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UNIVERSITA’ “N.

CUSANO”
TELEMATICA,
ROMA

PSICOLOGIA
DEI GRUPPI

Corso di Studi Magistrale in Psicologia


LM-51

Prof.ssa

Miragliotta

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MODULO 1 – INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA DEI GRUPPI

Il termine gruppo rimanda a partire dalla sua etimologia ad una intrinseca complessità

che impone di essere affrontata attraverso un approccio non riduttivo che accolga la

possibilità di rimandi costanti a differenti settori disciplinari, vertici osservativi e ambiti di

intervento.

Il termine gruppo infatti, rimanda etimologicamente (dal provenzale grop o dal germanico

kroppe) al nodo e alla matassa intesa come intreccio fitto e inestricabile. Il gruppo si pone

sin da subito anche come spazio intermedio tra l’individuale e il sociale, in una

dimensione sempre multipersonale, plurale, che rimanda alla condivisione e alla coesione

ma al tempo stesso alla diversità e alla competizione. Sempre sul piano immaginario e

intuitivo, il concetto di gruppo evoca immediatamente all’idea di circolarità, come

superamento della logica lineare, o tutt’al più dell’interscambio reciproco, che

contraddistingue la dimensione individuale o la dimensione duale.

Nonostante il gruppo sia un luogo costitutivo della socialità umana, e dunque essenziale

alla stessa natura umana, esso è al tempo stesso qualcosa di difficilmente pensabile.
Kaes (1976) definiva l’impensabilità del gruppo come la generale tendenza a definire le

relazioni sociali non in termini di gruppo ma di relazioni intersoggettive. L’ambivalenza nei

confronti del gruppo può essere riconosciuta anche nello scarto tra la capacità che hanno

i gruppi di definire – e in alcuni casi di produrre – l’identità del singolo, e l’ansia della

fusionalità che esso genera, intesa come paura di perdere la propria individualità

nell’amalgama indifferenziata del gruppo.

Un'altra prospettiva dalla quale è possibile osservare e studiare il gruppo è quella di

riconoscerne la dimensione di pòlis, di spazio di confronto plurale, di luogo di circolazione

dello sguardo e delle fantasie, una dimensione che rimanda cioè ad un pensare e un

sentire sempre multidirezionali.

In altri termini, lavorare con i gruppi non è soltanto un problema di tecniche attraverso

cui trattare il “campo gruppale”, nella sua dimensione trasformativa, ma è anche un

problema di concepimento dell’esistenza di una dimensione plurale e pluridimensionale

che si estrinseca nel continuo far riferimento a nuove e più complesse dimensioni del

pensiero, a nuovi e differenti referenti concettuali, che ci consentono processi di

comprensione e di trasformazione che superino la concezione della psicologia, o della

psichiatria, quale scienza della singolarità.

Gli studi sul gruppo, sulle sue dinamiche, sulle sue potenzialità hanno proceduto infatti

attraverso sentieri paralleli che non di rado si sono incontrati e intrecciati. Ci si potrebbe

soffermare, ad esempio, sull’importante influenza che la concezione lewiniana di groupe

as a whole ha avuto sull’evoluzione dei trattamenti terapeutici (anche di stampo

psicoanalitico), o sulla pregnanza della distinzione bioniana tra gruppo di base e gruppo di

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lavoro nella comprensione dei meccanismi difensivi gruppali che si attivano quando un

insieme di persone interagiscono in vista del raggiungimento di un obiettivo.

Le prime esperienze di uso dei gruppi in campo terapeutico avvengono all’inizio del ‘900

quando Pratt, un internista di Boston, nel trattare pazienti tubercolotici osserva gli effetti

benefici che il gruppo esercita sia sul morale sia sul decorso della malattia, il risultato

positivo porterà lo stesso Pratt a utilizzare il gruppo anche per trattare pazienti con altre

patologie mediche. Queste prime applicazioni del gruppo si basano su un principio

“ingenuo” di contagio tra i pazienti, ed evidenziano il valore di facilitazione socioemotiva

dovuta all’introduzione del gruppo nei programmi terapeutici. Tuttavia in queste

esperienze il gruppo non rappresenta il principale contesto di cura, solo tra gli anni

Trenta-Quaranta inziano in campo analitico i primi interventi basati interamente – o

principalmente – sul gruppo. Burrow, uno psicoanalista americano, è il primo ad utilizzare

il gruppo in tal senso, e rappresenta uno dei fondatori della moderna terapia di gruppo.

