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Il Counselling Psicopedagogico:

modelli teorici ed esperienze operative

IL COUNSELLING PSICOPEDAGOGICO: prefazione


Il counselling può essere considerato sia una pratica sociale che una nuova professione.
Possiamo definire PRATICA SOCIALE, il luogo di scambio delle necessità, il luogo della riflessione critica
sui processi di convivenza civile e sociale ed il centro delle pulsioni della comunità.

Viviamo in una società-mondo, scriveva Morin, dove i confini non sono più insormontabili e dove
Internet è una grande mente planetaria in continua e frenetica evoluzione che permette ad ogni singolo
essere umano di superare questi confini e comunicare con chiunque, ovunque. Al tempo stesso questo
in sé contiene la CRISI dell’ umanità poiché, scrive sempre Morin, “il vascello spaziale Terra” è mosso
da motori incontrollabili che hanno continuamente sete di ricchezza e di riconoscenza: SCIENZA,
TECNICA, ECONOMIA E PROFITTO. Queste si collegano rispettivamente alla sete di conoscenza, di
potenza, di ricchezza e di possesso. Il fatto di basare lo sviluppo soltanto sulla parte tecnopratica ha
portato l’intera umanità a lasciare da parte tutto ciò che non è quantificabile né monetizzabile, come i
veri sentimenti, la gioia, l’amore, la sofferenza, la dignità.

Tutto ciò ha prodotto un SOTTOSVILUPPO INTELLETTUALE, PSICHICO E MORALE.

Morin nella sua opera “le vie per l’avvenire dell’umanità”, indica una triplice riforma per uscire da
questa crisi planetaria che secondo lo stesso si poggia sull’educazione dell’umanità stessa:
1. Modo di conoscere
2. Modo di pensare
3. Modo di insegnare.

Il counsellor può aiutarci in tutto questo dato che è stata pensata proprio come una figura ausiliaria e
di supporto ai sistemi sociali poiché potenzia e qualifica le competenze di base dei diversi professionisti
che si occupano della relazione ed è capace di favorire il dialogo costruttivo all’interno di un’equipe e
tra i diversi soggetti coinvolti (persona singola, gruppo, famiglia e istruzione).

Luigi Regoliosi, autore del libro, ci fa approdare, dopo un breve excursus storico della figura del
consulente psicopedagogico, verso una figura nuova, verso un modello adottato dalla scuola di
Bergamo e che ci richiama alla Helping professions, capace di porsi al fianco del cliente e di individuare
problemi e capacità per risolverli.

La parola chiave del counseling del futuro è APPRENDIMENTO e la formula è APPRENDERE AD


APPRENDERE: tutto ciò può essere caratterizzato dalla discontinuità prodotta dai contesti e dalla natura
dialogica e relazionale ma bisogna essere aperti, dinamici, emotivi e affettivi nell’incontro con l’Altro
(come ci insegna Martin Buber, filosofo della relazione).

Il counselling ispirato al Paradigma psicopedagogico non può essere altro che uno stimolo per il
processo di riforma della conoscenza e un aiuto per costruire, decentrare e ricostruire l’esperienza di
questo processo d’apprendimento, il quale luogo stigmatizzato è considerato il teatro con la sua
importante funzione pedagogica. Ruggiero affronta con successo la similitudine tra la professione del
counselling e la tragicità della vita messa in atto a teatro, grazie a ciò dobbiamo tenere vivo il fuoco
delle radici culturali e portare il meglio in un futuro senza venerare le ceneri delle tradizioni.
PARTE PRIMA - I FONDAMENTI: IL COUNSELLING COME COMPETENZA DIFFUSA. IL PERCHE’ DI UN
ORIENTAMENTO PSICOPEDAGOGICO.

1.1 UN GRANDE MOVIMENTO: DA DOVE NASCE IL COUNSELLING

Rogers e la psicologia umanistica


Nel 1942 Carl Rogers pubblicò “Counselling and Psychotherapy”. Qui introdusse la pratica del
COUNSELLING con tutte le sue caratteristiche. Successivamente nel 1951 con un’altra opera dal titolo
“Client-Centered therapy” (la terapia centrata sul cliente) portò al centro della sua riflessione la
posizione dell’utente, denominato non più paziente ma CLIENTE.

C. Rogers nei suoi testi cerca di modificare il concetto di psicoterapia per introdurre il concetto di
counselling. Ad oggi possiamo dire che il suo intervento sia stato rivoluzionario soprattutto nel campo
della pratica delle relazioni d’aiuto, anticipando le linee guida della psicologia umanistica che varrà
definito come la "terza forza" della psicologia che fino ad allora si era basate sulle due correnti
dominanti della psicoanalisi classica e il comportamento positivistico.

Un altro importante autore della corrente della psicologia umanista è A. Maslow: il suo lavoro di ricerca
segna un punto importante per la psicopedagogia in quanto mise in pratica attraverso il “Journal of
Humanistic Psychology”, il lavoro di un’equipe psicopedagogica, infatti nella presentazione di questa
rivista rimarca l’importanza del lavoro di un’equipe formata da psicologi e professionisti provenienti da
tutti i campi ma determinati nello svolgere il proprio lavoro e nel raggiungere l’obiettivo: sviluppare le
capacità e le potenzialità umane per una crescita dell’individuo.

Questa rivoluzione animata dalla filosofia positiva rimprovera ai vecchi metodi di essere pessimisti,
meccanici e patologici per l’uomo. Perciò il behaviorismo e la psicoanalisi freudiana vengono
messe da parte per mettere al centro la formazione e la relazione umana, grazie alla via ottimista della
pedagogia e della terapia.

1.1.2 Moreno, lo psicodramma e il gioco di ruolo


Un particolare contributo sul ruolo del paziente e sul percorso formativo e terapeutico, ci viene dato da
Jacob Levi Moreno (89-74) nel quale troviamo la POESIA e il TEATRO. Tutto ciò si intreccia nei suoi
studi, infatti egli si dedicò allo studio di pedagogisti come Rousseau, Froebel e Pestalozzi.

Moreno diede un grande valore al corpo del cliente, poiché è proprio lo stesso a trovarsi al centro della
terapia e della tragicità della vita. Infatti essendo il precursore di concetti come la spontaneità e
l’incontro, diffuse due tecniche a livello professionale e pedagogico: LO PSICODRAMMA, ovvero
l’interpretazione da parte del soggetto di scene reali o immaginarie attraverso il quale lo stesso riesce a
sbloccare situazioni traumatiche. Tra le tante tecniche, Moreno mette a punto quella del Role Playing (il
gioco di ruolo), efficace per la presa di coscienza. Infatti il soggetto viene visto e si vede qui da due
prospettive che possono definirsi gadameriane: quella del soggetto attore che gioca e quello del
soggetto attore che viene giocato dalle situazioni della vita.

Moreno creò anche termini e pratiche come la psicoterapia di gruppo, il gruppo di formazione e il
gruppo di incontro. Non vede più il cliente come colui che è ammalato ma come colui che deve
muoversi per sviluppare i propri punti di forza.

1.1.3 Berne, i giochi e gli stati dell’io


Berne riprese il concetto di gioco poiché pensava che nella vita noi facciamo un gioco senza esserne
consapevoli, infatti il gioco altro non è che una sequenza ripetitiva di movimenti e azioni nel quale
rimaniamo delle volte incastrati.

L’AT si pone alle spalle del conselling, in vista del suo aspetto professionale e contrattuale che descrive
mete e obiettivi verso il quale si lavora ed allo stesso tempo cerca attraverso il lavoro di equipe, quello
svolto dallo stesso Berne, di portare il soggetto verso la guarigione. Lo stesso quindi non deve mettere
in atto sempre lo stesso copione ma deve essere in grado di rielaborarne uno proprio e del tutto
diverso che si adatti alle esigenze reali e presenti.

Inoltre Berne seguì una formazione psicoanalitica che si ricollega a Erickson e Federn, grazia alle quale
capì che all’interno di una relazione d’aiuto non esiste gerarchia, non esistono situazioni di ONE-UP e
ONE-DOWN ma sono situazioni di totale simmetria e linguaggio comune fatto di termini semplici e facile
comprensione.

1.1.4 Fritz Perls: l’essere umano è unità e totalità


La corrente della Gestalt di Perls presenta la possibilità che l’uomo ha di essere libero da ogni
determinismo. Perls attuerà nel suo percorso teorico sia la tecnica dello psicodramma che quella del
rule playing, promuovendo la crescita dal punto di vista gestalgico, ovvero attraverso la
consapevolezza. È proprio grazie a questo aspetto che il soggetto cresce e si realizza, nel momento in
cui è consapevole delle proprie esperienze e di ciò che lo circonda. Solo così riuscirà ad istaurare un
buon rapporto con l’ambiente e con l’altro.

1.1.5 Alexander Lowen: l’io, le relazioni interpersonali e i processi corporali


Lowen mette al centro del suo modello terapeutico il corpo del soggetto, infatti il suo modello di analisi
sarà proprio quello della BIOENERGETICA. Questo modello ripreso dagli studi psicocorporei di Reich,
afferma il parallelismo tra dimensione psichica e dimensione corporea: quando leggiamo un corpo o
affermiamo di leggere un corpo percepiamo tensioni, stress e squilibri rilevati dai muscoli del corpo sin
dalla nostra infanzia. Ecco perché questo modello permette all’operatore attraverso degli esercizi dati al
cliente di capire la natura del problema e così facendo porta lo stesso cliente a fare delle nuove
esperienze che accuratamente rapiscono tutto l’essere (psico, corpo e sociale).

1.1.6 Will Schutz: people need people


“people need people” è l’espressione che rimarca il modello scelto da Schutz ovvero quel modello
basato sulla Cultura dell’incontro, di cui parlerà nel suo libro “Joy”. Egli non solo riprende lo
psicodramma di Moreno ma lavora sull’espressione corporea come Rolf e Perls. La cultura dell’incontro
si basa su sensazioni e sentimenti come la gioia di vivere e per questo modello culturale egli utilizza i
gruppi d’incontro o i cosi denominati “gruppi autocentrati”, attraverso questi il soggetto vive un
percorso esistenziale che si articola in tre fasi:

1.inclusione: dimensione che riguarda la capacità di avere soddisfacenti relazioni con gli
altri(dentro/fuori)
2.controllo: è l’area che riguarda quanto controllo si desidera esercitare sugli altri(sopra/sotto)
3.affezione: è la dimensione affettiva che riguarda il quanto si desidera essere aperti con gli
altri(lontano/vicino)

Ogni fase è caratterizzata da un ritmo PERSONALE e un ritmo COLLETTIVO o del gruppo tra i quali vi
deve essere una concordanza.

1.1.7 La psicologia esistenziale e Viktor Frankl


Viktor Frankl insieme ad altri esponenti di spicco rientra tra gli intellettuali della psicologia esistenziale-
umanistica. La psicologia esistenziale è basata sull’analisi filosofica dell’esistenza, cui massimo
esponente M. Heidegger nell’opera “essere e tempo” parlerà dell’essere nel mondo il cosiddetto
DASEIN, l’essere che è creatore di valori e significati del mondo personale.
Questa concezione supera quella cartesiana del puro oggetto e del puro soggetto.
La filosofia esistenziale rivendica la visione olistica della conoscenza, in quanto il soggetto conosce e
conosce con tutto sé stesso ogni cosa al quale si rapporta, senza riduzionismi e senza sentirsi sotto il
controllo della parte tecnica del sistema.
Questa corrente non può essere minimizzata al mero adattamento dell’ambiente e alla condizione di
salute ma promuove un concetto particolare di salute:
AUTENTICITA’, l’avere piena consapevolezza della condizione umana, contro ogni tipo di alienazione
(sofferenza, morte e dolore). Frankl viene riconosciuto come uno dei massimi esponenti del novecento
della filosofia esistenziale poiché fu il fondatore della logoterapia e anticipò il fenomeno del VUOTO
ESISTENZIALE, dopo essere sopravvissuto a 4 campi di concentramento.
Questa diagnosi fu combattuta assiduamente da interventi che non miravano a togliere il disagio o
rimuovere le cause del disagio ma miravano alla ricerca di forze sane residue che dovevano essere
potenziate e riattivate all’interno del soggetto.

Ci può essere in alcuni casi l’assenza di tecnica ma, come suggeriva Rogers, non ci può essere assenza
di umanità perciò si deve essere predisposti all’ascolto empatico e all’esperienza viva del cliente.

1.1.8 La filosofia dialogale di Martin Buber


M. Buber è il filosofo per eccellenza del dialogo, in quanto teorizzò a livello filosofico la relazione IO-TU
ed ha offerto così grande supporto alle helping professions. La relazione buberiana implica una sorta di
empatia che non va ad escludere né l’io né il tu semplicemente questi si incontrano nella dimensione
della NOITA’.
Quindi non si esclude la soggettività ma la si fonde nella relazione con l’altro per stabilire le due
condizioni buberiane della relazione:
1. Il porsi a distanza
2. L’entrare in relazione.
Di conseguenza non esiste un io del cliente ed un io dell’operatore ma lo starsi accanto e camminare di
pari passo.

1.1.9 Un vasto movimento di idee


Nell’ampio panorama culturale, la psicologia umanistica si ricollega ad altre correnti ed esperienze a
partire dall’antipsichiatria con Copper, dall’analisi istituzionale con Basaglia fino ad arrivare alle nuove
forme di gruppo con Schutzenberger e Suret. Oltre alle teorie basilari analizzate precedentemente,
bisogna ricordare: Dederich e i gruppi Synanon, i gruppi di confronto, i gruppi maratona, il Roy hart
theatre, l’arteterapia, la dance therapy, la mediazione orientale, la psicologia transpersonale e la teoria
del biofeedback, le diverse forme di training autogeno.

1.1.10 Arteterapia e animazione


Sia l’arteterapia che l’animazione sono due modelli di intervento che rientrano nell’arte teatrale.
L’arteterapia si è sviluppata negli anni cinquanta in Europa e fa riferimento all’utilizzo di tecniche ed
attività artistiche e creative come la pittura, la scultura e la drammatizzazione.

L’animazione nasce negli anni ottanta soprattutto in ambito educativo e formativo, negli anni settanta
come animazione teatrale. Si è successivamente diffusa nelle scuole e nel sociale come modelli di
intervento nel processo finalizzato a sviluppare il potenziale latente umano perciò fu denominata anche
animazione relazionale, pedagogica e socioculturale. Entrambe queste tecniche portano il soggetto a
creare uno spazio vitale che si sviluppa intorno alle interazioni sociali ed intorno al “qui e ora”
superando i conflitti e le difficoltà quotidiane.

Queste attività, inoltre, permettono di tenere sotto controllo le emozioni e le espressioni.


L’animazione essendo sia un metodo che un’attività, è stato descritto in un saggio del 1989 attraverso
sette aspetti:
1. Approccio attivo e maieutico
2. Promuove dimensioni creative, espressive e comunicative
3. Partecipazione e protagonismo
4. Gruppo come strumento e luogo di intervento
5. Garantisce esperienza concreta
6. Diversi linguaggi espressivi (verbali, non verbali e para verbali)
7. Importanza al processo relazionale piuttosto che al prodotto

Le tecniche utilizzate all’interno di questi campi di azioni sono svariate, troviamo sia il role playing di
Moreno che gli esercizi di arteterapia della Gestalt. Inoltre dobbiamo ricordare che qui l’animatore è un
FACILITATORE poiché svolge funzioni di arbitrio, specchio, rielaboratore e mediatore.

1.1.11 Punti di convergenza


Quali sono i punti in comune dei rispettivi modelli presentati?
1. Riconoscimento della dignità della persona e dello sviluppo del suo potenziale latente.
2. Gli elementi primari del trattamento sono: il cliente, la comprensione della sua esperienza che manda
in secondo piano le interpretazioni
3. Una visione che si contrappone a quella meccanica e deterministica e che mette in risalto
l’autorealizzazione, la creatività, le scelte autonome del soggetto.
4. L’arco temporale prediletto è quello del “qui e ora”, il cogliere l’istante e il vivere il presente. Mentre
la scuola e l’insegnamento insistono sulla relazione tra fatti esterni e principi generali, la terapia
della storia personale del paziente predilige l’approccio dell’esserci nel presente.
5. Il “qui e ora” tra cliente e operatore richiedono una buona competenza comunicativa che si
riconduce a tre fattori: EMPATIA, CAPACITA’ DI RICOSTRUIRE LE STORIE DELL’ALTRO E
CAPACITA’ DI CONDURRE, SOSTENERE E INDIRIZZARE L’INTERAZIONE.
6. La totalità della persona comprende una particolare sezione dedicata al linguaggio non verbale ed al
corpo. Questa metodologia può essere letta dal punto di vista sociologico come un tabù sul contatto
fisico associato al XIX secolo, soprattutto nelle terapie relazionali.
7. Troviamo molti legami con il teatro, le arti espressive ed il gioco. (teoria dei giochi di Berne)
8. I punti di riferimento costanti sono quelli della filosofia esistenziale (Heidegger, Scheler, Buber) e
quelli della spiritualità orientale.
9. Si privilegia il linguaggio profano, quello che dà ampio spazio al cliente, quello diretto e
semplificato.
10. Si dà ampio spazio sia ai percorsi di terapia individuali che ai percorsi di terapia di gruppo, con
particolare attenzione alle tecniche utilizzate come esercizi, giochi di ruolo e simulazioni.

1.2 Il counselling
Questa pratica è intesa come intervento interpersonale nel quale due o più persone condividono sapere
ed esperienze, atte a creare le condizioni perché la persona che chiede aiuto scelga e decida in modo
informato e autonomo di attivare comportamenti, pensieri e modi di sentire che soddisfino le intenzioni
e le aspettative costruttive di vita proprie e degli altri.

L’intento di Rogers, dopo aver guidato vari studiosi della corrente umanistica, si concentrò sul
miglioramento dei percorsi terapeutici. Questi percorsi riguardano l’intervento sui processi interpersonali
che si instaurano tra HELPER e HELPEE. (aiutante e aiutato)

Il consellor deve fare in modo di essere unità comunicativa per il cliente in modo da entrare nel mondo
fenomenico e nei dati esperienziali che la persona può condividere. Si evince che questo approccio si
distacca da quello della psicoanlisi e dalle forme tradizionali di psicoterapia per andare verso un
approccio più naturale della cura dell’altro e della relazione d’aiuto.

Tutto ciò implica la co-costruzione dello stesso percorso grazie alle informazioni di entrambi i soggetti
(operatore e cliente).

“la relazione d’aiuto è un processo complesso” scriveva Zani in quanto non c’è distinzione di ruoli tra
aiutante e aiutato ma entrambi sono coinvolti da una relazione di SCAMBIO.

Rogers a tal proposito usava spesso l’espressione di “aiutare le persone ad aiutarsi” in quanto
l’operatore non deve dire al cliente ciò che deve fare ma deve sviluppare un’autonomia nella scelta
poiché il cliente deve essere consapevole e responsabile delle proprie scelte, questo è il vero percorso
di crescita condotto da entrambi le parti.

Possiamo in questi casi distinguere due diversi approcci: DIRETTIVO (in cui il terapeuta ha il controllo
totale della relazione e si focalizza solo sui problemi, sulle cause e sul trattamento) e NON DIRETTIVO
(il terapeuta lascia al cliente il diritto di essere psicologicamente indipendente, non polemizza, non fa
domande e non parla se non per aiutare la persona e ridimensionare paure e angosce).

1.2.1 Counselling e psicoterapia


Hobson sottolineò che il counselling NON è:
1. Dare consigli
2. Dare informazioni
3. Azione diretta di soccorso ai bisogni del cliente
4. Trasmissione di saperi

Molto strategie risolutive dipendono dalla competenza dell’esperto ma soprattutto dalla partecipazione
attiva dell’utente. Il termine di paragone più utilizzato nei testi rispetto a questa pratica è quello della
psicoterapia, è riduttivo però pensare all’attività del counsellor solo come qualcosa che non è.

È pur vero che il counsellor non può intervenire a livello di cura di situazioni patologiche psichiche
poiché interviene su carenze a livello conscio legate a schemi non funzionali del mondo inconscio.

Le aree del conscio, inconscio e tacito riguardano lo psicoterapeuta.

Il counsellor può aiutare ad arricchire la mente dei clienti con nuovi schemi di lettura della realtà.
( Il counsellor lavora in alcune circostanze del cosidetto "disagio dei normali"? )

Nel patologico si trova la linea di confine tra lo psicoterapeuta e il counsellor, poiché la


pratica del counsellor si ferma davanti al patologico ma può interagire in equipe in tale ambito
rimanendo fermo sui due fronti principali che riguardano la sua professionalità: potenziamento delle
abilità di coping dell’utente e focalizzazione degli obiettivi e delle richieste.

Nell’opera l’Arte di aiutare Carkhuff rimarca questa differenza ma la semplicizza evidenziando il fatto
che se il counsellor si ferma davanti al patologico va avanti nel campo delle difficoltà delle richieste di
aiuto che si creano dall’unione di fattori esterni e fattori interni, a prescindere dalla patologia.

1.2.2 Il counselling come pratica diffusa


Il counselling non indica una figura o una categoria professionale in particolare quanto un metodo di
lavoro. Questo nasce delle esperienze anglosassoni dove appunto il termine counsellor indica differenti
figure professionali che sono dediti all’ helping professions.
Quali necessità possono trovare aiuto grazie a tale pratica?
1. Continuo cambiamento educativo, sociale e sanitario.
2. Incertezza e disequilibrio valoriale.
3. Mancanza di figure di riferimento familiari.
4. Disorientamento e crisi nelle fasi di transizione della vita.

1.2.3 Il counselling come intervento sul disagio e come prevenzione


Il concetto di disagio venne introdotto dalla letteratura scientifica e nel linguaggio comune a partire
dagli anni 80’ ed ha un’importanza cruciale per capire il lavoro del counsellor.

Questo concetto può essere utilizzato come sinonimo di due concetti “disadattamento” e “devianza”
anche se, in realtà, ha una sua connotazione specifica: è una condizione legata a percezioni soggettive
di malessere, infatti il disadagiato si sente non necessariamente si vede.

Nei due concetti precedentemente espressi il disagio appare nel disadattato come un deficit rispetto
all’ambiente mentre nella devianza rispetto ad una norma o regola.

Appare evidente che il disagio si poggi su due livelli caratteristici: un livello che riguarda il passaggio
d’età (fasi di transizione e i compiti evolutivi) e un livello che riguarda la complessità sociale.

Perciò possiamo distinguere diversi tipi di disagio:


• Disagio evolutivo endogeno: riguarda le fasi di crescita dei soggettivi, in particolar modo le fasi
di transizione da un’età ad un’altra, come la fase adolescenziale.
• Disagio socioculturale esogeno: riguarda i condizionamenti socioculturali, soprattutto di
soggetti che vivono in contesti come i nostri, caratterizzati da anomia, multiculturalità e
frammentazione.
• Disagio invalidante: è una forma critica di disagio (che abbraccia entrambe le precedenti aree
creando forme di disadattamento vere e proprie.)
eccololà,quello che a servizio sociale chiamano il disagio dei normali!

Purtroppo fino agli anni 80’ questa forme di disagio che si esprimono soprattutto con comunicazione
non verbale, venivano medicalizzate dei servizi, non consentendone una vera risoluzione.

Successivi agli anni 80’ sono stati attivati a tal proposito dei sistemi di prevenzione.
Ma che cosa vuol dire prevenire?

Questo concetto contiene in sé tre significati differenti ma facilmente ricollegabili:


• prevenire (prae- venire) ovvero arrivare prima, anticipare, precedere.
• Prevenire come ostacolare, impedire, evitare, scongiurare (accezione negativa).
• Prevenuto come anticipare un giudizio negativo, discriminare qualcuno o qualcosa.

Nelle accezioni descritte si evince che questo verbo può avere sia valenza negativa, nel caso in cui si fa
riferimento ad oggetti nemici o ad una controffensiva, e valenza positiva nel caso in cui si vuole
prevenire un problema e si agisce prima che qualcosa di negativo accada.

Molti campi professionali possono definirsi di prevenzione per eccellenza, come la medicina, la
criminologia e l’antinfortunistica, poiché hanno metodi e campi di azione e di prevenzione che
permettono di agire in anticipo sul problema soprattutto grazie a tecniche ed indicatori (di pericolosità,
patogeni e di rischio).

Fare prevenzione significa innanzitutto individuare i bisogni “a rischio di insoddisfazione” in una


persona, in un contesto, in una fascia di età specifica, per poi individuare risposte adeguate.
Quindi se in sostanza l’intervento consiste nel trovare le risposte alternative ai bisogni, non si parlerà
più di prevenzione ma di promozione.
Tale espressione è più adatta al contesto psicopedagogico in quanto richiamo sensazioni positive come
quella del sostenere, sollecitare e stimolare le risorse dei soggetti.

Su questa ipotesi promozionale si è sviluppata l’idea di creare degli spazi strategici di ascolto sia
individuali che per gruppi e famiglie, con l’obiettivo di aiutare i soggetti a comprendere le esigenze ed a
trovare le risorse positive dentro di loro.

Il counselling è stata definita una pratica trasversale, in quanto riguarda tutti coloro che hanno aderito
per professionalità alla pratica della richiesta d’aiuto e quindi dell’helping professions: educatori,
psicologi, pedagogisti, insegnanti, medici ed infermieri che devono accompagnare i pazienti/clienti
verso il superamento dei problemi.

1.2.4 il counselling come “prendersi cura”


Simeone, in un testo dedicato alla consulenza educativa, espone in ampie righe il concetto che si
ricollega alla pratica del counselling, ovvero quella della CURA. Dobbiamo distinguere i contesti di cura
ed i concetti anglosassoni di to care and to cure: il primo ovvero il “to care” riguarda il prendersi cura
di una persona nella logica educativa mentre il “to cure” rientra nella logica sanitaria del trattamento.
La cura è un processo che non si focalizza sull’obiettivo e sul prodotto ma sul processo.
Infatti che cosa vuol dire prendersi cura? Chi ha cura, non ascolta sé stesso ma ascolta l’altro non
facendosi ostacolare da nessun tipo di pregiudizio, ascoltandolo attivamente (ASCOLTO ATTIVO di
C. ROGERS e CENTRALITA' DELLA PERSONA) e pensando in primis al benessere dell’altro e dopo al
proprio.
La pratica del caring è in continua espansione e sviluppo nei campi socio educativi in quanto permette
a coloro che hanno bisogno d’aiuto di costruire, attraverso il supporto di apposite figure, un spazio
vitale e sociale nel quale tutte queste persone (disabili, tossicodipendenti, disagiati, affetti da forme di
demenze ecc.) siano rispettate per la loro essenza ed esistenza.

1.2.5 il counselling psicopedagogico


Simeone definisce il counselling come una strategia di intervento volta ad aiutare la persona in stato di
bisogno a definire il problema evolutivo ed imparare a gestirlo. Ciò si fonda sul presupposto che la
persona non riesce a trovare soluzione adeguate da sé ma conserva comunque delle qualità e delle
risorse latenti che ha bisogno di riattivare. Proprio per questo la figura del counsellor , sembra essere la
più adatta sia per la sua valenza educativa che per quella formativa.

Essa non sta dietro o davanti al cliente ma si pone a fianco per supportarlo. I tre verbi per descrivere
questa pratica sono accompagnare, ascoltare e sostenere. Questi tre verbi esplicitano tre funzioni
educative importanti ma ancora Simeone ha individuato importanti punti in comune tra la pratica del
counselling e il processo educativo:
• entrambi sono concentrati sul cliente
• il processo è di tipo maieutico (tirare fuori le potenzialità)
• punti di fondamentale importanza sono la consapevolezza e l’avvaloramento delle risorse
personali.
• Favorire il cambiamento.

Nel marcare questi punti d’incontro, la scuola di counselling professionale Sintema di Bergamo ha scelto
come paradigma di riferimento quello psicopedagogico.

Che cosa intendiamo per psicopedagogico?


Viene definito dal dizionario della lingua italiana come lo studio dei fenomeni psicologici finalizzato
all’elaborazione di più adeguati metodi didattici e pedagogici.
Dal periodo di decadenza della pedagogia e della filosofia, ovvero dal declino delle scuole forti della
pedagogia nasce un percorso di ricerca che pone l’attenzione sul rapporto educatore-educando.
Tra gli esponenti più importanti della pedagogia ricordiamo:
• John Dewey, sostenitore del puericentrismo e sostenitore del metodo “learnig by doing”
• Edouard Claparede, caposcuola dell’attivismo pedagogico e pedagogista e psicologo di matrice
funzionalista.
• Celèstin Freinet, ideatore della pedagogia popolare e della cooperazione educativa.
• C. Rogers, psicologo e maestro della pedagogia non direttiva.
• Lev Vygotskij e Jerome Brumer fondatori della psicologia culturale.

E' evidente secondo alcuni fondatori della pedagogia e della psicologia che queste due materie hanno
una costante dialettica che le fa incontrare, ovvero quella della formazione e dello sviluppo umano.
Altra posizione sostenuta da diversi studiosi vede invece un conflitto tra pedagogismo e
psicologismo.

• il pedagogismo vede l’origine dello sviluppo del bambino come processo esclusivamente ESOGENO ed
è l’educatore l’unico responsabile della crescita del soggetto.
Se educare vuol dire proporre nuovi modelli e dare l’opportunità di scelta per questo serve una figura
che faccia da mediatore tra l’allievo che apprende i modelli e il mondo culturale che li propone.

• Lo psicologismo vede l’origine dello sviluppo del bambino esclusivamente ENDOGENO, ciò vuol dire
che il bambino è biologicamente proteso alla crescita autonoma e l’educatore deve mettersi da parte
attendendo che la natura faccia il suo corso.
La via intermedia per coniugare questi due mondi è la psicopedagogia. Molti pensano che sia un ramo
della psicologia dell’educazione altri invece le danno una forte matrice pedagogica.
-> La psicologia dell’educazione è quella materia che studia i dinamismi dell’educazione, ovvero come
avvengono i processi di apprendimento, di istruzione e di formazione sia nell’ottica dell’educando
che dell’educatore, quindi l’educazione è solo un campo di ricerca.

Per la psicopedagogia, la disciplina di riferimento è la pedagogia, in questa l’educazione e la formazione


sono fini a sé stessi per la ricerca. Questa si avvale degli strumenti psicologici per orientare il lavoro di
ascolto, accompagnamento, consulenza e sostegno dell’educatore, che ha il compito di trovare metodi
efficaci per il proprio lavoro.

Bruner definisce l’educazione come un processo di sostegno, questa nozione è strettamente collegata
alla nozione di “zona prossimale di sviluppo” (Vygotskij), utilizzata da Bruner per designare la funzione
di guida che l’esperto o il tutore usa per aiutare il soggetto a risolvere un problema che prima non
riusciva a risolvere.

Questo processo educativo permette così di concentrare gli sforzi su elementi che si trovano nel campo
di competenza e portarli a termine, sviluppando un’autonomia funzionale nell’utente. Appare evidente
la similitudine tra il lavoro dell’educatore e il lavoro del counsellor con orientamento umanistico.

Per il consulente psicopedagogico non si tratta solo di trasmettere contenuti educativi ma di trovare
linee di azione valide che il cliente potrà mettere in atto nel processo di elaborazione e organizzazione
del sapere. Possiamo affermare che la formula corretta per il cliente è “apprendere per apprendere”
ovvero acquisire strumenti metacognitivi che lo aiuteranno nei processi di apprendimento e nella
gestione di altri processi cognitivi in modo del tutto autonomo. Questo supporto può servire, come
abbiamo visto in campi di disagio, infatti possiamo elencare alcuni dei principali motivi per i quali è
richiesta la consulenza psicopedagogica:
• disagio evolutivo: crisi di passaggio da un’età all’altra.
• Disagio socioculturale: in contesti di traumi dovuti al distacco dalla propria cultura ed alla
mancata accettazione nei contesti attuali, nei quali il soggetto subisce un blocco di azione.
• Pesante patologia clinica e deficit fisico che richiede azioni di supporto ed accompagnamento
nello svolgere mansioni di vita quotidiana in modo che il soggetto non polarizzi le energie.

Questi sono solo alcuni e forse i principali campi di crisi nel quale si richiede il supporto di un counsellor
psicopedagogico poiché molti studiosi hanno notato come il paradigma psicopedagogico, anche in
campi scolastici ed extra-scolastici, aiuti molto di più di un supporto prettamente medico ed educativo.
2. VEGLIARE SULL’EDUCAZIONE E SULLA CURA: NOTE DI DEONTOLOGIA DEL
COUNSELLOR. INTERVISTA A IVO LIZZOLA.

2.1 RELAZIONE DI AIUTO E SPERDIMENTO


Ivo Lizzola, docente di pedagogia sociale e pedagogia della marginalità presso l’università degli studi di
Bergamo, affronta così l’argomento della relazione di aiuto e dello sperdimento: l’incontro con l’altro,
soprattutto nell’impatto professionale educativo e di cura, è un incontro di nuove storie personali e
familiari che possono essere più o meno complesse. Ogni educatore, counsellor, operatore ed
insegnante sente il bisogno di un accompagnamento e di una supervisione del loro operare come uno
sguardo esterno e laterale poiché nel lavoro educativo e sociale ci possono essere spesso delle aree di
disattenzione. Perciò anche delle riflessioni incarnate nel dialogo continuo con gli altri ruoli e
competenze può aiutare a migliorare il proprio operato.

La prima annotazione che Lizzola fa è quella sulla situazione di sofferenza, infatti la relazione educativa
richiama una relazione di aiuto e di cura. Nella relazione d’aiuto si impara a pensare sé stessi nell’altro,
uscendo da quella tentazione di pensare al proprio ego e di conseguenza ai propri bisogni. Solo la
relazione con l’altro infatti ci permette di poter uscire dai confini della nostra persona.
L’esperienza della prima sofferenza è paragonabile ad un movimento di uscita tra noi e l’altro che ci
svela a noi stessi. Nella relazione di cura si può parlare di resistenze (Canevaro) e ne sono coinvolti tutti
coloro che svolgono lavoro di accompagnamento.

C’è un’altra dimensione che si coglie immediatamente nel lavoro di cura ovvero quella che lega il gioco
tra intrusione ed esposizione: educando e curando facciamo sempre intrusione nell’altro. Nelle diagnosi,
nella definizione dei bisogni educativi e nel rivelare i deficit e le mancanze, si opera una doppia
invasione: una attraverso la rappresentazione dell’altro tramite questi strumenti e l’altra attraverso
l’azione riabilitativa e l’intenzionalità pedagogica. Quando si tratta di relazione, ad esempio in reti di
relazioni familiari complesse, in cui vi sono sintomi di rottura relazionale, l’educazione e la cura creano
uno spazio abitabile poiché la rottura può essere un punto sulla quale ricostruire la relazione ecco
perché l’educazione e la cura si pongono come una “rottura instauratrice”.

Se cominciamo una relazione da una rottura siamo la nuova nascita, nel curare ci si sente vivi ma si è
passati sempre da un punto di rottura, di sperdimento. Ciò può provocarlo un educatore ad un
educando con la sua intrusione, può fargli attraversare un momento definito “notte scura”.
Insomma dobbiamo perderci per poi ritrovarci, bisogna perdere l’esclusività che diamo a noi stessi per
cercare ospitalità nell’altro, solo così troveremo noi stessi. La dimensione educativa e delle scienze
umane ci mette a disposizione molti strumenti che ci permettono di uscire da questa fase buia.

Durante questi momenti drammatici l’accompagnatore ha bisogno di momenti riflessivi di


riconoscimento e di riesame che Ricoeur chiamava “cellule del buon consiglio”.
Oggi molti operatori sono soggetti a queste fasi drammatiche, soprattutto per la fragilità che non si può
ricondurre solamente a fasi di burn out. Ogni educatore o professionista che si mette alla prova in
questo settore, si confronta con la diversità, la fragilità, la dipendenza, la colpa e lo smarrimento. Nella
realtà dei contesti comuni, donne e uomini, si confrontano non solo come soggetti morali ma come
portatori di bisogni, di capacità e di responsabilità.
2.2 LA SCUOLA COME LUOGO D’INCONTRO INTERGENERAZIONALE
La scuola è uno degli ambienti in cui il lavoro educativo e del counselling psicopedagogico assumono
particolare importanza. La scuola è un luogo anzitutto antropologico poiché abbraccia la generatività.
Abbracciando diverse generatività si ha bisogno di una formazione che apra ad occasioni di riflessione
sia tra gli operatori scolastici che tra i ragazzi. Lizzoli ci parla infatti di un esperimento effettuato in
diverse scuole bergamasche, nelle quali sono state importate culture e categorie di analisi da mondi
esterni per capire il livello di trasferimento delle conoscenze e l’adattamento delle varie generazioni di
insegnanti. Questa esperienza viene talvolta evitata dagli adulti in quanto genera disagio e fatica, anche
per gli stessi ragazzi e le stesse ragazze della scuola. Questo luogo diventa generativo proprio quando
si mette e si rimette in discussione, nonostante la sua fragilità.

La fragilità dell'intergenerazionalità è dovura a tre possibili scenari di crisi:

1. crisi rapporto adulti e giovani: questo si crea spesso nelle scuole in quanto luogo di incontro
intergenerazionale. Gli adulti hanno il compito di consegnare le loro conoscenze e di conseguenza
hanno una grossa responsabilità nei confronti dei giovani che stanno ancora crescendo.
Gli adulti non possono pensare che insegnare sia mera trasmissione del sapere ma devono consegnare
un patrimonio ai giovani all’interno della scuola. Rispondere a questa consegna vuol dire attraversarne
tutto ciò che ne consegue, ovvero le fragilità, il potenziale e tutte le sensazioni contenute.
L’insegnante è colui che educa non solo alla tecnica ma anche al metodo di indagine, fondamentale per
il sapere umano poiché educa alla curiosità. Naturalmente ogni essere umano ha i suoi tempi, anche la
professionalità ha i suoi tempi di consegna che magari non rispecchia i tempi di apprendimento, ecco
perché l’insegnate è anche accompagnatore, infatti educa ed accompagna l’alunno nel suo percorso di
apprendimento con una capacità plastica che definiremmo capacità di lasciare andare o forse di tirarsi
un po' indietro.

2.3. LUOGHI ESPRESSIVI DELL’INCONTRO TRA DIVERSITA’


Le altre due crisi

Per completare il discorso sulle tre grandi crisi, possiamo parlare delle altre due, ovvero della crisi del
legame sociale e di convivenza. Queste sono due realtà costruite che viviamo tutti i giorni nel nostro
privato che contiene spazi, servizi e persone.

Oggi è necessario creare dei luoghi sociali e di vita comune nel quale risiedono le diversità, pensiamo
ad esempio ai centri sociali, ai centri diurni e non soltanto alle scuole. Questi possono definirsi luoghi di
ascolto del nuovo, in cui nascono nuovi legami. Il verbo ascoltare, qui, è molto importante in quanto dà
valenza a qualcosa che si offre e si coltiva e tende a rigenerare il tessuto sociale.

Terza ed ultima crisi è quella del sapere e dei saperi: il sapere non è solo nozionistico ma è anche un
sapere pratico, sembra di fatti che questo ad oggi non avvenga. Ci sono molti ragazzi ed insegnanti che
accumulano nozioni senza sosta per esprimere il loro sapere meccanico, senza però assumersi la
responsabilità di pensare. Questo avviene spesso perché gli insegnanti sono il frutto di qualcuno che ha
già insegnato a loro determinate nozioni. Si parla così di qualcosa di predeterminato che non educa al
sapere plastico del pensiero e quindi a sfruttare al massimo le
potenzialità del sapere.

2.4 RITROVARSI E COSTRUIRE LEGAMI DOVE SI VIVONO TRANSIZIONI

È evidente che nella vita di ognuno ci siano dei momenti di fragilità, soprattutto in fasi di
attraversamento. In ambito educativo, molti educatori conoscono utenti con differenti fragilità e
problematicità ed è importante in questa fase relazionale e di conoscenza, farsi attraversare perché è
attraverso ciò che riconosciamo noi stessi e motivano la nostra essenza educativa.

Attualmente tutto ciò diventa temuto e più dispersivo, anche l’avvento delle nuove tecnologie rende più
difficile del previsto costruire dei legami che abbiano una comunicazione funzionale.

È importante, quindi, rimanere aperti e attenti ai luoghi nei quali uomini e donne vivono transizioni,
smarrimenti, fasi di passaggio, in quanto anche quei momenti sono importanti per l’apprendimento
anche se non ci danno risposte risolutive ma tante domande. Elemento altrettanto importante e da non
sottovalutare è lo sguardo. È proprio da lì che parte una buona comunicazione e una buona relazione,
occorre farsi guardare dagli utenti in tutti i vari aspetti della vita sospendendo giudizi, diagnosi, metodi
e procedure.

È dentro i servizi che un educatore impara a costruire realmente la propria professionalità, con le mille
domande che può suscitare la quotidianità che vive. È questi movimenti che ci educa alla relazione con
l’altro.

5. DISPOSIZIONE, DECISIONE, DRAMMA


Lo sguardo pare essere il primo passo per il percorso di umanizzazione che richiede rassicurazione e
riconoscimento. Michael Paul Gallegher, in uno scritto sulla postmodernità e la parabola del seminatore,
definisce le tre dimensioni della fraternità con tre D:

1. Disposizione: per questa dimensione serve un’iniziazione al senso del nuovo e al senso del
mistero dentro lo spirito della libertà che si esercita quotidianamente.
2. Decisione: è la dimensione della scelta, una scelta personale che implica una presa di
posizione. Scegliere qualcuno o per qualcuno.
3. Differenza o Dramma: questa dimensione porta una specificità ed un prendere parte per
essere differenti da qualcuno o da qualcosa, ad esempio da una cultura dominante. Per
questo serve coraggio e umiltà.

All’interno di un’organizzazione di servizio, scolastica, riabilitativa ecc. servono delle relazioni generativi
che diano occasioni educative sia nei territori che nelle città. Per creare tutto ciò servono delle persone
comunitarie che abbiano l’attenzione dell’educatore e la discrezione del “passatore”.
Solo così questi luoghi possono essere definiti luoghi generativi che non siano contesti dal quale
l’utente dipende ma che siano contesti di accompagnamento nel quale la relazione di cura subisce un
cambiamento e diventa testimone della sofferenza e della fragilità sia degli utenti che degli operatori
(Tutto ciò deve avvenire affinché questi luoghi di passaggio non trattengano gli utenti approfittando del
loro disagio).
3.IL COUNSELLING PSICOPEDAGOGICO: IDENTITA’, COMPETENZE,
SBOCCHI PROFESSIONALI.

3.1 IL COUNSELLOR PSICOPEDAGOGICO: IDENTITA’


Carl Rogers, padre della psicologia umanistica, ha dato un grande contributo per quanto riguarda la
personalità e il modo di essere del counsellor: la non direttività del counsellor è efficace solo quando fa
parte della filosofia della persona che la applica in quanto non può essere un utensile qualsiasi ma deve
essere usata con cautela; la modalità centrata sulla persona è qualcosa che fa crescere soprattutto in
situazioni educative; il sistema dei valori è importante per la dignità della persona , per le scelte
personali, per la responsabilità e la creatività. Questa visione democratica dona pieni poteri
all’individuo.

È altrettanto importante che il counsellor abbia una visione del mondo coerente su quattro punti:
consapevolezza del sé, piano affettivo-emozionale, piano comportamentale e piano corporeo.
Per rendere efficace questa relazione è importante che l’operatore sia in grado, prima di istaurare la
relazione d’auto, di stare bene con sé stesso. Saper ascoltare se stessi e cogliere le proprie emotività è
un passo fondamentale per capire e saper ascoltare gli altri.

L’analisi transazionale ci mette in guarda rispetto ai possibili rischi dell’uso manipolatorio del compito di
“helper” (aiutante): ogni aiutante porta un bagaglio di valori nelle relazioni d’aiuto che dovrebbe in
realtà mettere da parte per non contaminare la stessa, così da poter vedere l’altro anche attraverso la
sua tavola di valori. Pertanto quando si parla di rischio dell’helper non si può non parlare del “triangolo
drammatico” di Stephen Karpman: l’helper può essere per l’helpee VITTIMA, SALVATORE E
PERSECUTORE.

È vittima nel momento in cui viene attaccato del cliente, quando lo insulta e rifiuta il suo aiuto, in
questo caso nell’helper prevale l’autocommiserazione. È salvatore nel momento in cui dona il suo
aiuto al cliente in una posizione di one-up, senza svalutare il cliente anzi accoglie questa richiesta
dando sostegno. È persecutore nel momento in cui rimprovera l’helpee di ingratitudine e di ostinazione.

L’helper è un facilitatore ed un accompagnatore che deve attuare un decentramento cognitivo per


essere consapevole del se e del proprio vissuto, mettendo da parte il proprio schema di riferimento per
accogliere quello dell’altro. Inoltre deve avere due qualità fondamentali: la flessibilità cognitiva
(funzionamento cognitivo del cliente) e la solidità emotiva (riconoscere ed identificare i sentimenti).

Ginger (scuola Gestalt), definisce questa tipologia di relazione come centrata contemporaneamente su
se stesso e su cliente, accostando la figura dell’aiutante a quella dello speleologo o della guida di
montagna. In questa metafora, il cliente è parte attiva in quanto decide di intraprendere il percorso.

Mortari introduce le qualità personali di colui che sa “prendersi cura” :


1.Recettività, responsività, disponibilità, empatia, attenzione e ascolto.
2. Passività attiva (far emergere l’altro, lasciar fare)
3. Sentire nella cura (sensibilità emotiva, considerare le emozioni che si provano)
4. Avere cura di sé (pensare a sé stessi)

Ruggero utilizza la metafora della coscienza vivente per descrivere l’identità del counsellor, questo deve
nutrire l’anima che in quanto giardino va coltivata con la saggistica, l’arte, la musica e la narrativa.

Anche l’identità del consellor subisce un cambiamento con il progresso, infatti cambiano i valori, le
strategie di sopravvivenza facendo così emergere una nuova coscienza etica basata sul rispetto, la
reciprocità e la coscienza dei propri limiti. Nel tempo questa professione prende forma su tre assi:
1. Pensiero interrogante che si confronta con le diverse realtà culturali.
2. Sentire “con” che valorizza diversi canali comunicativi e affettivi che accompagnano diverse trame
narrative.
3. Agire, esercitare l’azione cauta con un uso discreto della tecnica senza soffocare o esercitare un
controllo opprimente sull’altro.
Questa figura si muove su punti interrogativi, quindi su incertezze e imprevedibilità, contenendo anche
ansia e disorientamento del cliente. Un’immagine ricorrente nel parlare di counselling è quella
dell’ABISSO: nell’ascoltare il cliente abbiamo la sensazione di affacciarci su un abisso e di fronte a
questo possiamo avere tre differenti reazioni:
1. Spavento che ci fa arretrare mandando segnali di disapprovazione, rifiuto e disadattamento per
paura che il vuoto ci inghiotta.
2. Ingenua generosità che ci porta avanti nella relazione facendoci condividere i lati più oscuri e intimi
perdendo così la possibilità di essere d’aiuto.
3. Giungere nell’abisso armati di torcia per far luce e di bussola per l’orientamento. Questo è l’unico
modo per istaurare una relazione d’aiuto sana senza perdersi. La torcia e la bussola sono gli
strumenti del mestiere, la fune è la nostra identità che ci permette di mediare tra l’abisso (il mondo
oscuro del cliente) e il terreno (la nostra salda realtà).

3.2 COMPETENZE
Accanto al saper essere vi è il saper fare ovvero l’insieme delle competenze che un buon counsellor
deve avere. Possiamo in particolare parlare di competenze comunicative, elencando alcuni fattori che
rientrano nello sviluppo della buona comunicazione con il cliente: l’empatia ovvero la capacità di
mettersi in sintonia con il cliente; la complessità cognitiva ovvero la capacità di dare un senso ed un
significato alle azioni e alle parole degli altri; l’assunzione di ruolo e il controllo del rapporto
comunicazionale ovvero le capacità di instaurare, condurre e orientare l’interazione.

Contini a proposito dell’empatia parla di risvolti ambigui, in quanto prima di essere competenza della
persona, è una qualità da costruire. Egli sottolinea ancora il rischio di pratiche manipolatorie e di derive
sentimentali all’interno dello stesso processo.

Hoffman a tal proposito parla di EMPATIA EGOCENTRICA, processo che si realizza quando l’helper
tende ad attribuire all’helpee le proprie emozioni vissute in circostanze analoghe attraverso la
proiezione. Infatti questo processo di riconoscimento dell’emozione si accosta maggiormente
all’esperienza soggettiva dell’operatore che attiva la parte emotiva, piuttosto che al pieno
riconoscimento dell’altro. All’empatia egocentrica si contrappone l’EMPATIA PARTECIPATORIA che ci
permette di sperimentare le emozioni dell’altra persona separatamente dalle proprie.

Eiseberg e Febes hanno scoperto che le persone incapaci di controllare le emozioni negative tendono a
concentrarsi solo sui propri bisogni, sole le persone che riescono a controllare la parte emotiva
decentrandosi cognitivamente, riescono a prestare attenzione all’altro.

L’evoluta forma di empatia è quella definita da Hoffman come EMPATIA PER CONDIZIONI GENERALI
ovvero quella forma di mediazione cognitiva che dà la possibilità al cliente di esprimere i propri vissuti
in situazioni ipotetiche, non direttamente osservabili, omettendo il “qui e ora” in modo da poter
generalizzare questi vissuti a interi gruppi. La pratica della riformulazione, proposta da Rogers e
sviluppata da Carkhuff dona senso all’esperienza e alla pratica.
La riformulazione o risposta riflesso implica il prestare attenzione, osservare e ascoltare l’utente per
poter rispecchiare in modo adeguato quanto da solo espresso.

Infatti, rispondere è un’abilità complessa che comprende tre sottodimensioni:


1. Rispondere al contenuto per esplicare i contenuti oggettivi dell’esperienza dell’helpee
2. Rispondere al sentimento è l’abilità più difficile da apprendere all’interno di questo
processo
3. Rispondere al significato per dare una ragione a questo sentimento

Dobbiamo imparare a rispondere cogliendo l’essenza dell’esperienza che il cliente ci ha descritto e


raccontato con delle parole che ne identificano l’originalità. Sia per accoglienza che per comprensione
sarà difficile trovare le parole esatte ma Carkhuff afferma che basta espandere le parole emozionali del
nostro vocabolario. Qui si ritorna sul tema della comunicazione e del funzionamento, Watzlawick è stato
di fondamentale importanza a tal proposito in quanto ha introdotto il concetto di retroazione, la natura
circolare dei processi di comunicazione tra individui o sistemi aperti, evidenziando degli assiomi
importanti: l’impossibilità di comunicare; la presenza di un contenuto e di un aspetto di relazione; la
distinzione tra linguaggio numerico e analogico o non verbale( il primo trasmette informazioni mentre il
secondo è più idoneo a trasmettere emozioni).

L’analisi conversazionale degli anni 80’ ha incentrato i suoi progressi dal modello di scambio,
rappresentato dal movimento circolare della retroazione tra i due poli che sono suscettibili a prendere la
parola, fino ad arrivare al modello interlocutorio, il discorso non è più dell’uno o dell’altro ma è di
entrambi. In questo caso la comunicazione è un coprodotto essendo il risultato di una azione
cooperativa.
Questo comporta due conseguenze: la relazione non si concentra solo sul linguaggio ma sul contesto e
sugli interlocutori (attori); salta la tradizionale divisione tra emittente e ricevente; non vi è più parte
attiva e parte passiva. Lo schema lineare dell’emittente-> messaggio-> ricevente si trasforma il ego-
>oggetto -> alter. In latino “communicare” significa “mettere in comune” , “essere in
relazione”.

Ciò che avviene tra le parti può definirsi un vero e proprio contratto, nel quale entrambi costruiscono le
regole. Riportiamo tutto ciò nel colloquio di counselling, nel quale possiamo trovare alcune assonanze:
1. Il counsellor attraverso la comunicazione instaura uno spazio nel quale le emozioni
dell’utente trovano dimora e vengono comprese.
2. Costruzione di significati condivisi.
3. Ghiglione ricorda il concetto di contratto che prevede il cambiamento. Berne lo definisce come un
esplicito impegno bilaterale per un definito corso d’azione.

Nei contratti vi devono essere: le parti, l’oggetto, che cosa faranno insieme, il tempo impiegato,
l’obiettivo, le modalità grazie alle quali verrà raggiunto e come sarà vantaggioso e piacevole per il
cliente.

L’ helpee decide di intraprendere il percorso di cambiamento e l’helper delinea tutto ciò che appare
disfunzionale per il raggiungimento dei suoi obiettivi.
In questi casi occorre che la comunicazione sia chiara. Muriel James sottolinea la necessità
di enunciare un obiettivo in termini positivi e non sotto l’ottica del rischio. In modo che il
soggetto cambi il proprio copione di vita ha bisogno di chiare direttive d’azione funzionali
ai propri bisogni. L’obiettivo deve essere chiaro, sicuro, raggiungibile e desiderabile per il
cliente. James definisce tutto ciò in termini di adeguatezza alla situazione e capacità del
cliente. (desideri dell’io bambino). Rogers, al tal proposito, parla di “non direttività” poiché
all’interno di questo rapporto vi sono pari dignità. Anche se nella gestione del ruolo non
funziona proprio così, in quanto questo comporta sempre una situazione asimmetrica. Il
ruolo è come una divisa, la si può utilizzare per manifestare una disponibilità oppure una
corazza per tenere a distanza il cliente. Il counsellor si mette al fianco del cliente per fare un
tratto di strada con lui, non dà direttive o regole ma facilita e sostiene i processi decisionali
per favorire l’autonomia.

Gli sbocchi professionali. Le competenze di counselling applicate


alle professioni tradizionali:
il counselling è innanzitutto una competenza trasversale che tocca professioni impegnate nella relazione
con gli altri, come educatori, insegnanti, assistenti sociali, infermieri ecc.

Il counselling viene applicato soprattutto a contesti informali e destrutturati per poi sfociare in contesti
più specifici. Queste figure non si sostituiscono agli psicologi o agli psicoterapeutici ma garantiscono
una presenza costante per l’incontro. La diffusione di questa pratica avviene in diversi contesti di
convivenza come strumento di prevenzione del disagio, promozione del benessere e prevenzione di
problemi e difficoltà prima di richiedere interventi specifici.
La professione di counsellor:
questa figura non gode di un riconoscimento giuridico da parte delle istituzioni.
In assenza di una regolamentazione formale, alcune associazioni, come la CNCP (orientamento
umanistica) e la SICO (società italiana di counselling) a stampo psicodinamico, hanno definito alcuni
standard per garantire la qualità formativa di questa figura. Ad esempio con corsi triennali che
aggiornano il personale sulle competenze psicologiche e pedagogiche prevendendo molte ore di
tirocinio sul campo.

Dobbiamo però distinguere tra consulenza psicologica, riservata agli psicologi e consulenza educativa,
riservata agli educatori e operatori sociali. Il counsellor si rivolge a persone dotate di normali capacità
cognitive e affettive, che hanno problemi temporanei e richiedono un aiuto a breve termine. Ad
esempio: conflitti adolescenziali legati alla crescita, coppie in difficoltà, mamme in attesa, problemi
rapporto genitori-figli, situazioni di stress lavorativo, situazioni traumatiche, condizione di anzianità
difficile. Sono escluse da queste le situazioni patologiche che richiedono un trattamento a lungo
termine. In questo caso la figura del counsellor può essere utile al fine di condurre la persona verso il
giusto professionista da consultare. L’intervento del counsellor si concentra sull’elaborazione del
problema ai fini di superarlo per abbassare le proprie resistenze.

MODELLI E TEORIE DI RIFERIMENTO PER UN COUNSELLING PSICOPEDAGOGICO:


I modelli teorici di riferimento sono importanti per l’attività di consulenza in quanto ci permettono di
allargare gli orizzonti. I modelli non vanno intesi come una gabbia che ci impedisce di andare oltre (la
mappa del territorio non è il territorio), ma come una chiave di lettura che dispone di strumenti e
modalità di intervento che agevolano il percorso di consulenza e permettono la costruzione di un
percorso. L’esperienza della scuola professionale Sintema di Bergamo ha rappresentato una ricchezza
per docenti, formatori e allievi. Questa fa riferimento a modelli come quelli proposti da Rogers, Carkhuff
e l’AT che portano a successive riflessioni e campi di ricerca sia psicodinamica che psicopedagogica.

L’APPROCCIO ROGERSIANO:
IL CLIENTE AL CENTRO DELLA RELAZIONE TERAPEUTICA
Rogers concentrò il suo interessa per la terapia come “essenza di vita” nella sua opera “terapia centrata
sul cliente”. Una terapia da innovare, da rendere più efficace e come forma di intervento sulla vita delle
persone rappresenta un’esperienza vissuta. Il ruolo del terapeuta e del cliente ed il modo di condurre la
relazione sono determinanti al fine della riuscita di un percorso clinico.
Servono inoltre 3 condizioni importanti:
1. Congruenza
2. Empatia
3. Accettazione positiva

Questi sono elementi per facilitare la gestione della relazione basata sul rispetto, l’autenticità e
l’intimità. Rogers per l’elaborazione teorica di queste teorie, ricorse ad una puntuale e sistematica
registrazione di numerose sedute, utilizzando audio registrazioni e riprese video, considerato materiale
di studio affidabile. La cura e la personalità sono strettamente intrecciate in quanto la persona è
portatrice di risorse interiori per sviluppare potenzialità e autodeterminarsi. Ciò può essere considerata
come “tendenza attualizzante”, ovvero la naturale propensione a vivere, formarsi e realizzarsi. Questa
tendenza nasce nell’organismo, insieme di mente e corpo, che ha capacità di inviare messaggi utili alla
persona per far comprendere i propri bisogni. La persona sente il bisogno di essere apprezzata e
approvata soprattutto dalle persone più vicine, perciò le figure significative e di riferimento devono
comporre situazioni che si adeguino ai parametri precedentemente descritti. Non bisogna creare
conflitti tra la sua esperienza e il bisogno di approvazione che può generare confusione. Tale conflitto
può alterare il processo di consapevolezza dei sentimenti e non permettere la crescita e lo sviluppo
delle potenzialità.

Il disturbo psichico è un muro per il counsellor poiché impedisce il pieno realizzarsi della persona.
Il terapeuta rogersiano crea una relazione basata sulla comprensione e sull’apprezamento in modo che
il
il cliente si senta al sicuro e non si debba difendere. Tutto ciò porta ad istaurare fiducia reciproca e
porta le parti a raccontare i propri vissuti senza vincoli. Il terapeuta mette al centro il cliente ma non
diventa passivo, non si mette da parte anzi lo sorregge e lo accompagna. La vicinanza emotiva avviene
attraverso la RIFORMILAZIONE, tecnica di rispecchiamento applicata in diverse forme di colloquio.
Rogers si distacca dai modelli positivisti in quanto inserisce la dimensione emotiva e valoriale del
soggetto. Alberto Zucconi spiega bene questo innovamento epistemologico della terapia e della
relazione d’aiuto, in quanto si dà valore etico alla persona ed alla relazione.

Altro punto importante è la visione rogersiana del terapista che non può mostrare una intenzionalità nei
confronti del cliente in quanto viene coinvolto personalmente. Nelle teorie di Rogers, scientificità ed
eticità si avvicinano, in quanto è provato scientificamente che le persone abbiano delle qualità innato
solo da sviluppare e qui entra in gioco la responsabilità del terapeuta che punta a promuovere
l’empowerment e l’autonomia del cliente. Le scelte di campo del terapeuta influenzano i concetti di
salute, malattia, le politiche sociali e sanitarie. Da qui partono le deduzioni rogersiane politiche che
sono state di fondamentale importanza per la visione dell’Uomo nel Mondo e di un Mondo.

DALLA TERAPIA AL COUNSELLING:


Nel 1951 con “il cliente al centro della terapia” , Rogers utilizzò i termini terapia e terapeuta.
Nel 1942 nell’opera “Psicoterapia di consultazione” aveva introdotto il termine counselling e counsellor,
quest’ultimo tradotto come “consultore”. La parola counselling si trova dopo gli scritti di Rogers come
sinonimo di psicoterapia o in termini operativi come “il colloquio d’aiuto”.

Il successo dei metodi della scuola di Rogers, hanno dimostrato l’efficacia si in campi di aiuto
individuale che sociale e non tutti necessariamente
riconducibili alla malattia. Questo approccio coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza umana, della
cura e della formazione, trovando ampio spazio nei luoghi del vivere concreto delle persone:
l’istruzione, l’educazione, le relazioni di coppia, la genitorialità, la crescita personale, di gruppo, la
formazione nelle organizzazioni, gestione della leadership e le relazioni diplomatiche e politiche. Nel
sesto capitolo della terapia centrata sul cliente, Rogers affronta l’insegnamento centrato sullo studente
prendendo in considerazione l’ambito dell’istruzione e nel settimo affronta il rispettivo modello di
formazione per il counsellor scolastico: la sua idea di scuola centrata sulla negoziazione dell’
insegnamento non come somministrazione di nozioni ma attribuisce all’insegnante il ruolo di facilitatore
dell’apprendimento e sull’auto-orientarsi e autodeterminazione degli allievi che si assumono le proprie
responsabilità nel libero confronto con gli insegnanti. Inizia così a prendere forma il ruolo del counsellor
nei diversi contesti e nella terapia seguendo l’approccio concentrato sulla persona, sulle diverse pratiche
di sostegno, formazione e cura.

l’approccio centrato sulla persona ha dato il via allo sviluppo di nuovi modelli di intervento sociale e
socioeducativo.
ROGERS E CARKHUFF, L’EFFICACIA DELL’AIUTO, TRA DIRETTIVITA’ E NON
DIRETTIVITA’:
l’EFFICIACIA DEL PROCESSO D’AIUTO
Aumentando l’efficacia dell’intervento si migliorano i processi interpersonali e viceversa. È importante
quindi che l’helper sappia costruire una relazione efficace, qui ed ora, con il cliente in modo che questa
diventi sana. Nell’arte di aiutare spiega la tecnica del colloquio d’aiuto proponendo un metodo di
counselling di tipo PROATTIVO, che si basa su un atteggiamento inizialmente non direttivo e si proietta
successivamente sul comportamento e sull’azione. Il counsellor per Carkhuff è colui che affianca il
cliente nel suo progetto educativo e nella definizione degli obiettivi, step by step, definendo inoltre
tempi prestabiliti per effettuarli e monitorando gli esiti e verificando il risultato finale. Il metodo prevede
anche che il consulente ponga delle condizioni al cliente ancorandosi a ciò che è sano.
Il metodo Carkhuff nasce nel walfare state degli anni 70’-80’ in cui molti paesi occidentali necessitavano
di figure professionali e non addestrate ad operare nell’aiuto alle persone. Sembra che questo metodo,
nonostante il rischio di dispersione delle risorse umane ed economiche, promette un benessere sociale
possibile e diffuso.

COUNSELLING FAMILIARE:
la psicoanalisi freudiana non prevedeva il coinvolgimento dei familiari nella terapia, in
quanto ritenuto pericoloso e controproducente. Il counselling rogersiano si adatta anche alle
coppie ed alle famiglie. Nell’incontro con una famiglia, il counsellor deve sforzarsi di
creare un clima in cui ciascuno dei presenti si senta libero di esprimere e possa creare il
proprio spazio. Charles O’Leary parlò di parzialità multidirezionale come capacità del
counselling familiare di essere dalla parte di più persone contemporaneamente, mostrando
un contatto psicologico con tutti i presenti alla seduta. Il counselling familiare è detto anche
relazionale. Qui i concetti di Rogers di ascolto empatico e accettazione positiva
incondizionata vengono realizzati nel momento in cui il counsellor è capace di interagire e
di far esprimere le emozioni e le convinzioni dei clienti. Utili sono i metodi della
NARRAZIONE O DRAMMATIZZAZIONE in quanto possono fornire più informazioni e
orientamento durante il counselling familiare. Una volta abbattute le paure e la rabbia, il
counsellor può esercitare facoltà attive e creative.

LETTURE FILOSOFICHE DEL COUNSELLING:


La pratica del counselling, già da Rogers, si lega a tematiche filosofiche, in particolare per il
suo valore etico. C'è riferimento alla fenomenologia e all’esistenzialismo, quando parla dell’essere
umano come essere “in situazione” , sempre impegnato a dare significato ai contesti ed ai propri
comportamenti. Il cliente nel colloquio è quindi profondamente esistenziale e la consulenza attraverso
la tecnica della riformulazione conduce l'altro ad avere una comprensione più profonda e lo aiuta a
pensare in maniera sana ed organizzata. Tutto ciò è in contrasto con la corrente psicoanalitica, nel
quale il soggetto è inconsapevole della vera natura del suo problema. L’approccio filosofico dà le basi
per dare una valenza pedagogica a tutto ciò di cui stiamo parlando. Nella “cura educativa” , Cristina
Palmieri passa da Ludwig Binswanger e Michel Foucault ad Martin Heidegger in “essere e tempo” che
considera la cura come struttura dell’esistenza umana e che permette all’uomo di essere tale. L’uomo è
in sé capace di prendersi cura del mondo e degli altri. L’educazione e la formazione fanno parte della
sua natura e la cura è dimensione esistenziale ed è educativa. Essendo esistenziale, è progetto di vita
della persona che fa parte del suo essere nel mondo. Educare e curare sono due concetti assimilabili,
infatti l’uomo si prende cura della sua stessa esistenza e dell’esistenza delle persone in generale,
favorendo il suo essere progetto gettato senza la pretesa di comprenderlo né di dirigerlo. Si percepisce
qui la visione umanistica di Rogers nel quale l’uomo che educa è agevolatore della sua stessa
realizzazione ed è motivato al perseguimento della conoscenza e della verità.

Nella descrizione del processo educativo avviene un incrocio a livello latente tra i due progetti
esistenziali dell’educando e dell’educatore. Tramite questo intreccio le parti si modificano e si educano
reciprocamente, avendo in sé comuni obiettivi di cambiamento. Quindi il counselling è un’esperienza
non solo relazionale ma anche formativa ecco perché è stata da sempre al centro dell’interesse di della
pedagogia e delle scienze dell’educazione.

CONSIDERAZIONI SUL COUNSELLING PSICOPEDAGOGICO:


L’approccio rogersiano sembra ancorarsi a due anime, quella psicologica e più forte a
livello organizzativo e professionale a quella pedagogica. Meno rigorosa ma con
un’impronta educativa e formativa del counselling sia per gli obiettivi sia per i metodi. Ecco
perché l’approccio rogersiano che rinuncia a leggi certe ed immodificabili è considerato
debole. Il vero obiettivo è proprio questo: valorizzare e rivelare gli aspetti di forza che sono
contenuti in saperi e professioni considerate deboli.

L’ANALISI TRANSAZIONALE, L’ANALISI STRUTTURALE E FUNZIONALE DELLA


PERSONALITA’:
L’analisi transazionale parte dal presupposto che all’interno della personalità vi siano diversi strati dell’io
con una struttura integrata di comportamenti, emozioni e pensieri :
1. IL GENITORE 2.L’ADULTO 3.IL BAMBINO

IL GENITORE:
il genitore è un insieme di registrazioni di eventi esterni da noi assorbiti durante l’infanzia e contenute
nel nostro cervello. I nastri più significativi sono proprio quelli che riguardano le affermazioni dei nostri
genitori, chiamati introiezioni genitoriali. Nel genitore sono contenute tutte le negoziazioni, le regole e
le norme dell’infanzia. Tutte le asserzioni negative o positive assorbite durante l’infanzia sono per noi
verità assolute poiché provengono dagli adulti di riferimento e quindi sono fonte di sicurezza.

Queste sono considerate informazioni essenziali per la sopravvivenza poiché sono fonte di orientamento
sociale e morale, ma possono essere altrettanto fonte di anomalie, tic e coazioni che portano la persona
a fare scelte inappropriate, infatti quando il cliente assuma una postura rigida usa spesso espressioni
apodittiche e ripete in modo critico alcune frasi dandosi del TU, molto probabilmente è NEL GENITORE.

IL BAMBINO:
è un insieme di dati visivi, uditivi, emotivi ed intellettuali che riguardano gli avvenimenti interni e le
reazioni del soggetto in età infantile. Dato che in quel periodo il soggetto non ha un bagaglio lessicale
per tradurre le prime esperienze, queste consistono spesso in stati d’animo che per l’AT si possono
tradurre in due tipi di bambino: quello ADATTATO che rispecchia il comportamento di chi cerca di
adeguarsi alle aspettative dei superiori, e quello del bambino LIBERO che invece dà spazio a
comportamenti spontanei. Da grandi tutti siamo dei bambini adattati perché ci comportiamo secondo le
regole e le norme della buona educazione. Cose utili della vita sociale. Il bambino adattato può avare
però un lato negativo quando gli schemi infantili non sono più adeguati e portano insicurezza,
imbarazzo e disagio. Altrettanto il bambino libero può risultare positivo quando ci permette di esprimere
le nostre emozioni e negativo quando diventa deviante e pericoloso. Il bambino si manifesta soprattutto
in espressioni e linguaggi come “ io voglio, non me ne importa, lo farò, desidero” oppure nell’uso
costante di superlativi.

L’ADULTO:
è l’insieme di pensieri, emozioni e comportamenti che si mettono in atto in risposta al qui ed ora.
L’adulto ha inizio quando il soggetto è in grado di compiere delle scelte frutto della propria coscienza e
del proprio sapere. Questo è in grado di trasformare gli stimoli in informazioni, sviluppando una
concezione pensata della vita. L’adulto critica i messaggi del GENITORE e del BAMBINO, esaminandoli e
decidendo successivamente se convalidarsi o meno sulla base si una serie di probabilità e soluzioni
possibili.
Se il cliente è vigile, pone sotto attenta osservazione i movimenti ed il linguaggio non verbale,
utilizzando espressioni quali: “come, credo, capisco, secondo me”. Tutto ciò è congruente all’aspetto
del qui e ora dell’adulto. Una sana personalità ha bisogno di tutti e tre gli stati dell’io : dell’adulto per
affrontare la vita in modo competente ed efficace, del genitore per adattarci alle regole sociali e del
bambino per scoprire la spontaneità, la creatività e l’intuizione.
I problemi sorgono quando il soggetto miscela e confonde i tre stati dell’io, rimane stagnato in uno
degli stati e non riesce ad entrare ed uscire dai rispettivi stati dell’io.
Berne definisce questi problemi “contaminazione” ed “esclusione”: contaminazione si ha quando parte
dei contenuti dello stati bambino o genitore vengono scambiati per i contenuti dell’io adulto, quindi si
intravede uno stato dell’io piuttosto che un altro.

La separazione o esclusione avviene quando si sigilla una o più stati dell’io escludendo gli altri.
Esempio: chi esclude il genitore agirà senza regole, chi esclude il bambino agirà senza spontaneità e
sarà una persona rigida, chi esclude l’adulto agirà senza valutazione e senza potere di esame della
realtà.

Nel modello AT della relazione d’aiuto si mira proprio al recupero delle tre capacità principali :
CONSAPEVOLEZZA, SPONTANEITA’ e INTIMITA’. La consapevolezza come capacità di esprimere, senza
filtri del genitore, la realtà. La spontaneità è la possibilità di esprimersi liberamente. L’intimità è l’aperta
condivisione di emozioni tra noi e l’altro.

Alla base di tutto ciò vi è la COSCIENZA DEL SE’ e LA FACOLTA’ DI SCEGLIERE quale stato dell’io sia
più adeguato o meno per rispondere.

Gregory Bateson( 1960-1980) scienziato, epistemologo ed antropologo, entra a far parte della
controcultura americana, formulando l’ipotesi di MENTE come SISTEMA: di base junghiana e dell’idea si
sincronicità, Bateson crede che esistano metodologie plurime fattibili che non restringono il campo di
conoscenza degli eventi ad una sola causalità. Respinge le ricerche delle cause esplicative di un
fenomeno e adotta una modalità che porta all’esplorazione di varie modalità di funzionamento della
mente in determinate situazioni o comportamenti.

La rivoluzione cognitiva è determinata dall’inclusione del counsellor nel sistema e dal concetto di
circolarità che prende in considerazione l’insieme degli eventi dei sistemi umani. Al contrario possiamo
parlare di counselling con contaminazioni sistemiche(umanistico, psicodimanico ecc.). la psicodinamica
è la più diffusa, questa analizza la psiche come corredo di concetti, idee, esperienza, valori, emozioni
ecc.

DALL’IDEA DI CIRCOLARITA’ UNA CONCEZIONE PIU’ DEMOCRATICA DI


SALUTE. PERCHE IL COUNSELLING SISTEMICO-RELAZIONALE CONTRIBUISCE
A GENERARE ALTRE VISIONI:
L’ottica sistemica si è dimostrata funzionale per capire e cambiare situazioni complesse e
non solo individuali. In un sistema umano possiamo osservare come il contatto che le
persone istaurano tra di loro derivi dal modo di relazionarsi e dal tipo di rapporto esistente.
Ciò vale sia per relazioni affettive sia per relazioni secondarie regolate da interessi
economici. Con l’idea di causalità circolare, l’approccio sistemico valorizza le differenze, in
quanto non c’è un’unica storia o almeno non c’è un solo personaggio ma spesso prevale una
singola storia per tutti. Infatti è proprio compito del counsellor far emergere le altre storie,
dando risalto alla qualità delle relazioni e della diversità cognitiva. Il compito primario del
counsellor è quello di favorire, attraverso le potenzialità del cliente, la predisposizione a
cambiamenti generativi per aumentare il benessere e la possibilità di scelta. Il secondo
compito è quello di favorire il buon esito degli incontri, attraverso l’ascolto e l’accoglienza.
Minuchin disse: “il cambiamento inizia durante la seduta, ma deve continuare fuori”.
Attraverso domande circolare che spronino il cliente a trovare risorse in situazioni ritenute,
in origine, fonte di difficoltà. La cultura dualistica ci porta ad usare una scala semantica e a
classificare gli individui secondo una logica polarizzata ma questa è solamente una chiave
di lettura poiché la realtà è molto più complessa. Questo è il primo passo per raggiungere la
consapevolezza e per sperimentare le alternative. Virginia Satir applicò e condivise le teorie
di Bateson e della scuola di Palo Alto basate sulla comunicazione come: tecnica per
migliorare, come mezzo per capire le relazioni familiari e come modalità per entrare in
rapporto empatico con le famiglie. La teoria sistemica è importante non solo per tutto ciò ,a
perché ha alleggerito il paradigma biomedico e psicoindividualista per favorire una
posizione più democratica nel quale ogni parte del sistema è coinvolta nel funzionamento
dello stesso.

ALCUNE DIFFERENZE E SIMILITUDINI FRA COUNSELLING


UMANISTICO, SISTEMICO-RELAZIONALE E ALTRI ORIENTAMENTI:
il principio che orienta la pratica professionale è quello della fiducia nelle risorse e nelle capacità
personali che devono essere sollecitate per migliorare la vita di coloro i quali richiedono una relazione
d’aiuto. L’intervento si articola in: prospettiva autobiografica, esistenzialista ed ecologica che
presuppone il cambio di paradigma di riferimento che deve essere olistico, ovvero un modo unitario di
guardare la realtà, l’essere umano e l’esistenza. Il lavoro con il singolo soggetto è inserito in un sistema
che l’individuo influenza e viceversa. Quindi le risorse non solo sono personali ma divengono
ambientali. La logica inclusiva è molto importante per il counselling sistemico-relazionale per attenuare
la logica dicotomica del giusto/sbagliato e per valorizzare il punto di vista dell’individuo, della famiglia e
del sistema umano. L’apertura alla prospettiva sistemica nasce sul campo che permette di coinvolgere
genitori e insegnanti nell’intervento psicopedagogico.

COUNSELLING E ADOLESCENTI:
tra i problemi di relazione tra l’adolescente e i servizi di consulenza, sono state rilevate:
• La reticenza a entrare in relazione con gli operatori
• La paura di essere etichettati come malati
• La resistenza verso norme e pratiche

Dowd parla a tal proposito di reattanza psicologica, si tratta di lavorare con la resistenza del cliente
piuttosto che contro di essa. Dopo un breve scambio con gli adulti, per conoscere il tipo
di interazione con la famiglia, si passa al colloquio diretto con il ragazzo senza la presenza
di genitori. Il colloquio con i genitori avrà lo scopo di migliorare la comunicazione con il
proprio figlio.

L’adolescente deve sentirsi libero di provare ed esprimere sensazioni autentiche, il counsellor chiede di
individuare questi sentimenti senza ricorrere ad attività di coping automatici che bloccano il
processo di autoconsapevolezza. Fuligni spiega che è difficile esprimere le proprie
emozioni per vari motivi: perché non si è stati educati emotivamente e perché riconoscere
un’emozione significa perdere il controllo. Mentre Fuligni dice che riconoscerla aiuta a controllarla, ciò
significa assumersi le responsabilità del proprio stato d’animo e scegliere, mediante problem solving. La
relazione d’aiuto con l’adolescente esige delle distanze poiché è facile scivolare nell’eccesso. Egli è
un cliente scomodo perché non segue le regole e provoca il counsellor ma è imprevedibile
e creativo.

linee guida per la professionalità di counselling:


1. Mettere al centro della relazione la persona e non i problemi, poiché se ci si concentra
su questi ultimi le situazioni diventano più difficili. Se ci si concentra sulla persona si accetta la
complessità della situazione. L’atteggiamento di accoglienza, ascolto e non giudizio sono fondamentali
per creare relazioni positive.
2. Dimensione educativa dell’accompagnare, dello stare accanto, del prendersi cura.
Accettare i disagi e la sofferenza, ricercando nel tempo soluzioni possibili.
3. Riflettere sull’esperienza per aprire nuovi orizzonti di senso, ovvero imparare a
guardare le situazioni da punti di vista diversi per aprirsi al cambiamento.
La riflessione è garantita da tre strumenti: osservazione, narrazione e autoconsapevolezza.
Questa esperienza ha portato alla creazione di nuove competenze: lavoro di rete, utilizzo delle risorse di
aiuto, prospettiva inclusiva, valori aggiunti per la professione di insegnanti, abilità di counselling che
consentono all’insegnante di rispondere in modo efficace ai problemi relazionali emergenti nel contesto
scolastico. Aprirsi al lavoro di counselling vuol dire ampliare un personale lavoro interiore per rendere
possibile il cambiamento.

IL COUNSELLING NEI SERVIZI SOCIALI E SOCIOSANITARI: la


mancanza di caring.

La lamentela più diffusa riguarda ai servizi è la mancanza di CARING. Chi si rivolge a un servizio porta
un bisogno, un problema che non è riuscito a risolvere da solo. Lo stato d’animo dell’helpee è quello di
una persona inquieta, spaventata dall’idea di dover chiedere aiuto ad una persona esterna. Chi porta
un’esperienza di dipendenza, crisi esistenziale ha bisogno innanzitutto di essere ascoltato, di essere
accolto con il suo disagio, di ricevere sostegno. È proprio questa forma che risulta carente nelle ASL,
negli ospedali e nei servizi comunali. Anche medici, infermieri e personale ospedaliero, nel loro percorso
formativo devono porre l’attenzione sull’esercizio d’ascolto, sull’empatia, sul sostegno e
l’accompagnamento. La tecnica del counselling sostiene proprio questo, il lavoro di caring e l’attenzione
posta sulla persona.

Nel caso della sanità, le relazioni sono brevi e veloci soprattutto durante chiamate d’emergenza e
devono risultare efficaci subito. Uno dei compiti più difficili è ad esempio anche quello della
comunicazione di una diagnosi. Pensiamo alla dover comunicare ai genitori che il nascituro è affetto da
sindrome di down. La diagnosi inattesa è un evento traumatico ed oltre alle parole bisogna utilizzare la
cura. I pazienti devono trovare pieno accoglimento del loro dolore.
Come ci dimostra il modello BIO-PSICO-SOCIALE la persona è al centro e il focus si sposta dalla
patologia all’individuo. La freddezza tra medico/paziente instaura un ostacolo all’alleanza terapeutica.

Nelle facoltà mediche si investe poco sulla formazione relazionale e sulle competenze comunicative
medico/paziente. Inoltre le strutture ospedaliere sono prive di spazi d’ascolto e tempi utili alla
comunicazione con il paziente. Questi non devono sentirsi da solo all’interno del salto nel vuoto della
malattia, devono avere perciò ottimi compagni di viaggio.

Inoltre i deficit fisici e mentali che incombono creano una non autosufficienza, molti soggetti anziani si
isolano e tendono a rifugiarsi in un passato consolatore. In questi casi la memoria è uno sfondo
protetto che permette di avere immagini positive del sé. I ricordi sono talvolta disorganizzati ma creano
occasioni di incontro tra le generazioni. Secondo dinamiche frequenti è importante riattivare una rete di
collaborazione familiare per il sostegno alla persona, senza soluzioni preconfezionate.
Gli operatori ed i counsellor possono sostenere queste famiglie nelle ricerche d’aiuto e nella costruzione
di reti formali di sostegno, anche con servizi predisposti.

LE TRE AREE FONDAMENTALI; SAPERE; FARE E SENTIRE:


il counselling abbraccia le tre aree di fondamentale importanza che devono nutrirsi di nuove
provocazioni.
IL SAPERE: il counsellor deve approfondire le tematiche educative relative alle patologie
dell’invecchiamento per orientare la propria azione sulle varie metodologie da attuare. In quanto il
counsellor avrà un approccio assistenziale, riabilitativo, validante (capire le ragioni), psicosociale
( bisogni psicologici e ambiente di vita), protesico (compensare i deficit individuali) e capacitante
(sviluppo e riattivazione delle competenze funzionali alla vita). Il lavoro d’équipe si svolgerà
prettamente sul versante educativi, sociale e assistenziale.
IL FARE: stare a fianco alle persone, scambi di comunicazioni corporee, essere portatori di valori,
poiché lo stare insieme sollecita la nudità psicologica e affievolisce il disagio nel processo di cura.
IL SENTIRE: è sicuramente l’area più riservata e intima. È legata alla capacità di esprimere relazioni
disarmanti ed è impossibile trovare dei ruoli poiché queste persone non riconoscono più la realtà.
Sentire la fragilità dell’altro stimola istinti materni che portano al prendersi cura dell’altro. Perdere la
memoria significa uscire dalla storia, negare la propria esperienza vissuta per questo è importante
avere degli spazi di riflessione.
IL COUNSELLING NELLA DIPENDENZA: Sergio Rota
Dal controllo all’ascolto
I fenomeni frequenti legati all’abuso di sostanze hanno portato i servizi a dover ridimensionare gli
interventi, elaborando strategie complessive. I vecchi sistemi non sono più idonei a fermare le nuove
emergenze. Le nuove sostanze in circolazione coinvolgono varie fasce d’età precoci e creano nuove
patologie derivate dalle stesse.

Attenzione ad un continuo trovare il senso e darsi un senso soddisfacendo il qui e ora.


va riportata la centralità verso la persona.
Non deve sentirsi giudicato, ma ascoltato.
approccio filosofico al disagio e contempla la persona.

ACCOGLIENZA INCONDIZIONATA E PROMOZIONE DEL CAMBIAMENTO:


Rogers è il padre del modello della relazione d’aiuto e centra la terapia sul cliente. Carkhuff, suo allievo,
sviluppa in modo efficiente questo approccio verso un diretto sostegno al comportamento e all’azione.

Autenticità, accettazione incondizionata e comprensione emotiva sono le disposizioni individuate da


Rogers.

Il counselling tocca 2 aspetti essenziali del cliente: la mancanza di autocomprensione e di azione


costruttiva. Per Carkhuff la relazione di aiuto si sviluppa in due momenti: la fase interiore che porta il
cliente ad esplorare fino in fondo ciò che lo preoccupa per raggiungere l’autocomprensione e la fase
costruttiva che consiste nell’aiutare il cliente a tracciare un piano d’azione.

Carkhuff aggiunge alla triade rogersiana due atteggiamenti: il confronto e l’immediatezza. Il confronto,
atteggiamento di contrapposizione non alle persone ma agli atteggiamenti e al comportamento in sé
che appaiono contraddittori. Questo strumento aiuta il cliente a comprendere modalità autodistruttive di
comportamento o di pensiero come: discrepanze tra pensiero e sensazione; distorsioni della realtà in
relazione ai bisogni; l’evasione della realtà spiacevole; giustificazioni, strategie manipolatorie per
ricevere gratificazioni. L’immediatezza fa riferimento alla capacità del counsellor di comunicare in
maniera aperta e diretta.

LA TRASVERSALITA’ DELL’INTERVENTO:
il counselling è un’abilità trasversale in quanto appartiene a diverse professionalità. Questa
intenzionalità dell’intervento è caratterizzata da ascoltare e domandare, non presumere tutto prima del
dovuto, non irrigidire le proprie convinzioni.

1. Manifestare l’empatia che facilita il rapporto relazionale e serve a comprendere le ragioni del cliente.
Il concetto di non giudizio è intrinseco nello stile empatico.
2. Evitare discussioni per non andare in sfida con il cliente
3. Aggirare e utilizzare resistenze: contrastare direttamente una resistenza non è una buona strategia
perché la rafforza. Questa può essere una risorsa e evidenzia la necessità di cambiare strada.
4. Lavorare sulla frattura interiore, quindi sulla condizione attuale di sofferenza,
esplorandola.
5. Sostenere l’autosufficienza, la fiducia verso la propria capacità così sarà in grado di limitare il
consumo di sostanze.
Le abilità richieste sono: formulare domande aperte, praticare l’ascolto riflessivo(rogers), riassumere,
sostenere e confermare per rinforzare l’autoefficacia.
STADI DEL CAMBIAMENTO:
modello TRANSTEORETICO DEGLI STADI DEL CAMBIAMENTO:
1. Precontemplazione: minimizza i problemi e non ammette la propria situazione.
2. Contemplazione: ambivalenza che emerge dai lati negativi delle sue abitudini. Da un lato
ammette dall’altro smentisce.
3. Determinazione: la persona ammette e sperimenta il cambiamento, accogliendo
indicazioni e consigli dell’operatore.
4. Azione: la persona mette in atto le azioni concrete per il cambiamento come da programma.
5. Mantenimento: stabilizzazione dello stile di vita e il cambiamento raggiunto, prevedendo delle
ricadute.

Gli obiettivi sono: la consapevolezza del problema, riconoscere e riorientare il desiderio del paziente,
riconoscere i singoli segnali e i sintomi, controllare con test delle urine, discutere su episodi di ricaduta,
rendersi conto dell’inutilità di queste situazioni, sviluppare nuove strategie di problem solving.

E IL COUNSELLOR? PER FINIRE…


Oltre alle competenze professionali e alla tecnica, il counsellor deve possedere conoscenza del sé,
autocontrollo e riservatezza. Il counsellor deve guardare i suoi clienti come persone con numerosi
problemi senza giudicare o condannare il loro comportamento passato. Alcuni errori che possiamo
elencare sono:
• il controllo piuttosto che l’incoraggiamento
• l’espressione di giudizi morali
• l’etichettare
• rassicurazione fine a sé stessa
• il consiglio prematuro
• interrogare in maniera inquisitoria
• incoraggiamento alla dipendenza relazionale
• il raggiro, attraverso sotterfugi e adulazioni
la consapevolezza fa da sfondo al lavoro di counselling, che consente di superare rigidi stereotipo e
aprirsi all’altro. L’essenza del counsellor sta nella COMUNICAZIONE, che ad oggi soffre costantemente
perché i linguaggi differenti sono sempre più distanti. Un primo rumore che disturba la comunicazione
medico/paziente è il linguaggio ipertecnologico che perde di vista la sofferenza della persona. Quindi
l’ascolto dell’altro con la A maiuscola e una comunicazione efficace e semplice permette l’instaurarsi
della relazione d’aiuto. ( il sentire di Rogers).