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INTRODUZIONE:

Secondo gli autori del libro, la gruppoanalisi è un pensare e un fare. Questo volume è diviso in due parti: 1. Il pensare
gruppoanalitico parla degli aspetti teorici ed epistemologici; 2. Il fare gruppoanalitico parla degli aspetti pratici. Quando
conduciamo un gruppo di psicoterapia dobbiamo ricordare i quattro concetti su cui si regge un gruppo:

• La relazione: è la dimensione più rilevante del gruppo; nelle relazioni ci si ammala e ci si cura. Grazie alle relazioni che si
sviluppano nel gruppo emergono fenomeni come la matrice dinamica, il campo controtrasferale, tutti i diversi livelli di
comunicazione conscia e non, che rendono viva la terapia.

• La circolarità: ogni fenomeno che avviene nel gruppo coinvolge tutti i partecipanti (analista compreso)

• La trasformazione: è il passaggio da semplici narrazioni ad esperienze dotate di senso, grazie a cui il paziente può trasformarsi
e riguardare in modo di verso il mondo che lo riguarda.

• La molteplicità: ogni gruppo implica il coinvolgimento di molti soggetti, ognuno con particolarità e storie diverse che
complessificano il gruppo.

Alla luce di questa complessità, proviamo a leggere la gruppoanalisi da tre vertici:

1) La soggettività plurale: la gruppoanalisi indaga la relazione fra i fatti psichici e i fatti collettivi, perchè ciò che è esterno
all’individuo diventa interno e ciò che è interno diventa esterno. Gli accadimenti esterni non vengono più visti come pulsioni
interne o proiezione di fantasmi, ma come fatti reali di un campo psichico intersoggettivo. L’individuo non solo abita in un
contesto, ma il contesto socio ambientale vive dentro di lui -> una serie di presenze (famiglia in primis) alloggiano dentro
l’individuo senza la sua consapevolezza -> così ci ritroviamo a pensare cose già pensate da altri, ritenendole nostre (es: i genitori
che influenzano i figli sulla politica). Abbiamo un mondo dentro di noi, fatto di amici, parenti, maestri, contesti etnici, politici,
sociali –> la psicopatologia arriva quando la “casa” è così affollata da impedire che il soggetto possa riconcepire spazi e pensare a
cambiamenti in autonomia -> è dovuta a un irrigidimento, a un’impossibilità del soggetto di cambiare rotta rispetto alla cultura
famigliare di origine (causata spesso da una matrice satura, che non dà autonomia al figlio).

2) La clinica della gruppoanalisi: data la grande complessità dei contesti che fanno parte dell’individuo, bisogna dare importanza
ad ogni contesto a cui il soggetto appartiene e ad ogni rete di relazioni di cui egli fa parte. Il primo errore del clinico è quello di
focalizzarsi sul piano psicologico, tralasciando quello sociale. Acquisire un atteggiamento gruppoanalitico significa avere la
consapevolezza che la sofferenza è l’espressione di un equilibrio turbato dalla rete di appartenenza. Il gruppo psicoterapeutico è
lo strumento per eccellenza di cura nell’ambito del modello gruppoanalitico: prima di operare nel gruppo, il terapeuta deve
pensare il gruppo, per evitare i possibili rischi di iatrogenia (il gruppo nasce nella mente dello psicoterapeuta). Dopo questa
lunga riflessione, il terapeuta deve condurre il gruppo, favorendo la partecipazione attiva del gruppo. L’obiettivo del gruppo deve
essere quello di aiutare qualsiasi paziente intrappolato nel suo fondamentalismo dogmatico (comfort zone) a riguardare con
occhi nuovi il mondo -> il gruppo può essere visto come fonte di angoscia, perché è il luogo di attraversamento e della messa in
discussione della matrice famigliare satura (come in psicoterapia individuale, l’inizio è difficile, perché riporta a galla ricordi che
ci portano sofferenza).

3) Gruppoanalisi sociale e politica: ogni gruppo è collocato in un tempo e in uno spazio, perciò non si possono capire gli eventi
senza collocarli nello spazio e nel tempo. Prendere il gruppo sul serio significa prendere sul serio il sociale, e perciò la politica,
che è un prodotto della mente umana: per questo motivo nel lavoro clinico bisogna sempre tenere presente anche la
dimensione politica, per fare scienza con coscienza. L’inconscio così non è più luogo del rimosso, ma inconscio sociale: sede dei
condizionamenti esterni sociali/culturali/relazionali/comunicazionali dei quali siamo inconsapevoli, ma che esercitano effetti su
di noi.

IL PENSARE GRUPPOANALITICO Cap. 1: Dal mondo pulsionale al mondo soggettuale, una nuova prospettiva:

Dalla teoria pulsionale alla teoria delle relazioni oggettuali: Secondo Freud, erano le pulsioni a determinare lo sviluppo
dell’individuo, e le relazioni erano viste come una conseguenza delle pulsioni. Secondo questa visione, l’uomo era caratterizzato
dalla lotta interna fra le sue pulsioni inconsce e la difficoltà a scaricarle a livello conscio. Gli oggetti avevano il ruolo di inibire,
facilitare o essere un bersaglio per queste pulsioni, ma senza un oggetto la domanda pulsionale non può esserci, perché gli
oggetti sono fonte e meta delle pulsioni. E allora come spieghiamo che queste pulsioni esistono anche senza la presenza
dell’oggetto? Da queste riflessioni nacque la teoria delle relazioni oggettuali, secondo cui le pulsioni emergono nel contesto delle
relazioni col mondo esterno (soprattutto nella relazione madre-bambino), da cui non possono essere separate. Queste relazioni
sono importanti perchè la loro elaborazione struttura la personalità dell’individuo; le relazioni interpersonali vengono
interiorizzate (nb: non viene interiorizzata la persona/oggetto, ma la relazione con esso) e influenzano le relazioni seguenti,
perciò gli individui interagiscono con un altro soggetto reale e con un altro interno.
Dalla teoria delle relazioni oggettuali alla teoria delle relazioni soggettuali: La gruppoanalisi ha compiuto un altro passo in avanti
con la teoria delle relazioni soggettuali, che vede il rapporto del soggetto col mondo esterno e la relazione terapeutica come un
fenomeno complesso; essa sottolinea che l’interiorizzazione delle relazioni coinvolge anche l’ambito sociale e culturale. La
soggettività, quindi è il risultato di un processo che inizia nel rapporto con il campo mentale transgenerazionale. La teoria delle
relazioni soggettuali è stata influenzata dalla biologia, in particolare da Gehlen che parla di neotenia: secondo questo concetto
l’uomo è biologicamente predisposto ad apprendere dal suo nucleo antropologico le modalità con cui adattarsi al mondo
esterno grazie alla sua “deficienza organica” e “non specializzazione”. Foulkes è stato il primo ad elaborare la teoria
gruppoanalitica; secondo lui “il gruppo è la matrice della vita mentale dell’individuo”. Secondo lui le relazioni sono molto
importanti per la nostra individualità e il nostro benessere, e fondano l’esperienza psichica in una matrice, che è la rete di tutti i
processi mentali individuali e il mezzo psicologico in cui essi interagiscono. Gli accadimenti psichici perciò, non riguardano sono
l’individuo, ma la relazione fra l’individuo e il suo mondo, e il rapporto fra due persone è anche un rapporto fra i loro gruppi
interni, miti, storie e fantasie; tra due individui se ne inserisce un terzo, la relazione fra essi. Questo IO e TU vengono avvolti
dall’insieme della situazione, dal senso del noi, è il senso di essere dentro mentre gli altri sono fuori.

La concezione gruppale: Gli assi concettuali che ci permettono di inquadrare i modelli e gli approcci al lavoro con i piccoli gruppi
sono:

1. L’asse storico-cronologico: permette di seguire l’evoluzione del gruppo nel tempo

2. L’asse terapeutico-non terapeutico: esistono diversi tipi di gruppi molto diversi fra loro (non sol gruppo clinico, ma anche
interattivo, psicosociale)

3. L’asse che riguarda i fenomeni in gruppo, di gruppo o mediante il gruppo.

All’inizio del 1900 iniziano a diffondersi dei set collettivi all’interno di attività terapeutiche e psicoterapeutiche, in cui venivano
sfruttate alcune qualità curative dello stare insieme. Pratt fu il primo ad usare il gruppo per fini terapeutici: dal 1904 egli trattò
dei pazienti con tubercolosi con delle riunioni in cui si discutevano gli aspetti medici e psicologici della malattia. Secondo Pratt
questi incontri avevano degli esiti positivi sul morale dei pazienti e sul decorso della malattia, e la sua iniziativa ne ispirò altre. La
sua tecnica (the class method), fu estesa anche a dei pazienti psichiatrici, dando luogo alle prime esperienze di psicoterapia di
gruppo. Anche oggi questa pratica viene usata (gruppi di sostegno), anche se con consapevolezze scientifiche ben superiori ->
condivisione dello stesso dolore dato dalla malattia. Dagli anni ’30 altri psicoanalisti e psicoterapeutici iniziarono a usare il
gruppo come strumento di lavoro. In campo psicanalitico si svilupparono tre orientamenti gruppali: - Analisi in gruppo: i primi
psicoanalisti vedevano i trattamenti come terapie individuali condotte in gruppo, e vedevano il gruppo solo come un luogo in cui
effettuare una terapia per il singolo. - Analisi di gruppo; - Analisi mediante il gruppo.

Negli anni ’20 Burrow usava il gruppo in psicoterapia. Secondo lui il gruppo è un tutto unico, e non si può considerare l’individuo
isolato senza ritenerlo parte della specie e dotato di un istinto sociale naturale. La nevrosi si crea a causa di un conflitto sociale
tra individuo e pseudogruppi, cioè tra l’istinto naturale al legame e le relazioni che non gli permettono di stabilirsi -> società
malata/nevrotica. Il gruppo è una possibilità terapeutica perchè permette di mettere in discussione le false immagini di sé
dettate dai ruoli e dalla morale sociale. Queste opinioni portarono Burrow ad essere espulso dalla società psicanalitica. Dagli
anni ’30 negli USA altri clinici tra cui Wender e Schilder iniziarono ad usare il gruppo per fini terapeutici. Wender riuniva insieme i
pazienti che erano in trattamento individuale, a scopo didattico, per discussioni inerenti agli aspetti teorici della psicoanalisi.

Schilder evidenzia gli aspetti positivi dell’approccio gruppale, tra cui quello dell’universalizzazione, che permette al paziente di
scoprire le basi comuni della personalità confrontandosi con gli altri. Questo riduce la pressione del Super-io e rafforza l’Io
attraverso l’identificazione con dei simili. All’interno di un gruppo come questo, però, rimangono alcuni strumenti tipici
dell’analisi individuale, come l’interpretazione del transfert indirizzato all’analista e l’interpretazione dei sogni, delle libere
associazioni e dei lapsus (è tutto ricondotto alla storia individuale). Slavson sperimentò l’analisi in gruppo dal lavoro con i
bambini (è stato insegnante di scuola elementare prima di diventare psicoanalista), e notò alcune differenze fra il gruppo
terapeutico e quello non terapeutico:

• Nel gruppo terapeutico l’individuo ha un fine personale, non vi è uno scopo comune e i benefici sono appannaggio di ogni
membro; esso ha un transfert che può manifestarsi senza limitazioni.

• Nel gruppo non terapeutico vi è uno scopo comune che interessa tutto il gruppo. Prevale il transfer positivo desessualizzato.

Secondo Slavson, la situazione analitica è utile perchè: - Grazie ai transfert multilaterali vi è una visibilità maggiore degli
atteggiamenti transferali dei pazienti; - È più efficace per effettuare esami di realtà corretti. Egli però non darà mai un valore
terapeutico al gruppo, e considera la coesione come un ostacolo al lavoro analitico ->> è necessario bloccare le relazioni
interpersonali, e bisogna interpretare sempre il singolo paziente in termini intrapsichici. Egli usava il metodo dell’analisi rotatoria
di gruppo, in cui i pazienti si esprimevano con dei monologhi e l’analista interveniva per interpretarli uno alla volta.
Wolf e Schwartz con la pubblicazione di Psicoanalisi in gruppo (1962) compirono una sistematizzazione teorico-metodologica del
modello in gruppo. Introdussero la seduta alternata, che si svolgeva una volta alla settimana ed era gestita dai pazienti senza
l’analista (per permettere ai pazienti di esprimere i sentimenti provati verso l’analista). Essi non vedevano le dinamiche
interpersonali che si instauravano fra i membri come un ostacolo (come Slavson), ma vi era comunque la convinzione che il
gruppo autocentrato non fosse terapeutico (esso rimane un insieme sommatorio di individui).

Psicoanalisi di gruppo: In questo approccio vanno intesi i lavori dei teorici del conflitto focale di gruppo, di Bion ed Ezriel ->
verranno trattati all’interno dei gruppi formativi ed esperienziali, siccome il loro contributo è stato più rilevante per gli aspetti
formativi che per quelli terapeutici (anche se i confini tra gruppo terapeutico e formativo non sono così netti).

Whitaker e Liebermann elaborarono un modello di gruppo terapeutico chiamato conflitto focale di gruppo, che integra la
dinamica di gruppo lewiniana con la teoresi e pratica psicanalitica. Il conflitto focale di gruppo è un conflitto inconscio e
condiviso dal gruppo. Il gruppo è visto come una totalità che agisce sugli individui e sui loro conflitti inconsci, e il conflitto
inconscio è determinato dalla contrapposizione tra il movente disturbante (desiderio) e il movente reattivo (paura). La soluzione
di questo conflitto è un compromesso tra queste due forze opposte che può essere: - Di natura restrittiva, quando diminuiscono
le paure senza una maggior espressione del desiderio; - Di natura progressiva, quando diminuiscono le paure e avviene una
manifestazione più libera del desiderio. Perchè si realizzi la soluzione del conflitto serve l’intervento del leader, che determina il
clima del gruppo.

Lewin elaborò la teoria del campo, secondo cui il campo e le sue leggi non dipendono dalle caratteristiche dei singoli elementi
presenti nel campo, ma dipendono dalla configurazione, dal movimento e dalla struttura del campo nella sua globalità, perciò
per spiegare gli eventi che avvengono in un campo bisogna spiegare le proprietà del campo come si configura nel qui ed ora.
L’evento psicologico va indagato nel contesto fisico temporale in cui accade e nella rete di relazioni che lo sostengono e
determinano. Campo: tutto ciò che è presente al soggetto in un dato momento, e che ne determina l’azione, il sentire, il
conoscere. Con il principio di contemporaneità, Lewin afferma che ogni comportamento o cambiamento che avviene nel campo
dipende dalla configurazione del campo psicologico in quel momento (non si vuole dare poca importanza al passato/futuro, ma
cogliere presente e futuro per come essi sono presenti al soggetto e ne orientano il comportamento). Lewin elaborò anche la
teoria dinamica della personalità, secondo cui la personalità è in continuo cambiamento in base al campo psicologico in cui si
trova. Per comprendere questa teoria bisogna introdurre il concetto di “spazio di vita” o “life space”, che è l’insieme dei fatti che
determinano il comportamento di una persona, che non può essere vista indipendentemente dal suo spazio di vita, perciò dal
gruppo di cui fa parte. Lewin propone la formula per indicare questa interazione: C=f (PA), che ci dice che il comportamento (C) è
in funzione (f) della relazione tra la persona (P) e l’ambiente (A). Secondo Lewin “il gruppo è qualcosa di diverso dalla somma dei
suoi membri, è una totalità dinamica” perchè ha una struttura propria, fini peculiari e relazioni particolari con altri gruppi;
l’interdipendenza fra i membri è fondamentale. Inoltre egli aggiunge che il cambiamento di stato in una parte qualsiasi del
gruppo influenza tutte le altre parti (il grado di interdipendenza dipende dall’ampiezza, dalla coesione e organizzazione del
gruppo). Lewin introdusse anche l’action research o ricerca-azione, che è una ricerca che dev’essere intervento per produrre
cambiamenti (analisi dei conflitti e cambiamento sociale). Il cambiamento e l’apprendimento, infatti, sono gli obiettivi del
training group o T-group, che è una tecnica basata sull’esposizione personale in un piccolo gruppo che ha lo scopo di: - Far
acquisire i concetti di base della dinamica di gruppo; - Realizzare la consapevolezza delle modalità personali di relazionarsi con gli
altri.

Pichòn-Rivière introduce i gruppi operativi, che sono un tentativo di integrare la psicosociologia lewiniana e gestaltista con la
psicanalisi kleiniana. Il pensiero del gruppo operativo muove dal senso comune al pensiero scientifico. Il fine del gruppo è
rimuovere le strutture rigide di pensiero che nascono dall’ansia provocata dai cambiamenti, dall’abbandono del legame
precedente e dal nuovo legame. Nel gruppo operativo la comunicazione, l’apprendimento e la risoluzione dei compiti sono la
terapia. Se c’è troppa ansia si verificano delle alterazioni nella dinamica individuo-gruppo, e la tensione che si sviluppa nel
gruppo viene scaricata sul singolo, che si aliena; così nel gruppo si diffondono insicurezza e instabilità, che portano ad un
modello di pensiero e azione stereotipato e difensivo. In questa situazione il gruppo operativo diventa un gruppo di lavoro, di
chiarimento, di apprendimento e trasformazione del gruppo stereotipato; il gruppo stereotipato diventa così operativo (è un
processo che ha diverse fasi), e in presenza di ruoli funzionali può prendere decisioni.

I gruppi interattivi, invece, si concentrano sugli aspetti comunicativi e interattivi che si realizzano fra i partecipanti: essi sono le
unità più elementari della psicologia dei gruppi, e sono stati definiti la “cinghia di trasmissione” fra individuale e sociale. I gruppi
interattivi sono formati da pochi membri e si basano sulle comunicazioni dirette da persona a persona, cioè sulle interazioni e
sulla simultaneità dei canali verbale, mimico, attonico (azioni tramite muscolatura volontari), e vegetativo. I livelli più
inconsapevoli della comunicazione sono maggiormente visualizzabili. Tutti i partecipanti ignorano la funzione comunicativa del
proprio comportamento ma affermano quella esecutiva. Il lavoro del gruppo interattivo procede per temi sviluppati dalle
interazioni degli individui; essi vivono e sentono tutto quello che viene prodotto dalla loro mente nella situazione di gruppo (è
come se il concetto di individuo venisse messo tra parentesi). Bisogna però distinguere l’individuo funzione del gruppo e
l’individuo considerato nella sua identità e individualità -> per evitare che l’individuo venga soppresso.
Un altro contributo nel lavoro nei gruppi riguarda Bion, che come Foulkes, inizia a occuparsi delle dinamiche di gruppo durante
la seconda guerra mondiale, infatti egli dirigeva il reparto di riabilitazione dell’ospedale psichiatrico di Northfield. I soldati
avevano la diagnosi di nevrosi di guerra: essi venivano divisi in piccoli gruppi senza leader (leader-less), dove lavoravano con un
terapeuta che li sosteneva senza occupare il posto di capo -> ebbe così successo che venne chiuso, perché scuoteva il principio
essenziale della gerarchia militare. L’obiettivo di Bion era approfondire l’indagine sul funzionamento della mente umana (come
Freud, quando evidenziò alcuni problemi della psicologia dei gruppi: portava in realtà avanti alcune scoperte sui fenomeni di
identificazione con il leader). Per Bion, il gruppo è un insieme di persone nello stesso grado di regressione per effetto delle
rinunce che derivano dal contatto di ognuno con la vita affettiva del gruppo. Il gruppo è diverso da un aggregato di individui, in
cui ognuno mantiene la sua individualità -> questo è invece caratteristico di un gruppo. La regressione è il risultato del confronto
di ciascun membro con problemi complessi, omologabili a quelli che il bambino sperimenta con il seno. La valenza è la capacità
di combinarsi istantaneamente e involontariamente in uno schema prestabilito di comportamento guidato dagli assunti di base;
un soggetto ad alta valenza sarà facilmente preda delle spinte inconsce dell’assunto di base del gruppo. Secondo Bion, l’uomo è
un animale politico, e questo diventa evidente nella situazione di gruppo: le esperienze nei gruppi sono così importanti che si è
potuto parlare di una mente gruppale, che opera grazie a:

• La componente conscia del gruppo di lavoro, formata dalle motivazioni consce che hanno spinto il gruppo a formarsi;

• La componente inconscia del gruppo di base, formata dalle motivazioni inconsce che hanno spinto il gruppo a formarsi.

Secondo Bion queste motivazioni sono il tentativo dei membri di esorcizzare l’ansia e l’angoscia rifugiandosi nel calore del
gruppo. Bion definisce “assunti di base” le componenti inconsce del gruppo di base -> modalità inconsce con cui si strutturano le
relazioni tra i membri del gruppo, che sono:

1. Assunto di base di dipendenza: i membri dipendono affettivamente dal leader del gruppo, che li guida come un padre; è
incarnato dalla Chiesa, e il leader è il papa o dio (il leader è buono, ci ama tutti).

2. Assunto di base di attacco e fuga: i membri credono che qualcosa fuori o all’interno del gruppo minacci la loro incolumità o
quella del gruppo stesso, e investono della propria aggressività l’oggetto persecutorio; è incarnato dall’esercito.

3. Assunto di base di accoppiamento: i membri credono che tutti insieme faranno grandi cose, ma è importante che l’obiettivo
non venga mai raggiunto completamente -> deve esserci sempre una tensione verso qualcosa; è incarnato dall’aristocrazia.

Bion afferma che gli assunti di base sono sempre presenti nella vita del gruppo (in forma più o meno forte/in grado di disturbare
più o meno il lavoro del gruppo -> non per forza un assunto di base interferirà con il lavoro di gruppo), anche se i membri non ne
sono consapevoli. La consapevolezza è decisiva per cambiare e superare le dinamiche gruppali, perché facendo emergere le
ansie, fantasie e paure inconsce dei membri l’assunto di base viene smascherato e ne subentra un altro meno disturbante. Nel
gruppo può esserci un solo assunto di base alla volta -> mentre uno è attivo gli altri dormono nel sistema protomentale, pronti
per entrare in attivo. Per spiegare gli assunti di base Bion parla di uno stato protomentale, che è la matrice da cui possono
emergere gli assunti di base, gli stati emotivi e alcune malattie derivate dalla vita collettiva; i fenomeni protomentali sono
collegati circolarmente, non in sequenza. In un’altra fase del suo pensiero, Bion afferma che il gruppo di lavoro non dev’essere
opposto al gruppo di base ma essi devono avere un rapporto dialettico: così si supera la contrapposizione tra emozioni e
intelletto e si evitano di formare dei sottogruppi in contrapposizione. Il capo o leader è chiamato mistico, e può essere visto
come un genio o un messia; con lui possono svilupparsi tre relazioni:

- Relazione conviviale: l’esistenza dell’uno sembra innocua all’altro; - Relazione simbiotica: avvengono un confronto e una
crescita; - Relazione parassitaria: il prodotto della relazione distrugge sia il gruppo che il mistico e vi sono sentimenti di invidia.

Il gruppo di lavoro prende il nome di “istituzione”: esso realizza modalità tipiche del gruppo di lavoro e aspetti emotivi, passionali
e mitici del gruppo di base. Il gruppo bioniano o esperienziale ha alcune caratteristiche:

• L’analista considera il gruppo nella sua totalità e presta poca attenzione alle caratteristiche dei singoli;

• È un gruppo di apprendimento per esperienza, che trasforma il gruppo di base in gruppo di lavoro. Con l’incontro fra il modello
di Bion e quello di Lewin, a Londra nasce l’Istituto Tavistock, che formula un modello chiamato “conferenza” che integra finalità
bioniane e lewiniane: esso infatti analizza la leadership, le dinamiche di potere e i processi decisionali rispetto ai processi
inconsci.

Ezriel lavorò alla Tavistock: egli vedeva il gruppo come una totalità. Secondo lui, il rapporto fra il paziente e il terapeuta può
declinarsi secondo tre tipi di transfert: - Transfert necessario: il paziente ha paura di instaurare un rapporto con l’analista perchè
teme che ne scaturirebbe qualcosa di irreparabile; - Transfert evitato; - Transfert calamitoso. In un gruppo ciascun paziente
ricerca l’equilibrio tra i tre rapporti più vantaggiosi per lui, e cerca di far agire gli altri secondo i suoi oggetti fantasmatici
transferali proiettati: se ciò corrisponde ai loro fantasmi, ovvero c’è risonanza fantasmatica, gli altri giocheranno il ruolo atteso, e
se un numero sufficiente di partecipanti trova un numero sufficiente di risposte fantasmatiche, si stabilirà una tensione
inconscia comune -> da cui emerge una comune struttura di gruppo, un atteggiamento transferale di gruppo, che permette di
considerare il gruppo come un singolo paziente. Secondo Ezriel, nel gruppo vi sono due meccanismi di comunicazione:

• Comunicazione per procura: un membro del gruppo non può esprimere direttamente dei contenuti emotivi inaccettabili,
quindi delega un altro membro del gruppo; • Comunicazione reattivo-coatta: è incapacità di pensare. Perciò per Ezriel la
comunicazione di un paziente in realtà è una comunicazione del gruppo nella sua interezza, più a livello difensivo che come reale
dinamica evolutiva del gruppo stesso.

Parliamo ora di Anzieu e Kaes, due studiosi del CEFFRAP (circolo di studi francese per la formazione e la ricerca: approccio
psicoanalitico di gruppo), che acquista dalla scuola lewiniana l’idea della validità dell’apprendimento mediante l’esposizione
personale in set gruppali a finalità formativa. Anzieu pensa (come Bion) che il gruppo sia dominato da componenti consce e
inconsce, egli però afferma che quelle inconsce sono le più importanti, influenti e determinanti. Secondo lui, ognuno di noi si è
costruito dalla nascita (attraverso le esperienze) una propria visione del mondo, con proprie aspettative, e si è fatto delle idee su
come funziona la società (come piacere al prossimo, cosa si può fare o non…); inoltre ognuno tende a investire il mondo reale di
propri significati inconsci, che sono stati in tempi precedenti molto importanti per ciascuno nella sua singolarità -> inoltre
tendiamo a stabilire con questi oggetti simbolici, delle relazioni simili a quelle già vissute. In questo modo tramite la coazione a
ripetere, ricadremmo nelle relazioni che non abbiamo saputo risolvere in passato sperando di riuscirci ora, anche se spesso
questo non avviene (un soggetto che ha avuto un padre persecutorio tenderà a vedere questa caratteristica in molti padri -> egli
si metterà in relazione con essi per tentare di risolvere il proprio antico conflitto famigliare, ma senza esiti positivi). Anzieu
chiama queste proiezioni del proprio mondo interno sugli oggetti esterni “fantasmi”, e afferma che nei gruppi si forma una
risonanza fantasmatica tra i membri: per questo ogni persona si relaziona con le altre condividendo i suoi fantasmi personali.
Questi fantasmi si mescolano e formano il fantasma globale del gruppo, che caratterizza il funzionamento inconscio del gruppo e
dei suoi membri. Secondo Anzieu, l’unico modo per operare un cambiamento è analizzare in gruppo le fantasie che riguardano il
fantasma gruppale, così come i fantasmi dei singoli membri. In questo aspetto Anzieu non si differenzia molto da Bion -> nelle
situazioni di gruppo non direttivo, si forma una lotta dei partecipanti per imporre, ognuno agli altri, la propria rappresentazione
ideale inconscia della vita dell’organizzazione e del funzionamento del gruppo. Il gruppo può così divenire un oggetto di
investimento delle pulsioni libidiche, aggressive o di distruzione, e un luogo di proiezione dei fantasmi inconsci individuali.

Anzieu considera il gruppo come una difesa contro l’angoscia di frammentazione/spezzettamento, e afferma che finché un
gruppo non si è formato secondo un ordine simbolico funziona come una folla in cui ognuno rappresenta una minaccia di
divoramento per gli altri. Anzieu chiama “illusione gruppale” la ricerca dei gruppi di uno stato di fusione collettiva; possiamo dire
che il gruppo è un sogno, la realizzazione immaginaria di un desiderio. Luogo dell’utopia, non è visto di buon occhio dal corpo
sociale, in quanto luogo di trasgressione del vietato, e dunque potenziale minaccia per l’ordine sociale. Un altro concetto
importante è la scissione del transfert: il conduttore deve interpretare nel qui e ora, il transfert di gruppo, che si incentra: - Sul
conduttore (transfert centrale); - Sugli altri componenti del gruppo (transfert laterale); - Sul gruppo nel complesso (transfert di
gruppo); - Sul mondo esterno. Secondo Anzieu esistono due tipi di transfert: • Quello positivo si concentra sul gruppo come
oggetto libidico; • Quello negativo si concentra sul grande gruppo o sul sociale.

Kaes ipotizza l’esistenza di un apparato psichico gruppale, che è la costruzione dei membri di un gruppo necessaria per formare
un gruppo. La sua funzione è mediare fra l’universo intrapsichico e l’universo sociale. Secondo Kaes esistono due elementi
dell’apparato psichico gruppale:

• Gli organizzatori psichici: sono interni all’individuo, quindi soggettivi, e sono dei modi inconsci di rappresentare il gruppo; essi
sono: l’immagine del corpo, la fantasmatica originaria, i complessi familiari e le imago, l’immagine globale del nostro
funzionamento psichico.

• Gli organizzatori socio-culturali: sono esterni all’individuo, quindi oggettivi, e provengono dalla società e dalla cultura; derivano
dall’elaborazione sociale dell’esperienza di diverse forme di gruppalità.

Il gruppo dev’essere visto come organizzato sia dagli organizzatori psichici che da quelli socio-culturali. Kaes definisce “apparato
psichico soggettivo” un gruppo internalizzato di cui abbiamo una conoscenza soggettiva, seppure oscura, da cui elaboriamo la
rappresentazione del gruppo. Kaes parla poi di due meccanismi:

1) Il contratto narcisistico: permette al singolo di instaurare dei rapporti con altri individui, perciò permette di creare coppie,
gruppi e aggregati; ogni soggetto prende il posto offerto dal gruppo e assicura la continuità narcisistica di gruppo. In cambio di
affiliazione, sostegno e permanenza deve rinunciare a soddisfare pulsioni immediate.

2) Il patto denegativo: è il contratto inconscio tra i membri del gruppo che si impegnano a non far emergere l’irrappresentabile,
che metterebbe in pericolo il legame e quindi va negato.
Una delle funzioni dell’istituzione è quindi quella di conservare l’irrappresentato, mascherandolo attraverso i sistemi di
significazione e di senso che essa produce, mettendo a disposizione di ciascuno delle rappresentazioni note, condivise e
condivisibili -> si tratta della funzione svolta dai miti, dalla teoria e dall’ideologia.

Gli antecedenti non psicologici della gruppoanalisi: Anche l’antropologia, la biologia e la sociologia hanno contribuito alla nascita
della gruppoanalisi. Nell’antropologia ricordiamo Levi Strauss (il linguaggio permette di conoscere la realtà) e Gehlen che vede
l’uomo come un essere a cui manca qualcosa, che non è predisposto a vivere in un certo ambiente (è non specializzato); egli è
diverso dagli altri esseri viventi perchè tutti gli animali sono predisposti ad adattarsi ad un certo ambiente. L’uomo è inadeguato
perché gli manca la capacità di adattarsi alle condizioni dell’ambiente esterno, perciò è un essere neotenico (mancante) ->
riguarda la condizione originaria dell’uomo di immaturità biologica e fisiologica che si protrae nel tempo anche dopo la
maturazione sessuale, in età adulta. L’essere umano, per sopravvivere, ha bisogno di essere protetto e accudito per un certo
periodo, e deve apprendere le competenze per riuscire a stare al mondo: per vivere egli deve saper apprendere e saper agire (è
un essere apprendente, prima del suo anno di vita è completamente dipendente dagli altri -> concetto di Adolf Portmann).
Grazie alla sua capacità d’azione l’uomo può vivere in ogni luogo della terra e modificare le condizioni sfavorevoli al suo
insediamento: le sue azioni sono atti fantasiosi di trasformazione della natura in cultura. Gehlen definisce la cultura come
l’insieme delle condizioni originarie attivamente modificate in cui solo l’uomo può vivere; se l’uomo non creasse un ambiente
artificiale non riuscirebbe a trovare il suo posto nel mondo: quello che crea serve per la sua esistenza.

Secondo Morin, l’uomo deve acquisire una nuova forma di pensiero che superi la separazione dei saperi per arrivare ad una
visione complessa. Secondo lui, la cultura attuale è divisa in due blocchi: - La cultura umanistica riflette sui problemi umani; - La
cultura scientifica promuove scoperte e teorie ma non riflette sul destino umano e sul divenire della scienza stessa. Morin pensa
che il bisogno attuale dell’uomo sia trovare un metodo che possa rilevare i legami e le connessioni tra le cose, per prendere
coscienza dell’incertezza e della limitatezza della sua conoscenza. L’uomo quindi deve riorganizzare il suo sistema mentale per
riapprendere ad apprendere -> Morin è riuscito a superare i tradizionali dualismi, e a promuovere una visione della realtà più
complessa.

Elias (sociologo che influenzò Foulkes) ha cercato di risolvere la problematica della dicotomia individuo-gruppo; egli ha
sottolineato l’importanza della relazionalità sociale dell’individuo formulando la teoria dei simboli e il concetto di figurazione.
Secondo Elias, i simboli sono prodotti dall’attività sociale e dalla relazioni tra gli uomini. Egli definisce l’evoluzione come un
processo di trasformazione biologica che riguarda tutti gli esseri viventi, e definisce lo sviluppo come le varie forme di
trasmissione dei simboli tipici della specie umana che non implicano cambiamenti biologici (es: acquisizione del linguaggio).
Secondo Elias la natura dell’uomo si costituisce attraverso la cultura rappresentata, dalla capacità di acquisire il linguaggio, che
non può essere separata dal pensiero e dalla conoscenza. Il linguaggio, infatti, nasce dall’interazione del bambino col suo
ambiente sociale, e il linguaggio e il pensiero sono due facce della conoscenza. L’individuo perciò dev’essere visto come
interdipendente dai suoi simili e dal suo ambiente, non come una scatola chiusa. Elias introduce la figurazione per spiegare il
funzionamento delle relazioni umane e sociali: l’esistenza dell’uomo si basa sull’interdipendenza delle sue capacità rispetto ai
suoi simili e sull’interdipendenza rispetto alla società. Per spiegare questo concetto egli usa l’analogia degli elastici: ogni
individuo è legato agli altri con degli elastici, che rappresentano l’interdipendenza; perciò i pensieri e le azioni di ogni essere
umano sono legati, ma non dobbiamo pensare che siano incapaci di agire o di scegliere. Elias infatti introduce le relazioni di
potere: sono presenti in ogni società e comportano che ci siano differenze tra gli individui -> le differenze di potere riguardano la
resistenza di ogni elastico rispetto agli altri, e riguardano il grado di potere che un individuo o un gruppo possono esercitare
rispetto un altro. Elias approfondisce l’idea di potere e costrizione ricorrendo alla teoria dei giochi: in un gioco come gli scacchi
gli avversari sono interdipendenti, in quanto ognuno ha bisogno dell’altro per poter giocare (funzione reciproca), inoltre la
mossa di uno guida/influenza quella dell’altro.

Cap 2: Il paradigma della complessità: Guarda appunti lezioni


La sofferenza psicologica umana
Cap 3: Siegmund H. Foulkes: Guarda appunti lezioni
si basa su: Sviluppo libidico
Cap 4: Gruppoanalisi italiana: Guarda appunti lezioni (Freud)+contesto culturale e
Cap. 5: La psicopatologia dal versante gruppoanalitico:
famigliare (Foulkes)psicologica

Vita psichica e complessità: Nella psicanalisi, con il complesso edipico si sposta l’attenzione al mondo interno del paziente e al
rapporto fra paziente e psicanalista. Foulkes formula il costrutto di transpersonale, che è l’influenza che le condizioni materiali,
sociali e culturali esercitano sul soggetto. Secondo lui la gruppoanalisi è uno strumento per ricercare l’identità dell’Io in base ai
cambiamenti storici dell’infanzia, ed è lo studio delle modifiche imposte all’individuo dalle circostanze esterne. L’individuo quindi
ha un carattere plurale, dato dal dialogo fra il soggetto e la soggettività: - Col termine “soggetto” si intendono l’interiorità e il
patrimonio emozionale dell’individuo; - La “soggettività” è la capacità della mente di distinguere ciò che appartiene all’altro
internalizzato e ciò che riguarda i gruppi interni. La gruppalità interna deriva dall’internalizzazione delle relazioni di cui
l’individuo diventa parte alla nascita. Il gruppo è la matrice della vita mentale e il luogo in cui l’individuo diventa un punto
nodale; in questo senso è molto importante poter concepire la psicopatologia come patologia della relazione,
dell’interpretazione e della comunicazione del mondo esterno e considerare il gruppo come risorsa. Il gruppo è anche lo
strumento migliore per studiare i conflitti umani fondamentali, perchè il singolo, da solo, non può rendere conto di nessuna
condizione psicopatologica umana. La gruppoanalisi è lo studio e l’esplorazione dell’oscillazione fra l’individuo e il gruppo, e
permette di capire il soggetto in continuità o discontinuità col suo mondo e col contesto in cui vive.

La psicopatologia nell’ottica gruppoanalitica: La gruppoanalisi è un dispositivo teorico e operativo con l’obiettivo di curare e
trasformare il disagio mentale. In questa ottica il transpersonale è visto come la dimensione psichica della cultura, e i suoi livelli
sono la psicopatologia e i sintomi. In questo contesto si colloca il concetto di matrice, che può essere: • Satura, quando non
permette all’individuo uno spazio mentale che gli permetta di pensarsi come altro rispetto alla matrice e condiziona
all’identicità; • Insatura, quando consente delle rielaborazioni individuali e può creare gli inventi. Foulkes parla di psicopatologia
sociale intendendo gli aspetti sia individuali che gruppali della patologia; secondo lui la malattia mentale si sviluppa in un
intreccio di relazioni che possono essere trattate solo tramite la psicoterapia di gruppo. Nel gruppo terapeutico l’individuo ricrea
le situazioni conflittuali, attribuendo agli altri membri del gruppo le caratteristiche delle persone del suo passato, personificando
così le sue ansie. Il paziente dev’essere considerato come il sintomo della rete di relazioni a cui appartiene, e il disturbo
rappresenta un equilibrio disturbato; il compito del terapeuta è riequilibrare la personalità rendendola stabile e flessibile. La
psicopatologia dev’essere vista come un insieme di anelli concentrici: il più piccolo rappresenta il soggetto e le sue sofferenze, e
andando verso l’esterno gli altri anelli rappresentano il gruppo, il network, la famiglia e la società.

Per leggere la psicopatologia in senso gruppoanalitico servono due concetti importanti:

• Intenzionamento familiare: da un lato la famiglia assicura al soggetto la crescita, e dall’altro deve lasciare aperti nel soggetto
degli spazi di significazione della sua esistenza;

• Matrice familiare: è un’unità transpersonale/organizzazione umana che crea le disposizioni mentali e psicologiche del
bambino, permettendogli di dare significato ai nuovi accadimenti trasformandoli in eventi mentali. Anche se la matrice familiare
è insatura possono emergere delle quote di sofferenza psicologica (famiglia che abbandona, è indifferente); la famiglia ha il
compito di lasciare aperti gli spazi di pensiero narcisistico che permettano al bambino di raggiungere la discontinuità tra famiglia
e individuo -> deve esserci uno “scontro” con la cultura famigliare -> se no si rischia una patologia.

Napolitani formula la teoria degli universi relazionali e dei gruppi interni, secondo cui l’identità è data dall’inserimento nel
soggetto di segmenti relazionali che provengono dall’ambiente tramite un processo di identificazione che permetta di sviluppare
una personalità sana e integrata. I processi di significazione si sviluppano all’interno di relazioni da cui nascono tre universi
relazionali: 1. Universo reale o protomentale: la relazione col mondo avviene tramite la fluidificazione della propria identità e
l’attribuzione a quel mondo di alcune caratteristiche della propria identità; il tempo è il presente e la comunicazione è
partecipativa. 2. Universo immaginario o transferale: nel proprio mondo interno si assumono dei segmenti del mondo esterno; il
tempo è il passato e il processo è transferale. 3. Universo simbolico o progettuale: si ha la necessità di fare mondo e
simbolizzarlo attraverso l’identità storica del soggetto e il suo ambiente umano e naturale; il tempo è il futuro e la
comunicazione è simbolica.

Secondo Menarini e Pontalti gli eventi mentali sono formati dalla rete mentale di relazioni fra gli esseri umani; da ciò risulta una
concezione che vede lo spazio psichico come un dispositivo che permette di dare senso agli accadimenti della vita, quindi è
patologico ciò che blocca questa ricerca di senso. Il disturbo di personalità (DDP) riguarda sempre vicende familiari e si basa
sull’interiorizzazione di una matrice familiare satura. Lo scopo della terapia gruppoanalitica è introdurre il sociale nel campo
mentale e istituzionale della famiglia e allo stesso tempo introdurre il familiare nel campo mentale e istituzionale della cura. Il
gruppo è il luogo in cui il conflitto diventa persona perchè è sospeso in una rete mentale condivisibile (personazione del
conflitto). Questi autori descrivono una griglia divisa in quattro aree che permette di capire questo processo: • Descrizione del
romanzo familiare; • Individuazione delle modalità relazionali del paziente con il mondo sociale; • Definizione
dell’organizzazione sintomatologica del paziente; • Capacità simbolopoietica (trasformare il conflitto e dargli significato).

In gruppoanalisi il corpo è visto come fatto mentale, simbolico e metaforico perchè è vissuto come luogo del mentale, ed è un
luogo di sensazioni. In un approccio di psicoterapia analitica di gruppo il corpo diventa metafora del gruppo, ed è il luogo
dell’espressione del conflitto psichico, cioè la sede e la ragione della patologia psicosomatica. Il gruppo è il luogo in cui trattare
molti disturbi psicosomatici perchè tramite esso si può pensare il rapporto soggetto-alterità corpo su cui si regge la patologia
psicosomatica. I corpi sono la incarnazione dei rapporti umani -> la base, il dato centrale della vita umana.

I disturbi di personalità: I disturbi di personalità coincidono coi disturbi caratteriali. La personalità è vista come identità e
individualità che si esprime tramite i legami coi gruppi esterni e col gruppo familiare: il disturbo di personalità è un disturbo della
relazione fra il mondo interno e il gruppo esterno familiare, e implica un disturbo nell’area del sé. Esso è caratterizzato da
comportamenti radicati, poco adatti e inflessibili e da uno spazio relazionale saturo. Menarini e Pontalti distinguono tre disturbi:
• Organizzazione narcisistica di personalità: vi è una contrapposizione fra il sé e l’altro da sé e i legami affettivi sono privi di
capacità relazionale -> il trattamento terapeutico è favorevole quando i famigliari sono presenti nella vita del soggetto, e quando
in lui è presente il timore di perdita di relazione; • Organizzazione schizoide di personalità: vi è una chiusura del proprio universo
intrapsichico e un bisogno di aiuto spesso mascherato; sono pazienti con alta idealizzazione delle figure genitoriali, i quali
soffrono e si trovano smarriti davanti a questa patologia • Organizzazione isterica di personalità: è la capacità della mente di
rappresentare le vicende umane intrapsichiche e relazionali; essa diventa patologia quando viene meno la capacità
simbolopoietica della mente, e la matrice individuale e familiare diventa incapace di trasformare in miti e sogni le storie
transgenerazionali, familiari e personali -> è la più adatta al trattamento terapeutico gruppoanalitico perché si basa sulla
relazione con l’altro

La gruppoanalisi familiare: Il soggetto dev’essere inserito in un gruppo partendo dalla forma di rete più semplice, cioè dalla
famiglia, che è il campo mentale dove si configura il nuovo progetto generazionale del bambino. Secondo Foulkes, il limite della
guarigione è l’impossibilità di modificare la matrice di pensiero familiare e di leggere l’intreccio tra nevrosi individuale e
familiare, perchè la difesa principale contro la risoluzione dei problemi nevrotici è l’opposizione al cambiamento dei membri
della rete. La famiglia è il luogo dove si apprendono i modelli multidimensionali che si esprimono nella relazione terapeutica. Il
pensiero familiare è visto come un mediatore fra lo scorrere delle generazioni, la gruppalità familiare e la realtà del mondo: esso
è la matrice familiare che dà al bambino i significati per costruire un’immagine stabile del sè. La comprensione della matrice
familiare e della relazione fra essa e l’organizzazione patologica devono avvenire in un set diagnostico familiare.

Indicazioni e controindicazioni al trattamento gruppoanalitico: Foulkes sottolinea il potenziale della gruppoanalisi per curare le
psicopatologie, ma esclude la paranoia e la depressione. La selezione errata dei pazienti può interferire negativamente sullo
sviluppo della rete terapeutica del gruppo e sull’evoluzione della terapia del paziente. I casi di paranoia e depressione sono
controindicati; sono poco favorevoli anche i quadri ossessivi, le isterie, le epilessie, le perversioni, i disturbi sessuali, le
tossicomanie e gli stati ipocondriaci gravi. Sono invece molto favorevoli i disturbi caratteriali, le difficoltà sociali, le inibizioni, gli
stati d’ansia, le fobie, gli stati di depersonalizzazione, alcune schizofrenie e i disturbi psicosomatici. Secondo Yalom la
psicoterapia di gruppo è controindicata per chi è incapace di entrare in relazione (disturbo antisociale). L’incistamento familiare
avviene quando vi è una sovrapposizione eccessiva fra le figure della vita sociale e quelle della famiglia (soggetto paranoico); in
questo caso la quota di controindicazione è troppo pesante per il gruppo e per l’individuo ->il soggetto non tollererebbe il
concetto di contenere nell’unità il molteplice e viceversa. Nel disturbo narcisistico il paziente narcisista cristallizza delle emozioni
che lo rendono vulnerabile, però inadatto a tollerare immagini, emozioni e ricordi vissuti nel gruppo. Nel disturbo borderline vi è
un’instabilità del sé che il gruppo rischia di frammentare (soprattutto nella fase di costruzione del gruppo, in cui l’individuo si
rispecchierebbe nelle ansie altrui -> non c’è controindicazione invece con gruppo già avviato). Nel disturbo istrionico di
personalità il paziente esprime la sua matrice familiare, ma la sua personalità è invasa dal mondo familiare interno, cioè da un
transpersonale senza trasformazione simbolopoietica -> il soggetto è inglobato in una sceneggiatura fatta da antenati mitici -> il
soggetto finirebbe per lottare contro l’intero lavoro di gruppo. Eccezione: pazienti istrionici con sintomatologia psichiatrica e
persona che hanno svolto una terapia analitica individuale propedeutica alle sedute di gruppo.

IL FARE GRUPPOANALITICO Cap. 6: La cura in gruppoanalisi:

Dalla restitutio ad integrum alla cura relazionale: Medioevo: la malattia aveva origine demoniaca; rinascimento: comincia la
nascita della psichiatria, ma la malattia continua ad essere associata a miserabili da internare; fine 1700: migliorano le condizioni
ospedaliere e i pazienti vengono trattati con più umanità. Per molto tempo la guarigione è stata vista come una restitutio ad
integrum, cioè come un superamento del disordine psichico per ritornare all’ordine. La malattia era quindi vista come
un’alterazione del funzionamento dell’apparato psichico, e il sintomo come una disfunzione da riparare , piuttosto che come
l’espressione degli aspetti di una storia psichica. Nel 1900 il termine malattia viene sostituito da disturbo.

Nell’ultimo secolo siamo passati dalla psichiatria biologica alla psichiatria fenomenologica, che dà molta importanza
all’osservazione dei fenomeni. La gruppoanalisi si è aperta ad una concezione relazionale della sofferenza psichica: la salute non
è più vista come l’assenza di sofferenze psicologiche, ma esprime la capacità del soggetto di affrontare e gestire i cambiamenti,
le sofferenze e il dolore che possono presentarsi nella sua vita. Come avviene la cura: Per prendersi cura di qualcuno bisogna
essere consapevoli del fatto che si sta facendo un’esperienza dotata di senso (il terapeuta deve comprendere la sofferenza altrui
ed essere empatico -> Jaspers). Il percorso terapeutico si basa sulla relazione tra due o più soggetti, che diventa lo strumento
terapeutico principale -> ancora di più nella gruppoanalisi. Obiettivi della cura: Secondo Foulkes la meta della psicoterapia è la
liberazione del paziente da ciò che gli impedisce di cambiare e dei suoi blocchi interni, quindi il compito del terapeuta è
analizzare le inibizioni e le limitazioni inconsce del paziente, che fanno parte di Io e Superio; bisogna procedere dal sintomo al
conflitto/problema. Gli scopi da raggiungere in un gruppo sono la trasformazione del sé e il superamento della psicopatologia, la
maturazione delle strutture psichiche, la comprensione delle proprie gruppalità interne e il dialogo con le matrici familiari sature
-> quindi non curo solo il sintomo ma l’intera persona, considerata come un punto nodale di una rete (devo inserire il soggetto
nel suo contesto). Questi obiettivi sono sia terapeutici (curano) che analitici (il soggetto comprende il suo mondo e lo trasforma).

Per Freud l’analista doveva, come l’archeologo,


scavare a fondo e riportare in luce il materiale
sepolto che il paziente aveva rimosso
I fattori terapeutici di gruppo: I fattori terapeutici sono gli elementi che contribuiscono a migliorare la condizione del paziente in
un gruppo terapeutico.

I fattori terapeutici più importanti secondo Yalom sono:

- Infusione della speranza: osservare i miglioramenti di altri pazienti porta il soggetto a sperare di migliorare;

- Universalità: il paziente scopre che anche altri hanno fatto quell’esperienza prima di lui e capisce di non essere solo (non soffro
solo io);

- Informazione: comprende i consigli e i suggerimenti dati dal terapeuta e dagli altri pazienti;

- Altruismo: aiutare l’altro aumenta l’autostima, ci fa sentire utili;

- Ricapitolazione correttiva del gruppo primario familiare: i pazienti possono rielaborare la storia del loro gruppo originario (i
terapeuti incarnano i genitori, mentre gli altri pazienti sono i fratelli);

- Tecniche di socializzazione: il paziente apprende la socialità e impara a rapportarsi con gli altri (soprattutto grazie ai feedback
altrui);

- Comportamento imitativo: il paziente osserva la terapia di un altro paziente col suo stesso problema e ne trae beneficio
(Bandura);

- Apprendimento interpersonale;

- Coesione di gruppo: è la forza attrattiva di un gruppo sui suoi componenti (coesione di tutto il gruppo tra loro e con l’analista);

- Catarsi: il paziente impara a riconoscere ed esprimere i suoi sentimenti (deve esserci coesione di gruppo);

- Fattori esistenziali: il paziente riconosce che la vita a volte è ingiusta, che bisogna affrontarla senza lasciarsi coinvolgere da
questioni insignificanti e che bisogna assumersi la piena responsabilità della vita.

Secondo Bloch e Crouch i fattori terapeutici più importanti sono:

- Accettazione: il paziente si sente membro del gruppo di cui fa parte; - Universalità - Altruismo - Infusione della speranza -
Guida: il paziente riceve delle informazioni sulla malattia e ne diventa più consapevole; - Apprendimenti vicari: il paziente
osserva gli altri membri del gruppo e ne trae beneficio; - Comprensione di sè: il paziente apprende qualcosa su se stesso; -
Apprendimenti da azioni interpersonali: il paziente impara relazionandosi con gli altri; - Autorilevazione: si forniscono al gruppo
delle informazioni personali sul proprio passato;

Secondo Lo Verso, i fattori terapeutico-trasformativi sono:

- Risonanza: il paziente percepisce nel discorso dell’altro qualcosa che lo riguarda; - Rispecchiamento: ogni membro del gruppo
vede se stesso nell’interazione degli altri; - Identificazione, proiezione, identificazione proiettiva e comunicazione inconscia; -
Vivere l’esperienza del gruppo e della relazionalità e confrontare le proprie esperienze di sofferenza con gli altri; - Condividere la
sofferenza e la paura psichica e fare esperienza di vivere una matrice di gruppo; - Contenimento tramite il legame con la matrice
di gruppo e trasformazione delle matrici relazionali del sé; - Incontro/scontro fra matrice familiare e matrice dinamica del
gruppo; - Distanziamento dallo spazio gruppale interno; - Interpretazione di comunicazioni verbali e non verbali; - Rielaborazione
soggettiva attraverso le relazioni con gli altri.

Secondo Fasolo i fattori terapeutici sono legati agli scopi terapeutici del gruppo, che dev’essere progettato in base ai bisogni dei
pazienti. Secondo Pines la comunicazione è il fattore di terapia principale.

La valutazione delle psicoterapie: Per molto tempo la ricerca sul lavoro clinico è stata caratterizzata dall’autoreferenzialità,
ovvero l’unica forma di verifica prevista era quella interna. La ricerca fatta in questi anni ha permesso ai terapeuti di porre in
modo più consapevole la questione della responsabilità della cura. Nel campo della ricerca sulla psicoterapia vi sono due settori
di indagine:

1.Outcome research: è la ricerca sui risultati della psicoterapia, e usa strumenti che misurano le dimensioni generali e specifiche
dei disturbi e problemi del soggetto; 2.Process research: è la ricerca sugli aspetti del processo della terapia, in cui la misurazione
avviene durante la terapia e indipendentemente dal risultato.

Questa distinzione in due settori ha ormai perso valore perchè oggi la Efficacia: psicoterapia sotto condizioni
maggior parte degli studi usa una prospettiva che integra queste due controllate (laboratorio) -> validità interna;
dimensioni. Per dimostrare l’efficacia delle psicoterapie furono fatti alcuni Efficienza: psicoterapia con condizioni
studi da cui emersero due problematiche: • Il paradosso dell’equivalenza: meno controllate -> validità esterna
non vi erano delle differenze significative fra i vari modelli di psicoterapia (verdetto di dodo); • L’efficacia dei trattamenti
sembrava più legata a fattori aspecifici che a fattori specifici. Da ciò si capì che lo studio del risultato non era sufficiente per
capire il funzionamento della psicoterapia, e che prima si doveva studiare il processo. L’attenzione perciò, si è spostata su ciò che
avviene all’interno della terapia e su come avviene. Alcuni strumenti usati nella ricerca empirica in psicoterapia sono: - I
parametri del set(ting): definiscono e connotano diversi tipi di gruppo; - La GAS: è una griglia per organizzare le variabili della
situazione terapeutica; - L’analisi del testo; - Il codice di analisi dello stile del campo terapeutico: è un codice che classifica gli
interventi verbali in contesti terapeutici gruppali; - Il CCRT: è un metodo per individuare il tema della relazione conflittuale
centrale; - La carta di rete: rappresenta le rete sociale del paziente.

L’inconscio in gruppoanalisi: Prima veniva posta attenzione al mondo interno, ciò che era esterno era solo il risultato della
proiezione, processo per cui l’individuo butta fuori qualcosa che ha dentro (Melanie Klein).

Secondo Freud i contenuti dell’inconscio sono formati da rappresentazioni pulsionali; le caratteristiche dell’inconscio sono
assenza di reciproca contraddizione, processo primario, mobilità degli investimenti, temporalità e sostituzione della realtà
esterna con la realtà psichica. I processi psichici inconsci non si possono conoscere, ma si possono ricostruire attraverso i loro
derivati, come i sogni, grazie alla psicanalisi. Per Freud gli eventi psichici hanno sempre un significato, perchè esprimono desideri
sessuali inconsci a cui è impedito diventare coscienti, che si manifestano dall’infanzia. Jung ipotizzò che in ogni individuo
esistono delle grandi immagini originarie chiamate archetipi, che vanno a strutturare l’inconscio collettivo. Gli archetipi perciò
sono le immagini arcaiche dell’umanità che si manifestano a livello individuale nei sogni e nelle fantasie e a livello collettivo nei
miti, nelle fiabe e nelle opere artistiche. L’inconscio perciò ha due livelli: - L’inconscio personale contiene i ricordi perduti e
rimossi perchè penosi; - L’inconscio collettivo contiene le immagini originarie più antiche dell’umanità. Secondo Foulkes
l’inconscio è strutturato dall’esterno, perchè il mondo esterno permea tutte le strutture psicologiche del singolo individuo. Egli
distingue fra: - Inconscio sociale: è inconscio ma non rimosso ed è determinato dall’esperienza; - Inconscio freudiano: si colloca
nell’Es. Hopper introdusse il concetto di inconscio sociale per indicare le disposizioni sociali, culturali, relazionali e
comunicazionali di cui le persone sono inconsapevoli ma da cui vengono influenzate. Inoltre l’essere umano viene visto come un
produttore di cultura, inserito in un contesto esterno e interno a lui; l’inconscio politico è il luogo interno alla psiche in cui si
collocano gli accadimenti politici.

Cap. 7: La psicoterapia attraverso il gruppo: Il gruppo gruppoanalitico nella mente di Foulkes: Secondo Foulkes, la psicoterapia
di gruppo è controindicata davanti a disturbi paranoidi, forme depressive e psicopatia. Il gruppo terapeutico secondo lui può
essere:

• Chiuso: i partecipanti iniziano e finiscono insieme l’esperienza; • Semiaperto: c’è un riciclo fra i pazienti (rispecchia il via e vai di
gente nella vita reale) -> i pazienti vanno e vengono, ma il gruppo rimane, anche per molto tempo -> può finire per stanchezza
del terapeuta, raggiungimento degli obiettivi; • Aperto: c’è una rotazione rapida di persone; • Misto: è una combinazione fra il
trattamento individuale e di gruppo; si riunisce settimanalmente, e i membri si incontrano una volta alla settimana con il
terapeuta per sedute individuali -> rischio di sviluppare un rapporto speciale con il paziente: Foulkes chiede: perché preferisce
parlarne con me e non con gli altri?). Secondo Foulkes il gruppo standard dovrebbe essere formato da 8 persone, 4 uomini e 4
donne, omogenei per bagaglio culturale, status sociale, intelligenza ed età. La diagnosi invece dev’essere eterogenea. Il tempo
minimo di durata del gruppo è un anno, ma il tempo consigliato è di tre anni -> non si sa mai quando si potrebbe davvero finire,
ma meglio non finire troppo tardi, per evitare di ambire a mete irraggiungibili. Per stabilire quando il paziente può finire il suo
percorso terapeutico Foulkes ha sviluppato una forma di nozione a spirale, con cui si può arrivare ad un punto in cui la
conclusione sembra fattibile o è indicata -> non bisogna aspettare troppo, potrebbe passare del tempo prima che torni il
momento adatto. Egli chiama “disertori” i pazienti che frequentano il gruppo solo per poche sedute andandosene senza il
consenso del conduttore (selezione errata dei pazienti, tecnica errata del terapeutica, particolare risposta del gruppo
all’inserimento del membro) -> la diserzione è una perdita per il paziente e il gruppo. Per quanto riguarda le assenze, il gruppo
dev’essere prioritario per il paziente, perciò esse sono scoraggiate -> nel caso il paziente/terapeuta dovrà avvisare con anticipo.
Per quanto riguarda l’onorario, si calcola quello di un anno che viene diviso in rate mensili; tutti devono pagare lo stesso
importo. Prima di inserire un paziente in un gruppo bisogna informarlo su: - Incontro con estranei; - Forma del gruppo; - Stanza e
sistemazione dei posti: la stanza dev’essere calda, confortevole e luminosa; le sedie devono essere messe in cerchio attorno a un
tavolo -> se qualcuno è assente si toglie la sedia in anticipo (secondo Foulkes) -> ma sarebbe meglio tenerla per ricordare al
gruppo che il paziente è presente simbolicamente. Il posto dove un paziente si siede dice molto all’analista (vicino:dipendenza,
di fronte:opposizione), mentre il terapista si siede sempre allo stesso posto. Pazienti psicotici (trasgrediscono a convenzioni): si
siedono per terra - Il cerchio: permette di vedersi in faccia e di far sentire tutti uguali; - Posizione; - Numero di membri del
gruppo: il numero ideale è 7-8 membri; - Durata e frequenza delle sedute: una seduta dura un’ora e mezza, ed esse si tengono
una volta alla settimana, allo stesso giorno e alla stessa ora (più di 2 incontri a settimana potrebbero ricreare una situazione
psicoanalitica). I principi di condotta richiesti sono regolarità nelle presenze, puntualità (ritardo sporadico/cronico), discrezione (i
fatti narrati rimangono nel gruppo), astinenza (sesso, cibo, fumo, contatti fisici/teneri/ostili tra pazienti), nessun contatto esterno
tra i pazienti (pregresso e presente) -> per una maggiore libertà di espressione, e nessuna decisione vitale presa durante il
trattamento (matrimonio, cambio lavoro, divorzio) -> gli autori del libro sono in disaccordo.
Il gruppo gruppoanalitico oggi: Lo Verso ha elencato dei parametri che il conduttore deve avere presenti per capire lo strumento
che ha nelle mani. La psicoterapia gruppoanalitica ha una durata di almeno 3 anni; i pazienti devono avere un livello socio-
culturale medio o medio/alto e avere una capacità di mentalizzazione sufficiente (no pazienti narcisisti, paranoidi, schizofrenici)
-> oggi è possibile curarli in gruppi particolari, ma comunque i pazienti gravi nel gruppo devono essere pochi. Il gruppo
dev’essere formato da 5-9 pazienti di sesso diverso ma di età simile. Bisogna fare attenzione alla costruzione della matrice di
gruppo in cui si esplorano i nuclei conflittuali inconsci e si dispiega il processo di cura. La cadenza delle sedute dipende dalla
necessità rilevata dal terapeuta -> due a settimana creano un legame supportivo e solido, due dietro l’altra permettono
un’analisi analitica profonda, mentre per i casi critici si consiglia una a settimana intervallata da incontri individuali. L’obiettivo
dei gruppi di terapia analitica è comprendere il mondo interno e trasformare la sofferenza psicopatologica, la personalità e le
relazioni profonde. La conduzione dev’essere poco direttiva, soprattutto all’inizio, per facilitare la processualità gruppale;
l’attenzione deve oscillare fra il singolo e il gruppo. Il conduttore deve avere massima trasparenza e correttezza etica, e un
grande background formativo.

La conduzione: Secondo Fabrizio Napolitani il conduttore deve sapersi posizionare sullo sfondo per lasciare che il gruppo agisca
da strumento terapeutico -> Foulkes: il conduttore è il primo servitore del gruppo). Secondo Foulkes vi sono tre aspetti relativi al
conduttore: 1) Ciò che è: riguarda gli aspetti di personalità (sicurezza di sé, leader democratico); 2) Ciò che rappresenta: egli è
una figura di transfert per il paziente e per il gruppo; 3) Ciò che fa: deve favorire la libera comunicazione (non i transfert come
nel trattamento individuale), non deve dare giudizi, valutazioni o consigli e deve rispettare la regola dell’astinenza; deve saper
ascoltare in modo ricettivo, essere onesto, equilibrato, senza disturbi nevrotici o sessuali, amore per la verità, esperienza del
mondo. Deve trattare tutti i pazienti come uguali e conoscere molte discipline come la sociologia, la filosofia, la biologia, arte,
letteratura (lasciarsi trasportare, educazione emotiva), politica, economia, diritto (per Foulkes anche anatomia e fisiologia senza
però un approccio da medico -> restitutio ad integrum); deve essere un intellettuale curioso che traduca teoria in pratica… Il
conduttore deve avere un ruolo direttivo per favorire la creazione di una matrice gruppale -> deve permettere un legame con
domande “che ne pensate del discorso di M?”; dopo averla costruita, la direttività deve diminuire per permettere al gruppo di
funzionare quasi automaticamente -> il gruppo deve essere svezzato dall’essere guidato. Il silenzio invece deve essere studiato
dall’analista, esso può avere vari significati: apprensione, attesa, apertura di un nuovo tema, pausa per riflettere. Come
amministratore del gruppo, il conduttore deve: • Aderire a puntualità e regolarità; • Informare sugli spostamenti delle sedute; •
Informare della durata della terapia; • Evitare l’uso di farmaci (dovrebbe essere un altro medico a occuparsene); • Mantenere un
rapporto di vicinanza e apertura mentale col medico che cura il paziente. Foulkes consiglia di tenere un registro delle presenze e
di scrivere come si siedono solitamente i pazienti -> sconsiglia di prendere nota durante la seduta -> suggerisce di usare
video/fono registrazioni (che chi sta imparando la pratica gruppoanalitica potrà guardare) -> È possibile la presenza di un
coconduttore, ma non osservatore e basta (potrebbe generare vissuti in pazienti paranoidi). Egli deve anche avere il ruolo di
analista, adottando un atteggiamento analitico che lo renda consapevole della psicodinamica, del transfert, delle resistenze,
delle difese e della natura inconscia di questi processi. Foulkes definisce l’interpretazione (rendere manifesto ciò che è latente ->
Freud), come una comunicazione verbale dal conduttore al gruppo che ha lo scopo di attirare la loro attenzione su un certo
significato. Il terapeuta deve capire qual è il momento giusto per dare la sua interpretazione, che non dev’essere né profonda né
superficiale -> A volte è il gruppo a fornire un’interpretazione (anzi, il terapeuta deve attendere proprio che parta dal gruppo).
L’attività più importante rimane comunque l’analisi; un atteggiamento analitico per il conduttore implica: - Usare una modalità
non direttiva di conduzione, chiarificante e interpretativa; - Non essere manipolato; - Sapere che la sua posizione è oggetto di
dinamiche transferali. Secondo Lo Verso, gli elementi di una conduzione gruppoanalitica fondamentali sono: direttività relativa
(favorire la creazione di una matrice di gruppo), mantenimento della responsabilità terapeutica verso i pazienti, lavoro sul
singolo tramite il gruppo, oscillazione fra la situazione analitica e le gruppalità interne, attenzione al divenire processuale del
gruppo e dei pazienti, stimolazione della capacità associativa e attenzione al rapporto fra dinamiche intrapsichiche e intragruppo
e fra dimensioni comunicative inconsce e relazionali. La formazione del conduttore deve avvenire tramite un training che
comprende un’analisi personale, work-shop, momenti esperienziali, osservazione, supervisione e seminari. Alcune competenze
indispensabili per poter svolgere il mestiere di psicoterapeuta sono: - Saper stare nella situazione terapeutica (aver quindi
seguito un’analisi personale, che tocchi i vissuti che generano emotività; - Responsabilità della cura (responsabilità etica e
capacità di teorizzare il gruppo e tradurlo in prassi); - Sguardo alla polis in cui i soggetti sono immersi; - Setting elastici, flessibili a
seconda delle necessità del paziente qui e ora; - Lettura del contesto di vita del paziente; - Flessibilità: capacità di ripensare e
ripensarsi, interrogarsi sul lavoro che si sta svolgendo e capacità di modificarlo se non va più bene; - Capacità di creare reti,
connessioni con soggetti che riguardano il paziente, e soggetti che riguardano lo psicoterapeuta (colleghi, supervisori); -
Sensibilità all’ascolto: lasciarsi trasportare dalla parola dell’altro; - Conoscenza dell’etnopsichiatria: per leggere la psicopatologia
coerentemente col contesto etnoantropologico del soggetto (esempio anoressia/povertà di cibo pag166).

La preparazione per l’ingresso in gruppo: Secondo Fabrizio Napolitani, per capire il successo o l’insuccesso della terapia di
gruppo bisogna valutare tre aspetti: 1. La selezione: serve per capire quale dispositivo gruppale e quale modalità di conduzione è
più adatta per un certo paziente -> i devianti e i soggetti in crisi non sono adatti (logica dell’esclusione: scarto i pazienti che non
vanno bene); 2. L’assortimento: perchè il gruppo funzioni servono coesione fra i membri e interazione spontanea; 3. La
motivazione: per entrare nel gruppo il paziente dev’essere motivato; la motivazione può avvenire dal terapeuta tramite
informazioni e chiarimenti, tramite rassicurazione (Napolitani non è d’accordo -> preferisce un periodo di prova), o tramite
indagine sulle resistenze. Può anche essere utile formare un gruppo propedeutico per capire quali pazienti possano beneficiare
di un trattamento gruppale. L’equipe terapeutica di solito è formata da due conduttori e uno o due osservatori -> devono
riunirsi, prima, nell’intervallo e dopo la seduta per capire cosa è successo, analizzare i transfert... Quando nel gruppo entra un
nuovo membro la fisionomia del gruppo cambia e gli equilibri vengono rimescolati: il gruppo non sarà più quello di prima. Per
inserire un nuovo componente in un gruppo già formato bisogna verificare che sia compatibile con gli altri membri, che sia il
momento adatto. Le reazioni degli altri membri possono essere diverse: - Effetto bilancio: il paziente riflette su come era quando
è entrato e su come è ora; - Identificazione: il paziente rivive il momento in cui è entrato nel gruppo; - Esclusione: un nuovo
entrato o un vecchio membro sospendono il lavoro terapeutico.

Prescrizione e avvertenza: Lo psicoterapeuta deve passare dalla dimensione della prescrizione alla dimensione dell’avvertenza: •
La dimensione della prescrizione è la logica della chiusura della mente, che non riesce ad elaborare un suo pensiero ma segue
tracciati già percorsi; non pensa alla persona con la sua storia ma al paziente con un sintomo. • La dimensione dell’avvertenza è
la logica dell’apertura della mente, che elabora un pensiero etico; guarda oltre la malattia.

Cap. 8: Dispositivi gruppali: Lavorare con le famiglie: Negli ultimi anni il pensiero gruppoanalitico ha evidenziato il ruolo della
famiglia per lo sviluppo futuro del bambino. Secondo Foulkes bisogna partire dal paziente centrale per poi coinvolgere gli
individui legati al suo conflitto, ai suoi sintomi e ai suoi problemi. Nucara, Pontalti e Menarini partono dal presupposto che la
personalità si struttura a partire dal campo mentale familiare: la matrice familiare si deve costituire insatura, per permettere al
bambino di dare senso alle generazioni e alle culture precedenti. Pontalti insiste sull’ospitare nella stanza di analisi i membri che
condividono gli ambienti di vita principali col paziente; diventa un compito fondamentale sentire le famiglie e aiuta a ricostruire
la storia del paziente.

Gruppi di psicoterapia con bambini e adolescenti (il primo fu Slavson): I gruppi di terapia possono funzionare come una modalità
di trattamento potente per sostenere gli adolescenti in difficoltà -> gli adolescenti usano il gruppo dei pari per staccarsi dalla
famiglia. Con i pazienti in età evolutiva una tecnica molto usata è il gioco, che viene accolto più facilmente dai bambini
(Winnicott): esso permette di tradurre i pensieri in immagini e le immagini in pensieri. Nonostante Freud non si sia mai occupato
di bambini nel suo lavoro analitico, osservando il nipote, egli affermò che il bambino nel gioco tende a ripetere le esperienze
traumatiche al fine di superarle. Anche M Klein afferma che i bambini attraverso il gioco comunicano emozioni, ansie, sensi di
colpa. Il numero ideale dei gruppi è 4-7 pazienti, e le sedute avvengono settimanalmente e durano un’ora e mezza (cura di fobie,
inibizioni, disturbi caratteriali e di apprendimento su basi affettive); di solito i gruppi sono semiaperti e durano 3 anni -> non ci
deve essere troppo divario di età, i bambini non devono frequentarsi al di fuori del gruppo. È privilegiata la co-conduzione ed è
sconsigliata la presenza di un osservatore. La stanza deve essere non troppo grande per permettere all’analista di vedere e
sentire tutti, e devono esserci un tavolo, cuscini, palle morbide, fogli, matite, pennarelli, scatola di giochi. Il clinico deve fare
attenzione all’analisi della domanda, perché i bambini non sanno di avere un problema -> la domanda è posta dai genitori, e
spesso solo loro ad avere un problema, non il figlio. La psicoterapia funziona quando diminuiscono i sintomi, aumenta la capacità
di socializzazione e scompaiono le somatizzazioni. I genitori non vanno tenuti fuori dal setting: con loro si può creare un altro
spazio una volta al mese (il conduttore non deve essere lo stesso dei bambini, che devono avere uno spazio proprio)-> non esiste
evoluzione del figlio senza coevoluzione dell’intero contesto famigliare.

Gruppi omogenei: Nei gruppi omogenei vi è una caratteristica che accomuna tutti i membri del gruppo (es: nei gruppi di Pratt
erano accomunati dalla tubercolosi), perciò i membri di un gruppo omogeneo sono uniti dalla lotta contro un problema comune
-> un accomunamento che facilita il percorso terapeutico (ma le differenze individuali non vengono appiattite). Questi gruppi si
sono diffusi in diversi ambiti: campo medio-sanitario, campo psicopatologico e campo della formazione. Di solito i gruppi
omogenei sono a termine o chiusi -> per evitare troppa fusionalità. L’omogeneità del gruppo dev’essere vista come un
contenitore specializzato di elementi psichici che nel setting gruppale possono trasformarsi in rappresentazioni e pensieri
(Marinelli). La conduzione di un gruppo omogeneo è più attiva di quella di un gruppo eterogeneo. I fattori attivati di più sono il
rispecchiamento, l’universalità, l’altruismo e l’infusione della speranza.

Le artiterapie: Le artiterapie sono dei trattamenti attuati attraverso le arti visive, la danza, il movimento corporeo e la musica. Le
principali sono: 1. Lo psicodramma (Moreno): si tratta di un teatro terapeutico che ha come obiettivo la catarsi; 2. La
danzaterapia: facilita la scarica di tensioni e favorisce l’integrazione fra mente e corpo; 3. La musicoterapia: è l’uso della musica e
degli strumenti per favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione e l’organizzazione; 4. La
drammaterapia: si racconta una storia o si interpreta un ruolo in uno spazio teatrale, con l’obiettivo della rinascita dell’anima ->
esplorazione delle proprie dimensioni conflittuali; 5. Social dreaming: tecnica di lavoro di gruppo che valorizza il contributo dei
sogni alla comprensione della realtà sociale esterna, in cui vivono i sognatori. Inventata da Gordon Lawrence (1988), che afferma
che i sogni contengono informazioni fondamentali sulla situazione in cui le persone si trovano in quel momento. Fondamentale è
il termine matrice, ma nel senso di Seduta (nella quale i partecipanti forniscono sogni e associazioni), e nel senso di luogo dal
quale nasce, si sviluppa qualcosa. Per entrare nella SDM è richiesta una capacità di dimenticare ciò che è conosciuto, perché la
conoscenza impedisce di accedere al non conosciuto. Il focus più che sulle interpretazioni è sulle associazioni (creano legami e
nuovi significati), e lo scopo non è collegare tutti gli elementi per arrivare a un significato unico, ma disseminare i sogni in uno
spazio aperto e infinito, dove il sogno vagante possa entrare in collisione con altri sogni. Le sedute durano un’ora e mezza,
bisogna evitare una unica seduta rischia tutto, per favorire il collegamento tra i vari sogni. È meglio fare 3/5 sedute riunite in 2/3
giorni, intervallate quindi da una o due notti -> in queste notti compaiono nuovi sogni che fanno solitamente riferimento al
gruppo o alla situazione che si sta vivendo. Le sedute possono essere condotte da un unico “facilitatore” (garante delle regole
del setting, lasciare ai partecipanti il compito di trovare allegorie, associazioni… -> deve appunto facilitare il lavoro, non dare
interpretazioni) o da un piccolo staff di due o tre, a seconda della grandezza del gruppo (preferibile non più di 35). Le sedie prima
erano a spirale, ora a fiocco di neve -> favorisce privacy il fatto che non tutti si guardino in faccia _> ognuno si siede dove vuole.

Psicoterapia di gruppo a tempo limitato: Possiamo distinguere fra: • Psicoterapie brevi: prevedono un numero di sedute al di
sotto di 25 o di sei mesi; • Psicoterapie a tempo limitato: le sedute vanno da 12 a 70, e la fine viene decisa all’inizio del
trattamento. Alcuni fattori importanti nei gruppi senza un termine prestabilito sono la selezione dei pazienti, la preparazione
pre-gruppo, l’identificazione di un focus di terapia, la composizione del gruppo, il ruolo del conduttore e l’atteggiamento verso il
tempo. Il terapeuta deve chiarire che non verranno risolti tutti i loro problemi (fare interventi focalizzati) e che i cambiamenti
potranno anche verificarsi dopo la fine del trattamento -> è importante programmare un incontro di follow up a 4 mesi per
incoraggiare l’applicazione di quanto si è appreso in terapia.

Gruppi mediani e allargati: I gruppi mediani sono composti da 17-35 persone disposte in modo circolare; ogni seduta dura un’ora
e mezza e ci sono 1 o 2 incontri alla settimana. La struttura aperta favorisce lo scambio comunicazionale e la condivisione. I
fattori che il gruppo mediano è in grado di generare sono: rispecchiamento, risonanza, correzione dell’immagine del proprio sé
relazionale. L’ambito più che personale è socioculturale. I gruppi allargati sono composti da più di 35 persone disposte in cerchi
concentrici; ogni seduta dura un’ora e mezza e si svolgono a maratona (4 o 5 sedute al giorno per due o più giornate) -> oggi ci si
chiede se siano terapeutici o semplicemente didattici/di apprendimento. La disposizione concentrica che non permette di
guardarsi in viso genera odio e frustrazione. Il gruppo allargato esplora il conscio, e l’obiettivo del trattamento è il gruppo,
mentre l’individuo è l’agente.

Cap. 9: Oltre la stanza d’analisi: il lavoro educativo di strada: dal pensiero lineare a un pensiero complesso: Il lavoro educativo
di strada è una pratica di cura psicosociale che tralascia le regole del set ma mantiene come obiettivo il benessere di chi sta
male: il setting è la strada, e l’equipe è formata da psicologi, educatori, assistenti sociali, filosofi, animatori sociali... Prendiamo
come esempio il lavoro di strada attuato a Palermo: alcuni gruppi di professionisti si sono presi la responsabilità di rispondere
alle richieste di aiuto e sostegno di persone che vivono in contesti di degrado socio-economico e relazionale che entrano in
conflitto con il loro ambiente. Questo servizio è rivolto a chi abita in contesti di periferia e si basa su un’azione psicoeducativa. Il
lavoro di strada si basa sull’intermediazione sociale attraverso interventi in quartieri a rischio, in contesti degradati e su gruppi
disagiati con legami interrotti. L’obiettivo è assicurare a queste persone un’opportunità di contatto, di legame e di scambio
relazionale con la comunità urbana. Le modalità operative messe in atto dagli operatori di strada si basano su cinque principi: • Il
principio del riconoscimento dell’altro per quello che è -> ti vengo ad aiutare dove ti trovi tu, non ti chiedo di adattarti a me; • Il
principio dell’accoglienza; • Il principio della riduzione del danno: ho pochi obiettivi, e basilari ; • Il principio del relazionarsi
secondo le regole della strada; • Il principio dell’intermediazione sociale -> ricucire relazioni spezzate.

Tra lo scontro e l’incontro: Si tratta di ambienti degradati e poco permeabili, in cui non c’è una domanda. La prima fase
dell’intervento è la mappatura del territorio, in cui gli operatori girano per i quartieri per familiarizzare con le strade e coi volti e
lasciano gli abitanti liberi di familiarizzare con loro (creazione di fiducia). Due volte alla settimana avviene l’intervento in strada: i
ragazzi del quartiere svolgono diverse mansioni (feste, laboratori fotografici/artistici/teatrali, attività sportive, oppure si fermano
a dialogare sulla vita nel quartiere, su ciò che accade in strada e sulle problematiche personali -> si cerca di far capire soprattutto
ai giovani che esistono altri modi di vivere/pensare. Il compito degli operatori è mostrarsi, lasciarsi avvicinare, rispondere alle
domande, dialogare con chi lo desidera e facilitare l’accesso ai servizi che l’utente non conosce o verso cui ha sfiducia -> non
tolgo il ragazzo dalla strada, ma faccio si che essa sia un luogo accogliente. Raffaele Barone: inclusione sociale non significa tanto
mettere dentro alla comunità qualcuno che ne è fuori, quanto aiutare qualcuno che si trova già dentro una comunità, ma in
modo non accettato.

I parametri di valutazione del lavoro di strada con gli adolescenti sono: - Domanda di partecipazione e modalità di inizio
rapporto: da parte di istituzioni giuridiche ed educative e servizi comunali e socio-sanitari; - Tipo di utenza: giovani pre-
adolescenti, adolescenti o giovani a rischio e abbandonati a se stessi; - Numero, gruppi e classi di utenti: si opera con uno o più
gruppi di prevenzione che si aggregano attorno ad un nucleo più stabile di ragazzi che hanno già instaurato un rapporto; - Sede e
luoghi: studio/analisi di ambienti urbani in cui si ritrovano i giovani per trascorrere il tempo libero; - Organizzazione e staff: vi è
un gruppo di operatori di strada e un coordinatore territoriale; - Fasi e processi: fase esplorativa di analisi del territorio, fase
centrale di lavoro sul territorio e fase di restituzione alla comunità e alle istituzioni; - Durata: cicli annuali o stagionali; - Obiettivi:
aumentare la consapevolezza dei cittadini su tematiche difficili (salute, abitudini di vita, violenza), prevenire o allontanare dalla
devianza, dalle brutte compagnie, distogliere l’attenzione dal commettere cattive azioni…; - Istituzione: si svolge in un progetto
sociale più ampio; - Pagamento: è a carico delle istituzioni che gestiscono il progetto; - Responsabilità e coordinamento: se ne
occupano uno o più operatori con una grossa consapevolezza psicologica, sociale e pedagogica; - Operatori: devono avere la
capacità di condurre gruppi, coordinare attività, gestire relazioni istituzionali e leggere le dinamiche socio-antropologiche. -
Formazione: gli operatori vengono formati per gestire fatti emotivi, gruppali, istituzionali e sociali, per coordinare i gruppi di
lavoro e organizzare il lavoro di gruppo.

Cap. 10: Il gruppo come base sicura: gruppoanalisi e teoria dell’attaccamento: La teoria dell’attaccamento: Bowlby vede
l’attaccamento come la capacità della figura genitoriale di sostenere le sensazioni di sicurezza del bambino; l’attaccamento
madre-bambino si basa su un sistema istintuale primario e autonomo. Fairbairn afferma che l’esterno e l’interpersonale hanno
una priorità rispetto all’interno e all’intrapersonale; il neonato ha una spinta relazionale primitiva per cui viene al mondo pronto
a relazionarsi. Egli viene spinto verso l’interno e crea il suo mondo interiore solo se è in condizioni psicopatologiche. Fairbairn
attribuisce una grande importanza all’esterno, ma non al mondo sociale -> egli concepisce la psicologia del gruppo come la
psicologia dell’individuo in gruppo, e i problemi sociologici come il precipitato di quelli individuali (visione individualista) ->
analogia con Foulkes: i processi psicologici hanno origine all’esterno, e sono il frutto delle forze che operano nel gruppo al quale
egli appartiene.

Il bambino perciò ha una propensione naturale a creare attaccamenti (relazioni).

La natura intersoggettiva del legame di attaccamento: Il paradigma dell’intersoggettività di Storolow e Atwood afferma che non
esistono menti isolate, ma solo soggettività e dialogo tra loro; i fenomeni psicologici possono essere curati solo tenendo presenti
i contesti intersoggettivi, cioè le relazioni tra persone, ponendo tra esse i legami di attaccamento. La relazione attraverso reti
inconsce alla base del patrimonio biologico e culturale umano, fonda e struttura la personalità individuale. Bowlby fa un’analogia
tra la base sicura che deve esserci tra madre-figlio, affinchè esplori il mondo, e quella che deve esserci tra terapista-paziente,
affinchè egli possa esplorare se stesso -> osservazioni sperimentate da Parish, che evidenzia quanto siano incisivi: intensità
dell’attaccamento al terapeuta, durata e frequenza delle sedute, concordanza di genere, stili di attaccamento non evitanti e una
buona alleanza di lavoro. Centrale nella teoria dell’attaccamento è il concetto di modelli operativi interni (MOI -> Bowlby si ispira
a Craik)), mediante i quali, i pattern di attaccamento dell’infanzia sono trasmessi alla vita adulta e alle generazioni successive.
Secondo Bowlby gli individui hanno bisogno di una mappa del mondo per controllare e manipolare l’ambiente, e proprio questi
MOI sono modelli mentali che guidano e regolano il funzionamento umano -> questi modelli operativi si strutturano grazie alle
relazioni del bambino con il mondo. I MOI permettono al bambino di orientarsi rispetto alle relazioni sapendo chi sono le figure
di attaccamento, dove si possono trovare e come possono reagire (comportamento prevedibile) davanti a richieste di cure e
conforto -> si fondano sulla generalizzazione di esperienze relazionali tra il soggetto e chi si prende cura di lui (caregiver).
Possiamo definire il MOI un modello a piccola scala della realtà esterna. Anche Horowitz parla di modelli di relazioni e schemi sé-
altro, usati dal bambino per prevedere il mondo e relazionarsi con esso. Invece Stern parla di rappresentazioni delle interazioni
generalizzate (RIG), per spiegare l’intersoggettività nucleare che sostanzia la natura umana sin dall’età neonatale -> esistono
degli stati affettivi interni che si sviluppano dentro la matrice intersoggettiva in cui il soggetto cresce, grazie alle esperienze di
interazione. L’intersoggettività e l’attaccamento hanno perciò la stessa ontogenesi e si sostengono a vicenda -> il primo crea le
condizioni necessarie all’attaccamento, e il secondo favorendo lo sviluppo dell’intersoggettività mediante la vicinanza a persone
significative -> Siegel si spinge oltre, affermando che l’esperienza relazionale è in grado di influenzare lo sviluppo della struttura
cerebrale e delle sue funzioni -> è importante che l’adulto reagisca in modo adeguato alle sue richieste, favorendo risposte che
producano stati mentali positivi (attaccamento sicuro). Gallese pone come fondamento dell’intersoggettività la costruzione di
uno spazio primitivo (spazio noi-centrico): all'inizio della vita condividiamo con gli altri uno spazio interpersonale
multidimensionale, che anche in età adulta occupa una parte dello spazio sociale con cui il soggetto interagisce e da cui trae la
sua conoscenza del mondo.

La teoria dell’attaccamento nella psicoterapia gruppoanalitica: Holmes: sistema di attaccamento=sistema psicologico


immunitario. Lo scopo della psicoterapia è aumentare la consapevolezza della vita mentale dell'individuo, potenziando la
capacità narrativa: essa è l'unica possibilità per sviluppare un modello operativo interno di sicurezza, che nelle culture
tradizionali è fornito dalla famiglia e dal gruppo tribale. Secondo Bowlby, le tre forme principali di psicoterapia (individuale,
familiare e di gruppo) sono influenzate dalla teoria dello sviluppo della personalità e dalla psicopatologia fondata sulla teoria
dell’attaccamento. Lo scopo del terapeuta è aiutare il paziente ad esplorare i modelli rappresentazionali di se stesso e delle sue
figure di attaccamento, fornendo così una base sicura; la psicoterapia di gruppo permette di costruire una base sicura condivisa
dal gruppo, in cui il conduttore è centrale e i membri del gruppo sono visti come fratelli (F diceva che il terapeuta è il primo
paziente -> esso è anche la prima figura di attaccamento). In questo senso la psicoterapia gruppoanalitica è uno spazio
intermedio fra il sé individuale e il sé gruppale -> ciò avviene sia mediante la libera fluttuazione comunicativa, sia mediante la
creazione di fattori di sostegno e fattori terapeutici (coesione, appartenenza, condivisione, scomparsa dei meccanismi di difesa,
empatia; e ancora rispecchiamento, risonanza, esperienza emotiva correttiva, individuazione del sé e socializzazione -> tutti
fattori determinanti per la costruzione di una base sicura, indispensabile per la costituzione di una capacità narrativa e per la
solidificazione della matrice di gruppo. La psicoterapia ha il compito di ripristinare la capacità narrativa del soggetto, cioè la
consapevolezza di sè, degli altri significativi e delle relazioni con essi, portandolo ad una nuova integrazione del sè. La funzione
riflessiva del sè, in gruppoanalisi, avviene nella dimensione del sé gruppale. Secondo Marrone, in un lavoro gruppoanalitico
orientato alla teoria dell’attaccamento il conduttore ha sette compiti: - Accrescere la coesione e l’affiliazione; - Esplorare la
situazione relazionale presente; - Riflettere sulle risposte attese nel rapporto con gli altri; - Potenziare i ricordi episodici e
semantici; - Individuare le crisi di empatia fra i membri; - Rilevare le strategie disfunzionali per regolare la vicinanza agli altri e
l’autostima; - Promuovere una conoscenza interpersonale che stimoli una cultura della riflessione. Il terapeuta deve tenere in
mente 4 caratteristiche attivate nel setting gruppale: comportamento influenzato da cause intrapsichiche e interpersonali, le
persone esprimono emozioni diverse da quelle provate davvero, e che possono inconsapevolmente voler ingannare, e che le
persone sono spesso inconsapevoli delle loro motivazioni/energie. Il fine è il raggiungimento di un sano e duraturo cambiamento
dell’organizzazione mentale del paziente -> nel gruppo è così possibile sviluppare la capacità metacognitiva, alla base della
funzione riflessiva. Riassumendo, nel setting gruppoanalitico si amplia la capacità riflessiva del soggetto e aumentano le
possibilità trasformative del pensiero.

Gruppoanalisi familiare e sistema di attaccamento: La teoria dell’attaccamento dev’essere concepita oltre la relazione caregiver-
bambino -> anche altri soggetti significativi influenzano il tipo di attaccamento del bambino e la sua personalità. Secondo Main
bisogna fare degli studi sul contesto biologico, culturale, ecologico e familiare rispetto alla teoria dell’attaccamento, perché nella
Strange Situation vi sono delle reazioni diverse e quindi diversi stili di attaccamento tra il bambino e i due genitori: la qualità
diversa delle due relazioni di attaccamento è causata dalle esperienze separate tra il bambino e la madre e tra il bambino e il
padre -> è la visione del monotropismo che vede come l’unico oggetto di attaccamento la madre. Il fatto che gli attaccamenti si
sviluppano gradualmente in un lungo periodo di tempo e che l’attaccamento umano è gerarchico mette in crisi l’idea che esista
un solo legame di attaccamento e porta a studiare gli attaccamenti multipli, con più figure affettive (vi sono altre figure
importanti oltre alla madre, come nonni, fratelli, maestri). L'interesse per l'influenza dell'attaccamento nella famiglia porta a
superare il dualismo teorico fra la famiglia reale e la famiglia rappresentata. Con gli studi di Stevenson-Hinde, Byng-Hall, Donley,
Doane e Diamond i terapeuti della famiglia spostano la teoria dell’attaccamento a tutto il gruppo familiare:

• Stevenson-Hinde e Byng-Hall definiscono il copione familiare come l'insieme dei modelli di lavoro condivisi dai membri della
famiglia;

• Secondo Byng-Hall un copione di attaccamento familiare include l'interazione fra tutti i rapporti di attaccamento, e implica la
distribuzione dei ruoli fra chi accudisce e chi cerca cure;

• Donley considera l’attaccamento come un processo che va oltre la diade madre-bambino.

La base sicura familiare è la famiglia che fornisce delle figure di attaccamento adeguate che rendono tutti i membri sicuri, e
implica anche l’idea di una responsabilità famigliare condivisa, che assicura aiuto e sicurezza a ogni membro della famiglia. La
famiglia, perciò, dev’essere vista come il luogo in cui si apprendono modelli multidimensionali, e il pensiero familiare è visto
come mediatore fra la gruppalità familiare e la realtà del mondo. La famiglia è la matrice familiare che dà al bambino i significati
per costruire un’immagine del sé stabile, e la sua mobilità (famiglia insatura), rende il membro della famiglia capace di
trasformare questi significati in nuove interpretazioni del mondo. Per dirla alla Foulkes il bambino è determinato dal contesto
relazionale, l’equilibrio relazionale intrapsichico è sempre legato a quello delle relazioni interpersonali. Minuchin distingue fra: •
Famiglie invischiate: prevale un pattern ansioso-ambivalente; • Famiglie disimpegnate: prevale uno stile evitante di
attaccamento. Stevenson-Hinde distingue tra: • Stile di attaccamento sicuro: funzionamento familiare adattivo, supportivo e
autonomo; • Stile di attaccamento evitante: funzionamento familiare distanziante e insensibile che respinge i membri della
famiglia; • Stile di attaccamento ambivalente: funzionamento familiare invischiato e ipercoinvolto; • Stile di attaccamento
disorganizzato: funzionamento familiare caratterizzato dall’assenza di struttura e da esperienze di abuso. La matrice insatura
implica una possibilità creativa, un’apertura al nuovo e una rivisitazione della dimensione mitologica della famiglia, mentre la
matrice satura implica un’impossibilità creativa e il blocco del pensiero individuale. Lo scopo della gruppoanalisi è collocare il
funzionamento psichico in un contesto evolutivo e sociale. La gruppoanalisi e la teoria dell’attaccamento hanno dei principi
comuni, come matrice sociale della vita psichica e koinonia (dialogo in comunione, condivisione e compartecipazione).

Il ruolo dei processi narrativi in psicoterapia: La capacità narrativa è consapevolezza di sé, degli altri significativi e delle relazioni
con essi, e quindi una nuova integrazione del sé. La costruzione di narrazioni permette di ristrutturare gli accadimenti e le storie,
che permettono lo stabilirsi di relazioni e legami. Nella teoria della narrativa l’Io è un sé autobiografico e polifonico, cioè un
racconto di tanti mondi e voci che interagiscono per creare un’autonarrazione. L’incontro terapeutico diventa il tentativo di una
nuova realizzazione del processo di digestione delle esperienze emotive, legate in primis alle esperienze di attaccamento ->
soggetti sicuri presentano una narrazione fluida e integrata delle loro esperienze infantili, e sanno valutarne le influenze rispetto
ai loro stati mentali, mentre i soggetti distanzianti svalutano l’esperienza di attaccamento con una narrazione scarna di ricordi,
mentre ancora quelli preoccupati appaiono coinvolti nelle esperienze precoci di attaccamento, con una narrazione confusa e non
veritiera, invasa dal passato. Anche i bambini -> bambini sicuri danno risposte coerenti ed elaborate rispetto all’esperienza di
separazione, mentre nei bambini evitanti si rileva una mancanza di comprensione e di contenimento dell’esperienza. Proprio
l’osservazione di una maggiore coerenza, autoconsapevolezza, capacità di ricordo e abilità di mettere a fuoco i propri processi di
pensiero, nei bambini “sicuri”, porta Main nel 1991 a parlare di monitoraggio metacognitivo, intesa come l’abilità di pensare sul
pensiero -> i legami relazionali stabiliti nella prima infanzia esercitano un’influenza sul comportamento futuro, sull’idea di sé,
sulla capacità autobiografica e sull’adattamento sociale. È quindi legato alla funzione riflessiva descritta da Fonagy, come la
capacità di vedere e comprendere se stessi e gli altri in termini di stati mentali, e di ragionare sui propri e altrui comportamenti
-> comprende sia una componente autoriflessiva che una interpersonale, rintracciabile nella distinzione tra realtà
esterna/interna, quindi fra processi interpersonali e intrapsichici -> lo stato di attaccamento quindi non è un tratto caratteriale,
ma è un processo relazionale trasmesso tra generazioni -> su questa osservazione Main, Kaplan e Cassidy mettono a punto
l’Adult Attachment Interview, che è un’intervista che valuta gli aspetti soggettivi del racconto autobiografico del soggetto
(coerenza, valutazione dei processi di pensiero, contraddizioni logiche, pregiudizi personali, incongruenze nella memoria
personale e distinzione della realtà dall’apparenza) -> scopo dell’intervista è mettere il soggetto in una situazione strana, di
sorpresa per l’inconscio, e valutare lo stato della mente rispetto all’attaccamento. La capacità narrativa permette di creare storie
condivisibili da cui derivano delle forme di comportamento che possono influenzare il mondo interiore e avere effetti sulla
modulazione delle emozioni e sull’organizzazione del sè. Secondo Main esistono tre patologie della capacità narrativa:
l’aggrapparsi a storie rigide, la non storicizzazione dell’esperienza e l’incapacità della narrazione di contenere la sofferenza. Per
valutare gli aspetti narratologici del lavoro psicoterapeutico bisogna considerare il loro legame col sistema di memoria implicita;
anche lo sviluppo del modello mentale di attaccamento dipende dall’attività della memoria implicita. Essa è associata
all'esperienza soggettiva interna e ad un senso di sé e del tempo. La memoria implicita comprende anche la memoria episodica
(autobiografica) e la memoria semantica. I processi autonoetici spiegano la capacità di avere una rappresentazione di se stessi
nella realtà e nel futuro e dipendono dalla relazione tra bambino e caregiver. I modelli della memoria implicita permettono di
percepire e filtrare gli elementi della memoria esplicita, che a sua volta rende possibile riconoscere le influenze esercitate dai
ricordi impliciti sul comportamento e sulle narrazioni. Riassumendo, è proprio la narrazione dell’individuo, riguardante la
rappresentazione dell’attaccamento, che dà forma al mondo interno dell’individuo (anche grazie all’interazione tra memoria
implicita ed esplicita). Le strategie di attaccamento, quindi, non influenzano solo le interazioni fra partner legati affettivamente,
ma anche la qualità narrativa delle esperienze di attaccamento, e quindi la capacità metacognitiva, che è sia riconoscimento
delle capacità rappresentazionali, che cambiamento rappresentazionale.