tipo “eziologico”.
La tradizione poetica italiana viene rinnovata dall’uso dell’endecasillabo, sciolto, che
diventa un moderno strumento di espressione, quasi a metà tra prosa e poesia.

GOLDONI

Carlo Goldoni, nato a Venezia nel 1707, comincia a studiare presso i Gesuiti a Perugia,
seguiti dai Domenicani a Rimini. Successivamente si reca a Pavia dove studia legge; sarà
espulso per una satira sulle belle fanciulle pavesi, e continuerà gli studi a Padova. Alla sua
professione di avvocato preferisce la passione per il teatro, favorita dall’incontro con
Giuseppe Imer, capocomico del teatro San Samuele di Venezia.
Dopo una fuga da Venezia, Goldoni vi ritorno sposato , con una moglie genovese e nei panni
di console della Repubblica di Genova presso la Serenissima. Diventato direttore del teatro
San Giovanni Grisostomo, può attuare la sua riforma teatrale, che prevedeva il
superamento degli schematismi e della ripetitività della Commedia dell’Arte, l’abbandono
dell’improvvisazione e delle maschere. L’autore di commedie afferma l’autonomia del testo
scritto, non più strumentale nella stesura di canovacci e scenari, ma elevato alla dignità di
forma d’arte. Il testo teatrale rimane comunque sospeso tra oralità e scrittura e molti
dialoghi delle commedie goldiane risentono di una forte oralità, ma è anche importante
sottolineare l’importanza che Goldoni diede all’attività editoriale.
Dopo una nuova fuga, e una lunga residenza a Pisa, Goldoni lascia Imer e avvia una
collaborazione con l’impresario Medebac, cui affida la rappresentazione di un canivsccio di
grande successo, Il servitore di due padroni, poche scene affidate a Giovanni Antonio
Sacchi, attore napoletano.
Gli ultimi successi di pubblico portano alla stesura di un contratto col Medebac, con una
richiesta di ben dieci opere teatrali all’anno, per un totale di quattro anni. Nonostante la
velocità di scrittura di Goldoni, le sue opere mantenevano comunque un’altissimo livello
qualitativo e sono spesso autentici capolavori, come La bottega del caffè, affresco di uno
dei luoghi più caratteristici del Settecento, la locanda. Quest’opera presentava una novità
rivoluzionaria, la “commedia di carattere”, che prevedeva la rappresentazione minuziosa di
una scena di vita reale tanto da non farla percepire come una scena teatrale, ma come se
fosse un momento di vita quotidiana.
Il “realismo” goldoniano mirava essenzialmente a portare nel teatro il mondo, ad annullare
la distanza tra realtà e finzione, a superare sia gli schemi della Commedia dell’Arte che di
quelli della letteraria tradizionale.
In questo modo entrava in scena la vita reale, sottolineata dalle vite dei suoi personaggi. È
questo il caso della Locandiera, in cui Mirandolina , impegnata a portare avanti la locanda,
riesce a far innamorare di senl’aristocrstico misogino Cavaliere di Ripafratta, per poi
preferirgli il cameriere Fabrizio, suo vero spasimante, con il quale si sposa. La critica delle
classi nobiliari è sempre garbata e non presuppone alcun moto violento di rivolta sociale.
Vicino alla ideologia di Illuminimso, Goldoni ne segue anche la prospettiva riformatrice,
ostile alle rivoluzioni traumatiche.
Importante in queste commedie è la dimensione corale, la tendenza a rappresentare un
gruppo, un contesto, una comunità più che una singola individualità, dimensione ancora più
spiccata negli anni successivi quando Goldoni lavorerà con il teatro di San Luca.
Goldoni ritorna al dialetto dopo alcune tragicommedie, ritrovato come efficace strumento
linguistico , non più alternativo alla lingua italiana, ma addirittura compresente, in una
condizione di plurilinguismo. Questo rappresenta un altro elemento del suo realismo: ogni
personaggio si esprime con la sua lingua, conservando tutta la sua varietà di stile, di luogo e
di provenienza geografica.
Si passa così dallo spazio chiuso della locanda a quello aperto de Il Campiello, sempre un
luogo d’incontro, ma in cui i personaggi contano meno dell’insieme.
Era giunto il momento del congedo dall’Italia. Goldoni accetta l’invito della Comedie
Italienne a Parigi, dove il suo nome era diventato famoso, addirittura esaltato da Voltaire e
dagli illuministi.
Negli ultimi anni della sua vita si dedica ad un resoconto delle sue opere, dei suoi successi, e
scrive le importantissime Mémoires, naturalmente in francese.
Testimone della Rivoluzione Francese, morì a Parigi nel 1793, quasi povero e dimenticato.

ALFIERI

Appartenente alla vecchia aristocrazia piemontese, Vittorio Alfieri vive con insoddisfazione
l’iniziale formazione riservata ai membri del suo ceto, priva di orizzonti culturali.
Sin da giovane inizia a viaggiare per l’Europa e l’Italia, per soddisfare un suo bisogno
interiore, una fuga dalla ristretta realtà provinciale e conservatrice del Piemonte savoiardo,
alla ricerca delle solitudini del Nord, in un tentativo di contatto con la Natura, oltre la
corruzione della civiltà moderna.
Questo è il tempo delle prime letture intense, dai classici agli illuministi francesi, trovando il
suo migliore ambito di espressione nel teatro.
Decisivo è l’abbandono di Torino, in favore di lunghi e fecondi soggiorni a Siena, Firenze e
Roma, nel corso dei quali nasce e cementa la relazione amorosa con la donna che lo
accompagnerà per tutta la vita, Luisa Stolberg, che preferisce il poeta al pretendete al
trono Carlo Stuart.
Nascono così le prime tragedie, in un quadro di relativa difficoltà compositiva da parte
dell’autore, per il quale l’italiano era quasi una lingua straniera, rispetto al più familiare
francese.
Alfieri si inventa un laboratorio di scrittura, che passa attraverso tre fasi: “ideare, stendere,
verseggiare”. È un processo di grande impegno formale, nel corso del quale Alfieri si forgia
una nuova lingua della tragedia, fatta di un lessico rarefatto, stilisticamente alto e quindi
tragico.
Alfieri sentiva di dover ricreare completamente il genere, di non poter seguire nessuno dei
suoi antecessori ma ne rispetta le regole, quelle delle unità aristoteliche, introducendo la
tematica della libertà dell’individuo, proiezione del desiderio di libertà dell’autore
aggiungendo anche il tema del rappporto tra intellettuale e potere, portandolo a preferire,
nella sua opera Del principe e delle lettere, i poeti che sdegnarono ogni tipo di
compromesso anche a costo dell’esilio, come Dante, o che non smisero di trasmettere
quelli che furono i loro principi, come Ariosto, Virgilio o Orazio.
Convinto dell’altrzza della poesia, Alfieri era indifferente al giudizio del pubblico, scegliendo
di esibire le sue rappresentazioni in contesti ristretti e non al teatro, di fronte ad un uditorio
che condivideva l’ideologia dell’autore, soprattutto l’ideologia della libertà, che in termini
politici equivaleva a esaltare la lotta contro i governi ingiusti e tirannici, teorizzata nel
trattato Della tirannide, e rappresentata nelle cosiddette “tragedie della libertà”, la prima di
queste considerata un capolavoro, Filippo. Ambientato in una cupa Spagna di fine
Cinquecento, il terrible padre tiranno finisce per uccidere il figlio Carlo, suo contendente
nell’amore di Isabella.
Già nel Filippo emerge il lato oscuro di questa ideologia. Le più alte e intense tragedie
alferiane ruotano intorno a nuclei profondi, inconfessabili e induci bili dell’animo umano: il
sospetto, la vendetta, l’amore perverso e incestuoso. Ma la catarsi può essere raggiunta
nella morte, spesso per suicidio, atto estremo di eroismo e purificazione, così è nel Saul e
così è nella Mirra, figura mitologica celebre per l’amore incestuoso con il padre Ciniro.
L’Alfieri teorico e cantautore del tirannicidio non poteva non approdare a Parig durante la
Rivoluzione Francese, all’inizio favorevole alla rivoluzione, come espresso nell’ode Parigi
sbastigliato, poi addirittura costretto alla fuga da una città in cui si stava per instaurare il
Terrore.
Dalla cocente delusione nacque il prosimetro satirico contro la Rivoluzione, il Misogallo, che
però esprimeva la speranza che gli Italiani potessero un giorno trovare la loro unità e
libertà. Alla tragedia di un grandioso passato eroico, si contrappone, per Alfieri, la
meschinità di un presente dominato dai disvalori “borghesi” e materialistici del denaro e
dell’interesse.
Giunto a Firenze continuo ad attendere all’ultima opera, la Vita scritta da esso, iniziata nel
1790, anche per la forte impressione delle autobiografie di Goldoni e Rousseau,
caratterizzata da una grande potenza espressiva, che consegna alle generazioni successive il
vero e grande romanzo scritto dall’Alfieri giorno dopo giorno, nel corso della sua esistenza,
il ritratto del poeta che lotta per la propria libertà contro le strutture dell’Antico Regime,
esempio di una grandiosa e solitaria individualità che si salda alla temperie culturale
europea che prende il nome di romanticismo.

IL PRIMO OTTOCENTO
Rivoluzioni e restaurazioni

Il processo di rinnovamento avviato dall’Illuminismo aveva messo in movimento forse


economiche che divennero presto incontrollabili all’interno delle strutture tradizionali di
dominio. La circolazione di beni era notevolmente aumentato nel corso del Settecento,
anche grazie all’espansione degli imperi coloniali, soprattutto quello britannico, che era
riuscito a impadronirsi dei territori francesi del Nord America, la Nuova Francia e il Canada.
Un predominio di breve durata, quello sul nuovo mondo, perché di lì a poco la potenza
coloniale più forte del pianeta fu battuta dalla rivolta dei coloni americani. In realtà la
Rivoluzione Americana può essere considerata l’avvio dell’età delle rivoluzioni che scossero
il vecchio continente, determinando la caduta dell’Antico Regime, portando a compimento
il progetto di una società nuova basata sulla libera associazione di uomini liberi ed eguali,
senza discriminazioni religiose o politiche.
In Europa il movimento rivoluzionario iniziò in Francia, il paese in cui maggiori erano le
tensioni tra l’aspirazione al nuovo e l’arretratezza delle strutture politiche e sociali.
La Rivoluzione Francese cominciò il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia, simbolo
di un potere basaromsull’oppressione e la disuguaglianza, e divenne rapidamente un
vortice incontrollabile che travolse la monarchia, poi addirittura gli stessi rivoluzionari, al
tempo del Terrore.
Le classi medie, borghesi e mercantili avevano bisogno di un ritorno all’ordine, e questo
funassicurato da un uomo forte che conquistò il potere assoluto in Francia, fondando un
impero personale esteso a gran parte dell’Europa conquistata dalle sue armate: Napoleone
Bonaparte.
L’impatto della rivoluzione sull’Italia fu enorme. Il vecchio sistema di stati regionali fu
stravolto da Napoleone nel 1796-1797: Venezia fu ceduta all’Austria col trattato di
Campoformio, al Nord si creò la prima Repubblica Cispadana, poi la Cisalpina, al centro la
Repubblica Romana che poneva fine al potere dei papi e al sud la Repubblica Napoletana.
Nonostante ciò, questa fu solo un’apparente libertà in quanto le repubbliche caddero al
ritorno degli austriaci e dei Borboni, e la successiva rivincita di Napoleone avrebbe portato
alla costituzione di un Regno di Italia annesso all’impero, e un Regno di Napoli governato
prima da Giusepoe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat.
Il dominio napoleonico crollò nel 1814 e il Congresso di Vienna sancì la Restaurazione,
ovvero il ritorno dei legittimi sovrani. Le nuove idee di libertà si erano ormai diffuse in tutta
Italia, rendendo possibile uno stato “nazionale”, compiutamente italiano.
L’illuminismo aveva preparato il terreno alle rivoluzioni, ma era stato poi superato
dall’evolversi di eventi che sembravano sfuggire ad ogni possibilità di pianificazione
razionale. La critica all’ottimismo illuminista affiora in opere come il Candide di Voltaire, e il
Tristram Shandy dello scrittore inglese Laurence Sterne, un incompiuto romanzo
umoristico e sperimentale che eserciterà una grande influenza sulle generazioni successive.
L’aspetto più evidente della crisi dell’illuminismo è dimostrato dal libertinismo, che nato
come manifestazione di libertà intellettuale e morale contro le costrinzioni della religione
della religione e del potere, rischia di portare alla più terribile disumanizzazione. È quello
che emerge soprattutto nelle opere del marchese de Sade, che pago di persona la fama del
libertino passando gran parte della sua vita in prigione, in particolare alla Bastiglia, quando
venne liberato il 14 luglio 1789. Alla Bastiglia scrisse il suo libro più terribile, Les 120 Journèe
de Sodome, nel cupo scenario di un castello in cui quattro libertini si dilettano di sevizie e
torture indicibili. In seguito compose l’epopea di due sorelle l’una l’opposto dell’altra a
dimostrazione che la virtù porta alla rovina e il vizio alla prosperità.
Era il rovesciamento totale della morale corrente, ma anche la lucida analisi del fallimento
dell’autopsia illuministica, e del pericolo che una futura civiltà di massa, con l’asservimento
dell’individiuo, avrebbe potuto da lì a poco arrecare.
Il neoclassicismo

Nella prima metà del Settecento avvenne la più sensazionale scoperta archeologica della
storia: il rinvenimento di due città romane, Ercolano e Pompei.
Il rinnovato entusiasmo per l’Antico, unito al movimento di reazione per gli eccessi leziosi
del rococò, porta alla nascita di un nuovo classicismo, soprattutto per opera dell’archeologo
tedesco Johann Winkelmann.
Il movimento, definito neoclassicismo, propugna il ritorno alla purezza delle forme
classiche, da imitare secondo le midalità utilizzate nel corso del Rinascimento italiano.
Cambia però la coscienza interna di questo classicismo, ed è impensabile senza eventi come
la scoperta di Ercolano e Pompei, o senza le conquiste intellettuali di pensatori come Vico.
L’Antico è sentito come qualcosa di lontano, irraggiungibile, a differenza del Rinascimento.
C’è un’idea della “distanza” che rende alla bellezza di quei modelli da imitare una vena di
malinconia, di nostalgia per un mondo perduto: l’età degli dei e degli eroi, della mitologia
classica e degli artisti sublimi. In e più possibile dunque un Rinascimento perché la civiltà
degli Antichi non può rinascere, ma tutt’al più ispirare quella dei Moderni.
I neoclassici tendono verso la forma statica, verso l’armonia immobile, definita da
Winkelmann con le espressioni “nobile semplicità” e “quieta grandiosità”. Non è però
un’arte astratta dal reale, ma raccoglie ancora le istanze illuministiche di ragione e di utilità
sociale, fortemente impegnata è legata ad aspetti celebrativi e occasionali.
I grandi modelli saranno quelli della Roma delle origini e della repubblica, e della Grecia,
della civiltà di Sparta e del mito dell’età dell’oro delle arti e della filosofia di Atene di Pericle.
Il rappresentante più celebre del neoclassicismo in Italia fu Vincenzo Monti che si distinse
per una serie di testi come la Prosopopea di Pericle e l’ode Al signor di Montgolfer,
celebrazione dei primi sensazionali voli di palloni aerostatici.
Monti si fece cantore controrivoluzionario nel poema dantesco Bassuliana, in cui l’anima di
un diplomatico francese trucidato a Roma ha la visione degli orrori della rivoluzione. Di lì a
poco lo stesso Monti fuggì da Roma e approdò a Milano; qui Monti avrebbe celebrato
Napoleone in opere come il poemetto Mascheroniana e si sarebbe soprattutto impegnato
in lavori di traduzione dai classici, le Satire di Persio e l’Iliade.
Alla caduta di Napoleone Monti non mancherà di omaggiare i nuovi padroni col poemetto Il
ritorno di Astrea, in cui Astrea, dea della Giustizia, simboleggiava l’auspicsto ritorno
all’ordine e alla legalità della Restaurazione.
Nonostante tutto, la figura di Monti rappresentò un importante pugno di riferimento nella
cultura del suo tempo, un termine “medio” di impegno civile nella poesia, né rivoluzionaria
né retriva.
Anche nell’ambito della lingua la sua posizione “media” contribuì a frenare le istanze più
radicali del purismo, la corrente che, dopo la relativa libertà settecentesca e l’influenza
francese, voleva un anacronistico ritorno alla lingua letteraria toscana del Trecento.

Il romanticismo

Contemporaneamente al neoclassicismo si diffonde in Europa un gusto estetico


apparentemente opposto alla solare staticità dell’arte classica, ed invece ad essa
profondamente vicina, come se fosse l’altra faccia di una stessa medaglia.
Il viaggiatore straniero che vagava tra le rovine di Roma antica o tra le mura di Pompei si
lasciava prendere dalla malinconia della poesia delle rovine, meditando sull’azione
invincibile e distruttrice del tempo e della morte, che travolgono tutte le opere dell’uomo.
Mentre l’artista neoclassico cercava di scorgere una bellezza ideale e incorruttibile, ora il
viaggiatore avverte la straordinaria consonanza tra tra quel paesaggio e di morte e la sua
propria condizione esistenziale.
Di fronte agli spettacoli di una Natura sovrana,immensa, disumana, si fa strada il
sentimento del sublime, una percezione estetica congiunta alla paura, al timore, alla
distanza tra gli abissi cosmici e la infinita piccolezza dell’individuo. Anzi, sembra che quei
paesaggi riflettano l’orrido e il tempestoso che sono dentro l’animo umano, che la Natura
esterna non sia altro che la proiezione di una Natura interna, di un Io in perpetua
metamorfosi. A sua volta, l’Io può credere di opporsi alla forza della Natura, di rovesciare
eroicamente la sua condizione di inferiorità, sfidandola come gli antichi Titani sfidavano il
potere degli Dèi, con un atteggiamento che viene definito titanismo.
Nasce uno degli elementi fondamentali di questa nuova sensibilità, il profondo legame tra
paesaggio e stato d’animo, tra Natura e Io.
Mentre in Europa si diffonde sempre più la conoscenza di Vico, si fa strada il mito di un
Medioevo positivo, in cui l’uomo era più vicino allo stato di natura, e in cui lo spirito
creatore agisce in tutto un popolo e non nel singolo individuo.
La poesia è diominata dalla forza potente della fantasia, e non dalla ragione, il verso
erompe libero e spontaneo, senza obbedire a regole e costrizioni classicistiche.
Il tutto in uno scenario che sostituisce alla mitologia classica e mediterranea la mitologia
nordica, germanica e scandinava. In sintesi, tutti gli elementi che concorrono nel
movimento poetico che di lì a poco in Germania fu promosso , lo Sturm und Drag.
Esso si basava su idee rivoluzionarie come la poesia manifestazione del genio popolare, la
Natura fonte del Sublime, e la stessa idea di Nazione, di un patriottismo che dopo secoli di
divisioni ambiva a ritrovare un’identità unitaria. L’artista è un genio creatore, libero, che nel
suo contrapporsi alla società, alla Storia, alla Natura, acquista un carattere eroico, titanico,
anche quando è destinato a soccombere.
Gothe ne fu all’inizio l’ esponente più rilevante con la composizione di un romanzo che
diede all’Europa il modello dell’eroe moderno, tanto più imitabile rispetto agli esempi di
Alfieri in quanto è per la prima volta un eroe “borghese”: I dolori del giovane Werther.
Werther è un intellettuale cittadino che fugge in campagna per ritrovare la Natura, e trova
invece l’amore per l’irrangiungibile Carlotta, passione disperata che trova la sua soluzione
con il suicidio, con un colpo di pistola.
La forte proiezione autobiografica continua nel grande romanzo ciclico successivo, il
Wilhelm Meister, un vero romanzo di formazione che racconta la vita di Wilhelm, i suoi
amori, la sua adolescenza, i suoi viaggi. È proprio un importante viaggio in Italia a portare
Goethe a stretto contatto con la civiltà antica e a convertirlo al classicismo, salvo poi
tornare alla rappresentazione delle tempeste dell’animo umano in “Le affinità elettive”, in
cui l’unione apparentemente idilliaca di due sposi, Eduard e Charlotte, si rompe conl’arrivo
di un’altra coppia , il Capitano e Ottilie, e con lo scatenarsi dell’attrazione tra Eduard e
Ottilie, che porta entrambi alla morte.
E restava, dell’impeto giovanile, anche la pulsione al titanismo, come sottolineato
dall’opera Faust.
FOSCOLO

Nato a Zante nel 1778 col nome di Niccolò, Foscolo era figlio del medico veneziano Andrea
e di una donna greca. Un’origine dunque molto particolare, in territori dell’impero
Mediterraneo di Venezia in una condizione di lontananza e differenza, rispetto alla
madrepatria , che ne segnerà per sempre il carattere esistenziale di mobilità e di
inquietudine, con la sensibilità che di lì a poco si sarebbe definita romantica: sulla stessa
lunghezza d’onda si collocava l’assoluta identità tra letteratura e vita, che il giovane Foscolo
leggeva soprattutto nel grande modello alfieriano; da lì derivava anche un sostanziale
sperimentalismo e plurilinguismo, basato sulla conoscenza di greco moderno, italiano
letterario, dialetto veneziano, greco antico e latino.
Orfano di padre e approdato a Venezia con la madre, viene lanciato nel gran mondo galante
e intellettuale dalla relazione amorosa con la più matura Isabella Albrizzi, e in quei salotti
compone e diffonde le prime opere , Tieste e compie la precoce meditazione su se stesso,
sulle acerbe e generose speranze, sui grandi progetti di poesia e di gloria nell’opera Sesto
tomo dell’io. Identificandosi in un eroe alfieriano, non poteva non entusiasmarsi per
Napoleone, esaltato nell’ode A Bonaparte liberatore, salvo poi restarne disilluso per la pace
di Campoformio, che cedeva Venezia all’Austria.
È la prima grande crisi esistenziale, proiettata nella finzione autobiografica delle Ultime
lettere di Jacopo Ortis. Nonostante ciò Foscolo continuerà a impegnarsi per la Repubblica
Cisalpina e per la Francia, abbracciando la vita militare e combattendo coraggiosamente sui
campi di battaglia. Risiede saltuariamente a Milano, ma viaggiando incontra diverse donne
e avrà una figlia, Mary.
Fu nominato professore di eloquenza latina e italiana a Pavia ma fu subito escluso a causa
della sua critica per il regime napoleonico. Foscolo si sposta allora a Firenze,
rappresentando una breve pausa di serentità nella sua vita errabonda e tormentata. In
questa serenità nasce la terza tragedia, Ricciarda, e comincia a mettere le basi per Le
Grazie. Al crollo del dominio napoleonico fugge da Milano e finisce in un triste esilio in
Inghilterra caratterizzato da precarie condizioni di vita ma anche da un’intensa attività
intellettuale, focalizzata sul versante critico più che creativo, ponendo le basi per la critica
letteraria italiana moderna Grazie ai suoi saggi. Infine, amorevolmente assistito dalla figlia,
muore in un sobborgo di Londra e viene sepolto in un cimitero di periferia.
La prima grande opera foscaliana, fino ad oggi, è Ultime opere di Iacopo Ortis, pubblicata
dall’autore a Milano nel 1802. Si tratta di un romanzo epistolare, ispirato da Goethe per il
Werther da cui Ortis però se ne distacca, tentando di raggiungere una dimensione eroica
più alfieriano che “borghese”, ispirata ai grandi modelli antichi. Si tratta di lettere di un
unico mittente, il giovane Iacopo Ortis, ad un unico destinatario, l’amico Lorenzo Alderani,
che nella parte finale assume il ruolo di narratore.
La storia segue un filo molto semplice: Ortis si ritira sui Colli Euganei, sdegnato per la pace
di Campoformio, ma lì si innamora di Teresa, promessa sposa al ricco e ottuso Odoardo. La
duplice situazione di angoscia e la consapevolezza che tutte le aspirazioni dell’anima umana
non sono altro che illusioni lo costringono ad un viaggio-fuga in Italia, fino alle Alpi. Lì Ortis
raggiunge una concezione pessimistica della vita conseguente al crollo definitivo di tutte le
illusioni, e decide di tornare indietro da Teresa, ormai sposata e suicidarsi.
È evidente l’elemento autobiografico che porta la figura di Ortis a coincidere con quella di
Foscolo. La finzione epistolare e l’assoluta contemporaneità danno al lettore l’impressione
della storia “presa in diretta” che conferiscono all’opera un senso di realismo mai visto in
altre opere precedenti.
Molte pagine di Ortis corrispondono a vere lettere di Foscolo, semplicemente rielaborate.
La rapidità di scrittura lasciò alcuni elementi irrisolti nella scrittura e nello stile; proprio
quella rapidità dà all’opera il carattere di freschezza sperimentale che più piacerà ai lettori,
un’opera che abbraccia più generi letterari quali il romanzo, l’autobiografia, l’epistolario, la
tragedia alfieriana e il diario di viaggio.
Nel 1803 Foscolo pubblica un’edizione delle sue poesie migliori, innanzitutto le due odi di
ispirazione pariniana e neoclassica A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e soprattutto
All’amica risanata, dedicata a Antonietta Fagnani Arese riabilitatasi dopo un periodo di
malattia; è la poesia che ha la funzione di eternare gli aspetti sublimi di una realtà che
altrimenti e continuamente insidiata dalla contingenza, dalla malattia, dalla morte.
Accanto alle Odi , dodici sonetti, che testimoniano la particolare predilezione di Foscolo per
questa forma metrica, riconosciuta ai massimi livelli in poeti come Petrarca, Della Casa,
Alfieri.
Fra gli otto sonetti più antichi emerge l’attitudine all’autoritratto alfieriano; i quattro
sonetti più recenti invece raggiungono i vertici della poesia foscoliana, nell’instabile
equilibrio tra l’intuizione della verità, il ritorno del mito e le più drammatiche istanze
esistenziali dell’autore. In “In morte del fratello Giovanni” Foscolo vede il suicidio come la
soluzione alle sofferenze dell’uomo. Con “A Zacinto” esprime il dolore di non poter più
tornare nella sua terra natale.
Il tema della sepoltura ritorna nel poemetto Del sepolcri, dedicato a Ippolito Pindemonnte,
tratta delle leggi delle dodici tavole, in 295 endecasillabi sciolti, in un serrato ragionamento
sui sepolcri e le onoranze date ai defunti nelle varie fasi della storia della civiltà. Foscolo
invita a guardare oltre alla morte, tra passato, presente e futuro, grazie alla memoria
storica e poetica, individuale e collettiva; per l’autore la sepoltura ha valore civile e morale
e non è giusto che la comunità ne sia privata. Nel finale Foscolo si lascia trasportare dalla
visione degli antichi eroi greci di Maratona, come quello di Aiace che depone le sue armi
sulla tomba di Achille.
Nella metrica e nello stile è evidente la lesione del Parini, con prevalenza dell’apparato
argomentativo su quello descrittivo o narrativo, con complesse architetture del periodo,
improvvisi cambi di marcia e tono. Nell’unità strutturale una pluralità di stili, dal notturno-
tenebroso al classicismo delle rievocazioni mitologiche.
Mentre in Europa prende piede il romanticismo, Foscolo se ne distacca rifugiandosi in un
suo personale classicismo, caratterizzato dal confronto diretto con i classici.
Il risultato più alto fu raggiunto dal poema Le Grazie, scritto durante il felice periodo
fiorentino, ma lasciato incompiuto, diviso in tre parti dedicate a tre divinità della mitologia
greca, Venere, Pallade e Vesta, con dedica all’artista principe del neoclasicismo , il Canova.
Nel primo inno Venere nasce dalle onde del mare della Grecia e grazie alla sua bellezza
eleva gli uomini dallo stato ferino alla civiltà. Il secondo inno, intitolato a Vesta, segna il
passaggio della civiltà a Roma e all’Italia, con la descrizione di un rito pagano in onore delle
Grazie eseguito dallo stesso Foscolo a Bellosguardo. Il terzo inno, intitolato a Pallade,
avrebbe dovuto riportare invece alla difficoltà e alla crisi presente nella civiltà, cui
sopravviene la dea della giustizia e dell’industria.
A poco più di trent’anni Foscolo sentiva di aver vissuto e provato tutto, disincantato e
disilluso dalla vita.

Il Risorgimento

La cosiddetta età del Risorgimento in Europa aveva avuto la funzione di assestamento e


consolidamento del potere delle classi borghesi, imprenditoriali e finanziarie, nella
formazione dei potenti stati nazionali che che favorissero lo sviluppo dell’economia, la
diffusione del libero mercato e l’estensione dell’imperialismo coloniale al mondo intero.
L’ideologia romantica saldava questo sviluppo ad una particolare idea di nazione, che ebbe
la massima importanza in quelle zone del continente in cui mancava l’identità di nazione,
stato, popolo.
In Italia il periodo che va dal Congresso di Vienna (1815) all’Unità (1861) fu dominato dalla
tensione verso l’unificazione della penisola, da un patriottismo che si univa alle aspirazioni
ideali del romanticismo, in un unico grande movimento storico chiamato il Risorgimento.
Il Risorgimento passo prima attraverso alcune rivolte che, ispirate dalle aocietà segrete di
matrice massonica ereditate dal periodo napoleonico e definite Carboneria,miravano alla
concessione di libertà costituzionali e poi alla libertà dal dominio austriaco. In questi anni li
apostolo della libertà italiana era Giuseppe Mazzini, animatore e istigatore di continui
tentativi di insurrezione finalizzati ad uno stato di tipo repubbblicano, promotore di reti
associative di intellettuali e patrioti dalla Giovine Italia alla Giovine Europa.
All’ideologo Mazzini si affiancava la figura popolare di Giuseppe Garibaldi, marinaio
coinvolto quasi per caso nei moti mazziniani, costretto all’esilio in Sudamerica.
Nel 1848 il movimento di riforma costituzionale, sorprendentemente avviato dal nuovo
pontefice Pio IX, divenne addirittura, dopo la rivolta delle cinque giornate di Milano, una
guerra tra gli stati italiani e l’Austria: questo porta alla Prima Guerra d’Indipendenza, nella
quale rimase da solo il Regno di Sardegna mentre negli altri stati infieriva la reazione.
La lungimirante nuova guida del nuovo ministro piemontese, Camillo Benso conte di
Cavour, seppe nel decennio successivo creare una convergenza di interessi internazionali
intorno alla questione italiana, per cui la Seconda Fuerra d’Indipendenza, con l’appoggio
della Francia di Napoleone III, fu un successo e portò alla conquista o all’annessione di lì a
poco di tutto il Nord Italia e della Toscana; mancavano il Regno delle due Sicilia e lo Stato
Pontificio. Fu allora Garibaldi, con l’appoggio del Piemonte, a prendere da solo l’iniziativa e
a conquistare l’intero regno meridionale con l’impresa dei Mille, sbarcati a Marsala, che
divennero a tutti gli effetti un esercito popolare che travolse l’esercito regolare borbonico.
A Garibaldi trionfatore e dittatore di Napoli accorsero Mazzini e Cattaneo.
A questo punto tutto sembrava possibile, una repubblica, una confederazione di stati in cui
lo sviluppo di parti così diverse si fosse possibile senza lo sfruttamento delle risorse di una
parte a favore dell’altra, ma non fu così. Il re di Sardegna, conquistando Marche e Abruzzo,
scese al Sud per farsi riconoscere Re d’Italia da Garibaldi mentre Cavour affrettava il
processo dei plebisciti popolari che decretavano l’annessione, portando alla nascita del
Regno d’Italia a Torino il 17 Marzo 1861.
Nel generale rinnovamento del,sistema dei generi scatenato dal romanticismo, il romanzo è
sicuramente la forma che registra in modocpiù profondo le veloci trasformazioni
contemporanee, nel passaggio dal romanzo filosofico o dal romanzo avventuroso del
Settecento a tutte le varie tipologie del romanzo moderno, dal romanzo gotico e fantastico
al romanzo storico. Il romanzo storico e quello che ha la prima e immediata fortuna nel
romanticismo italiano, grazie all’esempio dei Promessi sposi di Manzoni.
Dopo il 1827 è un’alluvione di romanzi storici, portatori anche di messaggi patriottici
risorgimentali più o meno velati, caratterizzati da episodi nel corso della storia in cui
qualcuno coraggiosamente aveva voluto alzare le armi contro il nemico. Nel complesso, al
romanzo italiano arrideva successo di pubblico, ma esso stentava a tenere il passo con la
grande narrativa europea, che negli stessi anni sviluppa un’eccesionale attenzione alla
realtà sociale e psicologica contemporanea, con il genere del romanzo sociale. A Napoli c’è
l’unico e precoce tentavo di un romanzo sociale, Ginevra o l’organo della Nunziata, di
Antonio Ranieri: un’orfana si presenta all’ospedale dell’Annunziata e racconta in prima
persona la sua vita infelice.
Le due più importanti novità del genere del romanzo giungono da due scrittori provenienti
da aree culturali così marginali.
Il primo è Niccolò Tommaseo, avventuroso e mobile patriota dalmata di formazione
cattolica, giornalista e collaboratore editoriale a Milano, acerrimo nemico di Leopardi. La
sua opera più significativa fu il romanzo Fede e Bellezza, di ambientazione contemporanea,
in cui raccontava la vita privata di uno scrittore esule in Francia sospeso tra slanci ideali e
frustrazioni di banali necessità quotidiane, tra la pulsione dell’amore assoluto e la vincenda
triste della relazione con una povera sventurata che poi muore anche di tisi. È un affresco
modernissimo, realizzato con acuta analisi psicologica.
Ancora più avanti è Ippolito Nievo, figlio di un magistrato di nobili origini. Scrive il romanzo
Le Confessioni di un italiano, una finta autobiografia del protagonista, Carlino Altoviti, che a
83 anni rivede tutta la sua vita, a partire dalla sua nascita nel 1755 fino al 1858; fu scritto di
getto, un migliaio di pagine in circa 8 mesi, abbandona il modello linguistico manzoniano
per diffondersi, senza pregiudizi, in uno stile immediato, spesso colloquiale, aperto alla
lingua d’uso settentrionale, di Veneto e Lombardia, seguendo un cammino inverso a quello
si Manzoni. Quasi un romanzo a sé è tutta la parte iniziale, la rievocazione memoriale è
favolosa della sua infanzia nel castello Friuli amo di Fratta, che riprende quello reale di
Colloredo. Lo stile e la modalità dimrappresentazione cambia seguendo i cambiamenti del
protagonista. La sua vita scorre sulla duplice polarità Patria-Amore. Da un lato il continuo
coinvolgimento di Carlino su tutti i fronti rivoluzionari, dalla Napoli del 1799 alla Repubblica
Veneziana del ’48; anche il figlio a Giulio si è sacrificato per gli stessi ideali, andando a
ordire in Argentina. Dall’altro lato la lunghissima e contrastata storia d’amore con la cugina
Piasana: qui emerge l’eccesionale modernità con cui Nievo tratteggia la figura femminile,
libera e capricciosa, ma soprattutto dotata di uno spirito attivo di iniziativo che Carlino non
ha. Carlino, sincero patriota, non è un eroe alfieriano o foscoliano, non è un martire.
È un uomo normale, con le sue debolezze, le sue difficoltà.
Aspirazioni che erano le stesse della poesia del Risorgimento a partire dalle prove di
Manzoni e Grossi; una poesia che poteva limitarsi alla satira comico-realistica della
situazione politica contemporanea, su un orizzonte sostanzialmente moderato. L’impegno
politico venne però meno nella lirica, dove maggiore fu l’impulso di una certa poesia
romantica europea, soprattutto tedesca, incline al sentimento svenevole e morboso.
Ben altri sono i risultati raggiunti dalla poesia dialettale nella rappresentazione della realtà
sociale contemporanea, in alcune grandi città italiane dove cominciavano a farsi sentire i
segni del cambiamento.
Infine, nella letteratura del Risorgimento il teatro di ispirazione romantica giocò un ruolo
decisivo nella diffusione della nuova sensibilità poetica e culturale, anche e soprattutto tra
le classi medie e in parte popolari. Nel teatro drammatico di tipo tradizionale prevaleva
l’ambientazione storica rivolta in particolare verso le epoche sentite come più “romantiche”
( il Medioevo dantesco) oppure verso quei momenti della storia italiana come il
Rinascimento, in cui si erano verificati episodi di eroismo o di rivolta contro gli stranieri; era
evidente per il pubblico il messaggio di tipo patriottico-risorgimentale che però era sempre
mescolato ai toni patetici e sentimentali di tragiche vicende private, talvolta rappresentate
sulla scena anche nei momenti più terribili di violenza sanguinaria e di morte.

LEOPARDI

Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno del 1798, primo di nove fratelli, figlio di
Monaldo Leopardi. Monaldo, a fronte delle ristrezze economiche, coltivava qualche
ambizione culturale riflessa nella formazione di una ricca biblioteca e nell’educazioend dei
figli, in particolare il prediletto Giacomo, su cui proiettava i suoi se ogni di gloria letteraria.
Durante la sua infanzia Giaomo era un bambino amante di giochi e e scherzi,ma lenta,ente
l’ossessione pedagogica del padre lo stringe in una deformante prigione psicologica che
trasforma in una prigione volontaria la sua stessa casa.
A partire dagli undici anni Giacomo scrive le sue prime composizioni poetiche e letterarie e
dal 1814 si concentra in severi studi filologici ed eruditi. Nel 1815 si schiera a favore della
Restaurazione nel Discorso agli italiani.
Cerca anche di farsi pubblicare dalla prestigiosa “Biblioteca italiana” ma senza successo.
Nello stesso anno avviene quella che Leopardi chiama “conversione letteraria”, cioè il
passaggio dalla pura erudizione filologica alla poesia e al bello.
Nella sua esistenza entra anche la passione per la cugina del padre, Gertrude Lazzari, già
sposata e madre; sebbene la donna si sia fermata a Recanati solo per tre giorni, scambiando
qualche chiacchiera con Leopardi, questo basta per fare innamorare l’autore, come afferma
nel Diario del primo amore e nelle prime e due Elegie.
In tutto questo rocambolesco periodo, le sue condizioni di salute si aggravano,
compromesse da una malformazione ossea e problemi di vista.
Nel luglio 1819 viene preso dall’immenso desiderio di libertà che lo convince a scappare da
Recanati, sventata dal padre.
Nascono i primi idilli e avviene la “conversione filosofica”, passando dalla condizione antica,
caratterizzata dalla fantasia creatrice di poesia, alla condizione moderna, dominata dalla
verità sulla vita, piena di illusioni, e aderendo ad una concezione materialistica.
Il 17 novembre avviene la prima fuga vera e propria da Recanati, con un soggiorno di cinque
mesi a Roma presso lo zio Carlo Antici, che si rivelerà però una grande delusione, fatta
eccezione per la visita della tomba di Tasso a Sant’Onofrio. Nonostante ciò proprio a Roma
cominciano i primi tentativi di trovare un lavoro che lo rendesse economicamente
indipendente dalla famiglia, diventando prima bibliotecario alla Biblioteca Vaticana, poi
funzionario pontificio e infine docente universitario, tutti lavori malpagati.
Nell’estate del 1825 Giacomo è a Milano, dall’editore Stella, con cui progetta un’edizione di
Cicerone ma pubblica il Canzoniere di Petrarca con un suo commento. A Bologna ha una
infatuazione per la contessa Teresa Malvezzi che approfitta di lui per rivedere le sue
graziate composizioni poetiche.
Il 21 giugno 1827 è a Firenze dove frequenta il gabinetto Viessieux; il 3 settembre incontra
Manzoni e qualche mese dopo legge I Promessi sposi.
Il 1 Novembre è a Pisa dove ritrova la vena poetica e compone Il Risorgimento e A Silvia.
Con la sospensione dell’assegno da parte dell’editore Stella, Leopardi è costretto a tornare
a Recanati, per vivere un cupo periodo di malinconia, in cui nascono alcuni dei suoi canti oiù
belli.
Il 29 Aprile Leopardi lascia definitivamente Recanati; a Firenze incontra Antonio Ranieri e
vive un’ultima illusione d’amore per Fanny Tozzetti. Vive per un periodo insieme a Ranieri,
affascinato dalla sua vitalità, e nel 1831 pubblica i Canti, mal accolto. Nel 1833,nella
speranza di migliorare la sua speranza di vita, si trasferisce con Ranieri a Napoli, dove vive in
condizioni di grande precarietà, tra difficoltà economiche e breve dimore in appartamentini
in affitto.
Pubblica presso l’editore Starita le Operette morali, subito sequestrate dalla censura
borbonica. Nel 1836, durante un’epidemia di colera, Leopardi e Ranieri si rifugiano a Torre
del Greco dove il poeta scrive La ginestra e Ilmtramonto della luna.
L’inverno rigido aggrava la sua salute ed è costretto a rifugiarsi a Vico, dove vi muore il 14
giugno 1837.

Dallo Zibaldone ai Pensieri

Tra luglio e agosto 1817, nel pieno della sua conversione letteraria, Leopardi scrive le prime
note di un Diario intellettuale; non sonno che appunti, impressioni della realtà, destinati a
composizioni di genere idillico o bucolico. È una scrittura di accumulazione seriale, giorno
dopo giorno, che registra tutto, fin quando a partire da pagina 100 comincia ad annotare
anche la data.
Un’opera senza nome a cui sarà attribuito il nome di Zibaldone di pensieri, dove zibaldone
significa “mescolanza di cose diverse”.
Con tutti questi esempi lo Zibaldone si prefigura come anticipazione della moderna scrittura
ipertestuale, con la,fitta rete di rinvii interni.
All’inizio è soprattutto una raccolta di giudizi critici, letterari ed estetici, per poi avvertire il
passaggio dalla condizione antica a quelle moderna.
È un passaggio amaro, segnato da una serie di meditazioni sul nulla, che approdano alla
mancanza di senso della vita e dell’esistere, ad una concezione definita nichilismo.
Eppure, proprio di fronte a questo nichilismo, la poesia può rinascere, nello spazio infinito
dello sgomento; è proprio lì che nasce la prima grande riflessione sullo Zibaldone, la teoria
dell’infinito desiderio di piacere e dell’inclinazione dell’uomo all’infinito, che è causa
dell’infelicità umana, ma anche del momentaneo senso di piacere derivato dalla
contemplazione del “vago”, dell’indeterminato.
Il distacco uomo-natura è definito con con una tragica intensità e proietta al futuro il
destino dell’umanità, o meglio la sua morte e sparizione.
La scrittura si addensa soprattutto negli anni 1821-1823 per migliaia di pagine, più di 4000.
È il pensiero in movimento che si trasforma, che passa dall’iniziale critica alla civiltà e
vagheggiamento di un incorrotto stato di natura, all’identificazione del male nella stessa
natura. I pensieri si alternano a trascrizioni di brani interi, in lingua originale e con grande
esattezza nei rinvii bibliografici.
Nel 1827 la mole di lavoro rende ormai impossibile il reperimento dei materiali raccolti in
questo immenso contenitori, e si rende perciò necessario un grande lavoro di
indicizzazione, compiuto a Firenze da luglio a ottobre.
Per Leopardi lo Zibaldone era un’opera incompiuta, un magazzino di idee, cui attingere per
la scrittura di altre opere.

Le Operette morali

Con la conversione filosofica l’adesione radicale a una concezione materialistica della vita
comporta il rovesciamento di tutte le illlusioni che reggono la vita degli uomini, il desiderio
di gloria e la felicità.
Il paradosso rende possibile lo stile comico, satirico, tale da suscitare il riso, un riso amaro
però, che non compensa della perdita delle illusioni.
Già nel 1819 Leopardi progetta alcuni Dialoghi satirici alla maniera di Luciano, ed inizia
l’anno successivo “certe promette satiriche”.
Solo dopo la delusione del viaggio a Roma e dopo aver perso l’ispirazione poetica Leopardi
può dedicarsi alle Operette morali.
Le Operette si presentano in forma di dialogo oppure di apologo secondo un modello che
risaliva al modello dello scrittore greco Luciano. La prosa rappresenta il felice tentativo di
creare una moderna lingua letteraria né purista né francesizzante, ma ricca di tutte le
possibilità espressive della tradizione italiana, è adatta a esprimere un’altezza di pensiero
talvolta abissale , con una leggerezza prima intentata. Ricorrenti sono le tematiche
filosofiche, il contrasto irrisolto tra illusione-felicità e vita-sofferenza, cui assiste una Natura
matrigna, o ancor peggio indifferente. Estremamente forte è la critica per il presente, del
facile ottimismo dei contemporanei che credono in un progresso universale dell’umanità,
età chiamata da Leopardi “l’età delle macchine”.
Compaiono tra i tre personaggi anche alcuni dei grandi italiani che formano l’ideale ritratto
di famiglia della coscienza collettiva nazionale in formazione .
La visione cosmica di una Natura indifferente al dolore universale appare nel Dialogo della
Natura e dell’Islandese in cui un islandese dopo aver viaggiato per l’intero pianeta cercando
di sfuggire la Natura, finisce per capitarle davanti: essa appare come una donna dalla forma
smisurata seduta per terra che rivela che “la vita di questo universo è un perpetuo circuito
di produzione e distruzione”.