L’evoluzione dell’intuizione di Burrow porterà dagli anni Quaranta in poi all’utilizzo

sempre più diffuso del gruppo in campo analitico, e sarà sviluppato attraverso tre

modalità: l’analisi in gruppo, l’analisi di gruppo e l’analisi mediante il gruppo.

Il gruppo e la massa nel modello freudiano

Sebbene Freud non abbia approfondito in modo specifico il concetto di gruppo all’interno

del modello psicoanalitico, più volte nel corso delle sue elaborazioni teoriche si trovano

riferimenti alla natura delle relazioni in gruppo e alle modificazioni che si verificano nel

funzionamento psichico dell’individuo quando esso si trova all’interno di contesti multi-

personali, siano di gruppo o di massa. Nel modello psicoanalitico freudiano individuo e

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gruppo costituiscono una dicotomia in cui l’individuo riveste una posizione di priorità

ontologica rispetto al gruppo, gli individui vengo prima e dopo formano un gruppo.

Questa riunione in gruppo comporta appunto una trasformazione nel comportamento

dell’individuo, una contaminazione del suo essere, che può assumere anche un carattere

radicale.

E’ importante qui ricordare che l’”irruzione” del sociale nella vita psichica degli individui

avviene secondo Freud soltanto tra il terzo e il quinto anno di vita, a seguito degli eventi

che strutturano la fase del complesso edipico e che esitano nella costituzione dell’istanza

del Super-Io, che interiorizza le regole e le norme sociali. La dimensione sociale

dell’individuo e il conseguente conflitto che ne scaturisce: conflitto tra interno ed esterno,

tra desiderio e realtà, tra pulsioni derivanti dall’Es e vincoli morali e normativi provenienti

dal Super-Io, sono dunque fenomeni “tardivi” nel modello freudiano, che insorgono cioè

non nelle prime o primissime fasi di vita, ma solo secondariamente, quando il bambino ha

già sviluppato parte del funzionamento e delle caratteristiche psichiche che determinano

la sua personalità.

Altri modelli psicoanalitici, vedi M. Klein o di R. Spitz, avanzano invece l’ipotesi che la

formazione delle istanze dell’Io e del super-Io sia molto più anticipata, avvenga cioè fin

dalle primissime fasi dello sviluppo, introducendo quindi l’idea che il sociale possa influire

sulla costituzione della psiche del bambino in una fase precoce.

Come è noto buona parte dell’elaborazione di Freud dei concetti di gruppo e massa si

basa sul lavoro di G. Le Bon, un medico e sociologo francese che nel 1885 pubblica

Psicologia delle folle, un saggio che ruota intorno all’idea centrale che l’individuo nella

massa regredisce ad uno stato primitivo, intendendo con tale termine sia una condizione

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psicologica (assimilabile dunque alla follia), sia uno stadio di sviluppo (simile a quello

infantile), sia una condizione culturale (simile a quella dei popoli meno evoluti). I tre testi

in cui più approfonditamente Freud analizza i concetti di società, di massa e di gruppo

sono Totem e tabù (1913), Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) e Il disagio della

civiltà (1929). Più avanti in Introduzione alla psicoanalisi descrive la massa come

“un’unione di singoli che hanno assunto nel loro Super-io la medesima persona e si sono

identificati l’un l’altro nel proprio Io in base a questo elemento comune” (Freud, 1932).

Nei gruppi secondo Freud, così come avviene sul piano individuale attraverso il

meccanismo della proiezione, la pulsione aggressiva – originariamente autodiretta in

quanto espressione della pulsione di morte – viene stornata verso l’esterno, ovvero verso

coloro che non appartengono al gruppo (Freud, 1929). In questo caso la pulsione proviene

dall’esterno e la differenza dentro/fuori gruppo serve solo a identificare verso chi dirigere

le pulsioni distruttive. Viceversa, in altre parti del suo lavoro invece Freud sembra far

scaturire l’aggressività da ciò che è diverso, e dunque da ciò che differenzia il me dal non-

me (Freud, 1921). In questo stesso lavoro Freud crea una profonda connessione tra

individuo e gruppo, gettando anche le basi per gli sviluppi più recenti del modello

psicoanalitico relazionale. Infatti, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) Freud

scrive: la contrapposizione tra psicologia individuale e psicologia sociale o delle masse,

contrapposizione che a prima vista può sembrarci importante, perde, a una

considerazione più attenta, gran parte della sua rigidità. […] solo raramente, in

determinate condizioni eccezionali, la psicologia individuale riesce a prescindere dalle

relazioni di tale singolo con altri individui. Nella vita psichica del singolo l’altro è

regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico e
pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia

individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale.